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N째2 - ANNO XII - DICEMBRE 2010 COPIA GRATUITA

NEL CUORE DELLA SICILIA TURISMO E CULTURA SUI MONTI SICANI


SOMMARIO

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EDITORIALE Nel cuore della Sicilia

SPECIALE

Le perle dei Monti Sicani

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Predatori di scavi dimenticati di Adriano Madonia e Massimo Rotolo

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Custode del tempo di Giusy Fasino

Doctor Asino Nel baule della dote di Pierangela Maniscalchi

20 Primi della classe

di Grazia La Paglia

Monti Sicani: le novitĂ  sul parco

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30 Freddo e neve in arrivo di Alessio Lo Sardo


Nonò Salamone la voce del popolo di Giusy Fasino

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A scuola di Natura

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Turismo rurale

46 ORIENTEERING lo sport dei boschi di Adriano Madonia e Massimo Rotolo

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Welcome to Cianciana di Gaetano Alfano

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58 Adorato Presepe di Giuseppe Di Raimondo

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Radio Gemini instancabile emittente

52 Un utile intreccio

Noi ti vediamo

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Eventi & Dintorni


Periodico a cura della Testata Giornalistica Studio Fantasy News Registrazione Tribunale di Agrigento numero 212 del 10/06/95 Anno XII Numero 2, Dicembre 2010 Edito dall’ Associazione Studio Fantasy Magazè Via Campania, 2 - Cammarata (AG) Tel/fax 0922900717 cod. fisc. 93027138843 P.Iva 02515360846 info@magaze.it www.magaze.it Responsabile Editoriale Tommaso Maggio Direttore Responsabile Pierangela Maniscalchi Redattori - Coordinatori Francesco Lo Presti Agostino Tuzzolino Hanno collaborato: Gaetano Alfano, Raffaele Di Raimondo, Giusy Fasino, Grazia La Paglia, Alessio Lo Sardo, Adriano Madonia, Massimo Rotolo, Vincenzo Sacheli Pubblicità Enzo Fasino commerciale@magaze.it Photo Gianpiero La Palerma Studio Fotografico Ciak Studio Photocolor Franco Amico Peppe Piccica Impaginazione magaze.it Tipografia RS Arti Grafiche In Copertina Grotta dell’acqua Fitusa San Giovanni Gemini foto di Marco Vattano Nessuna parte della rivista può essere in alcun modo riprodotta senza autorizzazione rilasciata da Magaze.it. Chiuso in redazione il 4 dicembre 2010

editoriale Un po’ per gioco e un po’ per passione: è così che è nata l’idea di questo numero, dedicato in larga parte ai tesori nascosti dei Monti Sicani. Si, nascosti: una ricchezza in termini di risorse paesaggistiche, ambientali, culturali, archeologiche, enogastronomiche. Itinerari sconosciuti soprattutto a noi che questi luoghi li viviamo, diciamo di sentirli nostri. Questo numero di Magaze è dedicato dunque più a noi che ai Monti Sicani: a noi, discendenti dei progenitori autoctoni di queste terre che troppo spesso, per pigrizia o per distrazione, lasciamo sepolti sotto l’incuria e l’abbandono i nostri tesori, che invece ci aspettano, pazienti, in attesa di mostrarci la loro bellezza e il loro splendore. Magaze nasce dalla passione di un gruppo – ormai noto – che ama due cose: l’informazione e i Monti Sicani, che si sforza di coniugare dovere di cronaca e dovere di informare, di mettere al corrente – grazie a Internet – il mondo intero delle risorse preziose che possono essere valorizzate in questo lembo di Sicilia. Un pezzo di Sicilia che ha la sua storia millenaria alle spalle, fatta di civiltà e cultura preistorica: preistoria che non è arretratezza, ma sapienza ricavata dalla Terra e dalla semplicità del contatto con la Natura. Tutte cose che possono essere riprese e valorizzate: la cultura del turismo rurale, delle fattorie didattiche, dell’eccellenza dei prodotti tipici dei nostri luoghi. Tutto sapientemente custodito, ripensato e rilanciato in un mondo sempre più globalizzato e globalizzante: glocal è il termine che va tanto di moda fra gli addetti ai lavori. Un sistema locale che sa inserirsi e armonizzarsi con quello globale. Come? Puntando alla qualità dei suoi manufatti, al gusto dei suoi piatti, alla peculiarità delle sue risorse. Ecco: è questo il “gioco” da cui nasce Magaze. Il gioco del mettersi davanti a una pagina vuota e pensare “come sarebbe se…”: se le nostre strade fossero piene di turisti, di scolaresche o semplici curiosi che per passione o divertimento ammirano i nostri Monti Sicani, imparano ad amarli e a sentirli un po’ parte di loro, perché la gente che li abita ha saputo comunicare il vero spirito di questa terra. Una terra che chiede solo una cosa: essere amata. Di più e meglio. Buona lettura!


di Adriano Madonia e Massimo Rotolo

Predatori di scavi dimenticati


P

osta nella parte est del colle Puzzillo, detto anticamente Tibrisco, la grotta dell’acqua Fitusa riveste particolare interesse per la formazione geologica, per l’importanza storica e per quella avifaunistica. Essa ricade su un territorio un tempo appartenente al Sac. Giuseppe Longo, il quale verso la fine dell’800 nei pressi vi costruì un edificio probabilmente destinato alle cure termali, ormai da tempo abbandonato. La grotta si apre ad una quota di circa 410 metri s.l.m, lungo un versante di faglia. L’ingresso principale avente un altezza di sei metri, è raggiungibile attraverso un piccolo sentiero che dal pianoro detritico sottostante giunge fino all’imbocco. Dal punto di vista geologico la cavità è costituita da calcari e calcari marnosi biancorossastri del Cretaceo

superiore – Eocene, mentre l’andamento della grotta presenta un predominare di gallerie sub-orizzontali aventi dimensioni diverse ma non molto elevate, la cui origine e da attribuire allo scorrimento idrico in regime freatico. Sin dall’antichità la grotta suscitò curiosità da parte degli uomini del circondario ma come dice il Tirrito “ nonostante gli studi paleontologici nessuno a voluto esplorare quell’antro…”. La prima vera esplorazione del grande salone di crollo della grotta, venne effettuata nel 1931 ad opera di un gruppo di “arditi” cittadini di Cammarata che “con mezzi adatti riuscirono a costatare la situazione presente e vera della leggendaria grotta”. A seguito di questa prima esplorazione venne redatta la prima descrizione degli ambienti della grotta e dei relativi cunicoli pubblicata nel 1934 da S. La Pilusa.

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Nel 1969, nel 1970 e nel 1971 a seguito di una esplorazione effettuata dal gruppo speleologico Agrigentino furono condotte le prime campagne di scavo, dall’Istituto Italiano di Preistoria in accordo con la Soprintendenza alle Antichità di Agrigento, condotti da A. Palma di Cesnola, G. Bianchini e P. Gambassini insieme ad altri collaboratori. Gli scavi furono effettuati nelle vicinanze dell’ingresso , lungo la parete sud della grotta per una superficie complessiva di circa dieci metri quadri. La prima fase abitativa ad opera di cacciatori del paleolitico superiore, presenti nel ramo sud della grotta, è attestata da numerose tracce di avanzi di pasto( resti di ossa di cervo e cinghiale) e da tracce di focolari. Gli scavi hanno portato alla luce 2310 strumenti litici quasi esclusivamente in selce con qualche eccezione in quarzite. La quantità di strumenti in selce è data dalla presenza di numerosi giacimenti nel circondario. Tra i numerosi oggetti litici si annottano pochi bulini, parecchi grattatoi, molte punte a dorso, alcuni geometrici e moltissimi denticolati. L’industria litica attribuita all’epigravettiano finale trova confronti con quella del giacimento siciliano di San Teodoro ad Aquedolci nel messinese. L’analisi del C14 (carbonio 14) dei resti del carbone trovato nelle tracce di focolare nello strato, ha permesso una datazione assoluta a 13.760 (+/- 300) anni fa. La seconda fase di occupazione viene documentata dalla comparsa di alcuni frammenti di ceramica eneolitica, uno a vernice rossa lucida con reticolo nero attribuibile alla facies Serraferlicchio, un altro bordato di nero con banda rossa che potrebbe essere riferito alla facies del Conzo, un’ ansa di ceramica ad impasto

monocroma rossa probabilmente della facies di Malpasso ed infine un frammento ceramico grigio con impressione a crudo appartenente alla facies S.Cono – Piano Notaro. In questa fase avvengono dei lavori in grotta, infatti il suolo viene livellato su una superficie di parecchi metri quadri e si costituisce un piano acciottolato e battuto. I ciottolo per la pavimentazione provengono sicuramente dal vicino fiume che doveva essere di notevole importanza gli abitanti della grotta. A causa dello spessore estremamente ridotto dello strato soprastante il selciato, non è facile stabilire la durata della seconda fase di occupazione della grotta. La grotta nel lato Nord venne utilizzato nello stesso periodo come area di sepoltura ad inumazione. La presenza di alcuni frammenti ceramici della facies di Castelluccio sarebbe indizio di un protrarsi dell’utilizzazione della grotta oltre il periodo eneolitico: tali reperti rappresentano i più recenti del giacimento. Le gallerie della grotta ospitano colonie polispecifiche di chirotteri (pipistrelli) quali il Rinolofo mediterraneo, il Miniottero, il Verspertilio dei Cappucini, il Verspertilione maggiore, ed il Rinolofo maggiore, tra le più popolose della Sicilia. Per quanto riguarda l’aspetto faunistico si ritiene che vada sottolineata l’importanza dell’ambiente umido esterno alla grotta creato dalle sorgenti Acqua Fitusa, un piccolo biotipo palustre dove all’interno del canneto vive una comunità ornitica caratterizzata dall’avifauna palustre fra cui si nota la presenza del Tarabusino, dell’Airone, della Gallinella d’acqua, del Porciglione, nidifica inoltre il Pendolino, la Cannaiola oltre a numerose specie di anatidi migratori.

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Si svelano le origini

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esso e zolfo. In anni più recenti anche ceramica e terracotta. Ceramica e terracotta? Esattamente: a Lercara Friddi, su Colle Madore, sono stati trovati nel 1992 dei cocci. E quanti: numerosissimi. E non chiamateli solo cocci, ma phitos, anfore, edicole votive, pesetti, cinture sacerdotali. Nel 1992 anche Lercara si scopre più antica di quel 1595, anno in cui fu concessa la licentia populandi che fondò il primo nucleo dell’attuale paese. Lercara risale già all’VIII-VII secolo prima di Cristo, quando su Colle Madore esisteva un villaggio sicano. E nel VI secolo, anche i greci, grazie ai vicini fiumi Torto e Platani – e delle cittadine di Himera e Agrigento. Era però il V secolo e la “città sul colle” scomparve, forse in una battaglia fra greci e cartaginesi – durante o dopo la distruzione di Himera e Selinunte – come dimostrano i segni di un incendio che ha cancellato molte delle tracce della storia sicana di Lercara. Cosa resta? Un museo civico, numerosissimi reperti – portati tempo fa in tourneè anche in Gracia – e l’insediamento sul Colle: un sacello (altare), un magazzino, dei fornelletti per la fusione del bronzo, una capanna. Il tutto è frutto di tre campagne di scavi, realizzati dalla Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Palermo nel 1995, nel 1998 e nel 2004. E un testo, Colle Madore. Un caso di ellenizzazione in terra sicana, Palermo 1999, a cura di Sebastiano Vassallo.

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Scoperte per caso

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allelunga, 1915. Tra Contrada Manca e il cozzo della collina Tanarizzi, il dott. Luigi Moscati, chiamato dai vallelunghesi u dutturi Gigiu, durante i lavori di piantumazione per realizzare un boschetto, tra le pietre e la terra, veniva fuori qualcosa di inaspettato: prima un vaso e poi un altro. Ben venti reperti archeologici furono trovati su quella collina dal dottore che, capendone subito il valore, si affrettò a inviarli a Siracusa, all’archeologo Paolo Orsi che ai tempi dirigeva il museo della città. Adesso i reperti sono ancora custoditi lì, nella sezione Preistoria, poiché si tratta di reperti che facevano da corredo a una tomba risalente al periodo 1800/1500 a. C. Invece, recentemente Vallelunga ha assistito a una rivalutazione del sito dove sono stati ritrovati i vasi e, anni dopo, una pietra tombale e delle ossa umane risalenti sempre all’età del bronzo. Rosamarie Tasca D’Almerita nel 2002 ha acquistato il

di Grazia La Paglia

terreno della Tomba di Vallelunga e da allora diversi concorsi letterari, di pittura e di musica dedicati alla tomba preistorica e organizzati con l’Associazione Culturale “La Radice”, hanno voluto ridare al paese una memoria storica che rischiava di essere persa. Sempre sul cozzo Tanarizzi, Rosamarie Tasca si è impegnata per la ricostruzione della tomba, corredata da vasi e cimeli simili a quelli conservati a Siracusa e con la riproduzione di due scheletri umani dell’epoca. Sono stati anche fatti dei tentativi per riportare in zona i preziosi reperti ma, nonostante una risposta positiva giunta dal museo anni fa,non è stato possibile poiché richiedeva delle condizioni che non si potevano soddisfare, come locali blindati e con vigilanza 24 ore su 24. Ma c’è anche da sottolineare che il cozzo Tanarizzi non è l’unica zona di Vallelunga con testimonianze preistoriche. In contrada Casa Bellasi può vedere, sulla fiancata di una discesa, una piccola necropoli cristiana scavata nella roccia.

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Doctor Asino G

uarda, un asino che vola! L’espressione equivale più o meno a un modo elegante per far notare al nostro interlocutore la sua non spiccata intelligenza. Testardo, stupido e spesso bistrattato, adesso per l’asino è arrivato il momento del riscatto. Come e perché? Scopriamolo. Morbido e di piccola taglia. Dolce, obbediente, paziente, umile, fedele, socievole, lento e sicuro. E che dire poi del suo latte? Si narra che già la più celebre regina di tutti i tempi – Cleopatra – e la moglie del più chiacchierato imperatore romano – Poppea, sposa di Nerone – lo usassero come cosmetico per il corpo, facendo il bagno in litri e litri del prezioso liquido. E rispondono all’appello anche Messalina, moglie dell’imperatore Claudio e Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Due termini sembrano essere ormai divenuti le parole d’ordine: “onoterapia” e “latte d’asina”, anche sui Monti Sicani. Alcune aziende agricole e allevamenti hanno infatti già iniziato a investire in questo senso, come dimostra un recente progetto dell’istituto regionale zootecnico. A dire il vero, questo studio si è concentrato unicamente sulle potenzialità produttive e sulle qualità del latte d’asina, per l’onoterapia invece la strada è ancora lunga, ma non impossibile. “Onoterapia” deriva dal greco e vuol dire “terapia con gli asini”. È una delle metodologie usate dalla Pet therapy, ovvero la cura attraverso il rapporto con un animale. A differenza di questa però l’onoterapia non usa animali di piccole dimensioni: l’asino è abbastanza ingombrante, ma proprio per il suo essere empatico, affettuoso e coccolone può aiutare persone con problemi di affettività a curarsi. Come? Attraverso la partecipazione a una relazione speciale che solo gli asini sono capaci di instaurare con i loro “amici”, una relazione fatta di infinite potenzialità che si propone come co-terapia, funzionando da “acceleratore” dell’efficacia e dei risultati di altre terapie. I pazienti

più indicati per l’onoterapia sono sicuramente tutte quelle persone che hanno subito danni sensoriali, motori, cognitivi, affettivi e comportamentali. Ciò non toglie che chiunque può avvicinarsi a questa disciplina, per sperimentare il contatto con questi equini troppo spesso considerati solo i “parenti poveri” dei ben più nobili cavalli. L’asino infatti , ha la capacità di ridare  fiducia, di rimettere in moto i sentimenti e il piacere della comunicazione emotiva. Un litro al giorno per sei mesi: è la produzione quotidiana di un’asina, che produce latte solo in presenza del suo asinello. Se però in un allevamento le asine sono numerose, allora ecco che si creano le condizioni per una produzione più abbondante e utilizzabile commercialmente. In alcuni casi, infatti, il latte d’asina è il miglior sostituto del latte materno umano, usato in caso di intolleranza alimentare del lattante. Può essere indicato in caso di forme allergiche al latte di mucca, di pecora, di soia o semplicemente qualora la madre voglia dare al proprio bimbo un alimento sicuro e naturale. E ancora: è ricco di vitamine e di acidi grassi essenziali, contiene composti attivi che prevengono l’invecchiamento, antiossidanti e rigeneratori. È utile nella prevenzione di alcune malattie della pelle e sembra essere un ottimo cicatrizzante. Consente infine alla pelle di rigenerarsi, attenuando al contempo gli effetti dell’invecchiamento. Panacea di tutti i mali? Sicuramente no, però molto utile in moltissimi casi. Per questo alcune aziende del Palermitano e dell’Agrigentino – ricadenti nel territorio dei Monti Sicani – hanno iniziato la sperimentazione con piccoli allevamenti di asini, compiendo i primi piccolissimi ma necessari passi sia per una produzione su più larga scala del latte d’asina, sia per la creazione di veri e propri centri di terapia made in Sikania. Per maggiori informazioni consigliamo di visitare il sito Internet www.lattediasina.it.

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Nel baule della dote

di Pierangela Maniscalchi


U

n tuffo in quel “piccolo mondo antico” dove lente trascorrevano le ore e le donne, in attesa del ritorno dei mariti e dei figli dal lavoro, cucivano e ricamavano il corredo per le figlie. È la sensazione che appassionati e non spesso provano nell’ammirare pizzi, merletti, lenzuola, tovaglie da tavola e da bagno appartenuti a mamme, nonne, bisnonne o zie. Ricamo: arte o artigianato, lavoro o passione? Un po’ l’uno e un po’ l’altro, soprattutto in Sicilia e sui Monti SIcani. Nata a Palermo a opera dei Saraceni, la prima scuola di ricamo in Italia risale ai primi anni del secondo millennio. Da qui, poi, questa tecnica si diffonde a Firenze, Venezia e Milano: inizia successivamente la conquista dell’Europa. Da allora i corredi nuziali delle giovani siciliane si sono impreziositi di fiori, cornucopie, giochi di sfilature e punti di ricamo di diversa natura e forma, usciti fuori sempre più spesso dalla fantasia delle abili artigiane. Settore di specializzazione: lo sfilato siciliano, ovvero il ricamo a fili contati, che prevede l’uso di tessuti a trama abbastanza larga e regolare da poterne contare i fili di tessitura, in modo da permettere l’esecuzione di ricami dai punti omogenei per grandezza. La tessitura è regolare quando ogni centimetro quadrato di tessuto contiene lo stesso numero di fili, sia per la trama che per l’ordito. Lasciando scoperti di volta in volta i fili, possono infatti essere ritessuti e ricamati, formando diverse tipologie di reti. Sono tre le fasi di lavorazione: disegno, sfilatura e ricamo. La prima fase prevede la riproduzione – a matita o ricalcato – sul tessuto, di solito il puro lino. Successivamente si sfila, sia nel senso dell’ordito che in quello della trama, la tela, ottenendo così una “rete”. Si riuniscono poi a cordoncino i fili rimasti in modo da formare un reticolato sul quale si forma il disegno, ricamando con il punti diversi a seconda del tipo di rete che si vuole ottenere. Si parla di sfilato siciliano ‘400, ‘500, ‘700 e ‘500 Vittoria, anche se quest’ultima tecnica è andata perduta. Di recente si è diffusa sui Monti Sicani una tecnica importata dal nord Europa, per cui viene detta “ricamo

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norvegese” o “Hardanger”, dal nome dell’omonimo paese che sorge sulle rive di un fiordo a sud ovest della  Norvegia. Si tratta di una tecnica di ricamo geometrico, che ricalca un po’ quella dello sfilato. Numerose sono anche le tecniche di ricamo su disegno, con l’utilizzo di fili colorati (e qui la fantasia di disegnatrici e ricamatrici è davvero senza limiti) o tono su tono (una delle tecniche più preziose è ad esempio l’intaglio). Roba da museo? No: si tratta semplicemente di far rivivere i ricami ingialliti dal tempo, tirandoli fuori dal baule della nonna. Testimonianze di un passato, di un modo di vivere e lavorare,una forma di economia domestica di previdenza, che portava a investire il tempo a ricamare in prospettiva di avvenimenti futuri: nascite, matrimoni, solennità. Certo, ai giorni nostri tutto ciò sembra preistoria: non mancano però le iniziative – laboratori di ricamo, corsi per valorizzazione dell’artigianato “rosa”, mamme e nonne che ci tengono ancora a dare a figlie e nipoti una buona “dote” – che hanno portato alla riscoperta dell’antica ma sempre attuale “arte del ricamo”. Oggi si guarda a questi ricami bellissimi e raffinati, molto impegnativi nella realizzazione, con un altro occhio, nella prospettiva di

scenari diversi di vita, in un mondo che vive tanti cambiamenti che influenzano anche il gusto. La conservazione tenace e proficua di un gusto, di uno stile del passato può però essere fonte di ispirazione per il presente e per il futuro. Quindi sono diverse le vie da percorrere: una fra tutte, quella che prende particolari scorci delle pitture di artisti contemporanei e le riporta su tessuto, per avere l’illusione di quadri non appesi alle pareti ma alle finestre delle nostre case, in un gioco di ricami, luci e colori. Il “pezzo ricamato” più dell’acquisto importante, rappresenta un plusvalore di intima partecipazione, di soddisfazione nell’esprimere la propria personalità, di compiacimento nel riconoscere un’abilità che altri invidieranno. Eterno valore del connubio tra genialità e manualità. Anche l’Arte – con la “A” maiuscola – si è appropriata di questa forma di artigianato artistico: basti pensare a Francesco Vezzoli, artista bresciano che vive e lavora a Milano e che usa anche il ricamo per la realizzazione delle sue istallazioni. Due delle sue performance hanno addirittura conquistato la Quadriennale di Roma e la Biennale di Venezia. Vezzoli realizza le sue opere attraverso un mix di video, musica, cinema, arte, ricamo appunto e fotografie, sulle quali intesse spessissimo delle lacrime, in un misto di nostalgia e rimpianto.


Sere d’estate

be le nari perse Tra effluvi di er era le carezze della brezza legg li il canto dei gril e fuori e dentro elli pigliati tra i cap raggi di luna im ese e dal cielo disc lucciole acces ille e nelle tue pup lucciole acces pelle e percorrono la lucciole acces e lieve si posa stille di vita ch u petali di rosa. come rugiada s

foto e poesia di Pina Coniglio


I

n questa che fu la prima scuola pubblica della provincia, figli di braccianti, contadini e artigiani da sempre esclusi dalla vita civile, ebbero accesso all’istruzione realizzando così nel tempo l’unica vera rivoluzione sociale dall’Unità d’Italia ad oggi. Questa è la frase incisa su un libro di marmo donato nel 2008 dall’Associazione Culturale La Radice alla memoria della prima scuola pubblica, del primo edificio scolastico costruito nella provincia di Caltanissetta e intitolato al ministro dell’Istruzione che nel 1881 finanziò il progetto di costruzione di una scuola a Vallelunga: Francesco Paolo Perez. La frase, scritta da Salvatore Nicosia, professore ordinario presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, racchiude il valore dell’istruzione, oggi sempre più trascurata e smantellata da riforme che

forse vogliono bloccare quell’unica vera rivoluzione sociale dall’Unità d’Italia ad oggi. L’edificio, chiamato anche u palazzu di scola, ha permesso a Vallelunga di avere quell’istruzione di massa gratuita e obbligatoria garantita dalle leggi e dalla Costituzione ma che, inizialmente, l’Italia non poteva garantire per insufficienza di spazi e mezzi. E invece, in un paesino dell’entroterra siciliano, si investirono soldi per la diffusione del sapere, mentre oggi si tende a spendere sempre meno per la cultura, per la ricerca, per la scuola in tutti i suoi gradi. Si assiste ad azioni opposte a quelle portate avanti anni e anni fa in un un’epoca in cui il progresso dovrebbe dare frutti sempre migliori. Ma sembra si stia tornando più che indietro. Francesco Paolo Perez, credeva molto nell’esigenza di

Primi della classe

di Grazia La Paglia

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istruire il popolo, molto probabilmente a differenza dei politici di oggi di qualsiasi partito e orientamento, e per questo, grazie a lui, nacquero diverse scuole pubbliche. Alessandro Barcellona, ormai penna storica di Vallelunga, ha ricostruito la storia della nascita del Perez sul periodico “La Radice”. Subito dopo l’Unità d’Italia si pensò alla costruzione della “Linea di Vallelunga”, l’attuale linea Caltanissetta Xirbi – Roccapalumba, per collegare le linee Agrigento – Palermo e Catania – Caltanissetta, ma il notaio vallelunghese Pasquale Cipolla riuscì ad opporsi all’espropriazione delle sue terre, che avrebbe comportato a una divisione della sua proprietà e lì intervenne il Conte Tasca, che mise a disposizione i suoi terreni per costruirvi la strada ferrata. Ma, in questo modo, ne risentì negativamente la cittadinanza di Vallelunga poiché l’unica stazione ferroviaria urbana della zona, che il paese avrebbe potuto avere, sarebbe stata così costruita fuori dal centro abitato. Tale malcontento avrebbe potuto causare problemi al principe Lanza di Scalea, figlio dei coniugi Tasca e candidato per il rinnovo del Parlamento nel 1976 che, per salvare la propria candidatura, portò avanti la promessa elettorale di dare a Vallelunga delle opere pubbliche grazie al legame esistente tra suo padre e Francesco Paolo Perez, ai tempi ministro dei lavori pubblici nel governo Depretis.

Perez, insediatosi successivamente nel governo Cairoli, assunse la carica di Ministro della Pubblica Istruzione e risarcì il paese del torto subito con la costruzione della prima scuola pubblica della provincia. Ecco come nacque la prima scuola pubblica della provincia di Caltanissetta che oggi, per motivi di sicurezza, non è più destinata all’insegnamento ma è un museo della civiltà contadina, di quella civiltà contadina che riuscì ad istruire e alfabetizzare senza non pochi ostacoli. Nelle parole di chi studiò, molti anni fa, in quelle aule, permane una nostalgia e anche un senso di gratitudine per quell’edificio che, in alcuni esemplari casi, riuscì a dare una svolta alla vita di chi passò dai campi al leggere libri.


Le perle dei

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al punto di vista etimologico, spagnoli, portoghesi, tedeschi, olandesi, lussemburghesi e inglesi hanno fatto le scarpe a noi italiani per “fedeltà” alla madre lingua. Dal Latino caseus, infatti, derivano nell’ordine queso, queijo, Käse, Kaas, Kéis, cheese. Il nostro “formaggio”, invece, deriva dal termine usato dai legionari romani, formaticum, per indicare una “forma” di questo prodotto de caseus formatus. Senza dimenticare il francese fromage, il catalanooccitano formatge e i sicilianissimi formaggiu o frumaggiu. Sui Monti Sicani però le parole “doc” sono essenzialmente due: “pecorino siciliano ” e “tuma persa”. Il primo è prodotto e gustato a Cammarata, San Giovanni Gemini e Santo Stefano di Quisquina. Patria della seconda è invece Castronovo di Sicilia, che ha il merito di aver recuperato questo formaggio che sembrava ormai “estinto”, da cui la denominazione “tuma persa”.


Monti Sicani

Quale che siano il suo nome o la sua provenienza geografico, però, il procedimento è sempre lo stesso. Per produrre il formaggio, il latte viene versato in una caldaia aperta, dove è riscaldato a 35-38 °C (temperatura dello stomaco del vitello); poi si aggiunge il caglio, un composto enzimatico estratto dallo stomaco dei mammiferi lattanti. In alternativa al caglio, alcune produzioni prevedono la formazione della cagliata attraverso precipitazione acida, conseguenza dell’attività metabolica di batteri lattici naturalmente presenti nel latte (se non pastorizzato) o aggiunti come starter, ovvero iniziatori del processo. Il caglio è in grado di scindere in molti frammenti la caseina presente nel latte e di far quindi coagulare le particelle della  massa grassa non più solubile nell’acqua. Queste allora precipitano sul fondo formando una massa pastosa detta  cagliata. È proprio dalla cagliata che si ottengono i vari tipi di formaggi.


Formaggi freschi, ottenuti rompendo la cagliata in frammenti grossi, che vengono spremuti e impastati; il contenuto di acqua resta elevato: i formaggi così ottenuti devono essere consumati subito oppure conservati in frigorifero (stracchino,  mozzarella, mascarpone, quark) Formaggi semiduri, ottenuti rompendo la cagliata in frammenti abbastanza piccoli, che vengono compressi e lasciati stagionare (provolone, caciocavallo) Formaggi duri, ottenuti rompendo la cagliata in frammenti molto piccoli, che vengono cotti a 50-60 °C e rimescolati in continuazione; l’impasto che si ottiene viene compresso, salato e lasciato stagionare per un periodo variabile da qualche mese (pecorino,  emmental) a qualche anno (grana padano,  parmigiano reggiano). La differenza? Sta semplicemente nella consistenza dei frammenti generati dalla cagliata e nella stagionatura. E il gusto, of course.

Del formaggio, ma soprattutto del consumatore. Per restare ai “nostri”, vediamo caratteristiche e produzione del pecorino siciliano e della tuma persa. Di “denominazione di origine protetta (DOP)” dal 1996, il pecorino siciliano è il più antico tipo di formaggio siciliano, prodotto nelle zone montane dell’Isola. Le citazioni storiche risalgono al IX

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secolo avanti Cristo, in uno dei passi più famosi dell’Odissea di Omero, quando Ulisse incontra Polifemo.  In seguito anche Aristotele e Plinio si soffermano sul procedimento di trasformazione di tale formaggio esaltandone il gusto unico. In particolare Plinio, nella sua opera Naturalis Historia, redige una carta dei formaggi nella quale vengono citati tra i migliori pecorini quelli provenienti da


Agrigento. Formaggio dalla crosta sottile, di colore giallo più o meno intenso, e dalla pasta paglierina, compatta e senza occhiatura, si caratterizza per il suo odore pungente e gradevole ed il sapore piccante e sapido. Analizzando campioni a 6 mesi di stagionatura si è evidenziato che l’odore prevalente è il pungente, seguito dal butirrico, con sentori di funghi e verde-erbaceo che rievocano i profumi dei pascoli cui è affidata l’alimentazione delle greggi. Formaggio a pasta dura, cruda, la  produzione  avviene da ottobre a giugno. I sistemi di caseificazione prevedono l’uso di attrezzature tradizionali quali la tina, la ruotula, il  piddiaturi, il tavoliere di legno, i canestri di giunco,  fascedde. La salatura a secco è manuale, viene effettuata sull’intera superficie della forma il giorno successivo alla produzione. La forma viene trattata nuovamente dopo dieci giorni; quindi può subire un’altra salatura dopo circa due mesi. A volte alcuni casari effettuano la salatura in salamoia concentrata per 24 ore. La stagionatura avviene in ambienti naturali, su scaffali di legno dove le forme subiscono ripetuti rivoltamenti. Per ottenere la certificazione DOP deve stagionare almeno quattro mesi. Denominato anticamente anche  cacio bufalo, questo formaggio, per motivi sconosciuti abbandonato dalla tradizione casearia, viene prodotto con latte vaccino o ovino, ma mai di bufala. Oggi se ne tenta il recupero facendolo conoscere e apprezzare ai consumatori. Dall’analisi olfattometrica della tuma persa si evince che il profilo aromatico di questo formaggio è la sommatoria di odori pungenti quali il butirrico, sulfurei, come odore di patata cotta e di sentori

freschi e dolci come menta, fieno, erba, mela, vaniglia.  Sono anche stati rilevati note di arrostito/ tostato e di funghi. Formaggio a pasta tenera, viene prodotto con la tecnologia e le attrezzature utilizzate per la produzione del Pecorino Siciliano: la  tina, la ruotula, il piddiaturi, il tavoliere di legno, i canestri di giunco, fascedde. La stagionatura viene effettuata in locali freschi e ventilati nei quali le forme vengono “abbandonate” per circa 8-10 giorni, fino a quando non compare la prima muffa che viene rimossa grossolanamente; le forme vengono lasciate per altri 10 giorni, quindi accuratamente spazzolate e salate.


Custode del tempo di Giusy Fasino

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a ridato vita al tempo, lo ha riesumato dal passato, ricostruendo con perizia i pezzi mancanti, corrosi dalla ruggine, dell’antico orologio della Torre Civica. Lo ha fatto per scommessa e certo, in cuor suo, per un impulso inconscio verso quei suoni che solo il giusto intreccio tra rotelle dentate, aste, lancette e ancora

leve, pale, catene, può trasformare in musica. Peppe Di Gesù si definisce “orologiaio per passione, elettricista per sovvenzione”. Pensionato di poche parole, gli si scioglie la lingua di fronte alla perfezione di tutti quegli ingranaggi che ha smontato, pulito, aggiustato, lubrificato e rimontato, uno ad uno. Li indica con le dita, ne spiega il funzionamento, l’importanza. Pezzi unici, realizzati

tutti a mano, animati da quattro pesi che, scendendo in basso per gravità, trasmettono un moto lento e regolare a tutto l’insieme. Un complesso sistema per scandire, con la semplicità dei rintocchi delle campane, un’intera giornata. “C’era u ciccu e ninu tre volte al giorno. – spiega – La mattina, alle sette, per far svegliare i signori, a mezzogiorno per il pranzo e la sera, sempre alle sette, per il rientro a casa dopo il lavoro”. Dare un’occhiata al polso per leggere l’ora era un lusso per ricchi. Il “popolino” al contrario viveva di quel ritmo, rispondeva al suo richiamo. Non c’era il rumore dell’odierno caos cittadino, niente macchine né motorini e quei colpi rintonavano tutt’intorno al paese. Un meccanismo a corda voluto nel 1554 da Don Cesare Lanza, che a suggello di quanto realizzato fece imprimere, in rilievo, sul bordo superiore della campana principale, la seguente iscrizione: “IHS MARIAE FILIUS IN TEMPORE D. CESARIS LACEA OPUS FACTUM PER UNIVERSITATEM A.D. 1555 OPUS I° DUICI ET PAULI SANTI PHI”. Sul pendolo domina invece la sua effige. Entrambi simbolo di potere e di appartenenza, per chi governa e per chi è governato. Durante la guerra i cittadini, per sottrarla alla furia bellica dei gerarchi, la smontarono e la sotterrarono nel terreno del cimitero. Non permisero che venisse fusa per farne delle armi. La memoria andava difesa. Uno scatto d’orgoglio che rivive in Di Gesù nel ricordare come è riuscito a ridare dignità a un pezzo di storia ferito dall’incuria dell’uomo. “È nato tutto da una sfida fra me e l’ex sindaco Totuccio Scannella. – racconta -

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Gli promisi di sistemarlo se fosse stato eletto. E così è stato, l’ho fatto. Purtroppo, però, poi nessuno se ne interessato più e si è rovinato nuovamente. È dal 2000 che è fermo.” Una paziente opera di svecchiamento che solo un maestro del tic tac, nato, cresciuto e tutt’ora circondato dagli orologi, figlio d’arte, poteva portare a termine, rifuggendo da soluzioni di meccanizzazione proposte anni addietro e per fortuna mai completamente adottate. Con le sue abili doti d’artigiano “vecchio stampo” ha risvegliato l’anima di Mussomeli e lo ha fatto gratuitamente, senza nulla pretendere, nell’umiltà di un mestiere che in parte è ancora suo. Adesso, mantenerlo periodicamente in funzione comporta poco o nulla. “Semplicemente dargli la corda ogni due giorni, – precisa – per dieci minuti circa e oliare di tanto in tanto gli ingranaggi, una volta al mese ad esempio.” Un piccolo impegno per un grande risultato. Non tanto perché nel sentirne il suono tutti sapranno che ora è, quanto per rivivere ogni volta la nostalgia verso qualcosa che appartiene alla tradizione e quindi pure alla storia personale di ognuno. L’orologio della torre non lo butti via quando non funziona più. L’orologio della torre ha una marcia in più. Porta con sé la forza di essere sopravvissuto all’evoluzione, ai cambiamenti, alla necessità di non aver più bisogno di uno strumento pubblico per regolare la vita della società. L’orologio della Torre, pur nella sua impotenza, continua a farsi rispettare.


Monti Sicani: le n

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n unico marchio: “Monti Sicani”, una realtà composita ma omogenea che dal 14 maggio 2009 da idea ha iniziato a divenire realtà: parliamo del Parco dei Monti Sicani, nato legislativamente grazie alla finanziaria dell’anno scorso approvata dall’Ars. Diverse risorse territoriali, culturali e ambientali suddivise in 12 comuni – Palazzo Adriano, Chiusa Sclafani, Prizzi, Castronovo di Sicilia, Contessa Entellina e Giuliana in provincia di Palermo, Burgio, Bivona, Cammarata, San Giovanni Gemini, Santo Stefano di Quisquina e Sambuca di Sicilia in provincia di Agrigento –, accomunati dall’appartenenza a quattro delle 33 riserve naturali gestite dalla Regione, Monte Carcaci, Monte Genuardo e Santa Maria del bosco, Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio, Monte Cammarata. Avevamo già seguito la nascita del Parco, ma eravamo ancora agli albori della sua istituzione: l’allora comitato tecnico-scientifico, in un anno, ha realizzato il suo compito: un sito web istituzionale – www.parcodeisicani.it –, la perimetrazione, ovvero la definizione dei confini del Parco dei Monti Sicani, la definizione delle sedi istituzionali – Bivona e Palazzo Adriano – e la nomina di direttore e commissario – Giovanni Arnone e Pietro Tolomeo. E non solo: è stato infatti recentemente pubblicato sulla Gazzetta ufficiale della Regione Siciliana il decreto istitutivo del Parco regionale dei Monti Sicani, che recepisce la formula di perimetrazione avanzata dal comitato, anche se c’è un piccolo “giallo” legato ai fondi destinati all’Ente: a  fronte dell’impegno finanziario previsto nella scorsa finanziaria, il capitolo sarebbe vuoto. L’istituzione di un parco ha un significato importante: la valorizzazione e la tipicizzazione dei prodotti agrozoootecnici locali – i formaggi, le carni, i prodotti della terra così come quelli dell’artigianato. Si tratta di un mosaico agro-silvo-pastorale e culturale in cui vivono e operano diversi attori locali, che sicuramente rappresentano l’interlocutore principale con cui costruire il progetto “Parco dei Monti Sicani”. Nel dettaglio, l’area del parco comprenderebbe le quattro riserve naturali citate per una superficie di 12.000, ha un complesso di aree boschive demaniali per circa 20.000.

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novità sul Parco

mappe realizzate da Giuseppe Traina

L’incidenza sull’intera area dei Sicani delle zone già sottoposte a vincolo di diversa natura è rilevante e interessa circa il 50% del territorio (con una superficie comunale interessata dal parco pari a circa 25.000 ha). Le aree naturali costituiscono gli elementi “nodali”, i punti di intersezione della “rete”, di conseguenza è fondamentale che la loro gestione sia integrata nel modo maggiore possibile. Il perimetro del parco può essere visto come un “arcipelago” di aree sottoposte a tutela particolare, in cui si identifica facilmente una continuità territoriale dalla riserva di Monte Cammarata, attraverso il demanio di Castronovo, alla riserva di Monte Carcaci, passando per il demanio forestale di Bivona e Santo Stefano di Quisquina, alla riserva dei Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio. Questo complesso di aree protette è separato da un piccolo corridoio dal demanio forestale di Bisacquino e, sulla sinistra, da un altro corridoio, dalla riserva di Monte Genuardo e Santa Maria del Bosco. La flora naturale è rappresentata da querceti termofili che occupano prevalentemente i versanti settentrionali dei rilievi in formazioni degradate in  macchia. Le sommità dei rilievi, spesso prive di vegetazione arborea, presentano pascoli con eccezionali fioriture primaverili di  orchidaceae  e  liliaceae. Lungo i corsi d’acqua si sviluppa una interessante vegetazione ripariale con salici, oleandri e tamerici. Alcune aree sono state rimboschite con essenze esotiche, prevalentemente pinacee e cupressacee, mirtacee esotiche del genere eucalyptus e pioppi. Diverse sono le specie di rapaci: il  nibbio, l’  aquila reale  e il  capovaccaio  (sono presenti qui gli unici siti riproduttivi della Sicilia), ai più diffusi, come il  falco pellegrino, lo  sparviero, il comunissimo  gheppio, la poiana, l’albanella, il gufo, il barbagianni, la civetta e l’allocco. Tra di uccelli di taglia medio-piccola, sono osservabili il  gruccione, il  cuculo, il  codirosso spazzacamino, il picchio rosso maggiore e la tordela, mentre tra gole e strapiombi si possono incontrare il passero solitario, il rarissimo codirossone, la rondine montana e il rondone maggiore. Nel bosco è presente qualche esemplare di martora e istrice; molto comuni anche la  vipera, la  natrice, il  saettone, il  ramarro; più rare le tartarughe terrestri.

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Freddo e neve in arrivo di Alessio Lo Sardo

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mmaginando la curiosità dei lettori, andiamo dritto al punto: si prevede un inverno particolarmente gelido. L’affermazione è dettata dall’osservazione di un modello Nasa, uno dei principali utilizzati a livello mondiale per la previsione climatica del pianeta a carattere stagionale, da cui è stato estrapolato il modello Europeo. Come ben visibile nella cartina iniziale, sarà un inizio inverno nella norma, non particolarmente freddo, alternato da fasi stabili e da fasi piovose. Ciò che desta invece maggiore attenzione è il modello previsto per i mesi successivi (febbraio e marzo). Tutta l’Europa sarà avvolta in una serie ripetute di masse gelide provenienti dall’Artico e dalla Russia. Sulla base di tale previsione c’è da dire però che, mentre al nord Italia il freddo sarà intenso ma secco, l’Italia centro-meridionale compresa quindi la Sicilia - sarà soggetta a diverse fasi perturbate con possibilità frequente di pioggia e di nevicate anche a bassa quota. La responsabile di tali effetti è la combinazione di alcuni fattori, come la QBO negativa (sfavorevole alle correnti occidentali intense), la presenza di una intensa Nina (che raggiungerà il suo massimo proprio a gennaio 2011), e, soprattutto, un minimo solare persistente: tutti elementi che già facevano presagire una stagione invernale prossima al di fuori di ogni aspettativa. Il modello della NASA, in particolare, mostra la persistenza di blocchi anticiclonici in Atlantico e sulle Isole Britanniche. Questa situazione, unita ad una depressione quasi permanente sul basso Mediterraneo e sulle nostre regioni meridionali, favorirebbe correnti orientali gelide sulla nostra penisola ma anche su tutto il continente Europeo. Ma la vera notizia è che il freddo potrebbe mantenersi anche agli inizi della prossima stagione primaverile. Speriamo di no!

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Nonò Salamone la voce del popolo di Giusy Fasino

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n brivido. La sensazione di assaporare in un attimo il vero spirito siciliano, di rivivere in pochi minuti la storia di una terra che da un lato dà e dall’altro non concede. Note di chitarra, corde pizzicate per accompagnare una voce che ha ancora tanto da raccontare, tanto da trasmettere alle generazioni di tutti i tempi, per ricordare e per non dimenticare. Dalla sua Sutera Nonò Salamone è costretto a distaccarsi giovanissimo, per andare “a travagliari ‘unni codda lu suli”, come recita nella sua seconda ballata in lingua siciliana. “Nel ‘71 sono arrivato a Torino, racconta - dopo una parentesi lavorativa di due anni in Germania e un tentativo di ritorno in Sicilia.” Da allora è rimasto nella città piemontese, dove ha potuto realizzare il sogno di diventare cantastorie. E non solo. “la Piccola ribalta, concorso canoro del 1974, - dice – ho tentato il tutto per tutto. Il direttore d’orchestra era il grande maestro della Rai Marcello De Martino, che mi concesse l’onore di arrangiare le mie canzoni. Iniziai così una nuova avventura, al famoso secondo canale. Presto fui coinvolto anche come attore, in almeno un centinaio di sceneggiati radiofonici e televisivi, con registi che arrivavano quasi sempre da Roma nella sede torinese”. Un susseguirsi inaspettato di eventi ben presto lo travolge. È ospitato quasi tutti gli anni a “Uno mattina” e “Cronache italiane”. Partecipa a rassegne musicali nazionali e internazionali. Nel 1992, al Mondial Folk di Palermo, vince il premio “Rosa Balistreri”, mentre nel

2007 il premio speciale “Enzo Di Pisa”. Al Beaubourg di Parigi è protagonista dello spettacolo La rivoluzione del cantastorie. La città francese è solo una delle tappe in cui si esibisce per gli emigranti italiani. Germania, Belgio, Svizzera, Inghilterra, America, Canada, Argentina, Cile, sono le altre. Ha inciso decine di dischi ed è stato oggetto di studio di tesi di laurea. Il suo nome figura nelle raccolte della Curcio e della Fabbri Editori, insieme a cantautori del calibro di Domenico Modugno o Roberto Murolo. Ma forse, il successo più grande è l’essere riuscito a seguire le orme paterne… … una marcia in più o una gravosa eredità? “Penso una marcia in più, per aver appreso fin da bambino la tecnica della metrica, il suono della poesia e il suo ritmo. È come essere stato cibato da neonato di musica e tradizione popolare. Ognuno di noi è cresciuto e si è formato con quello che i nostri genitori e il nostro ambiente sono riusciti a darci”. A 16 anni lascia Sutera e inizia a girovagare per il mondo: Milano,  Germania, Torino. Si spostava già allora in compagnia della sua chitarra? “La chitarra è stata la mia innamorata fin da ragazzino. Mi addormentavo abbracciandola. Oggi per i ragazzi è tutto molto più semplice: una chitarra se la può permettere chiunque. Per me invece è stata frutto di sacrifici e di un lungo periodo di risparmi. Me la sono portata con me a Milano e ai primi guadagni ne ho comprata una più bella e dopo tante altre ancora”. Ha fatto teatro, fiction, cinema: è differente il modo

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di vivere le emozioni sul palco o dietro la telecamera rispetto a un’esibizione in piazza? “Trovo molto più semplice la piazza perché il rapporto con il pubblico è diretto. Si crea una complicità che in televisione non puoi avere perché davanti a te hai le telecamere che ti condizionano. Alla gente si arriva dopo un velocissimo calcolo. Cerchi d’interpretare e nello stesso tempo pensi che nelle case c’è chi ti guarda e chi ti ascolta, ma non li vedi. Non vedi i loro occhi per capire se arrivi al loro cuore. Puoi solo immaginare! Diventi un calcolatore, una macchina bugiarda e, tanto per essere buoni, un attore che recita o canta calato nella propria parte”. Quando è diventato cantastorie? “È successo per caso. Vivendo nell’ambiente dello spettacolo torinese fui segnalato a un regista piemontese in cerca di un attore siciliano che sapesse cantare e suonare la chitarra. Doveva realizzare uno spettacolo sulla poesia del poeta Ignazio Buttitta, Lu pani si chiama pani, e mi interpellò per un provino. Tutto andò alla grande e dovetti musicarne le poesie. Lo spettacolo ebbe grande successo e fu ripreso da Rai 1 con un ampio servizio nel telegiornale. Così conobbi Buttitta, che da quel momento mi volle con sé in tutte le sue manifestazioni più importanti in giro per l’Italia. Allora in tutti i giornali scrivevano il cantastorie Nonò Salamone e, per essere sincero, ciò mi dava un po’ fastidio. Ma pian piano mi abituai a questa nuova veste professionale al punto che divenne il mio mestiere”. A proposito di Ignazio Buttitta: è vero che lei è considerato il suo erede? “Sentirsi erede di qualcuno credo sia sbagliato. Ogni personaggio è se stesso nel suo periodo. La grandezza di ognuno è stabilita dalle opere e dal ricordo che riesce a dare e a lasciare alla gente. Buttitta, per me, è stato un grande maestro, come lo sono stati Ciccio Busacca, mio padre e mio fratello. Da tutte le persone con cui ho lavorato ho ereditato qualcosa”. Oggi, tra i  giovani, chi potrebbe portare avanti questa vostra eredità? “In tantissimi iniziano questa difficile arte ma presto si perdono per strada, perché poco viene fatto dai nostri enti e amministratori per incoraggiare chi intraprende questo lavoro. Si dà spazio ad altre cose, vengono spesi tantissimi soldi per cantanti compassati e squallidi, che vivono di rendita per i loro passati televisivi. Così molti si scoraggiamento e pochi resistono”. Al Presepe vivente di Sutera, dove si esibisce ogni

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anno, la sua “cantata” è  accompagnata dal “cartellone”. Si tratta di un elemento ricorrente in ogni sua performance? Chi li realizza? “I grandi cartellonisti sono quasi scomparsi. Il più importante si chiamava Vincenzo Astuto, morto alcuni anni fa. Ogni cantastorie cerca di arrangiarsi come può. Qualcuno i cartelloni li dipinge da sé, altri trovano un pittore o uno scenografo che, con mano esperta, riesce a crearli nello stile originario. Ma nei giorni nostri non sono più necessari e si usano poco, solo come elementi scenografici”. In origine, quando ancora non esistevano né radio e né tv, il cantastorie faceva informazione. Qual è la differenza rispetto ai giornalisti di oggi al di là, ovviamente, del mezzo usato? “Negli anni passati in pochi sapevano leggere e, tra questi, pochissimi potevano comprare il giornale per tenersi informati. Il cantastorie portava alcune notizie che riteneva meritevoli di grande attenzione e con i cartelloni aiutava la fantasia della gente ad entrare nella storia che raccontava. Oggi la scuola, la televisione, i notiziari, e soprattutto Internet, hanno cambiato totalmente il livello culturale di ogni auditore, e il cantastorie è costretto ad aggiornarsi, deve adattarsi ai tempi correnti”. Il suo repertorio è inventato o fa riferimento a tradizioni precedenti? “È misto. Alcune composizioni appartengono alla tradizione, altre sono state scritte da me”. Comunicare in versi: dove sta la difficoltà oggi, al tempo dei social network? “Nella mia carriera ho cantato dalle università alle scuole elementari, per ragazzi di ogni età che rimangono affascinati quando scoprono il cantastorie. Vivono un’esperienza nuova e restano incantati dalla semplicità coinvolgente dei racconti. Alla fine mi vengono sempre a salutare, ringraziandomi per quello che faccio. I ragazzi sono onesti e non sanno mentire. Il cantastorie li compensa dalla tecnologia e dalle troppe stupidate che esistono in giro. Tutti amiamo le cose semplici, dalla buona cucina, alla natura, al cantastorie”. Per concludere, ci regala qualcuno dei suoi versi preferiti? “Certamente, concludo con gli stessi versi con i quali chiudo i miei concerti”...

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...Iu sugnu cantastorie e cantu ancora Figliu di lu poeta di Sutera A sidicianni mi nni jivu fora E ‘sta chitarra haiu pi turlintana Picca ni potti sentiri di scola La vita l’haiu passatu agnuna agnuna Scusati tutti si sbagliavu rima La prossima vota vi la fazzu bona E a tutti dugnu ‘na stritta di manu Mi firmu Salamuni e mi nni vaiu


Turismo Rurale I

n Italia sono 16.765, con 167.087 posti letto, 7.898 coperti per la ristorazione, 9.643 attività ricreative, culturali e didattiche, con un fatturato annuo che si aggira sul miliardo di euro. Sono le aziende agrituristiche, dette comunemente agriturismi, che offrono ai turisti ospitalità presso un’azienda agricola, dove l’accoglienza è organizzata in connessione all’attività agricola. Sui Monti Sicani sono diverse le iniziative intraprese in questo settore: bagli, casali e masserie un tempo usate dai contadini come punti di riferimento per il loro lavoro, successivamente abbandonati e lasciati in stato di abbandono sono stati rivalutati, ristrutturati, adeguati alle normative vigenti e riportati alla vita proprio come sedi di agriturismi. Numerose sono le opportunità del territorio e numerosi sono i siti web dove poter scegliere l’offerta il luogo più adatto alle esigenze di ciascuno. Consigliamo a chi fosse interessato di cercare sui siti www.agriturismo-sicilia.it, www.agriturismosicilia. net, www.siciliagriturismo.com, www.agriturismo. it/agriturismi-sicilia/index.jsp, oppure di digitare su

un qualsiasi motore di ricerca le parole “agriturismo Sicilia”: si aprirà un innumerevole elenco di indirizzi dove è possibile informarsi sulle località dei Monti Sicani più frequentate. Quando nasce l’agriturismo? La denominazione viene coniata nel nostro Paese intorno agli anni ’60, l’ultima legge del settore risale al 2006 e delega alla singole Regioni il compito di dotarsi di una normativa, in corrispondenza alle proprie esigenze. Secondo la legge, infatti, si definisce agriturismo l’attività di ricezione e ospitalità esercitata dall’imprenditore agricolo, singolarmente o in associazione, attraverso l’utilizzazione della propria azienda in rapporto di connessione con le attività di coltivazione del fondo, di  silvicoltura  e di  allevamento  di animali. Attività tipiche sono l’ospitalità a turisti e campeggiatori, servizio pasto con prodotti propri, con preferenza per quelli tipici e caratterizzati dai marchi  DOP,  IGP,  IGT,  DOC  e  DOCG  o compresi nell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali, l’organizzazione di degustazioni e

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manifestazioni e attività ricreative, culturali, didattiche, di pratica sportiva, escursionistiche e di equiturismo, anche per mezzo di convenzioni con gli enti locali, finalizzate alla valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale. L’attività agrituristica può essere realizzata esclusivamente in edifici rurali preesistenti nelle aziende agricole e non più utili alla conduzione del fondo. Sono previsti aiuti finanziari regionali nel quadro dei Piani di sviluppo rurale sostenuti dall’Unione Europea. Inizialmente concepito come una forma di accoglienza molto semplice, organizzata dagli agricoltori allestendo sommariamente alloggi in edifici aziendali resi disponibili dal rapido ridimensionamento degli occupati in agricoltura, l’agriturismo si è via via evoluto offrendo comfort e servizi adeguati alle esigenze del turismo moderno, pur coerenti con la connessione all’attività agricola prevista dalla legge. In crescita anche l’offerta di servizi didattici con la diffusione delle cosiddette fattorie didattiche che accolgono studenti per far conoscere i diversi aspetti dell’attività agricola e della preparazione di molti alimenti (vino, olio, miele, formaggi, salumi).

L’offerta di agriturismo è in costante crescita e ha inoltre dato impulso allo sviluppo di altre forme di turismo rurale (piccoli alberghi di charme, bed and breakfast, case vacanze) che richiamano clienti ugualmente interessati al mondo agricolo, ma la cui attività è svincolata dalla concreta attività lavorativa nei campi.

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ORIENTEERING lo sport dei boschi di Adriano Madonia e Massimo Rotolo

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’orienteering è una disciplina sportiva che si pratica all’aperto, nei boschi e nei centri storici. E’ una prova a cronometro, durante la quale ogni concorrente, con l’ausilio di una bussola e di una minuziosa carta topografica, deve raggiungere, secondo un ordine prestabilito, un determinato numero di posti di controllo, chiamati “lanterne”, indicati sulla carta. La mappa da orienteering è una particolare carta topografica che presenta una simbologia propria di questo sport: simboli grafici e simboli cromatici, rappresentano il luogo in cui si svolgerà la gara. Ad ogni punto segnato sulla carta corrisponde nella realtà una “lanterna”, ogni lanterna porta una pinzetta (punzonatrice) ad aghi con la quale il concorrente perfora una scheda chiamata “testimone” che, a fine gara, dimostra che tutti i punti sono stati raggiunti. L’orientista si serve della bussola per determinare

la corretta direzione di corsa: vince chi arriva al traguardo, passando attraverso i punti di controllo nell’esatta sequenza e nel minor tempo. Quattro sono le discipline dell’orienteering riconosciute dalla I.O.F. (International Orienteering Federation): corsa orientamento, mountain bike orientamento, sci orientamento ed orienteering di precisione, quest’ultimo particolarmente adatto a soggetti diversamente abili. Le origini dell’orienteering vanno ricercate nella penisola scandinava. Gli abitanti si trovavano spesso a muoversi in un terreno sconosciuto e, dovendosi spostare da una zona all’altra, utilizzavano le mappe per giungere a destinazione. Forse per gioco, forse per sfida, qualcuno iniziò a proporre confronti per vedere quanti erano più abili nel muoversi in ambienti non familiari con l’aiuto di semplici strumenti quali una carta geografica ed una bussola.

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Storicamente la prima gara di orienteering fu organizzata a Bergen, in Norvegia, nel 1887; in tale data viene effettuata la prima prova documentata di sci orienteering. Con la graduale diffusione dello sport in tutta l’Europa, nacque l’esigenza di definire e stabilire delle regole, affinché queste sfide potessero aspirare ad essere uno sport: tra il 1959 e il 1961 nacque la Federazione Internazionale di Orienteering (I.O.F.) e negli anni seguenti vengono effettuati i primi campionati europei (1962) e mondiali (1966). Nel 1985 nasce la Federazione Italiana Sport Orientamento (F.I.S.O.). Grazie all’ingresso ufficiale nei Giochi della Gioventù e alla realizzazione di un sempre maggior numero di gare di ottimo livello nazionale e internazionale nei boschi e nei centri storici, l’orienteering si è diffuso come sport dell’ambiente. L’Associazione Oros di Cammarata è impegnata da anni, in collaborazione con l’A.S.D.

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Orienteam di Palermo, nella divulgazione di tale disciplina attraverso la realizzazione di progetti scolastici rivolti sia ai docenti che agli studenti, alla promozione del territorio e all’organizzazione di attività agonistiche a carattere regionale e nazionale. Tra le tante attività svolte si ricordano: campionato regionale studentesco e terza tappa Trofeo Sicilia Cefalù; 3 days Orienteering con gli atleti della Nazionale Italiana, stages di formazione internazionale all’interno della riserva naturale orientata di Monte Cammarata, percorsi turistico-promozionali a Palermo, Erice, Polizzi Generosa, Castello di Nelson (Maniace), Parco dei Nebrodi e Parco delle Madonie, attività e gare didattiche in diverse scuole della provincia di Agrigento, Palermo, Trapani e Messina; attività di formazione docenti in collaborazione con il CONI nelle province di Agrigento, Palermo e Trapani.


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on la radio si può scrivere, leggere o cucinareNon c’è da stare immobili seduti lì a guardare… così cantava Finardi qualche anno fa, canzone che esaltava le qualità dell’ascolto della radio e che poi divenne l’inno delle radio libere. E’ certo che nella nostra vita, anche quelli che sono diventati hitech, abbiamo ascoltato almeno una volta la radio, quell’oggetto di comunicazione che ha informato per anni l’intero globo; una volta nella vita ci siamo sicuramente chiesti chi ci fosse dentro questo oggetto misterioso, ora è molto semplice capirlo e forse è anche per questo che la radio elettrodomestico ha perso parte del suo mistero, conservando comunque ancora un sottile velo di fascino. La tecnologia ormai ci porta a credere che tutto è possibile e semplice, basta un click. Ricordiamoci, intanto, che grazie a questo oggetto, partorito dal genio di Guglielmo Marconi, oggi possiamo parlare dal telefono-cellulare, navigare in internet e da qualunque posto ci troviamo. Trenta anni fa sul nostro territorio Sicano erano presenti parecchie emittenti radiofoniche, piccole e grandi, che quasi in ogni paese cominciarono a trasmettere il proprio segnale per informare e intrattenere i primi radioascoltatori e soprattutto le radioascoltatrici, infatti le donne, di qualsiasi età, sarebbero state le più appassionate e le più fedeli fans della radio. Era il periodo delle prime radio libere, libere di trasmettere qualsiasi cosa. Come non ricordare le radio locali? Radio Kamarat, Radio Platani, Radio Studio Fantasy, Radio Muisca In, emittenti che per diversi motivi hanno smesso di trasmettere o sono state

Ra instancabile

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adio Gemini, e emittente

cedute ad altri network. Il 1976 è stato l’anno in cui nasceva a San Giovanni Gemini la prima radio della provincia agrigentina, Radio Gemini Centrale. Allora l’arciprete don Giuseppe Traina, ebbe l’intuizione di investire la propria passione per l’elettronica costruendo fisicamente questo nuovo mezzo di comunicazione e usarlo per informare ed evangelizzare mediaticamente. Radio Gemini negli anni ha dato molto in termini di comunicazione nel sociale, nella cultura, nella politica, nello sport e nell’intrattenimento, e per fortuna continua ancora oggi a svolgere il suo ruolo fondamentale. Radio Gemini oggi è una delle poche emittenti rimaste in vita, una radio che è al passo con i tempi dal punto di vista tecnologico con l’utilizzo di attrezzature avanzate, sia per quanto concerne i programmi che giornalmente produce e trasmette. Radio Gemini ha un target di ascoltatori molto ampio che va dai bambini agli adolescenti, dai ragazzi ai giovani, dai cinquantenni agli anziani che da sempre sono stati assidui radioascoltatori. Oggi Radio Gemini si contraddistingue per una programmazione di musica e contenuti che abbraccia tutte le fasce di età. I programmi iniziano in diretta alle 7.00 del mattino, con i notiziari nazionali e la rassegna stampa che ci fornisce la redazione del circuito In Blu di cui la radio fa parte da dieci anni, notiziari che vengono trasmessi ogni ora. Alle otto si aprono i microfoni al programma “Kairòs – al risveglio mi sazierò della tua presenza” programma culturale religioso che entra in tutte le case degli ascoltatori, a condurlo sono don Giuseppe Agrò neo arciprete di San Giovanni Gemini e il viceparroco don Carmelo Rizzo, che con la loro simpatia danno il buon giorno a tutta la comunità montana. A seguire, un’ora più tardi, la celebrazione eucaristica del mattino


in diretta dalla chiesa Madre, seguita specialmente dagli anziani, dagli ammalati anche se tantissimi sono i fedeli ormai assidui a questo appuntamento. La programmazione mattutina continua con “Le Cose in Comune” settimanale d’informazione Politica ed Istituzionale, che approfondisce gli argomenti della politica locale. Alle 11.00 è in onda “Pausa Caffè – l’informazione Corretta”,di Antonella Lo Bue che intrattiene gli ascoltatori con le notizie più importati della giornata, pubblicate dai quotidiani. A mezzogiorno “L’angelus”, gli ascoltatori con Lucia Scrudato recitano la preghiera dell’Angelus. Geltrude apre il pomeriggio con “L’angolo dei Bambini”, intrattenendo i piccoli ascoltatori con notizie curiose, favole e musica. Alle 15,00 comincia la programmazione dedicata ai giovani con il “Pomeriggio in Blu”, direttamente dagli studi di Roma, la musica più ascoltata del momento, miscelata con i temi più in voga, questo programma è trasmesso in contemporanea in tutta Italia dalle radio del circuito in Blu. La fascia preserale e serale cambia in base ai giorni: il lunedì alle 20,00 Francesco Scrudato è alla guida di Lunedì Sport, il rotocalco sportivo che commenta le partite dei campionati in cui militano tutte le squadre del nostro territorio. Il martedì alle 21.00 Salvatore Filippone ci parla di cinema con “Fotogramma. Il Cinema alla Radio”, il mercoledì, Daniele Lo Gusto ed Enrico Vicari sono in onda con “Radio Ga Ga”, programma di musica rock, alla ricerca delle sonorità di ieri e di oggi. Il giovedì aprono il weekend il trio Mixo-FoX-Pino Elle con “Dance Evolution Radio Show” programma di musica dance. Il venerdì Stefania Munì conduce “Mindy Noise, trasmissione radiofonica che presenta le nuove forme musicali e i nuovi influssi del panorama indie

internazionale. Il sabato nella fascia pomeridiana, che va dalle 16.00 alle 18.00, la classifica dei brani più ascoltati e votati su internet e “Nice Messengers”, un programma che ricalca i programmi di dedica e richieste che si ascoltavano un tempo, con una formula rivisitata, le dediche e le richieste avvengono tutte attraverso il profilo facebook della radio. La settimana si conclude con le radiocronache e i risultati delle partite dei campionati di Eccellenza, Promozione, Prima e Seconda Categoria che diventano protagonisti “Domenica Sport”, il programma di informazione sportiva realizzato grazie ai numerosi inviati dai campi Paolo Militello, Giuseppe Varsalona, Flavio Nicastro, Michele Orlando, Gaetano Alfano, Giuseppe Di Franco e tanti altri tutti guidati da Francesco Lo Presti che è alla conduzione. Radio Gemini è l’organo informativo istituzionale per i comuni di Cammarata e San Giovanni Gemini, infatti, per convenzione trasmette in diretta i lavori dei due consigli comunali ogni qualvolta vengono convocati. Alcuni dei programmi citati sono stati realizzati grazie al laboratorio radiofonico al quale hanno partecipato 15 ragazzi, che hanno preso conoscenza del mezzo radiofonico e hanno prodotto alcuni programmi, altri andranno in onda nei prossimi mesi. Sono tanti i ragazzi volontari che giornalmente collaborano affinché questa radio, da molti amata e purtroppo da qualcuno sottovalutata, non faccia la fine che hanno fatto le altre emittenti locali, lasciando tante comunità senza voce, negando la possibilità ai giovani, e non solo, di esprimersi di accedere all’arte della comunicazione. L’ascolto della radio locale, qualunque essa sia, è la miglior ricompensa che potremmo dare a tutti coloro che sentono ancora viva la passione di trasmettere e la difendono per tutti, ma anche una ricompensa al nostro territorio.

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Un utile intreccio

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li oggetti più sono invecchiati, usurati, consunti dal tempo e più sono apprezzati. I panara di na vota sono ricercati per quel fascino oramai involontariamente intrinseco al loro aspetto, per il ricordo di quelle manualità e gestualità tipiche della civiltà contadina che timidamente di tanto in tanto riaffiora. Trasmettono un universo di valori che la legge del progresso tende sempre più a diradare, perché in contrasto con le sue esigenze, con i nuovi ritmi che impone, che ci impone. Così il loro richiamo perde d’intensità, non sono più indispensabili come in passato, ma acquista di nuovo significato, sono souvenir dal passato. Praticamente è cambiata la loro funzione, sono diventati complementi d’arredo: danno un aspetto rustico agli ambienti. Sono pochi coloro che hanno ancora l’abitudine di usarli come mezzo di trasporto,

per evitare di salire e scendere su e giù per le scale quando il venditore di frutta e verdura o il panettiere sosta sotto il balcone di casa. “Calassi u panaruuu” – vucianu - con quel prolungamento strascicato della “u” che ancora risuona per le viuzze dei nostri paesini, dove le massaie, tradizionalmente intese, non sono del tutto scomparse. Neppure loro lo sono. Semplicemente adesso sono stati adattati ad altre esigenze. L’unico aspetto rimasto immutato nel tempo è forse legato a una questione puramente economica. Non c’era un listino prezzi allora, non c’è tuttora. Chi non era in grado di realizzarli si rivolgeva a chi invece quell’arte aveva appreso coltivandola al ritorno dai campi o nelle giornate di pioggia. Non li comprava di certo in bottega! “Me lo fai, no me lo vendi” – specifica u zi Paulinu Ingrasci, uno dei tre intrecciatori presenti a Sutera. Nel suo laboratorio tra le rocce di

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gesso del Monte ha ripreso, da quando è in pensione, quest’antica tecnica di lavorazione. Innanzitutto ricerca gli aggliastriddi ad esempio, rami d’ulivo selvatico particolarmente duttili e dunque facili da piegare evitando che si spezzino. Quindi li seleziona per lunghezza e spessore a seconda di ciò che vuole realizzare. Poi li pulisce e li bagna per manipolarli più agevolmente. Infine, con una sorta di coltellino che ha costruito con le sue stesse mani e una forbice da potatore, inizia la paziente opera d’intrecciamento, che si protrae per ore. Circa due ne servono per ottenere un solo panaru. U zi Paulinu assicura che u panaru ha una resistenza di oltre cent’anni. Un’artigianalità che ha appreso all’età di 14 anni da un suo compaesano, u zi Caluzzu Pidduzzu. Fu lui a svelargli come fare i vascedda du formaggiu necessari per la sua attività di pastore. Da lì poi ha affinato e ampliato le sue creazioni: dai cufina ad altre tipologie di ceste che, a  seconda dell’uso e delle dimensioni, oltre a cambiare nome, fungevano anche da unità di misura. Na cartedda, per esempio era pari a 4 tummina (circa 20 kg) di frumento. “Bisogna essere portati per questo tipo di lavoro.” - specifica – dolendosi del fatto che i giovani, compresi i suoi figli, non abbiano interesse verso questo mestiere. “A dir il vero – ammette – neppure mio fratello in gioventù vi si dedicò. Ci vuole passione per iniziare e motivazione per continuare, soprattutto se si vogliono inventare sempre forme nuove.” Con un leggero sorriso però aggiunge: “è pur vero ca i sordi ti fannu viniri a fantasia.” Per lui questa sua abilità nel modellare a proprio piacimento bacchette d’ulivo, olmo e canna, è diventata un modo per arrotondare a fine mese e al tempo stesso rispondere alle esigenze di qualche commerciante o privato. Riceve difatti commissioni da Bompensiere, Campofranco. Si rivolgono a lui per panieri su misura o per ricordini di certo unici e rari. Orgogliosamente racconta che le bomboniere a forma di panaru, formato mignon ovviamente, prodotte in occasione della laurea della figlia hanno riscosso talmente successo “ca cummari li vonzi fatti pi idda”. Insomma, da settantenne, anziché godersi il meritato riposo dopo una vita di sacrifici, u zi Paulinu mette a frutto il proprio talento e la propria creatività sperimentando. Un anno crea lampadari, un altro portaoggetti, un altro ancora compra bottiglie particolari e le riveste. Il tutto per offrire sempre manufatti diversi e mai visti ai visitatori del Presepe Vivente di Sutera. Per questa edizione ha pensato a cufina in miniatura e confettiere. Una dote la sua che nel 2008 l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Gero Difrancesco, ha voluto valorizzare a fini

turistici. Il vicesindaco Nino Pardi pensò d’acquistare per conto del Comune 100 panara, riempirli di prodotti tipici del luogo e rivenderli a 10 euro ciascuno. Nel giro di due giorni, in appena 5 ore, la sua invenzione era andata a ruba. Tutti acquistati. Era nato Lu panaru. “Ho preso spunto dalla Truscitedda di Castronovo. – dice - Col segretario comunale abbiamo stilato un regolamento disciplinare per consentire, a chiunque fosse interessato a farne un business, di lanciare sul mercato un prodotto certificato, anche se - sottolinea con una nota polemica - finora nessuno si è cimentato nell’impresa. La mia intenzione era, ed è tuttora, di abbinare il nome di Sutera a qualcosa di caratteristico, come lo è Caltagirone con le ceramiche o Bronte con il pistacchio. Ho ancora tre anni di tempo prima del termine del mio mandato. Magari riuscirò a far entrare nella mentalità di qualcuno la convinzione che è un’idea vincente, per cui ho già ricevuto tanti consensi all’esterno.” Di certo si renderebbe omaggio all’inventiva dei nostri antenati.

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A scuola di Natura

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i siamo mai chiesti quanti dei nostri bambini sanno come si fa il formaggio? O quanti di loro sanno che il pollo non cresce nel banco frigo del supermercato ma viene allevato in campagna? Bene, con un po’ di pazienza e tanta buona volontà… i nostri piccoli cittadini di oggi potrebbero imparare direttamente sul luogo: basterebbe solo incentivare la creazione di fattorie didattiche sui Monti Sicani. A dire il vero, qualcuna già esiste, ma non ce ne sono abbastanza per soddisfare la curiosità di grandi e piccini che hanno il desiderio di scoprire – ma molto più spesso riscoprire – la Natura. Dall’ultimo censimento realizzato nel settore, risulta che in Italia sono attive oltre 1.750 fattorie didattiche. La maggior parte sono concentrate soprattutto in Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Piemonte e Puglia. In tutta la penisola si moltiplicano i progetti di sviluppo della didattica agro-ambientale da parte di istituzioni governative e di privati. Le fattorie

didattiche creano contatti fra mondo urbano e rurale, aprono al pubblico le fattorie con la promozione e l’educazione, diffondono nelle nuove generazioni tradizioni e usanze della cultura contadina, valorizzano i mestieri e la manualità artigianale con l’esperienza diretta. La valenza educativa del progetto e la possibilità di riqualificare le attività agricole come  fonte di reddito complementare e strumento di marketing  contribuiscono alla sempre maggiore popolarità dell’iniziativa in tutto il mondo: perché non realizzarne sui Monti Sicani? “Fattoria didattica”  è una definizione usata per descrivere delle aziende agrarie o agrituristiche nelle quali viene svolta attività di accoglienza ed educazione di gruppi scolastici e nelle quali viene offerta l’opportunità di conoscere le attività dell’azienda. La qualifica di fattoria didattica viene assegnata solitamente dall’amministrazione regionale sulla base dell’accettazione da parte dell’azienda agricola di alcuni standard definiti da una “carta della qualità”.

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In particolare l’azienda deve impegnarsi da un lato al rigoroso rispetto delle normative di sicurezza che comprendono la messa in sicurezza di materiali e sostanze pericolosi, la copertura assicurativa dei visitatori, la presenza di personale addestrato nel primo soccorso, la corretta segnalazione di eventuali aree ad accesso limitato dall’altro lato l’azienda deve presentare una proposta educativo/formativa legata all’effettiva produzione agricola o animale. La fattoria didattica rimane quindi principalmente un’azienda agricola nella quale viene anche proposta un’attività educativa “attiva”, i piccoli visitatori vengono spesso coinvolti nell’attività di realizzazione di un “prodotto” tipico dell’azienda (produzione di formaggio, partecipazione alla raccolta di prodotti ortofrutticoli, attività legate all’apicoltura). Una visita in una fattoria didattica non è una normale “gita in campagna”, viene solitamente preceduta da un incontro di preparazione con il personale docente durante il quale viene concordato il programma e la proposta formativa, talvolta vi è anche un incontro propedeutico in classe. All’interno della fattoria i piccoli visitatori vengono

accolti da operatori che hanno frequentato appositi corsi abilitanti per l’attività di animazione didattica, durante o dopo il percorso didattico viene di solito lasciato del tempo per il gioco in spazi adatti e delimitati e spesso viene offerta una merenda a base di prodotti dell’azienda agricola. Per maggiori informazioni consigliamo di consultare il sito Internet www.fattoriedidattiche.biz.

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Welcome to Cia

di Gaetano Alfano

A

d arrivare non sono i soliti magrebini, algerini, marocchini o disperati di altre nazionalità in fuga dal loro paese alla ricerca di fortuna e speranza, come ci insegnano le cronache. A Cianciana giungono invece facoltosi inglesi, statunitensi, irlandesi, canadesi, cecoslovacchi, scozzesi, polacchi, bulgari, francesi, austriaci, svedesi. Gente benestante in cerca di relax e tranquillità. È il fenomeno dell’immigrazione turistica che in questi ultimi anni sta investendo la piccola cittadina dell’entroterra agrigentino. Un fenomeno che porta nuove risorse all’economia locale e rivitalizza anche il tessuto sociale e culturale. Stranieri che apprezzano l’accoglienza delle persone, il clima, le risorse paesaggistiche e naturalistiche del territorio del Platani-Magazzolo-Quisquina e le vicine spiagge dorate di Borgo Bonsignore, Bovo Marina, Eraclea Minoa o Torre Salsa. Tutto ciò ha spinto tanti di loro ad acquistare case, ville e appartamenti nel comune di Cianciana. Sono già più di cento gli atti di vendita stipulati in

appena due anni, almeno 300 le nuove persone che abitano a Cianciana e che spendono soldi facendo la spesa, ristrutturando case, riparando automobili, aiutando in questo modo l’economia locale. Un fenomeno alimentato anche da Internet, dalle varie agenzie immobiliare del paese che hanno fiutato l’affare divenuto una preziosa risorsa per l’intera comunità. Ma il merito è anche degli emigrati ciancianesi che, lontani dalla propria terra, sono riusciti a dare un’immagine bella e accogliente del proprio territorio. Ecco alcune storie di persone che hanno deciso di comprare casa a Cianciana. La signora Myles, Irlandese, era in vacanza in Sicilia e visitando Agrigento si è ricordata che su Internet aveva visto delle case in vendita proprio in provincia di Agrigento. Ha quindi ha preso l’autobus ed è venuta a Cianciana, in meno di un giorno ha deciso di comprare una casa nella via Don Gerlando Re per un prezzo di 7000 euro. Il signor Bayliss di origine Australiana, trasferito alcuni

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anciana

decenni fa in Canada, dopo una visita guidata nel centro storico e una sosta al Calvario per ammirare il panorama ha deciso di comprare una piccola casa nel Vicolo Riggio, con una piccola spesa di 5500 euro. Jennifer Faust, nata in California, e Paula Keith nata a New York e residenti entrambe a Porland nello stato dell’Oregon, sono cantautrici di musica rock, sono capitate a Cianciana tramite il figlio di David Goldring, Joe, che le ha invitate a trascorrere alcuni giorni nel paese dove si è stabilito il padre. Hanno subito apprezzato la tranquillità, la cordialità della gente, l’ambiente sano del paese e hanno deciso di acquistare una casa in Salita Regina Elena, presso il largo San Gaetano. Samir Khaligov, nato a Baku nell’Azerbaigian, è un laureato in economia, di professione fa il contabile presso una multinazionale in Qatar. Ha visto i prezzi delle case di Cianciana su Internet e si è recato nel nostro paese per verificare di persona definendo Cianciana come il posto ideale per trascorrervi una vacanza.

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Adorato Presepe di Giuseppe Di Raimondo

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n evento di notevole valore culturale ed artistico è previsto per le prossime festività natalizie a San Biagio Platani. L’associazione “Proposta Culturale Padre Fedele Tirrito” è impegnata, dopo quasi sedici

anni, nell’allestimento della rappresentazione teatrale de “L’emancipazione dell’uomo operata dal verbo”, pastorale in tre atti con prologo, del più illustre concittadino, Padre Fedele Tirrito, letterato e pittore, vissuto nel settecento.

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L’iniziativa recupera la tradizione di metterla in scena nel periodo natalizio, accogliendo la generale richiesta popolare e facendo seguito alle manifestazione celebrative organizzate per commemorare l’autore, in occasione del bicentenario della


sua morte, avvenuta nel 1801. Più comunemente nota come la “Pastorale”, il dramma forma un binomio inscindibile con Padre Fedele Tirrito, tanto che, se esiste una forma di cultura e di amore per il teatro, a larga diffusione popolare fra in sambiagesi, tutto ciò lo si deve, in modo esclusivo, alla “Pastorale”, l’opera per antonomasia, in grado di calamitare la partecipazione di tutta la cittadinanza, assicurando ogni sera il pienone di spettatori. Si viene a completare, in tal modo, quel ricco patrimonio di tradizioni religiose, folcloristiche-artistiche, che caratterizzano la comunità sambiagese. L’opera composta fra il 1759 e il 1762, durante il soggiorno a Casteltermini, presso il convento dei cappuccini, rimase inedita, probabilmente perché l’autore non ebbe il tempo di elaborarla e rifinirla. Tuttavia, durante la sua vita, fu rappresentata in molti centri siciliani, riscuotendo immediato successo. Si deve al tipografo Gaetano Giuliano Carini la prima stampa, datata 1926, pur con evidenti errori, incoerenze, mutilazioni dovute a successive trascrizioni da parte di imperiti amanuensi. Una stampa recente è del 2003, a cura del comune di San Biagio Platani. Quale il motivo di tanto successo e amore per quest’opera? Il mondo dei pastori portato sulla scena riflette la realtà sociale dell’epoca, la sua visione del mondo, i suoi sentimenti ed i suoi difetti. Questa identificazione ha spinto, nel corso dei due secoli, molti sambiagesi a calcare la scena, ha favorito l’aggregazione sociale e una forma gioiosa di svago, esaltando le sane virtù umane di una società semplice, generosa, disponibile, povera si,

ma in simbiosi con la natura e ricca di valori etici. Anche per questo il personaggio più amato è l’umile, zotico, pigro Nardo, capace però di nobili gesta eroiche, che ne riscattano la dignità. Per inciso, i suoi modi di dire dialettali sono un omaggio dell’autore ai suoi concittadini e sovente, soprattutto tra gli anziani, vengono ripetuti con naturalezza. L’opera quindi è un’occasione di recupero del dialetto e della sua trasmissione alle generazioni future. In essa coesistono tra drammi: spirituale, storico-religioso, allegorico-pastorale, che suscitano emozioni diverse, ma che si fondono infine in un’unica narrazione. Angoscia, speranza, serenità, gioiosità emanano da brani recitati alternate ad arie musicali. Quasi un musical moderno. L’azione si svolge in tre atti preceduti da un prologo, che ne riassume il significato religioso e morale. In uno scenario surreale, fuori dal tempo e dallo spazio, si assiste allo scontro violento tra il bene e il male. L’Umanità, illusa dalle lusinghe dell’inganno, che la spinge verso i falsi idoli, potenza, ricchezza, successo, si trova

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smarrita e senza una meta, per di più gravata dalla colpa. Tuttavia la fede ardente ed umile spinge l’Amor Divino ad operare la salvezza con la venuta del Messia. C’è tutta l’essenza del Cristianesimo. Il male però è immanente nel mondo, finché esisterà l’Umanità. Mai domo, sempre più sofisticato, si manifesta nelle forme più subdole e raffinate. Nel dramma tenterà fino in fondo di contrastare la venuta del Messia e si adopererà, anche nell’ambiente misero dei pastori, sotto le forme delle bestie feroci, che attentano alla sicurezza del gregge e quindi alla serenità della società. La “Pastorale” è un’opera di grande attualità, che impone una profonda riflessione: dove va l’uomo del terzo millennio? Quali valori deve ricercare? Quale rapporto corretto deve avere con la Natura e con i propri simili? L’associazione, pur fedele allo spirito del testo, ha profuso tutto il suo impegno nel rendere scorrevole lo sviluppo dell’azione scenica, cercando di fondere i diversi aspetti: recitativo, cantato, effetti luce e sonori con l’intento di comunicare emozioni e messaggi positivi.


Noi ti vediamo

S

ulle 201 Nazioni nel Mondo, ben 192 sono concordi sul fatto che l’11 dicembre deve essere una giornata speciale: 24 ore interamente dedicate all’ambiente della montagna. I Paesi in questione sono i membri delle Nazioni Unite che dal 2003 hanno istituito la Giornata internazionale della Montagna: “l’occasione per creare consapevolezza circa l’importanza delle montagne per la vita, per evidenziare le opportunità e i vincoli per lo sviluppo della montagna e di costruire partnership che porteranno a un cambiamento positivo per il pianeta”, come si legge sul portale della Fao (http://www.fao.org/ mnts/en/). Su questa scia, a Cammarata e San Giovanni Gemini, le giornate dal 9 al 12 dicembre 2010 vedono come unica protagonista proprio lei, la Montagna, con una serie di manifestazioni pensate appositamente per studiare, valorizzare e anche celebrare questo habitat ricchissimo di natura, cultura e risorse. La “valorizzazione e lo sviluppo socio-economico dei territori montani” è il leit motiv dell’evento, articolato su una quattro giorni di seminari, tavole rotonde, mostre, saloni, gare, concerti. La manifestazione è organizzata dall’Assessorato regionale al Territorio e Ambiente e dal Comando Corpo Forestale della Regione Siciliana. La Giornata internazionale della Montagna si

svolge in concomitanza alla “Fiera della montagna”, manifestazione che da sette anni vede la collaborazione attiva dei comuni di Cammarata e San Giovanni Gemini per la promozione del territorio. Entrando nello specifico della manifestazione, i seminari sono realizzati in collaborazione con il corso di laurea in Scienze forestali e ambientali dell’Università degli studi di Palermo: relatori d’eccezione i docenti della Facoltà e quelli del dipartimento di Economia dell’Università di Parma e della Valle d’Aosta. “Io vivo… la montagna” è il concorso artistico riservato agli alunni delle scuole locali, ideato e realizzato dall’Assessorato regionale delle Risorse agricole e alimentari – UOS di Cammarata e SOAT di San Giovanni Gemnini. “Èvviva la montagna” è infine lo spazio dedicato alle realtà paesaggistiche dei Monti Sicani, valorizzate attraverso attività sportive, ludiche e ricreative. Il Salone della montagna, inoltre, offre informazioni per la fruizione dei luoghi montani in piena sicurezza, oltre alla possibilità di sperimentare l’emozione dell’arrampicata, grazie a una moderna parete attrezzata. Anche i funghi hanno la loro piccola vetrina: una mostra mostra micologica curata dal C.E.A. Platani – Sicani.

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Dove imperano i sensi

di Francesco Lo Presti

Come nel Rinascimento, l’uomo è al centro del mondo. Però non gli si chiede di rivoluzionare l’universo: più semplicemente è invitato a esprimere dei giudizi su quanto percepisce di un prodotto o servizio. Di cosa stiamo parlando? Di analisi sensoriale e di un laboratorio, quello della Soat di Prizzi, dove da quattro anni è possibile elaborare i profili sensoriali delle produzioni agricole e zootecniche siciliane. Procediamo con ordine. Dal 2006 la Sezione operativa di assistenza tecnica (Soat) di Prizzi mette a disposizione il suo laboratorio di analisi sensoriale, una struttura voluta dall’assessorato regionale delle risorse agricole e alimentari che fa parte della rete ASCA. Il laboratorio da la possibilità ai produttori agricoli di verificare le caratteristiche organolettiche

dei propri prodotti, per ottenere il riconoscimento dei marchi tipici (ad esempio DOP e DOC) con la funzione di migliorare le tecniche e i processi produttivi, individuando eventuali difetti nelle produzioni. Il la struttura ha l’obbiettivo di diffondere la cultura del cibo di qualità, di riscoprire il piacere delle cose genuine, di conoscere meglio le caratteristiche nutritive e igienico sanitarie dei prodotti tipici. L’analisi sensoriale è uno strumento che consente di misurare e valutare oggettivamente tutte le caratteristiche di un prodotto alimentare percepite dai cinque sensi umani. Se adeguatamente addestrati, attraverso il sapore, l’odore, la consistenza, il colore la forma riusciamo a percepire se un prodotto è di qualità.

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Come funziona l’analisi sensoriale? L’assaggiatore può essere un semplice consumatore o un giudice qualificato, un professionista dell’analisi sensoriale. In ogni caso non lavora mai da solo, ma sempre in un gruppo chiamato panel e diretto da un panel leader. Agli assaggiatori così riuniti è chiesto di compilare una scheda assegnando dei punteggi a determinate caratteristiche del prodotto. La scheda di assaggio varia in base alla merceologia e viene costruita attraverso una discussione condotta nel panel stesso dal panel leader. Alla fine della sessione di assaggio le schede vengono raccolte e si elaborano i dati con tecniche di statistica robusta. Così alla fine si ottengono informazioni sulla qualità del prodotto come è stata percepita dal gruppo degli assaggiatori. I dati finali sono altamente informativi: non dicono soltanto quanto piace o non piace il prodotto, ma anche il perché, i motivi della sua attraenza e i tratti che invece lo mortificano. Nella sede di Prizzi fino

a ora sono stati testati diversi oli della zona DOP “Val di Mazara” e della frutta del territorio dei Monti Sicani (come ficodindia e pesche), i numerosi formaggi prodotti nel territorio e la pasta fresca e secca prodotta esclusivamente con il grano duro siciliano. La struttura collabora con la facoltà di Agraria dell’università di Palermo: diversi sono i progetti che sono stati realizzati, fra i quali uno per analizzare alcune forme di caciocavallo derivate da diverse prove di caseificazione e uno sull’analisi organolettica relativa alla percezione di sale di alcune forme di pecorino siciliano DOP. La sezione operativa di Prizzi offre inoltre alle scolaresche e a gruppi di consumatori la possibilità di visitare il laboratorio e di cimentarsi in una prova di assaggio guidata, di formaggi tipici e dell’olio dei Monti Sicani. Questa attività è utile per far conoscere e valorizzare i prodotti locali al fine di educare ad una corretta educazione agro-alimentare. Il laboratorio si rivolge anche e soprattutto ai produttori, titolari di agriturismi e ristoranti, appassionati del gusto e professionisti della formazione.

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La verità per rifondare le ragioni dell’Unità Nazionale di Vito Lo Scrudato

La storia, anche nel caso del Risorgimento • stata scritta dai vincitori che per ben 150 anni hanno omesso la lunga, sanguinosa e incivile guerra che ha contrapposto truppe piemontesi e legittimisti borbonici assieme a bande di resistenti latitanti (i cosiddetti briganti). Si tratta ora di riscrivere la storia e realizzare lÕ idea di un concreto indennizzo

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l frastuono per l’imminente 150 anniversario dell’Unità Nazionale Italica cresce – sulle televisioni a base di dichiarazioni presidenziali, opportunistiche pubblicazioni celebrative dell’industria editoriale, articoli giornalistici più o meno revisionisti, prese di posizioni politiche che attualizzano il tema, - e si annuncia (il frastuono) denso ahimè di retorica patriottarda da parte di chi è fautore dell’Unità come valore a prescindere e all’opposto di rifiuti secessionisti dalla parte dei fautori della “questione settentrionale”, che – lo diciamo subito – sembrano volere trovare un nuova strategia per perpetrare l’ultima truffa a noi “terroni”.

In mezzo a queste due posizioni: acritica e inutilmente retorica la celebrativa dell’Unità a prescindere, con la coda di paglia la tendenzialmente secessionista che sembra dire “vogliamo fregarvi ancora per altri 150 anni”, si situa una terza possibilità, l’unica secondo noi capace di rifondare i motivi convergenti per continuare a stare insieme, il nord e il sud all’interno di una nuova trattativa che definisca ruoli e cornice istituzionale (bene il federalismo!) entro cui immaginare il futuro, anche a lungo termine: la verità storica. Un autore che ebbe forte il senso del valore della verità, un vero e proprio culto, fu Leonardo Sciascia, che ruppe con i suoi sponsor politici ed ideologici, non per

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le posizioni sulle singole questione di linea politica o di strategia antimafia, ma quando affermò con perentorietà: “la verità esiste!” che a ben vedere ha implicato la precisa nozione dei ruoli e dei fatti e delle responsabilità conseguenti: come dire che occorre sapere distinguere tra vittime e carnefici, tra lupi ed agnelli, tra i pescecani e le loro prede. Allo stesso modo nel revisionare la storia del Risorgimento e della nostra storia unitaria, tutta, fino ai nostri giorni, occorre fare un’azione di ripristino della verità dei fatti così come avvennero allora in stretta inevitabile relazione con quello che avviene oggi e che per necessità avverrà in futuro. Ripristinare la verità non è un fatto relegato alla storiografia accademica, recintata nel chiuso cerchio degli addetti ai lavori degli storici di professione, al contrario la verità risorgimentale in particolare sullo scontro militare tra truppe di occupazione e popolazioni meridionali in rivolta di massa, la verità dunque inciderà sulla costruzione di una nuova profonda identità di popolo, sulla prospettiva e i ruoli del futuro e infine (non sembri paradossale!) sullo sviluppo economico. Così come si chiede alla Turchia di revisionare la propria storiografia ufficiale ammettendo il genocidio degli Armeni (ce ne siamo occupati in un precedente numero di questo giornale) e indennizzando anche materialmente le vittime, si tratta anche per noi italici di prendere coscienza che si devono chiarire sciascianamente i ruoli dei carnefici e delle vittime, partendo dal dato numerico più eclatante: da 100.000 a un milione di uccisi dalle truppe piemontesi nei lunghi decenni dopo la rapida e fuorviante azione dei Mille, le azioni di rappresaglia e di distruzione di interi centri abitati ad opera di boriosi e mediocri comandanti piemontesi, alcuni dei quali, come Covone, ex garibaldini. La conseguente prostrazione sociale ed economica che ne seguì, aggravata dalle note rapine di ricchezza (ori e denari, proprietà terriere e immobiliari), il fenomeno fino ad allora sconosciuto

dell’emigrazione di massa, infine, la perla più preziosa, l’assunzione delle triste identità di cittadini indegni, di serie b, terroni inaffidabili e criminali. E poi la mafia, che nacque e si nutrì del sistema parlamentare messo su dai piemontesi, che la usarono per i loro lavori sporchi, fino all’attualità, per istaurare lo schema classico delle relazioni coloniali fatto di corruzioni e di violenze. Come è stato da noi fin’ora. Come non vorremmo che fosse nel futuro. Per ultimo vorremmo offrire due riflessioni: la prima è relativa alla creazione di una nuova identità meridionale e per simmetria di una diversa identità settentrionale, non più fondata su una subalternità che prima che economica è culturale, di percezione, di sentimenti e di cittadinanza. Se è vero che siamo stati oggetto di un’inaudita violenza (Pino Aprile nel suo utilissimo “Terroni” parla di metodi nazisti) allora il futuro della Nazione deve passare attraverso un’ammissione dei fatti e un conseguente indennizzo, come è stato per gli ebrei della Shoa e come si chiede ai Turchi per le vittime armene. La seconda riflessione strettamente connessa alla prima è relativa al ruolo, nuovo per forza e vantaggioso, che le regioni, i popoli del sud, potranno giocare all’interno della Nazione in un’ottica allargata ai concetti di Europa e più ancora al Mare Nostrum fungendo da ponte tra l’Europa e la riva settentrionale dell’Africa e del vicino Oriente. Ma senza mafie per favore, anche a costo di correre il rischio che il Norditalia diventi misero e sottosviluppato.

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Eventi

& dintorni

Alessandria della Rocca Presepe Monumentale Chiesa Madre dal 13 dicembre 2010 al 20 gennaio 2011 Orario visite: 10 -12 / 16 -19

Prizzi Presepe vivente, IV^ edizione 24-26-dicembre 2010 2-5-6 gennaio 2011 Orario visite: dalle 15 alle 22

Burgio

Roccapalumba

Presepi in festa, III^ edizione dal 23 dicembre 2010 al 6 gennaio 2011 Orario visite: 10 -13 / 17 -23

Mercatini di Natale, II ^ edizione 11-12-18-19 dicembre 2010 Orario visite: dalle 10 alle 22

Cammarata

Presepe vivente, VIII^ edizione 19-25-26-28-30 dicembre 2010 1-2-5-6 gennaio 2011 Orario visite: dalle 17 alle 22

Santo Stefano Quisquina Presepe vivente, II^ edizione 26-27-28 dicembre 2010 2 - 3 - 6 gennaio 2011 Orario visite: dalle 18 alle 23

Lercara Friddi Presepe vivente e Mostra mercato della Comunità francescana 26 dicembre 2010 – Istituto suore cappuccine dell’Immacolata di Lourdes Orario visite: dalle 17 alle 21

Sutera

Presepe vivente XIII^ edizione 25-26-27-28 dicembre 2010 2-3-5-6 gennaio 2011 Orario visite: dalle 17 alle 22

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Magaze.it Dicembre 2010