Fattore matusa n 6

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Frosinone-Udinese Serie A 06-03-2016


Intervista: Luca Mariotti - Descrivici il tuo rapporto con la Curva Nord Il nostro rapporto con i ragazzi della Curva era ottimo. All'inizio nessuno pensava di poter vincere il campionato, ma strada facendo la squadra prese consapevolezza della sua forza, e così la Curva e poi tutto lo stadio iniziarono a riempirsi ogni domenica sempre di più. I ragazzi della Curva ci sostenevano in casa e fuori, e spesso quando rientravamo vincitori dalle trasferte in campi a dir poco caldi scortavano il nostro pullman con caroselli di auto festanti dal casello dell'autostrada fino al Matusa. Ricordo che Bracaglia e Reale erano i capi della curva, e anche che il Frosinone era l’unica squadra del panorama calcistico di allora ad avere un club femminile: le Freak Sisters. - Quali sono i gol che ricordi con più piacere? Difficile dirlo, perché quell' anno ho avuto la fortuna di fare goal importanti: ricordo bene la doppietta contro la Juve Stabia al Matusa, uno dei due goal in rovesciata spalle alla porta, e quello con tiro a giro che si insaccò nel sette, al Flaminio di Roma contro la Lodigiani. Quella vittoria (3-2) ci portò al primo posto in classifica da lì fino alla fine del campionato (eravamo con 3 mila tifosi al seguito... uno spettacolo). Ricordo anche il rigore contro la Cavese - la favorita del campionato - a 10 minuti dalla fine. Eravamo sull’1-1, in un campo al limite della praticabilità… quel pallone pesava come un macigno, ma sotto la Nord non sbagliai e corsi alla ramata ad esultare. Anche il calcio di rigore ad Afragola in un ambiente intimidatorio che avrebbe messo timore anche a Indiana Jones : vincemmo 1-0. - Qual è secondo te il giocatore del Frosinone che più di altri incarnava lo spirito battagliero del Matusa? Penso di non sbagliare dicendo che il giocatore di quella squadra che più di ogni altro incarnava lo spirito del Matusa era Pippo Orlando “Il Gladiatore”. Ma posso dire che anche Luciano Gaudino si è dimostrato un vero lottatore: nonostante una luminosa carriera che aveva davanti a sé, tanto da arrivare in serie A nel Milan, purtroppo finì a giocare in serie C a


causa di un gravissimo infortunio al ginocchio che lo aveva menomato e limitato nei movimenti. Quel ginocchio gli si gonfiava continuamente, ma lui come un toro continuava a giocare nonostante il gonfiore e il dolore. Insieme a loro anche il sottoscritto non sfigurava, e posso tranquillamente dire che una mia caratteristica è sempre stata quella di dare sempre tutto quello che avevo e non risparmiarmi mai. Tutta la squadra e tutti i componenti dello staff avevano il fuoco dentro. - Cosa ricordi dei festeggiamenti della promozione in C1? Il famoso 17 maggio 1987, dopo il famoso derby vinto 3-0 con il Latina che ci consacrò in C1 con tre turni di anticipo, fummo ospiti nello studio televisivo di Tele Meridiana con Rolando Mignini e Paolo Valenti che faceva 90° minuto. Ricordo che eravamo io, Gaudino e Alberto Mari. A fine campionato ci fu la grande festa allo stadio dove l' ospite d' onore e presentatore della serata fu Nino Frassica. Quella vittoria ci consentì' di avere la sicurezza di riscuotere gli stipendi arretrati e i premi partita concordati, perché i tifosi di allora lo ricorderanno bene (e forse ci volevano ancora più bene proprio per questo) che vincemmo il campionato senza avere una vera società alle spalle, e gli stipendi li riscuotevamo ogni 3-4 mesi, mentre i premi partita mai. Solo con la vittoria finale ci garantimmo quei soldi. - C’è stata una partita in cui hai percepito il Matusa come una vera e propria polveriera? Sicuramente il 17 maggio 1987 nel derby che ho citato poc'anzi. Un’ora prima lo stadio era stracolmo... da brividi, e su questo vi racconto un aneddoto: il martedì precedente quella sfida, durante l' allenamento ebbi un’emorragia nasale che non voleva smettere. Durante tutta la settimana, quando sembrava che le vene fossero a posto, mi ripartiva in continuazione. Per tutta la settimana non potetti mai allenarmi, e alla fine il sabato mattina alla vigilia della partita mi portarono in ospedale e mi bruciarono le vene interessate dall' emorragia, ed il medico alla mia domanda ‘ma domani posso giocare?’, mi guardò con gli occhi sgranati e risposte ‘ma sei matto? Se prendi una pallonata sei fritto, ti verrà un' emorragia difficile da fermare. Assolutamente no’. La domenica mattina Mari mi chiese come stavo, ed io dissi ‘beh sono stato meglio’. La formazione era fatta ed io non avrei dovuto giocare. Quando siamo arrivati al Matusa al sopralluogo sul campo lo stadio era già pieno: la Nord chiamò a gran voce il mio nome ( mi vengono i brividi solo a raccontarlo a distanza di 29 anni) e andai a ricevere l' applauso dei tifosi. Dopodiché mi girai e


tornai verso gli spogliatoi, andando verso Mari e dicendo: ‘Mister, gioco!’. Il mister si fidava di me e mi fece giocare. Probabilmente non fu la mia migliore prestazione, ma comunque servii davanti alla porta l'assist smarcante al Gladiatore Pippo Orlando, che siglò il 2-0 della sicurezza a 15 minuti dalla fine della partita. - Raccontaci di Rizziero (vecchio tifoso del Frosinone che era solito issare una bandiera gialloblù sulla tribuna coperta ad ogni partita) e qualche aneddoto a cui sei particolarmente affezionato L'immagine di Rizziero sul tetto della tribuna coperta che sistema la bandiera giallo-azzurra rimarrà scolpito nella mente di tutti. Gli volevamo bene, era davvero un grande. Un aneddoto da spogliatoio che ricordo con allegria è questo: il nostro massaggiatore era il grande Franco Prosperi, uno degli artefici di quello splendido spogliatoio. Avevamo costruito un gruppo granitico. Il sabato sera andavamo tutti insieme in ritiro in un alberghetto - se non ricordo male a Supino - per il gusto di stare insieme e preparare la partita. Cenavamo e vedevamo tutti insieme la trasmissione del sabato sera. Nel prepartita, prima di entrare in campo, Franco Prosperi ci dava sempre un goccetto di grappa perché diceva che era vasodilatatore e quindi avrebbe fatto bene alla nostra circolazione sanguigna. Oggi sarebbe da ubriachi, e credo ci arresterebbero sicuro. Come cambiano i tempi.



La divisa utilizzata dal Frosinone Calcio 1928, nella stagione 67/68 rappresenta l’aspetto che piÚ amiamo e che piÚ crediamo sia importante in una divisa ufficiale: La sobrietà ! Un giallo ocra bordato nel colletto e sulle maniche di una leggera ed elegante striscia blu, con numero dietro sempre di colore blu. La divisa da gioco si presenta inoltre senza stemma, a differenza della tenuta che abbiamo analizzato nello scorso numero.



Non ho l’età per dire “ai miei tempi era diverso” né tantomeno ho gli occhi illusi di chi si sta affacciando adesso al mondo. Ed è forse per questo che si accende dentro di me così tanta rabbia. Perché sono questi i "miei tempi” e davanti certe cose sono stanco di abbassare la testa. Queste parole sono rivolte a tutti i “professionisti della carta stampata” locale, tutti quei benpensanti che scrivono di cronaca, tutti quelli che sputano sentenze pur non essendo giudici, tutti quegli avvoltoi della carta straccia. Troppe, troppe volte ho letto articoli riguardanti cronaca da stadio clamorosamente inventati o, ancor peggio, copia e incolla dei comunicati dei questurini. Mi rivolgo a tutti quegli illuminati che non si interessano di accertare il fatto, prima di scrivere calunnie su internet o sul quotidiano del giorno dopo, com’è la vita da avvoltoi? Non vi vien da ridere quando, con l’aria boriosa da pseudo intellettuali, vi proclamate giornalisti? Sarei molto curioso di sapere il motivo per cui, in quelle rare volte in cui trattate articoli di cronaca su qualche strano giro di soldi o di “interessi” tra politici, professionisti vari o comunque ruoli ben più prestigiosi (per voi) di semplici tifosi, utilizzate sempre il condizionale con un linguaggio “soft” mentre quando raccontate qualche fatto legato all’ambiente della tifoseria mostrate rabbia e dipingete il presunto colpevole come il peggior mostro sulla faccia della terra? Perché, ogni tanto, non vi domandate come sia possibile che nella nostra città, chi si macchia di infami crimini come rapine e furti la fa spesso franca? Perché non mettete mai in discussione i poteri forti? Paura, eh? Il vostro unico padrone dovrebbe essere la Verità, ed invece è l’unico a cui, fieri e spavaldi, disobbedite ogni giorno. Ricordatevi, care iene dei giornali, che dietro ogni vostra notizia si cela un uomo, con una famiglia ed una reputazione da voi infangata senza neanche sapere ciò che realmente è accaduto.


Il giornalismo è una cosa importante, cristallina, preziosa. E’ smascherare chi sbaglia, è dare voce agli oppressi, è dire la verità quando tutti stanno mentendo. E voi, tutto ciò, lo avete dimenticato o, forse, non l’avete mai neanche saputo. Lo dimenticate ogni qual volta create, nel giro di un nanosecondo, un “link online” affinché siate i primi avvoltoi arrivati sulla scena e possiate prendere maggior visualizzazioni rispetto agli altri del vostro branco, sputtanando la verità e infangando la reputazione di altre persone senza conoscere i fatti. Lo dimenticate quando mostrate foto prese da chissà dove, senza neanche scriverlo che quella mostrata è una foto di repertorio. Lo dimenticate quando sporcate la carta col vostro inchiostro comandato e ubbidiente, copiando comunicati fantasiosi ed inverosimili come i peggiori scribacchini o i miglior amanuensi, pur di avere qualcosa da vendere. Per non generalizzare troppo, in questa città alcuni giornalisti meritevoli di tale definizione ci sono ancora, a loro va il mio rispetto. Per gli altri, ogni qualvolta leggo un vostro articolo, l’unica cosa che mi rimane da fare, è prendere lo zippo dalla tasca e trasformare la vostra bugia in un’ardente fiamma, mentre in me risuonano questi versi:

“Se fossi stato al vostro posto Ma al vostro posto non ci so stare, Tante le grinte, le ghigne, i musi, Vagli a spiegare che è primavera, E poi lo sanno ma preferiscono Vederla togliere a chi va in galera […] Per quanto voi vi crediate assolti, Sarete sempre coinvolti.”


Vola Canarino Vai canarino, vola per il campo, dribbla veloce, dai dai dai. Scarta l’avversario, eccola la rete, tira potente, gol gol gol: all’attacco Frosinone, metti in mostra il tuo valore; con il gioco del pallone ci sai fare solo tu! All’assalto spara in porta col ruggito del Leone, sugli spalti noi gridiamo “Forza Forza Fosinò!!” Alè oh oh!! Alè oh oh! ! Alè oh oh!! Alè oh oh!! Ve l’abbiamo detto, ma lo ripetiamo Questo squadrone ci sa fa. Se lo vuoi vedere vieni giù al Matusa, canta con noi, gol gol gol: all’attacco Frosinone, metti in mostra il tuo valore; con il gioco del pallone ci sai fare solo tu! All’assalto spara in porta col ruggito del Leone, sugli spalti noi gridiamo “Forza Forza Fosinò!!” Alè oh oh!! Alè oh oh!! Alè oh oh!! Alè oh oh!!

Inno storico del Frosinone Calcio 1928 – Scritto da Paolino Colapietro a metà degli anni 80 (qualche anno prima della promozione in c1 del 1987). Lo stesso era cantato, oltre che dall’autore, in alternativa da Mario Lavinia “Tacchetta” in un’orchestra nella quale, tra gli altri, suonavano anche lo stesso Colapietro e Arcangelo Grandi “Nfregnate”.


Libertà non so da cosa Libertà. Termine inflazionato, presente all’interno dei più svariati e disparati contesti. Sputtanato, deriso. Ma mica per colpa sua, figuriamoci: per colpa nostra. Solo e soltanto per colpa nostra. Lo usiamo tutti, in mille modi diversi. “Libertà di parola”, “Libertà di voto” “Libertà di stampa” “Libertà per gli ultrà”, ecc. Eppure nessuno ne comprende davvero il significato, probabilmente perché il concetto che vi si pone dietro non esiste. O forse sì, magari in una dimensione parallela o nell’Iperuranio, ma non su questo mondo. Il motivo è semplice: è una parola che utilizziamo per rappresentare la condizione a cui diciamo di aspirare da sempre, un mantra da ripetere senza sosta, ma in realtà la libertà non la vogliamo neanche per scherzo. ‘Ma che c***o dice questo qui?’ vi chiederete sicuramente con una smorfia neanche troppo nascosta. Dovremmo smetterla di parlare di libertà se poi non la desideriamo ardentemente. Ci piace fare le vittime, da abilissimi ingegneri di barriere mentali che andiamo a progettare con cura meticolosa, per poi sguazzarci dentro come ippopotami nel fango durante l’asfissiante sole della controra. E che bella sensazione dire che tutto va storto, solo per aspettare che qualcuno ci dia una pacca sulla spalla dicendo che un giorno tutto cambierà. C’è un unico cambiamento a cui dobbiamo aspirare, ed è la morte. Bella la morte. Spietata, cinica, inattaccabile. Quando agita la falce non si mette di certo a chiacchierare, agisce e basta. Non dice mica ‘ti uccido perché così ha deciso qualcuno dall’alto, io sono solo una mera esecutrice', lo fa e basta, senza alcun sadico ghigno. Mica piagnucola, come invece facciamo noi da una vita. E cortesemente, lasciate perdere le solite stronzate sulla libertà negli stadi, che se siamo arrivati a questo punto la colpa è di chi negli stadi entra e ha accettato le regole di un gioco in cui non si è né vittime né carnefici, ma solo pedine. Quanto ci piace fare i gradassi e gli spavaldi con i pedoni, iniziando però ad urlare istericamente quando vediamo profilarsi all'orizzonte la torre di turno. Libertà? Non ce l'abbiamo nelle vene, figuriamoci se ci appartiene. La verità è che la libertà fa paura perché toglie punti di riferimento proiettandoci nell'infinito. L’infinito non ha barriere, e senza quelle, siano esse fisiche o mentali, non siamo in grado di vivere. Quindi basta sbraitare, che con certe sceneggiate non siamo secondi neanche a Di Caprio. Date un’occhiata alla gabbia che ci circonda. Fredda, grigia, con quelle sbarre seghettate e consumate che nonostante tutto non cederanno mai. ‘Ah, quanto sarebbe bello uscire da questa cella… Ma a pensarci bene, una volta uscito da quale parte dovrei andare?... Sapete cosa vi dico? Al diavolo tutto, io questa gabbia me la arredo tutta, metto il nuovo intonaco, qualche mobile in stile minimale e anche un bel vaso di fiori'. E nessuno si azzardi a dire che la mia gabbia non è la più bella di tutte.