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Filosofia del linguaggio 2 – Isa Maria Sozzi matr. 39205 La percezione è uno dei domini più difficili e affascinanti delle attuali ricerche filosofiche e scientifiche. Solitamente pensiamo all’attività percettiva come qualche cosa di disgiunto, o persino del tutto indipendente, dal linguaggio verbale. Qual è la sua idea in proposito? Prima ancora di partire con la riflessione ad oggetto del corso, che cosa pensa che caratterizzi la relazione tra linguaggio e percezione, posto che una tale relazione esista? Pensando alla relazione tra percezione e linguaggio, la prima cosa che mi viene in mente è il film e la piece teatrale “Anna dei miracoli”, visti da piccola. Viene raccontata la storia vera di una bimba americana sorda e cieca che comprende la relazione tra parola/concetto/oggetto tramite la percezione tattile e il linguaggio dei segni manuale. In questo caso, la disabilità percettiva aveva impedito lo sviluppo del linguaggio, inteso proprio come capacità di associare il segno/parola al concetto da esprimere. Nella mia esperienza di insegnante elementare, dove i bambini arrivano già con competenze linguistiche verbali ben sviluppate, ho visto una stretta relazione tra linguaggio (soprattutto in caso di difficoltà o problematiche) e percezione. Proprio stamattina una mia alunna ha usato un suo tipico modo di esprimersi per spiegare alla classe il modo di calcolare il perimetro di una figura complessa (formata da 4 semicerchi uguali) disegnata sul quaderno: “È il doppio di quella sopra (vero, in precedenza avevamo calcolato una circonferenza con lo stesso diametro), perché … vedi qua e qua e poi que’ e que’ … è il doppio”. Il tutto accompagnato da gesti sul suo quaderno. Non tutti i compagni hanno compreso il suo ragionamento e nemmeno lei è stata in grado di tradurre la dimostrazione in formalismo matematico. Abbiamo lavorato un buon quarto d’ora per tradurre il suo ragionamento (matematicamente corretto) dal “paperese” all’italiano: “è il doppio della circonferenza disegnata sopra, perché uniamo la semicirconferenza a destra con quella a sinistra e quella in alto con quella in basso, così otteniamo due circonferenze uguali alla precedente”. Questa bambina ha usato i dati percettivi in un primo momento per costruire un ragionamento logico, quando si è trattato di esprimerlo con un linguaggio, formule matematiche o parole, ha fatto ricorso a gesti e avverbi per spiegarlo. Nei bambini, specialmente quelli più piccoli, è molto diffuso far riferimento a dati percettivi da posizione egocentrica, senza tener conto della prospettiva altrui, oppure usare espressioni sintetiche legate alle proprie percezioni individuali, senza valutare la loro condivisione con l’ascoltatore. Oggi l’interazione verbale con gli adulti, che dovrebbero guidare i bambini nell’apprendimento con l’esempio, è sempre più limitato, anche per la predominanza della comunicazione unidirezionale della televisione. I miei alunni conoscono (spesso senza comprenderne il significato preciso e contestuale) molti più vocaboli di quanti ne sapevo io alla loro età, ma ne usano pochissimi per esprimersi e soprattutto sono poco abituati ad argomentare le loro riflessioni. Tornando all’ambito scolastico, una forte relazione tra percezione e linguaggio esiste nell’apprendimento dell’italiano come L2. Nella mia realtà ci sono classi con il 40% di bambini non italofoni, in prevalenza nati non in Italia, spesso neoimmigrati. Nei primi mesi l’apprendimento della lingua italiana è il fulcro della loro giornata scolastica e viene mediato sempre con la percezione: nomenclature di oggetti direttamente presenti davanti ai loro occhi, immagini, attività motorie, ecc. accompagnate dalla parola pronunciata dal docente o dai compagni. E ci sarebbe molto ancora da dire sulla relazione tra percezione e linguaggio, passando dal linguaggio verbale a quelle che fino a poco tempo fa erano denominate educazioni: musica, arte ed immagine.

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