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Cinema, illusioni e memorie di carta Quando Salvatore De Vita, alias Totò, alias Jacques Perinn ossia il “piccolo Totò adulto”, ritorna dopo trenta anni al suo borgo natio Giancaldo, trova solo fantasmi ad aspettarlo. Fantasmi imbambolati, personaggi quasi clauneschi che appartengono al suo passato, relitti di un’esistenza ch’egli, regista affermato nel “continente”, ha volontariamente dimenticato. Cittadini, ma anche attori inconsci nella sua terra, gente con cui ha convissuto da bambino, spettri dai quali è fuggito adolescente e, ormai “ombre” con cui, per una infausta contingenza, è ritornato a confrontarsi dopo decenni. Stiamo parlando, ovviamente del pluripremiato film “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore del 1988. L’adulto Totò e davanti alle rovine del cinema Paradiso, in compagnia delle “sue ombre” irrimediabilmente invecchiate, sofferenti, sconfitte e rassegnate ad una tragica imminente conclusione. Sono pupi con gli occhi sbarrati, legati ed imbavagliati da oscure forze contro le quali non possono scontrarsi. Devono, questi superstiti del tempo che passa, solo soggiacere inetti, inebetiti davanti alla demolizione del loro amato Cinema Paradiso. Siamo all’ultimo capitolo, l’epilogo già scritto, il cinema sarà smantellato e trascinerà con sé nella polvere pesante delle sue macerie i lamenti soffocati di coloro (spettatori) che dentro e fuori dalle sue mura hanno sognato e viaggiato con la fantasia al tempo dell’Italietta post fascista. La fine del cinema Paradiso rappresenta lo spegnersi di un’epoca, un taglio col passato al quale non è concesso più guardare se non con rammarico e la rassegnazione, di chi purtroppo appesantito dagli anni non può alzare la sua pasoliniana “sola puerile voce” di fronte all’ennesimo scempio architettonico in nome del progressismo e dell’improbabile “sviluppo” edilizio. La “Sala Paradiso” è stata una felice illusione, come d’altronde solo il cinema dovrebbe essere, ma dipende dai punti di vista. Muto, sonoro, in bianco e nero o a colori, ha acceso e spento, attizzato e infiammato animi e cuori, luogo di svago e di incontri fortuiti per la prima fregola amorosa o della prima sigaretta, quando ancora era concesso fumare nelle sale cinematografiche. Metafora della vita, interminabile sequela di fotogrammi che ognuno potrebbe registrare all’infinto fino a creare un lungometraggio della propria esistenza. Quel cinema Paradiso potrebbe, ma non lo vorremmo, diventare per analogia il Cinema Teatro Valle a cui un po’ per gioco, un po’ per atavica affezione alle cose della nostra terra abbiamo guardato e guardiamo anche noi, ombre solinghe, con rassegnazione, consci della sua prestabilita fine. “Di tutti i festival quello di Giffoni è il più necessario” sono le parole scritte e riscritte in epigrafe, lasciate da Francois Truffaut nel 1982, quando Giffoni Valle Piana verosimilmente era ancora una Giancaldo nostrana, non avvezza al progresso, ai cambiamenti ed ai fasti dei palcoscenici internazionali, ma quella Giffoni aveva dei sogni, sapeva coltivarli, li portava lentamente e con abnegazione in giro per farsi conoscere al mondo. C’erano allora menti che credevano in un progetto o in qualcosa che somigliasse ad un sogno e non sarebbero fuggite come il Totò adolescente, passando fra Scilla e Cariddi. Tutto era vissuto in soggettiva, senza pause e finzioni, poi l’inquadratura si è allargata fino a diventare un piano sequenza e Giffoni Valle Piana è oggi la città del Cinema per Ragazzi, perché forse quelle menti che l’hanno sognata sono rimaste esse stesse ragazzi, con gli stessi entusiasmi e la verve fanciullesca e speranzosa di sempre. La passione del piccolo Totò che alberga


nell’animo dei giffonesi è durata tale fino ad oggi. Attoniti come pupi e con gli occhi sbarrati, vorremmo ma non potremmo, censurare e tagliare i fotogrammi di questo triste epilogo, manco fossimo dei retrogradi Don Adelfio, per riattaccarli e ricrearci di comune accordo il nostro piccolo finale senza titoli di coda. Seduti, con le gambe stese, tutti con lo sguardo all’insù fisso sullo schermo bianco a gustarci il nostro desiderato finale. La colonna sonora di Morricone, oppure basterebbero le grida, il brusio delle migliaia di giurati che negli anni hanno affollato, guardato, sgranocchiato, baciato, ascoltato, vissuto, anche solo per pochi giorni, nella sala del Cinema Valle. Quando le poltrone erano di legno, scomode, o quando per fasti realpolitik divennero confortevoli, quasi lussuose con pubblica affissione di targhe per rimembrare ai posteri l’impegno profuso, affinché Giffoni avesse una sala cinematografica degna del suo festival e all’avanguardia tecnologica. In molti ne erano fieri, lo dicevano in giro, sapevano di avere al cinema il miglior impianto sonoro della provincia, tanto da far invidia alle sale della città. A.D. o addio, fa lo stesso. Qualcuno prova per gioco o solo per la consueta puerile affezione alla cose di questa terra a ricordare i nomi dei vari operatori che negli anni hanno lavorato nella sala Valle. Altri ricordano le birichine mani che apparivano sullo schermo durante le proiezioni, così sempre per gioco, tanto per far vedere agli astanti che si era capaci di farlo e basta, o quando ci si accalcava all’entrata davanti al botteghino per avere un posto in galleria. Ecco, potremmo pensare che non ci sarebbe più bel film al mondo, se tutti i cinema Paradiso non fossero mai stati abbattuti. Potremmo crederci solo per passatempo perché trattasi solo di un film di Tornatore che se ti ci metti d’impegno, scopri che ha altri significati più reconditi che nel caso giffonese si scontrano pure con una dura e triste realtà. Però il progresso, si sa, ha le sue regole e uno potrebbe anche non crederci a questo progresso e far finta di nulla, magari tornarsene a casa e pensare di essere incappato in una scena tagliata di un brutto film di una sciatta produzione indipendente. D’altronde anche il Cinema Moderno nella già piazza Mercato subì un’infelice sorte: da storica sala cinematografica nel centro città a centrale di compagnia telefonica. Ai ragazzi dell’ottanta piacerebbe sapere cosa penserebbe la piccola Sophie Marceau al tempo delle mele che pure c’era passata per queste sale cinematografiche. In attesa di un qualunque munifico Spaccafico, di certo qualcuno un po’ più sventato potrebbe pensarla come il povero sfortunato Alfredo, proiezionista del Cinema Paradiso, che consiglia al giovane Totò di andare via: “Vattinni, chista è terra maligni”. Dario Di Filippo

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