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Fanny Goldrose

Cuore di Strega

2014


Colophon

ISBN 9788890938498 1° edizione 5 Aprile 2014

Òphiere Copyright © 2014 Mamma Editori Casa Bonaparte 43024 Neviano degli Arduini  –  Parma telefono 0521.84.63.25 mamma@mammaeditori.it www.mammaeditori.it

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Immagine di copertina di Valda FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI APRILE 2014 PRESSO MAMMA EDITORI


Dedica

A Francesco, Simona e Christian I grandi amori della mia vita Alle mie compagne di viaggio: Folgorata, Alices, Gaiottina, Mandar e Sophie le migliori su tutti i fronti A Mariella Guerciotti e Francesca Ragosta che riescono sempre a farmi sorridere


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Le stelle ci sono comunque. Riempiono il cielo anche di giorno, quando non le puoi vedere perché la luce è troppo forte. Bruciano, nascoste dietro le intemperie e vivono non importa che sia sereno o che una coltre di nuvole le copra. Papà diceva che un bel modo di vivere è sentirsi stelle perché nessuno può impedirci di continuare a occupare la nostra parte di firmamento. È difficile però in mattine come questa seguire il suo consiglio, quando speri che la notte abbia operato il miracolo e invece ti rendi conto che tutto è rimasto uguale e che gli imbecilli - anche fra le mura dell’Edwin&Mary College di Little Lyndon, Vermont - non mancano mai. Proseguii veloce lungo il corridoio che portava all’aula di storia moderna al terzo piano, cercando di seminare gli attaccabrighe di turno. I quattro idioti erano dell’ultimo anno. Mi avevano avvistata non appena avevo lasciato il chiostro innevato e varcato l’atrio del pian terreno. Le risatine e le battute sottovoce erano partite quasi all’istante. Qualche parola ero anche riuscita a distinguerla: “Gli occhi, li hai visti?”. Era sempre la medesima storia. Anche i commenti iniziavano a farsi ripetitivi. Feci appena 7


in tempo a dribblare un paio di studenti, infilarmi nell’aula di storia moderna e chiuder loro l’uscio in faccia che la porta si riaprì subito rivelando la figura minuta di Lora e l’eco delle ultime parole dei quattro simpaticoni rimasti lì fuori. «Quella è matta» faceva uno. E l’altro: «Peggio: è una strega!» Li udii ridere. Lora guardò indietro per vedere chi avesse parlato e poi corse da me: «Ciao Spilla! Lasciali perdere, sono solo dei cretini!» Le sorrisi, ma prima che la porta si richiudesse per la seconda volta, Quessla l’arpia - per mia sfortuna anche compagna di corso - scivolò all’interno e si avvicinò viscida e velenosa come un serpente a sonagli. «Ehi Lora! - disse alla mia amica circondandole la vita con un braccio - Non dimenticare mi raccomando. Ci vediamo domani sulla scala alle sette, prima delle lezioni» disse ignorandomi. Nemmeno una smorfia o una delle sue malignità soffiate tra i denti. Avrei gridato al miracolo ma trattandosi di Quessla sapevo che, se non aveva infierito, doveva avere un buon motivo e stava certamente macchinando qualcosa. Osservai Lorelay Quisseland, detta appunto Quessla, allontanarsi a passi brevi verso il lato opposto dell’aula facendo rimbalzare i capelli scuri a 8


caschetto con le punte in su e ondeggiare i fianchi come se camminasse perennemente sopra una passerella. Teneva il mento sollevato giocherellando con la collana di perle e non c’era da stupirsi di tutte quelle arie. In fondo era l’ultima dei Quisseland, fondatori nonché benefattori del College. A vederla da lontano, sembrava il ritratto di sua madre affisso nell’Aula Magna. Lora mi sorrise. Non ricambiai. Tirai qualche occhiata intorno per controllare che non vi fossero orecchi indiscreti e la trascinai nell’ultima fila di scranni obbligandola in modo poco gentile a sedersi. «Cosa devi fare domani alle sette con quella?» Lei non rispose e abbassò lo sguardo, evidentemente imbarazzata. «Allora?», la incalzai. «Ma niente! Non preoccuparti e poi… Non posso parlarne.» Spalancai la bocca esterrefatta. Era la mia unica amica e io la sua da quando ero arrivata al college oltre a essere la mia compagna di stanza. Non mi aveva mai nascosto nulla. Ci confidavamo ogni cosa e come me aveva sempre disprezzato Quessla e la sua cricca. Ora irrequieta diede un’occhiata intorno. Era preoccupata che qualcuno la sentisse, ma non riuscì a resistere. «Ok, ma non ti far scappare niente con nessuno, però.» 9


La guardai come se fosse ammattita. «Ti risulta che io parli con qualcun altro in questa scuola oltre che con te?» Lei assentì accennando un sorriso, ma subito dopo tornò seria. «Non posso mostrartelo, Spilla, ma mi è comparsa una specie di voglia sulla nuca conformata ad asso di cuori, come sulle carte da gioco, capisci?» Corrugai le sopracciglia spostando lo sguardo sulla nuca di Lora. Lei istintivamente si coprì con il palmo della mano. «Beh! E allora? Perché non posso vederla?» «Non posso mostrarla a nessuno» disse deviando lo sguardo su un gruppetto di studenti vicino a noi. Ho chiesto a Susan, l’amica di Quessla, se ne conosceva il significato… E lei mi ha detto che è una cosa strana e di non dirlo a nessuno.» «Bene e quindi?» «Beh! Lei dice che ci vuole un consulto.» Mi immobilizzai fissandola come se avessi davanti uno zombie. «Cioè, in pratica mi stai dicendo che vuoi farti leggere le carte da quelle fissate?» Lanciò un’occhiata preoccupata verso Quessla e le amiche ma io le presi il mento fra le dita costringendola a guardarmi: «Lora, non scherzare. Fammi vedere questa macchia.» 10


Lei si alzò di scatto dal posto evidentemente a disagio. «Ti ho già detto che non posso parlarne!» «Magari è un finto tatoo o un timbro e non ti sei accorta quando te l’hanno fatto…» Lei raccolse i libri, aveva il fiato corto. «Mi sono ricordata che devo fare una cosa, ci vediamo dopo in mensa» balbettò uscendo in fretta. «Ehi! Lora, la lezione …» le gridai dietro ma lei chinò la testa e scomparve oltre la porta. Trascorsi il resto della lezione di storia moderna e di quelle successive a riflettere, senza riuscire a trovare una spiegazione logica a quanto accadeva. Non incrociai più né Lora né il club “ammiratrici di Quessla” per il resto della mattina, il che mi mise ancora più in ansia visto che frequentavamo gli stessi corsi. Speravo che Lora cioè Mariana Lois, ultima erede del patrimonio del Ketchup Lois, non si trovasse con loro. Avevo sentito con chiarezza darle appuntamento per la mattina successiva quindi per il momento Lora era al sicuro e magari riuscivo a farle cambiare idea pensai rincontrandola in mensa all’ora di pranzo. Lora era seduta di spalle, in un angolo del lungo tavolo vicino al banco selfservice. Mi avvicinai per sedermi ma sentendomi osservata voltai lo sguardo a sinistra in direzione di Quessla e la vidi con le amiche prese a sbirciarmi sghignazzando e a lanciare occhiate ai rispettivi cellulari. 11


Cercai di non badarci ma la rabbia mi riempì come il fiotto di caffè versato nel bicchiere di cartone che stringevo in mano. Possibile che non riuscissero a restare concentrate sugli affari loro almeno a pranzo? La voce di Lora mi fece sollevare lo sguardo dal vassoio che stavo posando sul tavolo: «Spilla, mi sa che quelle stanno architettando qualcosa.» Le osservai di nuovo, questa volta voltandomi spudoratamente. Quessla se ne accorse e mi pugnalò con le pupille ridotte a punte d’ago nelle iridi giallastre; le palpebre leggermente abbassate non avevano espressione. Non avevo mai visto tanta cattiveria negli occhi di una persona, in vita mia. «Lora, ma tu non ti affiderai a quelle?» domandai incredula. Ma non potemmo commentare. Quessla si era alzata e stava avvicinandosi. Mi passò accanto con i lineamenti immobili di una bambola e mi sussurrò: «Attenta a te, strega!» Poi proseguì uscendo dalla mensa mentre Susan con un colpo alla mano mi fece ribaltare il bicchiere di caffè che mi si rovesciò addosso. Scattai indietro con la sedia alzandomi al tempo stesso nella speranza che gran parte del liquido gocciolasse sul pavimento invece che trapassare i vestiti e correre su di me in rivoli bollenti. 12


Nel recedere avevo urtato Susan la cui reazione non si fece attendere: «Ehi maleducata, stai attenta!» Mi girai con occhi umidi a causa del bruciore provocato dal caffè sulla pelle e le afferrai a due mani i lembi del colletto di seta. Ero decisa a darle una scrollata e a scaraventare lontano da me quella sua faccia slavata dagli occhi che improvvisamente, toh, mi fissavano sbarrati ma mi fermai un attimo prima che dalle labbra a cuore di Susan uscisse un grido. Ansimando con le mani ancora artigliate a quel tessuto elegante rimisi in moto il cervello. Rischiavo l’espulsione se le davo ciò che meritava e soprattutto avrei gettato alle ortiche la generosità altrui che mi aveva permesso di studiare. I signorini che non sopportavano la presenza nel college di una pezzente come me l’avrebbero avuta vinta se venivo cacciata. Dopotutto era ciò che volevano. Le mani avevano liberato la presa e si erano riabbassate senza che nemmeno me ne accorgessi. Mi limitai a osservare Susan che arretrava frettolosamente e poi si girava e con passo pesante inseguiva il codazzo delle amiche all’esterno mentre io cercavo lo sguardo di Lora. La trovai terrea e ansante come se avesse appena ricominciato a respirare. «Che coraggio hai, Spilla. Non hai paura di niente tu.»

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«Sì, invece. Devo controllarmi se non voglio essere sbattuta fuori, non dimenticare di chi è figlia Quessla.» Mezz’ora dopo ero china sulla pagina del mio “scrap” in camera nei dormitori. Cercavo di fare aderire un rametto secco di euphrasia. Lo osservai. Aveva perso un po’ di colore, ma il bianco era ancora bianco e la macchia gialla impressa sui petali, ancora vivida quasi come quando l’avevo colta. Due punti di colla a caldo erano bastati per permetterle di entrare ufficialmente nel mio prezioso scrigno dei ricordi. Ammirai il lavoro mentre fuori il freddo aggrediva i vetri chiusi, appannandoli. La neve era scesa copiosa su Little Lyndon, nonostante fosse soltanto ottobre. Il Vermont era insopportabilmente rigido per una ragazza del Kansas. Applicai la lastrina di plexiglas sul fiore e voltando con cura la pagina sentii rinascere un sorriso. Chissà cosa avrebbero detto di me quelli che mi davano “della strega” se mi avessero vista armeggiare con quelle cose strane. Avrebbero detto che per Halloween non avevo necessità di travestirmi! La gran parte delle ragazze in quei giorni non pensava ad altro che a scegliere l’abito da indossare per la festa dei mostri che - con ironia inconsapevole all’Edwin&Mary usavano celebrare senza mascheramenti ma con una normale serata disco che avrebbe reso inappropriato il mio look naturalmente horror. 14


E poi chi mai avrebbe notato gli sforzi di civilizzare il mio aspetto? Lora? Lora non badava a queste cose. Semplice, minuta e carina era totalmente indifferente al lato estetico, l’unica cosa che la animava davvero era la viscerale passione per i gatti che tentava di adottare e di cui costellava la nostra stanza: fotografie, peluches, abiti con fantasie piene di felini di ogni razza e colore. Scossi la testa e mi vidi bardata a festa come una delle principessine dell’Edwin&Mary. All’istante mi passò veloce davanti agli occhi una carrellata dei bellocci a cui le “rampolle di sangue reale” tentavano di piacere. Troppo palestrati, troppo presuntosi, troppo preoccupati delle apparenze. Troppo lontani dalla mia idea di ragazzo ideale. Non pretendevo nessun superlativo assoluto infilato in una divisa della squadra di football così sfogliai a ritroso le pagine del mio scrap e lo incontrai: ecco il mio ragazzo ideale. Passai un dito sulla sagoma che avevo disegnato e riempito con ciò che lui avrebbe dovuto avere: la leggerezza di una farfalla, la dolcezza di una caramella al lampone e un animo forte nascosto dietro una corteccia ruvida ma profumata. Peccato che fossi anche convinta che uno così non lo avrei mai incontrato. Sarebbe rimasto sempre una farfalla esanime, una carta di caramella e un pezzo di corteccia rubata da un albero nel grande parco del college, appiccicati su una pagina di cartone pressato e ricoperto. 15


Accarezzai la pagina. E poi, se anche fosse esistito uno così, per quale motivo avrebbe dovuto posare lo sguardo su una con un occhio viola scuro e uno verde tanto chiaro da sembrare al confronto dell’altro iridescente e cieco? Una che tutti prendevano in giro con battute e cattiverie? Spilla la strega, Spilla la iettatrice, Spilla che conquista una A in un compito in classe solo perché il professore ha paura di beccarsi il malocchio. Mi massaggiai lo stomaco per reprimere l’inizio di un crampo doloroso. «Fortuna che ci sei tu!» Strinsi al petto il libro dei sogni e lo stavo ancora stringendo con affetto quale custode di tutto l’universo incollato con cura tra una pagina e l’altra quando il cellulare prese a trillare. «Eccomi, Lora» risposi. «Ehi Spilla, tutto bene?» «Sì, tutto a posto.» «Dai Spilla, non prendertela. Sai come sono fatte.» Esatto, lo sapevo. Da quando ero approdata in quel college scelto dalla VWKC, l’associazione caritatevole vittime sul lavoro del Kansas, non riuscivo a capacitarmi di come potessero esistere persone tanto cattive. A volte però, come quella mattina, arrivavano a livelli davvero pesanti. Sospirai. «Sì, lo so Lora come sono fatte ma ammettilo: hanno passato il segno.» 16


«Ok, e allora arrabbiati sul serio, no? Digliene quattro sul muso…» «Non ne vale la pena. E poi arrabbiarmi su che cosa? Se non riesco nemmeno a capire perché mi trovino così… così… sbagliata.» Picchiai un pugno sulla scrivania cercando di controllare il tono della voce. «Cos’è? È per gli occhi di colore diverso? O per Quessla e le sue amichette ho i capelli troppo corti, o troppo lisci o forse le mie sopracciglia hanno una tonalità di biondo fuori moda?» «Spilla, non so. Forse gli abiti neri…» ansimò Lora. Stava camminando mentre mi parlava. Forse stava dirigendosi alla biblioteca del campus. Terminammo la conversazione telefonica e tornai al mio scrap cercando di rallentare il battito cardiaco. Mi riusciva impossibile capire come di punto in bianco Lora si fosse fatta coinvolgere da Quessla e dal suo circolo di canasta. Io non avevo mai accettato di prendere parte alle loro riunioni. Non che avessi niente contro le partite a carte ma c’era quella luce nei loro occhi come se dicessero che c’era in gioco molto di più: cose misteriose e segrete. Ci vedevo un fanatismo che mi era sempre sembrato malsano. Sin dal mio arrivo al college, due anni prima, avevano tentato di circuirmi per farmi entrare nel loro gruppo. Poi, appena era stato chiaro che intendevo tenermi alla larga, Quessla aveva co17


minciato a spargere la voce che ero una menagramo. Proprio lei, con quella faccia arcigna, accusava me di essere una strega. Era il colmo. Lo sguardo volò di nuovo alla finestra in cerca di spazio. Oltre i vetri tutto aveva assunto le sembianze di una vasetto di melassa grigia ora trafitta da punti candidi che scendevano lentamente. Aveva ripreso a nevicare e spinta da un impulso improvviso recuperai il cappotto, riposi lo scrap nel cassetto e scappai fuori. Il gelo mi investì non appena varcai la soglia del porticato. Migliaia di aghi mi trafissero la pelle, superando facilmente lo strato sottile del cappotto liso. Il cappello fatto all’uncinetto da mia madre, lavorato con troppe catenelle lasciava passare i fiocchi soffici. Affondai gli stivali nella neve avvertendo subito la sensazione di bagnato. Ero indiscutibilmente poco attrezzata per il Vermont, del resto un paio di stivali da neve costava almeno trenta dollari e il college prosciugava ogni mia finanza nonostante la borsa di studio ottenuta perché mio padre era morto sul lavoro, fulminato da un cavo scoperto. Il pianto mi inumidì gli occhi. In un certo senso quella scuola di lusso era stato l’ultimo regalo di papà. Non me lo sarei giocato per colpa di Quessla e ricacciai indietro le lacrime per non rischiare che mi si surgelassero sulla faccia. Seguitai ad affondare le suole nella neve lasciando orme profonde come i segni che minacciavano di rimanere dentro di me. Non mi vergognavo di ciò che ero, né del luogo da 18


dove venivo. Imboccai Main street, un Pick Up verde transitò troppo veloce schizzandomi i pantaloni e l’insegna del Red Fox, il fastfood di MR. Sanders, lampeggiò due volte. MR. Sanders faceva gli hamburger migliori di tutta Little Lyndon e ci metteva ketchup Lois da quando aveva scoperto che nel suo locale ci veniva Lora Lois, “quella” Lora Lois figlia di “Mister Ketchup” in persona. Oltrepassai Mulberry lane. Dall’Hiller Hotel, Peter il facchino mi fece un cenno di saluto con la mano. Di certo durante le vacanze, invece di andare a casa, sarei tornata a lavorare lì come cameriera ai piani. Continuai a camminare senza meta, anche se indagando in me stessa avrei dovuto ammettere di sapere benissimo dove ero diretta. Superai l’ultimo gruppetto di case e costeggiai il grande prato imbiancato al centro del quale si trovava una casetta isolata con tetto spiovente e una grande vetrina illuminata. Quando spinsi la porta blu un profumo d’incenso misto a un piacevole odore di cannella mi carezzò le narici e gli occhi presero a curiosare in ogni direzione senza riuscire a decidere cosa guardare. Le pietre, i ciondoli, gli anelli dalle forme bizzarre erano sistemati in vetrine divise in scomparti. Mi trovavo nella bottega del mio amico Jebediah che mi regalava piccoli manufatti in metallo scartati o rotti e pietre piatte scheggiate da attaccare al mio 19


scrap. Arrivai al bancone e suonai la campanella. Attesi qualche istante poi avvertii il solito tonfo sordo che anticipava il suo arrivo. «Buongiorno, Spilla» allargò la bocca sdentata, ricacciò indietro i lunghi capelli bianchi e si accarezzò la barba sul petto. Gli sorrisi. «Sei uscito dalla solita lampada, vero?» Lui dissentì con il capo. «Da Thomas Alva Edison in poi, noi vecchi geni abbiamo traslocato nei campanelli d’ottone» sorrise e io alzai gli occhi al cielo. «Come non immaginarlo!» Mi sbirciò di sottecchi da dietro il monocolo che usava per esaminare le pietre. «Sei dimagrita. Cos’è quella faccia scura?» «Jebediah, ci conosciamo da quando sono arrivata al college due anni fa. Dovresti saperlo.» Sbuffò: «Ancora quella vecchia storia della strega pericolosa. Ah! - esclamò scuotendo l’intera corporatura rotondetta e sfiorò appena uno specchio rettangolare grande con un vassoio ruotandolo verso di me - Dico: guardati! Sembri un angelo caduto dal cielo. Cosa ti fa pensare di poter assomigliare a una strega?» Osservai critica la figura ossuta che mi odiava nello specchio: il cappotto nero, il naso arrossato e quegli stupidi capelli color paglia secca che mi sfio20


ravano le spalle: dritti scompigliati e intirizziti come ogni parte di me. ...E non ebbi dubbi nel rispondere: «Gli occhi!» «Ah, vuoi dire quello splendido ametista e quell’acquamarina! Cosa vuoi di meglio, se ti riferisci ai due gioielli che ti brillano proprio ai lati del naso?» Sbuffai a mia volta: «Non c’è nulla in questi occhi che ispiri la gente a pensare ad angeli e visioni celestiali. » Si sollevò da dietro la scrivania logora e passandomi accanto mi sussurrò nell’orecchio: «Tu, Spilla, subisci le angherie di quei ragazzi solamente perché in realtà non ti spaventano abbastanza. La vera forza, nascosta dentro di noi, ci viene in soccorso quando ci sentiamo davvero in pericolo. Solo allora ciò che siamo esce allo scoperto.» «Ma io sono sempre stata allo scoperto e poi non sono in pericolo.» «Appunto per questo ancora non sai quanto sei forte e non riesci a vedere quanta bellezza c’è nei tuoi occhi. Guarda…» Si chinò scostandosi dal bancone e prese ad armeggiare in un cassetto. «Ho quello che fa per te.» Lo vidi estrarre una delle gabbiette a forma di cuore in argento vecchio, come quelle appese a collane e braccialetti esposti tutt’intorno. Ma questa gabbia Jebediah la stava rompendo con piccoli tronchesi. 21


«Queste due pietre sono un po’ incrinate ma faranno al caso» borbottò. Lo vidi estrarre con una pinza lunga e sottile due gemme da una scatola e infilarle nella piccola gabbia a forma di cuore. Poi saldò il tutto e infilò il ciondolo in un nastro di raso nero. «Ecco» disse spingendo verso di me il gioiello. «Jeb, lo sai che io…» «Non dirlo neppure» ingiunse sgranando gli occhi celesti. Presi il ciondolo e i riflessi che sprigionava mi incantarono. Nel piccolo cuore di rete rilucevano due pietre a forma di goccia: una verde e una viola. «Ma, Jeb, sono vere! Io...» dissi con un filo di voce. «Sono incrinate e hanno delle intrusioni. Indossalo, su. Vediamo come ti sta.» Aprii il gancio alle estremità del nastro con le dita che mi tremavano e lo richiusi dietro la nuca girandomi verso lo specchio. Restai senza parole in silenzio presa a constatare che Jebediah aveva perfettamente ragione. Quelle due gemme brillavano in modo molto simile ai miei occhi. «Vedi, Spilla, quando ti deridono solleva il ciondolo e guardalo così capirai che quelli là con i loro normalissimi occhi, non vedono niente.» «È troppo bello Jebediah. È troppo prezioso.» Lui chiuse gli occhi: «Ricorda, Spilla: l’unico tesoro davvero prezioso risiede nei nostri sogni e 22


l’unico modo che hanno i ladri di conquistarlo è distruggerli. Istintivamente sfiorai il ciondolo con le dita e trasalii: al tatto era diventato caldo.

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La mattina dopo è quella in cui riponi tutte le speranze, illudendoti che andrà in maniera diversa dal solito e in questo io non ero diversa dagli altri. Mi ero alzata più tranquilla. Forse il riposo o, forse, ero solo rassegnata. Non volevo soccombere né farmi schiacciare ma non volevo nemmeno combattere contro i mulini a vento. Mi ero lavata, preparata ed ero uscita imponendomi il sorriso a ogni costo. Speravo di fare una chiacchierata con Lora prima delle lezioni per tentare di convincerla a rinunciare al suo appuntamento con le arpie. Purtroppo era mattiniera e al risveglio non l’avevo trovava nel letto accanto. La sera precedente al mio rientro dalla visita a Jebediah era già coricata e con gli occhi ostinatamente chiusi. Forse dormiva davvero. Quando attraversato il chiostro varcai l’ingresso dell’edificio principale tutto il mio mondo nero m’investì come uno schiaffo in faccia. Mark Stephenson il capitano della squadra di football era proprio in cima alla prima rampa di scale e puntò dritto verso di me. Abbassai subito gli occhi e mi sentii morire. 24


Centonovanta centimetri di muscoli lampadati e allenati allo sfinimento. Lineamenti duri e occhi color del ghiaccio, seminascosti da un’onda di capelli biondo sole. Avevo davanti il monumento ai sogni più caldi delle studentesse e al contempo il ragazzo più arrogante e insopportabile di sempre. Il mio incedere si fece incerto. Mentre avanzavo tentando di non lasciar trasparire il disagio spuntarono al suo fianco anche Riley, Parris e Thompson, rispettivamente Quarteback, Fullback e Wide Recever della squadra. La sensazione di malessere mi chiuse lo stomaco. Non m’interessava quel tipo di ragazzi e generalmente non avrei fatto nemmeno caso al fatto che esistessero, se non fosse stato che erano i miei più accaniti aguzzini. Non solo Stephenson che, per fortuna, era spesso distratto dall’impegno di ammirare se stesso ma sopratutto gli altri tre erano un vero tormento. Anche quel giorno si erano appostati pronti inseguirmi, a inventare nomignoli e a sprecare battute, tipo: «Vediamo cosa nasconde sotto l’abito da funerale.» «Il segno di Satana?» «Hi, hi. Il seno di Satana!» Seguitai a camminare a testa bassa affrontando il primo gradino di una rampa formata da una cinquantina che, con quei deficienti in cima, mi parve-

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ro cinquecento. Al decimo ripartirono i commenti: «Teschi nello zainetto?» «Topi morti in tasca?» fece eco un altro. Tentai di ignorarli ma come superai la metà della rampa, lanciai un’occhiata furtiva e li vidi sgomitarsi con un sorrisetto poco rassicurante stampato sulle labbra. Salii altri due gradini pronta ormai all’attacco. Improvvisamente una mano si strinse intorno al mio braccio. Trasalii. «Fregatene!» Mi voltai di scatto riconoscendo l’inconfondibile timbro della mia migliore amica. La stretta allo stomaco si calmò. «Lora, ma dov’eri stamattina? Quando mi sono svegliata il tuo letto era già rifatto.» Sorrise e insieme pronunciammo: “Gatti!” Una risata partì spontanea e, per un attimo, dimenticai gli idioti che sostavano sul mezzanino. Subito però Riley si prodigò per ricordarmelo: «Cos’avete da ridere? Sfigate!» Alzai lo sguardo su di lui e lo vidi staccarsi dai compari. Fuori il cielo era una distesa di latte, pronto a rovesciare fiocchi candidi e a imbiancare, di nuovo, le strade e i tetti di Little Lyndon. «Ehi! Pipistrello: non ricordiamo di averti dato il permesso di passare di qui.» 26


«Ammazzati, Riley!» Mi fissò smettendo di ridere, mentre lo sguardo si trasformava in una frecciata intrisa di veleno. «Chiedi scusa o adesso ti faccio assaggiare il mio manico di scopa.» La stretta di Lora si fece più forte. Riley mosse un altro passo, io salii l’ultimo scalino e misi gli occhi dentro i suoi. Picchiò un pugno sul palmo per farmi paura ma non mi mossi di un centimetro. «Vuoi un assaggio, strega?» «Spilla, lascia perdere. Andiamocene.» Lora mi guardava implorante. Mi limitai a sollevare un sopracciglio e a fissare Riley come facevo con le larve alle esercitazioni di biologia al liceo. Avvertivo la rabbia salire in gola. Il corpo fremette. «Spilla, ti prego.» Lora cercò di spingermi via e Railey avanzò riducendo la distanza a una misera spanna. Potevo sentire il respiro affannoso. Intanto, tutt’intorno si era formata una cerchia di curiosi. Railey allungò il braccio verso di me, la mano tesa e dura come uno scalpello. Mi colpì alla spalla facendomi perdere l’equilibrio precario sull’ultimo gradino. Mi inclinai pericolosamente all’indietro e solo il caso volle che la mano sinistra trovasse il metallo freddo del corrimano. Cominciai a calcolare che 27


cosa sarebbe accaduto se avessi fatto partire una ginocchiata alle parti basse ma mentre io pensavo lui picchiò un altro colpo nello stesso punto sulla spalla. Serrai il palmo sulla balaustra pronta a resistere a lui, al rischio di rovinare all’indietro, al dolore e alla rabbia quando improvvisamente una mano si poggiò sulla spalla di Riley che si voltò di scatto, fumante come un toro nell’arena. «Via, via Riley… Non vorrai colpire una povera ragazza?» a parlare era stata la voce vellutata di Quessla. Lei, Susan e Megan sogghignavano guardandomi. «O meglio… Una “ragazza povera”!» aggiunse. Lui sbuffò: «Non è una ragazza. È maledetta.» «Beh, ma allora si merita una punizione speciale!» rise stringendo gli occhi. Cosa aveva in mente? Mentre Riley faceva un passo indietro ridendo abbracciato a Quessla, improvvisamente avvertii uno strano calore all’altezza dello sterno. D’istinto portai le dita nel punto esatto da cui partiva la strana sensazione. I polpastrelli toccarono qualcosa di duro e caldo sotto il maglioncino nero. Il ciondolo di Jebediah. Avevo completamente dimenticato di averlo al collo. Feci mente locale e mi resi conto di non essermelo più tolto dal momento in cui me l’aveva regalato. Lo avevo tenuto 28


indosso anche durante la doccia e quando mi ero messa a letto. E ora? Perché sembrava ardere come se fosse stato posato su un radiatore? Era caldo, stranamente caldo riflettevo mentre Mister Jenkins, l’impiegato amministrativo addetto ai dormitori si faceva largo tra la folla. «Cosa succede qui?» Sì, bravo, ottimo tempismo. Rilasciai il ciondolo e Lora mi spinse via con tutte le sue forze tirandomi per un braccio. Si fiondò nel corridoio diretta all’aula di filologia latina. Quando varcammo l’uscio, la professoressa Harper era già nel pieno di una noiosissima lezione sul chiasmo ciceroniano e non ci degnò di uno sguardo mentre ci sistemavamo in prima fila per evitare di perdere altro tempo. Quando entrò Quessla, invece, interruppe la lagna, distorse la bocca in un sorrisetto compiaciuto ed accennò un saluto con la mano. Leccaculo. Scossi il capo e fissai la neve oltre i vetri, che aveva cominciato a scendere copiosa. I pensieri cominciarono a scivolare al di là del manto bianco e, di nuovo, mi tornò in mente l’amuleto. Lo toccai. Era ancora caldo. Chissà perché avevo dimenticato di toglierlo. In fondo era solo una collana. Forse era stata l’enfasi con la quale Jebediah me l’aveva messo o il tono con cui mi aveva detto quella frase: “Solo i sogni possono aver ragione di chi li vuole distruggere”. O una cosa del genere. Stavo cercando di ricordare le 29


parole precise quando un colpo improvviso dietro la schiena mi destò dalle riflessioni. «Ehi, cretina! Torna tra noi. La Harper ha detto che qualcuno deve riportare l’ “Opera Completa di Cicerone” in biblioteca!» Nella mente mi sorse spontanea la domanda: “Ma chi ha detto che debba andarci io?” e, sebbene non la pronunciassi, Quessla e le amiche captarono l’espressione di sufficienza mentre mi alzavo dalla sedia. La vipera mi agguantò per un braccio e lo tirò con forza verso di sé. «Schifosa, abbassa la cresta o ti schiaccio quando voglio! Anzi, prepara i tuoi stracci perché non festeggerai il Natale qua dentro!» Mollò la presa prima che potessi replicare, spintonandomi. Persi l’equilibrio e per poco non finii sul pavimento. Una risata generale partì alle mie spalle. «Spencer, oltre a non seguire non sai stare nemmeno in piedi?» La professoressa mi apostrofò proprio mentre controllando l’orologio metteva fine alla lezione. Non avevo seguito praticamente nulla sul “Somnium Scipionis”. Andai verso la porta. Lora fece uno scatto per raggiungermi, ma prima che potessi avvicinarmi, Quessla, Susan e Megan la circondarono. «Non dimenticarti, Lora! Oggi alle tre.» Si voltarono e si piantarono davanti a me con sguardi colmi di sfida e cattiveria. Le anticipai. 30


«Che cosa hai in mente, Quessla?» Lei mi guardò. Una smorfia di disgusto le si dipinse sul viso spigoloso, prima di scoppiare in una risata gutturale che mi procurò un brivido. «Che domande! Te l’ho detto: schiacciarti come uno scarafaggio!» Corrugai la fronte ma parlai con calma: «Perché mi odiate così tanto?» Rise di nuovo. «Odio? Ma a chi vuoi che gliene freghi qualcosa di te? Non è odio. È che tu non dovresti essere qui! Porti sfiga!» Improvvisamente un senso di nausea mi pervase. Mi sfilarono nella mente le immagini di mia madre, delle signore dell’associazione e di tutti quelli che si erano fatti in quattro per regalarmi quell’opportunità. Non potevo deluderli. Come avrei potuto tornare a casa e guardarli in faccia? Raccolsi le forze cercando di soffocare la dignità. Lo dovevo a loro. «Quessla, ti prego, non farlo!» Lei sogghignò compiaciuta. «Brava bambina, pregami… Mi piace!» Strinsi gli occhi, i pugni, i denti, reprimendo me stessa e il desiderio di stringerle le mani intorno al collo. «Ti prego!» «Continua!»

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«Non farmi cacciare. Ci sono persone che hanno lottato per farmi venire qui.» «Già, povera piccola fiammiferaia porta sfiga.» Strinsi i denti e riuscii a ricacciarmi in gola il “stupida racchia acida e viziata” che avevo proprio sulla punta della lingua. «Sei sicura di voler restare?» Deglutii a fatica. «Sì», sussurrai. Lei si portò una mano all’orecchio, facendo segno di mettersi in ascolto. «Non ho sentito.» «Sì!», urlai. Un gruppetto di ragazzi che passava nel corridoio prese a sgomitarsi. «Quella è scema!», li sentii commentare, ma cercai di non badarvi. Quessla guardò le amiche e annuì. «Bene, allora. Ma preparati perché domani sarà un grande giorno. Ho intenzione di festeggiare la tua permanenza con un grande evento!» Rabbrividii al solo pensiero di ciò che stava macchinando, ma cercai di non darle peso. Ero abituata ormai alle minacce e almeno per ora non era accaduto niente di grave. Feci per allontanarmi, ma Quessla mi apostrofò di nuovo. «Non ho sentito il tuo: “Grazie”.»

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Serrai le palpebre. «Grazie!», sussurrai, correndo via per impedirle di continuare a torchiarmi mentre un coro di risate accompagnava la mia fuga. Non smisi di correre e mi lanciai verso il parco del college. Il freddo mi investì come un pugno in piena faccia, mentre lacrime copiose scorrevano sul viso senza che riuscissi a frenarle. Le gocce salate si congelavano sulla pelle. Non vedevo nemmeno la strada. La sconfitta e l’umiliazione bruciavano dentro come fuoco vivo e il dolore che sentivo era quasi fisico. Continuai a correre fino a quando l’edificio non fu abbastanza lontano. Mi buttai su una panchina coperta di neve sentendo i vestiti che si inzuppavano di più ogni secondo che vi trascorrevo. Rimasi così, con gli occhi chiusi e il volto rivolto verso il cielo di latte. I cristalli leggeri solleticavano la pelle e sferzate di vento gelido mi schiaffeggiavano. I brividi investirono il corpo, scuotendolo senza che potessi oppormi. Non sentii nemmeno il rumore dei passi che affondavano nella neve, avvicinandosi. «Ti prenderai una polmonite!» Guardai Lora che mi aveva raggiunta. Anche lei aveva gli occhi rossi di pianto e il cuore gonfio. «Non ce la faccio più» dissi in un soffio. Abbassò lo sguardo poi prese a strofinarmi le spalle nel tentativo di scaldarmi. Allungai lo sguar33


do fin dove poteva arrivare. Tutto era candido e ghiacciato. Nel Kansas non vedevo mai scenari del genere e, quando ero piccola, mi dispiaceva tanto. Adoravo la neve. Una volta avevo protestato con papà perché da noi, non nevicava mai. Così, per Natale lui e mamma avevano dato fondo ai loro risparmi ed eravamo partiti per New York. Central Park era meraviglioso. Sembrava una favola. Un’altra lacrima mi rigò il viso ripensando a lui che mi gettava in quell’immenso mare bianco, a mia madre bersagliata di palle di neve che si lamentava e cercava di fuggire. La sera della vigilia avevamo cantato “Deck the halls” sotto le quarantacinquemila luci che illuminavano l’abete rosso al Rockefeller Center, alto ottanta metri e, quando le lancette avevano toccato la mezzanotte in punto, mio padre aveva tirato fuori un pacchetto dalla tasca e mi aveva detto: «Babbo Natale mi ha dato questo per te, poco fa.» «Quando ti sei allontanato quei dieci minuti, papà?» «Sì, tesoro.» «E l’hai visto davvero papà? E com’era? Aveva la barba e il vestito rosso? E le renne, papà? Le hai viste le renne? E la pancia? Eh… papà? Dimmi dai …» Lui mi aveva sollevata sorridendo. 34


«Era proprio lui, piccola!» Gli avevo sorriso, mi sembrava di sognare. E ricordo ancora l’emozione forte che provai quando aprii quel pacchetto e ci trovai dentro il mio primo diario segreto, con il lucchetto e una piccola chiave per custodire i miei segreti. Avevo nove anni ed ero felice. Lora mi circondò le spalle con un braccio. «Non ti lasciar schiacciare Spilla. Tu sei sempre stata quella forte, quella che non si lascia intimorire. Sono io quella debole.» La guardai. «Non andare da loro, Lora.» Lei abbassò lo sguardo. «Lo voglio fare, Spilla.» «Fammi vedere quel benedetto coso che hai sulla testa!» Allungai il collo, lei si ritrasse. «Ti prego, Spilla, ne abbiamo già parlato.» Puntai di nuovo lo sguardo lontano. Non avevo voglia di insistere. Non avevo voglia di niente. Ero esausta di difenderla e di difendermi. Ero sfinita da Quessla e dalle sue amiche, dai compagni idioti. Ero stufa di dover rimanere per far contenti gli altri, di reprimere la voglia di urlare parolacce di tutti i tipi e di dovermi perennemente preoccupare di non deludere nessuno. 35


«Andiamo a lezione?» chiese interrompendo i pensieri. La guardai provando un senso d’impotenza. Avrei voluto fermarla, strapparla dalle grinfie delle peggiori stronze che avessi mai incontrato ma, considerando ciò che era appena successo, non ero in grado nemmeno di difendere me stessa. «No, Lora, io non vengo.» La giornata trascorse lenta e triste. Mi accucciai nel letto, nascosta sotto la trapunta color lavanda che la mamma mi aveva confezionato con le sue mani, timorosa che la biancheria della scuola non fosse sufficiente. Avrei voluto non uscire più da quel nido caldo e improvvisato. Era pieno giorno fuori, ma avevo sbarrato le persiane. Dalle fessure filtravano strisce di luce bianca. Una piccola lampada in carta di riso emanava una luce fievole, adatta al mio umore malinconico. Anche a casa mi rintanavo così nelle giornate storte. Fissai sul mio scrap i due occhi che in rilevo mi osservavano dalla superficie della copertina. Avrebbero dovuto essere simili ai miei, uno viola lo avevo realizzato incollando a corona dei petali di violetta; quello verde acqua - quello tanto chiaro da sembrare di vetro nel mio volto - lo avevo fatto mescolando ombretto e vinavil. Erano più belli dei miei pensai voltando piano le pagine per nasconderli alla vista. Quando arrivai allo spa36


zio dedicato al ragazzo dei miei sogni la malinconia aumentò. In fondo, anche se tutti dicevano di sì, non ero diversa dalle altre ragazze nel desiderio di trovare qualcuno da amare e che mi amasse. Sognavo anch’io due mani morbide carezzarmi e braccia tiepide stringermi quando ne avevo bisogno. Volevo anch’io labbra dolci e sensuali che baciassero le mie, e parole uniche, dedicate solo a me. Volevo un biglietto infilato sotto la porta, duecentocinquanta messaggi in tre giorni, una brioche calda da mangiare metà ciascuno. Volevo qualcuno a cui donare tutta me stessa, qualcuno con cui fare l’amore sentendomi una principessa. Volevo la favola. Come tutte. Ma che favola poteva mai esserci per me, a Little Lyndon nel Vermont, dentro quella coltre insopportabile di gelo e di cattiveria? Le lacrime minacciarono di tornare a scorrere ma le ricacciai indietro. No. Meredith Spencer non si sarebbe data per vinta. Una dose di coraggio mi pervase ma la sensazione di forza che mi regalò durò solamente qualche istante, finché non riaffiorarono, nella mente, le ultime parole di Quessla: “Ho intenzione di festeggiare la tua permanenza con un grande evento!” Rabbrividii al pensiero di ciò che mi aspettava. Ero sicura che avrebbe agito in modo da farmi pentire di aver reagito con Susan il giorno prima. 37


Cercai di non pensarci e verso l’una Lora portò il pranzo. Un sandwich, una coca, patatine fritte e un muffin al cioccolato: “Per tirarti su il morale” annunciò. Provai ancora a tornare sull’argomento Quessla e l’appuntamento che aveva con lei, ma non riuscii a convincerla a rinunciare. La maledetta serpe aveva vinto la battaglia. Addentai con cattiveria il sandwich, pervasa da un moto di rabbia: non aveva vinto la guerra, però. Nel pomeriggio aspettai Lora fino alle nove di sera, quando il sonno ebbe la meglio rinchiudendomi in una prigione fatta di incubi dai quali temetti di non potermi svegliare. L’indomani quando aprii gli occhi Lora non c’era. Il letto però era in disordine e questo mi tranquillizzò sul fatto che per lo meno fosse rientrata. Mi trascinai in bagno e m’infilai sotto la doccia. Il getto caldo mi carezzò la pelle regalandomi una sensazione di benessere. Rimasi così, a godermi il tepore dell’acqua per un tempo che sembrò lunghissimo. La verità era che cercavo di mettere più tempo possibile tra me e la sorpresa di Quessla. Spalancai le persiane e la luce m’investì accecandomi. Fuori aveva smesso di nevicare e lasciai il mio cantuccio sicuro per affrontare un nuovo giorno, senza sapere che sarebbe stato il peggiore che avessi vissuto fra quelle antiche mura scolastiche. 38


Il corridoio era deserto. Nei dormitori aleggiava un silenzio surreale. Ma dov’erano finiti tutti? Camminai sentendo l’eco dei miei passi propagarsi nello spazio circostante. Boh! Incredibile. Ok, ero in ritardo, ma non così tanto. Quando arrivai nell’atrio non potei credere ai miei occhi. Tutti gli studenti erano riuniti davanti alla porta dell’aula magna in preda all’euforia. I cellulari viaggiavano di mano in mano come se su tutti i display ci fosse qualcosa di imperdibile da vedere. Sembrava una specie di festa, almeno fino a quando qualcuno gridò: “Eccola!” e capii che festa era quella che Quessla aveva preparato per me. Tutti gli occhi si voltarono trafiggendo i miei. Fu solo un attimo, poi le risa partirono assordanti, sommergendomi. La gente cominciò a scimmiottare le movenze degli zombies, urtandomi e spintonandomi. Ululavano e ridevano, ridevano e urlavano, e ridevano, ridevano. Mi misi le mani sulle orecchie per cercare di attutire lo strazio tuttavia dalle labbra di un ragazzo vicino riuscii a captare le parole: «Ehi! Ma dov’è la foto? La voglio vedere anch’io!» Qualcuno rispose: «Su Facebook! “Mostri al college”.» Cercai di dare un significato a ciò che avevo appena sentito, senza riuscirci. Presi a sgomitare, cercando di aprirmi un varco per raggiungere le scale. Sembravano tutti impazziti. Sentii mani che mi ti39


ravano i capelli, schiaffi sulla testa, spinte e insulti di ogni tipo. La rabbia e l’angoscia sembrarono soffocarmi. Quando raggiunsi la scala notai che il delirio era ovunque. Raggiunsi a fatica il primo piano e ripiegai in bagno chiudendomi dentro una toilette libera. Mi sedetti sulla tazza, con le mani sulle orecchie aspettando che il frastuono cessasse o che, per lo meno, si ridimensionasse. Quando i rumori si fecero meno assordanti, tirai fuori il cellulare dalla tasca del cappotto. Mi tremavano le dita. Mi collegai a internet e mi loggai a Facebook cercando la fanpage. Quando sul display apparve la pagina “Mostri al college”, mi sentii morire. C’era una mia fotografia, alterata con un programma di fotoritocco, nella quale ero stata trasformata in uno zombie. Ero orribile: la pelle verdastra, gli occhi gialli segnati da profonde occhiaie violacee. Un rivolo di sangue secco fuoriusciva dalle labbra bluastre. Capelli unti e un vestito sporco, ridotto a brandelli penzolanti. Sopra c’era un titolo “Meredith Spencer. La porta sfiga ufficiale dell’E&M”. Non trovai nemmeno la forza di piangere. Mi sentivo svuotata, coperta da una vergogna che non avrei potuto ignorare. Ma come aveva potuto Quessla arrivare a tanto? L’angoscia divenne tale da farmi vomitare nella tazza. 40


Con quale coraggio sarei uscita da quel bagno buttandomi in mezzo a tutto quell’odio? Non osai immaginare quanto sarebbe diventata insopportabile la permanenza al college e rimpiansi i dispetti che mi avevano afflitta fino al giorno prima. Rimasi lì, vinta su tutti i fronti. Cosa potevo fare? Valutai le possibilità, anche quella di scappare e lasciarmi tutto alle spalle, ma l’unica soluzione, che mi parve sensata, fu quella di uscire dal bagno e affrontare ciò che mi aspettava così un quarto d’ora dopo varcai l’uscio dell’aula dove ormai tutti avevano preso posto. Cercai di ignorare le risatine e intravidi Lora seduta in un posto in fondo sulla seggiola accanto a Quessla. Mi mancò il fiato. Anche Lora. Anche lei mi aveva voltato le spalle. Tentai di arginare la rabbia e lo sconforto, ma faticavo addirittura a respirare. Quessla restò incollata a Lora tutta la mattina per impedirmi di parlarle. Ciò che era più inspiegabile fu che la mia amica di sempre non fece nemmeno un tentativo per avvicinarmi e aveva gli occhi strani, come vuoti. Per tutta la mattina la maledetta fanpage di Facebook fu visitata e rivisitata. Centodieci “mi piace” in due ore. Quanto a me, avevo bloccato il mio account, disinstallato l’applicazione e pensavo che la giornata non potesse peggiorare oltre. Poi arrivai in mensa. Lo scenario che mi si presentò fu simile a quello del mattino con risate e boati e l’unica differenza era 41


che adesso in fondo al corridoio mi attendeva un posto a sedere riservato. Camminai a testa alta, con dignitĂ senza sapere che non era ancora finita.

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Intrappolata sotto i neon della sala mensa, attesi che nella mente l’eco dei boati e dei fischi si attenuasse. Ero umiliata, devastata, ma ancora decisa a combattere. Colsi un movimento con la coda dell’occhio, il pugno di un ragazzo che mimava un atto osceno davanti alla propria bocca. Le risate rimbalzarono ai quattro lati della sala e si frantumarono in rivoli di insulti. Era il momento di muoversi. Feci appello alle ultime forze e mi diressi all’unico posto libero. Mi obbligai a non ascoltare, a non guardare, e continuai a camminare fino al tavolo. Qualcuno spostò la sedia e io mi ci accomodai ringraziando come se niente fosse. Il Cheddar preso al self service spiccava giallastro sul vassoio accanto ai pomodori. Osservai ciò che avevo scelto per cena e mi assalì la nausea. Solitamente mi piaceva quel formaggio, anche se era una specialità tipica del Vermont ma la fretta con cui cominciai a mangiarlo aveva il solo scopo di finirlo prima possibile per potermene andare. Non feci in tempo tuttavia a portare alle labbra il secondo boccone che una mano mi fermò il braccio. 43


Mi voltai. La stretta era di Parrish, il fullback dei Tea Patriots, la squadra del college. Seduto nel posto accanto al mio, mi sovrastava di una spanna abbondante. Muscoloso, spallato e arrogante. La bocca carnosa era distorta in un ghigno pieno di cattiveria. «Ehi! Ho qualcosa di più adatto per te da mangiare!» Mi lasciò il braccio. Afferrò il piatto e con un colpo secco lo fece volare a una trentina di centimetri oltre il vassoio. L’amico Fred, alla sua destra, riccio e brufoloso, rise e gli passò un piatto fondo colmo fino all’orlo. Parrish lo prese e lo depose sul vassoio di fronte a me. Abbassai lo sguardo su una specie di passato di verdure giallo chiaro. Poi senza staccare lo sguardo dal mio, Parrish rovesciò nella zuppa mezzo bicchiere di coca. Una ragazza bionda gli fece scivolare davanti delle uova fritte e lui vi cacciò dentro anche quelle. Quessla spuntò dal nulla. Girando intorno al tavolo lasciò cadere la cenere in eccesso dalla sigaretta. Quello fu il segno del via. Da ogni parte cominciarono a piovere mozziconi e chewingum masticati che solo in parte centrarono la ciotola davanti a me. «Dì! Dove potresti trovare qualcosa di più adatto a te di questo?» chiese Parrish. Lanciai la forchetta sul tavolo, buttai la sedia indietro e feci per alzarmi. Gli ultimi mesi al Edwin&Mary mi stavano transitando rapidissimi 44


davanti agli occhi, una proiezione privata di degradazione e sconfitte. Quanto era lecito sopportare ancora, per un sogno in cui evidentemente per me non c’era posto? Con la rabbia che in gola si trasformava in lacrime, decisi che, prima di andarmene avrei buttato tutto all’aria e generato un putiferio che nessuno di loro aveva la minima possibilità di prevedere. Non mi conoscevano. Sarei andata dal rettore, dallo sceriffo, dal giudice, al giornale, alla tv locale. L’Edwin&Mary sarebbe stato sulla bocca di tutti. La rabbia mi salì dentro come magma bollente. Pensai di scoppiare ma, improvvisamente, una mano pesante si posò sulla mia spalla. «In fondo non sembra tanto male!» disse una voce sopra di me e attraverso un velo di pianto vidi il cucchiaio inabissarsi nella poltiglia e poi riemergerne stracolmo. Ne seguii il percorso terrorizzata dalla prospettiva che qualcuno volesse costringermi a ingoiare quella roba. La posata invece proseguì verso l’alto e io ne accompagnai il viaggio con lo sguardo rassicurata dall’eco di quella voce che, solo allora mi resi conto, era stata calda e rassicurante. Quando il cucchiaio colmo di schifosissimo intruglio si fermò, lo fece all’altezza di un ovale buio... un volto ingoiato dall’ombra del cappuccio di una tunica nera...Prossimamente ACQUISTA ORA 45


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