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J. Tangerine

APOCALYPSE KEBAB

2012 n. 11

a cena col vampiro

Mammaeditori


ISBN 978-88-87303-54-4 1° edizione febbraio 2012 Copyright © 2011 Mamma Editori Casa Bonaparte 43024 Neviano degli Arduini  -  Parma telefono 0521.84.63.25 mamma@mammaeditori.it www.mammaeditori.it

Collana

a cena col vampiro In fatto di vampiri ed esseri soprannaturali vari la magia dell’epica sembra più che mai rinnovarsi. Nella koinè letteraria, migliaia di fans di ogni paese, continuano a immaginarne e a leggerne le avventure. Per questi tipi, la collana A cena col vampiro intende dar conto del fenomeno, con l’avvertenza, che non tutte le storie mantengono il profilo adolescenziale e romantico, alcune autrici hanno voluto narrare in modo più crudo le passioni, altre più attratte dal titanismo dei signori della notte, ne hanno descritto dettagliatamente la violenza. Altre ancora tornano al momento magico in cui sboccia l’amore impossibile. Vai alla collana “A cena col Vampiro” http://www.mammaeditori.it/pages/ACenaColVampiro.htm Chatta con l’autrice http://docks.forumcommunity.net/

Immagine di copertina di Valda FINITO DI STAMPARE e rilegato NEL MESE DI febbraio 2012 presso MAMMA EDITORI


Uno Voglio essere cremata, le mie ceneri mischiate alla polvere da sparo di un fuoco d’artificio e sparate in cielo sulle note di My way di Sid Vicious, così che amici e colleghi, ormai imbottiti d’alcol come gli stoppini di una molotov, esclamino estasiati: “Alexandra Zahradnik ha fatto il botto”. Il dolore la colpì alla base del cranio, una coltellata tra il collo e la testa, che affondò e si dissolse. Poi udì il rumore, lamiera piegata, e un botto, e un grido. Gazi aveva ripreso a parlare nel telefonino e lei riattaccò. Si mise a sinistra e accelerò. Lo scooter superò un furgone e una macchina verde e un suv nero e una station wagon blu. Poi Alexandra Zahradnik vide. Le dita serrarono le leve dei freni con tanta violenza che i muscoli si contrassero fino alla spalla. La ruota posteriore prese a slittare, mentre gli pneumatici vomitavano una nuvola di vapore bruciato. Finalmente la ruota si stancò di cercare di andarsene da sola e si riallineò a quella anteriore e lo scooter fermò la sua corsa di traverso. A pochi passi, una voragine di almeno sei metri di diametro si apriva nel bel mezzo della Nerudova. Aveva ingoiato cubetti di porfido, paletti in ghisa spartitraffico, marciapiedi. E lambito mura, vetrine e portoni dei palazzi antichi nel cuore di Praga. Alexandra guardò giù e poi intorno e in alto, cercando i segni dell’esplosione. Non c’era stato nessun boato e, a pochi centimetri dalla voragine, tutto era intatto, dalle fine5


stre, alle vetrine, ai lampioni, ai portoni. La gente guardava ma aveva smesso di gridare. Non c’erano corpi dilaniati, o semplicemente riversi. E, sopratutto, niente fumo. Nessuna nuvola bianca o nera. Non c’era traccia dell’odore acre nelle narici o punture di spillo sulla congiuntiva. Alexandra scosse appena la testa. Ancora ignorava con quale tipo di fenomeno o anomalia aveva a che fare, ma di una cosa era certa: erano cazzi amari. E sì che ne aveva auto il presentimento, quando un quarto d’ora prima aveva sollevato la visiera del casco e guardato a destra e sinistra, e niente, tutto bloccato, persino per le dimensioni ridotte dell’insetto di ferro, plastica e ruggine cinese che lei chiamava pomposamente “il mio scooter”. Le auto avevano formato un serpentone scorreggiante gas, mentre il marciapiede era stato invaso dal gregge di turisti risputati dal Castello. Soffiando dalle narici aveva ricontrollato l’ora. Gazi sarebbe stato entusiasta del ritardo. Mentre ingannava l’attesa esaminando le facciate liberty dei palazzi della Nerudova si era chiesta quale perversione potesse spingere uno di quel quartiere a servirsi del “Re del kebab”. Poi era arrivata una folata di vento con due gocce di pioggia gelata, e aveva roteato gli occhi, il cielo appariva gonfio e minaccioso, di un nero che virava al rosso minerale. Aveva riabbassato la visiera e al primo esile accenno di movimento del serpentone aveva dato gas per incunearsi a destra. Poi tutto era successo. Il tempo si era fermato e una sezione semisferica di Praga presa all’altezza del manto stradale era sparita. Smaterializzata. Scomparsa. Lasciando al suo posto un nulla altrettanto semisferico. 6


Alexandra sfilò il casco, quasi a prendere tempo per vedere se la scena sarebbe cambiata, e lo appese al manubrio con lentezza. Udì sportelli aprirsi e richiudersi, e commenti confusi. Rialzò la testa e tornò a guardare in avanti. Oltre le persone che si erano radunate per vedere, i telefonini stretti in mano come amuleti contro la malasorte, la buca aveva scavato l’asfalto per un diametro pari alla lunghezza di un grosso furgone. Ma no, si corresse, non era scavata, perché il terreno che mancava avrebbe dovuto trovarsi sparso intorno e invece non c’era. Era come se una gigantesca cucchiaiata di asfalto, tubature e terra si fosse semplicemente smaterializzata. La macchina che vi era finita dentro aveva ancora i fanali accessi e la sua parte posteriore occhieggiava oltre il livello della strada simile al muso di un ippopotamo mezzo sommerso dall’acqua di un lago africano. Sgomitando tra la gente che scattava foto col cellulare poté vedere il ciglio della buca, che appariva rivestita da una pellicola dura e trasparente. No, accidenti, era la terra stessa a essersi vetrificata. Ma questo succede a una temperatura della Madonna, o no? Si passò le dita tra i capelli, doveva chiederlo a Emil. Il pensiero del gruppo insieme a un prurito alla base della nuca la fece voltare. Bartolomej Badžo era in piedi a poca distanza con lo sguardo sbarrato fisso alla voragine. Si girò nuovamente verso il buco e dopo pochi istanti avvertì sul braccio la stretta familiare del giostraio. «Alex, abbiamo avuto dei segnali!», fece il ragazzo, sistemandosi i vestiti scompigliati. Doveva essersi lanciato fuori di casa. O fuori roulotte, meglio. «Vediamo che cavolo è?», aggiunse con quel suo pesante accento rom che il nervosismo tendeva ad accentuare. 7


Alexandra annuì ed entrambi si accovacciarono posando le mani sulla superficie liscissima e ancora calda della buca, le dita ben aperte. Alexandra chiuse gli occhi. Le si rizzò ogni singolo pelo, come si fosse immersa in una vasca di ghiaccio in cui qualcuno avesse gettato un cavo elettrico scorticato. Il coltello tornò a trafiggerle la base del cranio, ma stavolta fece anche due o tre avvitamenti. L’onda di energia che le arrivava addosso era la più potente che avesse mai sentito. Strinse i denti e aspettò che il dolore diminuisse e che la nebbia che le era scesa sugli occhi iniziasse ad assumere una qualche forma riconoscibile. Respira, si ordinò. Respira e guarda. La nebbia piano iniziò a scindersi e separarsi e ruotare e condensarsi di nuovo intorno a diversi nuclei di dimensioni diseguali. Staccò le mani dalla buca, si rimise in piedi non senza fatica, si voltò verso Bartolomej e vide nei suoi occhi neri e dilatati il suo stesso sgomento. «Porchissima merda», disse, e l’altro approvò con due cenni del capo. Lei inspirò ancora, si leccò le labbra improvvisamente secche, estrasse dal giaccone il cellulare e compose il numero. «Pronto?» La voce era calma. Lei si schiarì la gola. «Confermo. Abbiamo una situazione.» «Esterno?» Dritto all’essenziale, come sempre. «Esterni. Diversi Esterni», scandì lei. 8


L’uomo al telefono si prese pochi secondi per riflettere. «Toglietevi subito da lì e tornate in Dispensa.» Alexandra chiuse la comunicazione, e fu ben lieta di farsi risucchiare dalla folla per liberare il posto in prima fila. «Che dice?», domandò Bartolomej, andandole dietro. «Ci aspetta.» Le sirene sembravano piuttosto vicine ora, qualche isolato al massimo. Lei ruotò sui tacchi. Lo scooter era ancora lì con il suo grosso portapacchi di metallo. «Cazzo, devo prima mollare la consegna e prendere l’attrezzatura.» «Ci metterai una vita!» «E che dovrei fare se me li trovo davanti?» replicò lei indicando col pollice la scritta “Re del Kebab”. «Li affronto a paninate? A colpi di colesterolo?» Senza aspettare risposta saltò sull’insetto metallico, fece aprire la folla di mala grazia e ripartì contromano. Ma perché l’indirizzo della consegna le ricordava qualcosa? «Spero ti ammazzi!», le urlò un automobilista particolarmente espansivo. Lo stesso augurasi. Che poi a questa cosa della morte la gente dava troppa troppa importanza. Non aveva senso preoccuparsi di qualcosa su cui si ha poco o nessun potere. Meglio concentrarsi sugli aspetti a portata di mano, chessò, l’andarsene con stile. Imboccò un incrocio tagliando la strada a una Golf. Su questo aveva rimuginato pochi giorni prima mentre portava a spasso Radicchio. In effetti, Radicchio era quasi l’unico testimone delle elucubrazioni di cui andava più fiera, e ciò forse avrebbe dovuto preoccuparla, ma in quel 9


momento, con ciò che stava accadendo e i lampioni che tingevano di giallo un’aria diventata così fredda da darle la sensazione di indossare una maglia foderata di spilli, preferì concentrarsi su altro. Sull’immagine del suo corpo, ridotto in cenere dalla fiera fiammata purificatrice di un bellissimo fuoco d’artificio. Fine del momento poetico, sbuffò appena partì a strillare l’auricolare del telefono, che aveva rimesso a trapanarle l’orecchio sotto il casco. «Seee?», biascicò. «Alexandra?» «No, Rania di Giordania.» Gazi sembrò tentennare, e lei ne immaginò i baffoni fare su e giù. «Se volevo un palyaço, ne assumevo uno!», brontolò il turco poi, riprendendosi. «In effetti, speravo in un avanzamento di carriera.» «Senti qua, ragazzina. Appena finisci a Mala Strana passa da Aziz che deve darti certi documenti, poi torni qua e fai le consegne in zona.» «Sì capo», sospirò lei. Svoltò a sinistra, avanti e di nuovo a sinistra. Individuò il numero civico, spense il motore e scese ad aprire il portapacchi. Però che cavolo, violare il continuum spaziotemporale con un freddo simile. Che tempismo infame. Afferrato il sacchetto corse al citofono e poi nell’androne, che a dirla tutta era più grande di casa sua e decisamente più lussuoso, e però continuava a sembrarle già noto. Sotto lo sguardo distaccato del portiere in livrea prese l’ascensore e salì al quarto, trovandosi davanti una porta aperta e un ragazzone bruno languidamente appoggiato allo stipi10


te, con la faccia allargata da un sorriso troppo bianco per essere naturale, un maglioncino di cashmere e un paio di sneakers arancioni da figo disinvolto. «Ciao dolcezza.» Ecco cos’era! Essì che era già stata là. Ma come si chiamava il tipo? Jarmil? Jaromil? «Perché» non entri e beviamo qualcosa insieme?», aggiunse. Storse il sorrise di lato e osò strizzare un occhio. O era Jaroslav? «Senti.... coso», gli rispose avanzando col sacchetto proteso. «Stasera ho fretta, diamoci una mossa.» Il sorriso a settantaquattro denti si accorciò un po’. «Ma dai dolcezza. L’altra volta ci siamo divertiti così tanto.» Stava per prenderlo a cazzotti, se lo sentiva nelle mani, perciò si fermò lì dov’era. «Primo, non chiamarmi più dolcezza», ringhiò. «Secondo, non sei stato questa scopata memorabile, infatti me l’ero dimenticata.» Non era stata completamente sincera, in verità. Il tipo se lo ricordava, più o meno. In ogni caso, la sparata sortì l’effetto desiderato, perché il sorriso scomparve. «Sei veramente stronza.» «Lo so.» Avanzò ancora e gli tirò addosso il sacchetto unticcio. «Dieci euro, grazie.» Jarmil o Jaromil tirò fuori dalla tasca dei pantaloni con lentezza esasperante il portafogli e quindi una banconota, che lei praticamente gli strappò di mano. Dietrofront e si rinfilò in ascensore. E neanche un eurino di mancia, brutto spilorcio. La corsa fino a Štěpánská fu una specie di partita a flipper in cui lei era la pallina. Dovette attraversare da capo tutta Mala Strana, scendere verso il Ponte Leglì, oltrepas11


sare la Moldava e incunearsi nel delirio assoluto di Nove Mesto, proprio quando, da certi sinistri cigolii, sembrò che lo scooter volesse concedersi l’eterno riposo e lei rischiò per due volte di spalmarsi sul muro. Finalmente si inserì nel traffico congestionato che ruotava intorno a Piazza san Venceslao, la meta preferita dei turisti che avevano raccontato in famiglia dell’attrazione per Praga e le sue bellezze artistiche e invece avevano come unico obiettivo spaccarsi con tutte le droghe conosciute e girare il maggior numero possibile di locali della capitale europea del sesso. O era Budapest? Comunque, uno scontro tra titani. Mollò lo scooter davanti alla kebaberia e si fiondò dentro. Ecco il vantaggio, che qualcuno avesse lo stomaco di rubarglielo. Farfugliò qualcosa di incomprensibile a Gazi, corse sul retro e aprì il lucchetto che chiudeva il suo armadietto. Fu investita, nell’ordine, da una sciabola cinese, che le arrivò in testa dalla parte dell’elsa, un coltello a serramanico e uno stiletto. Per fortuna la Beretta SD le mancò il piede e andò a schiantarsi sul pavimento. Lei si aggrappò all’anta e iniziò a sgranare un rosario di bestemmie così preciso, esaustivo e completo da oscurare il cielo degli universi noti ed ignoti. Quella sarebbe stata una lunga, lunghissima notte.

Due

«Allora? Che avreste trovato di così preoccupante tu e “Dolce Remi”?» Alexandra gettò la sacca con le armi sul sedile posteriore, richiuse lo sportello e si girò verso il guidatore. Aveva le 12

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