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LA CIVILTÀ DEL SECOLO

DEL RINASCIMENTO IN ITALIA

SAGGIO DI

JACOPO BURCKHARDT TRADOTTO SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA DAL PEOFESSORE

D.

VALBUSA

con aggiunte e correzioni inedite fornite dall'Autore

VOLUME

II

IN FIRENZE G.-C.

SANSONI, EDITORE

1876


In Firenze - Tip. e lAt. Carnesecchi, Piazza d'Arno.


PARTE QUARTA

SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'UOMO

1


CAPITOLO

Viaggi

Colombo.

degli

La Cosmografia

I

Italiani.

nelle

sue attinenze coi viaggi.

Vinti gl'innumerevoli ostacoli, che altrove

rono

il

arresta-

progresso, raggiunto un alto grado di sviluppo

individuale ed educati alla scuola dell'antichità, gli Italiani si

e

si

Ma,

volgono ora alla scoperta del mondo esteriore

accingono a riprodurlo nella scienza e rispetto a quest'ultima,

gnalarne ora

i

non è

ufficio

nell' arte.

nostro

il

se-

progressi, che più convenientemente do-

vrebbero riserbarsi ad una trattazione speciale.

Anche

sui viaggi compiuti

dagli

Italiani in lontane

non possiamo permetterci qui che alcune considerazioni generali. Le Crociate aveano aperto agli

regioni noi

Europei paesi da lungo tempo sconosciuti, e risvegliato

dovunque

Non si sia si

è,

l'istinto della vita

né sarà mai facile

dire

quando questo

istinto

sia posto del tutto al servigio di quest'ultima;

modo

altro paese.

I

errabonda ed avventuriera.

collegato con lo spirito d'investigazione scientifica

non v'ha dubbio che e in

il

ciò

più largo e

accadde in

Italia assai per

ma

tempo

compiuto, che non in qualsiasi

Già anche alle Crociate

gì' Italiani

aveano


,

PARTE QUARTA

8

una parte molto diversa da quella

preso

degli

tempo immemorabile

oriente; e da

ciali in

raneo aveva svolto

altri

commer-

popoli d' occidente, avendo essi flotte e interessi

Mediter-

il

negli abitatori delle sue rive ten-

per cui avventurieri nel senso

denze affatto speciali,

.nordico gli Italiani non poterono, per la stessa loro indole,

diventar

Ma

mai.

quando

famigliarizzati con tutti

neo, accadde invece che

i

si

arabi

,

sufficientemente

più intraprendenti

che vi

si

sentissero

nomade e vagabonda

portati ad abbracciare la vita

viaggiatori

furono

porti orientali del Mediterra-

i

dei

incontravano dappertutto

s'

avendo già dinanzi a sé gran parte della terra omai più

meno varonsi

scoperta.

Ovvero, come correnti

nelle

involti

i

Polo veneziani, tro-

mondo mongolico

del

furono portati sempre più innanzi sino trono

dei Tartari.

viamo

assai per

Anche

tempo

nel

ai piedi del

mare Atlantico

e

gran

noi tro-

singoli Italiani associati a questa

o a quella scoperta; furono infatti

i

Genovesi, che an-

cora sin dal XIII secolo trovarono le Canarie,' e geno-

pur furono quelli, che nello stesso anno 1291, quando appunto andava perduta Tolemaide, ultimo avanzo dell' oriente cristiano fecero il primo tentativo che si

vesi

,

,

conosca, di trovare una via marittima alle Indie orientali:.^

solo, liani,

1

v.n

sotto questo riguardo

ma

il

adunque Colombo non

fu

il

più grande in una schiera numerosa di Ita-

che navigarono in

mari remoti

al

servizio delle

Luigi Bossi, Vita di Cristoforo Colombo^, dove

si

ha anche

prospetto degli anteriori viaggi e delle scoperte degli Italiani, a

pag. 91 e segg. 2

Intorno a ciò veggasi un lavoro speciale di Pertz.

invero troppo scarso, ne dà

Enea

Federico III imper. cap. 44. (Fra del 1624, voi.

II,

p. 87).

Silvio

Un

cenno,

neìVEuropae status sub

altri v.

Frehers, Scriptor^ ed.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

ma

non è già

se vero scopritore

potenze occidentali. Ora, colui, clie

9

casualmente approda pel primo ad un paese,

chi, dopo averlo cercato, lo trova, e se costui sol-

tanto raccoglie la gloria di tutti gli sforzi de' suoi predecessori

e

parola sugli

anche

si

acquista altri,

il

diritto

di

portar pel primo la

non v'ha dubbio che

gl'Italiani,

volesse loro contrastar la priorità

in qualsiasi spiaggia,

rimarranno pur sempre

scopritore per eccellenza durante tutto

il

quando

dell'arrivo

popolo

il

periodo ultimo

del medio-evo. Il

corroborare questa asserzione con prove spetta alla

Ma

storia speciale delle scoperte.

mai meno l'ammirazione dovuta del Genovese, che divinò, cercò

non per questo verrà alla

e

continente al di là dell'oceano, e che dire si

:

mondo

il

crede.

è

Mentre

grandiosa figura

ritrovò

un nuovo primo potè

pel

poco, la terra non è così grande, come la

Spagna dava

un Alessan-

all'Italia

dro VI, r Italia dava alla Spagna un Colombo

poche

:

settimane prima della morte di quel Papa (7 luglio 1503), questi scriveva dalla Giamaica quella splendida

lettera

agli ingrati re cattolici,

che la posterità non potrà mai

leggere senza un senso

di

un

codicillo, datato

profonda commozione.

scia egli « alla sua diletta patria, la repubblica di

nova

»,

quel libro di preghiere, che

papa Alessandro

,

E

da Valladolid nel 4 maggio 1506, gli fu

e dal quale attinse «

in la-

Ge-

regalato da

sommo

conforto

nel carcere, nelle lotte e in ogni specie di avversità ». Si direbbe quasi che con ciò in

mira

di diffondere

il

grand'

uomo avesse avuto

un ultima aureola

di

perdono e

di

pace suir abborrito nome dei Borgia.

La ai

stessa legge di brevità che ci è imposta rispetto

viaggi degli Italiani,

ci

si

impone

altresì,

per l'indole


PARTE QUARTA

10

del nostro lavoro, rispetto allo sviluppo che ebbe presso di loro l'esposizione dei dati e delle dottrine geografiche,

ossia riguardo alla parte, che essi presero

sivo allargarsi della cosmografìa.

Ma

confronto superficiale con quanto fecero

mostra negli trastabili.

una

Italiani

Dove, fuori

al

gli

altri popoli

priorità e superiorità incon-

d'Italia, alla

metà

uomo

avrebbesi potuto trovare in un

del secolo

solo tante

zioni geografiche, statistiche e storiche, quante

trano in Enea Silvio larga e compiuta cosmografico, tarli egli

ma

?

progres-

anche un semplice

Dove una

si

XV,

cogniriscon-

esposizione altrettanto

E non solo nel suo principale lavoro anche nelle sue Lettere e nei Commen?

descrive

con sempre uguale maestria paesi,

costumi, industrie prodotti, condizioni politiche e

città,

quando può parlare

costituzioni,

di

veduta propria o sulla

mentre invece in ciò che ha attinto dai libri si nota generalmente una certa fiacchezza e' quasi perplessità. Anche il breve schizzo,^ che

fede di testimonianze viventi

egli ci

gli conferì

;

una vallata del Tirolo, dove Federigo III una prebenda, non lascia senza osservazione

di

nessuno dei rapporti più disparati della vita e rivela nel suo autore un dono, ed un metodo d'indagine obbiettiva e comparativa, quale soltanto poteva avere

connazionale

di

videro e seppero, almeno parzialmente, ciò che egli

altri

vide e seppe,

ma

senza risentire un prepotente impulso

a darne un' immagine, e senza la coscienza che e

tempo

il

1

non

un

Colombo, nutrito di buoni studi. Mille

la

Pii II comment. L.

fu

sempre esatto

Ciò peraltro non

I,

p. 14.

mondo

— Una prova evidente ch'egli

nelle sue osservazioni e che talvolta

o toglie a capriccio, la insieme.

il

domandavano.

scema

si

ha per il

es. nella

merito

de' suoi

aggiunge

descrizione di Basilea. lavori presi nel loro


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO Del il

anche

resto,

nella,

cosmografia sarà fatica perduta'

voler distinguere con precisione ciò che

dare come un portato degli studi

si

considerano e trattano le cose di questo

prima

punto di vista obbiettivo

deve riguar-

dell' antichità

che è da ascrivere al genio speciale degli

esattamente

11

da

Italiani.

ciò,

Essi

mondo da un

ancora

di

conoscere

antichi, perchè essi stessi sono tuttavia

gli

un popolo semi-antico e perchè le loro condizioni politiche ve li predispongono; ma non sarebbero cosi rapidamente un

giunti ad grafi

grado

tal

di

maturità, se gli antichi geo-

non avessero già loro additato

la via.

da ultimo è l'influenza, che esercitarono

bile

Incalcolale

cosmo-

grafie italiane già esistenti sullo spirito e sulle tendenze dei

viaggiatori

e

degli

scopritori.

Anche

il

semplice

una scienza, quale, ad esempio, sarebbe Enea Silvio, se per un momento lo si volesse collocar tanto in basso, può benissimo circondarla di quel fascino dilettante di

prepotente

,

che per nuovi intraprenditori costituisce

nuovo terreno indispensabile

il

una opinione pubblica prevalente, di un preconcetto favorevole ad una impresa. Solo i veri scopritori in qualsiasi ramo dello scibile sanno valutare tutta

di

importanza del servigio, che con

l'

ciò vien

reso agli arditi loro concepimenti.

1

Nel secolo

XVI

l'Italia

continuò a riguardarsi per lungo

tempo ancora come il centro privilegiato degli studi cosmografici, quando omai gli scopritori appartenevano quasi tutti ai paesi posti

sulle

metà

del

rive

dell'

secolo

tutta Italia di

Atlantico.

un' opera

Leandro

La

assai

Alberti.

geografia locale conta verso la

notevole

nella

Descrizione di


,

CAPITOLO

II

Le scienze naturali in Tendenze

Zoologia

dell' i

:

Quanto

serragli.

al

Dante e l'astronomia. Ingerenza della Chiesa. umanismo. Botanica i cultori del giardinaggio.

all'einpirismo.

Influenza

Il

;

seguito di Ippolito de' Medici

noi

non possiamo far altro che

lettore ai trattati speciali, fra

il

gli schiavi.

;

che spetta agli Italiani nel campo

posto

delle scienze naturali,

rinviare

Italia.

i

quali non ci

è nota che l'opera evidentemente troppo superficiale e

dogmatica del Libri. La contesa sulla priorità ^

scoperte

par tanto meno importante,

ci

del parere, che in ogni possibile che sorga

tempo

in

di singole

quanto siamo

e in ogni popolo civile è

un uomo,

quale, fornito

il

cultura assai limitata, per irresistibile impulso in braccio all'empirismo e, per

una

felice

una

di si

getta

disposiziono

naturale, fa progressi maravigliosi. Tali furono Gerberto

Ruggero Bacone;

di

Reims

si

appropriarono poi nella loro specialità tutto

e

del loro tempo, ciò non fu che dello scopo, che

1

avevano

il

sapere

una conseguenza legittima

in vista.

Libri, Histoire des sciences

Paris, 1838.

e se essi, per soprappi ù

Una

volta squarciato

maihématiques

en-ltalie,

IV

vols.


PARTE QUARTA

14 il

velo delFerrore, tolto

fascino delle tradizioni, e del-

il

l'autorità delle scuole e superato quel religioso terrore

che soleva ispirar la natura,

quando

problemi abbondarono

i

Ma

d'ogni parte ai loro occhi.

la cosa è molto diversa

lo spirito d'osservazione e d'investigazione della

natura è privilegio speciale di un popolo intero, e con-

seguentemente

lo

condannato

silenzio,

al

scopritore

ma

non è né minacciato, né può anzi contare sul con-

senso e sul favore universale.

appunto allora

essersi trovata glio

i

si

in tali condizioni

additano

naturalisti italiani

pei quali non

E

l'Italia.^

le

Non

prove e

può dubitare dell'empirismo

gl'indizi,

di

Dante

nello studio della natura.^ Intorno a certe singole

perte

menzione

priorità nella

essi gli attribuiscono, noi

dizio;

ma

anche l'uomo

il

pare

senza orgo-

di speciali fenomeni,

sco-

che

non arrischieremo nessun giupiù profano dovrà restar sor-

preso dinanzi alla grande potenza di osservazione, che traluce

da tutte

sue immagini

le

assai che in qualsiasi altro poeta

e

similitudini.

Più

moderno, esse appari-

scono in lui desunte dalla vita reale tanto della natura,

che dell'uomo, ed egli se ne serve non già a semplice studio di ornamento, sia possibile

nomia poi

ma

adeguata egli

per porgere un'idea quanto più

di ciò

che vuol

dà prove di cognizioni

dire.

Nell'astro-

affatto

speciali,

quantunque non si debba disconoscere che molti di quei passi del suo gran poema che ora destano stupore, in allora fossero intesi universalmente. Dante infatti, senza

1 Per giungere qui ad un giudizio veramente concludente, bisognerebbe constatare la sempre maggiore attività manifestatasi nel raccogliere osservazioni, indipendentemente dai progressi delle

scienze matematiche, 2

Libri, op.

cit.

II,

ma

ciò eccede

p.

174 e segg.

i

limiti del

nostro assunto.


MONDO ESTERIORE E DELL' L'OMO

SCOPERTA. DEL

tener conto della sua erudizione,

nomia popolare molto Italiani,

si

al

fonda sopra un'astrosuo tempo e che gli

popolo essenzialmente marittimo, avevano ere-

ditato già degli antichi.

e

diffusa

15

del tramontare

La

cognizione esatta del sorgere

costellazioni

delle

non è oggidì più

necessaria per l'uso introdotto degli orologi e dei calendari, e

con essa andò perduto anche tutto quell' interesse,

che

popolo era

il

prendere per tanti

solito di

astronomici. Presentemente

abbondano

altri fatti

manuali e

i

insegnamenti per guisa, che ogni fanciullo sa

Dante non sapeva, che sole;

ma,

fatta

cioè la terra

eccezione

fenomeni

l'interesse pei grandiosi alla più

degli

si

gii

che

ciò

gira intorno al

uomini della scienza,

ha

celesti

fatto

luogo

completa indifferenza.

Ciò non ostante, neanche

i

delirj astrologici, nei quali

deviò poscia l'astronomia, non provano nulla contro le

tendenze empiriche degli Italiani d'allora; esse non furono che

attraversate

smania ardentissima questi delirj

di

e

vinte per un

avremo occasione

remo a studiare

il

momento

conoscere l'avvenire. di parlare,

E

dalla

anche

quando

ci

di fa-

morale e religioso della

carattere

nazione.

Contro questa ed altre scienze erronee la Chiesa s'era

mostrata quasi sempre assai tollerante, ed anche contro la schietta investigazione della

dette

mai con

non vere di

rigore, se

— involgevano

le

accuse

anche un sospetto

negromanzia, che per vero

Ma

natura essa non proce-

non quando ci

— vere

di eresia e

andava molto dappresso.

che importerebbe risolvere,

sarebbe

propriamente di sapere sino a qual punto ed

in quali

la questione,

casi gli Inquisitori domenicani,

ed anche

in parte

i

fran-

cescani, abbiano avuto in Italia la coscienza delle falsità


,

PARTE QUARTA

16 delle accuse che

portavano al loro tribunale, e tuttavia

si

abbiano continuato a condannare, verso

per connivenza

sia

nemici degli accusati, sia per tacita avversione

i

contro lo studio della natura in generale e più special-

mente

poi contro ogni esperimento scientifico. Quest' ul-

timo caso può

talvolta

essersi

verificato,

pressoché impossibile l'addurne le prove.

ma

sarebbe

Ciò che può

aver cagionato nel nord simili persecuzioni, l'opposizione ostinata del sistema ufiìciale della scienza fisica accettato dagli scolastici contro

quasi affatto

i

novatori,

tenersi a calcolo

che Pietro d'Abano (vissuto

non cadde vittima che medico, che

lo

tali,

non potrebbe

all' Italia.

Si sa

al principio del secolo

XIV)

dell'invidia collegiale di

accusò presso

magia,' ed altrettanto

come

rispetto

si

l'

un

altro

Inquisizione di eresia e di

può supporre anche rispetto

al

suo contemporaneo padovano, Giovannino Sanguinacci

perchè, questi

come medico, inclinava alle innovazioni; ma una semplice condanna di esiglio.

ne uscì con

Per ultimo non bisogna dimenticare, che in Italia i domenicani, come inquisitori, non ebbero mai tanta potenza, come nei paesi settentrionali sì tiranni, che le repub;

bliche più d'una volta nel secolo di disprezzo verso plice

il

i

XIV

della natura,

investigazione

ma

XV, r antichità

tali

prevalse in tutti

molte altre cose

Ma

ben più rilevanti andarono impunite. colo

diedero prove

clero in generale, che non la sem-

i

quando, col se-

rapporti della vita,

la breccia aperta nel vecchio sistema s'allargò in favore

d'ogni specie di indagine profana, con questo però che

l'umanismo

1

tirò

Scardeonius,

ant. italic.

t,

VI,

a sé

Be

pars

le migliori forze e

nocque con ciò

urh. Patav, antiquit. nel Grevio, Thesavì III.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

mezzo a

allo studio empìrico della natura.^ In

17

ciò si ri-

sveglia pur sempre qua e là di nuovo l'Inquisizione e

manda

punisce

al

rogo qualche medico

stemmiatore e negromante, né, dire con certezza

quale sia stato

motivo della condanna. Ma, anche

XV

sul finire del secolo

Luca

perchè be-

,

in tali casi,

si

può mai

vero e più riposto

il

in onta a tutto questo,

l'Italia con Paolo Toscanelli,

Leonardo da Vinci era senza paragone in fatto di matematiche e dì il primo paese d'Europa scienze fisiche, e i più gran dotti del mondo moderno si Paccioli e

riconoscevano suoi discepoli,

Regiomontano

Un

e

nemmeno

esclusi

importante dell'amore generalmente

indizio

fuso alle scienze naturali si

non

il

Copernico.

il

si

ha anche nello

zelo,

dif-

con cui

cercò assai per tempo di mettere insieme delle colle-

zioni per lo studio

comparativo delle piante e degli ani-

mali. Innanzi tutto

l'

Italia è solita darsi

sere stata la prima a possedere

parrebbe che in sulle prime

essi

il

vanto

di priorità, ch'essa si

più importante

quanto

invece è

il

ricchi privati, nel

i

es-

non esistessero che con

intenti di pratica utilità, e d'altronde sia bile

vanto di

il

botanici, sebbene

orti

anche

discuti-

arroga. Senza paragone

fatto, che

tanto

mettere insieme

i i

principi,

loro giar-

dini di piacere, si trovarono naturalmente condotti a far collezioni

di

piante

quanto più

specie diverse. Così nel secolo

1

Veggansi

i

potesse nuove e di

si

XV

il

magnifico giardino

lamenti esagerati del Libri, op.

cit.

II,

p.

258 e

segg. Per quanto sia da deplorare, che un popolo dotato di tante attitudini

non abbia consacrato una maggior parte delle sue forze crediamo tuttavia ch'esso abbia avuto scopi

alle scienze naturali,

ancor più

elevati,

che

in

parte anche raggiunse.


PARTE QUARTA

18

Careggi dei Medici

di villa

come un e

alberi

ci

vien dipinto

pressoché

orto botanico/ ricco di innumerevoli specie di di

Ed

piante.

altrettanto, al principio del se-

XVI, ci vien detto di una villa del cardinale Triulzio nella campagna romana,^ non lungi da Tivoli, dove erano colo

siepi di rose d' ogni specie, alberi d' ogni sorta

,

piante

un grande orto uve. Qui evidentemente si ha qualche

fruttifere di tutte le possibili varietà e

con venti specie

di

cosa di più che un pajo di dozzine di piante medicinali

universalmente conosciute, quali non mancano nei giarcastelli e dei

dini di tutti

i

d'occidente

oltre

piante

:

conventi

degli

altri

paesi

ad una cultura assai progredita delle

fruttifere pei

vantaggi che se ne ritraggono,

vede un interesse speciale per

le piante in sé

per ciò che esse hanno in sé di notevole.

come

dell'arte c'insegna

si

medesime,

La

storia

solo più tardi questa passione

delle collezioni fece luogo alle esigenze del gusto archi-

tettonico pittoresco.

Anche l'allevamento

di

animali rari e forestièri non

si

può immaginare scompagnato da uno

d'

osservazione.

Il

ed orientali del Mediterraneo e del clima

italiano

rendevano

le condizioni

possibile

maestose belve del sud e accettabili in

spirito superiore

facile trasporto dai porti meridionali

quando ne facevano

i

Sultani.^

i

favorevoli

l'acquisto delle

doni, che di quando L'animale preferito

Alexandri Braccii descriptio horti Laurentii Med., ristamdi Lorenzo di Roscoe. Anche nelle appendici al Laurentius di Fabroni. 2 Mondanarii villa, ristampato nei Poemata aliquot insignia 1

pata anche come Appendice N. 58 alla vita

illustr. poetar, recent. 3

de

S.

Sul giardino zoologico di Palermo sotto Enrico VI, Biasio ad a 1194.

Quello di Enrico

I

v.

Otto

d'Inghilterra nel


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

19

tanto nelle repubbliche, che nei principati è di regola

non

leone, anche se

il

appunto

Le

tane, dove

rinchiusi, erano o nei palazzi del

mità di

essi,

Infatti questi animali

Di

adoperavano talvolta per

inoltre vivo nel popolo

più,

il

loro contegno

si

;

Campidoglio.

erano nei sotterranei del

cuzione delle sentenze capitali in affari

vano

tenevano

si

governo o in prossi-

come, ad esempio, in Perugia e in Firenze

Roma

quelli di

stemma, come era

figuri nel loro

caso di Firenze.'

il

politici,' e

l'

ese-

tene-

un certo rispettoso spavento. in conto di un miste-

aveva

la loro fecondità si riguardava come un segno d'imminente prosperità generale, ed anche Giovanni Villani non crede di derogare alla propria di-

rioso pronostico:

gnità notando di avere assistito di persona al parto

parco

di

leopardi, i

— In

di

Woodstock {Guil. Malmeshur^ p, 638) conteneva leoni, cammeUi ed un porcospino, tutti doni di principi stranieri.

Come

tale qui, dipinto o scolpito in pietra, è detto

Pisa tenevansi delle aquile

ferno XXXIII, 22. 2 V. r estratto della città di fatto del 1328.

di

Roma

:

cfr, gli

Aegid. Viterh. presso Papencordt

nel medio-evo^

Le

marzocco.

interpreti di Dante, In-

p. 367, nof.,

dove

,

Storia

un

si cita

lotte delle bestie feroci fra loro e coi

cani

servivano di spettacolo al popolo nelle grandi occasioni. Nel ricevimento fatto nel 1459 in Firenze a Pio II e a Galeazzo Maria Sforza si riunirono insieme in uno steccato chiuso sulla piazza della Signoria tori, cavalli, cinghiali, cani, leoni e i

leoni

si

una

giraffa,

ma

accovacciarono e non vollero attaccare altre bestie. Cfr.

Ricordi di Firenze^ Rer. ital. scrijjtor. ea: florent. codd. t. II, col. 741. Diversamente da questi nella Vita Pii IL Murat. Ili, II, col. 976. Una seconda giraffa fu regalata a Lorenzo il Magnifico da Kaytbey, Sultano de'Mammelucchi. Cfr. Paul. Jov. Vita Leonis X, L. I. Del resto del serraglio di Lorenzo era celebre specialmente un magnifico leone, la cui uccisione per opera d'altri leoni fu riguardata

come un presagio

della

morte

di

Lorenzo.


,

PARTE QUARTA

20 una

usavasi di regalarli alle città

leonessa.' I lioncelli

e ai principi vicini, ed anche

Condottieri, qual premio

ai

al valore.' I Fiorentini ebbero pure assai per

leopardi, pei quali tenevano ai loro stipendi

tempo

dei

un apposito

domatore.^ Borse da Ferrara faceva combattere

suoi

i

leoni con tori, orsi e cinghiali.*

XV

Sul finire del secolo di necessario lusso, in

poi trovansi,

parecchie

come oggetti

principesche

corti

veri serragli. « Alla magnificenza di un gran scrive Matarazzo,

muli,

s'

ed

sparvieri

appartiene

come

altresì

buffoni,

serraglio di Napoli al

Il

djei

signore

possedere cavalli, cani,

di

altri uccelli,

cantanti e bestie feroci ».^

,

tempo

di Ferrante conteneva una giraffa ed uno zebre, doni

del

monarca

1

di

Bagdad, a quanto sembra.** Filippo Mai'ia

X,

Giov. Villani

— Quando

i

leoni

s'

185, XI,

m. Matteo

Villani

azzuffavano tra loro o

aveva come un cattivo augurio.

Varchi

Cfr.

III,

90, V. 68.

uccidevano

si ,

Stor.

,

lo

florent

sì III,

p. 143. 2 Cron. di Peìnigia, Ardi. stor. XVI, II, p. 77. All'anno 1497. Ai Perugini fuggì una volta una coppia di leoni. Ihid. XVI, I, p. 382, air anno 1434. 3 Gay, Carteggio, I, p. 422, all'anno 1291. I Visconti adoperavano perfino dei leopardi ammaestrati, come belve da caccia,

specialmente contro

le lepri,

che

si

Kobell, Wildangerj p. 247, dove

facevano scovare dai cani. Cfr. citano altri esempi posteriori

si

di caccie con leopardi. 4

Strozii poetae,

p. 146, Cfr. p.

188, e sul parco della selvag-

gina pag. 193. 5

simile

ma

Cron di Perugia, si

ha

1.

nel Petrarca,

e.

XVI,

II,

De remed.

p. 199.

Qualche cosa

utriusqiie fortunae

,

1

,

di

61,

ancor meno accentuatamente. 6

Jovian. Pontanus JDe

magnificentia.

— Nel

giardino zoolo-

gico del cardinale dAquileja ad Albano nel 1463 trovavansi, oltre

a dei pavoni e dei polli d'India, anche lunghe orecchie: Pii II Comment. XI,

delle p.

capre di Siria dalle

562 e segg.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

21

Visconti possedeva non solo dei cavalli, che vennero pa-

500

gati

1000 ducati d'oro ciascuno, e

e sin

ma

simi cani inglesi,

anche molti leopardi,

pregiatis-

venire

fatti

da diverse regioni d'oriente: il mantenimento de' suoi uccelli da caccia, che avea fatto raccogliere in tutto il

non

settentrione,

costava

gli

ogni mese.' Emanuele

il

meno

di

3000 ducati d'oro

grande, re di Portogallo, sa-

peva bene qual prezioso regalo faceva a Leone X, quando gii mandò un elefante ed un rinoceronte.^ E per tal modo si veniva ponendo le basi della scienza zoologica e della botanica.

Lo

pratico

studio

della

zoologia

ebbe impulso poi

dall'allevamento delle razze cavalline, delle quali quella

mantovana

di

Francesco Gonzaga passava per la prima

d'Europa.' L'uso di attribuire un pregio speciale a certe razze è certamente tanto antico

quanto

,

l'

arte del ca-

valcare, e la produzione artificiale di razze ibride deve

essere stata

comune specialmente

dal tempo

sin

delle

Crociate; ma, quanto all'Italia, la conquista dei premi

davano in qualunque città di qualche movente più efficace per cercarvi la

nelle corse, che

si

importanza, era

il

produzione

cavalli

celerità.

1

2

E

dei

pregiati

per

somma

Decembrio, ap. Muratori XX, col. 1012. Maggiori particolari in Paul. Jov. Elogia, parlando

stano d'Acuna. Sui porco-spini e Firenze, veggasi Rabelais, il

sopratutto

appunto nella razza mantovana crescevano

gli struzzi del

PantagrueL

di Tri-

palazzo Strozzi a

IV, cliap. 11.

Lorenzo

Magnifico ricevette dall'Egitto per mezzo d'alcuni mercanti una

giraffa 3

;

Baluz. Misceli. IV, 516.

Ihid. parlando di

Francesco Gonzaga. Sul lusso dei miv. Randello parte II, nov. 3 e 8.

lanesi

nelle

Anche

nelle poesie epiche taluno degli eroi fa sfoggio di cognizioni

razze cavalline

tecniche. Cfr. Pulci,

il

Morgante,

e.

XV,

str.

105 e segg.


PARTE QUARTA

22 gì' infallibili

anche

1

cavalli tali, che, fra tutti si

ma,

corridori di questa specie,

oltre a ciò,

più nobili cavalli da battaglia, e in i

avevano pei più degni

di

un principe.

teneva nelle sue stalle stalloni e giumente d'Irlanda, nonché d'Africa,

per avere quest' ultime

Il

di

Gonzaga Spagna e

Tracia e di Cilicia, e,

di

egli

,

generale

doni fatti a gran signori,

costantemente

coltivava

l'amicizia dei Gransultani. Tutte le varietà furono quiyi

tentate per produrre quanto più

potesse di eccellente

si

e di perfetto.

Ma si

a questo tempo non mancò neanche quello che

un serraglio

direbbe

d'

uomini

celebre cardinale

il

:

Ippolito de' Medici,^ figlio bastardo di Giuliano duca di

Nemours, manteneva di selvaggi,

nella strana sua corte

che parlavano più

ed erano ciascuno quanto

una schiera

di venti lingue differenti

di più perfetto

poteva dare la

razza, alla quale appartenevano. Qui infatti

si

vedevano

incomparabili volteggiatori di puro sangue moresco tolti alle regioni settentrionali d'Africa, arcieri tartari, lottatori negri,

palombari indiani e turchi, che

specialmente nelle cacce^ formavano dinale.

Quando

egli fu rapito

il

tutti insieme,

seguito del car-

da una morte precoce (1535),

questa turba svariata ne portò a spalle la salma da

a di

Roma,

Itri

e al lutto generale della città per la perdita

un signore

cosi liberale confuse le sue nenie funebri,

espresse in tante lingue e accompagnate da animatissimo gesticolazioni.^

1

Paul. Jov. Elogia, parlando di Ippolito de' Medici.

2

Non

sarà fuor di posto

il

dar qui occasionalmente qualche

tempo del Rinascimento. Un cenno principale, benché brevissimo, si ha in Jovian.Pontan. De obedientia, L. Ili nell'alta Italia non v'erano schiavi nelle altre parti si comnotizia sulla schiavitù in Italia al

:

:


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

23

Queste sparse notizie sulla parte che ebbero gl'Italiani nello studio delle scienze

naturali e della varietà

generale, non

e ricchezza dei prodotti della natura in

sono che cenni imperfettissimi del molto di più, che po-

trebbe dirsi in proposito. Nessuno, meglio dell'autore, sente

la

riguardo è costretto

lacuna, ch'egli a questo

di lasciare in questa parte del suo .libro

ma

;

non

egli

che

esita a confessare che di molte delle opere speciali,

potrebbero abbondantemente riempirla, non ha potuto

vedere presso a poco che

il

o

titolo

frontispizio.

il

peravano dall'Impero turco bulgari, circassi ed anche si

facevano servire sino a che avessero scontato

riscatto. Invece

designa

di Napoli, di mutilai-li.

uomini di color bruno Cosmos adnot. 110: atto

tutti gli

Fabroni

cristiani, e

prezzo del loro

negri continuavano a rimanere schiavi,

i

era permesso, almeno nel regno

il

:

ma non

— Moro

negro dicesi Moro nero.

il

di

vendita di una schiava

circassa (1427); adnot. 141: prospetto delle schiave di Cosimo.

Nantiporto, presso Muratori

III,

II,

col.

ceve cento Mori in dono da Ferdinando cardinali ed altri signori (1488). cabilità

stesso

— 48:

degli

schiavi;

— 24

e 25:

1106: Innocenzo Vili il

Cattolico e

li

Masuccio, Novelle, 14: schiavi

ri-

regala a traffi-

negri, che al tempo

lavorano come facchini (a vantaggio dei loro padroni ? alcuni Catalani fanno prigioni alcuni Mori di Tunisi e

) ;

li

vendono a Pisa. Gay, Carteggio j I, 360; manomissione e dotazione di uno schiavo negro in un testamento fiorentino (1490). Paul. Jov. Elogia, sub Frane. Sfortia. Porzio Congiura, III, 194.

da

e Comines, Charles Vili, chap. IT: negri destinati a far

d'Aragona in Napoli. Paul. un negro, quale compagno dei principi Aeneae Sylvii opera, pag. 456 uno schiavo negro

carnefici e carcerieri della casa

Jov. Elogia, sub Galeatio nelle uscite.

come virtuoso

:

:

di

musica.

negro (libero?) come maestro

Paul. Jov. di

De

:

un

nuoto e palombaro in Genova.

Alex. Benedictus, de Charolo Vili, presso

Eccard, scriptor

II,

1608: un negro {^Aethiops), quale ufficiale superiore in Vene-

col.

zia

xnscihus, cap. 3

,

,

parte

III

,

nov. 21

:

genovesi lo condannano alle trasportarvi

il

sale.

può immaginarsi come negro. uno schiavo merita punizione, i Baleari, e precisamente ad Jviza a

dietro di che anche Otello

Bandelle

se


1


CAPITOLO

III

Scoperta del Bello nel paesaggio.

Il

Il Petrarca e le ascensioni alpine. Il paesaggio nel medio-evo. La scuola fiamminga. Enea Dittamondo di Fazio degli Uberti.

Silvio e le sue descrizioni.

Ma,

oltre all'investigazione scientifica, oravi

un'altra

maniera

i

accostarsi

alla

anche

natura, ed in un

particolare. Gli Italiani sono

senso affatto fra

di

moderni, che intravidero e gustarono

primissimi

i il

lato este-

tico del paesaggio.^

Questa attitudine è sempre

il

risultato di

un lungo

e complicato svolgimento della cultura, e la sua origine

è assai

difficile

mento segreto

da rintracciare, in quanto che un

tempo, prima che tura e con

Presso

ciò

si

manifesti nella poesia e nella pit-

acquisti

gli antichi

senti-

questa specie può esistere da lungo

di

,

la

coscienza di sé medesimo.

per esempio ,

1'

arte

restrinsero alla rappresentazione di tutto

e

la il

poesia

ciclo

si

della

vita umana, prima di passare e descrivere quella della

1

Egli è appena necessario riportarsi alla celebre pittura, che

argomento Humboldt.

di questo

si

trova nel secondo volume del

Cosmos

di


PARTE QUARTA

26 natura

quest' ultima

e

,

sempre dentro

da Omero

limiti

in poi, in

pur

rimase

rappresentazione

molto

non ostante che,

ristretti,

un numero grandissimo

di espres-

sioni e di versi apparisca evidente l'impressione

sempre

più forte, che la natura veniva facendo sull'uomo. Più tardi le stirpe germaniche, che fondarono le loro signo-

romano, portavano già con

rie sulle rovine dell'Impero

sé una naturale

predisposizione

a sentire altamente

il

anche

il

lato spirituale della scena campestre, e quand'

Cristianesimo le abbia costrette per un certo tratto di

tempo a non vedere

nelle fonti e nei monti

,

nei laghi

€ nei boschi sino allora venerati che la presenza di e bugiardi,

falsi

riti

stadio

Egli

di transizione

è

intorno

mento

un

fatto

all'

anno

non

v'

spi-

ha dubbio però che questo

presto assai da esse superato.

fu

che ancora nel colmo del medio-evo,

1200

nuovamente un

esiste

,

schietto e profondo

del

mondo

senti-

esteriore, che si

manifesta chiaramente nei canti dei menestrelli delle

Da

verse nazioni.^

essi

di-

traspare un vero entusiasmo pei

fenomeni più semplici, quali l'apparir della primavera e dei

Ma

fiori

sono

rinverdire

il

,

scene

loro personaggi, di

mondo,

Anche

tali.

scrive

in

foreste

delle

senza sfondo, talmente i

crociati,

e

dei

che

boschi.

anche

i

che pur corsero tanta parte

quei canti quasi non

figurano

più

come

la poesia epica, la quale, ad esempio ci de-

con tanta esattezza

gli

abbigliamenti e le

ar-

mature dei guerrieri, non è che imperfettissima nella descrizione dei luoghi, e il grande Volframo di Eschenbach ci dà appena un'immagine sufficiente della scena, nella quale

1

A

glielmo

si

movono

questo argomento

Grimm

i

si

suoi personaggi.

riferiscono

riportate da Humboldt,

1.

le e.

Da

quei canti

osservazioni di Gu-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

che questa nobiltà poe-

nessuno indovinerebbe,

infatti

27

tante d'ogni paese abitasse o avesse visitato e conoscesse

perfettamente migliaja e migliaja di castelli situati nelle posizioni

più pittoresche.

le

scolari vaganti (v. prospettiva,

invece

il

cose

le

Anche nelle poesie manca il senso

235)

pag.

propriamente

paesaggio

detto,

degli della

mentre

sono talvolta dipinte con tal

vicine

vi-

vezza di colorito, che non se ne trova riscontro in nes-

sun menestrello della Cavalleria. Infatti dove trovare

una descrizione

d'amore simile a questa,

della foresta

che noi crediamo

un poeta

di

Immortalis

italiano

del

secolo

XII?

fleret

manens homo Arbor ibi quaelibet Suo gaudet pomo: Viae myrrha, cinnamo Ibi

:

Fragrant

et

amomo

Conjectari poterai

Dominus ex domo

i

ecc.

Egli è evidente che per gli Italiani la natura è già da

lungo tempo monda e purificata da ogni influsso di potenze soprannaturali. San Francesco d'Assisi nel suo Inno al sole loda

il

Signore non per altro, che per

la crea-

zione delle luci del cielo e dei quattro elementi.

Ma

le

prove più convincenti della profonda impres-

sione esercitata dalla natura sull'animo dell'uomo comin-

ciano con Dante. Egli

non

solo

il

ci

ritrae al vivo

sorgere dell'aurora e

sotto la brezza mattinale o la le selve

1

ed

i

pastori,

ma

Carmina Biirana,

p.

il

in

poche linee

tremolar della marina

tempesta che fa tremar

sale altresì sulle

cime dei monti

162, de Phillide et Flora, str. ^^.


PARTE QUARTA

28

grandiose prospettive,^ uno

coir unico intento di goder dei primi o

il

primo

forse,

dopo

i

poeti antichi, che abbia

sentito la bellezza di tali spettacoli. Il Boccaccio lascia

indovinare, più che non descriva egli stesso, quanta sia

che fanno su

l'impressione

ne' suoi

tuttavia

lui le

scene della natura;

romanzi pastorali non

si

può discono-

scere qualche tratto di squisito e delicato paesaggio, che, se

non

avrà

altro,

nella sua fantasia.^

esistito

compiuta

scienza poi ancor più

il

Petrarca,

Con

co-

uno dei

primi uomini perfettamente moderni, mostra l'importanza delle grandi scene della natura per

Quel lucidissimo

letterature le origini e

resco della natura, e

Tableaux de

la

un anima

i

progressi del sentimento pitto-

che ha dato egli stesso ne' suoi

nature

i

quadri descrittivi più perfetti

che esistano, Alessandro Humboldt, non tutto

sensitiva.

che pel primo cercò in tutte le

spirito,

s'è

mostrato del

giusto riguardo al Petrarca, ed è perciò che, an-

che dopo quanto egli ne scrisse, a noi pure rimane qualche cosa da aggiungere. 1

che cosa altrimenti fosse an-

Difficilmente s'indovinerebbe

dato a fare sulla vetta del monte Bismantova nella provincia di

Reggio. Purgai. IV, 26. Anche la precisione, cerca di mettere in evidenza tutte

le parti del

colla

suo

quale egli

mondo

sopra-

un profondo sentimento del bello, che risulta dalla natura e dalle forme. Che poi sulla cima dei monti sì sognasse la esistenza di tesori nascosti e al tempo stesso vi sì naturale

,

mostra

in lui

guardasse con "una specie di superstizioso terrore, si rileva apertamente dal Chron. Novaliciense, II, 5 presso Pertz, Script. VII e

Monum. 2

xìqVC

hist.

patriae. Script.

III.

Oltre alla descrizione di Baja nella Fiammetta, della selva

Ameto

ecc.,

vi

un passo nella Genealogia Deor. XIV, II, egli enumera una quantità di oggetti camruscelli, greggi, capanne ecc. e aggiunge che è

molto importante, dove pestri, alberi, prati,

queste cose

mentem

animum

mulcent, e che

in se colligere.

il

loro

effetto è quello


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL* UOMO Petrarca non fu soltanto un valente geografo,

Il si

29

vuole che a

debba

lui si

primissima carta d'Ita-

la

— e nemmeno ripetè semplicemente quanto avevano

lia,'

detto gli antichi,' nel suo

spirito

ma

il

vero aspetto della natura trovò

un eco immediato.

godimento degli

Il

spettacoli naturali gli vien gradito in qualsiasi mentale

occupazione

:

associando V una cosa

coli' altra, s'

intende

assai facilmente quel desiderio di solitudine erudita, che lo

incatena a Valchiusa ed altrove, e le sue fughe pe-

mondo. ^ Gli

riodiche dal suo secolo e dal

si

farebbe un

gran torto, se dalla sua ancor debole e scarsa potenza descrittiva della natura

certa mancanza

di

si

volesse

La

sentimento.

glioso golfo della Spezia e di

inferire in lui

una

descrizione del maravi-

Porto Venere, per esempio,

eh' egli innesta sulla fine del sesto canto dell' « Africa »,

e che non fu

mai

dei moderni,* non plice

fatta è,

enumerazione.

da nessuno nò degli

antichi, né

a dir vero, niente più che una sem-

Ma

egli conosce

omai

la bellezza,

che

risulta dal contrasto dalle rupi, e sa in generale sepa-

rare r importanza pittoresca di un sito dalla sua

1

Libri, Histoire des sciences ìnathémat.

2

Quantunque

II,

p. 249.

volentieri vi si riporti; per es.

ria, specialmente a pag. 241,

dove cita

utilità."^

de vita solita-

la descrizione di

un per-

golato dalle opere di S. Agostino. famil. VII, p,675. Interea utinam scire posses, quanta vohiptate solivagus ac Uher^ Inter montes et nemora, inter

3 Epist. <-ii.ni

fontes et flumina, inter lihros et

respiro j qiiamque

me

mascimorum hominum ingenia

in ea, quae antea sunt,

cum

extendens, et praeterita oblivisci nitor et praesentia Cfr. VI, 3, p. 605. 4

Jaciiit sine

Carmine sacro.

— Cfr.

Apostolo

non

videre.

Itinerarium, syriacum.,

p. 558. •^

Egli distingue

weW Itinerar.

syr., p. 557 nella

Levante colles asperitate gratissima

et

mira

Riviera di

fertilitate conspi-


30 In

PARTE QUARTA occasione

dimora nei boschi

della sua

di

Reggio,

l'improvviso spettacolo di un grandioso paesaggio agisce

talmente su

lui,

che egli continua una poesia da lunghis-

simo tempo interrotta.'

raggiunge

il

Dove però

il

suo entusiasmo

colmo, è nelF ascesa eh' egli fece al monte

Ventoux, non lungi da Avignone.^ godere un ampio orizzonte

una vera passione

s'

Un vago

desiderio di

esalta in lui sino al punto di.

quel

passo di Livio, dove è narrata l'ascensione al monte

Emo

di

di Filippo di

lettura accidentale

alla

Macedonia, l'eterno avversario

di

come non sarà da scusare

in

Egli pensa fra sé

Roma.

un giovane di condizione privata ciò che non si biasima nemmeno in un vecchio re ? Infatti il salire alle cime di un monte senza uno scopo prestabilito pareva stranezza :

inaudita a quanti lo circondavano, né certo era di

il

caso

pensare a trovar amici o conoscenti che lo accompa-

gnassero. Il Petrarca non prese adunque con sé che il minor suo fratello e, dall'ultima stazione di riposo in avanti, due uomini del luogo in qualità di guide. Mentre con costoro avea cominciato già la salita, un vecchio

pastore

lo

scongiurava di tornar sui suoi passi: aver

un cinquant' anni innanzi, fatto un simile tentativo, ma non averne riportato altro, fuor che le membra rotte e le vesti lacere prima e dopo di allora nessuno essersi avventurato in tale impresa. Ma essi non egli pure,

;

si s'

lasciano atterrire

per questo,

avanzano ognor più

sotto

piedi e

i

sinché

,

hanno raggiunto

cuos. Sulla spiaggia di Gaeta cfr.

naej

I,

1

si

e tra indicibili stenti

trovano colle nuvole

la cima.

Ora

egli é

De remediis utriusque

54.

De

orig. et vita, p. 3

:

subito loci specie percussus.

2 Epist. famil. IV, 1, p. 624.

vero

fortu-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO bensì che noi, giunti a questo punto,

attendiamo in-

ci

darno ad una descrizione della prospettiva che loro dinanzi;

ma

non accade già perchè

ciò

31

apre

si

poeta sia

il

rimasto freddo e insensibile a quella vista, bensì invece,

perchè

l'

impressione fu troppo forte in

tezza solitaria gli passano dinanzi alla

tasmi e

le follie della

come per l'appunto

sua vita passata: egli

dieci anni

In quell'

lui.

mente si

tutti

i

al-

fan-

rammenta

prima era partito ancor

giovane da Bologna, e volge uno sguardo d'ansioso desiderio all'Italia; per ultimo apre

un

libriccino,

che s'era

preso a compagno di quel viaggio, le confessioni di S. Agoe l'occhio gli cade appunto casualmente su quel

stino,

passo del capitolo decimo, dove è scritto

« e gli uomini vanno attorno e ammirano l'altezza dei monti e r ampiezza dei mari e il romorio dei torrenti e il corso dei pianeti, immemori, in mezzo a tutto questo, di sé medesimi ». Suo fratello, al quale egli legge queste parole, :

se ne

non sa comprendere, perchè, dopo ciò, egli chiuda nuovamente il libro e se ne stia meditando in silenzio. Pochi decenni più tardi, intorno all'anno 1360, Fazio degli liberti nella

rimati (v. voi. tiva che

si

I,

sua cosmografìa,^ scritta in versi

pag. 240), descrive la vasta prospet-

gode dal monte Alvernia, con quella fred-

dezza che è propria d'un geografo e di un antiquario,

ma

tempo

al

stingue

il

stesso con quella verità,

che contraddin-

testimonio oculare. Egli deve però aver ascese

cime ancora più elevate, perchè conosce fenomeni, che

non

si

sopra

possono osservare se 'non a più di 10,000 piedi il

livello del

mento degli occhi

Il Dittamondo,

mare, quali

le vertigini,

il

e le palpitazioni del cuore,

III,

cap. 9.

rigonfia-

da cui

lo


32

PARTE QUARTA

guarisce trisa in

che

bio

suo mitico duce, Solino, con una spugna

il

una particolare essenza. Del le ascensioni del

in-

non v'ha dub-

resto,

Parnaso e dell'Olimpo, delle

quali pure egli parla, ^ non sono che prette finzioni.

Col secolo

XV

poi tutto ad

un tratto

strappano interamente alla natura la vera

grandi mae-

i

fiamminga, Uberto e Giovanni van Eyk,

stri della scuola

immagine.

Ma

il

suo velo e ne rubano

loro paesaggio non

il

si

ferma

lì,

né è soltanto una naturale conseguenza del loro sforzo di presentare in generale

un riflesso della realtà; esso ha già un concetto poetico suo proprio, un' anima, benché tuttavia

modo ancora

in

convenzionale. L' influenza

di questo paesaggio su tutta l'arte

artisti italiani.

sto genere,

a

Ma,

non

Anche

ed esercitati già da sé in que-

colti

la subirono che in parte,

che

distoglierli dalla via,

Enea

Silvio é

tempo. Quand' anche non di

lui

s'

in questo riguardo,

la voce di

occidentale é inne-

quindi non risentirla anche gli

gabile, e non poterono

come uomo,

si

una si

come

nella

delle più

di qual

cosmografia,

sempre

costretti

1

DittamondOj

III,

Roma

e della sua cultura spirituale

cap. 21, IV, cap.

ecc. p.

4.

a

quali l'im-

trovi cosi viva ed intera, e che assai pochi altresì

della città di

del

volesse tenere alcun conto

sarebbe però

tempo

stessi.

autorevoli

confessare che ben pochi son gli altri, nei

magine

né ciò bastò

erano tracciata essi

s'

si

ac-

Papencordt, Storia

416, dice che T imperatore Carlo

IV

aveva un gusto squisito pel paesaggio, e cita un passo di Pelzel {Carlo IVJ a. pag. 456. (Le altre due citazioni da lui riportate non dicono questo). Può darsi che una qualche velleità artistica sia venuta all' Imperatore dai rapporti eh' egli ebbe con gli umanisti.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO costarono, al pari di

lui,

Rinascimento. Del resto,

che dal punto

di

vista

con piena giustizia

al tipo lo

normale

33

uomo

dell'

del

diciamo incidentalmente, an-

morale non

sino a che

si

giudicherà mai

lo si

porranno

a base del

giudizio le lagnanze della Chiesa tedesca defraudata, colpa le di lui

Qui

chiama a sé tutta

essere stato ficenza del

il

voi.

Lo Stato

meridionale (sua patria) sono

modo

in i

ma

speciale, e, fatto

anche a descriverla

di cui era affetto

meno

Toscana

della Chiesa e la

due paesi

i

eh' egli

Papa, usò sempre

anno

suoi ozi nella migliore stagione dell'

campestri più o

un

d'

conobbe

impiegare

in escursioni

lunghe. Ora almeno la podagra,

da lunghissimo tempo, non

serio ostacolo a visitar

monti e

valli,

era più

gli

dove

si

faceva

trasportare in lettiga; e se con questi suoi gusti

ragonano

Papi che

quelli dei

siasta della natura

modesti,

ma

mentari

ci

e

dell' antichità

ha

entu-

Ed

si

fuit (Pio

II)

Com-

testimonianza di

lasciato la più veridica

in tali piaceri

simulati,

pa-

si

e appassionato pei

splendido e vivace latino do' suoi

sentisse felice.'

Bisognerebbe anche udire

1

Homo

gli successero. Pio,

eleganti edifizi, apparirà quasi un santo.

egli stesso nello

quanto

per

magni-

la

minute particolarità con vero entusiasmo

pag. 244).

I,

la nostra attenzione

primo non solamente a sentire

paesaggio italiano,

sin nelle più (v.

del tanto invocato Concilio.^

oscillazioni,

egli

Platina,

il

Vitae Pontiff.

verus, integer, apertus ; nil hahuit

p.

310:

fleti,

nil

nemico d'ogni ipocrisia e superstizione, coraggioso,

coerente. 2

I

passi più importanti sono

mentarii. L. IV,

i

seguenti

:

FU

II P. M. Com-

183: la primavera in patria. L. V,

p. 251: il soggiorno d'estate a Tivoli. L. VI, 307: il banchetto alla fonte di Vicovaro. L. VIII, 378 i dintorni di Viterbo, p. 387 il convento

p.

:

:

di S.

Martino, p. 338:

il

lago di Bolsena. L. IX,

p.

396: la splen-


PARTE QUARTA

34

una specie

variamente esercitato, quanto

appare

SUO occhio

Il

uomo moderno.

quello di qualsiasi

di estasi dinanzi alla

della scena, che

da Terracina e dal monte Circello

torio a lui soggetto

fili

monti

dei

ampio tratto

1'

rovine delle antichissime

le

il

là egli prospetta la spiaggia del terri-

sino air Argentare, nonché tutto

che contiene

sente rapito in

si

gode dal più alto dei monti Albani,

si

monte Cavo. Di

Egli

grandiosa magnificenza

mezzo, con

dell' Italia di

di paese

pro-

città, coi

grandiose fo-

le

reste tutto all'intorno verdeggianti nelle pianure e coi

laghi delle montagne, che

l'illusione fa credere vicini.

Egli sente tutta la bellezza della posizione di Todi, che sta

come

in trono in

mezzo

a'

suoi vigneti

e

boschetti

con la prospettiva delle lontane foreste e della

di ulivi,

valle del Tevere, dov^e brulicano d'ogni parte

e le piccole borgate

colle sue ville e

è la

lungo

sua patria, e ad esso quindi

predilezione

si

rilevare

lingua di terra, che è detta Capo di

si

egli è feli-

minute particolarità

le più

pittoresche, come, per esempio,

a Siena

volgono con

Ma

speciale le sue descrizioni.

cissimo altresì nel

castelli

d'ogni col-

vertice

suoi chiostri sul

i

i

sponde del fiume.

le

paese vagamente ondulato intorno

Il delizioso

lina

poste

quando descrive quella

protende nel lago

Monte: « gradinate

di

Bolsena, e che

di pietra,

ombreg-

giate da vigneti, conducono giù dirittamente alla spiaggia,

dove tra

gli scogli

verdeggiano perpetuamente

querele, rallegrate del continuo

Sulla via che costeggia tutto

seduto

all'

ombra

all'

dal

intorno

il

lago di Nomi,

dei castagni e d' altri alberi fruttiferi^

dida descrizione di Monte Amiata. L. X,

Monte

le

canto dei tordi ».

p.

483:

la posizione dì

Olivete, p. 497: la prospettiva di Todi. L. XI, p. 554: Ostia

e Porto,

p.

572

:

descrizione dei monti Albani. L. XII, p. 609

scati e Grottaferrata.

:

Fra-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

mai

egli sente che, se

35

un

atto ad ispirare

vi fu luogo

poeta, egli è certamente questo « segreto asilo di Diana ».

Spesse volte

si

sa aver egli tenuto

il

concistoro e fatta

la segnatura o dato udienza agli ambasciatori sotto que-

giganteschi castagni o all'ombra di quegli

gli antichi e

ulivi,

sedendo su un verde prato o presso

qualche fontana. Alla vista si

di

una

zampillo di

il

montuosa, che

'gola

va restringendo e sulla quale arditamente

un ponte,

in arco

Non

suo senso d'artista.

che non

risveglia

si

che

che riveste

Ma

colmo

il

il i

campi azzurri

i

giallo della ginestra

dumi selvaggi

di qual-

nonché singole piante e sorgenti, che

sembrano miracoli dove

e perfino

le colline,

siasi specie,

il

colla perfezione e spe-

le è propria:

mollemente ondeggianti,

di lino

stende

in lui

v'è cosa, per quanto minuta,

vivamente

lo interessi

cialità caratteristica,

si

immediatamente

gli

di natura.

dell'

ebbrezza

lo

aspetta sul

Monte Amiata,

1462, quando la peste e un'afa

salì nell' estate del

infocata rendevano assolutamente inabitabile la pianura.

A

metà

gobardo

dell' altezza

residenza

:

di là, tra

rupato pendio, e

si

del monte, nell' antico convento lon-

Salvatore, fermò egli colla Curia la sua

di S.

si

i

boschi dei castagni sospesi sul

domina

veggono in lontananza

salì sino alle

e lassù

essi

le

più alte cime del monte,

suoi seguaci, ai quali

trovarono

si

di-

Toscana meridionale torri di Siena. Egli non

tutta la

ma

vi salirono

i

unì anche V oratore veneziano,

due enormi massi

di pietra ad-

dossati l'un all'altro, che forse servirono di altare a qual-

che popolo primitivo, e credettero di scorgere in gran lontananza, oltre

il

mare,

le

due

isole di

Corsica e di

Sardegna.^ In quella deliziosa frescura, all'ombra delle

Cosi certamente deve leggersi invece che

:

di Sicilia.


PARTE QUARTA

B6 annose querce

o serpente insidiava più

verde smalto dell'erba,

e de' castagni, sul

dove nessuno spino trafìggeva la

il

vita, il

piede e nessun insetto

Papa godette

i

suoi dì

per la segnatura, che aveva luogo in giorni

felici:

nuove om-

determinati, egli cercava sempre nuovi

siti

bre,' novos in convallibus

novas inveniens

fontes

et

e

In tali umbras, quae dubtam facerent electionem. circostanze gli accadde anche una volta di vedere la caccia che i cani diedero ad un cervo enorme, che fu visto fuggire sul monte difendendosi del suo meglio colle unghie e colle corna. Sulla sera il Papa soleva sedere nel piazzale del convento dal lato che prospetta la valle del Paglia, trattenendosi coi cardinali in piacevoli ragio-

namenti.

I

curiali,

che

si

sbandavano qua del monte

ciare, riferivano che alle falde

insopportabile, e che la

deva immagine

di

campagna arsa

un vero

e là per cacil

caldo era

e deserta

ren-

inferno, al cui paragone

il

monastero co' suoi freschi e verdi contorni poteva dirsi

una dimora

di paradiso.

In tutto questo c'è vero gusto moderno, non imitazione od influenza antica. E, tichi le

ammesso anche che

gli an-

abbiano anch' essi sentito a quel modo, certo è che

poche espressioni

di

qualche scrittore, che Pio può.

benissimo aver conosciuto, non furono, né potevano ser quelle, che bastassero ad accendere in lui

nn

es^-

vivo

entusiasmo.^

secondo periodo di splendore, che sul finire del

Il

secolo

1

sul principiare del

Egli stesso, alludendo al

arnator 2

XV e

et

XVI

suo nome,

ebbe la poesia Ha-

si

chiama: sylvarum.

varia videndì cupidics.

Sulla passione di

pestri cfr. voi.

I,

Leon

Battista Alberti per

pag. 190 e segg.

le

scene

cam-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

37

liana accanto alla latina, che era pur sempre in fiore, ci

somministra prove in gran

numero

della forte im-

pressione prodotta sugli animi dalle scene naturali, e a

convincersene basta dare un'occhiata

Ma

tempo.

ai

lirici

di

quel

vere descrizioni di grandiosi prospetti cam-

non s'incontrano quasi mai, appunto perchè e la l'epopea e la novella avevan ben altro a fare

pestri

lirica e

in queir energica età. Il i

Bojardo e

1'

loro paesaggi con molta evidenza,

vemente possono, e senza

tirarli, col

Ariosto tratteggiano

ma

quanto più bre-

mezzo

di lontananze

e di prospettive, a contribuire all'effetto,^ che deve uscir tutto intero dai personaggi e dall'azione. Questo sentimento

sempre crescente

della natura trova un'espressione

molto

più spiccata nei tranquilli scrittori di dialoghi e di let-

Singolarmente

tere.^ il

ligio

a questo riguardo

si

mostra

Bandelle alle leggi del genere letterario, ch'egli stesso

s'è imposto: nelle novelle

non mai una parola più del

necessario per designare

luoghi, dove

avvenimenti

;

*

i

si

compiono

gli

nelle dediche invece, che precedono cia-

scuna novella, ampie e particolareggiate descrizioni dei

1

il

La

creazione più completa

suo sesto canto, non

si

dell*

Ariosto in questo riguardo,

compone che

di

pitture

perfette,

ma

senza sfondo. 2 Agnolo Pandotfini {Trattato del governo della famiglia, p. 90) contemporaneo di Enea, si compiace dei giocondi spettacoli, che

offre la

campagna

«

ragguardando

que'colletti fronzuti^ que' piani

vezzosi, quelle fonti e quei rivi, che saltellando si

nascondono

fra le chiome dell'erbe » ma forse sotto questo nome si cela il grande Alberti, il quale, come s' è detto, sentiva anche sotto altri ;

punti di vista la bellezza del paesaggio. 3

Quanto

ha un altro inun lusso determinato e speciale, e in decorazione moderna potrebbe trovar qualche cosa da imalla decorazione architettonica, egli

tento, quello di descrivere

ciò la

parare anche oggidì.


PARTE QUARTA

38

medesimi, come scena necessaria ad attuarvi

i maloghi Fra gli epistolografi ci duole di dover nominare l'Aretino/ come colui che forse fu il primo a descrivere minutamente qualche splendido effetto di luce e di ombre nelle ore del tramonto. Ma anche presso i poeti s'incontra talvolta un sin-

e le conversazioni.

golare intreccio di vita sentimentale con graziose pitture di scene naturali, quasi altrettanti quadretti di genere.

(intorno al 1480) in una elegia dimora della sua innamorata una vecchia ca-

Tito Strozza descrive latina

*

la

:

setta, rivestita d'

edera con alcuni affreschi sacri corrosi

dal tempo, nascosta fra gli alberi

:

accanto ad essa una

cappella assai malconcia dalla violenza delle piene del

Po, che vi scorre in vicinanza del cappellano, che coltiva

i

:

poco lungi

di lĂ la

casa

suoi sette magri jugeri di

terreno con una coppia di buoi presi a prestito. Queste

non sono certamente reminiscenze, nĂŠ imitazioni da veruno tra gli antichi poeti elegiaci romani, ma schietto sentimento moderno, al quale, sulla fine di questa parte del nostra lavoro, troveremo far degno riscontro una altrettanto semplice e schietta descrizione della vita campestre.

Ora

si

suol

dire

comunemente che anche

maestri tedeschi dei primi anni del secolo

XYI

i

grandi seppero

talvolta rappresentare egregiamente tali scene naturali,

come

fece,

per esempio, Alberto Durer nella celebre sua

incisione del Figliuol prodigo.

Ma

altro è che

un

pittore,

cresciuto in mezzo al realismo, aggiunga tali scene a' suoi

quadri in via complementare e accessoria, ed altro che

1

2

Lettere pittoriche,

III,

36.

A

Tiziano, del

maggio 1544.

Strozii poetae Erotica, L. VI, p, .182 e segg.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

un

poeta, avvezzo di solito a spaziare

nelle

39

idealità o

a vivere artificialmente nella mitologia, discenda nella realtà per un intimo impulso suo proprio e senta

sogno di rappresentarla. Oltre a

ciò la priorità di

il

bi-

tempo,

tanto in questa, come nella descrizione della vita campestre, sta tutto in favore dei poeti italiani.


CAPITOLO IV

Scoperte sull'uomo.

Espedienti psicologici

A

;

i

temperamenti.

queste vittorie riportate nel campo

la civiltà del

della natura

Rinascimento aggiunge un servigio ancor

più segnalato, la scoperta e la rappresentazione dell' in tutto ciò,

uomo

che ne costituisce l'intima essenza e le ma-

nifestazioni esteriori.^

Innanzi tutto quest' epoca promuove, come

un

vedemmo,

forte e completo sviluppo dell'individualità; poi

guida

l'individuo al riconoscimento di questo stesso elemento sotto tutti gli aspetti e le

forme

possibili.

Lo

sviluppo

della personalità è essenzialmente legato alla coscienza, altri. In mezzo ad ambedue abbiamo dovuto dar posto all' influenza esercitata dall' antica letteratura, appunto perchè il modo

che se ne ha in sé e negli questi grandi fatti

di riconoscere e di

rappresentare

verarla da ciò che vi ha di riceve

una determinazione o

J Questa felice espressione è de France di Michelet {Introd.).

l'

individualità e di sce-

comune

in tutti gli uomini,

tinta speciale

tolta dal

da questo

ele-

VII volume AeWIIistoire


PARTE QUARTA

42

mento iniermedio. Ciò non toglie però che quella potenza non sia un privilegio esclusivo del-

di riconoscimento

l'epoca e della nazione. I fatti, ai quali ci

riporteremo per fornirne le prove,

saranno pochi. Se mai in altre parti qui principalmente noi

ci

questo lavoro,

di

accorgiamo

essere entrati

di

nel pericoloso sentiero delle divinazioni, e sappiamo be-

nissimo che non a tutti parrà sufficientemente provato quel tenue,

crediamo secoli

di

XIV

ma

pure evidente digradar

XV. Questo

e

lento

che noi

di colori,

scorgere nella storia della vita

morale dei

successivo apparire

e

un popolo è tal fenomeno, che ad ogni osservatore può presentarsi sotto mille aspetti diversi. Al tempo spetta di vedere e di giudicare. Fortunatamente questo riconoscimento dello spirito umano non cominciò dall' andare in traccia di una psicodello spirito di

— caso avrebbe — ma dal prendere a punto

logia teoretica, Aristotele,

di partenza l'osser-

vazione dei

fatti e la loro classificazione.

corredo delle teorie

si

limita

omai

tro temperamenti in connessione col

implacabili elementi

si

ma

giudicato

il

il

nella quale oggimai

ed esatta,

ma

l'

allora uni-

Questi

pianeti.

di

mente

inesplicabile nella

senza tuttavìa che ne resti pre-

grande progresso

parrà cosa strana

dogma

dei

mantengono, da tempo immemo-

come qualche cosa

dei singoli uomini,

L' indispensabile

alla dottrina dei quat-

versalmente ricevuto dell'influsso

rabile,

bastato quella di

in tal

universale.

Certamente

campo

in un' epoca,

vederli tirati in

non soltanto

l'

osservazione paziente

arte stessa e la poesia, portate

all'

perfezione, furono in grado di rappresentar tutto

ultima

V uomo

tanto neir essenza profonda del suo organismo spirituale,

quanto nelle sue più caratteristiche esterne accidentalità.

E

non sappiamo quasi trattenere

il

riso,

quando, per


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

43

esempio, vediamo un osservatore, del resto assai perspicace, attribuire bensì a Clemente

melanconico,

ma

VII un temperamento

tuttavia sottoporre

proprio giudizio

il

a quello dei medici, che danno invece al Papa un tem-

peramento collerico-sanguigno.' quando leggiamo che a Gastone

Ravenna,

di cui

abbiamo

E

lo

stesso ci accade

di Foix, al vincitore di

ritratto dipinto

il

da Giorgione

e la statua scolpita dal Bambaja, e che oltre a vien descritto da tutti gli

peramento saturnio^ espressioni,

che cosa

aveva

in

Non

storici, si attribuisce

vi

animo

di preciso e di

ciò ci

un tem-

ha dubbio che chi usò di

tali

designare con esse qual-

determinato;

ma

le

categorie,

alle quali si attenne por manifestare la propria opinione,

sono pur sempre quelle già viete e bizzarre di un altro

tempo.

1

Tommaso

Gar, Relaz. della corte di

Roma

I,

p.

278, 279:"

nella Relazione di Soriano dell'anno 1533. 2

Prato, Ardi. Stor.

Ili, p.

295 e segg.

equivale ad « infelice » o « che porta infelicità dei pianeti sui caratteri

De

umani

occulta philosophia,

e.

Secondo ».

in generale reggasi Cornelio

52.

il

senso

Sull' influsso

Agrippa,


CAPITOLO V

Rappresentazione dell'elemento spirituale nella poesia.

Dante e la sua « Vita Valore intrinseco del verso sciolto - e del sonetto. Il Petrarca pittore degli affetti e La Divina Commedia. nuova ». Scarso sviluppo della Il Boccaccio e la Fiammetta. dei sentimenti.

tragedia.

Intermezzi

La pompa

— —

e balli.

Epopea romantica. teri.

Il

Pulci e

L'Ariosto e

come

il

Commedia

in

stile.

— —

Il

Folengo e

— —

componimenti.

parodia.

Il

Tasso

antitesi.

Nel campo

della libera rappresentazione dello spirito

fanno incontro per primi

colo

XV.

Se da tutta

grandi poeti del se-

i

la poesia cortigiana

secoli precedenti

gemme

dei loro la

dramma. dell' arte.

pittura dei carat-

nella

Legge intima

ci si

due

genere e commedia

Scoloriture necessarie

Bojardo.

suo

il

della rappresentazione nociva al

noi

le più preziose,

ci

cavalleresca dei

avremo un complesso

dide divinazioni e singole pitture vista potranno

e

facciamo a raccogliere le

d' affetti,

far parere assai disputabile

cui aspirano gli Italiani.

di

splen-

che a prima il

primato,

Anche non tenendo conto

delle

produzioni liriche propriamente dette, Goffredo di Stra-

sburgo col suo poema « Tristano ed Isolda » ci offre il quadro di una passione, che ha dei tratti che non moriranno mai.

Ma

convenzionalità

queste

gemme

artificiali, e in

nuotano

in

un mare

di

sostanza sono ancor troppo


PARTE QUARTA

46

lontane dal dare una completa rappresentazione obbiet-

delFuomo interiore e Anche l' Italia ebbe nel

tiva

delle sue potenze morali.

secolo

XIII una parte attiva

mezzo de' suoi Furono questi che crearono la canzone propriamente detta, la quale nelle loro mani procede artinella poesia cortigiana e cavalleresca per

trovatori.

ficiosa e stentata, al pari di qualsiasi canto dei menestrelli

settentrionali,

ed anche quanto alla sostanza tradisce

il

convenzionalismo di corte, qualunque sia la con-

solito

dizione sociale alla quale appartiene

Ma

già

s'

poeta.

il

aprono due nuove vie, che accennano ad un

avvenire proprio e speciale della poesia italiana, e che

non

si

possono al tutto riguardare come prive di una

certa importanza, specialmente se la questione sia sol-

tanto di pura forma.

Dallo stesso Brunetto Latini

(il

maestro

di

Dante),

che nelle canzoni rappresenta la solita maniera dei trovatori, derivano

i

primi versi sciolti che

si

conoscano,^

e in questa apparente assenza di forme trovasi espressa

d'un tratto una vera e reale passione.

È una

volontaria

rinuncia ad ogni artifìcio esterno suggerita dalla speranza

che tutta

l'

efficacia risulti dal concetto,

come

alcuni de-

cenni più tardi accadde colla pittura a fresco e più tardi

ancora colla pittura a tempra, dalle quali sono banditi i

colori e

l'

effetto risulta soltanto dal

movimento

delle

ombre. Per quel tempo, che nella poesia teneva pur tanto al convenzionale, questi versi di Brunetto segnano il

primo passo verso un indirizzo del tutto

1

nuovo.'^

Riportati dal Trucchi, Poesie italiane ineditej

I,

p,

165

e segg. 2 Questi versi sciolti acquistarono poscia, come ognun sa, la prevalenza nel dramma. Trissino nella dedicatoria della sua So-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELl' UOMO

Ma

accanto a

metà del

anzi ancora nella prima

ciò,

una

secolo XIII,

delle

47

molte forme ritmiche rigorosa-

mente ripartite in strofe, che l' occidente allora inventò, va diventando per l' Italia la forma normale prevalente

:

il

La

sonetto.

mero

dei versi oscillano ancora per

sino a che

Petrarca

il

Questa è

tivo.

rime ed anche

collocazione delle

li

fìssa in

un centinaio

modo

la forma, nella quale

d' anni,^

da principio e,

si

fonde

più tardi,

madrigali, le se-

i

stine e perfin le canzoni, accanto ad essa,

più che un posto

nu-

stabile e defini-

ogni elevato pensiero lirico e contemplativo

ogni concetto possibile, per guisa che

il

non tengono

Molti italiani

al tutto secondario.

si

sono in epoche posteriori lagnati, ora scherzando ed ora sul serio, di questo inevitabile modello, di di Procuste,

questo letto

che obbliga a torturare nelle morse de' suoi

quattordici versi

i

pensieri e gli affetti.

rono e non mancano tuttavia anche

Ma

quelli,

non mancache

amano

invece questa forma e ne usano migliaia di volte, per depositarvi vuote

reminiscenze

serietà e senza senso. Questo

tanto

i

e oziose

tiritere

senza

spiega perchè abbondino

e cattivi sonetti e vi sia tanta penuria di

futili

buoni.

Ciò non ostante, noi siamo del parere che sia stato

il

la poesia italiana.

La

chiarezza e la bellezza della sua

forma, la necessità di elevare

il

concetto nella sua se-

conda metà, più intimamente legata insieme, la fonisba a Leone

questo cioè

il

modo

1

di

migliore,

Leone X, Cfr.,

sonetto

un grande beneficio ed una vera fortuna per

X

esprime la speranza che

il

facilità

Papa riconoscerà

per quello che esso è veramente, più nobile ed il tneno facile di tutti. Roscoe»

verseggiare il

Vili, 174.

per esempio,

le

Dante nella Vita nuova,

forme veramente singolari adottate da

p.

10 e 12.


-48

PARTE QUARTA

stessa dell'apprenderlo a memoria, dovevano

e

lo resero infatti,

caro e pregiato anche

ai

renderlo,

grandi mae-

Né certo essi lo avrebbero conservato ed usato in ogni secolo ed anche nel nostro, se avessero pensato distri.

versamente. Chi oserà dire che ad

essi

mancasse

la po-

tenza di esprimersi altrettanto gagliardamente adottando un' altra forma qualunque

Ma

?

appunto perchè

essi del

sonetto fecero una delle principali forme della lirica liana, accadde che

se non

somme,

anche moltissimi che in

attitudini, e

stesi della lirica

ita-

altri, forniti di belle,

altri

generi più

di-

avrebbero fatto naufragio, impararono

necessariamente un modo corretto e conciso di esprimere le loro idee. Il sonetto

diventò un condensatore generale

quale non

dei pensieri e degli affetti,

si

ritrova nella

il

mondo

poesia di verun altro popolo moderno.

Per

modo

tal

mentale italiano

ci

spiccate e concise e

nariamente

efficaci.

si

fa incontro

una moltitudine

in

di

senti-

immagini molto

stessa loro brevità straordi-

nella

Se anche

altri popoli

seduto una forma convenzionale noi

ora

di

avessero pos-

questa specie, forse

sapremmo molte cose di più intorno alla loro fors' anche avremmo in quadri nettamente

intima; neati

una

vita deli-

serie di situazioni interne ed esterne e pitture

vive e parlanti di passioni e

di affetti,

che indarno cer-

chiamo in una pretesa lirica dei secoli XIV e XV, che non ha quasi nulla da doversi riguardar come tale. Negli Italiani

si

nota un progresso incontestato ed evidente

pressoché dalla nascita del sonetto in poi; infatti ancora

metà del secolo XIII i trovatori della trancome furono detti recentemente,^ costituiscono

nella seconda

sizione, il

termine in^rmedio tra

Trucchi,

1.

e.

I,

i

trovatori propriamente detti

p. 181 e segg.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO e

poeti che risentono V influenza antica

i

sentimento

il

:

49

semplice e vigoroso, V energica dipintura delle situazioni, la precisione della frase e la serrata brevità della chiusa

nei loro sonetti e in

imminente l'apparizione

ispirati

dall'amore

di

fanno già pre-

altre composizioni

sentire

Dante. Alcuni sonetti

di

parte tanto guelfi, che ghibellini,

(1260-1270) respirano una passione, che molto alla sua;

altri

rassomiglia

si

ricordano quanto v' ha di più dolce

nella sua lirica.

Come

egli stesso

sonetto, noi no libro

'1

teoricamente

sappiamo, perchè

« Del volgare

ultime parti del suo

eloquio », nelle quali appunto voe dei sonetti, o non furono

leva trattare

delle ballate

mai

andarono perdute.

scritte o

pensasse intorno al

la le

Ma

praticamente qual

tesoro di pensieri e d'affetti non ha egli a piene mani

E

versato e nel sonetto e nella canzone!

non ha

saputo lavorarvi

egli

all'

intorno

!

qual cornice

La prosa

della

« Vita nuova », nella quale egli rende conto delle cause

che occasionarono ciascuna delle sue poesie, non è meno maravigliosa dei versi stessi e forma con questi un tutto

armonico, nel quale regna e

sentimento

il

profondo. Aperto e sincero, egli

denza tutte

le

il

mette

gradazioni, per le quali

il

più delicato in

piena evi-

suo spirito passò

successivamente dall'ebbrezza al dolore, e fonde poi tutto con potente l'arte.

energia nella

Leggendo attentamente

più

questi

il

severa forma delsonetti

e queste

canzoni e in mezzo ad esse quei maravigliosi frammenti del giornale della sua vita, il

medio-evo

ciale di

gli altri poeti

si

direbbe quasi che per tutto

abbiano fatto uno studio spe-

non interrogar sé medesimi ed

primo, abbia osato afl'rontare coscienza.

Di

strofe

artefatte

il

egli

solo,

pel

testimonio della propria si

ha copia grandissima


PARTE QUARTA

50 anche prima

ma

di lui;

egli solo è

primo vero

il

sta nel pieno senso della parola, perchè

è

il

arti-

primo a

fondere scientemente un grande concetto in una forma

Qui

perfetta.

ha veramente una

si

lirica

soggettiva im-

prontata della più schietta verità e grandezza obbiettiva, e ciò con i

secoli

armonico accordo, che

ponno appropriarsi una

E

tutti

i

popoli e tutti

maniera

tal

di sentire

*e

tema è condotto ad uscir fuori di sé medesimo, e non può manifestare la potenza del suo sentimento se non da un fatto estrinseco a lui, come nei grandiosi sonetti Tanto gentile ecc. e Vede di scrivere.^

perfettamente

se talvolta dal

ecc.,

egli sente tosto

ficarsene.^ In sostanza a questo il

bisogno di giusti-

il

genere appartiene anche

più bello di questi componimenti,

il

sonetto

Deh pe-

regrini che pensosi andate ecc.

Anche

se

non avesse

scritto la

Divina Commedia,

basterebbe questa storia intima della sua vita giovanile

Dante 1' ultimo uomo del medio-evo e il primo tempo moderno. È la vita dello spirito, che tutto ad

per far del

un

di

tratto acquista la coscienza di sé

nifesta quale

Dopo

ciò

voler dire

si

e

si

ma-

sarebbe impresa disperata e soverchia

quante

nella Divina

medesimo

sente.

di simili

Commedia,

manifestazioni

e noi

dovremmo

il

s'incontrino seguire canto

per canto l'intero poema, se volessimo metterne in evi-

denza

siamo

1

i

pregi in questo riguardo.

in questa

Sono queste

le

canzoni e

Ma

fortunatamente non

dappoiché la Commedia già

necessità,

i

sonetti,

che ogni fabbro e ogni

asinaio cantava e svisava con molto cruccio di Dante Sacchetti, Nov. 144, 115)

tanto

è vero, che questa

assai presto nella bocca del popolo. 2

Vita nuova,

p. 52.

:

(cfr.

Franca

poesia passa


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'UOMO da lungo tempo è divenuta popoli occidentali.

Il

libro prediletto di tutti

il

suo organismo e

mentale appartengono ancora

gano

colle nostre idee se

storica; d'

ma

il

poema

51

al

il

i

concetto fonda-

medio-evo e non

non per un nesso

si le-

di continuità

è essenzialmente la fonte primitiva

ogni moderna poesia tanto per la sua ricchezza, come

per l'alta sua potenza plastica nella rappresentazione

elemento spirituale in tutte

dell'

le

sue gradazioni e tra-

sformazioni.*

Da

questo tempo in avanti potrà benissimo accadere

che questa poesia abbia

i

momenti di oscillazione mezzo secolo ad un appa-

suoi

e accenni anche per qualche

rente regresso

:

ciò

non ostante però

dovunque

vitale è salvo per sempre, e

XIV

coli

e

XV

vi

si

ìbuo

XVI

e nei primi anni del

veramente originale e profondo

il

principio

in Italia nei se-

uno

spirito

accosta, egli rap-

presenta da sé solo una potenza di gran lunga superiore

a quella

di

qualunque poeta non italiano, presupposta

r eguaglianza delle

attitudini,

che del resto non è così

a stabilire.

facile

Come

nella storia italiana

si

vede ordinariamente

la

cultura (di cui la poesia è un elemento) precedere l'arte figurativa e contribuire essenzialmente a darle

impulso, cosi vediamo ora identico. Ci volle più d'

anche qui ripetersi

un secolo prima che

il

il

il

primo fatto

movimento

intellettuale, la vita dell'anima trovasse nella pittura e

nella scultura un' espressione, che in qualche

analoga a quella di Dante.

1

Se ed

in

i

fosse si

ve-

Per la psicologia teorica di Dante uno dei passi più imporha nel Purgai, e. IV in sul principio. Veggansi, oltre a

tanti si ciò,

modo

quanto ciò

punti che vi

si

riferiscono nel Convito.


PARTE QUARTA

52

rifichi nella vita artistica degli altri popoli

una

portanza possa avere in sé questo

il

^

Quale

in

nella

Ma

il

da sé

dirlo

posto da assegnarsi i

lettori, trattandosi

un poeta tanto universalmente conosciuto.

bisogna accostarsi a dice inquisitore e

con

lui

fatto

il

storia della cultura italiana.

questo riguardo sia

al Petrarca, potranno

e quale im-

questione, non è

luogo, in cui ciò debba discutersi.

ha un peso decisivo

di

tale

gì'

Ma

non

intendimenti di un giu-

andar rintracciando minutamente

uomo

contraddizioni tra F

e

le

poeta, e gli amori secon-

il

dari oggimai comprovati ed altri suoi lati deboli, poiché

non

in tal caso

si

durerà gran fatica a trovar noiosa

lettura de' suoi sonetti,

per la smania dirsi, nella

d'

e

si

perderà

».^

E

questo pur troppo è quanto

a suo riguardo é accaduto. Invece che non s'abbia bisogno

un poeta

di ringraziare

di investigare

sia

come

«<

cielo

giunto a mettere in salvo la

reliquie » di questo genere

cire insieme

il

e attraverso

parte più preziosa della travagliata sua vita, da e sparse

la

poeta

il

imparar a conoscere l'uomo, come suol

sua « totalità

quali lotte

di vista

s'

poche

é cercato di cu-

anche pel Petrarca una biografia, che po-

trebbe dirsi piuttosto un atto d'accusa. L'ombra sua però S9 ne consoli: se la stampa e lari degli

uomini

illustri

i

commenti degli

continuano ancora per

episto-

altri cin-

Eyk proverebbero il contrario rimarranno per lungo tempo ancora superiori a qualunque descrizione fatta col mezzo della parola. 2 Peccato soltanto che le sue lettere contengano sì pochi 1

I

ritratti della

scuola di van

pei paesi del nord. Essi

,

aneddoti relativi alla vita spensierata che allora

Avignone, e che

le

si

conduceva

e degli amici di questi ultimi o sieno andate perdute,

biano

esistito

in

corrispondenze dei suoi numerosi conoscenti

giammai!

o non ab-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' L'OMO

53

quant'anni, come hanno cominciato in Germania ed in Inghilterra^

il

banco degli accusati, sul quale

posto a sedere, diverrà addirittura

egli è stato

seggio, su cui sa-

il

ranno chiamati V un dopo V altro a rispondere

tutti gli

uomini grandi.

Senza disconoscere in cui

molto di

il

artificiale e di ricercato,

Petrarca imita sé stesso e continua a poetare

il

sua maniera, noi ammiriamo in

alla

una copia

lui

straor-

dinaria di concetti e di immagini, che s'aggirano tutte nel

campo

della spiritualità,

brezza

descrizioni di

abbandono, che debbono

di

al tutto propri di lui solo,

di eb-

come

perchè in nessuno prima di

accade di incontrarli, e che costituiscono appunto

lui ci il

momenti

riguardarsi

suo merito principale

mondo

intero.

non è raro

schietta; e lità si

dinanzi

Non sempre il

frammischi qua e

l'

alla

sua nazione e al

espressione è ugualmente

caso che alle più delicate idealà

qualche cosa che per noi ha

dello strano, qualche allegoria che somiglia ad di parole,

ad ogni modo però la parte sana prevale su tutti questi

Anche

un giuoco

qualche argomentazione che dà nel sofistico

il

di

:

gran lunga

difetti.

Boccaccio

co' suoi sonetti così

raggiunge talvolta una forza non comune

poco pregiati

di espressione

nella pittura, che fa de' suoi sentimenti.* Il ritorno

un luogo reso sacro da memorie amorose

ad

(son. 22), la

melanconia primaverile (son. 33), la tristezza del poeta che si sente invecchiare (son. 65), sono argomenti da lui trattati

ha

egli

con

somma

maestria. Oltre a

ciò,

nell'

«

Ameto »

descritto la forza purificante e rigeneratrice di

amore, come nessuno avrebbe creduto doversi aspettare

1

Ristampati nel volume

XVI

delle sue 0_pere volgari.


PARTE QUARTA

54

E finalmente

dall'autore del Decamerone.^

metta » è una grande

un profondo non sempre condotta

fatta con

la

sua « Fiam-

e circostanziata analisi psicologica

quantunque

spirito di osservazione,

colla desiderata equabilità di stile

immagini ed evidentemente padroneggiata qua e là smania di sfoggiare in frasi lussureggianti, nonché

e d'

dalla

pregiudicata anche dall'innesto, inopportuno

affatto, di

Se non ansotto un certo

allusioni mitologiche e di citazioni erudite.

diamo

la

errati,

Fiammetta

costituisce,

aspetto, un riscontro alla « Vita

meno ebbe Che libro

l'

nuova

Dante

che già s'intende da

minimamente che

Italiani venuti più

ma -ciò

sé;

sorgente del

la

paragona

coi loro

troverà generalmente in essi la primissima

derna. Infatti non

uomini eccellenti

si

tratta

d' altre

squisitezza e profondità,

1

tanto

di

e

Europa mo-

dell'

sapere,

se

altri

nazioni abbiano sentito con pari

ma

chi sia stato

Nel canto del pastore Teogape, dopo

2 II

Chi sotto

contemporanei non

completa manifestazione dei sentimenti

Parnaso

non im-

sentimento

sgorghi spontanea e potente dal loro intimo.

questo aspetto

il

rimasti senza una

grande influenza su questi e sugli tardi,^ è cosa

italiani,

», o al-

specialmente gli elegiaci e

gli antichi poeti,

quarto dell'Eneide, non sieno

pedisce

di

impulso da questa.

la

primo a

il

festa

di

ri-

Venere,

teatrale, Lipsia 1829, p. Vili.

celebre Leonardo Aretino, quale capo dell'umanismo al

principio del secolo

XV, pensa

nostri italiani,'

ma

umagran lunga i

bensì che gli antichi Greci di

nità e di gentilezza di cuore abbino avanzato di

egli dice questo al principio di

che contiene una storia sentimentale

dell'

una novella,

infermo principe Antioco

e della di lui matrigna Stratonica, vale a dire un documento in sé molto

ambiguo

e

per di più di origine mezzo asiatica. (Ristam-

pata anche come Appendice

alle

Cento novelle antiche).


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELl' UOMO

55

velare colla parola una più ricca e profonda cognizione dei sentimenti interni.

Ma

perchè gl'Italiani del Rinascimento non hanno

fatto se

non cose del tutto mediocri nel campo della

gedia? Niun genere

dar ed

infatti

tra-

sarebbe stato più acconcio a

risalto in mille guise diverse ai caratteri, ai pensieri alle passioni dogli

uomini nel loro nascere, crescere

Perchè dunque, per

e svilupparsi.

non ebbe anche

l'Italia

il

dirla in altre parole,

suo Shakspeare?

formu-

liamo a caso in tal modo la domanda. Sta di fatto che con tutti

XVI

coli il

i

rimanenti teatri del nord gl'Italiani dei se-

e

confronto,

XVII non e,

quanto

ebbero nessun motivo di temere spagnuolo, se non po-

al teatro

terono farvi concorrenza, ciò accadde e perchè

tismo religioso

s'

fana-

il

era spento in essi già da gran tempo,

e perchè del punto

astratto

d'onore non

si

curavano

che in apparenza, e perchè da ultimo erano troppo prudenti da

un

lato e troppo orgogliosi dall' altro per pie-

garsi a idolatrare e glorificare

il

principato, che per lo

più era tirannico ed illegittimo presso di loro.' stione

si

La que-

restringe adunque unicamente al confronto col

teatro inglese, ed anche rispetto

a questo soltanto pel

breve periodo del suo massimo splendore. Innanzi tutto sarebbe facile il

resto

d'Europa non

il

solo Shakspeare, e che genii simili

se non rari doni del cielo.

anche soggiungere, che non il

rispondere che tutto

fu in grado di produrre che

Ma,

non sono

oltre a ciò,

si

potrebbe

è per nulla provato che

anche

teatro italiano non fosse in sulla via di prendere

1

Ciò non impediva peraltro ai drammatici d'occasione

lare abbastanza alle singole corti ed ai principi.

un

in generale

di

uno

adu-


PARTE QUARTA

56 slancio potente,

quando invece scoppiò

e soffocò, d'accordo col dominio

Contro-riforma

la

spagnuolo (diretto su

Napoli e su Milano, e indiretto sul resto

d'Italia),

fecondi prodotti dell' ingegno italiano, o

lasciò misera-

mente

li

Si supponga, per esempio,

isterilire.

per un fomento,

lo stesso

i

più

anche solo

Shakspeare sotto un viceré

spagnuolo o in vicinanza del Santo Uffizio a Roma, ©d

anche nel suo stesso paese soltanto un pajo più tardi, si

all'epoca della Rivoluzione

dica poscia in qual

libero

il

figlio di

modo

volo al suo genio.

egli Il

di

decennj

inglese,

e

ci

si

avrebbe potuto lasciar

dramma

perfetto,

tardo

ogni cultura, ha bisogno, per svolgersi, di tempi

e condizioni affatto speciali.

Del

resto, giacché

l'

occasione

ci si offre, ci

appositamente per

difficultare o ritardare

più perfetto sviluppo del

dramma

sia lecito

che parevano fatte

di ricordar qui alcune circostanze,

in

in Italia,

allora

e

un

che non

cessarono se non quando era già troppo tardi per poter rivaleggiare colle altre nazioni.

Senza alcun dubbio fu sai

il

fatto,

che

l'

la principale di queste circostanze

attenzione degli spettatori fu ancora as-

per tempo assorbita di preferenza dalla parte deco-

rativa della rappresentazione, per opera specialmente dei

Misteri e delle ceremonie religiose. In tutto l'Occidente le rappresentazioni della

sacre

storia sacra

e delle leggende

drammatizzate sono state la fonte diretta e

principio del

dramma

e del teatro;

ma

sarà dimostrato altrove, aveva messo nei sfoggio

di

pompa

artistica

il

come Misteri un tale l'Italia,

decorativa, che necessaria-

mente r elemento drammatico doveva restarne in buona parte sopraffatto. Da tali innumerevoli e pompose rappresentazioni non si svolse neppure più tardi un genere poetico speciale, quali gli autos sagramentales di Cai-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO deron e

57

meno poi un dramma profano.

molto

di altri poeti spagnuoli, e

vantaggio e un punto d'appoggio pel

Tuttavia quando quest' ultimo sorse e

fiorì,

prese su-

bito parte, secondo le sue forze, alla magnificenza della

decorazione, alla quale per l'appunto

avvezzi sin dal tempo dei Misteri.

si

Non

era già troppo

senza stupore

si

legge quanto fosse ricca e svariata la decorazione della

scena in Italia in un tempo, nel quale nei paesi settentrionali si

andava contenti ad una semplice

Ma

indicazione dei luoghi.

e grossolana

anche questo forse non

sa-

rebbe bastato a far preponderar la bilancia, se la rappresentazione stessa, parte colla magnificenza dei costumi, parte e principalmente per mezzo di svariati Intermezzi,

non avesse sviato l'attenzione dal contenuto poetico della composizione.

Che

in molti luoghi,

e a Ferrara,

si

sieno

ma

più specialmente poi a

Roma

rappresentate delle commedie di

Plauto e di Terenzio, ed anche talora delle tragedie antiche (v. voi.

I,

ora in italiano;

pag. 320 e 342), ora in lingua latina ed

che

le

accademie sorte a quel tempo

(v. ibid. pag.

375) si sieno fatte di tali rappresentazioni un'occupazione principalissima, e che i poeti del Rina-

scimento anche nei loro drammi

quanto conveniva, alla imitazione

tamente un vole al

ma

fatto,

dramma

il

sieno dati,

più di

quanto vero, altrettanto pregiudicie-

italiano pei decennj, in cui ciò

avvenne

;

tuttavia a queste circostanze non bisogna dare un'im-

portanza maggiore

non

si

di quei modelli, fu cer-

fosse

di quella,

che realmente hanno. Se

sopraggiunta la Contro-riforma e con essa

dominio straniero, quello stesso

svantaggio

avrebbe

potuto convertirsi perfino in un passo di più fatto sulla via della rigenerazione, e non sarebbe stato senza una


58

PARTE QUARTA

certa

Già poco dopo

utilità.

gua volgare

1520

il

la vittoria della lin-

commedia era

nella tragedia e nella

stata

a gran dispetto degli umanisti, vinta definitivamente.' Da questo lato adunque niun ostacolo avrebbe ornai,

impedito alla più colta nazione d'Europa di sollevare

dramma tuale

nel più alto senso

rappresentazione

Inquisitori liani e

e

della

ad una

parola

della

umana.

vita

Furono

Spagnuoli, che terrorizzarono

gli

il

spiri-

gli

gì' Ita:

che resero impossibile la riproduzione dei più

veraci e sublimi contrasti, specialmente se allusivi alla

vita dell' intera nazione.

biamo prendere

allegri Intermezzi,

del

Ma, accanto a

ciò, noi

come veramente

dob-

anche

vicina considerazione

in più

gli

nocivi allo sviluppo

dramma. Allorché furono festeggiate

fonso di Ferrara con

mostrò

in

nozze del' principe Al-

le

Lucrezia Borgia,

persona a'suoi

il

duca Ercole

illustri ospiti centodieci

costumi,

che doveano servire per la rappresentazione delle com-

medie

di

Plauto, aflSnchè ognuno vedesse, che nessuno

di essi dovea servire due volte.'

questo lusso

gone

Ma

col corredo dei balli e delle

che cosa era mai

cambellotto in para-

di vestiti di seta e di

pantomime, che

si

rap-

presentavano quali « Intermezzi » delle commedie plau-

Che Plauto, di fronte a questi, riuscisse nojoso ad una giovine principessa quale era Isabella Gonzaga, e

tine?

che ognuno, durante

1

il

dramma, ardentemente

Paul. Jovius, Dialog. de viris Ut.

schi VII, IV. Lib. Greg. Gyraldus, 2 Isabella

Appena.

II,

p.

illustr,,

De poetis

presentavano dapprima cevasi la montre.

Nei Misteri

tutti in

processione

presso Tirabo-

nostri temporis.

Gonzaga a suo marito, 3 febbraio 306 e segg.

aspet-

li

1502,

francesi

Arch. Stor. gli

attori si

al pubblico, e ciò di-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO non

tasse,

si

59

durerà fatica a comprenderlo, quando

si

pensi alla varietà ed al lusso, con cui venivano rappre-

Vi

sentati.

si

che a suon loro di

di

vedevano lotte di antichi guerrieri romani, musica imbrandivano e palleggiavano le

armi secondo

Mori portanti

tavano

severe leggi dell'arte, danze

le più

fiaccole accese,

o di selvaggi che agi-

cornucopia, dai quali usciva un'onda di fuoco,

i

e ciò costituiva la parte ballabile di una pantomima, che il salvamento di una fanciulla dalle fauci un dragone. Poi venivano dei pazzi, che ballavano

rappresentava di

in veste

da Pulcinella e

si

battevano

1'

un

1'

altro

con

vesciche di majale e simili. Alla corte di Ferrara non si

dava mai una commedia senza

moresca).^ In qual la

modo

rappresentazione

il

« suo » ballo (la

sia stata quivi eseguita (nel

casione del primo matrimonio di Alfonso con

dramma, non

si

sa con

fuor di dubbio, che la

Anna

Sforza),

pantomima con musica od invece qual vero

se cioè qual

peravano

1491)

« Anfitrione » di Plauto (in oc-

dell'

gli

certezza.^ In ogni caso

però è

elementi estranei introdottivi su-

composizione

stessa: vi

si

vide infatti

un

ballo di giovinetti rivestiti d' edera e disposti in gruppi artificiali,

cando

che cantavano in coro, poi Apollo, che, toc-

la lira col plettro,

accompagnava una canzone

in

lode di casa d'Este, indi, quasi intermezzo nell'intermezzo,

una scena o farsa campestre, dopo la quale tornava in campo la mitologia con Venere, Bacco e il loro seguito e con una pantomima rappresentante il giudizio di Pa-

1

Diario ferrarese^ presso Murat. XXIV,

col. 404. Altri passi

su quel teatro veggansi alle col. 278, 279, 182-285, 361, 380, 381, 393, 397. 2

Strozii poetae, pag. 232

Tito Strozza.

;

nel libro

IV degli Aeolosticha,

di


PARTE QUARTA

60

appena subentrava

ride siiir Ida. Allora della

futura

alla

seconda metà

la

commedia, nella quale erano frequenti nascita di

le allusioni

Ercole di casa d'Este.

Quando

questa stessa commedia fu per la prima volta rappresentata nel cortile del palazzo ducale (1847), continuava

a splendere, (furante la rappresentazione, « un paradiso

con

ed altre ruote

stelle

»,

probabilmente

vale a dire

una illuminazione con fuochi d' artifìcio, che senza dubbio avrà assorbito, a danno della commedia, l'attenzione del pubblico.

È

chiaro quindi da sé che assai meglio sarebbe

stato se simili scene, innestate a forza nella composizione,

fossero state rappresentate a parte,

come

forse usavano

di fare altre corti. Delle sfarzose rappresentazioni

pro-

mosse dal cardinale Pietro Riardo, dai Bentivogli di Bologna e da altri avremo occasione di discorrere, parlando delle feste in genere.

Questo lusso eccessivo nelle cose accessorie, venuto universalmente, nocque in modo speciale

in uso

allo

sviluppo della tragedia originale italiana. « In passato,

scriveva Francesco Sansovino^ si

rappresentavano

,

oltre alle

all'anno

intorno

commedie

,

1570, anche alcune

tragedie di antichi e moderni autori con molta pompa. Attratti dalla

fluivano

fama

da paesi

che vengono

ed

1

ci

spettatori vi af-

oggidì le feste

hanno luogo appena e da qualche tempo è invalso da sé

che la stagione del carnevale

altri allegri e

dire che la

Ma

allestite dai privati,

fra quattro pareti, l'uso,

degli apparati, gli

vicini e lontani.

si

passi in

pompa ha

aiutato

ad uccidere la tragedia.

Francesco Sansovino: Venezia,

fol.

169. Invece di

pare dover leggere pareti. Del resto anche cosi

riesce troppo chiaro.

commedie

preziosi passatempi ». Ciò equivale al

il

parenti

concetto non


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'UOMO I

tra

i

01

primi saggi e tentativi di questi tragici moderni, quali ebbe

maggior celebrità

il

Trissino colla sua So-

fonisba, (1515), appartengono alla storia della letteratura.

Ed altrettanto può

dirsi della

commedia

più colta, di quella

imitata da Plauto e da Terenzio; nella quale lo stesso

Ariosto non riusci a far nulla di veramente singolare.

Per contrario trattarono

la

commedia popolare

Machiavelli,

il

in realtà potuto avere

il

in prosa, quale la

Bibiena e l'Aretino, avrebbe

un avvenire, se

suo stesso con-

il

tenuto non l'avesse condannata sin dalle prime a perire. più delle volte o estremamente im-

Infatti questo era

il

morale

a mordere singole classi di persone,

rivolto

1540

le quali dal

a

in avanti

lasciarsi offendere così

non parevano più disposte

pubblicamente. Se la pittura

dei caratteri nella Sofonisba era stata sopraffatta dalla

pomposa declamazione, qui invece era verchia franchezza al pari della di In

la caricatura. liane, se

ogni

non andiamo

lei

trattata con so-

germana,

sorella

caso però queste commedie itaerrati,

furono

le

prime ad essere

completamente dal vero; per

scritte in prosa e imitate

questo non devono essere dimenticate nella storia della letteratura europea.

L' uso di scrivere

tragedie e

commedie una volta mancarono an,

introdotto, continuò a mantenersi, e non

che più tardi numerose rappresentazioni matiche antiche e moderne

ad altro

fine,

che a quello

;

il

i

mezzi di chi

gonio della nazione se ne venne di

scostando,

di

opere dram-

esse non servirono

di spiegare nelle feste

maggiore o minore, secondo e

ma

le

promoveva,

mano

come da un genere troppo vero

omai

un lusso in

mano

e volgare.

Perciò, non appena vennero in voga le favole pastorali e le « opere » non

quei tentativi.

si

durò

fatica

ad abbandonare del tutto


PARTE QUARTA

62

Nazionale non fu e non rimase che una specie, la

Commedia

dell'Arte, che non

visava sopra una tessera che

si

si

ma

scriveva,

s'

improv-

teneva dinanzi. Essa non

giovò gran fatto a rialzare la pittura dei caratteri, perchè

aveva poche maschere e sempre sapevano a memoria

il

carattere.

fìsse,

Ma il

delle quali tutti

genio della nazione

inclinava talmente a questo genere, che anche in me^zo alla rappresentazione

commedie

di

scritte- gli attori si

abbandonavano spesso ad una capricciosa improvvidazione,' in guisa che qua e la si venne introducendo un genere misto, una vera mostruosità. Di rebbero essere state

maniera par-

tal

commedie rappresentate

le

Ve-

in

nezia dal Burchiello e poscia dalla compagnia di Armonio,

Valerio Zuccate, Lodovico Dolce ed si

sa già che, a caricare

tazione

il

lato

altri

f

del Burchiello

comico della rappresen-

mescolava nel dialetto veneziano vocaboli greci

,

Una

e slavi.

perfetta

commedia

dell'arte, o poco meno, Angelo Beolco, detto il cui maschere stabili erano

fu quella adottata in seguito da

Ruzzante (1502-1542) le contadini padovani (Menato, Vezzo, Villora ed ,

soleva studiarne villa del suo

il

dialetto,

quando passava

avanzi delle quali

Pantalone,

:

maschere

egli

A

poco

locali,-

degli

compiace ancora

popolo italiano

il

dottor Ballanzoni, Brighella, Pulci-

si

Certamente per

la

massima

il Sanso vino {Venezia, f. 168), lamenta che i recitanti guastano le commedie con inpersonaggi troppo ridicoli.

Quest'è appunto ciò, cui allude

quando

si

venzioni

col.

le

:

il

nella, Arlecchino e cosi via.

1

altri)

estate nella

mecenate Luigi Cornare a Codevico.^

a poco poi prendono piede tutte

oggidì

l'

2

Sansovino,

3

Scardeonius,

288 e segg.

1.

e.

De urh. Patav. antiq. presso Grevio Thes. VI, III, Un passo importante anche per la. letteratura dei

dialetti in generale.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

63

parte esse sono assai vecchie, anzi non è impossibile che

maschere delle antiche farse

talune derivino dalle

ro-

mane, ma il secolo XVI fu il primo a riunirne parecchie in una sola rappresentazione. Attualmente ciò non accade più così di leggeri, ma ogni grande città ha conservato

almeno

sue maschere locali: Napoli

le

Pulcinella, Firenze

suo Stenterello, Milano

il

sua

il

suo ce-

il

lebre Meneghino.'

Misero compenso invero per una grande nazione, che forse

prima

avrebbe avuto

d'altra

dramma

tudini a riprodurre nel della sua vita. coli

Ma

i

splendide

le più

momenti

atti-

più importanti

doveva esserle impedito per se-

ciò

da potenze nemiche, del predominio delle quali ella

non ebbbe colpa che

in parte. Tuttavia

il

talento dram-

matico degli Italiani, riconosciuto universalmente, non potè mai essere distrutto completamente, e colla musica,

quando non potè con

altro

,

l'

Italia

mantenne

il

suo

primato sull'intiera Europa. Chi in questi trionfi musicali

crede di trovare un compenso sufficiente pel

che

le fu negato,

Ciò che non fu fatto dal

tura attendersi dall'epopea?

vero maggiore, che

non sono

in

dramma, poteva per avvenPer l'appunto il rimpro-

suol fare

si

italiana, sta in questo,

caratteri

che

proporzione con

non

testati, e fra gli altri quello

di

all'

epopea romanzesca

invenzione e la pittura dei

l'

Infatti molti altri pregi

si

dramma

può compiacersene a suo talento.

le

gli altri suoi pregi.

possono essere con-

che da tre secoli e mezzo

1 Che quest'ultimo almeno esista già ancora sino dal secolo XV può dedurlo dal Diario ferrarese^ che confonde i Menecmi Plauto rappresentati in Ferrara nel 1501 col Menechino in di-

scorso. V. Murat.

XXIV,

col. 393.


PARTE QUARTA

64 i

poemi romanzechi

italiani

continuano ad essere

quando quasi tutta

ristampati,

popoli non è divenuta oggimai che

settentrione

Ma

?

di

sentire

merito

che non in quelle del

degli

sempre che

almeno

in parte, appropriarsi

Italiani

per poter apprezzare

queste poesie

di

di diverso

in tal caso resterà

trionali debbano,

curiosità

del mezzodì cercano e

quali nelle regioni

i

ammirano qualche cosa

una semplice

che ciò dipende esclusivamente

letteraria. Si dirà forse

dai lettori,

setten-

i

modo

il il

e ciò è tanto vero, che in

:

letti e

la poesia epica degli altri

vero

Germa-

nia vi sono uomini anche distintissimi, che confessano di

non sapervisi che chi

si

al tutto acconciare.

Bojardo, l'Ariosto e cetto,

Non

v'

ha dubbio

facesse ad esaminare e giudicare il

il

infatti

Pulci,

il

Borni dal solo lato del nudo con-

non giungerebbe ad intenderli mai perfettamente.

Essi sono artisti di un genere affatto speciale, che scrissero e cantarono per un popolo eminentemente artistico. cicli

I

dopo

il

leggendari del medio-evo erano sopravvissuti

graduato e successivo spegnersi della poesia ca-

valleresca, parte

sotto la

colte rimate, paste

rante

due

il

XIV

secolo

fatti;

ma

le

forma

come romanzi s'

di compilazioni e rac-

profani. In Italia du-

era verificato

rimembranze

l'

ultimo di questi vi

risorte dell'antichità

crebbero giganti d'accanto e gettarono nell'ombra tutte le

creazioni

fantastiche

del

medio-evo. Vero è che

il

Boccaccio nella sua « Amorosa Visione » nomina fra gli eroi da lui introdotti nel suo palazzo incantato anche

un Tristano, un Arturo, un Galeotto ed altri, ma non che brevemente e quasi alla sfuggita, come se si

lo fa

vergognasse di

di ricordarli, e tutti gli scrittori posteriori

qualsiasi specie

celia.

Tuttavia

dalle sue

mani

il

essi

o

non

popolo

li

nominano

più, o solo

per

ne conservò la memoria, e

passarono poscia di nuovo in quelle


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'uOMO

XV,

Questi poterono ora concepire

stessa

materia da un punto di vista

dei poeti del secolo quella

e trattare

ma

del tutto nuovo;

65

essi fecero

ancor

di più:

vi inne-

starono nuovi elementi, anzi rifecero pressoché tutto da

capo a fondo. essi,

Non

si

poteva

infatti più

pretendere da

che trattassero una materia cosi invecchiata con

quel timido riguardo che s'era avuto per essa in altri tempi. L'intera Europa la fortuna di

zionali

moderna può hen

invidiar loro

aver saputo riaccendere nei loro conna-

r antico entusiasmo per un mondp fantastico già ma essi non avrebbero dovuto essere che ipo-

quasi spento, criti,

colla

se vi

si

quale

fossero accostati

con quella venerazione,

soglionsi riguardare le leggende mistiche.'

In luogo di ciò essi spaziano liberamente nel

nuovamente aperto

alla poesia dell'arte.

loro

Il

pare essere stato quello di ottenere

principale

bell'eifetto possibile in ogni canto

campo scopo il

più

per mezzo della reci-

tazione; e nel fatto è anche vero, che questi poemi gua-

dagnano moltissimo, quando vengano e con una leggera nel

gesto.

caratteri

Una

tinta

d'ironia

pittura più

recitati

profonda e completa

non avrebbe contribuito gran

tare quell'effetto

;

e se

il

ad aumen-

lettore potrebbe per

avventura

ci

pensa nemmeno, perchè

non ode sempre che un brano. Riguardo che potrebbe

dirsi

dei

fatto

desiderarla, l'ascoltatore non

prescritti, l'animo del

a frammenti

comica nella voce e

poeta

doppia:

si

ai

personaggi

trova in una condizione,

da un lato

la

sua cultura

^ Il Pulci nel suo capriccio fìnge per la sua storia del gigante Margutte una solenne antichissima tradizione {Margarite, e. XXIX,

153 e segg.) Ancor più strana è l'Introduzione Limerno Pitocco {Orlandino, I, str. 12-22).

stor.

critica di

5

\


PARTE QUARTA

66

umanistica protesta contro

medesimi, dall'altro però

medievale dei

carattere

il

le loro lotte,

quale riscontro

guerra allora in uso, richieggono una grande conoscenza della materia e un certo ai tornei e all'arte della

slancio poetico in chi scrive^ ed

una splendida attitudine mancanza di tali

in chi declama. Egli è appunto per la

qualità

che

il

poema

stesso

del Pulci

non giunge ad

^

essere una vera parodia della Cavalleria, benché

nazione comica e franca de'suoi paladini

ci

l'

into-

tocchi assai

spesso dappresso. Vero è che, accanto a ciò, egli pone un tipo ideale dello spirito battagliero nel bizzarro e pur buono Morgante, che sbaraglia interi eserciti con un battaglio di campana; anzi lo eleva qua e là notevol-

mente, contrapponendo ad esso l'assurdo, e pur notevolissimo,

mostro Margutte.

Ma

Pulci non dà nessuna

il

importanza affatto speciale a questi due caratteri rozza-

mente

e vigorosamenti disegnati, e

il

suo racconto segue

anche dopoché entrambi ne sono da

lo strano suo corso

lungo tempo scomparsi. Anche il Bojardo'' conosce perfettamente i suoi personaggi e a suo talento li adopera

comicamente: anzi

sul serio e

e

egli

va ancora più innanz^

prende giuoco perfin dei demonj

si

che talvolta de>

,

liberatamente condanna a sostener parti goffe e balorde.

Ma

il

punto

artistico, ch'egli tratta colla

pur sempre

al pari del Pulci, é

sima

per canto,

II

2

11

Pulci recitava

mano mano che

alla società

1

serietà,

vivacis-

direbbe quasi, tecnicamente fedele di tutti gli

e, si

avvenimenti.

che

Morgante

Sui tornei

maggior

la descrizione

v.

si

fu

li

il

suo

poema canta

veniva componendo, dinanzi

raccoglieva intorno a Lorenzo

stampato

la

prima volta prima

il

Ma-

del 1488.

^

più avanti.

L'Orlando innamorato fu stampato

la

prima volta

nel 1496.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'UOMO gnifico, ed

Ercole

altrettanto faceva

a Ferrara:

Bojardo nella corte di

il

l'immagi-

egli è quindi assai facile

nare a quali pregi quivi più lode vi avrebbero raccolto

Naturalmente anche

i

badasse, e. quanto poca

si

caratteri interi e compiuti.

i

poemi

67

stessi nati in tal

modo non

costituiscono nessun tutto organico, e potrebbero senza

inconvenienti essere del doppio più lunghi o

che non sono

il

:

gran quadro storico,

un magnifico

di

altri

ma

semplicemente

di

un

di

un

fregio o

festone, attorno al quale stanno disposte

mille svariate figure. negli

più brevi

organismo non è quello

loro

di

rilievi

A un

quel

modo che non

fregio

nelle

figure e

domandano, e

si

neanche sono permesse, forme individuali perfette, profonde prospettive e varietà

di

piani,

altrettanto

se

ne

fa senza in questi poemi.

La

svariata ricchezza delle invenzioni, per mezzo delle

quali specialmente

sorprese,

si

il

Bojardo

ci

prepara sempre nuove

burla di tutte le nostre definizioni scolasti-

che suir essenza della poesia epica sin qui accettate. Per quel tempo essa

era la più

piacevole

diversione dagli possibile per

studi archeologici, anzi l'unico espediente chi in

generale agognava di arrivar ad una forma di

poesia narrativa nuova ed originale. Imperocché

una veste poetica ad il

altro,

e nel quale entrò pure

un secolo

e

il

dare

non conduceva

fuorché a quel fallace pensiero, sul quale

Petrarca col suo poema « l'Africa »

tini, il

alla storia dell' antichità

in

si

mise

esametri la-

mezzo più tardi

Trissino con la sua « Italia hberata dai Goti » in versi

sciolti,

alla

poema enorme,

irreprensibile, se

lingua ed alla versificazione,

prebbe dire se

ma

si

vuole, quanto

in cui

non

si

sa-

sia più maltrattata la storia o la poesia,

per r unione forzata alla quale entrambe furono costrette.

E

dove mai non trascinò Dante stesso coloro che

lo imi-


PARTE QUARTA

68 tarono

?

« Trionfi » in forma di visione del Petrarca

I

sono tutto quel

meglio che in questo genere potè

di

A^isione » del

ot-

buon gusto V « Amorosa Boccaccio, invece, non è altro che un'arida

tenersi senza grave

enumerazione

di

offesa al

personaggi

;

storici e favolosi disposti in

tante allegoriche categorie. Altri incominciano, qualun-

que

sia

r argomento che trattano, con una barocca imi-

tazione del primo canto di Dante, e

si

provvedono an-

ch' essi di

un duce allegorico, che deve tenere

di Virgilio

:

tamondo

»)

l'

liberti pel suo

poema geografico

il

posto

(il

« Dit-

trascelse Solino, Giovanni Santi pel suo

si

panegirico a Federigo da Urbino volle avere a compagno Plutarco.' stolse per

Ora da tutte queste r appunto quell' epica

rappresentanti

il

Pulci e

il

Bojardo.

mirazione con cui fu accolta, air epica, non

si

false peregrinazioni

poesia, che

La

di-

aveva a suoi

curiosità e l'am-

e che forse, rispetto

rinnoverà più finché duri

il

mondo,

mostrano splendidamente quanto essa rispondesse ad un bisogno del tempo. Sia che queste creazioni incarnino o

non incarnino epica, quale

in sé

il

concetto ideale della vera poesia

nel nostro

secolo

s'

è voluto stabilire, de-

ducendolo da Omero e dai Nibelungi, certo è che esse rappresentano, in ogni caso, un' idealità esistente al loro

tempo. Inoltre colle loro grandiose descrizioni che per noi sono la parte che più disfano,

come

s'

è detto, ad

ci

di battaglie,

annoia, esse sod-

una passione

allor prevalente

per la cosa in so stessa, passione della quale difficilmente noi possiamo formarci una giusta

idea,''

1

Vasari, Vili, 71, nel Commentario

2

Quante cose

di

questo genere

il

alla

ne più né meno

Vita di Raffaello.

gusto moderno non riget-

Ma non per questo ciò che ci stanca deve riguardarsi come apocrifo e di posteriore sovrapposizione. terebbe perfino in Italia?


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'uOMO

come

69

dell'alta stima, in cui allora era tenuta la schietta

vivacità della descrizione o del racconto in generale.

Per

la stessa

ragione non

terio più fallace,

quanto

se,

potrebbe usare un

si

cri-

per giudicare l'Ariosto,

andasse in cerca di caratteri nel suo « Furioso

».'

si

Certo

non mancano qua e colà ed anzi vengono ma il poema non s' appoggia mai essenzialmente su essi, e se avessero un maggiore risalto, ci perderebbe, anziché guadagnarvi. Ma una simile che anche

essi

molta cura,

trattati con

esigenza

si

collega con un desiderio assai più largo, al

quale l'Ariosto non soddisfa nel senso del nostro tempo

da un poeta

mato

in

potenza e celebrità

di tanta

generale qualche cosa

di Orlando. Si

di più

si

:

avrebbe bra-

che le avventure

avrebbe voluto eh' egli avesse rappresen-

un grande lavoro i più grandi conflitti del cuore umano, che avesse riprodotto le idee più sublimi del suo tempo su ogni cosa umana e divina, in una parola si

tato in

avrebbe voluto da che

diali,

s'

lui

una

di quelle grandi sintesi

incontrano nella Divina

Invece, egli procede al

sto.

raggiunge

1'

immortalità

modo

Commedia

e nel

monFau-

degli artisti d' allora e

astraendo

dall' originalità

nel

senso moderno, lavorando ulteriormente sopra una tela

universalmente note e servendosi perfino degli

di figure

elementi esistenti, quante volte gli tornano acconci. Qual

grado

di

dendo

in tal guisa,

perfezione

si

possa raggiungere anche proce-

non è cosa che possa tanto facilmente

intendersi da gente sfornita del senso dell' arte, e molto

meno

lo

intenderà chi in ogni altra cosa

si

troverà più

istrutto e capace. L' ideale artistico dell'Ariosto è «

venimento

^

», fatto

La prima

l'

av-

splendidamente rivivere e sparso equa-

edizione è dell' anno 151G.


PARTE QUARTA

70 bilmente per tutto

grande poema. Per riuscire in tale

il

ha bisogno non

intento egli

solo di essere dispensato dal

dare un' impronta più spiccata

mantenere un più

ai caratteri,

legame

stretto

fra

le

narra. Bisogna che egli possa riannodare

dimenticate, a suo talento

da poter con uguale

tali

perchè lo

:

ma

anche dal

leggende che fila

spezzate e

sue figure devono essere

le

facilità

apparire e sparire, non

lo richiegga l'indole loro speciale, bensì

vuole

il

poema

stesso.

Ma

anche

in

perchè

un modo

com-

di

porre tanto slegato e irrazionale in apparenza egli trova e sa riprodurre

un

tipo di bellezza

descrive per descrivere,

ma

perfetta. Egli

dipinge le scene e

i

non

perso-

naggi sino a quel punto, nel quale possano fondersi

monicamente ancora poi

si

col procedere degli avvenimenti;

vera epopea, quello e reale.

mai

Il

ar-

meno

perde in dialoghi e monologhi,^ mantenendo

invece sempre e costantemente

lui

e

di

il

privilegio sovrano della

trasformar tutto in un passato vivo

lato appassionato e sentimentale

dalle parole,^

nemmeno

non emerge

nel celebre

in

canto vige-

simo terzo e nei seguenti, dove è descritta la pazzia di

Che

episodi amorosi non abbiano mai in un carattere lirico, è un merito di più del poeta, quantunque non sempre sieno irreprensibili dal lato morale. Ma, quasi a compenso di ciò, essi hanno talvolta in sé tanta verità e realtà, in onta anche a

Orlando.

gli

questa epopea

tutte le fantasticherie

circondano, che

si

magiche e cavalleresche, che

ed avventure personali

casi

1

I

li

crederebbe quasi scorgervi per entro occorse

al

poeta

discorsi inseriti sono alla loro volta anch'essi

stesso.

nuove nar-

razioni. 2

Ciò

che accade invece nel Pulci. Morgante, canto XIX,

Str. 10 e segg.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

71

Conscio del proprio valore, egli ha poi innestate senza esitare nel

poema molte

e proclamatavi

tempo mezzo di

allusioni relative al suo

gloria di casa d' Este

la

col

evocazioni e di profezie. L' onda meravigliosa delle sue

ottave porta con sé questo enorme

moto sempre eguale

ammasso

di cose

con

e maestoso.

Con Teofìlo Folengo o, come egli stesso si chiama, Lìmerno Pitocco la parodia della Cavalleria entra in possesso di quei diritti, ai quali da tanto tempo agognava,^ ma al tempo stesso coli' elemento comico e il suo realismo mostrasi necessariamente

il

e alle sassate

Romagne

dell'

bisogno di dare un' imIn mezzo alle baruffe

pronta più spiccata ai caratteri.

infima plebe di una piccola città delle

(Sutri) cresce

il

piccolo Orlando, predestinato

evidentemente a divenire un coraggioso eroe, nemico

di

ogni ipocrisia ed impostura, e alquanto millantatore.

Il

mondo

fantastico convenzionale,

quale

s'

Pulci in avanti e avea servito di cornice se ne va veramente nalità dei paladini

in

era svolto dal all'

vengono messe

in

aperta derisione,

per esempio nel secondo canto, in occasione d'asini, nel

quale

più goffe divise

i

epopea, qui

frantumi: l'origine e la perso-

cavalieri

ed armature.

di

un torneo

fanno comparire nelle

si

Il

poeta mostra talvolta

una comica compassione per Y inesplicabile slealtà, che è tradizionale nella casa di Gano da Magonza, per la faticosa conquista della spada

Durindana e

tradizione non gli serve in generale che

opportuno per invenzioni daci (talune assai belle,

1

II

Cfr. voi.

ridicole, episodi, allusioni

come quella

suo Orlandino fu pubblicato I,

p. 216.

simili, anzi la

come un campo

la

sulla fine del

morcapo

prima volta nel 1526.


PARTE QUARTA

72 sesto), e oscenità.

Accanto a tutto questo non manca

qualche sarcasmo contro l'Ariosto, e sotto questo punto di vista fu

una vera fortuna per

l'

Orlando Furioso, che

l'Orlandino sia caduto assai presto nelle mani dell'Inquisizione e sia stato condannato ad

menticanza per

le

eresie

luterane

una comandata che conteneva.

parodia, per esempio, è evidente quando (cap. VI, la casa

Gonzaga

str.

di-

La 28)

è fatta derivare dal paladino Guidone,

momento che da Orlando doveano derivare i Colonsecondo da Rinaldo gli Orsini e da Ruggero l'Ariosto gli Estensi. Può darsi che il mecenate stesso dal

nesi,

del poeta. Ferrante Gonzaga, non sia rimasto del tutto

estraneo a questi attacchi contro la casa d'Este.

Per ultimo

il

fatto stesso che nella

Gerusalemme Li-

berata di Torquato Tasso la pittura dei caratteri è una delle particolarità meglio curate dal poeta, dimostra

da

sé quanto diverse fossero le idee che egli aveva intorno al

poema

epico,

da quelle che prevalevano un mezzo se-

colo prima. Il suo maraviglioso

un monumento

poema

è essenzialmente

della Contro-riforma e del

nuovo

indirizzo,

sul quale in questo frattempo era stata avviata la società»


CAPITOLO VI

Le Biografie.

Progresso degli

Italiani

Benvenuto

Cellini.

Ma anche fuori hanno avuto, primi

medio-evo.

fronte al

di

Biografi d' altre regioni d' Italia.

Girolamo Cardano.

del

Biografl toscani.

L' autobiografia

campo

fra tutti

:

Enea

Silvio.

Luigi Cornaro.

della poesia gli Italiani gli

Europei, una decisa

propensione e attitudine a descrivere esattamente

1'

uomo

storico ne' suoi tratti e nelle sue qualità intime ed esteriori.

Vero è che anche

il

medio-evo assai per tempo fece

dei tentativi notevoli di questo genere, e la leggenda,

come compito permanente della biografia, dovette, almeno fino ad un certo grado, tener viva la tendenza e r attitudine

alla pittura individuale. Negli annali dei con-

venti e dei capitoli delle cattedrali s'incontrano ritratti

abbastanza vivi e spiccati di qualche gran dignitario ecclesiastico,

di

come per esempio,

Meinwerk di Paderborn,

di

Gottardo di Hildesheim ecc.

,

e di parecchi degl' im-

peratori tedeschi esistono descrizioni composte su modelli antichi, probabilmente di Svetonio,

gevolissimi

:

che hanno

tratti pre-

anzi queste e somiglianti Vitae profane co-

stituiscono a poco a poco uno stabile riscontro alle log-


PARTE QUARTA

74 gende dei se

Ma

santi.

sarebbe un errore assai grossolano

volessero contrapporre le biografie scritte da Egi-

si

nardo o da Radevico il

'

che di S. Luigi

a quella

che sola, per vero, merita

Joinville, e

ci

con-

di essere

trassegnata come la prima pittura caratteristica di un

uomo europeo

alla

moderna, completamente

riuscita. Ca-

ratteri

come quello

rari, e

a ciò s'aggiunge anche la non comune fortuna,

Luigi sono in generale assai

di S.

che un narratore veramente schietto e tutti

singoli tratti e

i

avvenimenti

gere in modo vivo e parlante

Da

rono.

dovinare

Molte evo

sincero sa in

quella vita far emer-

che

le intenzioni

guida-

li

che povere fonti invece siamo costretti ad inil

carattere di Federico II o di Filippo

il

altre narrazioni, che poi sino all'uscire del

danno per

si

storia

di

Bello

!'

medio-

non sono propriamente che

biografìe,

contemporanea e senza importanza alcuna per

la

caratteristica individuale dei personaggi, di cui si scrive.

Ora negli stici degli

Italiani questo studio dei tratti caratteri-

uomini più importanti è una tendenza preva-

lente, e quest' è altri

appunto

ciò

che

contraddistingue dagli

li

popoli occidentali, nei quali

scontra, dinarie.

solo

casualmente e

nulla di

Questo senso assai sviluppato per

non può averlo

simile

si

ri-

in circostanze affatto straor-

in generale se

non

chi esce

l'

individualità

da una razza,

che ne sia naturalmente dotata e che abbia portato lo sviluppo dell'individuo all'ultima perfezione. In stretta relazione colla passione universalmente pre-

valente per la gloria

(v.

voi

I,

pag. 193 e segg.) sorge

una scienza biografica compilatrice

1

e comparata, che

Radevicus, Degestis Friderici imp.j specialmente nel

L'eccellente Vita Heinrici

IV

è assai

povera

II,

non

76.

di dati personali,

e altrettanto la Vita Chuonradi imp. di Vippone.


SCOPERTA. DEL

ha più bisogno

MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

75

dinastico o

alla

attenersi all'ordine

di

come fanno Ana-

serie dei grandi dignitari ecclesiastici,

Agnello e

stasio,

descriver

successori od anche

loro

i

dei dogi di Venezia.

Essa

fa

anche

uomo, ogni qualvolta

1'

i

biografi

di più, e si

prova a

ne appaia degno.

egli

Quali modelli per questo scopo, oltre Svetonio, servono

anche Cornelio Nepote e Plutarco {viri illustres)^ quest' ultimo era conosciuto

:

teraria

sembrano aver servito principalmente

fie dei

grammatici, retori e poeti, che

il

nome

dove

per le notizie di storia

si

le

let-

biogra-

conoscono sotto

Appendici allo Svetonio,^ nonché la vita

di

di

Virgilio del Donato, assai letta in allora.

In qual

modo

biografiche e le

XIV

nel secolo

già altrove indicato (v. voi.

quando non parlano

tutte,

turalmente

sieno sorte le collezioni

uomini e

vite di

di

contemporanei, seguono na-

precedenti

le narrazioni

donne celebri, fu

di

pag. 199 e segg.). Esse

I,

;

il

primo importante

lavoro

non imitato

in questo riguardo

Dante

», scritta dal

Boccaccio. Sebbene

è la si

« Vita di

risenta di

certa precipitazione e dia spesso nelF enfasi, essa

una viva idea di ciò che v' era tempra dell'Alighieri. Poi, sulla fine seguono le « Vite di illustri fiorentini »

ci

una

porge

tuttavia

di straordinario

nella

del secolo

lani.

Vi figurano uomini

medici, filologi,

1

dire.

artisti,

Se assai presto

— In

ogni

modello, che la vita

(li

si

si

glielmo

II (p.

politici,

scritta

Conquistatore

poeti, giuristi,

guerrieri, taluni

anche Filostrato, non saprei in

tempi anteriori:

oltre

da Eginardo, se ne trovano esempi

Mahneshur. (p.

:

era stato senza alcun dubbio un

cercò d'imitare anche

Carlomagno il

ogni classe

sia imitato

modo Svetonio

del secolo XII in Guilielm.

Guglielmo

d'

uomini

XIV,

di Filippo Vil-

colle sue

descrizioni di

446, 55 e segg. 452 e segg.), di

494, 504) e di Enrico

I

(p. 640).

Gu-


PARTE QUARTA

76 di essi

ancor

una famiglia

vivi.

di

Firenze in queste Vite è trattata come

uomini d'ingegno, dove

colarmente quei rampolli, nei quali si

manifesta in

modo

scrittivo e con

La

più segnalato.

ma

sempre breve,

ratteri è

notano parti-

si

lo spirito della

fatta con vero

una perfetta intelligenza

talento de-

di ciò

che

traddistingue, e abbraccia molto abilmente sotto

punto

di vista le qualità interne

individuo. D'allora in poi

^

i

li

con-

un

sólo

ed esterne di ciascun

Toscani non hanno più ces-

come un

sato di considerare la pittura degli uomini fare di loro spettanza esclusiva, e ad essi

XVI

alla

in generale.

af-

dobbiamo le

caratteristiche più importanti degli Italiani dei secoli

e

casa

pittura dei ca-

XV

Giovanni Cavalcanti (nelle appendici

sua « Storia fiorentina » anteriormente all'anno 1450)

raccoglie esempi di virtù civile e di abnegazione, di sa-

pienza politica e di valor militare, desumendoli tutti dal

Papa Pio

popolo fiorentino.

II ne' suoi «

Commentari »

illustri suoi contemporanei; an-

dà pregevoli ritratti di

che recentemente è stato ristampato uno scritto suo giovanile,^ che contiene,

per quei ginali.

ritratti,

A

ma

si

può dire,

i

lavori preparatorii

con carattere e colorito

affatto ori-

Jacopo da Volterra andiam debitori di notizie

molto piccanti su taluni uomini della Curia

^

del

tempo

posteriore a Pio. Di Vespasiano fiorentino s'è già parlato più volte, e nel complesso

va collocato sempre

1

i

come

fonte storica esso

più importanti, che possediamo.

Qui dobbiamo nuovamente rinviare alla biografìa

berti, di cui s' è

ché

fra

dato un estratto

(v.

voi.

I,

di L. B.

Al-

pag. 188 e segg.), non-

molte biografìe fìorentine nel Muratori^ neiVArch. Sto-

alle

rico ed altrove. 2

De

viris illustrihus, negli

Scritti della Società

di Stuttgard. 3 II

suo

Diarum

presso Murat. XXIII.

letteraria


r

SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO ma, quanto

alla perìzia nello scolpire

certamente reggere

al

non può

caratteri,

i

77

paragone con un Macchiavelli, un

Niccolò Valori, un Guicciardini, un Varchi, un Francesco Vettori ed forse,

rizzo.

Non

parecchi

dai quali la storiografia di tutta

Europa

non meno che dagli antichi, norma

e indi-

altri,

ebbe

jdi

bisogna questi

tempo

assai per

infatti dimenticare,

che

tradotte in

scrittori,

le

opere di furono

latino,

diffuse nelle provincie settentrionali.

sta altresì di fatto che senza Giorgio Vasari

d'

E

Arezzo e

r opera sua importantissima, noi mancheremmo forse ancora

d'

una

storia dell' arte del settentrione e in generale

dell'Europa moderna.

Fra

Fazio, oriundo della Spezia (v. voi.

Platina,

XV

biografi dell'Italia superiore nel secolo

i

nativo

Paolo II »

del

cremonese,

(v. ibid. pag.

I,

il

a Bartolommeo

primo posto sembra doversi concedere

pag.

nella

203

nota). Il

sua « Vita di

304) rappresenta, più che

altro,

Ma

una attenzione tutt' affatto speciale è dovuta a Piercandido Decembrio per la vita che ci ha lasciato dell' ultimo dei Visconti dove

la caricatura della biografia.

,

'

imita a larghi tratti Svetonio. Sismondi deplora che sia

si

impiegato tanto tempo e tanta fatica intorno a un

tale soggetto;

ma

un argomento

di

forse l'autore

non avrebbe bastato ad

maggiore importanza, mentre è

riescito

perfettamente nel ritrarci con maravigliosa esattezza un carattere cosi doppio,

e nel darci

al

tempo

come stesso

fu quello di Filippo Maria,

un quadro

delle circostanze,

che preparararono accompagnarono e seguirono una

1

tis,

ti-

Petri Candidi Decembrii Vita Philippi Mariae Vicccomi-

presso Muratori

XX.

Cfr. voi.

I,

pag. 51.


PARTE QUARTA

78

rannide di un' indole tanto speciale. L' immagine del se-

XV

colo

sarebbe incompleta senza questa biografia unica

nel suo genere, e cosi accentuata da non lasciare inav-

minima

vertita ogni benché

Milano ha

'nello storico

particolarità.

Più tardi

Corio un pittore di caratteri de-

gno di speciale menzione; e a questo tien dietro il comasco Paolo Giovio, cui procacciarono fama universale dapprima le estese sue biografie, poi i compendiosi suoi elogi, che divennero

un modello

pei biografi

d'ogni paese. Sono frequentissimi

può accusare

il

quali

si

Giovio di superficialità ed anche, se

si

(ma non però con ugual frequenza)

vuole,

come

è certo altresì, che in lui

malafede,

di cui egli stesso

confessava sfornito. Ma, in onta a tutto questo, non

può negarsi che

lo spirito del secolo

sue pagine, e

suo Leone X,

peo Colonna ce

di

non bisogna cercare nes-

suno di quegli elevati intenti morali, si

posteriori

passi, nei

i

li

il

ci

il

traspare da tutte ì&

suo Alfonso,

il

suo Pom-

stanno dinanzi vivi e parlanti, quali egli

descrive, quand'anche non

faccia penetrare nei

ci

misteri più reconditi del loro spirito.

Fra quanto voi.

I,

i

napoletani va certamente innanzi a

ci

è dato di giudicare, Tristano

pag. 50), quantunque

priamente quello

di scrivere

il

suo scopo non sia pro-

biografie. In

stanza strano vedesi nei personaggi eh' egli nanzi, intrecciarsi lo si

1'

arbitrio

per

tutti,

Caracciolo, (v.

umano

e

il

modo abbaci

mette

di-

destino, tanto ehe^

potrebbe dire un tragico a sua insaputa.

La vera

tragedia, che allora non trovò sulla scena posto veruno,

penetrò ardita nei palazzi o vie e snlle piazze.

gnanimo »

di

I

si

mostrò

sulle pubbliche-

« Detti e fatti di Alfonso

Antonio Panormita,

scritti

vivente

il il

Mare,

sono notevoli come una delle primissime congeneri raccolte di aneddoti, schizzi e sentenze.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

Con molta lentezza

soltanto

il

resto

70

d'Europa seguì quantunque

r

Italia nella pittura

morale dei

i

grandi moti

e religiosi avessero spezzato^ ornai

politici

caratteri,

^

tanti vincoli e ridestato alla vita dello spirito tante mi-

Ma

gliaia d' uomini.

le migliori informazioni sui perso-

naggi più importanti d'Europa in quel tempo

son sem-

ci

pre date dagli Italiani, tanto letterati cbe diplomatici. Tutti sanno a questo riguardo qual grado di autorità e

d'importanza è stato al tempo nostro, e con ragione, attribuito alle « Relazioni degli ambasciadori veneziani

dei secoli

Anche là un'

XVI l'

e

autobiografia prende presso

impronta affatto propria

zioni,

la vita intima,

compresa anche

qua e

gì' Italiani

di profondità e d'ampiezza,

accanto alla vita esteriore la più svariata,

e,

con molta verità

»

XYII.

ci

mentre presso

la tedesca del

tempo

dipinge

altre na-

della Riforma,

restringe alle sole vicende esterne più notevoli e la-

si

scia indovinare

il

carattere soltanto dal

modo

nuova »

razione. Si direbbe che la « Vita

di

della nar-

Dante, con

quella tinta di schietta ingenuità, che l'anima da capo

a fondo, abbia additato alla nazione la via da tenere. Il

primo avviamento viene dalle « Memorie fami-

gliari »

molto in uso nei secoli

XIV

e

XV,

deve esistere un numero considerevole fra delle biblioteche fiorentine.

i

delle quali

manoscritti

Contengono biografie semplici

ammaestramento dei pocome ad esempio quella di Buonaccorso Pitti. Né una critica un po' più profonda di sé medesimo da cercarsi nemmeno nei Commentari dì Pio II anzi,

e schiette, scritte ad esclusivo steri,

è

se

:

si

1

giudica dalle

apparenze, ciò che qui

Intorno al Comines veggasi

voi.

I,

si

apprende

pag. 131 rota.


PARTE QUARTA

80 intorno a

modo,

lui,

col

come uomo,

si

restringe esclusivamente al

quale egli ha saputo aprirsi la via a salire

tanto alto. Tuttavia, approfondendo un po'meglio l'esame,

porterà anche un giudizio diverso su questo libro ve-

si

ramente notevole. Vi sono degli uomini portati naturalmente ad essere uno specchio vivo e fedele di quanto li

circonda; da costoro

si

ha torto

di esigere

che

ci

nar-

rino al tutto le loro opinioni, le loro lotte intime, o che ci

presentino un quadro serio e profondo di tutte le

costanze della loro vita.

Uno

che crebbe esclusivamente in mezzo agli

Silvio,

cir-

appunto Enea

di questi è

affari,

senza curarsi gran fatto delle contraddizioni morali, alle quali lo obbligò talvolta la sua carriera

cessaria, la costante

rali

di

ortodossia delle

che agitarono

il

era ne-

le questioni

mo-

suo secolo, e dopo averne suscitato

d' una egli stesso, conservò tuttavia ancor sulla fine una vita cotanto tempestosa ed attiva tanto di vigor

giovanile e di entusiasmo, da predicar la tro

gli

sue opinioni. Per

modo, dopo aver preso parte a tutte

tal

più

da questo lato

:

era una sufficiente garanzia, quante volte

gli

i

crociata con-

Turchi, e da morir di dolore quando la vide andar

fallita.

Non

al tutta dissimile, sotto

questo punto di vista,

è r autobiografìa di Benvenuto Cellini.

Anch' essa non

contiene alcuna di quelle osservazioni, che rivelano l'in-

terno

dell'

r uomo,

anima, e tuttavia noi vi troviamo dipinto tutto

in parte

anche contro sua voglia, con

e pienezza, che incanta e rapisce.

Benvenuto,

i

È

tal verità

singolare infatti che

cui maggiori lavori rimasero allo stato di

semplici abbozzi e perirono, e che

come

artista

non

ci

appare perfetto se non nella minuta decorazione, dovendosi nel resto (a giudicare dalle opere che di lui ci

ri-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

mangono)

81

collocarlo al di sotto di tanti altri suoi con-

temporanei, che Benvenuto, diciamo, solo come uomo, abbia potuto esercitare, ed eserciti tuttavia un fascino cosi irresistibile sugli altri uomini.

meno che

il

E

non

nuoce nem-

gli

assai di frequente sia in

lettore

accorgersi, che egli

grado

di

racconti o non è veritiero

ne' suoi

trascende in esagerazioni e millanterie; l'im-

affatto,

pressione che lascia una natura così energica

prevale su tutto.

E

per convincersene basta

il

e piena,

confronto

con qualunque degli autobiografì del settentrione, nei

anche qua e là

quali, se

dirizzo

riorità incontrastabile nel

modo

un uomo che sa tutto, osa non da sé stesso.'

Ma zione, rità Il

:

deve pur ammirare un

si

morale molto più elevato,

in-

nota però una infe-

si

dell'esposizione. Egli è

tutto e

non

piglia

norma

se

un altro ancora noi dobbiamo qui far menche non sempre sembra aver detto 1' esatta vedi

Girolamo Cardano, milanese (nato nel 1500).

egli è

De propria

suo libretto

quando sarà

vita

'

sopravviverà anche

ecclissata la fama, ch'egli giustamente

ha

levato di sé nelle scienze naturali e filosofiche, né più,

nò meno come la Vita opere, quantunque

mente

1

diverso.

Fra

le

il

di

Benvenuto sopravvive

alle

sue

valore dei due libri sia essenzial-

Cardano é un medico, che

autobiografie dei settentrionali

si

si

tocca

il

polso

potrà forse di pre-

ferenza istituire un confronto con quella (veramente

d'assai po-

Agrippa d'Aubigné, qualora

una pittura

steriore) di

viva e parlante 2

mathémat.

tratti di

dell' individualità.

Scritto in età avanzata, intorno

dano, quale investigatore e scopritore, ces

si

Ili,

p.

167 e segg.

all'anno 1576. cfr.

Su Car-

Libri, Ilist des scien-


PARTE QUARTA

82

da Sé medesimo e descrive tutta la sua personalità fisica, morale insieme alle circostanze, in mezzo

intellettuale e alle quali

s'

è svolta, con tutta quella sincerità schietta

e obbiettiva, che gli è possibile.

Il

modello che

sua confessione, prende ad imitare,

egli,

per

Marco

lo scritto di

Aurelio intorno a sé stesso, potè essere da lui superato,

perché egli non

si

nessuna massima

trovò anticipatamente preoccupato da di

virtù

stoica.

Egli non ha indul-

genza alcuna né per sé medesimo, né per è vero

venne

tanto

gli altri;

che comincia la sua narrazione col dirci .

mondo, perché a sua madre non

al

disperdere

il

frutto del proprio seno.

È

un

,

riusci

fatto

che dì

degno

d'essere notato che alle costellazioni, che presiedettero alla sua nascita, egli attribuisca

ha da

si

lui un'

dizione fatta da

suto oltre

il

morali

:

tuttavia

un astrologo, che non sarebbe sopravis-

tesimo quarto anno di vita,

un compendio

le

aperta confessione (cap. X), che la pre-

suo quarantesimo

sua gioventù.

soltanto le sue attitu-

non però

dini e facoltà intellettuali,

Ma

o, al più, oltre

gli

il

quaran-

nocque moltissimo nella

qui non é del nostro assunto di fare

del suo libro,

del resto universalmente

conosciuto e facile a rinvenirsi in

qualsiasi

biblioteca.

Bensì non vogliamo tralasciar di notare che chiunque prenderà a leggerlo, ne resterà talmente affascinato, che

non

lo lascierà se

non quando sarà giunto

all'

ultima pa-

gina. Il Cardano confessa di essere stato giocatore sleale,

uomo

vendicativo, ostinato nelle colpe e deliberatamente

offensivo nei discorsi;

ma

lo confessa

ipocrita compunzione, anzi senza

rendersi con ciò

più interessante

l'esame di sé medesimo, egli non

s'

:

senza impudenza

nemmen si

cercare di

direbbe che , nel-

attiene ad altra norma,

fuorché a quello schietto e sincero amore della verità,

da

cui era guidato in tutte le sue ricerche scientifiche.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

83

E

parrà ancora più strano, che un uomo come lui, giunto a settantasei anni dopo una vita tempestosissima,^ e con sì poca fede negli uomini quale egli doveva avere si ,

,

dichiari tuttavia abbastanza felice, compiacendosi di

nipote che gli sopravviverà, dell' si

immenso sapere

un

di cui

trova in possesso, della fama procacciatagli dalle sue

opere, delle ricchezze, degli onori, delle potenti amicizie,

che seppe acquistarsi, dei mille segreti

affidatigli, e, ciò

che è più singolare, della sua fede in Dio. In una aggiunta egli enumera

i

denti che gli rimangono, e

ci

fa

sapere che sono quindici.

Ma omai

sforzo,

in

quando

il

Cardano scriveva, avevano cominciato

in Italia gì' Inquisitori e gli

Spagnuoli a fare ogni

perchè uomini simili o non potessero sorgere più qualche modo

tempo da questa

E

perissero.

alla «

Vita

»,

infatti corse

del bel

che di sé medesimo

scrisse l'Alfieri.

Frattanto sarebbe ingiusto di

autobiografie

senza

il

chiudere questa rassegna

cedere

quanto rispettabile, altrettanto

la

parola ad un uomo,

felice.

Egli è appunto

il

notissimo filosofo morale Luigi Cornare, la cui abitazione in

Padova, classica dal punto

teva

dirsi

un tempio

di vista architettonico, po-

di tutte le

Muse. Nel suo celebre

trattato Della vita sobria^ egli descrive innanzi la dieta rigorosa,

mediante

la quale potè,

tutto

da infermiccio

che era stato in gioventù, procurarsi una tarda e sana

1

Per esempio la condanna ai patibolo del di lui figlio magaveva avvelenato la propria moglie adultera. Gap. 27, 50.

giore, che 2

Discorsi della vita sobria contenenti

il

Trattato propria-

un Compendio, una Esortazione ed una Lettera a Daniele Barbaro. Più volte stampati.

mente

detto,


PARTB QUARTA

84 vecchiaia, per

modo

che,

quando

pose a scrivere, toc-

si

cava già l'ottantesimo terzo anno occupa di rispondere a coloro, spregiano la vita

umana

oltre

sua vita; poi

di

quali

i

me

si

maraviglino del mio benessere,

a cavallo senza vantaggio alcuno,

€ come ascendo non una scala

a

che la sua

essi,

viva e vitale. « Vengano, egli

è vita eminentemente esclama, e veggano e

si

di-

sessantacinque anni,

i

chiamandola una vita morta, e prova ad

e come monto da

generale

in

pie gagliardamente: poi

ma

sola,

come

un

tutto

colle

sono allegro, piace-

io

vole e contento, e libero dalle perturbazioni dell'animo

e da ogni noioso pensiero. dipartono

La

gioia

mai dal mio cuore

bene spesso comodità

di

e

pace non

la

si

mi ritrovo avere

Io

ragionare con molti onorati gen-

tiluomini, e grandi d' intelletto e di costumi e di lettere,

ed eccellenti in alcuna altra virtù.

E

quando

la

loro

conversazione manca, mi dò a leggere e a scrivere, cer-

cando

in

questo e in ciascun altro modo,

giovare altrui, quanto le mie forze tutte queste cose io fo con alli lor

mente di

me

lo

ch'io posso,

E

concedono.

mia grandissima comodità

tempi e nelle mie stanze,

le

quali

sono

e

vera-

belle e nella più bella parte di questa dotta città

Padova,

e di quelle che più

non sono

state fatte alla

nostra etade, con una parte delle quali mi difendo dal

gran caldo, con

l'

altra dal

gran freddo, perchè

fabbricate con ragione di architettura di giardini con

Io vo l'aprile e

io le

ho

e provvedute

acque correnti, che loro corrono a canto. il

maggio, e così

per alquanti giorni,

il

settembre

a godere un mio

colle,

l'

ottobre,

che è nel

più bel sito di questi monti Euganei, e che ha fontane

e giardini e sopratutto comoda e bella stanza, e

quivi

mi trovo ancora alcune fiate a qualche caccia conveniente alla mia etade, comoda e piacevole. Godo poi al-


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

mia

85

piano, ^

che è piena di

belle strade, le quali concorrono tutte in

una bella piazza,

trettanti giorni la

mezzo

in

villa di

sua chiesa ornata assai secondo

alla quale è la

un poderoso braccio del Brenta una e dall' altra vi è grande spazio di paese, tutto di campi fertili e ben coltivati, e ora (Dio grazia) molto ben abitato, mentre prima era paludoso e di mal aere e stanza piuttosto da bisce, che da uomini. Io ho levate le acque, e 1' aere si fece buono e le genti vi vennero ad abitare, e le anime cominciala condizione del luogo

la divide in

due

parti, e dall'

rono a moltiplicare fezione che

assai, e si ridusse

il

luogo alla per-

con ve-

oggidì, talché io posso dire

che ho dato in questo luogo a Dio altare e tempio

rità,

e

vede

si

:

anime per adorarlo

cose tutte, che

;

mi danno

infinito

piacere, sollazzo e contento, ognor che le ritorno a ve-

A

dere e godere.

questi medesimi tempi vo ancora ogni

anno a rivedere alcune piglio piacere si

trovano,

uomini

e,

dietro, e

Veggio

sempre imparo i

le

ove considero

gli altri

che vi sono,

cose, che

mi

Ma

è grato

men

non oda

dei

siti

e de' paesi,

altri

in colle,

con molte belle abitazioni e

mi non veda ben lume e

questi miei sollazzi e piaceri

dolci e cari, perché io ciò

saperle.

il

sopra tutto godo nel

la bellezza

e fontane,

giardini d'intorno.

mu-

opere loro fatte per T ad-

quali vo passando, altri in piano,

vicini a fiumi

son

circonvicine, e

giardini, le anticaglie e con queste le

piazze, le chiese, le fortezze.

li

città

miei amici, che in esse

per loro mezzo, con

palazzi,

i

viaggio,

per

li

di bell'intelletto, architetti, pittori, scultori,

sici e agricoltori

Vedo

queste

di

ragionando con

che mi vien detto facilmente, che

tutti

i

miei sensi (Dio grazia) son perfettissimi, e specialmente

1

Sarebbe questa

la villa di

Codevico menzionata a pag. 62?


PARTE QUARTA

86 il

gusto

;

che più gusto ora quel semplice cibo, eh' io

mangio ovunque

mi

io

che non faceva già quelli

trovi,

tanto delicati al tempo della mia vita disordinata

».

Quindi, dopo aver accennato ai lavori di prosciuga-

mento e

a'

delle paludi

da

promossi per

lui

la

Repubblica,

man-

suoi progetti messi innanzi ripetutamente pel

tenimento delle lagune, conclude: « Questi sono

veri

i

e importanti miei sollazzi, queste sono le recreazioni e i

diporti della

mia vecchiezza,

è sanata dalle perturbazioni

per Dio grazia,

la quale,

animo e

dell'

dalle infermità

del corpo, e non prova alcuno di quei contrari,

miseramente languidi

tormentano

vecchi

e

giovani

infiniti

tutto impotenti.

del

grandi e importanti è lecito comparar dir meglio, quelle che

si

dirò anco tal essere

frutto di

il

E

i

quali

altrettanti

e

se alle

cose

per

le minori, o

sogliono riputare da

questa vita

scherzo,

sobria in

me, che in questa mia età di anni ottantatrè ho potuto comporre una piacevolissima commedia, tutta piena di onesti risi e piacevoli motti.

La qual maniera

di

poema

ordinariamente suol essere frutto e parto dell'età giovanile, siccome la tragedia suol essere effetto della vec-

Ora se

chiezza.

buon vecchio, greco

fu lodato quel

di

nazione e poeta, per avere nell'età di settantatrè anni scritto

una tragedia, perchè debbo essere tenuto

fortunato e sano di di lui

avendo

lui,

composto una commedia ?.

solazione

manchi

nella

steri: poiché ritrovo poi,

come

o due,

ma

undici miei

di diciotto anni,

.

.

E

il

nipoti,

minore

di

men

perchè ninna con-

alla copia degli anni miei,

una spezie d'immortalità

io

in età d' anni dieci più

veggo quasi

successione de' miei poritorno a casa, il

non uno

maggiore dei quali è

due, tutti figliuoli di

un

una madre, tutti sanissimi, tutti bellissimi e, per quanto ora si può vedere, molto atti e dediti alle

padre e

d'


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

87

lettere e ai buoni costumi; dei quali alcuno dei minori

sempre godo, come un mio buffoncello

;

e veramente che

putti dell' età di tre anni infine a quella di cinque sono

i

un

naturali buffoni: gli altri di maggiore età tengo ad

certo

modo

miei compagni, e perchè hanno dalla natura

perfette voci, io godo

ancora udendoli a cantare e so-

nare con diversi instrumenti; anzi seco, perchè

ch'io avessi

giammai

«tade; onde

si

€ non morta

io

medesimo canto

ho miglior voce e più chiara e più sonora Questi sono

i

sollazzi della

mia

vede, che la vita ch'io vivo, è vita viva

né in verità

io

cambierei la mia vita, né

mia etade con alcun giovane seguono i loro appetiti ».

la

Nella « Esortazione

»,

che

di quelli,

il

che vivendo

Cornare aggiunse

as-

sai più tardi, nel suo

novantacinquesimo anno, egli

si

chiama fortunato,

molte altre cose, anche perchè

il

fra

suo « Trattato » fece molti proseliti. Egli morì

dova nell'anno 1565,

in età di oltre cento anni.

a Pa-


CAPITOLO

VII

Caratteristica dei popoli e delle città.

Dittamondo

11

Accanto

di

Fazio degli

liberti.

Descrizioni del secolo

alla caratteristica dei

singoli

XVI.

individui noi

una certa attitudine a giudidescrivere intere popolazioni. Durante il medio-

vediamo svolgersi anche care e

evo s'

le città, le famiglie e

popoli di tutto

i

Occidente

l'

erano reciprocamente assaliti con appellativi di scherno

e di

dileggio,

quali per lo

nei

meno

vero più

svisato.

Ma

Italiani si segnalarono nel

più c'era un fondo di

da tempo antichissimo

gli

saper cogliere ed additare le

differenze morali tra città e città e tra paese e paese il

loro

patriottismo

affatto

locale,

più

;

forse che

vivo

quello di qualsiasi altro popolo nel medio-evo, éreò assai

per tempo in questo riguardo

ciale, e

si

alleò

all'idea

della

una letteratura spe-

gloria:

sorse

grafìa, quasi a far riscontro alla biografìa (v.

la

topo-

volume

I,

pag. 200). Ora, mentre ogni città alquanto considerevole

prese a cantare le proprie glorie in prosa ed in versi,

1

'

Ciò s'avverò in parte assai per tempo, nelle città lombarde

ancora nei secolo XII. Murat. X)

— Poi

il

il

Cfr.

Landulfus senior, Ricohaldi(s e (presso De laudihus Papiae del sec. XIV.

notevole Anonimo,

Libet^ de situ urbis Mediai, presso Murat.

I,

6.


PARTE QUARTA

90

sorsero anche scrittori, serietà,

V una dopo V

i

quali parte descrissero con tutta

altra, tutte le più

importanti città

e popolazioni, parte le misero apertamente in derisione,

ne parlarono in modo, che non l'ammirazione o

Dopo alcuni

sa se vi prevalga

si

scherno.

lo

Commedia, me-

celebri passi della Divina

su questo argomento, di essere consultato

rita,

tamondo »

« Dit-

il

di Fazio degli liberti (intorno al 1360).

Vero

è però che in esso non vengono messe in rilievo se non talune specialità al tutto caratteristiche di questo e di quel

paese: la festa delle cornacchie, che S.

Ravenna,

Apollinare in

grande cantina tova,

il

bosco

di

le

si

celebra

fontane di

il

Vicenza, le elevate gabelle di

Lucca;

di torri di

ma

mezzo a

in

dì di

Treviso,

la

Manciò si

incontrano anche lodi esagerate e critiche mordaci Arezzo :

Genova

figura già pel sofìstico ingegno de' suoi cittadini,

per gli occhi e pei denti donne, Bologna per

gamo

le

bruno

tinti in

sue dissipazioni e prodigalità, Ber-

pel suo dialetto grossolano e per

abitatori, e cosi via.'

la propria città

(?) delle sue

Nel

secolo

l'

ingegno

XV poi

anche a spese delle

altre.

Venezia e

e di Firenze,

come più

di

Roma, come

allegra;

^

Michele Sa-

Padova

vonarola, per esempio, non pone la sua al di sotto di

de' suoi

ognuno esalta se

non

più grandiose,

né fa mestieri

di dire,

che queste parzialità rendono un assai cattivo servigio alla cognizione

vera ed effettiva dei luoghi. Sulla fine

del secolo Gioviano Fontano, nel suo « Antonio » fìnge

1 Intorno a Parigi, che per gF Italiani del medio-evo avea maggiore importanza che qualche secolo più tardi, yegg. il Dittamondo, IV, cap. 18.

2

Savonarola, presso Murat.

Venezia, vedi voi.

I,

XXIV,

pag. 84 e segg.

col.

1186.

Intorno

a


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO

un viaggio per qua e

di fare

non con

l'Italia

altro intendimento,

maligne osservazioni.

comincia una serie

Ma

vere e profonde

di

91

caratteristiche,

quali in allora non possedeva verun altro popolo.^ Il chiavelli descrive in alcune preziose relazioni

e le condizioni politiche dei tedeschi

guisa

e

che

XVI

col secolo

i

Ma-

costumi

dei francesi in

che anche un settentrionale, che conosca

tale,

la

propria storia, non potrà non essere grato al gran po-

per la luce, che vi portò colla profonda

litico fiorentino

e chiara sua intuizione. In seguito

i

Fiorentini

si

trat-

101 e 110) a parsé medesimi' e a specchiarsi con compiacenza

tengono assai volentieri lare di

(v. voi. I, pag.

nello splendore, invero grandissimo, delle loro glorie nel

campo il

artistico e letterario; e forse

sommo

tribuire lia

si,

potrebbe scorgere

della vanità in ciò stesso, che

li

vediamo

primato artistico della Toscana sul resto

il

at-

d' Ita-

non tanto ad una speciale disposizione naturale, quanto

ad uno studio ostinato e costante, {per essere eglino (gl'ingegni toscani) molto osservanti alle fatiche e agli

studi di tutte lia.^

^

Il

facoltà sopra qualsivoglia gente d'Ita-

le

accettarono poi gli omaggi d'illustri italiani

Essi

carattere dei Bergamaschi instancabilmente attivi e pieni

di sospetti e di curiosità è assai

dello,

Parte

* Cosi p.

Nov. 34. Varchi nel IX

graziosamente descritto nel Ban-

I,

il

libro delle Storie fiorentine (voi.

Ili,

56 e segg.). 3

Vasari XII,

tre volte

si

p. 158,

Vita di Michelangelo ^ sul principio. Al-

ringrazia apertamente

madre natura, come per

es. nel

sonetto di Alfonso de' Pazzi al non toscano Annibal Caro (presso

Trucchi,

I,

e. Ili, p.

187):

Varchi e più infelici noi, Se a vostre virtudi accidentali Aggiunto fosse '1 naturai, eh' è in noi

Misero

il

!


PARTE QUARTA

92 d'altri paesi,

come per esempio

tributo, al quale

sapevano

di

Capìtolo

lo splendido

sedicesimo dell'Ariosto, né più, né

aver

meno che come un diritto.

Di una, a quanto sembra, importantissima fonte

sto-

rica sulle differenze caratteristiche delle popolazioni d'Italia,

non possiamo sgraziatamente

Leandro Alberti

'

non

citare

che

il

nome.|

é nella descrizione del genio delle

come si potrebbe attendersi. Un Commentario anonimo ^ contiene, fra molte sciocchezze, anche qualche cenno pregevole sulle condizioni infelici e scadute d' Italia intorno alla metà del secolo.* singole città copioso,

piccolo

Come

poi questo studio comparativo delle diverse po-

polazioni possa avere esercitato sulle altre nazioni un' influenza, specialmente per

non

mezzo degli umanisti

italiani,

è del nostro assunto di dimostrarlo qui. Sta di fatto

però, che anche in ciò,

come

nere, ritalia tiene sempre

1

il

nella cosmografìa in ge-

vanto della priorità.

Landi, Quaestiones Forcianaej Neapoli 1536,

Storia dei Papi,

I,

cit.

da Ranke,

p. 385.

2

Descrizione di tutta V Italia.

3

Commentario

delle piic notabili et m,ostruose cose d'Ita-

lia ecc. Venezia, 1569. (Scritto

probabilmente prima del 1547).

Più tardi s'incontrano frequenti enumerazioni di città in Per forma scherzevole, per es. nella Macaroneide, Phantas. IL 4

la

Francia poi è Rabelais, che conobbe la Macaroneide, la grande

fonte di tutti gli scherzi, di tutte le allusioni e di tutte le malizie locali e provinciali.


CAPITOLO

Vili

Descrizione dell'uomo esteriore.

La

Bellezza negli scritti di Boccaccio.

renzuola.

Ma

L' ideale della Bellezza del Fi-

Definizioni generali di quest' ultimo.

all'uomo non

le scoperte fatte intorno

si

arre-

stano alla descrizione del lato morale degli individui e dei popoli

;

anche

l'

zione in Italia, e in

non

uomo esteriore è oggetto d' osservamodo essenzialmente diverso, che

al nord,^

Della condizione in cui

si

trovarono

di fronte ai progressi della fisiologia,

ghiamo il

i

grandi medici

noi

punto

di vista

artistico

non

ci

arro-

umana

sotto

è compito tutto affatto

spe-

di parlare, e lo studio della figura

adunque venuto formando quello

ciale della storia dell'arte. Ufficio nostro sarà

soltanto di mostrare -che suol dirsi

*

Vero

come

sia

V occhio artistico, perchè fu per esso che

è però che anche talune letterature già sulla via dello

occupano assai volentieri

di descrizioni esatte e

mi-

nute. Cfr. per es. presso Sidonio Apollinare la descrizione di

un

scadimento

si

re dei Visigoti {Epist. st. Ili, 13),

I,

2),

quella di un nemico personale {Epi-

ovvero nelle altre sue poesie

lazioni germaniche.

i

tipi delle

singole popo-


PARTE QUARTA

94

in Italia divenne possibile

un

giudizio obbiettivo, univer-

salmente accettato, sulla bellezza e bruttezza corporale.

Per prima

cosa, leggendo attentamente gli scrittori

italiani d' allora, si resta stupiti della precisione e della

verità, che si scorgono nella delineazione dei tratti esterni,

nonché della pienezza e perfezione di parecchie descrizioni personali in generale.^ Ancora oggidì i romani ih

vanno famosi per una attitudine speciale a ritratto dell' uomo, di cui discoril

particolare

fare in tre parole

Questa prontezza

rono.

stico delle

nell' afferrare

il

lato

caratteri-

persone è una condizione essenziale per ac-

quistare la conoscènza del bello e la capacità di descriverlo.

Vero è che nei poeti la descrizione particolareggiata e minuta può essere un difetto, perchè un singolo tratto ispirato da una profonda passione può molte volte suscitare nel lettore un'immagine assai più viva ed efSche non facciano molte e spesso oziose parole. Dante non ha mai dato un' idea più splendida della sua

fìcace,

Beatrice, quanto col

parte dalla di la circonda.

come

tale,

lei

Ma

ha

descrivere soltanto

persona e

qui non

si

si

il

riflesso

che

spande su tutto ciò che^

tratta tanto della poesia, che,

intenti e leggi

speciali,

quanto

dell' atti-

tudine in generale a ritrarre in parole le forme

nei

particolari, che nelle generalità.

In questo il Boccaccio è maestro, non tanto nel Decamerone, dove la novella vieta ogni lunga descrizione, quanto ne' suoi romanzi, dove egli può descrivere a tutto

suo agio. Neil' « Ameto » egli ci dà il ritratto ^ di una bionda e di una bruna, presso a poco quali le avrebbe

1

Intorno a Filippo Villani

2

Parnaso

cfr.

sopra a pag. 75.

teatrale, Lipsia 1829. Introd. p. VII.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'uOMO dipinte

un

— tanto

pittore cento anni più tardi,

95

è vero

che anche adesso la cultura precede l'arte di lungo

— Nella bruna

tratto.

appaiono già alcuni nelle parole

la

(o più

spaziosa

probabilmente

men

bionda)

che potremmo dire classici:

tratti,

ha

e distesa si

testa

il

pre-

sentimento di forme grandiose, che vanno al di là della semplice

mano

come neir ideale

non

for-

archi,

ma

sopracciglia

grazia e leggiadria; le

più,

due

dei Bizantini,

una sola linea ondeggiante; il naso sembra ch'egli lo anche il largo petto, immagini pendente nell' aquilino ^

;

mano posata

le braccia di moderata lunghezza, la bella

negligentemente sul

manto porporino,

tutti questi tratti

insomma accennano evidentemente ad un sentimento della bellezza, che è quello dell' epoca che

che, senza saperlo, tiene al

tempo

s'

della classica antichità. In altre descrizioni

parla anche di all'

di

il

Boccaccio

una fronte piana (non rotondeggiante

uso del medio-evo), d'un occhio serio, bruno, oblungo,

un

collo rotondo,

ma

non curvato

con gusto molto moderno,

due occhi « ladri nel loro dalle

chiome d'ebano, e

Se

il

secolo

XV

in

non siamo

in

grado

così via.

di dirlo;

non

ma

fronte al loro realismo,

La

2

Tutto

concepiva,

neanche

le

noi

opere dei

renderebbero così del tutto

le

come potrebbe parere a prima

1

nonché,

abbia lasciato testimonianze scritte

pittori e degli scultori inutili,

arco,

un « piccolo piede » e di movimento » ^ in una Ninfa

di

sull'ideale della bellezza, quale esso la

di

avvicina, e

stesso assai di quello

vista;

che anzi,

avrebbe potuto conservarsi

lezione qui evidentemente è guasta. lo scritto è ricco di simili descrizioni.


PARTE QUARTA

96

negli scrittori un tipo di bellezza affatto ideale ed astratta.*

Ma

XVI emerge

nel secolo

modo

in

speciale

il

Firen-

zuola col suo notevolissimo scritto « Della bellezza delle

donne

».'*

In esso bisogna innanzi tutto sceverare quello

che egli ripete sulla fede degli scrittori antichi o sulla (per

autorità degli artisti

determinazione delle

la

es.

proporzioni secondo la lunghezza del capo, alcune astratte e simili), dal molto di più che è

frutto

idee di os-

servazioni sue proprie, confermate con esempj di donne e fanciulle di Prato; e siccome la

forma

di

un

sua operetta ha la

discorso, ch'egli tiene

di

questa

vi

ha ragione

città,

dinanzi

donne

alle

quindi dinanzi ai giudici più severi, non

di credere eh' egli

polosamente fedele

move, è quel medesimo, nero Zeuzi e Luciano gole parti belle

non

si sia

tenuto scru-

alla verità. Il principio dal quale egli al quale già

un tempo

la ricerca parziale di

:

s'atten-

molte

sin-

un tutto perfettamente

per costituire

bello. Egli definisce le diverse gradazioni dei colori,

che

possono essere nelle carni e nei capelli, e dà la prefe-

renza

al biondo,

questo

come

nome un

il

più bello,^ intendendo però sotto

giallo delicato

guitando poscia, egli vuole che

1

non

II

tanto, quanto racconta

2

il

mano

della sua

Boccaccio

«La

bella

mano»

innamorata nemmeno

in dieci passi

dell'Ameto delle

delle sue ninfe.

Della Bellezza delle donnej nel primo volume delle Opere Della bellezza del corpo come in-

del Firenzuola, Milano 1802. dizio

capelli sieno crespi, co-

bellissimo canzoniere di Giusto de' Conti

dice di questa celebre

mani

pendente nel bruno. Sei

della

bellezza

voi. II p. 48-52 nei

dello

spirito,

veggasi ciò che egli dice nel

Ragionamenti^ che precedono

le

sue Novelle.

Fra i molti che sostengono simili idee, al modo degli antichi, nomineremo soltanto il Castiglione, CortegianOj L. IV, fol. 176. 3 E questa era V opinione universale, e non dei soli pittori in grazia del colorito.


r

SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'UOMO

metà

piosi e lunghi, la fronte serena, alta la

97

della sua

larghezza, candida, cioè di una bianchezza rilucente, non

morta e

dilavata, le sopracciglia brune, sottili e

come

seta, folte in sul

verso

il

naso

e

mezzo

orecchi,

gli

dente leggermente all'azzurro, nera, quantunque tutti

bianco

il

l'iride

dell'occhio ten-

non assolutamente

poeti gridino ad

i

morbide

dolcemente digradanti

e

una voce

oc-

chi neri, quale prerogativa di Venere, mentre invece è certo che

che

l'

azzurro celeste fu vanto delle stesse Dee, e

bruno cupo è più cercato, « perchè crea una vista

il

dolce, allegra, chiara e

essere grande e rilevato

mansueta le

;

L'occhio poi vuol

».

palpebre saranno bellissime,

« se bianche e vergheggiate con certe venuzze vermigliate,

che a fatica

si

veggano,

i

peli delle quali voglion

èssere raretti, non molto lunghi, né troppo neri ». Quella fossa che circonda

l'

occhio,

non deve essere « né troppo

affonda, né troppo larga, né di color diverso dalle guan-

ce ».^ L'orecchio, di mediocre grandezza, saldo e bene

1

questa occasione

111

sugli occhi di Lucrezia di

Ercole

La potenza

modo, che non

si

permesso

di dir

poeta della corte ferrarese

Strozza,

p. 85, 86).

ci sia

Borgia dietro T autorità del

di

lei

qualche parola di

alcuni distici

{Strozii poetae,

sguardo viene descritta

in

un

spiega se non ricorrendo all'entusiasmo artistico

di quel tempo, ma che non sarebbe permesso ora. Esso ora infiamma, ora agghiaccia fino a petrificare. Chi guarda a lungo il

sole, resta accecato

ma

chi

guarda

il

:

chi

s'

affisava nella

Medusa restava

di pietra;

viso di Lucrezia

Fit primo intuita caecus et inde lapis.

Anzi un Cupido marmoreo, che dorme nelle sue marmorizzato dal di lei sguardo: Lamine Borgiados

Resta libero ai che si pretende chè essa

li

saxiflcatus

dotti di questionare se di Prassitele

appunto

Amor.

questo Cupido fosse quello

o V altro, opera

possedeva entrambi.

sale, fu

di

Michelangelo, per-


PARTE QUARTA

98

ha da essere « più vivamente colorato nelle

attaccato,

parti rilevate, che nelle piane e l'orlo trasparente e

splendente di rosso, come

le

ri-

granella delle melegrane ».

Delle tempie non c'è da dire se non che sien bianche e piane, né troppo strette « che non paia cervello »

guance

nelle

^ ;

serrino

ci

bianchezza « dalle

la

il

estre-

mità, pura neve, deve andare, insieme col gonfiamento della carne, crescendo

sempre

che determina essenzialmente rialzarsi

incarnato ».

in

principio, di poi, abbassandosi

in

naso,

Il

pregio del profilo, deve

il

dolcemente,

salire verso la fine, sicché con ugual tratto

minuisca; dove cessa la cartilagine,

sempre

un

rialzi

si

di-

cotal

ma non così che diventi aquilino, « che in una donna comunemente non piace » la parte inferiore abbia un colore « simile all' orecchio, ma forse anche meno^ acceso, purché non sia bianco bianco, come se soffrisse di freddo, e la parete di mezzo sopra il labbro sia legpoco,

:

germente rossa tosto piccola,

troppo

sottili,

La

».

ma ma

bocca l'autore

né appuntita, né

la

desidera piut-

piatta, le labbra non.

bellamente proporzionate tra loro

:

nel-

Eppure lo stesso sguardo ad un altro poeta, Marcello Filosnon parve invece che mansueto e altero ! (Roscoe, Leone X,

seno,

ed. Bossi, VII. p. 306). I

paragoni con figure ideali antiche sono

quel tempo

(v. voi.

I,

detto neir « Orlandino » (ed

altresì

(II.

ha capo romano). 1 Prendendo occasione

str. 47),

che ha una testa

permette una comica sfuriata contro

danno

al viso

rofani o di presa o anche finezza.

1'

l'

uso

d'

apparenza

un quarto

di

dione. In generale la caricatura

con garbo e

all'

a

antica

del fatto che l'aspetto delle tempie

restare modificato dalla disposizione dei capelli,

nelle chiome, che

frequenti

pag. 53 e 313). Di un fanciullo decenne è

gli fa

il

può

Firenzuola

si

intrecciar troppi fiori di

un

vaso dì ghe-

di capretto nello schi-

buon giuoco ed

egli sa usarla


I

SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' TOMO

accidentalmente (vale a dire senza parlare e

l'aprirle

senza ridere) non riori.

99

si

veggano mai più

di sei denti supe-

Bellezze speciali sono una piccola fossetta nel labbro

superiore, un bel rigonfiamento dell' inferiore,

sorridere nell' angolo sinistro della bocca ecc.

debbono essere né troppo € paiano piuttosto

orli di

ma

né disuguali,

piccoli,

come

bell'ordine separati e candidi

un vezzoso denti non

I

avorio

l'

:

con

gingive

le

raso chermisino, che di velluto

mento rotondo, « non già arricciato, né aguzzo, e figuri colorito d' un color vermiglietto, un poco acceso nel suo rialto: suo vanto speciale è un poco di

rosso ». Sia

fossicella ».

il

Il

collo

d'Adamo appena

e rotondo e piut-

ha da essere bianco

tosto lungo che breve, la fontanella e

così detto

il

vorrebbe far certe rughe circolari in forma neir alzarsi vuol distendersi tutta ».

dera larghe, ed anche quanto nella sua latitudine

deve essere «

si

Le

al petto egli

maggior pregio

il

;

venir in

modo

le desi-

ne riconosce

ma, oltre a

ciò,

carnoso, che sospetto d'osso non appaparti,

deve

crescendo, che l'occhio a fatica se ne ac-

corga con un color

La gamba deve parti inferiori,

di monili e

spalle

dolcemente rilevandosi dalle estreme

risca, e

pomo

percettibili; la pelle « nell' abbassarsi

candidissimo

macchiato

di

rose ».

essere « lunga, scarsetta e schietta nelle

ma

con

gli stinchi

non

al tutto

ignudi di

carne ed oltre a ciò con polpe sode e bianche quanto la

neve

». Il

gro, e

un

piede lo vuole « piccolo, snello, po' rilevato nel salir

lo alabastro ».

Anche

le braccia

del

collo,

ma

non ma-

bianco come^

hanno ad essere « bian-

che con un poco d'ombra d'incarnato sui luoghi più levati, carnose e muscolose,

ma

ri-

con una certa dolcezza,

come quelle di Pallade, quando si mostrò al pastore suL monte Ida; in una parola, succose, fresche e sode ».>

La mano

finalmente

si

desidera bianca,

massimamente'


PARTE QUARTA

100

nella parte superiore,

ma

morbida a toccare come linee chiare, rare,

versate

:

ben

grande « e un

bene assettato, senza crespe e cima,

non intrigate, né

distinte,

quello scavo, che è tra

lunghe, schiette

ma

e

l'

indice e

il

attra-

pollice, sia

di vivo colore »

assottigliantisi

poco che appena

si

po' pienotta, e

fina seta, rosea nell' interno con

le dita

;

dolcemente verso la veggia, con unghie

si

« chiare, non lunghe, non tonde, né

in tutto

quadre,

nette e tagliate sopra la polpa del dito quanto la costola

d'un

vi

picciol coltello ».

Accanto a questa estetica speciale la generale non ha che una parte assai secondaria. Le ragioni più ri-

poste e segrete

,

dietro le quali

1'

occhio

giudica senza

appello, sono un enigma anche pel Firenzuola, come

apertameute confessa, e

egli

giadria,

le

sue definizioni di Leg-

Grazia, Vaghezza, Venustà, Aria, Maestà

non

sono in parte, come s'è detto, che deduzioni filologiche, in parte inutili

sforzi

per esprimere l'inesprimibile.

antico autore, e l'

Il

— probabilmente qualche molto felicemente — uno splendore

sorriso egli lo definisce

dietro

del-

anima.

Suir uscire del medio-evo tutte sono vantare singoli tentativi

fatti

ticamente l'idea della Bellezza.^

le

letterature pos-

per fissar quasi dogma-

Ma

ogni altra opera resta

facilmente ecclissata da questa del Firenzuola.

Il

Bran-

tome, posteriore di un secolo e più, non pare che un dilettante assai grossolano in suo confronto, appunto per-

chè guidato più dalla concupiscenza, che dal senso della Bellezza.

1

L' ideale

della

— Die deutsche

Bellezza

dei

Menestrelli veggasì

Trachten iind Modenwelt

I,

p.

in

Falke

85 e segg.


CAPITOLO IX

Descrizione della vita reale ordinaria.

— Convenzionalismo bucolico dal Petrarca in avanti. — — Schietta rappresentazione poetica Lorenzo Magnifico della vita campestre. — Battista Mantovano idea dell' uomo in gePulci. — Angelo Poliziano. — L' umanità e

Enea

Silvio ed altri.

Condizione effettiva dei contadini.

il

,

l'

il

nerale.

Alle scoperte che

si

fecero intorno

all'

uomo

noi dob-

biamo finalmente aggiungere anche l'interesse, che

si

prese alla descrizione della vita ordinaria quotidiana.

Nel medio-evo la vita gomento di poesia che alla

d'

del Rinascimento in Italia

si

ogni giorno non offerse ar-

satira ed alla farsa.

Al tempo

prende invece a studiarla

e a descriverla per ciò che essa è in sé stessa, perchè è interessante da sé, perchè è

una parte

della vita

in generale, nel vortice della quale gli Italiani

umana si

sen-

tono come magicamente travolti. Invece della farsa volgare, che s'aggira per le case, sulle vie, nei villaggi per beffarsi indistintamente della piccola borghesia, dei con-

tadini e del clero delle

nella letteratura

che

si

pittura.

i

campagne, noi incontriamo qui

primordi di quei quadri di genere,

fanno poi attendere per lungo tempo ancora nella

Più tardi questi

si

congiungono spesso con quella

farsa volgare e procedono uniti,

ma

non per questo sono


PARTE QUARTA

102

identici con essa, che anzi differenze essenziali

li

distin-

guono pur sempre nettamente fra loro. Quante cose umane non deve aver Dante attentamente osservato e sperimentato prima di poter descrivere in modo cosi profondamente vero il suo mondo spirituale

!

^

Le

celebri similitudini desunte dall' operoso di Venezia,

affaccendarsi nell'arsenale dei ciechi

l'

uno

non sono

mili,

riguardo

:

l'

sull'

appoggiarsi

dall'

altro alle porte delle chiese

le sole

'.

e

si-

prove che possono addursi in tale

arte stessa, colla quale egli esprime lo stato

interno di un' anima nell' atteggiamento esteriore e nel gesto, dimostra I poeti

un profondo e pertinace studio della vita. di lui, ben raramente lo ag-

che vengono dopo

guagliano, e ai novellieri è vietato dalla stessa legge su-

prema

del genere che trattano, di indugiarsi nelle par-

a pag. 38 e 94).

ticolarità (cfr.

Ad

essi è

permesso di

esordire con grande larghezza e di essere prolissi,

ma

ché vogliono, nel narrare,

non mai

di far

genere puramente descrittivo. Questi non per la prima volta che presso

gli uomini,

s'

fin-

quadri di

incontrano

che fecero

ri-

vivere l'antichità. II

primo che anche in questo riguardo

ci

si

fa in-

nanzi è r uomo, che avea una speciale attitudine a tutto

Enea

Silvio. Egli descrive

non soltanto

:

la bellezza del

paesaggio, non le cose più interessanti dal lato cosmografico

(v. voi. I, pag. 244, voi. II, anche qualsiasi avvenimento ordina-

ed archeologico

pag. 10 e 33),

ma

rio e straordinario

della

vita.*

Fra

i

moltissimi passi

Sul suo retto senso del bello, che risulta dalle scene natu-

1

reggasi a pag. 28, nota.

rali,

«

Inferno, XXI,

3

Non bisogna

Pontiff. p. 310),

7.

Purgat. XIII,

61.^

credere troppo in sul serio al Platina (Vitae

quando

ci

narra che egli tenesse nella sua corte


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO 103 delle sue Memorie, in cui

si

rappresentano scene natu-

appena qualcuno avrebbe consacrato un lieve tratto di penna, non menzioneremo qui alle quali in allora

rali,

che la gara dei remiganti sul lago di Bolsena.* possibile sarebbe

antichi epistolografi o narratori gli sia venuto

a rivestire di ciò i

Ma

im-

dire con qualche sicurezza da quali

il

l'

impulso

colori le sue descrizioni

splendidi

;

deve sorprendere, essendo mille nel campo spirituale

punti di contatto tra l'Antichità e

Rinascimento, che

il

non potranno mai essere chiaramente spiegati e resteranno avvolti

Dopo (v. voi.

I,

una misteriosa penombra.

formano parte

ciò

descrittive

in

latine,

delle

pag. 350)

«eremonie e

simili.

:

E

di questa serie quelle poesie

quali

s'è

già

parlato altrove

descrizione di cacce, di viaggi, di

non manca anche qualche lavoro

italiano di questa specie, come, per esempio, le

descri-

medicea del Poliziano e

zioni

della celebre

Luca

Pulci. I poeti epici propriamente detti. Luigi Pulci,

il

Bojardo e

l'

giostra

di

Ariosto, sono spinti naturalmente dal loro

soggetto a passar oltre e a toccar questi punti appena di volo,

ma, anche

in onta a ciò,

non

si

può non ammi-

rare la facile precisione, con cui dipingono la vita ordinaria, e se

ne trae una prova

di più della loro

maestria in tutto. Franco Sacchetti

si

grande

compiace una volta

i brevi discorsi di una brigata di belle donne,' un bosco furono sorprese dalla pioggia.

di ripetere

che

in

un certo Greco,

quahtà di buffone: hominem lingumn cum maxima omnium

fiorentino, quasi in

certe cujusvis m.ores, naturam,,

qui audiehant risu facile ea^primentem,. 1 Pii II, Comment. Vili, p. 391. 2 Questa così detta Caccia è ristampata nel Commentario all'Egloga del Castiglione.


PARTE QUARTA

104

Altre descrizioni della vita reale ordinaria trovansi^ più spesso che altrove, negli scrittori di cose guerresche

e simili

I,

in

quadro fedele di

dove son e

i

pag. 135). Ancora di un tempo anuna poesia molto circostanziata un una battaglia di mercenari del secolo XIV,

voi.

rimane

(cfr.

teriore ci

^

particolarmente

riferite

acclamazioni, le grida

le

comandi, che echeggiano durante

Ma

la cosa

la zuffa.

più notevole in questo

genere sono le

schiette descrizioni della vita campagnuola, che

specialmente in Lorenzo

il

si

trovano

Magnifico e nei poeti che lo

circondano.

Dal Petrarca in avanti

*

ci

fu

una specie

di bucolica

convenzionale, un vero furore di scriver egloghe,

falsa,

ad imitazione

di

quelle di Virgilio

versi latini od italiani.

sorsero

il

E come

non importa se

,

in

specie

secondarie

romanzo pastorale del Boccaccio

(v. voi. I,

sue

pag. 346) e tanti altri sino all'Arcadia del SannazzarOy, e più tardi la farsa pastorale alla maniera del Tasso e del Guarini, tutti lavori dettati in bellissima prosa o in

versi perfetti, nei quali però la vita pastorale

non figura

che come un costume indossato per sola apparenza esterna,

1

V.

Poesie

il

ital.

telligibili,

Sirventese inedite^

di

II, p.

vale a dire

o

Giannozzo da Firenze presso Trucchi,, Le parole sono in parte affatto inin-

99.

realmente

tolte dalle

stranieri, o imitate assai destramente.

lingue dei soldati

Anche

la descrizione di

Firenze durante la peste del 1527 del Machiavelli entra in qualche

modo

non essendo che una serie di sinuna evidenza parlante, relativi ad una condizione

in quest' ordine di scritti,

goli quadri di

veramente spaventevole. Se si crede al Boccaccio {Vita di Dante, p. avrebbe scritto due egloghe, probabilmente in latino. di cose 2

77),

Dante


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL' UOMO 105 esprimendosi sotto di esso sentimenti propri di un ge-

nere ben diverso di società.'

Ma, accanto a ciò, col finire del secolo XV, sorge un modo affatto nuovo di dipingere la vita

nella poesia

campestre

somma,

la descrizione schietta, naturale,

:

non

prima. Essa

fu

che in

possibile

proprietario) aveva dignità d'

il

Italia,

campagne (tanto

soltanto r abitatore delle

uomo

e franchigie speciali, per quanto

La

sorte fosse piuttosto dura.

V antitesi

in-

convenzionale di

contrapposto della bucolica

il

perchè qui colono che

il

e libertà personale

anche talvolta

sua

la

differenza tra la città e

dall' esservi cosi accentuata, come un gran numero di piccole città vi è esclusivamente abitato da contadini, che la sera, tornando i

villaggi è

nel nord

ben lontana

;

anzi

alle loro case, al

giro di quasi tutta possibile di

nome

possono mutar

pari di tutti gli

I

altri. l'

Italia

abbandonar

le

;

e chiamarsi cittadini

Maestri comacini fecero al fanciullo Giotto fu

il

pure

sue pecore e di essere aggre-

gato in Firenze ad una corporazione; in generale l'affluenza degli uomini del contado alle città era continua, e certe popolazioni di

montagna sembravano nate

sivamente per questo.' Ora

1

II

Boccaccio nel suo

«e

egli è bensì

Ameto

» ci

caraerone » miticamente travestito, e in talvolta questo

travestimento.

cattolica e fa d'occhietto in

Nel K Ninfale fìesolano »

rito.

Una

Roma

dà una specie

di

«

De-

modo comico dimentica

delle sue

ninfe è ortodossa

ai prelati; un' altra

la ninfa

esclu-

vero che la boria

prende ma-

Mensola, già incinta,

si

consulta « con una vecchia e saggia ninfa * e simili. 2

Nulhtm

tovano

est

hominum genus

(Ecl. Vili) degli abitatori di

aptius urbi, dice Battista Man-

Monte Baldo

e di

Val Sassina,

a qualunque mestiere. Come è noto, alcune popolazioni di campagna hanno ancora oggidi un privilegio speciale per certi atti

lavori nelle grandi città.


106

PARTE QUARTA

e l'orgoglio cittadinesco sono un continuo poeti e ai novellieri perchè mettano

che la commedia improvvisata

villano,^ e e segg.)

si

dà premura poi

di fare

dove trovare neanche un' ombra fardo odio di razza contro gli aristocratici

cronisti francesi

?

liani di qualsiasi

di persone, che

tano

^

Ma

resto.

tuttavia

dì quel crudele e bef-

sono pieni

vilains, di cui

i

il

61

(v. pag.

Egli è un fatto che negli scrittori

i

ita-

specie' s'incontrano frequenti e spond'

onore e di rispetto per una classe

rende alla società

diritto

si

segnalati servigi e

Gioviano Fon-

di lei gratitudine.

alla

narra con sensi

magnanimi

il

ai

provenzali e qua e colà anche

poeti

tanee testimonianze

ha tanto

stimolo

canzonatura

in

vera ammirazione alcuni tratti

di

dei selvaggi abruzzesi:

nelle

collezioni bio-

mancano mai

grafiche e nei novellieri non

eroine cam-

che sacrificano la propria vita per difesa del pro-

pestri,^

prio onore e pel bene della propria famiglia.*

1

Uno

dei passi più notevoli

si

ha per avventura nell'OrZan-

dinOj cap. V, Str. 54-58. 2

Nella Lombardia

i

nobili

non

di ballare, saltare e gareggiare

Cortigiano, L. l'

2, fol. 54).

— Un

si

vergognavano nel secolo

nella corsa coi contadini,

proprietario, che

avidità e falsità dei suoi contadini, perchè cosi

si

s'

XVI

(v.

Il

consola del-

impara a me-

glio sopportare praticando coi contadini, veggasi in Pandolfini,

Bel governo della famiglia, 3 Jov. 4

La

Pontanus,

De

p. 86.

fortitudine, L.

II.

celebre contadina della Valtellina,

Bona Lombarda,

di-

venuta poi moglie del condottiero Pietro Brunoro, ci vien fatta conoscere da Jacopo Bergomense e da Porcellio, presso Murat. XXV, col. 43.

Cfr. voi.

I,

pag. 203 nota.

5 Sulle condizioni dei contadini d'allora in generale e su quelle

speciali in taluni paesi noi

non siamo

in

grado

di

dar qui notizie

più particolareggiate. In quali rapporti stesse allora la proprietà libera con quella data ad affittanza, quali imposte gravassero su entrambe e con quale rapporto verso le attuali, sono questioni.


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'uOMO 107

Con

precedenti era ben

tali

sorgesse

desiderio

il

anche questo genere

naturale che in taluni

di rivestir dei colori

della poesia

Fra costoro innanzi tutto nomineremo qui Battista Mantovano colle sue Egloghe, una volta assai lette ed anche oggidì degne di osservazione. Esse sono uno de' suoi primi lavori (probabilmente del 1480 in quel torno), e vi si nota ancora una certa perplessità

tra

sentono

realismo

il

ma

rappresentazione, le idee

di vita.

di

e

convenzionalismo della

il

in sostanza

primo prevale. Vi

il

un buon curato

senza qualche sfumatura qua e là di idee

In

liberali.

monaco carmelitano. Battista deve aver

qualità di

si

campagna, non

di

baz-

zicato assai colle popolazioni del contado.

Ma

con forza incomparabilmente

sporta Lorenzo ci fa

il

vivere veramente la vita del

« Nencia da Barberino riproduzione

maggiore

tra-

ci

Magnifico in questo nuovo mondo

»,^

può

villaggio.

dirsi la

nuova

e

La sua

e schietta

canzoni popolari dei dintorni di Fi-

delle

renze, fuse insieme in un'onda maestosa di ottave. L'og-

la cui soluzione

non potrà trovarsi che

in

opere

noi non fu dato di consultare. In tempi burrascosi

modo spaventoso

volta inferociscono in

«

segg.).

col.

— Corio,

227;

ma

guerra dei

in

fol.

259.

speciali, i

che a

contadini

(Arch. Stor. XVI,

I,

p.

tal-

451

— Annales foroliv. presso Murat. XXII,

nessun luogo

si

viene ad una grande e generale

contadini. Di qualche importanza e non priva d'inte-

resse è l'insurrezione del contado di Piacenza del 1462. rio, fol. 409.

Annales Placent. presso Murat. XX,

Cfr.

Co-

col. 907.

Sismondi X, 138. 1

nome

il Magnifico^ I, p. 27 e segg. Le poesie epoca del Menestrello tedesco, che porta il

Poesie di Lorenzo

molto importanti di

dell'

Neithard voh Reuenthal, non rappresentano la vita con-

tadinesca se non in quanto

degnazione

di

il

prendervi parte.

cavaliere per suo passatempo

ha la


PARTE QUARTA

108

gettivismo del poeta è tale, che

resta in dubbio se

si

risenta simpatia o disprezzo pel garzone che parla (è

il

si

contadinello Vallerà, che dichiara cia).

È

evidente

il

suo amore alla Nen-

contrasto deliberato colla bucolica con-

il

venzionale accompagnata dal solito Dio

Ninfe: Lorenzo

lite

si

Pane

e dalle so-

volontariamente nel nudo

getta

realismo della spregiata vita delle campagne,

non ostante,

l'

e,

ci6

insieme lascia un' impressione veramente

poetica.

Rivale della Nencia, per consenso

da Dicomano

di

Luigi Pulci. ^

Ma

di tutti, è la

Beca

essa difetta di una certa

serietà obbiettiva, per essere stata cantata

non tanto per

forza di naturale impulso e allo scopo di rappresentare

un

lato della vita del popolo,

tenere l'applauso della più ciò la

quanto pel desiderio

di ot-

colta società fiorentina.

maggiore e deliberata rozzezza del quadro e

frammistevi oscenità.

Ciò non ostante,

il

Da le

carattere del

contadino innamorato vi è con molta abilità sostenuto.

Terzo in questa

società viene

suo Rusticus in esametri

latini. ^

Angelo Poliziano col Tenendosi lontano da

ogni imitazione della Georgica di Virgilio, egli descrive

specialmente l'anno campestre in Toscana, cominciando dall' autunno nuovo aratro

inoltrato, nel quale

V agricoltore sfodera un

e fa le seminagioni dell' inverno. Assai ricca

e lussureggiante è la descrizione della

mavera, ed anche

1

Ibid.

2

Fra

II,

nell'

« estate »

s'

in pri-

p. 149.

anche nelle Beliciae poetar, ital. e nelle poemi didascalici di Rucellai ed Alamanni^

altre collezioni,

opere del Poliziano.

I

che sembrano contenere qualche cosa

me

campagna

incontrano passi di un

consultati.

di simile,

non furono da


SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELl'UOMO 109

ma ciò che può riguardarsi come un vero nuova poesia latina, è la festa della venautunno. Anche in italiano il Poliziano ha

gusto squisito

;

gioiello delia

demmia

in

cantato qualche cosa da cui emerge, che nel gruppo che

stava attorno a Lorenzo,

poteva dare oggimai qualche

si

quadro veritiero della vita agitata e operosa delle

La sua Zingaresca

inferiori.

*

ò

uno

classi

dei primi saggi della

tendenza dei poeti moderni a trasportarsi nella vita e nei costumi di

una

classe d' uomini diversa da quella, a

cui essi appartengono.

Con un intento comico qualche

cosa di simile era stato, per vero, tentato ancor prima,'

e in Firenze

i

canti delle

Mascherate ne offrivano sem-

pre nuova occasione al tornare di ogni carnovale. ciò che è nuovo, è

menti

il

mondo

trasportarsi nel

di un' altra classe,

Ma

dei senti-

con che tanto questa canzone,

<luanto « la Nencia » tracciano nella storia della lettera-

tura una nuova via, che merita attenta considerazione.

E il l'

qui pure in sul finire dobbiamo far notare di nuovo

che la cultura precede sempre

fatto,

arte.

Non

di ottant' 1

ci

vollero infatti, dalla

anni prima che

s'

avessero

bozzetti campestri di Jacopo

Avremo

occasione

nascita avessero <jontribui

in poi,

quadri

di

meno

genere e

di

mostrare come in

fondate sulla diversità della

perduto ogni valore. Ciò che vi

ornai

grandemente

i

Bassano e della sua scuola.

in seguito

Italia le differenze sociali

lo sviluppo del-

Nencia

fu senza dubbio

il

fatto,

che qui,

prima che altrove, s'era acquistata una conoscenza più

1

Poesie di Lorenzo

2 Tali

le

il

Magnifico,

II,

p. 75.

imitazioni o contraffazioni

di

diversi

dialetti,

devono naturalmente essersi accompagnate anche quelle costumi locali. Cfr. voi. I, pag. 213.

alle quali <lei

sono


PARTE QUARTA

110 ,

i

:

seria e più perfetta dell'

uomo

in particolare e dell'

nità in generale. Basterebbe questa

un obbligo

imporci

eterna

di

uomini del Rinascimento.

Un

riconoscenza

per

verso

gli

concetto logico e astratto

dell'umanità s'era avuto da tempo antichissimo,

Rinascimento ce ne diede

uma-

sola conquista

la realtà

ma

il

vera e obbiettiva»

1 più nobili ed elevati sentimenti a questo riguardo

trovansi espressi da Pico della Mirandola nel suo discorso sulla dignità

dell'uomo/ che può

dirsi

uno dei

più preziosi di quell' epoca tanto colta. Dio di crear

1'

uomo dopo

tutte

le

altre

s'

lasciti

è riserbato

creature, affinchè

questi potesse riconoscere le leggi dell' universo, sentirne la bellezza,

ammirarne

la magnificenza. Egli

colò a nessuna sede fissa,

non

gì'

determinata, nessuna necessità ineluttabile di ogni facoltà necessaria a

mente. « Io

ti

non

lo vin-

impose veruna attività

muoversi

ho collocato in mezzo

;

lo

dotò anzi

e a voler liberaal

mondo,

disse il

Creatore ad Adamo, affinchè tu tanto più facilmente

ti

guardi attorno e vegga tutto ciò eh' esso contiene. Io

ti

creai

non celeste e non

mortale

non mortale, né im-

soltanto', affinchè tu sia libero

gnore di te medesimo

nir bruto, e rigenerarti

ranno eternamente.

daUa tua

gli spiriti superiori

sono sin

meno

subito dopo,^ ciò che sa-

solo hai

uno sviluppo, che dipende i germi d'ogni

lo

Tu

si-

sino a parer quasi un Dio. I grembo materno quanto ad essi

d'uopo per conservarsi;

dal principio, o per

educatore e

tu puoi degenerare sino a dive-

;

bruti portano con sé dal fa

terrestre,

libera volontà,

e porti in te

specie di vita ».

1

anche 2

Joh. Pici Oratio de hominis dignitate^ nelle sue opere ed in edizioni separate.

Allude alla caduta

di Lucifero e degli altri angeli ribelli.


PARTE QUINTA

LA VITA SOCIALE E LE FESTE


CAPITOLO

pareggiamento

Il

I

delle classi.

— La convivenza nelle città. — Negazione teo— Contegno dell' aristocrazia secondo paesi. — Sua

Contrasto col medio-evo. rica della nobiltà.

i

posizione di fronte allo svolgersi progressivo della cultura.

spagnuole.

riori influenze

in avanti.

I

Le

dignità cavalleresche

tornei e le loro caricature.

La

nobiltà

Poste-

medio-evo

dal

come

requi-

sito indispensabile a' cortigiani.

Ogni epoca

di

civiltà,

che rappresenti

non

cosa di compiuto e perfetto,

in sé

qualche

manifesta soltanto

si

nella vita politica, religiosa, artistica e scientifica di

popolo,

ma

vita sociale.

altresì

Ciò riscontrasi

medio-evo, dove l'

un

un'impronta sua propria all'intera

le rigide

in

modo

caratteristico nel

consuetudini delle corti e del-

aristocrazia sono presso a poco identiche dappertutto,

e dove pure

si

ha un genere

Gli usi invalsi in Italia

di

borghesia affatto speciale.

nd

secolo del Rinascimento

sono r antitesi la più spiccata di tutti

i

tali

punti di vista più essenziali.

consuetudini sotto

Questa antitesi co-

mincia già alla base, che è affatto diversa, mentre nei

si

non esistono più diha invece una classe veramente

moderno

della parola, nella quale la gen-

circoli più elevati della vita sociale

stinzioni di casta,

colta nel senso tilezza del

ma

sangue non ha valore se

non

in

(juanto le


PARTE QUINTA

114

^ricchezze, che sogliono accompagnarla, assicurano gli ozi

^necessari alla propria educazione. Ciò però non deve in-

modo

tendersi in

che

assoluto,

mentre

gli ordini sopravissuti al

è

pur sempre vero,

medio-evo cercano ora

più,

ora meno, di prevalere, non fosse altro, per la smania di conservarsi all'altezza, che l'aristocrazia

altre nazioni

men

progredite

d'

mantiene nelle

Mala

Europa.

tendenza

generale dell'epoca è però sempre per la fusione delle classi nel senso

Ad

moderno.

ottenere un tale intento, di

sommo

rilievo

deve

essere stata la convivenza di nobili e borghesi nella stessa

per

città, I

/ ""

lo

meno

sino dal secolo XII,' poiché per essa

verniero accomunate le

ali,

furano tronche

le sorti di tutti e

ancora in sul nascere, all'insolente albagia dei

signori feudali, che dall' alto delle loro rocche

un mondo di schiavi. Oltre a non si indusse mai, come nei sare appannaggi speciali pei infatti,

se

anche

i

Italia

paesi settentrionali, a

figli

vescovati,

sognavano

Chiesa in

ciò, la

i

fis-

cadetti dell'aristocrazia

:

canonicati e le abbazie

vi furono spesso conferiti dietro i principii di un indegno favoritismo, questo però non si basava mai esclusivamente sul privilegio dell'origine, e se i vescovi di regola

vi furono molto più numerosi, più poveri e privi affatto di quelle prerogative principesche, che

avevano altrove,

yidero in compenso cresciuta la loro autorità morale dalla

dimora nelle

loro

insieme coi loro

città

capitoli,

dove avevano la sede, e dove,

formavano un elemento speciale

della popolazione più colta. Quando, dopo ciò, pullularono d'

ogni parte

1

i

principi e le tirannidi,

l'

aristocrazia ebbe

Presso la nobiltà piemontese V abitare nei

camNov. 12.

castelli delle

pagne pareva una singolare ecceàone. Bandello, Parte

II,


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

115

in quasi tutte le città occasione e motivo d'isolarsi nella

vita privata (v. voi.

I,

pag. 181), che, scevra di pericoli

dal lato politico e confortata d'ogni comodità

ed agia-

tezza materiale, non era in sostanza gran fatto diversa

da quella

tanti

di

altri

quando, da Dante

ricchi abitatori

in poi,

delle

nuova poesia

la

città.

E

nuova

e la

letteratura divennero patrimonio di tutti,' e, più tardi ancora, prevalse

come

tale,

un^ cultura tutta

ebbe

solo,

individualmente, e

si

d'

indole antica, e l'uomo,

quel valore, che sapeva procacciarsi

videro nel fatto

i

Condottieri diven-

tar principi e non badarsi più non solo alla dignità,

nemmeno

potere (v. voi.

I,

p.

ma

della nascita nell' eredità del

alla legittimità

27-28),

allora

si

potè ben cre-

dere che una nuova èra di uguaglianza fosse spuntata, ed ogni idea

di nobiltà

scomparsa per sempre.

Dal punto di vista teorico, nel solo Aristotele, rendosi

all'antichità,

si

potevano già trovar

menti per affermare e per negare ordini dall'

aristocratici.

la

gli

rife-

argo-

legittimità degli

Dante, per esempio, deriva ancora

unica definizione aristotelica, che « la nobiltà

suir eccellenza e sulla ricchezza ereditaria »,

il

si

basi

suo prin-

che « la nobiltà riposa sull'eccellenza propria o su

cipio,

quella degli antenati ».* disfatto di

stesso

^

di

una

Ma

altrove egli non

tale definizione, e

si

si

dà per sod-

rimprovera da sé

aver perfino in Paradiso, parlando col suo

proavo Cacciaguida, alluso alla nobiltà della sua origine,

1

Ciò molto tempo" prima

moltitudine fiorentini.

di manoscritti, e

Senza

il

dell'

invenzione della stampa.

dei

migliori,

bruciamento

delle vanità

2

avremmo molti di Dante, De Monarchiaj

3

Paradiso^ XVI, in principio.

narola, ne

erano

di

promosso dal Savo-

più ancora oggidì. Cfr. p. 268. L,

II,

e.

3.

Una

amanuensi '


PARTE QUINTA

X16

che è manto che tosto raccorcia, q

al

quale

tempo

il

ogni dì recide un lembo, che giorno per giorno bisogna

E

rimettere. l'

nel « Convito »

idea della nobiltà

'

egli stacca del tutto dal-

ogni condizione

ne fa una cosa sola con

giata, e

l'

di nascita

privile-

attitudine a qualsiasi

eccellenza morale e intellettuale, accentuando in speciale

il

biltà sorella

Dopo

modo

pregio di una elevata cultura, col fare la no-

germana

della filosofia.

quanto maggiore fu l'influenza che l'uma-

ciò,

nismo vemie acquistando sulle opinioni degli

Italiani,

venne in tutti radicando la persuasione, che r origine non possa mai esser quella che decida del valore di un uomo. Nel secolo XV quest' era omai un

tanto più forte

si

principio universalmente accettato.

logo « Della nobiltà »' co'suoi interlocutori dici, fratello

si

Il

Poggio nel suo

dia-

dichiara pienamente d'accordo

Niccolò Niccoli e Lorenzo de' Me-

del vecchio

Cosimo

— non esservi oggimai

altra nobiltà, fuorché quella derivante dal merito personale.

Con

tratti

finamente mordaci questo stesso scritto

sparge un amaro dileggio su molte distinzioni e prerogati v^e, che, secondo

il

comune

pregiudizio, entrano a far

parte della vita dei nobili. « Niuno (v'è detto) trovasi tanto lontano dalla vera nobiltà, quanto colui, tenati esercitarono per lungo tratto di

drinaggio.

La

i

cui an-

il

malan-

passione per le cacce non sente meglio di

nobiltà, di quello che

i

gue,

balsamo o

si

tempo

risentano

di

nidi della selvaggina, che d'altri

soavi

s'

inse-

profumi.

L'agricoltura, quale fu esercitata dagli antichi, sarebbe

ben più nobile occupazione, che non quelle

stolte scor-

rerie per boschi e per monti, che ci fanno più simili alle

Convito; quasi l'intero Trattato. IV, e parecchi ^ Poggii Opera, Dial. De nobilitate. 1

altri luoghi.


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

117

belve, che a noi medesimi, e che tutt' al più potrebbero

quando

di

in

quando

passatempo

servirci di utile

se ne adduce la prova

mostrando

il

E

>>.

lato selvaggio e bru-

tale della vita dei cavalieri inglesi e francesi nelle loro

campagne

o nei castelli

e,

peggio ancora,

rapace cavalleria tedesca. Dopo

modo

sostenere in certo già

ciò,

il

di quella della

Medici prende a

le parti della nobiltà,

cosa abbastanza caratteristica

ma

non

riferendosi ad

un sentimento suggerito dalla natura, bensì richiamandosi air autorità di Aristotele, che nel quinto libro della

sua « Politica » riconosce e definisce la nobiltà come qualche cosa di veramente concreto e che

si

fonda sul-

Ma

r eccellenza del merito e sulla ricchezza ereditata. il

Niccoli soggiunge, che Aristotele, dando

questa

defi-

non esprime una persuasione sua propria, una opinione generalmente invalsa al suo tempo; e

nizione,

ma ciò

è tanto vero, che nell' « Etica », dov' egli parla secondo il

suo intimo convincimento, non vuol che sia nobile se

non

colui,

darno

il

che

si

Medici

sforza di conseguire

gli

oppone, che

l'

il

vero bene. In-

espressione greca per

designare la nobiltà {Euganeia) suona appunto « nascita illustre »;

il

Niccoli trova che la voce

latina nohilis,

vale a dire notabile, è assai più giusta, perchè fa dipen-

dere la nobiltà dalle sole azioni.' Dopo questi e simili

ragionamenti

l'

autore

ci

dà una specie

condizioni di fatto, in cui

si

di

prospetto delle

trovava al suo tempo la no-

biltà nelle diverse regioni d' Italia.

A

Napoli essa è fiera

e disdegna di occuparsi tanto dell'amministrazione de' suoi

1

Lo

stesso disprezzo della nobiltà del sangue

scia assai di frequente negli umanisti. Cfr.

Aen. Syiv. Opera,

p.

crezia e di Evrialo).

84

{Ilist.

Bohem.

i

e. 2),

s'

incontra po-

passi più risentiti in e 640 {Storia di

Lu-


PARTE QUINTA

118

averi, quanto della mercatura, che riguarda

miniosa

va attorno oziosamente cavalcando per

lagi,^

Anche

ma

l'aristocrazia

romana ha

amministra almeno

r attendere

all'

paesana

il

la città.

commercio,

suoi beni; anzi presso di essa

i

accesso ai ranghi della

1'

sommato, « un'aristocrazia rispettabile, Anche in Lombardia i nobili vivono dei

tutto

^

in dispregio

economia rurale è considerato come cosa

onorevole e agevola di per sé nobiltà:

ma

come igno-

se ne sta inerte e rinchiusa ne' suoi pa-

cosi,

:

».

differenziano dagli altri

redditi dei possessi ereditati, e

si

pel vanto

astensione da qualsiasi or-

dell'

origine e per

l'

dinaria occupazione.^ In Venezia la nobiltà governa,

ma

tempo stesso si consacra al commercio; ed ugualmente a Genova tutti indistintamente, nobili e non nobili, sono mercanti e navigatori, e non vi si ammettono altre difal

che provengono dalla nascita

ferenze, fuorché quelle

:

una specie di brigantaggio dall'alto In Firenze una parte dell' aristocrazia atun' altra (ma certo la men numerosa) si

taluni però esercitano

dei loro castelli.

tende

al traffico

;

pavoneggia, boriosa dei propri

perde 1

il

per

le vie della città

Principalmente nella capitale. Cfr. Randello, Parte

Jov. Pontan. si

titoli,

suo tempo nelle cacce e in simili divertimenti.*

Antonius (dove

lo

II,

Novi. 7.

scadimento morale deU'aristocrazia

fa cominciare dalla venuta degli Aragonesi).

2 In Italia almeno era cosa universalmente ammessa, che chi aveva considerevoli rendite fondiarie, non si trovava per nulla al

di sotto dell'aristocrazia. 3

di ciò che era la nobiltà nellAlta Bandello colle sue frequenti polemiche

Per formarsi una giusta idea

Italia, riesce utilissimo

contro

i

il

matrimoni male

60, IV, 8.

— Un

eccezione. Parte

Parte

assortiti.

III,

Nov.

37.

Come

Nov.

4, 26.

Parte MI, una

giudizio severo di

i

nobili

lombardi prendes-

sopra pag. 106, nota. Machiavelli, Discorsa I, 55, si riferisce

sero parte ai giuochi dei contadini ^ Il

I,

nobile milanese che esercita la mercatura, è

v,

soltanto air aristocrazia ancora provveduta di feudi, assolutamente


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

Ma

ciò

che ha un' importanza

119

al tutto decisiva

si

è

questo, che quasi in tutta Italia anche coloro che pos-

sono andar superbi della lor nascita, non hanno ambi-

da

zioni

far

alla cultura ed alla ric-

di fronte

valere

chezza, né dai loro privilegi politici o di corte risentono

alcun impulso a considerarsi come una classe superiore alle altre.

Venezia sembra costituire a questo riguardo

ma

una eccezione,

sostanza la vita

,

essa non è che apparente, perchè in

dei

non

nobili

da

differenzia quivi

si

quella della borghesia, e gode appena qualche privilegio

pura forma esteriore. Diversamente invece vanno le

di

cose nel regno di Napoli, che per e la boriosa vanità

l'

orgoglioso isolamento

della sua aristocrazia, più che per

completamente escluso dal

qualsiasi altro motivo, restò

gran moto intellettuale e morale del Rinascimento. dar quivi un potente rinforzo

medio-evo longobardo

normanno sopravviene, ancor

e

prima della metà del secolo nese, e cosi vi

nel

resto

tardi,

si

d'Italia

compie

non

il

XV,

fino

si

la

effettuò

titoli,

dominazione arago-

da quel momento

una vera trasformazione

lavoro e una smania di

di

un

tal fatto

ciò

che

che cento anni più

sociale,

un disprezzo del

che costituiscono appunto

lato caratteristico della popolazione spagnuola.

seguenze

A

alle tradizioni lasciate dal

Le

con-

non tardano poi a manifestarsi

perfino nelle più piccole città ancor prima del 1500, e

basta per tutte citare ciò che

ci

vien detto intorno ad

Agrippa di Nettesheim, il quale va debitore delle sue più notevoli idee al lungo soggiorno che fece in Italia, ha pure un capitolo sopra la nobiltà e il principato {De

oziosa e politicamente nociva.

incertitudine et vanitale scientiarrnUj cap. 80), che per sarcastica amarezza supera tutte le invettive scritte da altri, e che certamente

non

è se

non un

riflesso del fiero

antagonismo, che allora regnava

nelle diverse classi sociali fuori d'Italia.

) \

!


PARTE QUINTA

120

una dì esse, la piccola città della Cava. Essa era stata sempre proverbialmente ricca sino a che non diede ricovero che a muratori e a tessitori: « ora che, invece di strumenti

che sproni,

da muratori e

di telai,

non vi

veggono

si

staffe e cinghie dorate, e tutti aspirano

essere dottori, medici, notai,

ufficiali

subentrata la più

miseria »/ In Firenze

desolante

e cavalieri,

ad

vi

si

constata un fatto identico per la prima volta sotto Co-

simo primo granduca, e

si

ha a

lui

quest' obbligo che

la gioventù fiorentina del suo tempo, spregiando

mercio e

le industrie,

ottenere

cavalierati

fano.

*

È

non

nel

precisamente

il

com-

nuovo ordine

suo

di

s.

Ste-

rovescio di quanto vi era acca-

duto un secolo prima,' quando

i

gavano

loro

lo Stato

il

preoccupa d'altro che di

si

a diseredare

i

padri,

morendo, pre-

figli,

qualora non

avessero esercitato una qualche utile professione (vedi voi.

I,

pag. 108).

Ma in

una smania speciale

modo molto

ridicolo

i

di distinzioni distrae spesso

Fiorentini dal culto dell'arte e

della letteratura, nel quale non

si

ammettono

difi*erenze

gerarchiche, ed è appunto la sete delle dignità cavalle-

resche divenuta stoltamente oggetto

1

2

Masaccio, Nov. 19. Iacopo Pitti a Cosimo

I,

di

moda

Arch. Stor. IV,

II, p.

proprio nel

99.

— Anche

nell'Italia superiore

accadde qualche cosa di simile sotto la dominazione spagnuola. Il Randello {Parte II, nov. 40) appartiene appunto a questo tempo. 3

senso, il

Se Vespasiano fiorentino nel secolo XV si esprime in questo (cfr. 518, 632) che i ricchi non dovrebbero cercar d'aumentare

patrimonio ereditato,

rendite, ciò

non può,

in

ma spendere annualmente tutte le loro bocca d'un fiorentino, intendersi se non

rispetto ai grandi possessori fondiarj.


LA VITA SOCIALE E LE FESTE tempo, in cui esse aveano perduto

121

Tombra

sin

del pro-

prio valore.

«

Non sono

molti anni, scrive Franco Sacchetti

la fine del secolo

far cavalieri

li

ancora più giù,

andare rettore,

non

scienza

meccanici,

faccia cavaliere?

bene

istea

senza guadagno....

Oh

quanto siete andati cavalieri....

verso

insino

a' fornai;,

usurai e rubaldi ba-

bene che uno judice, per poter

risiede si

'

ha veduta

noi

di

artieri,

gli

gli scardassieri, gli

Come

rattieri....

XIV, che ognuno

E

al cavaliere,

non dico che la

ma

scienza reale^

sventurati ordini della cavalleria,

fondo

al

In quattro modi son fatti

!

e tutti sono obbligati, vivendo, a molte cose

che sarebbe lungo a

fanno tutto

e

dirle,

il

contrario.

Voglio pure aver toccato queste parti, acciocché tori di

i

let-^

queste cose materiali comprendano, come la ca-

valleria è morta.

E

non

ved'

si

dirò, essere fatti cavalieri

i

elli,

tida cavalleria è questa! Così

si

che pure ancora lo

Che

brutta, che fé-

)»»t

potrebbe fare cavaliere

"

morti

?

un uomo di legno o uno di marmo,... e, perchè no ? anI fatti che il Sacchetti che un bue o altra bestia ».

adduce a conferma lanti abbastanza;

di

quanto scrive, sono invero par-

una volta

egli è

messer Bernabò Vi-

sconti, che per derisione creò cavalieri

due ubbriaconi,

che bevettero a prova alla sua presenza'; un' altra sono alcuni cavalieri tedeschi, dei quali posito degli ornamenti

Più tardi del suo guerra.''

il

Poggio mette in derisione

tempo senza cavallo Chi voleva far

1

Sacchetti,

2

Poggius,

Nov. 153.

De

fa beffe a

si

che portano sull'elmo e

molti cavalieri

e senza esercizio alcuno di

pompa

Cfr.

i

pro-

simili.

dei distintivi onorifici del

Nov. 82

nobilitate, fol. 27.

e 150.

«^

^**^

*^'/^


PARTE QUINTA

122

ceto, per esempio, uscire a cavallo portando bandiere ecc., si

creava da sé in Firenze una posizione molto

tanto di fronte al governo, quanto

a'

difficile,

suoi numerosi mot-

teggiatori.'

Riguardando

la cosa

che queste tarde affatto

da qualsiasi nobiltà

in parte

ma

titoli,

un

frutto

il

al

tempo

ridicola

stesso

avevano

ancora in

dervi parte, dovea, giusta

Ma

il

sangue, senza dubbio erano

di

una

di

dice. I tornei erano

cavaliere.

po' più dappresso, si scorge

ambizioni cavalleresche, indipendenti

le

smaniosa

vanità

di

altresì un'altra

ra-

volea pren-

uso, e chi

formalità prescritte, essere

combattimento in campo chiuso e più

particolarmente la corsa delle lance, strettamente regolata e talvolta assai pericolosa, erano un' occasione favo-

revole per far mostra di forza e

qualunque fosse

di coraggio,

e nessuno,

sua origine, voleva certamente

la

sciarsela sfuggire in un' epoca, in cui tanto conto

si

la-

teneva

del valor personale.

Quindi è che non giovò a nulla, che ancora trarca

suo tempo

fin dal

yiva riprovazione contro ricolosa stoltezza: egli tetico grido: « in

Cesare siano

si i

il

Pe-

fosse espresso in termini di

come contro una

tornei,

non convertì nessuno

niun libro

pe-

col suo pa-

legge che Scipione o

si

stati abili giostratori

!

»

^

La

cosa anzi in

Firenze acquistò una grande popolarità; ogni borghese cominciò a riguardar la sua giostra bio non era più tanto pericolosa

3

Vasari

2

Petrarca, Epist senil. XI, 13,

Epist. famil.

III,

-

che senza dub-

— come

una specie

di

49 e not. Vita di Dello.

dipinge

il

p. 889.

raccapriccio

da

Un'altro passo nelle lui

Napoli in un torneo vide cadere un cavaliere.

provato quando a


123

LA VITA SOCIALE E LE FESTE onesto passatempo, e Franco Sacchetti^ il ritratto,

estremamente comico,

di

ha conservato

ci

uno

di questi gio-

stratori della domenica. Egli esce a cavallo sino a

retola,

dove

si

Pe-

potea giostrare a prezzo mitissimo, sopra

una rózza presa a nolo da un

tintore, alla quale alcuni

burloni poscia appiccano un cardo sotto la coda: la be-

prende

stia imbizzarrisce, il

cavaliere,

armato

il

galoppo e porta a precipizio

di tutto punto,

alla

città.

L' inevi-

una violenta sgridata

tabile scioglimento della novella è

della moglie indispettita di simili scappate del marito.'

Per ultimo

Medici concepiscono una vera passione

i

come

per la giostra,

circondano, non è in

si

mostrare per Y ap-

volessero

se

punto, essi non nobili e privati,

che la società di cui

inferiore ad

nulla

una

corte."

J Nov. 64.' Perciò anche neh' Orlandino (II, str. 7). parlando un torneo sotto Carlomagno, è detto espressamente: « qui non combattevano né cuochi, né guatteri, ma re, duchi e marchesi ». 2 Questa rimane sempre una delle più antiche parodie delle giostre. Ci vollero poi altri sessantanni prima che Iacopo Coeur, il borghese ministro di finanza di Carlo VII, facesse bandire un torneo di asini nel cortile del suo palazzo di Bourges (intorno al

di

1450).

La parodia

pitì

splendida a questo riguardo,

il

canto secondo

dell'Orlandino testé citato, non fu pubblicata per la prima volta

che nell'anno 1526. 3 Cfr. le

già nominate poesie del Poliziano e di

Inoltre Paul. Jov.

rent. L. Vili.

Vita Lconis X. L.

— Paul.

I.

Luca

Pulci.

Machiavelli, Stor. /to-

Jov. Elogia^ parlando di Pietro de' Medici

e di Francesco Borbone.

Vasari IX. 219. Vita di Granacci. Nel Morgante del Pulci, che fu scritto sotto gli occhi di Lorenzo, i

cavalieri sono piuttosto comici nei loro discorsi e nelle loro ge-

sta,

ma

però sempre

ligi al

codice cavalleresco.

Anche

il

Bojardo Jojardo

scrive per quelli che s'intendono di giostre e dell'arte del gueri

reggiare. Cfr. pag. 65.

zionate

nel Diario

in Venezia, v.

Le

giostre in

ferrar, presso Muratori

Sansovino, Venezia,

fol.

/

t, men- \ Ferrara nel 1464,

XXIV,

153 e segg.

col.

208. 208.

)

in

Bologna


PARTE QUINTA

124

Già ancor sotto Cosimo (1459),

e poi sotto Piero

il

vec-

chio ebbero luogo in Firenze delle giostre celebratissi-

me

;

fino

Piero il

giovane poi per

il

trascurò per-

tali esercizi

governo, e non voleva essere dipinto se non rive-

stito della

sua splendida armatura. Anche alla corte di

Alessandro VI prevalse un entusiasmo simile il

e

;

quando

cardinale Ascanio Sforza chiese al principe turco Zì-

zim

come

pag. 149 e 158)

(v. voi. I,

spettacolo,

gli piacesse quella

barbaro rispose assai saggiamente, che

il

si-

facevano fare agli

mili combattimenti nella sua patria

si

schiavi, perchè, in caso di disgrazia,

non se ne risentiva

alcun danno. d'

— L' orientale

accordo con

gli antichi

qui,

senza saperlo,

si

trovava

i

costumi

romani nel riprovare

del medio-evo.

Del resto, anche non tenendo conto stanze, che pur

r ardore

non sono

di lieve

insistente con cui

si

di

tempo qua e

veri ordini di corte (per es. a Ferrara), di diritto

il

nobili

cui

i

colà dei

membri

titolo di cavaliere.

Ma, per grandi che vanità dei

spiegarsi

cerca la dignità cavalle-

resca, noi troviamo ornai a questo

hanno

queste circo-

momento per

e

fossero le singole ambizioni e le

dei

cavalieri, sta

di

fatto

che la

sempre nel bel mezzo della vita comune, e non mai alle estremità della medesima. nobiltà italiana

si

nel 1470 e seguenti,

v.

collocò

Bursellis,

Annal. Bonon. Muratori XXIII,

dove è da notare una bizzarra mescolanza di sentimentalismo a proposito della rappresentazione, che vi si faceva dei trionfi romani. Federigo da Urbino (v. voi. I, pag. 59) col. 898, 903, 906, 908, 909,

in

un torneo perdette

l'occhio destro ah ictu lanceae.

d' allora nei paesi settentrionali

Marche, Mémoir. passim, 19, 21 ecc.

ma

veggasi per

specialmente

i

tutti

:

— Sui tornei

Olivier de la

capit. 8, 9, 14, 16, 18,


125

LA VITA SOCIALE E LE FESTE

Noi

vediamo trattar

la

costantemente

colle altre classi

sur un piede di perfetta uguaglianza, e l'ingegno e la

cultura sono sempre

che in un

suoi naturali alleati.

i

propriamente detto

cortigiano

qualche grado

di nobiltà,'

samente dichiarata

ma

figlia di

Certamente si

un

esige

questa esigenza è espres-

un pregiudizio invalso nel

pubblico {per Voppcnion universale)^ né in ogni caso implica mai la supposizione, che anche un individuo non nobile

non possa avere un merito intrinseco equivalente.

nemmeno rimane

debbano restar escluse da ogni contatto vuole soltanto che

non manchi alcuna

ornamento della in tutti

i

col principe

:

si

perfetto, al vero cortigiano,

di quelle qualità,

e quindi

vita,

che costituiscono un

neanche questa. Se poi

rapporti della vita gli vien fatto un

un contegno riserbato

obbligo

e dignitoso,

un sangue più nobile

nelle

perchè cosi vuole l'alta sua perfezione

indi-

non è già perchè

ma

uomo

all'

speciale di mantenere

vene,

E

inteso con ciò che le persone non nobili

egli abbia

cui

mo-

sta nella cultura e nella ricchezza;

ma

viduale. Trattasi di

mento principale

in quest' ultima solo

una distinzione moderna, in

quanto renda possibile

il

di

consa-

crar la vita alla prima e di promuoverne in grande gli interessi e lo sviluppo.

1

Baici. Castiglione,

Il

Cortigiano, L.

I,

fol.

18.


CAPITOLO

II

Raffinamento esteriore della vita.

— Articoli

Abbigliamenti e mode. riore.

Il

Ora, quanto

un

meno

come

tale,

donne.

— Pulitezza

sente lo

este-

Comodità ed eleganza.

le differenze di nascita

conferiscono

maggiore ogni indivistimolo a mettere in evidenza

privilegio determinato,

duo, i

di toeletta delle

galateo e la buona creanza.

tanto

suoi pregi personali, e tanto più la vita sociale

deve

tendere per proprio impulso a restringersi in una cerchia speciale ed a nobilitarsi. lità e

il

sorgere dell'individua-

Il

diventano due

raffinarsi della vita sociale

fatti

necessari, deliberatamente pensati e voluti.

Già r apparenza esterna circondano e gli Italia

ozj

della

dell'

uomo

e le cose

che lo

quotidiana mostrano ia

vita

un'eleganza ed un raffinamento maggiore, che in

qualsiasi altro paese. Delle abitazioni dei grandi spetta alla storia dell'arte

notare,

il

parlarne; qui soltanto dobbiamo

come esse superassero

nica disposizione delle parti

i

in

comodità e nell'armo-

castelli e

grandi del nord.

lazzi di città dei

Il

guisa, che egli è impossibile l'istituire

ragone colle mode degli

XV

finire del secolo

ultime. Ciò che

i

altri paesi,

in poi, spesso

pittori italiani

ci

si

le

corti

vestire

o pa-

mutò per

un completo pa-

molto più che, dal adottarono queste-

rappresentano

come


PARTE QUINTA

128

costume di quel tempo, « di più accomodato ci si

potrebbe dir con

è in generale quanto di più bello fosse allora in Europa,

certezza, se quel

prevalesse generalmente e se

sempre

stati

che

teneva in

si

Italia.

tosa; ma, oltre e

ma

non

di vestire

pittori, ritraendolo, sieno

Quello però che è fuori di dubbio

esatti.

che in nessun luogo

si è,

i

modo

si

tenne del vestire quel conto,

La

nazione era

alquanto vani-

anche uomini molto gravi non

ciò,

esitavano a riconoscere in un vestito quanto più

si

po-

un ornamento non dispregevole aggiunto alla persona. In Firenze ci fu perfino un periodo di tempo, in cui il vestire era una cosa affatto individuale, ed ognuno aveva una moda sua propria {v. voi. I, pag. 179 nota); ed anche per buon tratto del tesse bello e ben fatto

XVI questa usanza fu coraggiosamente mantenuta da uomini considerevolissimi,' mentre intanto la grande maggioranza si accontentava di variare più o meno la

secolo

moda dominante, secondo

gusto

il

particolare.

trebbe adunque riguardare come un sintomo

per r Italia

l'

ammonizione che

Casa,^ di evitare

moda

regnante.

si

Si po-

decadenza

legge in Giovanni della

le singolarità e di

Il

di

non

dipartirsi dalla

nostro tempo, che, almeno negli ab-

bigliamenti degli uomini, rispetta come

legge suprema

l'uniformità, rinuncia con ciò ad una caratteristica più

importante che non

si

creda.

Ma

ciò

procura un grande

risparmio di tempo, e questo, colle idee di operosa

at-

hanno oggidì, può benissimo riguardarsi come compenso tale da contrabbilanciare ogni altro svanche

tività

si

taggio.

'

Paul. Jov. Elogia, sub.

linus, Balth. Castellio ecc. 2

Casa, Il Galateo,

p. 78.

tit.

Petrus Gravina, Alex. Achil-


129

LA VITA SOCIALE E LE FESTE In Venezia e a Firenze

eranvi,

'

all'

epoca del Rina-

scimento, prescrizioni speciali, che regolavano di vestire degli uomini

ponevano

e

lusso delle donne.

Dove

esempio a Napoli,

i

simili leggi

modo

il

determinati al

limiti

non esistevano, per

moralisti deplorano scomparsa ogni

traccia di differenza tra la nobiltà e

Oltre

a ciò essi biasimano

mode

e (se

il

il

borghese.*

ceto

rapidissimo mutar delle

noi interpretiamo rettamente) la stolta ve-

nerazione per tutto ciò che veniva di Francia, mentre nel fatto molte delle sue

mode non erano che

aver fatto

giro del paese straniero. Ora,

il

sino a qual punto questo frequente

del vestire e

l'

le antiche

nuove, perchè rientrate dopo

d' Italia spacciate siccome

adozione delle

mode

abbiano contribuito a tener viva

il

mutare

determinare

forme

delle

francesi e spagnuole nella nazione

^

la pas-

sione abituale del lusso esterno, non è cosa di cui dob-

biamo occuparci qui

1

ma, anche senza

Intorno a ciò veggansi

ziano, e Sansovino della fidanzata sulle spalle 2 Jov.

:

Venezia^

negli sponsali

—è

i

di

ciò, il fatto

fogge del vestire vene150 e segg. L' abbigliamenti bianco coi capelli ondeggianti

libri sulle fol.

quello della Flora del Tiziano.

Pontan.

De principe: utinam autem non

eo

impuden-

ut inter ìuercatorem et patricium nullum in vestitu ceteroque ornatu discrimen. Sed haec tanta licentia

tiae sit

;

perventum

esset,

reprehendi potest, coherceri non potest, quamquam mutari vevideamus, ut quas quarto ante mense in deliciis habebaìnus^ nunc repudiemus et tanquatn veteramenta abiicia-

stes sic quotidie

mus. Quodque tolerari

vice potest,

nullum

fere vestimenti

genus

probatur, quod e Galliis non fuerit adductum, in quibus laevia pleraque in pretio sunt, tametsi nostri persaepe homines modum. illis et

3

quasi formulam

Su

Muratori,

ciò

veggasi

XXIV,

zionata anche la

quandam

per esempio,

col. 297, 320, 376,

moda

tedesca.

praescribant. il

Diario ferrarese presso

399; in quest'ultima è

men-


PARTE QUINTA

130 merita

d' esser

notato

come una prova

di più del

rapida

sviluppo della vita italiana intorno al 1500.

Degna

di speciale attenzione è la

le donne, di modificare

parenza esterna con

cura che pongono

quanto più possono la loro ap-

tutti gli aiuti,

che può

ricca e minuziosa toeletta. In nessun

dalla caduta dell'

Impero romano

paese

non

in poi,

offrire

una

d'

Europa,.

è

cercato

s'

di dar tanto risalto al pregio della figura, al colore delle

carni e alla ricchezza dei capelli, quanto

allora in Ita-

Tutto tende ad uniformarsi ad un tipo convenzio-

lia.^

nale universalmente accettato, anche a costo di veder

modo

violate in

rali del bello.

strano, e talvolta goffo, le leggi natu-

In questo riguardo noi prescinderemo del

tutto dall' abbigliamento in genere, che nel secolo

XIV

fu estremamente svariato nei colori e carico negli orna-

menti,^ e più tardi ebbe una ricchezza un po' più ele-

gante, e

ci

limiteremo alla toeletta nel senso più stretto.

Innanzi tutto noi troviamo che

gono da

anche

testa, talune

Si cfr. con ciò

1

i

di seta

bianca e

passi relativi in Falke

Intorno alle donne fiorentine veggansi

2

portano, poi ven-

:

gialla,^ sino

a

Die deutsche Tra-

und Modenwelt.

chten,

Giov. Villani X, 10 e 152 sulle

si

tornano a portarsi false acconciature

proibite, poi

mode

;

Matteo Villani

I,

i

passi principali in

4.

Nel grande editto

dell'anno 1330 vengono, tra molte altre cose, permesse

soltanto le figure

stampate sugli abbigliamenti femminili, e per

converso sono vietate quelle semplicemente dipinte.

Non sarebbe

questa per avventura una allusione alla stampa mediante un modello? 3

Quelle che

si

componevano

di capelli veri,

dicevansi capelli

Anshelm. Cronaca di Berna, IV, p. 30 (1508) è fatta menzione di falsi denti d'avorio, che un prelato italiano usava, ma solo per rendere più chiara la sua pronuncia. morti.

In


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

131

che giunge un qualche grande oratore sacro, che com-

move

gli

animi a penitenza, e allora sulla pubblica piazza

un gran rogo {talamo)^

s'innalza

sul

insieme a

quale,

arnesi da giuoco, maschere, ricette magiche, can-

liuti,

vanno a finire anche quefiamma purificatrice riduce tutte queste cose in un mucchio di cenere. Il colore ideale, che tanto nei propri, come nei capelli posticci si cercava zonieri erotici ed altre inezie,

acconciature

ste false

di preferenza,

era

^

:

la

E

biondo.

il

siccome

si

credeva che

il

raggio solare avesse in sé la virtù di far acquistare quel colore ai capelli,^ furonvi delle dame, che ebbero

il

co-

raggio di stare giornate intere sotto la sferza del sole del resto, ciò non impediva che

si

* ;

usassero tinture spe-

manteche per accrescerne altresì il volume. A poi bisogna aggiungere un arsenale di acque ritenute

ciali e

ciò

confacenti a conservar la bellezza, empiastri ed unguenti

per ogni singola parte del viso, perfino per e

i

denti, di cui

E

idea.

1

nostro tempo non ha

il

non giovarono né

i

Savonarola, 2

(v.

— Poi

col. 823.''

II,

gli

coU 1874. autori

— Allegretto,

che parlano di

più innanzi.)

Sansovino, Venezia,

ibi.

152: capelli biondissimi per forza

di sole. Cfr. sopra, pag. 96. 3

palpebre

sarcasmi dei poeti,* né le

Infessura, presso Eccard, Scriptt.

presso Murat. XXIII,

le

nemmeno una

Come anche accadde

in

Germania.

Poesie satiriche, pa-

gina 119: nella satira di Bernardo Giambullari per prender moglie

si

ha un'idea

di tutta la

chimica della

toeletta,

che eviden-

temente s'appoggia ancora in gran parte sulla superstizione e sulla magia. * I

quali anche s'adoperavano a mettere in

evidenza

schifoso, pericoloso e ridicolo di queste unzioni. Cfr.

ttra

III, V.

202 e segg,

e in molti passi dei

Aretino, Il Marescalco, atto

Ragionamenti. Poi Giambullari,

Beroald. sen. Carm.ina.

il

lato

Ariosto, -So-

1.

II,

scena

e.

— PhiL


PARTE QUINTA

132

invettive dei predicatori, né la paura stessa di guastarsi

precocemente

forma

falsa

a distogliere

le carni

le

donne da quegli

con ciò un falso colorito, e perfino una

usi e dal dare

al proprio

Non

viso.

è

impossibile che le

frequenti e grandiose rappresentazioni dei quali centinaia

Misteri, nei

d'uomini apparivano dipinti e masche-

abbiano contribuito a trasformare queir abuso in

rati,'

abitudine giornaliera;

il

fatto è

che esso allora era uni-

versale, ed anche le fanciulle del contado facevano del

loro meglio

per uniformarvisi,^ sin dove potevano. Si

aveva un bel predicare, che

simili artificii erano

i

con-

trassegni delle cortigiane; anche le più rispettabili matrone, che del resto in tutto

cavano alcun empiastro,

quando accadeva

Ma,

sia

che

si

s'

il

corso dell' anno non toc-

imbellettavano nei di di festa,

loro di dover mostrarsi in pubblico.^

di barbarie, di cui s'aveva

un riscontro nell'uso

bellettarsi dei selvaggi, sia che lo si ritenesse

tanto come nel colorito

uno sforzo il

tipo

farebbe credere la di questa toeletta,

allora,

^

come

riguardasse questo eccesso come un tratto

di

di im-

anche

sol-

mantenere nei lineamenti e

normale della bellezza giovanile, come

somma

— certo

in ogni altro

accuratezza e la moltiplicità è che agli uomini spiacque

tempo, e ne sono prova

i

ri-

Cennino Cennìni nel suo Trattato della pittura, cap. 161, dà

una ricetta degli unguenti usati per dipingersi il viso, evidentemente pei Misteri e le Mascherate, poiché nel capo susseguente «gli riprende seriamente Tuso d'imbellettarsi e di usare acque odorose in generale. 2 Cfr, la Nencia da Barberino, str, 20 e 40. L' innamorato le promette belletto e biacca, che egli le porterà in un bossolo dalla città. Cfr. sopra pag. 107. 3 Agnolo Pandolfini, Trattato del governo della famiglia, p. 118.


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

133

chiami continui, che in questo riguardo furono

fatti al

bel sesso.

Anche

modo si

si

l'

uso dei profumi eccedette ogni misura e

perfino a tutte le

estese

si

cose, colle

doveva venire a contatto. Nelle grandi

solevano strofinare con unguenti

dovea cavalcare

si

quali in qualsiasi

fin le

festività,

mule, sulle quali

Pietro Aretino ringrazia Cosimo I

'

;

per un invio fattogli di scudi profumati^

Ma

gl'Italiani

vivevano allora altresì nella persua'

sione di superare in pulitezza esteriore qualsiasi dei popoli settentrionali.

parrebbe neanche doversi dire,

che questa loro opinione andasse troppo lungi dal vero, se

si

considera che la pulitezza è una qualità indispen-

sabile al perfezionamento della personalità

certamente in

moderna, che

Italia si svolse più presto e più

tamente che altrove

;

comple-

inoltre molti indizi farebbero cre-

dere anche, che essi fossero una delle più ricche nazioni del

mondo

d' allora.

Prove assolute tuttavia non sarà mai da ultimo la questione si restrin-

possibile addurne, e se

gesse al determinare a chi propriamente spetti la priorità, nella redazione dei primi codici di pulitezza e creanza, la poesia cavalleresca

del

diritto vantarsi di possedere di

una cosa non può

medio-evo potrebbe a buon il

più vecchio. Ciò nonostante,

dubitarsi, ed è questa, che alcuni

dei più illustri rappresentanti del Rinascimento portarono

BanXXII, col. 87. Nov. 47. 2 Capitolo I a Cosimo quei cento scudi nuovi e profumati, che l'altro dì mi mandaste a donare. Alcuni oggetti che datano da quel tempo, serbano ancora qualche traccia di odore. 1

dello,

Tristan. Caracciolo, presso Murat.

Parte

II,

:


PARTE QUINTA

134

la pulitezza della persona,

specialmente

ne' banchetti,^

un antico come

all'ultimo grado della perfezione, e che, per pregiudizio, il

i

tedeschi in Italia riguardavansi sempre

tipo d' ogni sudiceria.^ Il Giovio

non

esita

ad attribuire

molte abitudini poco pulite di Massimiliano Sforza l'

al-

educazione primitiva che questi aveva ricevuto in Ger-

mania,* e nota che dolezzati. In

gli Italiani n'

mezzo a

ciò si

meno

sorprendersi che, per lo

condurre

sero

tedeschi,*

mente

le

nel secolo

osterie e gli

XV,

di

si lascias-

da

alberghi per lo più

quali praticarono questa industria principal-

1

del

in vista

fluivano a

erano veramente scan-

ha tanto maggior ragione

Roma.

gran numero

Ma

le

che

di pellegrini,

testimonianze che

questo riguardo potrebbero anche semplicemente

riferirsi

alle osterie e agli alberghi delle

campagne, mentre

con certezza che nelle maggiori

città le migliori

erano tenute tutte da

Italiani.*

La mancanza

campagne potrebbe

alberghi nelle

af-

hanno a

si

sa

si

locande

poi di buoni

dal difetto

spiegarsi

di sicurezza in generale.

J

Vespasiano

fiorent. p.

458 nella Vita di Donato AcciajuoU,

e p. 625 nella Vita del Niccoli. 2 Giraldi, Hecatommithi^ Introdiiz.^ Nov. 3 Paul. Jov.

6.

Elogia.

Aen. Sylvius {Vitae Pai^ariim, presso Murat. Ili, II, col. 880); parlando di Baccano: panca sunt mapalia, eaque hospitia faciunt Theutonici; hoc hoìninum genus totam fere Italiani hospitalem facit; uhi non repereris hoSj ncque diversorium *

egli dice

quaeras. 5

Franco Sacchetti, Nov.

tava un grandioso albergo

200

cavalli.

all'

21.

— Padova

intorno al 1450 van-

insegna del Bue^, che aveva

Michele Savonarola, presso Murat.

XXIV,

stalle

per

col. 1175.

Firenze aveva, fuori di porta S. Gallo, una delle più belle osterie che si conoscessero, ma serviva soltanto di luogo di convegno, a

quanto sembra, per chi Stor. fiorent.

III,

p. 86.

vi

andava a diporto dalla

città.

Varchi,


LA VITA SOCIALE E LE FESTE Della prima metà del secolo

XVI

135

rimane quel ma-

ci

nuale della buona creanza, che Giovanni della Casa, nato fiorentino,

questo

più schietto,

sotto

lasciò

ci

ma

« Galateo

titolo di

il

».

In

non soltanto la pulitezza nel senso

prescrive

si

s'inculca

l'abbandono

altresì

quelle abitudini, che noi siamo

di tutte

chiamare « scon-

soliti di

venienti », con quello stesso tuono magistrale, con cui il

moralista predica le più sublimi leggi morali. In altre

letterature qualche cosa di simile non sistematica,

ma

piuttosto in

modo

si

insegna in via

indiretto, cioè

colla

descrizione di ciò che è sucido e ributtante.'

Ma

il

Galateo, oltre a

ciò, è

una bella

e spiritosa guida

per vivere con buona creanza e con fino e delicato sentire in generale.

profitto

Ancora oggidì può esser

da persone

della vecchia

Europa

letto

con molto

ogni condizione, e la gentilezza

di

diffìcilmente

sue prescrizioni. In quanto

il

scosterà mai dalle

si

delicato sentire è cosa che

viene dal cuore, può ben essere che, sin dai primordi di

ogni cultura e presso

tutti

i

popoli, sia stato innato in

alcuni uomini ed acquisito per forza di volontà in altri;

ma, come dovere buona educazione,

come

sociale e

indizio di cultura e di

primi a conoscerlo senza alcun dub-

i

bio furono gì' Italiani.

E

l'Italia stessa

da due

già grandemente mutata. Adesso infatti

mente, che

il

tempo

secoli s'era

sente aperta-

si

degli scherzi maligni tra conoscenti

e vicini, delle burle e delle

(v.

beffe

voi.

I,

1

Veggasi ad

es.

i

passi

Sebastiano Brant, nei Colloqui hianiis

ecc.

Fra

gli

relativi nella di

scrittori

Nave

cfr.

l'

idea

della follìa di

Erasmo, nel poema antichi

209

pag.

e segg.) nella buona società ò passato del tutto,"

latino

Teofrasto

,

Gro-

I Ca-

ratteri. *

Che

la

burla

si

fosse

fatta

più moderata

molti esempi addotti nel Cortigiano, L.

II, fol.

96.

può vedersi da Tuttavia in Fi-


PARTE QUINTA

136 nazionale prevale

prepara

tesia universali.

stretto

su

quella

lo svolgersi di

Ma

della vita sociale nel senso più

avremo occasione

Tutta

delle cittadinanze locali e

sentimenti di delicatezza e cor-

generale avea raggiunto jn

la vita esterna in

Italia,

nel secolo

grado

di

XV

e nei primi anni del

rafBnamento e

ri-

di discorrere più innanzi.

di perfezione,

Una

nessun altro paese l'eguale.

XVI, un

tal

da non vedersi in

moltitudine di

quelle

cose grandi e piccole, che costituiscono nel loro insieme la

moderna agiatezza ed eleganza,

si

potrebbe provarlo, quando

e'

era già in

altrove non

ancora un'idea. Nelle vie ben selciate delle

e

Italia,

se ne

aveva

città italiane

*

l'uso delle carrozze era generale, mentre fuori d'Italia

dovunque o s'andava ancora a piedi, o a cavallo, o si usava della carrozza per sola necessità, non per piacere. Letti molli

ed elastici, preziosi tappeti e svariatissimi

articoli di toeletta

novellieri.'

La

spesso l'oggetto

anche

campo

di

frequente dai

dell' arte,

descrizioni. Essi ci parlano

delle loro

che

di cose,

si

direbbero piuttosto appartenere al

notando con ammirazione come essa da

tutte parti nobiliti

dioso armadio,

vengono menzionati

copia e la finezza delle biancherie sono

ma

il

lusso,

eziandio

adornando non solo il

il

gran-

leggero stipetto di preziosi

e magnifici vasi, rivestendo le pareti di pomposi arazzi, arricchendo la mensa di confetture lavorate in mille guise.

renze essa

si

mantenne quanto più

potè.

Ne sono una prova

le

novelle del Lasca. 1

Per Milano è importantissimo un passo del Bandello. Parte

I,

Nov>. 9. C'erano più di 60 carrozze tirate a quattro cavalli, e in-

numerevoli a due, in parte riccamente dorate e intagliate, con damaschi di seta. Cfr. ivi Nov. 4. Ariosto, Sat. Ili, v. 127.

2

Bandello, Parte

I,

Nov.

3, III, 42,

IV, 25.


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

137

e aggiungendo infine eleganza e buon gusto al rozzo la-

voro del falegname. Tutto V occidente

si

prova negli

ul-

timi tempi del medio-evo, e secondo le sue forze glielo

permettono,

in simili tentativi,

ma

o non riesce che a

dare inezie e freddure, o non sa svincolarsi dalle pastoie convenzionali della decorazione gotica,

Rinascimento

italiana del

senso, risponde si

degnamente

crea una sfera

estesa.

Da

dovuta

l'arte

ogni

e

senza confronto più vasta ed

forme decora-

d'ogni specie sopra le nordiche nel corso

XVI, quantunque

altresì a cause di

importanza.

in

alle più svariate esigenze

ciò la facile vittoria di queste

tive italiane

del secolo

d' attività

mentre

move liberamente

si

sia

anche vero che essa è

molto maggiore e più generale


CAPITOLO

III

La lingua come base del vivere

Formazione

una lingua

desima.

I

ideale.

Diffusione sempre crescente della

puristi più rigidi.

sociale.

Meschinità dei loro

trionfi.

me-

La

conversazione.

La

società più elevata, che qui oggimai appare

come

come

la più alta crea-

zione della vita del popolo, presuppone,

come condizione

un prodotto

della riflessione, anzi

indispensabile,

il

linguaggio.

Nell'epoca più florida del medio-evo presso tutti popoli occidentali V aristocrazia

aveva cercato

di

i

man-

tenere una lingua « cortigiana » tanto per la conversazione, che per la poesia. Italia,

i

cui

dialetti

tanto fra loro,

si

di

una

Ora

il

si

in

difl'erenziarono

che ora comune alle corti e

fatto più

tal lingua si volle

di tutte le

modo anche

allo stesso

per tempo

ebbe sin dal secolo XIII una lingua

cosi detta « curiale »,

loro poeti.

Ed

assai

persone colte,

importante

si

ai

è questo, che

con ogni sforzo far la lingua la

lingua scritta. Nell'introdu-

zione alle « Cento novelle antiche », redatte ancor prima del 1300,

un

tale scopo è confessato apertamente. Anzi,

per vero dire, qui la lingua è trattata espressamente

come qualche cosa

di

completamente indipendente dalla


PARTE QUINTA

140 poesia

:

il

meglio che in essa

possa ottenere, è V espres-

si

sione semplice, chiara, spiritualmente bella in brevi discorsi,

sentenze e risposte. Questa espressione è a questa

tempo

in pregio

presso

i

non sono mai

(un

altri

si

difficile^

lavorava attorno da diverse parti. Dante

porta addirittura nel bel mezzo di questa lotta:

libro «

tempi

a mettere insieme una bella frase »

l'impresa diventava appunto tanto più

quanto più vi ci

riusciti

lo fosse in

« quanti in una lunga vita

parlare)!

bel

Ma

non meno che

greci e gli arabi:

Del volgare eloquio »

il

suo

ha un' importanza gran-

'

dissima non solo per la questione in sé stessa,

ma

anche

perchè è la prima opera ragionata sopra una lingua mo-

derna in generale. L'esaminare

sviluppo successivo-

lo

delle sua idee e le conclusioni, alle quali egli giunge,

sono cose che appartengono alla storia della

filologia, nella

quale quel libro occuperà sempre un posto rilevantissimo. Qui a noi basta di constatare tre fatti

ancor lungo tempo prima che la lingua

si

:

che, cioè,

cominciasse a scriverla,

deve essere stata una delle più importanti que-

stioni della vita quotidiana

;

che tutti

i

dialetti

erano

stati

studiati con partigiana predilezione o avversione; e la nascita della lingua ideale

in

mezzo a grandi

mortale Poema. senziale della

1

si

che

avverò se non

lotte e contrasti.

meglio che poteva

Il

comune non

farsi, lo fece

Il dialetto

Dante

col suo im-

toscano diventò la base es-

nuova lingua comune.' Se

ciò

a taluno pa-

JDe vulgari eloquio, ed. Corbinelli, Parisiis 15T7, scritto, se-

condo

il

Boccaccio {Vita di Dante,

p. T7),

morte.

egli si

esprime nel principio del « Convito

2 II

poco prima della sua

Sul rapido mutarsi della lingua mentre era ancor vivo ».

prevalere successivo della medesima nella letteratura e

nella vita pratica potrebbe da qualsiasi conoscitore indigeno rap-


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

141

resse eccessivo, valga a nostra giustificazione

il

che

fatto

questa, in una questione tanto dibattuta, è ad ogni

modo

l'opinione la più universalmente ricevuta.

Ora può benissimo

darsi che, nel rispetto letterario

e poetico, lo screzio insorto intorno a questa lingua, quello

che suol giovato

;

dirsi

il

purismo, abbia altrettanto nociuto, quanto

può darsi

altresì

che qualche scrittore, del resto

dotato di grandi attitudini, sia stato con ciò defraudato di

un pregio essenziale,

la spontaneità della espressione

e può darsi per ultimo, che

altri,

padroneggiando in

tissimo grado questa stessa lingua,

sieno cullati alla

si

me-

loro volta nell'onda maestosa e nell'armonia della

desima, trascurando per la forma fatto

il

;

al-

concetto

stando di

;

che anche una meschina melodia, uscita da un tale

strumento, può risonare magicamente.

comunque

sia, nell'

Ad

ogni

modo

e

uso sociale essa ebbe un' importanza

grandissima, perchè contribuì a dare un andamento grave e dignitoso allo stile in generale, e perchè costrinse l'uomo colto a serbare, tanto nella vita ordinaria quanto nelle

circostanze straordinarie,

un contegno

serio

stante elevatezza di idee e di sentimenti. talvolta, sotto questo abbigliamento

tempo

e

Che

classico,

una se

come un

sotto la veste del puro atticismo, ci accade d'in-

contrare basse scurrilità e velenosi sarcasmi, non è

presentarsi facilmente per mezzo

di

XV

si

sieno, o del tutto

od

men

alcune tabelle comparative.

In esse bisognerebbe far rilevare quanto a lungo nei

e

co-

anche

in parte,

mantenuti

i

secoli

XIV

singoli dialetti

nelle corrispondenze giornaliere, negli atti governativi, nei protocolli giudiziarii, e

zioni letterarie.

E

finalmente nelle cronache

dei dialetti italiani accanto

poi servi

e nelle altre produ-

bisognerebbe tener conto altresì del perdurare

come lingua

ad un latino sempre meno puro, che

ufficiale.


PARTE QUINTA

142

vero però, che, quasi a compenso, ogni idea più nobile ed elevata vi trova altresì una condegna espressione.

La

sua importanza poi emerge

vista nazionale

,

ancor più dal punto di

diventando essa come la patria ideale

di tutti gli

uomini

tempo andò

diviso

colti dei diversi Stati, in cui così

il

paese. ^ Di più, essa non è

nio esclusivo di questa o di quella classe in particolare,

anche l'uomo

tutti,

il

più abbietto e

il

per

patrimo-

il

ma

più povero, possono

vogliano.

tempo ed i mezzi d' impadronirsene, purché Ancora oggidì (e forse ora più che mai) la

straniero

resta

trovare

il

sorpreso e maravigliato

di

udire

sulla

bocca del basso popolo e dei contadini un italiano pura e puramente pronunziato in provincie italiane, dove al tempo stesso regna un dialetto inintelligibile, e cerca indarno di trovare un riscontro ad un fatto simile presso le plebi di Francia e di Germania, dove invece anche gli

uomini

locale.

istrutti sacrificano

Vero

è che in Italia

numero

il

alla

pronunzia

di coloro

che sanno

pur tanto

leggere è di gran lunga maggiore, che, a giudicare da tante altre pontificio,

circostanze,

non

si

specialmente

nell' ex-territorio

sarebbe tentati di credere;

ma

qual peso

avrebbe questa circostanza senza quella generale e incontestata venerazione, che

si

ha per

la

pura lingua e la

pronuncia, come per un tesoro altamente caro e pregiato?

mente

accettate,

l' una dopo l' altra, le hanno ufiicialnon escluse Venezia, Milano e Napoli^

ancora

al

tempo

in cui fioriva la letteratura, soggiogate

Tutte le regioni,

Ed

in certo

modo

anche

Piemonte, benché soltanto nel nostro secolo,

s'

il

dallo splendore che da esse

partiva.

è di sua propria iniziativa italianizzato, accettando spon-

taneamente

1

il

più bel tesoro della nazione, la pura lin-

Cosi la pensa anche Dante

:

Le

vulgari eloquio.

I, e.

17, 18.


143

LA VITA SOCIALE E LE FESTE

gua.^ Alla letteratura dei dialetti furono, sin dal prindel

cipio

XVI,

secolo

senza sforzo e deliberatamente

abbandonati taluni argomenti, per

ma

comici,

più

lo

talvolta anche scrii,' prestandosi lo stile di essi a qualsiasi esigenza.

come

zione, flessa,

Presso

una simile separa-

gli altri popoli

una determinazione calcolata non ebbe luogo se non molto più tardi. frutto di

L'opinione delle persone colte sul valore della

e

ri-

lin-

gua, come elemento d'unione della società più elevata, trovasi

chiaramente espressa nel « Cortigiano

d' allora,

cioè fin

taluni, che con ostinato fanatismo

tenevano fermo a voler

mantenute alcune espressioni invecchiate

perchè erano antiche. Nella lingua parlata assolutamente, e non

nella lingua

scritta,

del parlare.

1

Anche molto tempo prima

Piemonte, 2

ma

per

l'

appunto

Nella vita quotidiana

potesse adoperarsi si

che più

il

si

scriveva e

nemmeno

miglior

altro

si

si

Coerentemente il

ogni

scriveva e

si si

d'

Castiglione

questa egli non

in

poi a questa premessa, egli stabilisce che di parlare sarà quello,

il

accetta

le

perchè anche

vede che una forma speciale

in

Dante e de-

di

suo tempo, non per altro, se non

gli altri toscani del

le proibisce

Fin

XVI, eranvi

secolo

dal principio del

».*

leggeva

modo

s'

accosti

il

toscano

leggeva assai poco.

sapeva benissimo per quali cose quali no. Gioviano Fontano

dialetto, e per

permette di ammonire espressamente

Napoli a non farne uso (Jov. Pont.

il

principe ereditario di

De principe). Come

è noto, gli

non erano molto scrupolosi in questo riguardo. Un cardinale milanese messo in derisione, perchè a Roma voleva usare il proprio dialetto, veggasi nel Bandello, Parte II, ultimi Borboni

Nov. 3

31.

Bald. Castiglione, Il Cortigiano. L. I, ché abbia la forma di un dialogo, V opinione chiarissima in mille punti.

f.

27 e segg.

dell'

— Ben-

autore emerge


PARTE QUINTA

144

convenientemente

lingua

alla

assai chiaro

da

il

dire qualche cosa di

essi

Donde

scritta.

concetto che tutti quelli,

emerge

hanno veramente importante, debbono quali

i

formarsi la propria lingua, e che questa è

stessi

mobile e mutabile, appunto perchè è qualche cosa di vivo:

usare

quindi

potersi

espressioni, purché

il

liberamente

popolo

le

usi,

da regioni non toscane, e accettando perfino

quando

le spagnuole,

cose speciali dello studio,

:

^

l'

sorgere

una

tico toscano puro,

più

le

belle

anche

togliendole

le francesi e

uso le abbia consacrate per certe così,

coli'

aiuto dell' ingegno

e

lingua, la quale non sarà invero l'an-

ma

come

l'italiano vero, ricco e pieno

un prezioso giardino, abbondante di fiori e S' intende da sé che è dovere imprescindibile tigiano di esprimere sotto

di d'

frutta.

un

questa veste perfetta

i

cor-

suoi

suoi affetti e la sua poesia.

Ora, siccome la lingua era divenuta un patrimonio della società viva, così, in onta a tutti puristi

non riuscirono

in sostanza

V'erano troppi e troppo valenti

loro

sforzi,

i

scrittori

ed uomini di

Sol che in questo riguardo non

si vada troppo oltre. I saframmischiano elementi spagnuoli e il Folengo (sotto pseudonimo di Limerno Pitocco, nell' « Orlandino ») anche voci 1

tirici il

i

ad aver vinta la causa.

vi

francesi,

un gergo

ma

solo per celia. Nelle

Commedie uno spagnuolo

ridicolo misto di spagnuolo e di italiano.

È

parla

abbastanza

singolare che una via di Milano, che al tempo della venuta dei francesi (1500-1512, 1515-1522)

si

chiamò Rue

belle,

ancor oggidì

chiami Rugàbella. Della lunga dominazione spagnuola non è rimasta quasi traccia veruna nella lingua, e negli edifizi e nelle si

qua e là il nome di qualche viceré. Fu nel seXVIII che colle idee francesi diluviarono in Italia anche le voci e i modi di quella lingua; i puristi del nostro secolo fecero vie tutt' al più

colo

e fanno ogni sforzo per bandirli del

tutto,


LA VITA SOCIALE E LE FESTE società anche toscani, che o non

si

145

curavano o ridevano

di quegli sforzi; e l'ultima di queste

due eventualità

qualunque e pretendeva mostrare ad

toscani, che

essi, ai

erano « della loro lingua ignorantissimi

essi stessi

Oià r esistenza

uno

di

scrittore quale era

avea dato

quanto

una lingua, che aveva

pregi, fuorché quello di imitare

i

in

profondi suoi concetti una veste lim-

ai

pida, schietta, naturale, adottando tutti

».*

Machiavelli

il

troncava d'un tratto tutte quelle questioni, egli

si

un dotto

verificava ogni volta che dal di fuori veniva

il

puro Trecento.

D' altro lato v' erano troppi lombardi, romani, napoletani

ed

altri,

ai

non poteva rincrescere, se nello

quali

vere e nel

conversare non

scri-

esageravano troppo le

si

pretese di un rigoroso purismo nell' espressione. Essi

pudiavano, è vero, le forme e e

i

modi del

(non sappiamo

Bandelle, per tutti, assai spesso

il

quanto sinceramente) ne

fa

ampia

ri-

loro dialetto,

e chiara protesta

:

« io

non ho stile, io non scrivo in volgar fiorentino, ma barbaramente; io non pretendo insegnar altrui, nò accrescere ornamento alla lingua volgare; io non sono che un lombardo e in Lombardia a' confini della Liguria nato »

ecc.''

Ma,

di fronte al partito dei rigidi puristi,

cercavano nel fatto

tutti

di sostenersi, e,

rinunciando a

bello studio a pretese maggiori, sforzavansi a tutto potere, e

quasi a compenso, d'impadronirsi

comune. Non a

1

della lingua

tutti infatti era dato di poter fare

Firenzuola, Oj^ere»

lezza delle donnej e

II

I

nei

come

nella prefazione al Discorso sulla Bel-

Ragionamenti, che precedono

le

No-

velle.

2 Bandello,

bardo,

il

scioglie

Parte

1,

già nominato la

questione

'Proemio e Nov.

Teofìlo

col

farvi

1 e 2.

Un

altro lom-

Folengo, nel suo « Orlandino »

sopra

le

più

grosse

risate

mondo. 10

del


PARTE QUINTA

146 il

Bembo,

yita

il

che, nato a Venezia, scrisse per tutta la

sua come lingua appresa

più puro toscano, (sempre però

e quasi straniera), o

come

Sannazzaro, che presso a

il

poco fece altrettanto, essendo napoletano. L' essenziale era questo che ognuno sia parlando, sia scrivendo, do-

veva smo,

somma

trattar la lingua con

poteva benissimo lasciare i

loro congressi filologici

nosi essi

e simili

d' altra

:

tardi,

il

loro fanati-

veramente dan-

quando

il

soffio

era già fatto notevolmente più languido e stava

nella letteratura, afi*atto

'

non divennero che più

dell' originalità

cura. Posto ciò, si

ai puristi tutto

natura,

ma

soggiacere ad influenze

per

ancor più perniciose.

Da

ul-

timo fu libero alla stessa Accademia della Crusca dì trattar

come una lingua morta; ma

l'italiano

sforzi furono

meno ad impedire che assumesse colorito francese, che

forma

letteratura del secolo

XVIII

Ora

fu

il

quell'indirizzo e quel

carattere distintivo della

144 nota).

(cfr. p.

sommo

della pieghevolezza e duttilità,,

che divenne nella conversazione di ogni sociale convivenza. i

suoi

appunto questa lingua tanto pregiata, curata

e portata omai al

nali

i

talmente impotenti, che non riuscì nem-

principi e

i

nobili

lo

strumento e la base

Mentre

nei paesi settentrio-

passavano

i

loro

ozi o chiusi

nella solitudine dei loro castelli o in continui combatti-

menti, cacce, banchetti e ceremonie, e la borghesia era tutta dedita al giuoco e agli esercizii corporali si

voglia,

1

Uno

s'

di questi

presidenza del Bembo. Veggasi la lettera

Claudio Tolomei, presso

Appendici.

se pur

ebbe luogo, a quanto sembra, in Bologna sul

finire del 1531 sotto la

di

o,

esercitava a scrivere rozzi versi e celebrava

il

Firenzuola, Opere^ voi.

II,

nelle


147

LA VITA SOCIALE E LE FESTE

dove pure tali cose esistevano, un ambiente più elevato e sereno, qualsiasi condizione e nascita, purché non

feste continue, in Italia,

erasi formato altresì

dove uomini

di

privi di talento e di cultura,

si

raccoglievano in eleganti

convegni a discorrere di cose serie e facete, alternando Futile al dolce. Siccome in

tali

di far trattamenti, o questi

cosa,*

non era

di

convegni o non

gli

si

usava

riducevano ad assai poca

neanche

difficile

uomini più materiali e

si

tenerne lontani gli

il

Se

scrocconi.

è permesso

ci

credere a quanto ne scrissero alcuni autori di dialo-

anche

ghi,

formato

l'

i

più elevati problemi della

oggetto

più distinti

:

d'

vita avrebbero

importanti discussioni fra

né la manifestazione

di

gli

uomini

sublimi pensieri vi

sarebbe stata, come di regola presso privilegio

i settentrionali, un puramente individuale, bensì comune a parec-

Qui però noi

chi.

sociale nel lato

ci

men

restringeremo a toccare della vita

serio ch'essa presenta, nelle riunioni,

che non hanno altro scopo, che sé medesime.

J

Luigi Cornare

si

lamenta verso

il

1550

(al

principio del suo

Trattato della vita sobria) che da non lungo tempo prevalgano in Italia le ceremonie (spagnuole) e

e la crapula. (Al lieta società). Cfr.

tempo

stesso

pag. 114.

i

complimenti,

scomparvero

la

il

luteranismo

temperanza e

la.


CAPITOLO IV

La forma più elevata

Convenienze

dame

— novellieri e loro uditorio. — Le grandi — La società fiorentina. — La società di Lorenzo

sociali e statuti.

e le loro sale.

da

descritta

Questa

lui

vita,

della vita sociale.

il

I

medesimo.

almeno

XVI,

nei primi anni del secolo

era assai saggiamente regolata e

basava sopra quelle

si

convenienze tacite ed espresse, che sono domandate o dalle circostanze o dal decoro,

ma

che non hanno nulla

che fare colla rigida etichetta. In certi

dove

patti,

le riunioni

assumevano

corporazioni, v'erano perfino

il

degli

com-

circoli più

carattere di stabili statuti

e delle for-

malità per l'accettazione, come, per esempio, in quelle allegre

società di artisti fiorentini, alle quali

attribuisce

1

il

merito

Vasari XII,

p.

maledica genia degli stotile.

(nelle

opere minori,

I

*

di

aver promosso

9 e 11, Vita del Rustici. artisti affamati, XI,

capitoli del Machiavelli per p. 407)

di

mondo.

di cui parla

Benvenuto

Vasari

— Ed

anche

la

una società

di

buontemponi

sono una comica caricatura degli

— Incomparabilmente

la nota descrizione di quel

il

rappresenta-

21G e segg. Vita di Ari-

statuti delle società in generale, nello stile

uomini

la

alquanto libero degli

bella è e

convegno notturno

Cellini,

I,

cap. 30.

rimarrà sempre

d'artisti in

Roma,


PARTE QUINTA

150

zione delle più importanti

commedie

più leggere invece e che

si

costanze

affatto

prescrizioni,

dama

d'allora.

Le

società

mettevano insieme per

cir-

momentanee, accettavano volentieri

le

che eventualmente venivano imposte dalla

più ragguardevole. Tutti conoscono l'Introduzione

Decamerone del Boccaccio, e sono usi a considerare il regno di Pampinea su tutta quella società come nulla più che una piacevole finzione, e certamente essa è tale in questo caso speciale; ciò non ostante non è men vero, ch'essa si fonda sopra una consuetudine già accettata del

nella vita sociale.

dopo premette s'

Il

Firenzuola, che

quasi

due

secoli

sue novelle un'introduzione simile,

alle

accosta senza dubbio ancor più alla realtà, quando in

hocca alla regina della sua società pone un discorso sul

modo

di ripartire

pagna, vale a filosofiche

la

mensa

tempo durante

il

dire,

prima

di tutto

il

soggiorno alla cam-

un'ora di speculazioni

andando a passeggiare sopra una collina, poi dal suono del liuto e del canto,'

rallegrata

ombroso di qualche nuova tema vien dato d'ordinario la sera precedente; più tardi una passeggiata ad una fonte, dove ognuno s'asside e narra una novella, e finalmente la indi la recita in qualche sito

canzone,

cena e

cui

il

piacevoli ragionamenti, « tali però, che alla

i

onestà delle donne e alla gentilezza degli uomini non

disconvengano dediche di

».

Il

Bandelle nelle introduzioni e nelle

ciascuna delle sue novelle non riferisce, è

vero, simili discorsi di circostanza, poiché le diverse società, dinanzi alle quali quelle novelle

esistono già tro

modo

1

come

circoli

vengono narrate,

omai formati,

ma

lascia in al-

indovinare, quanto ricche, svariate e piacevoli

La mensa doveva

tenersi

presso a poco tra

undici del mattino. Cfr. Bandelle, Parte

II,

Nov.

IO.

le dieci e le


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

dovevano essere queste supposte penseranno,

lettori

come son

quelli

da un altro lato potrebbe anche

dovevano essere

lide

tali racconti,

di udire

che

si

rac-

leggono,

da perdere, né da guadagnare.

fosse troppo

ci

Ma

riunioni sociali. Alcuni

che in società capaci

conti tanto immorali,

non

151

dirsi

che ben so-

,

le basi di società, che,

ad onta dì

non uscivano dalle convenute formalità, non

andavano a soqquadro, e potevano perfino occuparsi serie

discussioni

dire che si

il

di

argomenti più gravi. Ciò vuol

sugli

bisogno di una forma elevata di conversazione

faceva sentire più forte che mai e andava sopra ogni

cosa. la

Per convincersene non occorre di prendere a norma un po' troppo idealizzata, che il Castiglione

società

introduce a parlare

elevati sentimenti e scopi

più

sui

della vita alla corte di Guidobaldo da Urbino e Pietro

Bembo

nel castello

La

di Asolo.

società del Bandello,

invece, anche in onta a tutte le frivolezze alle quali

abbandona, può riguardarsi come queir elegante decoro, di quella

il

facile amabilità, di quella

schietta franchezza, di quello spirito

cultura letteraria

ed

ne ha specialmente

mavano per

il

centro,

tal fatto

Una prova che

in questo,

godevano

l'

insomma

che formano

artistica,

distintivi di tali circoli.

si

tipo più veritiero di

e di quella i

caratteri

assai concludente se le

dame, che ne

for-

universale estimazione, nò

furono minimamente pregiudicate nella loro

fama. Fra le protettrici del Bandelle, per esempio, Isabella

Gonzaga, nata Estense

(v. voi.

ebbe una celebrità non scevra pel proprio contegno,

ma

>

Prato, Arch. stor.j

III,

I,

pag. 58), se

macchie, non fu già

per quello delle scostumate * Giulia Gonzaga Colonna, un Bentivoglio, Bianca Ran-

damigelle che la circondavano: Ippolita Sforza maritata ad

di

p. 309.


"15^

PARTE QUINTA

gona, Cecilia Gallerana, Camilla Scarampa, ed altre an-

darono del tutto imtnuni, qualunque del resto loro contegno, da ogni accusa e censura.

donna

d' Italia poi,

La

sia stato

il

più celebre

Vittoria Colonna, godeva

fama

ad-

dirittura di santa. Ora, egli è indubitato che le partico-

vengono date intorno

larità che ci si

conduceva nelle non sono

lebrati,

al vivere sciolto,

nelle ville

città,

che

e nei bagni più ce-

natura da farne emergere una

di tal

superiorità assoluta della vita sociale d' Italia su quella

del resto d'Europa.

Ma

si

legga

il

Bandello,^ e

si

vegga

poscia se un genere simile di società sarebbe, ad esempio, stato possibile in

trasportato

d' Italia

al pari di lui le più alte

da

Francia, prima che vi fosse stata lui e

da tanti

altri colti e

civili

Certamente che anche a quel tempo creazioni dell' ingegno umano non ebbero bi?

sogno, per nascere, dell'aiuto o del favore di quelle riu-

ma

nioni, di

poco

si

avrebbe gran torto se

momento

fosse per altro,

le si

riguardasse

come non

nella vita dell' arte e della poesia,

almeno per questo, che aiutarono potenin Italia ciò che allora non esisteva paese, un vivo interessamento per tutto

temente a creare in

verun altro

quanto

produceva

si

nell'

un campo

e nell' altro, e

un

gusto squisito per rettamente giudicarne. Prescindendo poi

anche da

stesso

ciò,

questo genere di società è già per sé

un necessario portato

e di quel

modo

italiano, e

che

di vivere,

di quella particolare cultura

che allora era esclusivamente

d' allora in poi

divenne europeo.

In Firenze la vita di società è fortemente influenzata

da parte della letteratura e della

*

I

34, 55,

passi più importanti III,

17, ecc.

:

Parte

I,

politica.

Nov.

Innanzi tutto

1, 3, 21, 30, 44, II, 10,


LA VITA SOCIALE E LE FESTE Lorenzo

il

Magnifico è

mente quanti

lo

153

uomo, che domina completa-

tal

circondano, non tanto in virtù della sua

posizione, quanto per le sue stesse qualità; sebbene egli,

del resto, abbia lasciato

anche a

che più

quelli,

sempre piena libertà gli

ad esempio, con quanto rispetto l'educatore de' suoi

figli,

e

come

egli tratti i

con quella riserbatezza, che

fatica gli

concilino in

si

è imposta necessa-

riamente dal rango principesco, cui ormai è

deve

casa, e dai riguardi che egli

ma

sua moglie;

alle

dal canto suo, e quasi

Poliziano è l'espressione e quasi

Lorenzo poi

glorie dei Medici.

il

si

gni, e nel «

nanzi e tocca si

^

un

il

Lorenzo

Cfr.

ritratto

Simposio » burlesco,

travede anche

il

lo

compiace, giusta l'uso

2 II

tali

caccia

comico de' suoi compa-

però sempre in modo, che

Magnifico de' Medici, Poesie^

appendici 17 sino a titolo

convegni

La

E

che

(//

Sim-

lato serio della riunione.^

il

il

scherzo va ancora più in-

ma

posio)^ 291 {la Caccia col falcone). p. 140, e

ricambio,

in

Nella sua splendida improvvisazione «

col falcone » egli fa

sua

simbolo vivente delle

gusto e della passione, che egli ha per

vi

salita la

suscettibilità di

una traccia imperitura del

della sua famiglia, di lasciare

sociali.

Poliziano,

il

modi franchi ed aperti

del letterato e del poeta a gran lui

azione

d'

stavano dappresso.^ Si vede,

I,

204

— Roscoe, Vita di Lorenzo,

III,

21.

Simposio, è inesatto: dovrebbe dirsi:

dalla Vendemmia, Lorenzo dipinge in

modo

il

Ritolgo

piacevolissimo,

fa-

cendo una parodia dell'Inlerno di Dante, come egli abbia incontrato per lo più in Via Faenza, l'un dopo l'altro, tutti i suoi buoni amici più o meno spolverizzati, perchè reduci dalla campagna. Uno dei più comici e belli è il Capitolo ottavo, dove dipinge il piovano Arlotto,

il

quale esce

questo scopo porta con di cacio,

sudore.

un

in

cerca della sete che ha perduto, ed a carne secca, una aringa, una ghiera

salsicciotto, quattro

sardelle, e tutte si cocevan nel


PARTE QUINTA

154

questa assumesse talvolta un tale carattere ce stano con piena notizie

ed

rimasteci sulle frequenti sue dispute

erudite.

Altri circoli posteriori di

parte almeno, specie di clubs al

tempo

stesso

lo atte-

evidenza le sue corrispondenze, e le

un

filosofiche

Firenze sono, in

che però hanno

politici,

come, per

lato poetico e filosofico,

esempio, la così detta Accademia platonica, che dopo la

morte

di

Lorenzo soleva raccogliersi negli

orti

de'

Ru-

oellai.'

Nelle corti principesche la vita sociale dipendeva

naturalmente dalle tendenze personali del regnante. Di

XVI

esse, per vero, al principiare del secolo

ce n' era

oggimai poche, e queste poche erano anch' esse pressoché senza importanza.

Roma

faceva un'eccezione

colla

corte veramente unica di Leone X, dove

si

una

vide ripetersi

società tanto speciale, quale

non

si

raccoglieva

più in nessun epoca storica.

^

Intorno a Cosimo Rucellai,

sul principio

guerraj L.

I.

del

secolo

come centro

di

questo circolo

XVI, veggasi Machiavelli, Arte della


CAPITOLO V

L'uomo Suoi amori.

La

Ed

perfetto di società.

— Sue qualità esterne ed interne. —

musica.

ora

GÌ' istrumenti e

virtuosi.

i

vien formando per

si

per sé medesimo,

il

Gli esercizi corporali.

Dilettanti in società.

ma

le corti,

più ancora

Cortigiano, quale ci vien

descritto

dal Castiglione. Egli è propriamente l'uomo ideale, quale lo

domanda

la cultura di quel

tempo, e la corte sem-

che egli per la corte. Tutto ben

bra più fatta per

lui,

ponderato, un tal

uomo non potrebbe

in nessuna corte, perchè egli stesso

apparenza di un vero principe, e perchè

calma e dignitosa azione non

Il

bensì

tigiano deve astenersi

il

servizio del

perfezionamento.

la cosa: nella

guerra

il

Un Cor-

da tutte quelle imprese, anche

e non scevre di sacrifici e pericoli, che non sieno

grandiose

sempre non è

i

lo dissimuli,

suo proprio

il

esempio spiegherà meglio

utili

e la

eccellenza sua,

presuppone già in lui una movente principale d'ogni sua

benché l'autore

è,

ma

talento

il 1'

in ogni cosa,

assoluta indipendenza.

principe,

essere adoperato

ha

e

belle

fisso in il

in

medesime, perchè deve aver

mente che

ciò

che

dovere in sé stesso,

II Cortigiano, L.

II,

fol.

53.

ma

lo

conduce

soltanto

Cfr.

alla guerra,

Vhonore} La

sopra pag. 125 e 143.


PARTE QUINTA

156

posizione morale di fronte al principe, quale è tata nel quarto libro, è quella di

dipendente.

La

un uomo

presen-

libero e in-

amori del Cortigiano (nel

teoria degli

terzo libro) contiene osservazioni psicologiche molto sotquali però per

le

tili,

uomini

tutti gli

miglior parte

la

in generale, e la

non ha più nulla che fare

tutta

l'opera. la

Ma

anche

a

lirica

modo

analizzati.

coli'

assunto speciale di

come

qui,

negli Asolani

elevatezza della cultura

straordinaria

manifesta dal

vengono

riferiscono

dell'amore ideale (sulla fine del quarta

glorificazione libro)

Bembo,

si

grande e quasi

delicatissimo, con cui

Bensì non

si

i

del si

fa

sentimenti

deve sempre prestar

cieca fede a questi autori, né creder tutto sulla loro pa-

rola

ma ciò non

;

vuol dire che quei discorsi non sieno stati

tenuti realmente nelle più elevate società, e più innanzi

vedremo, che spesse volte queste convenzionali apparenze nascondevano lampi

Tra

le

di

vera passione.

qualità esteriori, quelle che innanzi tutto si

esigono in grado perfetto in un Cortigiano, sono detti esercizi cavallereschi

;

ma,

vansi anche parecchie altre cose,

così

che veramente non

avrebbero potuto pretendersi se non in

golarmente

i

oltre a questi, richiede-

organizzate e basate tutte

corti colte, resull'

emulazione

personale, quali in allora non esistevano se non in Italia: altre cose

un' idea

ancora

si

fondano evidentemente sopra

puramente generale ed astratta della perfezione

individuale. Il Cortigiano deve aver familiari tutti chi ed esercizi più nobili, lotta

e

:

il

salto, la corsa,

il

i

giuo-

nuoto, la

principalmente poi deve essere un abile danzatore

(come

già s'intende da sé) un perfetto

Oltre a ciò

si

cavallerizzo.

esige da lui tal conoscenza di più lingue,

o almeno almeno

dell' italiano

e del latino, che

s'

intenda


LA VITA SOCIALE E LE FESTE di

amena

157

letteratura e sappia dare un giudizio in fatto

di belle arti; nella

musica anzi vuoisi una certa

abilità

pratica, che però egli terrà segreta quanto più gli sarà possibile.

Non

si

pretende tuttavia che queste qualità

sieno in lui tutte in grado perfetto, eccezione fatta dell'

armi

esercizio delle

dal neutralizzarsi reciproco di tante

;

l'appunto

doti risulta per

quel perfetto individuo, nel

quale nessuna primeggia tanto spiccatamente da recar

nocumento

alle altre.

Egli è fuor d'ogni dubbio che nel secolo liani, sia

come

scrittori teorici, sia

erano in grado d'insegnare a tutto

l'

convenienze

danzare furono scritte,

sociali.

essi

i

Nel cavalcare,

gl'Itapratici,

occidente tanto in

fatto di esercizi ginnastici d'ogni specie, di

XVI

come maestri quanto

in fatto

nel giostrare e nel

primi a dar l'indirizzo con opere

con disegni e figure, e con insegnamenti pratici;

come cosa a

la ginnastica,

sé e separata dagli

esercizi

guerreschi e dai semplici giuochi, fu forse per la prima volta insegnata alla voi.

I,

scuola

di Vittorino

pag. 282) e rimase poi

ogni completa educazione.' L'importanza

1

da Feltro

come parte integrante di

un

di

un

condizione elevata intorno al 1500 (nell'ora-

zion funebre di Antonio Costabili) nel

modo

artes liherales et ingenuae disciplinae

exercitationihus acta, quae ad praetniiniunt.

di

tal fatto

Celio Calcagnini {Opera, p. 514) descrìve T educazione di

giovane italiano

(v.

txm

Nunc gyninastae

;

seguente

:

dapprima

tutu adolescentia in

iis

tnilitarem corjncs animinnqttc

operani dare,

luctari, ccccur-

ad palum et apud lanistam ictus inferre aut declitiarCj caesitn punctimve hostem ferire, hastani vibrare, sub armis hyenuìn juxta et aestatcm traducere, lanceis occursare, veri ac communis Martis simulaera imitari. Il Cardano {De propria vita, e. 7) fra i suoi eser-

rere^ natare, equitare, venarij aìicupari,


PARTE QUINTA

158 sta tutta in questo

che essa fu insegnata allora come

,

una vera arte: quali esercizi fossero in uso, e se per avventura si conoscessero quelli che sono più frequenti oggidì, è impossibile

può arguire non solo

Ma

dirlo.

il

destrezza, mirassero anche

che, oltre la forza e la

ad ottenere la grazia,

dall' indole

sotto tanti altri aspetti,

ma

anche da

notizie positive

se ne hanno. Basta in proposito ricordare

derigo da Urbino (v. voi.

persona

ai

città

popoli

marittime vi

il

che

grande Fe-

affidati.

gare non presentavano in fondo nes-

suna sostanziale differenza da altri

si

che erano in uso

quelli

Naturalmente nelle

occidentali.

aggiungevano

le

gare dei remiganti,

e le regate veneziane erano assai per tempo famose.^

giuoco classico

si

pag. 60), che assisteva in

I,

giuochi de' giovani a lui

I giuochi e le

presso gli

lo

della nazione già ftota

d' Italia

era, ed è,

della palla, ed anche questo

all'

notoriamente

il

Il

giuoco

epoca del Rinascimento

pare vi sia stato coltivato con molta maggior passione

cizi ginnastici

Cfr.

il

nomina anche

Gargantuttj,

23,

I,

il

24

saltare sopra

:

dell'

un cavallo

di legno.

educazione in generale, e 35

:

delle arti dei ginnasti. 1

Sansovino, Venezia,

fol.

172 e segg. Esse debbono essere

al Lido , dove si sogrande regata generale Prima si cavalcava del di di S. Paolo era ufficiale sino dal 1315. anche molto a Venezia, quando le strade non erano ancora selciate in pietra, ne costrutti in marmo con archi molto alti i ponti di legno ancora piani. Il Petrarca fin dal suo tempo (Epist. se-

nate in occasione delle gite che

si

facevano

leva esercitarsi al tiro della balestra:

la

un magnifico torneo di cavalieri sulla doge Steno si sa che intorno al 1400

niles, IV, 2, p. 783) descrive

piazza di S. Marco

,

e

del

aveva una scuderia non meno splendida principe

d' Italia.

Ma

il

di quella

di

qualsiasi

cavalcare nelle vicinanze di quella piazza

Più tardi naturalmente i era di regola proibito sino dal 1291. veneziani passarono per meschini cavalcatori. Cfr. Ariosto, Sat. V,


ì

159

LA VITA SOCIALE E LE FESTE

Non

A

in qualunque altro paese d'Euhanno però positive testimonianze.

pompa, che

e con più

ropa.

se ne

non dobbiamo lasciare

questo punto

La composizione

canza la musica.'

in dimenti-

intorno al 1500 era

ancora principalmente nelle mani della scuola olandese,

che veniva molto ammirata pel complicato la stranezza

delle sue creazioni.

artifìcio e

oravi pure una scuola italiana, che senza dubbio

stava assai di più

al

per

Ma, accanto a questa, s'

acco-

nostro gusto musicale d'oggidì.

Un

mezzo secolo più tardi sorse il Palestrina, le cui armonie esercitano un fascino prepotente anche sul mondo attuale: egli vien dato altresì come un gran novatore.

1

Sulle cognizioni musicali

compagnarono alcune poesie il

V.

Trucchi, Poesie Filippo Villani

ital. ,

ined.

Vite,

p.

di

Dante e

sulle

melodie che ac-

del Petrarca e del Boccaccio, veggasi

II,

p. 139.

46,

e

antiq. presso Grevio, Thesaur. VI,

— Sui

teorici del secolo

Scardeonio III,

,

col. 297.

XIV

De

urh. Patav.

Sulla musica

Federigo da Urbino ha molti particolari Vespasiano pag. 122. Sulla cappella dei fanciulli di Ercole I, vegFuori Diario ferrarese^ presso Murat. XXIV, col. 358.

alla corte di fiorent.

gasi

il

rango elevato non era lecito d' occuparsi personalmente di musica; alla corte fiamminga del giovane Carlo V s' ebbe una volta una questione assai grave su questo argomento : Enrico Vili cfr. Hubert. Leod. De vita Frid. II, Palat. L. III. d' Italia alle

persone

di

d'Inghilterra costituisce

Un

una singolare eccezione

passo importante ed esteso intorno

dove meno

lo si

in proposito.

alla

musica trovasi

cercherebbe, nella Macaroneide, Phantas

XX.

È

comica di un quartetto a voci, dalla quale appare che si cantavano anche canzoni francesi e spagnuole, che la musica aveva omai i suoi avversari (intorno al 1520) e che la cappella di Leone X e il compositore Josquin des Près (di cui si nominano le opere principali) erano l'oggetto del maggiore entusiasmo. Lo stesso autore (Folengo) mostra per la musica un fanatismo affatto moderno anche nel suo Orlandino (pubblicato sotto il nome di Limerno Pitocco), III, 23 e segg.

la descrizione


PARTE QUINTA

160

ma ad

non

ci

altri si

è detto con sufficiente chiarezza, se a lui o

debba

passo decisivo, che ha fatto

il

lin-

il

guaggio musicale del mondo moderno, per cui a noi profani è impossibile

cose in questo

farci

il

un'idea esatta dello stato delle

adunque completa-

riguardo. Lasciando

mente da parte

la storia della composizione musicale,

cercheremo invece

di dir

qualche cosa sul posto, che

si

faceva alla musica nella vita sociale d'allora. Innanzi tutto un fatto

Rinascimento e per

forme

l'

sommamente di quel

Italia

specializzarsi dell' orchestra,

il

caratteristico pel

tempo

è

multi-

il

cercar nuovi stru-

menti, vale a dire nuove combinazioni armoniche, e stretta colleganza con ciò

il

— in

formarsi di una classe

speciale di cultori dell' arte per professione (virtuosi), che

è

come a

dire,

l'

insinuarsi dell' elemento individuale in

determinati rami della musica e in determinati strumenti.

Fra

gli

strumenti capaci

di

dare una completa armo-

r organo ebbe assai per tempo una grande diffusione

nia,

e un notevole perfezionamento, ma, accanto ad esso, diffuse

corde,

anche assai presto

il

gravicembalo o clavicembalo, di cui

il

vano ancora dei frammenti, che risalgono

XIV, perchè Fra tutti gli

si

corrispondente strumento a

ai

conser-

si

primi anni

del secolo

ornati con figure dipinte da

maestri.

altri poi

il

violino prese

il

sommi primo

posto e diede anche delle grandi celebrità. Presso Leone X,

che già anche da cardinale aveva la casa piena tanti e di sonatori

e

che

godeva fama

egli

di can-

stesso

di

grande conoscitore ed esecutore, divennero celebri Giovanni Maria e Jacopo Sansecondo al primo Leone die :

il

titolo di

1

Non

conte e

il

possesso di una piccola città

Leonis vita anonyma, presso Roscoe,

'

;

il

ed. Bossi, XII, p. 171.

sarebbe questi per avventurali violinista della galleria Sciarra

%

I


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

161

secondo credesi rappresentato neir Apollo del Parnaso di Raffaello. -celebrità

in

Nel corso poi del secolo ogni

ramo

speciale, e

1580) nomina a ire a tre prima

al

quelli di ciascuna specie di

esprimendo

le tibie,

il

non

si

di tutti

voto che

Una

i

la cetra,

il

corni

i

loro ritratti sieno di-

così svariata attiktdine

generi fuori d'Italia a quel tempo

i

sarebbe potuta neanche immaginare, sebbene que-

strumenti fossero già noti e

gli

virtuosi di canto, poi

strumenti, quali l'organo,

pinti sugli stessi strumenti.^

a giudicare

sorsero delle

Lomazzo (intorno

da gamba, V arpa,

liuto, la lira, la viola

e

i

XVI

Oltre a

ciò, la

diffusi

dovunque.

emerge

ricchezza in fatto di strumenti

specialmente da questo, che s'è trovato prezzo dell'opera di farne, a titolo di curiosità, delle collezioni. In Venezia,

dove

la passione

per la musica era grande,' ve

n'

erano

parecchie; e quando per caso""vi s'incontrava un certo

numero

s'improvvisava all'istante un con-

di virtuosi, vi

certo. (In

una

di

simili

collezioni vedevansi

anche pa-

recchi strumenti costrutti su modelli o descrizioui anti-

ma

che,

non è detto

qual suono dessero).

Un

se vi fosse chi sapesse suonarli e

Non

neanche da dimenticare, che

è

Giovanni Maria da Comete è lodato nelP Orlandino,

(p.

326), in, 27.

160»

^ Lomazzo, Trattato dell' arte della pittura, ecc. p. 347. Parlando della lira, si nomina Leonardo da Vinci, ed anche Alfonso di Ferrara (il duca ?). L' autore mette insieme in generale le

celebrità del secolo

:

c'entrano anche molti ebrei.

La maggior

enumerazione di celebri artisti del secolo XVI, divisi in prima e seconda generazione, trovasi in Rabelais « Nuovo prologo » al IV libro. Un virtuoso, il cieco Francesco da Firenze (morto nel 1390), fu già ancor molto prima incoronato con corona d' al-

loro dal re di Cipro in Venezia. 2

Sansovino, Venezia,

tori raccoglievano

anche

fol.

libri

138.

Naturalmente

gli stessi

musicali. 11

ama-


,

PARTE QUINTA

1^2 taluni

strumenti presentavano esteriormente

di questi

una certa eleganza, per

cui,

aggruppati insieme, armo»

nizzavano assai leggiadramente fra (Questo

accade

d'

loro.

E

appunto per

incontrarli anche nelle collezioni d'altre

rarità e cose d'arte.

Gli esecutori, oltre

i

virtuosi di professione, erano

anche intere orchestre

singoli amatori od

di

O'

dilettanti,

organizzati a guisa di corporazioni o di « accademie ».'

Molti pittori, scultori ed architetti s'intendevano anche, e talvolta in

sommo

grado, di musica.

Alle persone

appartenenti alle classi più elevate erano sconsigliati

strumenti a fiato per

gli

una

motivi,^ pei quali

gli stessi

volta se n'erano astenuti Alcibiade e la stessa Pallade

Atene.

La

società più ragguardevole

o con accompagnamento di violino il

quartetto a viole

altresì

il

'

;

».

si

ma

il

canto solo

piaceva anche

per la ricchezza de' suoi mezzi,

clavicembalo , non però

« perchè assai meglio

voce sola

e,

amava

il

canto a più voci

ascolta, si ode e si giudica

In altre parole, siccome

il

una

canto, in onta a

qualsiasi convenzionale modestia

(v. pag. 157), rimane pur sempre un mezzo opportuno per mettere in evidenza

un uomo

perfetto di società, così è meglio che

L' Accademia de' filarmonici

1

di

Verona

sari (XI, 133) nella Vita di Sanmicheli.

ognuno

è ricordata dal

Va-

Intorno a Lorenzo

il

Magnifico già sin dal 1480 s'era raccolta una scuola d'armonia di 15 membri, fra i quali il celebre organista Squarcialupi. Cfr. Delecluze, Florence et ses vicissitudes, voi.

Leone

X

abbia ereditato da suo padre

la musica. 2 3

ficile

II, p.

Lorenzo

256.

Sembra che

la passione

per

Ugual passione aveva anche Pietro primogenito.

II Cortigiano,

fol. 56.

Cfr. fol. 41.

Quattro viole da arco, senza dubbio un concerto assai e raro per dilettanti fuori d'Italia.

dif-


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

163

veduto) da solo. L'effetto che

sia udito (e

suppone

si

prodursi nelle leggiadre ascoltatrici, è sempre dei più

appunto per questo

vivi e soavi, e

attempate

sconsiglia

si

sì il

persone alquanto

alle

canto che

suono, quand' an-

il

che posseggano ancora una certa valentia e neir altra. L' effetto

una cosa

nell'

deve risultare da una gradevole-

impressione prodotta al tempo stesso sull'udito e sulla vista.

lavoro

Di un apprezzamento della composizione, come

d' arte

a

sé,

cade talvolta che

il

non è fatta parola. Per converso accontenuto delle parole esprima qual-

che terribile situazione reale, qualche caso effettivamente occorso al cantore.'

Fuor d'ogni dubbio questo dilettantismo tanto deliecome delle più elevate, in Italia ebbe una diffusione maggiore, e al tempo stesso si tenne più stret-

classi medie,

tamente

ligio alle prescrizioni dell' arte,

Dovunque mai

di

udivano

si

parla di riunioni

parlare ;

altresì dei

sociali,

che non altrove.

non

,

a gruppi

larmente

gli artisti, e perfino nei i

concerti

si

queste riunioni vere

e

reali dei cultori

Un'altra prova della passione con cui fatto che a

si

quadri di

angeli

degli

strano ad evidenza, quanto famigliari fossero

ha nel

che vi

centinaia di ritratti ci rappresentano o singo-

cui son decorate le chiese,

si

tralascia

si

canti e dei suoni

ai

della

mo-

pittori

musica.

coltiva quest'arte,

Padova, per esempio, un Antonio

1 Bandelle, Parte I, nov. 26, dove parla del canto di Antonio Bologna in casa di Ippolito Bentivoglio. Cfr. Ili, 26. Nel nostro tempo di svenevolezze sentimentali ciò si direb])e una profanazione

dei sentimenti

più

sacri.

(Cfr.

l'ultimo

canto

di

Britannico,

Annal. XIII, 15). La recitazione accompagnata dal liuto o dalla viola non può ben distinguersi, nelle relazioni che se ne hanno, del canto propriamente detto. Tacit.


PARTE QUINTA

164 Rota, suonatore

di liuto,

(morto nel 1549) divenne ad-

dirittura ricco solo col dare lezioni private

e

col pub-

un ÂŤ Avviamento Âť allo studio del liuto.' In un tempo in cui l'Opera non aveva ancora

blicare

minciato ad assorbire tutto

arrogarsene segnalarsi

a tutta

il

il

co-

genio musicale e quasi ad

monopolio esclusivo, questi sforzi possono

come veramente

la nostra

maravigliosi, ed hanno diritto

ammirazione. Ella è poi una questione

affatto diversa quella di sapere quale interesse destereb-

bero in noi quelle armonie, ci fosse

dato di udirle.

Scardeonius,

1.

e.

se,

per una strana

ipotesi,


CAPITOLO VI

Condizione della donna.

Sua educazione poesie.

uomo

pari

a quella

dell'

Sviluppo completo

(virago).

La donna

uomo. Carattere virile delle sue sua personalità. La donna-

della

nella società.

— — Cultura delle cortigiane.

Finalmente, per bene intendere la vita sociale dei coli più elevati dell'

sima importanza

il

posizione uguale

sapere, che la donna in essi ebbe una

in

tutto a quella dell'uomo.

sogna a questo riguardo lasciarsi trarre sofistiche e spesso

in

Non

bi-

inganno dallo

anche maligne argomentazioni, colle

quali taluni scrittori di dialoghi di quel di

cir-

epoca del Rinascimento, è della mas-

tempo cercano

provare la pretesa inferiorità del bel sesso, e neanche

da qualche satira del genere della terza dell'Ariosto,' nella quale la donna è rappresentata come un pericoloso fanciullo fatto già adulto,

gere, sebbene tra

lui

che

1'

uomo deve saper

ed essa esista

un

diri-

abisso. Quest'ul-

tima ipotesi però presenta in un certo senso un lato vero: appunto perchè in

Italia la

donna, giunta al pieno svi-

luppo della sua individualità, era uguale in tutto all'uomo,

non potò nel matrimonio effettuarsi quella completa iden-

1

come

Dedicata ad Annibale Maleguccio, altre volte indicata anche la quinta o la sesta.


PARTE QUINTA

166

tifìcazione di pensieri e di sentimenti, che più tardi

la fortunata caratteristica

forma

morigerate popolazioni

delle

del nord.

Dicemmo che

l'

educazione

della

donna

nelle

più elevate era essenzialmente uguale a quella

Egli è un fatto che

gì' Italiani

tarono a far impartire istruzione

tica

pag. 291).

Ma

dell'

del Rinascimento

ai loro figli

d'ambo

classi

uomo.

non

esi-

i

sessi l'iden-

letteraria e perfin filologica

(v. voi. I,

ciò era

anche naturale: dal momento che

questa cultura neo-antica

si

riguardava come

l'

ornamento

più bello della vita, non v' era nessuna ragione perchè

non dovessero fregiarsene anche altrove qual

Vedemmo

le fanciulle.

grado di valentìa raggiunsero

le figlie di

alcune case principesche nel parlare e nello' scrivere tino (v. voi.

I,

pag.

299

e 305). Altre

la-

dovevano almeno

saperlo leggere e intendere, per poter nelle conversazioni tener dietro a ciò che

ne costituiva

la parte più

essenziale, le discussioni erudite su varii punti dell' anti-

A

chità.

ciò

s'aggiunga

doveano prendere quale

si

la parte

veramente

attiva,

che

allo studio della poesia italiana, nella

voleva che anch' esse sapessero comporre sonetti

e canzoni, e

si

provassero perfino

nell'

improvvisazione

:

numero considerevole di donne, questo genere acquistarono una grande celebrità,'

e una prova se ne ha nel

che in

dopo r esempio dato dalla veneziana Cassandra Fedele (della fine del secolo si

XV)

;

taluna,

rese addirittura immortale.

come A^ittoria Colonna, Ora, se

v' è

cosa che

confermi al tutto la njstra superiore asserzione dell'indirizzo

veramente

virile

dato anche agli studi delle donne,

sono appunto queste poesie:

"1

Per contrario rarissime son

studio delle arti figurative.

infatti e sonetti e canzoni,

le

donne, che

si

dedichino allo


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

167

tanto di genere erotico, che religioso, hanno un' impronta tale di serietà e robustezza e

scostano siffattamente

si

da quelle tinte indeterminate e da quei teneri slanci di entusiasmo, che caratterizzano d'ordinario la poesia femminile, che

sarebbe tentati

si

d'uomini, se

nomi

i

di crederle

composizioni

ed esatte non

e notizie precise

ci

facessero certi del contrario.

Ma, insieme «lassi più

alla cultura, sviluppasi nelle

elevate anche tutta

modo pressoché uguale che

la

loro

donne delle

indi-vidualità in

negli uomini, mentre fuori

tempo della Riforma nessuna donna in generale, e ben poche anche tra le principesse emergono personalmente. Eccezioni come Isabella di Baviera, Margherita d'Angiò, Isabella di Castiglia e simili, non apd' Italia sino al

paiono sulla scena che in circostanze affatto eccezionali,

e quasi loro malgrado. In secolo

XV,

le consorti dei

dei Condottieri

Italia,

ancora nel corso del

regnanti e specialmente quelle

hanno quasi

tutte

una fisionomia

loro pro-

pria e distinta, e partecipano non pure alla celebrità,

anche

A

(v. voi. I, pag.

alla gloria dei loro mariti

ma

179).

queste tien dietro a poco a poco una schiera di donne

celebri di diversa

specie

(v.

ibid.

pag. 203), in talune

non saprebbesi riscontrare altra fuorché quella di possedere un bell'accordo

delle quali, per vero, singolarità,

di naturali attitudini, di bellezza, di cultura, di morige-

ratezza e di pietà religiosa.' Di una « emancipazione »

1

Quest' è

il

senso, per

es.,

in cui

deve intendersi

la biografia

Alessandra de' Bardi di Vespasiano fiorentino ( Mai, Sjncileg. rom. XI, p. 593 e segg.), L' autore, sia detto per incidenza, é un grande laudator temporis adi, e non deve dinaenticarsi, che quasi

di

cento anni prima di quello che egli chiama il

Boccaccio aveva scritto

il

Decaraerone.

il

buon tempo

antico,


-

PARTE QUINTA

168

non

in senso affatto speciale la cosa già

s'

intende da

vata deve, al pari

namento

non

lei

si

nemmeno, perchè

parla

La donna

uomo, curare

il

di condizione ele-

proprio perfezio-

sotto ogni riguardo: quindi uguale

pensare e

Da

dell'

sé.

di agire, si

modo

il

di

uguali le tendenze e le aspirazioni.

pretende una completa attività letteraria

;.

domanderà qualcuna quelle potenti armonie, che erompono dal profondo del-

tutt' al più, se sarà poetessa, le si

di l'

anima, non però quelle rivelazioni intime, che

si

ma-

nifestano sotto la forma di ricordi giornalieri e romanzi.

Queste donne non pensavano punto

ad esse

al pubblico

di tenere avvinti al loro carro gli

considerevoli

^

e d' imbrigliarne

i

:

uomini più

voleri.

vanto maggiore, e che più frequentemente

Il

donne

ripetuto, per le grandi è di avere

bastava

si

trova,

italiane di quel tempo, si

mente ed animo veramente

virili.

Basta guar-

dare al contegno energico e risoluto della maggior parte delle eroine del Bojardo e dell'Ariosto, per vedere di

questa energia e risolutezza

si

come

avesse ornai un con-

cetto proprio e determinato. Il titolo di « virago », che

nel nostro secolo suonerebbe

come un complimento

assai

equivoco, costituiva allora una vera lode. Esso fu portato con grande splendore da Caterina Sforza, moglie

e poi vedova di Girolamo Riario, tario di Forlì ella difese

1

Ant. Galateo, Epist.

3,

il

cui possesso eredi-

strenuamente dapprima contro.

alla

giovane Bona Sforza, andata

poi moglie a Sigismondo di Polonia: Incipe aliquid de viro sajpere,

quoniam ad ùnperandum.

^ìientibiis viris placeas.

et

vulgi

et

ut

te

viris nata es .. Ita fac ut sapricdentes et graves viri admirentur^

ìmdierciilarum studia

.

et

judicia despicias ecc.

Un'altra lettera assai notevole veggasi nel Mai, Spicileg. rom. YIII^ p. 532.


LA VITA SOCIALE E LE FESTE il

169

partito dei di lui uccisori, poscia contro Cesare Bor-

gia

;

infine soggiacque,

di tutti

i

ma

procacciandosi

suoi concittadini e

l'

l'

ammirazione

appellativo di « prima donna

E una

d' Italia ».'

vena di somigliante eroismo riscondonne del Rinascimento, ma ad esse occasioni di mostrarsi eroine. Isabella Gon-

trasi altresì in altre

mancarono zaga

le

(v. voi. I, p.

58) in

modo

speciale

emerge per un

carattere di questa tempra.

È

chiaro da sé che donne simili potevano benissimo

lasciar raccontare nei lora circoli novelle

anche del co-

lore di quelle del Bandello, senza che per questo la loro

fama ne

restasse pregiudicata.

Il

genio predominante di

queste riunioni non è l'effeminatezza moderna, vale a dire quei riguardi delicati per certe supposizioni, per certe suscettibilità, per certi misteri, che sono indispensabili

nel nostro tempo,

ma

la coscienza

della propria forza,

della propria bellezza e di condizioni sociali piene di pe-

minacce.

ricoli e di

Perciò, accanto al formalismo più

compassato, scorgesi qualche cosa, che nel nostro secolo

avrebbe

^

col.

l'

aspetto di inverecondia,' mentre noi non siamo

Cosi è

detta

Chron. venetum presso Murai. XXIV,

nel

127 e segg. Cfr. Infessura presso Eccard, ScriptL

e Ardi. Stor. Appesici. 2

E

talvolta è

II,

anche

II,

col. 1981,

p. 250. tale.

Come a

tali

racconti le donne

abbiano a contenersi, è detto nel Cortigiano L. che lo sapessero già quelle che erano presenti

Ili,

fol.

107.

Ma

a' suoi dialoghi,

dovrebbe inferirsi da un passo assai libero del L. Il, fol. 190. Ciò che si dice della donna di palazzo^ che fa appunto riscontro al Cortigiano, non ha importanza decisiva, perchè essa serve la principessa in senso molto più stretto, che non faccia il cortigiano col principe.

terribile storia

Parisina.

Nel Bandello,

amorosa

I,

Nov.

44,

Bianca d'Eate narra la da Ferrara e di

del proprio avolo Nicolò


PARTE QUINTA

170

più in grado di farci un' idea di ciò che contrabbilancia tutti questi svantaggi, la

dominanti allora

Cè in

potente personalità delle donne

Italia.

appena bisogno

nessun

di dire

che in nessun trattato e

tempo s'incontra un'espresche possa costituire una testimonianza

dialogo di quel

una

sione

in

frase,

decisiva in proposito, per quanto anche vi

fusamente sulla condizione e sulle nonché sull' amore in generale. Ciò che, a quanto sembra,

discuta

si

dif-

attitudini delle donne,

mancò

del tutto a queste

riunioni, furono le giovani fanciulle,^ che oggidì ne for-

mano invece

il

più bell'ornamento,

ma

che allora n'erano

tenute severamente lontane, anche se non venivano

vate nel chiostro.

Non

si

alle-

saprebbe dire tuttavia se la

loro assenza fosse quella che favoriva la licenziosità della

conversazione, o se questa fosse la causa di quella.

Anche

assume

la conversazione delle cortigiane

volta un indirizzo notevolmente più elevato, volessero rinnovare

i

rapporti che un

Ateniesi colle loro etere.

La

come

tal-

se

tempo ebbero

celebre cortigiana di

si

gli

Roma,

Imperia, non era sprovveduta di spirito e di cultura, ed

aveva appreso da un Domenico Campana a far versi, e s' intendeva anche di musica.^ La bella Isabella de Luna,

^

Qwanto

gl'Italiani già esperti in molti viaggi sapessero ap-

prezzare la libertà di conversazione loro accordata con fanciulle in Inghilterra e nei Paesi Bassi, lo

Nov.

42, e IV, ì^ov 27,

PauL

2

Nov.

42.

dice di

Jov.

De rom.

piscihits, cap. 5.

il

una cortigiana:

« ella sa a

— Bandello, Parte

memoria

di mille altri autori ».

latini

alcune

Bandello,

L'Aretino, nel Ragionamento del Zoppino,

Boccaccio, e innumerevoli bei versi

Ovidio e

mostra

tutto

il

p.

II,

III,

327,

Petrarca e

di Virgilio,

Orazio

il

ed


171

LA VITA SOCIALE E LE FESTE d' origine

spagnuola, aveva fama per lo

piacevole, e del resto era

meno

un misto bizzarro

di

di

donna

bontà di

cuore e di malignità procace e impudente.^

A.

Milano

Bandello conobbe la maestosa Caterina

San

Celso,'

il

di

che suonava e cantava maravigliosamente e recitava anche

E

versi.

sume che

tavano queste donne e

un tempo più lalqualmente

Da

dicasi di tante altre.

così

ciò si de-

persone ragguardevoli e colte, che

le

o

meno lungo con

istrutte, e in

visi-

stringevano in amicizia per

si

pretendevano

esse, le

generale colle più celebri usa-

vano grandi riguardi; e se ne ha una prova nel fatto, ogni rapporto colle medesime,

che, anche dopo sciolto si

cercava tuttavia di conservarsi la loro stima,^ per-

chè la passione precedente avea pur sempre lasciato di sé

una traccia

incancellabile. Tutto

spirituale di questi rapporti

società ufficiale, e

i

non

sommato

si

però, del lato

tiene alcun conto nella

vestigi che ne rimasero

sia e nella letteratura, sono

nella poe-

prevalentemente di genere

si ha tutta la ragione di maravigliarsi 6800 persone di questa condizione, che nell'anno 1490 ^— prima quindi che si conoscesse quivi la

scandaloso. Anzi

che fra

sifilide

le

si

contavano in

Roma,*

nessuna sia

quasi

emersa per superiorità di spirito e d' ingegno quelle che già nominammo, appartengono all'epoca susseguente.il modo di vivere e di sentire di queste donne, che, in mezzo ;

1

Bandelle,

2

Bandello, IV,

3

Un esempio

II,

51, IV, 16. 8.

molto caratteristico

Hecatommithi, VI, Nov. * Infessura,

presso Eccard, Scriptores,

colo non entrano che resto é

il

numero,

enormemente

di ciò

le

si

ha

nel Giraldi,

7. II,

donne pubbliche, non

col. 1977. le

Nel

in proporzione della presunta popolazione di alto, e forse c'è

cal-

concubine. Del

errore di scrittura.

Roma,


PARTE QUINTA

172

alla più sfrenata sete dei piaceri e dei turpi guadagni^

sono capaci talvolta anche

di forti passioni, e

V ipocrisia

e la perversità veramente infernale di talune già invec-

chiate in quel lezzo, sono descritte al vivo, e meglio che

da ogni

altro, dal Giraldi nelle novelle,

troduzione

a'

Hecatommithi

suoi «

».

che formano

l'

In-

Pietro Aretino

in-

vece ne' suoi « Ragionamenti » descrive piuttosto depravazione di

pria, che la

la pro-

questa classe infelice di

persone, quale era in realtà.

Le

belle dei principi,

nato (v. voi.

I,

prodotte dagli

come

è già stato altrove accen-

pag. 70), furono cantate dai poeti e artisti,

ri-

e sono quindi note personalmente

tanto ai contemporanei che ai posteri, mentre invece dì

una Alice Perries, derico

il

di

vittorioso)

una Clara Dettin

(la bella di

non sono rimasti che

i

Fe-

nomi, e

di

una Agnese Sorel una leggenda amorosa più fìnta, che vera. La cosa mutò per l'appunto sotto i re dell'epoca del Rinascimento, Francesco I ed Enrico IL


CAPITOLO

Il

governo della famiglia.

Contrasto col medio-evo.

Le

Dopo

VII

ville e la vita

la vita sociale merita

Agnolo Pandolfini. campestre.

uno sguardo anche quella

della famiglia nell' epoca del Rinascimento. Generalmente s'

inclina a riguardar questa vita famigliare degl' Italiani

d' allora

come

del tutto disordinata in forza della grande

immoralità, che a quel tempo regnava. Noi avremo in seguito occasione di considerare questa questione sotto il

punto di vista morale. Per ora

ci

basta di constatare,

che r infedeltà coniugale non esercitò quivi a gran pezza quelle perniciose influenze sulla famiglia, che

si

rileva-

rono nei paesi settentrionali; bene inteso, sino a che non sorpassò certi limiti. Il

governo famigliare del medio-evo era tutto mo-

dellato sugli usi prevalenti nel popolo, o, se

si

vuole,

si

basava unicamente sulla legge del naturale sviluppo delle nazioni e sull'influenza

vivere secondo la

esercitata dal diverso

propria classe e

i

Cavalleria nel tempo del suo splendore non fatto del focolare

modo

propri mezzi. si

di

La

curò gran

domestico: lo spirito de' cavalieri fu

d'errar perle corti in cerca d'avventure e di risse;

il


PARTE

174

QL'INTA

omaggio costantemente

loro

era la madre dei loro

vano andare

figli

alla meglio.

a fondare la vita

Il

;

stema

un

di

di famiglia

come qualche cosa

ma

l'organizzazione e

il

servizio della

l'

medesima.

Goveìmo della famiglia

È

un padre che parla

inizia nella

a'

stato di famiglia

di

assai largo

si

il

Agnolo Pandol-

suoi figli già adulti e

sua amministrazione. Vi

dotto innanzi

di

educazione,

più pregevole documento in questo riguardo è

dialogo sul

uno

cosa prin-

la

pur sempre uno studio accurato e giudizioso

tutte le quistioni riguardanti la convivenza,

'

di re-

lunga e seria medi-

di

razionale assettamento della casa;

fini.

lascia-

Per riuscire a ciò tornò di grande aiuto un siben intesa economia (v. voi. I, pag. 108) ed

cipale fu

11

si

Rinascimento invece provossi

golarmente ordinato, come frutto tazione.

una donna, che non

fu per

nel castello le cose

li

scorge per entro

ed agiato, che, con-

con parsimonia e con moderazione, pro-

mette prosperità e ben essere per molte generazioni. Un podere piuttosto considerevole provvede co' suoi prodotti ai bisogni della famiglia e costituisce la

base fondamen-

tale di tutto; accanto ad esso fiorisce un'industria qua-

lunque, una tessitura, per esempio, L'abitazione e ciò

il

che riguarda

deve esser

di seta o di lana.

vitto sono solidamente assicurati: tutto l'

fatto in

ordinamento e

l'

arredamento interno,

grande e in modo durevole e senza

risparmio; la vita quotidiana per converso

vuol essere

semplice, quanto è possibile. Ogni altra spesa, dai

1

Trattato del governo della famiglia. Cfr.

190 nota.

Il

Pandolfini mori nel 1446, e

Leon

voi.

I,

mag-

pag. 182 e

Battista Alberti, al

quale pure fu attribuita la stessa opera, nel 1472. Cfr. anche voi. II, p. 37.

il


175

LA VITA SOCIALE E LE FESTE giori

pagamenti, nei quali è impegnato

più modesti assegni che loro piaceri,

si

fanno

deve stare con

bisogno

lamente

a'

La

».

cazione, che

suoi

onore, sino ai

più giovani pei

figli

ri-

é T edu-

si

ha da procurare non soa tutta la sua famiglia. La prima

di casa

ma

,

che

quello che richiegga

di

cosa più importante però

padrone

il

l'

« passi più oltre

chiegga V onestà, né sia minore il

figli

una proporzione ra-

ciò in

modo che né

gionevole, per

ai

educazione è dovuta alla moglie, perché di timida e

ri-

servata fanciulla diventi una vera donna di casa, un'abile

padrona capace

di dirigere e sorvegliare tutti quelli,

che

stanno sotto la sua dipendenza: poi debbonsi educare

e persuasioni, piuttostochè con inutile severità, in generale « più l'autorità, che la violenza »;

usando '

final-

hanno a trattare modo da farne altrettante persone veramente affezio-

mente, quanto in

i

con occhio amorevole e circospetto, con esortazioni

figli

servi e dipendenti,

ai

s'

nate e fedeli.

Un

altro tratto notevole, se

caratteristico di questo libro,

1

Una

punto nica, lo

non anche esclusivamente è l'entusiasmo con cui vi

storia della bastonatura, trattata seriamente e da m\

di vista psicologico,

che presso quelli

meno V importanza

ziazioni.

si

Quando

e

di

di

tanto presso

i

popoli d'origine germa-

origine latina, contrabbilancerebbe per

un paio

di

volumi

di

dispacci e di nego-

per quali influenze passò la bastonatura fra

quotidiani della famiglia tedesca? Certamente assai tempo dopo che Walther cantasse: nessuno può rafforzare la disciplina del fanciullo colle verghe {Nienian kan init gerten kindes zxdit gli usi

beherten.) In Italia di sette

almeno

anni non è

le

battiture cessano assai presto

più

battuto.

Il

cap. VII, Str. 42) stabilisce questo principio; Sol gli asini

Se una

si

:

un fanciullo

piccolo Orlando {Orlandolo,

ponno bastonare,

tal bestia fussi, patirei.


PARTE QUINTA

176 si

parla della vita campestre, donde se

l'amore ad un

genere

tal

di vita

ne deduce che

era passato omai nelle

Nei paesi settentrionali d'Eucampagne erano abitate dai nobili

abitudini delle classi colte.

ropa a quel tempo

le

rinchiusi nei loro castelli e dai più illustri fra gli ordini

avevano

monastici, che piedi

sulla

ricca,

cima

non usciva

in

forti e

ben munite abbazie ai la borghesia, anche

qualche monte

di

veruna stagione

:

dell'

anno

dalle

mura

delle città. In Italia, invece, la maggior sicurezza perso-

nale da un lato, l'amenità dei

siti

dall'altro sedussero

un soggiorno temporaneo meno lungo nei dintorni di qualche città, ^ anche

assai per

più

tempo

i

cittadini ad

a rischio di qualche perdita in caso di guerra. Così sorsero le ville delle classi più agiate, prezioso. ricordo degli antichi usi

romani, quando la prosperità e la cultura

progredite permisero di adottarli. nostro autore trova nella sua villa ogni pace e fe-

Il

e noi in questo riguardo

licità,

che rimandare

glio,

il

non possiamo far

lettore a quanto

dice nel suo Trattato (pag. 88).

Ma,

oltre

al

economico quando

s'ha anche un vantaggio

contenga ogni cosa necessaria

di

stesso

egli

mene

piacere, il

podere

alla famiglia, grano, vino,

strame e legno (pag. 84), e allora lo si paga voanche di più, perchè non s'ha poi bisogno di

olio,

lentieri

comprar nulla

sul pubblico mercato. Dei dintorni di Fi-

ci sembra la descrizione ch'egli ci dà con queste parole: « In quello di Firenze ne sono

renze assai notevole

molti

1

ville

(siti)

posti in aere cristallino, in paese lieto, bella

Giov. Villani, XI, 93: autorità principale sull'uso di edificar

intorno a Firenze prima della metà del secolo XIV. Le loro

case di

campagna erano più

belle

struirle rivaleggiavano tra loro,

che quelle

di città, e nel co-

onde erano tenuti matti.


177

LA VITA SOCIALE E LE FESTE

veduta, rare nebbie, non venti nocivi, buone acque, sane, pure, e buone tutte le cose, e molti casamenti,

sono come palagi di signori (e molti hanno forma

i

quali di for-

tezze e di castella), edifìci superbi e sontuosi ». Egli in-

iende quelle case

di

campagna, che nel loro genere po-

trebbero dirsi veri modelli, e che per la maggior parte nel 1529 furono, sebbene indarno, sacrificate dai fìorentijii

alla difesa della patria.

In queste

come

ville,

in quelle

laghi di Lombardia, a Posilipo e a ciale assunse

un carattere più

Brenta, sui la vita so-

Le

non

descrizioni degli

delle cacce e di tanti altri passatempi di quella

per intero all'aperto hanno ancor

vita condotta quasi

oggi qualche cosa quali

il

Vomere,

libero e sciolto che

nelle sale dpi grandi palagi di città. inviti,

lungo

s'

incontrano.

di

attraente

Ma

altresì ozio e quiete

negli scrittori, presso

i

quelle dimore campestri offersero

a profondi pensatori, e in esse fu-

rono maturate talvolta

le più nobili creazioni dell'inge-

gno umano.

12


CAPITOLO

Vili

Le Feste.

— Pregi delle feste — L' allegoria nell' arte italiana. — universalità. — Le rappresentazioni dei Rappresentanti storici Misteri. — Corpusdomini in Viterbo. — Rappresentazioni profane. — Pantomime e ricevimenti solenni di principi. — Processioni; trionfi spirituali. — Trionfi profani. — Corse navali. — Carnevale a

Loro forme rudimentali,

il

Mistero e la Processioae.

italiane su quelle d' altri paesi. dell'

Il

Roma

Non

e

a Firenze.

è semplice caso o capriccio, che ci consiglia di

unire allo studio della vita sociale anche

pompe

festive e delle rappresentazioni.

veramente

artistica

che

l'

Italia spiega

'

quello

delle

La magnificenza in queste ultime,

non fu raggiunta che mediante quella stessa convivenza di tutte le classi,

che costituisce anche la base fonda-

mentale della società

italiana.

Nel nord dell'Europa i avevano le

monasteri, le corti e le comunità cittadine loro feste e rappresentazioni speciali,

colà ebbero differenze essenziali di

come

in Italia;

forma e

ma

di -sostanza,

qui furono invece portate ad un alto grado di sviluppo

da una cultura e da un'

1

arte,

che erano

il

patrimonio di

Veggasi a pag. 56, dove questo splendore delle feste fu come uno degli impedimenti al completo sviluppo del

additato

dramma.


PARTE QUINTA

180 tutti.

L'architettura decorativa,

che venne in aiuto a

queste feste, merita una pagina speciale nella storia dell'

arte,

quantunque essa

ci

apparisca ancora come una

creazione puramente fantastica, che noi siamo costretti

ad immaginare dalle descrizioni che ci son date. Qui noi occupiamo della festa come di un momento di entu-

ci

siasmo, nel quale le idealità religiose, morali e poetiche

assumono una forma visibile. Le feste italiane nella loro forma più elevata segnano un vero passaggio dalla vita reale a quella dell'arte.

Le due forme sono,

come

principali delle rappresentazioni festive

in tutto l'occidente,

la storia sacra o la

la Processione, vale a dire

motivo pur

siasi

Ora

una marcia solenne per qual-

rappresentazioni dei Misteri

assai più

trove, e ad accrescerne

vano

Mistero, vale a dire

religioso.

in Italia le

nel complesso

il

leggenda religiosa drammatizzate, e

il

le arti figurative e la poesia.

e

Da

più tardi non solo la farsa e tutto

ma

anche

la

erano

numerose che allustro largamente vi concorre-

splendide

il

esse poi

si

dramma

profano,

svolse

pantomima, che, accompagnata dal canto e

dal ballo, cerca

l'

effetto nella bellezza e ricchezza dello

spettacolo.

Dalla Processione poi ha origine nelle città italiane

provvedute

di

strade

ampie, piane e ben selciate,

*

il

Trionfo, vale a dire la processione di persone vestite in

costume a piedi o su carri, con carattere dapprima prevalentemente sacro, poscia a poco a poco sempre più profano.

La

nevale

si

processione del Corpusdomini e

i

carri del car-

toccano qui assai da vicino, quanto alla

della rappresentazione, ed in seguito vi

Ciò in paragone colle città del nord

d'

si

pompa

aggiungono

Europa.


LA VITA SOCIALE E LE FESTE anche

181

solenni ricevimenti di principi, che fanno

i

solenne ingresso in qualche altri popoli

Vero

città.

pretendevano in

è,

simili occasioni

soltanto sapevano artistico,

per

portare

in tali feste

modo che ne

loro gli

uno sfoggio

ma

straordinario di lusso e di magnificenza,

il

che anche

gl'Italiani

un certo gusto

usciva un concetto armonico

in tutte le sue parti.

Ciò che di

tali feste

oggidì sopravvive non può dirsi

che un avanzo ben meschino e quasi un'ombra di esse.

Le

processioni sacre e

i

ricevimenti dei principi

si

spo-

gliarono presso che affatto dell' elemento, che dava loro

una certa impronta drammatica, l'abbigliamento in cosi temono le derisioni del pubblico e perchè le classi colte, che una volta vi prendevano una parte attiva, se ne tengono ora lontane, quale per un motivo, quale per l'altro. Anche" le mascherate carnevalesche continuano sempre più a cadere in disuso. Quel stume, perchè

poco che ancora rimane, per esempio

i

singoli travesti-

menti adottati nelle processioni di certe confraternite religiose, e perfino la

pomposa

festa di S. Rosalia a

lermo, è una prova manifesta e parlante, che

Pa-

tali usi,

dinanzi alla progrediente civiltà, sono destinati irrepa-

rabilmente a cadere.

Le che in

hanno l'epoca del loro decisivo trionfo sulevo moderno, nel secolo XV,^ se pure anFirenze non ha prevenuto tutto il resto d' Italia.

feste

r aprirsi

dell'

ciò

Quivi infatti è relativamente molto più antica la orga-

i

Le

feste fatte in

occasione

dell'esaltazione

del Visconti

a

duca di Milano , 1395 (Corio fol. 274) in onta a tutta la loro pompa, hanno ancora un carattere medievale, e vi manca 1' elemento drammatico. Cfr. anche la meschinità delle processioni Pavia durante il secolo XIV. (Anonymus, De laudibiis PapiaCj. ,

,

m

presso Murat. XI,

col.

34 e segg.).


182

PA.RTE QUINTA

nizzazione per quartieri in occasione di pubbliche rappresentazioni,

la

magnificenza presuppone un grande

cui

sfoggio di mezzi artistici. Di questo genere è la celebre

rappresentazione dell'Inferno, fatta in parte sopra un palco e in parte su barche appostate nell'Arno,

il

primo giorno

maggio dell' anno 1304, quando sotto gli spettatori ai ruppe il ponte alla Carraia.^ Anche il fatto che più tardi di

i

fiorentini

vengono chiamati,

organizzar feste in tutte

mente

il

il

in qualità di festaiuoli^ ad

resto d' Italia,^ prova chiara-

grado di perfezione, cui

essi

aveano saputo por-

tar le proprie.

Ora, se noi cerchiamo di mettere in rilievo

i

pregi

più essenziali delle feste italiane di fronte a quelle degli altri paesi,

farà innanzi prima di tutto

ci si

l'

istinto na-

turale dell'individuo, giunto già ad un grado di completo sviluppo, a rappresentare l'individualità, vale a dire l'attitudine ad inventare

una maschera

e a sostenerla con-

venientemente. Pittori e scultori aiutarono poscia note-

volmente a dar solo,

ma

risalto alla decorazione

altresì delle persone,

dei luoghi

non

suggerendo abbigliamenti,

belletti (v. pag. 131 e segg.) ed altri ornamenti. In secondo luogo poi viene l' intelligibilità manifesta a chiun-

que dell'intreccio poetico. Nei Misteri essa era uguale in tutto

l'occidente,

perchè

le

narrazioni bibliche

ed

ascetiche erano già anticipatamente note a chicchessia;

ma

per tutte le altre rappresentazioni

deciso vantaggio sugli altri paesi.

Per

l'

Italia

aveva un

le parti recitative

di singoli santi e d'altri personaggi profani essa posse-

1

Giov. Villani, Vili, 70.

2 Cfr.

Corio,

fol.

per

es.

l'Infessura

417, 421.

(Eccard,

Scrijptt. II, col. 1896).


183

LA VITA SOCIALE E LE FESTE deva una

lirica assai

armoniosa, che strappava

di tutti indistintamente.'

l'

applauso

maggior parte degli

Inoltre la

aveva una certa famigliarità

spettatori (nelle città)

colle

figure mitologiche e indovinava, assai più facilmente che altrove,

da un

ciclo di

Ma il

personaggi

i

ed allegorici, perchè desunti

storici

tradizioni universalmente conosciute.

questo punto vuol essere meglio chiarito. Tutto

medio-evo era stato

il

tempo

classico delle allegorie:

la sua teologia e la sua filosofìa trattavano le loro ca-

come qualche cosa

tegorie

di reale e sussistente

da

sé,

*

per guisa che la poesia e l'arte aveano bisogno di un

ben piccolo

sforzo, per

aggiungervi ciò che mancava an-

cora a costituirne la piena personalità. In

ciò tutti

i

paesi d' occidente trovavansi presso a poco, in condizioni

uguali

dal

:

mondo

derivare dei

lcile

ideale di ciascuno d' essi era assai fa-

tipi e delle figure,

l'apparenza esterna e

gli attributi

con questo solo che

riuscivano di regola

assai enigmatici e impopolari. Quest' ultimo caso è fre-

quente anche

mento

e dopo.

in

A

Italia,

perfin nell'epoca del Rinasci-

produrlo basta che un qualsiasi predicato

della figura allegorica, cui

venga rappresen-

riferisce,

si

tato erroneamente sotto la forma di un attributo. Dante stesso non va esente da simili falsi traslati,' ed è noto

1

II

dialogo nei Misteri per lo più è in ottave,

monologo

il

in

terzine. 2

Scolastici.

si

ha bisogno per questo

— Ancora

di

intorno al 979

bray prescriveva

a'

«pecie di tarocco

spirituale, con

suoi

il

pensare

al

Realismo degli

vescovo Wiboldo di Cam-

chierici, invece del

non meno

giuoco de' dadi, una di

56 nomi

di virtù

rappresentate da altrettante combinazioni delle carte. Cfr. Gesta

Episcopor. Cameracens. Pertz, Scriptor, VII, 3

p. 433.

Tali sono quelli, coi quali egli crea delle figure sopra delle

metafore, qual'è, per esempio,

il

gradino medio

fesso per

metà


184 che

PARTE QUINTA

si compiace della oscurità delle sue Petrarca almeno cerca ne' suoi « Trionfi » di descrivere, per quanto pur brevemente, in modo chiaro

in

generale egli

allegorie.* Il

e parlante le figure d'Aniore, della Castità, della Morte,

Fama

della

allegorie con

ecc.

Ma

molti altri invece vestono le loro

una farragine

di attributi del tutto sbagliati,.

Nelle « Satire » del Vinciguerra,'' per esempio, l'Invidia vien dipinta fornita di « ruvido e ferreo dente », la

Voracità in atto di mordersi le labbra e con capelli

irti

e scomposti, ecc., probabilmente per mostrare (rispetto a

quest'ultima) che essa è indiff'erente a qualunque cosa,

che non abbia relazione

col mangiare e col bere. Quanto a disagio dovesse trovarsi l' arte in tali equivoci, non fa d'uopo il dirlo. Essa, al pari della poesia, poteva sti-

marsi fortunata quando

l'

allegoria era suscettibile di es-

sere espressa da qualche figura mitologica, vale a dire

da qualche forma

artistica, della quale stava

drice l'antichità stessa, come, per

vece della guerra

si

malleva-

esempio, quando in-

poteva rappresentare

il

dio Marte,.

invece della caccia la dea Diana e così via.*

Ma, tanto

hell' arte

che nella poesia,

v'

erano anche

alla porta del Purgatorio, che deve significare la contrizione del 97), mentre per vero ogni pietra, quando ha non può più servir di gradino» ovvero anche V altro passo {Purgai. XVIII, 94), nel quale condanna i tepidi della vita

cuore {Purgat. IX,

fenditure

,

presente a scontare la loro colpa nell'altra col correre continuo,'

mentre

ih correre

potrebbe anche essere indizio di fuga ecc.

1

Inferno, IX, 61. Purgat. Vili,

19.

2

Poesie satiriche, ed. Milan.

70 e segg.

secolo 3

p.

— Della

fine del

XV. Quest'ultima allegoria trovasi, per esempio, nella Venatio

del card. Adriano da Corneto. In essa Ascanio Sforza nei piaceri della caccia deve trovare un conforto contro della sua casa. Cfr. voi.

I,

pag. 350.

il

dolore della rovina


185

LA VITA SOCIALE E LE FESTE

delle allegorie meglio riuscite, e rispetto alle figure relative,

che s'incontrano nelle feste italiane,

era oltremodo esigente e voleva vederne teristico riprodotto con fedeltà

il

il

pubblico

lato carat'

ed esattezza, appunto per-

chè per la sua cultura generale esso era perfettamente in

grado

di intenderlo.

In altri paesi, e specialmente alla

andava contenti di figure molto indeterminate, ed anche di semplici simboli, perchè quivi era pur sempre un privilegio speciale delle classi pia elevate quello di essere, o almen di apparire, iniziate in corte di Borgogna,

Nel celebre giuramento sul fagiano celebrato la bella cavalcatrice, che s' avanza come re-

tali cose.

nel 1453

si

'

gina della festa, è V unica allegoria che abbia attrattiva:

i

qualche

move-

colossali pasticci, per entro ai quali

vansi degli automati ed anche delle persone vive, o sono stran(?zze senza senso, o, se ne

hanno uno, esso è gros-

solano e al tutto forzato. In una statua di donna ignuda

sopra uno di

1

difesa da

Propriamente nel 1454.

chap. 49. (*) Il

Filippo di

contro

essi,

i

un leone vivo, doveva rav-

Cfr. Olivier de la

Marche, Mémoires,

(*)

giuramento sul fagiano fu prestato nel celebre banchetto, che Borgogna diede nel 1454 allo scopo di promovere una crociata

Turchi, che l'anno innanzi aveano preso Costantinopoli. In quel

banchetto

il

duca aveva spiegato un lusso ed una magnificenza affatto L'abbigliamento nel quale egli comparve, fu stimato

fuori dell'ordinario.

da solo un milione di talleri. Tutto il resto era in proporzione per cui non a torto fu detto che quella festa abbia costato una somma superiore all' intera rendita annua del re di Francia. Sulla fine del banchetto fu. recato un fagiano adorno di una collana riccamente tempestata di pietre preziose, sul quale ciascuno dei convitati giurò in nome di Dio, deliaVergine e del fagiano di voler combattere gì' infedeli ; giuramento che, s' intende da sé, ognuno dimenticò, non appena terminata la festa. - Per più minuti ragguagli veggasi "Weiss, Gesch. der Tracht tind des Geràthes ;

Tovi hi bis

zum

16 Jahrhundertj

I,

Abthlj pag. 103, 101.

Nota del Traduttore.


PARTE QUINTA

186

visarsi Costantinopoli col suo futuro liberatore,

Borgogna.

di

il

duca

ad eccezione di una pantomima

resto,

Il

(Giasone in Colchide), ha un significato troppo enigma-

non

tico,

che

ci

significa nulla

lo stesso Olivier

:

de la Marche,

descrive questa festa, vi prese parte in costume

di donna,

che doveva rappresentare la « Chiesa » seduta

sopra una torre portata da un elefante guidato da un gigante, e

una lunga querimonia

recitò

sulle

vittorie

degl'infedeli.'

Ma

se anche

allegorie

le

nelle poesie, nelle

opere

arte e nelle feste italiane sorpassano nel complesso e

d'

per gusto e per unità

non è tuttavia

di concetto

quelle d'altri

paesi,

propriamente consiste

in questo, che

il

loro lato saliente e caratteristico.

Ciò che dà loro una

superiorità incontrastata

il

è invece

'

fatto,

che in

Italia,

oltre la personificazione di concetti generali ed astratti,

conoscevano anche, e in gran copia, dei rappresentanti

si

storici di questi stessi concetti, e vi si era più abituati

a veder ricordati in una poesia o rappresentati in un'opera d'arte un più

gran numero

Divina Commedia,

Per

1

ad a.

a.

personaggi.

La

le

occasione

Anche

qui

Jean de Troyes, ad non mancano i macchi-

statue vive e simili,

ma

tutto è confuso, slegato

allegorie per

pompose furono in

celebri

altre feste francesi veggasi, per es. Juvénal des Ursins

1461 (ingresso di Luigi XI).

le

di

Trionfi del Petrarca, l'Amorosa Vi-

1389 (ingresso della regina Isabella).

nismi sospesi, e

i

lo più

le feste

della

sono

indicifrabili.

Molto svariate e

durate parecchi giorni a Lisbona nel 1452

partenza

dell'

infanta Eleonora,

che andava

sposa all'imperatore Federico IH. Ved. Freher-Struve, Rer. ger-

man. 2

script.

II,

Vantaggio

fol. 51, la

Relazione

di Nic.

Lauckmann.

tutto proprio dei grandi poeti

pero trarne partito.

ed

artisti,

che sep-


187

LA VITA SOCIALE E LE ]^STE

sione del Boccaccio, e nel secolo successivo la diffusione

sempre maggiore della cultura per mezzo dell'antichità risorta

aveano reso famigliare

mento

storico.

Ed

nazione questo ele-

alla

ora queste stesse figure apparvero an-

che nelle pompe festive o completamente individualizzate in

maschere determinate, o per

come

meno

lo

riunite in gruppi,

seguito caratteristico di qualche figura

principale. Così qui

si

venivano formando

composizione in generale, quando presentazioni

paesi

dei

le

allegorica

norme

della

splendide rap-

le più

bamboleggiavano

settentrionali

ancora o in un simbolismo affatto inesplicabile o

in giuo-

chi puerili affatto privi di senso.

Cominciamo dalla specie forse più antica, i Misteri.' Nel complesso essi non diversificano da quelli del resto d' Europa. Anche qui sulle pubbliche piazze, nelle chiese, nei conventi sorgono grandi palchi, che nella parte su-

periore contengono un paradiso, che

aprire a volontà, e nell'inferiore, talvolta

ma

un baratro, che rappresenta

e V altro vedesi

la scena

si

l'inferno, e fra l'uno

propriamente detta, vale a

tutte le località terrene del

dramma

canto

non

alle altre

;

e qui pure

blico o leggendario

s'

può chiudere e

molto in basso, hanno

di

rado

sé che

1

le circostanze,

anche con un

non mancano neanche

gì'

bi-

ballo.

si

chiude, se-

S'intende da

Intermezzi semi-comici

Gamba, Notizie intorno

Cfr. Bart.

ac-

dramma

apre con un dialogo preliminare di

apostoli, dottori, profeti, sibille e virtù e

condo

il

dire,

une

disposte le

alle

opere di Feo Bel-

cari, Milano, 1808, e speciahnente l'introduzione dello scritto:

rappresentazioni di Feo Belcari ed altre di renze, 1833. alla

Come

sua edizione

Le

lui poesie» Fi-

riscontro, l'introduzione del bibliofilo Jacob

di Pathelin.


PARTE QUINTA

188 di personaggi

secondari;

ma

questo elemento in Italia

non spicca così apertamente, come nei paesi settentrionali.^ Quanto ai voli artificiali su macchine apposite, spettacolo sempre gradito dovunque, parrebbe che in Italia sieno stati

più frequenti che altrove, e

ancora nel secolo

XIV

si

i

Fiorentini

divertivano a farne le grasse-

quando non riuscivano a dovere.^ Poco dopo

risa,

Bru-

il

nellesco inventò per le feste dell'Annunziata sulla piazza di S. Felice quell'ingegnosissimo apparato di

una

sfera

celeste circondata da due schiere sospese d' angeli, dalla

quale

Gabriele

a guisa

di

si

calava a volo in una macchina fatta

mandorla, ed anche

il

Cecca suggerì nuove

idee e congegni meccanici per rendere sempre più splendide tieri,

tali feste.'

Le

confraternite religiose o

r esecuzione, non tralasciavano, almeno d'

i

singoli quar-

che ne assumevano la direzione ed anche in parte nelle grandi città,

impiegarvi, secondo le loro forze, tutti

i

mezzi che l'arte

sapea trovare. Altrettanto accadeva, quando, in occasione di grandi feste principesche, accanto al

pantomima,

alla

La

corte di Pietro Riario

di

si

dramma profano

rappresentavano anche

od

(v.

voi,

I,

i

Misteri,

pag. 145), quella

Ferrara ed altre non lasciavano certamente in

tali

circostanze nulla d' intentato, perchè la rappresentazione

1 Effettivamente un Mistero sull' uccisione di tutti i fanciulli Betlemme, rappresentato in una chiesa di Siena, si chiudeva con una scena, nella quale le infelici madri dovevano* afferrarsi vicendevolmente pei capelli. Della Valle, Lettere sanesù III, p. 53. Uno degli scopi principali del già citato Feo Belcari (morto nel 1484) era appunto di purgare i Misteri da simili mostruosità. 2 Franco Sacchetti, Nov. 82.

di

3 Vasari, III, 232 e segg. Vita di Brunellesco^ V, 36 e segg. Vita del Cecca, Cfr. V, 52, Vita di don Bartolommeo.


189

LA VITA SOCIALE E LE FESTE seguisse col maggiore

presente

di farsi

il

Se

sfarzo e splendore.^

talento comico e

si

cerca

ricchi abbigliamenti

i

degli attori, nonché la scena abbellita dalle fantastiche

decorazioni dello stile architettonico d'allora, da nn grande sfoggio di ghirlande e di tappeti e da uno sfondo di gnifici edifizi su

nati in qualche

ma-

qualche grande piazza e di lucidi colon-

grande atrio o monastero,

potrà in

si

modo avere un' idea della grandiosità di tali spetMa, come il dramma profano da tale apparato ri-

qualche tacoli.

cevette notevole nocumento, così anche

il

pieno svikippo

poetico del Mistero restò impedito da questo

eccessivo

prevalere della parte spettacolosa. Infatti nei testi che ci

son conservati,

si

trova per lo più un intreccio dram-

matico assai meschino con appena qualche bel tratto rico,

ma

li-

non mai quel grandioso slancio simbolico, che

contraddistingue

gli

autos sagramentales di Calderon.

Talvolta accade che, nelle città minori e con apparato senza paragone più povero,

vivo. Ciò

verificò,

si

effetto di questi

l'

uditori di gran

spirituali è sull'animo degli

per esempio a Perugia, quando uno

di quei grandi predicatori, dei quali di parlare più innanzi,

del 1448 con

1

avremo occasione

Roberto da Lecce,' vi chiuse

sue prediche

serie delle

drammi

lunga più

un gran Mistero

Arch. Stor. Append.

II,

la

quaresimali durante la peste della Passione, rappresentato

p.

310.

II

Mistero

dell'

Annunzia-

zione di Maria, rappresentato in Ferrara nelle nozze di Alfonso,

aveva macchinismi

aerei e

fuochi

d' artifizio.

zione della Susanna, del S. Giovanni

sacra presso di

Costantino

il il

card. Riario, veggasi

il

Sulla rappresenta-

Battista e di

Corio,

fol.

una leggenda

417. Sul Mistero

grande, rappresentato nel palazzo papale nel carne-

vale del 1484, V. Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 194. 2

Oraziani,

Cronaca di Pervgia, Ardi. Stor. XVI, I, p. 598. si sostituiva una figura che ^i teneva pronta.

Nella crocifissione


PARTE QUINTA

190 il

venerdì santo.

tiva

all'

tutto

un

il

I

personaggi che presero una parte at-

azione drammatica, son pochi, e ciò non ostante

popolo piangeva dirottamente.

Ma

è pur anche

fatto che, per ottenere simili effetti, in tali occasioni

ricorreva anche a mezzi, che si risentivano spesso di un naturalismo un po' troppo crudo. Così talvolta l'attore, che doveva rappresentare il Cristo, doveva non solo apparir pieno di lividure, ma sudar sangue visibilmente e si

versarne dal costato.' Ciò

memoria

alla

le

richiama involontariamente

famose pitture di Matteo da Siena, e

i

gruppi in argilla di Guido Mazzoni.

Le steri,

occasioni speciali per la rappresentazione di Mi-

prescindendo da certe grandi festività religiose, da

Quando,

sposalizi principeschi ecc. sono di diversa specie.

per esempio. Bernardino da Siena fu dichiarato santo dal

Papa

(1450), vi fu

tazione

della

sua

una specie

piazza maggiore della sua

anche una specie

di

drammatica rappresen-

canonizzazione, probabilmente

di

città nativa,^

corte bandita per

dove

tutto

si

il

sulla

ebbe

popolo.,

Altre volte accade che un dotto monaco festeggia la sua

promozione a dottore

di teologia,

facendo rappresentare-

drammaticamente la vita del patrono della Carlo Vili era appena sceso in Italia, che

città.' Il

la

re

duchessa

Per quest'ultima circostanza veggasi Pii II Comment. L. Vili,, Anche la poesia del secolo XV assume talvolta un carattere di uguale rozzezza. Una canzone di Andrea da Basso J

p. 383. 386.

descrive con ributtante esattezza le particolarità della putrefazione

innamorata troppo disdegnosa con lui. anche in un dramma rappresentato nel secolo XII in un chiostro si vedeva sulla scena come il re Erode venisse divorato dai vermi. Carmina Burana^ p. 80 e segg. 2 Allegretto, Diarii sanesù presso Murat. XXIII, col. 767. 3 Matarazzo, Arch. Stor. XVI, II, p. 36, del cadavere di una sua

Ma


191

LA VITA SOCIALE E LE FESTE

vedova, Bianca di Savoia, lo accolse a Torino con una

pantomima semi-religiosa,' nella quale innanzi una scena pastorale doveva rappresentare « la legge

specie di tutto di

natura », poi una schiera di patriarchi simboleggiava

« la legge di grazia »; chiudevan poi lo

leggende

di « Lancillotto del

matizzate.

E

da

spettacolo

le

Atene » dram-

e di «

giunse di là a Chieri, che

egli

onorare anche quivi con una nuova panto-

lo si volle

mima,

non appena

Lago »

la quale

rappresentava « una puerpera circondata

illustri visite ».

Ma

domandasse di esmassima pompa per consenso di tutti,

se v'era festa religiosa, che

sere celebrata colla

era certamente quella del Corpusdomini

Ispagna

alla quale in

,

consacrava perfino una specie particolare

si

poesia, gli autos all'Italia, ci

sagr amentale s da noi già

citati.

una pomposa descrizione

resta

di

di

Quanto questa

quale fu celebrata da Pio II nel 1462 in Viterbo.*

festa,

In essa la processione, che

moveva da una

colossale e

splendida tenda dinanzi alla chiesa di S. Francesco at-

traverso la strada maggiore sino alla piazza del duomo,

era

il

meno

assunti

:

i

cardinali

e

più ricchi

i

decorare, ciascuno

di

il

tratto di quella via, curando che

prelati

s'

erano

meglio che poteva, un

non solo fosse coperta

dal principio alla fine di tende e ornata di damaschi e

ghirlande alle finestre ed alle muraglie,'^

Estratti dal

1

ed. Bossi, 2

festa

nal.

I,

p.

ma

Vergier d' honneuì% presso Roscoe, Leone X,

220 e

III,

Pii II Comment.

p. 263.

L. Vili,

p.

382 e segg.

pomposa del Corpusdomini è menzionata dal Bonon. presso Mnrat. XXII, col. 911, all'anno

3

In simili

potea vedere.

innalzando

occasioni

i

poeti

cantavano:

Una

simile

Bursellis,

An-

1492.

nulla di

muro

si


PARTE QUINTA

192

-dappertutto palchi e tribune, nelle quali, durante la processione, rappresentavansi brevi scene storiche ed alle-

goriche. Dalla relazione non

rezza se -o

qualche

mente;

anche da automati preparati

cosa

modo però

in ogni

^

vedeva un Cristo

angeli che cantavano

;

chia-

apposita-

Yi mezzo ad una schiera

una cena

fu grande.

si

di

eucaristica, nella quale

Tommaso d'Aquino;

la lotta dell'ar-

Michele coi demonj; fontane di solo vino ed

cangelo

un sepolcro

orchestre d'angeli;

scena della Resurrezione

duomo

pompa

la

soffrente in

iìgurava anche S.

e

emerge con bastante

tutto venisse rappresentato da persone vive,

il

tomba

la

di

;

Cristo con tutta la

di

e finalmente sulla piazza del

Maria, che, dopo

la benedizione, si apriva, e allora

il

si

servizio religioso

vedeva

la

Madre

di Dio salire cantando al Paradiso, dove Cristo la inco-

ronava e

conduceva dinanzi

la

Nella serie

di

blica via spicca in

della

pompa

al

Padre eterno.

queste rappresentazioni fatte sulla pub-

e per

modo

particolare

F oscurità

,

per la grandiosità

dell' allegoria,

quella fatta

eseguire dal cardinale vice-cancelliere, Roderigo Borgia il

futuro Alessandro VI.^

Oltre a ciò essa ha anche

un' altra prerogativa, V accompagnamento dello sparo dei

che è una specialità tutta propria delle feste

tnortaletti,'

dei Borgia.

1

2

Le

stesso vale di parecchie descrizioni simili.

Cinque re con seguito

d'

uomini armati, un uomo selvaggio

che lottava con un leone (domato per alludere 3

al

Esempi

col. 134, 139.

grandi spari.

nome

?)

;

quest'ultimo spettacolo forse

del papa, Silvio.

sotto Sisto TV. Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII,

Anche

I

all'

avvenimento

di

Alessandro VI

si

fecero

fuochi d' artificio, bella invenzione italiana, ap-

partengono, insieme alla decorazione festiva, piuttosto alla storia


LA VITA SOCIALE E LE FESTE

193

Più brevemente sorvola Pio li sulla processione, che ebbe luogo a Roma lo stesso anno nell'occasione, che vi giunse dalla Grecia

il

questa Rcderigo Borgia cenza,

ma

cranio di si

Andrea. Anche in

S.

segnalò per la sua magnifi-

nel complesso la festa avea un carattere piut-

tosto profano, perchè, oltre la solita orchestra degli angeli, che non mancava mai, vi figuravano altre maschere, ed alcuni « uomini robusti », vale a dire degli Ercoli,

che, a quanto pare, vi facevano ogni specie di esercizi ginnastici.

Le

rappresentazioni esclusivamente o prevalentemente

profane erano destinate in modo particolare a dare nelle

maggiori

corti principesche spettacoli grandiosi e di gusto

perfetto, rappresentando qualche leggenda mitologica od allegorica, di facile e piana interpretazione.

r elemento

Vero

è che

barocco non vi faceva difetto, anzi vi brillava

in figure gigantesche d' animali, dalle quali uscivano all'

improvviso

gruppi

interi

maschere,^

di

pasticci

in

enormi, sebbene in proporzioni non così esagerate, come presso

il

duca

Borgogna

di

non ostante

ciò

(v.

pag. 186), e simili

certo gusto artistico e poetico. Della mescolanza del colla s'

pantomima, quale

è già

parlato

dell'arte.

E

vi

altrove

si

usava

( v.

ma,

).

dramma

Ferrara,

Universalmente

appartiene pure la splendida illuminazione

,

A

alla corte di

pag. 50

pag. 60) che si loda in certe feste da tavola e i trofei di caccia. ^

;

V insieme conservava pur sempre un

,

,

nonché

i

(v.

grandi apparecchi

Siena in un ricevimento principesco (14G5) da una lupa

d"*oro usciva un intero corpo di ballo di dodici persone; gretto, presso

Murat. XXIII,

ricevimento

Pio

di

II

col. 772.

Cfr. inoltre

Alle-

v.

col.

772

nel 1459. 13

il


PARTE QUINTA

J94

note furori poscia le feste, che

Roma

diede a

Leonora

d'

cardinale Pietro Riario

il

occasione del

nel 1473, in

Aragona, che andava sposa

Ferrara.' Quelli che qui

si

al

passaggio di

duca Ercole

di

dicono drammi, sono ancora

le pantomime invece veri Misteri d' indole religiosa hanno un carattere al tutto mitologico vi si videro infatti Perseo ed Andromeda, Orfeo Seguito da molti ani;

:

Cerere tirata dai dragoni, Bacco ed Arianna dalle

,mali,

pantere, e per ultimo l'educazione di Achille: succedeva

quindi un balletto delle più celebri coppie amorose del tempo primitivo ed una schiera di ninfe, che venivano sorprese da un gruppo di rapaci Centauri, messi alla lor

volta ia fuga da Ercole. un'inezia, pure cui

è

intendevano

s'

E

per quanto paia per sé stessa

sempre le

caratteristico pel

forme a quel tempo,

di statue collocate in nicchie o sopra

colonne ed archi

si

aveva cura che

presentassero

si

con

ed abbigliamenti alTatto naturali e verosimili, e

solo in via >

che se

in aspetto

che poi dovessero mostrarsi vive o cantando,

o declamando, colori

modo, con

fatto,

dovevano apparire figure vive

in tutte le feste

trionfali e

il

eccezione nelle sale del cardinal

d'

Riario

accadde, che figurasse in mezzo agli altri un fanciullo vivo,

ma

tutto dorato, che versava acqua da

una fontana.^

Altre splendide pantomime di questo genere furono date a Bologna, in occasione delle

'

Corio,

col. 1896.

fol.

417 e segg.

nozze di Annibale

— Infessura, presso Eccard, Scriptt.

Strozzi jpoetae^

p.

193 negli Eolostica^

II,

v. voi. I,

pag. 63 e 69, 2

Vasari XI,

p. 37.

Vita di

Puntormo ;

egli

narra che un

si-

mile fanciullo in una festa fiorentina del 1513 mori in conseguenza dello sforzo fatto o dell' indoramento.

rappresentare «

ì"

età deir oro ».

Il

poveretto avea dovuto


LA VITA SOCIALE E LE FESTE Bentivoglio con Lucrezia d'Este; vi

si

195

invece dell'orchestra

'

ebbero dei cori che cantavano, mentre la più bella

Diana correva a rifugiarsi sotto Giunone pronuba, e Venere s'aggirava

delle ninfe seguaci di la protezione di

uomo cammuffato in mezzo ad un ballo di selvaggi: la decorazione poi rappresentava una foresta vera e reale. A Venezia nel 1491 si festeggiò l' arrivo di alcune principesse

con un leone, vale a dire con un tal guisa, in

estensi,'

movendo ad

vando gare

incontrarle col Bucintoro, ed atti-

rematori e una splendida pantomima (Me-

di

leagro) nel cortile del palazzo ducale.

da Vinci altri

A Milano

Leonardo

dirigeva le feste del duca ed anche quelle di

^

grandi;

benissimo

una

macchine,

delle sue

rivaleggiare

con quella

pag. 188), rappresentava in

poteva

la quale

Brunellesco

di

proporzioni colossali

(v.

il

si-

stema planetario

in tutti

che un pianeta

avvicinava alla sposa del giovane duca.

Isabella,

il

sua sfera

*

si

suoi

i

dio che lo abitava, e cantava

alcuni

movimenti; ogni volta sporgeva fuori dalla

si

versi

scritti dal

poeta di

corte Bellincioni (1489). In un' altra festa (1493) fu esposto, fra

molte altre cose,

modello della statua eque-

il

Francesco Sforza sotto un arco trionfale sulla piazza del Castello. Oltre a ciò dal Vasari sappiamo, con stre di

che ingegnosi automati Leonardo aiutò più tardi a decorar l'accoglienza fatta in Milano ai re

lo

1

Phil. Beroaldi Orationes

2

M. Ant.

3

Amoretti,

*

Come

:

ecc.

Ili,

fol.

le

come

17.

su Leonardo da Vinci,

Tastrologia in questo secolo

mostrano anche

Francia,

nuptiae Bentivoleae.

Sabellici Epist. L.

Memorie

di

si

comparse (non esattamente

neti nell'occasione dei ricevimenti di alcune

Ferrara. Diario ferrarese, presso Murat.

p.

38 e segg^.

cacciasse fin nelle feste, descritte) di pia-

spose di principi in

XXIV,

Ugualmente a Mantova. Arch. Stor. Append.

col. 248, ad. a. II,

p. 23.?.

1491.


PARTE QUINTA

196 signori del ducato.

Ma

anche nelle

minori

città

talvolta dei tentativi degni d'essere

si

fecero

menzionati. Allor-

quando il duca Borso (v. voi. I, pag. 66) venne nel 1453 a Reggio per ricevervi l'omaggio di quella città,^ eg'li fu accolto alle porte con una grandiosa macchina, sulla quale appariva sospeso

Prospero,

s.

patrono della

il

un baldacchino sostenuto da

città, sotto

angeli, e più in

basso un disco girante con otto angeli che cantavano,

due dei quali diedero scettro,

Poi

s'

1'

avanzava una specie

una cosa e

l'

giustizia in piedi con

un genio che

altra al duca.

da cavalli na-

di carro tirato

portante un trono vuoto, dietro

scosti, e

una

al santo le chiavi della città e lo

perchè presentasse

il

quale stava

la seguiva, agli

angoli quattro vecchi legislatori circondati da sei angeli

con bandiere, ad ambedue

i

lati cavalieri

armati, ugual-

mente con bandiere. S'intende da sé, che il genio e la dea non lasciarono passare il duca senza rivolgerli la parola. Un secondo carro tirato, a quanto sembra, da un unicorno, portava una Carità con fiaccole accese; ma in mezzo a ciò non s'era voluto che mancasse il solito carro fatto a guisa di nave, spinto innanzi

da uomini, che

stavano dentro nascosti. Questo e

due allegorie pre-

cedevano

duca; giunti a

il

.fermata: un

una

s.

s.

le

Pietro,

si

fece

vi

una nuova

Pietro con due angeli stava sospeso in

glorietta rotonda sulla

facciata, e di là spiccò

un

volo sino al duca, gli pose in capo una corona d'alloro

e rivolò

al

suo posto.'

Il

clero poi dal canto

cura di far rappresentare un' allegorìa religiosa: su

1

Annal.

due estens.

alte

d'

suo ebbe

indole affatto

colonne stavano l'Idolatria e la

presso Murat.

XX,

col.

468 e segg.

— La

descrizione è oscura, e per di più stampata sopra una copia scorretta. 2

Le

funi di questo

meccanismo erano coperte da ghirlande.


LA VITA SOCIALE E LE FESTE Fede

:

dopo che quest' ultima fanciulla, ebbe fatto

bella

lonna, l'altra

si

,

197

rappresentata da una

suo saluto dalla sua co-

il

sfasciò e precipitò assieme al fantoccio

che portava. Più innanzi s'incontrò un « Cesare »

cir-

condato da sette belle donne, nelle quali erano simboultimo

si

giunse al

duomo

;

Da

Berso doveva seguire.

leggiate le sette virtù, che

ma

dopo

il

servizio religioso

Borse dovette nuovamente prender posto sopra un alto trono dorato, dove una parte delle maschere menzionate

complimentò una seconda

lo

spettacolo tre angeli, che

si

vicino a porgere al duca, tra

fizio

di ulivo,

Posero termine allo

volta.

calavano a volo da un edilieti

canti, ramoscelli

simbolo della pace.

Diamo ora uno sguardo a

quelle feste, nelle quali la

processione stessa costituisce da sé la cosa principale. Egli è fuor del

d'

medio-evo

occasione

all'

ogni dubbio che sin dai più remoti tempi' offrirono motivo ed

le processioni sacre

adozione delle maschere, fossero poi o fan-

da angeli e destinati a seguire pubblicaSacramento e le reliquie dei santi, che si portavano attorno, o personaggi stessi della Passione, che Cristo il procedevano processionalmente, per esempio ciulli travestiti

mente

il

,

colla croce,

i

crocifissori,

colle grandi feste della

i

centurioni, le pie donne.

Chiesa

si

collega assai per

Ma

tempo

r idea di una processione della città, che, giusta le ingenue usanze del medio-evo, accoglie in sé una moltitudine di elementi profani. Particolarmente caratteristico è l'

carro navale (carrus navalis), tolto a prestito dal-

il

antico paganesimo,* che,

^

il

Propriamente

5 marzo,

la

nave

come simbolo

come notammo

d'Iside, che

nell'

esempio

viene messa nell'acqua

della navigazione

nuovamente aperta.


PARTE QUINTA

198

addotto, poteva introdursi in feste

ma

il

nome

cui

d'

indole molto diversa,

servì principalmente a designare le feste

« carnevalesche

».

Una

nave poteva benissimo, per-

tal

chè splendidamente arredata, piacere agli spettatori, senza

che

ricordasse

si.

come che

sia

e quando, per esempio. Isabella col di lei sposo

l'

Y antico suo

significato,

Inghilterra

d'

imperatore Federico

s'

incontrò

II in Colonia,

mos-

sero effettivamente ad incontrarla molti carri navali portanti degli ecclesiastici, che cantavano ed erano tirati

da

cavalli coperti.

Ma

la processione

decorata da aggiunte dirittura sostituita da

A

ciò

un corteo

di

r occasione può essere stata che

d'attori,

tarsi

poteva non solo venir

religiosa

il

si

ma

anche ad-

maschere

spirituali.

di qualsiasi specie,

recavano

al

da quei gruppi

offerta

luogo dove dovea rappresen-

Mistero, attraversando le vie principali di qual-

ma

pare anche che assai per tempo sia surta

che

città

«na

specie di processioni spirituali indipendentemente af-

fatto

da

;

ciò.

Dante descrive

il

<(

trionfo »

coi ventiquattro seniori della Bibbia, ^|

animali, le tre virtù

teologali

e

di

Beatrice

quattro mistici

le quattro cardinali,

s.

Luca,

è

quasi costretti a presupporre già sin dal suo tempo

s.

Paolo ed

i

altri apostoli in

guisa tale, che

si

l'esistenza effettiva di tali processioni. Questo si manifesta specialmente dal carro sul quale

s'

avanza Beatrice,

e che nel bosco miracoloso della visione non sarebbe necessario, anzi vi sta in

modo

assai

Qualche cosa di analogo nel culto tedesco veggasi Grimm, Deutsche Mythologie. 1

Il

Purgatorio, XXIX, 43 sino

alla fine, e

avrebbe

strano.

XXX

in

sul principio.

carro occupa 115 versi, ed è più splendido di quello

di Scipione,

Giacomo

d'Augusto, anzi anche più di quello del

trionfale

sole.


LA VITA SOCIALE E LE FESTE Dante per avventura riguardato simbolo essenziale del trionfo il

poema

suo

il

E

?

199

quello, che pel primo diede

tali processioni, la cui

degli imperatori

forma

romani

?

l'impulso a

fu tolta a prestito dai trionfi

Comunque

sia,

certo è in ogni

caso che tanto la poesia, quanto la teologia

sono con

si

una certa predilezione attenute a questo simbolo. vonarola nel suo « Trionfo della croce »

un carro

Cristo sopra

come

carro soltanto

sarebbe stato, invece,

Il

Sa-

rappresenta

^

trionfale, e sopra di lui

la sfera

splendente della Trinità, alla sua sinistra la croce, alla destra

i

due Testamenti;

ma

al di sotto,

a grande

stanza, la Vergine Maria; dinanzi al carro i

i

profeti, gli apostoli e

martiri e

i

dottori coi

i

predicatori; ad

volumi

aperti

;

i

di-

patriarchi,

ambedue

i

lati

dietro di esso tutto

il popolo dei credenti, e ad una considerevole distanza una moltitudine innumerevole di nemici, imperatori, po-

tenti, filosofi

ed eretici

vinti, coi loro idoli distrutti, coi

(Una grandiosa composizione

loro libri arsi.

di

Tiziano

intagliata sul legno richiama sotto molti punti di vista

questa descrizione). Delle tredici elegie di Sabellico alla

Madre di Dio (v. voi I, pag. 85 e segg.), la nona e la decima contengono un circostanziato trionfo della medesima, ricco di allegorie,

per quella impronta sogliono dare a

Ma erano tori lievi

i

assai

tali

più

ma

principalmente interessante

di realtà e verità,

scene anche

frequenti

di

che, del resto,

lo pitture del secolo

questi

trionfi

XV.

spirituali

profani, modellati tutti su quelli degli impera-

romani, quali

si

scorgevano negli antichi bassori-

leggevano nelle descrizioni dei vecchi

scrit-

Ranke, Geschichte der roman. und gennan. Vòlker,

p. 119.

si


PARTE QUINTA

200

modo

tori. Il

di studiare la storia degli Italiani d'allora,

è

(col quale questo fatto sta in strettissima relazione),

stato già indicato altrove (v. voi,

pag. 194 e 236).

I,

Innanzi tutto qua e colà verifica vansi efFettivamenta degli ingressi solenni di|vittoriosi conquistatori,

cercava di ravvicinare quanto più tipo

ideale,

Francesco Sforza, nell'occasione

del suo ingresso a Milano il

ebbe

(1450),

carro trionfale, che

la forza di

ri-

teneva pronto, « dicendo

si

cose essere superstizioni dei re

tali

si

anche talvolta contro la volontà espressa

dei conquistatori stessi.

fiutare

che

poteva a questo

si

».'

Alfonso

Ma-

il

gnanimo, entrando nel 1443 solennemente a Napoli,* ricusò, se non il carro, almeno la corona d'alloro, che tutti sanno non aver disdegnato lo stesso Napoleone nella. "sua incoronazione a

Nostra Donaa

resto l'ingresso di Alfonso (che

si

In tutto

di Parigi.

il

effettuò attraverso una.

breccia aperta nelle mura, procedendo poi di la sino al

duomo)

fu

uno strano miscuglio

di

elementi

anche essenzialmente grotteschi.

legorici ed

antiishi al-

Il

carro, sul

quale egli sedeva in trono e che veniva tirato da quattro cavalli bianchi, era assai alto, e tutto dorato: venti pa-

portavano

trizi

il

quale

baldacchino di stoffa tessuta in oro,,

sotto

il

che

erano assunta

s'

avanzava.

egli si

un drappello

sisteva innanzi tutto in

ganti cavalieri

,

che

La

parte del trionfo,

Fiorentini residenti a Napoli, con-

i

s'

un carro che portava

di giovani

avanzavano armati la

1

Corio,

V. voi.

Alplions,

fol. I,

401.

Cfr.

pag. 292.

come appendice

sur

.f!

Gagnola, Arch. Star.

Cfr. ibid. ai

,

Fortuna, e in sette donne sim)F»f»ffr

2

ed ele-

di lance

Dieta

,

pag. 16 nota.

et facta del

Ili,

pag. 11^.

Triumphus

Panormita.

— Un

certo timore di un eccessivo lusso trionfale scorgesi nei valorosi

Comneni.

Cfr.

Cinnamus,

I,

5,

VI,

1.


201

LA VITA SOCIALE E LE FESTE boleggianti

virtù

sette

tutte a cavallo.

,

La Fortuna

conformemente a quella inesorabile allegoria, si sottomisero talvolta a quel tempo anche

non era coperta capo, e e

genio che

il

si

in tutto calva nella parte posteriore,

trovava in uno dei gradini inferiori

doveva appunto simboleggiare

del carro e che

quale

artisti,

che nella parte anteriore del

di capelli

mostrava

si

alla gli

'

,

il

facile

i

piedi

teneva

trasformarsi e

svanire

immersi

un bacino d'acqua. Indi seguiva, equi-

(?) in

della

paggiata sempre dagli

stessi

Fiorentini,

principi e grandi stranieri, e poi sur al

sommo

sare

,

teva in tutti di

Ma

un carro

assai alto,

d' alloro

che spiegava

,

al

re in versi

tutte le allegorie precedenti e quindi

italiani

di ciò

una schiera da

una sfera mondiale mobile, un Giulio Ce-

di

coronato

"

,

nei costumi di diversi popoli, o vestiti

cavalieri

di

fortuna

fila

con

porpora e

gli

si

rimet-

Sessanta Fiorentini, vestiti

altri.

di scarlatto,

chiudevano questa mostra

che sapeva fare Firenze, madre di tutte

le feste.

subito dopo seguiva un drappello di Catalani a piedi

dentro piccoli cavalli

fìnti,

che portavano legati alle loro

persone, e che rappresentavano una finta battaglia con

un gruppo

di

Turchi, quasi per mettere in derisione la

serietà sentimentale dei Fiorentini.

Chiudeva

la

marcia

trionfale un'imponente torre, la cui porta veniva guar-

1

È una

assegnato un

delle ingenuità dell' tal

epoca del Rinascimento

di

aver

posto alla Fortuna. Nell'ingresso di Massimiliano

come figura principale, in cima Fama, la Speranza, l'Audacia, e la

Sforza in Milano (1512) essa stava,

ad un arco trionfale sopra

la

Penitenza, tutte rappresentate da persone vive. Cfr. Prato, Arch. Stor.

Ili,

p. 305.

di Dorso d'Este in Reggio, già menzionato (pagina 196), mostra quale impressione avesse fatto in tutta Italia 2

L'ingresso

quello di Alfonso a Napoli.


202

PARTE QUINTA

data da un angelo con una spada in mano; in alto sta-

vano ancora quattro Virtù, che cantavano, ciascuna da sola, le lodi del re.

Neir ingresso nel 1507,'

Luigi XII a Milano, che ebbe luogo

di

portante le Virtù, anche un gruppo vivo rappresentante Giove, Marte ed una Italia circondata da una grande rete: poi seguiva l'inevitabile carro

oltre

-eravi

«n carro

Ma

tutto pieno di trofei e cosi via.

dove in realtà non v'erano

trionfi

largamente

Petrarca e

principi. Il

i

vano chiamato (v. pag. 184) specie di gloria a costituire

legorica

:

i

da festeggiare,

compensò anche

la poesia se ne indennizzò essa stessa e

Boccaccio ave-

il

rappresentanti

d'ogni

seguito di una figura al-

il

ora vengono evocate tutte le celebrità del tempo

antico a formare

il

La

corteo dei principi.

poetessa Cleofe

Gabrielli da Gubbio cantò in questo senso le lodi di Borso

Essa

di Ferrara.^ arti liberali )

diede a seguaci sette regine (le

gli

quali

colle

,

schiere intere d'eroi,

i

riconosciuti, portano scritti

guono quindi

tutti

un carro

egli sale

nomi

loro

i

,

e poscia

per essere più facilmente

quali,

sulla fronte; se-

più celebri poeti, e gli dei seggono

i

addirittura sul carro con

Intorno a questo tempo

lui.

i

ed allegorici sui carri sono in generale

trofei mitologici

frequentissimi, ed anche la più importante opera d'arte

che

conservata del tempo di Borso,

ci sia stata

degli

aff'reschi

del

palazzo

di

saggio in un fregio intero pieno di

1

Prato, Arch. Stor.

2 I 3

Ili,

nelle

mense non

tali

v.

è raro

Anecd. il

I

grandi

si

argomenti." Raf-

litt.

IV, p. 561 e segg.

caso di vedervi dei gruppi

di figure rappresentanti tali soggetti, certo

scherate eseguite.

ciclo

p. 260.

suoi tre capitoli in terzine,

Anche

il

Schifanoja, ne offre

come

ricordi di

abituarono assai presto alla

degli equipaggi in ogni occasione

ma-

pompa

solenne. Annibale Bentivoglio,


203

LA VITA SOCIALE E LE FESTE quando ebbe a dipingere

faello,

tura

la

camera

Segna-

della «

trovava ornai questo genere di decorazione cor-

»,

rotto e scaduto.

modo con

Il

cui egli seppe rialzarlo e

infondergli nuova vita, non è l'ultimo titolo di gloria fra i

che rendono immortale

tanti,

il

suo

nome

e lo consa-

crano all'ammirazione dei posteri. I trionfi

propriamente

che eccezioni.

Ma

fatta per celebrar

non erano

detti dei conquistatori

ogni processione festiva, sia che fosse

avvenimento o non avesse

qualche

anche nessuno scopo determinato, assumeva più o meno il

Fa

carattere, e quasi

sempre anche

il

nome

trionfo.

di

maraviglia anzi che non siano state messe in questa

pompe

categoria anche le

funebri.^

Innanzi tutto nel carnevale e in altre occasioni celebraronsi trionfi

duci romani: tali

antichi

di

in Firenze quello di Paolo Emilio (sotto

gnifico) e quello di Camillo (per la visita di

ambedue

diretti

la

di

questo genere fu

la vittoria su Cleopatra, celebrato

e nel quale,

il MaLeone X),

dal pittore Francesco Granacci.* In

prima festa completa

dopo

furono

Lorenzo

oltre a

^

il

Roma trionfo

sotto Paolo II,

molte maschere facete e mitologiche

primogenito del signore di Bologna, ritorna dai soliti esercizi dell'armi al suo palazzo tutto armato cum triuinpJio more romano. Bursellis, 1

1.

e. col.

909, ad a. 1490.

Nei solenni funerali

di

Malatesta Baglioni, avvelenato a Pe-

rugia nel 1437 (Oraziani, Arch. Stor. XVI, quasi

le

pompe

a lutto e molti

ricordano

1, p. 413), si

funerarie dell'antica Etruria. Tuttavia

i

cavalieri

appartengono alla nobiltà d'occidente. Si veggano, ad esempio, le esequie di Bertrando Duguesclin presso Juvenal dea Ursins ad a. 1389. Cfr. anche Oraziani 1. e. vestiti

altri usi

p. 360. 2

Vasari, IX, p. 218, Vita di Granacci.

3

Mich. Gannesius, Vita Pauli

e segg.

II presso Murat.

Ili, II, col.

118


PARTE QUINTA

204

quali del resto non

(le

mancavano mai anche nei trionfi un senato vestito al-

antichi), figuravano re incatenati,

l'antica, edili, questori, pretori e simili, quattro carri in

maschere che procedevano cantando, e senza

tutto di

dubbio anche carri portanti

trofei.

Altre processioni sim-

boleggiavano più largamente l'antico dominio mondiale

Roma,

di

e,

di fronte al pericolo

ciava da parte dei Turchi,

ebbe

si

che realmente minacil

coraggio di rappre-

sentare anche una cavalcata di Turchi prigionieri portati

da cammelli. Più

tardi, nel carnevale del 1500,

Cesare

Borgia, alludendo specialmente a sé stesso, volle che

si

non meno di undici magnifici ^arri,' certamente non senza grave celebrasse

il

trionfo di Giulio Cesare, con

scandalo dei pellegrini accorsi quivi d'ogni parte al Giubileo (voi.

camente

I,

pag. 159).

Bellissimi e assai artistica-

furono due trionfi di significato

intesi

afi'atto

generico rappresentati nel 1513 in Firenze da due cietà che

gareggiavano tra

zione di Leone

r

so-

loro, in occasione della ele-

X;^ l'uno raffigurava le tre età dell'uomo, mondo personificate assai sensatamente

altro le età del

in cinque quadri della storia di

che simboleggiavano definitivo

ritorno.

l'

La

Roma

e in

due allegorie,

epoca aurea di Saturno e

il

suo

decorazione assai fantastica dei

carri,

quale non poteva mancare quando se ne occupa-

vano

gli

stessi

grandi

artisti

impressione, che rimase vivo

periodicamente

tuti

il

fiorentini,

fece

una

tali spettacoli.

le città soggette, nella ricorrenza

Sino a questo tempo

annuale dell'omaggio,

s'erano accontentate di presentare semplicemente

1

:

2

tale

desiderio di veder ripe-

i

loro

Tommasi, Vita di Cesare Borgia, '^. 251. Vasari, 34 e segg. Vita di PuntormOj testimonianza impor-

tantissima nel suo genere.


205

LA VITA SOCIALE E LE FESTE

doni simbolici (stoife preziose e candele di cera); ora'

mercatanti fece costruire dieci carri

la corporazione dei (ai quali in seguito

dovevano aggiungersene molti

non tanto per portare,

altri),

quanto per simboleggiare

tri-

i

buti, ed Andrea del Sarto, che ne decorò alcuni, diede certamente ad essi la forma più splendida, di cui erano suscettibili.

Questi carri portanti

i

tributi e

trofei ve-

i

devansi omai in ogni occasione solenne, anche se non si

aveva molto da spendere.

I

festeggiarono

Sanesi

nel 1477 l'alleanza tra Ferrante e Sisto IV, nella quale

entravano anch' essi, tirando attorno per la

città

un

carro,

nel quale « un individuo vestito da dea della pace s'avanzava, sedendo sopra

una corazza ed

altre

armi

».^

Nelle feste veneziane, invece dei carri, furono maravigliosamente splendide e fantastiche le regate.

Una

corsa del Bucintoro, mandato fuori nel 1491 a ricevere le principesse di

come uno

Ferrara

194), ci vien descritta

(v. pag.

spettacolo degno di leggenda

ceduto da innumerevoli barche coperte

^

:

esso era pre-

di tappeti e ghir-

lande e piene di una gioventù sfarzosamente vestita in diversi costumi: sulle

macchine sospese movevansi

l'intorno dei genii simboleggianti dei:

più lungi e più in basso

aggruppati in forma olezzi,

i

al-

diversi attributi degli

stavano

di tritoni e di ninfe

altri :

personaggi

dovunque

canti,

e ondeggiar di bandiere tessuto in oro. Dietro al

accalcava tal folla di barche

d'

ogni genere,

che per un miglio tutto all'intorno non

si

vedeva più

Bucintoro

s'

Vita di

Andrea

1

Vasari, Vili, p. 264,

2

Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 783. L'essersi spezzata

una ruota s' ebbe per sinistro augurio. 3 M. Anton. Sabellici Epist. L. Ili,

del Sarto.

fol. 47.


PARTE QUINTA

206 l'acqua.

Tra

le altre festività, oltre

la

pantomima già

sopra nominata, degna di particolare menzione, per la novità, fu

secolo ciali

una regata

XIV

*

la

di

cinquanta robuste fanciulle. Nel

nobiltà era divisa in corporazioni spe-

per disporre le

feste,

il

cui elemento principale con-

sisteva sempre in qualche straordinaria macchina portata

da una nave. Così, per esempio, nel 1541, in occasione di una festa dei « Sempiterni » movevasi pel Canal ,

Grande un « Universo » rotondo, nella cui cavità aperta fu tenuto un grandioso ballo. Anche il carnevale qui era celebre per balli, mascherate e rappresentazioni d'ogni specie. Talvolta la piazza di S.

Marco

fu trovata abba-

stanza grande, per tenervi non solo de'tornei (v. pag. 123 e 158) , ma anche dei trionfi come s' usava in terra,

ferma. In una festa celebrata per rallegrarsi di una pace conchiusa,

'

le

pie confraternite (scuole)

s'

incaricarono

ciascuna di decorare una parte della processione. In essa si

vide, tra aurei candelabri con lumi accesi di cera rossa

e fra innumerevoli schiere di cantori e di fanciulli

alati,,

portanti auree coppe e cornucopie, un carro, sul quale-

stavano in trono Noè e Davidde; poi veniva Abigaille

conducendo un cammello carico

di tesori,

ed un secondo

carro tutto ripieno di simboli

politici, tra cui l'Italia tra

Venezia e

un gradino più elevato

la Liguria, e sur

tre

stemmi dei principi alleati. Fra molte altre cose seguiva una sfera mondiale con le costellazioni all'intorno, a quanto sembra. Su altri carri genii femminili portanti gli

1 Sansovino, Venezia^ fol. 151 e segg. Le compagnie si chiamano dei Pavoni, degli Accesi, degli Eterni, dei Reali, dei Sempiterni; sono i medesimi nomi che poi furono dati alle Ac-

cademie. 2

Probabilmente nel 1495.

L. V, foli 28.

Cfr.

M. Anton.

Sàbellici

Epist^.


207

LA VITA SOCIALE E LE FESTE procedevano da ultimo

i

principi stessi rappresentati al

vero, insieme ai loro famigliari e agli stemmi, se è giusta l'interpretazione, che noi

diamo

alla

leggenda che ne

parla.

Il

carnevale propriamente detto, prescindendo da que-

ste grandi

in

marce

non avea forse nel secolo

trionfali,

XV

nessun luogo un aspetto tanto svariato, quanto a

Roma.^ Qui bili

ve

:

n'

erano

le corse

di tutte le specie

erano di cavalli, di bufali,

al

viceversa

Paolo II dava ban-

di vecchi, di giovani, di ebrei ecc.

chetti

immagina-

di asini, e

popolo intero dinanzi al palazzo di Venezia,

dove abitava. Oltre a

ciò

giuochi in piazza Navona,

i

che forse non erano mai morti del tutto sino dalla più

remota

antichità,

avevano un carattere splendidamente

guerresco: essi consistevano in una fìnta battaglia di cavalieri e in

tempo

una mostra della borghesia sotto le armi. Il permesso di mascherarsi durava a lungo

in cui era

e talvolta abbracciava sto

IV non

si

fé'

un periodo

di parecchi mesi.' Si-

alcuno di passare nei punti

scrupolo

più popolati della città, al Campofiore e presso ai Banchi, attraverso

ad una

folla di

maschere, e soltanto non

accettò la visita di un drappello di

essere

ammesso

crebbe

d' assai

1

Vaticano.

nel

rat.

Infessura, presso Eccartl, Scrìptt.

Vitae Pontiff.,

p. 418.

XXIII, col. 163, 194.

TI,

Jacob.

col. 1893, 2000.

Ili,

II,

col.

Vili

— Altrove eranvi corse

Murat.

XXIV,

di

in-

— Midi. — Pla-

1012.

Volaterranus presso Mu-

Paul. Jov. Elogia, sub Juliano

sarino.

'

Innocenzo

una usanza certo molto riprovevole,

Cannesius, Vita Pauli li, presso Murat. tina,

queste, che voleva

Sotto

Cae-

donne. Diario ferrarese, presso

col. 384.

Sotto Alessandro

resima. Cfr. ToHimasi,

VI una 1.

e.

p.

volta 322.

dall'

ottobre sino alla qua-


PARTE QUINTA

208 trodottasi già fra

cardinali

i

qualche tempo prima, di

mandarsi cioè reciprocamente carri pieni splendidi costumi, con

maschere

di

in

che dicevano

buffoni e cantori,

versi scandalosi, ed erano accompagnati da cavalieri.

Romani sembrano aver avuto

in

Oltre

carnevale,

il

i

molto pregio anche cese.

Quando Pio

Mantova,'

le

grandi processioni con fiaccole ac-

1459 tornò dal congresso

nel

II

di

popolo improvvisò in suo onore una caval-

il

cata di questo genere, che

si

moveva

in giro splendida-

mente dinanzi al suo palazzo. Tuttavia Sisto IV non volle una volta accettare una simile dimostrazione notturna del popolo, che s'era proposto di venire con torcie ac-

cese e rami di ulivo

Ma

il

^

sotto le finestre del suo palazzo.

carnevale fiorentino superava

una specie particolare traccia anche

nella

di processioni,

romano per

il

che ha lasciato una

Fra una

letteratura.'^

ma-

folla di

schere a piedi e a cavallo avanzavasi un carro enorme di .ed

forme fantastiche, in cima

al

quale stavano una figura

un gruppo allegorico con tutto

il

loro

seguito

esempio, la gelosia con quattro facce fornite in una sola testa,

i

per

,

d' occhiali

quattro temperamenti (v.

pag. 42)

Parche, la Prudenza in trono

coi pianeti relativi, le tre

sopra la Speranza e la Paura, che giacciono legate a'suoi piedi,

i

quattro

elementi, le età

stagioni, e cosi via, né vi

1

Pii II Donimene. L. IV,

2

Nantìporto, presso Murat.

graziarlo

d'

dell'

uomo,

mancava neanche

il

i

venti, le

carro della

p. 211. Ili,

II,

aver concluso una pace,

ma

col. 1080.

Volevano rin-

trovarono chiuse

le

porte

del palazzo e poste le truppe a tutti gli accessi. 3

Tutti

i

trionfi^ carri^

Cosmopoli 1870.

mascherate o canti carnascialeschi» minori» p. 505. Va-

Macchiavelli, Opere

sari VII, p. 115, Vita di Piero di Cosimo, al quale ultimo tribuisce

una parte principale. nella formazione

di

queste

s'

at-

feste.


209

LA VITA SOCIALE E LE FESTE Morte

colle bare,

che poi s'aprivano. Altre volte era

una splendida scena mitologica, come Bacco e Arianna, finalmente un coro di persone Paride ed Elena ecc. costituenti una classe speciale, per esempio i mendicanti, i

cacciatori e le ninfe, le

rono donne spietate, logi,

diavoli,

i

volta perfino

i

il

anime dannate, che

gli eremiti,

i

vagabondi,

in vita fugli astro-

venditori di merci particolari, ed

popolo,

i

quali

tutti poi nel

una

canto do-

veano reciprocamente accusarsi e vilipendersi a vicenda» I

canti,

che furono raccolti e conservati, davano la spie-

gazione della mascherata in versi ora appassionati, ora scherzevoli e spesso estremamente osceni.

renzo

il

Anche a Lo-

Magnifico vengono attribuiti alcuni dei più im-

il vero autore non osava Ma, comunque sia, certamente suo era il bel canto, che accompagnava la scena di Bacco ed Arianna,

morali, probabilmente perchè

manifestarsi.

il

cui ritornello echeggia ancora sino a noi dal secolo

quasi dorè,

XV,

come un doloroso presentimento del breve splenche doveva avere l'epoca del Rinascimento: Quanto è bella giovinezza, Che si fugge tuttavia !

Chi vuol esser

lieto, sia:

Di doraan non c'è certezza.

14


PARTE SESTA

LA MORALE E LA RELIGIONE


CAPITOLO

I

La Moralità.

— Coscienza della demoralizzazione. — Sentimento moderno — Predominio della fantasia. — Tendenza al giuoco ed alla vendetta. — Offese alla fede coniugale. — Situazione morale della donna. — L'amore spiritualizzato. — Tendenza generale al de— malandrinaggio. — L'assassinio pagato, gli avvelenamenti. — Malfattori in senso assoluto. — La moralità in rapporto con lo svi-

Canoni

critici.

dell'onore.

litto.

Il

luppo della vita individuale.

Il

rapporto dei singoli popoli con le idee più sublimi,

Dio, la virtù e

l'

immortalità, può bensì fino ad un certo

punto essere investigato, ma non sarà mai suscettibile di venir con rigoroso metodo comparativo rappresentato. In questo riguardo quanto più le testimonianze sembrano esplicite,

tanto più cauti

si

deve andare n eli' accettarle

e più ancora nel generalizzarle.

Questo principio deve valere innanzi tutto per qualsiasi giudizio intorno alla moralità.

Fra

i

diversi popoli

potrannosi mostrare molti contrasti e gradazioni diverse;

ma

la somma assoluta delle loro colpe, l'intelumano non ha forze bastanti. Il distinguere nella

per tirar

letto

vita di

un popolo

che esso deve al suo carattere

ciò

nazionale da ciò che è

il

prodotto della sua libera

anche per questo, che

i

difetti

atti-

sempre un enigma hanno un lato rovescio.

vità e della sua riflessione, rimarrà


PARTE SESTA

214

nel quale appajono invece qualità nazionali, anzi virtù»

Lasciamo adunque che che

scrittori,

si

si

sfoghino a lor talento quegli

dilettano d' infliggere alle nazioni censure

generali e talvolta anche

violente. I popoli occidentali

potranno bensì maltrattarsi l'un

l'altro,

ma, per buona

Una grande

ventura, non mai giudicarsi a vicenda.

na-

zione, che con la sua cultura, con le sue gesta e con le

sue vicende è

tutto di

il

strettamente collegata colla vita di

mondo moderno, non

si

preoccupa gran fatto né

accuse, né di trovare difese, e continua la

evitare

sua vita con o senza

il

beneplacito dei teorici.

Conformemente a ciò, quello che segue lungi dall' essere un giudizio, non è che una serie di osservazioni a guisa di postille, quali nacquero da sé da uno studio proseguito per molti anni sul Rinascimento italiano. Il loro

valore intrinseco è poi tanto più limitato, in quanto per la

maggior parte

riferiscono alla vita delle classi più

si

elevate, rispetto alle quali noi

abbiamo senza confronto,

tanto nel bene che nel male, molto più ampie informazioni in Italia, che

non

Siccome però, rispetto

in qualsiasi altro paese europeo. all' Italia,

la lode ed

il

biasimo

si

fanno anche sentire più altamente che altrove, cosi ne-

anche con

ciò noi ci

troviamo d'un passo più avanzati

d'un generale apprezzamento della moralità»

sulla via

Quale occhio può penetrare nelle profondità, dove

formano

i

caratteri e

i

destini dei popoli,

menti innati e quelli acquisiti

si

originarie, ,

mentali, che si

a prima vista

— dove anche si

gli ele-

fondono insieme e

ventano una seconda, una terza natura, attitudini

— dove

di-

le

crederebbero

svolgono soltanto in un'epoca relativamente

tarda e sotto forme del tutto nuove? E, per dare un esempio, chi potrebbe dire se gl'Italiani vissuti prima del secolo XIII abbiano posseduto, o no, quella pienezza


LA MORALE E LA RELIGIONE di vita e di forza, quella

mente

nella parola

e-

215

attitudine a fondere plastica-

nella forma, quasi scherzando, qual-

concetto, che loro furono proprie più tardi ?

siasi

non sappiamo nemmeno

questo,

—E

come possiamo noi

dicare quel complesso di rapporti infinitamente

per mezzo dei quali

delicati,

cessantemente

Un

si

lo spirito

varii e

e la moralità in-

compenetrano ed identificano tra loro?

tribunale pei singoli individui lo

è quella della coscienza

;

ma

tenze generali sui popoli

?

Quello fra

infermo, può

se

giu-

essere

invece

si

ha, e la sua voce

chi oserà pronunciare sen-

il

essi,

che più sembra

più prossimo alla guari-

un altro apparentemente sano può covare in so un germe di morte certa e sicura, che però non si manifesterà se non nel dì del pericolo. gione, e

Al principio del secolo XVI, quando Rinascimento era giunta al

tempo

la cultura del

sua maggior perfezione e

alla

stesso la rovina politica della nazione era di-

venuta omai irreparabile, non mancarono gravi pensatori, che vollero vedere un nesso tra quest'ultimo fatto e la grande immoralità, che allora regnava.

sono già quei

queruli predicatori, che sogliono alzar la voce contro la

depravazione dei costumi in ogni tempo e presso ogni popolo

;

ma

meditate fra

è lo stesso Machiavelli, che in le

sue opere ^ apertamente

troppo, noi Italiani siamo in e corrotti ». giunti ad

— Un

Discorsa L.

I,

e.

12.

una

delle più

confessa: « pur

particolare irreligiosi

avrebbe detto

un grado eccezionale

coi pregiudizi di casta

^

modo

altro forse

il

:

noi siamo

di sviluppo individuale

abbiamo spezzato anche

Anche

nel

e.

55 è detto

i

;

vincoli

l'Italia essere

più corrotta di qualunque altro paese, e seguirla poi più dappresso la

Francia e la Spagna.


PARTE SESTA

216

•d'una morale e d'una religione pregiudicate, e delle leggi

esterne non legittimi

e

corrotta.

Chiesa e

esempi

i

curiamo, perchè

ci i

nostri tiranni sono

i

giudici e subalterni gente

loro

il-

guasta e

Machiavelli invece soggiunge: « perchè la suoi

danno

ministri

pessimo

il

di tutti gli

».

Dovremo noi alla nostra volta aggiungere ancora « perchè l'antichità esercitò a questo riguardo una fatale :

e perniciosa influenza? »

va accolta

sizione

essa

colle

sensuale, non potrebbe riguardarsi

rispetto agli altri, dei quali

dopo che

si

si

accadde

altresì,

turale, che si ebbe fetti,

Infatti, se

come

tale

direbbe tutt'al più aver

famigliarizzarono

all'ideale della vita

coli' antichità,

cristiana (la santità)

della grandezza storica (v. voi. ciò

riserve.

pag. 365), tenuto conto della loro vita disor-

I,

dinata e

tuito

in tal caso, la propo-

potrebbe aversi come vera rispetto agli umanisti

(v. voi.

lessi,

Ma,

necessarie

I,

il

pag. 203 nota).

sosti-

culto

E

da

per un equivoco del resto assai na-

una certa indulgenza anche pei

appunto perchè, in onta ad

essi,

gli

di-

uomini grandi

non cessarono di esser tali. Probabilmente la cosa avvenne senza che vi si ponesse mente, poiché se si volesse addurne in prova delle testimonianze, queste non si potrebbero trovare pur sempre che presso gli umanisti, come, ad esempio, presso Paolo Giovio, che scusa col-

l'esempio di Giulio Cesare lo spergiuro di Giangaleazzo Visconti, inquanto per esso fu resa possibile la fonda-

zione

di

uno Stato.'

Ma

fiorentini simili citazioni

perchè

ciò

nei grandi

servili

non

che nei loro giudizi e

storici e politici s'

incontrano mai,

nelle, loro azioni

ha

colore di antichità, non è che una conseguenza dell' or-

1

Paul Joy., Viri illustres: Joh. Gal. Vicecomes.


217

LA MORALE E LA RELIGIONE 'dinamento politico sotto

quale vivevano, e che natu-

il

ralmente doveva creare in

essi

un modo

di sentire e

di pensare analogo a quello dell'antichità.

In onta a tutto questo però non

r Italia intorno

<ìhe

in

una grave

morale, dalla quale

crisi

disperavano quasi

di

tutto

i

XVI

versasse

migliori stessi

trovare un'uscita.

di

Cominciamo dal più

può disconoscere,

si

al principio del secolo

far conoscere la forza morale, che

controoperava

all'

immoralità prevalente.

Quegli uomini superiori credettero scorgerla sotto

forma del sentimento

d'

la

onore. Questo è quel misterioso

complesso di coscienza e

di

egoismo, che rimane an-

cora all'uomo moderno, anche quando

egli,

con o senza

sua colpa, ha perduto ogni altra cosa, fede, amore e

Un

speranza.

tal

sentimento

collega assai facilmente

si

molto egoismo e con grandi vizi, ed è suscettibile

<;on

di infinite illusioni;

ma

può associarsi

altresì

con quanto

di più nobile è rimasto in taluno, e poi divenir fonte di

nuove forze e di nuova energia. In un senso molto più ampio, che non suol credersi comunemente, esso è divenuto pei moderni Europei, giunti già ad un grado assai una norma costante

di sviluppo individuale,

notevole

delle

loro azioni; ed anche molti fra coloro, che, oltre a ciò,

serbano fede alla morale ed alla religione, quasi senza saperlo, in tutte le più importanti loro deliberazioni

lo

seguono.'

Non

è del nostro

chità avesse anch'essa

assunto

una

tal

il

mostrare come l'anti-

quale idea di questo sen-

sentimento d'onore nel

mondo

attuale cfr. le osservazioni profonde di Prévost-Paradol, la

France

1

Sul conto, in cui è tenuto

nouvelle L.

Ili,

il

cliap. 2, (scritte nel 1868).


PARTE SESTA

218 timento, e come poi

un

fatto

il

medio-evo ne abbia addirittura una classe determinata.

privilegio speciale di

E nemmeno

è nostra intenzione di venire a questione con coloro, che riguardano la coscienza come l' unico-

movente

umane. Certo che nulla

essenziale delle azioni

di meglio potrebbe desiderarsi, qualora

cadesse

ma, poiché

;

una coscienza più o meno intorbidata glio è

chiamar

di

sempre ac-

ciò

partono « da

le migliori risoluzioni

egoismo

»,

me-

cose col loro vero nome. Spesse volte

le

riesce malagevole

il

distinguere negli Italiani del Rina-

scimento questo sentimento d'onore dalla sete assoluta di gloria

nella

,

quale non di rado

si

fonde

;

ciò

non

rimangono

toglie però che, quanto alla sostanza, sieno e

due cose del tutto diverse.

Le testimonianze

a questo riguardo abbondano piut-

Ma

non scarseggino.

tosto che

una per tutte^ desumeremo dagli prima volta non ha guari basterà

appunto perchè autorevolissima, e aforismi del Guicciardini, per la

«

pubblicati.^

cosa

A

chi stima

la

l'onore assai, succede ogni

perchè non cura fatiche, non

;

Io l'ho provato in

me medesimo;

scrivere sono morte o vane non hanno questo stimolo ». ;

da altre notizie intorno

pericoli,

le azioni degli

È

non danari.

però lo posso dire e uomini, che

giusto però notare, che

alla vita dell' autore

evidente-

mente' apparisce, che qui egli parla del solo sentimento d'onore, e non anche di quello detto.

mento

E

modo ancora

in

si

esprime

il

di gloria

propriamente

più esplicito su

questo argo-

Rabelais, che noi, benché spesso

violento e sempre barocco, non possiamo tuttavia astenerci

1

dal citare, appunto

perchè in

Frane. Guicciardini, Ricordi politici e

ineditej voi.

I).

lui,

meglio che in

civili^

N. 118. {Opere


LA MORALE E LA RELIGIONE qualunque

altro,

troviamo un concetto chiaro e spiccato

che sarebbe

di ciò

forma e della

il

Rinascimento senza

bellezza.^

La sua

ideale nel chiostro dei Telemiti

decisiva

nella

XVI

storia della

il

prestigio della

descrizione di uno stato

ha un' importanza

civiltà, tanto

affatto

che può

dirsi

queéta potente fantasia, l'immagine del se-

che, senza colo

219

pur sempre incompleta. Ecco

resterebbe

ciò

che, fra molte cose, egli scrive de' suoi cavalieri e delle

dame

sue

«

En

ordine del Libero Volere

dell'

leur reigle n' estoit que cotte clause

que vouldras. Parco que gens instruictz,

' :

;

Fay

ce

liberes, bien nayz,* bien

conversans en compaignies honnestes, ont par

nature ung instinct et aguillon, qui tousjours les poulse à faictz vertueux, et retire du vice: lequel

honneur

È

il

nommoyent

».

la stessa fede nella

bontà

dell'

umana

natura, che

animava anche gli uomini della seconda metà del secolo XVIII, e che spianò la via alla Rivoluzione francese.

1

Anche

II

fra gì' Italiani

ognuno

si

riporta individual-

suo più immediato riscontro è Merlin Coccai (Teofilo Fo-

cui Macaroneide, (v. voi. I, pag. 216 e 362). Rabelais certamente conobbe e cita anche frequentemente {Pantagrìtele,

lengo), la

L.

II,

il

Gargantim

lettura di quel 2

può anzi ritenere che l'impulso a Pantagruele sia venuto all'autore dalla

eh. 1 e 7, sulla fine). Si

scrivere

e

il

poema.

Gargantiia, L.

I,

chap. 57.

Vale a dire bennato nel senso il più elevato, perocché Rabelais, figlio dell'oste di Chinon, non ha qui alcun motivo di accordare alla nobiltà, come tale, verun privilegio. La predica del Vangelo, della quale parla l'iscrizione, che sta all'ingresso dell' edifìzio, non si concilierebbe troppo con tutto il resto della 3

vita dei Telemiti

:

essa è inoltre piuttosto

d'

indole

negativa, in

quanto accenna ad una certa resistenza agli ordini della Curia romana.


PARTE SESTA

220

mente a questo suo nobile

principalmente sotto

zionali

l'

potrà però mai negar ad

si

sentimento la giustizia che esso

tale

anche

voglia portare suU' intera nazione un giudizio

si

non troppo favorevole, non

un

e per quanto

istinto,

impressione delle sventure na-

lo sviluppo illimitato dell'individualità fu

si

merita. Se

un

fatto prov-

non

videnziale, superiore in tutto al volere dei singoli,

meno

provvidenziale dovrà ritenersi anche la forza rea-

quale

gente,

Quante volte

a questo tempo

manifesta in

Italia.

e contro quali violenti attacchi dell'egoi-

smo essa abbia trionfato, noi non sappiamo, né sapremo giammai ma, appunto perciò, il nostro giudizio non ba;

né basterà mai, a pronunciare in via assoluta sul

sta,

valore morale della nazione.

La

forza, contro la quale

ebbe principalmente a

lot-

tare r Italiano del Rinascimento per conservarsi morale, è la fantasia, che presta innanzi tutto alle sue virtù ed a' suoi

vizi

i

nio r egoismo

suoi colori particolari, e sotto si

il

cui domi-

manifesta in quanto ha di più spaven-

tevole.

Per

essa,

ad esempio,

egli

diventa

il

primo ed

il

più

destro giuocatore del tempo moderno, mentre gli fa ba-

lenare dinanzi agli occhi le immagini

della futura ric-

chezza e dei futuri piaceri con tale vivacità,

che

egli,

per giungervi, pone a repentaglio ogni cosa. Senza alcun dubbio

i

popoli maomettani gli sarebbero in ciò andati

innanzi, se fin da principio lito il divieto

del giuoco

il

come

Corano non avesse

stabi-

la più necessaria salva-

guardia della morale islamitica,

e

non avesse invece

attirato la fantasia de' suoi seguaci alla ricerca dei tesori nascosti. In Italia sale,

il

furore del giuoco divenne univer-

minacciando sin d'allora assai di frequente Tesi-


LA MORALE E LA RELIGIONE stenza di

singoli

Firenze ha nova, un nuamente

individui od anche

già sulla

tal

Buonaccorso

d'intere famiglie.

XIV

secolo

fine del

suo Casa-

il

che, viaggiando conti-

Pitti,

di mercatante,

in qualità

221

di

agente politico,

di speculatore, di diplomatico e di giuocatore di profes-

guadagnò

sione,

di Brabante, di

enormi somme, e non trovava

e perdette

competitori che fra

principi, quali,

i

Baviera e

i

duchi

i

Anche quel

gran,

chiamava la Curia rosuoi membri ad un bisogno di sovrecci-

vaso della fortuna, che allora

mana, abituò

ad esempio,

di Savoia.* si

tazione, che naturalmente si sfogava nel giuoco dei dadi negl'intervalli, che loro restavano tra

un grande

intrigo

ed un altro. Franceschetto Cjbo, per esempio, perdette in

due volte giuocando

14,000 ducati, e poi

si

col

lagnò

cardinale

sario lo avesse truffato.' In seguito

toriamente la patria del

Raffaele

Papa, che

al

l'

Riario

suo avver-

il

divenne no-

Italia

lotto.

Ella è pure la fantasia quella, che dà alla sete della

vendetta

il

suo carattere particolare.

Non

è impossibile

che in tutto l'occidente da tempo antichissimo

mento

del proprio diritto sia stato

il

senti-

uno ed identico, e che

la sua violazione, ogni volta che rimase impunita, sia

stata sentita allo stesso modo.

Ma

gli altri

popoli

se

,

anche non perdonano più facilmente, hanno però una maggior facilità a dimenticare, mentre la fantasia dell'

Italiano tien viva la ricordanza dell' offesa con

nacità spaventevole.' ^

Vedi

il

suo Diario

et cès vicissitudes, voi. 2. 2 Infessura, ap.

Il

fatto poi

(in estratto)

una

te-

che nella morale del

presso Delécluze, Florence

Cfr. sopra, 'pag. 79.

Eccard, Scriptt.

II, col. 1992.

Cfr. voi.

I,

pag. 147 e segg. ^

Questo concetto dello spiritoso Stendhal {La Chartreuse de ed. Delahays, pag. 355) mi sembra basarsi sopra una pro-

Parme,

fonda osservazione psicologica.


PARTE SESTA

222

popolo la vendetta è riguardata come un dovere e spesso

viene esercitata nel

modo

e sprone a questa

già universale tendenza.

più terribile, serve di stimolo

Governi e

ne riconoscono l'esistenza e la legittimità, e

tribunali

non cercfno che i

il

contadini

reciproche

di

frenarne

rinnovano

si

i

i

maggiori eccessi.

Ma

fra

banchetti di Tieste, e le stragi

fanno ogni dì più frequenti. Anche qui una

si

testimonianza basterà per molte.

Nel contado di Acquapendente tre pastorelli guardavano il gregge, ed uno di loro disse facciamo la prova del come s'impiccano le persone. Detto, fatto. Uno montò sulle spalle dell'altro, e il terzo, annodata al primo la :

corda al

collo, la

sopravvenne appeso. Più

il

legò poscia ad una quercia: in quella

lupo, e

i

due fuggirono, e

La domenica venne

pellirono.

caduto e gli mostrò la sepoltura. furore, lo trucidò il

fegato

con un e in

coltello,

momento cominciarono

le

gli

confessò l'ac-

vecchio, montato in lo

fece

lo die

a pezzi, ne

a mangiare al

poi gli disse qual fegato avesse mangiato.

lui

Da

;

Il

una cena

padre di quel

terzo rimase

padre di quest'ultimo

il

per recargli del pane, ed uno dei due

estrasse

il

trovarono morto e lo sep-

tardi, tornando, lo

due famiglie, e nel periodo

di

le stragi

reciproche tra

un mese trentasei

sone furono uccise, senza distinzione alcuna

per-

di sesso o

di età.

Ma

queste vendette, ereditarie di generazione in ge-

nerazione sin nei parenti collaterali e negli amici, non si

limitarono soltanto alle classi inferiori

ben presto

in larga

Le cronache

1

rico

Graziali),

XVI,

I,

misura anche

e le novelle

;

esse

si

estesero

alle sfere le più elevate.

ne recano esempi frequentissimi,

Cronaca di Perugia, all'anno 1337 {Arch. Sto-

p. 415).


LA.

223

MORALE E LA RELIGIONE

e per lo più per offese recate al pudor femminile. terreno classico di

magna, dove

la

tali fatti

vendetta

modo

era in

speciale la

confondeva con tutte

si

Il

Ro-

le specie

possibili di intrighi e parteggiamenti. I novellieri ci di-

pingono qua e colà con colori ferocia, in cui

terribili lo stato di

brutale

erano cadute queste audaci e vigorose po-

polazioni. Tale, per esempio, è la storia di quell'illustre

ravennate, che era giunto a prendere e a far rinchiudere in una torre

tutti,

pose in libertà,

li

questi la vergogna in furore, tro di lui peggio di prima.'

si

li

abbracciò

di che, tramutatasi in

€ convitò splendidamente, dietro

diedero a congiurar con-

Non mancavano,

è vero, pii

predicavano la pace e la concilia-

e santi monaci, che zione;

mentre avrebbe

suoi nemici, e che,

i

potuto farli abbruciar

mail meglio che

essi ottennero, fu di arrestare

talvolta l'effettuazione di qualche vendetta già preparata,

non mai però

d'

impedire che se ne meditassero delle

nuove. Nelle novelle non è raro

caso di veder anche

il

questa momentanea influenza della religione, che suscita improvvisi slanci di generosità, ai vecchi rancori e

che cosa di quasi

ma

che poi cede di nuovo

ad una passione, che ha in sé qual-

Papa

fatale. Il

stesso

pre dire di esservi riuscito, quando

si

non potè sem-

propose di con-

durre ad effetto una qualche pacificazione. Papa Paolo II voleva che cessassero

gli

odii fra

Antonio Caffarello e la

casa Alberino, e perciò chiamò a sé e Giovanni Alberino l'altro alla di

2000

1

di

il

loro

Caffarello stesso di

baciarsi l'un

sua presenza, intimando a ciascuno una multa

ducati, se avesse comecchessia offeso

versario; e due giorni

mano

comandò

e

Giacomo Alberino,

Oiraldi,

il

suo aT-

dopo Antonio fu pugnalato per

Hecaiommithi.

I,

figlio

Nov.

7.

di

Giovanni, che da


224 lui

PARTE SESTA era stato prima ferito, e papa Paolo ne risentì sde-

gno e fece confiscare case e bandire

menti e

il

beni all'Alberino e abbatterne

i

padre ed

di garantirsi ciascuno

sono talvolta spaventevoli vestro dell' anno 1492 nel

il

Nove

da Roma.^

ceremonie solenni, colle quali

le

aveano cura

«

figlio

il

:

le-

giura-

riconciliati

i

da una nuova sorpresa,

quando nella notte

duomo

I

di

Siena

^

di

Sil-

s.

partiti

i

del

» e dei « Popolari » dovettero a due a due darsi

bacio di pace,

fu letto

durante quell' atto un giura-

mento « così strano e terribile, che non s' è mai udito r eguale » ai violatori di esso s' imprecavano da Dio :

tutte le pene temporali ed eterne, e la maledizione nelle

estreme agonie della morte.

È

evidente che simili

accennano piuttosto ad una condizione

d'

animo

fatti

disperata.

da parte dei mediatori, anziché ad una vera garanzia, della pace, e che appunto le riconciliazioni le più sin-

cere erano quelle, che

meno

delle altre

avean d'uopO'

di tali giuramenti.

Ora

il

bisogno individuale della vendetta nell'uomo

colto ed alto-locato,

basandosi

una analoga usanza popolare, sotto mille

aspetti, e

si

sull'esempio

efficace di

manifesta naturalmente

dalla pubblica opinione, che

qui

parla per bocca di novellieri, è senza riserva alcuna approvato.^ Tutti convengono in questo, che rispetto a quelle ingiurie ed offese, per le quali la giustizia non procaccia

veruna riparazione, e specialmente poi rispetto a quelle, per le quali non c'è, né ci può essere il braccio vindice

1

Infessura presso Eccard, Scriptt.

II, col.

1892, ad ann. 1464.

Diari sanesi, presso Murat. XXIII, col. 837. 3 Coloro, che lasciano a Dio la cura della vendetta, vengono, oltre che da altri, messi in ridicolo dal Pulci, Morgante, canto XXI,. 2 Allegretto,

str. 83,

pag. 104 e segg.


MORALE E LA RELIGIONE

LA.

225

di

nessuna legge, ognuno può

la

vendetta deve compiersi con una certa destrezza e la

soddisfazione

risultare da

farsi

ragione da

un danno

Bensì

sé.

da una

effettivo e

umiliazione morale inflitta all'offensore, non riguardan-

un

dosi

atto

qualunque

di brutale violenza

e conveniente vendetta.

Non

come una vera

braccio soltanto,

il

ma

tutto

l'uomo deve trionfare. L'Italiano di questo tempo è capace di una profonda

simulazione per raggiungere certi scopi determinati,

non mai

di

principii

nò dinanzi agli

un

ma

atto qualsiasi d' ipocrisia in questioni d!

nò dinanzi a so stesso.

altri,

Ecco perchè, con una ingenuità

ammette questa specie gno. Uomini del resto

di

affatto caratteristica, si

vendetta come un vero biso-

che esaltati la lodano

tutt' altro

quando, disgiunta dalla passione, e non avendo in mira che

di approfittare dell'opportunità, si esercita soltanto

« perchè

gli altri

imparino a non

sembrano

casi

tali

quali la passione cerca

uno sfogo.

questo genere di vendetta di

tima

si

tiene ancora entro

va molto più

jus

in là,

perfino

il

i

È

infatti,

chiaro da sé che dalla vendetta

mentre quest'ul-

limiti della rappresaglia o,

taliom's, la

prima necessariamente

non solamente esigendo una soddi-

sfazione di stretto diritto,

care r ammirazione

offendere ».^ Però

differenzia

si

sangue propriamente detta:

se si vuole, del

ti

assai rari in confronto di quelli, nei

e,

ma

secondo

cercando anche di provole circostanze, di

spargere

ridicolo sull'offensore.

In ciò sta anche la ragiono dell'indugio, talvolta lungo,

che si

si

frappone all'esecuzione. Per una « bella vendetta »

esige di regola

^

un concorso

Guicciardini, Ricordi,

\.

e.

di circostanze,

N. 74.

che

il

tempo


PARTE SESTA

2è6

E

soltanto può maturare.

questo appunto è

tema

il

fa-

vorito di molte novelle.

Qual moralità

r accusatore e sona,

potesse essere in azioni, nelle quali

ci

giudice sono una sola ed identica per-

il

non occorre

di dirlo.

Che

se

pur

si

volesse comec-

chessia giustificare questa passione ardente, che divorava d'allora,

gl'Italiani

non potrebbe

ciò

farsi

non

se

col

contrapporvi qualche corrispondente virtù nazionale, per esempio, la riconoscenza; dovendosi presumere, che quella

memoria

stessa fantasia, che rinfresca e ingrandisce la dei

torti sofferti,

memoria

sia

anche

del benefìcio

grado

in

ricevuto.^

Ma

viva la

di tener le

prove

di fatto

a questo riguardo sono impossibili, sebbene non ne manchino indizi molto spiccati nel carattere attuale della nazione, quale, le

ad esempio, la grande riconoscenza con cui

inferiori

classi

accolgono ogni dimostrazione di be-

nevolenza verso di servano

loro,

e la

grata memoria che

con-

ogni cortesia ricevuta nei sociali

le superiori di

convegni.

Ora questo rapporto rali degl'Italiani si

che nei singoli

della fantasia colle qualità

riproduce continuamente.

casi, in cui

l'

unicamente

non dipende da

la

altro,

mo-

se an-

del nord segue piut-

invece sembra un freddo calcolo, ciò fuorché da un sentimento d'indi-

tosto r impulso suo naturale,

seguire

uomo

E

norma

l'

Italiano

di

vidualismo, che in quest' ultimo è infinitamente più sviluppato.

Anche

si verifica,

fuori d' Italia,

dovunque un

fatto identico

identici sono pure gli effetti: l'allontanarsi,

per esempio, assai per tempo dalla propria casa e

il

sot-

1 Cosi il Cardano {De propria vita, cap. 13) si dipinge come estremamente vendicativo, ma anche come verace , ynemor bene-

/iciorunij

amans

justitiae.


LA MORALE E LA RELIGIONE trarsi all' autorità

paterna è una tendenza comune tanto

alla gioventù italiana,

quanto a quella

Più tardi nelle

tentrionale.

227

dell'

America

set-

indoli più generose a questa

tendenza subentra uno slancio spontaneo

di pietà figliale

e di affetto reciproco.

In generale egli è difficilissimo esatto sulle qualità morali di la propria.

modo

il

portar un giudizio

una nazione, che non

sia

Queste qualità possono manifestarsi in un

così singolare, che

uno straniero

assolutamente

sia

incapace di riconoscerle e di apprezzarle. Forse in questo

riguardo tutte le

nazioni

d'Europa hanno,

occidentali

ciascuna, prerogative lor proprie e che non

si

riscontrano

nelle altre.

Ma

dove la fantasia esercita un fascino prepotente

e quasi tirannico nelle cose della morale, egli è appunto nei rapporti illeciti de'

due

nell'amore considerato

sessi,

come passione sensuale. Che

la prostituzione

esistesse

anche nel medio-evo prima della comparsa della

sifilide,

è cosa notissima, né d'altronde potrebbe essere del nostro assunto

l'

addurne

le prove.

nascimento c'è questo i

Ma

il

suoi diritti, forse più che altrove, e in

matrimonio e ogni caso più

Le

deliberatamente che altrove, vengono calpestati. ciulle,

Ri-

nell' Italia del

di proprio, che

fan-

specialmente quelle delle classi più elevate, guar-

date gelosamente, non figurano mai sulla scena

:

la pas-

sione dominante non è che per le donne coniugate.

Accanto ad un stanza che

vita di famiglia in altri

paesi

manifestarsi. talento,

ma

tal fatto più

notevole parrà la circo-

matrimoni non scemassero punto e che

i

non ne

soffrisse

in casi simili

Si voleva

veruno

di

la

que' danni, che

non avrebbero mancato

di

assolutamente vivere a proprio

non per questo rinunciare

alla famiglia, an-


PARTE SESTA

228

che quando c'era qualche ragione fosse del tutto

E

propria.

sintomo di decadenza

non

si

temere, che non

di

nota neanche verun

come

o morale,

fisica

tale,

poi-

ché di queir apparente deterioramento morale, di cui

veggono è

le tracce

difficile

verso la metà del secolo

trovare altre cause tutte

anche quando non

religiosa,

si

d'

indole

si

XVI, non politica, e

voglia concedere, che

il

Rinascimento avesse oggimai percorso l'intero stadio della sua vita ed esaurito tutte le fonti della propria attività.

Gli Italiani continuarono, ad onta di tutti

disordini, ad

i

loro

appartenere alle popolazioni più sane di

corpo e di mente di tutta Europa,* e notoriamente con-

servano anche oggidì questa loro prerogativa, dopoché

hanno considerevolmente migliorato Ora, se noi

ci

loro costumi.

i

facciamo a studiare più dappresso la

morale dell'amore all'epoca del Rinascimento, non po-

tremo a prima vista non restar profondamente notevole antagonismo, che

che ne parlano.

si

I novellieri

rebbero credere , che

l'

e

non

solo leciti,

i

poeti comici

ci

lascie-

amore non consistesse che nel

piacere, e che ad ottenerlo tutti

fossero

colpiti dal

manifesta nelle testimonianze

ma

i

mezzi, tragici o comici,

anche tanto più degni

d'

am-

mirazione, quanto più audaci e arrischiati. Se invece

leggono

i

migliori

dialoghi, desta

lirici

di

quel tempo e

veramente maraviglia

si

gli scrittori di

1'

entusiasmo, la

profondità e la purità, con cui intendono questa passione, anzi

si

può dire di trovarne

blime espressione, quando

1

È

vole una

li

in essi

l'

ultima e la più su-

veggiamo riprodurre

vero che al tempo della dominazione forte diminuzione della popolazione.

le idee

spagnuola è note-

Ma

se fosse stata

conseguenza della demoralizzazione, avrebbe dovuto manifestarsi molto tempo prima.


229

LA MORALE E LA RELIGIONE

una originaria unità delle anime nel!' EsE tanto 1' un modo di vedere che

degli antichi di

sere supremo e divino.

r altro sono a quel tempo veri e sentiti nello stesso in-

Non

dividuo.

è invero cosa lodevole,

nell'uomo colto

del

ma

sta di fatto, che

tempo moderno non

solo

esistono

contemporaneamente e tacitamente diversi gradi di sentimento, ma si manifestano anche apertamente e, secondo le circostanze, anche artisticamente. L'uomo moderno soltanto, al pari dell' antico, è

un microcosmo,

ciò

anche in questo riguardo

che non era né poteva essere quello

del medio-evo.

Innanzi tutto merita novelle. Nella

essere studiata la morale delle

d'

maggior parte

di esse

figurano, sono coniugate; trattasi

(v.

le

donne che vi

adunque di veri adulterii.

Qui acquista una grande importanza ciò che altrove s' è detto sulla posizione della donna,

pag. 165 e segg.)

uguale in tutto a quella

dell'

uomo. La donna, più

alta-

mente educata e pienamente conscia della sua individualità, dispone di se con una padronanza affatto diversa che non al nord, e l'infedeltà non vi produce una perdita così

completa della sua riputazione, qualora essa visibili della mede-

possa guarentirsi dalle conseguenze sima.

Il diritto

del marito alla di

lei

fedeltà non

ha quella

mediante

la poesia

solida base, che esso acquista nel nord

e

la passione

sponsali; dopo

del

periodo

dell'

una conoscenza

innamoramento e degli

affatto superficiale, la gio-

vane sposa passa nel mondo dalla

vigile custodia paterna

o dal chiostro, e allora soltanto la sua individualità

ri-

ceve uno sviluppo rapido e quasi inatteso. In conseguenza di ciò

il

dizionato,

tum,

si

diritto del

marito è pur sempre un diritto con-

ed anche chi

lo

riguarda come un jvs quaest-

riferisce più particolarmente alle modalità esterne


PARTE SESTA

230

del contratto, anziché ai sentimenti del cuore.

giovane e

bella,

ad esempio, essa le

i

doni e le ambasciate di un giovane amante

fermo proposito

col

spirito,

— Tuttavia,

tale distinzione ad

Ma

conservare la sua honestà.

amore del giovane per « conoscendo che può amare cortese

sue molte virtù,

donna virtuoso stà ».^

di

compiace nondimeno

si

Una donna

divenuta moglie di un vecchio, respinge,

dell'

senza pregiudicio della sua hone-

quanto non è breve

la via

da una

una completa caduta!

Quest'ultima sembra giustificata, quando vi sia di

mezzo

l'infedeltà reciproca del marito.

La donna,

conscia

della propria dignità, sente in quella offesa non solo

ma un

dolore,

insulto ed

una umiliazione,

lasciarsi vincere in astuzia,

medita

di

e

un

non volendo

sangue freddo una

vendetta. Dipende poi dalla sua discrezione, che la pena sia proporzionata alla colpa dell'offensore.

una

La

più grande

per esempio, può talvolta appianare la via ad

offesa,

pacifica convivenza per l'avvenire,

quando rimanga

completamente segreta. I novellieri che ciò non ostante la vengano a risapere o che, secondo lo spirito del tempo, ,

la inventano

non mancano

,

vdi

esprimere la loro piena

ammirazione, ogni volta che la vendetta è veramente pari all'offesa,

o,

in altre parole, è pensata e condotta

come una vera opera

d'arte. S'intende da sé, che

non riconosce in sostanza mai un

rito

rappresaglia, e vi

paura o

si

tale

il

ma-

diritto di

rassegna soltanto, quando ragioni

glielo consigliano. Che se queste manchino affatto, ed egli per l' infedeltà della moglie si vegga esposto al pericolo di venir beffato dai terzi, la cosa muta aspetto all'istante e può anche divenir tra-

di

^

di

prudenza

Giraldi, Hecatommitlii„

gliante

il

CortigianOj L. IV,

III,

fol.

Nov. 180.

2.

In

modo

assai

somi-


LA MORALE E LA RELIGIONE non essendo raro

gica,

231

caso che all'adulterio tenga

il

dietro l'assassinio o qualsiasi altra più atroce vendetta.

In

donna

tampoco

il

fratello,^

il

sentimento morale che

marito,

come

il

campo

quella, per aver più largo il

si

il

a'

la gelosia,

il

fio

non discopra

si

amori che

gli

E

mariti molte di loro

i

vede

suoi appetiti, avve-

se le fosse lecito, essendo vedova,

l'amante lo fa ammazzare fratelli,

ma

dei loro

Bandello,'

far quanto le aggrada. Quell'altra, dubitando che rito

fatto

padre della

trovi offeso,

far pagare ai terzi

di

scherni e motteggi. « Oggi, dice

lenare

il

movente principale non è già

desiderio

il

poca considerazione

credano autorizzati, anzi obbligati: ciò mo-

vi si il

di

marito, anche

il

stra che

bensì

non è degno

casi

tali

che, oltre

ella fa,

il

ma-

per via del-

quantunque

i

padri,

i

(per levarsi dagli occhi

manifesto vituperio, che rende loro la malvagia vita

il

delle tigliuole, sorelle e mogli) con veleno, con ferro e

con

altri

mezzi facciano morire; non resta per questo,

che molte

di

nuovo

fallo ».

tale

ha morto

al cielo

cavar

Ma

l'onore, non

che non

si

meno

severo,

sentisse ogn'ora:

ha soffocato

la figliuola,

gli

perchè

Un esempio

accaduto ziani

è

perchè dubitava che non

la moglie,

fosse fedele; quell'altro

1

vita

trasportare in qualche

Un'altra volta, in tuono

esclama: « piacesse il

sprezzata la

loro,

lascino dagli sfrenati appetiti

si

in

di vendetta veramente crudele di un fratello, Perugia nell'anno 1455, trovasi nella cronaca del Ora-

{Arch. Stor. XVI, gli

p. 629).

occhi alla sorella e

la famiglia

Il

fratello costringe

l'amante a

poi lo caccia a furia di battiture.

era un ramo degli Oddi e V amatore un semplice

funajuolo. *

che

il

Bandello, Parte

I,

Nov. 9 e

confessore della moglie

rivela l'adulterio.

si

20.

lascia

Accade anche talvolta corrompere dal marito e


PARTE SESTA

232

di nascosto s'era maritata sorella, luto.

perchè non

s'

e colui

;

ha

come

è maritata

fatto uccidere la egli

avrebbe vo-

Questa è pur certamente una gran crudeltà, che

noi vogliamo tuttociò che ci vien in animo, fare, e non

vogliamo che

le

povere donne possano fare a lor voglia

cosa che sia; e se fanno cosa alcuna, che a noi non piaccia, subito si viene ai lacci, al ferro e ai veleni

Invero grave sciocchezza quella degli uomini mi pare, che vogliono, che l'onor loro e di tutta la casata consista nell'appetito

di

una donna! » Pur troppo talvolta

sapeva già in anticipazione

l'

esito di simili cose

si

con tale

il novelliere poteva mettere una taglia un amante, minacciato ancora, mentre questi se ne andava attorno vivo. Il medico Antonio Bologna* s'era sposato segretamente colla duchessa vedova dì Amalfi della casa d'Aragona già i di lei fratelli l'aveano

sicurezza, che sulla vita di

:

potuta, insieme ai fatta uccidere in

riavere in loro potere e l'avean

figli,

un

castello.

Antonio, che non sapeva

ancora quest'ultima circostanza, e che veniva lusingato

con speranze

di

di riaverla,

da prezzolati

insidiato

e

Sforza cantò sul

Ippolita

Un amico

sventure.

trovavasi a Milano, dove era

sicari,

una volta liuto

la

nella

storia

società

delle sue

della detta casa, Delio, « narrò a

Scipione Atellano tutta

l'istoria,

e aggiunse che voleva

metterla in una delle sue novelle, sapendo di certo che il

povero Bologna sarebbe ammazzato

».

Il

modo con

cui ciò accadde quasi sotto gli occhi di Delio e di Atellano, è narrato dal Bandelle in

movente

Ma

(I,

in

mezzo a tuttociò

là di compiacersi in

1

una novella

assai

com-

26).

modo

i

novellieri mostrano

qua e

particolare di ogni tratto spi-

Veggasi sopra a pag. 163 e nella nota.


233

LA MORALE E LA RELIGIONE ritoso,

astuto e comico, che accompagni l'adulterio, e

assai volentieri si trattengono a narrar

quali taluno

che casa, gli

giunto a penetrar di

è

gli

segnali simbolici e le ambasciate che

i

fanno

si

amanti, le casse provvedute anticipatamente di guane confetture per potervi celare

ciali

sportare

altrove e cosi

via.

sé stesso ridicolo o

come un

c'è altra alternativa, sia

il

drudo e farlo tra-

burlato marito vien

Il

pinto, secondo le circostanze, o

di-

come un personaggio per vendicatore

terribile

,

che la donna figuri come mal-

vagia e crudele o l'amante come vittima innocente. i

coi

artificj,

soppiatto in qual-

Ma

racconti di quest'ultima specie non sono vere novelle,

bensì esempi terribili attinti alla vita reale.

Quando

vita

la

mamente

spagnuolo, la gelosia estre-

al tutto

violenta nei mezzi forse aumentò,

deve confonderla

XVI

corso del secolo

nel

italiana

assunse un carattere

colla rappresaglia

già

ma

non

si

ante-

esistente

riormente e fondata nello spirito stesso del Rinascimento italiano.

Più

tardi,

diminuendo

l'

influsso

della

civiltà

spagnuola, diminuirono anche quegli eccessivi furori sino

a che sul

finire del secolo

XVII

si

giunse a tal punto

come un personaggio indispensabile in ogni famiglia, ed oltre a ciò si tollerarono uno od anche parecchi Patiti. Or chi vorrà istituire un confronto fra tanta immoralità e ciò che avveniva negli altri paesi? Nel secolo XV,

di apatica indifl'erenza,

che

Cicisbeo fu riguardato

il

ad esempio, era

il

matrimonio in Francia forse più sacro

che non Italia?

I

fahliaux e

bitarne, e fosse

meno

tragiche

^

si

vi

le farse

è tentati di ritenere che

frequente, fossero

Un esempio può

ma

meno

permettono l'

di

du-

immoralità non vi

che soltanto

le

conseguenze

rare, perché l'individuo

vedersi nel Bandello, Parie

I,

iVov. 4.

era


234

PARTE SESTA

meno

sviluppato ed

Italia.

Piuttosto s'avrebbe qualche testimonianza alquanto

aveva minori pretese che non

in

più favorevole riguardo ai popoli germanici, nella maggiore libertà concessa nei rapporti sociali alle donne ed alle fanciulle,

che fu causa di così grata sorpresa agli

liani in Inghilterra e

Ita-

nei Paesi Bassi (v. pag. 170 nota).

Tuttavia anche a ciò non sivo.

in

si deve dare un peso eccesCertamente l'infedeltà era molto frequente anche

Germania

e condusse spesso

al

menomo

anche quivi a deplore-

Basta osservare come

voli eccessi.

sospetto,

si

i

principi del nord,

sbarazzavano a questo tempo delle

loro mogli.

Ma d'allora

nella cerchia delle cose illecite presso gì' Italiani

non havvi soltanto l'amore sensuale,

lano appetito dell'uomo volgare,

ma

il

grosso-

anche la passione

degli spiriti più elevati e generosi; non solamente per-

chè in quella società mancavano affatto

le fanciulle,

ma

anche perchè l'uomo, quanto più era perfetto, tanto maggiormente si sentiva attratto dalle qualità della donna, che nel matrimonio avea raggiunto

il

pieno sviluppo della

propria personalità. Questi uomini sono appunto quelli,

che hanno

sollevato

la

poesia

lirica alle

sue più alte

ispirazioni, e

che tentarono anche nei trattati e nei dia-

loghi di dare

un'immagine spirituale alla passione che come un amore divino troppo

li

divorava, dipingendola

spesso franteso, e quindi calunniato, dai posteri,

duto e rispettato dai coetanei. Quand'essi

si

ma

cre-

lagnano della

crudeltà del dio alato, non intendono lagnarsi con ciò soltanto della durezza della loro bella

sua riservatezza,

ma

o dell' eccessiva

anche della illegittimità della loro

passione. Essi cercano di sollevarsi al di sopra di questa

sciagura spiritualizzando l'amore ed appoggiandosi alla


235

LA MORALE E LA RELIGIONE dottrina dell'amore platonico, ed ebbero in Pietro il

loro più illustre

proposito

ci

Le sue

rappresentante.

son fatte

Bembo

opinioni in

da quanto egli stesso

manifeste

scrive nel terzo libro de' suoi « Asolani » e dallo splen-

dido discorso, che gli è posto in bocca

Castiglione

dal

sulla fine del quarto libro del « Cortigiano ».

l'uno,

né l'altro di questi autori professò nella sua vita le

massime

di

un rigido stoicismo,

ma

per quel tempo era

pur sempre qualche cosa, se contemporaneamente teva essere celebre e buono, e questi due titoli

hanno

diritto

uno

si

po-

e all'altro

di

entrambi. I contemporanei

loro sentimenti; qual

credettero alla verità dei

potremmo aver

all'

noi di metterli in dubbio

?

diritto

Chiunque

si

dia la pena di leggere nel Cortigiano l'intiero discorso citato,

vedrà immediatamente come sarebbe impossibile

darne un'idea per mezzo estratto. In allora

di

un semplice compendio od

viveano alcune

illustri

le quali dovettero la loro celebrità

nere di amori;

tali

donne

in Italia,

appunto a questo ge-

furono Giulia Gonzaga, Veronica da

Correggio, e più particolarmente ancora Vittoria Colonna. Il

paese e l'età in cui nacquero

i

dissoluti e

i

beffatori

più famosi, rispettò quei sentimenti e quelle donne, che

seppero ispirarli: loro lode?

si

che

cosa

dirà per

si

potrebbe dire

avventura,

che

il

principale di tutto ciò era la vanità, e che

di più in

movente

Vittoria

si

sentisse oltremodo lusingata dalle espressioni le più esa-

gerate di

un amore senza speranze? Ma,

se anche la

cosa qua e colà era, più che altro, una moda, non piccola lode per Vittoria sarà dovisi, sia ciò

pur sempre che, uniforman-

non ostante riuscita a lasciare

di sé

una

traccia così profonda anche nella più tarda posterità.

Ci volle del bel

tempo prima che

negli altri paesi

contrassero personalità tanto spiccate.

s'

in-


PARTE SESTA

236

La

domina

fantasia, che

gì' Italiani

più degli altri po-

generale la causa che ogni passione tra-

poli, fu poi in

scorse presso di loro agli eccessi più riprovevoli

condo

le circostanze, ricorse

nei propri intenti.

Ha vvi

anche

al delitto

e,

se-

per riuscire

una violenza figlia della debolezza,

che non sa padroneggiare sé stessa: qui invece trattasi di

un abuso brutale della

forza. Talvolta esso

proporzioni gigantesche, e

il

delitto allora

raggiunge

prende una

forma e quasi una personificazione sua propria e

vengono meno ogni

I ritegni

basato

Stato,

sull'illegittimità

ognuno, anche

l'

nella giustizia.

Ad

al

dalla violenza,

crede autorizzato diritto e

le simpatie di tutti involonta-

colpevole

sopportato eccita talmente lo

si

ogni delitto, prima ancora che se ne

volgono

si

surto

infimo della plebe,

conoscano le circostanze,

riamente

dì più. All'azione dello

e

nessuno ha fede in generale nel

di sottrarsi, e

speciale.

l'

:

^

il

supplizio virilmente

ammirazione, che quelli che

narrano, facilmente dimenticano di accennare la causa,

per cui venne

inflitto.'^

Se poi accade talvolta che

al pro-

fondo disprezzo della giustizia e alle molte vendette com-

messe

in privato

avventura

in

s'

aggiunga anche

tempi

di politici

rebbe addirittura che

Giraldi

si

crede-

e la vita civile sieno sul

(III,

Nov.

10) le

donne quando vien loro narrato, che

il

potrebbe costar la testa all'assassino.

fatto 2

Ciò accade, per esempio, a Gioviano Fontano (Z)e fortitic-

dinej L.

precede

II); il

che cerca simili, egli

impunità, come per

Piaccia al Signore Iddio che non si ritrovi^ dicono presso-

1

il

lo Stato

l'

commovimenti,

i

suoi coraggiosi Ascolani, che perfino la notte che

loro supplizio danzano e cantano, la di tener allegro

il

figlio

appartengono probabilmente

dimentica affatto di dircelo.

madre abbruzzese,

mentre s'avvia

al patibolo, e

alla classe dei masnadieri,

ma


LA MORALE E LA RELIGIONE punto

237

completamente. Tali momenti ebbe Na-

di sfasciarsi

poli nel trapassare dalla signoria

ed alla spagnuola, e

tali

li

aragonese alla francese

ebbe pure Milano nelle

fre-

quenti espulsioni degli Sforza e nei loro ritorni. Egli è

vengono a galla quegli uomini, che nel hanno mai accettato nessun vincolo di

in allora che

loro segreto non

leggi politiche

e civili e che, giunta l'occasione, s'ab-

bandonano brutalmente ai loro selvaggi istinti di rapina e di sangue. Vediamone un saggio desunto da una sfera d'azione delle più ristrette.

Allorquando lo Stato di Milano sin dal 1480 sofferse una grave scossa per le crisi interne scoppiate dopo la morte di Galeazzo Maria Sforza, nelle città di provincia venne tosto a mancare ogni sicurezza. Una ben dura

prova ne fece Parma,* dove territo

da minacce

il

di morte,

s'

governatore milanese,

at-

indusse a permettere che

fossero tratti dal carcere alcuni facinorosi, e dove, dopo ciò,

i

delitti quotidiani,

per la città intere bande rati;

commessi

furti, gì' incendii, gli assassinj

divennero

per non dire

lettere minatorie

a spargere

il

,

mentre

di malfattori

di

satire e delle

un famoso sonetto

diretto

ridicolo sull' autorità, che naturalmente se

ne commosse più che

ogni altra cosa.

d'

in molte chiese furono rubati

ostie consacrate, rivela

l'empietà.

armati e masche-

delle burle, delle

nonché

in pubblico

di notte circolavano

Ora

egli

è

un

i

altro

Il fatto

poi che

vasi sacri con entro le lato di quei

impossibile

misfatti,

indovinare che cosa

accadrebbe in qualunque paese del mondo anche oggidì, se per un

momento

restasse sospesa

l'

azione del potere

civile e politico, e nel

medesimo tempo

la

Diarum parmense,

presso Murat. XXII,

col.

1

passim.

sua presenza

330 sino a 349


PARTE SESTA

238

rendesse impossibile la formazione d'un governo prov-

ma

visorio;

che allora in simili occasioni accadeva

ciò

assume un carattere affatto particolare, per parte notevole che vi avevano le vendette.

in Italia

In generale

l'

impressione che

si

la

riceve dall' Italia del

Rinascimento è questa, che anche in tempi ordinari, grandi è,

i

furono più frequenti, che altrove. Vero

delitti vi

che in ciò potrebbe esservi un errore prodotto dalla

circostanza, che qui proporzionatamente noi conosciamo

un numero

di fatti speciali

siasi altro paese, e

che

molto maggiore che in qual-

la fantasia,

esaltandosi nella con-

templazione del delitto reale, facilmente trascorre a ventare anche

Può

ciò,

che

darsi quindi che la

raggiunga una

cifra

non

somma

fossero, fra

al

1500

tanti

delle violenze

commesse

uguale anche altrove. Infatti chi po-

trebbe dire se (per esempio)

vava intorno

in-

è effettivamente accaduto.

la

le condizioni, in cui si tro-

Germania, più ricca e potente,

vagabondi masnadieri e cavalieri

di

ventura, migliori, o se la vita e la sicurezza individuale vi fossero meglio guarentite e protette

ogni caso non distruggerebbe

meditato, pagato, eseguito

di

il

fatto,

terza

?

Ma

che

il

mano

tutto ciò in delitto pre-

e

divenuto

una speculazione o un mestiere, in Italia avea guadagnato a quel tempo proporzioni larghissime e veramente spaventevoli.

gio,

Se innanzi tutto diamo uno sguardo al malandrinagr Italia forse non ce ne parrà, almeno nelle regioni

più fortunate, quale, ad esempio, la Toscana, tanto infestata,

quanto erano a quel tempo la maggior parte dei

paesi del nord. snadieri, che

s'

Ma

nessun paese estero

offre tipi di

assomiglino a quelli che dà

trovare, per esempio,

l'

un uomo pari a queir

Italia.

ma-

Dove

ecclesiastico


239

LA MORALE E LA RELIGIONE

poco a poco divenuto

fatto selvaggio dalle passioni e a

capo di una schiera di banditi, di cui

cronache ferraresi di questo tempo ?

ci '

tengono parola dì

Il

narrano esse, fu chiuso in una gabbia

le

12 agosto 1493,

di ferro il. prete

don Nicolò de' Pelagati da Ficarolo. Egli avea celebrato la sua il

prima Messa due

ma

volte-,

la

prima commise

giorno stesso un omicidio, da cui poscia

solse: in seguito uccise

donne, che

lo

Roma

quattro persone, e

sposò

seguivano costantemente dovunque

T

as-

due ebbe

:

parte a molte altre uccisioni, violò parecchie altre donne,

come un mestiere e su larga scala, assassinò e s'aggirò pel ferrarese con una banda d'armati rivestiti d'uniforme lor pro-

togliendole a forza dalle loro case, esercitò la rapina

pria, procacciandosi ricovero e nutrimento con lo ster-

minio e la prepotenza. Se, in aggiunta a tutto questo, s'

immagina

il

verun uomo.

di

l'

Ma

tenuti da un lato e riti dall' altro,

tra ci

i

avrà un

poca sorveglianza

la i

tal

cumulo

in

che erano

molti privilegi di che erano favoi

malfattori abbondassero

monaci, quand' anche di nessun altro

vengano raccontate infamie

gati.

si

uguale non pesò mai sulla coscienza

furono causa che

chierici e

i

non è detto,

resto che

di delitti, che forse

simili a quelle del Pela-

Accadeva anche talvolta, e nemmen questa

certamente era cosa onorevole pei conventi, che uomini di riputazione affatto

cappuccio

del

o

perduta

si

vendette del potere secolare, e

punto

^

di

uno

rifugiassero sotto

della cocolla per sottrarsi alle

di questi

tali,

il

Masuccio

ch'egli

ci

l'

egida

giuste

parla ap-

ebbe occasione di

Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, coi. 312. Ciò fa ridi quel prete, che pochi anni prima

sovvenire la banda armata

del 1837 infestava le provincie occidentali di

Lombardia.


240

PARTE SESTA

conoscere in un convento di Napoli.' Anche di papa Gio-

vanni XXIII parrebbero esistere precedenti poco onorevoli, ma non si hanno sufficienti prove per 'affermarlo

con sicurezza.^

Del resto l' epoca classica dei più famosi capi di bande armate d'assassini non comincia che nel secolo XVII,

quando

i

partiti politici dei guelfi e dei ghibellini, degli

spagnuoli e dei francesi avean cessato di agitare in allora

il

masnadiere

si

dovunque

sostituì

il

paese

:

al parteggia-

tore politico. I

In certe regioni

d' Itaha,

dove

la cultura

non penetrò

mai, gli abitanti del contado vivevano in istato di per-

manente barbarle e non risparmiavano nessun

forastiero,

che capitasse loro tra mano. Ciò accadde più particolar-

mente

nelle parti più

remote del regno

dove

di Napoli,

la barbarie era di vecchia data e risaliva

all'

epoca dei

grandi latifondi romani, e dove pare che in tutta buona fede

si

riguardassero come qualche cosa di identico l'uomo

straniero e

erano

il

nemico (hospes ed che irreligiose:

tutt' altro

hostìs).

Queste genti

accadeva sovente

egli

che un pastore tutto contrito

si

per accusarsi che, durante

epoca del digiuno quaresi-

male, facendo

il

cacio,

spruzzate in bocca. fessore

1

un paio

Ma

39.

Se

egli nella

di

gocce di latte

gli

erano il

con-

costumi del paese, giungeva

S'intende da se che T

è fortunatissimo anche nel campo 2

presentasse al confessore

se anche in tali occasioni

stesso, esperto dei

Masuccio, Nov.

l'

d'

uomo

in discorso

amore.

sua gioventù esercitò la pirateria durante

guerra delle due case d'Angiò per

la

la

conquista di Napoli, può

averlo fatto in qualità di parteggiatore politico, ne ciò, secondo le idee d' allora, portava con sé veruna infamia.

Genova, Paolo Fregoso. e per

di.

fu alternativamente

più in ultimo cardinale. Cfr. voi.

I,

L' arcivescovo di anche doge e corsaro

peg. 118, nota.


LA MORALE E LA RELIGIONE a strappargli altresì

compagni

rimorso di coscienza. gere in

non suscitava

d' uso,

co' suoi

in

verun

lui

Sino a qual punto, in tempi di po-

'

commovimenti,

litici

che spesso

aveva aggredito ed ucciso dei viaggiatori,

egli

appunto perchè

ciò,

la confessione,

241

contadini fossero capaci di spin-

i

altri paesi la ferocia,

è stato già altrove accen-

nato (v. pag. 107).

Un

ancor peggiore dei costumi

tratto caratteristico

d' allora è la

frequenza del delitto commesso di seconda

mano, per mercede convenuta. In ciò, per consenso di Napoli andava innanzi a qualunque altra città d'Ita-

tutti, lia.

« Qui non v' ha cosa che possa aversi a tanto buon

mercato, quanto la vita di un

Ma

anche

in tal

genere

classificarli

uomo

», scrive

il

Fontano.'

hanno una ricchezza spaventevole misfatti: soltanto non è così facile il

altri paesi di

secondo

motivi che

i

li

provocarono, entran-

dovi promiscuamente l'odio di parte, l'inimicizia perso-

Torna invece a

nale, la sete della vendetta e la paura.

grande onore de' Fiorentini d' Italia,

che presso

,

il

popolo

più colto

allora

fossero

di loro simili fatti

di

gran

lunga meno frequenti,' forse perchè pei giusti reclami

1

Poggio, Facetiae,

fol.

(\\

ha un altro genere

464. Chi conosce la Napoli odierna,

forse udito narrare qualche fatto simile,

ma

in

persone.

* Jovian. Fontani Antonius: nec est quod Neapoli quam hominis vita minoris vendatur. Vero è che egli crede che sotto gli Angió le cose non fossero giunte a tal punto sicam ah iis (gli :

Aragonesi) accepimus. Le condizioni del paese intorno son descritte da B. Cellini 3

Una prova

menzioni

degli

esatta

I,

non potrà su

assassinii

degli scrittori fiorentini del

vi

1534

al

ci

70.

son

ciò

meno

mai

darsi,

ma

certo le

frequenti, e la fantasia

buon tempo non rivela sospetti

di que-

sto genere, 16


242

PARTE SESTA

v' era

ancora una autorità universalmente riconosciuta e

rispettata, e perchè

sane idee

maggior cultura suggeriva più

la

sull' arbitrario

supreme del

ingerirsi dell'

si

una vendetta

comprendesse come anche

roneamente detto

il

si cal-

delitto

Dopo

vantaggi, quest' era certamente Firenze.

caduta

la

che la

tali,

ma

il

non tardò molto ad acquistar forze sua polizia bastò a porre un freno ad ogni

Cosimo

di

er-

omicidio, specialmente quello per

l'

mandato, sembra essersi rapidamente moltiplicato,

governo

san-

di

non apporta mai veri e durevoli

utile

della libertà fiorentina

'

nelle leggi

era paese, dove più

fato. Infatti se v'

colassero le sinistre conseguenze di

gue e dove

uomo

I

disordine.^

Nel

resto d' Italia

meno

rale più

meno numerosi tentativo inutile la

somma

i

misfatti pagati furono in

frequenti, secondo che

il

coloro che

compravano. Sarebbe un

li

volerne dare un quadro

resta sempre

considerevole

voglia ammettere che in tutti

gene-

trovarono più

si

statistico,

casi di morte, che la

i

ma

quand' anche

,

si

voce

pubblica proclamava come opera della violenza, una piccola parte soltanto sia da riguardar si

è che

i

principi e

i

come

erano

governi

i

tale. Il

peggio

primi a dare

cattivo esempio, calcolando addirittura l'assassinio

uno dei mezzi più

eificaci

il

come

per salire in potenza e per

mantenervisi. Per avere le prove non

ad un Cesare Borgia: anche

occorre

gli Sforza, gli

e più tardi gli stessi agenti di Carlo

V

si

pensare

Aragonesi,

permettevano

ogni genere di violenza, purché paresse utile ai loro scopi.

La mente tuando a

1

degli Italiani

tali fatti

Intorno a questa

si

venne a poco a poco

abi-

per guisa che, verificandosi la morte

polizia veggasi la Relazione

presso Alberi, Reìaz. Ser.

II,

voi.

I,

p.

353 e segg.

del Fedeli,


LA MORALE E LA RELIGIONE di

un potente, non

Ma

certo

è

egli

molto rispetto

la

243

credeva quasi mai naturale.

si

però, che

talvolta

si

all'efficacia di certi veleni.

è esagerato

di

Anche ammet-

tendo che la famosa polvere bianca dei Borgia

(v. voi. I,

un veleno, di cui si poteva calcolare dentro un determinato spazio di tempo, e che

pag. 157) l'effetto

fosse

come tale possa riguardarsi altresì il venenum attermìnatum, che si dice avere il principe di Salerno presentato al cardinale d'Aragona con queste parole

:

« in po-

chi giorni tu morrai, perchè sei figlio di Ferrante che ci

voleva calpestar tutti »,'

non

si

potrebbe tuttavia

aggiustar troppa fede a quanto vien riferito intorno ad

una lettera avvelenata, che Caterina Riario avrebbe mandata al papa Alessandro VI,' e che l'avrebbe ucciso s'egli soltanto l'avesse aperta: e di

sembra essere

vertito dai medici di togli a regalare

il

da Cosimo de'Medici, rispose loro: «

tela con questi discorsi insensati ».

del veleno, col quale

il

Pio IL*

Quanto

2

la

sedia

non

si

gestatoria del papa

potrebbe dire con qual-

InfesRura, presso Eccard, Scriptor,

II,

Chron venetum, presso Murat. XXIV, avevano

fini-

Altrettanto dicasi

in generale fosse esteso l'uso di ve-

leni minerali o vegetali,

1

^

segretario del Piccinino voleva

leggermente ungere

solo

questo stesso parere

Magnanimo, quando, avnon leggere il Tito Livio manda-

stato Alfonso

col. 1956. col. 131.

— Nel

tentrione

si

nell'arte

dell'avvelenare: veggasi presso Juvénal des Ursins,

ann. 1382

le

set-

idee le più strane sull' abilità degli Italiani

ad

Buchon, p. 336) ciò che si diceva della lancetta dell'avvelenatore, che Carlo di Durazzo prese al suo servizio chi (ed.

:

fissava in essa attentamente lo sguardo,

De

3

Petr^ Crinitus,

4

Pii II Comment.

Vita Pii

IL

doveva senz'altro morire.

honesta disciplina^ L. XVIII, cap. L.

presso Murat.

XI,

p.

III, II,

562

Joh.

col. 988.

Ant.

9.

Campanus:


PARTE SESTA

244 che apparenza

di sicurezza

:

il

liquido, col quale

il

pittore

Rosso Fiorentino si tolse la vita (1541), era evidentemente un fortissimo acido,' che a niuno s'avrebbe potuto far trangugiare inavvertitamente.

— Quanto

all'

uso delle

armi, specialmente del pugnale, per qualche segreta ven-

pur troppo l'occasione

detta,

si

presentava da sé frequen-

tissima ai grandi di Milano, di Napoli e d'altri

siti,

poiché

doveano circondarsi per sete del sangue era alimentata

fra le schiere d'armati, di cui

loro

propria difesa, la

Più

dall'ozio stesso, cui erano condannati. sinio si

non

si

di

un

assas-

sarebbe probabilmente commesso, se non

avesse saputo che, per effettuarlo, bastava un sem-

plice cenno a questo

Fra

i

mezzi

zione, eranvi

1

anche

Vasari IX,

assortiti

od a quello dei propri

satelliti.

almeno coli' intenmagiche, ^ benché in modo

segreti di nuocere,

82.

le arti

Vita di Rosso.

Se nei matrimoni male

abbiano prevalso dei veri avvelenamenti o piuttosto la

sola paura, non può decidersi. Cfr. Bandello

Nov. 5 e 54; e Lombardia, che non viene più precisamente indicata, vivono due avvelenatori, un marito, che vuol persuadersi della sincerità della disperazione di sua moglie, e la costringe a bere un liquido che si dava per avvelenato, ma che non era se non acqua tinta; e dietro a più gravemente ancora

ciò

II,

Nov.

,

II,

40. Nella stessa città di

segue la loro riconciliazione.

— Nella

sola famiglia del Car-

dano erano accaduti quattro avvelenamenti. De vita propria, cap. 30, 50. Perfino in un banchetto dato in occasione deli' incoronazione del Papa ognuno dei cardinali condusse con sé il suo

coppiere e

si portò il proprio vino « probabilmente perchè si sapeva per esperienza, che altrimenti si correva pericolo di essere avvelenati nelle bevande ». E questa usanza in Roma era gene-

rale e

si

tollerava

sine injuria invitantis! Blas Ortiz Itinerar.

Hadriani VI, ap Baluz. 2

Misceli, ed. Mansi,

I,

480.

Intorno ad alcuni maleficj contro Leonello da Ferrara veg-

il Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col 194, ad ann. 1445. Mentre all'autore di essi, certo Renato, che del resto era di fama

gasi


245

LA MORALE E LA RELIGIONE affatto secondario.

di malefici , di

Quando per avventura

maììe e

si

menzione

fa

d'ordinario non

simili,

ha

si

un individuo, già

vista che di accumulare sopra

in

per

di

sé inviso e abborrito, tutte le colpe immaginabili. Alle corti di il

Francia e d'Inghilterra nei secoli

molto maggiore, che non nelle

classi

e

XV

una parte

più elevate

d' Italia.

pure una specialità tutta propria questo paese, dove l'individualità tocca ad un grado

Finalmente

di

XIV

maleficio veramente funesto e mortale ha

ella è

completo sviluppo, la comparsa d'uomini, nei quali

di sì

la scelleratezza è portata al colmo, e che delitto per

scopi

delitto, o

come mezzo

al

perversi, che escono tutt'affatto dalla

sueta dei

A

il

commettono

conseguimento

delitti

norma

il

di

con-

umani.

questa schiera d'uomini spaventevoli sembrano

in-

un Braccio da Montone, un Tiberio Brandolino, ed anche un Werner von Urslingen, che sulla sua corazza argentea por-

nanzi tutto appartenere alcuni Condottieri,^

tava

il

motto

:

« nemico di Dio, e d'ogni pietà e miseri-

cordia. » In generale questa classe di persone rappresenta

nel complesso

scere

il

i

primi malfattori, che non vogliono ricono-

freno di qualsiasi legge.

a rilento nel giudicarli, quando

dei loro delitti

assai pregiudicata,

un gran romore

si

di

si

andrà un po' più

sappia che

opinione dei cronisti

il

— Di

Lodovico

il

massimo

leggeva la sentenza sulla piazza,

nell'aria ed

fuggi o cadde a terra. dei malefìcj

nell'

Ma

si

sta nel

si

sollevò

un tremuoto, per guisa che ognuno ciò che Guicciardini (L.

Moro contro suo

I)

racconta

nipote Giangaleazzo,

meglio è tacere. potrebbe innanzi tutto nominare Ezzelino da Romano, non fosse notoriamente vissuto sotto T influenza di scopi ambiziosi e di una continua superstizione astrologica. ^

Si

se egli

i


PARTE SESTA

246 mantenersi

scomunica papale, e che tutta

ribelli alla

una luce tanto

loro personalità appare in

la

sinistra special-

mente per questo

fatto,

che in Braccio

sentimenti anti-religiosi erano portati

a

tal

punto

tali

sebbene però

ad esempio, egli mon-

di esagerazione, che,

tava in furore

all'

udire

anche vero

sìa

monaci cantare

i

salmi e

i

li

faceva precipitare dall'alto di una torre,^ « mentre co'suoi soldati

si

pitano ». dottieri

mostrò sempre mite, quanto leale e prode ca-

Ma

di regola ciò che spinse

sembra

essere

stata

né per altra parte mancò

1'

al delitto

i

Con-

guadagno

del

avidità

di contribuirvi la stessa loro

posizione altamente immorale

;

ed anche

gli atti di cru-

sembravano trascorrere per puro capriccio, non erano quasi mai senza uno scopo, fosse pure anche

deltà, ai quali

soltanto quello di incutere spavento nelle moltitudini.

come già loro movente

efferatezze degli Aragonesi,

pag. 48, 49), ebbero di

il

Un

vendetta e nella paura.

s'è

veduto

principale nella sete

furor sanguinario

senza scopo, una gioja infernale nel male in Cesare Borgia, spagnuolo, le cui di

gran lunga

servire (v. voi.

si

immanità superano faceva

pag. 152). Poscia una speciale

piacenza nel delitto scorgesi in Sigismondo tiranno di Rimini (v. voi.

Curia romana soltanto,'

quasi

riscontrerà

gli scellerati intenti, ai quali le I,

Le

(v. voi. I,

com-

Malatesta,

I,

pag. 44 e 301), cui non la

ma il

giudizio terribile della storia

accusa di assassinj, di violenze, di adulterj, di spergiuri e di tradimenti, ripetuti anche più volte. Quanto al fatto

più orribile, la tentata violazione del proprio figlio Roberto,

che questi respinse

colla

spada sguainata alla

1 Giornali napoletani j presso Murat. XXI, ann. 1425. 2 Pii II Comment. L. VII, p. 338.

col.

1092,

ad


LA MORALE E LA RELIGIONE

247

mano,' parrebbe essere stata non tanto l'effetto di una depravazione che vince ogni limite, quanto di una su-

La

perstizione astrologica o magica.

stessa cosa

posta per spiegare la violenza usata

da Pier Luigi Farnese

Ora di

Parma,

di

al

vescovo

figlio

di

s'

è sup-

di

Fano

Paolo IIL

se noi, dopo tutto questo, possiamo permetterci

raccogliere

insieme

tratti principali del

i

carattere

degli Italiani d' allora, quale ci vien fatto conoscere

uno studio

da

della vita delle classi più elevate, se ne po-

trebbero per avventura dedurre le conclusioni seguenti. Il vizio

fondamentale di esso carattere fu la condizione

stessa della sua grandezza;

mente

sviluppato. Questo

si

l'individualismo

soverchia-

dapprima tacitamente

ribella

air ordinamento politico sussistente, per lo più tirannico

ed illegittimo, e quanto pensa e

fa, gli

viene, a ragione

a torto, ascritto a tradimento. Alla vista

dell'

egoismo

che trionfa, esso comincia, nell'interesse proprio, la

di-

fesa del diritto, e colla vendetta che esercita, cade in

braccio ai ciechi istinti,

mentre crede

di ristabilire

la

sua pace interna. L'amore va in traccia di un altra indidividualità

ugualmente sviluppata

,

la

donna

altrui.-

Di

fronte ad ogni obiettività , e ad ostacoli e leggi d' ogni

maniera, esso ha

il

sentimento della propria autonomia

ed opera conformemente ad esso in ogni singolo caso, secondo che nel suo interno riescono a conciliarsi

il

sen-

timento dell'onore e la cura del proprio interesse, un astuto calcolo e la passione, la generosità e

il

desiderio

della vendetta.

1

Jov. Pontan.

De

imnianitate, dove

abbia reso gravida anche la propria 2

Varchi, Storia fiorent.

senza mutilazioni, come, per

sulla fine. es.,

si

dice che Sigismondo

figlia e simili.

(Se

T opera è stampata

nella edizione milanese).


PARTE SESTA

248

Ma

se l'egoismo, tanto nel senso più largo che

più ristretto,

è

scelleratezza,

non

la

nel

radice e la fonte principale d'ogni v'

ha dubbio che

il

popolo

italiano

giunto allora a tal grado di sviluppo individuale, vi andò più dappresso che qualunque altro popolo.

Esso però non giunse a questo sviluppo per colpa sua,

ma

bensì per decreto della storia

poiché, per

con

mezzo della cultura

lui tutti

in poi

i

popoli d' occidente,

non vivono, né

si

movono

;

ci

arrivò solo,

italiana, ci arrivarono

in

i

quali da quel

verun

tempo

altro ambiente.

Questa tendenza, per sé

stessa, non è né bene, né male, una necessità, che fé nascere un'idea del bene e del male essenzialmente diversa da quella del medio-evo.

ma

L'Italiano

del

Rinascimento dovette affrontare pel

primo r urto violento

di

quella

nuova èra mondiale.

Colle sue doti e le sue passioni, egli divenne

il

più no-

tevole rappresentante di tutte le altezze e di tutti gli abissi del si

suo tempo. Vicino alla più profonda corruzione

svolse la più nobile armonia della personalità, ed un'arte

gloriosa che esaltò la vita individuale ad

non seppero o non vollero pervenire né il

medio-evo.

un punto,

cui

l'antichità,


CAPITOLO

II

La Religione nella vita quotidiana. Difetto di

una riforma.

Posizione degl' Italiani di fronte alla Chiesa.

Odio contro la gerarchia e le fraterie. I frati mendicanti. L'InGli ordini religiosi superiori. quisizione domenicana. Abituale ingerenza della Chiesa e de' suoi riti. Apostoli di penitenza. Gi-

— — L" elemento pagano nelle credenze popolari. — La fede nelle reliquie. — culto di Maria. — Oscillazioni nel culto. — Grandi epidemie religiose. — Loro ordinamento poliziesco in Ferrara. —

rolamo Savonarola.

Il

In strettissima attinenza colla moralità di un popolo sta la questione della sua credenza religiosa, vale a dire

della sua fede

videnziale del

maggiore o minore in un governo prov-

mondo,

come predestinato dannato

sia

che questa fede

lo

riguardi

come conad una imminente rovina.^ Ora V inquel tempo è notissima, e chi ne

alla felicità o lo consideri

al dolore e

credulità italiana di

cercasse le prove, potrebbe assai facilmente raccoglierne

testimonianze a migliaia.

Ma

anche qui noi

ci

limiteremo

a fare le debite distinzioni, astenendoci da qualsiasi giudìzio assoluto e definitivo.

^

Su

(li

e le persone.

che naturalmente variano Il

opinioni secondo

1

luoghi

città e delle epoche, nelle

una decisa tendenza a godere la vita. Le cupe manon cominciano in generale a manifeche sotto la dominazione straniera del secolo XVI.

quali prevalse

linconie degli uomini scrii starsi

le

Rinascimento ebbe delle


250

PARTE SESTA

La credenza avuto

la

alla Divinità nei

sua origine e

il

tempi precedenti aveva

suo punto

d'

appoggio nel Cri-

stianesimo e nel suo simbolo esterno, la Chiesa.

Quando

questa degenerò, l'umanità avrebbe dovuto distinguere e mantenere la sua religione ad ogni costo.

Ma

un

tale

postulato è più facile a presupporsi, che ad effettuarsi.

Kon

ogni popolo è abbastanza calmo e flemmatico sino a tollerare una permanente contraddizione tra un principio e la sua personificazione esterna. Ed è per l'ap-

punto la Chiesa che cade in questa contraddizione e che ciò si tira addosso la più grande responsabilità, che

con sia

mai stata nella

iutti

i

storia. Infatti ella

ha sostenuto con

mezzi della violenza una dottrina corrotta e

nata a tutto vantaggio della sua onnipotenza, della propria inviolabilità,

si

lo

:

indi,

ha menato

spirito e la coscienza dei

spingendo

svi-

conscia

lasciò cadere in braccio alla

più scandalosa demoralizzazione tale sua condizione, ella

e,

per mantenersi in

colpi mortali contro

popoli, alienandosi cosi e

ella stessa all'incredulità molti spiriti elevati,

che nella loro coscienza non poterono più restarle

fedeli.

Ora innanzi tutto sorge da sé la domanda: perchè dunque l' Italia tanto progredita nella cultura non reagì con maggior vigore contro gli abusi della gerarchia, perchè non effettuò essa una Riforma simile alla tedesca e prima di questa? C'è una risposta, che a prima vista sembrerebbe dover appagare chiunque, vale a dire, che l' Italia non s'era proposta altro scopo, fuorché

mentre

di

negare la gerarchia,

l'origine e la libertà assoluta della

sono dovute

alle

Riforma tedesca

dottrine positive della giustificazione

per mezzo della fede e della

inefficacia delle

buone opere.

Egli è certo che queste dottrine non cominciarono a diffondersi dalla

Germania

in

Italia se

non assai

tardi,


251

LA MORALE E LA RELIGIONE e quando già la potenza spagnuola vi afforzata da potervi

parte mediante

Ma

il

era talmente

si

opprimere, parte immediatamente,

Papato e

già anche nei moti

suoi strumenti, ogni cosa.^

i

religiosi d' Italia dei

teriori, dai Mistici del secolo

XIII sino

tempi an-

Savonarola,

al

oravi un grande elemento di vera fede, cui, per matu-

non mancarono che le occasioni, come più tardi mancarono alla setta degli Ugonotti, animata essa pure da sentimenti veramente cristiani. Avvenimenti colossali come la Riforma del secolo XVI escono in generale, per rare,

che riguarda

ciò

le singole particolarità e

il

loro

modo

di manifestarsi e di svolgersi, dalla cerchia di qualsiasi

calcolo storico-filosofico, per quanto anche

tutta evidenza mostrarne la necessità. rito,

il

loro

balenare improvviso,

il

I

in essi agiscono, noi

mai

possa con spi-

espandersi e

loro

l'intima loro essenza sono e rimangono

un enigma, almeno

si

moti dello nostri

ai

occhi

in questo senso, che, delle forze

che

ma

non

non conosciamo che questa,

tutte. I

sentimenti delle classi superiori e medie in Italia

verso la Chiesa al tempo in cui

colmo del soo splendore,

si

il

malcontento profondo e beffardo e segnata alla gerarchia, in quanto vita esterna, nonché in

Rinascimento era

al

manifestano in un misto di di

sommissione ras-

essa

s'

intreccia alla

un certo sentimento

pei Sacramenti, per le ceremonie sacre e pei

di rispetto riti.

A

tutto

1 Ciò che noi chiamiamo lo spirito della Contro-riforma, erasi già sviluppato in Ispagna buon tratto di tempo prima della Riforma, e precisamente per mezzo di una scrupolosa sorveglianza

una parziale riorganizzazione di ogni ordinamento ecclesiaFerdinando ed Isabella. La fonte principale su questo Vita del card. Ximenes, presso Rob. argomento, è il Gomez

e di

stico sotto

,

Velus, Rer. hispan. scriptores.


PARTE SESTA

252

questo possiamo aggiungere, come speciaììtà al tutto caratteristica dell' Italia, la

grande influenza personale eser-

da alcuni sacri oratori.

citata

Suir avversione degl' Italiani per si

la gerarchia,

quale

manifesta specialmente da Dante in poi nella lettera-

tura e nella storia, esistono estesi lavori speciali. Della posizione del Papato di fronte all' opinione pubblica abbiam dovuto già dare qualche cenno altrove (v. voi. T, pagine 140 e 293), e chi volesse su ciò testimonianze

autorevoli, potrà leggerle nei celebri passi relativi dei

« Discorsi » del Machiavelli e nel Guicciardini (non

qualche rispetto in via morale e alcuni parrochi

canonici e

i

:

'

migliori tra

i

per contrario

i

vescovi

semplici cappellani,

i

i

frati sono riguardati, quasi senza eccezione,,

come persone le più

mu-

Fuori della cerchia della Curia romana, godono

tilato).

sospette, sulle quali

s'accumulano spessa

vituperose accuse, che prendono in fascio l'intero

ceto al quale appartengono.

Fu

già asserito da

altri,

rono condannati a portar di tutto

il

clero,

perchè di

che

essi

gli ordini

religiosi fu-

pena

delle colpe

soli la

essi soltanto si

poteva beffarsi

impunemente.' Ciò è erroneo sotto ogni punto

di vista.

J Si noti, che i novellieri ed altri dileggiatori non parlano quasi mai di nessun vescovo, mentre per verità avrebbero facilmente potuto trovar motivo di farlo, fosse pure mutando i nomi.

II, Nov. 45; ma almenziona anche un vescovo virtuoso. Gioviano Fontano nel « Caronte » fa apparire 1' o«ibra di un vescovo molto pingue « a passo d' anitra ». Di quanto poca levatura fossero ì

Ciò accade in via eccezionale, nel Randello, trove

(II,

40) egli

vescovi italiani d'allora in generale vegg. in P. Giovio, 2

Foscolo, Discorso sul testo del

Decamerone

:

Ma

p. 387.

de' preti

in dignità ninno poteva far 'inotto senza pericolo; onde ogni frate fu

V irco

delle iniquità d'Israele ecc.


253

LA MORALE E LA RELIGIONE

Essi figurano in modo più spiccato nelle novelle e nelle commedie appunto perchè ambedue queste specie letterarie domandano dei tipi fissi e ben conosciuti, nei quali riesca facile alla fantasia di compiere ciò che la novella

o

la

commedia soltanto accennano. Del neanche

vella non risparmia

resto

no-

la

clero secolare.' Oltre a

il

innumerevoli tratti in tutta la rimanente letteratura provano con quanta audacia si parlasse e scrivesse pubblicamente anche intorno al Papato e alla Curia romana,

ciò,

non potrebbe attendersi

ciò che naturalmente

in

quei

generi, che sono una libera creazione della fantasia. Per

ultimo ai

frati

non mancarono

in allora

i

mezzi di ven-

dicarsi talvolta terribilmente.

Ma, comunque

questo in ogni caso è certo,

sia la cosa,

che contro gli ordini religiosi l'avversione era grandissima, e che essi figuravano disprezzo in cui

come una prova vivente

tenevano la vita claustrale,

si

rarchia ecclesiastica,

sistema delle credenze, la rehgione

il

insomma, secondochò a torto o a ragione neralizzando

più

ammettere che

l'

meno

o

del

la ge-

Italia

i

giudizi.

si

In ciò

venivano gesi

può ben

avea conservato una assai chiara

e precisa ricordanza dell'origine primitiva di ambedue i

grandi ordini mendicanti, e che anche allora non aveva

1 della Parte II, non disdice tanto a chicchessia, quanto ai preti, che non hanno nessuna famiglia cui debbano provvedere ecc. e con questo ragionamento viene poi a giustificare una iniqua aggressione fatta ad un parroco di campagna da un giovane signore assistito da due soldati o banditi, che, per i

II

Bandello prelude, per esempio, alla Nov.

col dire che

il

vizio dell' avarizia

,

punirlo della sua avarizia, approfittano della sua impotenza cagio-

un montone che possedeva.

nata dalla podagra e

lo

derubano

Basta una sola storia

di

questo

molte dissertazioni,

qual corrente di idee allora

agisse.

in

di

genere a mostrare, meglio che si

vivesse e

si


PARTE SESTA

254

dimenticato essere stati essi

primi rappresentanti della

i

reazione/ che sorse contro quella che suol dirsi l'eresia contro

il

primo vivace

spirito italiano.

E

1'

del secolo XIII, vale a dire

moderno

sveglio del

lizia spirituale,

che rimase affidato

di

ri-

ufficio della po-

preferenza all'or-

dine dei Domenicani, non ha certamente poco contribuito

ad attirare su questi un sentimento

di segreto

odio

e-

di disprezzo.

Quando Sacchetti, il

si

si

legge

Decamerone

il

e le novelle di

crederebbe impossibile

il

Franca

portare più in là

sistema della maldicenza e della denigrazione a carico

ambedue i sessi. Ma verso il tempo della Riforma questo linguaggio assume un' intonazione ancor più risentita. Lasciando anche stare l'Aretino, che ne' suoi « Ragionamenti » non tira in campo la vita claustralede' claustrali d'

se

non come un

pretesto, per dar libero sfogo alle sue

tendenze volgari, noi citeremo per monio,

il

tutti

un

solo testi-

Masuccio Salernitano, colle prime dieci

sue cinquanta novelle. Esse sono scritte da un è al colmo dell'indignazione, la

maggior

stri

e,

coli'

della-

uomo che

intento di dar loro

possibile pubblicità, son dedicate ai più illu-

personaggi del tempo, perfino allo stesso re Ferrante

e al principe Alfonso di Napoli. I racconti sono in parte

già vecchi, e taluni del Boccaccio;

r impronta e

di

ma

si

conoscono

ancora sin dai tempi

ve ne sono anche

una spaventevole

altri,

attualità. Il

che hanno

pervertimento

dissanguamento delle moltitudini, per mezzo

il

miracoli e

un genere

riempiono d'orrore e serio e sensato.

1

Dei

Giov. Villani,

III,

di falsi

di vita pieno di vizi e di scandali,

di

raccapriccio ogni lettore alquanto

frati minori,

che vanno attorno sotto

29, lo dice assai

chiaramente un secolo dopo.


255-

LA MORALE E LA RELIGIONE

« e vanno discor-

pretesto di elemosinare, vi è detto:

rendo

regni e

i

paesi con nuove maniere

li

d'inganni,

poltroneggiando, rubando, lussuriando, e quando ogni arte-

a loro vien meno,

va con tunicelle

racoli, e chi

con r ordine

fingono santi e mostrano fai^ mi-

si

san Vincenzo, e quali

di

san Bernardino, e

di

'

r asino del Capestrano

». Altri si

tali col

capestro del-

procacciano manuten-

che fingendosi « quale attratto, quale cieco ed

goli,

d' incurabili infermitati

altri

oppressi, toccando le fimbrie dei

loro vestimenti, con la virtù delle reliquie, con alte voci

confessar

sentono per lo toccare del santo predicatore-

si

essere liberati, e sopra ciò

pane

si

grida

:

misericordia

!

cam-

,

suonano e lunghi processi e autentiche scritture

si

fanno ». Egli accade che un frate, mentre predica, è audacemente accusato di menzogna da un altro, che sta giù in mezzo al popolo -ma tostamente questi diviene si

;

ossesso, e allora

guarisce:

tutto

il

predicatore lo fa condurre a sé e la

il

pura commedia, dalla quale però

frate raccolse tanto danaro, che potè

cardinale un vescovato, che poi egli e

godettero agiatamente durante

il

il

suo complice

resto dei loro giorni.

E

«

altri.

zialità

gli

seducono

loro,

Ma-

succio non fa veruna speciale differenza tra francescani

domenicani, perchè

il

comperare da un

e

uni stanno degnamente a paro degli

gì'

insensati secolari a pigliar le par-

talché e per

li

seggi

'

e per le

piazze ne

questioneggiano pubblicamente, e qual franceschino e qual

domenichino diviene! » Le monache son tutta cosa dei frati; e se

taluna entra in qualche rapporto

con

laici,

vien tosto imprigionata e perseguitata, mentre tutte le

1

2

Probabilmente Seggi erano

poletana.

La

s'

intende la sua tavoletta col motto

le classi, nelle

Ili,

H

S,

due ordini è sovente messajin ridicolo^ Nov. 14.

rivalità dei

dal Bandello, per es.

I

quali era ripartita la nobiltà na-


PARTE SESTA

256

contraggono nozze formali coi

altre

fino

si

celebrano messe,

si

quali per-

frati, nelle

stabiliscono patti e

si

spreca

medesimo, scrive l'autore, non una, ma più volte sono intervenuto e ho visto e toccato con mano. Tali monache poi o partori-

lautamente in

scono di

non

bevande.

cibi e

monachini

belli

far venire

o

...

« Io

arti usano,

d' infinite

E

parto a compimento...

il

se

per

alcuno

dirà questo esser bugia, miri tra le fetide cloache delle

monache, e quivi vedrà

monianza aperta, e

ossa della già fatta uccisione,

per Erode in

gì'

commessi un cimiterio non minore

di loro

vi troverà

omicidii testi-

di quella,

s'

che

innocenti ebrei fu operata ». Tali e so-

Ma

miglianti fatti nasconde la vita claustrale. si

tenerissime

di

i

monaci

assolvono facilmente l'un l'altro nella confessione, e

impongono

per

le

un

la penitenza di

quaU negherebbero

'pater noster per cose,

come uno scomunicato

anzi lo tratterebbero

« Aprasi adunque la terra e insieme con

con la moltitudine sca! »

tanti

di

ad un

affatto l'assoluzione

un

laico,

eretico.

lor fautori,

li

vivi

poltroni

o

li

trangiotti-

In un altro luogo, giacché la potenza dei frati

mondo, Mami pare per loro degno ed eterno gastigamento che sia altro da dire, che se non che Iddio possa presto distruggere il Purgatorio, a tale che non potendo di elemosina vivere, andassero alla zappa, onde la maggior parte di Itro hanno basa sulle paure

essenzialmente

si

succio esprime

un desiderio

dell' altro

assai strano

:

« non

già contratta la origine ».

Se sotto Ferrante dedicare gli

scritti

a

che

parte dallo sdegno falso miracolo, che 1

il

Per

ciò

si

I,

si

il

cfr.

Not\

fatto

di dargli

Jov. Pontan.

32.

tali

cose e

dipendeva in gran

era svegliato in lui per un

avea tentato

che segue

Bandelle, Parte

potevano scrivere

si

lui stesso,

a credere.' Per

De Sermone,

L.

Il,

e


LA MORALE E LA RELIGIONE mezzo

di

una tavola

257

bronzo portante un'iscrizione, se-

polta dapprima nelle vicinanze di Taranto e poi dissotterrata, erasi fatto

tentativo di indurlo a forza ad

il

persecuzione contro

Spagna;

e

quando

gli

una

non dissimile da quella

ebrei,

egli intravide

l'inganno,

si

di

era cer-

cato di persistere in esso. Egli aveva anche fatto sma-

scherare un falso digiunatore, come già prima di lui avea fatto

anche suo padre Alfonso. La corte adunque non

aveva almeno veruna complicità nella diffusione

di quelle

cieche superstizioni.*

Citammo un autore, che

ma

ben lontano

incontrano in

letteratura.' il

con molta serietà,

scrive

dall' essere

vamente

i

che parli in

frati

mendicanti

copia dovunque, e ne è piena tutta la

Non

Rinascimento

solo,

il

modo. Invettive e dileggi contro

tal s'

egli è

nemmeno permesso

è

breve

in

si

di dubitare,

sarebbe sbarazzato

di tutti questi ordini, se la

che

definiti-

Riforma tedesca e

la Contro-riforma non fossero sopravvenute. I loro predicatori popolari e essi

salvati.

Non

i

si

loro santi

non

si

sarebbero neanche

sarebbe trattato in sostanza che

d'intendersela a tempo opportuno con un Papa, che

sprezzava già

gli ordini

di-

mendicanti, quale era Leone X.

Se lo spirito del tempo non li riguardava omai più che come ridicoli o come abbominevoli, anche per la Chiesa essi erano divenuti piuttosto un imbarazzo, che un aiuto. E chi sa quale sarebbe stata allora la sorte del Papato stesso, se la

1

Riforma non

lo

avesse salvato.

Perciò quest'intrighi poterono anche

in

prossimità

essere apertamente denunciati. Cfr. anche Jov. Pontan.

di

e Charon. 2 In

essa

Antonhcs

via di esempio, l'ottavo canto della Macaroneide, 17


PARTE SESTA

258

potere arbitrario, che

Il

convento città

di

domenicani

si

padre

il

Inquisitore di

permetteva

dove risiedeva, era bensì,

un

di esercitare nelle

sul finire del secolo

XV,

ancora abbastanza grande per dar molte noie e provocar

ma

molti sdegni nelle persone più colte;

non godeva più

l'

tico spavento.^ Il punire

anche

i

il

an-

tenersi in guardia da dottrine erronee pro-

priamente dette riusciva

permetteva

l'

come già non era omai più

soli pensieri,

in altri tempi (v. pag. 15 e segg.), possibile, e

modo

ad ogni

antico prestigio, ne incuteva più

di sparlare

Se non v'era

anche a chi del resto

facile

liberamente del clero, come

l'aiuto di

un

forte

partito

si

tale.

(come fu nel

caso del Savonarola), era ben raro che, sulla fine del secolo

XV e

ne' primi anni del

cità dei roghi.

Nel più dei

XVI,

si

passasse alle atro-

casi gì' Inquisitori

si

accon-

tentavano, a quanto sembra, di una ritrattazione anche superficiale,

ed altre volte dovevano rassegnarsi a vemano il condannato, nel momento stesso

dersi rapire di

A Bologna (1452) da Verona era stato già, come negro-

in cui s'avviava al luogo del supplizio. il

prete Nicolò

mante, scongiuratore

di

demonii e sacrilego profanatore

dei sacramenti, pubblicamente degradato sopra di legno dinanzi alla chiesa di san

un palco

Domenico, e doveva

esser condotto al rogo sulla piazza maggiore, quando per-

via una schiera di armati lo liberò, e tuttociò accadeva

per ordine del gioannita Achille Malvezzi, noto fautore degli eretici e audace

1

La

storia leggesi

violatore

nel Vasari, V. p.

Botticelli, e mostra, che talvolta

zione. Del resto

quello

nicano.

dell'

il

di

si

monache.

120,

Il

legata

Vita di Sandro

scherzava anche

coli' Inquisi-

Vicario quivi menzionato può ben essere stato

Arcivescovo

,

anziché quello

dell'Inquisitore

dome-


LA MORALE E LA RELIGIONE (il

259

cardinale Bessarione) non potè avere nelle sue

che uno dei complici, e

non

un

fu torto

Degno

di esser notato è i

fatto

il

che

più

gli ordini

benedettini con tutte le loro

agiata che conducevano, non gli ordini

che parlano

mani

Malvezzi

onta alle loro grandi ricchezze e alla vita

affigliazioni, in

come

al

capello.'

ragguardevoli, vale a dire

stima,

ma

impiccare;

lo fé'

i

avevano

Può

primi.

tanta

in

disi-

sopra dieci novelle,

:

nove riguardano questi ultimi,

di claustrali,

ed una appena

si

mendicanti

vato la maggiore antichità

darsi che ad essi abbia gio-

dell' origine

;

ma

maggior

di

vantaggio certamente tornò loro la circostanza dell'es-

sempre mantenuti

sersi

alieni

degli uomini

pii,

dotti e

gerarchia non erano

da qualsiasi ingerenza po-

Fra costoro non mancarono

liziesca nella vita privata.

».

^

nella

migliori degli altri,

essi

se crediamo a quanto ne scrive perfino

Firenzuola

ma

d'ingegno svegliato,

nemmen

uno

di loro,

il

Questi paffuti monaci nelle loro larghe

cocolle, senza andarsi

consumando

la vita a piedi scalzi

e in zoccoli predicando qua e là con cinque paia di calzetti, in belle

pantufole di cordovano

si

stanno a grattar

la pancia entro alle belle celle fornite d' arcipresso.

quali, se è di mestiere alcuna volta

su

le

mule quartate

e in

sui

molto agiatamente diportando. troppo la mente a studiar molti

Ann. Bonon.

grassi ronzini

Nò libri,

si

curano

vanno

affaticar*

acciocché la scienza >

ap. Murat. XXIII, col. 886, cfr. 896.

1

Bursellis,

V. pag. 96 e segg. Egli era abate dei Vallombrosani. (lai voi.

II,

p.

209, Nov. X.

Una

della vita agiata dei Certosini veggasi nel fol.

si

2

passo è tolto

Ai

uscire di casa, in

32 e segg., citato già a pag. 92.

piccante descrizione

Commentario

d'Italia^


PARTE SESTA

260

che da quelli apprendessero, non li facesse elevar in superbia come Lucifero e li cavasse della loro monastica semplicità >. la letteratura di quei

Chiunque conosca cederà che qui noi

che è indispensabile a dar

Che

con

poi,

prove del nostro

le

per

ciò,

assunto.**

opinioni sul clero e sui monaci, in mol-

tali

anche

tissimi venisse fortemente scossa

v'ha

tempi con-

limitiamo a riferire soltanto

ci

la fede a

di più sacro in generale, è cosa più

quanto

che evidente

sé.

E

che

terribili giudizi

non

ci

tocca di udire! Noi non

.ne addurremo, concludendo, che un solo, da poco stam-

pato e ancora assai scarsamente conosciuto. Esso è del

grande

storico Guicciardini, stato già molti anni al ser-

vizio dei

Papi medicei,

lasciò scritto

me

:

'

il

quale (1529) ne' suoi aforismi

« Io non so a chi dispiaccia più che a

la ambizione, la avarizia e la

perchè ognuno ciascuno

e

moUizie dei preti,

di questi vizii in sé é odioso, sì

tutti

insieme

si

convengono poco a chi fa

professione di vita dependente da Dio

sono

vizii sì

contrarli,

si

perchè

;

e ancora perchè

che non possono stare insieme se

non in un subbietto molto strano. Nondimeno il grado che ho avuto con più Pontefici, m' ha necessitato a amare per il particolare mio la grandezza loro e se non fussi ;

questo rispetto, avrei amato Martino Lutero quanto

medesimo, non per liberarmi religione cristiana nel

1

Pio

modo che

me

indotte dalla

è interpretata e intesa

per principio avrebbe voluto V abolizione del celibato

II

«cclesiastico

dalle leggi

:

Sacertìhus

magna

ratione suhlatas nuptias majori

restituendo^ videriy era una delle sue sentenze favorite. Platina,

Vitae Pontiff. p. 311. 2 Ricordi, N. 28. delle Opere inedite, voi

I.


LA MORALE E LA RELIGIONE

commuaemente di scelerati a'

ma

,

per vedere ridurre questa caterva

termini debiti, cioè a restare o senza

o senza autorità Il

i

medesimo Guicciardini

e che

filosofi i

e

i

ritiene anche,' che riguardo

siamo compiutamente

al buio,

teologi su ciò non dissero che delle pazzie,

miracoli

s'

incontrano in tutte le religioni,

fanno prova per veruna in particolare, e fine riguardare

La

vizii

».

alle cose soprannaturali noi

che

261

come fenomeni

fede che trasporta

i

si

ma non

possono alla

naturali ancora ignorati.

monti, e che in allora

si

mani-

festò così viva nei seguaci del Savonarola, egli la nota

come un

fatto singolarissimo,

ma

senza veruna acerba

osservazione.

Di fronte a tali sentimenti il clero e il monacato aveano per sé questo vantaggio, che tutti erano abituati a vederli dovunque, e che la loro esistenza si toccava con

tutti gli ordini della vita sociale.

hanno sempre avuto nel mondo

È

il

vantaggio che

tutte le forti e vecchio

Ognuno poteva contare un parente o nel paludamento sacerdotale o nella cocolla del monaco, e quindi avere una prospettiva di protezione e di futuro guadagna istituzioni.

sul

tesoro della Chiesa; e nel centro

d'Italia

e*

era la

Curia romana, che in un momento poteva far ricchi suoi protetti.

spuntava

la

i

Tuttavia ciò non chiudeva la bocca, né

penna a nessuno.

I

detrattori più

maligni

sono per lo più monaci essi stessi o prelati, che godono laute prebende:

il

Poggio, autore delle famose faceiiae^

era ecclesiastico; Francesco Borni godeva un canonicato; Teofilo Folengo

"

era

monaco benedettino Matteo Ban-

1

Ricordi, N.

2

Per vero molto incostante.

1,

123, 125.

;


PARTE SESTA

262 dello,

che sparse tanto ridicolo sul suo stesso ordine, era

domenicano e nipote

un sentimento

di

un generale. Scrivono

per

essi

per bisogno di

di eccessiva sicurezza? o

salvare sé stessi dal discredito, in cui era caduto tutto

per un pessimistico egoismo,

l'ordine? o

pendia nel proverbio: « eppur

ma

prebbe dirlo;

Quanto

influenza su lui Il

com-

si

un po' di tutto questo.' non fu senza una certa in-

forse c'entrava

Folengo,

al

che

vive? » Nessuno sa-

si

si

sa che

nascente luteranismo.^

il

rispetto ai riti ed ai sacramenti, di cui

lato toccando del

Papato

(v.

è già par-

s'

sempre

voi. I, pag. 141), è

una cosa

sottintesa nella parte del popolo, che ancora

credeva;

ma

non manca neanche in

rebbero spregiudicati e

quelli,

che

di-

si

libertini, nei quali esso si

mani-

una ricordanza giovanile e colla preun antico simbolo, a cui ciascuno era abituato. Il vivo desiderio con cui al letto di morte s' invoca r assoluzione sacerdotale, mostra un resto di paura delle pene infernali anche in un uomo qual fu quel Vitellozzo,

festa colla forza di

potenza

di

abbiamo già

di cui altrove

fatto

cenno

(v. voi. I,

1.

e).

Un

esempio più parlante

La

dottrina inculcata dalla Chiesa del carattere indele-

di

questo difficilmente

si

troverà.

bile del sacerdote, di fronte al quale era indifierente la

sua persona, ebbe questo risultato, che fatto aborrire

il

forti spirituali.

si

prete e tuttavia desiderare

Vero

catori ostinati, che

è però che vi furono

poteva nel suoi con-

i

anche dei pec-

non se ne curarono, e uno

di questi,

per esempio, fu quel Galeotto della Mirandola," che

1

Cfr.

il

suo Orlandino cantato sotto

tocco, cap. XI,

str.

40 e segg. cap. VII,

il

nome

str.

di

Limerno

57, cap. Vili,

e segg. specialmente la 57. *

Diario ferrarese^ presso Murat.

XXIV

col. 362.

Pi-

str.

3


263

LA MORALE E LA RELIGIONE nel 1499 morì sotto

peso della scomunica, che portava

il

già da sedici anni. Durante tutto questo la città era stata sottoposta vi si celebrava

all'

tempo anche

interdetto, per cui

più la Messa, né

vi si

non

permetteva ve-

runa ecclesiastica sepoltura. Finalmente fra tutte queste contraddizioni merita di esser notato

il

potere esercitato sul popolo da quei pre-

dicatori entusiastici, che di tratto in tratto l'esortavano

a penitenza. Tutto il resto d' occidente si lasciava di quando in quando commovere dalle prediche di qualche santo monaco; ma che cosa era mai ciò in confronto commozioni periodiche delle

-delle

città e delle

campagne

d'Italia? Oltre a ciò l'unico che, per esempio, durante il

XV

secolo

smo,'

produsse in Germania un simile entusia-

era stato un

abruzzese di nascita, vale a dire

Giovanni Capistrano. Gli uomini che assumevano questa specie di apostolato, erano predominati nel nord da

un certo misticismo speculativo: nel sud invece erano espansivi

che

la

e

oratoria.

esercita

conventi

pratici,

e

partecipavano all'alto rispetto,

nazione aveva per la sua lingua e per Il

una azione lenta ;

il

1'

arte

nord produce V Imitazione di Cristo, che

dapprima

e

ristretta

sud dà uomini, che fanno sugli

un'impressione momentanea, Quest'impressione

si

ma

altri

ai

soli

uomini

gigantesca.

basa principalmente nel risveglio

della voce della coscienza.

Sono prediche morali, senza da una

astrazioni, piene di pratiche applicazioni, aiutate

vita di rigoroso ascetismo,

cui la fantasia già esaltata

^ Egli aveva con sé un interprete tedesco ed uno slavo. Anche san Bernardo dovette una volta, predicando nei paesi renani,

ricorrere ad un tale spediente.


PARTE SESTA

264 aggiunge da sé

la

potenza dei miracoli, anche contro

il

volere espresso del predicatore.^ L'argomento principale

non era tanto

minaccia della pena, quanto

la

dizione, che perseguita continuamente

è inseparabile dalla colpa.

ha

santi

le

fatta a Cristo e ai

sue funeste conseguenze anche nella vita

presente. In tal

modo

soltanto era possibile

ricondurre

concordia e alla penitenza uomini schiavi di sel-

alla

vagge passioni era

L'offesa

male-

la

colpevole e che

il

,

avidi di vendette e di delitti , e questo

scopo principale di

lo

prediche.

tali

Così predicavano nel secolo

XV Bernardino

Alberto da Sarzana, Giovanni Capistrano

,

da Siena,

Jacopo della

Marca, Roberto da Lecce (v. pag. 189) ed altri, e per ultimo anche Girolamo Savonarola. Contro ninna classe di

persone s'avevano tante sinistre prevenzioni, quante

contro

mendicanti

frati

i

:

essi le vinsero. Gli orgogliosi

umanisti criticavano e schernivano quelli alzassero la voce, dileggiatori.

penso

La

cosa non era

alla burla,

come era

già sin dal secolo

1

II

e nessuno

XIV

il

^

,

ma

bastava che

badava più

ai loro

nuova, e un popolo proavea cominciato

fiorentino,

a farne la caricatura,'' ogni volta

Capistrano, per esempio,

si

accontentava

di fare

il

segno

della croce su migliaja d'infermi, che gli erano condotti e di benedirli in

nome

della santa Trinità e di san Bernardino suo

mae-

che qua e là accadeva realmente qualche guarigione,, come in simili casi suole accadere. La cronaca di Brescia accenna al fatto con queste parole: egli fece di bei miracoli^ ma nel narstro, dietro di

andava oltre il vero. Per esempio il Poggio, De avaritia^

rarli si 2

Egli trova l'opera dei predicatori

tevano

le

stesse cose

e

facile,

congedavano

nelle

Opere^

perchè in ogni

il

fol.

2.

città ripe-

popolo, lasciandolo più

sciocco di quando era venuto. 3

Franco Sacchetti, Nov. 73: predicatori che non riescono nel

loro intento, sono un tema frequente in

tutti

i

novellieri.


LA MORALE E LA RELIGIONE che l'occasione

si

265

presentava; quando però comparve

il

Savonarola, seppe suscitare un tale entusiasmo, che ben presto tutta la cultura e l'arte furono sul punto di es-

sere compiutamente divorate dalle fiamme, che egli accese.

Nemmeno

le più ributtanti

imposture, colle quali

alcuni frati ipocriti coU'ajuto dei loro affigliati cercavano di

agire sull'animo dei loro uditori e di esaltarne la fan-

tasia

(v.

taneo

pag. 255), non valsero a spegnere quel subi-

entusiasmo.

Si

continuò a ridere delle prediche

grossolane degli oratori volgari, che cercavano

l'effetto

nei miracoli immaginarj e nella esposizione di false reliquie,'

ma

al

tempo

stesso

si

ebbe la più alta venera-

zione pei veri e grandi apostoli della penitenza. Questi

sono una specialità tuff affatto italiana del secolo

L'ordine

d'ordinario quello di San

precisamente dei così detti Osservanti e

là,

secondo ne vien fatta ricerca. Ciò

XV.

Francesco e li

manda qua

verifica prin-

si

cipalmente quando insorgono gravi discordie pubbliche o

anche quando

private in qualche città, od G la moralità pubbliche vi

messe. si

Ma

la sicurezza

trovano seriamente compro-

si

fama di un predicatore anche senza un motivo par-

se in tali missioni la

fa grande, tutte le città,

ticolare, lo vogliono: egli se

ne va, dove

mandano. Un ramo speciale

di

i

superiori lo

questa attività son le

prediche fatte per preparare la crociata contro

ma

noi non dobbiamo occuparci qui che di hanno per iscopo d' inculcare la penitenza.

1

Cfr. la

nota farsa del Decamerone. VI, Nov.

i

Turchi

' ;

quelle, che

10.

Con che la cosa acquistò un colore affatto speciale. Cfr. Malipiero, Ann. venet. Arch. Stor. VII, I, p. 18. Chron. venet. presso Murat. XXIV, col. 114. Storia bresciana^ presso Marat. XXI, col. 898. 2


PARTE SESTA

266

L'ordine delle prediche, quando lo

serbava meto-

si

dicamente, sembra essere stato quello che tiene la Chiesa nell'enumerazione dei sette peccati capitali; ma se il momento è stringente, l'oratore entra direttamente nell'argomento principale. Egli comincia la sua predicazione

probabilmente

avevano

gli

qualcuna

in

ordini o nel

grandi chiese, che

di quelle

duomo;

in breve la piazza

mag-

giore diventa troppo angusta per la moltitudine, che ac-

corre da tutte parti, e l'andare e

mente pericoloso per la predica

quale

i

1'

il

venire

oratore stesso.

si

fa estrema-

Ordinariamente

^

chiude con una immensa processione, nella

si

primi magistrati della

che

città,

lo

prendono nel

loro mezzo, a stento bastano a salvarlo dalla folla, che gli

si

accalca attorno per baciargli le mani e

i

piedi e

per disputarsi un brano della sua tonaca.^

Le conseguenze gere

,

dopoché

s'è

anticipate e le

più immediate, che ne sogliono emer-

predicato contro

mode

ceri, dalle quali

l'

usura, le compere

scandalose, sono l'aprirsi delle car-

per vero non escono se non

gli

sven-

turati che furono imprigionati per debiti, e la distruzione

per mezzo del fuoco di una quantità di oggetti di lusso

od anche

semplice passatempo, come, per esempio,

di

dadi, carte da giuoco, inezie d'ogni specie,

strumenti e

1

Storia bresciana, presso Murat.

2 Allegretto, 3 Infessura,

XXI

col. 865.

Diari sanesi, presso Murat. XXIII,

presso Eccard, {Scrijptor.

cantij brevi, sorti.

maschere,

musicali, formolo magiche,^ fìnte ac-

libri

I

II,

primi possono essere

quali furono arsi anche sotto

di Perugia, Arch. Stor. XVI,

I,

stati

Ma

Egli dice :

libri di

canzoni,

il

Oraziani (Cron.

p, 314) in simile

occasione dice:

Savonarola.

il

col. 819.

col. 1874).

brieve incaute, che senza dubbio deve leggersi brevi e incanti,

e una simile emendazione è forse da accettarsi anche neir Infesle cui sorti accennano anche senza ciò a qualche cosa di

sura,


267

MORALE E LA RELIGIONE

LA.

tionciature ecc. Tutto ciò veniva senz'altro elegantemente

figura

un palco detto talamo, con sopra una

sopra

disposto

diavolo,

di

poi

e

vi

appiccava

si

il

fuoco

(cfr.

pag. 131).

Ora viene chi da lungo si

confessa:

stituiti;

anche dei peccatori più induriti

la volta

tempo

si

vengono

beni ingiustamente usurpati

i

delle calunnie e d^lle maldicenze

ammenda. Oratori

;

tenne lontano dai sacramenti, ora

si

re-

fa onorevole

coraggiosi ed avveduti, quale

un Ber-

nardino da Siena,* s'addentrano assai destramente nella ordinaria

nudo

•al

quotidiana

vita le

magagne

loro

dei

uditori

nostri moderni teologi

mettono

e

Pochi dei

dei loro usi e costumi.

sentirebbero disposti a teiere

si

una predica « sui contratti, le restituzioni, le rendite pubbliche {il monte) e la dotazione delle figlie », quale egli tenne una volta nel duomo di Firenze. I predicatori meno prudenti commettevano facilmente, in simili con tanta foga contro singole

casi, l'errore di scagliarsi

persone e contro talune industrie e professioni,

•classi di

•che gli

a

sovreccitati passavano

uditori

vie di fatto contro

una predica

di

immediatamente

Bernardino

nel 1424, ebbe, oltre alla

distruzione di molti

terribile, vale a dire l'uccisione

esemplari ^

segg. *

tro

i

di

Marziale per abbruciarli. Bandello,

quella di

Allegretto,

1.

Enea

e. col.

Silvio,

823

giudici (se invece non

ben presto sarebbero

— Dopo

l'in-

raccolsero anche, per esempio, tutti gli

V, la sua notevole biografia in Vespasiano

—e

oggetti

una conseguenza ben più per mezzo del rogo della

superstizioso, forse al giuoco profetico delle carte. si

Roma

che egli tenne a

,

di lusso e strumenti di magia,

troduzione della stampa

Anche

veri o pretesi colpevoli.*

i

:

si

De

III,

Nov.

10.

fiorent. p.

244 e

viris illustr. p. 24.

un predicatore eccita

il

popolo con-

deve leggere giudei), su di che essi

stati arsi nelle loro case.


268

PARTE SESTA

strega Finicella, « perchè, dice diabolici uccise molti fanciulli e

sene

», e tutta

Roma

il cronista/ con mezzi ammaliò parecchie per-^

accorse a quello spettacolo.

sempre d'ammansare il demone della vendetta. Questa pacificazione si compiva d'ordinario verso la fine del corso delle prediche, quando IjO

scopo principale

della

predica era però

quello di riconciliare lunghi rancori

la

e

corrente della contrizione generale

poco a poco

a

aveva invaso la città intera, e quando da tutte parti non echeggiava che il grido: misericordia.^ Allora si veniva

alle solenni riconciliazioni, agli

anche se

le stragi reciproche

contendenti.

anche

città

amplessi

stavano tra

le

cordiali,,

due parti

Per uno scopo sì santo si richiamavano in banditi. Sembra che tali « paci » fossero

i

nel complesso osservate, anche quand'era passato

il

primo

entusiasmo, e allora la memoria del santo oratore restava benedetta per molte generazioni.

anche delle

miglie Croce e della Valle in

anche 1

il

Ma

ci

come quella

crisi fiere e terribili,

Roma

furono

delle fa-

(1482), nelle quali

grande Roberto da Lecce alzò indarno la voce.^

Infessura,

1.

e.

Sul giorno della morte della strega sembra,

esservi un errore di scrittura.

— Come

lo stesso

Santo abbia fatto il Va-

distruggere un famoso boschetto presso Arezzo, ce lo narra sari, III, 148,

Vita di Parvi Spinelli : spesse volte lo zelo sembra

essersi arrestato alla distruzione di certe località, simboli e stru^

menti. 2

Pareva che

3

Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 167.

l'aria si fendesse, è detto in qualche punto.

Non

è detto

ma

non può nemmen dubitarne. Anche Jacopo della Marca una volta, dopo uno strepitoso successo, aveva appena lasciato Perugia (1445), che scoppiò una terribile vendetta nella famiglia Ranieri. Cfr. il Oraespressamente, ch'egli

si

ziani,

si sia

1.

e.

pag. 565 e segg.

occupato di questa disputa,

— In quest'occasione giova notare

quella città fu forse più di qualunque altra visitata di catori:

cfr.

pag. 597, 626, 631, 637, 647.

tali

che.

predi-

I


LA MORALE E LA RELIGIONE Poco prima

della

sulla piazza della

revole

:

ma

settimana santa egli avea predicato Minerva ad una moltitudine innume-

la notte

una spaventevole

che precedette

giovedì santo, segui

il

dinanzi

carneficina

Valle in vicinanza del Ghetto

l'

:

palazzo

al

della

indomani papa Sisto

or-

che quel palazzo fosse atterrato, e poi assistette

dinò alle

269

ceremonie consuete

di quel giorno;

venerdì santo

il

Roberto tornò a predicare tenendo nelle mani un cifìsso;

ma

tanto

quanto

egli,

i

suoi

uditori

cro-

non pote-

rono far altro che piangere.

medesimi abbraccia-

violenti in lotta con sé

Spiriti

rono spesso, sotto l'impressione risoluzione di

prediche, la

di queste

Fra

entrare nel chiostro.

questi c'erano

specie ma anche soldati mezzo di sussistenza.^ A tale risoluzione poi coopera anche l' ammirazione pel santo monaco, al quale, secondo le proprie forze, si cerca di avvicinarsi almeno assassini e malfattori d' ogni

,

privi d'ogni

nella condizione esterna della vita.

L' ultima predica non è che

che

si

riassume nelle parole

turbe accompagnano

:7<x

una benedizione generale, pace sia con voi! Grandi

predicatore

il

ascoltano quivi ancora una volta

l'

nella vicina città e

intero corso delle sue

prediche.

Attesa l'immensa potenza, che questi santi uomini esercitavano,

il

clero e

i

rare che di farseli amici. intento era quello

*

Il

di

Capistrano, dopo

governi non potevano deside-

Un mezzo

ima predica,

— Oraziani,

di

raggiungere tale

che soltanto

far si

vesti

i

monaci

'

od

cinquanta soldati.

Enea Silvio 565 e segg. (De viris illustr. p, 25) una volta nella sua gioventù fu sul punto, dopo una predica di San Bernardino, di entrare nel suo ordine. Stor. bresciana,

2

Che

ci

1.

e.

I.

e. p.

sieno stati degli attriti fra

i

celebri predicatori

Minori Osservanti e gl'invidiosi Domenicani,

lo

mostra

la

dei

contesa


PARTE SESTA

270 almeno

che avessero ricevuto

gli ecclesiastici

minori, potessero salire

dine

la relativa corporazione se

modo

Ma

responsabili.

neanche qui

stabilirsi,

un

pergamo usavansi per come, per esempio, per

dette talvolta lasciavasi

(v. voi. I, pag.

qualsiasi

dire

i

« romiti

scopo di pubblicità, pubblicazioni,

giudiziarii,

atti

la

313

parola agli e segg.).

di persone,

'

», assai

umanisti ed ai

Oltre a ciò

che non erano né

aveano rinunciato

preti, e tuttavia

non poteva

preciso

limite

anche nelle prediche propriamente

lezioni ecc., e perchè

una classe ibrida

l'or-

ne rendessero in certo

poiché la chiesa e quindi anche

il

laici

gli ordini

pergamo, per modo che

il

al

frequenti in Italia,

oravi frati,

mondo, vale a i

quali talvolta

senza incarico di chicchessia facevano la loro comparsa ed infiammavano

popolazioni.

le

Un

caso di questo ge-

nere s'avverò a Milano dopo la seconda conquista fran-

intorno al sangue di Cristo colato dalla croce a inzuppare

reno

(1463).

il

ter-

Intorno a fra Jacopo della Marca, che non volle a

Pio II si niun patto sottomettersi all' Inquisitore domenicano esprime nell'estesa sua Relazione, (Comment. L. XI p. 511) con una ironia molto fina: Pauperiem, jpati et famen et sititn et cor^ poris cruciatum et mortempro Christi nomine nonmtlli possunt ,

:.

jacturam nominis vel minimam ferre recusant, tamquam sua propria deficiente fama Dei quoque gloria pereat. 1 La loro fama oscillava allora fra due estremi. Bisogna distinguerli dai monaci Eremitani. In generale i limiti a questo riguardo non erano netti e precisi. Gli Spoletini che andavano attorno come taumaturghi, si richiamavano sempre a sant'Antonio,

,

maneggiavano, a san Paolo il contado con una specie di magia spirituale, e i loro ronzini erano ammaequando si nominava sant' Antonio. Essi strati ad inginocchiaVsi simulavano di fare la questua per gli ospitali. Masuccio, Nov. 18, Bandello, III, Nov. 17. Il Firenzuola nel suo Asino d'oro dà lora

od anche, per causa

dei serpenti che

apostolo. Essi fin dal secolo XIII posero a contribuzione

,

le parti dei sacerdoti

questuanti di Apulejo.


LA MORALE E LA RELIGIONE cese (1516), in un

271

momento, non v' ha dubbio, un romito toscano,

di

sconvolgimenti pubblici:

partito del Savonarola, occupò per parecchi mesi

gamo

del

accendere altare

duomo, attaccò

non

chiesa, operò miracoli, e

non dopo avere sostenuto

fiere battaglie.

cennj tanto solenni pei destini d'Italia, lo

per-

il

gerarchia,

sul vivo la

fece

un nuovo candelabro ed erigere un nuovo

nella

vunque

grandi

forse del

non

profetico, e

spìrito

si

*

ritirò se

si

In quei derisveglia do-

dove

limita mai,

si

appare, ad una determinata classe di persone. Si sa, per

esempio, che prima del sacco s'

di

Roma

romiti

alcuni

erano mostrati qua e là in aria di veri profeti

(v. voi. I,

Quando fa loro difetto l' arte oratoria essi mandano messi con simboli, come fece, ad esempio, pag. 166).

,

queir asceta dei dintorni di Siena, che nel 1429

mand6 un

neir angustiata città un « romituccio », vale a dire

suo discepolo, con una testa alla quale stava

morto sopra un bastone,

di

appesa una scritta

di

sentenze

minac-

ciose desunte dalla Bibbia.'

Ma cipi,

neanco

i

le autorità,

monaci non risparmiavano spesso il

partenevano. Vero

i

prin-

clero e l'ordine stesso, al quale apè,

che nei tempi posteriori non

s'

in-

contra più una predica tendente direttamente all'eccidio della

tirannide,

come

quella' che

fu

invece rabbuffi arditi perfino contro propria cappella (v. voi.

1

Prato, Arch. Star.

2 Allegretto, 3

Ili,

I,

p.

VIII,

I,

la tirannide in generale, poi,

il

secolo

XIV

s'incontrano

Papa

nella

sua

pag. 316) e ingenui consigli

357. Burigozzo, ihid. p. 431.

presso Murat. XXIII,

Matteo Villani,

nel

ma

tenne fra Jacopo Bussolaro a Pavia,

col,

855 e segg.

e segg. Egli predicò

quando

dapprima contra

casa regnante dei Beccaria

la

aveva voluto farlo uccidere, indusse cRn una predica a mutar costituzione e le autorità, e costrinse

i

la

Beccaria a fuggire (1357).


PARTE SESTA

272 politici

a principi

che non credevano averne bisogno.

,

'

Sulla piazza del castello di Milano un predicatore cieco

Incoronata (quindi un agostiniano) osò nel 1494

dell'

pergamo a Lodovico non additare la via ai

dirizzare dal

« signore,

« a pentirtene

Moro

il

in-

queste parole

francesi

,

;

perchè avrai

Ci furono dei monaci profeti, che^ a

».'

quanto pare, non parlavano direttamente

di politica,

ma

davano quadri così terribili dell'avvenire, che gli uditori ne perdevano il senno. Un'intera compagnia di costoro, dodici francescani conventuali, percorsero, subito dopo l'elezione di

che

Leone

X

(1513), le diverse regioni

d' Italia,

erano dapprima ripartite fra loro. Quegli fra essi

si

che predicò a Firenze,^ fra Francesco da Montepulciano, suscitò

uno spavento sempre crescente nel popolo

mentre

le sue parole,

intero,

certamente rinforzate piuttostochè

anche a coloro, che per la gran non potevano venirgli dappresso. Dopo una di quelle prediche egli mori improvvisamente « di mal di petto » mitigate, giungevano folla

:

tutti accorsero a baciare

che

si

Ma

lo

fino le

i

piedi al cadavere, per

modo

dovette portarlo segretamente a seppellire di notte. spirito profetico,

donne e

i

una volta

contadini,

éi

surto, invase ora per-

potè più frenarlo se

non a stento. « Per mettere in qualche modo di buon umore le moltitudini, Giuliano de' Medici (fratello di Leone) e Lorenzo prepararono pel giorno di S. Giovanni

1

dei

Talvolta anche

monaci

,

le

per eccitare

case regnanti in tempi il

simile a Ferrara veggasi in 2

Prato, Arch. Stor.

Ili,

popolo alla

fedeltà.

difficili

Sanudo (Murat. XXII, p. 251.

chiesero

Qualche cosa

di

col. 1218).

Di fanatici predicatori surti

poi con tendenza anti-francesi, è fatta menzione dopo la cacciata dei francesi, dal Burigozzo, ibid. p. 443, 449, 485,

1526, 1529. 3

Jac. Pitti, Storia fiovent. L.

Il,

p.

112.

ad ann. 1523,


LA MORALE E LA RELIGIONE 1514 quelle splendide

nel

tornei, cui signori,

Ma

anche

il

feste, cacce,

Roma,

accorsero da

ma

sei cardinali,

oltre

273 mascherate e

ad alcuni grandi

travestiti ».

più grande apostolo e profeta di Firenze era

già stato arso fin dal 1498

Ferrara,* del quale qui

Girolamo Savonarola da

fra

:

accontenteremo di dar pochi

ci

«enni.

mezzo potente,

Il

quale egli trasformò e signo-

col

reggiò Firenze (1494-1498), fu la sua parola, della quale le

prediche rimasteci, scritte per

pronunciava, non

Non

molto imperfetta. si

presentava

lo

più mentre egli le

danno evidentemente che un'idea

ci

già che

mezzi esteriori coi quali

i

al pubblico, fossero

gran

imponenti;

fatto

che anzi la voce, la pronuncia, l'espressione retorica e costituivano piuttosto

simili

il

lato debole in lui, e chi

desiderava un oratore valente nello retorici,

andava a udire

Ghinazzano;

ma

nel

il

stile

e negli artifizi

di lui rivale, fra

Mariano da

discorso del Savonarola v'era

quell'alta efficacia morale, che

veramente non riapparve come una

più sino a Lutero. Egli stesso la riguardava ispirazione superiore, e

senza immodestia,

il

collocava quindi assai alto,

ma

ministero del predicatore, mettendo

quest' ultimo, nella grande gerarchia degli spiriti,

imme-

diatamente dopo r ultimo degli angeli.

Questa grande personalità, divenuta tutta zelo e

fer-

vore, compi inoltre un altro e maggiore miracolo, quello

d'indurre

1

i

propri

confratelli

domenicani del convento

Perrens: Jerome Savonarole, 2

ciali di

data un po' vecchia forse

derato.

— Più

tardi P. Villari,

(2 voi. in 8." Firenze,

il

La

voi.,

tra le molte opere spe-

meglio ordinato e

il

più

mo-

storia di Girol. Savonarola,

Le Monnier). 18


PARTE SESTA

274

di S. Marco, e poi tutti quelli della Toscana, ad intra-

prendere una grande e spontanea riforma di lor medeChi sappia che cosa

simi.

quanto

fosse

difficile

cangiamento in rivoluzione.

essi,

Una

il

fossero

allora

conventi e

i

anche

recare in atto

stupirà doppiamente di

volta

incominciata,

il minimo una simile

quella riforma-

si

venne sempre più consolidando pel fatto che l'ordine acquistava sempre nuovi proseliti in moltissimi che, approvandola, figli di

in san

si

rendevano addirittura domenicani. Molti novizi

Marco.

Ora, questa riforma di

come

case assai ragguardevoli entravano

dell'

ordine secondo le esigenze

un determinato paese era

il

primo passo verso una

chiesa nazionale, alla quale senza dubbio

vuto venire, se questo stato po' più a lungo. Infatti

si-

avrebbe do-

di cose avesse durato

un

Savonarola voleva bensì una

il

riforma di tutta la Chiesa, e a tal uopo

mandò

sul finire

della sua missione energiche esortazioni ai grandi e ai potenti per la convocazione di

dine e

il

un

Concilio.

Ma

il

suo or-

suo partito erano divenuti omai per la Toscana

l'unico organo possibile del suo spirito, l'elemento indi-

spensabile della sua vita, mentre

i

paesi vicini perdura-

vano neir antico sistema. Così a poco a poco, ma sempre progredendo, si venne formando per virtù di sacrificio e per forza di fantasia una idealità, che di Firenze voleva fare

un regno

Le

Dio sulla terra.

di

profezie,

il

ciato al Savonarola il

cui parziale verificarsi

una riputazione

aveva procac-

di santo, costituiscono

punto, rispetto al quale la fantasia tanto vivace negli

Italiani prevalse cospetti. In sulle

anche sugli animi più guardinghi e

prime

i

cir-

Minori Osservanti, pavoneg-

giandosi nella gloria che avea procacciato al loro ordine

Bernardino da Siena, credettero

di

poter schiacciare colla


275

LA MORALE E LA RELIGIONE loro concorrenza

il

ad uno dei loro

il

grande domenicano. Essi procurarono

pergamo del duomo, dove

le

querule

profezie del Savonarola furono superate da altre ancora

più esagerate, sino a che Pietro

de' Medici,

che allora

era ancor padrone di Firenze, impose silenzio pel mo-

mento ad entrambi i rivali. Poco dopo, quando Carlo Vili venne in Italia e i siedici furono cacciati, come il Savonarola avea chiaramente predetto, si tornò a non credere che a

lui.

confessare, che egli riguardo ai propri

Or qui bisogna

presentimenti e alle proprie visioni non procedeva con quella severa quelle degli

che era

critica,

altri.

Mirandola noi

lo

usare

dall' alto,

in onta

lui,

ricusò di entrare nel suo ordine,

non però

la

il

ad una intima voce,

Savonarola stesso aveva invocato da Dio una punizione su

a

di fronte

troviamo troppo duro e rigido verso

morto amico. Perchè Pico, che veniva

solito

Nella orazione funebre per Pico della

sua morte

:

tal

il

quale

ora, con ele-

mosine e con preghiere, s'era ottenuto almeno che l'anima sua fosse salva nel Purgatorio. Riguardo poi ad una consolante visione, che Pico aveva avuto sul letto di morte, e nella quale la Vergine gli era apparsa e gli avea promesso che non sarebbe morto, il Savonarola confessa di averla per lungo tempo ritenuta una mera illusione diabolica, ma essergli poi stato rivelato che la Vergine aveva

inteso la morte dell' anima, cioè

Se

tali

l'

eterna dannazione.

cose e somiglianti hanno a considerarsi per quello

che sono in in soverchia

fatto, cioè

questo grande giorni la

per sogni di una mente levata

presunzione, bisogna ricordarsi altresì che spirito

ne ha pagato negli ultimi suoi si possa immaginare,

pena più amara, che mai

quella di riconoscere egli stesso la vanità delle proprie visioni e profezie

;

ciò

che tuttavia non

gì'

impedi di av-


276

PARTE SESTA

viarsi alla

morte con animo calmo e devotamente

ras-

segnato.

suoi

fermo

alle

I

sue dottrine e

peraltro tennero

partigiani

ancora per tre decenni.

alle sue profezie

Alla riorganizzazione dello Stato egli non pose se

non perchè altrimenti

altri si

impadronito della cosa pubblica. giustizia se lo

si

Ma

sarebbe una vera 'in-

volesse giudicare dalla sua costituzione

semi-democratica dei primi mesi del 1495 p.

mano

sarebbe dannosamente

(v.

voi.

I,

113, nota). Essa non è migliore, né peggiore di tante

altre costituzioni fiorentine.'

In sostanza, per sadatto, che

si

tali

cose egli era

potesse immaginare.

l'

uomo

il

più

di-

suo vero ideale

Il

era una teocrazia, nella quale tutto in devota umiltà

si

prostra dinanzi all'Invisibile e in cui previamente ven-

gono eliminati

tutti

i

conflitti delle passioni.

pensiero sta in quella iscrizione apposta Signoria,

era

il

il

al

Tutto

il

suo

palazzo della

cui concetto ancora sul finire dell'anno

1495

suo motto favorito,^ e che nel 1527 da' suoi par-

tigiani fu rinnovata: Jesus

tini S. P.

cose di questo

mondo

egli

di quelli che potesse avere

sua opinione costante occuparsi

Christus rex populi fioren-

Q. decreto creatus. Colla vita terrena e colle

d' altro,

non aveva maggiori rapporti

un severo

infatti

era che

La uomo non deve

e rigido frate. l'

fuorché di ciò che ha una immediata

attinenza colla salute dell'anima.

1

II

Savonarola sarebbe forse stato V unico, che avesse po-

tuto restituire alle città soggette la libertà e tuttavia mantenere

comecchessia l'unità dello Stato toscano. Ma egli non sembra avervi mai pensato, e, quanto a Pisa, egli la odiava al pari di qualunque dei fiorentini. 2

Riscontro assai notevole coi Sanesi,

donato

i

aveano forma solenne alla

quali nel 1483

la loro città lacerata dai partiti sotto

Madonna. V- Allegretto, presso Murat. XXIII,

col. 815.


277

LA MORALE E LA RELIGIONE

In niuna cosa ciò appare tanto evidente, quanto nel

suo

modo

di considerare

cosa buona, dice

l'

antica letteratura. « L' unica

che Platone ed Aristotele hanno

egli,

fatto,

è quella di aver messo innanzi molte argomenta-

zioni,

che

possono utilmente adoperare anche contro

si

Tuttavia

gli eretici.

essi

ed

air eterna dannazione.

Una

ne sa più

Per

che

di Platone.

annientassero molti

si

Quando non

utili.

e'

altri filosofi

sono condannati

vecchierella in fatto di fede

sarebbe cosa ottima,

la fede

che del resto sembrano

libri,

erano ancora tanti

né tante

libri,

ragioni naturali e disputazioni, la fede cresceva più ra-

pidamente

di

La

quello che non sia cresciuta dappoi ».

lettura dei classici nelle scuole egli la vuol limitata ad

Omero, Virgilio e Cicerone scritti di

Girolamo e

il

;

resto

di Agostino, e

si

ma

discano non solo Catullo ed Ovidio, e Terenzio.

mento

di

completi con

per converso

anche Tibullo

Qui in sostanza non appare che un

paura

scritto a parte

deriva dalla

veder guasta

di

ammette

egli

la moralità;

addirittura

generale.

scienza in

Le

gli

ban-

si

il

ma

senti-

in

uno

danno, che

scienze, egli dice,

non dovrebbero propriamente essere studiate che da po-

non perisca

affinchè

chi,

umane, degli

ma

atleti

più

tica, la

a combattere

pronti

tutti gli altri

patrimonio delle cognizioni

il

specialmente perchè i

si

abbiano sempre

non dovrebbero conoscere che

la

gramma-

sana morale e la religione {sacrae literaé). Così

naturalmente tutta

la cultura ricadrebbe in

naci, e siccome

tempo

santi »

dell'eresia:

sofismi

al

stesso

dovrebbero reggere

reggitori sarebbero

dell'opera

gli

nuovamente

nemmeno

di

«

i

Stati,

mano

più dotti così

dei monaci.

e

ai

mo-

i

più

anche questi

Non

è prezzo

domandare, se l'autore abbia

in-

teso sul serio di venire a quest'ultima conclusione.

Più puerilmente

di

così

non

si

può ragionare. La


PARTE SESTA

278

semplice considerazione che

l'

antichità recentemente sco-

perta e la gigantesca espansione che acquistarono allora

potevano, secondo le circostanze, divenire una

le scienze,

splendida conferma della Religione, sono due circostanze

che non cadono

nemmeno

nella

Egli vorrebbe proibire tutto

modo non può tutt' altro

;

di quel

grand' uomo.

che in qualsiasi altro generale

In

eliminato.

che un liberale

egli tien

pio,

essere

mente ciò,

era

egli

contro gli astrologi, per esem-

sempre pronto quel rogo, sul quale poi

egli

stesso morì.^

Quanta potenza di volontà deve essere stata in quelr anima racchiusa in una mente così ristretta! Qual fiamma di entusiasmo non deve aver divampato in lui per dargli la forza

di trascinare

Fiorentini a ripudiar

i

quella cultura e civiltà, di cui erano stati cosi vivamente

innamorati

!

Una prova manifesta quantità

d'

neamente quali

si

oggetti

d'

e parlante se ne

ha nella enorme

arte e di lusso, che furono sponta-

sacrificati sui suoi

direbbero un

famosi roghi, di fronte ai

nulla tutti

i

talami

Ber-

di san

nardino da Siena e d'altri. Egli è vero però che

procedere del frate in

il

tali

circostanze fu molte volte tirannico e poliziesco. In ge-

nerale gli arbitrii,

ai

quali egli trascorse contro la

bertà individuale tanto pregiata in

mentre

si

sa

che, ad

Italia,

non sono

esempio, favoriva ed

spionaggio dei servi contro

i

li-

lievi,

esigeva lo

loro padroni, per poter più

facilmente recare ad effetto la sua progettata riforma dei

costumi in Firenze. Era un tentativo assai somigliante

a quello, che fece più

1

tardi a

Ginevra Calvino: questi

Degli impii astrologi egli dice:

loro) altrimenti che col fuoco.

non

é

da disputar (con


279

LA MORALE E LA RELIGIONE colla sua ferrea volontà e al

di

fuori

perdurando

lo stato d' assedio

riuscì ad effettuarlo,

della città,

senza ostacoli e contraddizioni d'ogni sorta: rola invece

cor più

i

falli,

il

ma non Savona-

e con ciò non fece che esasperare an-

Tra

suoi avversarii.

le

misure prese dispiacque

modo

particolare quella, per la quale un drappello di

fanciulli,

messi insieme dal Savonarola, penetrava a forza

in

nelle case per farvi incetta di oggetti destinati al rogo:

qua e colà

essi

vennero respinti con minacce e percosse,

e allora, per pur sostenere la finzione di un proselitismo

sempre crescente nella borghesia, furono deputati degli adulti ad accompagnare i fanciulli in qualità di loro protettori.

Per

tal

maniera nell'ultimo giorno

di

carnevale del-

l'anno 1497 e del seguente poterono aver luogo due grandi bruciamenti sulla piazza della Signoria. In mezzo

ad essa sorgeva una grande piramide a gradinate simile ai roghi, sui quali

solevano essere arsi

imperatori romani. Al

basso in

i

cadaveri degli

prossimità della base

vedevansi maschere, barbe e vestiti aggruppati insieme: più in su figuravano fra gli altri

Boccaccio e preziose

il

il

libri di

Morgante

il

del

pergamene e manoscritti miniati; sopra questi

fumerie, specchi, veli, acconciature, e

i

italiani,

Decamerone

Canzoniere del Petrarca, e in parte anche

vedevansi ornamenti muliebri e articoli

cora

ed

autori latini

del Pulci,

liuti,

di toeletta, pro-

più in

arpe, scacchieri, e carte da giuoco

due gradini superiori non contenevano che

:

alto

an-

finalmente soli ritratti,

specialmente di donne celebri per bellezza, appartenenti in parte alla classica antichità,

come per esempio, Lu-

crezia, Cleopatra e Faustina, in parte all'

poranea, come la bella Bencina, la celebri

Bina e Maria

de' Lenzi.

epoca contem-

Lena Martella

La prima

e le

volta un mer-


PARTE SESTA

280

cante veneziano quivi presente offerse alla Signoria 20,000 fiorini

d'oro per tutti gli oggetti accumulati sulla pira-

mide, e n' ebbe in risposta, che

si

farebbe fare anche

suo ritratto, per metterlo ad ardere insieme con

Al primo appiccare del fuoco

il

gli altri.

la Signoria assistette, af-

facciandosi alla loggia, e l'aria echeggiò di canti e del

suono delle trombe e delle campane. Poi la moltitudine

venne in massa sul piazzale di S. Marco, dove si ballò una danza concentrica: nella prima fila stavano i frati del convento, che

si

alternavano con fanciulli vestiti da

angeli; nella seconda giovani ecclesiastici e laici; nella terza vecchi, cittadini e sacerdoti,

incoro-

questi ultimi

nati di frondi d'ulivo.

Ma

né queste scene, né

le derisioni degli avversarii,.

alle quali

per vero non mancavano né

in quelli

talento necessario, non bastarono più tardi a

il

screditare la

memoria

del Savonarola.

rosamente

svolsero

i

si

le occasioni,

Quanto più dolo-

destini d'Italia,

Vero

è che

esattamente

non tutte

nelle

le

sue profezie

da

particolarità

più glo-

tanto

riosa apparve ai posteri la figura del grand' feta.

uomo

s'

e pro-

avverarono

ma

lui indicate;

le

grandi sventure generali, eh' egli aveva annunciato, pur troppo ebbero un adempimento

anche troppo

terribile.

Tuttavia bisogna pur riconoscere, che né

gli sforzi

de' suoi predecessori,

per rivendicare dicazione,'

al

cui,

come

cosa era omai evidente

1

V.

il

ufficio salutare della pre-

non valsero a salvare quest' ultimo

versale disprezzo, in

La

né quelli che fece egli medesimo

monacato V

:

istituzione, era

in Italia

passo relativo nella Predica

presso Perrens,

1.

e.

voi.

I,

pag. 30, nota.

dall' uni-

caduto.

non era più

XIV

possi-

sopra Ezechiello,


LA MORALE E LA RELIGIONE

281

bile verun' altra specie di entusiasmo, fuorché quella,

qualche grande e straordinaria

sapeva destare

che

indivi-

dualità.

Ora, se

prescindendo dal

dovesse,

si

ordini religiosi, constatare con precisione dizioni

e dagli

riuali

con-

trovasse V antica fede presso tutte le altre classi

si

apparirebbero assai differenti, secondochè

sociali, esse ci si

clero in

considerano in una luce diversa e sotto un determinato

punto

di vista.

Della necessità assoluta dei sacramenti e

abbiam già parlato altrove

dei riti ecclesiastici

pag. 141, voi.

Il,

pag. 262)

;

fede ed al culto, quali apparivano quotidiana, dove sono di

popolo e

il

Tutte

(v. voi.

diamo ora uno sguardo

sommo

nella vita

I,

alla

ordinaria

rilievo le abitudini del

rispetto per esse delle classi più elevate.

le pratiche di

penitenza necessarie all'acquisto

della celestiale beatitudine riscontransi nelle classi inferiori tanto delle città,

misura e

quanto delle campagne in ugual

medesimi pregiudizi, che nei paesi setten-

ed anche le persone colte se ne mostrano qua

trionali,

e colà

coi

fino

ad un certo punto persuase. Quei

cattolicismo popolare, che

hanno

del

lati

la loro origine nelle

an-

tiche gentilesche invocazioni o nelle rituali donazioni ed espiazioni per propiziarsi la Divinità, appaiono saldamente radicati nella coscienza di tutti. L' egloga ottava di Battista

Mantovano

citata già in altra occasione,^ contiene,

fra le altre cose, la preghiera di gine,

singoli interessi della vita rurale. si

un contadino

alla

Ver-

dove essa è invocata come patrona speciale dei

formava

terminate

Col

Madonne Quale

titolo

E

quali concetti

popolo della virtù miracolosa

il

!

:

De

di

non

certe de-

idea doveva mai averne quella

riisticorum religione.


PARTE SESTA

282 donna

fiorentina,'

che fece appendere

eoe

voto una pic-

cola botte di cera all'altare dell'Annunziata, perchè

amante, un

di lei

vendo un

botticelle di vino, senza che

da una lunga assenza,

marito, tornando

Per

meno che

tal

maniera

ora,

un pa-

speciale di singoli santi per singole classi. Più

tronato

è tentato

si

usanze

il

se ne accorgesse!

esisteva anche allora, né più, né

volte

il

poco a poco le era venuto be-

frate, a

monie pagane,

un certo numero

richiamare

di

Chiesa

rituali della

di

antiche cere-

cattolica alle

hanno stretta attinenza, ed è

colle quali

universalmente ammesso, oltre a che

suetudini locali e popolari,

ciò,

che non poche con-

vennero innestando

si

nelle feste ecclesiastiche, non sono che involontarie re-

miniscenze dei diversi

qua

pagani esistenti anticamente

riti

e colà in Europa. In Italia poi queste reminiscenze

sono manifeste in

modo

speciale tra le popolazioni

del

contado, dove, per esempio, prevale ancora V uso di pre-

parar

quattro giorni prima della festa della

cibi pei morti,

cattedra

di

S. Pietro,

vale

a dire

nel giorno preciso

(18 febbraio) delle antiche feste feralie,^ e dove può 1

Franco Sacchetti,

'Nov. 109,

dove sono

altri

af-

aneddoti di simil

genere. 2

Bapt. Mantuan.

De

sacris diehus^ L.

II,

esclama

:

Ista superstitio, ducens a Manibus ortum Tartareis, sancta de religione facessat Christigenum vi vis epulas date, sacra sepultis. !

Un

secolo prima, quando

Marca contro

i

Ghibellini,

l'

esercito di Giovanni

si

esplicita di eresia ed idolatria;

arrese spontaneamente

erano

stati adorati

Sotto Pio

II si

di nascita. e.

12.

Il

,

non

alcuni

tuttavia anche

isfuggi

ali*

Recanati, che

incendio, « perchè

Aen. Sylv. Opera:, più singolare

p. 289.

del sole,

si

quivi

idoli ». Giov. Villani, IX. 139, 141.

parla di un ostinato adoratore

fatto

XXII entrò nella con una accusa

giustificò l'invasione

urbinate

Histor. rer. ubique gestar.

accadde nel Foro romano sotto

Leone X: per causa di una pestilenza fu sacrificato con solenni riti pagani un toro. Paul. Jov. Histor. XXI, 8.


LA MORALE E LA RELIGIONE

283

fermarsi essere allora state in uso tante

antiche

altre

usanze, che solo assai più tardi furono sradicate del tutto.

Forse non sarebbe del tutto irragionevole

dire,

il

che le

più solide credenze religiose del popolo in Italia erano

appunto

quelle, che ripetevano la loro origine dagli usi

pagani.

Ora non sarebbe fìcile

sino ad

un certo punto troppo

dif-

dimostrare quanto una tale specie di fede pre-

il

dominasse anche nelle

come

classi più elevate. Essa,

s'

dimostrato toccando dei rapporti col clero, aveva in suo favore la forza delle abitudini e delle prime impressioni; e a farla trionfare contribuì non poco anche

s'aveva

alle

pompe

là taluna di quelle

anche

l'

amore che

nonché qua e

festive della Chiesa,

grandi epidemie rehgiose, alle quali

beffardi e gli scettici furono impotenti a resistere.

i

Ma

questioni ella è pur sempre

in queste

ricolosa

il

voler tirare con troppa

dovrebbe credere, per esempio, che

sioni assolute. Si

contegno degli uomini dovesse

offrire

cosa pe-

delle conclu-

fretta

colti

verso le reliquie dei

una chiave, che

lati particolari della loro

ci

il

santi

almeno alcuni

aprisse

coscienza religiosa.

E

nel fatto

certe differenze di gradazione non sono impossibili a di-

mostrare, non però cosi chiaramente, derabile.

Il

governo

XV

aver nel secolo devozione per

gnava

gli

in tutto

di

come sarebbe

pienamente partecipato a quella

avanzi di corpi santi,

l'occidente

(v. voi.

I,

che allora re-

pag. 99).

taluni stranieri, che allora vivevano a Venezia,

carono di uniformarsi a quel pregiudizio.'

1

r

Cosi

nomi

il

Sabellico,

dei santi al

De

modo

desi-

Venezia, innanzi tutto, sembra

sitii

Anche

non man-

Non

diversa-

venetae urbis. Bensì egli ricorda

dei filologi e senza preporvi Tappellativo


PARTE SESTA

284

mente sembrano essere andate Michele Savonarola

(v.

timento di orgoglio,

al

sacro

terrore.

Michele

frammischia altresì un al ricorrere

di

udissero per tutta la città

si

come

si

narra come,

ci

Con un sen-

I, pag. 201).

voi.

quale

grandi pericoli notturni, santi sospirare, e

Padova,

le cose nella dotta

alle testimonianze del suo topografo

se noi vogliamo stare

i

cadavere di

in tali occasioni al

una santa monaca di santa Chiara crescessero, continuamente rinnovandosi, le unghie e i capelli, come essa altre volte, incombendo gravi sventure, facesse romori sollevasse le braccia e simili. di

^

mazioni tronche e fantastiche.

minore e

Descrivendo la cappella

sant'Antonio nella sua basilica, l'autore esce in escla-

il

A

Milano non era

fanatismo del popolo minuto per le reliquie

quando una volta (1517)

ricostruendo

i

monaci

l'aitar maggiore,

,.

san Simpliciano^

di

scopersero

corpi

sei

di

santi e sopravvennero turbini e pioggie nel paese, tutti

attribuirono la causa di tali disastri a quel sacrilegio,

*

e non mancarono di battere per bene sulla pubblica via

quei monaci, dovunque

li

incontravano.

paesi d' Italia la fede non è così viva, e a in

prossimità dei Papi,

si

Ma

in altri

Roma

È

senza però trarne veruna conclusione definitiva.

universalmente con quanta solennità Pio colto in

Roma

il

stessa,

osano sollevare dei dubbi,

cranio dell' apostolo

II

noto

abbia ac-

Andrea miracolo-

samente fuggito dalla Grecia a santa Maura, e come

di

sanctus o divus,

ma

adduce una quantità

certo senso di tenerezza, e in parecchi luoghi

di reliquie si

vanta

con un

di

averle

baciate. 1

2

De

laudibus Pataviij presso Murat. XXIV,

Prato, Arch. Stor.

schiera degli increduli,

ma

col.

— Egli

4149-1151.

non appartiene alla protesta apertamente contro coloro,

Ili,

p. 408.

che vogliono trovare un nesso tra questi due

fatti.


285

MORA.LE E LA RELIGIONE

LA.

rabbia fatto deporre con gran pompa in san Pietro (1462);

ma

dalla sua stessa Relazione

indotto

a tutto

ciò

quando vide che

emerge non

essersi

se non per una specie

tanti principi

si

di

egli

pudore,

disputavano quella re-

liquia. Allora soltanto gli sarebbe caduto in pensiero di

convertir

Roma

in

un

asilo universale delle reliquie dei

Santi cacciati dalle loro Chiese.

^

Sotto Sisto

IV

la po-

polazione della città era infervorata in tali cose più del

Papa

modo che

stesso, per

mente (1483), quando

la

Sisto

magistratura

mandò

al

si

lagnò amara-

moribondo Luigi XI

alcune delle reliquie custodite in san Giovanni Laterano.*

— A Bologna

alzò a questo

si

mandando che

si

vendesse

tempo una voce ardita doSpagna il cranio di

al re di

san Domenico, e del prezzo che se ne sarebbe ricavato, si

facesse qualche opera di pubblica utilità.'

che mostrano minor fede da Fiorentini. Basti

onorare

il

il

quelli

sono

i

tra la decisione presa di

santo loro concittadino Zanobì con un nuovo

sarcofago e

l'

incarico dell'esecuzione datone al Ghiberti

non meno

corsero

dire, che

— Ma

tutti nelle reliquie,

di

diciannove anni (1409-1428), ed

anche allora la cosa non seguì che per un mero accidente, vale a dire, perchè l'artista avea già compiuto in piccolo

1

tifex,

un lavoro

assai somigliante.*

Forse erano stanchi

II Comment. L. Vili, p. 352, e segg. Verebatur Ponne in honore tanti Apostoli dirninute agere videretur etc.

Pii

2 Jacob.

Volaterran. presso

IMfirat.

XXIII,

col. 187,

Luigi ebbe

un bel prostrarsi dinanzi alle reliquie; ciò non lo salvò dalla morte. Le catacombe allora erano affatto dimenticate, tuttavia anche il Savonarola 1. e. col. 1150 dice di Roma: velut ager Aceldama

Sanctorum hahita 3

uno

dei sedici <

est.

Annal. Bonon. presso Murat. XXIII, col. patrizi, Bart. della Volta, morto nel 1485.

Bursellis,

Vasari,

III,

e segg.

e.

N. Vita di Ghiberti.

905.

Fu


PARTE SESTA

286 di reliquie,

dopoché erano

ingannati da una astuta

stati

abbadessa napoletana (1352), che avea loro venduto, imitato in legno e gesso, un falso braccio della patrona

duomo, santa Reparata.

del

'

estetico, di cui questo popolo nito, lo distolse

prima

d'

Ma forse anche andava sopra gli

il

senso

altri for-

ogni altro dal culto di cadaveri

a pezzi e di vestimenti ed utensili già polverizzati;

fatti

l'amore della gloria, intesa nel senso moderno,

deva più desiderabile

un Dante

o di

il

gli ren-

possesso delle spoglie mortali di

un Petrarca, che non

di quelle dei dodici

Apostoli uniti insieme. Per ultimo può anche darsi che in tutta Italia, prescindendo da Venezia e da delle quali

nale,

il

specialmente

Roma,

avea qualche cosa

culto delle reliquie fosse già da gran

l'ultima

di eccezio-

tempo

sce-

mato, più che in qualunque altro paese d'Europa, nanzi a quello della Vergine,^ e in tal caso

una prova

di

più,

Matteo

2 Si

Villani,

III,

forma

Santi

di que-

estetica.^

15 e 16.

dovrebbe, oltre a ciò, distinguere tra

ItaUa, di corpi di

il

culto, fiorente in

degli ultimi secoli ancora storicamente

conosciuti e la tendenza prevalente

razzolare frammenti di corpi

e

di

invece nei

paesi nordici a

vestimenti ecc. dei più rimotì

tempi del Cristianesimo. Importantissima, specialmente pei grini,

di-

avrebbe

benché indiretta, della priorità

sto popolo nel culto della

1

si

pelle-

era sotto quest' ultimo punto di vista la grande raccolta delle

reliquie lateranensi.

Ma

sopra

i

sarcofaghi di san Domenico e di

sant'Antonio "da Padova e sopra la tomba misteriosa di san Francesco splende, oltre la santità, anche un raggio di celebrità sto-

V.

rica. 3

voi.

Non

I,

pag. 198.

sarebbe senza interesse

il

notare esattamente, quanto

di quel tempo fosse un sentimento parziale di nazionalità italiana. Di questa specie è forse lo zelo mostrato da Sisto IV pel dogma dell' Immacolata Concezione {Ecctravag. Comment L. III, tit. XII). Per contrario può notarsi un' influenza nordica nel culto sempre crescente

nelle decisioni religiose dei l'effetto di

Papi e dei teologi


LA MORALE E LA RELIGIONE domanderà se nel nord, dove

Si

287 gigantesche

le più

cattedrali sono quasi tutte dedicate a

Nostra Donna, e

dove una intera letteratura poetica latina ed indigena

Madre di Dio, fosse appena posuna maggiore venerazione per essa? Ma, di fronte

era volta a glorificare la sibile

a un tal culto, in Italia

Madonne

moltiplicano air infinito le

si

miracolose, che esercitano un intervento con-

tinuo e diretto nella vita quotidiana. Ogni città alquanto

considerevole

parecchie, a cominciare da

ne possiede

Luca

quelle « dipinte da san

almeno avute per

tali,

taluni dei quali ebbero talvolta

da veder tistico

tista

le loro pitture

non è qui

Mantovano

quindi antichissime o

», e

vita abbastanza lunga

operare miracoli.

così insignificante,

secondo

^ ;

dei contemporanei,

sino ai lavori

le

come

lavoro ar-

Il

pensa Bat-

la

di miracoli,

di

che prova

il

acquista

circostanze esso

improvvisamente una prepotente virtù magica.

Il

bisogno

popolo, e specialmente le donne.

san Giuseppe e dei genitori

di

Maria

:

esso era

già

nella Francia settentrionale sin dai primi anni del secolo

popolare

XV

e vi

permesso nel 1414 da un legato di Giovanni XXIII (Baluz. Misceli. Ili), Soltanto un buon mezzo secolo più tardi Sisto IV fondò per tutta la Chiesa la festa della Presentazione di Maria al Tempio, e quelle di sant'Anna e di san Giuseppe (Trithem. Ann. Hirsaug. II, 518). 1 Questa notevole espressione, nel lavoro de' suoi ultimi anni. fu ufficialmente

De

sacris cliebuSj L.

I,

si

riferisce

veramente tanto

all'arte sacra,

che alla profana. Agli ebrei, egli dice, a ragione fu interdetta ogni rappresentazione figurativa, perchè altrimenti sarebbero ricaduti nell'idolatria, che

regnava

tutto all'intorno:

Nane autem, postquara

penitus natura

Satanum

Cognita, et antiqua sine majestate relieta est,

Nulla ferunt nobis statuae discrimina, nuUos Fert pictura dolos jam sunt innoxia signa Sunt modo virtutum testes monimentaque laudum ;

;

Afarmora, et aeternae decora iinmortalia l'amao.

.

.

.


PARTE SESTA sembra essere

stato con ciò appagato, e appunto per ciò

le reliquie furono pressoché

messe

le false reliquie abbia nociuto

siamo in grado di

del tutto in disparte.

dei novellieri contro

poi lo scherno

Sino a qual punto

anche

alle vere,^ noi

non

dirlo.

L' attitudine delle persone colte rispetto al culto di

Maria

si

guardo

manifesta un po' più chiaramente, che non

al culto delle reliquie.

ri-

Innanzi tutto potrà sor-

prendere, che nella letteratura Dante col suo « Paradiso »2

vero poeta di Maria presso gl'Itamentre nel popolo le canzoni alla Vergine continuano a pullular sempre nuove sino al giorno d'oggi. sia rimasto l'ultimo

liani,

Forse

si

vorranno mettere innanzi

bellico,^ ed altri poeti latini;

mente

il

il

Sannazzaro,

poesie italiane del secolo nelle quali

si

sono

anche essere

XV

efficacia.

Sa-

tutta,

una

Quanto poi

alle

non

e dei primi anni del

XVI,

manifesta direttamente un sentimento retali,

che per la maggior parte potrebbero

scritte

da protestanti, come, per esempio,

questo genere di Lorenzo de' Medici,

gli inni di

il

loro scopo evidente-

letterario toglie alla citazione, se

gran parte almeno della sua

ligioso,

ma

di Vittoria Colonna, di Michelangelo, di

i

sonetti

Gaspara Stampa

e d'altri. Prescindendo dall' espressione lirica del teismo.

si lagna di certi nehulones {De non volevano credere all'autenticità del preziosissimo Sangue di Mantova. Anche quella critica, che oramai disputava sulla donazione di Costantino, non poteva certamente essere favorevole al culto delle reliquie, benché non ne parlasse. 1

Cosi Battista Mantovano

sacr. dieh. L. V), che

2

S.

p.

Specialmente nel canto XXIII,

1, la

celebre

preghiera di

Vergine Madre, figlia del tuo figlio ecc. 3 Fors'anche Pio II, colla sua Elegia alla Vergine (nelle Opere, 964), e che sin dalla sua gioventù si credeva sotto la protezione

Bernardo

:

Bpeciale di Maria. Jac. Card. Papiens.

De morte

Pii, p. 656.


LA MORALE E LA RELIGIONE vi parla per lo più

il

289

sentimento della corruzione del

genere umano, la coscienza della Redenzione colla morte

ad un mondo superiore, dove

di Cristo, l'aspirazione

tercessione della

Madre

È

in via eccezionale.*

nella

letteratura

di

lo stesso

classica

dei

fenomeno, che

Maria fu

la

in-

si

Contro-riforma;

ma

è

ripete

tempo

Francesi del

Luigi XIV. Chi ricondusse nella poesia italiana di

l'

Dio non è menzionata se non

di

culto

il

anche vero che nel

frattempo l'arte figurativa avea raggiunto

il

colmo della

sua potenza per la glorificazione della Vergine.

Il

culto dei Santi per ultimo presso le persone colte assunse

non

rado un colorito essenzialmente pagano

di

(v. voi. I,

pag. 77 e segg. e 355).

Ora, noi

potremmo esaminare

alla stessa

maniera

di-

versi altri lati del cattolicismo italiano d'allora e met-

tere in evidenza fino ad un certo punto sumibile, in cui

si

trovavano

popolo, senza

del

tuttavia

rapporto pre-

il

le classi colte

con la fede

giungere a vepun risultato

definitivo in questo riguardo. I contrasti sono tali,

che

Mentre a corredarle di ma-

difficilmente se ne riscontreranno di somiglianti. infatti si

continua a costruir chiese e

gnifiche opere,

del secolo e sulla

si

XVI,

odono amari lamenti,

noncuranza

in cui

sono tenute

anni

sin dai primi

suU' abbandono in cui ò caduto

il

culto

le chiese stesse

:

Tempia ruunt, passim sordent aitarla, cultus Paulatim, divinus abiti ' È noto come Lutero rimanesse scandolezzato a

1

Roma

del contegno tutt' altro che devoto dei preti

Importantissimi in questo riguardo sono

sonetti di "Vittoria alla 2

Bapt. Mantuan.

Vergine (N. 85 e

De

pochi e freddi

sacris diehus, L. V, e specialmente

discorso di Pico, che era

ranense, presso Roscoe,

i

segg.).

destinato a recitarsi nel Concilio

Leone X,

ed. Bossi, voi. Vili, p. 115. 19

il

late-


PARTE SESTA

290

nel celebrare la Messa. Ma, accanto a ciò, le festività ec-

pompa

clesiastiche facevansi con tal

nei paesi settentrionali

e con tal gusto, che

non se ne aveva nemmeno un'idea.

Converrà ammettere adunque che

il

popolo italiano, prov-

una straordinaria forza di fantasia, volentieri trascurasse ciò che era pura consuetudine giornaliera, per lasciarsi trasportare affatto da tutto ciò, che avesse comecchessia un carattere di straordinarietà.

veduto

Da

di

questa sovrabbondanza di fantasia

che quelle grandi correnti si

potrebbero

di

si

spiegano an-

entusiasmo religioso, che

dire epidemiche, e delle

quali

dobbiamo

qui dare un cenno. Esse non sono altrimenti V effetto di

qualche straordinaria predicazione,

vece in occasioni

di

ma

si

manifestano

in-

grandi calamità sopravvenute o im-

minenti.

Nel medio-evo l'Europa era visitata di tempo in tempo da un turbine di questa specie, e la conseguenza ordinaria era questa, che le moltitudini, per scongiurarlo, si

gettavano entusiasticamente in qualche grande impresa

o peregrinazione, quali furono, ad esempio, e

le

compagnie dei Flagellanti. L'

Italia

le Crociate

ebbe la sua parte

e nell'una cosa e nell'altra; le prime schiere veramente

numerose

di Flagellanti sono quelle,

subito dopo la caduta di

che sorsero quivi

Ezzelino e della sua

casa, e

precisamente nel territorio di quella stessa Perugia,^ che

1

Monachi Paduani chron.

pubblica penitenza vi

si

dice

:

L.

Ili,

sul

Di questa Perusinos^ Ro-

principio.

invasit primitus

deinde fere Italiae populos universos. Per converso Gugl. Ventura {De gestis Astensiwn^ col. 701) chi^ia la processione dei Flagellanti admirahilis Lombardorum. com-

Tìianos 'postmodum,

motio, aggiungendo che

alcuni

eremiti aveano

lasciato

solitudini per venire nelle città ed eccitarle a penitenza.

le

loro


291

LA MORALE E LA RELIGIONE

come

noi più tardi abbiamo riconosciuto

il

teatro prin-

cipale delle più famose predicazioni (v. pag.

Poi vennero timo

il

i

Cerio

Giubilei

istituiti

sti

il

268

nota).

Flagellanti del 1310 e del 1334,^ e da ul-

grande pellegrinaggio,

cui parla

che

i

origine

in

ma

anno 1339.'

all'

senza flagellazione, di

Non

è impresumibile

sieno stati, almeno in parte,

per regolare possibilmente e rendere innocui que-

grandi moti incomposti delle moltitudini esaltate dal

fanatismo religioso;

anche

i

grandi santuarii d'Italia,

frattanto divenuti famosi, come, per esempio, quello di

Loreto, attrassero a sé una parte di quell'entusiasmo.'

Ma

momenti

in

terribili si ridesta

in tempi molto posteriori l'ardore dievali, e

il

qua e colà anche penitenze me-

delle

popolo spaventato, specialmente quando qual-

che prodigio aggrava ancor più la situazione, vuol propiziarsi

il

cielo con flagellazioni e con pianti e preghiere.

accadde a Bologna

Così

*

in occasione

della pestilenza

del 1457; cosi a Siena* nei tumulti interni che l'agita-

rono nel 1496, per non

Ma

citare, tra mille,

veramente commovente è

1

che due

Sismondi VII, 398 e segg.

Peregrinazioni a luoghi più lontani sono assai rare. Quelle

dei principi di casa d'Este a

Gerusalemme, a

S.

Jacopo

e a Vienna sono annoverate nel Diario ferrarese^ tori

soli fatti.

accadde a Milano

Giov. Villani, Vili, 122, XI, 23.

2 Corio, fol. 21. 3

ciò che

XXIV,

col. 182, 197, 190, 279.

Quelle

di

di Galizia

presso Mura-

Rinaldo Albizzi

in

Terrasanta presso Machiavelli, Stor. fiorent. L. V. Anche qui talvolta il movente è la sete di acquistar fama e gloria: di Leo-

nardo Frescobaldi, e di un suo compagno, che intorno al 1400 volevano peregrinare in Terrasanta, il cronista Giovanni Cavalcanti

(II,

p. 478) dice:

stimarono di eternarsi nella mente degli

uomini futuri. 4

Bursellis, A7inal.

Bonon. presso Murat. XXIII,

col. 800.

5 Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 855 e segg.


PARTE SESTA

292

nel 1529, quando la guerra, la fame e la peste, insieme alle estorsioni spagnuole,

avean ridotto

il

paese

all' ul-

tima disperazione.^ Per caso fu uno spagnuolo, fra Tommaso Nieto, quegli che questa volta predicò nelle pro:

cessioni a piedi scalzi, ch'egli ordinò, vecchi e giovani

confusamente seguivano

il

Sacramento,

eh' egli fece por-

una nuova guisa, cioè assicurando l'ostensorio una bara carica di ornamenti e appoggiata alle sopra ad spalle di quattro sacerdoti in bianco paludamento, imitazione dell'Arca dell'Alleanza,^ quando una volta fu

tare in

portata dal popolo Così

il

d' Israele

intorno alle

mura

di Gerico.

travagliato popolo di Milano ricordava all'antico

suo Dio

il

vecchio patto fatto con

la processione rientrò nel

duomo

gli

e

uomini, e quando

pareva che

il

gigan-

tesco edilìzio dovesse crollare fra le grida assordanti che

imploravano misericordia, di credere, che

il

cielo

si

sarebbe quasi stati tentati

dovesse sconvolgere le leggi della

natura e della storia con qualche grande e salutare miracolo.

Ma

in Italia v' era

un governo, che

in simili casi af-

ferrava sempre le redini di quei moti e dava loro

un

quello del duca Ercole I di Fer-

ordinamento regolare

:

rara.^ Allorquando

Savonarola era potente in Firenze

il

1 Burigozzo, Arch. Stor. Ili, p. 486. Per la miseria, della Lombardia in quel tempo la fonte più autorevole è Galeazzo Capelia {De rebus nuper in Italia gestis); nel complesso Milano non sofferse meno di quello che abbia sofferto Roma nel famoso

Sacco. 2

La

si

chiamava anche V arca del testimonio, e

gran piisterio, presso Murat. XXIV, col.

si

era per-

suasi che la cosa era disposta con 3

Diario ferrarese,

326, 386, 401.

317, 422, 323,


LA MORALE E LA RELIGIONE e r entusiasmo per le profezie e

minciò ad estendersi anche oltre

293

gli atti di 1'

penitenza co-

Appennino, in Ferrara

sorse l'idea di promuovere un gran digiuno volontario

generale (al principio

dell'

anno 1496)

un

:

lazzarista an-

nunciò dal pergamo imminente una spaventevole guerra

una carestia; chi digiunava avrebbe potuto sfugciò aver rivelato la Vergine a due

ed

gire a quei flagelli

:

coniugi suoi devoti. Dietro di che anche la corte non potè sottrarsi all'adempimento

dove

stemmia, il

ricetto

goli,

qualificavano

sodomia,

giuochi proibiti, la

accordato

alle

come

meretrici

e

s'

ingiungeva agli Ebrei ed

ai

non

il

loro

giallo. I

pene

solo delle

lor

manuten-

tempo

bilire ».

Dopo

ciò

al

leggi anteriori, «

duca piacesse

duca insieme a tutta

il

per parecchi giorni alla predica;

il

bligati

ad intervenirvi perfino tutti

Ma

3 maggio

il

zionato Gregorio-

il

quali"

rimettersi sul

di

contravventori erano minacciati

inflitte dalle

anche d'altre e maggiori, che

blicò

la be-

concubinato,

Mori, molti dei

erano quivi rifugiati dalla Spagna,

petto

il

ai

costumi e

i

delitti

trafSchi in giorni festivi, e così via: e al

i

stesso s'

i

si

allora

3 aprile (giorno

11

Pasqua) apparve un editto concernente

di

le devozioni,

ma

quella pratica,

di

essa volle almeno averne la direzione.

(v.

voi.

ma sta-

la corte si recò

10 aprile furono obgli

Ebrei

direttore della polizia

Zampante

di

1,

di

Ferrara.

il

già men-

pag. 67)

pub-

un manifesto, nel quale era detto che chiunque avesse

dato danaro

ai

sergenti del tribunale per non essere de-

nunziato come bestemmiatore,

si

annunciasse per

riav^erlo,

insieme ad un ulteriore indennizzo: infatti quegli uomini vituperati fin tre s'

avevano estorto da persone innocenti due e

ducati ciascuno, sotto la minaccia di accusarle, e

erano poi tra loro

traditi,

in carcere invece essi stessi.

per cui finirono coU'andare

Ma

siccome s'era pagato


PARTE SESTA

294

appunto per non aver che fare con

nifesto. il

Zampante, è ve-

lo

il suo maNeir anno 1500, dopo la caduta di Lodovica Moro, quando quelle stesse velleità religiose risorsero,.

rosimile che nessuno

si

sia presentato

dopo

Ercole ordinò di proprio impulso sioni, nelle quali

^ alcune nuove procesnon doveano mancare neanche i faji-

ciulli bianco-vestiti colla

bandiera di Gesù, ed egli stesso

v'intervenne a cavallo, perchè a gran fatica reggevasi sulle

gambe. Poi seguì un

del 1496.

Le numerose

editto affatto simile a quella

costruzioni

chiese e

di

venti di questi duchi son conosciute;

ma

di

con-

Ercole fece ve-

nire a Ferrara perfino una santa vivente, suor Colomba,*

poco prima che seguissero

le

con Lucrezia Borgia (1502).

andò a prendere

monache, e

il

la santa a

duca

in

nozze di suo

Un

figlio

Alfonso

corriere di gabinetto

^

Viterbo con quindici altre

persona al loro arrivo

le

condusse

un convento appositamente apparecchiato. Lo si calunnierebbe, ammettendo che egli in tutti questi passi fosse guidato da un intendimento essenzialmente politico?

in

Al concetto che

s'

eran formato

gli

Estensi

dell'

regnare, quale altrove è stato indicato (v. voi. e segg.),

non contrastava punto, anzi

logicamente dell'

1

l'

si

I,

arte di

pag. 6

associava assai

idea di valersi a proprio vantaggio anche

elemento religioso.

Per buono

rispetto

a

lui noto e

perché seìnpre é buono a

star bene con Iddio, dice V annalista. 2

di

Probabilmente quella nominata nel

voi. I

a pag. 39, parlando

Perugia. 3 II cronista lo dice

un Messo dei Cancellieri del Duca.

Ma

evidentemente la cosa deve essere partita dalla corte e non dai preposti di qualsiasi ordine o da una autorità ecclesiastica qualunque.


CAPITOLO

La Religione

III

e lo spirito del Rinascimento.

Tolleranza verso Tendenze mondane. Soggettivismo necessario. Influenza Legittime aspirazioni di tutte le religioni. r islamismo.

dell' antichità.

Umanisti devoti.

Pretesi epicurei.

Dottrina del libero arbitrio.

Primordii della critica

— —

mediano degli umanisti in generale. Riti Fatalismo degli umanisti. religiosa.

Indirizzo

estenii pagani.

Ma

per giungere a conclusioni definitive sulla

un' altra via.

reli-

Rinascimento dobbiamo prendere

giosità degli uomini del

Dal loro modo

deve

di vivere in generale

risultare la vera loro posizione tanto di fronte alla religione del paese, quanto di fronte al concetto allora pre-

valente della Divinità. Questi uomini al tutto moderni, questi rappresentanti della cultura

meno

d'allora, sono

italiana

degli altri popoli d'occidente;

individualismo

li

rende

altre cose, soggettivi,

nella

come

cita su essi la scoperta del

morale,

li

la

nati

ma

religione,

religiosi

non

l'indomito loro

come

in

tante

granda attrattiva che eser-

mondo

esteriore e del

rende a preferenza mondani. Nel resto

mondo d'

Eu-

ropa invece la religione rimane ancora a lungo un dato obbiettivo, e nella vita l'egoismo e la sensualità

si

al-

ternano immediatamente colla devozione e la penitenza: quest' ultima però

non

soffre

ancora veruna concorrenza


PARTE SESTA

296

come in Italia, o almeno, se c'è, è infinitamente minore. Inoltre da tempo remotissimo il frequente e immediato contatto coi Bizantini e coi Musulmani avea tenuto spirituale,

viva un'abituale tolleranza o indifferenza religiosa, nanzi alla quale

l'

perdeva ogni

cidentale privilegiata

r antichità classica, venne l'ideale della allo

vita

spesso per intero la

Di più

:

efficacia.

umana,

siccome

e

mente

lo

E

quando

sue istituzioni,

co' suoi eroi e le

degli antichi

spirito

di-

idea etnografica di una Cristianità oc-

la speculazione

scetticismo

di-

conforme

dominarono

degli Italiani.

gì' Italiani

derni Europei a speculare

furono

i

primi tra

mo-

i

arditamente intorno alla

li-

bertà e alla necessità, e ciò accadde fra circostanze po-

che troppo spesso somigliavano a una splendida e durevole vittoria del male contro il

litiche illegali e violente,

principio del bene, cosi la loro fede in Dio vacillò, e tal quale

un

fatalismo cominciò ad insinuarsi nel loro cuore

e a regolare

una scossa

in

Quando poi la fede soffriva anime appassionate, che non

loro giudizio.

il

una

possono vivere

di quelle

nel

cercò un compenso

dubbio nelle

e nell'incertezza,

allora si

superstizioni ereditate dagli

antichi e dal medio-evo, quali erano, per esempio, l'astro-

logia e la magia.

Ma

finalmente questi atleti del pensiero, questi rap-

presentanti del Rinascimento mostrano sotto vista religioso

una

giovanili, distinguono

dal male,

ma

con grande sagacia

cioè

non intendono che cosa

sia

il

turbamento dell'armonia interna sperano

comporre

colle forze loro, e

noscono verun rimorso sensibile in essi

il

punto di

il

qualità, che è frequente nelle nature

;

e

di

bene

il

peccato

:

ogni

poterlo

ri-

appunto per questo non co-

conseguentemente

si

fa

meno

bisogno di una Redenzione, mentre


LA MORALE E LA RELIGIONE al

tempo

stesso, dinanzi alle

297

mire ambiziose e

mentale del momento, svanisce completamente di

allo sforzo il

un mondo avvenire, ovvero assume una forma

pensiero poetica,

anziché dogmatica.

Se noi facciamo presenti

alla nostra

ste cose, suggerite e in gran parte

fantasìa, che prevale su tutto, spirito di quel

assai più,

che

tutte que-

avremo

un'

immagine dello

tempo, che almeno s'accosterà alla verità quelle

udirsi sull'indirizzo

gendo

mente

anche confuse dalla

vaghe querimonie, che sogliono

pagano del tempo moderno.

E

poi l'osservazione più addentro, arriveremo

a persuaderci, che sotto

il

velo, che copre

cose,

rimane ancor vivo un forte

pura

religiosità.

Un

un

spin-

anche

tale stato di

istinto di schietta e

più ampio sviluppo del sin qui detto deve neces-

sariamente limitarsi alle prove

di fatto le più necessarie.

Che la religione in generale fosse divenuta nuovamente piuttosto un affare individuale e dipendente dalla maniera d' intenderla di ciascuno, era cosa inevitabile di fronte alle dottrine della Chiesa degenerate e tirannica-

mente mantenute, ed era al tempo stesso una prova, che lo spirito europeo non era ancora spento del tutto. Egli è vero però, che ciò si manifesta in modi molto diversi: perchè, mentre in Germania le nuove sètte mistiche ed ascetiche crearono una nuova disciplina più adatta al sentire moderno, in Italia invece ognuno andò per la sua via, senza curarsi delle credenze e delle opinioni degli altri, e in tal guisa, gettati nel

mare

della

vita, molti si perdettero nell'indifferenza religiosa,

che

più cresceva col crescere della cognizione degli uomini e delle cose.

Tanto più adunque sono da ammirare

co-

loro,

che arrivarono a formarsi una religione da

vi

attennero stabilmente. Poiché non fu loro colpa so

si

so,

e


PARTE SESTA non poterono più restar fedeli all'antica Chiesa, quale essa era e quale s'imponeva a' suoi seguaci, e da un altro lato sarebbe stato

un pretendere troppo da

singoli indi-

vidui, che si sobbarcassero all'ingente lavoro spirituale,

che fu

compito dei Riformatori tedeschi.

il

A

che cosa

generalmente mirasse questa religione individuale delle persone più colte cercheremo di dimostrarlo nella conclusione del nostro lavoro.

Lo spirito mondano, per mezzo del quale il Rinascimento sembra trovarsi in aperto contrasto col medioevo, ha origine innanzi tutto dall' enorme sovrabbondare delle nuove opinioni e dei nuovi concetti, che si vennero formando intorno alla natura ed all' umanità. Considerata in sé stesso, esso non è più ostile alla religione di quello che siano

tengono

i

il

così detti interessi della civiltà,

sono intesi, non dell'

che ora ne

posto, salvo che tali interessi, quali ci

da noi

danno che una pallida immagine

universale entusiasmo, che le molte e grandiose

no-^

vita d' allora destarono in tutti gli ordini della vita sociale.

Per

tal

maniera quel nuovo indirizzo era serio

oltre a ciò, nobilitato

dalla

poesia e

dall'arte.

una sublime necessità dello spirito moderno, esso non può più sottrarsi, quella di sentirsi resistibilmente allo studio degli uomini

e,,

Ella è

alla quale

attratto ir-

e delle

cose e

di credere

che appunto in questo consista la sua mis-

sione.^ In

quanto tempo e per quali vie questo studio

sarà per ricondurlo a Dio, e in qual maniera esso giun-

gerà a mettersi in armonia con ligiosi di

1

gli altri

sentimenti re-

ogni individuo, sono questioni, alle quali non

Cfr. la

citazione del discorso

l'uomo » pag. 110.

di

Pico « Sulla dignità

del-


299

LA MORALE E LA RELIGIONE si

può rispondere

mento. tano

Il

dall'

col semplice aiuto del

medio-evo, che nel complesso

s'

nudo ragionaera tenuto lon-

empirismo e dal libero esame, non può in que-

sto grande problema portare veruna luce, che ci appiani la via al suo scioglimento.

Con cora

si

fronte

lo studio

dell'uomo e con molte altre cose ane l'indifferenza di

collegò poscia la tolleranza all'

Islamismo. Che

sin dai

gì' Italiani

tempi delle

Crociate conoscessero ed ammirassero l'eminente grado

prima

di cultura, cui erano giunti, specialmente

vasione mongolica, fuor

d'

ogni dubbio

i

più tardi vi

;

costanze importanti, quali

maomettano il

dell' in-

popoli islamitici, è cosa posta ormai

il

si

modo

aggiunsero altre di

cir-

governare mezzo

dei loro principi, la tacita avversione, anzi

disprezzo verso la Chiesa già corrotta e

degenerata,

sempre maggiori dei viaggi e dei commerci nei porti orientali e meridionali del Mediterraneo.* Ancora nel secolo XIII non sarebbe difficile

la frequenza e l'attività

a dimostrare come certe idee

gli Italiani

maomettane

di

terezza, che d' ordinario si di

nome,

s'

intendono sempre

Maramelucchi d'Egitto,

e,

se

si

veramente non s'ignoravano

denze brutali e rapaci, non ispirano stato dimostrato altrove (v. voi.

I,

agi' Italiani,

sul-

i

cita

egli è di solito quello di Saladino.' Perfino

chi Osmani, di cui

si

dignitosa al-

presupponevano nella persona

qualche sultano. In genere

tani ejubidici

accettassero di buon grado

generosità e di

i

un

Tur-

le ten-

come

è

pag. 126 e segg), so

^ Prescindendo dal fatto, che talvolta presso gli stessi Arabi poteva incontrare una uguale tolleranza o indifferenza. 2 Cosi presso il Boccaccio. Sultani senza nome presso Ma-

succio, Nov. 46, 48, 49.


PARTE SESTA

300

non un mezzo spavento, ù intere popolazioni

La

vanno

si

abituando all'idea di un possibile accordo con

essi.

più vera e caratteristica espressione di questa in-

differenza è la famosa storia dei tre anelli, che, fra mtlte altre,

Lessing pose in bocca al suo Natan, dopoché già

molti secoli prima un po' timidamente era stata narrata nelle «

Cento novelle antiche » (nov. 72 e 73), e un

po' più liberamente poi dal Boccaccio.^ In quale angolo

del Mediterraneo ed in qual lingua sia stata per la prima

volta esposta, nessuno sarà mai in grado di dirlo; pro-

babilmente però

nelle sue origini

molto più

essa era

che non nelle due versioni italiane.

esplicita,

riserva, che vi sta in fondo, vale a dire

il

La

parirà più innanzi nel suo più ampio significato.

ma

idea,

forma più grossolana e

sotto

tore Federico

realmente

II,

Ma

il

stessa

appare

mondo

»,

se l'impera-

che se ne vuole autore, avesse avuto

simili idee,

espresse in

La

sforzata,

Tre che ingannarono

nel noto libello sui «

vale a dire Mosè, Cristo e Maometto.

segreta

deismo, ap-

presumibilmente

modo men

le

avrebbe anche

grossolano. Del resto, esse s'in^

centrano frequentemente anche nell'Islamismo d'allora.

Un modo

pensare assai somigliante s'incontra

di

poi,

all'epoca più splendida del Rinascimento, verso la fine

del secolo Il

XY,

mondo

sonaggi,

si

nel « Morgante maggiore » di Luigi Pulci.

fantastico nel quale divide,

in due campi,

il

come

si

movono

i

suoi

perso-

in tutte le epoche romanzesche,

cristiano ed

il

maomettano. Ora, conforme

alle idee del medio-evo, la vittoria e la riconciliazione

1

Decamerone,

I,

Nov.

3.

EgU

pel

primo nomina anche la una

religione cristiana, mentre nelle « Cento novelle » incontrasi

lacuna.


LA MORALE E LA RELIGIONE tra

i

combattenti era

301

preferenza seguita dal battesimo

di

maomettana soccombente, e gì' improvvisatori, che avean trattato lo stesso argomento prima del Pulci,

della parte

devono aver vero

di

insistito

ufficio del

frequente su questo punto.

Pulci è quello di parodiare

decessori, specialmente

i

i

Il

suoi pre-

peggiori fra loro, e questo ac-

cade già colle invocazioni di Dio, di Cristo, e della Vergine, con cui comincia ciascuno de' suoi canti. Ma ancor più espressamente poi

caricatura delle loro

egli fa la

conversioni e dei loro battesimi, presentandoli al lettore e all'

uditore sotto forme cosi assurde, che

occhi di tutti. t'

oltre

egli

s'

accontenta di

denza essenzialmente

gran passo

direzione.

Le

anzi va tan-

bontà relativa

confessione, alla quale, in onta a

tutte le sue proteste di ortodossia,

altro

ironia salta agli

ciò,

la propria fede nella

da confessare

di tutte le religioni,'

un

l'

'^

deistica. Oltre ai di là del

sta in fondo

a

una ten-

ciò, egli fa

medio-evo

in

ancora

un'altra

alternative dei secoli precedenti avean detto:

credenti ortodossi o eretici, o cristiani o pagani e

mettani gutte,'*

ora

:

il

lietamente

il

Pulci

ci ritrae la

figura del gigante

maoMar-

quale di fronte a tutte e a ciascuna religione si

professa seguace di un sensuale egoismo e

tipo

non riservando che un punto solo: di non mai chicchessia. Forse il poeta nel ritrarre questo di furfante, che pure ha una onestà sua propria,

ebbe

in

di tutti

i

vizi,

tradir

mira un concetto elevato,

({uello di

via del bene per mezzo di Morgante; si

guastò assai presto fra le mani,

1

In bocca però del

e segg. Cfr. 2 ^

str.

e

condurlo sulla

ma

demonio Astarotte, Canto

141 e segg.

Canto XXVIII, str. 38 e segg. Canto XVIIi, str. 112, sino alla

fine.

la

figura gli

noi vediamo che

XXV,

str.

231


PARTE SESTA

302

ancora nel canto seguente egli

gli fa fare

Margutte è stato da alcuni

tirato in

prova della frivolezza del Pulci;

ma

una comica fine.' campo come una

necessariamente esso

è una parte integrante del mondo poetico del secolo

XV.

Questo doveva pure esprimere in qualche modo e con

una certa grottesca grandezza il selvaggio egoismo divenuto indifferente affatto al dogmatismo che allora regnava, quell'egoismo, al quale non è rimasto che un resto di sentimento d' onore. Anche in altri poemi ai giganti, ai demonii, ai pagani ed ai maomettani pongonsi in bocca idee e sentimenti, che nessun cavaliere cristiano

oserebbe manifestare.

In modo affatto diverso l'antichità, e

religione,

genea

influì alla

anche

perchè questa ormai era anche troppo omo-

al cattolicismo d'allora,

filosofia.

sua volta

propriamente non già per mezzo della sua

La

ma

per mezzo della sua

letteratura antica, che

come qualche cosa

allora

venerava

si

veramente perfetto, era tutta

di

piena delle vittorie della

filosofia sulla cieca

fede nelle

tradizioni religiose: un numero rilevante di sistemi e frammenti di sistemi presentaronsi alla mente degli Italiani, non più come semplici novità od eresie, ma quasi come dogmi, che ora si tentò non tanto di distinguere,

quanto di conciliare fra

loro.

Pressoché in tutte queste

-diverse opinioni e in questi filosofemi c'era

di fede nella Divinità;

1

II

ma

una specie

nel loro complesso

essi for-

un tema analogo, benché solo di passaggio, XXI, str. 101 e segg. segg. 163 e segg., che non crede in nulla e accetta

Pulci riprende

nella figura del principe Chiaristante, Canto

121 e segg. 145 e

per sé e per sua moglie onori divini. Si sarebbe quasi tentati di

pensare a Sigismondo Malatesta pag. 246).

(v.

voi.

I,

pag. 44 e 301, voi.

Il,


LA MORALE E LA RELIGIONE

mavano

tuttavia

un contrasto

303

assai vivo colla teoria cri-

stiana della divina Provvidenza regolatrice del mondo.

Allora sorse una questione veramente essenziale, nella soluzione della quale s'era affi^ticata senza soddisfacente

medio-evo, e che ora appunto

risultato la teologia del

pretendeva una risposta dalla sapienza degli antichi quali rapporti, cioè, stieno fra loro la Provvidenza,

:

in

il li-

bero arbitrio dell'uomo e la necessità delle cose. Se noi volessimo anche superficialmente tener dietro alla storia

XIV

di questa questione dal secolo condotti a scrivere

un

libro apposito.

in avanti,

saremmo

Qui bastino all'uopo

pochi fuggevoli cenni.

Se

si

consulta Dante e

filosofia in sulle

quel lato della vita contrasto

reismo.

A

suoi contemporanei,

i

V antica

prime avrebbe inclinato appunto verso italiana,

col Cristianesimo,

quel tempo non

si

che formava

il

più aperto

vale a dire, verso l'epicu-

possedevano più

gli scritti di

Epicuro, ed anche quelli fra gli antichi che parlavano delle sue dottrine,

ne parlavano da un punto

troppo esclusivo e ristretto

;

ciò

di

vista

non ostante però bastava

quella forma dell'epicureismo, che

si

poteva studiare in

Lucrezio e più particolarmente poi in Cicerone, per ac-

un mondo del tutto privo di Quanto letteralmente sia stata intesa la sua non potrebbe dirsi, come ninno potrà mai dire,

corgersi tosto di essere in divinità.

dottrina,

se per avventura

il

nome

dell'

enigmatico savio della

Grecia non sia divenuto una comoda parola d'ordine per le moltitudini si

è servita

:

e probabilmente

di

questo

l'

Inquisizione domenicana

appellativo

tutti coloro, sui quali in

per designar anche

verun altro modo non poteva

stendere la sua mano. Tali

erano quei beffardi dispre-

giatori e detrattori della Chiesa, che apparvero assai per


PARTE SESTA

304 tempo e che

difficilmente avrebbero potuto punirsi per

dottrine eretiche determinate

:

ma, per

tirar loro addosso

quell'accusa, bastava la vita spensierata ed allegra, che

conducevano. In questo senso convenzionale

infatti

an-

che Giovanni Villani usa evidentemente questa parola,^

quando nei due incendj fiorentini del 1115 e del 1117 non vede che una punizione divina per le eresie di molte sètte e « intra l'altre della setta degli Epicurei, per vizio di lussuria e di gola ».

Di Manfredi

egli dice; « tutta

sua vita fu epicuria, non curando quasi Iddio, ne' Santi^ se

e

non a diletto del corpo ». Più apertamente ancora si esprime Dante nel nona decimo canto dell' Inferno. Lo spaventevole campo

seminato di tombe roventi coi coperchi sospesi, dalle quali uscivano voci di profondo dolore, albergava le

due

grandi categorie di coloro, che o furono vinti dalle armi della Chiesa nel secolo XIII, o ne furono espulsi. Gli uni

erano eresiarchi, e facevano guerra alla Chiesa con de* terminate dottrine, che cercarono di diffondere epicurei, e la colpa

loro

:

gli altri

consisteva nell'avere opinato

che l'anima muoja col corpo.^

Ma

la Chiesa

sapeva bene

che questa opinione, qualora avesse preso piede, avrebbe nociuto alla di de'

Manichei e

lei

potenza assai più che tutte

de' Paterini,

le

dottrine

perchè toglieva ogni

efficacia

a quanto essa dichiara sul destino dei singoli individui

1 Giov. Villani, III, 29, VI, 46. Il nome appare assai per tempo anche nel nord; ancora prima del 1150, in occasione di una storia spaventevole (di due ecclesiastici di Nantes) accaduta circa 90 anni prima, si ha la definizione di Gugl. Malmesbur. L. III, § 237 (ed. Londin. 1840, 405): Epicureorum^ qui opinaìitiir animam corpor e soliitam in aerem evanescere, in auras affiuere.

2

Si confrontino le prove universalmente conosciute nel terzo

libro di Lucrezio.


LA MQRALE E LA RELIGIONE

305

dopo la loro morte. Naturalmente non era da aspettarsi che ella confessasse di aver essa stessa, coi mezzi di cui

servì nelle sue lotte, spinto appunto

si

i

migliori alla

disperazione ed all'incredulità. L' avversione di Dante per Epicuro e per ciò eh' egli

riguardava come la sua dottrina, era certamente sincera; il

mondo soprannaturale doveva

poeta del

necessaria-

negava l'immortalità; ed un mondo né creato, nò guidato da Dio, e la sensualità posta a scopo supremo della vita, erano due concetti troppo lontani

mente odiare

modo

dal suo se

chi

abituale di sentire e di pensare. Tuttavia,

spinge più addentro

si

l'

osservazione

certi filosofemi degli antichi

anche su verebbe

una certa impressione,

lui

in

troppo buon

,.

si

non mancarono la quale

produrre

non

si

tro-

accordo colla dottrina biblica

Provvidenza regolatrice del mondo.

della

vedrà che di

.

Ma

non po-

trebbe darsi per avventura che fosse stata o speculazione

sua speciale, od influenza delle opinioni allora prevalenti

paura

altresì della violenza,

che allora regnava univer-

salmente, quella che lo indusse a rinunciare ad una Prov-

videnza regolatrice delle cose singole

?

^

Dio

infatti,

se-

governo del mondo ad un essere immaginario, la fortuna, la quale non si cura d'altro, che

condo

lui,

abbandona

il

di

mutare e rimutare continuamente

in

una

che a egli

indiiferente beatitudine lei

morale

dell'

La credenza occidente

il

grido di dolore,

solleva l'umanità. In onta a tutto questo però

mantiene inesorabilmente

bilità

le cose della terra, e

non ode

uomo

:

la dottrina della responsa-

egli crede al libero arbitrio.

popolare nel libero arbitrio

domina

da tempo antichissimo, come è vero

in

altresì

Inferno, VII, 67-9G. 20


PARTE SESTA

^06 che in

tutti

i

tempi ognuno è stato tenuto responsabile

come cosa che implicitamente

del fatto proprio,

pre intesa da

sé.

Ma

assai

alla dottrina filosofica e religiosa,

necessità

di

si

è sem-

diversamente accadde rispetto che

trovava nella

si

mettere d'accordo fra loro la natura del-

l'umano volere e le grandi leggi ha un più ed un meno, secondo i

della

natura. Qui

si

quali in generale si

l'apprezzamento della moralità. Dante non è affatto

regolai

indipendente dai

astrologici,

delirj

falsa luce l'orizzonte del suo

che rischiaravano di

tempo,

ma

egli si solleva

con tutte le sue forze verso una elevata contemplazione

umano. « Le costellazioni, fa egli dire al suo Marco Lombardo,' danno bensì i primi impulsi al vostro operare, ma Lume v' è dato a bene ed a malizia, libero voler, che se fatica Nelle prime battaglie col del dura. Poi vince tutto, se ben si notrica ». dell'essere

E

Altri eran liberi di cercare la necessità, che

trappone alla libertà, nelle stelle

;

ma

in

si

con-

qualche altra potenza, fuorché

in ogni caso la quistione era posta,

e non poteva più essere dissimulata. Se essa poi fosse quistione sollevata dalle scuole o addirittura da singoli

pensatori

isolati,

non spetta a noi

sogna interrogarne la storia della essa

si

il

deciderlo qui e bi-

filosofìa.

Siccome però

manifestò nella coscienza di un numero sempre

più esteso d'individui, così é giusto che noi ce ne occu-

piamo ancora per pochi Il

secolo

XIV

si

istanti.

modo speciale come é noto, ma sostanzialmente infiuì come

lasciò

commovere

dagli scritti filosofici di Cicerone,

passava per eccletico,

1

Purgatorio, XVI,

pianeti nel « Convito».

il

in

quale,

73. Si confrontila teoria dell' influsso dei

— Anche

156) confessa la libertà dell'

il

demonio Astarotte

uomo

del Pulci

e la giustizia divina.

(XXV,


LA MORALE E LA RELIGIONE perchè

scettico,

si

accontentò sempre di riferire le teorie

di diverse scuole, senza aggiungervi niai

tino.

un

scritti di Aristotile,

Ad

ogni

modo anche

che erano questi studi

sui più importanti problemi,

Col secolo

XV

non

se

almeno

i

stati tradotti in la-

non furono senza

appunto la capacità

frutto, e questo fu

trina della Chiesa,

nessun corolla-

seconda linea vengono Seneca e

rio soddisfacente. In

pochi

307

di riflettere

al di fuori della dot-

in contraddizione

con essa.

vedemmo, il possesso modo affatto

crebbe, come

e la diffusione degli scritti dell'antichità in

mani del pubalmeno nelle

straordinario, e finalmente vennero nelle blico tutti

i

filosofi

greci ancora esistenti

traduzioni latine. Ora, prima d'ogni altra cosa, merita di esser notato, cipali

di

religiosi

,

che per l'appunto alcuni de' fautori prin-

questa letteratura anzi perfin proclivi

si

ascetismo

pag. 365). Di fra Ambrogio Camaldolese di parlare,

perchè egli

strettamente

professano

all'

(cfr.

non è

voi. il

I,

caso

restrinse unicamente alla tra-

si

duzione dei Padri della Chiesa, e solo con grande ripu-

gnanza, sulle istanze

di

Cosimo

il

voltare in latino Diogene Laerzio.

vecchio, s'indusse a

Ma

i

suoi contempo-

ranei Nicolò Niccoli, Giannozzo Manetti, Donato Acciajuoli,

papa Nicolò

V

congiungono una profonda cogni-

zione della Bibbia ed una sincera pietà con una cultura

umanistica universale.

riscontrammo già

'

Anche

(v. voi.

I,

in

Vittorino da Feltra

pag. 282) un indirizzo bea

poco diverso. Quel medesimo Maffeo Vegio, che cantò il

tredicesimo canto dell'Eneide, aveva per sant'Agostino

e per sua

1

madre Monica un entusiasmo, che riescirebbo

Vespasiano

col. 532.

fiorent. p.

26; 320, 435, 626, 651. Murat.

XX,


PARTE SESTA

308

ammettere

senza

inesplicabile

in lui

un sentimento

profonda pietà. Frutto e conseguenza di

fu poscia, che l'Accademia platonica di Firenze

formalmente

di

Cristianesimo

:

compenetrare

di

tendenze

tali

si

propose

lo spirito dell'antichità col

singolarità affatto caratteristica in

mezzo

al prevalere universale delle idee umanistiche.

Queste nella sostanza erano per l'appunto profane, e acquistarono ogni dì più un tale carattere coli' allar-

XV.

garsi degli studi nel secolo

Gli umanisti, che abbiamo

già imparato a conoscere agli avamposti dell'individua-

lismo già uscito

d'

mostrano

regola

si

di cui

pur talvolta

ogni tutela, in tutte le loro azioni tali,

essi

menano vanto

,

può parer

da non doverne tenere alcun conto. Essi vennero di atei,

mentre

di

che perfino la loro religiosità,

in sostanza

non erano che

in

tale

voce

indifferenti o

tutt'al più

tenevano un linguaggio assai franco contro

la Chiesa

infatti,

;

sia dedotto

un ateismo

di professione o

comecches-

speculativamente nessuno lo mostrò mai,^ nò

poteva mostrarlo. Se pure ebbero a base un principio direttivo, questo sarà stato piuttosto

perficiale razionalismo,

idee

contradittorie la

la

una specie

riflesso delle

degli antichi, tra

i

di

su-

molte e

quali passarono

nonché del profondo discredito

loro vita,

caduta

un fugace

in cui

era

Chiesa colle sue dottrine. Di quest'ultima specie

era sicuramente quel ragionamento, che condusse Galeotto

Marzio sino

ai

gradini del rogo,

dotto anche sul rogo stesso, Sisto

1

IV non

Intorno

al

^

e che V avrebbe con-

se l'antico

suo discepolo

fosse accorso a strapparlo dalle

Pomponazzo veggansi

le

Paul. Jovii Elogia

liter.

del-

opere speciali, e fra

altre quella di Ritter, Stor. della filosofia, voi. IX. 2

mani

le


LA MORALE E LA RELIGIONE l'Inquisizione. Infatti Galeotto

309

,

avea sostenuto, che chi

si

conduce onestamente e vive secondo la legge naturale ciascun di

in

insita

sarà salvo, qualunque

noi,

sia la

schiatta o la religione a cui appartenga.

Consideriamo, in via di esempio,

uno dei minori

di

il

contegno religioso

questa grande schiera,

di

Cedro

di

Urceo,^ che fu dapprima maestro privato dell'ultimo degli Ordelaffi, principi di Forlì, e poscia per lunghi anni pro-

fessore pubblico a Bologna. Riguardo alla gerarchia ed

monacato

al

egli

abbonda

bligate allora in uso

mordace

i

oltre

misura delle accuse ob-

suo linguaggio è estremamente

in generale, e per

frammischiare e

il

:

la propria

di

più egli

pettegolezzi cittadini, che narra.

anche in modo edificante

permette

si

persona in tutte

dell'

E

di

cronache

le

tuttavia egli parla

Uomo-Dio

e sa

all'

uopo

raccomandarsi per lettera alle orazioni di un pio ecclesiastico.

Una

volta,

dopo avere enumerate tutte

le follìe

della religione pagana, continua bizzarramente così

che

nostri teologi

i

s'

:

« an-

accapigliano fra di loro in questioni

de lana caprina, quali l'immacolata Concezione, T Anticristo,

i

Sacramenti, la predestinazione ed altre

cose,

che sarebbe meglio lasciare in disparte, anziché propalarle

pubblicamente

».

Un'altra volta prese

il

fuoco alla

sua stanza e con essa ad alcuni suoi manoscritti già

mentre

finiti,

egli era assente:

quando ne

fu informato,

per via, montò in tanto furore, che, fermatosi dinanzi

ad una immagine della Vergine, uscì in queste parole: « Odi

ciò. ch'io ti dico: io

di tutto

senno

mai invocare

^

le

!

il

Se

non sono demente,

nell'ora della

mia morte

tuo ajuto, non importa

Codri Vrcei opera, colla sua Vita

io

parlo

dovessi

che tu ascolti

di Bartol.

sue Lezioni filologiche, p. 65, 151, 278, ecc.

io

Bianchini, poi


310 la

PARTE SESTA

»

mia preghiera

e m'accolga fra' tuoi, perchè io voglio

restarmene col demonio per tutta l'eternità nato in

escandescenza,

di

!

» Ma, tor-

stimò prudente, dopo una simile

sé, egli tuttavia

appiattato

tenersi

per ben

mesi

sei

presso un taglialegne. In mezzo a tutto questo egli era

talmente superstizioso, che

si

trovava sempre in angu-

per qualche augurio o per qualche prodigio

stie

tanto per r immortalità non

gli

;

sol-

avanzava più alcuna

fede. Interrogato da' suoi discepoli su questo punto, egli

soleva rispondere, che nessuno sa che cosa accada del-

l'uomo, della sua anima ovvero del suo spirito dopo la

morte, e che

tutti

i

ragionamenti sul mondo avvenire

non sono che spauracchi per le femminette. Ma quando fu in punto di morte egli raccomandò nel suo. testamento l'anima

ammonì

sua ovvero i

il

suo spirito- a Dio

discepoli, che gli

onnipotente,

piangevano intorno, a temer

Dio e principalmente a credere

all'

immortalità e ad una

giustizia retributiva dopo la morte, e ricevette

menti con grande compunzione.

Non

si

i

sacra-

ha alcuna

garanzia, che uomini della stessa tempra senza paragone

più celebri, anche manifestaiftìo opinioni in sé stesse an-

cor più ardite, sieno poi più coerenti.

È

mente abbiano

stati nella loro vita

oscillato tra l'incredulità e

di cattolicismo succhiato coli' educazione, si

siano serbati ligi alla Chiesa per

Siccome poi

gran fatto

probabile che la maggior parte interna-

il

loro razionalismo

qualche avanzo

ed esteriormente

mera prudenza. aveva una stretta

attinenza coi primordj della critica storica, cosi era na-

1

Animum,

la filologia teologia.

si'

meum

seu animanij differenza, colla quale allora

compiaceva

di

mettere in qualche imbarazzo la


I.A

qua

turale che

311

MORALE E LA RELIGIONE

e là sorgesse

anche qualche timida inda-

gine sulla credibilità del racconto biblico. Si suol ripetere

tradizionalmente

una sentenza

stata pronunciata

accuse

quasi

coli'

« Quand' anche

:^

di

Pio

che sarebbe

II,

intenzione di prevenire

le

cristianesimo non fosse con-

il

fermato da miracoli, dovrebbe tuttavia accettarsi almeno per la sua moralità ». Sulle tradizioni leggendarie, in

quanto esse contenevano arbitrarie versioni dei miracoli molti si permettevano senz' altro di alzare le

biblici

,

risa,' e ciò naturalmente

navano

alle idee ebraiche,

negavano fu

il

esercitava alla sua volta

contraccolpo. Trattandosi

terribile

eretici

di

che

un

incli-

per prima cosa naturalmente

avventura

la divinità di Cristo, e questo per

caso di Giorgio da Novara, che intorno al 1500 fu

Bologna.*

arso in

Ma

nella

Bologna intorno a

stessa

questo tempo (1497) Y Inquisitore domenicano

dovette

una semplice dichiarazione di pentimento,* il medico Gabriele da Salò, che godeva la protezione dell'intera cittadinanza, quantunque avesse osato difendere una serie di proposizioni eretiche, come per esempio, che Cristo non fu mai Dio, ma lasciar fuggire, accontentandosi di

1

culis 2

p. 311, christianam /Idem, si miraapprobata. honestate sua recipi debuisse. Specialmente quando i monaci dal pergamo ne inventavano

Vitae Pontiff.

Platina,

non

esset

sempre di nuove. Del resto anche quelle da lungo accettate non andavano esenti da osservazioni. Il Firenzuola (Qpere^ voi. II, p. 208, Nov. 10) si fa beffe dei francescani di Novara, che con danaro maliziosamente estorto vogliono costruire una cappella nella loro chiesa, dove fosse dipinta quella bella storia, quando san Francesco predicava agli nccelli nel deserto, e

zuppa, 3

L.

Ili,

e che

V agnolo

Qualche cosa su e.

quando

Gabriello gli portò lui

si

ha

in Bapt.

i

ei fece la

santa

zoccoli.

Mantuan.

De

patientia,

13.

< Burs.'Uis.

A, inni. Tìnnon, presso Murat. XXIII, col. 915.


PARTE SESTA

312 Giuseppe e

figlio di

Maria, nato da generazione na-

di

turale, che colla sua astuzia seppe trarre in inganno

mondo; che può benissimo aver

ma

per

commessi; che

delitti

derebbe a cadere credere vi fosse

non operò dei

flusso

il

corpi celesti

modo

zione merita in

è perita,

ma

Riguardo

tar-

follìa il

suo vero corpo, e finalmente che egli

suoi miracoli per virtù divina,

i

non

la sua religione

che nell'ostia consacrata era

;

il

subito la crocifissione,

,

ma

per l'in-

e simili. Qnest' ultima proposi-

speciale di esser notata: la fede

una riserva

in favore della magìa.'

si

fa

al

governo del mondo,

gli

umanisti non

si

sollevano in generale al di là di una fredda e rassegnata

contemplazione di ciò che accade sotto l'impero della

Da

violenza e del disordine, che prevalgono dovunque.

questo

modo

di sentire

emersero

qualunque altro fosse necessità

suprema

che constatare

il

il

Provvidenza

perchè

si

molti

libri sul

« Fato »,

nome, con cui chiamavano

delle cose. Essi per lo più

vi è

la

non fanno

girarsi della ruota della fortuna e

stabilità delle cose terrene,

la

i

l'

in-

specialmente delle politiche

:

menzionata evidentemente soltanto,

ha vergogna ancora

di

pronunciarsi pel nudo

fatalismo o di rinunciare ad ogni distinzione di causa e di effetti,

querele.

od anche di non far altro che sollevare vane

Non

senza un certo

spirito

Gioviano Fontano

costruisce la storia naturale di quell'ente immaginario,

che

si

mero

1

chiama

la

Fortuna, desumendola da un gran nu-

di esperienze,

che ebbe occasione di fare egli stesso.^

IV,

e.

i discorsi maligni, fu mostrato da Gieseler, Storia della Chiesa^ II,

Quant'oltre andassero talvolta

con esempi, che parlano da

sé,

154, nota.

2 Joy.

Pontan.

De fortuna. La

sua specie

di

Teodicea,

II,

p. 286.


313

LA MORALE E LA RELIGIONE Più facetamente ancora, sotto forma in

sogno,

vece il

il

Enea

una visione avuta

di

Silvio tratta lo stesso

Poggio, in un scritto

mondo come una

senile,'' si

argomento.^ In-

sforza di mostrare

valle di miserie e di classificare la

felicità dei singoli ordini sociali

quanto più bassamente

è possibile. Questa intenzione in sostanza rimane anche in seguito la prevalente: di moltissimi personaggi stri si

cercano

le

vicende

fortunate e le

illu-

sfortunate, e

somma, queste generalmente prevalgono Con linguaggio veramente dignitoso e quasi

nel tirar della

sopra quelle.

elegiaco Tristano Caracciolo e degli Italiani, quale

si

'

ci

dipinge

destino d' Italia

il

poteva abbracciar

intorno al 1510. Applicando

poi ai singoli

d'

uno sguardo

umanisti questo

sentimento generale allor prevalente, Pierio Valeriano scrisse

non molto dopo

il

suo celebre libro (v. voi.

pag. 370). In questo riguardo

qualche tema

tava talvolta rivestito di attrattive affatto

si

I,

presen-

speciali,

come,

Leone X. Ciò che di essa può dirsi dal punto di vista politico, l' ha detto Francesco Vettori in alcuni tratti veramente magistrali della sua storia: il lato epicuraico della stessa ce lo danno Paolo Giovio per esempio, la vita

di

e l'ignoto suo biografo:*

i

punti più oscuri e lo svolgersi

successivo del suo destino appariscono con inesorabile

fe-

deltà nel citato Pierio.

Di fronte a tutto ciò desta quasi ribrezzo quando

vede qua e

1

Aen. Sylviù Opera,

2

Poggius,

3

p.

611.

De miseriis hvnianae conditionis. Caracciolo, De varietale fortunae, presso Murat.

degli scrittori più notevoli di quel

è scarso. Cfr. a pag. 78. V.

si

là qualche latina iscrizione tessere pubblica-

XXII, uno

tempo, che del resto non ne

La Fortuna

nelle processioni festive

pag. 201 e nota. ^

Leonis, Vita anoni/ma, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 153.


PARTE SESTA

314 mente

della Fortuna. Cosi

le lodi

pochi anni appena

— Giovanni Bentivoglio, signore

prima della sua cacciata

di Bologna, osò far incidere sulla torre recentemente costruita presso

fortuna

gli

il

suo palazzo, che

avevano procacciato

suo merito e la sua

il

in

abbondanza

tutti

i

beni immaginabili.^ Gli antichi, parlando a questo modo,

non dissimulavano almeno un certo timore dell'invidia vendicatrice degl'Immortali. In Italia

i

menar

primi a

vanto pubblicamente della loro fortuna furono probabil-

mente

Condottieri (v. voi.

i

Del resto

la

pag. 28 e segg.).

I,

maggior influenza della risorta Antichità

non proveniva da un sistema filosofico qualunque o da una dottrina od opinione qualsiasi degli

sulla religione

ma

antichi,

da una tendenza generale allora prevalente.

Si preferivano gli uomini ed in parte anche le istituzioni

antiche a quelle del medio-evo, uni e le altre in tutti

mente

di questo,

di religione. L'

sorbiva

ogni

non

i

si

modi,

(cfr.

cercava di imitar

voi.

gli

preoccupandosi unica-

badava gran

ammirazione per

cosa

si

e,

la

fatto alle diff'erenze

grandezza storica

as-

pag. 201 nota, voi. II,

I,

pag. 216).

Quanto

ai filologi, vi si

aggiungeva inoltre qualche

pazzìa speciale, per la quale attiravano sopra di sé gli 1

Bursellis,

Ann. Bonon. presso Murat. XXIII,

col.

909

:

mo-

^imentum hoc conditum a Johanne Bentivolo secundo Patriae quae optavi possuntj abaDel resto non è ben chiaro, se questa iscrizione sia stata posta esteriormente e in modo da essere visibile a tutti, o, come quella riportata poco prima, incisa e nascosta in uno dei

Tectore, cui virtus et fortuna cuncta tini praestiterunt.

fondamenti. In quest'ultimo caso tanto al

ci

sarebbe sotto un'altra idea:

mezzo di quella iscrizione segreta, nota forse solcronista, doveva andar congiunta a queir edifizio per virtù

la fortuna, per

di magia.


ocdhi di

tutti.

Quanta ragione avesse Paolo

curiali in generale,

non può esser messo del tutto in

chiaro, in quanto che

pag.

il

suo principal biografo, che fu

sua vittima principale,

la

lamen-

di

II

tendenze pagane de' suoi Abbreviatori e dei

tarsi delle

anche

315

MORALE E LA RELIGIONE

LA.

304, voi.

pag.

II,

zioni sofferte, ce lo

il

Platina, (v. voi. I,

77) per rifarsi delle

persecu-

come estremamente

dipinge

facile

all'ira

ed alla vendetta, e ce ne dà in generale un

tratto,

che pende piuttosto nel

ganesimo,

d' incredulità, di

vata contro

i

materialismo ecc.

detenuti soltanto dopoché

alto tradimento

non avea dato verun

grado

di

fu solle-

processo per

l'

uomo che

fosse

dare un giudizio nel campo scientifico, e

di

sa che, privo di cultura

mani

il

'

egli stesso,

raccomandava

non portare l'istruzione dei loro

È

del leggere e dello scrivere. dute, da cui

figli

al di là

la stessa povertà di ve-

non andò esente neanche

pensavano come

lui

aveano

si

ai ro-

il

Savonarola

(v. pag. 277), con questo però che a papa Paolo

avrebbe potuto rispondere, che

ri-

di pa-

risultato: inoltre,

se siamo bene informati, Paolo non era in

L'accusa

ridicolo.

egli solo e quelli

si

che la

la colpa principale, se la cul-

tura rendeva gli animi avversi alla religione. Del resto

non

v'

ha alcun dubbio che

egli fosse

d'intorno.

Ma

quali cose

umanisti alla corte

di

non

un empio,

si

seriamente preoc-

vedeva pullulare saranno permesse gli

cupato delle tendenze pagane, che

si

qual' era

Sigismondo Ma-

latesta (v. pag. 302, nota)? Infatti l'unica loro preoccupa-

zione era diretta a

sapere

fino

a qual punto sarebbe

loro stato concesso di spingersi per parte di quelli, cui

volevan piacere. Nelle loro mani

il

Cristianesimo non è

quasi più riconoscibile, tanta è l'impronta pagana, che

1

Quod niniimi

gentilitatis

amatores esseniKs.


PARTE SESTA

316 essi v'

imprimono

presso di lui

deus:

pag.

(v. voi. I,

un santo non

gli angeli

Siena

'

il

si

chiama divus,

sull'

non

altri

1526

fu assalita dal partito che era stato espulso lo

in

,

il

narra egli stesso) s'alzò

il

mente un passo

di dire

del terzo libro

sua messa, e recitò poscia la

rituale usata da queir autore contro

che invece

i

Tellus mater, teque Jwpiter obtestor,

Deus

e disse

ripetè

due giorni quella preghiera, e nel terzo

Tellus teque Christe

se ne andarono.

for-

nemici, salvo

mutò

:

:

ma

immortalità richiamano

di trascendere a veri eccessi. Allorché nel

di Macrobio,' celebrò la

Da un

lato

cose

tali

puri esercizi di stile o sacrificii fatti alla

ma

nessuno

Gioviano Fontano

regno delle ombre. Del resto anche

buon canonico Tizio (ce 22 luglio dal letto avendo mola

solo

Ma

e 355).

di

per lui sono addirittura identici coi genii

deir antichità,^ e le sue idee

r Eliso e mancano

348

andò più innanzi

in questo riguardo

dair altro hanno

l'

si

obsietor. Egli i

nemici

crederebbero

moda

del tempo,

aspetto di vere apostasie religiose.

Méntre tuttavia V arte figurativa distingueva almeno tra gli i putti, e negli argomenti serii si serviva anche di mezzi più serii. Annal. Estens. presso Murat. XX, col. 468; dove l'amorino o il putto ingenuamente è detto: instar Cupidìnis an1

angeli e

gelus. 2

Della Valle, Lettere sanesi.

3

Macrob. Saturn.

Ili, 9.

quivi ritualmente prescritti.

III,

18.

Senza dubbio

egli fece

anche

i

gesti


CAPITOLO IV

Innesto di antica e moderna superstizione.

L' astrologia.

Sua

— Suoi avversari in Italia. — Superstizioni diverse. — Supersone morte. — Credenza nei

diffusione ed influenza.

Confutazione di Pico e suoi

effetti.

perstizione degli umanisti. Spettri di

— La strega italiana. — paese classico delle streghe presso — Fusione e rapporti colla stregonerìa del nord. — Malìe incantatore e lo scongiuratore. — deraonii delle meretrici. — sulla via di Roma. — Singole specie di malìe telesmi. — Magia negromante presso poeti. — Storiella del getto dei fondamenti. — magica di Benvenuto Cellini. — La magìa in decrescenza. — Specie demoni.

Il

Norcia.

li'

I

:

Il

della stessa

affini

Ma

1' ;

i

i

alchimia.

l'Antichità esercitò anche

un

altro impulso essen-

zialmente pernicioso e precisamente di indole dogmatica: essa comunicò al Rinascimento le proprie superstizioni.

Qualcuna tutto

il

di esse si

medio-evo

;

era già mantenuta viva attraverso e cosi

tanto

più facilmente ora

ri-

sorsero tutte. S' intende da sé che in ciò ebbe una parte

grandissima la fantasia. Essa sola poteva imporre silenzio allo spirito essenzialmente investigatore degli Italiani.

La

fede nella divina Provvidenza era,

negli uni notevolmente scossa per di violenze,

che

si

vedevano

;

il

come

cumulo

gli altri,

s'è detto, di

Dante, abbandonavano la vita terrena in balla

e

a'

suoi capricci, e se, in onta a ciò,

in sé stessi la fiaccola della fede, ciò

mali e

come ad esempio al

caso

mantennero viva non proveniva se


PARTE SESTA

318

non dalla profonda persuasione, che era in loro, di una superiore destinazione dell' uomo in un mondo avvenire.

Ma

non appena cominciò a vacillare anche questa per-

suasione,

il

fatalismo guadagnò

ceversa, dove prevalse

il

il

sopravvento

mancò

fatalismo,

la

o, vi-

fede nel-

r immortalità. Nella lacuna per tal modo aperta entrò innanzi tutto antichi, e più

la scienza astrologica degli

quella degli Arabi.

Da

tardi

anche

ogni singola posizione dei pianeti

fra loro e in relazione ai segni del zodiaco essa indovi-

nava

gli

modo casi

eventi futuri e intere vite d'uomini, e per tal

influiva sulle più importanti deliberazioni. In molti

il

modo

quale taluno

di agire, al

si

lasciava indurre

pel creduto influsso delle stelle, può

non essere

immorale

di tale influsso

si

quanto sarebbe stato se

di

fosse tenuto conto veruno;

decisioni

ma

stato più

non

assai di frequente le

sembrano essere state prese a tutto pregiudizio sempre sommamente

della coscienza e dell' onore. Egli è istruttivo

il

vedere, come nessun lume e nessuna cultura

-sieno stati in

aveva

grado

di

vincere questo delirio, perchè esso

la sua radice nella fantasia

estremamente

facile

a impressionarsi, e nel vivo desiderio di conoscere e di

determinare anticipatamente chità vi aggiungeva

il

il

futuro, e perchè l'Anti-

suggello della sua autorità.

Col secolo XIII r astrologia acquistò improvvisamente una notevole prevalenza nella vita degli Italiani. Federico II conduce sempre con sé il suo astrologo Teodoro, ed Ezzelino da Romano ha addirittura un' intera corte, ^

1

Monachus Paduanus, L. II, ap. Urstisius, Scriptores^ Anche T ultimo dei Visconti (v. voi.

p. 598, 599, 602, 607.

pag. 51) aveva un gran numero di astrologi presso di

Decembrio, presso Murat. XX,

col. 1017."

l, I,

se. Cfr. il


319

LA MORALE E LA RELIGIONE e assai lautamente stipendiata, di tali uomini, tra il

celebre Guido Bonatto e

(dalla il

i

quali

saraceno Paolo di Bagdad

il

lunga barba). Essi erano obbligati

di prestabilire

giorno e l'ora di qualsiasi impresa importante, e le

enormi carneficine,

di cui egli si aggravò la coscienza^ non piccola parte possono benissimo non essere state, che non semplice conseguenza delle loro profezie. D' al-

in

lora in poi nessuno

non

stelle;

cani

solo

perita più di far interrogare

si

ma

principi,

i

anche

i

mantengono regolarmente degli

^

Università

dal

'

XIV

sino al

XVI

le

governi repubbliastrologi, e nelle

vengono nomi-

secolo

nati appositi professori di questa pretesa scienza, accanto

astronomi veri. La maggior parte dei Papi consen-

agli

tono che sieno consultati

forma

pianeti,^ e se Pio II

i

tra essi una onorevole eccezione,* non curando neanche

r interpretazione dei

Leone

X

sogni, dei prodigi e degl'incantesimi,.

invece sembra essersi gloriato che sotto

pontificato l'astrologia fiorisse,*

Per esempio, Firenze, dove

1

e

Paolo

III

per qualche tempo

fu

il

sua

non tenne

il

già

ci-

tato Bonatto. Cfr. anche Matteo Villani, XI, 3, dove evidentemente si

allude ad

un astrologo

2 Libri, Hist.

della città.

des scienc. mathé?nat.

pare che questa cattedra

spetto dei professori di Pavia nel Corio,

cattedra nella Sapienza

Roscoe, Leone X.

romana

ed. Bossi,

Ancora intorno

3

dinale e modesto

al

II,

52,

193.

In

Bologna

— Cfr. 290. — Una

figuri già sin dal 1125.

sotto

fol.

Leone

X

è

il

pro-

simile

nominata da

V, pag. 283.

1260 papa Alessandro IV obbliga un car-

astrologo,

il

Bianco, a far predizioni politiche,

Giov. Villani, VI, 81. *

De

dictis etc.

era pulchrins, .Sisto

IV

cfr.

Alphonsi. Opera,

quam

utile. Platina

p. 493.

Egli

Vitae Pontiff.

trovava che p. 310.

— Per

Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 173, 186.

De infelic. literat., parlando di Francesco che scrisse sull'oroscopo di Leone X, e in tale occasione pubblicò molti segreti del Papa. Piero Valeriano,

5

Priuli,


PARTE SESTA

320

mai nessun concistoro/ senza che avessero indicato il momento. Ora, quanto agli

simo supporre che

più illuminati,

spiriti

essi,

un certo

oltre

non gliene

gli astrologi

può benis-

si

limite,

non

la-

si

sciassero nelle loro azioni determinare dai pianeti, e che vi fosse

realmente un punto,

di là del

al

quale la

gione e la coscienza non permettevano di andare. nel fatto uomini valenti e

ma

questi dehrii, presentanti.

nel quale

Uno

si

pii

reli-

Ma

non solo parteciparono a

se ne fecero perfino sostenitori e rap-

di questi fu

maestro Pagolo da Firenze,^

vede presso a poco la stessa tendenza a

moralizzare V astrologia, che negli ultimi tempi di si

scorge in Firmico

di

un santo anacoreta: non

Materno.^ si

La sua

Roma

vita era quella

cibava che assai scarsa-

mente, disprezzava ogni bene mondano e non cercava d' arricchirsi d' altro,

limitava

l'

esercizio

fuorché di

libri

dotto medico, egli

:

pratico della sua arte ai bisogni di

alcuni amici, ponendo loro per condizione che prima confessassero. ristretto,

ma

Le persone

colle quali trattava,

celebre circolo, che

si

si

erano quel,

raccoglieva nel con-

vento degli Angeli intorno a fra Ambrogio Camaldolese (v.

pag. 307), e Cosimo

il

vecchio, specialmente ne' suoi

ultimi anni; imperocché anche Cosimo faceva gran conto della scienza astrologica e se ne serviva,

per oggetti speciali e probabilmente

Del

resto,

d'

benché soltanto

ordine secondario.

Pagolo non dava responsi astrologici se non

Ranke, R. Pdpste, I, p. 247. Ibid. p. 121 vien Vespasiano fiorent. p. 660, cfr. 341. menzionato un altro Pagolo, quale matematico di corte ed astrologo di Federigo di Montefeltro, e, per una singolarità assai spe1

2

ciale, lo si dice 3

tedesco di nazione.

Firmicus Maternus, Matheseos Libri Vili, sulla

fine del libro

secondo.

I


321

LA MORALE E LA RELIGIONE

agli amici più intimi.

Ma, anche senza una

gidezza di costumi, r astrologo poteva essere un

tale ri-

uomo

sti-

mato e intervenire dovunque, e in Italia se ne aveva un numero senza paragone maggiore, crie in qualunque altro paese d' Europa, dove non s' incontrano che neMe corti più ragguardevoli, e

Per

nati.

una casa

anche quivi a tempi determi-

contrario, chiunque tal qualmente

anche tra

lasciava, specialmente quando l'uso di

avere anche

anche non

di

il

i

privati avesse

considerevole in Italia non tra-

suo astrologo,

il

divenne generale,

quale per altro era

rado retribuito assai scarsamente.* Oltre

avendo questa scienza acquistato una grande diffusione ancor prima dell' invenzione della stampa, erano

a

ciò,

sorti in

gran numero

i

dilettanti,

più facilmente potevano

ai

ehe

s'

attennero quanto

La

maestri di essa.

specie

detestata degli astrologi era quella soltanto, che non pren-

deva

in aiuto le stelle se

non per congiungervi

della magìa, e che cercava di

coprir queste

le arti

all'ombra

di quella scienza.

Ma

anche senza questa deplorevole aggiunta l' astrologia è pur sempre un malaugurato elemento della vita italiana d'allora. Qual dolorosa impressione non fanno quegli uomini superiori, ricchi di tanta cultura e così tenaci nelle loro idee, quando la cieca smania di conoscere

e di scongiurar l'avvenire obbhga la loro lontà individuale ad abdicare

potente vo-

a so stessa! Vero è che

talvolta, se le stelle presagiscono qualche cosa di vera-

mente

1

sinistro, essi

Presso

il

sorgono risolutamente, agiscono

Bandelle,

III,

Bentivoglio dichiara a Milano

in-

Nov. 60 l'astrologo dì Alessandro dinanzi ad una intera società la

propria miseria. 81


^

322

PARTE SESTA

dipendentemente da

tali

presagi e

Vtr sapiens domìnabitur astris; li

si

consolano col motto

— ma

^

vediam ricadere nell'antico delirio. Innanzi tutto si fa V oroscopo di tutti

:

tosto dopo noi

i

figli d' illustri

mezza la vita, aspettando inutilmente avvenimenti, che non si verificano.''* Poi vengono ii^errogati gli astri per ogni importante famiglie, e dietro ciò

si

trascina

deliberazione dei potenti, specialmente per minciarla. I viaggi dei principi, •

sciatori stranieri,*

grande

edifìcio si

il

i

ora di co-

1'

ricevimenti degli amba-

getto delle fondamenta di qualche

fanno dipendere da

tali pronostici.

Un

esempio assai parlante se ne ha nella vita del già citato

Guido Bonatto,

il

quale e per la sua grande attività e

per una grande opera scritta su questo argomento

1

Un

quando

simile accesso di risolutezza lo ebbe Lodovico

fece fare la croce con

nella cattedrale di Coirà.

quella

Anche

Sisto

disse

una

può

Moro,

trovasi ora

iscrizione, che

IV

il

*

volta, che vo-

leva provare, se la predizione era vera. 2 II figlio al

padre

di

Piero Capponi, egli stesso astrologo, applicò

commercio, perchè non

gli

toccasse quella pericolosa

il

fe-

Vita di P. Capponi, Arch. esempio tratto dalla vita del Cardano veggasi Il medico ed astrologo Pierleoni da Spoleto credeva a pag. 82. di dover quandochessia annegarsi, quindi fuggiva l'acqua e ricusò splendidi posti in Padova ed in Venezia. Paul. Jov. Elogia

rita al capo, che gli era minacciata.

Stor. IV,

II,

15. L'

literat. 3

Esempi

tratti dalla vita di

Senarega, presso Murat. XXIV, presso Eccard,

II,

col. 1623.

E

cesco Sforza, avea disprezzato

per lo fol.

meno non

Lodovico col.

il

Moro da

518, 524 e

tuttavia suo padre,

gli astrologi, e

il

in il

vedersi in

Benedetto,

grande Fran-

suo avolo Giacomo

s'era uniformato alle loro ammonizioni. Corio,

221, 413. 4

Quest'opera è stata spesso stampata,

ma

io

non hg mai

potuto vederla, —f Ciò che qui si riporta è desunto dagli Annal. Leon Battista Foroliv. presso Murat. XXII, col. 233 e segg.


LA MORALE E LA RELIGIONE dirsi

323

restauratore dell'astrologia del secolo XIII.

il

Per

porre un termine al parteggiare de' Guelfi e de' Ghibellini in Forlì egli

nuovo

mura

le

persuase

gli abitanti

a ricostruire a

della città e a cominciare solennemente

quel lavoro sotto una certa costellazione, che egli indicò, assicurando, che se alcuni rappresentanti di entrambi partiti gettassero

i

contemporaneamente una pietra nelle

fondamenta, non vi sarebbe stata per tutta

l'

eternità più

Furono scelti un guelfo ed un ghibellino: giunse il solenne momento, ambedue tenevano la loro pietra in mano, i lavoratori stavano in attesa con gli strumenti alla mano, e Bonatto diede il sediscordia alcuna a Forlì.

gnale.

ma

guelfo indugiò, e da ultimo

il

chè

ghibellino fu pronto a gettare la sua pietra;

Il

si rifiutò

affatto, per-

Bonatto stesso passava per ghibellino e poteva

il

sottintendere qualche cosa di misteriosamente nocivo ai

Allora

guelfi.

astrologo gli fu sopra con queste parole :

l'

« Dio sperda te e malignità

il

tuo partito e la vostra diffidente

questo segnale non riapparirà più per lo spa-

!

cinquecento anni sopra la nostra città! » Infatti

zio di

Dio disperse più tardi il

i

guelfi di Forlì,

ma

ora (scrive

cronista intorno all'anno 1480) guelfi e ghibellini sono

non

affatto riconciliati fra loro, e

nome

dei

due

Ciò che più d'ogni altra cosa

Alberti cerca

damenti. ficat, L.

I,

il

si

fa

dipendere dalle

di

spiritualizzare

la

Opere volgari ^ Tom. IV,

Lo

stesso

ceremonia del getto dei fonp. 314, ovvero De re aedi'

I.

Negli oroscopi della seconda fondazione di Firenze (Giov.

Villani, voi.

ode più neanche

sono le risoluzioni relative alla guerra.

stello,

^

si

partiti.'

III, 1)

p. 85)

sotto Carlo

si

cela

forse

Magno

e della prima di Venezia (vedi

un'antica

poesia del più tardo medio-evo.

rimembranza accanto alla


PARTE SESTA

324 Bonatto procurò

celebre capo dei ghibellini Guido da

al

Montefeltro un gran numero di vittorie, indicandogli la

vera ora segnata dalle il

stelle

per uscire in campo

Montefeltro non lo ebbe più presso di

affatto

:

sè,^ gli

quando

mancò

coraggio di sostenersi ulteriormente nella sua

il

tirannide e

si

rinchiuse in un convento

Minori Os-

di

dove sopravisse ancora lunghi anni.

servanti,

guerra pisana del 1362

tini nella

loro astrologo

l'

si

I Fioren-

fecero precisare dal

ora della partenza per la spedizione

e furono quasi in ritardo, perchè

' ;

improvvisamente venne

l'ordine di tenere una via diversa dalla solita, nell' at-

traversar la usciti

sempre un quando

via,

un

Le

città.

altre volte

sfavorevole: evidentemente a

esito si

dovea marciar contro Pisa, appunto per

sinistro augurio, e

ora condotte fuori per Porta Rossa

;

ma

un nuovo

bassate. In l'

questa

connetteva

si

truppe furono

ciò le

tende distese al sole non erano state (e fu

erano sempre

infatti

per la via di Borgo S. Apostolo ed aveano avuto

perchè quivi le

tolte,

dovette

si

sinistro augurio) portar le bandiere ab-

generale V astrologia era inseparabile dal-

arte della guerra pel fatto che tutti

Condottieri vi

i

credevano. Jacopo Caldera, colpito da grave infermità.

1

velli,

Annal. Foroliv.

zioni che

e

il

1.

Storie florent. L.

— — Fihppo Villani, — Quando s'avvicinavano Vite.

e.

I.

promettevano la

le

vittoria,

Bonatto saliva

libro sulla torre di san Mercuriale in piazza

mento, faceva suonare la campana maggiore per si

conviene che egli talvolta

non previde ucciso dai

la sorte

del

s'

coli' e,

Machiacostella-

astrolabio

giunto

il

la partenza.

ingannò grandemente, e

moPerò

fra le altre

Montefeltro e la sua propria.

Egli fu

malandrini non lungi da Cesena, quando, reduce da

Parigi e dalle università italiane, dove aveva insegnato, tornava

a Porli. 2

Matteo Villani, XI,

3.

I


LA MORALE E LA RELIGIONE

325

era tranquillo, perchè sapeva che sarebbe morto in campo,

come

in

al

Bartolommeo Alviano era

fatto gli accadde.^

persuaso che

par che

le

il

sue ferite alla testa

gli fossero toccate,

suo comando, per volere delle stelle

^ :

Nicolò Orsini-Pitigliano per la conclusione del suo contratto

con Venezia (1495)

si

fa indicare

Benedetto

astrologo Alessandro

mico favorevole. Allorché

i

"

fiorentini nel

ed

dal fisico

momento

il

primo

astronodi

giugno

del 1498 investirono solennemente della sua dignità

nuovo

lor Condottiero Paolo Vitelli, lo scettro del

il

comando,

che gU fu presentato, era fornito di una copia della costellazioni e precisamente per desiderio del Vitelli stesso."

Talvolta non è ben certo, se in circostanze politiche di

gran rilievo sieno se

neti,

piute

gli

stati

previamente consultati

i

curiosità a cose

astrologi per sola

pia-

com-

abbiano calcolato la costellazione, che dovrebbe

aver signoreggiato in quel dato momento. Allorché Gian Galeazzo Visconti

voi.

(v.

mente astuto giunse a

I,

p.

18) con un tratto vera-

far prigioniero suo zio

Bernabò

e tutta la sua famiglia (1385), Giove, Saturno e

Marte

stavano nella costellazione dei Gemelli, dice un contemporaneo,*

^

ma

non

Jov, Pontan.

si

saprebbe dire se ciò abbia contri-

De

fortitudine, L.

v.

pag. 322, nota.

onorevoli eccezioni, 2

Paul. Jov. Elogia, sub.

3

Che narra

v.

I.

I

primi Sforza come

Livianus.

la cosa egli stesso. Benedictus, presso Eccard,

II,

col. 1617. <

Cosi sembra doversi intendere la testimonianza di Jacopo

Nardi, Vita di Ant. Giacomini,

rado anche in

p. 65.

Ciò

si

incontra non di

Nel palazzo di Lucrezia Borgia in Ferrara la mula della duchessa d'Urbino portava una gualdrappa di velluto nero con segni astrologici ricamati in oro. Arch. Stor. Append. II, p. 305. 5

vestiti

Azario, presso

ed

il

utensili.

Corio,

ibi.

258.


PARTE SESTA

326

buito a fargli prendere quella risoluzione. è probabile che

mento

un certo senso

dei pianeti,

Non

politico, più

abbia guidato

1'

di rado

che V andasue

astrologo nelle

predizioni.^

Se r Europa per tutta

seconda metà del medio-evo

la

s'era lasciata terrorizzare dalle predizioni astrologiche,

che da Parigi e da Toledo annunciavano pestilenze, guerre, tremuoti, inondazioni

guardo non

anche

ecc.,

l'Italia in

rimase in addietro degli

si

questo

altri paesi.

ri-

Allo

sventurato anno 1494, che aperse per sempre la Penisola alle invasioni straniere, precorsero delle predizioni assai tristi,^ tali predizioni

non

si

ma

innegabilmente

bisognerebbe sapere se

tenessero già pronte per ogni anno

qualunque.

Senonchè

il

sistema

si

estese nella sua piena, antica

coerenza anche in regioni, dove di

meno

dover poi incontrarlo. Se poi tutta

si

sarebbe creduto

la vita esterna

ed

interna dell'individuo è misteriosamente legata al fatto della sua nascita, anche la vita dei popoli e delle reli-

gioni

si

lega similmente colle loro

primitive origini, e

siccome le costellazioni di questi grandi variabili,

L' idea che ogni religione abbia

1

fatti sociali

variabili sono pure questi fatti

Qualche cosa di simile

astrologo turco,

il

si

il

in

sono

stessi.

suo giorno di preva-

potrebbe supporre perfino

di

un

quale dopo la battaglia di Nicopoli consigliò

al sultano Bajazet I di concedere il riscatto di Giovanni di Borgogna, « per causa del quale sarebbe stato versato ancora molto sangue cristiano ». Non era gran fatto arduo il prevedere l'ulte-

riore andamento della guerra civile francese. Magn. chron. belgicum, p. 358. Juvénal des Ursins ad a. 1396. 2

Benedictus, presso Eccard,

II,

col. 1579.

Fra

le altre cose,

nel 1493 del re Ferrante dicevasi, che egli perderebbe

sine cruorej sed sola fama,

come

nel fatto accadde.

il

suo regno


LA MORALE E LA RELIGIONE

mondo

lenza sulle altre nel

327

s'insinua per questa via astro-

logica anche nella vita e nella civiltà degli Italiani.

congiunzione

di

Giove con Saturno, fu

la religione ebraica, quella con

Marte

scritto,^

La

produsse

la caldaica, quella

Sole l'egiziana, quella con Venere la maomettana,

col

Luna

quella con Mercurio la cristiana, e quella con la

produrrà quando che

modo

sia la religione dell'Anticristo.

Cecco d'Ascoli aveva già

affatto sacrilego

In

c^^ vio-

lato la nascita di Cristo e dedottane la sua crocifissione,

e questa profanazione lo condusse nel

Firenze.' Dottrine simili finivano

1327

al

col portare

rogo in nelle ul-

time loro conseguenze un' incertezza assoluta nel campo del soprannaturale.

Ma

appunto per

tenersi la lotta, che

ciò

il

in

tanto maggior pregio è da

lucido spirito degli Italiani .sostenne

contro tutto questo tessuto di sogni e di alle grandi

sono

monumentali

gli affreschi del

residenza

d' estate

Accanto

Padova^

salone di

e quelli della

(Schifanoja) di Berso da Ferrara, ac-

canto alle lodi impudenti, che

De

si

permette perfino Be-

1

Bapt. Mantuan.

2

Giov. Villani, X, 39, 46. Vi contribuirono anche altre cause,

lìatientia, L.

e fra queste V invidia dei colleghi.

gnato qualche cosa racoli deir l'

delirii.

illustrazioni dell' astrologia, quali

amor

di simile,

Ili,

cap. 12.

Anche Bonatto aveva

rappresentando, ad esempio,

divino in S. Francesco

come

Sono

mi-

prodotti dal-

Advers. astrol

II, 5.

quelli dipinti dal Miretto al principio del secolo

XV;

influsso del pianeta Marte. Cfr. Joh. Ficus, 3

effetti

insei

Scardeonio essi erano destinati ad indicandxim noscentium naturas per gradua et numeros, principio più popolare di quello che noi oggi immaginiamo. Era un'astrologia à laportée

secondo

lo

de tout

le

monde.


PARTE SESTA

328 roaldo

il

vecchio/ suona tanto più viva e solenne la pro-

non

testa di quelli, che follie.

Anche

modo

additato la via,

imitare

lasciarono traviare da simili

ma

l'

in essi e per le lezioni,

esperienza.

Il

Antichità aveva in certo

quei saggi non parlano

per-

bensì per quel sano criterio naturale

gli antichi,

che era l'

si

in questo riguardo

che aveano raccolte dal-

Petrarca, che conobbe a fondo gli astro-

non ha per

personali avuti con essi,

logi per contatti

loro che parole di derisione

e di scherno,^

dalle

quali

apertamente traluce quanto menzognero e fallace

sia il

loro sistema.

Anche

la novella sin dalla

sua nascita, cioè

sin dalle « Cento novelle antiche », è quasi

sempre

ostile

agli astrologi.' I cronisti fiorentini poi levano energiche

voci di protesta, quando sono costretti a menzionare quel

perchè

delirio,

s'

innesta nelle tradizioni patrie. Giovanni

Villani ripetè più d'una volta:* « nessuna costellazione

può sottoporre né

il

logia

alla necessità

consiglio di Dio »

come un

vizio,

che

dai loro antenati gentili, s'

arrestò nel solo

campo

il

libero volere dell'

Matteo Villani biasima

;

l'

uomo, astro-

Fiorentini avrebbero ereditate

i i

Romani.

Ma

letterario, e

la questione

non

divenne una vera-

questione sociale pei partiti, che a questo riguardo

si

formarono. Nella terribile inondazione dell'anno 1333,

1

haec

Un

Dell'Astrologia egli scrive {OrationeSj efjicit

ut homines

parum a

medesimo tempo è dignitate urbis Bononiae^ (Murat. XXI, col. altro

2 tati.

entusiasta del

Petrarca, Ejpp, seniles.

La

III,

I,

fol. 35,

«n nuptias):

Diis distare videantur.

(p. 765),

Joh. Garzeonius,

De

1163).

e in altri

lettera cui si allude, è diretta al Boccaccio,

luoghi

ci-

che sembra

aver pensato ugualmente. 3

Franco Sacchetti nella Novella 151 mette

dottrine. 4

Giov. Villani,

III, I,

X,

39.

in ridicolo le loro


LA MORALE E LA RELIGIONE nuovo

e di

in quella del 1345, sorsero

tissime tra gli astrologi e

i

329

dispute accani-

teologi intorno all'influsso

delle stelle, e al volere di Dio, e alla sua giustizia re-

Queste lotte non cessarono poi più del tutto

tributiva.^

per l'intero periodo del Rinascimento,* e sincere, perchè presso

i

e più utile

che non

Fra il

il

difendere

,

si

può crederle

potenti sarebbe stato più facile

combattere l'astrologia.

il

più illustri platonici che circondavano Lorenza

i

Magnifico, regnava su questo punto un vero dissidio.

Marsilio Ficino difendeva l'astrologia e fece l'oroscopo dei

della casa regnante, e

figli

(che fu poi papa Leone nascita

il

Pontificato."

X)

si

vuole che a Giovanni

abbia presagito sin dalla

Per converso Pico

della Miran-

dola scrisse la sua famosa confutazione, che fa veramente

epoca nella storia dell'astrologia.* Nella fede che sta all'influsso dei pianeti egli

si

pre-

trova la radice di ogni

empietà ed immoralità; se l'astrologo vuol credere a qualche cosa, dovrebbe piuttosto adorare divinità, dal

od

cità

i

pianeti

come

momento che da

essi fa derivare ogni feli-

anche tutte

le altre superstizioni tro-

infelicità;

verebbero neir astrologia una legittima espressione, mentre la geomanzia,

1

Giov. Villani, XI,

2

Anche

l'autore

col. 931), quell'Alberto

voi.

I,

si

chiromanzia ed ogni altra specie

la

2,

XII, 4.

Annales Piacentini » (Murat. XX, da Ripalta menzionato a pag. 320 del

degli

associa a questa polemica.

Ma

il

passo è notevole sotto

un altro punto di vista, cioè perchè contiene le opinioni di quel tempo sulle nove comete allor conosciute e chiamate ciascuna con un nome. 3

Cfr. Giov. Villani, XI, 67.

Paul. Jov. Vita Leonia

X, L.

Ili,

dove anche

in

Leone stesso

è visibile una credenza almeno nei pronostici. * Jo. Pici

Mirand. Adversus astrologos Libri XII.


PARTE SESTA

330 d'incantesimi

rivolgono innanzi tutto ad essa per la

si

momento

designazione del egli dice: al

fatale.

Riguardo

alla moralità

un maggiore incoraggiamento non può darsi

male, quanto col farne autore

il

cielo stesso, e in tal

caso svanirà necessariamente ogni fede nell' eterna bea-

dannazione. Pico s'è dato perfìn la pena, di

titudine

riveder le bucce agli astrologi in via empirica, e delle loro profezie climatologiche, su trenta giorni, egli ne trovò

Ma

false più di venti.

che

la cosa più importante è questa,

egli (nel quarto libro)

mise innanzi una teoria

stiana positiva sulla Provvidenza reggitrice

del

cri-

mondo

e sul libero arbitrio, che su tutti gli uomini colti della nazione sembra aver fatto

una maggiore impressione,

che non tutte

degli

quali questa

prediche

le

classe

di

oratori

popolari,

alle

persone restava oggimai indiffe-

rente.

Innanzi tutto egli sconsiglia gli astrologi dalla pubblicazione delle loro dottrine,^ e nel fatto coloro che sino

a quel momento

meno

più

le

aveano

fatte stampare,

ne restarono

svergognati. Gioviano Pontano, per esempio,

aveva accettato

nel suo libro « Del Fato » (v. pag. 312)

tutta questa scienza erronea, e l'aveva

poi

esposta

si-

stematicamente in una sua grande opera,* alla maniera di Firmico

del

;

ora nel suo dialogo « Egidio » non rinnega

tutto l'astrologia,

arbitrio e limita

l'

ma

gli astrologi,

esalta

il

libero

influsso dei pianeti alle cose corporali.

Così la cosa continuò ad aver vigore praticamente,

senza padroneggiar, come prima, tutti

1

rapporti

ma

della

Secondo Paul. Jov. Elogia literat. sub Ut. Jo. Ficus, il suo ut suhtilium disciplinarum jprofessores a

effetto sarebbe stato

scribendo deterriàsse videatiir. 2

i

De

rebus coelestibus.


831

LA MORALE E LA RELIGIONE

La

vita.

pittura,

XV

che nel secolo

aveva

illustrato

con

un modo

tutte le sue forze quel delirio, esprime ora

di

pensare affatto diverso: Raffaello nella cupola della cappella Chigi

pianeti e

rappresenta tutto

^

guida di splendide figure dell' eterno

all'

dell' astrologia, e

intorno le divinità dei

sotto la sorveglianza e la

obbedienti al cenno

d' angeli e

Anche non vollero mai

sentir parlare

chiunque voleva mettersi

in grazia dei

Padre, che siede in

dominanti in

allor

ma

cielo stellato,

il

Italia,

loro generali non

aveva a

alto.

gli

spagnuoli,

far altro che dichiararsi ne-

mico aperto di questa scienza, eh' essi riguardavano come mezzo eretica, perchè in buona parte maomettana.' Ciò non ostante ancora nel 1529 il Guicciardini scrive « quanto sono più felici gli astrologi che gli altri uomini! :

Quelli, dicendo

fede in

é creduto loro

una bugia,

tra molte verità

è più creduto loro che

il

una

tra cento bugie

modo che

il

vero

il

verità, acquistano

falso

questi, dicendo

:

perdono in modo che non

la

E nemmeno

»."

è da credere

disprezzo per l'astrologia conducesse necessaria-

mente a credere accadde che

nella Provvidenza, poiché molte volte

più s'accontentarono

i

di

adagiarsi in

un

vago ed indeterminato fatalismo. L' Italia in questo,

come

in altri riguardi,

tuto usufruttare completamente

l'

non ha po-

impulso venutole dalla

cultura del Rinascimento, perchè vi ostarono le conqui-

1

In S.

Maria del Popolo a Roma.

Gli angeli ricordano la

teoria di Dante nel principio del « Convito *

Questo è vernnientp

lettera

a Ferdinando

p. 226,

dell'

il

il

caso

di

Cattolico (Mai,

Spicil.

roman.

in

una

voi. Vili,

anno 1510) rinnega apertamente V astrologia, e in

un'altra al Conte di Potenza (ihid.

conclude, che »

».

Antonio Galateo, che

i

Ricordi,

p. 539) dallo

studio dei pianeti

Turchi attaccherebbero nuovamente Rodi. 1.

e.

N. 57.


PARTE SESTA

332

ste straniere e la Contro-riforma.

Senza

di ciò essa

avrebbe

probabilmente rinunciato da sé a quelle pazze fantasie.

Ora

chi pensa

sieno state

una

che l'invasione e la reazione cattolica necessità, di cui la colpa

si

deve unica-

mente apporre al popolo italiano, troverà anche giusta la pena dei danni intellettuali che ne derivarono. Reccato, che con ciò anche l'Europa intera abbia fatto una perdita immensa! Di gran lunga più innocua che l'astrologia appare il medio-evo ne aveva ere-

la fede nei pronostici. Tutto

un grande corredo

ditato

lesche, nò certamente

dalle diverse

l'Italia sarà

ciò al di sotto delle altre nazioni.

cosa un colorito speciale è

a questo delirio popolare

l'

esso

:

Ma

ciò

che dà qui alla

umanismo porge viene in soccorso ad una con un paganesimo d' in-

aiuto,

specie di paganesimo ereditario

antichità genti-

rimasta neanche in

che

l'

dole letteraria.

Notoriamente si

le superstizioni popolari degli Italiani

riferiscono a presentimenti e conseguenze che

gono dai

pronostici,'

e

vi

si

magìa, per lo più innocua. Quelli che innanzi le fanno conoscere sono

si

trag-

aggiunge anche un po' tutti

di

ce

appunto taluni dotti umanisti,

che le vengono enumerando per metterle in derisione. Quello stesso Gioviano Fontano, che scrisse quella grande opera astrologica,

di cui già s'è parlato (v. pag. 330),

nel suo « Caronte » tutti

i

pregiudizi,

sgomento pipita;

1

la

nomina con senso

di cui

delle donne, se

son vittime

un

i

di

compassione

Napoletani: la

pollo od un' oca soffrono dì

profonda angustia di que' signori, se un

Un numero

sterminato

di simili superstizioni ascrive

cembrio all'ultimo dei Visconti (Murat. XX,

col.

1016 e

il

fal-

De-

segg,).


333

LA MORALE E LA RELIGIONE cene cacciatore tarda a tornare o se un cavallo

un piede;

il

pronunciano nella notte

essi

si

torce

motto magico dei contadini pugliesi, che di tre sabbati

consecutivi,

quando cani rabbiosi mettono a pericolo il paese, e cosi via. In generale gli animali avevano il privilegio dei pronostici,

come neir antichità,

e in

modo

particolare

i

leoni,

bliche (v. pag. 19 e segg.), col

mantenevano a spese publoro contegno davano tanto

più da pensare al popolo, in

quanto involontariamente

i

leopardi e simil fiere, che

si

si

era abituati a vedere in essi

il

simbolo dello Stato.

Quando, durante V assedio del 1529, un' aquila

ferita volò

dentro Firenze, la Signoria diede a colui che gliela portò

un premio

quattro ducati, perchè era un favorevole

di

augurio.^ V'erano inoltre luoghi e tempi determinati per

determinate ceremonie di buono o cattivo augurio od' an-

che soltanto per prendere una decisione qualunque. L fiorentini credevano, testimonio

fosse

il

il

Varchi, che

loro giorno augurale, nel quale

piersi tutti gli

il

sabbato

solevano com-

avvenimenti più importanti, favorevoli o

sfavorevoli. Della loro superstiziosa ripugnanza di andare

campo passando per una strada determinata s' è già parlato (v. pag. 324). Presso i Perugini invece una delle al

loro porte, la così detta Porta Eburnea, avevasi in conto di fausta e propizia, tanto

che

i

Baglioni in ogni spedi-

zione facevano uscire le truppe per quella.' Aggiungansi le

meteore e

i

segni celesti, che ora riguadagnarono

posto che aveano avuto per tutto

1

Varchi, Storie fiorent. L. IV

il

(p. 174).

I

presentimenti e le

profezie ebbero allora la stessa inaportanza a Firenze,

volta

in

Gerusalemme

assediata.

Cfr.

ibid,

43, 177. 2

Matarazzo, A-rch. Stor. XVI,

II,

il

medio-evo, per cui

p. 208.

III,

come una

143, 195,

IV,


PARTE SESTA

334

da strani agglomeramenti di nubi la fantasia non tardò anche ora a creare eserciti di combattenti e credette di sentirne

il

fragore nell'aria.^

E

finalmente la supersti-

zione divenne ancor più funesta quando ripeteva la sua origine da cose sacre,

come quando, ad esempio,

immagini della Vergine movevano vano,

gli occhi

certe

o piange-

allorché certe pubbliche calamità susseguivano

immediatamente a qualche vero o preteso il

^

popolo domandava ad alta voce l'espiazione

delitto, di cui (v.

pag. 284).

Allorché Piacenza nel 1478 ebbe a sofirire di piogge violente e continue, fu detto che queste non avrebbero cessato sino a che

il

corpo di un usuraio, che da poco era

stato seppellito in san Francesco,

non

fosse stato di là

trasportato a giacere in luogo non consacrato. il

vescovo ricusava di lasciar disseppellire

la gioventù

popolana andò a prenderlo

fece a brani per le vie in

di

il

E

siccome

cadavere,

viva forza, lo

mezzo ad un tumulto che de-

stava abbominio e ribrezzo, e lo gettò da ultimo

acque del Po.^

vilegio esclusivo

tali

nelle

pregiudizi furono sempre un pri-

del popolo,

che noi

vediamo parteci-

parne perfino un Angelo Poliziano, quando viene a parlare di Jacopo

de' Pazzi,

uno dei principali promotori

della congiura denominata dal

1

2

della sua famiglia,

Prato, Arch. Stor. HI. p. 324, all'anno 1514. Come fece la Madonna dell'Arbore nel duomo di Milano

l'anno 1515

;

cfr.

vulzi (in

Prato,

1.

e. p.

327.

Il

medesimo cronista racconta

fondamenta per costruir la cappella dei TriS..Nazaro) si trovò un dragone della grandezza di un

che nello scavare

le

cavallo; si portò la il

nome

testa nel

palazzo dei

Triulzi e

si

gettò via

resto.

3 Et fuit mirabile quod illieo pluvia cessavit. Diarum Parmense presso Murat. XXII, col. 280. Quest'autore partecipa di

quell'odio concentrato contro gli usurai, di cui è pieno Cfr. col. 371.

il

popolo.


335

LA MORALE E LA RELIGIONE ordita a Firenze nello stesso

che quando costui

anno 1478. Egli

ci

narra

trovò avvinto dal capestro, con or-

si

imprecazioni consegnò Y anima propria a Satana. Ora anche quivi sopravvenne una pioggia tale, che il reddito dei grani minacciava di andar perduto, ed anche

ribili

una turba

quivi

seppellì

di popolo (per lo più del contado) dis-

cadavere dalla chiesa, e tosto scomparvero le

il

nubi e tornò a splendere la fortuna

Subito dopo

filologo.'

non consacrata, che di

sole

il

« tanto fu favorevole

:

opinione popolare »

all'

ma

aggiunge

grande

giorno susseguente fu tratto an-

il

dopo un'orribile scorribanda per

là e,

il

cadavere fu seppellito in terra

il

la città, fu

gettato neir Arno.

Questi e somiglianti

tratti

sono essenzialmente po-

polari e potrebbero essere avvenuti nel secolo

mente che

XVI. Ma

nel

della classica

qui pure

Degli

antichità.

si

X, ugual-

scorge l'influenza

umanisti

si

sa in

modo

certo ed esplicito, che essi credevano ai prodigii ed agli augurii, e ne

Ma

recammo

già qualche esempio (v. pag. 320).

se occorresse altra prova, basta

frircela.

Quel medesimo pensatore

titolo di nobiltà e le

Poggio

disuguaglianze sociali

non solamente crede a tutte di

il

solo

(v.

le apparizioni

ma

anche a

tutti

spiriti (fol.

prodigii d'indole antica,

i

of-

pag. 116), di

demonii, che ebbero tanta voga nel medio-evo

179),

ad

nega ogni

radicale, che

e

167,

come,

per esempio, a quelli, che furono annunciati in occasione dell'

1

ultima visita di Eugenio

'

avverso all'astrologia. *

Firenze.' « Allora si

Conjurationis Pactianae Commentar ius, nelle Appendici al Del resto il Poliziano era almeno

Roscoe, Vita di Lorenzo.

e.

IV a

Poggii facetiae,

53, 54

{Opera,

fol.

p. 451,

174.

455):

— egli

Aen. Sylvius: De Europa, racconta almeno prodigi ve-


PARTE SESTA

S36

Como

videro nelle vicinanze di cani,

in sulla sera quattromila

che preserp la via della Germania; a questi seguì

una schiera

un

di buoi, poi

esercito di armati a piedi e

a cavallo, parte senza testa, e parte con teste appena visibili,

un gigante a cavallo, al quale sedi buoi ». Il Poggio crede anche

e finalmente

guiva un' altra truppa

ad una battaglia di piche e

di

mulacchie

forse senza accorgersene, egli racconta

direbbe tolto di pianta

180). Anzi,

(fol.

un

dall' antica mitologia.

un tritone

della Dalmazia apparve

che

fatto

si

Sulle coste

fornito di barba e di

piccole corna, qual vero satiro marino, terminando colle parti inferiori nel corpo di

un pesce ricoperto

di

squamme;

esso rapiva in sulla spiaggia donne e fanciulli, sino a che

cinque ardite lavandaie con pietre e verghe' lo uccisero.^

Un

modello in legno

di

quel mostro, che

si

fa

vedere

a Ferrara, basta per rendere credibile al Poggio tutta la leggenda. si

Bensì non s'aveano più

potevano più interrogare

tornò di

moda

gli

Dei,

e

gli oracoli

ma

in

non

compenso

consultare Virgilio e l'interpretarne

il

passi augurali, che

s'

i

incontravano nelle sue opere (sortes

virgilianae)} Oltre a ciò la credenza nei demonii, propria di

tempi molto remoti, non rimase certamente senza un

influsso su quella del Rinascimento. Gli scritti di blico e di

Abammone

Jam-

intorno ai misteri degli Egiziani,

che potevano servire a quest' uopo, furono stampati già sin dal

finire del

secolo

XV

in

una traduzione

latina.

ramente accaduti, per esempio, combattimenti di animali, apparizione di nuvole ecc. e li dà realmente come singolarità, quand'anche faccia menzione delle sorti che vi vanno connesse. 1 Poggii facetiae, fol. 160; cfr. Pausaniae^ IX, 20. 2

Varchi,

III,

p.

195.

Due persone

sospette

si

fuggir dallo Stato, perchè consultarono Virgilio {Aen. €fr. Rabelais,

Pantagruel,

III,

10.

risolvono di Ili, vs. 44).


337

LA MORALE E LA RELIGIONE

Firenze non andò del

Perfino l'Accademia platonica di

un

tutto esente da

generale da tutti

delirio simile e in

i sogni neoplatonici del basso tempo romano. Ora egli è appunto di questa fede nei demonii, e della magia che strettamente vi si connette, che qui dobbiamo dire una

parola.

popolare in quello che

La credenza degli

spiriti,* in Italia

altri paesi

chiama

si

Europa. Innanzi tutto anche qui

d'

fantasmi, vale a dire apparizioni di morti, e se di considerarle

paesi settentrionali, ciò non

fuorché a questo che in

qualcuna

di queste

Messe

riduce in sostanza ad altro,

Italia

i

fantasmi

ombre

mostra,

si

Che

pel suo riposo.

ma

sé,

un' altra, che

i

quest' idea

si

fiate

i

questa espia d'ordinario

anime

un

dei reprobi

è cosa che s'in-

associa ordinariamente ad

morti guastano le creature »

un cappellano presso

egli separa nel suo pensiero

1

chiamano

fantasmi dei morti in generale sono sem-

pre maligni. « Molte dice

si

fa celebrare

si

le

appariscano sotto forma spaventevole,

tende da

modo

denominazione di ombre. Anche oggidì, se

coir antica

paio di

sono

ci il

talqualmente da quello dei

discosta

si

mondo

il

è presso a poco la stessa, che negli

le

il

Bandelle.' Probabilmente

l'ombra dall'anima, perché

sue colpe nel Purgatorio,

non

fa

Certe fantasie

di dotti,

spiritus di Cardano e

e,

se appare,

che supplicare e lamentarsi.

il

come, per esempio

daemon familiaris

lasciamo in disparte. Cfr. Cardanus,

di

Altre

splendor o

lo

suo padre, noi

le

De propria

lo

vita, cap. 4, 38,

47. Egli stesso era contrario alla magia, cap. 29. Prodigi e spettri

che egli vide, cap. 37, 41.

Quant' oltre andasse la paura degli

spettri nell'ultimo dei Visconti, reggasi nel Decerabrio

Murat. XX, 2

Parte

presso

col. 1016. II,

Nov.

I.

n

il


PARTE SESTA

338

noma

volte ciò che appare, non è tanto l'ombra di un particolare,

nimento,

di

quanto un simbolo personificato

uno

di

un avve-

stato di cose già passato. Cosi

vicini

i

spiegano l'apparizione del demonio nel vecchio palazzo visconteo presso S. Giovanni in Conca a Milano

una volta Bernabò Visconti avea

quivi

fatto

e strozzare innumerevoli vittime della sua

non era quindi meraviglia, se qualcosa

Ad un

infatti

:

torturare

tirannide, e

vi si mostrava.'

amministratore infedele della Casa dei poveri in

Perugia una sera, mentre

una turba

naro, apparve

egli stava

di

enumerando del da-

morti con fiaccole nelle mani

e danzò la ridda intorno a lui

;

ma una

figura più grande

delle altre parlò in tuono minaccioso per essi; era S. Alò,

protettore

delle

case

di

Ricovero.'

Queste visioni

erano cosi universalmente ammesse, che* anche

potevano trovarvi un tema ordinario Castiglione, per sotto le

mura

assediata Mirandola

l'

ombra

comune

il

altro alla verità di

meno

pregiudizio, crede

dell'uc-

la poesia

preferisce tali allusioni precisamente allorquando

ripudiando

poeti

esempio, assai bellamente fa apparire

dell'

Lodovico Pico.^ Del resto è un fatto che

ciso

i

alle loro poesie. Il

il

poeta,

di ogni

quanto viene narrando.

In seguito r Italia fu piena delle credenze popolari intorno

1 il

ai

demonii, quali regnavano presso tutti

Bandelle,

III,

Nov,

20.

quale voleva spaventare

il

marito

della

sua bella e

;

voce e

il

grido di tutti

Graziani, Arch. Stor. XVI,

I,

gli

p. 640.

animali.

ad

a.

nistratore mori di spavento. 3

distorlo

un palazzo. Egli e i suoi si travestirono da demonii perfino venire da altro paese un tale, che era capace

di contraffare la 2

popoli

Veramente non era che un amante,

dall' abitare

e fu fatto

i

Balth. Castilionii Prosopopeja Ltid. Pici.

1467.

L'ammi-


MORALE E LA RELIGIONE

LA.

nel medio-evo. Si aveva

permetta talvolta agli

umana;

quale

i

demonii

s'

soltanto

che Dio

piena persuasione

la

spiriti

maligni

una perniciosa influenza su alcune della vita

339

si

qualsiasi specie

di

parti del

mondo

concedeva che l'uomo,

e al

accostavano per tentarlo, era sempre

libero di far uso della sua volontà per resistervi. In Italia

specialmente

assume

lato diabolico degli

il

avvenimenti naturali

nella bocca del popolo assai facilmente

una certa

grandezza poetica. lia notte della grande inondazione

1333 uno dei santi ere-

della valle dell'Arno nell'anno

Vallombrosa udì dalla sua

miti dei dintorni di

tumulto infernale,

si

fece

il

segno della croce,

cella s'

un

affacciò

alla porta e scorse neri e spaventosi cavalieri passare a

cavallo armati di tutto punto. Dietro un suo scongiuro

uno

fermò e

di essi si

gli disse

:

« andiamo ad affogare

la città di Firenze per le sue colpe, se

E

con questa

può paragonare

si

apparizione, che dalla quale poi

Dio

la quasi

lo

permette

».'

contemporanea

pretende accaduta a Venezia (1340),

si

un qualche grande maestro della scuola

veneziana, probabilmente Giorgione, cavò un quadro maraviglioso, vale a dire, quella galera piena di

che colla velocità

di

laguna per devastare Santi, che

un uccello correva

la peccatrice città, sino

non conosciuti erano

povero pescatore,

saliti

demonii,

sulla tempestosa

a che

i

sulla barca di

col loro scongiuro precipitarono

i

tre

un de-

monii e la loro nave negli abissi del mare.

Ora a questo credenze mediante

s'

associa l'errore, che l'uomo,

lo scongiuro, possa avvicinarsi ai

demonii ed

usare del loro aiuto pe'suof scopi mondani d'interesse,

d'ambizione e di sensualità. In questo riguardo furono

1

Gio. Villani, XI,

2,

Egli intese

la cosa

dall'

abate de*Val-

lonabrosani, al quale l'aveva narrata l'eremita stesso.


PARTE SESTA

340

forse più gli accusati, che i veri rei; e precisamente

cominciarono ad ardere

si

gli

scongiuri o gì' incantesimi

fumo

maghi

pretesi

i

si

quando

e le streghe,

fecero più frequenti. Dal

dei roghi, sui quali furono sacrificati quegli uomini

prima volta un vapore inebbriante,

sospetti, sali per la

che animò un numero maggiore di uomini perduti ad abbracciar la magìa.

Ad

essi si

unirono poi audaci im-

postori.

La forma

popolare e primitiva, sotto la quale questi

mantennero forse senza interruzione sino dal tempo dei Romani, sono le malìe della strega} Questa

pregiudizi

si

può protestarsi pressoché come completamente innocente sino a che

restringe alla sola divinazione,*,

si

ma

il

pas-

saggio dal semplice pronostico alla cooperazione attiva

per r esecuzione tibile,

e

tuttavia

r azione

stessa.

di

un

fatto spesso

può essere impercet-

un'influenza

esercitare

Trattandosi

d'

decisiva sul-

incantesimi

attivi,

alla

strega vuoisi principalmente attribuire l'eccitamento l'

amore

o

all'

odio tra

uomo

al-

e donna, o qualche malefìcio

tendente a nuocere e danneggiare, specialmente a far

morire di consunzione teneri

fanciulli,

sebbene talvolta

la causa di ciò apparisca più evidente nell'abbandono e

nella stolta incuria dei loro parenti.

dendo da

ciò,

come decidere quanto,

Ma, anche

prescin-

dei danni recati dalla

1 Di ciò che le maliarde potessero nell'antico tempo romano, non rimangono che scarsissimi cenni. Della trasformazione di un uomo in un asino nel secolo XI sotto Leone IX veggasi in Mal-

mesbur,

§ 171 (voi.

II,

I,

p. 282).

Questo potrebbe essere stato il caso della singolare ossessa, che intorno al 1513 fu consultata a Ferrara ed altrove da alcuni grandi di Lombardia per udirne le profezie; essa si chiamava 2

Rodogina.

I

particolari in Rabelais Pantagruele, IV, 58.


341

LA MORALE E LA RELIGIONE strega, sia inole

da attribuire

sue ceremonie, alle sue for-

alle

e incomprensibili, ed anche alla volontaria

magiche

invocazione del demonio, e quanto invece ai medicamenti

ed

ai veleni,

che per avventura essa può aver sommi-

nistrato con piena coscienza del loro effetto?

Come frati

modo molto

poi in

di farle concorrenza, lo pio, dalla strega di

uno

più innocente anche alcuni

mendicanti pretendessero

de' suoi

riva alla di

con essa

di rivaleggiare

apprendiamo, in via di esem-

Gaeta, di cui

parla

ci

il

Fontano

in

dialoghi.* Il suo Suppazio, viaggiando, arlei

momento

abitazione appunto nel

in cui

dà udienza ad una giovane e ad una fantesca, che

ella

vennero con una gallina nera, con nove uova deposte in venerdì, con un' anitra e il

con

filo

bianco, attesoché è

terzo giorno dopo la luna nuova: pel

vengono rimandate

momento

crepuscolo. Probabilmente non trattasi che di stico: la

un

l'amante s'è reso infedele e s'è

frate; alla fanciulla

di

un prono-

padrona della fantesca è stata ingravidata da

chiuso in un convento.

morte

esse

invitate a tornare per l'ora del

e

mio marito,

La

strega

si

lagna:

vivo di questi

io

« dopo la

affari,

e potrei

donne di Gaeta sono molto credule; ma i frati mi rubano il mestiere, spiegando sogni, vendendo per danaro la protezione dei Santi, promettendo un marito alle fanciulle, un figlio maschio alle star meglio, perchè le nostre

donne

incinte,

di notte,

un

quando

di soppiatto,

i

figlio

qualunque

alle sterili, oltre

che

mariti escono per la pesca, le visitano

dopo aver preso

gli

opportuni concerti nella

chiesa ». Suppazio l'avverte di non tirarsi addosso le ire del convento con simili discorsi, di nulla,

^

perchè

il

ma

essa non ha paura

guardiano è un' antica sua pratica.

Jov. Pontan. Antonius.


PARTE SESTA

342

Ma

delirio cresce, e

il

peggiore di streghe

uomini

:

dà origine ad una specie ancor

quelle che con malefìci tolgono agli

la salute e la vita. In

maligna occhiata non basta, l'

La

aiuto di spiriti superiori.

demmo

quando una

questi casi,

ricorre innanzi tutto al-

si

loro punizione,

come ve-

già parlando della Finicella (v. pag. 268)

rogo; e tuttavia

il

,

è' il

fanatismo inclina ancora a qualche

accordo: nello Statuto di Perugia infatti troviamo che,

pagando quattrocento dire che in

allora

lire,

possono riscattarsi.^ Ciò vuol

la cosa

non

quella logica inesorabile, che ritorio della Chiesa, in

si

si

trattava ancora con

adottò più tardi. Nel ter-

un'altura dell'Appennino e pre-

cisamente nella patria di san Benedetto, a Norcia, pare

che esistesse

La

il

centro di ogni stregoneria ed incantesimo.

cosa era universalmente nota. Quegli che ce ne dà

contezza è

Enea

Silvio, in

una sua

Egli scrive a suo fratello: «

me

è venuto da

Venere

in Italia,

lettera

giovanile.^

latore di questa lettera

il

conoscessi un

Monte

dove pretendesi che s'insegnino

le arti

per chiedermi se

io

magiche, delle quali è curiosissimo

grande astronomo sassone.^ Io

il

risposi,

suo

padrone, un

che conosceva un

Porto Venere non lungi da Carrara, sulla costa dirupata della Liguria, dove passai tre

Basilea:

consacrato a Venere,

1

notti nel

trovai altresì, che in Sicilia

Graziarli,

una strega

di

l'

Erico,

Arch. Stor. XVI,

I,

ma

mio viaggio a un monte

esiste

non so che quivi

p. 565,

ad

a.

s'in-

1445, parlando di

Nocera, che offerse soltanto la metà e fu arsa.

legge colpisce quelle che facciono

le fallire

La

ovvero venefitie ov-

vero encantatione d' immundi spiriti a nuocere. 2 Lib. I, op. 46, Opera, p. 531 e segg. Invece di umbra a pag. 532 deve leggersi Umbria, e invece di lacum leggasi locum. 3

tum

Più tardi

potens.

lo dice

Medicus ducis Saxoniae, homo tum dives,


LA MORALE E LA RELIGIONE segni magìa. Tuttavia

nel dialogo

343

mi risovvenne, che

neir antico ducato (Spoleto), non lungi dalla città di Nor-

v'è un sito, dove sotto una scoscesa rupe trovasi una caverna, nella quale scorre dell'acqua. Quivi, come ben ricordo di aver udito, havvi un convegno di streghe (strìges), di demonii e di ombre notturne, e chi ne ha il coraggio, può vedervi gli spiriti (spiritus), e parlar cia,

con loro e apprendere

le arti

magiche.'

Ma

io

non l'ho

veduto, né mi sono interessato di vederlo, perchè ciò che

non può apprendersi se non per via

meglio

di peccato,

è non apprenderlo ». Ciò non ostante, egli nomina la per-

sona che condurre

lo il

Come

vita.

informò e richiede suo

fratello,

che voglia

latore della lettera da quella, se è ancora in si

Enea per compiacere

vede,

quell'illustre

personaggio va tanto innanzi da compromettersi quasi egli stesso,

eppure personalmente ninno era più lontano

da ogni credenza superstiziosa

di lui

(v. pag.

285

e 319),

e in questo riguardo ha sostenuto delle prove, che anche

oggidì non tutte

le

persone colte sarebbero in grado dì

sostenere. Quand' egli, al

tempo del Concilio di Basilea, di febbre da ben settanta-

giunse a Milano ammalato

«inque giorni, non fu possibile indurlo ad accettare conmedici

sulti

fatti

mezzo della magìa, quantunque un uomo, che poco prima

col

gli sia stato condotto al letto si

pretendeva avesse curato e guarito

glioso dalla febbre ben

in

modo maravi-

duemila soldati nel campo del

Piccinino. Egli invece ancor sofferente intraprese

Una

specie di baratro infernale

non lungi da Ansedonia

in

si

il

conosceva nel secolo

Toscana. Era una caverna, dove

di-

XVI nel-

l'arena scorgevansi tracce d'animali e d'uomini, che, anche can-

tornavano a riapparire tamondo, L. IH, cap. 9.

cellate,

il

giorno seguente. Ubertj,

il

Dit-


344

PARTE SESTA viaggio

sastroso

delle

montagne per

sua

recarsi alla

destinazione, e guari cavalcando.'

Oltre a ciò, noi apprendiamo

qualche cosa dei din-

torni di Norcia anche dal negromante, che cercò di aver nelle sue

mani

il

grande artista Benvenuto

Trat-

Cellini.

tavasi di far la consacrazione di un nuovo libro magicp,* e

luogo più opportuno erano appunto quelle montagne.

il

Bensì

maestro dell'incantesimo ne consacrò un altro

il

nelle vicinanze dell'abbazia di Farfa, diiBcoltà,

a

ciò,

i

che non

si

ma

incontrò delle

sarebbero incontrate a Norcia

;

oltre

contadini di Norcia erano gente sicura, avevano

una certa pratica

caso di bisogno, pò*

di tali cose, e, in

tevano prestare un valido aiuto.

Ma

non

l'escursione

ebbe luogo; diversamente Benvenuto con molta probabilità

avrebbe imparato a conoscere anche

i

manutengoli

dell'impostore. In allora quella regione era affatto proverbiale.

L'Aretino in qualche punto delle sue opere

parla di una fonte ammaliata, dove abitavano la sorella della sibilla di Norcia e la zia

intorno al medesimo tempo di celebrare nel suo lungo

tutta la

pompa

il

della

fata

Morgana.

Trissino ebbe

poema

^

il

E

coraggio

quelle località con

della poesia e dell' allegoria,

come

la sede

delle vere profezie.

In seguito tutti sanno che, dopo la celebre Bolla di

Innocenzo Vili (1482),

1

2 3

se

il

le

persecuzioni piovvero

sulle

Pii II Comnient L. I, p. 10. Benv. Cellini, L, I, cap. 65.

L'Italia liberata dai Goti, Canto XXIV. Si può chiedere, Trissino stesso creda

ovvero se

si tratti

alla

possibilità

delle

sue descrizioni

soltanto di un elemento di poesia romanzesca.

medesimo dubbio è permesso di fronte Lucano {Canto VI), dove la maga morto per compiacere a Sesto Pompeo.

suo probabile mo-

Il

al

dello,

tessala scongiura

un


345

LA MORALE E LA RELIGIONE

modo veramente

streghe in i

spaventevole.^ Siccome poi

principali strumenti di quelle persecuzioni furono

do-

i

menicani tedeschi, così bisogna concludere che la Ger-

mania

si

risentisse più particolarmente di quella piaga,

e in Italia quei paesi che erano più prossimi alla Ger-

mania. Infatti anche

modo

le

ordinanze e

le

Bolle dei Papi

si

Lombardia e più particolarmente alle diocesi di Brescia, di Bergamo e di Cremona.' Inoltre dal celebre Manuale di Sprenger, il Malleus Maleficarum, si apprende che a Como, ancor nel riferiscono in

speciale alla

primo anno dopo la pubblicazione della Bolla, furono arse

non meno

quarant'una streghe, e

di

merosi drappelli

di

ritorio dell' arciduca

donne

si

sa altresì che nu-

italiane si rifugiarono nel ter-

Sigismondo, dove credevano di tro-

var sicurezza. Per ultimo noi veggiamo la stregoneria stabilirsi in

delle Alpi,

modo

invincibile in alcune sventurate valli

segnatamente nella valle Camonica,' dove

popolazioni parvero particolare.

1

avervi

una predisposizione

Queste stregonerie

Septimo Decretai. Lib. V,

tit.

d'

le

affatto

origine essenzialmente

XII.

Essa comincia: Summis mi credo per-

desiderantibus affectihus, ecc. Incidentalmente io

messo di osservare, che qui, studiando più a fondo l'argomento, scompare affatto ogni idea di uno stato di cose originariamente obbiettivo, di un avanzo di credenze pagane, e così via. Chi vuol persuadersi, come la fantasia dei monaci mendicanti sia T unica sorgente di tutti questi delirii, tenga dietro, nelle Memorie dì Jacopo du Clerc, al cosi detto processo contro i Valdesi tenuto in Arras nell'anno 1459. Soltanto dopo uno studio secolare di essi anche

la fantasia

popolare

simili cose si era usati di si

si

persuase delle

arti, colle quali in

procedere e che in allora nuovamente

riprodussero. 2

Di Alessandro VI, di Leon V,

di

Adriano VI,

1.

e.

Proverbialmente nominata come il paese delle streghe esempio, nell' Orlandino, cap. I, str. 12. 3

:

per


PARTE SESTA

346

tedesca costituiscono quelle diverse corre

in Milano, in

Bologna ed altrove.' Se

bero una maggior diffusione, fatto che qui si

varietà

si

ciò

in Italia

dipendette

non ebdal

forse

aveva già una stregoneria propria, che

basava essenzialmente sopra elementi

La

alle quali

,

pensiero nel leggere storie e novelle accadute

il

al tutto diversi.

strega italiana esercita un vero mestiere ed ha bi-

sogno di danaro, e sopra tutto

memoria. Dei sogni

di

isterici delle

avvedutezza e buona streghe del

viaggi aerei, di incubi e succubi qui non

meno

:

il

compito della strega è quello

di

si

nord

,

di

parla nem-

procurare

al-

Se anche di lei si suppone che possa assumere diverse forme e trasportarsi a volo da luogo a luogo, essa non vieta che lo si creda, in -quanto anche

trui qualche piacere.

ciò contribuisce a darle

la cosa le

timento prevalente che

ispira, è la

pone maligna e vendicativa e se

mente

de'maleficii a

ma

un credito sempre maggiore;

può tornare estremamente pericolosa, se

danno

paura, se la

le si attribuisc

il

si

sen-

sup-

3no special-

di fanciulli, di bestiami e di

raccolti campestri. In tal caso gì' Inquisitori e le autorità

possono guadagnarsi una grande popolarità, condannandola al rogo.

Ma

il

campo

di

gran lunga più importante per

strega sono e rimangono Per esempio

gì'

intrighi amorosi, sotto

il

la

qual

Nov. 29, 52. Prato, Arch. III, Annal. Bonon. ap. Murat. XXIII, •col. 897, parla già ancora all'anno 1468 della condanna di un priore dell' ordine dei Serviti, che teneva un vero bordello di spicives Bononienses cum Daemonibus coire faciehat in specie riti Un ripuellarum. Egli faceva dei veri sacrifici ai demonii. scontro a ciò in Procop. Histor, arcana^ e. 12, dove un lupanare vero è frequentato da un demonio, che getta gli altri frequenta1

Stor.

Ili,

p. 408.

il

Bandelle,

— Bursellis,

:

tori sulla pubblica via.


LA MORALE E LA RELIGIONE

nome

si

comprende

1'

eccitamento

347

amore ed

all'

l'ordire inganni per ispirito di vendetta,

all'

odio,

disperdere

il

il

un colpevole amore, e secondo le circostanze il premeditare anche la morte di chi tradisce la fede data con arti magiche o con bevande avvelenate.^ Siccome in frutto di

tali

donne non

si

aveva che una fiducia assai condizioi dilettanti, che, avendo

nata, così cominciarono a pullulare

appreso da esse ora un segreto, ora

Le

poi l'arte per conto proprio.

esempio, cercavano di aiutare

il

l'

esercitavano

altro,

meretrici romane, per

propria

prestigio della

persona anche con apposite malie, alla maniera della Canidia di Orazio. L' Aretino non solo ne sa qualche cosa,'

ma

è

mera

anche in grado

nei loro armadii

persone morte, ciulli,

di

darne piena contezza. Egli enu-

spaventosi attrezzi, che

tutti gli

:

si

trovano raccolti

capelli, cranii, costole, denti, occhi di

pelli

d'uomini, umbilichi

di

piccoli fan-

suole da scarpe e vestimenti rapiti a cadaveri; né

contente

di

ciò,

vanno esse stesse a

disseppellire nei ci-

miteri le carni imputridite, e le danno mascheratamente

a mangiare possibili

l'olio

a

rubato

frammenti il

ad altre nefandità im-

ai loro galanti, oltre

riferire.

d'

alle

Di più, fanno bollire alla rinfusa nel-

lampade

delle

chiese

capelli, spilli,

unghie del loro amante. Dei loro scongiuri

più innocente è quello, con cui

formano un cuore di

cenere calda, e vi pungono dentro cantando:

1

«

Prima

«

Fa

che'l fuoco spenghi,

eh' a

mia porta venghi

Sugli schifosi ingredienti di cui

si

:

compone

streghe, veggasi la Macaroneide, Phaut. XVI,

gono distesamente 2

la cucina delle

XXI, dove

Nel Ragionamento del Zoppino. Egli crede che

apprendessero

le

loro arti da certe

vano certe malìe.

si

espon-

tutte le loro ribalderie.

femmine

le

cortigiane

ebree, che

possede-


PARTE SESTA

348

punga

«

Tal

«

Quale io

ti

fo

il

mio amore,

questo cuore

».

Del resto usano anche formole magiche

allo splendor della

luna, segni misteriosi sul terreno, figure in

bronzo, che senza dubbio rappresentano

l'

cera od in

amante, e di

cui si servono secondo le circostanze.

Ma a

tali

cose

era talmente avvezzi, che una donna,

la quale

senza bellezza e gioventù esercitasse tuttavia

un certo

fascino sugli uomini, cadeva senz'altro in so-

La madre

spetto di stregoneria. di

Clemente VII, avvelenò

di queste lui

;

ma

del Sanga,' segretario

la di lui

amante, che era una

sfortunatamente perì anche

il

figlio

e con

un'intera società d'amici, che mangiarono un'insalata

avvelenata.

Ora

si fa

della strega,

innanzi, non il

mago od

come

aiutatore,

ma come

rivale

incantatore, ancor più esperto

di tutte le arti le più pericolose. Talvolta egli è altret-

tanto, od anche più astrologo, che

sembra

mago

:

più spesso però

non escome mago, molto più che quest' ultimo non poteva prescindere da un po' di astrologia, per coessersi egli spacciato per astrologo per

sere perseguitato

noscere le ore favorevoli e indicarle (v. pag. 321 e 328).

Ma

siccome molti

spiriti

sono buoni od indifferenti,' così

può godere di una abbastanza buona reputazione, e Sisto IV nel 1474 dovette con un Breve apposito ' chiamare al dovere alcuni Carmelitani anche

il

loro scongiuratore

bolognesi, che dal pulpito predicavano non esservi alcuna

1

2

Varchi,

Agrippa, 3

S,tor. fiorent. II, p. 152.

Questa riserva fu

De

poscia espressamente

accentuata. Corn.

occulta philosophia, cap. 39.

Septimo Decretai.

1.

e.

I


LA MORALE E LA RELIGIONE neir interrogare

colpa

i

349

demonii sulle cose future. La

cosa in sé non sembrava niente aifatto impossibile a molti;

una prova indiretta

se ne

ha

in questo,

che anche le per-

sone le più timorate dal canto loro credevano a visioni di

buoni

vocato.

spiriti,

ch'esse stesse avevano ardentemente in-

Savonarola è pieno di queste ubbie;

Il

nici fiorentini parlano di

Marcello Palingenio

(v.

apertamente intendere, dell'altro

riti

eh' egli

ha che

plato-

fare con degli spi-

mondo.' Egli è anche persuaso

stenza di un'intera gerarchia di maligni

morando

i

una mistica unione con Dio e voi. I, pag. 354 e segg.) lascia dell'esi-

spiriti,

che, di-

negli spazi aerei tra la terra e la luna, insidiano

alla vita dell'

uomo

e tentano sconvolgere le leggi della

natura,^ anzi egli dice di conoscerne taluni personalmente.

Ora, siccome lo scopo del nostro libro non

una esposizione

ci

permette

diffusa e sistematica delle opinioni, che

allora prevalevano intorno a queste credenze spiritistiche, cosi ci

accontenteremo qui

di riferire

lazione del Palingenio, a guisa

Egli

s'

Soratte, a

è fatto istruire da s.

di

un sunto della

re-

saggio od esempio.^

un pio anacoreta del monte

Silvestro, sulla nullità delle cose terrene e

sul niun valore della vita dell'uomo, e poi sul far della

notte

s'

dendo

è messo in via alla volta di

la luna, egli

sociano a

lui,

s'

Roma.

Allora, splen-

abbatte in tre viandanti, che

s'

as-

ed uno di questi, chiamandolo a nome, gli

chiede da quale parte egli venga. Palingenio risponde dal santo anacoreta del monte. «

1

Zodiacus,

Vitae. XII. 363, 529. Cfr. X, 393 o segg.

2 Iì)id.

IX, 201 e segg.

» Ibid.

X, 770 e segg.

:

stolto, rispose l'altro,


PARTE SESTA

350

credi tu che sulla terra vi sia qualcuno veramente sag-

gio?

La saggezza non

periori (Divi),

quantunque

è che privilegio

numero

e del

rivestiti di

Jana

samente

:

in prossimità della luna,

il

degli esseri su-

questi siamo noi tre,,

forme umane:

racil e costoro Satiele e

la

di

mi chiamo Sa-

io

nostro regno è preci-

dove

in generale

dimora

grande schiera degli esseri intermediarii, che dominano

mare

sulla terra e sul

n'ha

Palingenio domanda, non senza

».

che cosa vanno a fare a

interno spa^vento,

« uno dei nostri compagni,

in risposta:

un giovane

è trattenuto per forza d' incanto prigione di di Narni, del seguito del cardinale Orsini

ciò voi, uomini, dovreste

:

Roma? E Ammone,

ed anche in

vedere una prova implicita della

vostra immortalità, potendo avere tanta autorità sopra di noi

:

io stesso

una

volta, chiuso in un' ampolla,

ho do-

vuto servire un tedesco, sino a che un monacello barbuto mi liberò. Ora noi vogliamo tentare

Roma un

rendere in

di

simile servigio al nostro compagno, e con questa

occasione cercheremo di condurre con noi questa notte all'

Orco un paio

di

parole del demonio

« udite,

il

ragguardevoli personaggi si

».

A

queste

leva un venticello, e Satiele dice:

nostro Remisses vien già da

venticello lo annunzia ». Infatti

Roma;

questo

appare un

tosto dopo

quarto, che essi lietamente salutano, e lo interrogano sulle

cose di

Roma. Le sue

condanna contro

il

risposte contengono

Papato

:

Clemente YII

s'

è

una severa nuovamente

collegato con gli spagnuoli e spera di sradicare la dottrina di Lutero non più con di

buone

ragioni,

ma

colle

armi

Spagna: guadagno netto pei demonii, che nella grande

carneficina che ne seguirà, condurranno all'inferno

una

turba d' anime innumerevole. Dopo tali discorsi, nei quali Roma vien dipinta come pienamente caduta in potere dello spirito maligno, per causa della sua immoralità,

i


LA MORALE E LA RELIGIONE demonii spariscono e lasciano solo

351

poeta a proseguir

il

la sua via.'

Chi voglia formarsi un' idea della diffusione che presero questi rapporti coi demonii, che in allora potevansi

ancora pubblicamente confessare, ad onta del Malìeus

Maìeficarum

non ha che a consultare

ecc.,

libro, del

il

resto assai letto, « Della occulta filosofia » di Agrippa di

Nettesheim. Bensì egli sembra originariamente averlo

prima

scritto al

di recarsi in

Italia,'

ma

nella dedicatoria

Tritemio egli nomina, fra molte altre, anche delle im-

portanti fonti

insieme

con

sebbene soltanto per guastarle

italiane,

uomini

Trattandosi di

quelle.

di

genere

tanto ambiguo, quale era Agrippa, e di furfanti e

ci

può interessare gran

quale essi

si

fatto

pazzi,,

maggior parte, non

quali possono dirsi gli altri per la

neanche

il

sistema, sotto

mascherano con una farraggine

il

di formolo,

suffumigi, unguenti, pentacoli, ossa di morti e simili.^

Ma

in primo luogo questo sistema è ricchissimo di citazioni delle superstizioni antiche; poi l'influenza ch'esso eser-

1

II

tipo mitico degli stregoni nei poeti di allora è,

sanno, Malagigi. Dipingendo questa figura

che teoricamente sui

limiti

il

Pulci

potenza dei

della

si

come

tutti

esprime an-

demonii e degli

scongiuri {Margarite. Canto

XVIV,

non si possa sapere quanto Canto XXI),

sul serio egli prendesse la cosa. (Cfr.

^

opera

Polidoro Virgilio

De

era bensì

str.

106 e segg.). Peccato che

italiano di nascita,

ma

prodigiis non fa che constatare sostanzialmente

la

sua

le su-

Parlando per6 una singolare applicazione

perstizioni d'Inghilterra, dov'egli passò la sua vita.

della prescienza dei «Ielle

3

sue teorie al Sacco di

Roma

Tuttavia Y assassinio per

e forse

torno

demonii, egli

mai

il

al 1440),

non trova

mezzo. il

Un

del 1527.

meno

è ben

di

rado

lo

scopo

dissoluto, quale era Gilles de Retz (in-

quale sacrificò

in Italia

lo

fa

ai demonii più di cento neanche un lontano riscontro.

fanciulli,


PARTE SESTA

352

cita nella vita degli Italiani e nelle loro passioni, è tal-

A

volta grandissima e caratteristica.

rebbe che soltanto esservisi accostati,

i

più corrotti fra

ma

prima vista

si

di-

grandi debbono

i

le passioni sfrenate

conducono a

consultar gli stregoni anche uomini di gran conto e di

mente svegliatissima

in qualsiasi condizione, e la persua-

sione, che nell'incantesimo ci sia

un fondo

di vero, to-

glie anche a quelli che se ne tengono lontani, un po' di

quella fede che

hanno in una Provvidenza suprema dispenumane. Con un po' di danno e un po' di

satrice delle cose

pericolo pareva che

punemente

tutti gli

si

potessero saltare a pie pari im-

ostacoli posti dal senso

comune

e

dalla morale e trascurare tutte le gradazioni intermedie,

che

si

frappongono tra l'uomo e

suoi scopi leciti o

i

illeciti.

Consideriamo innanzi tutto

un

tratto di

po' vecchio e già sul punto di sparire affatto.

nebre più

fìtte

magìa un Dalle te-

del medio-evo, anzi dall'Antichità stessa

qualche città italiana conservò una ricordanza, che destini fossero inseparabili

da quelli di

certe statue e simili. Gli antichi

i

una volta avean parlato

di sacerdoti addetti ai riti inaugurali, detti telesti, ufficio

suoi

certi edifìci, di

il

cui

sarebbe stato quello di assistere alla solenne fon-

dazione di alcune rità con appositi

fondamenta,

ma

città,

garantendone la futura prospe-

monumenti, ed anche

col seppellire nelle

in via segreta e misteriosa, oggetti de-

terminati (telesmata). Se qualche cosa ancora sopravvi-

veva per tradizione orale

gure antico naturalmente nel corso dei tato in

tempo romano,

e popolare del

erano appunto ricordi di questo genere

un mago, perchè non

si

:

salvo che

secoli fu

comprendeva più

l'

au-

tramuil

lato

religioso dell'opera sua, quale era nell'antichità. In al-


353

LA MORALE E LA RELIGIONE cuni prodigi attribuiti in Napoli a Virgilio

sopravvive

'

-evidentemente la ricordanza antichissima di un teleste, il

nome coli' andare del tempo fo sostituito da quello sommo poeta. Altrettanto dicasi della ccremonia, colla

cui

del

quale in

rinchiudeva una misteriosa immagine della città

si

una botte

o di queir altra, per cui Virgilio passa pel

;

fondatore delle

mura

di Napoli.

gilio

La

fantasia popolare esa-

quelle tradizioni, sino a che Vir-

gerò, amplificandole,

divenne anche l'autore principale del cavallo di

bronzo, delle teste che sono sopra la porta Nolana, delle

mosche pure

di

bronzo che figurano su qualche altra porta,

della grotta di Posilipo e cosi via;

sano magicamente di Napoli,

lirne

mentre quei due

tratti

destino in generale.

il

— cose

aveva confuse ricordanze

avrebbe .mania,

la

Roma

medievale

questo genere. In sant'Am-

di

l'

marmo;

al suo posto,

che sino a che esso fosse rimasto sussistito

Impero, probabilmente quello

usando gl'Imperatori tedeschi

di

di

Marte

tardi trasformato in

(più

avrebbe perdurato sino

1

alla

consumazione dei

Cfr. l'importante scritto di

mania

» di Pfeiffer, IV.

tico teleste alla sua

di Virgilio nel

loro

secoli, con-

Roth Virgilio Mago neUa

sorgere

«

Ger-

posto dell'an-

può probabilmente spiegarsi dai frequenti pellegrinaggi al tempo imperiale devono aver col-

Sul telesma

di

Parigi,

v.

Gregorio

Vili, 33.

2

Uberti, Dittamondo, L.

3

Ciò che segue veggasi in Giovanni Villani

III, 1,

il

Battistero)

tomba, che ancora

pito la fantasia popolare.

Turon.

Il

Ger-

coronarsi in

di

quella chiesa.' I Fiorentini erano persuasi* che

tempio

fis-

luoghi

primi sembrano stabi-

Anche

brogio a Milano trovavasi un antico Ercole in si disse,

che

tutte,

sorti particolari di alcuni

le

V, 38, XI,

1.

.Egli

Ili,

stesso

e.

14.

non crede a

,

I,

42, GO,

II,

simili empietà.

Cfr. Dante, Infe-nxo, XIII, 146.

23

1,


PARTE SESTA

'3^4

formemente a quanto segnava la costellazione, sotto la quale fu costruito al tempo di Augusto è vero che essi tolsero di là la statua equestre di Marte in marmo', quando si fecero cristiani ina, siccome la distruzione di essa avrebbe apportato grandi sventure alla città, e :

;

ciò

pure per

l'

collocò sopra

una

influsso di

una torre lungo

tila distrusse Firenze,

l'

costellazione, l'

cosi

la- si

Arno. Allorquando To-

immagine cadde nell'acqua

e

non

fu ripescata se non quando Carlomagno riedificò di nuovo la città: allora fu collocata sopra

gresso del Ponte Vecchio, il

Buondelmonte

un

piedistallo all'in-

e quivi precisamente nel

fu ucciso, e per tal guisa

il

un

della gran lotta tra Guelfi e Ghibellini è si

1214

risvegliarsi fatto,

che

lega intimamente a quell' idolo tanto temuto. Neil' inon-

dazione del 1333 però esso scompare per sempre.^

Ma

lo stesso

telesma

s'

incontra anche altrove. Guido

Bonatto, già menzionato, nel gettar

mura

di Forlì

non

si

le

fondamenta delle

accontentò di esigere quella scena

"simbolica della concordia de' Guelfi e dei Ghibellini

cui

parlammo

(v. pag.

equestre di bronzo o

323) di

;

ma, per mezzo

marmo, che

egli

di

,

di

una statua

con espedienti

astrologici o magici giunse a procacciarsi e vi seppellì,^

credette anche di aver guarentito quella città da ogni

1

una

Giusta un frammento riportato dal Baluz. Misceli. IX, 119,

volta nei tempi antichi gli abitanti dì Perugia ebbero guerra

con quelli di Ravenna, et militem marmorewnj. qui juccta Ravenno.m se continue volvebat ad solenij usurpaverunt et ad eorum civitatem virtuosissime trans tulerunt. Probabilmente una figura simbolica anche questa del destino. 2

negli

La credenza

locale su

questo fatto riscontrasi

Annal. Foroliv. presso Murat. XXII,

col. 207,

registrata

288; e con

molte amplificazioni la cosa stessa è narrata da Filippo Villani, Vite, p. 43.


355

LA MORALE E LA RELIGIONE distruzione, anzi da ogni sorpresa o saccheggio per

Allorquando

venire.

il

Albornoz

cardinale

l'

av-

(v. voi.

I,

pag. 140), circa sei decennii più tardi, ebbe in suo potere la Romagna, scavando accidentalmente, fu trovata e mostrata quella statua, probabilmente per

cardinale stesso, affinchè

mezzi

il

Chiesa.

nuovo un secolo più

di

contro la

tardi (1410),

quando

tornò a par-

ostile falli contro la città, si

una sorpresa

ordine del

popolo comprendesse, con quali

Montefeltro s'era sostenuto

crudele

Ma

il

lare dell'influenza miracolosa di quel telesma, che forse

era stato salvato e nuovamente sepolto. essere stata

Ma

questa deve

ultima volta che se ne parlò poiché ancor

l'

:

nel secolo susseguente la città effettivamente fu presa.

Nelle fondazioni degli secolo si

XV

(v. pag. 322),

il

ma

indizi evidenti di sortilegi magici. Si sa

che lo stesso papa Paolo

enorme quantità damenti degli

prevale ancora per tutto

un pregiudizio astrologico

hanno anche

infatti

edifici

medaglie

di

edifici,

d'

d'

eh' egli eresse,^ e

una

seppellire

II fece

oro e

argento nei fonil

Platina non è

malcontento di poter riconoscere in ciò un omaggio fatto ai riti pagani.

Ma

certamente né Paolo, né

non avevano una piena coscienza del che nel medio-evo

s'

il

suo biografo

significato religioso,

attribuiva a tali consacrazioni.'

Ciò non ostante questa magia ufficiale, che non era

per lo più che una tradizione popolare, non agguagliò di

gran lunga

l'

importanza, che ebbe la magia segreta

usata per iscopi puramente privati e personali.

1

Platina, Vitae Ponti/f,

Petrum, Anaclétum 2

E

che

si

et

p.

Lìnum

320: veteres potius hoc in re

sente, per esempio nel

Suggero De consecratione nel Chron. Petei^

ecclesiae (Duchesne, Scriptores, IV, p. 355) e

shusanutrij

I,

13 e

16.

quam

imitatus.


PARTE

356

in

SESTA.

Qual parte essa avesse nella vita ordinaria appare speciale da una commedia dell'Ariosto intito-

modo

lata «

il

Negromante

».^

suo eroe è uno

Il

ebrei espulsi dalla Spagna, quantunque egli

si

dei molti spacci per

greco, per egiziano, per africano, e cangi continuamente

maschera e nome. Egli ha bensì buiare co' suoi scongiuri di far

muovere

il

il

potere di far ab-

giorno e di rischiarare la notte,

la terra, di rendersi invisibile, di

tar gli uomini in animali e così via,

ma

non sono che una mostra esteriore:

terie

tramu-

queste millanil

suo vero

scopo è di vivere a spese dei mariti gelosi e delle mogli infedeli, e le tracce

dopo

che in queste pratiche

di sé, somigliano alla

anche

al guasto, che lascia

bava dopo

di

egli lascia

una lumaca e spesso

Per un punto, che si crede che il canestro, dove sta nascosto un amante, sia pieno di spiriti, o ch'egli possa far parlare un cadavere e simili. In mezzo a ciò egli è almeno un buon giungere

a'

di

sé la procella.

suoi intenti egli porta le cose ad

sintomo che poeti e novellieri possano versare su tali «omini a piene mani il ridicolo, essendo certi di trovar assenso ed approvazione da parte di tutti. Il Bandello

non solo dipinge le arti magiche di un frate lombardo come vere ribalderie, meschine nell'invenzione e spaventevoli talvolta nelle loro conseguenze,^

non senza un senso sciagure, cui

si

anche

di

ma

mostra

indignazione, tutti

i

altresì,

danni e le

espongono coloro che vi prestano fede.^

Calandra del Bibbiena. Nov. 52. 3 Ibid. Ili, Nov. 29. Il negromante si fa promettere con solenni giuramenti il segreto, in questo caso con promessa giurata sull'altare di S. Petronio in Bologna, quando la chiesa era al tutto deserta. Una buona raccolta di scongiuri magici trovasi nella Macaroneide, Phantas. XVIII. 1

Cfr.

2

Bandello,

la

III,

.


LA MORALE E LA RELIGIONE

357

« Taluno con la clavicola di Salomone e con mille altri libri d'

incantagioni spera ritrovare gli occulti tesori nel

seno della terra, indurre la sua donna saper in

i

un atomo

al

suo volere,

da Milano a

segreti dei principi, andar

e far molti altri effetti mirabili.

più l'incantatore

si

tagioni persevera.

.

.

E

Roma quanto

trova ingannato, più nel fare incan-

Sovvengavi, signor Carlo, del tempo

che quel nostro amico, per ottenere la sua innamorata, che mai non ottenne, fece della sua camera un cimitero,

avendovi più teste ed ossa di morti, che non è a Parigi agli Innocenti ».

Gl'incanti

si

compiono talvolta con

mezzi abbominevoli, per esempio, col cavare tre denti ad un cadavere, con lo strappargli un' unghia finalmente lo scongiuro riesce,

gl'infelici,

ne restan vittime e muoiono talvolta

Benvenuto

Cellini

non mori assistendo

quantunque

egli e

usciti colmi di

spavento

mente vedeva

in lui

lo lodò anzi

del

:

un

il

i

suoi

al noto

in sé stesso

per l'avvenire,

;

ogni lettore può

d'ogni parte

anticipatamente predisposta alle cose cui anche

come

il

il

fattorino che

più giovine e

il

dette vedere più di tutti. in

mira

1

di

Benv.

I.

e.

64.

le

di

non

Sull'av-

formarsi quel i

vapori

e la fantasia già

più terribili, per

Benvenuto condusse con

sé,

più impressionabile, vide o cre-

Ma

che principalmente

guadagnar Benvenuto,

Cellini,

forte.

e forse più di tutto agirono

narcotici che esalavano

nel

prete siciliano, che probabil-

utile ausiliario

coraggio mostrato, dicendogli

concetto che crede

grande

Roma

compagni ne sieno

aver mai trovato un uomo d'animo così

venimento

se

lo fanno,

di spavento.

scongiuro magico, che ebbe luogo (1532) a Colosseo,'

ecc., e

che

si

si

avesse

può facilmente pre-


PARTE SESTA

358

quanto che, diversamente, per un'impresa

sumerlo, in

non

così pericolosa

ci

la semplice

curiosità.

venuto non

si

sarebbe stato altro scopo, fuorché Infatti della bella

Angelica Ben-

ricorda se non quando è invitato dal ne-

gromante a chiedere agli spiriti qualche cosa, e questi medesimo gli dice poi espressamente, che gli intrighi amorosi sono vane pazzie in paragone del vantaggio, che può ritrarsi dal ritrovamento di qualche tesoro. Per ultimo non è da dimenticare, che anche la vanità poteva trovarsi lusingata, qualora

si

avesse potuto

dire:

i

de-

moni mi hanno tenuto parola, ed Angelica fu in mio potere precisamente al tempo, in cui mi era stata pro-

messa

Ma

(cap. 68).

quand'anche Benvenuto

si

fosse a

poco a poco indotto ad innestar qualche menzogna in tutto questo racconto, esso avrebbe però

come saggio

incontestabile,

sempre un valore

delle opinioni in

questo

ri-

guardo allora prevalenti.

Del resto

gli

artisti

capricciosi e bizzarri »,

italiani,

non

cose magiche; bensì uno

anatomici,

davere,

fece

si

ma

si

anche «

i

più

occupano gran

strani,

fatto

di

di essi, in occasione di studi

un giubboncello della pelle di un caun frate, a cui con-

dietro le ammonizioni di

fessò la cosa, la depose

nuovamente

in

una tomba.' Non

è improbabile, che appunto lo studio frequente dei cada-

veri abbia contribuito a scemare sempre più la fede nella virtù magica

tempo

alcune parti dei medesimi, mentre al

di

stesso l'assidua contemplazione e riproduzione delle

forme mostrava

magica

1

sini,

d' altro

Vasari, il

III,

all'artista la possibilità di

una potenza

genere.

143, Vita di

Andrea da

Fiesole.

Era

Silvio Co-

quale del resto « era persona, che prestava fede agli incanti

e simili sciocchezze

».


LA MORALE E LA RELIGIONE

359

In generale la magia appare al principio del secolo

XIV,

onta agli esempi addotti, in notevole diminuzione, e

in

un tempo,

ciò vuol dire in

in cui fuori d' Italia toccava

colmo delle sue fortune, per modo che

il

viaggi dei

i

maghi ed astrologi italiani nel nord sembrano cominciare soltanto, quando già in patria non trovavano più chi prestasse fede alle loro arti. Era il secolo XIV che trovava necessaria la sorveglianza del lago che è sul monte di per impedire

Pilato presso Scariotto

consacrazione dei loro

dero

altri fatti,

sediata

ma

negromanti la

ai

Nel secolo

come per esempio,

XV

poi accad-

l'offerta di

provocare

per mettere in fuga un esercito di as-

forti acquazzoni,

sedianti;

libri.'

anche allora

— Niccolò

il

comandante della

Vitelli in Città di Castello

città as-

— ebbe

il

buon senso di cacciare da sé gli autori della pioggia, come empi impostori.' Nel secolo XVI tali fatti sotto forma ufficiale non s' incontrano più, quand' anche nella

1

liberti, il

Marca d'Ancona «

A

DittamondOj

III,

cap.

I.

Egli visita anche nella

Scariotto, pretesa patria di

Giuda

e soggiunge:

questo punto io non posso neanche pretermettere

Pilato, col suo lago,

dove per tutta

l'estate si tiene

il Monte dì una guardia

continua e regolare perocché chi s' intende di magia, sale colassù con misterioso volo per consacrarvi il suo libro, dietro di che si alza un gran turbine, come dicono le genti del luogo ». Il consacrare i libri è, come notammo a pag. 344, una ceremonia speciale diversa affatto dallo scongiuro propriamente detto. Nel secolo XIV ;

l'ascendere al

Monte

di Pilato

(Pilatusberg)

presso Lucerna era

cosa proibita « sotto pena della vita e della confiscazione dei beni », come ce ne assicura il lucernese Diebold Schilling (pag. 67). Si credeva che nel lago, che è sul dosso del monte, vi fosse uno spettro, che doveva essere « lo spirito di Pilato ». Quando lassù giungeva qualcuno e gettava qualche cosa nel lago, immediatamente

sollevavansi turbini spaventosi. 2

ex

De

ohsidione Tiphernatium 1474.

florent. codicibus.

Tom.

II).

{Rerum

Italie, scrijptores


PARTE SESTA

36(f

vita privata si ricorra ancora in più guise alle imposture,

Ora egli è per 1' appunto questo il tempo, in cui la Germania ha il massimo de' suoi negromanti, il dottore Giovanni Faust, mentre il maggiore degli Itjaliani, Guido Bonatto, appartiene al secolo XIII. degli scongiuratori.

Tuttavia anche qui bisogna soggiungere che

lo sce-

mare della fede negli scongiuri non si mutò necessariamente tutto ad un tratto nella credenza contraria in una Provvidenza ordinatrice e regolatrice delle cose umane che anzi in alcuni non lasciò che un cieco fatalismo, né più né meno come avea fatto l'astrologia, quando ;

scomparve.

Ma

qui lasciamo

manzia e

completamente da parte la

chiromanzia

la

^

piro-

e simili specie secondarie di

magìa, le quali non acquistarono un po' di voga se non quando scaddero la magìa propriamente detta e l'astrologia, e non crediamo nemmeno di occuparci della fisio-

gnomia, che allora cominciava bensì a sorgere, affatto di quell' interesse,

porre. Infatti

sembra essere

nome

ma

priva

farebbe sup-

specie

nuova

di

sogno

ma fa-

rivale dichiarata dell'astrologia, quale

stata presso gli Arabi.

per esempio, autore si

solo

ed alla psicologia pratica,

come una

più particolarmente

come una

il

non appare già come strettamente

essa

affine all'arte figurativa

talistico,

che

di

Bartolommeo Code,

un Manuale fìsiognomico,

pavoneggiava del pomposo

titolo di

e che

metaposcopo,^ la

cui scienza però, giusta l'espressione del Giovio, rasso-

J

Di questa specie particolare

(intorno al 1520) fra

dinOj cap. V, 2

i

di

superstizione molto diffusa

soldati si ride

Limerno Pitocco ueìV Orlan-

str. 60.

Paul. Jov. Elegìa

liter.

sub voce Cocles.


maggiori arti

migliava piuttosto ad una delle

non

s'

accontentava

sillamini,

scrisse

di spacciare le

liberali,

sue profezie per

i

che giornalmente accorrevano a consultarlo,

anche addirittura un « Prospetto

pu-

ma

delle persone,

erano imminenti diversi gravissimi pericoli »,

alle quali Il

361

MORALE E LA RELIGIONE

LA.

romana

Giovio, quantunque invecchiato nell'incredulità

in hac luce

romana!

confessa che

,

le

profezie

contenute in quel Prospetto non fecero che verificarsi

anche troppo esattamente.^ Sta però in tali occasioni

altre simili

profezie,

di fatto altresì,

che

che erano colpiti da queste od

quelli si

vendicavano terribilmente dei

ben cinque volte

profeti: Giovanni Bentivoglio fece per

sfracellare alla parete Luca Gaurico appeso ad una fune,

che era attaccata ad un'alta scala a chiocciola, perchè gli

aveva predetto

perdita delta signoria

la

Bentivoglio fece inseguire

chè

l'infelice

il

motaposcopo

Code da un gli

:

^

Ermete

assassino, per-

aveva, benché a malin-

cuore, profetizzato che sarebbe morto fuggiasco in una battaglia. L'assassino schernì, a quanto sembra,

il

mo-

aveva predetto, che avrebbe vituperosamente commesso un assassinio! Una fine ugualmente infelice ebbe il nuovo fondatore

rente, ripetendogli che anche a lui

della chiromanzia, Antioco Tiberto da Cesena,* per volere di Pandolfo Malatesta da

Rimini,

al

quale aveva

presagito la cosa più dolorosa che possa toccare ad

un

tiranno, la morte nell' esiglio e nell'estrema miseria. Ti-

1

parla in

In Giovio qui

modo

speciale

l'

arguto pittore di

ritratti.

2

E

precisamente consultando

conosceva

la fisiognomia

viato alla profezia di

registrare 3

il

;

ma

le

stelle,

Code, perchè suo padre aveva trascurato

suo oroscopo.

Paul. Jov.

1.

e.

perchè Gaurico non

pel suo proprio destino egli era rin-

sub voce Tibertus.

di


PARTE SESTA

-362

uomo

berto era un

dava

i

di

suoi responsi,

grande ingegno, che notoriamente non tanto servendosi della chiro-

manzia, quanto della profonda conoscenza che aveva del

cuore umano: per

le

sue molte cognizioni egli era

ri-

spettato perfìn da quei dotti, che non tenevano nessun

conto delle sue divinazioni.' L' alchimia finalmente, che nell' antichità non viene

nominata se non

ha nell'epoca

assai tardi, cioè sotto Diocleziano,

non

più splendida del Rinascimento che un'im-

portanza affatto secondaria.^ Anche di questa malattia

r Italia era stata tocca molto tempo prima, nel secolo XIV, quando il Petrarca, nella sua polemica contro essa, confessava che versale.^

far bollire l'oro era "un uso diventato uni-

il

Ma

da quel tempo

in poi

s'

era fatta sempre più

rara in Italia quella specie particolare di fede, di entu-

siasmo e di isolamento, •dell'alchimia,

mentre

i

che

si

richiede per

1'

esercizio

seguaci di essa, italiani e fore-

cominciarono nel nord ad usufruttuare in larga misura la credulità dei grandi signori.'' Sotto Leone X stieri,

i

pochi fra

studio,'

gì' italiani

che ancora attendevano a questo

passavano per uomini strani ed eccentrici (m-

^enia curiosa), ed Aurelio Augurelli, che dedicò a quel ^

della

Le notizie più necessarie intorno a queste specie accessorie magia possono vedersi in Corn. Agrippa, De occulta jphilo-

sojphia, cap. 57, 52. 2 Libri, Hist.

des sciènces mathémat.

II,

p. 122.

Novi nihil narro j mos est publicus {Remed. utriusque fortunaej pag. 93) una delle parti di questo libro scritte con più 3

;

vivacità e ah irato. 4 II

passo principale

presso Trithem. Annal. Hirsaug.

II,

pag. 286 e seg. 5 Ncque enim desunt, dice Paul. Jov. Elogia liter. sub voce Pompon. Gauricus. Cfr. ibid. sub voce Aurei. Augurellus. Ma-

caroneidcj Chant. XII.


LA MORALE E LA RELIGIONE

Papa

dissipatore

un poemetto

sul

vuoisi n' abbia avuto in ricompensa

ma

vuota.

Il

gli alchimisti

modo

363 di far

l'

oro,

una magnifica borsa,

mistico fanatismo, che in seguito condusse

a cercare,

oltre

l'oro,

anche la famosa

pietra filosofale, nella quale doveva trovarsi ogni fortuna,

non è che un tardo germoglio settentrionale, spuntato dalle teorie di Paracelso e di altri.


CAPITOLO V

Crollo della fede in generale.

La

confessione àelBoscoli.

Confusione religiosa e scetticismo generale.

Contesa sull'immortalità.

nire di

Omero.

Abbandono

Il

cielo dei pagani.

delle dottrine del

Il

mondo avve-

Cristianesimo.

Il

deismo italiano.

In istretta relazione con queste superstizioni e in generale colle massime dell' antichità allora universalmente adottate

era la fede

neir immortalità

dell'

anima.

Ma

questa questione, presa nel suo complesso, ha anche attinenze più larghe e profonde con lo sviluppo dello spirito

moderno

Una talità

in generale.

delle fonti principali d' ogni dubbio nell'

era

il

desiderio di

immor-

non dover essere obbligati

nulla ad una Chiesa universalmente abborrita,

in

come era

Vedemmo già come essa chiamasse nome di epicurei coloro che la pensavano a questo modo (v. pag. 303 e segg:). Può ben essere accaduto che taluno nel momento supremo della morte cercasse il allora la romana. col

conforto de' Sacramenti

;

ma

questo era nulla in para-

gone dei moltissimi, che per tutta la loro cialmente poi negli anni della loro maggiore si

vita, e speattività,

non

curarono affatto di seguire qualsiasi principio religioso.

Che da questa

indifferenza poi parecchi fossero condotti


PARTE SESTA

366

ad una con\piuta incredulità è cosa, che, oltre all'essere evidente da

sé,

viene storicamente testificata d'ogni parte.

Sono coloro dei quali l'Ariosto scriveva non credono a :

nulla al di sopra del tetto della loro casa.^ In Italia, e

più specialmente a Firenze,

si

poteva senza pericolo

cuno vivere in una palese incredulità, purché non

alsi

provocasse con offese dirette la collera della Chiesa. Infatti era di uso,

che

il

confessore chiamato ad assistere

un delinquente, che dovesse prima

d'

ogni

altra

cosa lo

subire

1'

estremo supplizio,

interrogasse

credeva

se

:

« essendo corsa una falsa voce, ch'egli non avesse fede

alcuna

».^

povero peccatore,

Il

al quale qui si allude,' quel Pier-

paolo Boscoli, di cui già facemmo menzione (v. voi. pag. 79), e che nel 1513 ebbe parte in

I,

una cospirazione

contro la famiglia dei Medici appena ristabilita, è dive-

nuto in questa occasione l'espressione la più perfetta della confusione, che allora

regnava nelle idee

Devoto per tradizioni famigliari

religiose.

partito del

la libertà intesa

modo

al

vecchio paganesimo mistici partigiani

;

antico

ma, mentre

e

egli

per altre idee del

langue nel carcere,

del frate s'interessano

nuovamente

per lui e cercano ogni mezzo perchè egli muoia

namente

1

Savona-

aveva poi concepito un certo entusiasmo per

rola, egli

i

al

cristia-

e salvi l'anima sua. Il pio testimonio e narra-

non creder sopra il tetto. Il poeta con fina malizia ad un magistrato, che in una questione

Ariosto, Sonetto 34

riferisce ciò

ed avere aveva deciso a danno di lui. Narrazione del caso del Boscoli^, Arch. Stor.

di dare 2

segg.

— L'espressione solita era: non aver fede. Cfr.

p. 122,

Vita di Piero di Cosimo.

il

I,

p.

273 e

Vasari, VII,


36T

LA MORALE E LA RELIGIONE uno della famiglia

tore del fatto è

Robbia, scoli,

rire

aiutatemi a dimenticar Bruto, perchè

da buon cristiano! »

— E Luca

Della

artistica dei

dotto filologo Luca. « Ohimè, sospira

il

il

Bo-

possa mo-

io

« purché

gli risponde:

voi vogliate, ciò non vi riescirà malagevole; voi sapete-

già che le imprese degli antichi romani non

accresciute credere, e

ci

ma

tramandate nella loro schietta genuinità,

Allora quegli fa violenza a sé stesso per

».

rimprovera che la sua fede non

si

sia spon-

tanea. Se soltanto gli fosse concesso ancora di

un mese

in

furono

con arte

compagnia

certo di riformare

passare

buoni monaci, egli sarebbe

cuore e la mente a pensieri e sen-

il

timenti cristiani!

di

Da

ciò

che segue emerge poi con

tutta evidenza, che questi seguaci del Savonarola cono-

scevano assai poco preghiere che

Luca a voler

il

la Bibbia:

e supplica istantemente

suprema non

è appreso durante la vita.

s'

Boscoli non conosce altre

dire agli amici, che studino la Sacra Scrit-

tura, perchè nell'ora

che

il

Pater e VAve,

e gli si^iega la Passione secondo

vanni

:

in

modo veramente

il

strano

trova se non ciò

si

Dopo

ciò.

Luca

Vangelo

gli

legge

di S.

quell' infelice

Gio-

vede

chiara la divinità di Cristo, mentre invece non sa capacitarsi della sua umanità: e se ne cruccia, e vorrebbe

poter vedere anche quest' ultima con tale evidenza, «

allora l'amico

lo

come

un bosco »:

se Cristo gli venisse incontro uscendo da

esorta all'umiltà e lo avverte che

i

dubbi non sono che ispirazioni perverse dello spirito maligno.

Più tardi

egli

si

risovviene di un

suo voto

giovanile non mai compiuto, di andare in pellegrinaggia alla

Madonna

dell'

Impruneta, e Luca

un

frate del convento del Savonarola,

chiesto, e gli

promette di

gli

compierlo in sua vece. Frattanto giunge

il

come

confessore^ egli l'aveva

dà innanzi tutto quegli schiarimenti, che

al-


PARTE SESTA

368

trove abbiamo accennato, intorno

maso d'Aquino

all'

opinione di

s.

Tom-

sul tirannicidio, eccitandolo poscia a so-

stenere la morte con animo forte.

Il

Boscoli risponde:

« padre, non perdete su questo punto a ciò mi bastano già

morte per amore

i

filosofi

di Cristo ».

commiato

:

Le

vostro tempo;

il

aiutatemi a subire la cose ulteriori, la co-

vengono narrate commovente; più particolarmente però merita d'esser notato un tratto al tutto caratteristico, ed è che, mentre il Boscoli poneva la testa sul ceppo, pregò il carnefice a sospendere il colpo ancora un momento, « perchè egli, sin da quando ebbe l' annunzio della munione,

in

modo

il

e

l'

esecuzione, ci

assai

propria condanna, avea fatto ogni sforzo per unirsi con

ma sempre indarno, ed ora voleva fare uno sforzo supremo per abbandonarsi del tutto nelle sue mani ». Evidentemente egli ripeteva un' idea del Savonarola, che, Dio,

intesa soltanto per metà, lo

teneva inquieto ancora

in

queir estremo momento.

Se noi possedessimo parecchie altre confessioni di avremmo un' immagine ben più completa della vita morale di quel tempo, di quello che non ci questo genere,

sia dato di raccoglierla sie.

da tanti

da tante poe-

trattati e

Noi vedremmo anche megho quanto

l'innato istinto religioso, lanti

i

rapporti d'ogni

forte

e quanto subbiettivi

individuo

e

fosse vacil-

colle verità religiose,

« finalmente quali potenti nemici osteggiassero queste ultime. Che uomini cresciuti con tali sentimenti non fossero quelli che si domandavano per fondare una nuova Chiesa, è cosa per sé

evidentissima;

ma

la storia del

pensiero degli occidentali sarebbe pur sempre incompiuta,

se non

mento

si

tenesse

conto di quest' epoca

fra gli Italiani, che

non

s'

di

sommo

fer-

incontra presso le altre


LA.

MORALE E LA RELIGIONE non

nazioni, perchè queste

369

presero alcuna parte.

vi

Ma

tornianjo alla questione dell' immortalità. l'incredulità a questo riguardo

Se

fece

così rapide

ed estese conquiste nella classe degli uomini più ciò

essenzialmente dalla

dipendette

di scoprire e

compito affatto terreno

mediante

immagini assorbì

la parola e le

mondano all'uomo

Ma

(v. pag. 298).

grado

in alto

L' esser

Rinascimento fu una necessità

del

da

il

mondo

il

e morali degli Italiani.

mentali

tutte le forze

riprodurre

colti,

che

circostanza

ciò derivò

anche che l'arte e

la

indagine scientifica apersero universalmente la via ad

uno scetticismo, che, se non appare evidentissimo nella letteratura e

se

non s'accinse

biblica (v. pag. 311)

non può

dirsi

in

che non abbia

sto inosservato

in

alla

modo degno esistito.

critica

della storia

del tempo, tuttavia

Esso passò piutto-

quel gran bisogno di dare a tutto

forma e

colore, che è lo stimolo positivo dell' arte

contare

gì'

pato dalla Chiesa, che

mica

di

;

senza

impedimenti creati dal potere dispotico usursi

sarebbe dichiarata mortale ne-

chiunque avesse osato sciogliere

la questione

teoricamente. Questo spirito di dubbio nondimeno doveva volgersi inevitabilmente al problema dello stato dell'anima

umana dopo

la

morte per motivi già per sé troppo

perchè abbiano bisogno

•denti,

Ed

ora

sopravvenne l'Antichità ed

influì

questa questione in doppio modo. In primo luogo appropriarsi la psicologia degli antichi e

si

su tutta si

cercò

torturò mi-

nuziosamente Aristotele per averne una risposta tiva. In

evi-

di essere additati.

defini-

uno dei dialoghi imitati da Luciano a quel tempo

'

Caronte racconta a Mercurio, come egli abbia interpel-

1

Jov. Pontan.

Charon. 24


PARTE SESTA

370 lato Aristotele

stesso,

mentre

lo

tragittava

sulla sua-

barca, intorno a ciò che egli pensasse intorno all'immor-

quantunque corporalmente fosse non avea nemmeno allora voluto compromettersi con una chiara e cauto

filosofo,

talità:

il

morto

e tuttavia vivesse spiritualmente,

netta risposta:

come adunque, dopo

tanti secoli, pote-

vano gl'interpreti essere più fortunati di lui? Ma appunto perciò si questionava con maggiore accanimento sulle opinioni emesse da lui e da altri antichi sulla vera ^

natura dell'anima, sulla sua origine, sulla sua preesistenza, sulla sua unità in tutti gli uomini, e sulla sua

assoluta

eternità,

anche intorno

anzi

alle diverse

sue

trasmigrazioni, e tali questioni furono portate perfin sul

La

pergamo.^

disputa assunse ancora nel secolo

porzioni assai larghe e

s'

accalorava ogni di più

XV :

gli

pro-

uni

dimostravano che Aristotele senz' altro dà l'anima come

immortale uomini,

* ;

altri

deploravano la durezza

di

cuore degli

che vorrebbero vedersi l'anima seder dinanzi

sopra una sedia, per credere alla di

adduce una

lei

esistenza:^ Fi-

funebre per Francesco Sforza

sua orazione

lelfo nella

serie di sentenze diverse di filosofi antichi

ed anche d'Arabi a sostegno dell'immortalità, e chiude questa miscela di testimonianze, che nella stampa occupano due pagine e mezza molto compatte in folio,^ con due righe « oltre a ciò abbiamo il Testamento vecchio :

ed

il

nuovo, che tengono

ed autorità

1

2

». In

*

il

luogo di qualsiasi certezza

ciò

sopravvennero

i

Platonici

Faustini Terdocei Triumphus Stultitiae, L. II. Cosi il Borbone Morosino intorno al 1460, cfr. Sansovìno,

Venezia, L. XIII, 3

mezzo a

p. 243.

Vespas. Fiorentino, pag. 260. Orationes Philelphi,

fol. 8.


LA MORALE E LA RELIGIONE deiranima

colla dottrina

per esempio

di Platone, e taluni anche,

mondo

erudito

XVI

secolo

come

Pico, con notevoli aggiunte desunte dalle

il

Ma

dottrine del Cristianesimo. il

371

delle

loro

Al principio del

che ne risenti la Chiesa, era

scandalo,

lo

avversari riempivano

gli

opinioni.

talmente grande, che Leone

X nel

Concilio Lateranense

(1513) dovette pubblicare una costituzione

a difesa della

'

immortalità e individualità dell'anima, quest'ultima contro coloro che insegnavano

uomini che una

gli

sola.

Pomponazzo, dove

il

libro del

di

una prova

si

svolse in confutazioni

non

di

non esser

si

alla

anima

in tutti

mostra l'impossibilità

filosofica dell' immortalità,

fronte

1'

Pochi anni dopo però apparve ed allora la lotta

ed apologie, e non tacque se

reazione cattolica.

I^a preesistenza

meno conforme alle dottrine Platone, rimase a lungo come un' idea tornò comoda specialmente ai poeti.^ Evi-

dell'anima in Dio, più o ontologiche di assai diffusa e

dentemente non

si

pensò più da vicino, quali conseguenze

modo

vi andassero connesse intorno al la

di esistere

dopo

morte.

Il

secondo influsso

dell' Antichità

da quel notevole frammento del

venne principalmente

Repub-

libro sesto della

blica di Cicerone, che è noto sotto

il

nome

di

« Sogna

di Scipione ». Senza il commento di Macrobio probabilmente anch'esso sarebbe andato perduto, come tutta la seconda metà di quest'opera; ma allora era assai diffuso

1

Septimo Decretai.

2

Ariosto, Ori. furioso^ canto VII,

L. V,

Ili,

tit.

colo: Orlandino, cap. IV, str. 67, Q^.

membro deiraccademia napoletana anime per gona. Roscoe. Leone X,

sistenza delle

del

cap.

8.

str. 61.

(

Messa

in ridi-

Canteo,

Cfr. pag. 71).

Fontano,

si

vale della pree-

glorificare la missione della casa d'Araed. Bossi,

II,

p. 288.


372

PARTE SESTA

innumerevoli manoscritti

in

tipografica,

moltissime

in

'

e,

quando nacque

1'

ristampe, e fu in più

arte

guise

È la designazione della vita gloriosa, che grandi uomini dopo la morte nel concento delle :agpv^tta /celesti. Questo cielo del mondo pagano, pel quale .-sfei^ trovaronsi anche altre testimonianze ana poco a ^commentato. i

P^^^

tiche, si vennb^

mano mano

sostituendo al cielo promesso

ai cristiani in quei'J^ stessa misura, nella quale l'ideale ^della grandezza storici^' ^ ^^^^^ ^^™^ g^ttò nell'ombra

ìe idealità della vita tinienid tion ne della

morte

cris'tiv'^'^^» ^'

ciò

non ostante,

definitiva di tutto

cominciò a fondare le sue

speranze principalmente su

questo Sogno di Scipione, su altre espressioi^i che scontrano in Cicerone e sul Fedone

nemmemo

si

ri-

senza egli

come

cat-

tolico partecipare i

di Platone,

menzionare la Bibbia.^ « Perchè, esclama

in qualche parte de' suoi scritti,

presso

sen-

il

come colla dottrina T' JiottiP. Ancora il Petrarca

restava tanto o-^^so,

pagani ?

non dovrei

io

ad una speranza, che trovo accettabile ».

Un

po' più

tardi Coluccio

Salutati

scrisse le sue « Fatiche d' Ercole » (che sussistono an-

cora manoscritte), dove nella conclusione

si

prova, che

agli uomini attivi e operosi, che sulla terra sostennero lotte straordinarie, di diritto appartiene le stelle.^

E

se

grandi del paganesimo

dava

1

il

(ai

i

quali certamente egli accor-

Paradiso) nel Limbo, eh' egli pone al limitare del-

Orelli,

Pharsalj IX, 2

un seggio sopra

anche Dante confinò rigorosamente

ad

Cicer. de Repuhl.

L.

VI.

Cfr.

anche Lucan.

sul principio.

Petrarca, E:pp. famil. IV, 3

(p. 629),

IV, 6

(p. 632).

Questo notevole passo, dove

le opere sono retribuite in senso pagano, suona così clie agli l'Omini fortissimi, poiché hanno vinto le ìnostru ose fatiche della 3 Fil.

Villani, Vite, p. 15.

meritorie

tirra, debitamente sieno date le stelle.

:


31 '^

LA MORALE E LA RELIGIONE V Inferno,' ora invece diffuse idee

Cosimo

la poesia

si

mostrò più corriva

e

molto più larghe intorno al mondo avvenire.

Vecchio, giusta una poesia di Bernardo Pulci

il

scritta in occasione della

sua morte, era stato accolto

in cielo da Cicerone, che al pari di lui fu detto « padre della patria

dai Fabj, da Curio, da Fabrizio e da molti

>->,

quali sarà

altri, coi

nel .quale

un nuovo ornamento di quel coro, le anime scevre d'ogni colpa

non cantano che

e d'ogni rimprovero.^

Ma

negli

antichi

c'era anche un altro con-

autori

meno

mondo futuro, Omero e di quei poeti, che non avevano saputo ancora dar forma umana a quel modo di esistere. Anche questo concetto impressionò cetto,

e

d'assai

vale a dire

il

regno delle ombre

l'animo di taluni.

una visione

essa gli

del

di

Gioviano Fontano

pone in bocca

delle sue opere di

lusinghiero,

al

in

qualche punto

Sannazzaro

il

racconto

buon mattino nel sonno. In appare un amico morto. Ferrando Gennaro, col '

avuta

di

quale egli altre volte s'era intrattenuto sull'immortalità dell'anima:

egli

l'atrocità delle

lo

interroga, se sia vera l'eternità e

pene infernali? L'ombra, dopo qualche

istante di silenzio, risponde al tutto

sposta di Achille ad Odisseo

che noi

usciti dalla vita

nel senso della

« di questo

:

ti

corporale portiamo

ri-

faccio certo, il

più grande

desiderio di ritornare in essa ». Poi saluta e scomparo.

Purgatorio, VII, 28, XXII, 100.

1

Inferno. IV, 24 e segg.

2

Questo cielo pagano trovasi espressamente anche neir epi-

taffio dello

Cfr.

scultore Nicolò dell'Arca:

Nunc

te Praxiteles, Phidias, Polictetus

adorant

Miranturque tuàs, o Nicolae, manus.

(Presso 3

il

Bursellis.

Annal. Bonon. Murat. XXII,

Nel suo ActiuSj scritto più

tardi.

col. 912).


PARTE SESTA

374

Non

può assolutamente disconoscere che

si

simili idee

implicavano affatto la distruzione dei dogmi fondamendel Cristianesimo. I concetti della prima caduta del-

tali l'

uomo

e della

Redenzione devono essere scomparsi quasi

bisogna lasciarsi illudere dall'effetto pro-

del tutto.

dotto dai giubilei e dalle penitenze pubbliche, di cui parlato altrove (v. pag.

264

ammesso anche che v'abbiano istrutti,

di

un vivo sentimento

tale

partecipazione religioso,

s' .è

e seg.); poiché,

partecipato,

pari

al

uomini individualmente più

tutti gli altri, altresì gli

ed

290

e seg. e

non era tanto

di

colti

l'effetto

quanto è assai più un

una sensazione

"bisogno di cercar forti commozioni,

vio-

lenta degli spiriti dinanzi a qualche grande calamità, un

grido di disperazione lanciato verso dasse un aiuto straordinario.

non portava

umana

di necessità

e del bisogno di

il

il

cielo,

Il risvegliarsi

perchè man-

della coscienza

sentimento della corruzione

una Redenzione, anzi anche una

grande penitenza esteriore non implicava per sé un pentimento assoluto in senso cristiano. Se taluni, dotati di

una energia

straordinaria,

ci

narrano che

pio era quello di non voler pentirsi

può ben essere che

il

loro princi-

giammai

di nulla,'

ciò si riferisca innanzi tutto

a cose

per sé stesse indifferenti, a viste o ad errori commessi nel al

campo della vita pratica, ma il passaggio da questo campo morale è facilissimo, quando la sorgente di

quel principio é universale e risiede nel sentimento individuale della propria forza.

Il

Cristianesimo passivo e

contemplativo, colle sue speranze in una vita migliore al di là della

1

rei

Cardanus,

quam

tomba,

non aveva più alcun predominio

De propria

vita, cap. 13;

non poenitere

ullius

voluntarie effecerim, etiam qiiae male cessisset: senza

di ciò io sarei stato l'uomo più infelice del

mondo.


375

LA MORALE E LA RELIGIONE SU questi uomini.

Il

r ultima parola su

esso, affermandolo

Machiavelli lancia

espressamente

dannoso

allo Stato

e inutile alla difesa delle sue libertà.^

Ora qual forma doveva dunque assumere mini più

serii

il

questo, ancora esisteva ? lo si voglia chiamare.

venir meglio

a quel

Il

Teismo o Deismo, comunque

Quest'ultimo nome parrebbe con-

modo

bandonato ogni credenza

un

negli uo-

sentimento religioso, che, in onta a tutto

pensare, che ha già ab-

di

cristiana, senza cercare o trovare

compenso per soddisfare Teismo invece si riconosce

ulteriore

ai bisogni del sen-

una più elevata il medio-evo non aveva mai conosciuto. Una tale devozione non esclude per nulla il Cristianesimo, e può benissimo in ogni tempo conciliarsi colle sue dottrine sul peccato, sulla redenzione e sull'immortalità, ma può anche sussistere timento.

,6

Il

in

positiva devozione verso l'Ente divino, che

senza

di

esse.

Talvolta essa infantile, anzi

si

manifesta con una ingenuità quasi

con un colorito mezzo pagano

:

in

Dio essa

vede l'Essere onnipotente, che è meta e compimento di tutti i desideri. Agnolo Pandolfini racconta,^ come, dopo le sue nozze, egli

si

sia ritirato colla propria

dinanzi all'altare domestico, dove era

l'

consorte

immagine

di

No-

Donna, orando non solo a lei, ma anche a Dio Padre, perchè fosse loro concesso un giusto uso dei beni di forstra

tuna, una lunga convivenza in pace e in concordia, e

me

molti discendenti maschi: « per cizie

ed onori, per

massaia

».

lei

Se poi accade, che

1

Discorsi^ L.

2

Del governo della famiglia,

II,

chiesi ricchezza, ami-

integrità e onestà e che fosse

buona

la preghiera abbia nella

cap. 2. p.

114.


PARTE SESTA

376

espressione un forte colorito d'antichità,

molta

difficoltà

a sceverare in

essa lo

si

ha talvolta che è pa-

stile,

gano, dal senso, che è pure sempre quello di un Teismo cristiano.'

Questo sentimento

si

manifesta qua e là con molta

verità nell'a sventura. Degli ultimi anni del Firenzuola, che

giacque lungamente ammalato

febbre, ci restano al-

di

cune preghiere a Dio, nelle quali

egli

incidentalmente

accentua le sue credenze cristiane, e tuttavia

imbevuto

sentimenti teistici

di

ci

appare

più pronunciati.' Egli

i

i suoi dolori come una conseguenza come una prova e preparazione alla un affare immediato tra lui e Dio solOj la disperazione ha posto il potente amor

non considera punto delle sue colpe o vita avvenire

che fra

l'

;

uomo

è e

della vita. « Io impreco, esclama

natura soltanto di

dammi

nominarti

supplico,

imperocché

;

dammi

tosto la

la

egli,

la tua

1

che

Come

te

di

Ode

saggio, ecco la breve

fa parte de' suoi

Coryciana

« Dii. quibus

(v.

voi.

di I,

tam Corycius venusta

vestros animos piorum

Gratia tangit,

Vos jocos risusque senis Sospites servate diu

;

faceti

senectam

semper viridem et Falerno Usque madentem. At simul longo satiatus aevo

Vos date

et

Liquerit terras, dapibus

Laetus

intersit, potiore

Nectare

si-

M. Antonio Flaminio^ pag. 360, nota):

Signa, tam dives posuit sacellum, si

ne

un Teismo mani-

cercherebbe indarno in questa e in

si

Ulla

alla,

»

1

Vero è che una prova evidente festo e sentito

contro

Signore, io

morte, o

morte

ma

grandezza mi vieta

Deorum mutans

Bachum

»,

2 Firenzuola. Opere^ voi. IV, p. 147 e segg.


LA MORALE E LA RELIGIONE mili espressioni

;

che

quelli

in parte di essere

credevano ancora

le emisero,

cristiani

377

e rispettavano, oltre a ciò,

per niotivi diversi la dottrina emanata dalla Chiesa. al

tempo

quando

della Riforma,

il

modo

a manifestarsi in tutta la sua pienezza, questo

pensare acquistò una coscienza esplicita di protestanti italiani

Ma

pensiero fu costretto

;

dichiararono Anti-trinitarj, e

si

Sociniani fuggiaschi in lontane regioni fecero perfino

notevole tentativo di costituire senso. In ogni

modo

meno evidentemente,

dal fin qui

di

un buon numero

una Chiesa

i il

in questo

apparirà per lo

detto

che, oltre ai razionalisti della scuola

umanistica, anche altri spiriti seguivano arditamente questa corrente.

Un

centro di Teismo pronunciatissimo fu TAccademia

Platonica di Firenze, e in essa nessuno

apertamente come Lorenzo

il

lo

trinali e perfino le lettere famigliari di

dotti

non

del loro

ci

danno che

pensiero.

la

Egli è

metà

dot-

quel circolo di

dei loro

sentimenti e

vero che Lorenzo dalla sua

gioventù sino alla fine della sua vita di

professò cosi

Le opere

Magnifico.

si

dichiarò in fatto

credenze cristiano,^ e che Pico fu anzi ligio alle idee

Savonarola e piegò a sentimenti di un

del

claustrale.'

^

a suo

Ma

Nic. Valori; Vita di figlio,

il

Lorenzo, passim.

— La bella

istruzione

cardinale Giovanni, presso Fabroni,X/«2<renf. Adnot.

178 e nelle Appendici 2

ascetismo

negli inni di Lorenzo,' che siamo tentati

di

Roscoe, Vita di Lorenzo.

Joh. Pici Vita^ auct. Joh. Frane. Pico.

La sua Lepre-

ad Deum, nella Deliciae poetar, italor. 3 Sono i canti intitolati V Orazione {Magno Dio, per la crii costante legge ecc. presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, Vili, p. 120), Vlnno {Oda il sacro inno tutta la natura ecc. presso Fabroni, Laurent. Adnot. 9i).V Altercaz ione {Poesie di Lorenzo il Magnicatio

:

I, p. 265); neir ultima Raccolta sono stampate anche poesie qui nominate.

fico,

le

altre


PARTE SESTA

378 di designare

come

il

maggior prodotto

quella scuola, parla aperto senso, che riguarda

e morale. Mentre

il

gli

dello spirito dì

Teismo, e precisamente nel

il

mondo come un gran Cosmo

fisico

uomini del medio-evo considerano

questo stesso mondo soltanto come una valle di lagrime,

che

il

Papa

venuta

e

l'Imperatore debbono guidare sino alla

mentre

dell'Anticristo,

oscillano perplessi tra

cupa rassegnazione o

energia e di

^

coltiva

l'

idea,

che

il

mondo

stato creato da Dio per solo amore, e che

visibile sia sia

Rinascimento

di violenta

di delirj superstiziosi, qui un' eletta

schiera di spiriti superiori

esso

fatalisti del

i

momenti

una riproduzione del

tipo

esistente

in

lui,

e

ch'egli ne sia pur sempre l'eterno motore e conserva-

uomo, riconoscendo Iddio, può attirarlo nella sua ma amandolo può anche abbracciar l' ine questa è la beatitudine, di cui è lecito goder

tore. L'

cerchia ristretta, finito,

sulla terra.

Qui -si

gli ultimi accenti del

misticismo del medio-evo

fondono colle dottrine platoniche e con idee e senti-

menti al tutto moderni. Così si veniva maturando il migUor frutto di quella cognizione del mondo esteriore e dell'uomo, che basta da sola a collocare italiano alla testa di tutta la civiltà

il

Rinascimento

moderna.

1 Se si potesse credere che il Pulci in qualsiasi punto del suo Margarite tratti sul serio le cose religiose, ciò dovrebbe valere specialmente rispetto al canto XVI, str. 6: il discorso in senso

deistico della bella Antea, che è pagana, è forse l'espressione la

più spiccata del

modo

di

pensare, che prevaleva fra gli amici

di

Lorenzo:

(v.

pag. 301 e 306 nota) ne formano

i

discorsi

poi

del

demonio Astarotte altrove come il complemento.

FINE DEL VOLUME SECONDO ED ULTIMO.

citati


INDICE E SOMMARIO DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME SECONDO ED ULTIMO

PARTE QUARTA. Scoperta del mondo esteriore e -

I.

dell'

uomo.

Viaggi degli Italiani.

La Cosmografìa

Colombo. -

nelle sue attinenze coi viaggi.

Pag.

7

- Le scienze natltiali in Italia. Tendenze all' empirismo. - Dante e l' astronomia. - Ingerenza della Chiesa. - Influenza dell'umanismo. - Botanica; i cultori del giardinaggio. - Zoologia; i^ Serragli. - Il seguito di Ippo-

II.

lito de'

-

III.

Medici

;

gli schiavi

ScopEETA del Bello nel paesaggio. Il paesaggio nel medio-evo. - Il Petrarca e le ascensioni alpine. -Il Dittamondo di Fazio degli liberti. - La scuola fiamminga. - Enea Silvio e le sue descrizioni

»

13

»

25

>

41

»

45

IV. - Scoperte sull' uomo.

Espedienti psicologici

;

i

temperamenti

V. - Rappresentazione dell'elemento spirituale nella poesia.

Valore intrinseco del verso sciolto, e del sonetto. - Dante e sua <c Vita nuova ». - La Divina Commedia. - Il Petrarca pittore degli affetti e dei sentimenti. - Il Boccaccio e la Fiammetta. - Scarso sviluppo della tragedia. - La pompa della rappresentazione nociva al dramma. - Intermezzi e balli. Commedia in genere e commedia dell'arto. - Epopea romantica. - Scolorituro necessarie nella pittura dei caratteri. - Il

la

Pulci e

il

Bojardo.

-

Legge intima

dei loro componimenti.

-

I

L'Ariosto e

come

il

antitesi

suo

stilf. - Il

Folengo e

la parodia. -

Il

Ta-sso


INDICE E SOMMARIO

380 VI. -

Le Biografie. Progresso degli Italiani

di

fronte

al

medio-evo. - Biografi

toscani. -Biografi d'altre regioni d'Italia. -L'autobiografia:

Enea

Silvio.

- Benvenuto

Cellini.

- Girolamo Cardano. - Luigi

Pag.

Cornare

delle città. Fazio degli liberti. - Descrizioni

73

VII. - Caratteristica dei popoli b Il

Dittamondo

colo

di

Vili.- Descrizione dell'

La

del

se-

XVI

»

*89

»

93

»

101

»

113

»

127

»

139

»

119

uomo esteriore.

Bellezza negli scritti di Boccaccio. - L' ideale della Bel-

lezza del Firenzuola. - Definizioni generali di quest' ultimo

.

.

IX. - Descrizione della vita reale ordinaria.

Enea

Silvio ed altri. - Convenzionalismo bucolico dal Petrarca

in avanti. - Condizione effettiva dei contadini. - Schietta rap-

presentazione poetica della vita campestre. - Battista Mantovano, Lorenzo il Magnifico, il Pulci. - Angelo Poliziano. L' umanità e

l'

idea dell'

uomo

in generale

PARTE QUINTA. La vita sociale

e le feste.

- Contrasto col medio-evo. - La convivenza nelle città. - Negazione teorica della nobiltà. - Contegno dell'aristocrazia secondo i paesi. - Sua posizione di fronte allo svolgersi progressivo della cultura. - Posteriori influenze spagnuole. - Le dignità cavalleresche dal medio-evo in avanti. - I tornei e le loro caricature. - La nobiltà come requisito indispensabile

I.

a' cortigiani

:

- Raffinamento esteriore della

II.

vita.

donne. -

Abbigliamenti e mode.

- Articoli

Pulitezza esteriore. -

galateo e la buona creanza. - Como-

Il

di

toeletta

delle

dità ed eleganza

- La lingua come base del vivere sociale. Formazione di una lingua ideale. - Difiusione sempre crescente

III.

della medesima. trionfi.

IV. -

-

La

La forma

puristi più rigidi. - Meschinità dei loro

più elevata della vita sociale.

Convenienze I

I

conversazione

sociali e statuti.

Le grandi dame

-

I

e le loro sale. -

novellieri e

La

società di Lorenzo descritta da lui

il

loro uditorio.

società fiorentina. -

medesimo

-

La


381

INDICE E SOMMARIO V.

-

1/

UOMO PERFETTO

DI SOCIETÀ.

Suoi amori. - Sue qualità esterne ed interne. - Gli esercizi corporali. - La musica. - GÌ' istrumenti e i virtuosi. - DiletPag. 155 tanti in società VI.

-

Condizione della donna. pari a quella dell'uomo. - Carattere virile delle sue poesie. - Sviluppo completo della sua personalità. La donna-uomo (virago). - La donna nella società. - Cultura

Sua educazione

delle cortigiane

»

163

VII. - Il

governo della famiglia. Contrasto col medio-evo. - Agnolo Pandolfini. - Le

ville e la

vita campestre Vili.-

» 173

Le Feste. Loro forme rudimentali,

il

Mistero e la Processione. - Pregi

.;

delle feste italiane su quelle d'altri paesi. -L'allegoria nel-

r arte italian;i. - Rappresentanti storici dell' universalità. Le rappresentazioni dei Misteri. - Il Corpusdomini in Viterbo. - Rappresentazioni profane. - Pantomime e ricevimenti solenni di principi. - Processioni; trionfi spirituali. Carnevale a

Trionfi profani. - Corse navali. -

Roma

e a Fi-

renze

179

»

PARTE SESTA. La Morale -

e la Religione.

La Moralità, critici. - Coscienza della demoralizzazione. - Sentimento moderno dell' onore. - Predominio della fantasia. Tendenza al giuoco ed alla vendetta. - Offese alla fede coniugale. - Situazione morale della donna. - L'amore spiritualizzato. - Tendenza generale al delitto. - Il malandrinaggio. - L' assassinio pagato, gli avvelenamenti. - Malfattori in

Canoni

senso assoluto. -

La

moralità in rapporto con

lo svilu))po della

vita individuale -

»

La Religione nella vita quotidiana. Difetto di una riforma. - Posizione degl" Chiesa. - Odio contro la gerarchia e dicanti. -L'Inquisizione periori. -

— 213

Italiani di fronte alla

le fraterie. - I frati

domenicana. -Gli ordini

.

men-

-

/

religiosi su-

Abituale ingerenza della Chiesa e de' suoi

riti.

-

Apostoli di penitenza. - Girolamo Savonarola. - L'elemento

pagano

nelle credenze popolari.

- La fede nelle reliquie. - Il - Grandi epidemie re-

culto di Maria. - Oscillazioni nel culto. ligiose.

- Loro ordinamento poliziesco

in

Ferrara

>

249


INDICE E SOMMARIO

382 ITI. -

La Religione

e lo spirito del Rinascimento. Soggettivismo necessario. - Tendenze mondane. - Tolleranza verso r islamismo. - Legittime aspirazioni di tutte le religioni.

Influenza dell' antichità. - Pretesi epicurei. - Dottrina del

li-

bero arbitrio. - Umanisti devoti. - Indirizzo mediano degli

umanisti in generale. - Primordii della critica religiosa. -

Fatalismo degli umanisti. - Riti esterni pagani

Pag. 295

IV. - Innesto di antica e m^oderna superstizione.

L' astrologia.

-

Sua

diffusione ed influenza.

- Suoi avversari - Superstizioni

in Italia. - Confutazione di Pico e suoi effetti.

diverse.

-

Superstizione

degli

morte. - Credenza nei demoni. -

umanisti. Spettri di

persone

La

Il

strega italiana. -

classico delle streghe presso Norcia.

colla

-

paese

Fusione e rapporti

stregoneria del nord. - Malìe delle meretrici. - L' in-

I demonii sulla via di Roma. ^ Singole specie di malìe i telesmi. - Magia del getto dei fondamenti. - Il negromante presso i poeti. - Storiella magica di Benvenuto Cellini. - La magìa in decrescenza. - Specie

cantatore e lo scongiuratore. :

affini della

V.

-

stessa

1' ;

Crollo della fede

La

alchimia

»^317

in generale.

confessione del Boscoli. - Confusione religiosa e scetticismo

generale. - Contesa sull' immortalità. Il

mondo avvenire

Cristianesimo. -

Il

di

Omero.

-

Il

cielo dei pagani. -

Abbandono

deismo italiano

^5^>^^^

delle dottrine del

^'SGS


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La civiltà del rinascimento in Italia by Burckhardt, Jacob, 1818-1897; Valbusa, Diego  

Publication date 1876 Topics Renaissance -- Italy, Italy -- Civilization Publisher Firenze : G.C. Sansoni Collection robarts; toronto Digiti...

La civiltà del rinascimento in Italia by Burckhardt, Jacob, 1818-1897; Valbusa, Diego  

Publication date 1876 Topics Renaissance -- Italy, Italy -- Civilization Publisher Firenze : G.C. Sansoni Collection robarts; toronto Digiti...

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