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2009

Quindicinale di approfondimento della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica

www.magzine.it

»» Obama, le elezioni in un documentari o »» Narcotraffico, le nuove rotte della coca »» Fa b rizio Gatti, giornalismo sotto copertura »» Libertà di stampa, abbasso la satira »» Urbansketcher.com, appunti di viaggio d’art d’artiisstta

Malati di

Carcere

Sovraffollamento, mancanza di personale specializzato, condizioni igieniche scarse. Il sistema penitenziario italiano è al collasso. E i casi di suicidio continuano a crescere


inchiesta

Ammalati dietro le sbarre di Roberto Dupplicato

Nelle carc e ri italiane mancano 18 mila posti letto. Scontare la pena in uno spazio igienicamente a rischio alimenta il disagio psicologico e aumenta le possibilità di trasmissione delle infezioni. Un’emergenza italiana

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ogni persona ha diritto ad avvisare qualcuno e all’assistenza legale. In carcere chi entra è registrato, fotografato e perquisito. Non si possono portare soldi, che vanno depositati su un libretto intestato a proprio nome con un tetto massimo di 520 euro al mese. Vanno lasciati fuori anche orologi, oggetti di valore e apparecchiature elettroniche, telefoni cellulari compresi. Il detenuto può tenere solo la fede. Ai reclusi viene fornita la biancheria per il letto, una coperta, una saponetta, carta igienica, due piatti, un bicchiere e le posate. È possibile acquistare materiale al mercato interno, ad esempio il dentifricio, utilizzando i propri soldi. Al momento dell’ingresso in carcere tutti i farmaci in possesso del detenuto vengono sequestrati; è quindi importante dichiarare subito i problemi di salute o l’eventuale sieropositività, per ricevere tempestivamente le cure o gli alimenti adeguati. Il primo incontro con i familiari è fissato entro cinque giorni dalla convalida dell’arresto previa autorizzazione del magistrato: ogni detenuto ha diritto a sei colloqui al mese ma può chiedere carta e penna per scrivere tutte le lettere che vuole, senza temere la censura su quello che riceve o invia. I detenuti italiani sono circa 65 mila, 20 mila in più rispetto ai 43 mila posti disponibili. Monica Pardo Cases è reclusa al carcere di San Vittore a Milano, è spagnola ma scrive in italiano la sua testimonianza: «Una banale infezione o un raffreddore in carcere possono metterci in difficoltà. Per due mesi ho dovuto combattere per poter spostare un letto che, attaccato al muro, si bagnava durante i giorni di pioggia perché la parete si inumidiva. La disposizione degli oggetti nelle celle è decisa dall’alto e a noi è vietato spostarli senza autorizzazione». Gli spazi piccoli richiedono un rispetto totale dell’igiene, una virtù rara quando in ogni cella si vive in sei o sette persone. «La prevenzione in carcere - scrive un’altra detenuta di San Vittore - è impraticabile, la nostra salute è minacciata continuamente. Il bagno coincide con la cucina e il tavolo è a circa un metro dalla turca». Le condizioni di vita. È questo il problema cen-

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OPO ESSERE STATA ARRESTATA,

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trale della privazione della libertà. Il luogo di detenzione prova a descriverlo Monica Pardo Cases: «C’è un’umidità incredibile, mura scrostate e poca luce, sembra un cimitero nel quale buttano i fantasmi». Passare trent’anni, due mesi o una vita in galera per saldare il debito verso la società è ritenuto dai reclusi una pena ingiusta e insopportabile. Il disagio dei primi giorni è fortissimo. «I casi di autolesionismo o i primi segni di istinti suicidi - racconta nell’anonimato uno psichiatra che lavora in un penitenziario lombardo - sono molto più frequenti durante i primi giorni di detenzione. Spesso non basta avere forza mentale. Per il detenuto è traumatizzante vedere andare via i parenti dopo una visita». Ogni due giorni muore un detenuto. Il 2009 è l’anno nero dei suicidi: a novembre sono stati registrati 61 casi, a cui se ne aggiungono dieci quotidiani di autolesionismo.

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er scoraggiare le tendenze suicide - spiega Luigi Pagano, provveditore per le carceri lombarde ed ex direttore del carcere di San Vittore - si muove il progetto Dars (Detenuti a rischio suicidale), finanziato dalla Regione e attivo dal 2004 negli istituti penitenziari di San Vittore, Opera, Pavia, Monza, Como, Busto Arsizio e Bergamo». «Il carcere - spiega Costanza, detenuta al San Vittore - è un luogo così serrato e blindato che è difficile evaderne anche solo col pensiero. Il tempo è dilatato, infinito, sembra quasi non avere unità di misura. Per capire cosa voglia dire bisognerebbe provare a vivere in una stanza per ventidue ore al giorno e uscire per due ore. Si comincia a sentire un sottile malessere che attraversa il corpo, rende più faticoso camminare, leggere, respirare e pensare. Il carcere è come tale una malattia». In Italia ci sono sei Ospedali psichiatrici giudiziari situati ad Aversa, Napoli, Castiglione della Stiviere, Reggio Emilia,


Per sap e rne di più Pietro Anastasia e Patrizio Gonnella Pat rie galere. Viaggio nell’Italia dietro le s b a rre (Carocci); Autori vari, Malati in car cere. Analisi dello stato della salute delle persone detenute (Franco Angeli); JeanLouis Senon, La salute mentale in carcere (Centro Scientifico).

i detenuti, ma anche per chi nei penitenziari lavora o va a trovare i reclusi. «I problemi di convivenza - spiega Francesco Ceraudo, presidente dell’Associazione dei medici penitenziari e direttore per la Toscana del Dipartimento per la salute in carcere - accrescono il disagio psicologico e le possibilità di ammalarsi di malattie come la tubercolosi africana». Solo il 20% dei detenuti è sano, il 21% vive in condizioni di tossicodipendenza, il 15% soffre di depressione e di altri disturbi psicologici, mentre più di mille detenuti hanno contratto il virus dell’Hiv.«Le condizioni igieniche e sanitarie - spiega il senatore Filippo Berselli, presidente della Seconda Commissione Giustizia del Senato - sono disumane e inaccettabili».

Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto. La Commissione interministeriale Giustizia-Salute, istituita nel 2002 per studiare il riordino della medicina penitenziaria, ha avuto come ulteriore compito quello di proporre possibili modelli innovativi per la cura nei confronti di soggetti affetti da patologie psichiatriche. I detenuti degli Opg sono soggetti psicotici che hanno commesso gravi reati verso altre persone con una spiccata tendenza alla recidività. Il disturbo schizofrenico paranoide è la diagnosi più frequente, tranne ad Aversa, dove prevale al 50% il disturbo schizo-affettivo. Molto alto è anche il numero di coloro che soffrono di disturbi della personalità (paranoide, antisociale, borderline). La Commissione interministeriale ha però evidenziato la carenza di personale specializzato e l’inadeguatezza di alcune strutture: sono edifici vecchi, con un’identità indefinita a metà strada tra l’ospedale e il carcere. Sotto il profilo psicologico e dal punto di vista igienico, la vita quotidiana in un carcere italiano è sempre più difficile non solo per

Tavoli a un metro dalla turca e 20 mila detenuti in esubero. Un morto ogni due giorni, dall’inizio dell’anno 61 suicidi

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el nostro paese i detenuti hanno la possibilità di tenersi impegnati con diverse attività. Tra queste c’è anche la creazione di riviste: ad oggi se ne contano circa 90, a fronte di 205 istituti penitenziari. Organi informativi di varia natura nati all’interno dei penitenziari o sostenuti da associazioni di volontariato che hanno aiutato la circolazione della cultura tra i detenuti. Nell’istituto penitenziario di Bollate nel 2005 è nato CarteBollate, periodico registrato al Tribunale di Milano che tratta anche temi importanti di introspezione sulla vita dei detenuti. Ci sono articoli di commento o di analisi sulle leggi che regolamentano la vita dentro i penitenziari o evidenziano quei temi che restano quasi sempre fuori dal circuito mediatico. Nel carcere di Padova c’è Ristretti Orizzonti, rivista il cui nome indica i detenuti e che cerca di interpretare i fenomeni della vita carceraria anche attraverso il commento di persone che svolgono ruoli medici o istituzionali. A Milano c’è il Due, net magazine del carcere di San Vittore, che deve il proprio nome al numero civico 2 di piazza Filangieri, dove i detenuti venivano rilasciati e riacquistavano la libertà. Sul sito (www.ildue.it), graficamente ben curato, sono presenti focus e storie, oltre ad una ricca serie di link che collega ad altri siti di associazioni, onlus e gruppi di volontariato. A Roma c’è Papillonrebibbia che tratta i temi dalle carceri con un occhio di riguardo alla situazione dei penitenziari capitolini, dando spazio alle ultime notizie che riguardano le carceri di tutto il mondo. La concentrazione di tutte queste riviste è polarizzata tra Emilia, Toscana e Lombardia. In tre sole regioni d’Italia c’è quasi il 50 per cento degli organi informativi interni ai penitenziari. MAGZINE 1 | 9 novembre - 22 novembre 2009

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stati uniti

L’era di Obama, un anno da presidente Il presidente Usa premio Nobel per la Pace deve guardare al passato e dare risposte nuove. «Saprà reinventare la ruota e riscoprire il fuoco». Un compito difficile. L’analisi John L. Hirsch di Marco Billeci

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A VOLONTÀ NON GLI MANCA e le sue

parole hanno dato al mondo una speranza di progresso, tanto da ricevere il premio Nobel per la Pace, ma ha ancora molto da imparare. «Obama deve reinventare la ruota e riscoprire il fuoco della politica estera Usa - spiega John L. Hirsch, ex ambasciatore Usa in Sierra Leone -. Il presidente - spiega - dovrà riscoprire metodi di agire tradizionali per trovare la soluzione alla questione del Medio Oriente e nelle altre aree di crisi». Sono tre i punti che Hirsch, consigliere dell’International peace institute di New York e docente di Affari pubblici e internazionali alla Columbia University, indica nel tracciare un bilancio positivo dei primi nove mesi dell’amministrazione Obama: apertura al dialogo, approccio immediato alle questioni cruciali, atteggiamento propositivo per nuove alleanze. Esempi del nuovo corso sono l’apertura, per la prima volta dopo trent’anni, di un dialogo con l’Iran e l’attivismo in Medio Oriente. «Obama - spiega Hirsch -, come i predecessori, appoggia la soluzione dei due Stati in Palestina e Israele ma, diversamente, riconosce in modo più chiaro le aspirazioni palestinesi e si dice contrario ai nuovi insediamenti israeliani».

John L.Hirsch È membro dell’International Peace Institute come consigliere per il Pro gramma Africa, docente alla Columbia University e all’Università del Wisconsin. è Stato ambasciatore degli Stati Uniti nella Repubblica di Sierra Leone dal 1995 al 1998. Ha pubblicato: S i e rra Leone: diamonds and the struggle for democracy e Somalia and Operation Restore Hope: reflections on peacemaking and peacekeeping.

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Anche nei rapporti con la Cina, Hirsch vede miglioramenti e loda la linea del pragmatismo: «È possibile una convergenza di interessi per neutralizzare le conseguenze della crisi, riequilibrare il commercio e ridurre l’inquinamento atmosferico».

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nfine l’Afghanistan e quella che, come la definisce il diplomatico, è ormai “la guerra di Obama”. Hirsch non nega le difficoltà ma spiega: «Ormai non c’è più un netto confine tra pace e conflitto, ma transizioni a lungo termine impossibili da giudicare giorno per giorno. In Afghanistan conclude - non ci sarà un giorno della vittoria. Ci saranno, spero, una serie di passaggi che ridurranno le influenze negative». Nonostante il giudizio complessivamente positivo, John L. Hirsch, che ha anche ricoperto incarichi in Somalia, Pakistan, Israele e Sudafrica, è convinto che non sia il caso di aspettarsi miracoli dalla politica estera di Obama: «L’amministrazione - spiega - è ancora in fase di apprendimento, sta riannodando i fili di antiche questioni per trovare nuove risposte». Nei recenti attentati talebani in Pakistan le vittime sono state quasi trecento. È pos sibile che l’epicentro della crisi si stia spo stando dall’Afghanistan al Pakistan? Il segretario di Stato Hillary Clinton a Islamabad ha cercato di convincere il popolo pakistano che sconfiggere i talebani è nel loro interesse. La crisi afghana e quella pakistana sono distinte ma legate tra loro: la frontiera tra i due paesi è permeabile, il popolo pashtun è sparso su entrambi i fronti. In Pakistan però il governo è democratico e c’è la speranza che l’esercito combatterà con più forza i talebani. L’Iran accetta lo schema di accordo sul nucleare raggiunto dal 5+1 a Vienna, ma chiede rilevanti modifiche. È un progresso o un diversivo di Teheran?

Sono i primi contatti dopo molto tempo tra i Paesi del 5+1 e l’Iran, siamo già un passo avanti. Se l’Iran accetterà di arricchire il proprio uranio in Russia, le cose miglioreranno. Al contrario gli Usa chiederanno al Consiglio di sicurezza Onu nuove sanzioni all’Iran e su questo i migliorati rapporti tra Usa, Russia e Cina potrebbero favorire una convergenza. Il presidente palestinese Abu Mazen ha detto di non volersi ricandidare alle elezioni di gennaio perché deluso dagli scarsi sviluppi del processo di pace in Medio Oriente. Sarà un problema? Abu Mazen non è l’unico candidato credibile all’interno di Fatah. I palestinesi sono delusi da Hamas, che a Gaza non ha dato risultati su servizi, economia e sicurezza. L’economia della West Bank controllata dall’Autorità Nazionale Palestinese, invece, è cresciuta e così la qualità della vita. Un contrasto che non credo porterà Hamas alla vittoria. La crisi azzererà i primi sviluppi su Pil, investimenti e riforme in Africa? La povertà di molti paesi africani limita il loro coinvolgimento nella crisi. Sudafrica, Ghana e Senegal possono proseguire il loro sviluppo. I problemi veri riguardano aspetti preesistenti: il malgoverno, l’estrazione illegale di materie prime e le guerre in Congo, Sudan e Somalia. Ad ogni modo, Usa e Ue dovranno contenere le conseguenze della crisi sull’Africa.


di Carlotta Garancini

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ired up, ready to go! Fired up, ready to go!». Carico, ma ancora un po’ impacciato, Obama tenta così di incitare, o di convincere, le prime ristrette folle dei suoi sostenitori. Al termine del suo discorso l’esperto David Axelrod, suo consulente per la comunicazione, lo corregge: «Sei stato grande, però dovresti dire fired up, lasciare alla gente qualche secondo in più per ripetere e poi continuare con ready to go». Retroscena di campagna elettorale dell’uomo che diventerà il presidente degli Stati Uniti: a raccontarli è il documentario By the people: the election of Barack Obama presentato il 3 novembre dall’emittente Usa Hbo. La produzione racconta la scalata di Obama da senatore a presidente, e lo fa da una prospettiva inedita. L’obiettivo della telecamera non fissa il grande palcoscenico, ma si aggira in libertà nell’inaccessibile dietro le quinte. E il backstage non è la sola novità di questo documentario. L’aspetto straordinario riguarda l’inizio delle riprese: la prima telecamera si accende quando nessuno ancora ha la certezza che Obama si candiderà per la presidenza. Lo racconta Amy Rice, co-direttrice della produzione: «Era l’estate del 2004 quando ho ricevuto una telefonata di mio fratello Andrew che mi invitava a guardare questo giovane senatore, Barack Obama, che stava dando alcune chiavi di indirizzo alla Convention democrati-

Il documentario di Amy Rice ripercorre la campagna elettorale del primo presidente afro-americano nella storia degli Stati Uniti

Barack by the people Il film delle presidenziali ca. Rimasi molto impressionata da quello che Obama stava dicendo nel suo discorso. Era davvero innovativo ed era come se fosse la prima volta che un politico parlava alla mia generazione». Così ad Amy Rice viene l’idea del documentario, e contatta la regista Alicia Sams per aiutarla a realizzarlo. Il progetto viene presentato alla casa cinematografica dell’attore Edward Norton, Class5Films, che lo approva immediatamente. Le riprese iniziano l’11 maggio 2006, nove mesi prima che Obama annunci la sua corsa per la presidenza. Intervistato durante la trasmissione televisiva Countdown, Norton ha affermato: «Volevamo fare una sorta di diario politico, eravamo interessati a guardare la

politica attraverso gli occhi di un nuovo, giovane senatore. Con un approccio sopra le parti e senza l’intenzione di celebrare Obama e il suo staff, il documentario voleva registrare l’esperienza a livello emotivo, cosa significa essere persone che costruiscono un pezzo di storia».

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l progetto ha vissuto un momento critico quando lo staff elettorale ha iniziato a lavorare con l’obiettivo della Casa Bianca e l’entourage di Obama ha chiesto di sospendere le riprese: «Abbiamo dovuto convincere Axelrod che noi non eravamo i media», ha rivelato Norton. Presto però la questione è stata risolta: «Avere iniziato a lavorare già molti mesi prima ci ha permesso di definire quello

che stavamo facendo e di costruire un rapporto con lo staff», sottolinea Amy Rice. Il resto della storia, come dice Amy, è nel film, che non poteva avere migliore e imprevedibile finale: «Non sono mai stato il candidato più probabile per questo incarico - aveva detto Obama nel suo discorso alla nazione la notte della vittoria -. Quando abbiamo cominciato avevamo pochi soldi e pochi appoggi». La campagna invece è diventata possibile ed è stata costruita «da quei milioni di americani che hanno lavorato come volontari, che hanno coordinato, e che hanno dimostrato, più di due secoli dopo, che un governo del popolo, dal popolo e per il popolo è ancora possibile. Questa è la vostra vittoria».

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narcotraffico

Le rotte della cocaina, nuove regole di mercato Gira alle feste della capitale, tra i terremotati dell’Aquila, nelle discoteche di Milano, nei bar della Campania. La cocaina non è solo la droga più consumata, ma la nuova moneta corrente di Enrico Turcato

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L TRAFFICO DI DROGHE è un fenomeno in grande espansione, anche in Italia. Lo dicono i titoli delle prime pagine dei giornali nell’ultimo mese: «Traffico di droga ad Arezzo» (9 ottobre, Irispress), «Scoperto un chilo di cocaina a Cosenza» (15 ottobre, Il Sole 24 Ore), «Nuovo traffico di droga a Roma tra vip e personaggi dello spettacolo» (4 novembre, La Repubblica), «Scoperto traffico di droga tra l’Abruzzo e la Campania» (5 novembre, Libera Informazione). Non è una casualità. E a confermarlo è il giornalista di Repubblica Luca Rastello, esperto di narcotraffico. Nel suo ultimo libro, Io sono il mercato, Rastello racconta la storia di un insospettabile marito borghese, che lascia l’Italia alla volta del Sudamerica e diventa narcotrafficante. Un’analisi originale, da un nuovo punto di osservazione, quello del trafficante, per capire come l’economia illegale riesca a infiltrarsi in quella legale e a condizionarla. Rastello analizza le cause dell’espansione del fenomeno, la situazione italiana e indica quale potrebbe essere un rimedio al problema. Quando ha iniziato a interessarsi di narcotraffico? Questo libro è il coronamento di un lavoro che dura da diversi anni. Diciamo dagli anni novanta, quando ho cominciato a dirigere il mensile Narcomafie. Anche nel mio lavoro da giornalista mi sono sempre occupato dell’argomento. Oltre a concentrarmi sulla parte dei consumatori, nel libro ho preferito cercare di comprendere la parte criminale, anche a livello mondiale. Come fanno i narcotrafficanti a portarne tante tonnellate in giro per il mondo? Chi li copre e glielo permette? Come si muovono? Che relazioni internazionali hanno? Ho scelto di raccontare la storia di uno di loro, chiarendo alcune questioni. Anche in Italia è sempre all’ordine del

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giorno la scoperta di narcotraffici segreti. Qualche giorno fa in Abruzzo, poi a Roma, ora in Campania. È un fenomeno in espansione? Il narcotraffico è sempre in espansione. È un fenomeno redditizio, perché produce ricchezza immediata, ed è in crescita costante da troppi anni. Per limitarlo sono state adottate tecniche largamente fallimentari. Anche se, come oggi, le droghe naturali sono in leggero calo di produzione, sono invece in aumento le droghe sintetiche, diffusissime in tutta Europa. E anche se diminuisce la produzione, non calano i consumi, perché le droghe vengono sempre più tagliate, lavorate, modificate e quindi sempre vendute. Gli Stati Uniti hanno deciso di aumen tare uomini e basi militari per la lotta al narcotraffico. In Italia sono attuabili misure di questo tipo? In America dall’arrivo di Obama sono

aumentati di molto gli sforzi, anche economici, di lotta al traffico di droga. Ora però speriamo si vedano anche risultati concreti. In Italia non ci sono nuove misure. Anche perché la nostra organizzazione militare di lotta al narcotraffico è già piuttosto efficiente. Il punto è che non serve solo la componente militare. E allora come si può combattere vera mente il narcotraffico? Il punto è che le droghe, e in particolare la cocaina, sono la moneta di tutti gli scambi illeciti al mondo, inclusi i finanziamenti agli Stati in guerra. Si è però rivelato inutile colpirne la produzione. In realtà lo si è fatto, ma sporadicamente. E quando lo si è fatto, è tornato utile per ottenere una forma di consenso immediato, ma mai per risolvere il problema del narcotraffico alla radice. Bisognerebbe investire in campo educativo, con politiche sociali e insegnamenti diretti. Scoraggiando la domanda si sconfigge il mercato della droga. Questa sarebbe la soluzione più logica. Insieme a interventi come l’antiriciclaggio, la lotta ai paradisi fiscali, più controllo e trasparenza sulle operazioni finanziarie nazionali e internazionali.

Per saperne di più Luca Rastello, Io sono il mercato (edizioni Chiarelettere).


mafie di Tancredi Palmeri

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‘ultimo capitolo della lotta alla ‘ndrangheta milanese si è aperto con 17 arresti e 48 indagati. In manette sono finiti numerosi esponenti di famiglie della criminalità organizzata calabrese e due insospettabili imprenditori della provincia di Milano, della ditta Kreiamo di Cesano Boscone. È la storia infinita della ‘ndrangheta lombarda, che dall’hinterland sud controlla ormai da tre decenni droga e appalti. «La terza generazione spuria della ‘ndrangheta milanese» l’ha chiamata il procuratore capo di Milano, Manlio Minale. «Siamo entrati in una nuova fase, anche se le ultime generazioni stanno cercando ancora di capire come evolversi», spiega Piero Colaprico, giornalista di La Repubblica, profondo conoscitore del fenomeno e autore del libro intervista al pentito calabrese Saverio Morabito, Manager Calibro 9. I capi delle famiglie Papalia e Barbaro riescono a dirige re gli affari da dietro le sbarre. Chi sono i referenti a piede libero a capo della piramide di affari? Anni fa intervistai Rocco Papalia, uno dei figli del patriarca Domenico, ritenuto uno dei capi dell’organizzazione. Persona affabile, si sforzava di dirmi che non era il boss, a differenza di quello che dicevano gli altri. Il suo è l’esempio perfetto per spiegare che la ‘ndrangheta non è tutta uguale. In quella aspromontana i legami familiari sono di estrema importanza. Fai parte di un’aristocrazia, e non hai scelta: operi nell’associazione, volente o nolente. Figli, nipoti e parenti di sangue “devono” condurre un certo tipo di vita per rispetto nei confronti dei nonni, degli zii. Non dico che siano schiavi, perché è chiaro che ogni affiliato cerca di mimetizzarsi, ma questa è tutta un’altra generazione. I

La vecchia ’ndrangheta si riprende Milano primissimi, i nonni, facevano i classici lavori della malavita; poi negli anni Settanta, i padri hanno acquisito preminenza e potere nei confronti delle altre malavite, grazie ai sequestri in serie. E negli anni Ottanta hanno bene investito soldi e posizione nel mercato dell’eroina. Adesso ci sono i sessantenni che hanno da amministrare i patrimoni, e i giovani che dovrebbero occupare il ruolo operativo. Ma, da un lato, gli manca il “supporto tecnico”, perché i parenti sono in galera; dall’altro, si trovano spiazzati, perché magari hanno fatto l’università, sono entrati in contatto con l’altro mondo, quindi non sono propriamente parte dell’universo criminale. La terza generazione è particolarmente combattuta. La magistratura riesce a mettere a segno questi colpi proprio grazie all’incapaci tà della nuova generazione di gestire la fase operativa? La capacità investigativa della procura di Milano è la migliore in Italia, ma proprio perché i nuovi non sono né carne né pesce, hanno perso l’abitudine rispetto ai padri di controllare i

movimenti o di stare attenti ai telefonini. Eppure, se il potere di sbar ramento della Procura di Milano è così imponente, come mai la ‘ndrangheta non ha pensato di “liberar si” del problema puntando il mirino sui magistrati in prima linea? Sarebbe materialmente facile, ma politicamente arduo, perché la reazione dello Stato sarebbe mostruosa. Inoltre a Milano questo tipo di operazioni sono condotte da un pool di quattro magistrati ed è difficile isolarne uno. Alla fine degli anni Ottanta, le ‘ndrine portarono un lanciamissile a Milano per usarlo in un attentato: fortunatamente fu intercettato dalle forze dell’ordine. Dopo le grandi stragi di mafia, l’idea è di non smuovere troppo l’attenzione e ottenere i benefici attraverso altri canali. Inoltre, il metodo di lavoro della Procura di Milano, basato sulla condivisione degli elementi d’inchiesta tra i magistrati, è una polizza d’assicurazione sulla vita. Se anche uno fosse colpito, gli altri sarebbero capaci di concludere un’indagine rimasta in sospeso

Io piuttosto rivolgerei l’attenzione altrove. Il sogno di questa nuova generazione è la politica, magari all’inizio fiancheggiando qualche prestanome, poi facendosi largo da soli. O in alternativa, essere parte dell’imprenditoria che tratta i grandi appalti con lo Stato. Ricorda il film “Il Padrino”, quando don Vito Corleone (Marlon Brando) si ramma rica vedendo il figlio Michael (Al Pacino) a capo della famiglia, perché per lui aveva sognato un futuro al Senato. Vero, anche se in Italia i mafiosi in Parlamento ce li abbiamo dagli anni ‘30. O perlomeno, tracce di mafia.

Per saperne di più Piero Colaprico e Luca Fazzo, Manager calibro 9 (Garzanti); Davide Carlucci e Giuseppe Caruso,La ‘ndrangheta comanda a Milano (Ponte alle Grazie); Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, Mafia a Milano,Editori riuniti; Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, Fratelli di sangue, Mondadori.

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giornalismo

Gatti dentro i

fatti

di Daniele Monaco

Raccontare la realtà. È il compito del giornalista, ma non sempre è possibile farlo a viso scoperto. Alcune inchieste riescono solo sotto copertura. Ma ci sono precise regole e tecniche da rispettare

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GATTI è uno di quei giornalisti che dopo aver perso una telefonata, appena può, richiama il numero che ha trovato sul display del telefonino, si trovasse anche nel deserto del Sahara, alla ricerca dei camion carichi di immigrati irregolari, in un paese dove i giornalisti sono perseguitati e torturati. Maestro dell’inside journa lism, Gatti si è travestito da immigrato, da bracciante, da addetto alle pulizie e ha raccontato le verità nascoste e le vergogne dello sfruttamento degli immigrati e dell’inefficienza nell’amministrazione pubblica. Celebri sono le inchieste per L’espresso a Lampedusa, nelle campagne di Puglia, al Policilinico di Roma e nella metro a Milano. In prima linea anche nel terremoto d’Abruzzo, è tornato in Africa per il reportage L’amico Isaias, sugli immigrati d’Eritrea. Fabrizio Gatti, qual è lo scoop a cui sei più affeziona to? Il lavoro che più mi ha segnato è stato il mese e mezzo di viaggio sui camion attraverso il deserto del Sahara con i clandestini verso la Libia. Dopo un’esperienza del genere non sei più quello di prima. Tuttavia metto in discus-

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ABRIZIO

sione il concetto di “scoop”. Arrivare per primi è meglio, ma lo scoop non è il fine, altrimenti il compito del giornalista - che è previsto anche dalla Costituzione - si riduce a gol fatti e subiti. Lo scoop a cui penso è sempre il prossimo, quelli già fatti sono vecchi. Cosa intendi per “il prossi mo scoop”? Non sono affezionato al lavoro che ho già fatto: fa parte del passato. Chiuso un lavoro bisogna iniziare a programmare il successivo. In questo senso lo scoop migliore è sempre il prossimo, quello che ancora non è stato fatto e su cui bisogna lavorare. Ma sicuramente ti ricordi il primo che hai fatto. È del novembre ’88, collaboravo per Il Giornale di Montanelli dalla provincia di Milano. Un brutto fatto di razzismo, ai danni di un nigeriano insultato dal padrone di casa che voleva far sfondare la porta di ingresso dell’appartamento. All’interno la moglie del nigeriano stava morendo asfissiata per il monossido di carbonio. Non l’hanno potuta salvare. Come sei arrivato su questa notizia? Con un giro telefonico di nera. L’avevamo noi de il Giornale e il

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Corriere. Ma Il Giornale lo mise in prima pagina, il Corriere no. Alla fine sembrò che la notizia fosse solo del Giornale e giornali e tv si misero al seguito per questa storia. Ai funerali di questa ragazza, che aveva meno di trenta anni, parteciparono centinaia di persone. Ecco, trovo riduttivo definire tutto questo come “scoop”, perché spesso sono storie vissute sulla pelle della gente. Quindi che parola useresti al posto di scoop? “Articolo”. Una volta che ci hai messo il punto è un articolo come un altro. Dopo la pubblicazione di questa esclusiva è cambiato qualcosa nel tuo lavoro? Sì, perché da ragazzo di provincia cominciai ad avere turni di sostituzione in redazione. Avevo circa vent’anni e Giuliano Molossi, capocronaca di allora, mi chiese: «Vuoi passare la tua vita a fare il corrispondente di provincia o vuoi anche cominciare a venire in redazione?». Puoi immaginare la mia risposta. Cosa deve avere un’inchie sta per colpire l’opinione pubblica? Deve approfondire un argomento

che nessuno ha mai approfondito e magari smentire una versione ufficiale viziata da propaganda o censura. Solo così il giornalismo contribuisce alla libertà dei cittadini e far vedere loro come stanno veramente le cose. Il bravo giornalista si mette in gioco e racconta dall’interno una realtà, spiegandola meglio di altri. Non si tratta solo di avere per primi la notizia, ma anche di saperla raccontare. Ad esempio, il mio articolo comparso a fine marzo sulla rotta dei migranti in Sahara smentiva la versione ufficiale degli accordi Italia-Libia sull’immigrazione. Quanto è d’aiuto la tecnolo gia a un giornalista? Il giornalista è un comune cittadino, per questo scende in strada. I giornalisti che pensano di portare la realtà dentro uno studio televisivo rappresentano una distorsio-


Non sono un tipo che si affeziona ai lavori che ha fatto: fanno parte del passato. Per me conta soltanto il prossimo, lo scoop che verrà ne. Per il Corriere mi sono mischiato fra i tossici andando a comprare la droga. Senza questo metodo conosceremmo solo la verità che fa comodo a chi la racconta. D’altro canto, oggi chiunque può avere ascolto attraverso internet, che libera l’informazione dai media concentrati e costosi come il giornale, la tv o la radio che hanno bisogno dell’editore o di una complessa struttura di trasmissione. Credi che l’informazione dal basso fatta dai cittadini possa in qualche modo sostituirsi all’informazione

dei grandi media? Molti blogger prendono le notizie dai giornali o da altri mezzi tradizionali. Se ci fossero solo blog nessuno potrebbe spendere un mese e mezzo della sua vita in mezzo ai clandestini, nel deserto, rischiando la pelle. Come in una piazza parleremmo di noi stessi senza contatti con la realtà. Nella storia dell’informazione i cittadini hanno delegato ai giornalisti il compito di andare a vedere e raccontare, ma li possono richiamare al compito di rispettare, approfondire e verificare i fatti. Ciò non toglie che la conoscenza la dà chi

ha accertato un fatto e il blog non riesce a farlo. Anche se alcuni blog d’informazione non hanno niente da invidiare a giornali e tv. Inoltre internet può giocare sulla potenza della multimedialità con costi decisamente più bassi rispetto a radio e tv. Un giornalista che viene della carta stampata può fare un buon prodotto con la telecamera? Fotografare e descrivere la scena con una piccola digitale è una grandissima comodità. Perché non rendere partecipe il lettore dandogli le immagini raccolte con quel bloc notes? Se poi l’intenzione è di fare “buone” immagini, il discorso è diverso. Il confronto tra pellicola e digitale è lo stesso fra un vinile e un mp3: la velocità e la comodità del supporto e della fruizione vincono sulla qualità di resa del suono o delle immagini. Il mio lavoro in Niger avrà tante lacune documentaristiche e cinematografiche, ma i lettori possono vedere con i loro occhi quello che ho visto io. Al mio ritorno ho lavorato per una settimana al testo per il giornale e al video per il sito. In “Policlinico degli orrori” ho usato le immagini come bloc notes ma anche per difendere il mio lavoro da smentite, querele e richieste di risarcimento danni. Quali sono i limiti dell’inside journalism? Se un giornalista lo imposta come metodo esclusivo è una deformazione. Vedere un fenomeno da vicino ti impedisce di avere un quadro d’insieme. In antropologia però esiste l’osservazione partecipante. Se sai che in un certo posto avvengono delle violazioni o dei reati e il clan o lo Stato ti impediscono di verificare, come fai? All’ufficio stampa del

Policlinico non avrei visto nulla. Il lavoro è stato possibile sotto copertura. Cosa avrei visto suonando il campanello? Cosa manca al giornalismo italiano? Forse troppi giornalisti pensano alla carriera personale. In funzione di una promozione o di uno spazio televisivo molti sono disponibili a tutto, ma in questo modo tradiscono la missione di raccontare la realtà ai cittadini. la conseguenza di questo atteggiamento è una generale mancanza di coraggio del giornalismo e la tendenza a inginocchiarsi davanti all’autorità e al potere. Sarà una lacuna strutturale o di mentalità, ma è anche il risultato di interessi personalistici. Ma noi giornalisti abbiamo un giuramento verso la Costituzione italiana. Un consiglio a chi comincia questo lavoro? Accettare di partire anche dalla cronaca, dal giro di nera. Non essere presuntuosi e non considerare il giro di nera l’ultimo lavoro della redazione, perché può uscirne un articolo da prima pagina o un pezzo da venti righe. Fare cronaca il più a lungo possibile. Che si faccia il lavoro a Baghdad o in periferia di Milano, lo strumento, “l’abc”, non cambia. Cambiano i rischi, ma non lo strumento: la curiosità, la verifica, le domande che si fanno e un buon paio di scarpe per camminare. Anzi, a volte si cammina anche a piedi nudi.

Per sap e rne di più Fabrizio Gatti, Viki che voleva andare a scuola (edizioni Fabbri), Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini, (edizioni Bur).

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libertà di stampa

Marocco, vita dura per la satira francese di Fabrizio Aurilia

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e Monde e El Pais non sono più graditi in Marocco, a causa di due vignette satiriche che, a detta del ministro e portavoce del governo marocchino Khalid Naciri, «attenterebbero alla dignità dell’istituzione monarchica». Le copie del quotidiano francese con la vignetta incriminata sono state bloccate all’aeroporto giovedì 22 ottobre e la distribuzione del giornale è stata interdetta per i tre giorni seguenti. Il disegno del vignettista francese Jean Plantu raffigura una caricatura che allude al re Mohammed VI. Il vignettista denuncia a sua volta il processo in corso contro il collega marocchino Khalid Gueddar, che «ha osato ritrarre la famiglia reale marocchina» e precisamente il cugino de re Moulai Ismail. Il caso riguarda una caricatura apparsa alla fine di settembre sul quotidiano Akhbar Al Youm, che aveva spinto Rabat a decidere la chiusura provvisoria del giornale. Ora è la volta di El Pais, colpevole di aver ripreso le vignette in un articolo sulla libertà di stampa ed espressione in Marocco. Domenica 25 ottobre le copie

«Non possiamo permettere che si attenti alla dignità dell’istituzione monarchica». Così il protavoce del governo ha giustificato il sequestro delle vignette che non piacevano a Mohammed VI 10

dell’edizione locale del quotidiano spagnolo sono rimaste nelle stive dell’aereo. «Non abbiamo nulla contro El Pais e Le Monde - assicura Naciri -, ma non permettiamo attentati alla monarchia. Non si obbliga nessuno ad amare questo paese ma almeno a rispettarlo». Nell’ottobre dell’anno scorso Rabat ha sottoscritto un accordo con l’Unione Europea in cui si impegna a rispettare i diritti democratici in materia, ma non è la prima volta che in Marocco la libertà di stampa ed espressione sono messe in ombra. Da questa estate infatti le autorità marocchine si dimostrano più severe nei confronti della libera stampa. Il 26 ottobre sono stati condannati Ali Anouzla, direttore del quotidiano Al Jarida Al Oula, e la giornalista Bouchra Eddou per aver commentato un comunicato della famiglia reale che informava di un problema di salute del re Mohammed VI. Le pene sono poi state convertite in sanzioni pecuniarie. La svolta autoritaria della monarchia marocchina è oggetto di critiche dalla Federazione delle associazione dei periodici spagnoli (Fape), che ha condannato la censura nei confronti di El Pais, considerando «deprecabile l’atteggiamento censore del ministero della Comunicazione marocchina» e avvertendo del «pericolo di minacce al pluralismo dell’informazione in Marocco». L’Unione Europea ha ricordato che il mantenimento del primato del Marocco tra i paesi arabi nel campo della libertà di stampa è condizione essenziale per conservare i buoni legami diplomatici e che le «preoccupanti violazioni in questo campo potrebbero incidere negativamente sui rapporti bilaterali».

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Come la tv ha ucciso la stampa in Russia di Gregorio Romeo

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’OPPIO DEI POPOLI in Russia non è più la religione, ma la televisione. «Oggi l’opinione pubblica russa si forma con la televisione - spiega Boris Dubin, sociologo del centro Levada, polo indipendente di analisi politica e sociale -. I palinsesti sono organizzati per trattare il meno possibile gli affari di Stato. Così si rivela un intento politico: rendere gli spettatori dei robot passivi». Un processo che negli anni ‘90 ha travolto la Russia come diversi paesi dell’Occidente: uomini delle istituzioni che sfumano la loro identità politica trasformandosi in personaggi da spettacolo e intrattenimento. Un fenomeno che Walter Benjamin definiva “estetizzazione della politica”. «Il problema - sottolinea Dolgin, che è anche animatore del sito Polit.ru, riferimento per le coscienze democratiche russe è che nel nostro Paese non esistono consuetudini democratiche capaci di ridimensionare questa deriva. Il governo utilizza un autoritarismo soft: esistono le opposizioni ma non sono diffuse». Il risultato? «Anche se le cose vanno a rotoli - continua Dolgin - raramente l’opinione pubblica reagisce contro le per-

sonalità più importanti. Putin e Medvedev sembrano trascendere i problemi del Paese. Da noi è sempre stato così: la colpa è dei boiardi, non dello Zar». I giornali nazionali, letti sempre meno e costantemente monitorati dal governo, perdono terreno nei confronti delle gazzette locali, fogli agili e legati ai fatti. È più facile, per la stampa regionale, raccontare le distorsioni della burocrazia che, sul territorio, guida l’ardua transizione dal passato sovietico al futuro globalizzato. Internet, in Russia, è diffuso meno che altrove: solo il 25% della popolazione può accedere al web, mentre in Italia la percentuale è del 50. «In rete e fra i blog si muove un’elite frammentata ma consapevole - aggiunge Boris Dubin -. Recentemente, nelle aule della Duma, si è discusso di limitare la trasparenza del web con interventi che ricordano le norme cinesi, ma finora questo spettro è stato agitato senza risvolti concreti». Il presidente Dimitri Medvedev cura un sito personale. Dal suo canale online, qualche mese fa, è partito un importante messaggio di condanna al passato stalinista. Un intervento rivolto alla parte progressista dell’opinione pubblica che in tv non è stato trasmesso. La grande maggioranza dei cittadini russi, nonostante tutto, conserva un sentimento positivo riguardo la guerra patriottica di Stalin. Questo episodio rivela l’importanza cruciale della multimedialità anche nel futuro del giornalismo in Russia.


multimedia

Honkytonk, il doc è sul web di Gregorio Romeo

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INA,

versante settentrionale, monti Taihang. A ovest si distende l’altopiano dello Shanxi, provincia stretta fra i rilievi e la grande muraglia, territorio arido e colmo di carbone. Negli ultimi anni le miniere sono proliferate, rendendo l’area fra le più inquinate del paese. Chi scende verso i giacimenti, da queste parti, non sa con certezza se tornerà indietro. Sono innumerevoli gli incidenti, spesso occultati dal governo e dalle corporation, che colpiscono quotidianamente gli operai. Una riuscita inchiesta di Abel Ségrétin, giornalista free lance francese da oltre otto anni in Cina, ha acceso i riflettori su uno dei segreti del “miracolo asiatico”. La sua indagine, condotta insieme al fotografo Samuel Bollendorff, è il primo web documentary mai realizzato.

esperienze degli autori. Journey to the end of coal, prodotto dalla francese Honkytonk, è il primo reportage interamente realizzato per una piattaforma multimediale. Abel Ségrétin racconta così il progetto. Perché avete deciso di utilizzare questo tipo di piattaforma? L’inchiesta era pensata per la carta stampata, la narrazione fotografica e la radio, ma dopo aver incontrato Arnaud Dressen, responsabile della casa di produzione Honky tonk, è nata l’idea di presentare l’intero materiale in formato multimediale. Gli episodi rac contati sono del tutto fedeli alla vostra esperienza in Cina? Ogni scena del “viaggio” è basata su fatti reali. L’unico adattamento è stato fatto per poter ricomporre in un’unica avventura di due giorni quello che io e Samuel Bollendorff

una generazione abituata a cliccare e fare zapping questo format dà la possibilità di diventare parte stessa del racconto. Determinante è anche la relazione col tempo. Journey to the end of coal (Viaggio alla fine del carbo ne) dura circa venti minuti: troppo se comparato con gli altri prodotti presenti sul web. Il metodo interattivo ci ha permesso invece di narrare in profondità i fatti senza annoiare gli spettatori. Pensa che questo tipo di reportage possa sosti tuire il giornalismo tra dizionale? No, sono format diversi che coesistono: il web doc è solo una nuova possibilità, né mi-gliore né peggiore delle altre. Esistono altri esempi notevoli di giornalismo multimediale reperibili online? Credo che Journey to the end of coal sia il primo caso nel

L’inchiesta “Journey to the end of coal” ha fatto il giro del mondo. C o s t ruita come un gioco interattivo, porta il navigatore nella Cina profonda La storia, disponibile online su doclab.voyageauboutdu charbon.com, coinvolge direttamente lo spettatore attraverso una costruzione integrata che ricorda i videogames punta e clicca. L’utente sceglie chi intervistare, che domande fare, dove muoversi attraverso le immagini e le

Per sap e rne di più www.honkytonk.fr

abbiamo vissuto in diverse settimane nello Shanxi. Questa è la forza del nostro lavoro: non è un gioco, ma giornalismo in una veste nuova. Quali sono i vantaggi delle piattaforme multi mediali in relazione agli altri media? Innanzitutto la possibilità di utilizzare gli strumenti offerti da internet e della tecnologia. Un altro vantaggio è quello di coinvolgere gli spettatori. A

suo genere. Finora sono stati ideati diversi progetti multimediali, in Italia Fromzero.it, dedicato al dramma del terremoto che ha colpito l’Aquila: l’utente può selezionare le scene e seguire un personaggio, ma non c’è vera interazione. Il prodotto più simile al nostro è Tanathorama, dove lo spettatore interpreta una personaggio morto. Ma non è vero giornalismo.

Crossover Labs, Sheffield capitale di Gregorio Romeo

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a pagina History, sul sito Crossoverlabs.org, non supera le quindici righe. Ma il progetto, nato in Gran Bretagna nel 2007, è subito diventato un punto di riferimento nel campo dei media digitali, puntando, in nome della multimedialità, sull’interazione fra creativi, esperti di mercato e autori di piattaforme web. La base è a Sheffield, South Yorkshire, terra di acciaio e università. A novembre, a margine delle Giornate europee dell’audiovisivo di Torino, è circolata l’ipotesi di portere i laboratori anche in Italia. Crossoverlabs segna una svolta nel metodo di lavoro: senza intenti preimpostati, vengono riunite allo stesso tavolo figure professionali diverse e, sotto la guida di alcuni men tors, i partecipanti ai seminari elaborano progetti digitali e ragionano sulla loro sostenibilità economica. Prima di diventare direttore creativo di Crossoverlabs, Frank Boyd è stato lo “sherpa” che ha introdotto queste nuove metodologie in Inghilterra. Fondatore, allo scadere degli anni ’80, dell’Arts Technology Centre, ha lavorato nell’ambito della cultura e dell’educazione applicate ai new media. Puntando sul progresso multimediale del broadcasting, ha contribuito a posizionare Bbc fra le i network più aggiornati del pianeta. Ora, dalla cabina di regia di Crossovers, Boyd vuole far girare la sua esperienza. La prossima tappa è la Svezia, dove a gennaio venti autori del pianeta audiovisivo si riuniranno per creare nuovi progetti digtali.

Per saperne di più www.crossoverlabrs.org MAGZINE 1 | 9 novembre - 22 novembre 2009

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in rete

Disegnatori 2.0 Urbansketchers.com è un sito che raccoglie reportage disegnati da artisti sparsi ai quattro angoli del pianeta. Un modo diverso per raccontare come cambia lo spazio urbano che viviamo ogni giorn o di Salvo Catalano

Rivista quindicinale realizzata dal Master in Giorn a l i s m o dell’Università Cattolica. © 2009 - Università Cattolica del Sacro Cuore DIRETTORE Matteo Scanni COORDINATORI Laura Silvia Battaglia, Ornella Sinigaglia

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ACCONTARE il

mondo, un disegno alla volta. È la folle idea dello spagnolo Gabi Campanario, disegnatore e giornalista di stanza a Seattle, che poco più di un anno fa ha creato urbansketchers.com, network di artisti di tutto il mondo che fotografano, disegnandole, le città dove vivono o dove si trovano durante i loro viaggi. Un raccoglitore di immagini che in un anno è cresciuto sorprendentemente. Tra la Casa Batllò di Barcellona, primo disegno pubblicato l’1 novembre 2008, e l’ultimo post troviamo cento corrispondenti distribuiti su quattro continenti, più di 3.500 post nel blog da 56 Paesi diversi, quasi 20 mila disegni sul corrispettivo gruppo Flickr. Chiare ed essenziali, le regole del gruppo sono esposte nel Manifesto ufficiale.

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Disegnare sul posto, catturando lo spazio e il tempo, interni o esterni non fa differenza. Raccontare luoghi comuni, le città dove gli artisti vivono o quelle che li ospitano per brevi permanenze, immortalare eventi o abitudini quotidiane. Creare una rete tra gli artisti e condividere i disegni sul web. Basta un click quindi per sorvolare i tetti di Liegi, affacciarsi dai belvedere di Lisbona o perdersi tra le stradine dell’Alfama, il suo quartiere più antico, o ancora scorgere tra il fumo delle caldarroste i colori di un autunno catanese. Quattro i corrispondenti dall’Italia, due donne italiane, un ecuadoregno e uno spagnolo, che contribuiscono in maniera organica alla crescita del network inviando immagini di Roma, Bologna, Napoli e Catania. A questi si aggiungono altri semplici membri della comunità che collabora-

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no saltuariamente da Torino, Firenze, Treviso, Milano, Livorno, Alghero. Le città più disegnate sono Lisbona, Londra e Madrid, con quattro corrispondenti ciascuna. New York raccoglie dieci collaboratori fissi e più di duecento immagini. Collaborare con urbansketchers è facile. Per prima cosa è necessario condividere online i propri disegni, creando un blog o un profilo Flickr. La tappa successiva è inviare al network i dati personali e i link alle immagini. Si entra così a far parte della lista della comunità, visibile sul portale. Visti gli ottimi risultati raggiunti, il progetto guarda avanti. Nei prossimi mesi il gruppo si trasformerà in associazione noprofit per promuovere il valore artistico, narrativo ed educativo del reportage disegnato. In cantiere anche una pubblicazione annuale e incontri internazionali.

REDAZIONE Fabrizio Aurilia, Giuditta Avellina, Chiara Avesani, Lorenzo Bagnoli, Valerio Bassan, Marco Billeci, Raffaele Buscemi, Salvo Catalano, Francesco Cremonesi, Giulia Dedionigi, Tiziana De Giorgio, Viviana D’Introno, Fabio Di Todaro, Tatiana Donno, Roberto Dupplicato, Fabio Forlano, Carlotta Garancini, Ivica Graziani, Andrea Legni, Floriana Liuni, Cristina Lonigro , Pierfrancesco Loreto, Alessia Lucchese, Daniela Maggi, Paolo Massa, Daniele Monaco, Michela Nana, Ambra Notari, Ta n c redi Palmeri, Cinzia Petito, Simona Peverelli, Gregorio Romeo, Alessia Scurati, Luigi Serenelli, Alessandro Socini, Andrea Torrente, Enrico Turcato, R o b e rto Usai, Cesare Zanotto, Vesna Zujovic AMMINISTRAZIONE Università Cattolica del Sacro Cuore largo Gemelli, 1 20123 - Milano ☎ tel. 0272342802  fax 0272342881  magzinemagazine@gmail.com

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