MAG'ZINE ISSUE #6

Page 1


MAG'ZINE


Jan 2016 ISSUE #5


Cover Photo: Massimiliano Pugliese

Founders Gaetano Fisicaro Claudio Menna Editor in Chief, Design Gaetano Fisicaro gaetano.fisicaro@yahoo.it Editorial Staff Gaetano Fisicaro Claudio Menna Orazio di Mauro Duration Monthly

All magazines https://issuu.com/magzine6 If you want to send your project mag.zinemagmafanzine@gmail.com Follow us on Facebook https://www.facebook.com/magzinefanzine Site http://magmaphotocollecti.wix.com/magmafoto All images copyright the respective contributors Š 2015 MAG’ZINE. All right reserved


Timeline Photo: Alessandro Rocchi

Photographers

CONTENTS Thinking About a cura di Gaetano Fisicaro

Massimiliano Pugliese Italy

Alessandro Rocchi Italy

PhotoTalk

Paola Riccardi


THINKING About Una Fotografia ci Seppellira’ di

Gaetano Fisicaro

© Gaetano Fisicaro

In questi ultimi anni stiamo assistendo alla proliferazione di immagini fotografiche. Inotre in questo veste un ruolo non indifferente la mobile photography, ovvero le foto fatte con i telefonini, che è al centro di accesi dibattiti all’interno del mondo fotografico. Da parte mia ho sempre delegato alla fotografia il ruolo di conservazione della memoria di ricordi, di momenti, di eventi, di storie, di viaggi. Con essa ogni cosa rimane sospesa lì nel tempo, indelebile, a volte sbiadita, ma sempre lì, un istante immutato nel tempo, nel ricordo, nelle emozioni che suscita, positive o negative che siano, nella rievocazione mnemonica di un passato. Oggi la fotografia a mio avviso ha invece perso questa funzione, l’abbiamo relegata ad assolvere il compito di raccontare subito il presente facendolo diventare passato. Giustificato questo ruolo alla fotografia di news, che deve essere a disposizione dell’informazione generale l’attimo dopo l’avvenimento, trovo che nell’istante in cui


© Gaetano Fisicaro

scattiamo una foto e un secondo dopo la pubblichiamo sul social network di turno, facciamo in modo che quel momento presente diventi istantaneamente passato, non vivendo fino a fondo quel momento e relegandolo subito ad un passato remoto di ricordi, per catapultarci subito in un altro istantaneo ricordo. Viviamo di istanti, sembra tutto diventato quell’istante decisivo di cui tanto era innamorato il caro Bresson, a differenza che quell’istante lui lo aveva inseguito, lo aveva intuito, lo aveva metabolizzato e alla fine con la stampa restituito allo sguardo di tutti. Con tutte queste fotografie digitali abbiamo perso anche il gusto della stampa, il gusto di sfogliare un album, di sentirne l’odore di quelle foto, e ad ogni odore assegnare un momento. Inoltre abbiamo perso quello che è il ruolo fondamentale di un fotografo, tanto che stiamo assistendo ad una proliferazione di nuovi generazioni di “photographers” solo perchè hanno un account instagram e fotografano la qualunque. Come dice Ferdinando Scianna [...] Un fotografo le proprie immagini le trova. Guarda il mondo e ogni tanto ne riconosce un istante significativo, significativo sul piano del racconto, e naturalmente tanto di più la forma lo accompagna tanto di più e di più significante viene raccontato.” Oggi piuttosto che trovarle le proprie immagini, fotografiamo di tutto, dalla sveglia del mattino alla buonanotte della sera, ho paura che se ci fosse il modo di fotografare il sonno alcuni ci farebbero vivere anche questo loro momento. Insomma abbiamo perso la funzione sociale della fotografia, facendola diventare un mezzo per vivere un presente-passato in un mondo virtuale, in contatto con tutti, ma da soli nel vuoto della nostra stanza dietro lo schermo di un pc o di uno smartphone, insomma una vita da social. Chiudo con un altra frase del maestro Scianna [...] La più grande aspirazione di una fotografia è quella di finire dentro un album di famiglia” Spero solo che non sia un album sul proprio profilo Facebook!

© Gaetano Fisicaro



Massimiliano Pugliese Italy

www.massimilianopugliese.com

Nato a Roma nel 1970. Attualmente vive e lavora nella sua città di nascita. Nel 2004/2005 si diploma in fotografia all’ISFCI – Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata. Laureato in Statistica ed Economia. Diverse le mostre a livello nazionale ed internazionale in cui sono stati esposti i suoi lavori. Massimiliano si è distinto anche in diversi concorsi, tra i più imporntati: - Kuala Lumpur international photoawards - Category portrait, finalista - MIFA, Moscow International photo award, second place, category Portrait - PhotoEspaña - Selected at Descubrimientos - Sony Twilight Football Contest



Cosa rappresenta per Massimiliano la fotografia? Ah, questa è la domanda più difficile di tutte. Posso dire anzitutto che non rappresenta, sfortunatamente, un lavoro, facendo tutt’altro nella vita. Premesso questo, essendo persona taciturna e solitaria, credo che molto banalmente la fotografia sia il mio modo di relazionarmi con l’esterno. E’ il mio modo di dire “io sono fatto così, non ve lo dico a parole perché non sono capace, ma lo faccio con le foto”. Oltre questo è la mia ossessione quotidiana, il mio pensiero costante.

Getting Lost is wonderful ha rapito il nostro sguardo da subito, ci vuoi parlare di com’è nato e cosa rappresenta per te questo progetto? Be’ sono ovviamente felice che il progetto vi sia piaciuto. Devo dire che ha avuto successo oltre le mie speranze. Credo che “Getting lost is wonderful” in fondo sia solo il proseguimento di un percorso iniziato da tanto tempo. E diciamo che in questo tempo ho avuto modo di sviluppare una maggior consapevolezza di ciò che volevo fare e che vorrei continuare a fare con la fotografia. Cioè proseguire nel dare spazio ai temi di fondo della mia produzione fotografica, che alla fine sono sempre gli stessi, inquietudine, solitudine, senso di spaesamento. Presentando questo lavoro dico sempre che all’inizio pensavo di chiamarlo “fuck 5W”, dove le 5W, per chi non lo sapesse, rappresentano who, why, what, when e where. Con questo intendevo dire di non ricercare in queste foto un senso che vada oltre quello che intendo io, cioè un tentativo di mettere in scena ,perché di messa in scena si tratta, il mio “sentirmi perso”.


Quali sono stati e sono i tuoi punti di riferimento, non solo prettamente in ambito fotografico? Se mi si chiedono dei nomi, oggi te ne faccio alcuni, ma magari 1 anno fa ti avrei risposto in modo diverso, e tra un anno cambierei ancora. I miei punti di riferimento, oltre che nella fotografia, li trovo nel cinema e nella musica. Per quanto riguarda la fotografia posso citare i capisaldi Todd Hido, Gregory Crewdson, Philip Lorca di Corcia, Roger Ballen. Ma la lista dei preferiti è in costante aggiornamento. Ogni tanto da questa lista esce qualche fotografo che non tocca più le mie corde e ne “entra” qualcun altro. I 4 citati sopra sono tra quelli che mi continuano ad emozionare anche dopo tanti anni. Per quanto riguarda il cinema, anche qui la lista è infinita. Adesso, più che in passato, tendo ad interessarmi a film in cui la fotografia assume importanza rilevante. A parte citare i soliti registi più noti come kubrick, Scorsese, Michael Mann e ovviamente David Lynch, posso dirti che trovo strepitose molte cose di Denis Villeneuve , di Nicolas Winding Refn, di Steve McQueen. Negli ultimi anni anche alcune serie Tv hanno raggiunto un livello di qualità incredibile. La prima stagione di “les revenants”, con le fantastiche musiche dei Mogwai, è una di queste. Taberna Desert è uno sguardo documentativo sul paesaggio, dove hai realizzato questo progetto, e qual è la sensazione che volevi restituire? Il progetto è nato per una serie di coincidenze. Ma poi non è “cresciuto” come volevo. Mi trovavo sull’aereo di ritorno da Siviglia a Roma, mi sono affacciato dal finestrino e sotto di me ho visto un paesaggio davvero inusuale. Dopo poco le hostess mi hanno portato un libricino che sponsorizzava alcune destinazioni della compagnia aerea e caso vuole che un servizio fosse proprio dedicato al Deserto di Tabernas, in Andalusia. E’ il posto dove Sergio Leone andava a girare i suoi film western. Tornato a Roma, visto che la cosa mi incuriosiva molto, mi sono documentato e non ho trovato nessun progetto sviluppato da altri su questo argomento. Ho prenotato, sono ripartito e al ritorno ho scoperto che Alvaro Deprit stava per fare uscire il libro “Dreaming Leone” proprio sugli stessi luoghi. E’ una cosa che mi succede spessissimo, ho un’idea, comincio a svilupparla e trovo che qualcuno contemporaneamente ci sta lavorando. Comunque, visto che alcune foto non mi dispiacevano, ho deciso di inserirle nel sito, facendo una selezione diversa da quella che avevo pensato all’inizio. Ora vorrei portare avanti un lavoro su altri luoghi simili a questo in Europa. Le idee ci sarebbero ma al momento mancano soldi e tempo.



Progetti per il futuro. A parte, come detto sopra, continuare ad indagare questi luoghi isolati in Europa, ho una serie di idee alle quali però dovrei dare un ordine. Anzitutto continuare a fare le foto che rappresentino un proseguimento ideale di “Getting lost” ,che è quello che maggiormente mi interessa. Poi avrei iniziato 2 serie di ritratti diverse, una mi convince di più, su un argomento stra-fotografato, quell’età degli adolescenti in cui non si è più bambini ma neanche adulti. Sto tentando di convincere alcuni genitori ma non sempre è una cosa facile, perché mi rendo conto come ci sia tanta diffidenza e paura, non verso di me ovviamente, ma verso le possibili destinazioni delle foto. Sull’altra serie al momento mantengo il top-secret, anche perché ancora devo capire se continuare. Come vedi la fotografia oggi. Guarda, io 5 anni fa, un po’ perché lo credevo, un po’ per esorcizzare un mio blocco fotografico, ripetevo come un mantra, a me stesso ed ai miei amici “la fotografia è morta”. Ora ovviamente ho cambiato idea. E’ solo molto cambiata. Per fortuna ritengo che al momento ci sia molta più libertà nello svolgimento dei proprio progetti personali. Qualche anno fa presentare un lavoro fotografico in cui si mischiavano stili, formati, colore e bianconero, per molti sarebbe stato un’eresia. Oggi va bene tutto, anche se qualcuno sembra approfittare di questa libertà. Approfittare nel senso che al momento vedo una certa standardizzazione, soprattutto nei lavori che vengono premiati nei concorsi fotografici. La regola per essere premiati sembra essere diventata proprio questa. Prendi foto tue e foto prese da internet, mischi vari stili, fai qualche foto con flash sparato, fotografi una pietra su sfondo bianco o molto colorato, ed ecco il lavoro perfetto per prendere un premio. In alcuni casi va bene, ma in altri mi sembra che si vada a cercare una pretesa artistica laddove non ce ne sono i presupposti.




Alessandro Rocchi Italy

www.altamente.it

Alessandro Rocchi nasce a Pesaro 41 anni fa. Nel 2001 si laurea in Economia all’Università di Bologna. Nello stesso anno inizia la sua collaborazione con una digital agency della sua città. Oltre alle mansioni di client management e creative director, grazie alla passione per la fotografia ne diventa pure il fotografo ufficiale. Dal 2015 è fotografo freelance, scelta data dalla possibilità di poter avere più tempo da dedicare ai suoi principali interessi.



Quando è nato il tuo interesse verso la fotografia? E’ nato da ragazzino direi intorno ai 14 anni. Il padre di una mia amica del tempo, era fotografo ritrattista. Un pomeriggio d’estate durante una scampagnata insieme ad altri amici e ci ha disposto su un vecchio aratro arrugginito abbandonato nel cortile di un casolare. Poi col banco ottico ci ha scattato un foto in bianco e nero: composizione molto classica e gestione della luce naturale perfetta. La mia curiosità verso la fotografia è nata quel giorno. Ho iniziato a fare domande e a chiedere consigli sulla prima fotocamera che avrei dovuto comprare. Per i tuoi lavori hai viaggiato spesso, cosa rappresenta per te il viaggio? Ho viaggiato spesso ma non abbastanza. Non so se sia la fotografia a spingermi a viaggiare o sia il viaggiare a darmi l’occasione di scattare foto. Sono due cose che fanno parte di me, del mio modo di conoscere e capire da un lato, e di esprimermi e farmi conoscere/capire dall’altro. In “Welcome to Yougoslavia” proponi un viaggio tra una delle storie recenti della nostra Europa, un conflitto che non è ancora sedato per alcuni versi, parlaci di com’è nato questo progetto? E’ nato molto casualmente. Un mio amico aveva a disposizione delle ferie e non volendo rimanere a casa mi ha proposto questo viaggio. Abbiamo organizzato tutto nel giro di 3 giorni: traghetto ad Ancona dove abbiamo imbarcato la sua auto e poi da Spalato siam passati per Monstar, Medjugorje Sarajevo, Belgrado Zagabria, Pola e Rijeka. Lo dico con un po di vergogna: che fossero 20 anni dalla fine del conflitto lo abbiamo appreso in loco solo quando siamo arrivati a Monstar città simbolo di quei fatti.


A Sarajevo poi una signora sulla 50ina distribuiva dei nastri bianchi da legare al braccio. Mi sono avvicinato e prima di farmelo legare le ho chiesto cosa rappresentassero. E’ solo grazie a questa sua testimonianza che sono riuscito ad avvicinarmi alla tragedia vissuta da quella gente. Cosa che i palazzi crivellati di colpi di fucile o di mortaio visti a Monstar e a Sarajevo da soli non erano riusci a fare. La signora mi raccontò del giorno in cui suo padre venne prelevato a casa dai serbi che assediavano la città in quel periodo. Furono gli amici del bar a consegnare lui e altri Bosnici Musulmani coi quali fino a pochi giorni prima convivevano in amicizia. Non tornò più a casa e il suo corpo non fu mai individuato.

In City Life abbandoni per un certo verso il linguaggio del reportage per dedicarti alla street, cosa rappresenta per te questo progetto? Fotografare girovagando per strade e spiagge (anche le immagini contenute nell’album Summer Wind le considero a tutti gli effetti Street Photography) è la cosa che mi piace di più. Mi piace osservare le persone nelle loro pose naturali, nelle loro attività quotidiane, assorte nei loro pensieri o intente a interagire con gli altri. Osservarle e poi coglierne l’inconsapevole ironia o poesia. E’ chiaramente una raccolta che si alimenterà nel corso degli anni. A gennaio sul tema Street terrò un workshop che penso chiamerò “cercare il proprio sguardo” nel quale vorrei aiutare i partecipanti a trovare il proprio personale modo di vedere attraverso la fotocamera.



Il tuo lavoro in Ghana raccoglie diversi aspetti di questo popolo, cosa ha rappresentato per te questo viaggio? Da tanto sognavo di andare in Africa e l’occasione mi si è presentata a Giugno entrando in contatto con una Onlus chiamata “SOHO” (Spark of Happiness Onlus) che reclutava volontari per un orfanotrofio a Dodowa. Dodowa è un villaggio a 40 minuti da Accra la capitale del Ghana. Sono partito il 15 Agosto: ho alternato la vita del volontario a quella del turista/esploratore. Le mie aspettative sull’Africa non sono andate deluse e temo che il mio “stupore” emerga dalle foto. Dico “temo” perché la prossima volta vorrei levarmi di dosso quello sguardo del turista occidentale, pieno di meraviglia per una condizione così lontana, e provare invece a cogliere la banalità di quel quotidiano e la dignità del loro vivere con poco e a volte quasi con nulla. Come vedi la fotografia oggi Credo molto nella fotografia come testimone del tempo. Per lo meno penso che sia questo il suo ruolo più dirompente. In questa opera di testimonianza quello che sarà della mia produzione non riesco a immaginarlo. Ho un approccio tra l’edonistico (ricerco l’immediato piacere che mi da il fotografare) l’intimista (se piace a me è già tanto) e il fatalista (quel che sarà sarà). Quanto alle nuove opportunità offerte dal progresso tecnologico, tentando un parallelismo con la scrittura, credo che ognuno abbia il diritto di tenere un diario personale e di scriverci ovviamente quello che preferisce: quindi ok a selfie, foto del pranzo e delle scarpe. Una parte del pubblico diciamo più evoluto, avrà anche bisogno di leggere poesie, narrativa, saggi o romanzi, e così spero che la fotografia d’autore manterrà la sua utilità e diffusione.




Paola Riccardi books and exhibition editor

Qual’è il tuo rapporto con la fotografia? Costante, fedele, passionale; amavo la fotografia già da bambina, mi perdevo negli album di famiglia e poi poco più tardi nei libri dei grandi maestri e nelle mostre. La fotografia è una presenza quotidiana nella mia vita, non saprei neanche esprimere con esattezza il valore che ha per me …. mi viene solo in mente una parola… nutrimento. Ecco, forse la fotografia è il mio cibo preferito a livello intellettivo. Sei stata tra i fortunati collaboratori dell’agenzia Grazia Neri. Puoi parlarci di questa tua esperienza e quanto ha inciso nella tua vita professionale? Gli anni di Grazia Neri sono stati gli anni in cui ho imparto di più; lavoravamo moltissimo ma godevo dell’essere costantemente immersa nell’attualità, nelle immagini, nei fatti della storia colletiva. Ho fatto incontri meravigliosi, autori, critici, giornalisti, ricercatori, reporter di ogni nazionalità e dei più dolorosi fatti contemporanei, testimoni del nostro tempo con cui ho scambiato discorsi seri amicalmente attorno a un tavolo. Solo oggi mi rendo conto di quanto tutto questo mi abbia cambiato, quanto abbia dato forma al mio guardare la fotografia. Dell’agenzia provo una persistente nostalgia. Grazia l’ho sempre pensata una Re Mida per il suo potere di valorizzare tutto ciò su cui si posava il suo sguardo. L’aver fatto parte per tanti anni di questa fucina credo abbia portato una buona dose di fortuna anche a me.


Se ti fossi trovata a dover decidere il destino dell’agenzia, cosa avresti progettato per uscire dalla crisi del mercato editoriale. Nei due anni di crisi che hanno preceduto la difficile decisione di Grazia e Michele di liquidare l’agenzia [ndr, Michele Neri, direttore dell’agenzia, figlio di Grazia Neri, fondatrice della struttura nel 1967 e Presidente fino alla chiusura] forse alcune strade le avevo intraviste…. pensavo alla formazione, all’edutainment di settore, a poter sviluppare attività di consulenza, a poterci trasformare in una squadra pronta a fornire assistenza tecnica e artistica ai fotografi. C’erano molti elementi tra noi di grande spessore professionale e i fotografi stessi avrebbero potuto partecipare a questa “cordata”…. ma certamente non era facile trasformare un’agenzia di stampa nata negli anni sessanta in qualcos’altro, eravamo tanti, questo tipo di ristrutturazioni comportano l’inventarsi da zero un nuovo modo di lavorare e in quel momento ancora troppo di passaggio, questo non si è reso possibile. Pensando oggi al mercato editoriale che, agonizzante già dalla fine degli anni novanta, sembrava dovesse morire da un momento all’altro, penso invece che non sia affatto morto ma che si sia velocemente e irreversibilmente trasformato in qualcos’altro; spostato su altri mezzi, con strategie produttive e comunicative diverse, non potendo però più in alcun modo garantire i margini di guadagno che dieci o venti anni fa permettevano a fotografi, curatori, agenzie e tante altre figure professionali di vivere esclusivamente di fotografia. Lo scenario è completamente trasformato: oggi si vedono fotografi esperti di piattaforme di crowfounding per poter dare alla luce il frutto del loro lavoro, il selfpublishing è ormai diffusissimo, i fotografi lavorano spesso in prima persona anche alla promozione del proprio lavoro, si coglie la difficoltà a ricorrere a figure di consulenza professionale anche per la mancanza di margini economici reinvestibili. Ma voglio essere ottimista, penso che in una dimensione di continua e così rapida trasformazione per continuare a produrre si debba assumere una buona dose di elasticità e mantenersi disposti al cambiamento. Al Jidar - Fotografie di Giorgio Palmera, a cura di Paola Riccardi, Trolley Ltd (30/09/2006)


Sei VicePresidente di Fotografi Senza Frontiere, parlaci di questo progetto e qual è il suo scopo. FSF è una onlus nata nel 1997 e poi uffucializzata nel 2003 che si occupa di formare alla professone di fotografo giovani e adolescenti che vivono in aree critiche a marginali del mondo. Abbiamo svolto progetti in quattro continenti, dal Nicaragua all’Algeria, da Gaza all’Uganda, dall’Argentina a una comunità Kuna che vive in un arcipelago vicino a Panama. La onlus riunisce un gruppo di professionisti e amici di lunga data che credono nella forza della fotografia come strumento di conquista di identità, di auto-rappresentazione, di affermazione culturale, convinti dell’urgente necessità di condivisione delle proprie risorse con altri. La crisi di questi anni ha colpito anche noi, facciamo sempre più fatica a trovare fonti costanti e lungimiranti di finanziamento e abbiamo dovuto rivedere molte logiche interne di lavoro, ma per noi la crisi si è sentita meno dal momento che giornali ed editori non erano già prima i nostri interlocutori privilegiati. Oggi la fotografia di reportage attraversa un momento di cambiamento profondo. Pensi che l’etica nella fotografia abbia ancora il giusto rapporto. Si parla molto spesso di etica in fotografia, assisto e partecipo a tante discussioni e posizioni al riguardo, ascolto le opinioni dei fotografi, dei filosofi, degli storici, di chi tratta e opera tutti i giorni con la fotografia… ma resto piuttosto convinta che l’etica non sia qualcosa che si impara nelle scuole di giornalismo o nelle accademie di fotografia ma qualcosa che si ha dentro, un mix della nostra educazione, del nostro background, dei nostri percorsi politici e umani, delle scelte di ogni giorno messe tutte in fila. E’ giusto parlare di etica ma bisogna anche considerare che la valutazione di aspetti etici può variare molto a seconda di latitudini, abitudini culturali, contingenze, prospettive, intenzioni diverse. Detesto gli atteggiamenti colpevolisti verso i fotografi messi in atto ancor prima di sapere in che circostanze è nata una fotografia, o un servizio. Come mi indigno quando immagini che calpestano apertamente l’etica comune - che ha limiti molto vicini al buonsenso – vengono propagate e amplificate dai mezzi di comunicazione.



Come vedi le nuove generazioni che stanno crescendo e formandosi adesso, anche rispetto alle altre nazioni. Le nuove generazioni le vedo bene, incontro tantissimi giovani e li trovo mediamente curiosi e vivaci, alcuni molto bravi e preparati, ma spesso non professionalmente competitivi con i loro coetanei all’estero. Ma questo ha più a che fare con il sistema scolastico italiano che strettamente con l’ambito della fotografia. Come vedi il futuro della fotografia, soprattutto per quanto riguarda la fotografia documentaria e il fotogiornalismo. La fotografia documentaria continuerà a interessare le persone come è stato da sempre, tra l’altro i confini della fotografia documentaria si sono spostati più in là, penetrano anche gli ambiti della fotografia artistica o della ricerca personale, riguardano anche i non professionisti e i non giornalisti. Il fotogiornalismo, invece, dopo aver progressivamente allargato i propri confini geografici e tematici, soffre in questi anni una insicura trasformazione linguistica, la proliferazione di operatori in misura sovradimensionata, un ingresso nella categoria di molte persone non abbastanza formate e motivate, una perdita globale di qualità dell’informazione visiva. Ma penso anche che buoni professionisti continuino ad essercene, che siano ancora tante le persone che lavorano con rigore, intelligenza, etica e impegno e sono questi i fotografi che mi interessano e le immagini che ho voglia di guardare.


Il periodo della tua vita professionale a cui sei più legata e perché. Il pensiero come ho detto va spesso agli anni dell’agenzia, ci tornerei subito, ricomincerei domani; con Grazia andavo d’accordo, apprezzavo il suo modo di dirigerci tutti, condividevamo la passione per gli stessi autori, ci divertivamo anche molto, insieme. E poi quegli anni coincidono per me anche con bei ricordi personali; bambini piccoli, le prime parlate in pubblico, i festival, le letture portfolio…. Ma devo dire che il periodo professionale a cui sono più legata è sempre e solo quello che deve ancora venire, la prossima mostra che curerò, il libro di cui ancora non ho visto un’immagine, il fotografo talentuoso che non ho ancora incontrato. Essendo una persona molto nostalgica ho capito da anni che un ottimo sistema è guardare sempre avanti.

Paola Riccardi laureata in lettere moderne a indirizzo estetico, ha collaborato stabilmente dal 1997 al 2009 con l'Agenzia Grazia Neri alla produzione e distribuzione di mostre fotografiche e alle relazioni con la Stampa. Con l'agenzia ha prodotto un centinaio di mostre. Dal 2004 è curatrice di mostre e progetti editoriali per FotografiSenzaFrontiere-onlus, della quale cura la direzione artistica e di cui dal 2010 al 2015 è stata vice-presidente. Svolge attività di tutoring per fotografi per la curatela di mostre e progetti editoriali, scrive di critica fotografica per testate di settore, web e case editrici. Ha partecipato a numerose giurie di premi fotografici locali e nazionali. Dal 2000 è curatrice della mostra e conservatrice dell'archivio IngeFotoreporter di Inge Schoenthal Feltrinelli. Nel gennaio 2008 ha coordinato la mostra per il centenario di Gisèle Freund presso la Galleria Sozzani di Milano e firmato tre contributi critici nel volume Gisèle Freund Ritratti d'autore, Silvana editoriale. Nel 2010 e 2011 ha diretto il festival ColornoPhotoLife e tre aste FSF Auction4Action presso Sotheby's. In ambito didattico ha svolto attività di docenza presso Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro alla Scala, IED, Istituto J.Kaverdash, Bottega Immagine. Tiene regolarmente seminari, workshop e letture portfolio in diverse città italiane.




Thank you all


© 2015 MAG’ZINE. All rights reserved