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SOMMARIO EDITORIALE Una miniera di energie di Tommaso Maggio

5 6

SPECIALE

PERSONAGGI Nick Dioguardi: Una vita su di giri

SOCIETA’ di Valentina Infantino

di Pierangela Maniscalchi

10 SOCIETA’

PERSONAGGI Controcorrente di Giusy Fasino

di Giusy Fasino

Archi da sempre di Raffaele Di Raimondo

21

30 TRADIZIONI I luoghi della Santuzza di Valentina Maniscalco

12

PERSONAGGI Carisma, Entusiasmo Praticità di Salvo Butera

SOCIETA’

TRADIZIONI

di Francesco Lo Presti

di Francesco Lo Presti

Differenziamoci

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Prizzi: Occhio al tempo

Sole, Vento pura Energia

SOCIETA’

27 29

I Veri centri del commercio

SCIENZA

Odore di Zolfo

16

di Giusy Fasino

15

23

La “chiocciolina”di Slow Food sui Colli Sicani di Pierangela Maniscalchi

di Redazione

Un sogno... in volata di Pierangela Maniscalchi

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CULTURA Il brigante, il mafioso e il poliziotto: una trattativa!

SPORT

25

EVENTI Eventi & Dintorni

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Acquaviva Platani Alessandria della Rocca Alia Bivona Burgio Cammarata Campofranco Casteltermini Castronovo di Sicilia Cianciana Lercara Friddi Mussomeli Palazzo Adriano Prizzi Roccapalumba San Biagio Platani San Giovanni Gemini Santo Stefano Quisquina Sutera Vicari Villalba Valledolmo Vallelunga

Da voce al cuore della Sicilia

L’informazione dei Monti Sicani

Quotidiano online / web TV Rivista trimestrale 10.000 copie, distribuzione gratuita in 23 comuni


Periodico trimestrale a cura della Testata Giornalistica Studio Fantasy News Registrazione Tribunale di Agrigento numero 212 del 10/06/95 Aprile 2010 Anno XII Numero 1 Edito dall’ Associazione Studio Fantasy Magazè Via Campania, 2 Cammarata -AG Tel/fax 0922900717 cod. fisc. 93027138843 P.Iva 02515360846 info@magaze.it - www.magaze.it Responsabile Editoriale Tommaso Maggio Direttore responsabile Claudio Spoto Redattori - Coordinatori Francesco Lo Presti Pierangela Maniscalchi Agostino Tuzzolino Hanno collaborato: Salvo Butera, Giusy Fasino, Valentina Infantino, Valentina Maniscalco, Raffaele Di Raimondo Responsabile Commerciale Nazareno Scrudato Enzo Fasino Photo Editor Gianpiero La Palerma Impaginazione magaze.it Tipografia RS Arti Grafiche In Copertina Energie Alternative Nessuna parte della rivista può essere in alcun modo riprodotta senza autorizzazione rilasciata da Magaze.it. Chiuso in redazione il 31 marzo 2010 Il prossimo numero sarà in edicola il 30 Giugno 2010

Editoriale di Tommaso Maggio In questo numero ci occupiamo principalmente delle miniere che in un particolare periodo storico hanno segnato il nostro territorio. Come si può intuire dalla copertina, parliamo anche delle fonti di energia alternative che sono in fase di espansione nei nostri comuni, realizzati in loco da aziende altamente qualificate nel settore, capaci di esportare fuori dalla Sicilia e all’estero ma altrettanto capaci da fare salire al primo posto in Italia la provincia di Agrigento per la produzione di energie rinnovabili. La nostra redazione, così, continua a rispettare l’ impegno preso con i lettori. Quello che inizialmente sembrava un passatempo, si è rivelato con l’andar del tempo un vero e proprio dovere; ognuno di noi sacrifica buona parte del proprio tempo nelle iniziative che coinvolgono tutto lo staff, come la realizzazione di questa rivista, del quotidiano online, che necessita di un costante aggiornamento delle notizie, di servizi video sempre più evoluti, sia sportivi che di cronaca, tanto da meritarsi uno spazio nei notiziari delle Tv locali e regionali. Pian piano la nostra redazione è diventata un punto di riferimento giornalistico sui Monti Sicani, i nostri collaboratori vanno acquisendo esperienza e maggiore professionalità; è questo che ci spinge a investire sempre di più, in mezzi ed energie umane, per dare una migliore qualità del servizio e una maggiore spinta ai nostri progetti. In questo numero troverete anche una novità: un quadratino fatto di puntini neri. Si chiama codice “QR” (Quick Response). Se lo si inquadra con l’obbiettivo della fotocamera del cellulare, prende vita e propone al lettore una serie di contenuti multimadiali, basta predisporre il proprio telefonino istallando una semplice applicazione. Per maggiori informazioni consultate il sito www.i-nigma.mobi. I prossimi mesi per noi saranno di lavoro intenso: in due comuni del nostro territorio, Cammarata e Mussomeli, si svolgeranno le elezioni comunali. Questo significa la realizzazione di edizioni straordinarie dedicate a tali importanti appuntamenti, per un’informazione tempestiva che raggiunga tutti i nostri lettori in modo efficiente. Utilizzeremo tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione: Tv, radio, internet e carta stampata. Un numeroso staff seguirà con attenzione l’evolversi della campagna elettorale, i dibattiti, gli incontri, le manifestazioni e poi i momenti cruciali della tornata elettorale, il responso delle urne raccontato passo passo, accuratamente. Saremo dove i fatti accadono, dove personaggi si rivelano, per raccontarveli nel modo migliore possibile.

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S

elene o Artemide per i Greci, Diana per i Latini, la rappresentavano anche divinità maschili: Nanna o Sin per i Mesopotamici, Thoth per gli Egizi, Men per i Frigi e per finire il giapponese Tsukuyomi. Per lui però era semplicemente la Luna: scoperta in una notte come tante altre, forse anche più dura di tutte le altre. L’ha trovata in cima alla montagna e l’ha aiutato a cancellare la paura del buio, per lui paradossalmente più nero del nero delle viscere della terra, dove era costretto a lavorare – e vivere – per quattro soldi e un tozzo di pane. Il nostro personaggio è Ciaula, il caruso protagonista dell’omonima novella di Luigi Pirandello “Ciaula scopre la luna”. Metafora della bestialità a cui i minatori – grandi e piccini – venivano ridotti, ma anche esempio di come la Natura possa riservare piccoli momenti di scoperta, ingenuità, meraviglia anche in mezzo al dolore. Tanti Ciaula hanno vissuto e lavorato nelle zolfare siciliane – nudi, perché il calore della terra era così insopportabile che nemmeno strapparsi la pelle avrebbe dato sollievo a quell’inferno. Tanti altri Ciaula – troppi – hanno perso la vita fra i cunicoli e le gallerie scavate nel ventre della terra per estrarre – fra gli anni ’20 dell’800 e i ’70 del ‘900 – l’oro siciliano, lo zolfo. E proprio di uno di questi Ciaula si è occupato Carlo Levi nel suo “Le parole sono pietre”, scritto dopo una visita alle miniere di Lercara nel 1951. E di zolfare e zolfatari si sono occupati anche Leonardo Sciascia – “Le parrocchie di Regalpetra” –, Michele Straniero nella canzone “La zolfara” interpretata da Ornella Vanoni, per arrivare da ultimo ad Andrea Camilleri e al suo romanzo “Un filo di fumo”. E come non ricordare Alessio Di Giovanni e i suoi “Sunetti di la surf ara” o Alfredo Rutella con la sua “Civiltà”? Letteratura e storia si intrecciano quando si parla delle miniere di zolfo siciliane. Miniere concentrate fra le province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna, toccando un lembo del Catanese e solo un punto del Palermitano. Dei centri del territorio sicano possiamo a pieno titolo annoverare Campofranco, Casteltermini, Cianciana, Lercara Friddi: ciascuno di questi paesi reca ancora ben visibili – anche se spesso nascoste – le vestigia di quelle che un tempo sono state il motore dell’economia delle nostre aree. Le miniere di Cozzo Disi, Grotticelli, Falconera, Passo di Sciacca, Colle

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Odore di

Zolfo di Pierangela Maniscalchi

Madore, Colle Croce, Colle Friddi e Colle Serio: luoghi di lavoro ma anche di dolore, che i minatori superstiti preferiscono spesso tenere per se e che difficilmente offrono alla curiosità di studiosi e appassionati di questo periodo di storia. Una storia fatta di sfruttamento, maltrattamenti, malattie (anchilostomiasi, patologie degli apparati cardio-vascolare e respiratorio) fatica sovraumana e abusi. Tutto a vantaggio dei proprietari della terra e delle miniere, che su questa umanità troppe volte calpestata e negata hanno costruito le proprie fortune con la coltivazione dello zolfo. Poi nel secondo dopoguerra è arrivata la spietata concorrenza dello zolfo americano, venduto a un prezzo di gran lunga inferiore a quello siciliano, complice un metodo di estrazione, il Frasch, inutilizzabile in Sicilia per via della struttura del suo sottosuolo. Molti degli zolfatari – soprattutto lercaresi – sono stati allora dirottati nelle miniere più grandi, come quella di Cozzo Disi a Casteltermini o la Trabonella a Caltanissetta. Oppure hanno preferito andare a lavorare nelle miniere estere: un esempio fra tutti quelle di carbone in Belgio, di cui la tragedia di Marcinelle è emblema. La storia delle zolfare siciliane è una storia costellata di lutti e di gravissimi incidenti: una data su tutte, il 4 luglio 1916, quando a Cozzo Disi e a Serralonga, il crollo di alcune gallerie e l’emissione di idrogeno solforato hanno causato la morte di 89 minatori nel disastro più grave della storia mineraria italiana. Ma la storia delle zolfare è fatta anche di grandi lotte sindacali: lotte per le quali molti minatori hanno perso la vita e anche la libertà, ma che hanno portato al successivo riconoscimento dei diritti fondamentali, la salute e una giusto trattamento economico e previdenziale. Cosa rimane di tutto ciò sui Monti Sicani? A Casteltermini, la miniera-museo più grande d’Europa. A Lercara Friddi, i due decreti regionali del ’94 e del ’96 che hanno sancito l’interesse etno-antropologico delle dismesse zolfare e un “Centro studi sulle miniere di zolfo” che si occupa del recupero della memoria storica immateriale. A livello nazionale, la proposta di legge propone l’istituzione del “Parco nazionale geominerario delle zolfare di Sicilia”.

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Lo zolfo:

Zolfare - Lercara Friddi

Tre risposte a tre grandi “Perché?”

P

erché lo zolfo è così importante? È un elemento essenziale per tutti gli esseri viventi: è presente in alcuni amminoacidi, la cisteina e la metionina, omocisteina e taurina, e di conseguenza in molte proteine, negli enzimi. I ponti solfuro sono indispensabili per l’assemblaggio e la strutture delle proteine e in alcuni processi fotosintetici primitivi. In campo industriale lo zolfo si usa soprattutto per ricavarne fertilizzanti, ma anche per polvere da sparo, lassativi, insetticidi e fungicidi, batterie, detergenti, sbiancanti per carta, fissanti per stampe fotografiche, esfolianti. Perché nascono le zolfare? Innanzitutto, una precisazione: l’attività estrattiva veniva detta “coltivazione”, mutuando il termine dalla cultura agricola. Per la Sicilia, un tempo “granaio di Roma”, l’agricoltura è l’attività dominante e spesso – come successe a Lercara – le miniere erano scavate nei possedimenti dei “signori della terra”, proprietari dunque di ciò che stava sopra e sotto il suolo. Si diede vita così a una serie di piccole-medie zolfare nel Lercarese, mentre nel Castelterminese e nel Nisseno abbiamo lo sviluppo di grandi impianti di estrazione solfifera: Cozzo Disi, fra Castertermini e Campofranco, ha addirittura il primato della miniera più grande d’Europa.

Perché a un certo punto cessa l’estrazione in Sicilia? La causa è soprattutto l’arrivo sui mercati dello zolfo americano, più economico per via di un nuovo metodo di estrazione, il metodo Frasch, inutilizzabile nel sottosuolo siciliano per via della sua conformazione irregolare. Questo metodo infatti consentiva, in un unico ciclo di operazioni attraverso la trivellazione e l’immissione nei giacimenti di acqua bollente, l’estrazione e la fusione del minerale, con dei valori di purezza del prodotto non ottenibili altrimenti senza ricorrere alla raffinazione. In Sicilia, invece, la metodologia di estrazione faceva leva sulla forza umana, attraverso cui costruire cunicoli e gallerie sotterranee per cercare le vene solfifere. Poi i pirriaturi –i picconieri– staccavano il minerale dalle pareti e i carusi –a volte anche bambini di 7-8 anni– lo trasportavano in superficie con dei contenitori sulle spalle risalendo gli stretti cunicoli centinaia di volte. Il tutto era guidato dai sorveglianti, detti capumastri. Portato in superficie, le pietre venivano cotte nei forni (prima calcarelle e calcaroni, poi i Gill), dove l’alta temperatura permetteva –con la fusione dello zolfo– di separare il minerale puro dal materiale di scarto (ginisi). Lo zolfo veniva poi colato in delle forme e fatto solidificare, pronto così per essere trasportato.

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Cozzo Disi: da “semplice” zolfara a

Miniera-Museo

D

opo anni di chiusura, la miniera di Cozzo Disi torna a fare parlare di se: a breve infatti ripartirà l’attività mineraria, nel senso che presto sarà possibile visitare di un impianto museale o –come è stata definita– una “miniera-museo”, la più grande d’Europa. Grazie anche all’instancabile attività di Sebastiano Infantino –”l’avvocato della miniera”, ex caruso attaccato visceralmente a Cozzo Disi- la miniera presto riaprirà i battenti nelle vesti di un museo dell’arte mineraria. L’amministrazione comunale di Casteltermini, con in testa il sindaco Nuccio Sapia, ha infatti consegnato a inizio 2010 i lavori alla Presidenza della Regione Sicilia. Fondamentali, nell’iter di progettazione della miniera-museo, il lavoro dell’architetto Bernando Agrò, della Soprintendenza ai Beni culturali di Agrigento, che ha realizzato il progetto; l’architetto Rino La Mendola, che dirige il Genio Civile di Agrigento e che ha seguito l’iter burocratico relativo sin dall’inizio. L’idea della miniera-museo di Cozzo Disi si fonda sul concetto di “bene culturale”: ciò che rimane sopra e sotto il suolo di quella che fu la realtà produttiva del sito costituisce oggi un “bene”, da tutelare e da valorizzare. Musealizzare il sito significa riconoscere un valore diverso, cioè culturale a “cose”, materiali ed elementi eterogenei che in passato ebbero tutt’altra valenza: i tracciati viari e sotterranei, architetture industriali, le gallerie, il sistema

di nastri e carrelli, gli elevatori ebbero in origine una loro ragion d’essere legata in modo esclusivo al loro utilizzo. Oggi a quell’insieme riconosciamo un valore culturale di testimonianza, di luogo della storia e della memoria, custode di uno degli aspetti più significativi dell’identità culturale siciliana. Il recupero della memoria, delle strutture di archeologia industriale, delle attività legate alla cultura materiale del tempo, sia minerarie che ad esse connesse, costituiscono una eccezionale occasione di “progettazione integrata”, caratterizzata da una complessa sintesi tra obiettivi di recupero paesistico, di restauro, fruizione e valorizzazione dei beni etnoantropologici, con conseguente sviluppo del “turismo culturale” e dello sviluppo sostenibile. Si è scelto di passare dal modello di museo-collezione a quello di museo-narrazione, dove la “narrazione” delle modalità applicative della scienza e della tecnologia agli inizi dell’epoca moderna si intrecciano con altre narrazioni, che riguardano non solo le relazioni tra sviluppo tecnico e sistema socio-economico, tra industrializzazione e ambiente, tra logica di impresa e società civile le quali richiedono forme innovative di comunicazione, ma anche il dovere di riannodare i legami col passato che affonda nell’antichità, nella letteratura e nelle arti visive.

Cozzo Disi - Casteltermini

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Sole, Vento pura Energia di Francesco Lo Presti

“L’energia non si crea ne si distrugge. Si trasforma” . Avete letto bene: la soluzione alla salvaguardia del globo risiede nella nota legge fisica di conservazione dell’energia. Da anni si parla di energie rinnovabili, quelle energie che vengono generate da fonti inesauribili come il sole e il vento. Il fotovoltaico, l’eolico sono oramai i più naturali sistemi di produzione di energia. Un esempio? La Germania è uno stato che vede il sole soltanto tre mesi all’anno ma già da diverso tempo, ha incentivato i cittadini all’installazione di impianti fotovoltaici ed eolici. Il 16% dell’energia elettrica che viene prodotta in Germania è energia pulita e rinnovabile: così facendo, è riuscita ad abbattere la soglia del 18% di anidride carbonica prodotta dalle centrali che utilizzano energie non rinnovabili. Ricorderete tutti il 28 settembre 2008, quando l’Italia è rimata senza elettricità per quasi 20 ore: tutto è andato in tilt a causa di un albero in Svizzera che aveva tranciato i cavi elettrici della rete di distribuzione verso l’Italia. Sembrerà assurdo, ma la nostra nazione importa l’energia dall’estero. La Sicilia, “il sole del mediterraneo”, che gode della luce solare per 365 giorni all’anno, a confronto con la Germania dovrebbe essere una regione autonoma non solo politicamente ma soprattutto energeticamente. Non solo: potrebbe vendere l’energia all’intero paese. La Sicilia infatti, data la sua posizione ed esposizione, produrrebbe il doppio di energia fotovoltaica della Germania. Ad oggi sono pochissime le aziende e i privati che hanno adottato l’energie rinnovabili, non soltanto per la produzione di energia elettrica, ma anche per il riscaldamento dell’acqua e delle abitazioni. Questo è bizzarro, specialmente nel nostro territorio dove esistono diverse aziende che forniscono questi nuovi impianti, come la ditta Tatano di Cammarata che da più di vent’anni produce caldaie che utilizzano energie rinnovabili o la neo nata fabbrica Energy Project di Mussomeli che produce impianti fotovoltaici, per non parlare della Moncada Energy leader nel settore delle energie rinnovabili.

Se pensiamo che il petrolio è una fonte che sta via via esaurendosi e che l’Italia sarà una delle nazioni ad avere maggiori difficoltà ad alimentare i contatori dell’intero paese, che futuro energetico avremo? Dobbiamo liberarci dalla dipendenza del gas e del petrolio. Non abbiamo fatto altro che inquinare il nostro pianeta: i recenti terremoti, le alluvioni sono forse una risposta a tutto quello che abbiamo distrutto. Ad oggi in Italia si producono solo 1.300 GWh all’anno di energia rinnovabile, vale a dire il fabbisogno energetico di un milione e duecentomila persone, ovvero un quinto della popolazione siciliana. In realtà in Sicilia si sono realizzati dei parchi eolici, quasi tutti di proprietà di aziende tedesche, che spesso però sono installati in territori d’interesse naturalistico e paesaggistico, rovinando un settore principale della nostra Isola, il turismo. Oggi, grazie alle nuove tecnologie e a diversi incentivi statali, è possibile invece impiantare nel tetto della propria abitazione, senza creare alcun impatto ambientale, degli impianti fotovoltaici da tre ad un massimo di 20 kilowatt, con la possibilità di produrre la propria energia, da consumare e vendere immettendola nella rete elettrica nazionale. La Comunità Europea, attraverso una direttiva sulle fonti rinnovabili, ha creato il conto energia. Si tratta di un incentivo per la produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici che il ministero dello Sviluppo economico ha recepito con decreto ministeriale del 19 febbraio 2007. Per 20 anni si potrà avere il riconoscimento della tariffa incentivante in base al tipo di impianto realizzato. Pensiamo un po’ più al nostro futuro, alla natura e a tutto ciò che ci circonda. Ne guadagneremo in salute, ma anche economicamente: tutti sappiamo quanto “care” siano le bollette che periodicamente vengono recapitate nelle nostre case. Pensiamo al domani perché “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”… in salute e benessere.

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La più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici con tecnologia thin film di silicio, si trova a Campofranco, realizzata dalla Moncada Solar Equipment. Il nuovo stabilimento è esteso oltre 25 mila metri quadrati ed è stato realizzato con un investimento di 90 milioni di euro, interamente coperto da capitali privati e bancari. Con un’occupazione di 130 addetti, la struttura è stata progettata per produrre pannelli per una potenza di oltre 40 Mw l’anno, e comprende un centro di ricerca per l’ulteriore sviluppo. Obiettivo della fabbrica è aumentare la resa dei pannelli al punto da renderli più convenienti dei parchi eolici, di cui la Moncada è pure uno dei principali produttori e utilizzatori in Italia. I pannelli saranno destinati ai parchi fotovoltaici del gruppo Moncada, autorizzati e in via di autorizzazione, in Sicilia e in vari Paesi esteri.

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L’energia elettrica diventa sempre più cara, e con il passare del tempo la tecnologia ci porta a farne un uso sproporzionato, facendoci diventare sempre di più dipendenti. Da sette anni la nota trasmissione radiofonica “Caterpillar” in onda su Radio 2, ha lanciato l’iniziativa «M’illumino di meno» per limitare i consumi, e soprattutto gli sprechi di elettricità, sostenendo al tempo stesso l’adozione di fonti di “energia pulita”. Il 12 febbraio scorso, nelle piazze spente di tutt’Italia si sono accese luci “virtuose” alimentate a energia rinnovabile o dimostrazioni creative di consumo efficiente, per testimoniare il passaggio da un sistema ormai al collasso ad una gestione più “illuminata” del nostro futuro.

Risparmiare si può

Dieci consigli da

“M’illumino di Meno” 1. SPEGNERE LE LUCI QUANDO NON SERVONO; 2. SPEGNERE E NON LASCIARE IN STAND BY GLI APPARECCHI ELETTRONICI; 3. SBRINARE FREQUENTEMENTE IL FRIGORIFERO; TENERE LA SERPENTINA PULITA E DISTANZIATA DAL MURO IN MODO CHE POSSA CIRCOLARE L’ARIA; 4. METTERE IL COPERCHIO SULLE PENTOLE QUANDO SI BOLLE L’ACQUA ED EVITARE SEMPRE CHE LA FIAMMA SIA PIÙ AMPIA DEL FONDO DELLA PENTOLA; 5. SE SI HA TROPPO CALDO ABBASSARE I TERMOSIFONI INVECE DI APRIRE LE FINESTRE; 6. RIDURRE GLI SPIFFERI DEGLI INFISSI RIEMPIENDOLI DI MATERIALE CHE NON LASCIA PASSARE ARIA; 7. UTILIZZARE LE TENDE PER CREARE INTERCAPEDINI DAVANTI AI VETRI, GLI INFISSI, LE PORTE ESTERNE; 8. NON LASCIARE TENDE CHIUSE DAVANTI AI TERMOSIFONI; 9. INSERIRE APPOSITE PELLICOLE ISOLANTI E RIFLETTENTI TRA I MURI ESTERNI E I TERMOSIFONI; 10. UTILIZZARE L’AUTOMOBILE IL MENO POSSIBILE E SE NECESSARIO CONDIVIDERLA CON CHI FA LO STESSO TRAGITTO.

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Differenziamoci di Giusy Fasino

P

ulsa un cuore ecologico nella Sicilia dei Monti Sicani. Due esempi, due realtà le cui istituzioni hanno compreso che favorire la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani da parte dei cittadini è semplicemente conveniente: per chi governa e per chi è governato. Con riguardo pure per l’ambiente. Basta navigare su Internet per scoprire quanto possiamo riottenere riciclando. Un esempio pratico: se i 30 kg di plastica prodotti ogni anno da ciascuno di noi fossero completamente riutilizzati, un comune di 100.000 abitanti risparmierebbe 10.000 tonnellate di petrolio e carbone. Differenziare non dovrebbe essere una pratica opzionale, in quanto è un obbligo prescritto dal decreto legislativo n°22 del 15 febbraio 1997. Purtroppo si tratta di misure che stentano a imporsi per mancanza di politiche adeguate più che d’impegno da parte della popolazione. Ma il nostro territorio dimostra una volontà al cambiamento che fa ben sperare. Gli ultimi dati divulgati in proposito dal Comune di Sutera e riferiti al 2009 lo confermano: se s’investe intelligentemente e con iniziative ben studiate i risultati sono sorprendenti. Da quando l’amministrazione ha aumentato a tre i giorni di ritiro della spazzatura porta a porta la percentuale di differenziata è quasi triplicata, passando dal 6,82% di gennaio al 18,89% di luglio. Questo perché la gente ha potuto constatare che così facendo riduce i costi a suo carico per lo smaltimento. Come avviene da qualche mese a San Giovanni

Gemini, all’immondizia opportunamente suddivisa per tipologia e consegnata al centro comunale di raccolta viene riconosciuto un valore economico. Dopo circa 4 anni di lavori, a febbraio, ha aperto infatti i battenti l’isola ecologica. Costruita con fondi Por 2000-2006 su un terreno di 3.000 metri quadri, in via Ameglio, a pochi passi dal centro del paese, è stata data in comodato all’Ato Ag2 Gesa Spa. All’utente provvisto di tesserino magnetico, a seconda del peso e della qualità di rifiuti consegnati, l’addetto rilascia una ricevuta dell’importo in euro equivalente, somma che a fine anno sarà decurtata dalla Tarsu fino al suo completo annullamento. Così un chilo di carta equivale a 10 centesimi, uno di cartone a 12, uno di plastica o alluminio a 20, uno di vetro a 0,07. Inoltre si possono consegnare tutti gli ingombranti, quali frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, e gli speciali, cioè neon, farmaci scaduti, pile usate, indumenti. A usufruire del servizio anche la vicina Cammarata. Intanto entro primavera sarà attivato il sistema porta a porta, con operatori ambientali che preleveranno i rifiuti direttamente davanti l’ingresso delle abitazioni, in giorni e orari prestabiliti. Un ulteriore vantaggio per gli utenti che differenziando potrebbero perfino contribuire alla realizzazione di importanti eventi, come è accaduto quest’anno per i Giochi Olimpici Invernali di Vancouver. Le oltre mille medaglie assegnate agli atleti contenevano una piccola percentuale delle 140.000 tonnellate di scarti elettronici che ogni anno si accumulano nelle discariche del Canada.

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La “chiocciolina”di Slow Food sui

Colli Sicani di Pierangela Maniscalchi

S

i scrive “Slow Food” e si pronuncia “buono, pulito e giusto”: in tre semplici parole c’è tutta la filosofia dell’associazione fondata da Carlo Petrini a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1986 con il nome di “Arcigola” e che oggi ha raggiunto una dimensione internazionale, a 24 anni dalla sua nascita. Cosa c’è di nuovo? C’è che la “chiocciolina” simbolo dell’associazione è arrivata anche in territorio sicano: a novembre 2009, infatti, è stata ufficialmente costituita la condotta numero 589 in Italia, la “Cammarata-Colli Sicani” che copre il territorio di nove paesi, raggruppa già una cinquantina di soci ed è guidata da Salvo Paolo Mangiapane, chef cammaratese. Da adesso dunque Cammarata, San Giovanni Gemini, Casteltermini, San Biagio Platani, Santo Stefano Quisquina, Bivona, Alessandria della Rocca, Sant’Angelo Muxaro e Cianciana sono uniti nel nome del “buono, giusto e pulito”. L’obiettivo: promuovere il diritto a “vivere il pasto” e l’enogastronomia innanzitutto come un piacere. Slow Food è una risposta al “fast food” e alla frenesia della vita moderna: studia, difende e divulga le tradizioni agricole ed enogastronomiche di ogni parte del mondo. Come? Attraverso progetti (i famosi presidii), pubblicazioni (Slow Food Editore), eventi (“Terra Madre”) e manifestazioni (il “Salone del Gusto” al Lingotto di Torino, “Cheese” a Bra e “Slow Fish” a Genova). Slow Food difende la biodiversità e i diritti dei popoli alla “sovranità alimentare”, contro l’omologazione dei sapori, l’agricoltura massiva, le manipolazioni genetiche: l’associazione è una la rete di associati che si incontrano, si scambiano conoscenze ed esperienze. Un solo imperativo categorico dunque: il “godimento gastronomico”, che diventa

però anche un atto politico, sottolineando come dietro a un buon piatto ci siano scelte operate nei campi, sulle barche, nelle vigne, nelle scuole, nei governi. Cosa può fare Slow Food per il nostro territorio? Di tutto e di più: è l’idea con la quale Salvo Paolo Mangiapane si è impegnato affinché nascesse anche nel nostro territorio una sede –detta appunto “condotta”– dell’associazione. In realtà in terra sicana era già attiva una condotta, quella di “Caccamo-Himera-Monti Sicani” guidata dal fiduciario Franco Pecoraro, con la quale Mangiapane ha collaborato attivamente. Le particolarità del territorio unite alla spinta del governatore regionale di Slow Food, Pippo Privitera, hanno però portato alla nascita di una condotta “a uso e consumo” dei nove paesi interessati. Alcune peculiarità sono infatti le produzioni di formaggi pecorini e vaccini, la varietà di pera detta “coscia” e la nota pesca di Bivona. Tra le iniziative che la condotta “Cammarata-Colli Sicani” intende mettere in atto, la realizzazione dell’“Orto in condotta” nelle scuole – iniziativa tesa a far riscoprire ai ragazzi il valore delle coltivazioni –, la creazione di un itinerario gastronomiconaturalistico della zona, 6/8 cene all’anno, la partecipazione a sagre ed eventi del territorio, la diffusione della filosofia di Slow Food. Tutto all’insegna dell’“educare-salvaguardarepromuove”. Ma non finisce qui: si sta lavorando affinché nel prossimo futuro possa essere attivata anche una condotta che abbia come capofila Mussomeli, raggruppando alcuni centri del Nisseno. La “chiocciolina” di Slow Food, dunque, ha ancora tanta strada da percorre, all’insegna del gusto, del rispetto per le produzioni tipiche e del piacere per la “buona-pulita-giusta” tavola.

I

l progetto Presidii di Slow Food nasce nel 1999 come naturale evoluzione dell’Arca del Gusto, per il recupero e la salvaguardia di piccole produzioni di eccellenza gastronomica minacciate dall’agricoltura industriale, dal degrado ambientale, dall’omologazione industriale. La certificazione è assegnata da un comitato scientifico, secondo rigidi criteri di definizione dei disciplinari di produzione. L’obiettivo del progetto è di fornire ai compratori un riferimento per acquistare prodotti di qualità, oltre che tutelare il consumatore. Il modello è quello delle produzioni di nicchia, originariamente di un mondo povero rurale, ma adesso proposto come modello elitario per intenditori che ha coinvolto la stessa politica agraria italiana. Dopo aver ricercato e catalogato i prodotti a rischio di estinzione.

T

erra Madre è una rete formata da tutti coloro che vogliono agire per preservare, incoraggiare e promuovere metodi di produzione alimentare sostenibili, in armonia con la natura, il paesaggio, la tradizione. Al centro c’è un’attenzione particolare per i territori, per le varietà vegetali e le specie animali che hanno permesso nei secoli di preservare la fertilità delle terre. Terra Madre si oppone allo sviluppo senza regole e alla ricerca di un aumento sistematico e costante dei rendimenti. Le comunità di Terra Madre danno concretezza al concetto di qualità di Slow Food - buono, pulito e giusto - dove buono si riferisce alla qualità e al gusto degli alimenti, pulito a metodi di produzione rispettosi dell’ambiente, giusto alla dignità e giusta remunerazione dei produttori e all’equo prezzo dovuto dai consumatori. I primi nodi di questa rete sono state le comunità del cibo, a cui adesso si sono aggiunti i cuochi e i rappresentanti del mondo accademico.

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I veri centri del commercio di Valentina Infantino

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’ Unione fa la forza. Una risposta positiva alla grave crisi del settore commerciale a San Giovanni Gemini, sembra essere quella legata all’iniziativa dei Centri Commerciali Naturali (CCN). Ma cosa sono i CCN ? Sono quelle zone, centri storici, vie, piazze o interi quartieri, dove spontaneamente e storicamente si sono aggregati negozi, bar, ristoranti, botteghe ed esercizi commerciali in genere. L’unione fa la forza, questo è il principio fondamentale su cui si basa la nascita del CCN “QUATTRO CANTI”. Questa iniziativa permetterà ai commercianti di avere una voce unica e di agire con forza per il rilancio economico del paese. Del CCN possono far parte le imprese artigianali, commerciali, di servizi, le associazioni sportive, le banche, le organizzazione religiose, le cui sedi ricadono in un confine ben delimitato, che va da Piazza Francesco Crispi a Piazza mercato. Il consorzio potrà ottenere agevolazioni ed aiuti (dall’Unione Europea, dallo Stato, dalla Regione e dagli enti locali), da utilizzare per le iniziative che porteranno avanti, per la riqualificazione del centro storico (manutenzione stradale, sistemazione dell’arredo urbano) per il marketing e per la realizzazione di eventi (fiere e manifestazioni culturali) La previsione è che possano essere presentati eventi tutte le settimane allo scopo di far confluire più persone in quest’area, aumentandone l’appeal che riesce ad esercitare attualmente. Il consorzio mira a riqualificare l’immagine e migliorare la vivibilità

urbana e i servizi offerti ai consumatori ed ai turisti. Il progetto del CCN “ QUATTRO CANTI “ è già stato presentato all’Assessorato regionale alla Cooperazione e al Commercio che deve pronunciarsi per l’accreditamento, successivamente sarà costituito il consorzio, dopo di che si potranno chiedere i primi finanziamenti. Tra questi vi sono prestiti a fondo perduto, che ogni singolo esercizio potrà richiedere a titolo personale. I CCN possono contare su una dotazione finanziaria, con fondi comunitari, di circa 27,5 milioni di euro, di cui il 70 per cento è già disponibile. I negozianti a san Giovanni Gemini già da tempo si sono dati da fare per combattere la crisi che li circonda, costituendo tre anni fa un’associazione chiamata “ UCS” poi ampliata e rinnovata in “START UP”, con lo scopo di promuovere con varie iniziative le loro attività e stimolare il cliente all’acquisto dei propri prodotti. Anche altri centri Siciliani si stanno mobilitando per la creazione di nuovi consorzi da Siracusa a Sciacca. A maggio è stata la volta dell’isola di Lipari, a giugno di Castellamare del Golfo e Canicattì. Del nuovo modello di sviluppo commerciale, legato alla valorizzazione dei siti naturali e dei centri urbani, se ne parla anche a Casteltermini, Mussomeli, Lercara Freddi e Sutera, un’altra occasione di sviluppo che arriva da Bruxelles per migliorare le sorti economiche dell’Isola. Un’opportunità da non perdere all’insegna della cooperazione, sperando che si riesca a superare l’innata invidia per il concorrente, favorendo il bene comune e creando una unione stabile per andare avanti.

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GIOIELLERIA | OREFICERIA | OROLOGERIA

CORSO FRANCESCO CRISPI, 99 - TEL. 0922.904440 - SAN GIOVANNI GEMINI (AG)


Prizzi: occhio al tempo di Francesco Lo Presti

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el centro storico di Prizzi, nel quartiere Croce d’Arpe, a 1034 metri di altezza sopra il livello del mare è presente da sessant’ anni una stazione meteorologica dell’aeronautica militare. Istituita il 1 Marzo del 1949, in sostituzione del vicino osservatorio meteorologico di Corleone, in quanto molto più rappresentativa a livello aeronautico e climatologico, è la più alta della Sicilia. Dai prizzesi il centro è anche chiamato con il nomignolo di “Vedetta”, proprio perché durante il secondo conflitto mondiale era un punto di osservazione militare. Da quei 1034 metri di altezza gli osservatori riescono a controllare il cielo di mezza Sicilia. Il teleposto meteo dipende a livello gerarchico e operativo dal centro nazionale di meteorologia e climatologia aeronautica di Pratica di Mare. Per l’aspetto logistico invece fa riferimento al 37°stormo di TrapaniBirgi. Dall’alba al tramonto lavorano ben cinque sottufficiali che osservano il cielo dei Monti Sicani, rilevando ogni ora i dati relativi ai parametri fondamentali della meteorologia: il vento, l’umidità, la temperatura, la pressione atmosferica; avvalendosi di strumenti analogici quali l’anemografo, il termoigrografo, il barografo, il pluviografo ed effettuando inoltre la valutazione a stima

dello stato nuvoloso del cielo, della visibilità orizzontale e del tempo atmosferico in atto o passato. Da ciò, gli osservatori elaborano con cadenza oraria, i “Metar”, ovvero messaggi meteorologici regolari per l’assistenza alla navigazione aerea. Ogni tre ore invece il “Synop”, un messaggio meteo a scopo climatologico, per particolari condizioni atmosferiche quali vento forte, temporali, tempeste e trombe d’aria. Vengono poi emessi gli “Speci”, cioè messaggi speciali selezionati per la navigazione aerea; inoltre quotidianamente provvedono alla compilazione del “SYREP”, ossia un messaggio riepilogativo dove vengono riportati i valori relativi a vento massimo, temperatura massima e minima, umidità relativa massima e minima, quantità di precipitazione e fenomeni atmosferici. Tutti questi dati vengono inviati poi al centro nazionale di meteorologia e climatologia aeronautica di Pratica di Mare, che li elabora e li archivia. In questi anni gli osservatori che si sono avvicendati dalla Vedetta hanno visto nevicate indimenticabili, hanno sentito il freddo gelido arrivare dai paesi freddi, hanno avvertito l’arrivo della pioggia e della grandine, ma anche lo splendere del sole che irradia questo meraviglioso lembo di Sicilia.

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Controcorrente di Giusy Fasino

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a prima volta che incontrai l’artista Peppe Piccica fui colpita dal suo parlare carico di pathos, di sofferenza ed emozione. Un connubio che difficilmente ritrovo nella gente. Mi raccontò della sua attitudine per il disegno a china, che purtroppo ha dovuto abbandonare a causa di un intervento al braccio che gli ha tolto sensibilità alla mano destra. Ha dirottato così la sua creatività verso un tipo d’arte alla Pollock, che definisce gravitazionale, e per la quale è stato anche criticato. Sono andata a trovarlo nella sua casa a Mussomeli in Via Madonna di Fatima al numero 40. Un’abitazione che si distingue dalle altre già dalla facciata, spesso in passato elemento cardine di numerose sue installazioni. All’interno è tutto un tripudio di colori: muri tappezzati con stampe, cartelloni cinematografici, foto. Un po’ dappertutto scatoloni pieni di VHS. Libri ovunque. E vecchie macchine fotografiche a testimoniare la poliedricità della sua anima. Come ti sei avvicinato alla fotografia? Ti sembrerà molto pictoresco, ma sono assolutamente convinto che non sono stato io ad avvicinarmi alla fotografia. È stata la fotografia che si è avvicinata a me. Forse non tutti sanno che il giorno stesso che sono nato è morta mia madre, e io ho potuto conoscere il suo volto grazie a qualche dozzina di fotografie conservate nell’album del suo matrimonio. Quand’ero bambino poi, mio nonno paterno aveva portato, di ritorno dalla guerra in Etiopia, tantissime foto dei volti e dei luoghi di quel paese, che a me incuriosivano molto e che spesso, in una specie di gioco, ritornavo a guardare. Quando hai comprato la tua prima macchina fotografica? Uno dei miei tanti errori è stato quello di non aver avuto mai il coraggio di chiedere a mio padre di comprarmene una. È pur vero che ero sempre sul punto di farlo ma desistevo perché allora si doveva risparmiare per costruire la casa dove attualmente abito. La mia prima macchina fotografica è stata comunque una Polaroid che ancora conservo. C’è stato un periodo determinante per la tua formazione? Sì, l’anno del militare. Essendo in servizio a Legnano, nel reparto bersaglieri, andavo spesso a Milano. Quando seppi che al Palazzo della Permanente c’era la mostra su Pellizza da Volpedo ci sono andato subito. Era pomeriggio e non

c’era ancora nessuno. Quando mi sono trovato là, da solo, di fronte al Quarto Stato, mi sono venute la lacrime agli occhi. Mi dissi: ma questa è fotografia! E sentii il bisogno di toccarlo. Ho un ricordo di quel momento oserei dire cinematografico, come se lo stessi vivendo adesso. Frequentavo inoltre la biblioteca di Legnano e, durante il periodo della Settimana Santa, avendo nostalgia del mio paese natio, mi accorsi che avevano Feste religiose in Sicilia di Ferdinando Scianna. Lo presi in prestito e lo divorai in un’intera nottata. La passione per la fotografia cresceva sempre più dentro di me, a tal punto che un giorno mi feci regalare da mio zio Totò una Kodak Instamatic per avere, gli dissi, dei ricordi del militare. Prima di rientrare in caserma andai a Firenze, dov’ero già stato in gita scolastica, e da alcune finestre della Cupola del Brunelleschi fotografai il panorama circostante facendo vedere la location da dove scattavo. Dopo averle sviluppate pensai che erano ottime per un’enciclopedia tipo Conoscere l’Italia, e promisi a me stesso che avrei fatto il fotoreporter. Purtroppo non mi è stato possibile. Quali soggetti hai ancora da fotografare? Amo molto lo stile del mitico Franco Fontana. Lui è in grado di fotografare paesaggi rendendoli forme geometriche quasi astratte. Anche quando vi inserisce il nudo fa in modo che si confonda con il resto dell’ambientazione privandolo della sua carica erotica. All’opposto mi piace pure Helmut Newton e particolarmente una sua foto dove non manca nulla: c’è erotismo, c’è femminilità, c’è Parigi sullo sfondo. Avrei voluta farla io!

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ll Centro di Radiologia Medica (CRM) di San Giovanni Gemini dal 1995 opera nel territorio dei Monti Sicani. Dal 2000 la Regione Sicilia ha riconosciuto il CRM come struttura preaccreditata ed ha assegnato un “budget minimo d’ufficio” obbligando la struttura all’adeguamento, per rientrare nei requisiti di legge. Per questo il CRM nel corso degli anni si è trasferito in nuovi locali e ha ammodernato tutte le apparecchiature. Il rinnovamento tecnologico con apparecchiature diagnostiche di ultima generazione (diagnostica digitale, mammografia digitale, TAC spirale multistrato, Densitometria TC, Dentalscan, Risonanza Magnetica articolare, Ecografia) ha permesso di ampliare notevolmente il bacino di utenza (circa 100.000 abitanti provenienti da oltre trenta paesi ed in particolare dai distretti sanitari di Casteltermini, Lercara Friddi, Mussomeli, Bivona e Agrigento) e ha reso il CRM punto di riferimento per tutta la comunità montana. Dal 2007 il CRM fornisce un servizio eccellente, riscuotendo notevole gradimento da parte delle popolazioni, dei medici di base e degli specialisti della zona. La direzione del CMR ha più volte a chiesto al direttore generale dell’ ASP e all’Assessorato alla Sanità una nuova contrattazione del budget, perché con quello assegnato copre solo il 15% delle prestazioni effettuate dalla struttura. Questo significa che su 50 pazienti giornalieri solo sette possono usufruire di eventuali esenzioni (per reddito o neoplasie) e per di più sono costretti a lunghe liste di attesa, fino a 4 mesi. Il diritto alla salute di tutti i cittadini afferenti al centro viene negato e pur avendo a disposizione nel loro territorio una struttura adeguata e tecnologicamente all’avanguardia sono costretti a recarsi a Palermo, Agrigento o Caltanissetta, per fare l’esame in esenzione. Questa situazione paradossale è stata denunciata più volte dal CRM agli organismi sanitari competenti e anche alle autorità, ma senza nessun esito.

È bene che le popolazioni dei monti Sicani sappiano che il centro avrebbe la possibilità di abbattere le liste di attesa e fare tutti gli esami di diagnostica radiologica (RX; TAC; ECO; RM articolari; Mammografie; Densitometrie; Dentalscan) con apparecchiature tecnologicamente avanzate, in ambienti gradevoli e a norma e con personale medico e paramedico di provata esperienza. Per ovviare a questo problema, l’assessore alla Sanità della Sicilia ha proposto con un decreto una “premialità” per cui i direttori generali delle ASP dovrebbero ridurre il budget a quelle strutture che non investono in tecnologia, locali e personale e aumentare il budget di quelle strutture che hanno investito e migliorato i servizi nel territorio. Questa rimane pura utopia, poiché nessuno decurterà il budget a queste vecchie strutture, per premiare una struttura come il CMR che si adeguata agli standard di legge. Sarebbe quindi auspicabile una presa di coscienza del problema da parte degli amministratori locali, che devono tutelare la salute dei loro concittadini e da parte delle popolazioni del territorio, che dovrebbero “civilmente” e con decisione chiedere un loro diritto. Fino a quando le autorità sanitarie competenti non daranno risposta a queste necessità, molti saranno costretti a pagare gli esami o fare parecchi chilometri pur avendo a disposizione una struttura di eccellenza nel territorio. II Direttore Sanitario Marcello Peritore Il Legale Rappresentante Vita Piazza


di Salvo Butera

Carisma entusiasmo praticità

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ra questo padre Federico Bonanno, sacerdote francescano scomparso lo scorso ottobre, che a Castronovo di Sicilia, San Giovanni Gemini e Cammarata ha lasciato ricordi indelebili. In particolare a Castronovo, padre Federico ha operato come un benefico ciclone che ha portato novità sia dentro che fuori dal convento dei cappuccini. Numerosissime sono state le manifestazioni e gli spettacoli di cui si è fatto promotore in prima persona: spettacoli con i più piccoli protagonisti, festival della canzone per gli artisti più maturi, lotterie di beneficenza, iniziative natalizie, tra cui il presepe vivente. Attività legate tutte da un filo conduttore: «L’uomo è composto di corpo e spirito e anima – amava sottolineare – il primo va nutrito col cibo, il secondo con la preghiera, la terza con attività sane che permettano alla gente di essere più allegra». Un’azione, la sua, che ha dato anche i suoi frutti: molti giovani e molte famiglie si sono avvicinati alla religione e ai francescani in particolare grazie alle capacità di questo cappuccino pieno di energie. Sacerdote dalla spiritualità profonda, non difettava, però, neanche in concretezza. Non era raro vederlo in giro con una pinza o un cacciavite in tasca. Ma soprattutto il grande “miracolo” da lui compiuto fu la trasformazione e l’apertura alla popolazione del convento dei cappuccini. Durante il periodo in cui fu guardiano, la struttura venne profondamente rinnovata e ristrutturata: sorse l’oasi francescana “Fra’ Vitale”, furono installate giostre per bambini, fu realizzato un percorso nel verde per chi desiderava silenzio e un po’ di pace e un campetto di calcio per i più giovani. L’area un tempo appannaggio esclusivo dei frati fu trasformata in casa di accoglienza per ritiri spirituali che puntualmente ogni estate registrava il tutto esaurito. Padre Federico rimarrà un personaggio indelebile nella memoria e nella storia del paese.

Una stanza del convento dei cappuccini di Castronovo di Sicilia è stata dedicata a padre Federico Bonanno. La decisione è stata presa dal consiglio della Fraternità francescana che ha scelto un’aula simbolica: quella attigua alla radio e dove, in pratica, la Fraternità stessa è nata. «Un modo per tenerlo sempre presente nei nostri incontri», afferma il ministro della Fraternità Francescana, Giovanni Mirabile.

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Il brigante, il mafioso e il poliziotto:

una trattativa! “Varsalona, l’ultimo brigante” è il titolo del volume storico narrativo di Vito Lo Scrudato in uscita con l’Editore Vittorietti. Nel libro viene ricostruita la storia vera di un mitico brigante di Castronovo di Sicilia che operò con ferocia e determinazione criminale, per un decennio a cavallo tra Ottocento e Novecento, in un vasto territorio che comprendeva ben 14 Comuni. Si trattava del territorio interno dell’antichissima via del sale che da sud a seguire la valle del Platani risaliva per il fiume San Leonardo fino al Mar Tirreno: una strada antica, ma attuale per le abitudini di spostamento dei siciliani di quella zona interna: transumanze, fiere, bracciantato mobile. Nel momento di maggiore scontro con le Forze dell’Ordine Varsalona venne raccontato come un eroe astuto e audace che con spiritose trovate si faceva beffa degli inseguitori in divisa. Diversi articoli di cronaca riferirono che il brigante sfuggiva alla caccia delle squadriglie travestito di volta in volta da prete, da donna, da contadino gravato da una zappa sulla spalla, da ambulante carico di scope con un cappuccio calato sul capo, da monaco, da pastore. La stessa fine del brigante (morte? fuga?) fu segnata dal mistero e dai tortuosi disegni di quella mafia che oltre cento anni fa operò nel cuore delle Montagne Sicane. Il mistero alimentò a lungo il suo mito che si fece durevole leggenda. Il brano seguente narra di una trattativa saltata tra forze dell’ordine e il brigante Varsalona. Una vecchia storia con forti analogie con l’attualità. La casa di Francesco Lino venne avvicinata e non completamente accerchiata, dalla Forza Pubblica. I Carabinieri bussarono alla porta d’ingresso senza curarsi di sorvegliare anche l’uscita sul retro che dava sulla campagna. Francesco Lino, uomo dal carattere risoluto, prese tempo e non aprì, poi però di fronte alla minaccia dei militari di buttare giù la porta li fece retrocedere prendendoli a schioppettate e si coprì di gloria. La notte fu spezzata dalle detonazioni della carabina di Ciccu Lino che fece tre volte centro, e dalle armi dei Carabinieri che risposero inutilmente, perché l’uomo dopo un po’ si arrese. Perché Francesco Lino resistette alla perquisizione? Semplice ed incredibile: a casa sua si trovava proprio quella notte il suo amico Ciccu Paulu Varsalona, già in apprensione per le notizie che giungevano circa l’avvio delle operazioni militari. Con lui c’era anche un altro componente della banda. Coperti dal fuoco dell’ospite i due banditi presero la via della fuga uscendo dalla porta sul retro e guadagnando a grandi passi la campagna e la salvezza. Ai Carabinieri rimase l’amara constatazione che uno dei loro, Salvatore Gambacorta, ci rimise la pelle, e che - era ora! – la casa era dotata di una porta

sul retro, verso la campagna. Quando si sapeva già che sarebbe presto cominciata la grande caccia, Varsalona mandò a dire al Generale Mirri che si sarebbe anche arreso, ma voleva trattare le condizioni della resa. Questa profferta dimostra che don Ciccu Paulu non si era illuso circa la durezza della nuova situazione. Il generale Mirri da parte sua non lasciò cadere la disponibilità del bandito e scelse un suo negoziatore che inviò a parlamentare dalla moglie chiesastica Maria Patti, in quel di Castronovo. Incaricò della delicata missione un funzionario che sempre riscosse la stima e la fiducia dei superiori, il Commissario di Pubblica Sicurezza Giuseppe Alongi. Alongi andò a fare visita alla donna e parlamentò con lei la resa del marito. La signora Varsalona si fece convincere che quella era una via d’uscita conveniente che la metteva al riparo da un’assai probabile imminente vedovanza e da altre conseguenze su di lei e sui figli, quali arresti, processi e condanne. Ovviamente non era più nelle condizioni di parlarne direttamente col marito, perché la sua casa era sorvegliata e così si recò da Francesco Lino per sottoporre a lui l’eventualità della resa offerta dal Generale Mirri. Francesco Lino aveva mille motivi per non avallare una simile ipotesi, in effetti nessuno dei complici grandi e piccoli vedevano con favore una consegna di Varsalona alle autorità: di quanti segreti era depositario il bandito di Castronovo? Varsalona vivo nella mani di Mirri era un rischio altissimo, egli avrebbe potuto barattare le condizioni e la durata della detenzione con una chiamata in correo di massa, la qual cosa significava la fine non solo della banda di briganti, bensì della più eletta mafia di quel vasto comprensorio. La Patti commise perciò un grande errore andando a consigliarsi da Lino, il quale fece quanto era nel suo interesse: la dissuase e fece saltare la trattativa. La donna l’indomani diede risposta negativa ad un Alongi pieno di aspettative e di lì a pochi giorni la situazione trascese nel noto conflitto a fuoco nella casa del possidente castronovese. Perché Varsalona si trovava proprio lì nella notte del 12 Novembre? C`è una sola spiegazione: iddu discuteva della possibilità di una resa, mentre Lino si opponeva. Francesco Lino potrebbe addirittura avere messo Varsalona davanti al fatto compiuto con le schioppettate all’indirizzo dei militari, costringendolo a fuggire dalla porta sul retro. A noi ciò sembra assai plausibile. Al processo di Termini aleggiò la volontà di salvare il maggior numero di imputati dando la responsabilità di tutto a don Ciccu Paulu. Non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima che facendo saltare una testa se ne salvassero tante altre e magari altrettanto colpevoli.

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Nick Dioguardi:

una vita su di giri di Giusy Fasino

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egli States per tutti è “Dio”, ad Alia “Zio Nick.” Un’unica identità vista da due culture differenti, entrambe in un qualche modo sue. Nick Dioguardi è siciliano di nascita, californiano d’adozione. La sua vita? Da sempre una sfida. Fin da quando i suoi genitori decisero di partire per quel mondo che aveva visto nascere sua madre. Quel mondo tanto diverso dal suo paesino di montagna dove amava trascorrere le giornate in compagnia del nonno e dei cavalli e dove ora, ammette con un amaro sorriso, si sente straniero. E pensare che non voleva andare, che suo padre dovette dargliele di santa ragione per fargli fare la foto del passaporto e promettergli perfino un’auto in cambio del suo benestare. Aveva soli quindici anni, era il luglio del 1949, e ancora non sapeva che il suo destino fosse diventare, per ben 3 volte, campione mondiale di Formula Indy. Ma due mesi dopo il suo arrivo aveva già riscosso il pegno. Dopo appena un anno si era iscritto come socio al club automobilistico locale, occupandosi della verifica delle macchine. Iniziò a gareggiare con una Fiat Abarth 750 Record Monza Zagato, “graziosissima – racconta – ma cuomu sustanza nenti. Partivo, andavo bene, ero in testa, ma u muturi mi lassava appedi.” Ciononostante si conquistò il patentino d’amateur (principiante) e soprattutto si fece notare in pista da quelle stesse scuderie che poi lo hanno ingaggiato. Dieci anni più tardi acquistò il suo primo “cavallino”, una Ferrari Mille Miglia, inaugurando contemporaneamente una concessionaria di casa Maranello a Glendale, a pochi minuti da Hollywood. Nel 1965 fu il turno di una Brabham. Alla fine del ‘66 vinse l’ARRC a Riverside. Una vittoria che gli costò una grande rinuncia: la partecipazione alla Targa Florio, il suo sogno da bambino. Adesso, n’è diventato l’apripista d’eccezione a bordo della sua Lotus. La partita più decisiva nella sua carriera l’ha dovuta giocare il 30 maggio del 1973 sul circuito di Riverside. Era quasi al traguardo e, alle 14:30 circa, all’uscita da una curva, a 300 Km/h, con 27” di vantaggio, l’esplosione. La sospensione posteriore si rompe e la sua Ti22 in titanio va a infrangersi contro il guard-rail. Dappertutto pezzi d’auto. Il pubblico assiste attonito, qualcuno recupera perfino uno specchietto che in seguito gli restituirà. Nick è tutto un fuoco. Viene ricoverato per un anno al Memorial

Hospital di Glendale, sottoposto a continui autotrapianti di pelle. Ironia della sorte la stanza è la stessa in cui una ventina d’anni addietro moriva invece un altro mito, James Dean. Nella sua cara terra natia è ritornato per la prima volta nel 1987. Da allora va e viene. Qui ha portato la sua America. Un garage, una specie di museo: auto d’epoca da lui restaurate o ancora da restaurare; ritagli di giornali (è stato anche in copertina sul Sunday Time), libri che parlano anche di lui (come “Can-am Challenger” di Peter Bryant) e foto appese sui muri o conservate qua è là; coppe e targhe ricordo dei tanti raduni a cui ha partecipato e che tutt’ora organizza, o dei set cinematografici hollywoodiani in cui è stato (ha fatto lo stunt-man ne “Il maggiolino tutto matto”, è stato la controfigura di Jamer Garner in “Grand Prix”, ha lavorato con Steve Mc Queen in”Le Mans”, con Elvis Presley ha girato tre films, e ha interpretato tre diversi ruoli ne “Il Padrino” parte terza). Chi è nel profondo Nick Dioguardi purtroppo né queste parole, né molte altre, bastano. Bisogna conoscerlo, lasciarsi trasportare dal suo essere. Ti dà carica, ti spinge a credere in te e nelle tue aspirazioni, mosso da una sola convinzione: ciò che manca ai nostri giovani non né il talento né la passione, ma le strutture e le occasioni. Per questo l’incoraggia a inseguire sempre i propri ideali, come fece con lui il pluricampione Manuel Fangio. Ma li avverte: “chi non accetta la sconfitta non potrà mai essere vincitore.”

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Archi da sempre di Raffaele Di Raimondo

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i presenta come un’edizione ricca di emozioni. E’ la festa degli Archi di Pasqua di San Biagio Platani, che ancora una volta incanterà turisti e appassionati per quella che ormai viene definita la più bella tradizione pasquale della Sicilia. E le emozioni arriveranno in occasione della visita congiunta degli emigrati sambiagesi di Chicago e dei cittadini del comune gemello di Remchingen. Questi ultimi per festeggiare il venticinquesimo anniversario dell’atto che sancì la comunione fraterna tra il piccolo comune montano e la comunità tedesca, mentre gli italiani d’America per ricambiare lo scambio culturale avvenuto l’anno scorso. Un evento che sarà anche immortalato da un annullo postale. Sarà quindi un’occasione unica per riunire i tanti sambiagesi sparsi per il mondo. E lo scenario sarà appunto rappresentato dagli Archi di Pasqua, tradizione che risale al periodo di fondazione del paese, 1635, quando Giovan Battista Gerardi ottenne la Licentia Populandi al costo di 200 onze. In quel periodo in sicilia dominavano gli spagnoli, in particolare a Palermo, città di provenienza del fondatore di San Biagio. Ed è appunto da questa influenza che nasce questo rito, il quale affonda dunque la sue radici nei riti spagnoli dell’epoca. Il tutto prende forma dal culto di Maria e Gesù, dalla passione di Cristo nella settimana Santa e dalla Resurrezione di Pasqua. Attori principali due confraternite rispettivamente devoti al Cristo e alla Madonna: i Signurara e i Madunnara. Nella parte antistante la chiesa Madre, le due confraternite si sono occupate, fin dagli albori, della realizzazione di due archi contrapposti raffiguranti le effigie della Madonna e del Cristo Risorto. Due Archi, in origine, costituiti da due pali e una trave di supporto, a cui vengono applicati delle strutture triangolari chiamati in gergo contadino “tulara”. Al di sopra di essi una struttura raffigurante la Madonna o il Cristo, e al di sotto due strutture di chiusura (sott’arco) con le scritte simbolo ormai delle due confraternite: “Viva Maria Santissima” e “ Viva Cristo Risorto”. Ma tutto il significato profondo degli Archi, prende corpo già nella settimana Santa. Le processioni religiose, con i simulacri gestiti dalle due confraternite, attraversano, nel lungo percorso che porta al Golgota, gli Archi, tenuti non a caso spogli. Durante il venerdì Santo, giorno di lutto e penitenza, gli Archi vedranno passare i due simulacri completamente spogli di ogni loro addobbo. Unico addobbo permesso il rosmarino, simbolo ancestrale del lutto e della penitenza. Ed è da questo istante che gli Archi assumono tutto il loro valore simbolico che culminerà nella giornata di Pasqua, giornata di festa e di Resurrezione. Due processioni separate, gestite dalle due confraternite, avviano il loro percorso in maniera indipendente, per incontrarsi come per magia sotto la Chiesa Madre, luogo sacro, delimitato dai due archi, teatro del momento più significativo dell’intera manifestazione: l’incontro tra il Cristo Risorto e la Madonna. Ma ancor prima, lungo il suo percorso che porterà la Madonna all’incontro con il Cristo Risorto, il momento che segna il passaggio, il momento che più di ogni altro decreta la vittoria del Cristo sulla morte, e che fa capire che è momento di

fare festa. Un angelo, sceso da uno degli archi, annuncia la risurrezione del Cristo, toglie il velo di lutto, la Madonna stende le braccia, le colombe bianche spiccano il volo, e tutti i simboli del lutto, compreso l’andamento della processione e la musica al seguito, possono finalmente cambiare tono e annunciare la Pasqua. Fin qui il significato storico religioso della festa. Ma la stessa ha anche un significato sociale, legato alla natura degli addobbi e alla condizione di civiltà contadina dell’epoca. Il pane, i dolci e quant’altro rendeva gli archi estremamente ricco, aveva lo scopo di sfamare le tante famiglie bisognose dell’epoca. Una volta conclusa la giornata e tutto il rito religioso, tutto questo veniva smontato per essere offerto in dono. I materiali usati per la realizzazione degli Archi sono tutti materiali naturali, ossia con tutto quello che la natura offriva alle genti dell’epoca: canne di fiume, salice, rosmarino, alloro, datteri, cereali ecc. In particolare le strutture portanti vengono ricoperte da canne e salice, gli addobbi in pane lavorato e cereali. Ma l’elemento di maggiore caratterizzazione degli Archi è la rivalità tra le due confraternite basata sulla bellezza artistica dei manufatti. Rivalità mai sfociata in azioni violente, ma in romantiche storie di spionaggio. A seguito dell’aspetto religioso, ricordiamo infatti che il venerdì santo gli Archi devono rimanere spogli. Il tutto viene montato dunque tra la notte del sabato e la domenica mattina. E’ dunque evidente che il lavoro di mesi e mesi viene scoperto in quell’arco temporale ridottissimo. Ed è li che si consumano i commenti e i tentativi sempre vani di assegnare un trofeo simbolico alla migliore confraternita. In questo clima di sfida, il lavoro preparatorio dei mesi precedenti deve essere fatto nel più assoluto riserbo, per preservare la segretezza delle idee e delle realizzazioni. Competizione che svanisce il giorno di Pasqua, giorno di festa e di reciproca soddisfazione per aver contribuito ancora per una volta a quella che è definita la più bella tradizione pasquale della Sicilia.

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I luoghi della Santuzza di Valentina Maniscalco

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a secoli Santa Rosalia è oggetto di devozione da parte degli stefanesi, da quando nel XII secolo la vergine palermitana si rifugiò nelle terre della Quisquina per dedicarsi alla preghiera e all’ascetismo, trascorrendo dodici anni in solitudine presso una grotta buia e angusta. E sono secoli che si ripete la tradizione dei festeggiamenti in suo onore, che negli anni si è arricchita di eventi e appuntamenti sempre nuovi. In passato le celebrazioni avevano inizio la prima domenica di giugno e si protraevano fino al martedì; col passare degli anni, il periodo festivo si è dilatato: si comincia il venerdì precedente e si termina il mercoledì successivo. Anche quest’anno la tradizione si ripete, e dal 4 al 9 giugno, la comunità stefanese festeggia Santa Rosalia e dimostra tutta la devozione e la fede verso la sua patrona. La domenica è la giornata dedicata alle manifestazioni religiose: si incomincia con la Messa solenne, e nel pomeriggio il busto argenteo contenente le reliquie della Santuzza è portato in processione per le strade cittadine. La tradizione vuole che il lunedì mattina si faccia il giro del paese per la classica raccolta delle uova: queste verranno poi consumate il giorno dopo durante la scampagnata alla Quisquina. Il martedì, infatti, è un’altra giornata ricca di eventi religiosi: alle prime ore del mattino ha inizio il tradizionale pellegrinaggio dei fedeli per portare il busto argenteo della Santa alla Quisquina. Tutti gli stefanesi partecipano al pellegrinaggio, c’è chi “accompagna” la Santa a cavallo, chi in-

vece fa “lu viaggiu scazu”, cioè raggiunge la meta a piedi nudi, per far fede a un voto o chiedere una grazia a Santa Rosalia. Tutti i fedeli percorrono il tragitto, di circa 12 km, che separa il paese dall’Eremo della Quisquina, attraversando “la rocca”, dove è presente una statua della Santa, e si pensa si sia riposata anche lei molti secoli fa durante la sua fuga da Palermo, e il bosco della Quisquina, dove una fitta vegetazione regala un po’ di fresco ai pellegrini. Giunti a destinazione, viene celebrata la Messa solenne nel santuario, e poi i fedeli si fermano nei boschi per la tradizionale scampagnata. Nel tardo pomeriggio si riprende il cammino: la Santa viene riaccompagnata in paese, dove si terrà la suggestiva processione: la statua viene scortata dai cavalieri, fedeli che addobbano i propri cavalli in onore di Santa Rosalia, e che si esibiscono in piazza, al termine della processione, per rendere omaggio alla patrona. La serata si conclude con lo spettacolo dei giochi pirotecnici, ma in realtà i festeggiamenti non sono ancora finiti. Infatti dal venerdì precedente, fino al mercoledì, ci sono vari appuntamenti e manifestazioni che si affiancano alle celebrazioni religiose: spettacoli musicali, mostre di vario genere,esibizioni equestri e intrattenimento per bambini. Durante l’ultima serata si tiene il concerto conclusivo di un cantante noto e si procede con l’estrazione della lotteria collegata alla festa, che ogni anno regala ai fortunati devoti tanti ricchi premi.

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Vivamus mea Lesbia! di Pierangela Maniscalchi

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osa hanno in comune l’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America e la Svizzera? No, non stiamo parlando di forme di governo, struttura amministrativa o gestione del denaro. Niente di tutto ciò. Più semplicemente, il fatto che per esprimere il senso della propria unità, tutte e tre si sono affidate a un’unica lingua. Attenzione però! Se state pensando all’inglese, allo spagnolo o al francese, spiacente: buco nell’acqua. Se invece state pensando a quella che un tempo, esattamente fra il I e il IV secolo dopo Cristo, era considerata la “lingua del potere” dell’Imperium Romanum, avete indovinato: parliamo del latino. Gli europei infatti si sentono un unico popolo al grido di “in varietate concordia – unità nella diversità”, mentre gli stati dell’unione americana dal 1776 sono diventati “da molti, uno – e pluribus unum”. E la Svizzera? Per evitare “preferenze” fra le sue tre lingue ufficiali (e le sue quattro lingue nazionali) è ancora chiamata ufficialmente Confoederatio Helvetica (o Helvetia). E lo sapevate che attualmente le lingue con maggiore somiglianza al latino sono il sardo per la pronuncia, l’italiano per il lessico, il rumeno per la struttura grammaticale – la “famose” declinazioni? Non solo: il latino ecclesiastico è la lingua ufficiale della Santa Sede, viene inoltre usato per designare i nomi nelle classificazioni scientifiche degli esseri viventi. Altro che “lingua morta”! Così come per gli uomini per cui l’immortalità è data dalla propria discendenza, anche per le lingue – che come ogni vivente nascono, crescono e muoiono – la sopravvivenza è infatti assicurata dalla loro evoluzione in altri idiomi. E l’albero genealogico della nostra lingua antenata è abbastanza variegato: italiano, francese, spagnolo, rumeno. Ma anche il sardo e… l’inglese. L’inglese? Si, per via della colonizzazione romana della Britannia e della dominazione normanna –perché i Normanni, guidati da Guglielmo il Conquistatore, provenivano proprio dal nord della Francia. E se aveste nostalgia dei suoni della lingua latina, collegatevi in Finlandia con la radio che trasmette interamente in latino (rintracciabile anche sul sito www.yleradio1.fi) o fate una gita a Catania dove il Circulus Latinus Catinensis è promotore di un telegiornale settimanale interamente in latino dal nome Nuntii Latini Italici, che può essere visto e ascoltato sul web (www. radiozammu.it). Per non parlare dell’informazione: il giornale http://ephemeris.alcuinus.net è interamente scritto in latino. Anche la musica parla il “latinorum” di don Abbondio nei

“Promessi Sposi”: molti gruppi musicali del genere gothic metal, symphonic metal (ad esempio gli Elend o i Dark Sanctuary) o black metal usano spesso frasi, o anche interi testi di canzoni, in latino. E Topolino? Esiste anche una versione latina del celebre giornalino. Non bisogna poi fare nessun tipo di ricerca se invece pensiamo a quante espressioni, modi di dire e proverbi in latino vengano usate nell’italiano corrente: pensiamo ai famosi “gratis” o “grosso modo”. Ancora “errare umanum est” e “mens sana in corpore sano”. E quanti non hanno mai esclamato “in vino veritas”? Non è dunque così necessario aver studiato il latino al liceo per poter comprendere il significato delle frasi di uso corrente: armati di pazienza e curiosità, l’invito è quello di digitare su un qualsiasi motore di ricerca le parole “lingua latina” e scoprirete come il latino, da lingua morta e noiosissima materia scolastica per la maggior parte degli studenti liceali, è invece un mondo da scoprire. Anche su Vicipaedia, edizione latina della più celebre Wikipedia (http://la.wikipedia.org/)! Ad maiora!

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PrimaVeraAntimafia: la legalità diventa talk show

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n talk show per parlare di giustizia e di legalità: per un giorno, il teatro comunale Di Pisa di Casteltermini si è trasformato in un salotto televisivo. L’occasione: la seconda edizione della “PrimaVerAntimafia”, manifestazione voluta dall’amministrazione comunale per sensibilizzare le scolaresche e la cittadinanza sui temi della cittadinanza attiva e dell’antimafia. Con una dedica a don Pino Puglisi, l’evento ha visto la partecipazione di ospiti d’eccezione. L’appuntamento è stato pensato “con il cuore e dedicato ai nostri studenti, assoluti protagonisti della manifestazione, che hanno fatto le loro domande agli ospiti sul palco”, come ha spiegato il sindaco Nuccio Sapia. Il primo cittadino a nome dell’amministrazione ha voluto “portare un messaggio semplice ed efficace, che confermi come solo con la legalità, vissuta quotidianamente, si possano costruire una Sicilia e un mondo migliori”. La “PrimaVerAntimafia” ha avuto luogo sabato 20 marzo e per i partecipanti è stato come essere protagonisti di una puntata del “Maurizio Costanzo Show”: un palcoscenico che si erge sulla platea, dove gli ospiti sono stati invitati a sviscerare e dibattere il tema della legalità. Conduttrice la giornalista castelterminese Maristella Panepinto, che di volta in volta ha passato il testimone ai diversi personaggi presenti, a iniziare da Silvana Saguto,

giudice per le indagini preliminari al Tribunale di Palermo, vera e propria lady di ferro nella lotta alla mafia. È stata poi la volta del pm Fernando Asaro, sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, è stato l’accusa nel processo al boss Fragapane, condannato, un anno fa, all’ergastolo. A parlare di antimafia anche il capitano Alessandro Trovato, comandante della compagnia carabinieri di Cammarata, lo scrittore I.M.D (che usa una sigla per ragioni di sicurezza), autore del libro Catturandi, edito da Flaccovio editore, che racconta la cattura del superboss Bernando Provenzano. Presente anche Fabio Messina, giovane imprenditore palermitano, schierato nella lotta alla mafia e al pizzo, che, insieme con la neo moglie, ha messo su a Palermo il negozio “Punto Pizzo Free”. A completare il carnet degli ospiti, il giornalista, Claudio Reale della rivista “S”. La discussione è stata intervallata da due momenti musicali: uno a cura di Giuseppe Milici & Mauro Schiavone, armonicista e pianista di alcune tra le più importanti stars musicali internazionali; l’altro ha visto come protagonista Gaia Pellitteri, giovanissima pianista castelterminese. Le coreografie sono state curate dai bimbi della scuola De Cosmi, la regia video da Salvatore Di Piazza e mentre il visual design da Vincenzo Insalaco.

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Un sogno... in volata di Pierangela Maniscalchi

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e gli chiedete di scegliere fra Coppi e Bartali, le sue idee sono più che chiare: sta dalla parte del Campionissimo, l’Airone che ha il record dei Giri d’Italia vinti, con cinque maglie rosa all’attivo. E se avete la curiosità di sapere qual è il suo colore preferito, sicuramente la risposta sarà giallo, lo stesso della maglia che indossano i vincitori del Tour de France. Lui si chiama Domenico Agosta, classe 1983, lercarese, e dal 2008 ha realizzato il primo obiettivo della sua carriera: diventare un ciclista professionista. Il prossimo: mettersi in mostra nelle competizioni italiane e anche internazionali a cronometro e vincere nelle corse di un giorno, come la MilanoSanremo o la Parigi-Roubaix, mentre la Liege-Bastogne-Liege – quando era ancora dilettante – già fa parte del suo curriculum. Pur avendo un nonno in passato costruttore di biciclette, Domenico inizia ad appassionarsi al mondo del ciclismo a 14 anni, quasi per caso. Studente di Scienze motorie quasi “a tempo perso” visti i numerosi impegni agonistici, Agosta milita nella CDC Cavaliere, team di ciclismo professionistico marchigiano di cui da poco è entrato a far parte. E i successi non si sono fatti attendere: nel recente Giro della provincia di Reggio Calabria, infatti, Domenico ha vestito la maglia dei traguardi volanti, contribuendo così a far si che la sua squadra uscisse vincitrice dalla competizione a tappe. E pensare che è stato anche sul punto di mollare: alla fine però la passione per il ciclismo ha vinto sulla fatica e sulle immancabili difficoltà che si presentano, qualsiasi sia la strada che si è deciso di intraprendere. Invece no: la stoffa c’è ed è uscita fuori, nonostante un infortunio al ginocchio che lo ha fermato per sei mesi. Prima ha corso da dilettante in Sicilia, poi in Toscana: arrivano in seguito uno stage alla Selle Italia, la militanza dapprima nella Nippo Endeka e successivamente nella Meridiana. E adesso la marchigiana CDC Cavaliere: 16 atleti, un team manager, due direttori sportivi, un medico, tre massaggiatori, quattro meccanici. Senza contare le tre ammiraglie, un pullman, i due caravan e gli altrettanti camion. Si definisce “fortunato” Domenico rispetto a tanti altri ragazzi come lui: semplice e con la testa sulle spalle, Agosta è un ragazzo modesto. Alla fortuna si affianca la bravura, che lo ha fatto spiccare agli occhi dei suoi dirigenti e gli ha fatto guadagnare un posto in squadra. Con le idee ben chiare: mettersi in mostra e conquistare uno spazio tutto per se, oltre a fare da supporto ai suoi compagni e fare “gioco di squadra”. Se infatti ai tempi di Coppi e Bartali l’espressione più frequente nel ciclismo era “un uomo solo al comando”, adesso nel mondo

delle due ruote l’imperativo è uno solo: vincere insieme, dando lustro e meriti all’intero team. È anche generoso e premuroso Domenico nei confronti della sua terra d’origine, Lercara Friddi e i Monti Sicani che per primi lo hanno visto pedalare sulle proprie strade: si è fatto promotore di un movimento a sostegno dello sport nel territorio, che valorizzi e sponsorizzi non solo il ciclismo ma anche tutte le altre attività sportive. Diventare un ciclista professionista era uno dei suoi più grandi sogni: c’è riuscito. Adesso però Domenico spera anche di potersi laureare, diventare un dottore in Scienze motorie per assicurarsi un futuro e continuare – magari – a lavorare nel magico mondo del ciclismo.

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Eventi

& dintorni

San Biagio Platani

Castronovo di Sicilia

Santo Stefano Quisquina

Archi di Pasqua aprile 2010

Festa del SS. Crocifisso 3 Maggio 2010

Festa di Santa Rosalia 4 - 9 Giugno 2010

Cammarata Festa dell’Immacolata 16 maggio 2010 Crocifisso degli Angeli 23 maggio 2010

San Giovanni Gemini Festa di Gesù Nazareno 13 Giugno 2010

Valledolmo Giornate dell’agricoltura 30 Aprile 2010

Casteltermini

Prizzi Festa di San Giorgio Martire 23 aprile 2010 Festa di Santa Croce (TATARATA) 23 Maggio 2010

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