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magzine Periodico di approfondimento della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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dicembre 2011

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Sandro Ruotolo, l’inchiesta con i baffi John Zerzan, il futuro è neoprimitivo Agos, la voce scomoda degli armeni di Turchia Beyond 9/11, ritratto dell’America che cambia

ladri di dati Social networks, e-mail, carte fedeltà: come diventare milionari rubando un’identità


inchiesta

Trafficanti d’identità di denis rizzoli e francesca sironi

La vendita di dati personali è un business in forte crescita. Da Telecom a Facebook, centinaia di aziende archiviano informazioni sui propri clienti. Database che fanno gola al mercato nero delle password e delle carte di credito

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ERCHÉ FACEBOOK E GOOGLE valgono centinaia di milioni di dollari pur offrendo servizi gratuiti? Perché il vostro ipermercato, la libreria preferita o il grande negozio di profumi in centro vi regalano una card con cui avere degli sconti? Perché in cambio di ricerche, post e acquisti regalate i vostri dati personali. Ogni italiano è iscritto mediamente a 14 piani fedeltà, attraverso i quali consegna in maniera più o meno consapevole informazioni il cui utilizzo è ormai fondamentale per il marketing. «Conoscere il comportamento dei propri clienti permette di fare offerte promozionali mirate oppure di modificare l’assortimento delle merci sulla base degli acquisti effettuati in uno specifico punto vendita», spiega Giovanni Covassi, docente di Web Marketing all’Università Cattolica di Milano. Insomma, io ti offro gli sconti e tu, in cambio, mi dici cosa compri. «Il problema è che si accumula una quantità di informazioni impressionante», sottolinea Covassi. Nascono così enormi database in cui gli acquisti sono aggregati in classi quali, per esempio, “consumatore di libri” oppure “consumatore di cosmetici”. I dati aggregati vengono poi affidati a società esterne per gli scopi più disparati: si va dalle aziende di marketing che fanno campagne pubblicitarie mirate a quelle che hanno l’incarico di spedire il premio. Ma «il consumatore non sa quali sono queste società terze», dice Covassi. Anche se la legge sulla privacy prevede che sia richiesto il consenso alla diffusione dei propri dati a società terze, «la norma viene facilmente aggirata: per ritirare il premio ottenuto con i punti, bisogna fornire il consenso per affidare i dati a terzi, perché il premio lo spedirà un’altra società. Quando si accetta, queste informazioni possono essere poi cedute a chiunque, perché non c’è nessun obbligo di specificare a quale società saranno affidati». Quanto valgono i dati? «Il valore di queste informazioni - racconta l’avvocato Stefano Mele, specializzato in diritto delle tecnologie - è inestimabile. Basta guardare quante sono le compagnie nate nell’ultimo decennio, come Google o Facebook, che fanno della profilazione degli utenti la loro principale, se non l’unica, forma di guadagno». Lo scopo di questi servizi è quello di raccoglie-

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re più informazioni possibile sui propri utenti e in questa competizione il primato spetta a Facebook. «Se prima gli utenti erano restii a condividere informazioni personali - sottolinea Mele - con i social network è invece entusiasta: Google sa che film sono andato a vedere, Facebook sa anche se il film mi è piaciuto o no». Molti utenti sanno che con i social network rinunciano ad un’ampia fetta di privacy ma continuano lo stesso ad utilizzarli applicando un ragionamento antico: la denegazione, ovvero ci diciamo: "Lo so, è pericoloso, potenzialmente compromettente, ma lo faccio lo stesso". Anche perché uscire, sebbene sia possibile, non è affatto consigliato: «Sottrarsi da questi spazi è percepito come scorretto, poco gentile. Devi stare al gioco, allontanarsi significa scomparire. L'esposizione agli altri è sempre più forte, così diventa più difficile difendersene», spiega Ruggero Eugeni, docente di Semiotica dei media all’Università Cattolica di Milano. Non tutte le informazioni personali hanno, però, lo stesso valore. Da un lato ci sono i dati pubblici, cioè quelli che forniamo quando sottoscriviamo una carta fedeltà o che diamo involontariamente quando pubblichiamo preferenze o gusti sui social network. «L’intero flusso di informazioni presenti sui social network viene preso in maniera grezza da due aziende statunitensi, Datasift e Gnip, che lo vendono a società di marketing per una cifra che si aggira intorno ai 40-70mila euro l’anno», spiega Gaetano Zappulla, capo ufficio tecnologico di Dual Risk Management, azienda di consulenza per la sicurezza informatica. Il valore di questi dati è relativamente basso, essendo facilmente reperibili sul mercato. Dall’altro lato, invece, ci sono i dati privati: «Sono le informazioni sul nostro comportamento possedute solo da aziende che offrono servizi nevralgici come i motori di ricerca, le aziende telefoniche e le grandi catene di distribuzione che sanno cosa acquistiamo», dice Cristina Ziliani, docente di Database marketing dell’Università di Parma.


Più cresce il valore di queste informazioni, però, più aumentano le persone che ricorrono a meccanismi illegali per rubarle e rivenderle a servizi di intelligence, aziende oppure organizzazioni criminali. «Si stima che il mercato nero dei dati valga l’1,2% del Pil europeo», sostiene Zappulla. Delle aziende concorrenti potrebbero, ad esempio, assoldare un team di hacker criminali (cracker) per rubare questi magazzini virtuali di informazioni preziose. «Lo spionaggio informatico è uno dei principali motori del mercato nero – racconta Zappulla - dove si vendono interi database con informazioni altamente personali sui clienti». La tecnica più in voga per colpire grandi compagnie è l’Advanced Persistent Threats (APT): «I programmatori creano un software ad hoc, che non è quindi riconosciuto dagli antivirus», spiega Davide Dante Del Vecchio, esperto di sicurezza informatica. Una volta pronto, basta inviarlo. «Posso mandarlo via mail da un indirizzo sconosciuto ma con un nome plausibile – prosegue Del Vecchio - facendoti credere che l’allegato sia un documento importante. Se apri il file, sei fregato». Un’operazione del genere richiede molto lavoro e costa. Per

Sul web si può comprare un blocco di 40 carte di credito a 715 euro. Un falso passaporto costa 450 euro, mentre un biglietto aereo con nome fittizio 3.300

preparare un APT servono diversi mesi di programmazione. L’obiettivo, quindi, deve valere l’impresa. «Ad esempio, per sottrarre un database come quello di Telecom, che vale da solo circa 12-13 milioni di fatturato, un cracker può essere pagato oltre 150 mila euro in contanti», dice Zappulla. Le informazioni non servono solo a fini di spionaggio industriale. Dentro il database di una grossa azienda, ci sono anche le password di accesso e i codici della carta di credito, «il bene più ricercato sul mercato nero», racconta DavideVenezianodi Symantec. Sul web si possono comprare un blocco di 40 carte a 715 euro di cui almeno il 50% sono attive con una disponibilità media di spesa di 800 euro. Oppure un passaporto falso per 450 euro e un biglietto aereo in business class intestato a un nome falso per 3300 euro. «Non bisogna sottovalutare la situazione perché questo tipo di dati solitamente viene acquistato da organizzazioni criminali per riciclare denaro o acquistare beni illegali, oppure dai terroristi per viaggiare sotto falso nome», avverte Veneziano. In questo contesto il nostro Paese sconta due grosse lacune. La prima è la mancanza di trasparenza. «La diffusione dei crimini informatici è molto difficile da quantificare in Italia, perché non c’è una legge che obbliga le aziende a denunciare se i loro database sono stati violati», dice Mele. L’altra grande anomalia, forse persino peggiore, riguarda l’arretratezza tecnologica. «Qualsiasi database è “bucabile” in Italia: dalle aziende pubbliche, perché hanno dei protocolli vecchissimi, alle grandi aziende che hanno una complessità di infrastrutture in cui si possono trovare delle falle – conclude Zappulla - Se un cracker ha tempo e fondi, può MAGZINE 16 | dicembre 2011

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fotogiornalismo

Senigalliesi e Torsello, il fotoreporter è sul web Snobbato dai magazine, il fotoreportage cerca nuovi spazi e finanziamenti su Internet. Storia di una professione che sta cambiando pelle per sopravvivere e rimanere indipendente di chiara panzeri

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IVEDONO SOLO due finestre. Alla prima è affacciato un uomo, che getta dell’acqua su quella vicina. É il gesto di chi salva dalle fiamme la propria casa e i ricordi di una vita, mentre l’incendio divampa nella stanza accanto. Un gesto imprigionato in una foto, scattata a Sarajevo il 18 marzo 1996, quando i serbi in ritirata diedero fuoco alle abitazioni, pur di non vederle occupate dai bosniaci. Un’immagine tra le tante che hanno documentato il nostro tempo, grazie alle lenti di reporter in cerca di una storia da raccontare. Figure entrate nel mito, tra l’aura romantica di uno scatto in bianco e nero e la

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vita da romanzo di chi, l’appuntamento con la Storia, non l’ha mai mancato. Oggi, il fotogiornalista ha l’aria del sopravvissuto. Ma per Livio Senigalliesi e Gabriele Torsello, due grandi nomi del fotogiornalismo italiano, non c’è storia. Senigalliesi: «Il fotogiornalismo non è morto. Purtroppo manca un supporto vero da parte delle testate che non assumono più». «Negli anni Settanta – continua – c’erano degli staff quasi in ogni giornale, poi gli editori hanno cominciato a considerare i fotoreporter una risorsa superflua, preferendo rivolgersi alle agenzie fotografiche». La crisi economica ha fatto il resto: le

agenzie hanno allargato sempre di più la propria fetta di mercato, proponendo servizi a costi molto ridotti. Un cambiamento radicale che deriva anche da una trasformazione nel modo di comunicare. Secondo Torsello, «siamo sommersi dalle news, ma viene lasciato pochissimo spazio all’approfondimento. Ciò comporta l’eliminazione di figure come il fotogiornalista, che spendeva molto tempo in un luogo, per seguire tutti gli sviluppi di una vicenda». Sono numerosissimi i professionisti che scelgono di lavorare da freelance, assumendosi tutti i rischi del caso. Si è costretti ad autofinanziarsi, senza nemmeno la certezza di vendere i propri servizi. Il risultato, secondo Senigalliesi, è che il fotogiornalismo è diventato un mestiere per ricchi. «Mancano i soldi – commenta – ma manca anche una vera volontà di rilancio e la voglia di affrontare delle inchieste scomode». Una posizione condivisa da Gabriele Torsello, che esprime un giudizio molto critico sulle agenzie stesse. Se infatti appartenere a un’agenzia facilita il fotoreporter nella vendita dei servizi, per altri versi gli rende impossibile un pieno controllo dei propri lavori. Autonomo per scelta o per costrizione, insomma, il fotogiornalista resiste ancora e si apre a tecnologie e linguaggi nuovi. «Da qualche anno – spiega Torsello – alla fotografia tradizionale si è affiancato il video fotografico, che ha una buona diffusione sul web. Un altro canale importante è quello editoriale: pubblicare libri oggi è l’unico modo per continuare a esistere senza rinunciare a un lavoro accurato». Non solo, la fotografia è al centro di mostre e rassegne, dove diventa lo spunto per una riflessione su argomenti di forte impatto sociale. Ecco perché le Ong o le agenzie Onu finanziano i fotoreporter, per promuovere progetti di contrasto alla fame nel mondo o di sostegno alle vittime di guerra. A restare ancora immutato, per fortuna, è l’ideale che anima questa professione. «Faccio questo lavoro – commenta Senigalliesi perché amo la storia più della fotografia. Non mi basta scattare una bella foto, voglio trovarmi in quei luoghi dove le cose accadono e voglio viverle da vicino». È proprio in nome di questa esigenza che il 18 marzo 1996, a Sarajevo, ha scattato la foto di quell’uomo alla finestra. Una foto che è anche una missione.


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di Francesco Colamartino

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JOHN ZERZAN non usa giri di parole: «Se avremo un futuro, sarà primitivo». Il filosofo statunitense propugnatore dell’anarcoprimitivismo o, come preferisce definirlo lui, “anarchia verde”, sogna un mondo preagricolo e nomade, immunizzato dai due agenti patogeni che nei millenni sono stati fonti di guerra, divisione del lavoro, gerarchie, schiavitù e alienazione: l’addomesticazione e la civilizzazione. Ma Zerzan è sotto le luci della ribalta soprattutto perché considerato da molti l’ideologo del Black Bloc. Come dovrebbe essere la rivoluzione globale? Dobbiamo sganciarci dal corso suicida dell’attuale sistema industriale e globalizzato. Le radici di questo sistema sono antichissime e vanno ricercate nel processo di addomesticamento degli animali e delle piante, così come in quello di civilizzazione. In questi due processi è insita la logica del controllo e del dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura. E va assolutamente spezzata. Cosa ne pensa dei fatti del 15 ottobre a Roma? Sostengo appieno l’azione del Black Bloc nella manifestazione di Roma del 15 ottobre. Ma penso anche che non basta focalizzarsi sulla denuncia dell’avidità del potere e rivendicare riforme economiche. In questo modo

Sostengo l’azione dei Black Bloc del 15 ottobre a Roma. Manifestare contro l’avidità del potere e chiedere riforme strutturali in campo economico però non è sufficiente

Zerzan, lezioni di caos «Il futuro è neoprimitivo» non si fa abbastanza. L’anarcoprimitivismo è una filosofia anti-tecnologica. Non è una contraddizione che il Black Bloc faccia invece ampio uso della tecnologia informatica? Sì, penso ci sia una contraddizione. L’uso della tecnologia a certi livelli è inevitabile, visto quante persone sono ormai dipendenti da essa. Ma dobbiamo tornare alla società del “faccia-a-faccia”, dei rapporti umani diretti, e non inabissarci in un mondo sempre più mediato e dipendente dalla tecnologia. I responsabili delle devastazioni di Roma del 15 ottobre e di Genova nel 2001 sono stati spesso dipinti come infiltrati delle forze dell’ordine. È solo una congettura o c’è del vero? A mio avviso le accuse di infiltrazione sono false. So che a Genova i riformisti anti-anarchici del Social Forum hanno

diffuso questa voce per sminuire l’azione coraggiosa del Black Bloc. È una strategia tipica dei leader del Social Forum, come ho potuto constatare negli anni. Come si sono comportate la politica e la magistratura davanti agli abusi delle forze dell’ordine a Roma e a Genova? La politica e la magistratura avallano qualsiasi livello di violenza delle forze dell’ordine necessario a difendere il “sistema marcio” di cui sono espressione. In cosa si differenziano gli attivisti americani di Occupy Wall Street e gli indignados europei? Penso che gli indignados, soprattutto quelli italiani, mostrino più iniziativa e spirito di militanza rispetto al fenomeno americano. Mi auguro che i contestatori americani possano trarre ispirazione e imparare dall’esempio italiano. L’attuale sistema globale può davvero cam-

biare? E in che modo? Il sistema attuale deve finire. La civiltà industriale deve scomparire. Dobbiamo spezzare il processo di omogeneizzazione che la caratterizza e il sistematico assalto alla natura che essa rappresenta. Non voglio uno schema o un piano che governi il mondo, io voglio un mondo che non abbia bisogno di governo. Credo fermamente che il sistema globalizzato degli statinazione vada abbattuto e sostituito con un sistema decentralizzato. È questa l’unica reale base di una vera comunità umana, una dimensione che abbiamo ormai totalmente smarrito. E vedo che molti giovani di tanti Paesi sono sempre più orientati verso l'anarchismo. Il Black Bloc ha quindi un suo ideologo che ha un nome e un cognome: John Zerzan. Sono i media a dipingermi come tale. Ed è piuttosto assurdo, visto che il fenomeno è emerso prima in Europa e solo dopo ha preso piede negli Stati Uniti. MAGZINE 16 | dicembre 2011

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Il nuovo Babbo Natale al tempo della crisi Niente promesse o regali costosi. Sono le nuove regole della Santa Claus School del Minnesota, accademia per “barbe bianche” che quest’anno ha registrato un inaspettato record di iscrizioni Di FRANCESCO COLAMARTINO

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A CRISI SEMBRA non voler risparmiare proprio nulla, men che meno la più dolce delle illusioni infantili, che in periodo natalizio assume un nome ed un volto, quelli di Babbo Natale. Ebbene sì, alla Charles Howard Santa Claus School di Midland, nel Minnesota, anche i Babbi Natale più qualificati e professionali d’America devono fare i conti con la crisi. E quando sei Babbo Natale, fare i conti è tutt’altro che facile, perché davanti non hai un pezzo di carta con il bilancio di un’azienda, ma la lettera di un bambino che ti chiede ingenuamente “un nuovo lavoro per papà”. Un papà che non può permettersi il regalo che il figlio gli chiede, perché magari è stato buttato in strada proprio da chi sotto il naso ha solo bilanci d’azienda, e non sa neanche che faccia

abbia quel papà per cui il figlioletto dovrà chiedere un nuovo lavoro a Babbo Natale. Babbo Natale, invece, le facce di quei padri segnate dalla crisi deve vederle eccome, ma deve mantenere la forza d’animo di dire “no” ai figli ignari di tutto. Così la prestigiosa “Harvard per Babbi Natale”, che sforna eserciti qualificati di “barbe bianche” dal lontano 1937, deve rivedere i suoi programmi didattici e aggiornarli ai tempi di crisi economica che gli Stati Uniti, e non solo loro, stanno vivendo. Se prima per ottenere il diploma bastava imparare a puntino la tecnica per riprodurre la risata di Babbo Natale – e guai a usare la gola invece del diaframma! – adesso bisogna essere abili a dire di no al bambino che chiede regali troppo costosi per la famiglia vittima della crisi, senza rischiare però di soffocare le sue illusioni

infantili e sbattergli in faccia una cruda realtà che non può ancora comprendere. «Santa Claus, alla fine, deve imparare a non promettere nulla», dice Fred Honerkamp, diplomato alla Santa Claus School dove ora tiene anche dei corsi. I Babbi Natale della crisi devono essere quindi abili comunicatori e psicologi dell’infanzia. Ma quando la parola d’ordine della crisi è “incertezza”, non c’è Babbo Natale che tenga. Sembra strano, ma la Santa Claus School, situata in un’amena e fiabesca zona di Midland che sembra fuori da ogni tempo, è in realtà il più drammatico specchio della crisi. A novembre la Scuola ha sfornato la più nutrita classe della sua storia. E tra questi novelli Babbi Natale, pronti ad essere ingaggiati dai grandi centri commerciali, non ci sono solo i soliti vecchietti che vogliono arrotondare la pensione, ma un folto gruppo di giovani brillantemente laureati in discipline come ingegneria aerospaziale o business administration. Non si iscrivono alla Santa Claus School perché hanno voglia di nuove emozioni, ma perché l’unica disperata sicurezza che è rimasta loro in tempi di crisi, sono quei 35/50 dollari all’ora per pochi giorni all’anno, travestiti da Babbo Natale in qualche centro commerciale davanti a file di bambini che sanno già di dover mandare a casa in lacrime e a mani vuote mamme e papà che pagano la retta della Scuola, che è di 415 dollari per i principianti e 365 per i veterani. Nonostante alla Santa Claus School - che è un’organizzazione no-profit - cresca il dibattito tra i Babbi Natale per vocazione e quelli per soldi (sempre più numerosi), i consulenti finanziari suggeriscono loro di mettere quei 35/50 dollari all’ora in fondi pensione e gli esperti di marketing illustrano le tecniche per rendersi più appetibili sul mercato ed avere così più opportunità di lavoro. Ma in tempi di crisi, la Santa Claus School insegna prima di tutto ad avere sempre pronta la risposta ormai più tristemente azzeccata: «Babbo Natale è specializzato in giocattoli. Per il resto si può sempre pregare».

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di Giuliana Grimaldi

na vita da recluso. Harry Wu ha 75 anni e per diciannove è stato detenuto nei laogai, i campi di lavoro della Repubblica Popolare cinese. Senza una formale incriminazione e senza giusto processo è stato segregato, costretto a lavorare fino a 16 ore al giorno e a subire il lavaggio del cervello. Solo per il fatto di appartenere a una famiglia benestante, istruita e cattolica. Tre colpe che il Partito considera sufficienti per privare un individuo della libertà e del proprio futuro. In pochissimi conoscono la storia di Harry in Italia anche se in troppi sono pronti a scommettere che gulag comunisti e campi di concentramento nazisti siano pagine dei libri di storia ormai archiviate. Ma come un fiume carsico, l'orrore non compare: al massimo si nasconde e riemerge in superficie, assumendo forme diverse e poco conosciute. I laogai sono appunto una di queste. Con sguardo impassibile e voce ferma, Harry spiega che cosa sono in occasione del suo recente viaggio in Italia, per la Giornata della Libertà, istituita dal Parlamento italiano il 9 novembre per ricordare la caduta del Muro di Berlino: «Il termine laogai è una sigla ricavata dall’espressione cinese laodong gaizo dui che significa “riforma attraverso il lavoro”. Dove per “riforma” si intende il lavaggio del cervello sui cittadini. Ho lavorato in una miniera di carbone e anche in una fattoria. Anche 15-16 ore al giorno, quasi fino all’alba, per 30 giorni al mese e dopo ogni “turno” c’erano le sessioni di studio, vale a dire l’indottrinamento politico quotidiano». Voluti da Mao, i laogai comprendono tutte le diverse forme di detenzione possibili in Cina. Il loro scopo è quello di fornire un’enorme forza lavoro a costo zero. Spesso mascherati da legittime imprese commer-

Dall’inferno dei laogai una vita contro Pechino ciali, i lavoratori dei “campi” producono di tutto: giocattoli, scarpe, articoli per la casa, mobili, macchinari di ogni genere, articoli tessili e agricoli, computer e componenti elettronici. Il numero esatto dei laogai è un segreto di Stato così come il numero dei prigionieri che realizzano in condizioni di schiavitù migliaia di oggetti che acquistiamo e usiamo giornalmente. In Europa, infatti, mancano ancora norme nazionali e comunitarie che impediscano l’importazione di prodotti del lavoro forzato, mentre negli Stati Uniti, grazie alle battaglie della Laogai Research Foundation creata da Harry Wu, esiste già una legge in tal senso. Nato a Shangai nel 1937, Harry Wu fu arrestato e rinchiuso in un laogai all’età di 23 anni: «Nel 1957 studiavo geologia e non ero coinvolto in politica. Io non avevo molte opinioni in

merito, ma mi limitai a dire che il comunismo cinese non rispettava gli individui. E solo per questa opinione sono stato condannato come controrivoluzionario, e ho perso la mia libertà e il mio futuro. In più mio padre era un banchiere e divenne anche lui un controrivoluzionario. Il secondo motivo è che ero cattolico». Sballottato tra dodici diversi campi di lavoro, Wu è stato rilasciato nel 1979, durante la liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong. Nel 1985 si è trasferito negli Stati Uniti ed è diventato professore di geologia all’università di Berkeley, in California. Nel 1992 ha abbandonato l’insegnamento per dedicarsi esclusivamente all’attivismo e alla denuncia delle violazioni dei diritti umani in Cina. «Negli ultimi trent’anni la Repubblica Popolare ha avuto un enorme sviluppo economico,

ma il sistema politico non è cambiato affatto, è rimasto un regime comunista dove l’unico diritto che viene riconosciuto è quello di lavorare». Ma per quanto Pechino potrà ancora andare avanti ignorando i diritti umani? «Tanti stranieri oggi sono in Cina e tanti cinesi viaggiano e poi tornano in patria per diventare dei leader comunisti, ma il loro cervello è cambiato. Questa è una prima novità significativa insieme a un altro piccolo segnale. Prima tutti parlavano di comunismo, oggi non più». Lo sguardo di Harry può finalmente guardare lontano, adesso.

Per saperne di più www.laogai.org www.laogai.it MAGZINE 16 | dicembre 2011

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giornalismo

L’inchiesta con i baffi di vittoria vimercati

Dalla mafia agli indignados, dal terremoto dell’Aquila agli sbarchi di Lampedusa. In quarant’anni da inviato, Sandro Ruotolo ha raccontato l’Italia che cambia. Diventando un punto di riferimento per gli spettatori

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UANDO SI PENSA alla carriera di un giornalista come Sandro Ruotolo, inviato speciale e ora vicedirettore di Servizio Pubblico la prima parola che viene in mente è “fedeltà”. Fedeltà al pubblico; fedeltà a un certo modo di fare la professione; fedeltà a una persona, Michele Santoro, con cui ha iniziato a lavorare nel 1988 in Samarcanda e che ha seguito sino ad ora, lasciando la Rai per l’ultima avventura televisiva, che definisce «un’esperienza straordinaria». La carriera di Ruotolo inizia a diciannove anni, nel 1974, a Il Manifesto. Dopo sei anni, arriva l’assunzione in Rai, nella redazione campana del Tg regionale. Il seguito è una vita da inviato, arricchita da numerosi premi e riconoscimenti. Tra gli ultimi, quello ricevuto dai partigiani dell’Anpi, il 25 aprile del 2010 e il premio Renato Benedetto Fabrizi per “l’impegno profuso nella denuncia dell’illegalità”. Per questo motivo Ruotolo ha ricevuto anche, due anni fa, una lettera anonima con minacce di morte. Cos’è Servizio Pubblico? È un’esperienza che segna una svolta alla mia carriera. Abbiamo

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creato qualcosa che non ha precedenti, un prodotto giornalistico “senza carta e senza canale” che sfrutta una nuova piattaforma costituita da Internet, tv satellitari e regionali. Abbiamo dovuto reinventarci editori, occupandoci sia dell’aspetto imprenditoriale che dei contenuti. Abbiamo coinvolto anche il pubblico che ci ha aiutato in modo sorprendente. I donatori sono stati oltre 100mila. Il 12 giugno 2010 ha ricevuto il premio Gallo d’Oro“per le coraggiose denunce e la puntuale informazione sullo scempio ambientale dei territori della regione Campania”. Qual è il rapporto tra un giornalista e la sua terra d’origine? È un rapporto d’amore. Amare la propria terra significa necessariamente raccontare ciò che non va. Ricordo ancora quando negli anni ’80, credo per Samarcanda, intervistai Paolo Borsellino. Lui mi disse: “Proprio perché si ama la terra d’origine bisogna combattere la mafia”». Il giornalismo televisivo attraversa cambiamenti epocali. Penso che i nostri nipoti studie-

ranno questo nostro ultimo ventennio come esempio di pieno regime mediatico. La televisione è cambiata in peggio perché l’affermazione del potere politico berlusconiano, con il suo conflitto d’interessi, l’ha resa “semilibera”. Ci vorranno alcuni anni perché l’informazione televisiva torni ad essere un serio cane da guardia del potere. La rete, il web è la nostra nuova opportunità, un canale di libertà. Se fossimo stati cacciati dalla Rai dieci anni fa non saremmo riusciti ad organizzare quello che abbiamo raggiunto adesso con Servizio Pubblico. Le stesse televisioni regionali non appartengono ad editori puri, quindi ci sono sempre alcuni limiti. Una delle poche eccezioni è Telelombardia, il cui imprenditore è legato solamente al circuito dei media. Dal blog personale a Facebook e Twitter, anche Sandro Ruotolo ha scoperto i social network. Sono entusiasta di questi nuovi mezzi, e mi diverto pure, anche se ormai ho una certa età. Ho abbandonato il blog perché Facebook permette un rapporto alla

pari, un’interazione continua, mentre il blog è più freddo. Certo, sono convinto che non bisogna eccedere, ma, ad esempio, non sono d’accordo con l’idea che i social network generino solitudine. Basta pensare alla loro importanza nel coordinamento di movimenti come la rivoluzione dei gelsomini, gli indignados, il Popolo viola. La rete e i social network non fanno la rivoluzione, ma sono uno strumento con cui coinvolgere il pubblico. Rispetto alla crisi dei partiti e degli spazi aggregativi nella società italiana, prima la televisione e poi i social network sono diventati i luoghi virtuali in cui far circolare il pensiero. Oltretutto, qui trova spazio anche la contro-informazione che, a parte certe cantonate, è spesso foriera di notizie utili e


La Rete è un canale di libertà. Con Servizio Pubblico abbiamo creato una piattaforma nuova, alternativa all’asfittica tv tradizionale genuine. Si pensi alla Siria: è da Twitter che arrivano nel mondo libero le notizie sulle uccisioni di attivisti e civili. Rispetto alla Guerra del Golfo, dove c’erano solo i giornalisti embedded, ora telefonini e social network sono il simbolo della lotta alla censura. Considerando l’interesse suscitato dalle sorti di Report, ritiene che ci sia un risveglio del giornalismo d’inchiesta in Italia? Sì, anche perché mai come in questo periodo c’è bisogno di un

mediatore. Internet è un mezzo orizzontale: non c’è fatto di cronaca che non abbia un riscontro e ci sono troppe fonti. Serve un giornalista che capisca e metta ordine nella confusione, come quando è esploso il caso di Wikileaks. O come quando, il 15 ottobre a Roma, durante gli scontri con la polizia, c’erano cittadini che raccontavano i fatti in diretta alla radio come se si trattasse del G8 di Genova. A livello televisivo, c’è chi continua a fare inchieste con grande professionalità, come Report o Presa Diretta. Noi ten-

tiamo di unire l’approfondimento d’inchiesta al talk show e al dibattito. Certo, le inchieste hanno costi molto alti. Ma bisogna capire che in televisione sfondi quando c’è contenuto e qualità nel girato. È difficile coinvolgere gli spettatori se fai riprese solo con i telefonini o se l’audio di un’intervista non è pulito. L’esercito degli aspiranti giornalisti cosa deve aspettarsi dal futuro di questa professione? Io sono partito dalla strada, la mia generazione ha fatto la fame all’inizio della carriera. Adesso ci sono le scuole, ma anche da qui sono usciti ottimi giornalisti. Dipende sempre da come intendi la professione. Ci sono due modi per farla: raccontare la realtà o diventare impiegati della notizia. Ma si riesce ad emergere e ad avere successo solo se si hanno idee e contenuti. Del resto, la quantità di giornali o di telegiornali, non è garanzia di pluralismo informativo di per sé. Il punto è sempre la qualità e la necessità di misurarsi con il pubblico. Nella carta stampata, il giornale vive se ha successo. Così anche noi sopravviviamo se gli spettatori continuano a guardarci. Purtroppo questo discorso sembra non valere per alcuni telegiornali dove, nonostante gli insuccessi, certi direttori rimangono sempre al potere. Lei ha seguito sul campo importanti e difficili

episodi di cronaca, dagli sbarchi a Lampedusa al terremoto dell’Aquila. Questo le ha permesso di avere un rapporto privilegiato con le fonti e ottenere anche molte dimostrazioni d’affetto. Che importanza ha tutto questo per un giornalista? Ho sempre lavorato in mezzo alla gente, complici anche i collegamenti in diretta. Instaurare rapporti umani mi piace. Certo, poi scatta anche il riconoscimento in pubblico. Questo è il lato negativo perché perdi la tua privacy. Ad ogni modo, è un piacere essere riconosciuti soprattutto quando non ci si occupa di calcio, veline e gossip. Significa che il riconoscimento riguarda anche i contenuti e il valore degli approfondimenti che realizziamo. Per esempio, ad Adro stavo lavorando sullo scandalo della mensa scolastica. In mezzo alle mamme che si scagliavano contro il sacerdote comboniano, pronto a pagare la mensa alle famiglie di immigrati, non riuscii a trattenermi e dissi in diretta che mi sentivo a disagio. Era una situazione surreale. Ebbi tante dimostrazioni d’affetto. Quando tornai a casa, all’aeroporto di Linate, il barista straniero insistette per offrirmi il caffè. Ecco, questo caffè non me lo scordo affatto. Era più buono di quello napoletano. MAGZINE 16 | dicembre 2011

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libertà di stampa

Natasha Lennard, in diretta da Occupy di stefano de agostini

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media hanno parlato ben poco di giornalisti arrestati o picchiati dalla polizia durante le manifestazioni di Occupy Wall Street, eppure c'è chi lo può raccontare. La storia è quella, per esempio, di Natasha Lennard, che scriveva per il New York Times, e Kristen Gwynne, collaboratrice per il web magazine AlterNet, arrestate lo scorso primo ottobre sul ponte di Brooklyn. Quel giorno, la polizia ha portato via tutti i 700 manifestanti. Il momento clou è arrivato quando la folla, imboccato il ponte, ha invaso due corsie riservate al traffico.Precedeva il corteo un folto schieramento di poliziotti che a un certo punto, ha chiuso i manifestanti in una morsa e ha cominciato a portarli via. Natasha Lennard ha raccontato in uno dei suoi articoli: «I primi arresti sembrano casuali e aggressivi: un gruppo di giovani delle prime linee è stato afferrato dai poliziotti e uno di loro è stato trascinato per terra». Eppure, nessuno sembrava capire cosa stesse accadendo, nemmeno la stessa

La testimonianza della giornalista del New York Times, arrestata mentre cercava di documentare le feroci proteste degli indignati Usa contro l’alta finanza e le misure per risolvere la crisi 10

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Natasha: «Mi convinco che un arresto di massa sia impossibile. Anche una manifestante vicino a me dice: “Non possono arrestarci tutti, giusto?”. Invece possono, e lo stanno facendo». Uno dopo l'altro, i presenti sono stati ammanettati, allineati, fatti sedere per terra e caricati sui pullman della polizia. Su Twitter, Kristen Gwynne descriveva così il morale della folla: «Alcuni sono preoccupati, ma la maggior parte si fanno forza, aspettando l'arresto. Le coppie si salutano con un bacio, la gente si stringe in cinque sotto un ombrello, cantando “Umbrella” di Rihanna». Sono state arrestate anche le due giornaliste: sprovviste di un pass per la stampa, non lo possedevano in quanto reporter freelance. Ammanettate, lasciate per ore su un pullman, condotte in un distretto di polizia e più tardi rilasciate, hanno condiviso fino in fondo la sorte dei manifestanti, benché fossero sul ponte solo per lavoro. O forse no. Natasha, poco tempo dopo, ha rinunciato alla collaborazione con il New York Times: «Ero sul ponte solo in qualità di giornalista professionista, come ha stabilito il tribunale, che perciò mi ha prosciolto dall’accusa di condotta contraria all’ordine pubblico. Penso però che il giornalismo debba spezzare le catene dell’oggettività e riportare la verità, e il movimento di Occupy mi ha portato a fare questo. Per questo motivo non c'è più posto per me nei grandi media nazionali».

Per saperne di più http://occupywallst.org

Agos, voce dei diritti armeni in Turchia di Alessio Schiesari

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RANT DINK era un giornalista armeno e un cittadino turco. Dirigeva Agos, il settimanale della comunità armena di Istanbul, da sempre in tensione col governo locale. Era un giornalista che sapeva alzare la voce e per questo è morto assassinato. Nel 2008, dopo tre anni di carcere per offesa all’identità turca, un fanatico gli ha sparato tre colpi alla testa. Nonostante la sua morte e le pressioni delle autorità turche, però, Agos non ha smesso di lottare. Oggi il direttore è Arat Dink, figlio di Hrant, che preferisce non rilasciare dichiarazioni, perché la sua redazione è ancora nel mirino di Ankara. Baykar Sivazliyan, presidente dell’Unione armeni d’Italia, ci spiega cosa sta succedendo ad Agos: «La polizia ha arrestato Ragip Zarakolu, giornalista e intellettuale impegnato per la causa armena». Continua Sivazliyan: «Fino a che esisterà l’articolo 301 del codice penale, quello che istituisce il reato di offesa all’identità turca, non ci sarà libertà di stampa”. Un pro-

blema grave che non è però il solo, per le voci d’opposizione. “Agos, come altre testate, non può entrare nelle carceri. Non può scrivere notizie su fatti di politica interna o estera, ma solo tradurle da un giornale “ufficiale”. Anche i commenti sono vietati e quando si esprime un’opinione diversa, si finisce in carcere, come Zarakolu. O, peggio, si fa la fine di Hrant Dink». Questa situazione accomuna armeni e kurdi, comunità unite nella lotta al nazionalismo turco. Non è un caso che Zarakolu sia stato arrestato con l’accusa di fiancheggiare il Pkk, il movimento di liberazione del Kurdistan. «Noi lottiamo anzitutto per il riconoscimento del genocidio armeno spiega Sivazliyan -, una strage dimenticata in cui persero la vita oltre un milione di persone. Un genocidio con cui Ankara non ha mai voluto fare i conti. E poi protestiamo contro le norme che impediscono agli armeni di Turchia di lavorare per lo Stato. Formalmente non c’è nessuna legge che lo proibisca, ma ogni amministrazione ha un regolamento che impedisce ai “non islamici” di ottenere un posto di lavoro. Così un armeno di passaporto turco può fare l’architetto, ma non diventare poliziotto o spazzino». Ma visto quanto accaduto a Hrant Dink e ad Agos, è sconsigliato anche il mestiere del giornalista.


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Beyond 9/11 Eroi d’America di ALESSANDRO CRACCO

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UN PROGETTO AMBIZIOSO. La rivista statunitense Time, per commemorare il decimo anniversario dell’attentato al World Trade Center di New York, ci ha messo la faccia moltiplicata per tutte quelle persone che hanno accettato di raccontare il “loro” 11 settembre. L’idea, nata dal managing editor della rivista Richard Stengel, non era semplicemente celebrativa. Nasceva da una domanda precisa: quali sono state le conseguenze dell’11 settembre per i cittadini di New York e del mondo in generale? Come la grande storia ha cambiato la vita quotidiana? Nasce così Beyond 9/11, Portraits of Resilience, un insieme di ritratti di 44 persone. Obiettivo: raccontare dal vivo la forza

dal presidente che inneggiò poi alla “crociata” contro Al Qaeda, George W. Bush, ad Ali Abbas, l’iracheno colpito dopo un bombardamento americano a Baghdad e rimasto mutilato, fino a Ron Di Francesco, uno dei soli quattro superstiti che si trovava al di sopra del settantottesimo piano della Torre Sud del World Trade Center. È un 11 settembre a 360 gradi, senza pregiudizi, tesi preconfezionate, ipotesi, dietrologie, posizioni ideologiche. Oggi Beyond 9/11, Portraits of Resilience è una pagina web dedicata, accessibile dal portale online del Time: già nella homepage, i primi piani dei testimoni, annunciati da una grafica essenziale, compongono un mosaico in bianco/nero. Le immagini, scattate da Marco Grob,

Superstiti, soccorritori, autorità. A dieci anni dalla strage delle Torri Gemelle il Time racconta con 44 ritratti il giorno che ha cambiato la storia degli americani nell’affrontare uniti ogni difficoltà. Chi è stato coinvolto nel progetto, fin dal quel giorno, aveva qualcosa da dire, da raccontare. Questo spiega perché i testimoni di Beyond 9/11, Portraits of Resilience siano i superstiti, i soccorritori, le autorità politiche (dall’ex presidente George Bush all’ex sindaco Giuliani), i veterani delle guerre in Afghanistan ed Iraq e perfino le stesse vittime di queste due guerre. Insomma, non capita tutti i giorni di potere ascoltare, l’una accanto all’altra, visioni del mondo così diverse, pur nella stessa tragedia:

sono i foto-ritratti dei protagonisti. Su ognuno di essi si apre un’intervista audio-video: essenziale come le immagini. Beyond 9/11, Portraits of Resilience è anche un documentario prodotto dalla Hbo in collaborazione con il Time dal titolo Time: The voices of 9/11. L’opera è stata presentata a New York alle 8.46 dell’11 settembre scorso ed stata proiettata in sala per tutta l’intera giornata.

Per saperne di più

www.time.com/time/beyond911

Banksy, artista da Oscar di Danilo Elia

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e bombolette spray, il cuore in gola nelle fughe dalla polizia, i muri delle città che diventano la tela di un’arte irriverente e volatile. Arriva doppiato in italiano Exit through the gift shop, disaster movie realizzato da Banksy sulla street art e su Mr. Brainwash. La storia ha il sapore del triplo tuffo carpiato, con regista e attore che si invertono e il Picasso dei writer che si ritrova candidato agli Oscar per un documentario su un tizio coi basettoni che vuole fare un documentario su di lui, fallisce e finisce per diventare street artist di fama planetaria. Perfetto. Concettuale, impertinente. I piani si mescolano, il confine non esiste più. Thierry Guetta, aspirante videomaker francese a Los Angeles rimane folgorato dalla street art e inizia frequentare gli ambienti underground, con un’ossessione: Banksy, il re dei graffitari che non si è mai mostrato in video. Ci vogliono anni di perseveranza perché Guetta lo convinca a farsi riprendere. I risultati però sono scarsi, e Banksy decide di prende in mano la situazione, dicendo a Guetta di lasciar perdere il videomaking e di provare in prima persona la street art. Lui lo prende così sul serio che va in scena la mutazione in Mr. Brainwash, artista nato dal nulla che in brevissimo tempo diventa una star, vende le sue opere a cifre con quattro zeri e arriva a fare la copertina al cd di Madonna. MAGZINE 16 | dicembre 2011

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fumetti

Il mondo illustrato Patrick Chappatte si divide tra design e giornalismo. Con le sue vignette, racconta gli effetti dei grandi avvenimenti sulla vita di tutti i giorni. Dagli scontri etnici in Kenya agli sbarchi di immigrati a Lampedusa di Francesca bottenghi

Periodico realizzato dal Master in Giornalismo dell’Università Cattolica - Almed © 2009 - Università Cattolica del Sacro Cuore

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volte disegnatore chiuso nel suo atelier, altre giornalista tradizionale in viaggio alla ricerca di emozioni da illustrare. Da questo punto di osservazione privilegiato, il vignettista Patrick Chappatte crea immagini che invitano il lettore a riflettere sull’attualità. Su Le Temps, l’International Herald Tribune, il sito del New York Times, la Neue Zurcher Zeitung e di Internazionale illustra e commenta i grandi avvenimenti mondiali, mentre i suoi reportage a fumetti ne raccontano gli effetti sulla vita di tutti i giorni. A che età Patrick Chappatte ha capito di voler diventare vignettista? Ho iniziato a disegnare quando ero molto piccolo. A scuola ero sempre seduto in ultima fila a scarabocchiare. Un giorno, mi sono deciso a inviare i miei disegni a un giornale locale e mi hanno preso come stagista. In realtà, qui mi sono formato come giornalista della carta stampata. Solo più tardi mi sono dedicato alle vignette. Nel reportage animato Liban: la mort est dans le champ ha scelto una forma inedita e una tematica inusuale. Perché? Il progetto è nato da una collaborazione con il Comitato Internazionale della Croce Rossa. Il Libano del Sud interessava entrambi: il territorio è

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MAGZINE 16 | dicembre 2011

direttore Matteo Scanni coordinatori Laura Silvia Battaglia, Ornella Sinigaglia

costellato di bombe inesplose lanciate dagli israeliani durante la guerra dei Sessanta giorni del 2006. Nel 2009 il lavoro è stato pubblicato su carta. Solo più tardi ho lanciato l’idea di farne un film. Era da molto che volevo narrare una storia in televisione, ma con disegni semplici. Nell’aprile 2011 Liban è andato finalmente in onda: ci sono voluti parecchi mesi di lavoro per trovare lo stile e il linguaggio adatti. Come autore, è molto impegnato nel sociale. In che misura? La prima iniziativa nella quale sono stato coinvolto, Plumes Croisées, si occupa di temi che creano divisioni: la rivalità tra etnie in Kenya, il controverso rapporto politica-religione in Libano. Il secondo progetto è Cartooning for Peace di Plantu,

il vignettista di Le Monde. Stessa finalità: disegnatori di tutto il mondo per il dialogo e la libertà d’espressione. Com’è nato il suo ultimo libro, Du printemps arabe aux coulisses de l’Elysée? Ho scelto e rimaneggiato sei reportage a fumetti. Uno è sugli immigrati che partono dalle coste tunisine e arrivano a Lampedusa. Un altro è sulle bidonville di Nairobi e sulle sue toilettes volantes: a causa dell’assenza di servizi igienici, la gente è costretta a fare i propri bisogni in sacchi di plastica che sono poi lanciati sui vicini. Sono quindi temi forti, molti dei quali già apparsi su Internazionale.

redazione Matteo Battistella, Giuseppe Borello, Francesca Bottenghi, Enrico Camana, Luciano Capone, Valeria Castellano, Francesco Colamartino, Francesco Collina, Alessandro Cracco, Stefano De Agostini, Michele D’Onofrio, Chiara Daina, Giulia Destefanis, Danilo Elia, Arianna Filippini, Giacomo Galanti, Simone Giancristofaro, Giuliana Grimaldi, Cosimo Lanzo, Alessandro Massini Innocenti, Francesco Mattana, Giovanni Naccarella, Antonio Nasso, Chiara Panzeri, Luca Pierattini, Rosa Ricchiuti, Denis Rizzoli, Eleonora Rossi, Gabriele Russo, Stefania Saltalamacchia, Alessio Schiesari, Giacomo Segantini, Bianca Senatore, Francesca Sironi, Matteo Sivori, Linda Stroppa, Andrea Tundo, Gianluca Veneziani, Vittoria Vimercati amministrazione Università Cattolica del Sacro Cuore largo Gemelli, 1 20123 - Milano tel. 0272342802 fax 0272342881 magzinemagazine@gmail.com

progetto grafico Matteo Scanni service provider www.unicatt.it Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 81 del 20 febbraio

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2009

magzine 16  

magzine is a project of the School of Journalism at Catholic University. Multimedia journalism is our language to report. We cover local, na...

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