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Emerson Marlow

Gospel di capodanno

2012 n. 2


ISBN 978-88-87303-58-2 1° edizione febbraio 2012 Copyright © 2012 Mamma Editori Casa Bonaparte 43024 Neviano degli Arduini  -  Parma telefono 0521.84.63.25 mamma@mammaeditori.it www.mammaeditori.it

Collana

Kriminal Tango Thriller e mystery “a presa rapida” del gruppo letterario della Bloody Roses Secret Society. Kriminal alla collana Tango è stato cavallo di Vai battaglia di Fred Buscaglione che “Kriminal Tango” seppe fare http://www.mammaeditori.it/pages/KriminalTango.htm l’americano guardando oltreoceano con ironia tutta italiana. Chatta con l’autore http://docks.forumcommunity.net/

FINITO DI STAMPARE e rilegato NEL MESE DI febbraio 2012 presso MAMMA EDITORI


A Cora...


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New Orleans, 1 gennaio 2011, ore quattro del mattino.

Il cielo era privo di stelle. Gocce microscopiche di pioggia impregnavano l’aria come fosse spugna. La berlina nera che correva sull’arteria autostradale deviò per dirigersi verso i padiglioni grigi. Questi si profilavano bassi e cupi contro l’orizzonte. L’unica cosa che brillava a intermittenza era l’insegna luminosa “Motel Bay”. La berlina percorse gli ultimi metri a fari e motore spento. Era silenziosa e quasi invisibile nell’oscurità. Si arrestò vicino alla reception. Per qualche decina di secondi, nell’auto non ci fu alcun movimento. Poi l’autista e il compagno seduto sul sedile a fianco si girarono a guardare con espressione interrogativa il terzo uomo disteso sul sedile posteriore. Questi si alzò a sedere con difficoltà. Le costole rotte lo torturavano. La posizione in cui gli era sembrato di soffrire meno era quella distesa. A ogni sobbalzo dell’auto, tuttavia, fitte lancinanti gli avevano tolto il fiato. L’iniezione fatta al pronto soccorso non aveva funzionato. Il terzo uomo abbassò il finestrino appannato e rabbrividì al flusso di aria fredda. Girò faticosamente il capo ostacolato dal collare ortopedi7


co. Si guardò intorno. I bungalow avevano l’intonaco sporco e scrostato. L’insegna al neon emetteva un fastidioso ronzio. Sotto gli alberi scheletrici spuntavano solo erbacce. Il motel era la solita topaia. Il fiato degli occupanti formò piccole nuvole bianche che svanivano come fuochi fatui. L’uomo prese dalla tasca del giaccone un flacone di pillole e ne ingoiò una. Sperò che gli desse un po’ di carica, anche a costo di acuire il dolore. Bevve un sorso d’acqua da una bottiglia posta nella tasca della portiera. Avrebbe desiderato trovarsi al caldo nel letto di mamma Deb. Si chiese se quella faccenda valesse veramente la pena e si rispose di sì. Quello stronzo doveva pagare. Diede un ultimo sguardo intorno a sé, soffermandosi ancora sulla reception. Non si vedeva in giro anima viva. Anche il self-service era chiuso. Da quelle parti non dovevano passare né molti soldi né molta gente. «Che posto di merda!», esclamò. Gli altri fecero una risatina. «Iniziamo! ‑ ringhiò e tutti e tre si calarono il passamontagna sulla testa  – Ferret, tu e Cuttle trovate il numero della camera. Lavoratevi il portiere, senza esagerare. Deve sembrare che cerchiamo soldi. Rovesciate un paio di cassetti.» Ferret dal posto di guida annuì. Si affrettò a uscire dall’auto e infilò alla cintura il coltello recuperato da sotto il sedile. Andò sul retro dell’auto e dal bagagliaio estrasse un piede di porco. Lo passò al compagno e per sé estrasse una Widley. Cayetano la guardò stupito, chiedendosi dove avesse trovato i soldi per un’ar8


ma che sparava a gas proiettili a calibro variabile. Era enorme. Era tipico di Ferret cercare di compensare la corporatura minuta con armi di dimensioni assurde. In un altro momento avrebbe riso e ci avrebbe scherzato sopra. Ferret era molto permaloso riguardo alla sua altezza. «Bella, eh? ‑ sorrise il piccoletto ‑. Non l’ho ancora provata con i 475. Ti immagini che botto?» «Sta’ attento! ‑ brontolò Cayetano ‑. Non voglio fare casino. Manderebbe all’aria tutto.» «Non ti preoccupare, solo a vederla fa già il suo lavoro. Fa impressione, vero? Voglio vedere la faccia dello stronzo portiere.» «Parli troppo», mugugnò Cayetano Martinez grattandosi sotto il collare. L’uomo che rispondeva al nome di Ferret si avviò sorridendo verso la reception. Cuttle lo seguì a distanza. Cayetano li guardò allontanarsi. Provava un sentimento molto simile alla tenerezza nei loro confronti. Ferret, l’aveva raccattato in carcere offrendogli una testimonianza pulita, di quelle che ti restituiscono la verginità. Da allora l’uomo era sempre stato al suo fianco: piccolo, veloce ma sopratutto cattivo proprio come il “furetto” del suo soprannome. Cuttle, invece, era grande e grosso. Con l’espressione da bruto ritardato, otteneva rispetto senza muovere le mani. Fra i due era il meno pericoloso e di parecchio. Il soprannome di Cuttle, “Seppia”, gliel’aveva affibbia9


to Ferret perché, quando parlava, spesso sputava. La gente probabilmente pensava che il nome di Cuttle dipendesse dalle lunghe braccia scimmiesche o dal corpaccione informe. I due tornarono indietro quasi subito, distogliendo Cayetano dai pensieri. «Bungalow sessantotto», precisò Ferret. «Immagino che non abbiate avuto problemi», commentò Cayetano. «Nessuno - confermò Ferret con aria contrariata il portiere russava. Gli abbiamo assestato solo un colpetto perché continuasse a dormire. Probabilmente non ce n’era neanche bisogno.» Ferret era deluso e Cayetano sapeva perchè. Il piccoletto avrebbe voluto vedere un lampo di terrore negli occhi del portiere entrando a passamontagna calato e pistola in mano. Si solito a Cayetano piaceva entrare in azione tuttavia questa volta non vedeva l’ora di concludere. Il dolore lo stava distruggendo. Gli faceva male perfino respirare. L’uomo che stavano per punire avrebbe pagato anche per quello. Iniziarono a camminare, cercando di non fare rumore sulla ghiaia scricchiolante e controllando i numeri delle camere. Appena svoltato attorno all’edificio principale, Ferret si fermò e indietreggiò bruscamente. Il movimento improvviso ammaccò con la testa il naso di Cuttle che lo seguiva da vicino. Cuttle bestemmiò toccandosi il naso dolorante. Ferret soffocò una risata. 10


«Sta uscendo dalla camera», intimò sottovoce grugnendo per non ridere. Anche Cayetano aveva sentito l’impulso di ridere, non foss’altro che per sciogliere la tensione. Una fitta alle costole però lo bloccò e il dolore gli contrasse i lineamenti. Si affacciò a sua volta oltre l’edificio principale e constatò che lo stronzo era appena uscito dal bungalow. Elegante l’italiano: impermeabile e cappello. Peccato, ora si sarebbe stropicciato. L’italiano si avviò, borsa in mano, alle auto posteggiate davanti al bungalow. Un secondo ancora e, se fosse salito a bordo di una di quelle, estrarlo dall’abitacolo sarebbe stato un casino. Cayetano si chiese perché cazzo l’italiano non se ne restasse a dormire. Si era accorto di essere stato seguito? Qualunque fosse il motivo, ora non avrebbero avuto bisogno nemmeno di forzare la porta della camera. La fortuna era dalla loro parte. «Raggiungiamo quel bastardo e vediamo di non farlo gridare troppo», sussurrò. «Il primo colpo è mio!», esclamò Ferret mettendosi a correre seguito da Cuttle con il piede di porco in mano. Cayetano li vide schizzare in avanti e pensò con un misto di tenerezza e divertimento che sembravano dei ragazzini. Osservò il bastardo girarsi al rumore dei passi in corsa e vide per un attimo la lama del coltello luccicare e affondare sulla natica dell’uomo. Il bastardo, 11


tuttavia, aveva i riflessi pronti. Era ruotato di lato. Il coltello evidentemente non era riuscito a metterlo fuori combattimento. Cayetano si sarebbe aspettato un urlo di dolore. Invece, prima che Ferret riuscisse a sferrare un secondo colpo, l’uomo estrasse una pistola dalla giacca e fece fuoco. La fiammata riverberò sull’asfalto umido ma lo sparo non si udì. Ci fu solo un rumore attutito, come uno scoppio sordo mentre Ferret stramazzava a terra. Il silenzio aveva qualcosa di irreale. Cayetano sussultò, troppo stupito per badare al dolore alle costole. Digrignò i denti. Purtroppo Cuttle stava davanti al bersaglio. “Spostati!” pensò cercando una posizione che gli permettesse di inquadrare l’italiano e prenderlo di mira. Cuttle ondeggiò con l’intero corpo. Puntava la pistola senza sollevarla. Barcollava come ubriaco. Indeciso. Ma l’italiano non gli diede tempo di pensare. Cuttle fu abbattuto dal secondo proiettile e Cayetano fu libero di sparare. La sua nove millimetri rimbombò nel silenzio della sera come un colpo di cannone. L’italiano colpito dalla calibro 357 fu letteralmente spostato di peso e ricadde un passo più indietro. Cayetano, compatibilmente con la velocità che gli consentivano le costole rotte e il collo immobilizzato, si precipitò al corpo di Ferret. Si inginocchiò vicino a lui incurante delle luci che iniziavano a illuminare le finestre. 12


Il colpo gli aveva squarciato il petto. Una pozza nera si allargava sul giubbotto dei Saints. La grossa Widley gli era scivolata dalle dita e giaceva lì a fianco. Cayetano si alzò di scatto. L’urlo di dolore represso si mescolò alle fitte al torace. Un’ondata di rabbia cieca gli diede l’impulso di correre. Ma non poteva, i dolori gli tolsero il respiro. Si avvicinò al bastardo due metri più in là. Gli sferrò un calcio con tutta la forza, sul fianco. Una pedata tanto violenta da rovesciare il cadavere e, sotto la luce fredda del lampione, gli occhi di Cayetano restarono sbarrati. Fissavano i lineamenti di uno sconosciuto. Chi cazzo era quello? Lì a un passo dal bungalow del bastardo. Un errore nel numero della stanza. Gli occhi schizzarono sui numeri celesti dipinti sopra le porte. Saettarono un paio di volte per controllare. Un “68” si delineava chiaramente sotto il faretto della porta. Allungò la mano verso la Widley di Ferret. In quell’istante tuttavia un colpo esplose nella notte. Proveniva da un punto imprecisato alle sue spalle. Cayetano si voltò. Un altro colpo. La fiammata lampeggiò nel buio del parcheggio, all’altezza della reception. Cayetano strinse i denti per il dolore delle costole rotte e tenendosi basso si diresse verso un nucleo d’ombra fitta. Si rannicchiò dietro un’auto. Era quella cui lo sconosciuto in impermeabile si era diretto poco prima. 13


Un terzo colpo risuonò nel piazzale deserto. Più vicino questa volta e un rumore metallico rivelò che a essere colpita era stata la lamiera dell’auto. Cayetano puntò la nove millimetri in direzione della fiammata e fece fuoco. In quel momento esatto i fari di un’auto illuminarono il parcheggio. Il buio venne attraversato da una lama di luce e la sagoma di un uomo accucciato si delineò con chiarezza. Era chino in avanti e procedeva verso di lui. Cayetano sparò di nuovo. L’auto allora frenò bruscamente e si arrestò storta nel bel mezzo del piazzale. Ne uscì una donna. Il corpo aggraziato di una bruna si delineò contro le luci rossastre dell’insegna riflesse dall’asfalto bagnato. Una voce maschile, sconosciuta, gridò: «Vai via, allontanati!» Ma la bruna continuò a venire avanti, verso l’uomo e verso Cayetano. Poi parve ripensarci e si arrestò. Si guardò intorno. Si nascose dietro un’auto. Cayetano fece ricadere la mano che brandiva l’automatica. Appoggiò le spalle alla portiera dell’auto. Era stremato. Estrasse di tasca un pizzico di coca e si massaggiò le narici. Aveva avuto un colpo di genio. Uno dei suoi. Uno di quelli che lo avevano sempre tirato fuori dai guai. Si tirò in piedi. A fatica ma arretrò cercando l’ombra che costeggiava il bungalow. Cuttle e Ferret erano morti ma lui era solo ammaccato. Ce la poteva ancora fare. Si impose di non badare alle fitte e 14


in silenzio, con una corsetta, aggirò il bungalow e poi il corpo centrale della reception, fino a spuntare alle spalle della ragazza. Si avvicinò alla donna, la bocca della nove millimetri ben protesa in avanti. Spinse la canna sulla nuca della bruna mentre con l’altra mano rinserrò le labbra della ragazza. Era fatta. Se voleva salvare la ragazza, il tizio che sparava sarebbe stato costretto ad abbandonare l’arma. Cayetano non si era accorto di un individuo rimasto a lungo immobile, celato nell’ombra. Questi raccolse senza far rumore la pistola sfuggita di mano al cadavere in impermeabile e, aggirando la reception, gli si avvicinò, a sua volta, cautamente alle spalle.

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Roma, 15 dicembre 2010, ore undici del mattino.

L’uomo alto e distinto, vestito di grigio, suonò il campanello di un vecchio stabile poco distante da Piazza San Pietro. Uno spioncino si aprì e occhi sospettosi lo squadrarono. «Sono Ciro Della Croce - dichiarò con una certa altezzosità -, sono atteso da Monsignor Bentivoglio.» Il portone gli venne aperto. Un giovane prete in tonaca gli fece cenno di seguirlo. Salirono due rampe di scale e percorsero corridoi semibui fino ad arrivare a un salottino. Gli fu detto di attendere. Ciro Della Croce si guardò attorno. Nella stanza c’era solo un divanetto e, sopra, sulla parete, un quadro raffigurante un Gesù. Cristo aveva l’aria estatica e un cuore in mano. Pennellata sfumata effetto aerografo e velature. Forse era stato appeso per nascondere qualche screpolatura nella carta da parati. Quando finalmente un prete diverso dal precedente lo fece entrare nell’ufficio di monsignor Bentivoglio era già trascorsa mezz’ora. Il prelato restò seduto dietro una scrivania scura e lo salutò appena con un 17


gesto della mano. Non solo Monsignore aveva fatto aspettare Della Croce ma neppure sollevò lo sguardo. Della Croce sorrise. Presto le cose sarebbero cambiate. Sarebbero stati i Bentivoglio a far anticamera per pietire. «Siedi pure», disse il prelato con tono condiscendente. Si ostinava a dargli familiarmente del tu. Ciro Della Croce si sedette lentamente mentre la palpebra dell’occhio sinistro prese a battere frenetica. Riuscì a reprimere l’impulso di digrignare i denti ma la rabbia gli impedì di sorridere questa volta. Monsignor Fabrizio Bentivoglio aprì una cartella e iniziò a girare le carte spuntandole con una penna. Dallo zuccotto paonazzo uscivano alcune ciocche di capelli scuri. Eppure il prete doveva avere almeno dieci anni più di lui, rifletté Della Croce accarezzandosi la nuca brizzolata. I preti non avevano vite stressanti, di certo almeno non quanto la sua. Della Croce girò lo sguardo nell’ufficio. Non era cambiato per niente dall’ultima volta. La solita carta da parati con corone viola che sovrastavano piccole croci. La vetrinetta in ebano sormontata da un timpano alla cui sommità svettava una croce, le colonnine istoriate con i temi della Via Crucis. All’interno, i tomi rilegati in pelle con il “Chi Ro” dorato sui dorsi o con il trigramma di Cristo. Il calamaio con portapenne era una piccola acquasantiera riadattata. Ogni oggetto era “firmato”. Ciro sorrise tra sé pensando ai nomina sacra equiparati ai loghi Louis Vitton. La funzione di status simbol era la stessa. In quel caso rimarcavano la preminenza 18


dello status clericale. Poi lo sguardo di Della Croce intercettò lo sguardo di Dio. Dalla croce appesa alla parete, un Cristo, dall’espressione particolarmente addolorata, sembrava fissare impotente il fermacarte in bronzo sulla scrivania: un San Giovanni nell’atto di essere decapitato. Il povero santo inutilmente sembrava lanciare un grido per impetrare la pietà del Cielo. Una scena cruenta. Doveva esserci del gusto macabro nel tenersela davanti ogni giorno. In quell’istante Bentivoglio alzò lo sguardo su di lui e Della Croce sussultò. Istintivamente si mise in posizione di difesa. «Ho letto il tuo rapporto e sono rimasto deluso per due motivi ‑ disse il prelato ‑, gli scarsi risultati delle indagini e l’enorme richiesta di denaro. C’è inoltre il caso di suicidio di uno fra i sospettati. Come lo spieghi?» «Vede Monsignore ‑  provò a giustificarsi Della Croce ‑, talvolta la vergogna delle proprie azioni può spingere ad atti estremi.» «Hai lasciato filtrare qualcosa? Il poveretto si sentiva sospettato?» Della Croce allargò le braccia in segno di impotenza. «Sono sempre stato discreto. Chissà piuttosto quali paure costanti serpeggiano in personalità tanto contraddittorie!» Bentivoglio lo guardò poco convinto e tirò invece fuori dal cassetto della scrivania un foglio. «Qui vedo elencati oneri per circa centomila euro con la causale 19


“spese digitalizzazione”. Mi piacerebbe proprio sapere a cosa si riferiscono.» Della Croce aveva immaginato che, prima o poi, quel burocrate ecclesiastico sarebbe stato capace di rinfacciargli gli spiccioli. Come se il lavoro non fosse uno dei più schifosi e pericolosi. E quel prete pidocchioso aveva anche il coraggio di lamentarsi! In ogni caso non c’erano misteri. «Vede Monsignore, ho dovuto trovare uno strumento efficace per accreditarmi. Le persone con …quel vizio patologico… vivono di scambi di materiale fotografico. Non ho potuto realizzare un fotomontaggio artigianale. Sono circuiti in cui per una foto efficace si sborsano cifre da capogiro. Si può dire che non vi siano migliori esperti per giudicare se uno scatto sia autentico o sia un falso. Ho dovuto ricorrere a uno studio fotografico francese e a un laboratorio grafico molto avanzato», dichiarò distogliendo gli occhi castani da quelli cerulei del prelato. Monsignor Bentivoglio ricambiò lo sguardo senza abbassare le sopracciglia. «Ma centomila euro…» Della Croce notò l’espressione incredula. Era venuto il momento di sferrare il colpo risolutivo. «Se mi consente, adesso le mostrerò il materiale», disse e, estratta dalla tasca interna della giacca una busta, la depose sulla scrivania. Bentivoglio prese un lungo sospiro e tirò fuori una decina di rettangoli di carta lucida. Ritraevano Della Croce. L’uomo era ripreso di tre quarti, dalla vita in su. Il busto era nudo. Davanti c’erano viluppi di car20


ni tenere e rosate. Gli atteggiamenti erano tali da non lasciare dubbi. Il prelato fece scorrere una o due immagini poi le impilò nella busta e la richiuse. La riga delle labbra era piegata in basso alle estremità. Allungò una mano porgendo il plico. Della Croce scosse la testa: «No, le tenga per cortesia. Ho bisogno che qualcuno certifichi che si tratta di falsi realizzati a solo scopo investigativo. Anzi… - mormorò estraendo un foglio - Ho preparato una ricevuta protocollare.» La mano di Monsignore fece ondeggiare il campanello. Sulla superficie argentea barbagliò il cristogramma e brevi lampi di luce apparvero sull’anello di dignità. Effetto del prodigio, un prete alto e magro comparve su una piccola porta secondaria alle spalle del prelato. Il chierico si avvicinò alla scrivania. Della Croce restò per un istante abbagliato dagli inconfondibili capelli rossi. Era Tomas Connelly l’assistente. Senza neppure sollevare lo sguardo, Bentivoglio estrasse le fotografie e le fece scorrere velocemente tra le dita, orientandole a favore di Connelly. L’assistente curvò il corpo segaligno e protese lo sguardo.

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Si raddrizzò bruscamente, irrigidendosi. Le guance lentigginose impallidirono e gli occhi acquosi si sgranarono. Fissavano la parete di fronte. «Padre Connelly voglia prendere atto della consegna di questo materiale», mormorò Bentivoglio senza espressione e fece scivolare il foglio della ricevuta sulla superficie della scrivania in direzione del sottoposto. Gli occhi di Monsignore si spostarono su Ciro Della Croce e restarono fissi su di lui. Ciro capì alla prima. Si alzò, si schiarì la gola e accennò un inchino con la testa. Monsignore si sollevò in piedi accanto a Connelly e i due religiosi restarono a fissarlo mentre usciva, l’uno di fianco all’altro. Monsignor Bentivoglio distolse lo sguardo solo quando la porta si chiuse. Quel Della Croce non gli piaceva. Certo una persona che investiga nell’ombra frugando nel torbido non poteva avere un atteggiamento aperto e franco. Forse era inevitabile. Non c’era da sorprendersi che i modi fossero sfuggenti. Eppure Della Croce non era come gli altri agenti. Gli altri avevano mostrato scritto ben chiaramente in faccia la fatica del male: nelle rughe scavate, nella piega amara delle labbra. Della Croce no. Il viso era liscio, come di cera, perfetto, senza età. Guardava in basso e non sorrideva mai con gli occhi. Monsignore sbirciò Connelly. L’assistente stava armeggiando con un dipinto che rappresentava Santa Lucia con gli occhi in 22


mano. Spostato il quadro, fece ruotare la manopola della cassaforte. Non badava a Monsignore. Nemmeno il fido padre Tomas condivideva il suo scetticismo su Della Croce. Monsignor Federico Bentivoglio si lasciò andare sulla poltroncina. Piaceva a tutti Della Croce. Aveva dei veri propri mentori tra i porporati. Forse era per la parentela con la presidentessa della Fondazione Della Croce. Bentivoglio si chiuse il viso tra le mani. Nessuno gli toglieva dalla testa che le indagini fosse meglio affidarle a personale appartenente al clero. Come avveniva in passato. Erano questioni troppo delicate per lasciarle ad estranei. Le conseguenze potevano essere disastrose. Come gli accadeva spesso, lo sguardo si fermò sul filo della scure a pochi millimetri dalla nuca di San Giovanni. L’urlo del santo sembrava aver pietrificato il tempo. La lama, per quanto minacciosa, restava immobile senza recidergli il collo. La scure andava fermata, almanaccò Monsignore, poca importava quanto tortuose, oltre che infinite, potessero sembrare le vie del Signore. Della Croce, intanto, abbandonava il palazzo e si avviò pensieroso sotto il colonnato. Riandò ai modi aristocratici di Bentivoglio, al disgusto che gli manifestava ogni volta. In mesi di collaborazione il prete non gli aveva mai sfiorato la pelle per stringergli la mano. 23


Della Croce alzò la mano per richiamare un taxi. Sarebbe giunta l’ora della riscossa, prima o poi, era inevitabile, si disse, salendo sull’auto bianca ferma oltre il colonnato del Bernini. Spettava a lui la Presidenza della Fondazione quando fosse venuto il momento. Ciro Della Croce si passò la lingua sul labbro superiore. Gli occhi restarono fissi oltre il finestrino. Non osservarono i palazzi di viale della Conciliazione. Davanti, stavano srotolandosi le immagini della nuova vita: quella che avrebbe fatto da Presidente della Fondazione Della Croce. Basta coperture, basta con i travestimenti, le barbe finte e i camuffamenti vari; basta con i nomi falsi e soprattutto basta con l’abiezione e l’odore della paura, il sudore rancido di uomini che considerano se stessi indegni di vivere.

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Roma, 30 dicembre 2010, ore otto e trenta della sera.

L’uomo osservò la donna uscire dal palazzo e incamminarsi verso la fermata d’autobus. Era una signora di mezza età, piccola, con un cappello rosso a scodella. La luce di un lampione bastava a rivelare la carnagione e gli occhi assottigliati da filippina. L’uomo attese che l’autobus arrivasse. L’automezzo arancione si arrestò in uno stridore di freni e prelevò la donna. Poi ripartì nel lamento dei cambi di marcia e sparì oltre l’angolo portando con sé la domestica. Ora il campo era libero. L’uomo si avvicinò al palazzo e cercò un nome tra i pulsanti del citofono. Il suono era così insistente che Umberta Della Croce decise di andare ad aprire anche se il movimento le costava fatica e dolore. Prese il bastone che aveva a portata di mano e provò ad alzarsi. Il primo tentativo la fece ricadere a sedere con il cuore in tumulto. Al secondo, prese lo slancio e, appoggiandosi al bracciolo da una parte e al bastone dall’altra, riuscì con uno sforzo a levarsi in piedi. Lo sfinimento 25


e il dolore la lasciarono per qualche momento senza fiato. Poi si diresse lentamente verso il videocitofono. Lo specchio dalla cornice dorata nell’ingresso le rimandò l’immagine di una donna di mezza età in camicia da notte. Avrebbe dovuto morire anche lei nell’incidente in cui aveva perso la vita Augusto dieci giorni prima. Sarebbe stato tutto più semplice. Poi le venne in mente il volto di un ragazzo e pensò che doveva essere lei a fargli sapere la verità. Al videocitofono riconobbe il visitatore e spinse il pulsante. Attese in piedi sull’uscio. «Ti disturbo?», chiese l’uomo che saliva le scale quando la vide. «No, hai fatto bene a venire. Dobbiamo parlare. Ti avrei chiamato domani.» «Sono venuto a vedere come stai. Se hai bisogno di qualcosa. Ti trovo bene nel complesso», in realtà a vederla appoggiata al bastone sembrava molto più vecchia dei suoi cinquant’anni. «Come ti senti?», chiese l’uomo in tono sollecito. La donna fece un gesto con la mano che stava probabilmente a significare: come mi vedi. L’uomo inclinò automaticamente le sopracciglia in espressione compassionevole ma la donna stava fin troppo bene per i suoi gusti. Aveva più vite di un gatto. Umberta Della Croce, pur aiutandosi con il bastone, si dovette appoggiare pesantemente a lui per

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raggiungere la poltrona. Ma non si abbandonò sullo schienale. L’uomo le si sedette di fronte e notò che la postura della donna restava rigida. Forse erano i dolori a impedirle di rilassarsi. L’uomo accennò un sorriso ma la signora Della Croce non mosse le labbra. C’era qualcosa. Era distaccata. L’uomo accavallò le gambe: «Ti vedo adombrata, cosa ti preoccupa Umberta? La Della Croce iniziò a parlare. Ogni sillaba, una dopo l’altra sfumò sulle labbra di Umberta, colmò la distanza che li separava e scese nella coscienza gelata dell’uomo come azoto liquido. Dei progetti e dei traguardi su cui lui aveva fatto conto non rimase nulla. L’uomo restò ad ascoltare immobile, paralizzato dalla rabbia. «Sono esausta ‑ esalò la Della Croce alla fine ‑, ho bisogno di un caffè.» Il tono era di comando, come sempre, e, per riflesso automatico, l’uomo scattò in piedi. La cucina era una di quelle vecchie cucine. Niente pensili, un armadio a muro, una madia di almeno cent’anni ed il fornello Gasfire con le manopole in bachelite nera. L’uomo faticò non poco a trovare la giusta regolazione perché il fuoco non bruciasse il manico della caffettiera e non rischiasse di spegnersi. Andò all’armadio, prese una tazzina e un piattino del servizio Rosenthal, il preferito dalla signora Della Croce. Allestì un vassoio con centrino e su questo 27


appoggiò un piattino d’argento con un altro centrino più piccolo e infine piattino e tazzina di porcellana. In attesa del caffé, raggiunse la zona notte in punta di piedi. Il letto di Umberta Della Croce era uno di quei catafalchi ottocenteschi affiancati da comodini alti e stretti. Dovette cercare altrove. Individuò il necessario sopra il comò. Una salvietta di lino proteggeva il legno intarsiato da una lunga fila di flaconi, siringhe, attrezzature per praticare fleboclisi. Povera Umberta, sorrise tra sé. Poi lo sguardo passò in rassegna le scatole dei medicinali e ne scelse una. Tornato in cucina colò il liquido fumante e cremoso. Posò accanto alla tazzina anche un piccolissimo bricco porta latte e una zuccheriera. Aveva lasciato acceso il fornello. Si avvicinò veloce e ci soffiò sopra. Poi agguantò la presina e ripulì accuratamente la manopola. Già che aveva in mano il tessuto, fece ruotare un altro paio di rubinetti in bachelite. Un sorriso soddisfatto gli si dipinse in volto. Massì, bisognava festeggiare, e diede un sorso alla tazza colma di caffé. Non male. Sbriciolò alcune compresse nel caffé e portò il vassoio in soggiorno. L’appoggiò su un tavolino davanti alla donna. Lei bevve a piccoli sorsi poi riprese il suo parlare offeso. «Come hai potuto?», ripeté. Ma lo fece sempre più flebilmente e nel giro di dieci minuti si assopì.

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L’uomo la sollevò tra le braccia e la portò a letto. Le rimboccò le coperte. Tornò in soggiorno, recuperò il bastone e portò in camera anche quello. Infine chiuse le luci e abbandonò la stanza. Le porte erano aperte. L’odore cominciava a diffondersi. Silenzioso e indisturbato. L’uomo imboccò le scale. Questa volta nessun’auto imprevista lo avrebbe costretto a frenare e a mancare il bersaglio. Quando aveva puntato il furgone lo aveva fatto per uccidere. Esattamente dieci giorni prima, davanti al Teatro Argentina. Diritto verso le due figure che attraversavano di fronte al teatro. L’oscurità e un pelo di foschia avevano reso credibile la svista di un pirata della strada. Aveva accelerato, gli occhi fissi ai coniugi Della Croce. Poi, la Chrysler parcheggiata che si metteva in movimento. La sterzata per evitarla e l’impatto solo parziale con l’obbiettivo. Le ruote avevano sobbalzato su qualcosa di duro, il povero Augusto Della Croce. L’altro corpo, simile a un fantoccio, era volato di lato, Umberta. L’aveva solo ammaccata e ora lei era ancora in grado di sputare veleno. Ma non per molto. Ora non più. Era finita. L’uomo fissò lo specchio retrovisore. Nella notte, il palazzo illuminato di Umberta Della croce si confuse con gli altri fino a sparire.

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New Orleans, 1 gennaio 2011, ore quattro del pomeriggio.

Pike MacFarlane, tenente della sezione Omicidi del “NOPD” ovvero della polizia di New Orleans, fissò perplesso il fascicolo. La strage era avvenuta al motel Bay, sulla Airlane Drive, zona dell’aeroporto internazionale Armstrong. Gli agenti del Secondo Distretto accorsi per primi sulla scena, avevano concluso che vittima e assalitori si erano uccisi a vicenda. Il tenente MacFarlane alzò gli occhi dalla pratica e studiò gli agenti al di là del vetro. Aveva fatto richiesta di nuovo personale e gli erano stati affibbiati un mese prima due novellini e una detective di secondo grado della Buoncostume. Detestava le investigatrici della Buoncostume. Erano tutte sventole, venivano selezionate in base all’aspetto perché all’occorrenza potessero fungere da esche. Jubilee Bowman non faceva eccezione. Gambe chilometriche e capelli ricci rossi. Un elemento di disturbo in quell’ufficio. Era arrivata da un mese e ancora la sezione omicidi stentava a ritrovare pace. «Che te ne pare di Bowman?», chiese MacFarlane al sergente Washington Brown seduto in silenzio di 31


fronte a lui. «Non parlo naturalmente dal punto di vista fisico.» Un lampo vivace attraversò lo sguardo dell’afroamericano. Ma MacFarlan aggrottò le sopracciglia e il sorriso si spense immediatamente. Brown era un metro e novanta centimetri, quarantenne e tutto muscoli. Curava la forma fisica e non era un mistero che l’altro sesso fosse il suo chiodo fisso. «A me sembra ok ‑ disse in tono cauto ‑. È giovane, è vero, ma è determinata e mette impegno in quello che fa...» «Troppo bella per essere affidabile ‑ disse MacFarlane tra i denti ‑. Mi distrae gli uomini.» «Tra un paio di mesi si saranno abituati.» «Mmm», mugugnò MacFarlane. «Affido l’indagine a Bowman così me la levo dai piedi per qualche giorno.» L’ufficio aveva bisogno di ossigeno. Posò il dito sull’interfono e sollevò un sopracciglio in direzione di Brown. Il sergente capì al volo, ricambiò lo sguardo e uscì. Quando la porta dell’ufficio si fu richiusa, il tenente MacFarlane sollevò il ricevitore. «Vieni da me per favore.» La vide in lontananza inabissarsi curiosamente sotto la scrivania. Il detective Bowman recuperò velocemente le scarpe sotto il tavolo. Nel passato alla Buoncostume aveva camminato così tanto sui marciapiedi con 32


tacchi vertiginosi che ora qualsiasi tipo di calzatura era un supplizio. Mentre si chinava per individuare la scarpa sinistra, la mente frullava sulla chiamata di MacFarlane. Si sollevò e sbirciò oltre il cubicolo. L’alta e magrissima corporatura di Pike MacFarlane era incurvata sopra la scrivania coperta di scartoffie. Era il più giovane capo sezione del NOPD e anche il tenente più giovane. Ma in quel momento non lo dimostrava. Sembrava avere almeno dieci anni di più. Bowman, afferrò due ciambelle dalla scatola del sergente Brown. Una per sé e una per MacFarlane. Prese anche due tovagliolini di carta. Era difficile vedere preoccupato il Tenente, aveva al suo attivo un invidiabile record di casi risolti. Inoltre atterrava sempre sul morbido. Aveva sposato niente meno che il vice procuratore distrettuale: Cara Potter, piccoletta e in carne, soprannominata “mastino”. La potente consorte alimentava la naturale riservatezza di MacFarlane. I colleghi lo stimavano ma non lo amavano. Non si mescolava mai ai suoi uomini, non rideva dei loro scherzi e non beveva con loro a fine giornata. Per motivi incomprensibili ai più, solo il sergente Brown era entrato in una certa intimità con MacFarlane. «Siedi», le ordinò appena entrata e le indicò la sedia di fronte alla scrivania. Bowman, gli porse la ciambella e si accomodò incrociando le gambe lunghe. Lo fissò con sguardo interrogativo. «Qua ci vuole del caffé», farfugliò MacFarlane burberamente e fece un cenno a qualcuno oltre il vetro. 33


Bowman si voltò. Brown stava annuendo con la testa e formando l’ok con pollice e indice. L’enorme sergente nero agguantò la caraffa del caffé e due bicchieri di polistirolo. «Chi ha fregato le mie ciambelle?», chiese entrando. Sul viso un sorriso a ottanta denti. Bowman si limitò ad alzare l’indice. «Ma le donne non stanno a dieta?», chiese Brown strizzandole l’occhio. «Brown, grazie del caffè», ringhiò MacFarlane. Il sergente nascose il sorriso e sparì oltre la porta. «Ho qui il fascicolo della sparatoria sulla Ailane Drive, te lo affido», disse MacFarlane e saltò i preamboli. «Leggilo e quando hai finito torna qua che ne discutiamo.» La vide dirigersi alla propria scrivania, sedersi senza perdere tempo e immergersi nella lettura. Notò con soddisfazione che liquidava velocemente due colleghi che si erano avvicinati. La prima cosa che il detective di secondo grado Jubilee Bowman guardò, aprendo il fascicolo dell’indagine, furono le fotografie. Ce n’erano circa una dozzina, scattate quando l’alba era ancora scura, alla luce dei riflettori. Si vedevano in primo piano tre corpi stesi a terra a poca distanza l’uno dall’altro. L’ultimo cadavere si intuiva ad una trentina di metri di distanza dietro l’angolo dell’edificio centrale. Dietro il nastro che delimitava la scena si accalcavano una ventina di persone. Probabilmente erano i clienti del 34


motel. Bowman levò dal cassetto una lente di ingrandimento per vederli meglio. Sembravano tutti piuttosto anziani. Poi Bowman passò al rapporto. Secondo la ricostruzione fatta dagli agenti del Secondo distretto, tre uomini ne avevano assalito un quarto. Questi, fornito di automatica Colt calibro 38 munita di silenziatore, si era difeso sparando e doveva avere un’ottima mira, dato che li aveva uccisi tutti e tre. Era rimasto tuttavia a sua volta colpito. Una foto mostrava impietosamente la larga ferita sul torace del morto. Un’altra, scattata sul corpo prono, evidenziava lo squarcio alla natica prodotto da un colpo di coltello. Il bersaglio si chiamava Henry Bolton, impiegato amministrativo, sagrestano. Alla parola sagrestano Bowman sgranò gli occhi e si avvicinò alla pagina. Dovette rileggere due volte. Il dossier spiegava che l’uomo si occupava della manutenzione della Mary Help of Christians Church a Dallas, il tempio cattolico più importante del Texas. Quelli del Secondo erano stati molto precisi a riguardo. Evidentemente anche a loro doveva essere parso strano. Bowman continuò la lettura. A uccidere il sacrestano era stato un proiettile partito da una pistola calibro 45, non munita di silenziatore, che aveva fatto un bel botto, nella quiete della notte. L’arma era stata trovata tra le mani di uno degli uomini a terra, nientemeno che Cayetano Martinez. Jubilee ne studiò l’immagine. Il corpo mostrava un collare di sostegno alle vertebre cervicali, forato da un proiettile all’altezza della gola. Il soggetto era una 35


vecchia conoscenza della Buoncostume. Un metro e novanta, ottantacinque chili circa di peso, lineamenti portoricani. Un bell’uomo. Le battute sul suo conto si erano sprecate tra colleghe. Jubilee Bowman riprese in mano il dossier. Gli altri due assalitori erano rispettivamente Samuel Levine, detto “Ferret”, e David Wilebski, detto “Cuttle”, una specie di bruto con lunghe braccia scimmiesche. Secondo il rapporto, sia Martinez sia gli altri due assalitori, avevano precedenti penali per vandalismo, rapina, porto d’armi abusivo e sfruttamento della prostituzione. Bowman batté il retro della penna a biro sul piano della scrivania. L’eiettore della punta scattò più volte con rumore simile al tic tac di un timer. Il cellulare del sacrestano non era stato trovato. L’uomo non lo portava addosso e nemmeno era stato rinvenuto vicino al corpo. Sempre più strano. Tornò alla faccenda della pistola. Dai primi accertamenti risultava che Cayetano Martinez, il pregiudicato dalla faccia d’angelo, aveva sparato a Bolton, l’uomo di Dio, ed era stato a sua volta colpito da una pallottola partita dalla pistola di quest’ultimo, una 38 con silenziatore. C’era qualcosa che non tornava. Bowman mosse lo sguardo dal dossier alle fotografie e viceversa. Lo fece per parecchie volte e alla fine si arrese. Le immagini mostravano il collare di Cayetano forato dal proiettile in corrispondenza della gola, ma il dossier diceva che il Martinez era stato colpito alla nuca. E da distanza ravvicinata. 36


Le panoramiche inoltre mostravano che faccia d’angelo giaceva a trenta metri da Bolton e che tra i due corpi si ergeva l’edificio centrale del motel. La dinamica non poteva essere quella ricostruita dagli agenti del Secondo distretto. Bowman spiò all’intorno per individuare la gigantesca figura del sergente Brown e si sporse dal cubicolo. Rubò una ciambella dal cassetto dietro di lei. La nascose nella borsa e andò a versarsi un’altra tazza di caffé. Tornata alla scrivania mentre inzuppava la ciambella fece lavorare le meningi. Il colpo a bruciapelo alla nuca non avrebbe consentito a Martinez di allontanarsi da Bolton dopo essere stato colpito. Le cose non potevano essere andate così. Affondò i denti nella ciambella. C’era la possibilità che fosse stato Bolton ad allontanarsi dopo lo sparo ma questa ipotesi presentava due problemi. In primo luogo il sacrestano non aveva portato con sé la pistola dopo aver sparato. In secondo luogo non erano state rinvenute tracce di sangue lungo il percorso tra il corpo di Cayetano Martinez e quello del sacrestano. Quella storia faceva acqua da tutte le parti. Bowman mollò la ciambella nel bicchiere di carta e scartabellò il dossier all’indietro. Ma chi l’aveva detto che a sparare fosse stato Bolton e che la pistola fosse sua? Lesse avidamente. La pistola con silenziatore aveva la matricola abrasa. Non erano state rilevate impronte. Bowman battè un pugno sulla scrivania facendo ondeggiare il caffé pericolosamente. Non c’erano prove che la 38 fosse di Bolton! Stava per esultare quando lesse il referto del guanto di paraffina: Bolton aveva 37


sparato e la polvere trovata sui suoi guanti corrispondeva a quella trovata sulla 38 con silenziatore. Quell’arma da killer era stata usata dal sacrestano e ciò appariva contro ogni logica. Cayetano e compagni potevano essere stati attirati in una trappola. Ma che a organizzarla fosse stato un uomo di chiesa a migliaia di chilometri da casa propria appariva improbabile. Improbabile, ma poteva anche essere. Una persona che volesse solo difendersi difficilmente avrebbe avuto il silenziatore innestato. Un ben strano tipo di killer. Jubilee rimpianse di non aver potuto fare un sopralluogo a scena calda. Quelli del Secondo si erano decisi a chiamare solo dopo diverse ore. La sezione omicidi era stata scomodata dopo la scoperta che Bolton era un pilastro della comunità cattolica di Dallas. Dopo un’ora circa il tenente MacFerlane sentì bussare alla porta dell’ufficio. Al suo “avanti!”, Bowman comparve con il fascicolo in mano. «Di già?», le chiese burbero. Jubilee prese un attimo di tempo per riordinare le idee. «Non torna. Le cose non possono essere andate come dicono quelli del Secondo.» «E come sarebbe andata?» MacFarlane nascose il viso dietro la mano con cui si massaggiava la fronte. «Due dei malviventi dovrebbero aver assalito, rispettivamente con un coltello e un piede di porco, il sagrestano. Questi avrebbe reagito sparando a loro 38


e al terzo assalitore. Il terzo assalitore, a sua volta, ha colpito il sacrestano con la propria 357. Ma, mi chiedo, allora com’è che la pistola del sacrestano si trovava vicino al corpo di Cayetano Martinez? E poi non c’erano tracce di sangue lungo il percorso tra Cayetano e il sacrestano! Bolton sanguinava parecchio avrebbe dovuto lasciarne.» MacFarlane tolse la mano e sollevò il viso lentamente. La bocca era semi aperta e le sopracciglia inarcate. Tutto ciò che uscì dalle sue labbra fu: «Chi è Cayetano?» «Cayetano Martinez, uno sfruttatore… ‑  Bowman fece un gesto con la mano come per dire “vecchie storie” poi si ricompose ‑, uno degli assalitori del motel.» «E Bolton?» «Harry Bolton è appunto il sacrestano di Dallas, l’assalito.» «Mmm ‑ annuì MacFarlane ‑. Beh, dicevi?» Bowman prese carta e penna. Gli mostrò con uno schizzo come i corpi a terra dei due uomini fossero stati rinvenuti in posizioni lontane e ostacolate dal corpo principale del Motel. L’arma del sacrestano trovata a fianco dello sfruttatore, il colpo alla nuca e l’assenza di tracce di sangue sull’asfalto lungo il percorso tra i due corpi. «E poi ci sono i bossoli di una terza pistola che non corrisponde a nessuna di quelle trovate sulla scena. È stato un proiettile di questa pi-

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stola fantasma ad aver colpito Martinez in modo non letale.» «Ebbene?», chiese MacFarlane alla fine sbattendo le palpebre. «Ebbene c’è di mezzo un quinto uomo», scandì Bowman. Il Tenente si rilassò sullo schienale. Fissava Bowman in silenzio. La detective ricambiò lo sguardo impettita. MacFarlane si masticava il labbro superiore e intanto faceva ruotare la penna a biro tra le dita. Se non altro era riuscita a fargli considerare la cosa. Attese in silenzio. Alla fine MacFarlane socchiuse gli occhi. «Potresti aver ragione Bowman.» «Se posso aggiungere un’altra cosa, direi che gli assalitori sono stati attirati in una trappola. Perché altrimenti il sagrestano avrebbe avuto il silenziatore già inserito sulla pistola?» Il tenente MacFarlane increspò la fronte. «Cerchiamo di capire chi delle vittime può avere collegamenti col sagrestano…» «Sarebbe utile il cellulare ma, guarda caso, il telefono dell’uomo di Dallas non si trova. È un’ulteriore conferma. Potrebbe averlo preso il quinto uomo proprio per non lasciare indizi.» «Certo che un sacrestano! Come possiamo pensare che un uomo così se ne vada in giro con una pistola silenziata a tendere trappole a una banda di sfruttatori a migliaia di chilometri dalla propria città 40


e per di più in associazione con un altro misterioso individuo. Un quinto uomo che spara con la propria pistola ma non uccide con quella. Per farlo usa invece l’arma di uno degli uomini rimasti a terra. E che per giunta sottrae il cellulare del socio per non lasciare tracce. Un killer di professione! Dovrebbe trattarsi di un affare su vasta scala. Bisogna andarci piano Bowman senza saltare subito alle conclusioni, intendo.» Bowman strinse le labbra ma poi non resistette: «Il sacrestano è pulito, mai una multa per sosta vietata. Troppo pulito ‑ aggiunse sgranando gli occhi ‑, se si esclude una vecchia storia di molestie che poi fu ritirata. La ragazzina aveva mentito. Roba di trent’anni fa.» Il Tenente si grattò con l’indice il collo sotto la camicia. Bowman aveva notato che era un gesto che faceva quando era in difficoltà. «Adesso la fedina penale pulita diventa un elemento sospetto…», brlontolò MacFerlane. «Vediamo di restare con i piedi per terra – concluse ‑. Cominciamo a indagare su questo Cayetano Martinez. Vediamo se stava lavorando a qualcosa di grosso. Di solito dietro le sparatorie tra malavitosi di Stati diversi c’è il traffico… » Bowman annuì. Ci aveva pensato. «Spero di riuscire a trovare qualcuno, fra le decine di nominativi inseriti nella rubrica del cellulare di Cayetano. Qualcuno che possa conoscere il motivo per cui lui e la sua banda erano andati al motel. Risulta che poco prima Cayetano si era fatto medicare per i postumi 41


di una rissa. Così risulta del referto dell’ospedale. Almeno così lui ha giustificato le lesioni al momento del ricovero.»

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gospel