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Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, CN/BO

SETTIMANALE 26 MARZO / 1 APRILE 2010 CANTIERI SOCIALI ANNO XII N. 10 € 3

RITRATTO NICHI VENDOLA Un’altra sinistra e tutta laPuglia in un uomo solo? INCHIESTA COLORE VIOLA Popolo virtuale, piazze reali. Cosa vogliono

BAMBINI SOLDATO? MA NON ERANOTUTTI MORTI?


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LA LETTERA

Basta REDAZIONE Pierluigi Sullo [direttore] Marco Calabria Enzo Mangini Gianluca Carmosino Rosa Mordenti Giuliano Santoro AMMINISTRAZIONE Barbara Pacini PROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE Lorenzo Sansonetti Antonella Tancredi HANNO COLLABORATO Eleonora Formisani Sarah Di Nella Cinzia Cherubini Raffaella Russo Gabriele Savona Chiara Giaramidaro Marcello Walter Bruno Chiara Sasso Alberto Zoratti Ornella De Zordo Selene Pascarella Rudi Ghedini Andrea Bagni Anna Pizzo Graziano Graziani Alain Bertho Gianni Belloni Maria Pia Guermandi Jorge Mariscal Hermann Bellinghausen Antonio Fiorentino Daniela Roggero Federico Pontiggia Teresa Grano Elisa Cozzarini Federico Demaria Susanna Marietti Antonio Fiorentino IN COPERTINA Fotografia Danilo De Marco

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NOSTRI LETTORI PIÙ AFFEZIONATI mi scuseranno se questa «lettera» sarà rivolta soprattutto a chi sfoglia per la prima volta il settimanale chiamato Carta. Speriamo innanzitutto che siano numerosi, grazie anche all’aiuto dei più affezionati, a cui abbiamo chiesto di fare un gioco che costa 3 euro: comprare una copia e lasciarla in giro, metterla nelle mani di amici e parenti, insomma diventare un virus buono. Da anni abbiamo l’impressione che quelli che potrebbero leggere Carta, e anzi farne un tassello fisso del loro mosaico settimanale di letture, pensieri e azioni, sono infinitamente di più di quelli che già lo fanno. Prendete la manifestazione per l’acqua di sabato scorso: viste molte persone con la felpa [la primavera sarebbe iniziata solo il giorno dopo] Clandestino, quella di Carta, anche se all’apparenza i migranti lì non c’entravano. E poi abbiamo distribuito, per annunciare l’uscita di questo settimanale tanto rinnovato, un cartoncino, una cartolina, che da un lato aveva la testata, dall’altro la stessa testata con due lettere mutate a formare la parola «Basta». Basta, c’era scritto, con il Berlusconi Show ossessivo, con la giustizia personalizzata, con il furto dei beni comuni, con il razzismo di Stato. Noi, volevamo suggerire, siamo il giornale di chi non ne può più e quindi si chiede cosa fare, o già fa cose come difendere l’acqua o i migranti o la valle in cui vive. Quanti volantini vi mettono in mano, durante una manifestazione? Decine. E che fine fanno? Forse sono impastati nella carta su cui questo giornale è stampato, che infatti è riciclata e garantita [non distrugge foreste, cioè]. Invece, con grande piacere abbiamo visto nel corteo persone che quella cartolina la esibivano, dal lato di «Basta» beninteso, su magliette o zaini o perfino sul passeggino del piccolo. Un indizio microscopico. Ma se, come scriviamo, e non perché ce lo inventiamo, la società italiana, sotto o a lato o ai confini della politica dei partiti, è un tumulto di movimenti e associazioni, reti di cittadini e comitati dal basso, sono certamente milioni le persone che in un modo o nell’altro cercano di ostacolare il saccheggio generalizzato di territorio e di redditi, di lavoro e di diritti, di giustizia e di beni comuni. Per dieci anni Carta li ha censiti, raccontati, ha interloquito con loro, ha cercato di metterli in comunicazione gli uni con gli altri, ha diffuso e discusso le molte e buone idee che in questi laboratori, anzi cantieri, della società si sono fatte le ossa e hanno preso a camminare. L’informazione di questo tipo, che è fatta anche da molti altri, è un bene comune da proteggere dal mercato. Però, come abbiamo sempre pensato, siamo noi per primi a doverci proteggere, con il nostro lavoro e la nostra intelligenza. Perciò abbiamo cambiato il giornale, per essere più utili, più gradevoli e più attenti. Dato che alla fine, ed è la ragione principale, quei milioni di cittadini, chi più e chi meno, stanno dicendo «basta», sanno che non è sufficiente quel che fanno, per quanto egregio sia, intuiscono che dobbiamo tutti fare un passo avanti, anzi oltre. È adesso che tutti siamo chiamati a gettare il cervello – non solo il cuore - oltre l’ostacolo.

Pierluigi Sullo

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CARTA 10 ANNO XII 26 MARZO 1 APRILE 2010

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LA NOSTRA CARTA è prodotta dalla Cartiera verde Romanello senza abbattere un solo albero. Viene utilizzata esclusivamente carta da macero post-consumo privata dell’inchiostro. L'impatto ambientale del procedimento industriale è minimo grazie all'utilizzo di detergenti biodegradabili.

SEGRETERIA DI REDAZIONE 06. 45495659

NUMERI

ABBONAMENTI E DIFFUSIONE 06. 45495685

PUBBLICITÀ E PROMOZIONE 06. 45495659 NUMERO 10 Settimanale della Cooperativa Carta Presidente Marco Calabria Iscrizione al Tribunale di Roma Reg. Stampa n.548/99 del 22/11/1999 Direttore responsabile Pierluigi Sullo Via Scalo di San Lorenzo, 67. 00185 – ROMA Tel. 06.45495659 Fax 0645496323 carta@carta.org Distribuzione in edicola: Reds Rete Europea distribuzione e servizi Roma - via bastioni Michelangelo 5/A tel.0639745482 fax 0639762130 Stampa: Poligrafici il Borgo S.p.A via del Litografo, 6 40138 Bologna Tel. 051.6034001 Chiuso in tipografia il 22 marzo 2010

8 QUESTA SETTIMANA 8 Viola [DI GIULIANO SANTORO] 12 La sinistra e il popolo viola [INTERVISTA A PAOLO FERRERO DI ROSA MORDENTI] 14 Tumulti in paradiso [DI JORGE MARISCAL] 20 Nichi secondo [DI ENZO MANGINI] 26 New town contro gli zapatisti [DI HERMANN BELLINGHAUSEN] 27 Banlieues [DI ALAIN BERTHO] 29 Fairwatch [DI ALBERTO ZORATTI] 30 Congo infinito [DI DANIELA ROGGERO]

La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250.

DEMOCRAZIA KM ZERO

Numeri arretrati: € 3,00 con ccp n. 16972044 intestato a: Carta soc. coop. via Scalo di San Lorenzo, 67 00185 - Roma tel. 06. 45495659 distribuzione@carta.org

CLANDESTINO

38 Cittadini in fuga 26 L’Oasi urbana contro il malaffare [DI ANTONIO FIORENTINO] 44 Vita di Joy,ragazza in ostaggio [DI SARAH DI NELLA] 49 Ponzano Veneto col trucco [DI ELISA COZZARINI]

ECONOMIA SOCIALE 50 New degrowth a Bacellona [DI FEDERICO DEMARIA]

POST 54 Wim volò [DI FEDERICO PONTIGGIA] 58 La felicità è una roulotte [DI TERESA GRANO] 60 Tra seduzione e inganno [DI ANDREA BAGNI] 61 Chi lavora è dei nostri [DI SELENE PASCARELLA] 4 • C A R TA N . 1 0

La polemica su quanti effettivamente fossero in piazza San Giovanni i fan di Berlusconi ha fatto sogghignare i pluri-decennali organizzatori di manifestazioni sindacali o di movimenti o di partiti di opposizione. In genere, accade che la questura comunichi un numero appena partito il corteo, e dunque fortemente sottostimato. Un gioco così rituale che ormai lo si ignora: alla fine del corteo gli organizzatori comunicano ai giornali che... Nel caso del «partito dell’amore» è avvenuto l’opposto: gli organizzatori hanno subito gridato «oltre un milione!», la questura ha taciuto per ore, finché, ben dopo il Tg1 serale, ha esalato un «150 mila», presumibilmente dopo una tempesta di telefonate, liti e urlacci tra il Viminale, la questura, i capi del Pdl, ecc. Chi la fa, l’aspetti.

GAY

Svelato il mistero della strage di Srebrenica, durante la guerra di Bosnia. Perché i caschi blu olandesi lasciarono che i serbi mettessero in fila tutti i musulmani e li massacrassero? Il generale statunitense Sheehan ha spiegato a una commissione del senato: molti dei soldati olandesi erano gay.

STUDENTS

Il Congresso Usa, con un voto definito «storico», stabilisce non che la salute è un diritto universale, ma che lo Stato aiuterà i poveracci a pagare la assicurazioni private: non è il «socialismo», come dicono i nemici di Obama, ma è meglio che niente. Nel frattempo, però, le università californiane sono tutte occupate da studenti furibondi: gli investimenti pubblici sfumano. Il che ha effetti collaterali [pagina14]: meno neri e meno «chicanos», e quindi più razzismo, come all’Università di San Diego.


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Sabato 20 marzo, corteo per l’acqua. Ci sono anche i bambini in passeggino che dicono «basta». Foto di Simona Granati.

BORDERNEWS DI ANNA PIZZO

VOTI IN SALDO

D

OPO OTTO RICORSI andati a vuo-

VIOLET

A quanto pare, a votare per Sarkozy sono rimasti solo i non propriamente francesi, e nemmeno tutti: l’isola della Réunion, nel Pacifico, l’Alsazia semitedesca a l’italiana Carla Bruni. Ma perfino la Corsica gli ha voltato le spalle, dopo decenni di governi locali di destra. Sarà anche per questo che l’opposizione fiorisce: sta nascendo anche in Francia, come in Italia, un movimento dei viola [pagina 8]: il loro colore è proprio quello, il «violet».

‘NDRINE

Una deputata ex di Alleanza nazionale, Angela Napoli, calabrese, ha dichiarato che lei non voterà, alle regionali, perché «i clan della ‘ndrangheta avranno la maggioranza assoluta comunque vada a finire». Caspita. Per consolarci, siamo andati a vedere «Il volo» [pagina 54], il cortometraggio di Wim Wenders, il regista celebre de «Il cielo sopra Berlino», che racconta la Calabria dove la ‘ndrangheta è in minoranza: Riace, Caulonia e altri piccoli comuni che hanno accolto i migranti, come racconta il libro di Chiara Sasso «Trasite, favorite» edito da Carta. Wenders dice che è quella l’utopia per la quale val la pena faticare. Se ne accorgeranno anche i grandi media?

INVICTI

Ai lettori abituali sembreremo fissati, ma è anche così che si buca la nebbia dei media. Si parla di Abahlali, grande movimento delle towship, le città di baracche alla periferia delle metropoli sudafricane. Repressi dalla polizia e dalle milizie del partito al potere, proprio l’African national congress fondato da Nelson Mandela, costretti alla clandestinità per non farsi ammazzare, gli attivisti di un movimenti senza capi ma con un sacco di obiezioni al modo in cui si preparano i Mondiali di calcio, tornano a manifestare a Durban: corteo non autorizzato ma grande. Verranno anche in Italia: chi vuole conoscerli scriva a clandestino@carta.org.

UVA

Si chiamava Giuseppe Uva: arrestato per ubriachezza a Varse, è uscito morto dalla caserma dei carabinieri. Il suo amico, sopravvissuto all’arresto, dice che un carabiniere ce l’aveva con lui: «Aveva una relazione con la moglie di un carabiniere». Omicidio ufficiale per futili motivi. L’ennesimo Cucchi.

to, sembra proprio che i candidati del Popolo della libertà della provincia di Roma si siano rassegnati a restare fuori e si siano ora gettati a corpo morto a contrattare su quanto vale l’eventuale travaso dei «loro» voti: un assessorato, la presidenza di un ente, la direzione di una Asl o almeno di un parco? Chissà se lo stanno facendo anche quelli della lista Sgarbi, appena riammessa alle elezioni anche se non accontentata sulla richiesta di allungamento della campagna elettorale. E sì che a tirargli il bidone è stato proprio il decreto «interpretativo», che ha ridotto da quindici a sei i giorni della campagna elettorale. Fin qui, la situazione della lista fantasma e dei suoi effetti sulla democrazia sembrerebbero tutto sommato sotto controllo. Anche il centro sinistra è stato attraversato da un brivido, nel momento in cui sembrava che lo slittamento di due settimane fosse obbligatorio. Emma Bonino, la candidata presidente, impegnata in un incontro con associazioni di donne romane, è stata tutto il [poco] tempo dell’incontro con l’orecchio attaccato al telefono e, quando è parso sicuro il rinvio, ha esclamato: ma ci costerà un sacco di soldi. Non si è capito se alludeva all’erario italiano o alla propria campagna elettorale. Berlusconi dice che l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio. Ma dimentica che c’è qualcosa che vince anche sull’amore: sono i pacchetti di voti dei suoi mancati candidati, in vendita al miglior offerente un tanto a chilo. E in questo il Lazio è diventato un laboratorio.

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Carta per due Io, abbonato, il 26 marzo vado in edicola Cari amici cartacei, vi scrivo per comunicarvi che, come abbonato, aderirò alla campagna di autopubblicità del 26 marzo, comperando un numero in edicola da regalare e consigliare a qualche amico. Vi scrivo anche per comunicarvi cosa mi piacerebbe trovare sul nuovo Carta: più «mondo», per non ricadere in quella malattia di chiusura su noi stessi di cui parlava Gigi Sullo nella Lettera di qualche settimana fa; più «immagini», cioè reportage fotografici e/o fumetti, un po’ come nel mensile Carta etc. con il social geografic e il fumetto conclusivo. A presto. Leonardo Cuni

Lettori e abbonati partecipano alla «lucida follia editoriale», offrono consiglie sostengono il loro giornale: chi, abbonato, va in edicolaper una volta e chi regalauna copia a un amico

Solidarietà dal Mali Vi invio tutta la solidarietà affinchè un giornale purtroppo «unico» possa continuare a vivere! La mia e quella di tutta l’Association Solidarité Nord-Sud/Mali presso la quale mi trovo a Bamako. Non posso abbonarmi perchè… lo sono già [anche se il giornale poi lo leggo dopo mesi perchè passo parecchio del mio tempo felicemente qui in Mali]. Però cerco e cercherò di «promuovervi» in tutti i modi…. Buon lavoro e saluti Rosalba Calabretta, Association Solidarité Nord-Sud/Mali www.solidaritenordsudmali.ea26.com

Carta 24 ore Carissimi, sull’ultimo numero avete chiesto ai lettori idee o suggerimenti per la prossima tappa di questa lucida follia editoriale che è Carta. Quello che mi sento di suggerire in questa specifica fase storica del paese è una maggiore attenzione sui fatti economici sia nazionali che internazionali, eventualmente con una rubrica ad hoc, con tabelle e grafici esplicativi. Da una parte la cronaca [sincronica], dall’altra l’analisi [diacronica] di ciò che avviene sotto la voce «business». Non si può lasciare il monopolio informativo sull’economia al «Sole 24 ore»… Vi confermo la mia fiducia incondizionata di abbonato. Alessandro Romoli

Onde piccole e onde lunghe Dà voce a chi non la ha, offre visibilità a chi è ignorato dai media tradizionali e sempre più spesso dagli attori istituzionali. Racconta le mille pratiche sperimentate sul territorio per creare nuovi modelli e stili di vita a misura delle persone e dell’ambiente. Denuncia le forme di esclusione, di discriminazione e di razzismo che colpiscono i migranti e i rom, ma anche le donne, gli omosessuali, i lavoratori precari fino ad arrivare ai vecchi e ai nuovi poveri. Non rinuncia a sognare forme diverse della politica, capaci di far prevalere i progetti comuni e l’agire collettivo sui personalismi e le competizioni individuali. Narra le

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in quei mondi che ancora non ho visto, ma che un giorno spero di raggiungere: sfogliando le sue pagine mi ritrovo nei caracoles zapatisti, nei presìdi da dove riparte la democrazia [da quel «km zero»], nelle realtà che provano a frenare il treno dello «sviluppo» costruendo un’economia differente e creativa; incontro donne forti che manifestano in piazza, strani lavoratori che salgono sui tetti, cittadini migranti… E mi sento come a casa, in buona compagnia. Chiara, Vicenza

Un giornale ricco

onde piccole in movimento per prospettare onde lunghe di cambiamento. Ecco perché leggo Carta: merita di esistere. Grazia Naletto

Cari amici di Carta, leggo settimanalmente da abbonato il vostro giornale e lo trovo ricco d’informazione e di spunti di riflessione. Mi sento solidale a voi. Marco Chiandoni, Udine

Incartati? Carta non s’incarta!

Editoria in cantiere Carta è l’unico vero cantiere editoriale e politico che in questi anni non ha mai rinunciato a fare del vero giornalismo pur scegliendo sempre di stare da una parte. La parte dei diritti, delle pratiche alternative, della costruzione concreta di una società e di una economia più giuste e più solidali. Monica Di Sisto

Buone compagnie Carta racconta i luoghi dove abito e mi porta

Federico Pontiggia

Resistete Vi invio i miei migliori auguri con la massima solidarietà, oltre a un invito a resistere qualsiasi cosa accada. Carta e altre testate sono fondamentali per avere quel minimo di controinformazione che serve contro la lobotomizzazione dei cervelli operata da questo [e non solo] governo. Un abbraccio fraterno! Roberto Tacca, Limana [Bl]


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I regali per chi si abbona A chi si abbonaper un anno [o due] al settimanale, in regalo l’olio extravergine del Salento spremuto da ulivi secolari. E un documentario sui migranti nelle campagnesiciliane

Il frantoio di Maria Rosa In Terra d’Otranto, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, l’azienda agricola «Merico Maria Rosa snc» produce olio extravergine d’oliva da ulivi secolari. L’olio Merico è di qualità garantita: tracciabilità della filiera produttiva, coltivazione biologica, raccolta delle olive al giusto grado di maturazione, molitura a temperatura controllata nel piccolo frantoio aziendale entro pochissime ore dalla raccolta. Sono tutte caratteristiche che rendono questo olio qualcosa di più di un semplice prodotto. www.oliomericosalento.it

per abbonarsi ABBONAMENTI IN ITALIA [EDIZIONE CARTACEA] 200 euro: abbonamento biennale [92 numeri del settimanale o due abbonati annuali diversi] 120 euro: abbonamento annuale [46 numeri del settimanale] 70 euro: abbonamento semestrale [23 numeri del settimanale] 130 euro [anziché 170]: abbonamento annuale edizione pdf più edizione cartacea [46 numeri del settimanale edizione cartacea più 46 numeri del settimanale edizione pdf] ABBONAMENTI ON LINE [FORMATO PDF] 50 euro: abbonamento annuale [46 numeri del settimanale] 30 euro: abbonamento semestrale [23 numeri del settimanale] ABBONAMENTI IN ABBINATA [CON L’EDIZIONE CARTACEA] 360 euro: abbonamento annuale abbinato a il manifesto «Postale» [46 numeri del settimanale più il manifesto quotidiano postale] 450 euro: abbonamento annuale abbinato a il manifesto «Coupon» [46 numeri del settimanale più il manifesto quotidiano coupon] 135 euro: abbonamento annuale abbinato a Altreconomia [46 numeri del settimanale più 12 numeri del mensile Altreconomia] LE PROPOSTE PER I GRUPPI DI ACQUISTO SOLIDALE E PER I CIRCOLI ARCI Per i Gas: l'abbonamento annuale costa 100 anziché 120 euro [46 numeri del settimanale] Per i soci Arci: annuale 110 anziché 120 euro euro [46 numeri del settimanale] Per sottoscrivere l’abbonamento è possibile effettuare un versamento: con carta di credito sul nostro conto di Banca etica attraverso la Bottega on line: http://bottega.carta.org. con bollettino postale su conto corrente n.16972044 intestato a Carta società cooperativa, via dello Scalo San Lorenzo, 67, 00185 Roma con bonifico bancario, utilizzando il codice Iban: IT72J 07601 03200 0000 16972044 intestato a Carta società cooperativa. Per i pagamenti con bollettino postale o bonifico suggeriamo di inviare una copia della ricevuta ad abbonamenti@carta.org o al numero di fax 06 45496323, indicando i dati dell'abbonato/a: nome e cognome,data di nascita, recapito telefonico, e mail e indirizzo completo a cui si desidera ricevere la rivista. 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 7


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VIOL di Giuliano Santoro

I PROPONIAMO un gioco semplice, eppure estremo, visti i tempi e l’ossessione collettiva che divide l’Italia da quindici anni: ragionare del popolo viola, il movimento nato in rete sulla spinta dell’opposizione alla politica ad personam, parlando il meno possibile del loro nemico preferito, Silvio Berlusconi, e il più possibile dei protagonisti di un fenomeno che da qualche mese mostra di poter mobilitare nel giro di poche ore decine di migliaia di persone. Cominciamo da un luogo simbolico. Nel quartiere romano di Prati, tra i palazzi borghesi della riva destra del Tevere, c’è uno scantinato con il soffitto a volta. Quasi settant’anni fa ospitava le riunioni dei partigiani. Oggi è sede del circolo partigiano Libertà e giustizia. Uno dei ragazzi ultraottantenni che custodisce la storia dell’antifascismo frequenta Facebook. Nascondendosi dietro il suo avatar e indossando un corpo scattante come quello dei protagonisti del kolossal a tre dimensioni di James Cameron, il vecchio partigiano invia un messaggio sulla bacheca dei viola romani: «Siamo con voi». Quindi mette a disposizione la sede del circolo per gli incontri del popolo viola. Tra i convenuti c’è Emanuele Toscano, giovane «ricercatore a tempo determinato» nella fabbrica di

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Come portare in piazza il malcontento che per mesi ha circolato in rete? All’origine c’è la decisione di scegliere un colore. Indagine su un fenomeno che sfugge alle categorie tradizionali e che racchiude molti stati d’animo, in nome dell’opposizione al Berlusconi dilagante


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OLA FOTO EIDON

precarietà dell’università che è tale grazie alle cure draconiane di Giulio Tremonti: la sua è una delle fattispecie contrattuali inventata dalla ministra Gelmini per smantellare la ricerca pubblica. Emanuele è tra i promotori del «popolo viola». «Il colore viola è nato con la precisa idea di spostare in piazza un umore che attraversava la rete», racconta lui che, dopo essersi trovato in Ucraina all’epoca della rivoluzione «arancione» e aver osservato l’«onda verde» contro il regime iraniano, ha deciso di scommettere sul viola.

Emanuele ha il duplice sguardo dell’analista e dell’attivista. «Quella del premier è una figura meta-sociale – spiega – Catalizza tutte le istanze di opposizione del paese. E già qui c’è una questione preliminare che riguarda tutti quanti: la rivendicazione che la legge sia uguale per tutti. E poi a muovere i viola ci sono le vicende giuridiche, la richiesta di un’informazione indipendente e quella dei diritti di cittadinanza, di un nuovo welfare». Tuttavia, quando inforca gli occhiali del sociologo Emanuele riconosce che il movimento è attraversato da due tensioni a volte contraddittorie: c’è l’anima «creativa», che poggia sulle caratteristiche del lavoro precario intellettuale, e intrecciata a questa ci sono la frustrazione e l’energia negativa di quelli che sentono il peso di un paese bloccato da quindici anni e pensano

che si possa risolvere tutto con qualche arresto in più. Questa ambivalenza precipita anche nelle discussioni sulla forma organizzativa del movimento: i meno avvezzi alle questioni della rete e dei movimenti sociali vorrebbero costruire un’organizzazione e rafforzare l’identità dei viola. Per questo all’indomani della manifestazione del 5 dicembre, sulla spinta del trionfo di piazza San Giovanni, cinquanta delegati di gruppi locali si incontrarono a Napoli, il 9 gennaio scorso, ed elessero un «coordinamento nazionale» di otto persone. Dice ancora Emanuele: «Quel coordinamento non ha mai funzionato, è sempre stato scavalcato dalla rete». Il giorno prima del No B Day del 5 dicembre, che portò in piazza a Roma 300 mila persone e annunciò la nascita dei viola all’opinione pubblica, si sarebbe dovuta tenere la manifestazione dei centri sociali e delle case occupate 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 9


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Scelgo Fini «Chi sceglierei tra Massimo D’Alema e Gianfranco Fini? Preferirei senz’altro il presidente della camera. Almeno lui è un politico». Con queste parole, al programma televisivo Tetris di Luca Telese, lo scorso 17 marzo, Marco Travaglio ha dichiarato il suo endorsement per l’ex leader di Alleanza nazionale.

Il fondatore del primo grupposu Facebook, «Il Popolo viola», si firma San Precario, anonimo agit-prop virtuale

romane per protestare contro gli sgomberi e gli sfratti. Poche centinaia di persone si ritrovarono in piazza e il corteo, non potè neppure partire. Il giorno dopo, a guidare il fiume di gente che invase le strade di Roma, c’era il camion con la musica del Toretta Stile, «dj set» nato e cresciuto nel decennio scorso dentro i centri sociali romani, mettendo il suo marchio sui loro codici e stili musicali e comunicativi. Nella complessità dei segnali un occhio esperto avrebbe riconosciuto trai viola i ragazzi che frequentano gli spazi occupati. Questa corrispondenza, e ambiguità, è ancora più evidente nel caso dell’Onda. Dentro il grande movimento studentesco che ha invaso le strade nell’autunno del 2009, e che per primo ha rotto l’incantesimo del trionfo berlusconiano e della scomparsa delle sinistre, si agitavano già alcune delle caratteristiche contraddittorie e significative, che si ritrovano nei viola. La richiesta di «giustizia» e di «merito» nel caso dell’università, nasceva dall’invocazione di una qualche «unità di misura» del valore della conoscenza contro la gabbia del feudalesimo accademico. E la continua richiesta di «verità» dei viola, l’ostinazione nell’assediare i potenti con la forza delle della conoscenza, evoca l’attitudine a salvaguardare i saperi dal mercato. Fin dai primi giorni di quell’autunno 2009, le matricole premevano ai cancelli dell’università, sorprendendo i loro colleghi più anziani. Non volevano limitarsi a occupare le facoltà. Volevano andare davanti ai palazzi del potere a protestare. Ecco come l’Onda bloccò le città ed ecco perché l’anno dopo, sotto simboli diversi, i viola hanno presidiato palazzo Chigi mentre la camera votava il «legittimo impedimento». Per comprendere quanto internet sia decisiva, bisogna parlare di un altro avatar che si aggira nelle stanze 1 0 • C A R TA N . 1 0

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cazione e che ha partecipato ai movimenti degli ultimi anni. L’ingombrante presenza digitale di San Precario è stata persino motivo di una «scissione»: dal gruppo di Facebook «Il Popolo Viola», che conta al momento in cui scriviamo 255 mila iscritti, si è staccato «Resistenza Viola», cui hanno aderito fin qui 5491 persone. Un altro dei motivi ricorrenti è una specie di patriottismo: il desiderio di «riscattare» l’immagine dell’Italia dileggiata all’estero a causa di Berlusco-

5 DICEMBRE All’esordio in piazza del popolo viola Carta ha dedicato la copertina del numero 43 del 2009: un Berlusconi pugile suonato con un occhio tumefatto. Cioè viola.

NO SARKO DAY. IL 27 MARZO SARÀ «VIOLET» di S.D.N.

virtuali dei viola. Si chiama San Precario, come il patrono del lavoratore senza futuro e garanzie della MayDay, il primo maggio precario, e nessuno sa chi sia davvero. Si fa vivo solo per mezzo di email e Facebook: è stato a lungo l’amministratore del forum «Il Popolo Viola» sul social network e con la forza delle sue argomentazioni e delle sue proposte, ha influenzato le scelte e lo stile del movimento. Alcuni «profiler», come nei telefilm americani, hanno cercato di tracciarne un identikit: il misterioso attivista virtuale sarebbe un quarantenne che lavora nella comuni-

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L 5 DICEMBRE SCORSO, mentre i viola inva-

devano Roma, sui social network francesi spuntava l’idea di un No B Day alla francese. Su Facebook nasce il gruppo «Un milione di persone contro Sarkozy», e viene in mente a Benjamin Ball, 25 anni, di lanciare il 24 gennaio, con un appello di 55 blogger, il «No Sarko Day», il 27 marzo, in Francia e all’estero davanti alle ambasciate francesi. Nasce anche un’associazione – «l’onda viola» – che dovrebbe promuovere, dopo il 27 marzo, assemblee popolari, gruppi di riflessione, e libri bianchi tematici. La rivendicazione iniziale, le dimissioni del presidente, è stata presto abbandona-


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131 ni. Giovanna Paschero vive a Gorizia, ha 56 anni e si occupa di commercio con l’estero da libera professionista. Ci parliamo mentre si prepara a rispondere alle domande di un giornalista danese e ci tiene a precisare che lei è «solo uno dei tanti aderenti al movimento»: «Ogni giorno sulla bacheca nazionale del nostro gruppo di Facebook, vengono segnalati articoli dei giornali di tutto il mondo che informano e raccontano quello che tanti dei nostri media nascondono», spiega Giovanna, che è stata iscritta ai Ds, poi a Sinistra democratica e poi a Sinistra e libertà. E poi? «Mi sono stufata...», dice. C’è poi chi sta cercando di spostare l’energia viola su scala locale: Massimo Malerba ha 36 anni, vive a Catania e ha contribuito, con gli altri del gruppo locale, a riempire quattro pullman per Roma, lo scorso 5 dicembre. A Catania i viola si riuniscono in un pub. «L’ulti-

27 MARZO È la giornata del No Sarkozy Day, promosso in francia da persone e gruppi che si sono «incontrati» via internet, proprio come in Italia.

I gruppi di coordinamento locale viola su Facebook sono 131. Tra le città più attive ci sono Roma, Torino, Milano, Catania e Napoli. Si contano anche 34 gruppi esteri, molti europei ma anche americani e un gruppo australiano.

mo incontro è servito a lanciare un calendario di lavori dedicati alla Sicilia – dice Massimo, che in passato aveva partecipato al movimento contro la guerra – A Catania c’è il monopolio dell’informazione, quindi servirebbe molto riportare l’esperienza nazionale qui e risvegliare anche i nostri concittadini. È necessario concentrarsi sulle conseguenze culturali e sociali di questi anni. La grande forza e il grande limite del movimento viola è aver agito contro obiettivi precisi. Questo ci ha consentito di mettere insieme persone diverse, che non è detto siano disposte a proseguire questo cammino». Sulle forme organizzative, Massimo è provocatorio: «Non penso che tra di noi ci sia una pregiudiziale nei confronti dei partiti – spiega – I seguaci di Beppe Grillo non funzionano forse come un vero e proprio partito, verticistico e leaderistico?».

A proposito di partiti, bisogna ricordare un episodio. È il 27 febbraio, sono passate da poco le 17 quando accade un fatto simbolico, uno di quegli eventi che sono destinati ad aprire uno spartiacque. Piazza del Popolo, nel cuore della Roma di Alemanno e nel bel mezzo della campagna elettorale travagliata della destra, è stracolma di persone che protestano contro il cosiddetto «legittimo impedimento», che permetterà ancora una volta al presidente del consiglio di eludere i processi che lo riguardano. I viola erano stati chiari: nessun simbolo elettorale in piazza e nessuna bandiera di partito davanti al palco, i militanti coi simboli politici si accomodino dietro. Ma ecco che un signore che inalbera un cartello che invita a votare per l’Italia dei valori si piazza lì davanti. Qualcuno gli intima di abbassare il manifesto, lui si rifiuta. Poi un giovane viola, stanco di

Dopo la batostanel voto delle regionali, il presidente francese è nel mirino di un nuovomovimento. Ecco i viola transalpini

presidente onoraria di Attac, Susan George, il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, la rivista satirica Siné Hebdo. Resta da capire se il salto dal web alle piazze riuscirà. Di sicuro, il sistema Sarkozy ha incassato un duro colpo con le elezioni regionali, tanto da mettere in dubbio la sua rielezione nel 2012. Sarkozy però aveva messo le mani avanti: «Voto regionale conseguenze regionali, elezioni nazionali conseguenze nazionali». Sarko potrebbe così tirare dritto sulle riforme avviate dal governo - pensioni e sanità - con un leggero rimpasto dell’esecutivo. Intanto la sinistra è in fermento dopo il voto «storico». Il leader di Europe Ecologie invita il blocco di sinistra a creare una «cooperativa politica» per decidere «collettivamente sia delle scadenze istituzionali da qui al 2012 sia delle grandi questioni di società». Una prima prova generale del No Sarkozy Day c’è già stata quindi, con una settima di anticipo, il 22 marzo, ed è andata piuttosto bene.

ta, per coinvolgere più persone. Gli iscritti su Facebook sono 380 mila, «giovani, vecchi, poveri, ricchi, punk…», dicono gli organizzatori durante la conferenza stampa di presentazione della manifestazione. Nell’appello contro «Sarkozy e il suo clan» si denunciano il «disastro economico», «la politica della paura», le «leggi liberticide», le «manipolazioni mediatiche» e le «ingerenze giudiziarie». «Proviamo – spiega Ball – a porre le basi di un movimento costruttivo, a fare di questa giornata un punto di partenza». Gli organizzatori, come in Italia, ribadiscono la loro indipendenza da «partiti e sindacati». Tra i sostenitori, la

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Touraine. «Sono rimasto colpito dal pathos, dall’insistenza sulla cura della democrazia, della Costituzione, del legame sociale, del popolo viola. È questa affettività la vera novità: sono uomini e donne disposti a mettersi in cammino»: sono parole di Alain Touraine, decano della sociologia francese.

) COSA PENSA LA SINISTRA DEL POPOLO VIOLA? intervista a Paolo Ferrero di Rosa Mordenti

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quel tira e molla, gli prende il cartello e lo strappa. Il senatore Stefano Pedica, coordinatore nel Lazio del partito di Di Pietro, impugna il telefonino e telefona agli agenti della Digos per denunciare l’accaduto. Ne conseguono qualche spintone e un attimo di tensione tra i viola e il gruppetto dell’Idv. Il fatto finisce lì, ma i più attenti osservatori noteranno l’ostinazione dei viola nel difendere la propria autonomia. La richiesta di coerenza e trasparenza spinge a diffidare istintivamente dei partiti politici, ma il rapporto tra i viola e la politica istituzionale è tutt’altro che lineare. Gianfranco Mascia è uno in prima linea da tempi non sospetti: 15 anni fa fondò i comitati Boicotta il Biscione, che gli costarono anche una spedizione punitiva e qualche giorno di prognosi. In questi anni ha messo la sua competenza di comunicatore sul mercato politico, lavorando per i Verdi e per la loro emittente EcoTv, per la Sinistra Arcobaleno e per l’Italia dei Valori. Da qualche giorno è in libreria «Il libro viola» [Baldini e Castaldi, 142 pagine, 12 euro], in cui Mascia ricostruisce dal suo punto di vista la storia del movimento, dando del tu ad un im1 2 • C A R TA N . 1 0

Lo scorso 27 febbraio, in piazza del Popolo, c’è stato qualche momento di tensionetra i viola e l’Italia dei valori, che non aveva rispettato i patti: i partiti dietro maginario lettore. Mascia parla, guarda un po’, a «una delle menti di questa disastrata università italiana»: «Vai avanti con contrattini da 900-1000 euro al mese e le parti più importanti delle tue ricerche te le vedi scippate dai baroni», scrive Mascia che poi esorta a creare «una rete che si ritrova a navigare nel sapere e a pensare insieme» e che riesca a «realizzare una diversa e produttiva mobilitazione delle singole competenze», citando «l’intelligenza collettiva che si muove come un organismo vivente dei ragazzi di Seattle e del movimento no global». «La domanda è – scrive Mascia nelle ultime pagine del libro – come possiamo trasformare l’enorme quantità di energia sprigionata in questi mesi in azioni concrete e utili al cambiamento?».

AL PALCO della manifestazione del centrosinistra, il 13 marzo, Paolo Ferrero ha ringraziato il «popolo viola». Perché Rifondazione è grata «ai viola», considerato anche che il movimento attacca «l’impotenza dei partiti della sinistra», come ha scritto Gianfranco Mascia? «Quella di Mascia è demagogia – ribatte secco Ferrero - A noi il popolo viola interessa perché, come è normale oggi, è un misto: è un movimento sociale, culturale e politico. Costruisce mobilitazione e opinione contro Berlusconi ma comincia a porsi il problema del berlusconismo, e infatti si mobilita anche sul lavoro, le privatizzazioni, l’informazione. Nasce nel momento della crisi della sinistra: mentre a Genova Rifondazione aveva, se così si può dire, le carte in regola, oggi, dopo il governo Prodi e le vicissitudini del 2008 [la scissione, ndr], la diffidenza nei nostri confronti, e verso gli altri partiti, è evidente. È anche il momento di un’azione liberista pesantissima, che ha cancellato il tema della giustizia sociale. Tutto viene declinato nella contrapposizione legalità-illegalità: sembra l’unico codice della politica, usato paradossalmente tanto dal governo [contro i ‘clandestini’] quanto dall’opposizione ‘egemone’ [contro il governo]. Questo movimento tende, secondo me, ad avere qualche caratteristica da Par-


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Secondo Gianfranco Mascia, il Pdl avrebbe dato 100 euro ad alcuni giovani per rinfoltire le fila della manifestazione berlusconiana del 20 marzo scorso. Su internet è cominciato il tam tam: «È il Partito dell’amore [a pagamento]».

C’era una volta un partito chiamato Rifondazione. Che c’è di nuovo, dice il segretario Ferrero, e che dialogacon i movimenti. Ad esempio i viola tito d’azione, per l’attenzione alla legalità e alle questioni morali [cose, sia chiaro, sacrosante]. È come può essere un movimento giovanile di ribellione nel contesto della crisi della sinistra d’alternativa e del liberismo selvaggio. Mi pare molto interessante». Come dialoga Rifondazione con il movimento viola?

Un movimento cresce se i partiti non gli mettono il cappello sulla testa. Nel suo intervento al congresso dell’Italia dei valori, Di Pietro ha detto che i movimenti sociali sono solo la reazione alle azioni del potere, un segnale del malessere, sono – ha detto - «diarrea sociale». Noi invece pensiamo che con i movimenti si dialoga alla pari. C’è la crisi della sinistra e c’è la crisi dei partiti. Rifondazione si trova in mezzo. Perché stare in un partito adesso? Cosa può fare la politica?

Il problema è sconfiggere il capitalismo. Per farlo devi avere forti elementi di identità, una lettura della storia del paese e una narrazione, un’idea di dove ti collochi in quella storia. Devi avere anche una capacità di intervento capillare, perché l’universo dei media cancella chi sta fuori dalla dialettica bipolare, cioè dall’orizzonte fascistoide del governo e liberale dell’opposizione. Un partito, che poi è una cosa che si può fare in molti modi, può essere uno strumento decisivo. Lo facciamo sa-

pendo che è solo un pezzo del lavoro per costruire l’alternativa. L’obiettivo è quello che potremmo chiamare un nuovo movimento operaio, uno spazio comune, ampio, in cui si dialoghi tra esperienze diverse. C’è una relazione diretta oggi tra l’impotenza della politica, cioè tra la percezione che la politica non serva a risolvere i problemi, e la percezione dell’impotenza sociale, e il depositare le istanze sul leader. È una forma religiosa classica che da buon marxista e da buon protestante considero negativa, perché è proprio «oppio dei popoli». Va costruito il senso di sé delle persone, al posto di questo abbandono estatico al capo carismatico. La Federazione della sinistra però sembra proporsi come esaustiva.

Direi di no. La Federazione è la messa in comune di percorsi tra alcune organizzazioni, principalmente Rifondazione, il Pdci e Socialismo 2000. L’obiettivo è riuscire ad allargarsi e che queste forze fungano da leve per l’avvio di un processo al quale possano partecipare tutti coloro che ritengono utile una linea politica a sinistra del Pd e da questo autonoma. Il partito è uscito spappolato dall’ultima scissione. Avete dovuto ricominciare da zero…

C’è stata una perdita di credibilità fortissima del progetto politico di Rifondazione, dovuto alla partecipazione al

governo e ai suoi risultati. Ci sarà un motivo se nel 2006 avevamo il 12 per cento e nel 2008 il 3: è successo qualcosa, lì in mezzo. La spiegazione della crisi globale del comunismo è intellettualmente disonesta, perché non riconosce i propri errori. Dobbiamo dire che c’è stata la crisi di un progetto politico, il nostro. Stiamo costruendo esperienze che considero enormi, ma che sono invisibili: dal lavoro in occasione del terremoto a L’Aquila ai gruppi di acquisto popolare, all’«Arancia metalmeccanica» con le casse di resistenza… Sono pezzi del partito sociale che dentro la crisi del welfare è importante per il futuro, secondo me. Non ha visibilità, ma pratiche e relazioni. Cinquantamila persone si sono iscritte a questo partito che in televisione non esiste. Mia madre mi ha chiesto: ma tu hai cambiato lavoro, che non ti vedo più? In giro c’è un’effervescenza che un anno fa non c’era. Secondo me, il ciclo lungo delle lotte degli anni settanta e degli anni duemila ha mantenuto un tessuto militante e di attenzione ampio. E se non siamo completamente cretini, e magari invece siamo un po’ bravi, è possibile far pesare queste forze, che contano quanto e più di Di Pietro come capacità di lavoro sociale e di cultura, e però non contano un bel niente. La mia scommessa è riuscire a ricostruire non solo una presenza, ma anche una narrazione e una riconoscibilità.

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IDEE JEORGE MARISCAL è professore all’Università di California a San Diego. Il suo ultimo libro è «Brow-Eyed Children of the Sun: lessons from the Chicano Movement» [jorgemariscal.blogspot.com]. Questo articolo è pubblicato su counterpunch.org.

Tumulti in paradiso I

DI JORGE MARISCAL

L 29 APRILE DEL 1992, una giuria composta integralmente da bianchi assolse tre poliziotti di Los Angeles accusati di aver bastonato l’afroamericano Rodney King sotto l’occhio delle telecamere di controllo. Poche ore dopo esplosero rivolte in tutto il sud della California. Alla University of California San Diego [Ucsd], gli studenti chicanos [di origine messicana, ndt] e afroamericani fecero una manifestazione nel quasi sempre placido campus di La Jolla, una delle comunità più ordinate e con minore diversità etnica del paese. Inaspettatamente, centinaia di studenti cominciarono ad avanzare verso l’autostrada I-5, la invasero e bloccarono il traffico verso sud per varie ore. Quando, poche ore dopo, furono intervistati dai giornalisti, gli studenti della Ucsd spiegarono che, anche se il detonatore del loro gesto era stato il verdetto contro gli aggressori di King, il vero impulso nasceva da anni di delusioni e di isolamento nel campus di La Jolla. Molti di loro erano attivisti studenteschi, quasi tutti non bianchi. Uno dei chicanos era presidente del sindacato Associated students. Tutti rappresentavano organizzazioni che avevano proposto all’università riforme per renderla più tranquilla e capace di integrazione delle minoranze. Tutte le loro proposte erano cadute nel sacco rotto delle autorità universitarie. Pur essendo un campus a venti chilometri dal centro urbano di San Diego, in apparenza idilliaco, la Ucsd ha nel tempo contribuito con una sua quota ai movimenti studenteschi radicali. Il più celebre nacque nel 1969, quando una coalizione di studenti afroamericani e chicanos avevano proposto la creazione del College Lumumba-Zapata [rispettivamente dirigente politico congolese ucciso dai colonialisti e leader della rivoluzione messicana, ndt], con l’intenzione di obbligare l’università ad affrontare le preoccupazioni delle minoranze. Angela Davis [personaggio del ’68 statunitense, afromericana, ndt] fu la protagonista più nota di quel capitolo della storia della Ucsd. In un modo o nell’altro, ogni volta che lo spirito nazionale sfociava in mobilitazioni studentesche, la Ucsd occupava un posto all’avanguardia. Facciamo un salto di diciotto anni da quella invasione dell’au-

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UNIVERSITÀ DI SAN DIEGO IN CALIFORNIA, STATI UNITI «POST-RAZZIALI» DI OBAMA. DI COLPO ESPLODE LA PROTESTA DEGLI STUDENTI NERI E CHICANOS. PERCHÉ SUCCEDE? L’ANALISI DI UN TESTIMONE DIRETTO


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PROTESTE Questa immagine è tratta dalla mostra «The art of protest», che si è chiusa qualche giorno fa e che era ospitata dal centro studentesco Cesar Chavez di San Francisco, in California. Le lotte dei latinos intanto non accennano a placarsi: lo scorso 22 marzo, a Washington Dc, mentre il senato approvava la riforma sanitaria, 500 mila persone, in gran parte migranti, hanno manifestato per chiedere la riforma del diritto dell’immigrazione.


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LA FOTO È all’inizio di quest’anno che una serie di episodi razzisti provocano la protesta degli studenti neri e «chicanos» [di origine messicana], alleati tra loro. La foto qui sotto si rifrisce a uno dei meeting di protesta di cui parla l’articolo di Jorge Mariscal.

NEL PIENO DELLA GRANDE CRISI, IL SOSTEGNO PUBBLICO ALLE UNIVERSITÀ CROLLA, E IL PESO PASSA SULLE SPALLE DEGLI STUDENTI. SI CERCANO I FUORI SEDE E SI RIDUCONO LE PERCENTUALI DI NON BIANCHI

tostrada. Nel 2010, il campus della Ucsd è fisicamente molto diverso, eppure la sua attitudine non è cambiata affatto. C’è un nuovo dipartimento di ingegneria, una nuova scuola di economia e, in generale, l’influenza delle imprese si nota più che nel passato. Però la percentuale di studenti universitari afroamericani e chicanos continua ad essere la stessa [l’1,3 e il 9 per cento, rispettivamente] e il clima del campus sembra a quasi tutti gli studenti anodino e sterile come continua ad essere da quasi cinque decenni. Per molti studenti non bianchi il clima è apertamente ostile. Una delle caratteristiche relativamente nuove nel campus è la presenza di una rete di confraternite studentesche la cui origine risale in alcuni casi all’epoca immediatamente successiva alla Guerra di Secessione statunitense, quando i membri dell’antica Confederazione [gli Stati schiavisti del sud, ndt] esibivano il loro scontento di fronte all’adesione all’Unione. Molti membri di queste confraternite hanno legami con un periodico studentesco chiamato «Il koala», che pubblica senza soste un torrente di pagine sessiste, omofobe e razziste con l’intenzione di provocare e intimidire. La Ucsd è una polveriera in attesa di una miccia. Nel mezzo della peggiore crisi economica dalla Grande Depressione, l’insieme della rete universitaria della California sembrava avvicinarsi, lo scorso anno, al momento definitivo della privatizzazione. Il sostegno governativo si era prosciugato, tanto che i campus cercavano di sopravvivere gettando il peso economico sulle spalle degli studenti, incrementando le tasse, tagliando servizi e aumentando il numero dei fuori sede [il cosiddetto «modello Michigan»]. L’immagine di una educazione universitaria accessibile e universale, ciò che le comunità nera e chicana di San Diego avevano sempre considerato come l’obiettivo desiderabile, si allontanava ora dalle famiglie della classe media dalla pelle di tutti i colori. L’insistenza nel cercare di ottenere reddito dai borsellini di studenti provenienti da altri Stati presupponeva

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che un certo numero di abitanti della California sarebbero stati esclusi. All’inizio del 2008, il Centro di investigazione Ralph Bunche dell’Università di Los Angeles [Ucla] pubblicò un rapporto devastante sulla situazione degli afroamericani nella rete universitaria californiana. A proposito del campus di La Jolla, il rapporto diceva: «I casi di cui si ha conoscenza fanno pensare che molti aspiranti studenti afroamericani percepiscono che il clima razziale nella Ucsd è ostile e, se vengono ammessi, scelgono poi di non iscriversi in questo campus. Il ridotto numero di studenti neri ammessi che alla fine diventano matricole potrebbe riflettere la paura di sentirsi isolati nell’università dal punto di vista razziale». Senza dubbio, il problema di questo campus in particolare non era tanto quelle delle ammissioni, quanto quello del clima dominante e della scarsezza di denaro destinato a borse di studio. Curiosamente, la Ucsd accettava più studenti neri


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1969 qualificati della Ucla o di Berkeley, ma non era capace di convincere nemmeno il 20 per cento di loro a iscriversi a La Jolla. Ciò nonostante, le autorità della Ucsd insisterono nel minimizzare la necessità di trovare rimedi a questo fatto in un’epoca «post-razziale». Anche se riconoscevano che non tutti si sentivano soddisfatti delle sensazioni che il campus trasmetteva, sostenevano che avrebbero prodotto un maggiore effetto soluzioni generiche. Concentrarsi sui motivi per i quali gli studenti neri si sentivano a disagio non avrebbe avuto altro esito che dividere gli studenti. Non si dovevano analizzare in modo separato i diversi gruppi. In fin dei conti, tutti erano a favore della «diversità», sempre che essa non fosse definita con criteri troppo stretti. Nel giugno del 2009, vari membri del Consiglio dei rettori delle università della California [Uc Regents] rimproverarono pubblicamente il rettorato della Ucsd per il numero scandalosamente basso di studenti afroamericani nel campus. Nel mese di settembre, il sindacato degli studenti neri [Bsu, Black students union] della Ucsd, insieme con altre organizzazioni sindacali, alleanze e assemblee studentesche della rete universitaria della California presentò un documento intitolato «Do Uc Us?» [gioco di parole tra la pronuncia inglese di Uc, che suona anche come «you see?», per cui l’espressione suona come «Università di California, ci vedi?», ndt]. Nel quadro di una analisi incisiva delle ragioni per le quali si dovrebbe riformare l’università, si affermava: «Attualmente, la probabilità che gli studenti della Ucsd abbiano relazioni con uno studente nero nel cam-

CORNELL Fu in quella università, e in quell’anno, che studenti neri, armi in pugno, insorsero contro il razzismo. Quel che ottennero, da lì in poi, fu l’inizio degli «african studies».

Il razzismo post-razziale DI ANNA CURCIO

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di Obama le violenze razziste restano all'ordine del giorno. Eppure in tanti videro nell'elezione di Obama l'avverarsi del sogno di Martin Luther King: un mondo che non giudica il colore della pelle. Ma la svolta, indubbiamente epocale, aveva piuttosto aperto una partita tutta da giocare. Insieme alle presidenziali, Colorado e Nebraska erano stati chiamati ad esprimersi anche per l'abolizione delle azioni positive [affirmative actions] a favore di «minoranze razzializzate». Già nel 1997 la California aveva bandito i «trattamenti speciali» per studenti e docenti «colored» e, negli anni successivi, altri Stati avevano seguito l'esempio. A partire dagli anni ottanta, una vera e propria offensiva conservatrice aveva fronteggiato l'affermazione dei diritti civili. Così, mentre le lotte degli anni sessanta avevano aperto nuove opportunità per le minoranze, restrittivi provvedimenti di legge bipartisan delle amministrazioni successive avevano puntato a ripristinare la supremazia dei «bianchi». E i campus ne sono testimoni privilegiati. Dal 1969, dopo le ribellioni studentesche, iniziarono i corsi di «african studies», capostipiti dei «black, women, lgbt studies» nelle università. In quegli anni episodi di questo tipo si moltiplicarono in tutto il paese e, nei primi anni settanta, furono infine promulgati i primi provvedimenti affermativi a favore delle minoranze che garantivano forme

privilegiate di accesso alle università. Ma l’America nativista non è rimasta a guardare. E nei campus la «guerra culturale» [«culture war»] che ha accompagnato il progetto neoliberista ha preso di mira i saperi della parzialità nati dalle lotte degli studenti neri, mentre i continui tagli di bilancio hanno puntato a ridurre gli ambiti di agibilità delle minoranze. Cavalcando l’onda della crisi economica globale, anche Obama ha insistito in questa strategia. I tagli al sistema formativo sono stati pesantissimi. In California, dove esiste[va] uno dei migliori sistemi universitari pubblici con buona presenza di studenti black e latinos, i tagli hanno dato il via ad ampie mobilitazioni studentesche: scioperi, occupazioni, proteste più e meno pacifiche anche oltre la linea del colore, per l’accesso e la qualità del sapere [si veda www.edu-factory.org]. Ancora una volta, la risposta non si è fatta attendere, questa volta animata dalla più volgare espressione della socialità nei campus americani: le confraternite. «Fraternity» e «sorority», rigorosamente maschili le prime, femminili le seconde, entrambe rigidamente bianche e costruite su vincoli di appartenenza razzisti e sessisti. Questa sarebbe l’America «postrazziale» di Obama. I bianchi, ormai minoranza demografica, sono sempre più atterriti dalle lotte che si declinano sul terreno della «razza», termine ambiguo ma spesso usato dai black per imporre la propria differenza e rovesciarne il senso biologico, e provano in modo scomposto a riaffermare la propria superiorità.

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PAURA «I migranti hanno fatto rinascere le nostre città. Fino a poco fa le strade erano vuote e insicure, avevamo paura a tenere corsi serali», ha detto al settimanale The Nation Deborah Barnett, bibliotecaria a Russellville, in Alabama.

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pus è praticamente nulla, dato il ridotto numero di studenti neri». Però gli studenti neri non rifiutavano l’università. Piuttosto, iniziarono una collaborazione intensa con le autorità accademiche per aumentare il numero di afroamericani iscritti. Nel mesi successivi, la direzione del Bsu avrebbe dedicato molto tempo a cercare di definire nuove strategie per convincere sempre più studenti neri e chicanos ad accettare le loro offerte e ad iscriversi alla Ucsd. E mentre si davano da fare per migliorare l’università, gli studenti neri e chicanos segnalavano alle autorità l’ostilità del clima dominante. In una riunione del Consiglio locale dei supervisori, nel mese di novembre, gli studenti del Bsu e del Movimento estudiantil Chicano de Aztlan [Mecha] raccontarono le loro esperienze con eloquenza. Nei giorni successivi, alcune delle autorità accademiche screditarono gli studenti definendoli un ridotto numero di scontenti a cui i capi delle rispettive organizzazioni avevano suggerito con malizia di protestare.

L’inverno del nostro scontento A La Jolla le giornate sono calde e assolate già a febbraio. Il campus della Ucds è collocato su un’altura che si affaccia sul Pacifico, è una sorta di parco tematico per gente intelligente. I dintorni infondono senso di sicurezza, soprattutto agli occhi di coloro che vivono nel centro della città. E le apparenze fanno pensare che tutti quanti siano concentrati sui loro studi e ricerche. Eppure, dal 15 di febbraio una serie di incidenti razzisti diedero una scossa alla tranquillità artificiale del campus. Gli studenti della Ucsd associati alla rete di confraternite belligeranti organizzarono una festa, sponsorizzata dal campus, chiamata «Compton cookout» [il picnic di Compton, ndt]. Nella festa si sprecavano gli stereotipi razzisti, il che sorprese molti ragazzi dell’era Obama, e, ben presto, le confraternite si fecero scudo della libertà di espressione e dell’idea che, se alcuni artisti neri adoperavano quegli stereotipi, anche loro potevano usarli. Prendendo spunto da questa vicenda, un gruppo di studenti legati a un periodico razzista e sessista sequestrarono la tv a circuito chiuso del campus, poi presero a riferirsi ai membri del Bsu come a «prostituti neri intrusi». Il giorno seguente, comparve una fune con un nodo scorsoio nella biblioteca centrale. Poco dopo, su una statua vicina al campus centrale apparve la federa di un cuscino a forma di cappuccio del Ku Klux Klan. L’abituale distanza della Ucsd dalla realtà traballava. Studenti di tutti i colori della pelle inscenarono proteste e assemblee informative all’aria aperta: erano arrabbiati, ma riflessivi e ben organizzati. Proprio come accadeva diciotto anni prima con la reazione al verdetto su Rodney King, la riposta agli atti di razzismo non aveva tanto a che vedere con i gesti in sé, quanto con la tensione che il campus provocava in molti studenti neri o chicanos. Benché l’urto emotivo che gli incidenti avevano provocato negli studenti fosse profondo e lacerante, gli studenti si concentrarono subito sulle strategie utili a trasformare il clima istituzionale e, in ultima analisi, il carattere dell’istituzione. Sì, era razzismo, ma la faccenda aveva anche a che fare con variabili demografiche di studenti e professori, con i corsi di studio e con il contesto delle attività. Più importante, gli studenti capivano che il problemaaveva a che fare con l’agonia dell’educazione e pubblica e tutti gli

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SULLA TESTA DELLA STATUA NELLA PIAZZA PRINCIPALE DEL CAMPUS FU COLLOCATO UN CAPPUCCIO DEL KU KLUX KLAN effetti devastanti che trent’anni di economia reaganiana avevano avuto sulle famiglie della classe lavoratrice della California, un tempo conosciuta come lo «Golden State». Quando esplose la questione, fu chiaro che le autorità universitarie non avevano idea di come affrontarla con efficacia. Gli studenti del Bsu, in collaborazione con il Mecha e altri gruppi, furono obbligati a lavorare giorno e notte per suggerire alle autorità una rotta da seguire. Per sorprendente che possa sembrare, gli studenti facevano il lavoro che avrebbero dovuto fare vicerettori che guadagnano più di 300 mila dollari l’anno, e lo facevano meglio. Quando gli studenti prima occuparono e poi abbandonarono pacificamente l’ufficio del rettore, una donna, il 26 febbraio, le mandarono un mazzo di fiori con un biglietto: «Niente di personale, è solo lavoro». Gli studenti esibirono una sapienza sorprendente: da dove ricavavano questo buon modo di fare politica? Come mai interpretavano le cose meglio dei professionisti che dirigono il campus? Mentre le autorità accademiche precipitavano nella confusione, gli studenti neri e chicanos lavoravano insieme in ma-


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SAN DIEGO La biblioteca centrale del campus di La Jolla, Università di San Diego. É qui che è apparsa una fune con un nodo scorsoio, allusione al linciaggio dei neri. Atto razzista che ha provocato la protesta.

niera coordinata ed efficace. Lo stereotipo dei mezzi di comunicazione per cui giovani neri e chicanos si combattono nelle carceri e nelle università era smentito dalla solidarietà esibita da Bsu e Mecha. Nella prima fase della protesta si potè vedere che gli studenti che con maggior impeto criticavano l’università in manifestazioni e riunioni si impegnavano per l’università:

che in realtà proteggono e conservano è un sistema di realtà e l’idea che hanno di se stessi». Secondo l’accordo firmato il 4 marzo del 2010 tra il Bsu e la Ucsd, le autorità universitarie si impegnavano ad accogliere molte delle richieste studentesche. Il 5 marzo, le autorità del campus cominciarono a smentire l’accordo sostenendo che

GLI STUDENTI NERI E CHICANOS VOGLIONO UNA UNIVERSITÀ APERTA A TUTTI. LA MAGGIOR PARTE DEI DOCENTI PARLA DI UNA «UNIVERSITÀ GLOBALE» CHE PERÒ IGNORA I PROBLEMI DELLE MINORANZE invece di abbandonarla volevano salvarla da se stessa. Mentre negoziavano con le autorità capivano che molti altri avevano chiesto in passato le medesime riforme. Sapevano anche che l’esito più probabile era che la burocrazia universitaria si sarebbe mostrata incapace di comprendere il cambio radicale che era necessario. Come ha detto James Baldwin [altro docente della Ucsd, ndt], «per la maggior parte le autorità accademiche presumono di proteggere e conservare se stesse e ciò in cui si identificano, mentre quel

«le cose sono sempre andate così». Le promesse di assumere più insegnanti appartenenti a gruppi minoritari cominciarono a svanire quanto altri settori accademici molto potenti, come quelli di gestione aziendale o di ingegneria, spinsero i loro dirigenti a chiudere il rubinetto di finanziamenti molto abbondanti. Gli studenti neri e chicanos e i loro alleati avevano immaginato per il nuovo secolo una università pubblica che servisse a tutta la popolazione della California. L’autorità universitaria e la maggior parte del cor-

po docente si aggrappavano a una università-impresa che ai autodefiniva «globale» ma che, nonostante i buoni propositi, trascurava questioni che gettano gli statunitensi di origine indigena, messicana o africana, nel bidone della spazzatura del secolo passato. Gli avvenimenti all’Università di California a San Diego ci offrono un’immagine della California del futuro e forse degli Stati uniti. Man mano che l’educazione superiore pubblica si converte in un territorio per ricchi, e che i giovani delle classe lavoratrici sono obbligati a indebitarsi per ottenere un titolo di studio universitario, ci sono sempre meno giovani neri o chicanos che possono permettersi di frequentare le università più prestigiose. In California la nuova segregazione, nell’educazione pubblica, è già avanzata. Se nel campus ci sono comunità ridotte di numero di neri e chicanos, questi studenti saranno più esposti al razzismo occasionale che imbeve la cultura in generale. Gli attacchi dell’estrema destra al presidente degli Stati uniti, l’ostilità generalizzata contro i musulmani statunitensi e tutte le altre trappole razziste dilagheranno in spazi pubblici originariamente concepiti per formare una cittadinanza consapevole.

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« IL RACCONTO berlusconiano è finito tra le macerie de L’Aquila e quei cartelli con scritto ‘io non ridevo’ sono stati la condanna di una intera classe dirigente. Ma se il racconto berlusconiano è finito, noi non abbiamo ancora un racconto coerente per rendere credibile l’alternativa». Nichi Vendola

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di Enzo Mangini

È DEL NUOVO IN PUGLIA. Sembra che la regione abbia ripreso a respirare dopo una lunga apnea. Il merito è mol-

to del ragazzo di Terlizzi, classe 1958, che ha intercettato una diffusa voglia di riscatto. A Trani se lo ricordano quando da studente, d’estate, faceva il cameriere al Trinidad. Di quel tempo ha conservato, dicono, la tenacia e l’umiltà, quella che per esempio lo spinge a incontrare gli operai di una fabbrica di filati che stanno facendo lo sciopero della fame in una tenda nella piazza principale di Trani. Entra titubante, accompagnato da un suo vecchio amico, Felice Di Lernia, candidato con Sinistra ecologia e libertà al consiglio regionale. Ascolta, risponde e cerca di stare in equilibrio, dare fiducia senza illudere. Il nuovo, in Puglia, è ancora in costruzione. «Per Vendola, secondo me, valgono le parole che furono usate per Carlo Levi - dice poi Di Lernia - Ha un amore dolente per la vita. Ma è anche un grande retore, forse l’ultimo». C’è una tra-

Nichi Nichi secondo

DON TONINO BELLO E IL PCI, LA PUGLIA E IL MEDITERRANEO, LA POESIAE IL NARCISISMO. ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI REGIONALI, SUL PRESIDENTE PUGLIESE SI CONCENTRANO ENTUSIASMI, ATTENZIONE, E UN DUBBIO: QUANTO RISCHIA DI ESSERE SOLTANTO UN’ICONA POP PER LA SINISTRA?

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ILLUSTRAZIONE DI LAURA RICCIOLI


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1958

A BARI, il 26 agosto, nasce in una famiglia cattolica e comunista, penultimo di due fratelli e una sorella. Da sempre viene chiamato Nichi, che sta un po’ per Nicola, il santo patrono di Bari, e un po’ per Nikita, in onore di Kruscev, allora segretario generale del Partito comunista sovietico. A mezza strada già nel nome.

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UN LIBRO Le ambizioni e i progetti di Vendola, ma anche il suo taglio personalissimo nell’affrontare la politica e la propria molteplice identità, sono stati condensati in un libro intervista, «La fabbrica di Nichi», scritto da Cosimo Rossi [manifestolibri, 125 pagine, 12 euro].

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dizione mediterranea nell’uso delle parole che si intravede nella filigrana dei suoi comizi. A Maglie, per esempio: l’ex feudo politico di Raffaele Fitto ha accolto Vendola per uno degli appuntamenti più difficili della campagna elettorale. Piazza strapiena, a migliaia. Molti giovani, soprattutto all’inizio. I capelli grigi stanno un po’ in disparte, disorientati quasi per quel modo poco familiare di stare in una piazza politica. Jovanotti [«Sono un ragazzo fortunato»] e Lucio Dalla [«La sera dei miracoli»] fanno da colonna sonora. L’atmosfera da concerto rock si stempera appena Vendola arriva sul palco e rimane per qualche secondo silenzioso. Non se lo aspettava e lo dice, un po’ commosso. Non si aspettava che la città che credeva di Fitto potesse abbracciarlo così. In quell’attimo di silenzio, in quello stupore, scatta l’interruttore: Vendola parla e riesce a portarsi dietro le facce rugose dei contadini salentini non più poveri come fino a ieri, quelle sorridenti delle ragazze con il piercing al naso e la spilletta «Vendola presidente», le signore benvestite che hanno ingannato l’attesa parlando della famiglia, del lavoro, delle conoscenze comuni. Dei migliori concerti rock il comizio ha la capacità di trasformare una folla in un popolo, di fare sentire che lì, sul palco, c’è qualcuno che parla di te, e non solo per te.

Nel Salento si gioca una partita difficile. Alcuni pezzi del popolo di Vendola non sono d’accordo con le alleanze elettorali con i vecchi socialisti, ed è anche la zona dove Adriana Poli Bortone, già sindaca di Lecce, dovrebbe fare meglio. Chi la sa lunga dice che però anche quelli del Pdl non vedono l’ora di liberarsi di Fitto. Il ministro per gli affari regionali ed ex avversario di Vendola alle scorse regionali ha sbagliato tutto, negli ultimi cinque anni. Per cercare di rendere opaco lo smalto della Puglia vendoliana ha messo i bastoni tra le ruote ai programmi regionali che contavano sui finanziamenti da Roma. Fondi Fas bloccati, trasferimenti di risorse ritardate, il pastrocchio con la possibile centrale nucleare che Berlusconi e Scajola vorrebbero far precipitare in Puglia. Dopo le elezioni, dicono i capannelli, si apriranno i conti anche nel Pdl. Già, dopo le elezioni. Nessuno sembra poter pensare che Vendola non ce la farà. Eugenio Iorio, responsabile della comunicazione istituzionale della Regione, dà sostanza a questa aspettativa: «I sondaggi, per quello che valgono, danno un trend costante e abbastanza solido. C’è stato un calo alla fine del 2008, ma poi siamo risaliti e il salto è avvenuto quando c’è stato l’azzeramento della giunta, dopo l’esplosione dello scandalo sulla sanità». La spinta finale l’hanno data le primarie del 24 gennaio 2010. «Vendola è riuscito a ritrovare il vento della scorsa campagna elettorale - dice Iorio - A presentare, dopo cinque anni di governo, la propria immagine come ancora avversata dai blocchi politici che hanno tenuto le sorti della Puglia. Le primarie, volute dagli altri, sono state l’occasione per rilanciare il suo racconto, la sua narrazione, per tornare a essere Nichi e non solo il presidente». Torna spesso questo termine, narrazione, nei comizi di Vendola e nelle analisi del suo entourage. Una nuova narrazione per la Puglia che però è anche una narrazione profondamente pugliese. Prendendo un caffè in un bar vicino all’università di Bari, Franco Cassano, l’autore de «Il pensiero meridiano», spiega: «Vendola non è solo Vendola. La sua candidatura condensa una lunga stagione di rinascita della Puglia, che è partita negli anni novanta, si è consolidata sotto la superficie degli anni di Fitto e ora esplode». Secondo Cassano, il momento essenziale sono gli


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1985

ALESSANDRO NATTA lo chiama a far parte della segreteria della Federazione giovanile comunista italiana, di cui diventa ben presto vicepresidente. Cinque anni più tardi entra a far parte del Comitato centrale del Partito comunista italiano.

LE PRIMARIE VOLUTE DAL PARTITO DEMOCRATICO A GENNAIO HANNO RILANCIATO LA SUA IMMAGINE DOPO LO SCANDALO DELLA SANITÀ. I SONDAGGI LO DANNO IN TESTA PER IL 28 MARZO. SULLA SECONDA LEGISLATURA SI CONCENTRANO MOLTE SPERANZE. FORSE TROPPE. sbarchi degli albanesi all’inizio degli anni novanta: «Hanno insegnato che l’oltre da noi non è e non può essere solo riferito al Nord, a quel modello di società e di economia; hanno fatto vedere ai pugliesi che una serie di discorsi sul Mediterraneo, l’Oriente, il Levante, avevano una concretezza essenziale, volti, storie, relazioni, possibilità». In un certo senso, è stata la rappresentazione di una maggiore complessità dell’Italia, oltre la «semplice» divisione tra Nord e Sud. C’è un Est, anche, e un Sud più grande. L’Appennino è davvero uno spartiacque e l’Adriatico è davvero più lungo di quanto non si veda a Trieste o Venezia. «In questo Vendola è profondamente pugliese, radicato in questo territorio e nelle sue sfaccettature - prosegue Cassano - Si porta appresso Giuseppe Di Vittorio e le lotte contadine, così come il cattolicesimo eterodosso e pacifista della scuola di don Tonino Bello». Negli anni novanta don Tonino, vescovo di Mofletta-Giovinazzo-Terlizzi, fondatore di Pax Christi, fu quello che aprì le porte della cattedrale di Molfetta agli esuli albanesi e che organizzò le carovane di pace nei Balcani in guerra, che parlava della Puglia come «arca di pace». Vendola viene anche da lì, da un’idea di chiesa che è servizio, come la politica austera dei vecchi comunisti incontrati da ragazzo cresciuto nel Pci. Don Tonino riuscì a raccogliere attorno a sé una sorta di «meglio gioventù» pugliese che, in parte, si ritrova nelle liste che sostengono Vendola. Si sono formati nel movimento pacifista degli anni ottanta, qualcuno è passato per l’Irpinia terremotata a ricostruire società, oltre che a togliere macerie. Oggi hanno i capelli brizzolati e però hanno l’esperienza di un lungo lavorio tra le pieghe della società pugliese che negli ultimi due decenni si è trasformata. «Il cinema, la musica, la cultura - dice ancora Cassano Ma pure lo sviluppo economico, anche se un po’ disordinato, del Salento che era l’area depressa della regione, hanno cambiato l’auto-percezione dei pugliesi. Vendola riesce a catturare questa auto-percezione e a trasformarla in un discorso politico, che schiva le trappole del folklore e del vernacolo, delle cartoline e delle dop, che evita insomma i cliché del localismo leghista». Dopo le primarie di quest’anno, nel comizio per festeggiare la vittoria, Vendola ha detto: «Non è che D’Alema non ha capito me, non ha capito voi, non ha capito la Puglia». Non è detto che i ragazzi delle «Fabbriche di Nichi» spuntate in quasi tutta la regione abbiano chiaro questo orizzonte. Nichi - nessuno di loro lo chiama Vendola - è anche, in alcuni casi soprattutto, un’icona pop. Magliette, loghi, slogan in rima baciata, borse e zainetti e spillette escogitati dal think tank ProForma e dai designers di Ff3300 hanno trasformato la campagna elettorale in un fenomeno virale, diffuso, «fico». Un po’ serve a bilanciare la sproporzione di mezzi: il Pdl ha stanziato dieci volte le cifre disponibili per la campagna di Vendola. Un po’ è un «effetto Obama» trasferito sul Tavoliere e nelle Murge. Diffonde di sicuro la sensazione che non serva un meteorologo per capire dove tira il vento ed è una militanza soft che coinvolge migliaia di persone e si estende sul web 2.0. Solletica anche il narcisismo di cui Vendola non fa mistero e che nell’era della politica [post?] berlusconiana sembra un ingrediente indispensabile per vincere. Spariglia il gioco, questo narcisismo, in due sensi. Non appartiene né all’una né all’altra delle culture da cui Vendola viene, le «due chiese» come dice lui, quella cattolica e quella comunista. Usa codici di comunicazione non verbale familiari alle generazioni televisive e nello stesso tempo, con la sua atipicità, «apre» possibilità di dialogo con settori sociali diversi, ulteriori rispetto agli elettori del 2005. Questi settori servono a provare a rispondere anche alle domande degli operai della piazza di Trani, a immaginare prima e realizzare poi una politica economica che sia parte di un progetto per il futuro della Puglia, oggi in bilico tra la crisi industriale [Taranto, il settore tessile], crisi sociale [i migranti nelle campagne foggiane, la disoccupazione] e le nuove possibilità [energie pulite, agricoltura di qualità, turismo rispet-

WEB 2.0 La campagna elettorale vendoliana viaggia molto sul web 2.0. Sul sito ufficiale è possibile scaricare tutti i materiali elettorali e anche commentare le singole voci del programma. nichivendola.it

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PER LA PRIMA volta Nichi Vendola viene eletto in parlamento. Verrà confermato nel 1994, nel 1996 e nel 2001. Nella XII e nella XIII legislatura è stato membro della Commissione parlamentare antimafia, di cui è stato prima segretario e poi vicepresidente.

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«IL SUCCESSO DI VENDOLA È ANCHE IL FRUTTO DI UNA RINCORSA INIZIATA NEGLI ANNI NOVANTA E PROSEGUITA SOTTOTRACCIA FINO AL 2005», DICE FRANCO CASSANO. UNA DOMANDA: POTREBBE USCIRE DAI CONFINI PUGLIESI?

INCHIESTE L’ultimo sviluppo dell’inchiesta sullo scandalo della sanità pugliese ha portato, il 18 marzo, all’arresto di Sandro Frisullo, Pd, ex vicepresidente del consiglio regionale, che Vendola aveva rimosso dall’incarico quando, all’inizio del 2009, era emerso un suo presunto coinvogimento nel «giro» dell’imprenditore Tarantini.

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toso, tutela del territorio, tecnologia avanzata]. La risposta, a quanto pare, è positiva. Pragmaticamente, le borghesie pugliesi riconoscono che la capacità di progettare non sta dall’altra parte, dove pure il candidato del Pdl Rocco Palese ha fama di persona corretta e competente. È che manca, nella destra pugliese come in quella nazionale, la capacità di immaginare un futuro che non sia l’eterna riproposizione di un presente lucente di paillettes cucite male. «La verità - dice Iorio - È che nessuno ancora ha decodificato il fenomeno politico Vendola, anche se c’è la percezione confusa che sia la fine della fiction». Il rischio evidente, però, è che appunto sia Vendola, il fenomeno politico, un’altra faccia del berlusconismo. Lui dice che non vuole costruire un rapporto «personale» con il popolo ma che punta a ricostruire il rapporto del popolo con la politica, intesa come la possibilità di cambiare le cose. Sta attento a usare il «noi» nei comizi e pochissimo l’«io». C’è un altro punto che contraddice la lettura di Vendola come «manifestazione» del berlusconismo, del populismo che domina la scena politica italiana, da Grillo a Di Pietro: l’antimafia. Passa in secondo piano, nel discorso corrente, l’esperienza del ragazzo di Terlizzi nella Commissione

parlamentare antimafia, di cui è stato segretario dal 1994 al 1995 e poi vicepresidente durante la legislatura successiva. Chi lo conosce dice è stato un periodo fondamentale, il salto di qualità nella sua esperienza come persona delle istituzioni. Uno scarto visibile: le auto della scorta che lo seguivano anche quando, per tirare il fiato, si rifugiava in qualche anfratto della rete di amicizie più solide. Quegli anni sono serviti anche a costruire la fiducia reciproca con alcuni apparati dello Stato che di Vendola apprezzano l’integrità che rende credibile l’operazione azzeramento della giunta, il discorso sulla moralità istituzionale che lui contrappone alla «volgarità che si è fatta Stato». Una delle differenze essenziali con il personalismo berlusconiano sta proprio in questo rispetto per le istituzioni, che non è obbedienza passiva [non potrebbe esserlo, per un obiettore di coscienza come Vendola], ma anzi richiamare lo Stato ai propri doveri verso i cittadini, l’unico orizzonte immobile. Il secondo elemento di differenza profonda è nel respiro che Vendola cerca di dare alla propria narrazione. «È una politica del dopo, quella che stiamo cercando di costruire», spiega ancora Di Lernia. Non a caso uno dei programmi di maggior successo, Bollenti Spiriti, ha puntato sui giovani trasformando il rapporto tra formazione, creatività e possibilità di costruire in loco, in Puglia, nuove esperienze economiche. «I giovani sono il petrolio della Puglia», ripete spesso Vendola, quasi a ricordare quanto un ambiente ostile ha reso lunga e faticosa la crescita dei semi piantati da don Tonino Bello. «C’è stata un’inversione epistemologica nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni - dice Di Lernia - Prima il rapporto tra cittadini e istituzioni era basato sulla diffidenza, ora


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2008

IL SETTIMO congresso di Rifondazione comunista, dal 24 al 27 luglio, si chiude con la vittoria di Paolo Ferrero e dei suoi alleati per una manciata di voti. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2009, Vendola annuncia l’addio al partito in cui milita fin dall’inizio e la nascita di nun nuovo soggetto politico, il Movimento per la sinistra.

cerchiamo di improntarlo sulla fiducia diretta, personale, sulla cultura della responsabilità condivisa e non solo della delega alle istituzioni». L’esperienza all’antimafia è servita anche a costruire un bagaglio di cultura di governo che dovrà essere messo a frutto soprattutto in questa eventuale seconda legislatura. Nessuno dei suoi collaboratori nasconde che la prima vittoria, alle primarie del 2005 e poi nelle elezioni regionali, è stata quasi casuale. I primi anni della legislatura, infatti, sono serviti soprattutto a costruire le alleanze e le condizioni per gestire la macchina burocratica regionale, per contrastarne l’inerzia prima e costringerla a sterzare a sinistra poi. Adesso si tratta di consolidare la sterzata, superare il «non buono» della prima legislatura, dal macigno della sanità fino ai compromessi necessari, anche se indigesti, per cercare di rompere l’isolamento politico causato dalla preoccupazione degli «alleati»: evitare che il fenomeno Vendola passi l’Appennino e l’antico confine della dogana di Foggia. C’è un bisogno di organizzazione palpabile e scivoloso. Torna come un mantra, in ogni interlocutore, la necessità di formare in Puglia una nuova «classe dirigente». Le Fabbriche di Nichi potrebbero diventare un luogo di formazione? Il partito «liquido» di Sinistra ecologia e libertà può bastare a fare di Vendola un leader nazionale, ammesso che voglia e possa esserlo? Come mantenere il rapporto con i movimenti locali che, per esempio nel caso della ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese, sono stati essenziali sia a spronare l’amministrazione che a costruire il consenso attorno a un’operazione che sembrava impossibile? Che Puglia lasciare tra cinque anni? Passata la campagna elettorale, chiuse le urne [tutti aggiungono «tocchiamo ferro»], la sfida, consapevole, è questa: fare in modo che la Puglia di Vendola possa fare a meno di Nichi.

MUSICA Dal 23 marzo, su Itunes, è disponibile la compilation «Una canzone per Nichi», messa assieme con il contributo di alcuni dei più interessanti artisti pugliesi, dai Radiodervish a Caparezza, dai Sud Sound System ai Cantori di Carpino, a Nicola Conte, fino ai Folkabbestia.

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La Jornada Quotidiano indipendente messicano, viene stampato a Città del Messico. Fondato nel 1984 da un gruppo di giornalisti usciti dal quotidiano Unomasuno, è uno dei giornali più autorevoli del Messico e di tutta l’America latina. L’inviata Rosa Rojas intervistò il subcomandante Marcos il primo gennaio del 1994, raccontando l’inizio della ribellione.

Le new town contro gli zapatisti Non sono soli SI È CONCLUSA il 21 marzo la settimana internazionale di solidarietà con le comunità zapatiste, minacciate dal governo messicano e dai gruppi paramilitari. Un modo concreto per dire che gli zapatisti non sono soli nella lotta contro il malgoverno. www.yabasta.it

Cyberbavaglio IL GOVERNO messicano guidato da Felipe Calderon è in prima linea nella mediazione per un trattato internazionale per aumentare la sorveglianza sull’informazione in rete. Lo scrive l’agenzia indipendente Ips. www.ipsnotizie.it

Narcos IL 17 MARZO il presidente messicano Calderon ha rinnovato l’appello agli Usa per ricevere aiuti militari da usare nel contrasto ai gruppi di narcos che dominano il nord del paese. Secondo molti gruppi per la difesa dei diritti umani, però, tra esercito, paramilitari e narcos più che una guerra c’è un’alleanza. www.hrw.org

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Il governo messicano rispolvera una vecchia tattica di controinsurrezione: villaggi strategici per disarticolare le comunità del Chiapas

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E CITTÀ RURALI sostenibili [Crs] che il governo messicano vuole costruire negli Altos, nella selva e nel nord dello stato del Chiapas, «sono la risposta statale alla ‘minaccia’ costituita dalla gestione dei caracoles zapatisti», dice la ricercatrice Japhy Wilson, dell’università di Manchester. Anche se ufficialmente queste Crs sono presentate e promosse come un progetto di sviluppo sociale, negli ultimi due anni diversi ricercatori e analisti hanno sottolineato del progetto le compotenti di «controinsurrezione», espropriazione delle terre e cambiamento di modi di vita. Tutto ciò fa del progetto governativo un vero e proprio programma di «deculturazione», come quello subito dalle comunità Ixiles in Guatemala tre decenni fa. Un altro paragone che viene in mente, soprattutto adesso che le si vuole costruire nelle zone indigene

Hermann Bellinghausen Giornalista de La Jornada, segue da molti anni l’evoluzione della situazione in Chiapas.

dello stato [la prima Crs a Santiago del Pinar è in costruzione], è con i «villaggi strategici» creati durante le guerre statunitensi, dal Vietnam all’Afghanistan. In Chiapas vengono presentate come un progetto «nuovo», «visionario» e «senza paragoni nel mondo» [El Heraldo, quotidiano del Chiapas, lo scorso 20 febbraio]. Wilson, però, risponde che queste Crs «hanno forti somiglianze con altre strategie coloniali e di controinsurrezione di controllo sociale». Citando la antopologa Alicia Barabas, Wilson ricorda che già nel XVI e XVII secolo la corona spagnola aveva ricollocato le comunità indigene attraverso un sistema di «congregazioni» o «riserve» e aveva sostituito la concezione indigena della territorialità e dell’uso dello spazio «con un sistema di villaggi e città coloniali che rappresentavano la concretizzazione del potere dell’impero sulle popolazioni disperse e politicamente ribelli della Nuova Spagna». Wilson ricorda anche i più recenti «villaggi mo-

dello» del Guatemala, dove durante la guerra civile furono forzatamente dislocati migliaia di indigeni in «poli di sviluppo» funzionali alla strategia controinsurrezionale. «Come le Crs, i villaggi modello cercarono di cambiare modi di vita e di produzione dei popoli indigeni e contadini attraverso un sistema integrale di servizi e una integrazione forzata della produzione contadina agli interessi capitalisti dei settori sociali dominanti», dice Wilson. In Messico, tutto ciò si chiama, elegantemente, «riconversione produttiva». Concentrate nelle Crs, le comunità indigene e contadine perderanno il controllo dei propri mezzi di produzione. Le Crs sono promosse dal governo di Felipe Calderón, come soluzione alla marginalizzazione del-


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Iran Il capodanno persiano, il 20 marzo, non ha fermato la repressione.

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Dalla blogosfera iraniana arrivano segnalazioni di nuovi arresti contro i dissidenti. www.iraniazad.com

BANLIEUES DI ALAIN BERTHO

SI RIBELLANO LE BARACCOPOLI

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’AFFAIRE È ORA SULLE PRIME PAGINE DEI GIORNALI alge-

le zone rurali del Chiapas, hanno l’appoggio delle Nazioni unite, il sostegno della Banca interamericana di sviluppo e di decine di grandi imprese, dalla Telmex a Wal Mart. Secondo la ricercatrice britannica, le Crs hanno un altro tipo di implicazioni: «Il controllo di ogni aspetto della vita degli indigeni e dei contadini da parte dello stato, con la negazione delle loro pratiche e forme di vita». Wilson richiama la osservazione di un membro della Giunta del Buon governo di La Realidad, uno dei municipi zapatisti, a proposito delle Crs: «Il malgoverno ci promette terra, acqua, luce e perfino carne per alimentarci. Ma tutto ciò è solo vivere e ingrassare come maiali, ecco cosa ci promettono». I caracoles, invece, osserva Wilson, «so-

no un’alternativa concreta, dove le comunità disperse sono coinvolte in un intenso processo di sviluppo di sistemi autonomi per la cura della salute, l’educazione e la produzione, fuori dal controllo sociale dello stato e fuori dalla logica accumulativa e distruttrice del capitale». Per questo, i caracoles sono un formidabile ostacolo a questo «spazio astratto» fatto di autostrade, piantagioni intensive e città rurali. A Santiago del Pinar, gli anziani sono tristi. Un testimone raggiunto da La Jornada racconta che stanno sparendo i campi di caffè e di banane. Il governo municipale, però, partecipa attivamente e molti giovani senza educazione alla resistenza sono convinti che il cambiamento, per loro, sarà per il meglio.

rini: la crisi dell’abitare sta accendendo la miccia nei quartieri popolari delle grandi città: Costantina, Orano e soprattutto Algeri. Il punto di partenza delle rivolte avvenute a febbraio di quest’anno è da cercare nelle proteste del quartiere di Diar Echems [ottobre 2009] contro la penuria di case e la mancanza di trasparenza sulle assegnazioni. Delle promesse erano state fatte e gli abitanti a febbraio le hanno puntualmente ricordate al governo. Nelle ultime settimane, centinaia di abitatanti sono stati risistemati. Quando a febbraio 2010 le autorità di Costantina hanno deciso di evacuare la bidonville di rue de la Roumanie, con sistemazioni alternative per sole 27 famiglie su 701, le forze dell’ordine hanno dovuto vedersela di nuovo con una massiccia rivolta. All’inizio di marzo, è stato il quartiere di Zaatcha, ad Algeri, a sollevarsi. Poi è stata la volta del quartiere del ChâteauCassé, sempre ad Algeri, per le abitazioni precarie sul boulevard des martyrs. Il governo, allora, ha annunciato un piano di nuovi alloggi per diecimila famiglie. Questo annuncio non ha riportato la calma nelle baraccopoli algerine e in alcuni quartieri come Djenane Sfari a Birkhadem o vicino Kouba sono scoppiate nuove rivolte subito represse. Una settimana dopo il lancio di questa operazione, che dovrebbe durare fino a ottobre, e mentre inizia lo spostamento di Diar Echems, gli abitanti di Zaatcha sono tornati a farsi sentire. Altre proteste sono scoppiate a Diar El Kefd, a Ain Naadja e a Gué de Constantine dove si trova la più grande baraccopoli di Algeri. «La gente di Diar Echems ha vinto dopo la rivolta. Faremo lo stesso», tuona Abdelkrim, un giovane de Oued S’mar. 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 27


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Carovana Anche quest’anno l’Associazione per la pace organizza un viaggio di conoscenza in Israele e Palestina, con Luisa Morgantini, dal 19 al 27 aprile. Per informazioni luisamorgantini@gmail.com

Come dare una mano ai riciclatori di Gaza AZZICANO di notte tra i cumuli di immondizia o nei cassonetti. Li trovi ad aprire sacchetti, a selezionare gli scarti e a metter da parte i pezzi buoni: contenitori vecchi, tubi rotti, teloni, buste. La plastica per loro è quasi oro: anche se per un chilo racimolano poco più di uno shekel, venti centesimi di euro. Sono abitanti di Gaza anche molto giovani, ma soprattutto uomini e padri che prima erano operai e muratori. A Gaza da un anno tra le macerie si aggirano riciclatori di ogni sorta. Un centinaio di persone per la plastica nella sola Gaza City. Proprio qui la Ong italiana Coopi ha deciso di lanciare il suo nuovo progetto: consorziare i rigattieri e

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dar loro un salario. Fino a 200 euro al mese. Il progetto è parte di una delle 13 iniziative finanziate dalla Cooperazione italiana: Coopi dispone di 337 mila euro, per metter su un sistema di

generazione di reddito con la raccolta della plastica da rivendere ai produttori di tubi per l’irrigazione. «Il sistema è quasi capillare – racconta Angela Rotella, cooperante Coopi, a Gaza da febbraio – È un’attività sommersa con una struttura organizzatissima: il rigattiere raccoglie la plastica e la vende a un intermediario, che si rivolge alle fabbriche. Spesso c’è un quarto passaggio, le fabbriche più grandi frantumano la plastica e la vendono alle più piccole». Il progetto prevede nei prossimi mesi la costituzione di piccoli consorzi di quartiere. I rigattieri non vedono l’ora di essere stipendiati e il Coopi fornirà guanti, mascherine, altri strumenti per lavorare in sicurezza.

SAHARA OCCIDENTALE

CITTÀ INVISIBILI

NIGERIA

BABELE

Parola di re

Pechino pedala

Sull’orlo del caos

Il Libano di Fisk

A PECHINO stanno tornando le biciclette. Non quelle tradizionali, ma quelle elettriche o, tecnicamente, a pedalata assistita. Un tempo la capitale cinese era il mito dei ciclisti, oggi solo il venti per cento degli abitanti usa la bici come mezzo di trasporto. La circolazione di quattro milioni di automobili, però, ha reso Pechino simile alle città occidentali. E in molti stanno tornando alle due ruote. Tanto che il governo ha pensato di regolamentare l’uso delle bici elettriche salvo fare marcia indietro dopo le proteste dei cittadini.

IL PIÙ POPOLOSO paese africano rischia di collassare e di diventare uno «Stato fallito». Lo ha detto mercoledì 17 marzo il premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka, nigeriano, davanti a migliaia di persone che hanno manifestato nella capitale Abuja rispondendo all’appello della coalizione Save Nigeria, di cui fa parte lo stesso Soyinka. Il giorno prima nella capitale c’era stata un’altra manifestazione dei giovani di Enough is enough [più o meno, «quando è troppo è troppo»] che hanno ricordato al governo di Umaru Yar’Adua come gli under 35 siano oggi il 70 per cento dei cittadini nigeriani. Nel 2011 in Nigeria si vota.

CI SONO VOLUTI venti anni prima che uno dei capolavori del giornalismo internazionale fosse disponibile per i lettori italiani. Ci ha pensato Il Saggiatore, con «Il martirio di una nazione», monumentale [850 pagine, 35 euro] storia della guerra civile libanese scritta da Robert Fisk, corrispondente dal Medio oriente del quotidiano britannico The Independent. Un manuale di autodistruzione per un popolo che si crede invincibile.

IL «DEMOCRATICO» e filo-occidentale Mohammed VI, re del Marocco, ha ricevuto giovedì 18 marzo nel suo palazzo di Tetuan Christopher Ross, inviato speciale dell’Onu per il Sahara occidentale. Il re ha detto che per quanto riguarda il Marocco la possibilità di un referendum che ponga fine a oltre trent’anni di occupazione del Sahara occidentale è «definitivamente esclusa». Tanti saluti alle risoluzioni dell’Onu.

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Fiducia «Nuove costruzioni a Gerusalemme est e in Cisgiordania danneggiano la fiducia reciproca e minacciano i colloqui indiretti che sono il primo passo verso i negoziati che entrambe le parti vogliono e necessitano». Hillary Clinton, 22 marzo.

NON ALLINEATI

FAIRWATCH DI ALBERTO ZORATTI

Sì, lo voglio

I CINESI VERDI

L’APPUNTAMENTO è stato giovedì 18 marzo nella centralissima Place de l’Étoile, a Beirut. A un passo dal parlamento, migliaia di aspiranti coppie interconfessionali hanno detto simbolicamente «sì» senza avere di fronte un funzionario islamico, uno sheikh druso o un prete. In Libano, dove solo di recente l’appartenenza religiosa è scomparsa dalla carta d’identità, i matrimoni vengono celebrati solo con rito religioso e nessuna delle diciotto confessioni del paese ammette l’unione tra persone di fede diversa. I matrimoni misti vengono riconosciuti solo se hanno avuto luogo all’estero, costringendo molte coppie a sposarsi in trasferta a Cipro e gonfiando le casse di un crescente settore dell’industria del turismo specializzata in «fuitine».

IN CIFRE

INDIA

Il grande slum

Holly e Bolly

SONO 827 MILIONI le persone che nel mondo vivono negli slum. Erano 776 milioni nel 2000. La maggioranza sono asiatici [377 milioni], ma le città più ineguali sono quelle africane: Buffalo City, Johannesburg ed Ekhuruleni, tutte e tre in Sudafrica. Lo dice il rapporto «State of the world cities», preparato per conto di Habitat, l’agenzia dell’Onu che si occupa di qualità della vita urbana.

INDIA E STATI UNITI hanno deciso di allearsi per combattere la cosiddetta pirateria. Non quella al largo delle coste somale, ma quella che viaggia su Internet. La Motion pictures association of America [Mpaa], la coalizione delle majors del cinema, ha arruolato i più grandi studios di Bollywood per lanciare una campagna contro la produzione e la vendita di dvd «illegali». In India i film made in Usa spesso arrivano prima sul mercato autoprodotto che sugli schermi. E i magnati di Bollywood lamentano milioni di dollari di danni per la circolazione di dvd illegali. Potranno qualcosa Holly e Bolly laddove i governi hanno fallito?

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A GUERRA SINO-AMERICANA non usa corazzate e portaerei. È qualcosa di più fine, diplomatico, e ha tutto il sapore di una partita a scacchi globale. Secondo un rapprto commissionato dal National foreign trade council [Nftc], centro studi economici con sede a Washington, il governo cinese starebbe incoraggiando le aziende nazionali del settore energetico a copiare, e poi soppiantare, le imprese straniere di tecnologia verde, in particolar modo nel settore delle energie alternative. Il rapporto rileva, inoltre, che la Cina sta favorendo i fornitori cinesi; una politica che violerebbe le regole dell’Omc alla quale la Cina ha aderito nel 2001. Wen Jiabao accusa le potenze straniere, tra cui gli Stati Uniti, di «una sorta di protezionismo commerciale», ma il rapporto Nftc individua una serie di misure che la Cina ha attuato per proteggere e promuovere i suoi produttori di impianti di energia eolica e solare. Ad esempio, tra il 2004 e il 2008 la percentuale di impianti eolici installata in Cina e di fabbricazione cinese è aumentata dal 20 all’80 per cento, mentre per impianti simili di origine straniera il calo è stato equivalente. Inoltre, per sostenere la riconversione green, Pechino ha istituito una serie di misure di supporto che parlano anche di incentivi fiscali e sovvenzioni. Secondo Alan Wolff , autore del rapporto ed ex funzionario al commercio Usa, «tutti i paesi vogliono produrre posti di lavoro verdi, inclusi gli Stati Uniti, ma quello che abbiamo scoperto in Cina è la fenomenale partecipazione statale nell’energia solare ed eolica in particolare. Hanno usato ogni misura immaginabile per promuovere le energie rinnovabili». Un po’ come fanno gli Stati Uniti sovvenzionando i grandi produttori di cotone.

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Migliaia di bambini soldato nel Nord Kivu, Repubblica democratica del Congo. Soltanto pochi trovano rifugio nei centri gestiti da Ong. La guerra nei Grandi Laghi si è conclusa un anno fa ma un milionedi profughi non se n’è accorto. Un reportage

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di Daniela Roggero IENFAIT HA SEDICI ANNI ma non ne dimostra più di

dodici o tredici. È grassottello, ha la faccia simpatica, lo sguardo sveglio. Vive a Masisi, villaggio del Nord Kivu, Repubblica democratica del Congo. Bienfait ha passato gli ultimi nove anni della sua vita nell’esercito, arruolato da uno dei tanti gruppi armati della regione. Il suo compito era preparare la «dawa», la pozione magica che rende invulnerabili alle pallottole: «Ma solo se ci si crede davvero, altrimenti non funziona», spiega lui con la faccia seria. In tutti questi anni ha vissuto nella foresta, ha partecipato a combattimenti e saccheggi. Ha anche ucciso uno dei fratelli di sua madre. Per questo ha paura di tornare a casa. Teme che la famiglia lo possa rifiutare. Al momento è ospitato in un Cto, Centro di transito e orientamento dalla Caritas locale, che accompagna i bambini ex soldato nel ritorno alla vita civile. Si trovano in questo momento nei Cto del Nord Kivu, gestiti da varie organizzazioni, cinquecento bambini come Bienfait. Il fenomeno dell’arruolamento dei minori non accenna a diminuire. Ragazzini di sedici, quattordici e dodici anni arrivano nei Centri ogni giorno. Chiedono protezione e cure. Tanti bambini sotto le armi dimostrano che i gruppi armati e l’esercito regolare congolese hanno bisogno di forze per continuare a combattere, anche se ufficialmente la guerra è finita, gli accordi di pace sono stati firmati e gli ultimi ribelli sono stati sconfitti. L’ultima guerra, cominciata nell’agosto 2008, è formalmente terminata un anno fa, il 23 marzo 2009, dopo un accordo tra i presidenti di Congo e Ruanda reso pubblico solo all’ultimo, che aveva provocato forti proteste tra la popolazione e in parlamento. «In fondo, ce lo ricordiamo tutti che i ruandesi fino a poco tempo fa erano tra i nostri peggiori nemici, e un esercito straniero che attraversa il confine non è esattamente un buon segno…», chiarisce Kajam, uno degli insegnanti della scuola di alfabetizzazione del Cto. Ma anche il contributo dei 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 31


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Le foto di Danilo De Marco Le fotografie di queste pagine sono di Danilo De Marco. Raccontano di ex bambini soldato accolti in centri di rieducazione a Kinshasa, per favorire il reinserimento nella vita civile. Le foto sono del 2003, il reportage scritto da Daniela Roggero invece è di queste settimane. I ragazzi più grandi, dice Danilo, spesso mantengono due identità, una ha il nome che portavano da soldati, l’altra, il nome civile. La loro vita è stata segnata da violenza, sesso, droga, alcol. Nel ’97, quando Kabila rovesciò Mobutu, ricorda De Marco, entrò a Kinshasa, dopo aver percorso duemila chilometri a piedi, un lunghissimo esercito di bambini-soldato, tutti in fila indiana come formiche.

ruandesi, diventati improvvisamente alleati, non è bastato a portare la pace. Al contrario, i ribelli si sono spostati per andare terrorizzare altri villaggi, e si sono vendicati sulla popolazione. E hanno avuto bisogno di arruolare più ragazzini. In questo pezzo di Africa, le diverse tribù, che i paesi occidentali preferiscono chiamare etnie, sono comunità di vicini che convivono e si contendono le terre migliori. Come spesso accade, però, i conflitti locali vengono usati dal potere economi3 2 • C A R TA N . 1 0

co e politico per altri scopi: mantenere saldo il dominio e assicurarsi lo sfruttamento delle risorse, che nell’Est del Congo sono talmente numerose da far parlare di «scandalo geologico». «Nel 1993 è stato il dittatore Mobutu – dice Tomas Katembo, uno degli operatori Caritas che si occupa di ricostruire punti di soccorso nelle aree in cui sembra essere tornata la normalità – a fomentare le divisioni tra tribù. Il dittatore cominciava a perdere potere, c’era la crisi economica e lui non era più


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La guerra è finita? L’ultima guerra dei Grandi Laghi, che ha coinvolto Repubblica democratica del Congo e Ruanda, è formalmente terminata il 23 marzo 2009, dopo che i ribelli del Congrès national pour la défense du peuple avevano accettato di deporre le armi. Anche l’esercito ruandese - che aveva sostenuto i congolesi contro gli Fdlr [Forces démocratiques de libération du Rwanda], eredi delle milizie hutu responsabili del genocidio del 1994 - era andato via già nel febbraio 2009. L’insieme dei conflitti nell’area dei Grandi Laghi, ricca di minerali, hanno provocato circa quattro milioni di morti.

I conflitti locali sono usati oggi da diversi poteri per assicurarsi lo sfruttamento delle risorse. Per questo vengono arruolati i ragazzini

appoggiato dagli Usa, quindi ha pensato che una guerra nell’est del paese avrebbe distratto le persone e creato unità di fronte al comune nemico». Subito dopo, il fortissimo impatto dei rifugiati ruandesi: dopo il genocidio è arrivato nell’allora Zaire quasi un milione di profughi. Aggiunge Tomas: «Era estate, le frontiere sono state aperte ed è iniziato un flusso di gente che è durato per giorni e giorni. Erano disperati, soprattutto don26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 33


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Nel Kivu continuano ad arrivare armi, soprattutto leggere, cioè utilizzabili anche da bambini. In strada si vedono spesso uomini e ragazzi che hanno a tracolla un Ak-47

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ne e bambini, piegati dalla stanchezza e dalle malattie. Quando è scoppiata l’epidemia di colera, per le strade c’erano mucchi di cadaveri». Da allora, non c’è più stata pace: la guerra per rovesciare Mobutu nel 1996, poi la «Guerra mondiale africana» [che ha provocato circa quattro milioni di morti], nella quale si sono combattuti, sul territorio congolese, gli eserciti regolari di sei paesi, guerra che aveva come posta i giacimenti di diamanti, oro e coltan del Congo orientale [con diversi gruppi ribelli finanziati dai paesi vicini o dalle multinazionali interessate alle miniere]. Questi eserciti non hanno smesso di terrorizzare la popolazione nemmeno dopo la pace del 2003 e l’avvio del processo che ha portato alle elezioni nel 2006. In Nord Kivu intanto continuano ad arrivare grandi quantità di armi, soprattutto leggere. Per strada si incontrano spesso uomini e ragazzi con un AK-47 a tracolla. Armi utilizzabili da chiunque, anche da un bambino, che dividono la popolazione tra chi può esercitare violenza e chi la subisce. «I militari non ricevono mai la paga, quando hanno fame è naturale che vengano a saccheggiare i villaggi – spiega Aline Feza, fuggita proprio per paura dei soldati – La guerra non vuol dire battaglie o bombe, qui vuol dire orde di militari affamati a arroganti che si aggirano per i villaggi senza nessun controllo e se la prendono con la gente». Aline racconta con lo sguardo basso che sua sorella è stata violentata da uno di quei soldati. Era andata come ogni giorno a raccogliere legna. «All’ambulatorio le hanno fatto le analisi – dice – Non ha preso l’Aids, almeno quello ce lo siamo risparmiato. Però non è più la stessa». Adesso vivono entrambe in un campo profughi assieme a migliaia di altri come loro, fuggiti in massa quando i soldati dell’esercito regolare e dei gruppi ribelli hanno ricominciato a scontrarsi. E ogni volta, temendo di subire le violenze dei militari, la gente abban-

Sarà il bar-ristorante Bali di via Mattonato 29, a Roma, ad ospitare l’«aperitivo solidale» di Coopi Lazio [domenica 28, ore 17] per sostenere il progetto di Coopi per la protezione e il reinserimento delle donne vittime di violenza nella Repubblica democratica del Congo. Una serata di letteratura, fotografie e videoproiezioni: tel. 348 4741876, donatella_76@h otmail.com

dona i villaggi: di notte vanno a dormire nella giungla, per evitare di essere uccisi nelle razzie. Poi, la mattina tornano, alle case e ai campi. Quelli che non resistono a questa vita, che hanno già avuto la casa bruciata e hanno perso tutto, finiscono per trasferirsi in un campo profughi. La situazione degli sfollati interni è uno dei peggiori drammi della regione. Un flusso ininterrotto di persone, dal 1993 in poi, si è spostato dentro il territorio della provincia, cercando rifugio nelle zone più tranquille e portando con sé solo i bambini e quello che riuscivano a tenere nel fagotto in bilico sulla testa. «Potrebbero arrivare al milione, le persone che vivono in campi profughi o in famiglie d’accoglienza, ma non riusciamo ad avere cifre precise perché sono distribuite su un territorio vasto e inaccessibile, non hanno documenti e si spostano di continuo - dice la responsabile del programma di assistenza di una Ong francese, Christine Mallen - Più della metà vive in casa di altre famiglie: ci sono aree nelle quali la popolazione è raddoppiata, i servizi non bastano, il cibo scarseggia e le tensioni sono fortissime». La distribuzione di cibo, sapone, pentole, teloni, di cui si occupano alcune Ong che affiancano l’Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati [Unhcr], è diventata necessaria, ma pone diversi problemi. Non è facile raggiungere coloro che ne hanno bisogno né stabilire la differenza tra chi ha diritto, perché sfollato, e chi no, perché è solo povero. L’aiuto umanitario presenta altri rischi: un campo in cui è stata organizzata una distribuzione sarà immediatamente preso di mira dai milita-

Terres des enfants ALMENO 250 MILA tra bambini e ragazzi sono soldati in molti paesi, la metà in Africa [oggi soprattutto in Burundi, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Somalia, Sudan, Uganda]. «Stop all’uso dei bambini soldato» [promossa da Amnesty, Hrw, Terre des Hommes, Coopi e molti altri] è la campagna internazionale il cui obiettivo prioritario è la firma e la ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, che proibisce «il reclutamento coercitivo e l’impiego in un conflitto armato di qualsiasi individuo che non abbia ancora compiuto i diciotto anni». bambinisoldato.it 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 35


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Il numero di Ong presenti in Congo è alto. Lavorano ogni giorno in situazioni difficili. Ma sono anche parte dei tanti problemi del paese, costretto ad essere sempre più dipendente

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( ri, i beneficiari si trasformeranno di nuovo in vittime e gli aiuti andranno ai signori della guerra. I campi intorno alle città più importanti, come il capoluogo Goma, sono più protetti, ma la vita è decisamente insopportabile. Ogni famiglia, composta in media da sei-sette persone, è stipata in minuscole capanne di paglia in cui non si sta nemmeno in piedi, coperte da un telone dell’Unhcr bollente nella stagione secca e inutile in quella delle piogge, e con una durissima pietra lavica per pavimento. Su Goma incombe anche la minaccia di un vulcano attivo, che nell’ultima eruzione del 2002 ha raso al suolo molti quartieri. C’è chi resta nel campo profughi qualche mese, chi parecchi anni. Anche se molte Ong vi lavorano, dare servizi a così tanta gente non è facile, e le esigenze da soddisfare quotidianamente sono numerose: latrine, acqua potabile, legna per cucinare, per non parlare della scuola, degli ambulatori. Le dure condizioni di vita sono tra i motivi che hanno spinto molti sfollati a decidere, quasi all’improvviso, di far ritorno a casa, nel settembre 2009, anche se alcune delle zone di origine non sono ancora pacificate. Il mese di settembre è quello giusto per cominciare a coltivare e per mandare i bambini a scuola, quindi circa 60 mila persone hanno cominciato a spostarsi a piedi. Li aspettava un viaggio di giorni e giorni, per tornare dove tutto era stato bruciato e saccheggiato, dove non esistono più scuole né servizi. Per di più, nei campi profughi non mancavano malattie come il colera. Subito dopo l’esodo, nelle vecchie tendopoli dove prima vivevano ammassate migliaia di persone, è rimasta solo una distesa di rifiuti, con qualche piccola capanna ancora in piedi, alcuni anziani abbandonati, bambini che si sono persi e le ultime famiglie che non vogliono partire ma hanno paura di non ricevere più l’assistenza. Tutto ciò che può essere riutilizzato è stato portato via dai profughi di ritorno, o dagli abitanti dei quartieri vicini, che sono andati a rubare quello che resta: si vedevano sulla strada principale donne curve sotto il peso di tavolacce che erano state porte di latrine, o bambini intenti a fabbricare un aquilone con un vecchio sacchetto di plastica e due paletti che avevano sorretto un tavolino. Le Ong sono preoccupate. «La partenza improvvisa ha coinvolto anche anziani, persone in sedia a rotelle, donne incinte che dovrebbero ricevere

Patrice Lumumba «Quello che noi volevamo, il diritto a una dignità senza macchia, a una indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga e i suoi alleati occidentali, che hanno trovato appoggio nell’Onu, non l’hanno mai voluto».

Dittatura Il sito dei missionari comboniani, www.nigrizia.it, per definire il sistema politico attuale della Repubblica democratica del Congo [la cui indipendenza dal Belgio è stata riconosciuta nel 1960], non usa mezzi termini: «dittatura». Il capo di stato e di governo è Joseph Kabila, diventato presidente dopo l'assassinio di suo padre LaurentDésiré, nel gennaio 2001. Il Congo ha 60 milioni di abitanti [la cui speranza di vita è di 51 anni, l’alfabetizzazione è del 65,5 per cento]. Un cittadino congolese su venti è affetto dal virus Hiv.gea.

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cure, ma non abbiamo i mezzi per farlo - lamenta Mike, operatore di Handicap International - Per di più, se cerchiamo di dare aiuto andiamo incontro a molti problemi: il principio di base è che i profughi devono decidere autonomamente se tornare o no, e anche offrire passaggi o promettere che verranno accompagnati nelle zone di rientro può essere contro le regole dell’Onu». Le persone, in ogni caso, sono partite. È possibile che arrivino davvero nei villaggi di origine, ma si teme che molti si fermino per strada ricreando dei campi, più piccoli, nella speranza di ricevere ancora assistenza dalle organizzazioni internazionali. Uno dei nuovi fenomeni, esploso con il problema dei profughi ma già ben presente, è che gran parte della popolazione del Nord Kivu non ha altra speranza di sopravvivenza se non quella di essere assistita da una Ong o dall’Onu. «Il paese è ricco, la terra è fertile, ma le persone sono abituate ad aspettare gli aiuti - commenta Justin, studente della facoltà di agraria dell’università di Goma - Da sempre, è bastato allungare la mano per raccogliere qualche frutto commestibile, quindi non siamo abituati a faticare per mangiare, a organizzarci per rendere migliore la nostra vita. Poi sono arrivati i colonizzatori, e hanno pensato loro a tutto: ci hanno detto cosa fare e come farlo, e noi abbiamo eseguito senza mai chiederci cosa fosse meglio per noi». I belgi, padroni del Congo dal 1885 al 1960, hanno sfruttato la popolazione e le risorse minerarie. La dominazione ha imposto un nuovo modello sociale ed economico, facendo crescere negli indigeni l’idea che il bianco fosse superiore; le strutture e i valori, nei quali gli anziani erano rispettati e i legami nelle grandi famiglie avevano un importanza vitale, vennero spazzati via. «Ora è anche peggio – prosegue Justin – perché in teoria siamo indipendenti, ma in pratica siamo schiavi delle donazioni e dei progetti internazionali, di chi arriva qui a fomentare le guerre per poi arricchirsi». Osservando il numero di Ong e agenzie delle Nazioni unite presenti, e le spese enormi per progetti inefficaci, viene il dubbio che Justin abbia in parte ragione, che l’intervento umanitario, pur salvando vite nelle emergenze e offrendo contributi tecnici per l’economia locale, finisca per rafforzare la dipendenza, tanto materiale quanto psicologica, dal denaro e dalle decisioni del Nord del mondo. 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 37


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DKmO Cittadini in fuga. I candidati eccentrici di A. Pa.

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Marche, Lazio, Piemonte, Veneto, Campania, Basilicata, Toscana. Tutte Regioni chiamate al voto, che possono riservare qualche sorpresa

ONO TREDICI SU VENTI, le Regioni dove si voterà il 28 e 29 marzo, ma quasi tutto il paese è chiamato alle urne, come è evidente dai numeri: sono poco meno di 41 milioni i cittadini che dovrebbero votare con un corpo elettorale complessivo di poco più di 47 milioni [dati delle ultime politiche del 2008]. In mezzo a un surplus di veleni e caos destinato [sono in molti a pensarlo] a far crescere la disaffezione e la sfiducia dei cittadini verso i partiti e le istituzioni che dovrebbero rappresentarli: la parola «astensione» rimbalza ovunque, e questa volta in particolare tra le fila del centrodestra. Come è accaduto nelle elezioni regionali di metà marzo in Francia, dove oltre il 53 per cento dei cittadini ha disertato le urne, e il partito del presidente Nicolas Sarkozy è uscito con le ossa rotte. Di possibile «effetto Francia» parlano quasi tutti gli istituti di sondaggio, per quello che valgono, mentre non la vede così Nicola Piepoli, che prevede un’affluenza in linea con quella delle precedenti elezioni regionali, nel 2005, che avevano registrato il 72 per cento di votanti. È certamente vero che l’Italia fa storia a sé e, nel paese che si vorrebbe bie in Campania con Paolo Ferrero, insiepolare, si moltiplicano partiti e liste, me a Sel [Sinistra, ecologia e libertà] con alleanze variabili, anzi confuse, a nelle Marche, per il resto sta con il Pd, seconda dei luoghi, degli uomini e delcon «accordi tecnici» o in coalizione. Sel le convenienze. Campione di questo è sempre alleata con il centrosinistra, tempo «variabile» è l’Udc, alleata del Pd salvo che nelle Marche. in Piemonte, Liguria, Marche e Basilicata, con il Pdl in Calabria, Campania e Marche. Rossi in pista Lazio, da sola in Lombardia, Veneto e Partiamo proprio da qui per raccontaaltrove. I radicali corrono con il centrore quelle forme della politica e della sosinistra in Piemonte, Lazio [Emma cietà che, fuori Bonino è la candidata presidente], dai partiti o coCampania e Puglia, da soli in Toscana e munque dai due Liguria, con l’Italia dei Valori in Calagrandi schierabria contro il candidato del centrosinimenti, tentano alstra Agazio Loiero. La Federazione tre strade per ardella sinistra [cioè Rifondazione comurivare alle istitunista, Comunisti italiani, Socialismo zioni e portare 2000, Lavoro e solidarietà] corre da sonell’agenda temi come beni comuni, dila in Lombardia con Vittorio Agnoletto fesa del territorio, altra economia, ac-

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coglienza, partecipazione, ecc. Nelle Marche, storica roccaforte del centrosinistra, negli ultimi anni sono cresciuti sia il Pdl sia la Lega, che nel 2006 ha addirittura eletto un sindaco, nel comune pesarese di Fermignano, con più del 20 per cento dei voti. Intanto il centrosinistra si è diviso, dopo la scelta del Pd, lo scorso anno, di non ricandidare a presidente della Provincia di Ascoli Piceno Massimo Rossi, che nel 2004 aveva vinto a mani basse. Così, Rossi ha corso da solo e ha ottenuto il 20 per cento dei voti, e il centrosinistra ha perso la Provincia. Ora, di nuovo, Rossi è candidato alla presidenza della Regione e rappresenta l’alternativa ai due poli, sostenuto da Sel, dalla Federazione della sinistra e, fuori delle liste, da una vasta rete di comitati e associazioni territoriali, con un programma che punta su reddito sociale, economia verde, beni comuni: una scommessa in una regione dove, nel 2009, la cassa integrazione è cresciuta del 283 per cento. Ma il valore della candidatura di Massimo Rossi, dicono i suoi sostenitori, va persino al di là delle elezioni regionali perché fa da battistrada a un progetto più ampio, la prospettiva di un laboratorio marchigiano dell’altra politica in grado di rimettere insieme la sinistra diffusa e le esperienze locali.

Piemonte. Voto No Tav È diversa la storia in Piemonte, dove anche i partiti della sinistra sostengono Mercedes Bresso, con poco altro da scegliere per chi non ha nessuna intenzione di votarla, come i No Tav. Data per scontata la non omogeneità politica del movimento, in valle potrebbero adottare diverse strategie: sostenere, per esempio Marco Scibona, già candi-


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463 dato No Tav a Bussoleno, secondo nella lista Cinque Stelle, ispirata a Beppe Grillo, dopo il candidato presidente, Davide Bono. Oppure ricorrere al voto disgiunto, come potrebbero fare anche alcuni elettori di Rifondazione: la preferenza a un candidato della propria lista ma un presidente diverso dalla Bresso, forse lo stesso Bono.

Veneto. Non solo Idea Una scelta che, probabilmente, non farebbero in Veneto, dove la lista Cinque Stelle pare non avere niente di diverso da altre costruite da politici più o meno di mestiere. Di persone «perbene», invece, ce ne sono in diverse liste, compresa Idea, acronimo che sta per Italia democratica etica ambientalista. Si presenta per la prima volta alle elezioni e sostiene il candidato del centrosinistra Giuseppe Bortolussi, proposto dal Pd. Idea è nata dal Movimento etico solidale di Fabio Salviato, già presidente di Banca etica, e dai Verdi veneti di Gianfranco Bettin, capolista in due province. In lista nelle diverse zone ci sono alcuni personaggi impegnati sulle vertenze più spinose e apprezzati sul territorio. Ma c’è del buono anche fra i consiglieri regionali uscenti, dicono fra i comitati, come Pietrangelo Pettenò di Rifondazione e Nicola Atalmi dei Comunisti italiani, che hanno rappresentato un punto di riferimento prezioso nelle istituzioni per quanti «spingevano dal basso».

Toscana. Proposte di Rete Nessuna novità elettorale in Toscana, dove però non sono rimasti a guardare. Per esempio, la Rete dei Comitati per la difesa del territorio ha fatto di necessità virtù e ha elaborato un documento, inviandolo poi a tutte le forze politiche. È un vero «programma di governo» per la prossima legislatura della Regione contenente le priorità individuate dalla Rete su ambiente, territorio, cultura e salute. «Problemi

Comuni al voto Le elezioni di fine marzo non interessano solo le tredici Regioni chiamate al voto ma anche quattro Province [Imperia, L'Aquila, Viterbo e Caserta] e 463 comuni. L'eventuale ballottaggio per le Province e per i comuni al di sopra dei 15 mila abitanti è fissato per domenica 11 e lunedì 12 aprile.

ben poco presenti, per non dire quasi del tutto assenti, dai programmi dei diversi partiti e schieramenti oltre che nel confronto pre elettorale», ha detto il presidente della Rete, Alberto Asor Rosa.

Lazio. Marzia corre sola Una scelta totalmente al di fuori dei partiti è stata fatta nel Lazio, dove a sfidare le due candidate - Emma Bonino [centrosinistra] e Renata Polverini [centrodestra] - c’è un’altra donna. È Marzia Marzoli, da anni impegnata nel movimento No coke di Tarquinia [Viterbo], uscita vincente dalle primarie messe in piedi rapidamente dalla Rete dei cittadini, lista civica che l’anno scorso ha eletto due consiglieri comunali ad Aprilia [Latina], con l’appoggio della Rete no turbogas. Ma il sostegno a Marzia sta arrivando anche da altre esperienze territoriali, come la lista civica Guidonia Montecelio e da comitati romani e laziali. Nel suo programma c’è l’intenzione di far riparlare delle «nocività» del Lazio e di mettere insieme energie ed esperienze per far diventare i fatti locali temi di rilevanza regionale.

Campania. In crisi A fare una scelta di rottura ci hanno provato anche in Campania, dove una

parte delle forze politiche [Prc, Sel e Idv] e pezzi di società civile avevano individuato una candidatura unitaria alla presidenza fuori dal recinto dei partiti, per offrire al diffuso mondo della sinistra un’alternativa a Vincenzo De Luca [Pd], il sindaco «sceriffo» di Salerno. Poi tutto è naufragato, per tanti motivi, non ultimi gli interessi di bottega e la sordità del ceto politico locale, come ci hanno raccontato a Napoli. Nel frattempo, la Federazione della sinistra ha presentato il proprio segretario, Paolo Ferrero, come candidato a palazzo Santa Lucia.

Basilicata. Sinistra stanca Mancanza di alternative che si avvertono fortemente anche in Basilicata, dove pure qualche tentativo è stato fatto. Ci ha provato il movimento No Oil, come racconta Gianni Palumbo, del movimento anti nucleare e uno degli animatori della battaglia contro la realizzazione del sito nazionale di stoccaggio delle scorie nucleari a Scanzano [Matera], a suo tempo proposto dal governo Berlusconi ma naufragato sotto l’onda della protesta popolare. Ci hanno provato inutilmente anche i Radicali, che sul territorio sono stati a fianco di tante vertenze. Ha fallito persino Rifondazione, che non è riuscita a presentare la lista. La Basilicata è piccola e poco interessante a livello nazionale, ma stanno perdendo sempre più interesse anche gli elettori lucani di sinistra, che considerano seriamente la possibilità di «andare al mare».

A Sacile iniziative fuori dal comune LA LISTA di cittadinanza «Sacile partecipata e sostenibile», alle elezioni dello scorso anno, per una manciata di voti non ha raggiunto il quorum per portare in consiglio comunale il suo candidato sindaco, Stefano Barazza. Il gruppo, però, intende continuare anche al di fuori delle istituzioni con iniziative su energie rinnovabili, diritti dei migranti, riduzione del traffico. Proprio su questo, e sulla mobilità sostenibile, il gruppo del comune in provincia di Pordenone organizza un incontro il 31 marzo. Un esempio tra i moltissimi di ricerca di un altro modo di fare politica. 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 39


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Il libro «Consumo di suolo zero» è il titolo del libro, a cura di Antonello Sotgia, che raccoglie le analisi, i racconti, le proposte di urbanisti, sindaci, eletti, movimenti per la casa contro il Piano Casa di Berlusconi e le leggi regionali. Lo pubblica Carta, e sarà nelle edicole dal 16 aprile.

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Firenze ha un’idea: l’oasi urbanistica contro il malaffare di Antonio Fiorentino

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FIRENZE le recenti vicende giudiziarie hanno fatto emergere l'intreccio tra affari e politica nella gestione del territorio, da Castello a Novoli, passando al project dei parcheggi e allo scempio della Fortezza da Basso. In una situazione così confusa, il gruppo di urbanistica della lista di cittadinanza perUnaltracittà ha promosso, il 20 marzo scorso, il convegno «Dall'urbanistica del malaffare alla città paesaggio», nato dall’appello, sottoscritto da 300 persone, per fermare il Piano strutturale prodotto da una struttura tecnico-politica decapitata dalle inchieste della magistratura e condizionato da scelte sbagliate di cementificazione di Firenze. Il convegno ha ruotato su una visione di città di livello europeo, che anche nel nostro paese comincia a emergere da tante vertenze e progettualità «dal basso» e che potrebbe moltiplicarsi grazie ai processi di partecipazione e con una più diffusa possibilità di sperimentare. Al centro c’è l’idea della città-paesaggio, una versione contemporanea, ecologica e olistica della città e del suo territorio dove si integrano parti storiche e parti contemporanee, ambiente costruito e ambiente naturale, dove è escluso ulteriore consumo di suolo e dove le aree dismesse possono rappresentare un’occasione imperdibile per la riconversione 4 0 • C A R TA N . 1 0

Dal malaffarealle città paesaggio. Una proposta da Firenze, la città dove lo «sviluppo urbano» ha inquinato le istituzionilocali ecologica del territorio. Infine, una città che sceglie una mobilità pubblica leggera, che riscopre e ripopola il centro storico e che crea in ogni quartiere «oasi» di riqualificazione partecipata che diventano motori di promozione del risanamento dei quartieri e delle comunità. Al convegno hanno partecipato numerosi relatori, tra cui Paolo Berdini che ha messo in evidenza l’intreccio tra crisi urbana e crisi morale, mentre Francesco Erbani ha affrontato il «racconto di una città», del suo futuro e di chi decide cosa debba essere, partendo da un caso specifico, L'Aquila. Delle sempre più numerose esperienze di amministrazioni pubbliche che intervengono in difesa dell’ambiente e dei beni comuni ha parlato Luca Fioretti, presidente dell’associazione Comuni virtuosi, illustran-

do le sperimentazioni più significative. Tra queste, la travagliata esperienza del Piano paesaggistico della Sardegna, illustrata da Stefano Deliperi, coordinatore del Gruppo di intervento giuridico. Sull’innovativo caso del contratto di fiume-paesaggio del medio Panaro è intervenuta Rita Micarelli, sottolineando l’efficace patto tra amministrazioni locali, popolazione e territorio, mentre Daniela Poli ha affrontato il tema degli spazi pubblici agro urbani nel Parco agricolo dell’area pratese. La vita attiva della città, vero e forte anticorpo contro il malaffare, è stata indicata da Franca Gianoni, del Comitato «San Salvi chi può», che ha parlato delle forme più avanzate di resistenza e di proposta per la costruzione collettiva del piano urbanistico di Firenze. La crisi estrema della città, ha detto Giorgio Pizziolo, può essere, quindi, affrontata sia con radicali innovazioni delle pratiche politiche, sia attraverso la partecipazione sperimentale diretta e una innovazione culturale del rapporto tra abitanti, città e territorio per costruire la città-paesaggio.


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consumo di suolo Ora è pari a oltre il 35 per cento, ma potrebbe arrivare al 42. È la percentuale di territorio milanese destinato alla cementificazione se i comuni della provincia di Milano realizzeranno i piani regolatori e di urbanizzazione previsti. Ma a nord del capoluogo siamo già all’82 per cento, secondo l’Atlante sul consumo di suolo commissionato dalla Provincia.

TUT TOCIT TÀ L’AQUILA Sono tornati con le carriole anche domenica scorsa, per la quarta volta consecutiva, e hanno piantato fiori nel centro storico della città distrutta dal terremoto. Ma tutto fa pensare che gli aquilani continueranno così ancora per tanti fine settimana, per controllare come e dove vengono smaltiti gli enormi quantitativi di macerie. TRENTO Hanno firmato in quindicimila per dire no all'inceneritore progettato a Ischia Podetti [Trento]. È l’obiettivo del neonato «Coordinamento Trentino Pulito», che farà la prima uscita pubblica il prossimo 8 aprile, a Zambana. http://coordinamentotrentinopulito.blogspot.com

EDDYBURG DI MARIA PIA GUERMANDI gramma fino al 28 marzo allo spazio Oberdan, in viale Vittorio Veneto 2 [ingresso gratuito]. Tradizionalmente dedicato a scienze biomediche e naturali, chimica, astrofisica, clima, ecc., l’edizione di quest’anno pone un accento particolare sulla biodiversità, nell’anno internazionale dedicato a questo tema dall’Onu. www.brera.unimi.it/festival

CORTANZE [TO] Casa PrimaVera, Gruppo Abele e Istituto comprensivo di Castell'Alfero, con il patrocinio della Comunità Collinare Val Rilate, promuovono il ciclo di incontri «E come elefanti e farfalle». Un percorso di confronto, riflessione, dibattito per genitori, famiglie, educatori, insegnanti, per chi è impegnato nell'avvenutra e nella sfida educativa. Il 16 aprile alle 21 al Castello. tel. 338 8873024

OASI LIPU C’è tempo fino al 21 giugno per segnalare gli avvistamenti di uccelli migratori, partecipando a «Spring Alive». È l’iniziativa avviata nelle oasi e riserve della Lipu il 21 marzo, con l’inizio della primavera. Le specie da avvistare sono le cosiddette specie «sentinella», tra le più conosciute: rondini, rondoni, cuculi e cicogne, che ci dicono se la primavera è arrivata. www.springalive.net

MILANO È la biodiversità la protagonista di «Vedere la scienza», festival del film, del video e del documentario scientifico. Ben 65 titoli, tra storia e attualità, in pro-

CANEGRATE [MI] Dopo Bresso, anche il comune di Canegrate ha inaugurato il Punto Acqua in Comune, il giorno dopo la grande manifestazione a Roma contro la privatizzazione. A ruota seguiranno quelle di Novate Milanese, Solaro, Vanzago, Cormano e Pregnana Milanese, non solo per offrire acqua buona, anche frizzante, ma per diffondere la cultura del risparmio: si prende l’acqua che serve e solo portando con sé la bottiglia.

DEREGULATION E ASSALTO AL PAESAGGIO A DEREGULATION che caratterizza ormai l’attività del nostro parlamento offre non casualmente spazi di manovra ad estemporanee cordate che si aggregano – in maniera bipartisan – su obiettivi dirompenti rispetto alla tutela dei beni comuni. Ultimo esempio è l’esortazione che la Commissione ambiente della camera ha espresso a febbraio in sede di parere al decreto mille proroghe, finalizzata all’ennesimo rinvio dell’entrata in vigore dell’articolo146 del Codice dei beni culturali e del paesaggio: la norma che assegna al parere del soprintendente un carattere non solo obbligatorio, ma vincolante nel merito, in materia di autorizzazioni paesaggistiche e non più solo a posteriori. L’entrata in vigore del 146 è stata a lungo contrastata dagli enti locali, che ne hanno ottenuto il rinvio fino alla fine del dicembre scorso, così come costante è stato il contrasto sollevato compattamente dalla lobby dell’imprenditoria edile. Sullo sfondo, la vicenda della copianificazione paesaggistica: l’operazione cardine cui erano chiamati Stato e Regioni assieme per ridefinire, secondo gli obiettivi stabiliti dal Codice [e prima ancora dalla Costituzione] i destini del nostro territorio e che a due anni dall’approvazione del codice stesso, appare ancora ben lontana dall’aver prodotto risultati: nessun piano paesaggistico elaborato ai sensi del Codice è in vigore ad oggi. Con la richiesta della commissione ambiente [pronta per essere infilata nel prossimo provvedimento omnibus] la proroga è finalizzata a «una modifica complessiva del citato articolo 146 […] per restituire agli enti locali le competenze in materia di rilascio dell'autorizzazione paesaggistica». Il Codice comincia a essere rimesso in discussione ancor prima di aver trovato reale applicazione. Un bene collettivo, il nostro paesaggio, sulla carta tutelato secondo normative aggiornate e rigorose, il Codice, appare in balia di pratiche politiche compromissorie ispirate ad un deciso arretramento culturale.

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( Tentativi di città fortezza

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PROGETTI MILITARI a Vicenza non accennano a rallentare, mentre viene negata ai cittadini la possibilità di accesso ai lavori della base del dal Molin. L'ultima richiesta è stata presentata l’11 marzo scorso dall'indomito gruppo di donne del presidio «No dal Molin», durante un incontro con il colonnello Edoardo Maggian, comandante italiano della caserma Ederle, che le ha ricevute dopo che loro, l'8 marzo, erano entrate negli uffici dell’Army contracting agencyRegional contracting office di Lerino, in provincia di Vicenza, per rivendicare ancora una volta trasparenza e informazione sulle mole installazioni militari che sono sul territorio.

Brunetta «È immorale che simili questioni complicate vengano affrontate in campagna elettorale, bisognerebbe tenerle fuori», ha detto il ministro e candidato sindaco di Venezia, a proposito dell’inceneritore previsto a Porto Marghera.

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FOTO BIAGIANTI

La denuncia è degli esponenti del presidio: i progetti vanno dal nuovo polo scolastico «a prova di attacchi terroristici», targato Usa, che diventerà il più grande plesso cittadino, consegnato dalla già più che collaudata impresa «cooperativa» Cmc alle forze statunitensi, ai nuovi arrivi di soldati alla caserma Chinotto, che passa da 800 fino a 2.300 effettivi. «Non bastasse - ricordano al presidio - ecco che al dal Molin i confini della base si ampliano e nuove reti vengono estese, incorporando gli argini lungo il Bacchiglione con uno sbarramento in verticale che arriva fino al corso d’acqua, togliendo ai cittadini anche la possibilità di passeggiare lungo il fiume e pescare. Atto illegittimo e arbitrario – dicono anco-

ra i No dal Molin - perché neppure sottoposto all’attenzione e all’approvazione dell’ente che preserva gli argini dei fiumi, il genio civile». Si conferma, dunque, la «profezia» dei no base di pochi mesi fa: «Vicenza, città militarizzata e controllata dagli interessi degli americani, diventerà in pochi anni una città fortezza». [Gi. Be.]

RIFIUTI

BOLGHIERI

PESARO URBINO

PERIFERIE

Nel Vesuvio

Ecco le cicogne

Calcio solare

Gerini su You tube

LE CICOGNE sono tornate, anche quest’anno, nell'oasi Wwf Padule di Bolgheri [nel comune di Castagneto Carducci, Livorno]. Si è infatti ricongiunta la coppia di cicogne bianche arrivate dall’Africa, che per il terzo anno nidificano nell’oasi toscana. Qui sono nate e cresciute già sette giovani cicogne, tutte involate. www.wwf.it

SULLE MAGLIE dell’Urbino calcio, che gioca nel girone di eccellenza Marche, da domenica 21 marzo c’è scritto «Sì al solare, No al nucleare». A sponsorizzare la squadra è un’azienda della provincia di Ascoli Piceno che ha investito nei settori della green economy, sta di fatto che è la prima iniziativa del genere in Italia. E le motivazioni della squadra non sono solo economiche. «Il calcio è un ottimo veicolo per promuovere un messaggio in favore delle energie rinnovabili», dice il presidente della società sportiva. D’accordo con lui l’assessore ai lavori pubblici della Regione, che sostiene l’iniziativa.

IL COMITATO «Salviamo il Gerini» ha girato un video sulla storia della distruzione del complesso Gerini, sulla via Tiburtina, a Roma. Costruito per essere usato da tutti i cittadini di una delle periferie più devastate, ha offerto per cinquant’anni aule, laboratori, campi di calcio, da tennis, palestra, ecc. Ora viene demolito per far posto proprio alla stessa speculazione edilizia che ha massacrato la città. www.youtube.com/watch? v=mQ3M-2I4lns

È DELLA NOTTE di venerdì 19 marzo l’ultima azione, in ordine di tempo, dei comitati campani che si battono da anni contro le discariche aperte nel parco nazionale del Vesuvio. Centinaia di persone hanno manifestato a ridosso delle discariche di Terzigno, e con loro c’era anche il Movimento a cinque stelle. Dopo il corteo, che ha raggiunto l’ingresso delle discariche ex Sari e Cava Vitiello [una delle cave più grandi d’Europa], si è tenuta un’assemblea straordinaria. La decisione è stata di bloccare l’accesso dei camion per impedire il deposito dei rifiuti: così è stato per due ore, fino all’una di notte.

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Piani casa Ultima insieme alla Sicilia, la Regione Calabria ha da poco approvato

Pedemontana Non si ferma la mobilitazione contro la

il Piano casa, dopo essere stata commissariata per il ritardo. Ma il governo ha deciso di impugnarlo perché violerebbe il «principio di leale collaborazione» fra Stato e Regione.

nuova superstrada «Pedemontana veneta», 98 km, dopo la protesta a Montecchio Maggiore [Vi] di oltre millepersone.

MUTUO SOCCORSO DI CHIARA SASSO

ESTNORD DI GIANNI BELLONI

PRESIDI ACCOGLIENTI

L’ACCORDO DI CEMENTO

IL PRESIDIO di Sant’Antonino [l’ultimo nato in Valsusa] ha ormai due mesi, si chiama «Antonio La Trippa» [votaantonio, votaatonio] e non è un caso, perché il sindaco del comune si chiama Antonio Ferrentino. Nato nel piazzale della stazione con due gazebo al gelo, si è trasformato fino a diventare una bella e accogliente struttura in legno. Sempre più persone hanno animato quello che è diventato per Sant’Antonino e i comuni limitrofi uno spazio di socialità, dove si pranza, si discute, ci si aggiorna sulla Tav. Il presidio è nato per impedire con una pacifica presenza il sondaggio S85, proprio nel piazzale della stazione. Ogni lunedì un’assemblea per organizzare i turni e le attività varie. I martedì c’è un «cinepiola», rassegna di film. I sondaggi in valle avrebbero dovuto essere 40, ne sono stati fatti 5. Tutti blindatissimi, scortati dalla polizia, circondati da un’opposizione pesante.

LA PROVINCIA di Verona ha sfiorato la crisi, poche settimane or sono: esponenti del Pdl, tra cui il presidente Giovanni Miozzi, si sono espressi perché si facesse il referendum contro «il traforo», una nuova autostrada che correrebbe vicinissima al centro, «bucando» le colline veronesi. Contro l'opera, un agguerrito comitato e centinaia di cittadini hanno richiesto un regolare referendum. Contrario al referendum è il sindaco leghista Flavio Tosi. La richiesta del Pdl è apparsa come un affronto, ai leghisti, che hanno risposto: «Allora facciamone uno anche sull'autodromo di Vigasio», la grande opera voluta dalla Regione e targata Forza Italia che prevede, oltre alla pista automobilistica, un centro commerciale da mezzo milione di metri quadri, un parco divertimenti, un parco scientifico, parcheggi. Un diluvio di cemento sulle campagne della bassa veronese. Pdl e Lega si sono incontrati e si sono messi d'accordo: non si farà nessun referendum e ciascuno farà la sua grande opera. L'accordo è cementato. Un preludio di quello che accadrà nei prossimi cinque anni?

UNALTROSGUARDO DI ORNELLA DE ZORDO

PER L’ACQUA PUBBLICA LA TOSCANA è in prima linea nella campagna per il referendum per l’acqua pubblica: si parte lunedì con la costituzione del comitato referendario regionale. La Toscana è stata tra le prime regioni a fare le privatizzazioni, anche dell’acqua, con risultati noti a tutti: aumento delle tariffe, peggioramento del servizio, precarietà dei lavoratori. Eppure, c’è ancora molta resistenza ad ammettere l’errore. Gli attuali candidati alla presidenza sembrano impermeabili alla questione, mentre nel 2006 la Regione respinse la proposta di una legge popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico. Invece, le mozioni per inserire negli statuti comunali la definizione di acqua come bene essenziale, e non di rilevanza economica, sono state approvate a macchia di leopardo in diversi piccoli comuni [Quarrata, Capannori, Sansepolcro], ma bocciate nelle città più grandi come Firenze e Livorno.

GIRODITALIA / MILANO

SPECULAZIONI IN SALSA EXPO C’ERA SCRITTO «Difendiamo occupazione e territorio», sul lungo striscione calato dal tetto del silos dei prodotti finiti ad Arese [Milano], dove secondo il Piano Alfa proposto dal presidente della Regione Formigoni, ora al vaglio dei sindaci, dovrebbe sorgere un enorme centro commerciale. È un progetto di chiara speculazione edilizia, che prevede anche residenze e alberghi nel territorio che ospiterà l'Expo 2015, mentre gli operai impiegati nelle lavorazioni della Fiat sono in cassa integrazione, con l’incubo della chiusura. Per questo, sabato scorso, centinaia di persone hanno partecipato a un corteo che ha attraversato la città. www.sosfornace.org

LA ZIOROMA DI C ARTA

«ROMA VIOLA I DIRITTI ROM» A PROPOSITO di diritto all’abitare [e di Piani casa che lo ignorano], Amnesty international ha messo gli occhi sull’operato del comune di Roma e del governo nazionale. E ha chiesto alle autorità italiane di «riesaminare un controverso piano abitativo che ha causato lo sgombero forzato di centinaia di Rom e che spiana la strada allo sgombero di altre migliaia di persone nei prossimi mesi». È tutto scritto nel documento «La risposta sbagliata. Italia: il 'Piano nomadi' viola il diritto all'alloggio dei Rom a Roma», a proposito del programma avviato nella capitale nel 2009, che ha messo a rischio migliaia di Rom residenti a Roma. Ma il documento fa riferimento, più in generale, al diritto all’alloggio previsto dalle norme internazionali. Il Comitato delle Nazioni unite sui diritti economici, sociali e culturali dice che il diritto all’alloggio non deve essere interpretato in senso limitato o restrittivo come un rifugio con un tetto, «piuttosto, dev’essere visto come il diritto a vivere in un luogo in sicurezza, pace e dignita». Per tutti. 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 43


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20 Vita di Joy, ragazza in ostaggio di Sarah Di Nella A STORIA DI JOY comincia in un giorno del 2000, quando una donna entra nel negozio dove lei fa la parrucchiera, in Nigeria. Dopo che Joy si è presa cura dei suoi capelli, la signora le propone di andare a fare lo stesso lavoro in Italia. Joy aveva diciotto anni e sognava un futuro diverso. Così decide di tentare l’avventura. In segreto, però, perché la madre l’aveva messa in guardia sulla fine che fanno le ragazze nigeriane: in Europa vengono costrette a prostituirsi. Joy si fida di quella che da lì a due anni sarebbe diventata la sua sfruttatrice e le chiede di non dire nulla a nessuno. La «madame», così vengono chiamate le donne nigeriane che gestiscono il traffico di altre donne, torna in Italia e da lì manda un suo uomo per accompagnare Joy fino in Marocco. Un viaggio lungo e difficile. In Marocco i due vengono fermati dalla polizia e rimandati indietro. Nel 2002, finalmente, Joy sale sul barcone che la porta in Spagna. «Una volta in Spagna, una mia compaesana che non conoscevo mi compra il biglietto del treno per l’Italia – racconta Joy – e così sono arrivata a Milano. Alla stazione mi aspetta la donna che avevo conosciuto in Nigeria. Mi portano a casa. Dopo qualche giorno, una sera mi Viaggio dice che devo andare a lavorare. senza ritorno ‘Tu ora vai in strada, mi ha detto, mi devi cinquantamila euro e ora di una devi lavorare’. Quando ho capito giovane che mi aveva ingannato, che voleva che mi prostituissi, ho rifiutato – nigeriana continua Joy – Lei mi ha picchiato e alla ricerca alla fine sono andata in strada». di futuro. Per cinque anni Joy viene coTra violenze stretta a prostituirsi, finché nel 2007 fugge. Accolta a casa di alcune e minacce amiche, tra il 2007 e il 2008 Joy finalmente riesce a fare il suo mestiedi rimpatrio

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mila è la stima del numero di ragazze nigeriane vittime della tratta in Italia, la maggior parte provengono da Benin City. Solo una donna su dieci riesce a uscire dalla strada.


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17 marzo Un richiedente asilo è morto nell’aeroporto di Zurigo mentre cercava di opporsi al rimpatrio coatto verso la Nigeria. La polizia, che lo aveva« legato con la forza», per ora tace. Non si conosce il nome dell’uomo, che viveva in Svizzera fin dal 2005. I «voli speciali» per deportare persone nei paesi di origine sono stati per il momento sospesi.

Sul web La campagna «Noi non siamo complici» è nata in seguito alla denuncia fatta da Joy durante il processo per la rivolta nel Cie di via Corelli, sulle violenze subite all’interno del centro. A Bologna, diverse donne hanno fatto un volantinaggio sull’autobus che porta al Cie di via Mattei, raccontando ai passeggeri quello che accade nei Cie. Da lì è nata una vera e propria rete, che collega Roma, Torino, Milano, e altre città. [http://noinonsiamocomplici.noblogs.org]

Nel Cie di milano un ispettore di polizia tenta di stuprarla. Scoppia una rivolta elei finisce in carcere

re, la parrucchiera. «Ho cominciato a costruirmi una vita piano piano – spiega Joy – Ma la 'madame' ha mandato nel mio paese un mafioso, che ha ucciso mio padre. Mia madre mi ha chiamato piangendo e dicendomi che dovevo finire di pagare il debito. Prima di scappare avevo già pagato 35 mila euro. Allora ho ricominciato a prostituirmi, la 'madame' mi ha mandato da suo fratello, in un’altra città. Lui mi ha pagato un posto dove potevo lavorare di giorno. Di notte era pericoloso, c’era troppa polizia. Ho rimborsato altri settemila euro. Ma non bastavano. Il fratello della 'madame' è venuto a casa mia, mi ha picchiato e si è preso tutta la mia roba. Allora gli ho garantito che avrei lavorato fino a pagare gli altri ottomila euro del debito. È in quel momento che mi hanno arrestato e portato nel Centro di identificazione ed espulsione di

via Corelli, a Milano. Subito il fratello di ‘madame’ mi ha chiamato per chiedermi dov’ero e ho giurato che appena fuori avrei ricominciato». Nel Cie, la strada di Joy incrocia quella dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso. «Mi aveva chiesto il numero di telefono. Io gli ho chiesto ‘che cosa ci fai?’ e lui mi ha risposto che quando sarei uscita mi avrebbe cercato per fare l’amore. Gli ho risposto che non ero una puttana e che non lavoravo più, gli ho detto di lasciarmi stare. All’inizio di agosto - era circa mezzanotte - faceva troppo caldo nella stanza allora ho portato il mio materasso fuori, nel corridoio, per prendere un po’ d’aria. Ho visto qualcuno avvicinarsi, poi mi ha toccato le tette. Ho gridato: ‘Ispettore, perché fai così?’ e ho iniziato a fare casino». Hellen, che condivideva la cella con Joy, richiamata dalle grida, interviene, il poliziotto lascia perdere. Il 13 agosto, dopo che i detenuti hanno scoperto che il «pacchetto sicurezza» appena approvato dal governo avrebbe allungato la detenzione nei Cie fino a sei mesi, e per di più con valore retroattivo, scoppia una protesta. «Quando c’è stata la rivolta – prosegue Joy – l’ispettore è venuto da me e ha cominciato a picchiarmi». Anche Hellen viene picchiata. Il 20 agosto 2009, all’apertura del processo per direttissima contro i reclusi che si erano ribellati, nove in tutto, Joy accusa Addesso: «È un

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Vite clandestine Ad aprile uscirà per Gesco edizioni il volume «Vite clandestine», a cura di Andrea Morniroli, Indagine sulla prostituzione e la tratta in provincia di Napoli.

Storia di Joy, che non può restare in Italiae non può tornare in Nigeria, divenuta simbolodella condizione di molte donne come lei torturatore». E denuncia: «Ha cercato di violentarmi». A ottobre, il tribunale condanna otto dei nove accusati a pene tra i sei e i nove mesi di carcere. Joy, oltre alla pena, deve fare i conti con un’accusa di calunnia per aver denunciato molestie, tentate violenze sessuali e pestaggi. «Mentre ero in carcere non potevo usare il cellulare - racconta - La 'madame' ha cercato di chiamarmi e non riuscendoci dopo un po’ ha chiamato in Nigeria e ha mandato un’altra volta il mafioso a casa mia. E lui ha ammazzato mio fratello e mia sorella. Era il novembre del 2009. Io non sapevo nulla. Quando sono uscita, in febbraio, ho chiamato mia madre e solo allora ho saputo». Dopo tre mesi nel carcere di San vittore a Milano - dove il 15 gennaio si suicida Mohammed, uno degli otto condannati di via Corelli, dopo aver saputo di dover tornare in un Cie dopo l’uscita dal carcere - Joy viene trasferita a Como. «L’11 febbraio ero andata a dormire, dopo aver preparato le mie cose per uscire il giorno successivo, ma mi hanno svegliato e trasferita al Cie di Modena dove sono rimasta per trentaquattro giorni. Poi mi hanno portato a Roma. Il 17 marzo arriva un funzionario dell’ambasciata nigeriana e mi chiede nome, luogo di nascita e altre informazioni come, per esempio, dove vive mia madre. Gli rispondo che non lo so. Lui mi dice che un aereo sarebbe partito il 18 per la Nigeria. Gli dico che per me sarebbe molto pericoloso tornare in Nigeria». «Il 18 marzo, alle 13,50 - si legge in una nota del Viminale - è partito dal4 6 • C A R TA N . 1 0

l'aeroporto di Roma Fiumicino un volo charter diretto a Lagos, organizzato dalla Direzione centrale dell'immigrazione e della polizia di frontiera e co-finanziato dall'Agenzia europea per le frontiere esterne 'Frontex', con il quale si è proceduto al rimpatrio di 51 cittadini nigeriani, 25 dei quali espulsi

LE FOTO Napoli, aeroporto di Capodichino. Ragazze straniere vengono rimpatriate a forza. Foto Salvatore Laporta Controluce


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Articolo 18 L’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione [Turco-Napolitano], rimasto sostanzialmente invariato anche con la legge Bossi-Fini, prevede per le vittime di tratta che denuncino gli sfruttatori un permesso di soggiorno e l’ingresso in un programma di reinserimento sociale.

dall'Italia, 10 dalla Germania, 6 dalla Grecia, 5 dall'Austria e 5 dalla Norvegia, scortati da operatori di polizia dei rispettivi paesi di provenienza. L'iniziativa ha consentito di rinviare nel paese africano anche cittadini nigeriani, identificati in collaborazione con l'ambasciata nigeriana in Italia, dediti a reati predatori e al traffico di stupefacenti». Il rimpatrio, conclude il ministero degli interni, «rientra in un progetto più ampio, denominato 'Defender', finalizzato a dare ancora più efficacia sul territorio all'azione di prevenzione e di repressione della cosiddetta criminalità diffusa». Non una parola sulle donne vittime della tratta che erano su quello stesso aereo. In Italia possono essere rinchiusi nei tredici Cie esistenti 1814 persone, quello di Ponte Galeria a Roma è il più grande. «Joy è diventata un simbolo, la battaglia per lei è al tempo stesso la battaglia per tutte le altre – dice Nicoletta, della campagna Noi non siamo complici – Il fatto che vengano deportate da un momento all’altro 51 persone è terribile». Joy e Hellen non sono state imbarcate sull'aereo grazie all’intervento dei loro avvocati e ai presidi di protesta organizzati a Milano, Bologna, Roma e Torino. «Il funzionario dell’ambasciata aveva dato il nulla osta per il rimpatrio ma poi abbiamo mandato un fax che chiedeva di non procedere al rimpatrio per una serie di motivi e, alla fine, ci hanno comunicato che al momento il rimpatrio di Joy è sospeso – spiega Eugenio Losco, l’avvocato difensore – Abbiamo chiesto un permesso per motivi di giustizia e non abbiamo ancora avuto una risposta. Joy sta chiedendo la protezione sociale grazie all’articolo 18, quello che tutela le donne che denunciano i loro sfruttatori: stava facendo i primi colloqui a Modena quando è stata improvvisamente trasferita a Ponte Galeria, a Roma. Abbiamo anche presentato una

Essere vittima della tratta non significa solo essere costrette a prostituirsi ma avere i familiari minacciati e uccisi denuncia formale nei confronti dell’ispettore Addesso per violenza sessuale». L’avvocato Salvatore Facchile, che segue Hellen, ha avuto un colloquio con lei, insieme a Joy, nel Cie di Ponte Galeria. «Joy ha già preso contatto con un’associazione romana che si occupa dell’articolo 18 – spiega Facchile – Sembra che la procura di Milano sia interessata ad approfondire la questione e a non espellerla. Per Hellen, che è una

richiedente asilo, ogni forma di riconoscimento da parte dell’ambasciata è stata bloccata. Ora cercheremo, con l’avvocato Losco, di far valere anche in questo caso una nuova sentenza della Corte costituzionale che prevede una nuova udienza per ogni proroga al trattenimento nei Cie. Stiamo cercando di capire se siano stati rispettati questi nuovi obblighi oppure no. Il loro trattenimento è ancora prorogabile per almeno tre mesi, cercheremo però di interromperlo». Joy è ancora in Italia, ma è molto provata. «Non riesco a mangiare – dice – Mia madre mi ha chiamato, dice che sono andati di nuovo a casa a fare casino, ho paura, sono molto preoccupata. Non so più che cosa devo fare, non so quando uscirò e se alla fine mi rimanderanno in Nigeria».

COME COMBATTERE LA TRATTA

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L PROGETTO LE RAGAZZE di Benin City [Prbc] accoglie vittime della tratta, le avvia a percorsi di inserimento sociale e sensibilizza i clienti, co-responsabili della tratta. Dal progetto è nata l’associazione vittime ed ex vittime della tratta, unica esperienza di questo genere in Italia e in Europa. Isoke Aikpitanyi, autrice del libro «Le ragazze di Benin city», racconta la sua esperienza da Benin city ai marciapiedi italiani, fino all’uscita dalla prostituzione. «Sono stata quasi uccisa dai trafficanti, salva dal coma e con occhio salvato

per miracolo racconta Isoke - riportata in Questura non ho trovato né un ente accreditato né un gruppo di ribelli a sostenermi e a rivendicare i miei diritti: sola come la maggior parte di loro». Dal 2003 il Prbc presta aiuto alle ragazze sfruttate, e da allora, continua Isoke, «sono scesa in tutte le piazze italiane a manifestare contro il razzismo, contro le violenza, ma la politica sui migranti è sempre la stessa, che sia la destra o che sia la sinistra a portarla avanti». La deriva securitaria peggiora la vita delle vit-

time: «Il Decreto sicurezza spiega Isoke - è servito solo a costringere le ragazze a stare nascoste, a cambiare città e a fare contenti i razzisti. A tutte le donne migranti e straniere e alle nigeriane che sono vittime della tratta dovrebbe essere concesso un permesso di soggiorno che faccia innanzitutto una cosa: riconosca che esistono, che hanno un nome».

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Asilo Alcune associazioni hanno lanciato un appello per chiedere la liberazione del giornalista turco Avni Er, trattenuto nel Cie di Bari-Palese da oltre tre settimane. Avni Er, richiedente asilo, rischia l'espulsione in Turchia. Dove la sua vita è in pericolo.

Ponzano Veneto col trucco di Elisa Cozzarini

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BDELKADET MSATFI non è un «clan-

destino». Ha tutto in regola e avrebbe pure diritto alla cassa integrazione, dopo vent’anni di lavoro in provincia di Treviso. Invece, Msatfi e gli altri sessantasette operai tessili stranieri specializzati della cooperativa «Lavoro& Lavoro» non mettono in tasca un soldo. Il motivo? L’azienda non invia al ministero la documentazione necessaria perché, sembra, avrebbe debiti per centinaia di migliaia di euro con l’Inps. Dal 2001 al 2009 Msafti ha graffiato, tagliato e scolorito jeans in questa fabbrica di Ponzano Veneto che lavorava per Olimpias, del gruppo Benetton. Ma, da

ottobre, gli operai non ricevono lo stipendio e in gennaio non sono tornati al lavoro. «A febbraio è stato firmato finalmente un accordo tra la Provincia e il legale rappresentante della cooperativa, probabilmente un prestanome, per gli ammortizzatori sociali - spiega Gianni Boato, della Cisl Dal 15 marzo i lavoratori avrebbero potuto ricevere gli anticipi di circa 700 euro mensili. Invece, finché la cooperativa non invia la documentazione, non possono avere nulla». Da sabato 13 marzo presidiano a turno la fabbrica giorno e notte, perché il timore è anche che si vogliano vendere i macchinari al mercato nero. «Non sappiamo più come fare a pagare il mutuo, l’affitto, le bollette e, come se

non bastasse, per chi deve rinnovare il permesso di soggiorno le cose diventano ancora più difficili, perché non sappiamo nemmeno più a chi rivolgerci per i documenti. L’ufficio amministrativo è chiuso, sono scomparsi tutti», conclude Msatfi. Solo uno degli operai è italiano, gli altri 68 sono stranieri, per lo più marocchini e cinesi.

ROMA

BELGIO

FRANCIA

WEB

Rosarno fa rete

Pericoli afghani

Numeri sicuri

Nella pelle di Bah

ANCHE IN BELGIO, i richiedenti asilo vengono espulsi. Così, trenta afghani hanno iniziato il 14 marzo uno sciopero della fame per la loro regolarizzazione. Occupano il centro Subterra di Ixelles e sono sostenuti dal Coordinamento contro le retate, le espulsioni e per la regolarizzazione. http://regularisation.canalblog.com

CAPITA CHE LA FRANCIA espella i migranti in viaggio verso il proprio paese. Con tappa obbligatoria nel Cie. Nel 2010, questa disavventura è già capitata a trentadue marocchini. A renderlo pubblico è la Cimade [cimade.org], l’associazione ecumenica di solidarietà con i migranti che opera nei Cie francesi. Di questi 32, tre erano in macchina, mentre gli altri avevano un biglietto di pulmann e tanti bagagli. Alla fine sono stati espulsi in aereo e senza bagaglio, per la modica cifra di 20970 euro [è il costo medio indicato da un rapporto ufficiale del senato, include trasporto, reclusione e scorta di sicurezza].

JOYSTICKRIBELLI [joystickribelli.wordpress.com] segnala un videogioco messo online dall’associazione Usa Breakthrough, che si batte per i diritti dei migranti sans papiers [www.homelandgitmo.com]. Il giocatore veste i panni di un giornalista che indaga sulla morte di Boubacar Bah, guineano deceduto in un Cie nel 2007. In mano, solo un rapporto parziale dal quale partire per ricostruire la storia di uno degli 87 clandestini morti nelle carceri Usa dal 2003.

LA RETE ANTIRAZZISTA romana ha lanciato un appello «per la creazione di una rete di solidarietà che rivendichi con forza dalle istituzioni italiane quanto spetta di diritto» ai lavoratori africani di Rosarno. Se alcuni hanno trovato una sistemazione grazie a centri sociali e associazioni, nella capitale sono molti quelli che dormono ancora alla stazione Termini. E c’è chi si prepara ad andare a Foggia per la raccolta dei pomodori. Intanto, continuano le manifestazioni dell’Alar [assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma] davanti alla prefettura, in piazza Santi Apostoli, per la regolarizzazione. http://alar.noblogs.org

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CLANDESTINO

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Mario Carossa [capogruppo Lega, comune di Torino], sull’apertura degli asili ai figli di sans papiers: «Non possiamo più tollerare che siano sempre privilegiati gli altri e che i piemontesi siano al fondo della classifica delle priorità della sinistra».

MULTICIT TÀ MILANO Il 26 e 27 marzo, alle 18,30, va in scena «L’isola. Una storia di immigrazione», primo atto del dittico ispirato alla graphic novel di Armin Greder. Lo spettacolo, realizzato da Nudoecrudoteatro, ha debuttato a Castellazzo di Bollate [Milano]. «Una storia – dice Greder – che oggi funziona in tutte le lingue. La xenofobia è diventata internazionale, una globalizzazione di paura e odio». Sul sito le prossime date. www.nudoecrudoteatro.org

TORINO Fino al 18 maggio è possibile visitare «Facce da Straniero, 30 anni di fotografia e giornalismo sull’immigrazione in Italia», al museo di scienze naturali. In mostra, grazie, al Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione, gli stereotipi e i media. Scatti di Uliano Lucas, Roby Schirer, Gianni Berengo Gardin e molti altri.

ANTIGONE DI SUSANNA MARIETTI neo. Il festival si svolgerà dal 21al 23 maggio a Riace. Il bando di concorso per partecipare scade il 15 aprile. www.riaceinfestival.it

TOSCANA Alla vigilia delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo, alcuni cittadini hanno lanciato un appello contro il candidato del Pd Enrico Rossi, appoggiato da una coalizione che va dall’Idv alla Federazione di sinistra. Rossi si è detto favorevole alla costruzione di un Centro di identificazione ed espulsione in Toscana, «ad alcune condizioni». Per aderire: nocietoscana@gmail.com

CASSIBILE È partita la campagna «Io non assumo in nero», promossa dalla rete antirazzista catanese. Ogni anno, centinaia di migranti vengono a Cassibile per la raccolta delle patate, da aprile a giugno, e lavorano in condizioni simili a quelle di Rosarno. Ecco perché la rete antirazzista, insieme ai Gruppi di acquisto siciliani, propone di comprare «patate socialmente eque» prodotte da aziende che assumono i migranti. www.primomarzo2010.it

BOLOGNA L’associazione Sokos offre assistenza gratuita agli immigrati senza permesso di soggiorno. L’ambulatorio è aperto il lunedì [17-19,30], il mercoledì [1619,30 ] e il venerdì [17-19,30] , in via de' Castagnoli 10. www.sokos.it

RIACE È online il bando di concorso per partecipare a A–Accoglienza Riaceinfestival. Cinema e molto altro sulle migranzioni e l’incontro delle culture del Mediterra-

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PERUGIA Il 29 marzo inizia il corso di alfabetizzazione sociolinguistica per immigrati adulti. Il corso, della durata di 60 ore, è finanziato dalla Provincia di Perugia. Per informazioni: jdistefano@cidisonlus.org, www.cidisonlus.org

LA TORTURA DI TUTTI I COLORI ALE POCO LA VITA DEGLI IMMIGRATI che affollano le nostre carceri. Vale ancor meno di quella degli altri detenuti, perché non hanno avvocati costosi né spesso parenti a occuparsi di loro. Forse la vita del «negro che ha visto tutto», il presunto testimone del presunto pestaggio avvenuto nel carcere di Teramo nel settembre scorso, valeva ancora meno e forse valeva invece la sua morte. Forse le cinque ore di ritardo nei soccorsi non sono casuali. Forse. Ma quando lo sapremo? La salma, si scopre oggi, giace ancora abbandonata all’obitorio, e pare che solo in queste ore il risultato dell’autopsia raggiungerà la Procura. Non credo possa esserci ancora qualcuno in Italia che ritenga vera la bella favola secondo la quale dalla tortura sarebbero esenti le lustre democrazie del mondo occidentale. Dopo le lezioni americane degli scorsi anni, dopo Stefano Cucchi, Teramo e tanti altri casi. È per paura o per disinteresse che lo Stato si ostina a perdere ogni occasione per introdurre strumenti di tutela nei loro confronti? Un misto delle due cose, probabilmente. Siamo inadempienti di fronte al mondo intero per non avere ancora nel nostro codice penale il reato di tortura previsto dalle Nazioni unite. Lo Stato non è disposto a farsi regolare da quel medesimo diritto che giustamente impone ai cittadini. Ancora le Nazioni unite auspicano che i paesi si dotino di strumenti di ispezione delle carceri e degli altri luoghi di privazione della libertà. Lo ha fatto perfino la Francia di Sarkozy. Non noi. Qualche Regione o amministrazione locale ha tentato per proprio conto di supplire alla mancanza. Qualcuna c’è riuscita. Qualche altra, come il Lazio, ha potuto inserire anche questa figura nelle logiche spartitorie della peggiore politica. Per quell’indifferenza di cui dicevamo sopra e sulla pelle dei detenuti.

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ECOSOC E C O N O M I A S O C I A L E

New degrowth a Barcellona di Federico Demaria * LANG, INDIA: oltre duecento navi oceaniche vengono smantellate sulla spiaggia, opera di quarantamila lavoratori in condizioni di schiavitù. Quello che era un paradiso per pescatori e turisti oggi è un ammasso di rifiuti tossici irrecuperabile. Sintomo dell’eccessiva capacità produttiva dovuta alla crisi economica, come i milioni di disoccupati europei e non. La crescita economica privatizza i profitti, mentre esternalizza e collettivizza i costi. Il sistema finanziario è vicino al collasso, per i troppi debiti. Debiti prontamente riscattati dai governi con fondi pubblici, senza poi favorire alcuna riforma significativa del sistema. La crescita economica è responsabile della crisi sistemica e multidimensionale [economica, sociale e ambientale] che ci troviamo ad affrontare. Le proposte di New Green Deal o «crescita verde» appaiono quantomeno bizzarre, nella loro insostenibilità e insensatezza. Non vale neanche la pena di discuterle. Sarà molto più saggio elaborare un piano di de-crisi che come caratteristica di partenza rifiuti la causa del problema [piuttosto che proporla come soluzione]. La riflessione e proiezione di una visione alternativa che consideri la limitatezza delle risorse e la dimuzione delle diseguaglianze, non è nuova. Quello di cui sempre più si sente il bisogno è di articolare le proposte pratiche e politiche: un ricettario per l’azione [individuale e collettiva]. Molte già esistono, siamo chiamati a innovare e crearne altre. A scanso di confusioni, all’interno di un contesto democratico, dovrebbero essere le persone a decidere sull’evoluzione della società, non la tecnologia e il mercato. Questa è la cornice con la quale è stata organizzata la seconda Conferenza internazionale sulla decrescita [Bar-

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cellona, 26 e 29 marzo]. L’intenzione è stimolare la ricerca cooperativa attorno ai temi della decrescita, per la costruzione di un progetto politico. Saranno elaborate, discusse e sviluppate proposte politiche concrete, congiuntamente a una agenda della ricerca prioritaria sui temi dell’occupazione, e poi monete, istituzioni finanziarie, infrastrutture, pubblicità, risorse naturali, reddito minimo e massimo, tra gli altri. L’esperimento sta in una conferenza organizzata con metodi partecipativi. La bozza di dichiarazione finale della conferenza sarà un documento guida, da attuare nel futuro, a cui siamo chiamati a contribuire. Diverse centinaia di partecipanti sono stati invitati ai quattro giorni di conferenze, dibattiti, presentazione di più di duecento articoli scientifici e ai trenta laboratori partecipativi su temi chiave. Per questi ultimi, la vera novità del congresso, sono stati preparati vari articoli di stimolo già consultabili su degrowth.eu. A ognuno dei grup-

L’Università autonoma di Barcellona si prepara ad accogliere centinaia di ricercatori e movimenti sociali da tutto il mondo. Alla seconda conferenza internazionale sulla decrescita c’è anche Carta. Come la spiega un organizzatore


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Programma L’elenco completo [tradotto] degli incontri di Barcellona è su carta.org. Le notizie aggiornate sono su degrowth.eu

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IL MERCATO DELLE BICI

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pi di lavoro parteciperanno ricercatori, promotori di associazioni e cooperative, singoli cittadini e amministratori. Gli scienzati contribuiranno a questi processi, con le loro analisi e le loro ricerche. Tuttavia sul «che fare», «come farlo» e «farlo», tutti sono chiamati a partecipare, sia nella teoria che nella pratica. Questo non toglie che dovranno essere tutti a decidere quali sono gli obiettivi da seguire. La crisi economica ha lasciato milioni di persone disoccupate, ma in parte ha ridotto le morti bianche, le emissioni di CO2 e il tasso di cementificazione dei suoli. Stiamo meglio o peggio? François Schneider, tra i promotori della conferenza, dice che la decrescita non consiste solo nell’andare oltre il Pil, si tratta di riconoscere che c’è qualcosa al di là dei soldi, al di là della onnipresenza dei mercati e degli scambi nelle nostre relazioni; qualcosa oltre l’essere consumatori e produttori, qualcosa al di là della società industriale. Lo sfruttamento delle risorse e delle persone può

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EL MONDO sono state prodotte 130 milioni di biciclette, nel 2007 [l’ultimo anno di cui sono stati diffusi dati certi], oltre il doppio dei 52 milioni di auto vendute. Negli anni cinquanta e sessanta le due produzioni sono andate di pari passo, poi la produzione delle biciclette ha staccato quella delle auto e, dopo un rallentamento tra il 1989 e il 2001, ha ripreso a crescere: dal 1970 a oggi è quadruplicata. Le città europee più virtuose per le due ruote sono Copenhagen e Amsterdam [nella foto un ciclista a Barcellona, che ospita la conferenza sulla decrescita].

descrescere, come il numero di barche tossiche destinate ad Alang. La decrescita è un movimento sociale globale nato dalle esperienze di sovranità alimentare, democrazia diretta e partecipativa, ecologismo, cohousing, occupazioni, neo-ruralismo, rivendicazioni di spazi pubblici, cooperative di consumo, energie rinnovabili, riciclo e prevenzione dei rifiuti. È uno slogan, un movimento, sarà presto un programma di ricerca. Secondo Joan Martinez Alier, un ottimo caso di «activist-led science» [scienza guidata dagli attivisti], verso un nuovo ramo delle scienze sociali per la sostenibilità che si potrebbe chiamare «studi sulla decrescita economica» o «studi sulla transizione» [o meglio trasformazione] socio-ecologica. Per di più, la decrescita offre l’opportunità di articolare i movimenti sociali. Il nuovo progetto di Enric Duran, sostenitore della decrescita, ad esempio, si chiama «Reti in rete: tessendo alternative» [redesenred.net]. Di certo, non esiste una sola soluzio-

ne. Esistono problemi e soluzioni complementari e a più dimensioni. Senza dubbio, abbiamo bisogno di abbandonare il pensiero economico [unico] e sfidare i mercati globalizzati, mentre nel frattempo ci servono mercati locali delle verdure e forme di economie aperte [ri]localizzate. Abbiamo bisogno di fare meno e di farlo in modo diverso. Per questo motivo, la decrescita non è solo una transizione, è una trasformazione. A Barcellona, si terrà un congresso accademico con la partecipazione della società civile, un esperimento da «scienza post-normale». Il compito è arduo ma energie, entusiasmo e capacità restano da esplorare. * ricercatore di Scienze e tecnologie ambientali all’Unviersitá di Barcellona, è tra i promotori della conferenza. Con lui, per Carta, ci sarà anche Paolo Cacciari, il cui «Pensare la decrescita» [edito da Carta] è stato tradotto dalla casa editrice catalana Icaria [«Decrecimiento o barbarie»] 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 51


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ASSOCIAZIONI friulane, tra cui Wwf, Centro Balducci, Cevi, Cittadinanzattiva, Legambiente stanno sollecitando i consiglieri del Friuli Venezia Giulia ad approvare presto la proposta di legge contro la liberalizzazione della semina di mais Ogm.

BUEN VIVIR

Riciclare le macerie per ricostruire Haiti

ROMA «Responsabilità so-

DIFICI,

scuole e ospedali sono ora solo un mucchio di macerie, dopo il devastante terremoto del settimo grado della scala Richter che ha colpito Haiti il 12 gennaio. Ma dalle pietre frantumate, dai pilastri smembrati e dalla polvere potrebbe sorgere una nuova Haiti, più solida e resistente alle calamità naturali. A Port-au-Prince, infatti, sarà attuato un progetto di ricostruzione che prevede il riutilizzo e il riciclo delle macerie dei palazzi crollati, per la costruzione dei nuovi e più resistenti edifici. Il progetto sarà realizzato dalla Indepedence Recycling of Florida [Irf], azienda che è in grado di recuperare ogni anno circa tre milioni di tonnellate di calcestruzzo e asfalto. Si potrebbe così evitare la produzione di molto materiale e risparmiare molto denaro. Non è sempre questa, purtroppo, la linea che si adotta in occasione di calamità naturali: a L’Aquila, per esempio, succede che i detriti vengano portati in discarica senza alcuna selezione e non si pensi ai loro possibili riutilizzi, nonostante la pratica di riciclarli sia economica e a basso impatto ambientale.

E

ciale e consumo sostenibile: la Provincia di Roma ascolta i Gruppi d’acquisto solidale» il 26 marzo alle 10 a Palazzo Valentini, Sala Di Liegro. www.provincia.roma.it

VERONA Il Comitato «Mag per la solidarietà sociale onlus» organizza il programma «Microcredito di comunità»: attività di sportello, percorsi imprenditoriali di gruppo e accompagnamento individuale per nuovi progetti di autoimpiego. Prossimo appuntamento il 31 marzo. info@magverona.it

www.architetturaecosostenibile.it

DESIGN

MILANO

IN LIBRERIA

Crearicrea

Sole fai da te

Latte di mamma

SI SVOLGE il 27 marzo il corso di autocostruzione di pannelli solari termici, nella Scuola di pratiche sostenibili della Cascina Santa Brera a San Giuliano Milanese. Il corso comprende: un’introduzione ai flussi naturali di energia sulla terra [il movimento del sole nelle stagioni]; le energie rinnovabili; fondamenti della tecnologia e tipologie di impianto; criteri di scelta e analisi economica; norme, finanziamenti; materiali e montaggio. La quota di partecipazione è di 90 euro [più 10 di iscrizione all'associazione]. tel. 02 9838752

VENERDÌ 9 aprile alle 17,30, nella Bottega dei sapori e dei saperi della legalità di piazza Castelnuovo 13, a Palermo, si terrà la presentazione del libro «Sapore di mamma», di Paola Negri, edito da Il Leone Verde. Interverranno Iwona Kazmierska, della Banca del latte umano donato; Giuseppe Giordano, pediatra; Giovanni Callea, coordinatore Solexp; le mamme di Cerchi di Vita. Perché la filiera corta può essere cortissima e perfino amorevole. www.bambinonaturale.it

NEL 2007 tre donne designer [Angela Mensi , Ingrid Taro e Cristina Merlo] inventano «13 ricrea», impresa che si dedica alla creazione di nuovi bellissimi mobili partendo da materiale destinato al macero. La riduzione dell’impatto sull’ambiente consiste anche nel far coincidere i luoghi di produzione e di lavorazione. www.crearicrea.com

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VERONA L’università organizza il secondo ciclo di seminari e workshop dedicati alle altre economie. Quest’anno verrà approfondito il tema della costruzione dei saperi in un’economia che mette al centro le pratiche sociali e le forme non speculative dell’agire economico. Il prossimo appuntamento, su «Beni: dal consumo all'uso» è giovedì 29 aprile. antonia.devita@univr.it

MILANO Il 2010 è l'anno della biodiversità: il Siii [Seminario interdisciplinare interfacoltà interuniversitario] organizza fino al 12 maggio il programma «Diversità: opportunità della società e dell'ambiente». Partecipano accademici dell’università


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mila tonnellate di olio di palma vengono utilizzate in un anno da Nestlé per prodotti come il «Kit Kat», distruggendo le foreste indonesiane. Lo denuncia Greenpeace.

VercellI Ultimi giorni per iscriversi alle 90 ore di corso preparatorio all’esame per certificatore energetico degli edifici presso l’Enaip di Vercelli. Telefono 0161 600650.

LA CAVIA CAVIA@CARTA.ORG Bicocca, dell’Università degli Studi e del Politecnico di Milano e Organizzazioni non governative lombarde. www.celim.it

NOVARA «Dalla Terra alla forchetta» è il titolo dell’incontro di martedì 30 marzo alle 18,30 nella Sala consiliare della Provincia [piazza Matteotti 1]. Per tutti gli interessati al consumo consapevole e a capire come ritrovare il legame tra territorio e alimentazione. serenoregis.org

PALERMO Via Roma, in occasione della Festa della Primavera, il 28 marzo ospiterà la «Spesa in Campagna», mostramercato promossa dalla Confederazione italiana agricoltori e dall’Associazione Turismo Verde Sicilia per promuovere la filiera corta e l’acquisto dei prodotti agricoli direttamente nelle

aziende che li coltivano. mercatidelcontadino.it

IL GUSTO FRITTO

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persino alle monache di clausura, tranne quelle che hanno presentato specifico voto di «astensione da cibi gialli», le patatine Cipster causano un effetto all’inizio curioso poi sempre più spiacevole: non si riesce a smettere di mangiarle. Eppure, dopo anni di onorata carriera la premiata ditta Saiwa ha deciso di – come dicono loro - «diversificare» il prodotto e inventarsi uno «spin off» di quella storia fortunata. E qualche designer ha pensato bene di affiancare alla storica sfoglia di patatina un parallelepipedo cavo, una specie corno quadrato. Che strizza l’occhio alla patatine a fiammifero dei fast food. Ma se la vista rimane interdetta, è il palato che rimarrà allucinato dalle Cipster Freeky Fries: durante la masticazione, ad ogni colpo di mascella l’ottimismo si decompone lentamente. L’olio chimico occluderà le vostre papille gustative. Il claim della campagna dice: «Impazzisci per una, impazzisci per tutte». In fondo è proprio vero, basta assaggiarne solo una per sentirvi come se ne aveste mangiato un pacchetto intero. OME È NOTO

BASTIA UMBRA La fiera «AgriUmbria» si tiene dal 26 al 28 marzo. C’è anche lo stand dedicato alla campagna «Gli agricoltori custodi della biodiversità», che ha l’obiettivo di far conoscere il ruolo dei contadini: non solo produttori ma anche custodi del paesaggio e e della biodivesità. www.alpainfo.it

CERASO [Salerno]. Venerdì 26 dalle 15 presso il Biodistrettodel Cilento [piazza San Silvestro 10] si terrà il meeting di Aiab Campania. Si parlerà di progetti, formazione, indagini di mercato, certificazione biologica, consumatori, PrimaveraBio, Biospiagge 2010 e delle molte altre attività associative che Aiab propone ai soci. www.biodistretto.it

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ABBONAMENTI.CARTA.ORG BOTTEGA.CARTA.ORG ABBONAMENTI@CARTA.ORG TEL 06 45495659

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VOLÒ IL REGISTA TEDESCO ARRIVA NELLA CALABRIA IONICA E SCOPRE CHE IN QUEI LUOGHI, IN MEZZO AL MEDITERRANEO, SI STA METTENDO IN PRATICA UNA NUOVA SOCIETÀ. NE NASCE UN PICCOLO FILM

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di Federico Pontiggia PARTITO DAL MIO DESIDERIO di girare in Calabria un film di fiction su una realtà importante. Il soggetto di Eugenio Melloni, bello e importante, riguarda eventi di dieci anni fa. Avevamo una settimana dieci giorni di tempo per le riprese: con l’aiuto di queste persone, soprattutto i bambini, che arrivavano coi bus e mi parlavano, raccontavano, ho capito che le loro storie mi interessavano più della mia finzione. Che era ambientata dieci anni prima, mentre le loro storie, le loro vite erano ora, erano adesso, erano vere». Parola del celebre regista tedesco Wim Wenders, che presenta a Roma, venerdì 25, la sua ultima opera: «Il volo», un cortometraggio di 32 minuti in 3D, girato in Calabria tra Scilla, Badolato e Riace, con l’amministrazione regionale calabrese a far da coproduttore. «Il volo» riguarda la vita stessa del film: la trama dell’inizia-


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Buone notizie ««Sono informato su quel che è accaduto a Rosarno. Tuttavia, ho girato questo film per dare, al contrario, una buona notizia, per mostrare cioè che, accanto ai quei fatti, ne succedono altri, diversi», ha detto Wenders.

le cortometraggio, con il filo diretto, in un paesino spopolato sulla costa calabra, tra un bambino e il sindaco [interpretato da Ben Gazzara, doppiato da Giancarlo Giannini] che accoglie le discussioni sull’accoglienza di un gruppo di migranti, è stata appunto modificata mentre Wenders veniva progressivamente a conoscenza delle reali storie di accoglienza di migranti e rifugiati, ed è la storia recente di alcuni paesi della Calabria, principalmente Riace e Caulonia, nella Locride. Applausi a Wenders, anzi davvero un oceano di mani, a partire dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Nell’esprimere apprezzamento, auspico che la storia di umanità e speranza di questa pellicola possa esprimere un messaggio di fattività di una Calabria impegnata a tempo pieno nell’accoglienza». Una bella accoglienza chiamata Ramadullah: è l’incontro tra Wenders, che compare in prima persona quale io narrante del film, e un rifugiato afghano di otto anni, Ramadullah Ahmadzaj appunto, a imprimere una nuova rotta al «Volo», che ha doverosamente ottenuto il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. «Mi piaceva ancora – dice il regista de «Il cielo sopra Berlino» - la mia piccola storia, con Salvatore Fiore che va su e giù per il paesino a fare il messaggero, ma anche gli altri bambini erano messaggeri, per me: portavano racconti di altri mondi, di Afghanistan e Serbia, e non potevo accettare che fossero solo il background, lo sfondo, dei semplici figuranti. Ho voluto portarli in primo piano, e proprio loro mi hanno nuovamente costretto ad attenermi al piano originale: era quello che volevo fare col 3D, perché mi hanno aperto la terza dimensione, loro erano la terza dimensione». In altre parole, quelle del produttore Mauro Baldanza, «il progetto nasceva per essere un cortometraggio di 9 minuti e si è trasformato in 32 minuti di film, nonostante il maltempo e problemi vari: Wenders si è lasciato coinvolgere dando molto di più di quello che era dovuto, non solo in termini di tempo ma di passione». Passione anche conflittuale, ma, direbbero gli avvocati, e non solo loro, pro bono: «È molto bello quello che stai facendo qui, ma noi siamo venuti fin qui solo per te, adesso sei tu che devi venire da noi a Riace, altrimenti non sei una persona seria», ha detto a Wenders Ramadullah sulla spiaggia di Scilla, mentre veniva girata una scena dello sbarco. «Furono queste parole a dare un nuovo corso, una nuova direzione, al mio ‘Volo’», racconta Wenders, parlando del piccolo afghano, che faceva la comparsa nel film e ogni giorno arrivava da Riace dopo tre ore di pullman: «Capii che dovevo fare qualcosa, che dovevo cambiare la sceneggiatura. Era necessario che la fiction facesse un passo indietro per far posto alla realtà: improvvisamente, dopo aver ascoltato le loro storie, ho compreso che avrei rischiato di tradire l’idea stessa del film, se aves5 6 • C A R TA N . 1 0

{ Il libro «Trasite, favorite» è il titolo del libro di Chiara Sasso che racconta l’esperienza di Riace e dell’accoglienza ai migranti dei comuni solidali della costa ionica reggina. Potete acquistarlo dal sito http://bottega.carta.org

Il cielo sopra Berlino È il film del 1987 che segna il ritorno di Wim Wenders in Germania dopo un periodo statunitense [durante il quale aveva girato un capolavoro come «Paris, Texas»]. Racconta di due angeli che osservano il comportamento degli umani nella città tedesca.


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Rosarno «Gli africani salveranno l’Italia», reportage del collaboratore di Carta Antonello Mangano, è stato da poco ristampato da Bur [180 pagine, 9,50 euro]. Racconta il contesto dentro al quale sono maturati i fatti di Rosarno. i Mesogea.

si limitato i loro ruoli a comparse, lasciando che anche sul set rimanesero dei ‘clandestini’». Luca Zingaretti, in un ruolo non troppo dissimile dall’abituale Montalbano, è un prefetto che registra i migranti. Ben Gazzara è un corto dallo sguardo lungo, che travasa sullo schermo le esperienze di speranza e solidarietà dei piccoli comuni della Calabria, dove l’immigrazione, anziché il solito «problema», è divenuta una occasione: «Wenders ha colto da solo, senza che nessuno lo spingesse su questa strada, quel profondo senso di ospitalità che è un tratto fondamentale dei calabresi», afferma il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero: «Riace e Caulonia hanno trovato nei rifugiati africani, afghani, curdi o palestinesi che arrivano da noi in cerca di

una nuova vita, la chiave di volta per dare ai piccoli comuni, affetti da un drammatico spopolamento, una vita nuova. Ed è proprio questo il segreto di certi borghi calabresi: aver fatto dell’accoglienza una risorsa». Proprio in quella Calabria dove solo due mesi fa Rosarno fu triste e «viziato» teatro dello scontro tra calabresi e migranti, Wenders fa di necessità docu-film, raccontando quello che nessuno ha mai raccontato: duemila migranti che in più di dieci anni hanno fatto di Riace il proprio paese, grazie al coraggio del sindaco, Domenico Lucano, e alla sua volontà di guardare oltre i pregiudizi, dando letterale benvenuto ai barconi. Così, da mere comparse i rifugiati, accasati nei paesi della Locride e nelle scuole rimaste aperte esclusivamente in virtù dei loro fi-

gli, sono diventati protagonisti: non solo – è lecito sperare – di questo film. «Ne ‘Il volo’ – spiega il rappresentante dell’Unhcr Jolles – Wenders ha illustrato una realtà nella quale i rifugiati non sono percepiti come un problema o un onere, bensì quale opportunità e risorsa per il territorio. Il film ha il nostro patrocinio perché è uno strumento di sensibilizzazione, mette in evidenza un modello di convivenza civile basato sullo scambio e l’interesse reciproco, sia dei rifugiati che delle comunità locali». Nuova, speranzosa realtà, anche per Wenders: «La vera utopia è questa: non più la caduta del Muro, ma quanto sta accadendo in Calabria, Riace in testa. Lì ho visto davvero un mondo migliore».

IL DELTAPLANO DEL SINDACO: IL FILM

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EMBRERÀ un discorso interessato e un po’ presuntuoso, ma quando le luci della sala si sono accese e mi sono tolto gli occhialini necessari per la visione in 3D, ho pensato che il film di Wim Wenders, «Il volo», era una buona prefazione al bel libro di Chiara Sasso, «Trasite, favorite» [edito da Carta/Intra Moenia], in cui si narra la storia di Riace, quella di Caulonia, le premesse di quella di Rosario, e molte altre vicende e persone che, magari lontane nel tempo e nello spazio, dalla Germania della strage di Duisburg ai riacesi emigrati

per lavorare nella ThyssenKrupp di Torino e sfuggiti per caso alla morte, forniscono davvero la terza dimensione. Wenders ha detto che la nostra vita è impregnata di «fantasy», e che la tecnologia del 3D è connaturata a questo racconto fantastico. Ha ragione. Perciò, ha aggiunto, usare il 3D per le storie vere può portarcele più vicino. «Il Volo» è questo tragitto: un film di fiction, con attori veri, con le suggestioni della fantasia [come il migrante sulla prua del barcone nella posa di Leonardo Di Caprio in «Titanic», o l’unico bambino rimasto a Bado-

lato che indossa la maglietta della nazionale brasiliana di calcio e offre il suo pallone ai bambini sbarcati con indosso la maglietta della nazionale italiana] e l’andamento folle e concreto di film come «Fino alla fine del mondo» [il sindaco di Badolato sul deltaplano a motore, in volo, che getta volantini di benvenuto ai migranti sul barcone], che di colpo mette in primo piano ciò che sta dietro le quinte [o la camera]: lo stesso Wenders, viaggiatore nella Calabria dei bambini afghani o serbi-rom, delle donne palestinesi e kurde, del sindaco Mimmo Lucano, che

hanno volato per davvero, creando un esperimento – dice Wenders in conclusione del film – forse esemplare non per la piccola Calabria semi-abbandonata, ma per il mondo. Perché dal mondo vengono, e ci ritornano, e sono di nuovo qui, afghani, kurdi, palestinesi e serbi e rom, e i calabresi emigrati in Belgio e in Germania, come il sindaco di Badolato interpretato da Ben Gazzara. Ma, visto il film, se volete immergervi davvero in questa umanità, leggete il libro che la nostra Chiara sta portando in giro per tutto il paese. [P. L. S.]

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Paragoni Alcuni critici hanno paragonato l’esordio di Roan Johnson di cui parliamo in questa pagina a un altro romanzo di imprese picaresche che ha segnato un’epoca: «Boccalone», debutto che risale al 1979 di Enrico Palandri, che racconta le gesta di un giovane nella Bologna del post-’77.

La felicità è una roulotte di Teresa Grano

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NA SCRITTURA LEGGERA E ASCIUTTA, un rac-

conto che è un affresco divertente e lineare di una generazione stritolata dalla precarietà, dalla crisi materiale e culturale del nostro tempo. Nel suo romanzo d’esordio, «Prove di felicità a Roma Est» , il trentacinquenne Roan Johnson, di madre italiana e padre inglese, ridisegna i tratti di una dimensione metropolitana spesso invisibile e sconosciuta, costruisce un piccolo microcosmo di personaggi capace di esprimere percezioni universali, apparentemente semplici. Lo sguardo del giovane Lorenzo Baldacci, che dalla provincia toscana si trasferisce a Roma per conseguire la maturità, è quello di un’umanità insofferente e silenziosa, il suo transitare è sommovimento interiore, è l’affanno più comune e faticoso dell’Italia di questi tempi. L’incontro con il professore solitario e illuminato, il lavoro in pizzeria come pony-pizza, l’intreccio di amicizie e l’amore consumato senza sentimentalismi: sono tanti i temi che attraversano il libro, e ogni storia si incastra perfettamente con l’altra, ogni cosa rimanda a una condizione di attesa e di ricerca insieme. Baldacci consegna pizze con la sua Vespa. Le due ruote scoppiettanti che si muovono nella quotidiana immersione nella capitale diventano veicolo di conoscenza, indagine spasmodica della realtà, occasione per cambiare punto di vista sulle cose. Tra il Quadraro, la Tuscolana e la Tiburtina, la configurazione di una Roma di periferia rimanda a una dimensione surreale dove la diversità si mescola alla nuova povertà, dove l’olfatto diventa strumento di riconoscimento e ma anche di discriminazione. Nella metropoli si agita un universo umano composito che si confonde con i percorsi funambolici di chi si sente estraneo anche nel luogo degli affetti, di chi subisce lo straniamento e lo contagia. Così, arriva l’amore per la donna marocchina Samia, il suo disfacimento non commisera5 8 • C A R TA N . 1 0

UN ROMANZO AMBIENTATO NELLE PERIFERIE ROMANE. LA RICERCA DELSENSO DELLA VITA TRA MIGRANTI E PRECARI

ROAN JOHNSON «Prove di felicità a Roma Est» [Il Saggiatore, 162 pagine, 16,50 euro]

to, la scelta di non scegliere, la fascinazione dei costumi occidentali e la passione come volontà di liberazione. C’è un’appartenenza interiore a questa storia, una malinconia più evocata che rappresentata: attraverso il filtro di un provinciale che è poi proprio dell’autore [di orgini inglesi ma cresciuto a Pisa], l’asprezza di una collettività alla deriva in alcuni momenti si alterna a pagine di puro lirismo e il risultato è un romanzo dal ritmo coinvolgente, mai banale. Nelle pagine del volume si scorge un ripiegamento, una difficoltà emotiva che è materiale, contingente, storica. Si fa riferimento a una condizione che riguarda tutti: dal protagonista in cerca di risposte agli amici dotati di una vitalità commovente, dall’insegnante precaria costretta a lavorare di notte come vigilante nell’angusto gabbiotto di un edificio pubblico al professore in pensione barricato nella propria casa. Fino a Samia, che tra ansia liberatoria e spinte regressive riflette le ambivalenze del confronto tra culture diverse e l’inspiegabile verità di certi incontri. Alla fine, si scorge la speranza nuova attraverso la scelta di acquistare una vecchia roulotte. Così, la possibilità di non arrendersi al mondo è strettamente legata alla capacità di rovesciare il punto di osservazione, di rimescolare le carte e ripartire. Perché, riflette l’autore, «la fine del nomadismo come forma di organizzazione sociale era stata l’inizio delle disgrazie dell’umanità, se fossimo tornati a muoverci come quando eravamo raccoglitori e pastori allora sí che le cose sarebbero andate meglio». Effetto di una dimenticanza, di una distrazione, o frutto della rimozione di un conflitto?


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{ M. VÁZQUEZ MONTALBÁN «Pamphlet dal pianeta delle scimmie» [Feltrinelli, 129 pagine, 6,50]

Imbrogli «Le elezioni sono oggetto di scambio delle corporation. Le leggi federali le scrivono le lobby. È tutto un imbroglio». Così Jeremy Rifkin presenta il suo ultimo libro, «La civiltà dell'empatia», edito in Italia da Mondadori.

MUSIC SHARING

Il detective ascolta il jazz

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ESCE in edizione economica questo illuminante e profetico saggio. Il compianto padre di Pepe Carvalho e del giallo mediterraneo analizza la «stanchezza democratica» occidentale. Scritto nei primi anni novanta, questo saggio individua l’«anomalia italiana» e l’elaborazione di pensatori come Gramsci e Pasolini come spie d’allarme per la condizione del nord del mondo opulento. Una riflessione attualissima.

AA. VV. «Sfera pubblica, il concetto e i suoi luoghi» [Pellegrini, 224 pagine, 18 euro] UNA RACCOLTA di saggi, curata da Paolo Jedlowski e Olimpia Affuso, sul rapporto tra la sfera pubblica e i luoghi. Il senso del concetto elaborato da Habermas [una rete di discorsi accessibili che riguardano la società] viene esteso a spazi e contesti diversi: si passa dal tradizionale «caffè» [dove sarebbe nata secondo il filosofo tedesco la sfera pubblica borghese] ai forum di discussione in rete.

A. FERRACUTI E D. MAURIZI «Il mondo in una regione» [C 296 pagine, 14,60] QUANDO Guido Piovene arrivò nelle Marche per il suo «Viaggio in Italia», disse che in quei luoghi si poteva vedere «L’Italia in una regione». Da quell’espressione trae spunto questo bel reportage fotografico di Daniele Maurizi accompagnato dalle parole di Angelo Ferracuti che racconta la storia [le storie] di uomini e donne di oltre trenta etnie differenti: i nuovi marchigiani - alla faccia del governo celebrano riti sikh, festeggiano il capodanno bengalese, si esibiscono nella danza africana, frequentano la scuola coranica.

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SHELLY MANNE AND HIS MEN «Peter Gunn and Son of Gunn» [American Jazz Classics/Egea]

DOWNLOAD

PRIMA che la musica «lounge» fosse un vezzo da aperitivo musicale postmoderno, gli Art Of Noise miscelarono atmosfere un po’ demenziali e orecchiabili con ritmi moderni, organetti hammond e sperimentazioni d’avanguardia. Dietro questa band di produttori e session-men c’era molta più sapienza di quanta si potesse notare ad un ascolto superficiale. «Who’s Afraid Of», del 1984, è un ottimo esempio di quello che sono stati capaci di fare.

A SERIE DI CULTO poliziesca americana Peter Gunn è andata in onda sulla Nbc tra il 1958 e il1961. Era stata creata da Blake Edwards [quello della Pantera Rosa e di molte altre commedie sofisticate] ed è ricordata ancora oggi per la sua colonna sonora: «Peter Gunn Theme» è stata reinterpretata da decine di artisti, resa celebre dai Blues Brothers e riproposta da gente di epoche e stili diversi come The Art of Noise, Brian Setzer, The Cramps e Jimi Hendrix. In quelle musiche, il genio di Henry Mancini incontrava l’estro di numerosi jazzisti. Puntata dopo puntata, i musicisti ospiti mettevano a disposizione il loro estro. Il protagonista della serie, intepretato da Craig Stevens, frequantavano infatti il fantomatico El Mother’s, e ascoltavano dell’ottima musica: ricercata ma mai autocompiaciuta, raffinata ma mai virtuosa e fine se stessa. In una parola: cool. Il batterista Shelly Manne, che poco dopo avrebbe dato il meglio di sè nelle famose session al Black Hawk di San Francisco, ha registrato ben due album dedicati alle musiche di questa serie e ispirati dalle atmosfere fumose del night in cui Stevens incontrava la sua ragazza. Quei due dischi, «Play Peter Gunn» e «Son Of Gunn», adesso vengono ripubblicati integralmente in questo cd, curato nel booklet e ossequioso delle [belle ed eleganti anch’esse] grafiche fifties che apparivano nella confezione originale. Insomma, siamo di fronte a una ristampa tutt’altro che ruffiana, che ha la rara dote di poter soddisfare sia i palati fini dei jazzofili consumati che quelli meno avvezzi degli ascolatori più distratti e meno avvezzi a questo tipo di sonorità.

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Toronto Chloe doveva essere girato a San Francisco, ma il regista ha fortemente voluto come scenario Toronto, a cui Atom Egoyan è particolarmente legato. Figlio di profughi armeni, nato al Cairo, in Egitto, si è trasferito a tre anni con famiglia in Canada, a Victoria. Ha poi studiato al Trinity College dell'università di Toronto.

B A S S A D E F I N I Z I O N E D I A N D R E A B AG N I

Tra seduzione e inganno OM EGOYAN è regista dallo sguardo molto particolare. Le sue storie sono un po' oblique, spiazzanti. Sembra sempre si occupi di qualcosa che sta oltre ciò che si mostra, nelle parole e nei gesti. Come se i vuoti del racconto, i movimenti avvolgenti della macchina da presa, contassero più dei pieni. Che in questo film non è che brillino per originalità. Bella signora, ricca ginecologa moglie di un brillante prof, soffre del tempo che passa. Inesorabile. Il marito si allontana [ma lui dirà lo stesso di lei] nel gioco maschile consolatorio della seduzione. Si occupa di musica, in aula le studentesse lo invitano la sera per un drink. Lui dice non posso, è il mio compleanno, ho l'aereo fra due ore. Allora, Tanti auguri a te... DUE DONNE C'è complicità, feeling, forse E UN PROF, tensione erotica. È il suo resiTRIANGOLO stere – o non resistere e cedere – al passare del tempo. Il suo biBIZZARRO sogno di conferme. Se volessi E FIN TROPPO ancora potrei. Per lei è comunque una testa, un corpo, dislocaCONDIVISO to altrove. Facevamo l'amore tre volte al giorno, poi una e poi una a settimana; dopo che è nato nostro figlio siamo diventati due genitori, collaboratori domestici. Buoni amici. Scene da un matrimonio. È a questo punto che arriva lei, Chloe. Una biondina modello Scarlett in Match point, che vediamo prepararsi «al lavoro» all'inizio – e la preparazione fa un certo effetto. Non si tratta solo di vedere. Spiega che nella sua profesCHLOE sione conta quello che sai fare quanto come lo sai raccontare, [USA 2009] descrivere, mettere in parola. La Un film di Atom voce è parte del gioco. Il sesso è un Egoyan. Con Liam storia mentale, una fiaba, una riNeeson, Julianne scrittura della realtà attraverso i Moore, Amanda sogni. Quelli proibiti. Seyfried. Si incontrano in bagno le due donne. Una passa la carta igieni-

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ca sotto la parete divisoria, l'altra piange. E non è quella che dovrebbe piangere. Come fai a farlo. Trovo in ogni uomo qualcosa da amare, un particolare, c'è sempre qualcosa di amabile. Dopo la festa mancata dal marito, Catherine la assumerà per provare la verità - ma forse anche per vivere di riflesso, per assenza e narrazione, la vita amorosa di lui. Ma il gioco si complica un bel po'. I desideri non detti, gli immaginari, diventano protagoni-

sti. La voce è più di quello che racconta. È fascinazione, conquista, amore. Il racconto allontana i sentimenti, avvicina i corpi. Li accende. Il triangolo, già bizzarro per eccesso di condivisione, si arricchisce ancora nel formato famiglia di adolescenti che ci capiscono poco nel casino generale. Alla fine la passione vera è una sola, tutto il resto è eco, risonanza. La voce che si è fatta corpo prende il volo, la famiglia si richiude compatta. Compatta? Egoyan racconta un po' come la bionda Lolita: grande stile intorno a dialoghi pericolosamente al limite del banale pretenzioso. Certo su quel limite il regista armeno ci sta alla grande, però «Il dolce domani» sembra parecchio lontano.


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Narrazioni «I lettori di fumetti mi hanno insegnato che il loro affetto è per il personaggio. Il nome dell’autore spesso lo ignorano o ne prescindono. Le narrazioni contano di più dei narratori». Gianfranco Manfredi, scrittore, intervistato da Walter Catalano su www.carmillaonline.com.

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SEMAFORO D I M A R C E L LO WA LT E R B R U N O

TUT TA SCENA DI GRAZIANO GRAZIANI

UNA STORIA ITALIANA

CARTOLINE DALL’INFERNO

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OTTO UNA CALOTTA che evoca una specie di sottomondo, una famiglia dalla composizione bizzarra si trova a vivere una non-vita, sospesa davanti alla tivù e saltuariamente interrotta da scatti di violenza e cinismo che sembrano essere gli unici binari su cui scorrono le relazioni tra le persone. Lo strano agglomerato umano che Fibre Parallele porta sulla scena parla un dialetto tagliente e ringhiato, unico modo per affermare rabbiosamente il proprio posto nel mondo. Il capofamiglia panciuto e violento, la zia arcigna dal naso gobbuto sempre pronta a bestemmiare sulla nascita del nipote Vito, figlio spilungone e ottuso, ingobbito e con le orecchie troppo grandi, incapace di smettere di mangiarsi le unghie o di frugarsi furiosamente nei pantaloni; e infine lei, Felicetta, portata a rompere e ristabilire l’ordine familiare attorno a una nuova unione, che fa la sua comparsa dentro un sacco dell’immondizia, intenta a masticare bubble gum rosa come la sua improbabile mise, top e pants rosa shocking strizzati all’inverosimile… La «famiglia disfuzionale» a cui la giovane compagnia pugliese dà corpo in questo «Furie de sanghe» non è di quelle che lasciano intravedere le crepe in una struttura sociale che resta salda più che altro nella sua retorica e nei dati Istat; la famiglia di Fibre Parallele appartiene piuttosto all’universo tratteggiato da Ettore Scola nel suo «Brutti, sporchi e cattivi», quello di un sottoproletariato incancrenito nella miseria. Ma anche se può sembrarci un mondo remoto, il grottesco che lo caratterizza e che fa sorridere, ricorda che si tratta di un «contagio» più vicino a noi di quel che crediamo. Lo spettacolo sarà in scena il 16 aprile a Ravenna, al teatro Rasi, per «Nobodaddy».

UESTO NON ME lo dovevi fare», esclama Sophia Loren nella parte della mamma di Sophia Loren nel biopic televisivo italiano dedicato alla diva nazional-popolar-hollywoodiana. Il telefilm, tratto dalle memorie della sorellastra sfigata, serve forse a ripagare quest’ultima: royalties contro il destino. Forse, però, il vero desiderio dell’attrice era di diventare personaggio: in fondo, a cosa serve diventare ricchi e famosi se non a imporre la propria storia? Era quello che aveva fatto Berlusconi: «Una storia italiana» era più di una brochure pubblicitaria, era l’auto-monumento di un uomo di spettacolo. Tant’è che adesso il nuovo album fotografico del Nostro è in bella mostra nelle migliori edicole, cioè tutte. Finita l’epoca del santino gratis, la biografia autorizzata è come la dose di droga: la prima te la regalo, la seconda te la vendo. Se Rana o Amadori s’accontentano di fare gli auto-testimonial negli spot, Valentino ha ben pensato di passare alla Storia con l’ennesimo film «tratto da» e «basato su»

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una storia vera: la sua. Se era giovane come Tom Ford, magari faceva pure la regia. Sembra che Imelda Marcos, ex dittatrice delle Filippine, abbia tentato di entrare nel cast delle cantanti riunite da David Byrne per lo spettacolo [e il disco] intitolati «Here lies love». Lo show è dedicato alla reginetta di bellezza poi diventata criminale politica, nel solco del musical «Evita» dedicato alla moglie del dittatore argentino Peron. Se Byrne voleva fare un’operazione critica, sarà il caso di fargli vedere «Videocracy»: l’élite postmoderna ha capito che apparire è già una formula della giustificazione. Chi non ha un cantore a disposizione e neanche un giornalista, può ripiegare sull’invenzione del presidente della Regione Calabria Agazio Loiero [libretto pubblicato da Rubbettino]: l’auto-intervista.

FUORI SCENA Banane a Padova «OCCHIO NON VEDE, cuore non duole» è la rassegna di «cinema, politica, cultura e società nella nuova repubblica delle banane» promossa dal Centro universitario cinematografico e Carta. Prossimi appuntamenti: l’ 11 aprile al Banale [via Aspetti 86, dalle 18] «Voci e immagini dei nuovi cittadini nel Veneto ostile» con la proiezione di «In Between» e «Merica», dj-set e incontro con i giovani della «seconda generazione».

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Latinos Gli americani originari del Messico – così lontano da Dio, così vicino agli Usa – saranno la seconda etnia nel 2050. Lo spagnolo è parlato dal 12 per cento degli statunitensi. Nel 2007, per scongiurare l’onta del bilinguismo , 27 stati americani hanno dichiarato l'inglese «lingua ufficiale».

DIVANO

PARABOLE DI SELENE PASCARELLA

Chi lavora è dei nostri di amare Manny, è un eterno ottimista in un mondo che ha un disperato bisogno di riparazioni. Manny Garcia, in arte «Handy Manny», Manny Tuttofare, è nato in Messico e a circa sei anni ha attraversato il confine con gli Stati uniti. In maniera del tutto legale, ovviamente. È protagonista di uno dei più famosi cartoon educativi della Disney, come tutti i migranti «rispettabili» ha una piccola attività commerciale, onora le istituzioni americane ma non per questo ha perso nozione della sua cultura originale. È rigorosamente bilingue, si prodiga per insegnare la lingua e la cultura ispanica a tutti i piccoli telespettatori e ai suoi tools, gli attrezzi animati che lo assistano nel suo lavoro. Perché Manny Garcia lavora, lavora sempre. Per fortuna è uno che vede sempre il bicchiere mezzo pieno, così da non accorgersi che il suo riconoscimento sociale è legato alla sua funzione-lavoro. Se lui non vivesse a Sheetrock Hills, ripetono

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ON PUOI FARE A MENO

Fx La terza serie di «Boris», serie sul mondo delle fiction e della tv italiana, va in onda ogni lunedi alle 22,45.

UN CARTOON DISNEY INSEGNA LE BASI DEL RAZZISMO DIFFERENZIALISTA sempre i suoi concittadini, chi riparerebbe gli oggetti guasti? Dopotutto il motto suo e degli attrezzi è: «Voi li rompete, noi li aggiustiamo». A ciascuno il suo. A patto che non si tratti di salario.

IN RETE

Videoteche addio LA CATENA GLOBALE del videonoleggio è in bancarotta: ha un un miliardo di dollari di debiti e ha richiesto la protezione del Chapter 11, la norma del diritto fallimentare statunitense che permette alle aziende che l'invocano di compiere una pesante riorganizzazione interna. Come avevamo annunciato, la concorrenza delle nuove modalità che gli spettatori hanno a disposizione per vedere i propri film preferiti è molto forte, se non schiacciante. Al di là della pirateria, Blockbuster è in crisi per le piattaforme satellitari e lo streaming online.

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Le mille riparazioni del giovane Garcia compie non vengono retribuite, sono il suo dazio per l’accettazione della comunità. Per questo che Manny non ha una famiglia e i suoi legami sono altrove, nel nonno che racconta della vita in Messico e nei parenti lontani da cui, prima o poi, dovrà tornare. La mission educativa è dubbia: insegnare la seconda lingua del paese agli americani o educare migranti e locali alle basi del razzismo differenzialista?

RaiDue Il 26 marzo alle 21,05 c’è «Anomalia 21», nuova avventura di Coliandro, l’ispettore inventato da Carlo Lucarelli, interpetato da Gianpaolo Morelli e diretto dai Manetti bros. Sky Su Sky Cinema1 lunedì 29 marzo alle 23,05 c’è «Come Dio comanda», film di Gabriele Salvatores dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Filippi Timi è un neonazista di provincia, Elio Germano il suo amico fulminato.

{ { Registi precoci Due secondi per il titolo,

cinque secondi per la durata del film, un secondo dedicato ai titoli di coda: ecco l’unica regola che accomuna le fiction che compationo sul sito dedicato agli extracortometraggi «5 seconds film». Se odiate le storie prolisse è l’ideale. www.5secondfilms.com


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Micropagamenti «Una notizia va fatta pagare al massimo un centesimo, o anche mezzo: così si apre un mercato, i volumi aumentano». L’amministratore delegato di Telecom Italia, Franco Bernabè, a proposito del futuro delle notizie.

SOPRA LE RIGHE

FUORI GIOCO DI RUDI GHEDINI

IL PRETENDENTE AL TRONO

ADDIO AGLI SQUALI IN PISCINA

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EZZA ITALIA mi ama,

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l’altra metà non mi sopporta»: di chi sta parlando la copertina de numero di Oggi del 24 marzo 2010? No, vi state sbagliando: non si tratta del presidentissimo nazionale in cerca di voti a pochi giorni dalle elezioni regionali. La frase è stata pronunciata dal principe Emanuele Filiberto, fresco di fischi a Sanremo e novello conduttore, insieme ad Enzo Ghinazzi in arte Pupo, della trasmissione culto del trash del venerdì sera su RaiUno «Ciak si canta». «C’è desiderio di educazione - dichiara l’aspirante al trono - di un certo stile, di buone maniere. Non a tutti piace la gente che sbraita e lancia insulti». Non male, per uno il cui padre era solito cercare al telefono «prostitute a buon mercato» e secondo il quale i cittadini sardi «puzzano e basta».

è finita l’era dei «supercostumi», quelli che consentivano ai nuotatori – coperti da una guaina nera alla Diabolik – di abbattere più di 200 record mondiali in un paio d’anni. Lo si è chiamato «effetto squalo», «doping tecnologico»: il poliuretano strizzava i corpi dei nuotatori, ne aumentava il galleggiamento e la scivolosità, riducendo lo sforzo e l’attrito con l’acqua. Ai Mondiali di Roma 2009 – quelli divenuti celebri prima per Federica Pellegrini e Alessia Filippi, poi per gli scandali legati alla costruzione delle piscine – una marca italiana di costumi ha potuto vantare 20 record del mondo e 34 medaglie [11 d’oro], sulle complessive 104 assegnate. Ora, le nuove norme obbligano i nuotatori a indossare costumi di tessuto, vietando l’utilizzo del poliuretano, e stabiliscono la soglia massima di superficie corporea [diversa per uomini e donne] che è lecito coprire.

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ON IL NUOVO ANNO

Soprattutto nelle gare più lunghe, sarà molto difficile migliorare i primati stabiliti con il costume da squalo; dovendo scoprire buona parte del corpo, è facile prevedere che i più penalizzati saranno gli uomini. Qualcuno dice: «Ora emergeranno i nuotatori veri», lasciando capire che si potevano vincere medaglie e abbattere record nonostante evidenti limiti tecnici. E c’è chi replica con l’ideologia del record, le magnifiche sorti sempre progressive, affermando che questo «ritorno al passato» equivarrebbe a correre su piste di carbonella, saltare con l’asta di bambù, usare maglioni di lana nel ciclismo, fino a riesumare le racchette di legno nel tennis. La tecnologia, insomma, sarebbe la levatrice di un progresso lineare e ininterrotto. Come se lo spettacolo dello sport coincidesse con il record. La penso esattamente al contrario: torneremo a vedere le persone, le bracciate, le smorfie di fatica, anziché limitarci al dato cronometrico.

CRASH TEST

Chi vi segue su Facebook? I RICERCATORI Trend Micro attirano l’attenzione sugli utenti Facebook sulle applicazioni fasulle che promettono di svelare chi va a vedere i profili inseriti dagli utenti su Facebook. Si tratta di una promessa del tutto infondata e le applicazioni proposte sono solo una truffa per appropriarsi dei propri dati e rivenderli sul merato del «crowdsourcing» [letteralmente signica «spremifolle», indica la pratica di fare soldi sui gusti e le azioni on line della gente]. Trend Micro ha identificato almeno 25 differenti copie di un’applicazione fasulla che attirerebbe l’attenzione di tutti quelli che vogliono scoprire chi li legge sul social network e chi li segue con maggiore assiduità. Un imbroglio che poggia sull’ansia di protagonismo dei navigatori.

VIDEOGAME MICROSOFT annuncia un nuovo rivosistema di controllo per XBox 360: con Project Natal i videogame saranno controllati direttamente dai movimenti del corpo.

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di Bruno Ruffilli

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O CONOSCEVO già prima di cono-

scerlo, Alfredo. Per Extra, per quelle esplosioni di colore, caratteri, linee, fotografie in forma di rivista, che ancora conservo. Certo, l’idea era di Piergiorgio Maoloni, ed erano in tanti a lavorarci, spremendo fino in fondo quei Mac che oggi sono pezzi da museo. Però Alfredo c’era: seduto per ore al computer macinava testi e immagini senza fermarsi mai, si alzava un istante, poi tornava a rifinire una curva, a sistemare un allineamento, a ritoccare una sfumatura. Anche a Carta, dove arrivai alla fine del 1999, era una sicurezza, per me che gli stavo accanto: aveva passato il tempo delle lotte e dell’impegno militante, non rinnegava nulla ma non si riempiva la bocca di proclami improbabili. Improbabili, semmai, erano i suoi gilet colorati, o quelle camicie con collo alla coreana che portava tutto l’anno. Addirittura impossibili, poi, erano i titoli che immaginava: c’era lo spazio per due parole e basta. Poi s’inventava un sommario, un catenaccio per spiegare un concetto che altrimenti sarebbe rimasto uno slogan. Era una sfida e io non lo sapevo: ma Gigi sì, e giocava con vocali e consonanti come fosse un cruciverba fatto apposta per lui. Nel 2001 bisognava far nascere la nuova Carta, completamente diversa dalla precedente: nel formato, nei testi, nel numero delle pagine. Sotto

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Segni la guida di Piergiorgio, Alfredo spostava colonne, inseriva immagini, disegnava illustrazioni; per anni aveva lavorato al suo fianco e ormai capiva subito cosa avesse in mente il più geniale dei grafici italiani. Così vedevo le sue invenzioni folli prendere forma sullo schermo di un computer, e una notte di maggio abbiamo lavorato tutti e tre senza dormire un attimo, tra molti caffè e sigarette. A tarda mattinata era pronta Carta, settimanale e non più mensile. Poco dopo ho lasciato Carta, ho cambiato città e sono passato a un grande giornale. Alfredo è rimasto, nella sua vita è tornata Mirella, e con lei la famiglia e una specie di serenità. È durata per qualche anno. Prima è mancato Piergiorgio, dopo è arrivata la malattia di Alfredo, con dolori e sofferenze che lui ha sopportato in silenzio. Le sue giornate passavano scandite da visite, esami, dialisi: si era inventato una nuova normalità in cui poteva bere superalcolici e non vino, aveva semplificato quelle originalissime ricette che sperimentava nelle cene con gli amici. Un giorno mi chiamò in lacrime: era morto Ivano, suo figlio, gli rimaneva solo Eugenio. Ci trovammo al funerale, lui fuori dalla chiesa a

imprecare, fedele alle sue idee. Rifiutava le consolazioni a buon mercato, ma da allora invecchiò di colpo, e su quella sua faccia da ragazzetto di borgata comparvero i segni del tempo e del dolore. La malattia l’aveva consumato, aveva alterato i suoi lineamenti, ma lui si era preso una rivincita. Era tornato al disegno, una sua vecchia passione: accumulava decine e decine di chine, acquerelli, matite, che raffiguravano alberi contorti, monumenti e persone. C’erano gli infermieri, i medici e i pazienti che aveva conosciuto negli ultimi anni, ma pure un ritratto di Pasolini, che gli assomigliava tanto, con quel volto spigoloso, lo sguardo severo. Alfredo è sempre stato curioso, aperto alle novità: il giorno del suo ultimo compleanno, abbiamo parlato ancora di font, di legature, di come immaginare i giornali sull’iPad. Di un futuro dove lui si vedeva di nuovo al lavoro, non più per necessità, ma per il piacere di un’altra avventura intellettuale. In fondo amava poco i computer, li usava come strumenti, ma i suoi veri attrezzi del mestiere erano i pennelli. Quelli che aveva in mano l’ultima volta che l’ho visto, finalmente sereno dopo tanto tempo.


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SI CHIAMAVA ALFREDO RICCARDI. PER QUESTO GIORNALE E PER LE PERSONE CHE LO FANNO È STATO MOLTO IMPORTANTE. INSIEME A PIERGIORGIO MAOLONI HA DISEGNATO CARTA QUANDO ERA UN MENSILE E POI QUANDO È DIVENTATO SETTIMANALE. CARTA È CAMBIATA TANTE VOLTE MA I SUOI COLORI,I SUOI FONT E MOLTE SUE IDEE SONO RIMASTI [ANCHE SE LUI AVREBBE MOLTO DA RIDIRE]

diAlfredo Caro maestro

A di Rosa Mordenti

LFREDO TOCCAVA LA TASTIERA con grazia e perfezionava a lungo le

pagine frutto del suo lavoro. Lo chiamavamo maestro per prenderlo in giro perché era il più anziano di tutti noi, ma davvero è stato un maestro, per i grafici soprattutto e non solo per loro. A noi «giovani» giornalisti incapaci e rompipalle ha insegnato che la grafica è il giornale e le parole da sole non bastano, anzi non servono. Aveva un soprannome per ognuno di noi. Parlava un romanesco d’altri tempi capace di grandissime bestemmie, terribili nefandezze e insulti trivialissimi con il sorriso sulle labbra. A volte queste cose le scriveva, per riempire di segni le pagine. Un paio di volte, per errore e distrazione, furono stampate. Memorabile il titolo che recitava «ciufoli de pelle» e un altro molto più sobrio, «carte e cartuccelle». La sua casa era sempre aperta e la sua cucina strepitosa. Amava le cose fatte come si deve. Indossava camicie colorate e strane, ma sempre perfettamente stirate. Canticchiava spesso. Ha affrontato con dignità la malattia, lunga e dolorosa. Ha ceduto solo dopo la morte del figlio Ivano, poco più di un anno fa. Mirella è stata la sua forza, la sua Mirella, la sua fortuna e il suo amore grande. Di Eugenio parlava sempre con orgoglio, e dei suoi nipoti bambini. Non ha voluto funerali, Alfredo, tanto meno chiese e discorsi. Ha detto, dopo che sarò morto aspettate tre giorni, poi fate una festa, mangiate e bevete alla faccia mia. L’abbiamo fatto, circondati dai suoi quadri e dai suoi disegni, con la tavola piena di cose buone da mangiare e tutti soprattutto a bere e fumare, ed è stata la sua ultima lezione. 26 MAR ZO - 1 APR I LE 2010 • 65


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22-03-2010

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CLANDESTIN

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ANTIRAZZISMO [«Identità di carta»], decrescita [«Q.B.»] e acqua bene comune [«H2Oro»]: sono i tre spettacoli della comapagnia Itineraria, tre pezzi importanti della campagna Clandestino [come «Le scimmie verdi», dedicato ai temi del razzismo, di Daniele Barbieri e Hamid Barole Abdu]. Le prossime date? Il 26 marzo «H2Oro» è di scena [dalle 11,30] a al cinema Italia di Dole [Ve], il primo aprile «Q.B.» è al teatro BellArte [via Bellardi 116, ore 21] di Torino, mentre l’11 aprile [pomeriggio], lo spettacolo sull’acqua sarà al teatro comunale di Petralia Sottana [Pa]. www.itineraria.it

mondiali al contrario RICORDATE la straordinaria storia del movimento sociale sudafricano Abahlali [«quelli che vivono nelle baraccopoli»]? Gli articoli e i reportage pubblicati su Carta negli ultimi mesi hanno posto le basi per la nascita di una campagna, «Mondiali al contrario», il cui obiettivo è l’organizzazione di un viaggio in Italia, a maggio, per ospitare alcuni tra i promotori del movimento. Su clandestino.carta.org trovate l’appello che lancia l’iniziativa, diventata un pezzo della campagna Clandestino, ma anche molti articoli. Le organizzazioni sociali interessate a ospitare il movimento Abahlali possono scrivere a carta@carta.org. Intanto, parte la raccolta fondi per sostenere la campagna con quote di [almeno] 30 euro.

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