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Rivista cartacea & digitale, gratuita, di poesia e narrativa illustrata, auto-prodotta da giovani sfaccendati, colmi di belle speranze e brutte abitudini.

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Vizi & Virtù Anno 2012 - n.I

Malingut è una parola magica: l'abracadabra che chiude la filastrocca e apre un mondo. Malingut è la tensione che s'innesca tra due poli opposti e genera corrente; un campo magnetico che attrae immagini, poesie, narrazioni e le organizza in flusso, in onda, in segnale. Malingut è soprattutto lo spazio, denso d'immaginazione, che può nascere tra i tuoi occhi e il pezzo di carta che tieni in mano.


Editoriale "Nell'accezione più comune, il vizio è un'abitudine umana negativa, che spinge l'individuo ad un comportamento nocivo normalmente ripetitivo. Il comportamento può essere legato ad un atteggiamento personale, dipendente da diversi fattori, o legato ad agenti esterni come il fumo, l'alcol o la droga. i cosiddetti vizi capitali (secondo Aristotele gli abiti del male) sono: Ira, Accidia, Lussuria, Avarizia, Gola, Invidia, Superbia."

non può rinunciare a metterci un filo di latte e un osso di prosciutto. 3.“Vizi/Bijoux” Per chi la lussuria non la lega ai lombi, ma ai lobi. 4.“Vizi/Suppergiù” Insomma non propri e veri vizi, ma piuttosto dei vezzi, come mangiarsi le unghie o sgambettare il parroco.

lo almeno quanto noi abbiamo amato pensare che lo avreste apprezzato. Se così non fosse, sono certo che saprete trovare qualcuno che se ne dispiaccia al posto nostro, e vi invito, qualora aveste bisogno di un aiuto di qualsiasi natura, ad arrangiarvi.

Ci sono voluti tre mesi di catechismo per far sì che questo numero potesse vedere la luce, perciò spero che possiate apprezzar-

"Virtù (dal latino virtus; in greco areté) è la disposizione d'animo volta al bene; la capacità di un uomo di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale. Nella tradizione occidentale, alle virtù cardinali già enumerate da Platone nella Repubblica, (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza), la dottrina cristiana affianca quelle teologali (Fede, Speranza, Carità ). " (definizioni tratte da www.wikipedia.it)

Recenti indagini ISTAT hanno rivelato che il lettore medio di Malingut è un cretino; questo, che ti piaccia o meno, fa di te un cretino. Ovviamente ci siamo subito resi conto di quanto la nostra immagine avrebbe potuto uscire danneggiata da questo studio di settore, e abbiamo deciso di correre ai ripari preparando un numero che si basasse su una dicotomia frizzante e di notevole spessore intellettuale: “La donazione di Costantino/I Protocolli dei savi di Sion”. Purtroppo, spentosi l’entusiasmo iniziale, è emerso che non siamo affatto in grado di proporre qualcosa di simile, e abbiamo quindi ripiegato su “Vizi/Virtù”. Questa seconda coppia di argomenti potrebbe parervi banale, reboante, di facile successo, ma se così fosse, sappiate che state sbagliando; non nego che i nostri redattori conoscano bene tutto ciò che concerne il vizio, ma, sebbene capisca che possa sembrare assurdo, nessuno di loro aveva mai sentito parlare di virtù. Non è uno scherzo, al momento dell’annuncio dei temi per questo numero, in redazione hanno iniziato a levarsi reinterpretazioni fonemiche di quella sacra parola, poiché, non conoscendola, ognuno cercava di collegarla tramite assonanza a qualche parola simile presente nel suo scarno vocabolario. Per quanto i contenuti di questo numero possano apparirvi di dubbio valore, credo li apprezzerete maggiormente sapendo che avete rischiato di trovarvi in mano riviste come: 1.“Vizi/Artù” Scabrosa ricostruzione delle avventure erotiche di corte a Camelot; la storia fra Ginevra e Lancillotto non è mai parsa così torbida (c’è anche un nano). 2.“Vizi/Ragù“ Mia nonna, per esempio,

Isusi

Mitile Ignoto


Tramonto a occidente Superbia “Questo re è un gran mago: esercita il suo potere sullo spirito stesso dei suoi sudditi” Montesquieu, lettere persiane.

Ho sacrificato una colomba stamattina.

Ho sgozzato quella colomba, ne ho fatto colare il sangue in una scodella di legno e l’ho versato sull’altare. Ho inalato il suo profumo, ho ascoltato lo scoppiettio delle fiamme dell’olocausto. Fumo nero, una colonna d’aromi oscuri che penetra e buca il cielo. La terra è l’amante del cielo, ierogamia in vapori, odori, respiri, esalazioni. Nebbie d’incenso attraversano lo spazio che separa i miei occhi dal tramonto infuocato, a occidente. È tutto sfocato, incerto. Volti di sabbia si formano urlanti per poi svanire in polvere. Sento chiaramente il rombo degli astri nel cielo che, incastrandosi come ingranaggi, preparano metallicamente la notte. L’industria del cosmo alita sulla terra in sbuffi dalle sue fucine. E l’aria è serena E l’aria è leggera E l’aria serpeggia tra gli anfratti del tempio spinta da un dolce vento. Ora il buio fitto è trafitto da squarci scintillanti di luna. Ombre nette, ombre nere si muovono con cadenza militare tra le colonne e le parole in sussurri. Qui lo vedo, in tutta la sua inquietudine, in tutto il suo tormento, augusto e angustiato, seduto sulla sedia dell’officiante. Un Rex Sacrorum con manto di porpora e corona d’alloro. La testa è piegata sul petto, il naso leggermente adunco. Il suo volto è fiero, potente, inflessibile. Lungo le sottili rughe si possono seguire i suoi pensieri vorticosi, che si disperdono pian piano nella sua coscienza. Lo sguardo basso tradisce l’espressione regale che porta come una maschera d’oro. La sua identità è splendore e stanchezza, attributi indivisibili e imprescindibili. Perché il potere rende il suo portatore tanto libero quanto schiavo, e la volontà diventa obbligo quando non si ha scelta nell’esercitarla. Mi soffermo nell’osservarlo con cautela e tatto, ma anche con fermezza. Sento però un tremito, un brivido lungo la schiena che mi accarezza tutte le vertebre, dal basso in alto, per arrivare alla testa sotto forma d’inquietudine. Pare che questa figura emani una luce propria nella severità del buio che la circonda. Come in adorazione mi inginocchio un poco, continuando a guardare. Con un gesto liquido della mano si tocca la fronte, che luccica di sudore facendolo sembrare un diamante che sfida in regalità la luna. Con una voce roca e calda occupa istantane-

amente l’atmosfera circostante, e ora si vede chiaramente l’aura infinitamente bianca, eppur nello stesso tempo torbida, che solca il profilo di tutta la sua persona. “Violenza Violenza pura Violenza giusta Violenza necessaria” Di queste parole inonda il mondo e io, come tutti coloro che le hanno udite da una tal bocca, m’assopisco in un sonno cosciente, pronto a ubbidire. Il suo potere si stende come un lenzuolo di lino leggero su ogni cosa. Si può dire che la sua potenza sia polvere adagiata su tutto il globo e che questo muti se stesso in un grigio esecutore delle sue parole o anche solamente di un suo sussurro. La sua testa d’improvviso si alza, con una rotazione anomala scruta il buio e mi vede. Mi fissa con gli occhi spalancati, che sono grandi e lucidi, acquosi e profondi, come l’oceano in tempesta, neri come il vuoto. Ora non so descrivere, ora sono rapito, totalmente, ed è un rapimento più forte dell’amore, di qualsiasi passione terrena. Nel nero dei suoi occhi ondeggiano immagini che mi chiamano per nome, mi conoscono, mi toccano, mi graffiano. Mi rendo conto d’un tratto di essere uno specchio, superficie vitrea senza alcun tipo di volontà propria che emula ogni azione esterna. In me scorrono in fiumi magnetici

le immagini dei suoi occhi. Una dopo l’altra io le copio, fedelmente, senza esitare, senza pensare. Io e lui siamo una cosa sola, siamo Noi, siamo tutti noi, siamo una collettività, siamo una malefica, unica, immensa, splendida, orrenda civiltà. Nei suoi occhi si susseguono linee temporali eterne, di millenni Millenni in cui la morte ha abitato tra la punta delle nostre lance e la carne calda dei nostri fratelli Millenni in cui una volontà unica di potenza e dominio ha mosso eserciti sotto il sole di fuoco Millenni in cui abbiamo amato noi stessi specchiandoci nel sangue degli stranieri Millenni in cui abbiamo liberato la nostra morte dall’ombra adorandoci come déi Millenni in cui il tempo è stato fermato dal ricordo e la serenità dal peso delle nostre azioni Il Rex Sacrorum riabbassa la testa, si gira leggermente s’un fianco e s’assopisce. Il suo respiro è lento, stanco, rugginoso. Il futuro non gl’appartiene ormai più. Il suo tempo è finito con il tramonto, a occidente. Lui era l’occidente Il suo attributo la superbia Che io ora voglio semplicemente chiamare umanità. Corvotempesta


Avaria Avarizia

Una gru s'innamorò

d'un origami a forma di gru; ma era una gru da cantiere e non cessava mai di lavorare. Caricare e scaricare, caricare e scaricare... La gru di carta, appollaiata sul davanzale, fingeva disinteresse per il solerte manovale. Caricare e scaricare, caricare e scaricare... Ma l'amava d'amore d'un amore normale, o almeno, d'una normalità di carta d'una normalità animale. Caricare e scaricare, caricare e scaricare... Quando il palazzo ebbe un tetto l'impalcatura fu smembrata, la gru smontata e riposta nel cassetto del Gigante-collezionistadi-gru-da-cantieresmontate-e-innamorate, che pagò profumatamente per quel pezzo tanto raro. (Sarà tremendo, parrà crudele, ma è un hobby rilassante, tutto da scoprire). A imperituro sfregio, il Caso - che 'ste cose le nota dicevo: il Caso, a sfregio, fece in modo che l'ali dell'origami d'amore avaro venissero strappate per futili motivi: "telefonare geometra Battagli 336/2276674" - la destra pallina cerbottanata da una bic che ciccò il bersaglio - quella che manca -. S.P. Lovelast

Il Partito di PÅ 1.1 Speranza

Emma credeva che il colore della speranza fosse il giallo. Così mangiava tante banane mature perchè erano di un giallo vivo che portava più fortuna. Un giorno un suo nuovo amico le disse che il colore della speranza era il verde. Emma rimase molto delusa dalla notizia, e così andò in Africa per chiedere a chi coltivava le banane se era vero che il colore della speranza fosse il verde. "Sì, certamente. Per questo noi cogliamo e mangiamo

le banane quando sono ancora verdi." Allora Emma capì che quella era una verità amara.

CostaDelleNoci


Senza titolo Accidia

Chi giunge lontan vivendo

é l'uomo-onda che cade e si infrange sulla sabbia, ... che sono ciottoli, e poi coglie tutto il sale e lo conduce con sè nell'infinito d'acque scure che secche son bianche, che sulla pelle bruciano di libertà. C'é chi nel vento ci cresce chi passa le giornate affogato nell'accappatoio come un marinaio su una nave a secco, e poi tu che fai teorie strane e ti nascondi nel fosso, tu che il giorno passasti a rimirar questi corpi morti e confusi, recisi in un unico contorno grigio. Le notti insonni le mie e questa poesia che rimarrà muta nell'oscurità del suo germinare, brandelli sono di questa carne, che ancora mi levo alle ossa incastrate, che non so slegare se non nell'abbandono. Agio

Il Partito di PÅ 1.2 Gola C'era una volta, in un paese sconosciuto e in un tempo abbastanza remoto, una quindicenne fresca fresca del giorno, che non si degnò d'alzarsi manco per il giorno festivo del compleanno. Tutti l'aspettavano a corte, nella speranza di un pranzetto grasso grasso che trasformasse le loro pance in delle uova sode sode. Quando il pranzetto non arrivò, il re ci rimase talmente male che volle incontrare direttamente faccia a faccia la quindicenne traditrice per metterla al rogo. La quindicenne, chiamata X, seppe che Y (il re), voleva metterla a Z (il rogo); allora lei andò all'appartamento con Y, ma portò con sè W, cioè il ragù, così il re non l'avrebbe più messa al rogo. Infatti il re mangiò W e decise di non rogare X, ma ottenne che scrivesse un libro di cucina come regalo compleannale. La quindicenne accettò e così andò alla banca di paese a prelevare per gli ingredienti voluminosi. Lì però avvenne che ci fu una rapina, e il ladro, sapendo tutto, pretese quindici e X implicò Q nella scrittura del libro sufficiente per Y, e così X biimplicò Q diventando sufficiente e necessaria per Y.

CostaDelleNoci


“Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi!” Ricordo che faceva caldo. Era luglio inoltrato,

il cielo di un azzurro intenso. I raggi bianchi, dardeggianti del sole. Frecce luminose scoccavano e in nette geometrie tratteggiavano il ristretto spazio dei vicoli di Béziers. Ricordo questo. I muri delle case, le porte, finestre, panni stesi, i visi della gente che s'avventurava all'esterno, animali sdraiati nel caldo, soprattutto le strade: ovunque linee di confine. Mattonella nera, mattonella nera, mattonella nera, mattonella nera nera nera nera... mattonella nera per tre quarti, linea obliqua su cui poggia un sassolino tondo (non riesco a vedere se è tutto nero o in parte anche bianco) - mattonella bianca. La LUCE. Sagome d'ombra, triangoli di luce. Una caleidoscopica scacchiera di luce e d'ombra. Sembrava che le cose non potessero essere che così, bianche o nere, quel giorno d'estate a Béziers. Dove stavo io, non lo ricordo. Ricordo che avrei voluto ristorarmi dal caldo facendo un bagno nelle fresche acque del fiume, come tutti gli anni, ma quell'anno a Béziers non si poteva. Il fiume stava fuori dalle mura, fuori dalle mura la città era assediata. Cos'altro ricordo? È difficile ricordare, dopo tanto tempo. Non ricordo il mio nome, per esempio. Quanti anni avessi, chi fossero i miei genitori. Se fossero

Fede Suppongo che la gente urlasse, mentre correva tentando di salvarsi, ma non lo ricordo. Ricordo che eravamo nella Chiesa, e che da una parte c'erano i bianchi, dall'altra i neri. Pecore e capri, e in mezzo l'altare. Tutti pensavano che quelli dall'altra parte dell'altare fossero i capri, e che sarebbero bruciati all'inferno. Nessuno sapeva che invece saremmo bruciati tutti. Nell'ardore della preghiera, parlavamo la stessa lingua. L'anima arsa – negli istanti che precedono (la Verità sta sempre a destra) la fine. ancora vivi. Che mestiere facessi, se fossi sposato. Certe cose perdono d'importanza. Ma quello spazio rigato... la luce che intaglia la pietra. Da una parte i bianchi, dall'altra i neri. << ...ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra >>. Da che parte stessi io, non lo ricordo. Ricordo il trambusto di un certo momento. La polvere che si sollevava dalle strade offuscando l'aria, e io non riuscivo più a vedere con certezza dove finisse la luce.

<<Certezza, Certezza. Sentimento. Gioia. Pace. Dio di Gesú Cristo. Deum meum et Deum vestrum. “Il tuo Dio sarà il mio Dio”. Oblio del mondo e di tutto, fuorché di Dio.>> Il fuoco divampò nella Chiesa di Béziers, annerì pietra e carni. Uccise un centinaio fra catari e cattolici. Fuori, i bianchi, dardeggianti raggi del sole. Lurlo

Raconti di guera V Vardel, el capitan. Ghe sta in piè con la piuma gelà, ca sembra un cultel par tajè 'n'doi ai crucchi. Noialtri strisiamo dentro ne le cuverte parché a smia da more, ma lu l'è sempi lì, piantà dinta la muntagna che pare 'na madona col fucil. Quaidun dise che se ciama Giuseppe, quaidun dise che l'è l'famoso Bangher il bandito, quaidun dise che l'era al mat dala Mariuccia, o che la Mariuccia l'ava spusalo. Lu dise mai niente. Solo quai bestemia fra i denti, quand ca sciopa trop prèsa e al pia tuta l'erba 'n ta grugna. Sembra 'n'toro cun la barba, sembra un bove cun ai gambe d'lo stambec. No, no l'è propri no stambec. La sua morte saria da ese la muntagna. L'avria da murì chi, disen tuti. Disen che sarìa poetico, che so gnanca que ca'l vole di. Mi am dispiaserìa sa murise chi. Me piaseria savej che uomo ca l'è quand ca je nen la guera. Ma so che i suoi piè sun come roccia dinta la muntagna, e da qui scende più. Dio del Cielo, Signore delle Cime, al capitan Stambecco, Amen. Il Maresiallo Tosi


Dafne Dafne si sveglia, come ogni mattina, alle otto

in punto. Ci mette all'incirca venti minuti a lavarsi e prepararsi, cercando sempre di potare per bene quei piccoli rametti d'alloro che le escono dalla testa e dalle braccia. Innaffia le tenere foglioline novelle che le sono sbucate dalle dita e poi con grande parsimonia si acconcia i bei riccioli che le cadono sulle spalle. Ma senza vanità, che mal si addice ad una pura e verginella creatura come lei. Scende le scale l'eterea Dafne. Il marmo bianco della scalinata è ricoperto da un antico tappeto, mentre alle pareti dipinti eterogenei raccontano tante storie di epoche tanto diverse: ci sono le storie della rivoluzione francese in schizzi leggeri; caseggiati e industrie risucchiati in vortici di china; abiti di alta sartoria, appesi perché diventati arte piuttosto che semplici indumenti. Nell'elegante sala da the è servita la colazione continentale. Carlotta, il gestore del rinomato bed and breakfast per gente d'élite, accoglie la casta divinità, complimentandosi per l'eleganza con cui Dafne gestisce il suo handicap arboreo. Il tempo della colazione è quasi concluso, quando dalle scale si sente la voce armoniosa di Erato, musa del canto corale e della poesia amorosa, e le risate acute dell'amorino che sempre l'accompagna. I due avventori, tra un verso e l'altro, ripercorrono le avventure della notte passata: "E poi dovevi vedere quando quella povera ninfetta da torrente si è alzata gonna!" E giù grasse risate. Dafne è sorpresa dall'irriverenza che osserva nell'altra ospite ma, da buona cristiana, si fa gli affari suoi e non giudica quella scostumata divinità barbara. Erato sistema alla bene e meglio i suoi ricci capelli, infilandoli nella corona di mirti e rose che sovrasta la capigliatura alla Amy Winehouse. La tunica le scende, aderente e trasparente, fino alle caviglie e tra le mani porta una lira ed un plettro, che abbandona a Carlotta, quando questa la accoglie festosa. "I miei poeti, musicisti ed io siamo stati alzati fino a tardi ieri, in quella sua deliziosa sala giochi di là. Pensa che stasera potremo continuare con le registrazioni? Con tutte le belle cose che ci sono qui, sa, ci siamo un po' distratti..." verseggia la musa con la voce soave, lanciando uno sguardo birichino in direzione della signora Carlotta. "Nessun problema, ascoltarvi dalle mie stanze sarà un piacere. Per lei, signorina Dafne, può essere un problema?" ribatte la proprietaria con fare accomodante. Dafne è adesso un po' infastidita dall'aria presuntuosa di Erato, lei d'altronde ha scelto quel luogo isolato (ma vicino ad una chiesa) per potersi dedicare alla sua pace interiore e a esercizi spirituali. Si ritrova ora a dover sopportare una divinità scostumata, accompagnata oltretutto da una band di soli uomini. "Come potrei impedirglielo" dice la pura cercando di essere gentile, nascondendo però una punta ironica, che è peccato. "La ringrazio signorina - esclama Erato - ov-

viamente se volesse unirsi e venire ad ascoltare, basta solo far silenzio, ci sono i microfoni ambientali". "La ringrazio, ma domattina volevo alzarmi di buon'ora e andare alla prima messa dell'alba in quell'adorabile chiesetta della piazza. Ha avuto modo di vederla?" "In realtà non è che siamo usciti molto in questi giorni" sussurra Erato, guardando il putto e scoppiando a ridere per qualche pensiero malizioso, "ma domani volevamo scendere in città, pensavamo di andare a teatro a vedere il Mefistofele di Boito, vuol venire?". Dafne è interdetta. Le par scortese rifiutare l'invito della donna e potrebbe anche essere un'occasione per portarla verso la retta via, ma prima deve capire di che opera si tratta. Non vuol rischiare di finire coinvolta in un'attività di perdizione, come può essere il teatro moderno. "Verrò volentieri, se lei mi fa avere un libretto dell'opera, cosicché io possa portarla in chiesa e farla leggere al parroco locale, che mi è sembrato proprio un sant'uomo. Lui potrà dirmi se è una rappresentazione innocente o peccaminosa". Erato non risponde, crede che l'altra scherzi, ma vedendo che non accenna un sorriso

si convince che è ben strana quella divinità che ha davanti: "Signorina, è solo un'opera teatrale, non dovrà mica vendere l'anima perché si è unita a noi" accenna con un sorriso la musa. Scende un silenzio imbarazzante nella stanza delle colazioni. Negli specchi a muro che riempiono le pareti rimbalzano visi interdetti e volti corrucciati. Il putto osserva le statuine decorative a forma di mosche, sperando che almeno loro inizino a ronzare, per rompere quel momento di stallo. "Mi sono fatta albero, piuttosto di finire nelle mani vogliose di quel diavolo di Apollo. Lui e quelle stupide poesie scostumate!" urla Dafne con il volto in fiamme. Dafne si alza e se ne torna nelle sue stanze. Ha le guance rosse, il corpo caldo. Erato e Carlotta si osservano da lontano nella stanza. Nessuna delle due ha ancora avuto il coraggio di dire qualcosa, figurarsi di ridere. Ridere di quella santa che voleva morire martire. Cécile


Giust


tizia


La Torbida Udienza

K

nut Schilling era il più classico esempio di persona buona e piena di virtù. O almeno questo era ciò che pensava di sé stesso. Fu questa convinzione, unita a una solida fede religiosa, a permettergli di spirare sereno, accogliendo, anzi, con un sorriso soddisfatto, i primi ritmati brividi che sono soliti accompagnare la morte. Egli aveva sempre creduto ciecamente nelle descrizioni dell’aldilà che aveva avuto modo di recepire dai testi sacri, e rimase dunque perplesso quando, pochi attimi dopo aver abbandonato il proprio involucro terreno, si trovò in quello che sembrava l’atrio di un grigio tribunale di provincia. “Lo sapevo,” iniziò a tormentarsi “non ho mai trovato il coraggio di riportare in confessione i trastulli di mano che mi erano cari in gioventù, e ora sono finito in Purgatorio a espiarli.” La sua interpretazione non era però esatta, come gli sarebbe stato chiaro di lì a poco. Mentre cercava di quantificare gli anni che avrebbe dovuto passare in quel luogo mezzano (sapeva, infatti, che ogni “manovella” costava sette anni di lontananza da Dio), uno dei portoni intorno a lui si spalancò, sputando fuori un paffuto angioletto che gridava il suo nome.

“Schilling? Knut Schilling? Non c’è nessuno Schilling qui?! Eccoci, un altro scherzo di Gesù. Io l’ho detto al capo, non è posto per bambini questo, per quanto divini possano essere!” Il nostro si fece avanti e, seguendo gli ordini del putto (visibilmente rinfrancato dalla scoperta che non si trattava dell’ennesima burla di quel bontempone di Cristo), si addentrò nella stanza. Una volta all’interno, poté notare che si trattava di un’ordinaria aula di tribunale; fu fatto accomodare su una sedia solennemente istituzionale, mentre sulla scranno riservato al giudice si stava arrampicando uno strambo demone che, per tutto il tempo necessario alla scalata, non smise mai di sgranocchiarsi la coda rettilacea che gli partiva dal coccige. Dopo essersi arroccato sul suo trono, lo strano essere prese a rivolgersi allo Schilling, senza però interrompere l’opera di smangiucchiamento caudale, e risultando, dunque, a tratti incomprensibile. “L’imput…granf granf..intende avvalersi di un avv…granf…d’ufficio, o preferisce piuttos…granf granf granf…da solo?”. Intuendo quale fosse la sua situazione (che fosse possibile evitare i circa quattordicimila anni che, stando ai suoi calcoli sul passato onanismo, gli spettavano?), Knut rispose che si sarebbe stato avvocato di sé stesso. Lo squamoso magistrato parve soddisfatto della risposta e, lasciando finalmente in pace la sua logora coda, batté un pugno sul banco che gli stava innanzi, decretando l’inizio del processo Schilling.

“Oggi, in questa Santa Sede, l’imputato dovrà dimostrare alla corte di essere uomo di valore, al fine di essere ammesso al cospetto di Nostro Signore. Se la corte non sarà convinta della bontà del di lui spirito, l’imputato dovrà tornare sulla terra in qualità di paguro o, qualora le colpe messe in evidenza fossero particolarmente atroci, sotto forma di sindacalista in Nord-Corea; l’inferno vero e proprio è riservato a chi risulti recidivo od oltremodo efferato. Dunque, signor Schilling, inizi a esporre quelli che ritiene essere i pregi propri della sua persona, cosicché la corte possa confutarli o accettarli. Ricordi che sappiamo tutto di lei, e colgo l’occasione per farle presente che la masturbazione non è da noi considerata peccaminosa…” si premurò di abbassare la voce in modo deciso prima di proseguire “…O la gente passerebbe i primi tempi in Paradiso a chiedersi dove siano i rappresentanti del clero”.

“Ma se, come dite, sapete tutto di me, allora che senso può avere tutto questo?”, chiese timidamente Knut. “Nessuno, è tutta una farsa! Ma, proprio come accade da voi sulla Terra, anche qui la giustizia è un ottimo espediente per creare posti di lavoro. Ora, prego, proceda all’elenco surrichiesto”. Reso perplesso dal ragguaglio del giudice, Knut decise comunque di sottostare a quelle condizioni, e iniziò la propria apologia. “Beh, per cominciare, penso di potermi definire una persona altruista, visto ch…” “ALT! Obbietto!”. L’urlo perentorio e improvviso fece vacillare Knut sulla sua sedia, reso ancor più minaccioso dall’inaspettatezza che lo pervadeva. “Il suo altruismo, signor Schilling, non è altro che il più subdolo degli egoismi: lei ha sempre fatto del bene a chi la circondava unicamente per il senso di appagamento che esso infondeva nella sua medesima persona”. “Non ci avevo mai pensato in questi termini, ma ora che mi date questa chiave di lettura temo di dover concordare con la vostra teoria. E che mi dite della mia pietà? Io ho sempre…” “ALT! Obbietto! Lei confonde pietà e viltà, Herr Schilling; è sempre stato prodigo quando si trattava di fare della carità, ma solo perché godeva nel vedere un poveraccio morire di fame mentre lei aveva la pancia piena. I meno abbienti sono sempre stati per lei promemoria del suo benessere, e li retribuiva in quanto tali”. “Ma non è affatto così! Almeno…non credo”. Knut, che capì di aver sottovalutato la gravità della situazione, fece una pausa per raccogliere le idee, poi proruppe, quasi gridando: “Sono paziente! Sì, ho una pazienza biblica! Pensate che una volt…” “ALT! Obbietto! Lei non è paziente, ma solo indifferente verso chi le sta intorno. Può sopportare per ore il più noioso e seccante degli individui, è vero, ma solo perché lo ignora come fa con tutti gli altri.” “Quindi, secondo voi, il vero paziente è colui che trae piacere dalla noia? Io non capisco. Ma in ogni caso siete voi a fare le regole, quindi immagino che il mio giudizio non vi interessi. Proseguiamo?” “Proseguiamo” “Ovviamente, se provassi a definirmi arguto voi non esitereste a…” “ALT! Obbietto!” “Eh, appunto” “Lei si ritiene un uomo arguto soltanto perché ha studiato i fenomeni della chimica e della fisica, e questo le permette di conoscere l’esatto funzionamento di tutto ciò che la circonda. Ma lei non è per niente arguto, bensì disincantato, ed esistono pochi mali peggiori di questo. Volendo a tutti i costi venire a capo dei meccanismi dell’universo, lei ha scelto di non credere a tutto ciò che è mistico, un po’ magico, e rende la vita dei bambini tanto piacevole. Lei trasuda grigiore, mio caro Schilling”. Questa particolare osservazione, che suonò


come un’accusa più personale che giudiziaria, fece intendere a Knut quale fosse l’idea di lui che avevano le alte sfere, e prosciugò ogni rimasuglio di speranza che ancora si annidava nel suo cuore. Provò, sebbene non capisse quali fossero i mali dei quali era ritenuto responsabile, l’impulso di dichiararsi colpevole di ogni cosa e subirne le conseguenze, ma poi si rese conto che la curiosità di scoprire fino a che punto potesse arrivare la perversione divina era di gran lunga più impellente rispetto al bisogno di porre fine a quella pagliacciata. Inoltre, è senza dubbio complicato rassegnarsi a un’ingiustizia quando da essa può per noi scaturire l’eterna dannazione dell’anima. Trattenendo a stento una risata di disgusto, si risolse dunque a continuare quell’impari diatriba; il suo tono, però, iniziò a gonfiarsi di crescente ironia, divenendo, man mano che la disperazione si insidiava in ogni anfratto della sua mente, sempre più canzonatorio. “Mi è concesso di affermare d’essere una persona ruspante? E’ una virtù da poco, lo so, ma

sa tutto, ma, al contempo, è esatto affermare che non sa niente.” “Come pensavo”, sospirò Knut, che iniziava a capire il giochino e, sebbene fosse ormai conscio del suo destino, si sforzava di non perdere il buonumore. Perché farsi venire il sangue amaro, come un personaggio kafkiano, se in ogni caso non esiste via di fuga? Tanto vale scherzare il proprio boia tentando di inceppargli il giocattolo, trasformando la rabbia in scherno ed evitare di prostrarsi nonostante le mortificazioni. “Non sarò paziente, come voi dite, ma almeno permettetemi di professarmi noncurante. Non do peso a etichette sociali e buone maniere da galateo, mi limito a giudicare chi mi sta davanti sulla base di ciò che dice e di come si comporta”. “Niente di più falso! Lei rifugge i giudizi sui modi delle persone perché, a sua volta, è un clamoroso zotico. Non le dà fastidio un troglodita che mangia come gli si confà , certo, ma solo perché lei è il primo a non conoscere

non sapete quanto ci tenga”. “Obbietto! Lei non fa del suo essere ruspante uno strumento atto a rallegrare il prossimo, ma lo rende invece una macchia che attesta il suo immane egocentrismo. A lei piace che la gente penda dalle sue labbra, e nemmeno si preoccupa dei contenuti che propina come oro colato, compiendo, nella maggior parte dei casi, un’opera di indottrinamento nocivo”. “Mio padre mi ha sempre dato del demagogo, ma questo tipo di critica acquista una diversa credibilità se proviene da un essere dotato di coda e ali. Dite un po’, in quale modo la corte intende stravolgere il mio eclettismo?” “Semplice, lei non è eclettico come crede, ma soltanto una persona negligente, che si limita a studiare nozioni superficiali di ogni materia, senza mai sollevare la crosta e approfondire un argomento in particolare. Lei

le buone maniere”. “Concedetemi un passo indietro: se vi dicessi che non sono d’accordo con la vostra obiezione in opposizione al mio eclettismo? E se vi avessi mentito?”, ora Knut era certo di aver colto i processi mentali alla base delle accuse del giudice, ed era deciso a coprirlo con una spessa coltre di ridicolo. “Io non ho sommarie conoscenze di OGNI argomento, come dite, ma conosco soltanto, e bene, la mia materia. Avete preso una cantonata, temo, non conosco nessuno dotato di maggior zelo, seppur monotematico, del sottoscr…” “ALT! Obiezione! Quello non è zelo! Lei si preoccupa soltanto di ciò che la riguarda, approfondendolo in modo eccessivo, e non ha alcun interesse, nemmeno marginale, circa le altre sfere del sapere. Questa è da noi ritenuta accidia alla sua massima espressione”.

“Ma, perdonatemi, avete appena affermato il contrario di ciò che avevate asserito circa la mia negligenza”. “Questo la turba in qualche modo?” chiese il giudice, per nulla indispettito dall’impertinenza di Knut. “Affatto, cercavo solo di aiutarvi a fare il vostro mestiere”. A seguito di una breve pausa, durante la quale non smise mai di scrivere su un foglio che ogni tanto timbrava, il demone sorrise e iniziò a parlare. “Bene, signor Schilling, la sua udienza è conclusa, siamo pronti alla delibera”. Knut sapeva di essere spacciato, e interpretò dunque il sorriso dell’essere come un ghigno di rivalsa per l’onta che l’aveva costretto a sopportare poco prima. “Come ha potuto notare, lei si credeva e si professava una persona Altruista, Pietosa, Paziente, Arguta, Ruspante, Eclettica, Noncurante, Zelante e, a giudicare dalla compostezza della sua reazione, Accondiscendente. Queste virtù, spero l’abbia intuito, formano da anni la sua APPARENZA, che è, però, materia ben lontana dalla realtà delle cose, dall’EVIDENZA. Quest’ultima è data dall’insieme di caratteristiche che le sono effettivamente proprie: Egoismo, Viltà, Indifferenza, Disincanto, Egocentrismo, Negligenza, Zoticaggine e Accidia; pertanto, ne converrà, lei non è affatto una bella persona. Tuttavia, l’accondiscendenza che questa corte ha rilevato in lei è pura e spontanea, al punto che nemmeno delle accuse farsesche e strampalate sono state in grado farla vacillare. Lei ha subito a capo chinato ogni genere di angheria cui è stato sottoposto, e questa è una virtù che in Paradiso apprezziamo più di ogni altra. E’ quindi con grande piacere che la dichiaro idoneo all’ingresso nel Regno dei Cieli e le faccio le mie congratulazioni. Avrà notato che dietro di me sono presenti due porte: una reca la scritta “PARADISO”, l’altra le sette lettere più temute nella storia dell’uomo civile, “INFERNO”. Da questo momento la prima porta ha cessato di essere chiusa, quindi lei può varcarla e riconciliarsi a Dio. Mi scuserà se non le faccio strada, ma il suo caso si è protratto oltremodo, e rischio di far tardi per il pranzo. A presto caro Schilling, mi stia bene.” Detto questo, avvolse il proprio corpo con la lunga coda e svanì in una nuvola d’incenso. Rimasto solo nella stanza, Knut si mise a riflettere su ciò che era appena accaduto, piuttosto incredulo di fronte all’assurdità di tutta la faccenda. Un angelo, o qualcosa di simile, lo aveva appena insultato e raso al suolo per oltre mezz’ora, salvo poi destinarlo al Paradiso soltanto perché aveva scambiato la sua folle rassegnazione per accondiscendenza. Rise forte, sempre più forte, un po’ per sfogare l’isteria che gli aveva invaso le membra, un po’ perché la vicenda era effettivamente comica. Mentre spalancava e oltrepassava il pesante portone, non poté fare a meno di fermarsi a pensare che avrebbe fatto bene a divertirsi di più e pregare di meno mentre era in vita, dopodiché riprese ad avanzare. Davanti a sé una routine destinata a ripetersi ciclicamente per l’eternità, dietro le spalle sette lettere soltanto. Mitile Ignoto


Campo di Rella Lussuria

A

Campo di Rella alle cinque di pomeriggio le macchine s'incrociano e si salutano come ad una vecchia festa di paese si scontrano, borbottano rumori di pancia dal di dentro si guardano imbarazzate le piĂš vecchie fanno a maglia tremanti di un Alzheimer procreativo. Dopo una decina di minuti partono i primi tappi di champagne e qualcuno s'affaccia a fumare una sigaretta leggendo i giornali attaccati ai finestrini i baffi umidicci poi torna dentro talvolta fra le macchine si creano capannelli di uomini che ascoltano la partita da Campo di Rella mentre le donne ripigliano il fiato e poi si torna dentro le macchine possibilmente ad ognuno il suo e Campo di Rella ancora s'anima e pure i grilli s'infoiano e cri-cristonano e la Panda e il Wolsvagen ricominciano il gorgoglĂŹo da caffettiera la cigolante attesa finchĂŠ comincia a far buio e piano si salutano stanchi i tubi di scappamento e l'erba riposa un poco attendendo il turno delle tre di notte quando dovrĂ  sopportare anche la musica e gli alcolici ma per ora si dorme e del giorno rimane solo fazzoletti sporchi.

Il Minotauro


Visione di castità e fughe

carenza di dilettanteschi modi vuoti, in più o mol-

ti laghi d’isolamento. Non guardare, ti avverto. Le sue membra disossate si stagliano al vento, e sono una bandiera fiammeggiante. Gli occhi lucidi della sera s’un giorno distratto. Sventola lui stesso, in prima persona, vessillo della propria, inutile, mancanza d’ossa. E di pianto infonde l’aria, di parole nude intacca a strati l’atmosfera, come incenso, come dolce profumo che anela vendetta e raccoglie sconfitta. Le sue mani non conoscono calli, ma la mente è tesa e all’interno di quelle cervella sono rovinosamente rimbalzati pensieri che, senza soluzione, ora erodono le pareti solide della trascendenza. Ed è infine astinenza, è infine ascetismo organizzato in vita dissoluta. Pronte e larghe vie accolgono la sua schiena frusciante al sole d’una primavera prematura. E forse anche tu lo conosci, forse anche tu

tracci le tue proprie sospensioni ideologiche in monosillabi ragionevolissimi che nello stesso tempo sono costantemente sfibrati dalla quotidianità. Forse lo scorgi di sbieco, come un’ultima ombra che sfiora l’appendice del tuo occhio già comunque distratto. No, non avresti mai voluto scorgerlo, e forse non l’hai veramente visto, l’hai solo intuito per un attimo, ma che differenza fa? Lui comunque c’è, anche se solo concettualmente, c’è. Dato imprescindibile, imposizione tattile. Ti ha sfiorato e ora pretende, nella sua culla di volontà infantile, indifeso e perciò ineludibile. Una forsennata corsa ai maledetti ripari, una guerra tra le trincee dei sensi, e infine ti ha sconvolto. È rimasto, lo vedi, lo guardi, lo riguardi ed è sempre lì, nell’invisibilità d’un sole accecante rende tutte le altre presenze uniformemente bianche, impersonali. Ora

pensi sia solo una splendida ombra, come un’anima risorta dallo sheol delle idee. Quando il pane sapeva d’argilla tu gli hai dato potere di vita. Ti sta inesorabilmente di fronte ed è disgustoso. Un vomito, un rigurgito, un viso verdastro che brama potere. Il signore dei tuoi attimi rubati al giorno. Ma non c’è reale, vera, resistenza, ha inondato le tue vene di spirito, è frustrante, lo so, ma non c’è comunque lotta che possa anche solo scalfire le tue ormai corrotte percezioni, non resta che la convivenza. Non resta che la marea salivale salina di un oceano senza volto. E allora torciti, coricati e rialzati d’invidia, rendi l’anima e il corpo alla tua vera natura, quella che fuggi e che, in realtà, non puoi proprio eludere.

Edward Goney

Solitudine (Mi vizio di me) H

o trovato il mio Dio masturbandomi piano rannicchiato nel Blu capezzale. Ho solcato l'onda anelante al rifiorire dell'afflato all'incarnarsi di un bacio sugoso e leggero nella mezz'aria brumosa del pensiero. Virtute Siderum Tenus: la vita mordace mi spinge verso la luce del cielo.

Pueño


Primati Superbia

“Se le dico Natura, cosa le viene in mente?”

“Mondo.” “Mondo?” “Casa.” “Casa?” “Patria.” “Patria?” “Stato.” “Stato?” “Potere.” “Potere?” “Ragione.” “Ragione?” “Cultura.” “Cultura?” “Superiorità.” Scrib,Scrib,Scrib ... “E da quanto tempo simbolizza?” Non mi ascolta. No, Signori. Non mi ascolta. Glielo leggo negl'occhi piccoli e liquidi e neri e intelligenti. No, Signori. Analizza la mia voce, il mio tono, la postura, ma non sente un'acca di ciò che gli rispondo. Proprio così, Signori. Ma che Signori, poi, che Signori! Qui son da solo, d-a-s-o-l-o. Non devo ascoltarmi. Mi confondo. Devo rispondere. Veloce. Qualsiasi cosa. Altrimenti poi chissà cosa pensa che... “Duecentomila anni”. Inarca un sopracciglio. Bravo. B-r-a-v-o. Che scelta drammatica! Che spessore mimico! Che sapiente uso del silenzio. Complimenti mille com-pli-men-ti mil-le complimentimillecomplimentimillecomplimeh-eeee... Ma che cazzo vuol dire? Eh? Che cazzo vuol dire? Inarca un sopracciglio e dà una bella poffata dal suo banana-sigaro, lui. Così sì. Così sì che mi guarisci, testa di cazzo! Io voglio dominare il mondo e lui si fuma le banane. Non è così che si fa. Non erano questi i patti. Non è professionale. Non lo è. Oh no, Signori, non-lo-è... Aridaje co' sti Signori del bucio del... “Mi parli dei suoi rapporti con l'Homo Habilis...” Cosa c'entra il prozio? Va bene tutto, ma cosa c'entra il prozio? Sapevo che era un analista di stampo freudiano, ma così, signori, si rientra nella più bieca ortodossia, nel più cieco pansessualismo, in un'asfissiante atmosfera di ottuso determinismo! Signori della corte, sono consapevole della vostra inesistenza, ma rimando a voi il giudizio su colui che mi sta giudicando. Non è forse indegno di esaminare il mio caso? Non vi pare forse incostituzionale, tale trattamento? Non merita forse, un caso come la mia malattia, una caduta in prescrizione? Caduta in pres... ma che stronzata, che-stron “No, adesso basta! Sono stato fin troppo accondiscendete... Lei crede di poter risolvere i miei problemi con due giochi di parole e qualche domanda sulla mia famiglia, vero? Ma io sto male! STO MALE! Voglio una consulenza psichiatrica seria! IO VOGLIO CONQUISTARE IL MONDO! Ma che dico, mondo: U-NI-verso! Capisce? Le galassie! Ci ho scritto dei libri sopra, sa? Dei libri! Capisce? Dei libri! Scrivo libri! Lei fatica a tenere in mano una biro e io scrivo manuali tecnici di ingegneria aerospaziale, Saghe di fantascienza, cosmogonie!” Scrib, scrib, scrib... “No, ma cosa scrive adesso? Mi dica cosa ha da scribacchiare... e scribbescribbescrib-

be... cosa ha scritto, l'Enrico VIII? metà della biblioteca nazionale francese? Mi dica, perchè davvero non... voi capite? No, dico, voi capite, Signori, cosa c'ha da scrivere tutto il tempo, 'STASSCIMMIA PULCIOSA?” Merda, l'ho detto. Chefiguradimerdachefiguradelcazzochefiguradastronzodapirlacoglionechesonoporcaevainfaustasfigavaccavaccavacca. Visibilmente disgustato, il mio gorillanalista alza entrambe le sopracciglia, si toglie gli occhiali e spegne la banana nel portacenere. “No, mi scusi...” “Esca dal mio studio.” “No, davvero, non era mia intenzione...” “Esca i-mme-diata-mente dal mio studio.” “Cerchiamo di ragionare fra uoehm...” “Non peggiori la sua situazione: le ho detto” “Insomma...” “Di uscire” “...non è mio uso...” “ I m m e d i a t a m e n t e ” “...usare certe parole...” “Dal mio” “...glielo assicuro...” “Fottuto” “...Sono sensibile a certi temi... voglio dire, chi ha inventato il WWF secondo lei?...” “UFFICIO!” “... Eeh...veramente... prima aveva detto studio”. “FUORI!!!” Figura del cazzo. La porta è alle mie spalle, sulla destra. Il suo braccio sproporzionato e peloso, teso a mezz'aria, me la sta indicando. Mi alzo dal lettino e mi precipito verso di essa, rosso in volto. Quando sono ormai sull'uscio, lui ha ritrovato la solita calma, la lucidità, e lo sento

dire, mentre si accende un'altra banana: “Mi ascolti bene, signor Sapiens, perchè questa è la sola, unica volta che le dirò queste cose: nessuna replica, come i suoi più virtuosi violinisti. LEI È UNA SCIMMIA. Se lo ficchi bene in quella sua abominevole, ipertrofica scatola cranica. Un primate. Una stupida, glabra SCIMMIA chatarrina, haplorrhina e neanche brachiatrice. Nossignore. Neanche un po'. Nemmeno semi-brachiatrice. Lei si ostina ad essere stupidamente, comicamente, anacronisticamente bipede. Bipede, con tutto ciò che ne comporta: liberazione degli arti anteriori dal peso della locomozione, sviluppo delle mammelle nella femmina, gestazione più breve, grossi mal di schiena e problemi di circolazione alle gambe. Tra gli altri effetti collaterali derivanti da tale ridicola postura, vale la pena di elencare ancora quelli che hanno generato il suo vizio peggiore: la nuova mobilità del collo e del cranio, unita alla maggiore statura acquisita e allo sviluppo della vista come senso prediletto: tutto ciò ha sviluppato la spinta a prestare attenzione a cose come il cielo, l'orizzonte, gli astri ed altre cazzate romantiche del genere. Da lì all'idea di tempo, all'anima, agli dei, il passo è breve. Poesia, filosofia e scienza sono un altro mezzo passo verso la megalomania. Ma, anche se l'aria rarefatta che respira da lassopra le ha inebriato il cervello - e le ha scatenato un complesso di superiorità di proporzioni oceaniche -, lei non può mai permettersi di scordarsi del fatto che per quanto possa fare, sudare, studiare, lei rimarrà inevitabilmente, biologicamente, strutturalmente, morfologicamente, geneticamente, oggettivamente e - in sostanza - SOLO, una SCIMMIA - pulciosa - del cazzo!” Settimo Sabatino Proteo


Il gran bestemmiatore marino

Le mirabolanti figurine dei redattori del Malingut: collezionale tutte!

S'alita a morte in fondo allo sguardo

il gran bestemmiatore marino e s'infrange sul sole transformandolo in luna il gran bestemmiatore marino si sparge di squame slinguando serpenti il gran bestemmiatore marino e cascan parole dai suoi mille denti il gran bestemmiatore marino dragone cinese che vortica schiumando il gran bestemmiatore marino s'agisce si pente bestemmia a rimando il gran bestemmiatore marino trascina gli uccelli sul fondo del mare il gran bestemmiatore marino gettiamo le reti che si va a pescare il gran bestemmiatore marino.

3.1

Il Minotauro È un ex carcerato di crimine ignoto. La sua debole psiche è turbata da parecchi di quei luoghi comuni riferiti alla vita del detenuto medio: roba classica, come la saponetta che cade mentre ci si doccia, l'immancabile secondino con la faccia come il culo, il negro lobotomizzato che macina i coglioni del secondino buono per aiutarlo a pisciare regolare e altre amenità sul genere. Entrato a far parte dei Malingut convinto che si trattasse di una gaia truppa di falsari, s'è reso conto troppo tardi di aver toppato alla grande... Sta cercando di rimediare alla svista facendo il doppio gioco con "Cioè". SEGNI PARTICOLARI: praticamente inespressivo

Fortezza "Nel coltivare l'Amore ci vuole Forza, quella Forza che aiuta ad arare il terreno per la semina, ma anche quella che spinge a continuare a prendersi cura di ciò che è cresciuto quando, a causa della grandine o di un agente atmosferico al di là del tuo controllo, il raccolto va male o non va secondo le tue aspettative..." Saune Restless


Rincoraziamente P

er quanto riguarda le virtù, vogliamo volgere la nostra gratitudine a Sant'Agostino per averci fatto conoscere Youtube, a Jeanine Garofalo perchè ci ha insegnato a giocare a bowling, a Mino Reitano perché rimarrà sempre nei nostri cuori e alla Polizia Italiana perché viva la gnocca. Per quanto riguarda i vizi, intanto Hermann Rorschach perché me l'ha detto un mio amico. Poi l'indimenticato Carlos Santana , ucciso in un conflitto a fuoco nei pressi delle porte di Tannhauser. Gigliola Cinquetti perché adesso ha l'età e la dà a tutti. Infine, esprimiamo il nostro cordoglio a Emiliano Mondonico, sperando torni presto. E i nostri auguri a Nilde e Palmiro, che presto avranno un bambino!

Vanità

Ira Lurlo

Tanto fumo, bel tempo si spera. I proverbi del Nonno No

Inviaci tuoi racconti e poesie, minacciaci di morte e spediscici molti soldi a: redazione.malingut@gmail.com cerca Rivista Malingut su facebook

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Testi di: 3.1, Agio, Cécile, Corvotempesta, CostaDelleNoci,Edward Goney, Il Minotauro, Lurlo, M. Tosi, Mitile Ignoto, Nonno No, Pueño, Saune Restless, Settimo Sabatino Proteo, S.P. Lovelast. Fotografie e illustrazioni di: 3.1, D. Rizzi, Lurlo, M, S.P. Lovelast, Isusi

Tutto il materiale originale (testi, fotografie e illustrazioni) è pubblicato sotto licenza Creative Commons. È possibile riprodurre, modificare e diffondere il materiale nei limiti descritti sul blog: http://mal-in-gut.blogspot.com/


Malingut_06_Vizi&Virtù