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Anno II - Nr. 16 - Aprile 2011

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INFORMAZIONE

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F R E E P R E S S - F R E E PR ESS - FR EE PR ESS

EDITORIALE Paolo Ventrice Nani su iddhi e vonnu a tutti nani chi vannu terra terra pedi e mani e p’a malignità brutta e superba cc’a non crisci, ca erba, erba, erba... Arbari? Se n’carcunu ndi hiurisci n’ci minamu petrati nommi crisci... Arbari, nenti!! com’allatri vandi chi unu s’asciala pemmi i vidi grandi.! e fosse possibile combattere da solo ed aver certezza di vittoria, S ogni uomo combatterebbe, solitario, le

proprie battaglie. Vuoi mettere la soddisfazione di non chiedere aiuto a nessuno? Nella società di oggi l’egocentrismo porta, però, a ben altre situazioni, pesanti da gestire, gravose da accettare, talvolta difficili da comprendere; eppure da un’analisi seria e completa, spesso, vengono fuori verità assolute che fanno discutere e che incutono timore. Ogni genio è sempre stato considerato un pazzo dai suoi contemporanei, ogni statista ha dovuto faticare non poco per attuare i suoi piani politici prima che fosse riconosciuta la valenza delle sue idee, ogni artista (si dice) deve prima morire per guadagnare in celebrità. Insomma chi si vuol conquis-tare la sacrosanta certezza di esser considerato per ciò che è oggi, per ciò che è ora, con giustezza di valutazione, ha ben da lavorare con gli altri e sugli altri. Per assurdo accade, di solito, che cercare di modificare usi e consuetudini, abitudini politiche piuttosto che costumi folkloristici, diventa una battaglia furiosa..., per assurdo c’è chi si pone contro chi è innamorato della propria città, del sole che la scalda e dell’acqua che la disseta; del popolo che la abita. Tutto ciò che viaggia al di fuori delle linee tracciate (da non si sa chi) è strano, è diverso, è da combattere, da annientare. Perché? Ebbene, perché può far male, perché potrebbe aprire gli occhi ai ciechi, ridare l’udito ai sordi, dar parola ai muti. Potrebbe capitare che qualcuno si svegli e non voglia più sottomettersi al volere incondizionato del politico o del direttore di turno che pensa solo a far carriera, potrebbe accadere che una voce fuori dal coro cominci a urlare e che qualcuno voglia raggiungere un sogno: vivere bene nella sua bella città. Sembra irreale, è vero, ma purtroppo accade troppo spesso di inciampare in pietre dure che di bello hanno poco (e d’idee ancor meno), che si materializzano sul percorso cercando di ostacolare un progetto, piuttosto che un’idea o addirittura anche solo una manifestazione o la ristrutturazione di un monumento. Fortunatamente sono pochi ed in netta minoranza, coloro che perseguono solo i propri interessi; fortunatamente c’è chi apprezza ed appoggia

Jacob Jordaens - Prometeo Secondo la mitologia Greca il Titano Prometeo incorse nell’ ira di Zeus per aver rubato agli dei il fuoco ed averlo portato in dono agli esseri umani. Per questo fu condannato a vivere incatenato in una roccia nel Caucaso, preda quotidiana di un’aquila che gli divorava il fegato. Di notte, però, essendo Egli immortale, gli ricresceva! Alla fine l’eroe Eracle uccise l’aquila e lo liberò dal supplizio! lo sforzo di pochi inetti, pazzi e sognatori, riuniti in attive Associazioni, di avviare una nuova cultura sociale, di tracciare nuove linee, condivise ed appoggiate da sempre da un lungimirante sindaco, da capaci assessori, da ottimi funzionari e da grati cittadini. Per tutti gli altri vi sono due strade: orientarsi verso questo nuovo modo di vedere le cose ed adeguarsi con una stretta e proficua collaborazione, senza interessi, o dover rendere conto ai palmesi. E prima o poi i conti tornano!

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REGISTRAZIONE AL TRIB. DI PALMI Nr. 1 / 2010 Anno II - Numero 16 - Aprile 2011 Direttore respons.: Francesco Massara Coordinatore: Paolo Ventrice Collaboratori di REDAZIONE di questo numero. Saverio Petitto Cettina Angì Nella Cannata

Walter Cricrì Salvatore De Francia Giuseppe Cricrì

Hanno collaborato anche: Maurizio Carnevali, Rocco Ortuso, Saverio Crea, Anna Badolati, Pasquale Frisina, Nicola Falcheo, Bruno Vadalà, Pino Sgrò, Tonino Orlando. Editore: Associazione Culturale Madreterrra Sede Palmi - Via ss.18 km 485.30 P.I. 02604200804 Cod. Fisc. 91016680802 Mobile - Paolo Ventrice 335 6996255 e-mail: redazione@madreterranews.it Progetto Grafico: Saverio Petitto - Walter Cricrì - Paolo Ventrice Impaginazione grafica: Paolo Ventrice Progetto e cura sito web: S. De Francia - D. Galletta Stampa: Grafiche Pollino - Castrovillari

Distribuzione gratuita fuori commercio ASSOCIAZIONE CULTURALE MADRETERRA

Ristrutturazione della “Fontana dei Canali” simbolo di antiche tradizioni che non devono essere mai dimenticate artecipazione, impegno e solidarietà per la P realizzazione di un nuovo obiettivo comune, è lo slogan, che ben si adatta, in questa cir-

… PERCHÈ ESSERE PALMESI È UNA QUALITÀ CHE RACCHIUDE CONSAPEVOLEZZE E RESPONSABILITÀ: ESSERE CONCITTADINI DI PERSONAGGI ILLUSTRI COME FRANCESCO CILEA E LEONIDA costanza. Infatti, grande è stato l’entusiasmo e REPACI, MA SOPRATTUTTO DI ESSERE CITTADINI DELLA CITTÀ l’adesione popolare che ha accompagnato, nelle DELLA CULTURA.

prime uscite, la distribuzione di oltre metà, delle 200 stampe, realizzate in tela, numerate da 1 a 200, raffigurante la Fontana dei Canali. L’ affetto e la generosità della gente, mostrata per le nostre iniziative, ci da ulteriore energia, carica, ma soprattutto, ci fa sentire orgogliosi di essere Palmesi nel cuore, nell’animo, nel pensiero, fieri di essere cittadini di un passato importante e di un futuro altrettanto avvincente. L’Associazione, tra i suoi obiettivi, si prefigge anche quello di diffondere l’amore per l’arte e l’interesse per la tutela del patrimonio storico-artistico del luogo di appartenenza, inteso come valore sociale e civico. Impegnata a far conoscere e apprendere anche le tradizioni locali, l’Associazione è consapevole che tutto questo, non può che sviluppare gli orizzonti socio-culturali, affinché si percepisca che l’arte e l’amore per essa, può contribuire al sostanziale miglioramento della persona e della società. PALMI CITTÀ DA AMARE!... e grazie per il sostegno.

La direzione non risponde del contenuto degli articoli firmati e declina ogni responsabilità per le opinioni dei singoli articolisti, degli intervistati e per le informazioni trasmesse da terzi. Il giornale si riserva di rifiutare qualsiasi inserzione. Foto e manoscritti, anche se non pubblicati, non si restituiscono. I diritti di proprietà artistica e letteraria sono riservati. Non è consentita la riproduzione, anche se parziale, di testi, documenti e fotografie senza autorizzazione. L’associazione si riserva il diritto di non pubblicare le inserzioni e le comunicazioni pubblicitarie degli inserzionisti che: 1. Siano contrarie agli interessi della asso. 2. Violino le disposizioni vigenti in materia di diritto d’autore 3. Contengano informazioni fuorvianti e scorrette 4. Non rispondano ai requisiti minimi di impaginazione professionale 5. Non siano pervenute nei termini concordati 6. Siano state fornite in modo incompleto In tutti i casi l’associazione non è responsabile per il contenuto di dette inserzioni e comunicazioni.

Un giardino in onore della Costa Viola nche Palmi ha avuto la sua vetrina in occasione della Fiera VerdeCasa, svoltasi a Padova nei giorni 18-20 A marzo. La terza edizione dell’importante evento, punto di riferimento internazionale nell’ambito della promozione di nuove idee per il verde in casa, in giardino e nella ricerca di benessere, ha registrato la presen-

za di oltre 15.000 visitatori, trattandosi di un appuntamento dedicato sia agli operatori del giardinaggio e del florovivaismo, che a tutti gli appassionati di fiori, piante e cura del verde nei giardini, nei balconi o nei terrazzi domestici. Tra le varie sezioni, quella che ha sicuramente coinvolto di più i visitatori è stato il Concorso Espositivo Giardini&Giardini, organizzato dallo Studio panGEA e patrocinato dall’AIAPP (Associazione Italiani Architettura del Paesaggio): dodici professionisti della progettazione, selezionati tra decine e decine di candidature, hanno avuto l’opportunità di realizzare sei giardini (categoria Wellness Small Gardens) e sei terrazze (categoria Happy Green Corners). In entrambe le categorie sono stati scelti progetti di un giovane paesaggista di Palmi, Sergio Sgrò, già insignito del Premio Anassilaos nel 2009 e autore di una tesi di laurea su una possibile riqualificazione del Monte Sant’Elia; si è trattato delle terrazze “A lovely place” e “Spring, Spring, Spring”, ma soprattutto del giardino “Blu_Cobalto”, che sviluppa un concetto di base fortemente ispirato al mare e al paese d’origine del suo creatore: in esso l’idea di Giardino Benessere è declinata secondo l’immagine della nostra Costa Viola, dove il ritmico, avvolgente infrangersi delle onde che abbracciano gli scogli è la colonna sonora dello spettacolo che ogni osservatore può ammirare, allorquando i primi raggi del sole, nella pace dell’alba, iniziano a far capolino fra le cime dei monti, ed il mare ancora in penombra assume un caratteristico colore Blu Cobalto, prima di virare verso quel celebre, scintillante Viola, da cui trae il nome il nostro incantevole tratto di costa. Un’idea simile, trasposta in chiave accattivante, mediante l’accostamento di arredi e materiali innovativi (lastre in alluminio e pannelli cobalto in polietilene) ad altri consueti e pregiati (ciottoli di varie tonalità di grigio e vasca idromassaggio), accompagnati da una rigogliosa vegetazione tipicamente mediterranea, ha riscosso l’entusiasmo del pubblico e celebrato degnamente l’incanto del nostro paesaggio. La redazione


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IL “NOSTRO” MAURIZIO CARNEVALI RAPPRESENTERÀ L’ITALIA A BRUXELLES L’ARTISTA CALABRESE, AUTORE DELLA “FONTE DI SAN ROCCO”, AL SIMPOSIO INTERNAZIONALE DI SCULTURA NELLA CITTÀ BELGA DAL 2 AL 16 LUGLIO 2011.

di Saverio Petitto almi, è orgogliosa ad avere P tra le opere più importanti della città, quelle realizzate

da Maurizio Carnevali. Il pittore e scultore calabrese, rappresenterà l’Italia alla Kermesse internazionale di scultura che si terrà a Bruxelles, nel prossimo mese di luglio. L’importante manifestazione vedrà all’opera artisti provenienti da tutto il mondo che eseguiranno, tutti insieme, opere in estemporanea, in una piazza dell’importante città belga. Gli scultori avranno a disposizione due settimane di tempo per realizzare le opere che avranno come tema Bruxelles, città che ha organizzato la rassegna. Il nostro rappresentante, nell’occasione, ci ha confidato che è sua intenzione realizzare una scultura che possa ricordare, in qualche modo, la nostra terra e la sua mitologia. Il fatto che ci

inorgoglisce ulteriormente e che, l’invito a rappresentare l’Italia al simposio, è arrivato al Maestro, dalla Toscana, regione che non difetta certo in scultori e artisti. L’Associazione “Prometeus”, è onorata ad annoverare tra i suoi soci un’ artista del calibro di Maurizio Carnevali, che ha sostenuto e incoraggiato in occasione della realizzazione della splendida opera, “La Fonte di San Rocco”, dedicata al Santo Patrono della città. Rappresentare l’Italia, ad una rassegna così prestigiosa e di simile caratura, è un avvenimento importante anche per la città di Palmi, a cui il Maestro è legato da sincero e profondo affetto. Maurizio Carnevali, a breve, realizzerà nella “sua” Palmi, insieme ad altri due artisti, Fabio Belloni e Achille Cofano, quattro bassorilievi in bronzo, da collocare nella ristrutturata “Fontana dei Canali” in piazza Lo Sardo. Sarà, forse, questa, l’occasione giusta per farlo diventare a tutti gli effetti “cittadino Palmese”?

Il maestro Maurizio Carnevali in un momento dell’inaugurazione della prestigiosa mostra personale “Testimonianze Privilegiate”, inaugurata Domenica 27 marzo e che rimmarrà aperta per circa un mese, a Lamezia Terme.


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Palmi opo l’appuntamento che c’è D stato, in occasione del primo anniversario della scomparsa

PROSSIMAMENTE A cura dell’Accademia Musicale Amadeus Mozart

Foto - Mimmo Zoccali

M’arricordu quand’era figghiolu

Salvatore Colosi e le figlie Giada e Clara in un momento del concerto dello scorso anno alla “Casa della Cultura” di Palmi.

del prof. Mario Bagalà, viene riproposto questo concerto, con un approfondimento generato da una tavola rotonda, dove dei relatori d’eccellenza, approfondiranno gli studi tematici e letterali che il prof. Bagalà aveva lanciato tramite il poema ed i suoi manoscritti. Questo appuntamento, viene riproposto dall’Accademia Musicale Amadeus Mozart di Palmi, ed è un appuntamento che anticiperà altri concerti che si terranno anche fuori Palmi. La particolare struttura del poema che ha voluto il prof. Bagalà, serve soprattutto in ambito di studio, per riconoscere a questo palmese un merito di lungimiranza in tema musicale; una musica che fondamentalmente viene oggi scoperta e riscoperta sulla chiave etica e sul valore di questo tipo particolare di sonorità. Ma, il dato importante, è la freddezza e l’acume che il professore Bagalà ha utilizzato per descrivere una situazione di difficile vivibilità della nostra Calabria. Il coinvolgimento di Salvatore Colosi e delle sue figlie, del gruppo che Mimmo Putrino ha voluto organizzare per suonare l’opera del Prof. Bagalà, vuole essere proprio l’inizio di questo riconoscimento. Il tutto verrà arricchito da questa tavola rotonda, dove ospiti d’eccezione

approfondiranno questo tipo di lezione che il professore ci lascia. Tutto questo viene esercitato in un periodo in cui l’Unità d’Italia vuole anche festeggiare quelle minoranze linguistiche nelle quali il nostro dialetto entra a pieni titoli. Il prof. Bagalà ha anticipato la manifestazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e di tutti quei discorsi che oggi la politica vuole fare, cercando di riempire la bocca di dati che sono molto distanti da quella realtà che il professore ha lasciato ad ognuno di noi. La proposta artistico-musicale che il prof. Mario Bagalà affida ad interpreti, che incarnano per la loro peculiare vocalità, le sonorità tipiche della tradizione colta e popolare, è un canto per la Calabria dai profondi riflessi umani, sociali e storici e attraverso una concezione musicale carica di suggestione esaltate proprio dall’uso del dialetto che esprime la sensibilità e le speranze di un travaglio profondo ma anche il desiderio di ritrovare un’identità perduta e di riscattare una terra ricca di storia e di cultura da una secolare sofferenza socio-economica. Noi invitiamo i Palmesi e tutti coloro che leggono questa rivista “Madre Terra” a partecipare a questo impegno, che viene fatto, con il motto che il professore ci ha lasciato: “È ura ma finimu mi si chiangi...”


Un Sogno lungo tutta la vita!


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UNO SCATTO IN GUINEA REGALA A DANIELE RIEFOLO IL “BRONZE AWARD 2011”

In alto lo scatto premiato col “Bronze Award” per la Sezione “Reportage” In basso -foto piccola- Daniele Riefolo e la moglie Gabriella D’Agostino

di Paolo Ventrice l fotografo palmese Daniele I Riefolo ha ricevuto un prestigioso riconoscimento nell’ambito

del Primo Festival della Fotografia e della Videografia “R-Evolution” organizzato dal FIOF, la cui cerimonia di premiazione si è svolta a Barletta dal 9 al 13 marzo scorso. Ed è proprio in quella sede che Riefolo, è stato invitato a recarsi per ritirare il premio “Bronze Award” per la Sezione “Reportage”, ottenuto nell’ambito di una competizione ad altissimo livello che vedeva partecipi numerosi fotografi provenienti da ogni parte del mondo, stante l’internazionalità del Concorso. La foto che ha colpito particolarmente i giudici era stata scattata dal fotografo palmese qualche mese addietro, nel corso di un suo viaggio in Guinea, dove si era recato su invito di un altro palmese Francesco Giordano, Presidente, in Guinea, della Fondazione “Letterio Giordano” e dell’Associazione “Car-

mine Anastasio” e ritrae degli operai intenti a smantellare una nave. Il significato recondito dello scatto, oltre, ovviamente, alla tecnica, consiste nel voler veicolare un messaggio di straordinaria valenza e cioè, il lavoro nero, che in quell’angolo d’Africa miete innumerevoli vittime nel silenzio più “assordante” da parte di tutte le istituzioni preposte. Si tenga presente che, proprio in Guinea, uomini d’affari senza scrupoli, acquistano le navi da demolire, facendole arrivare in quella baia, dove migliaia di diseredati vi saltano sopra come formiche per smontarle pezzo per pezzo, in una condizione lavorativa paurosa, come testimoniano i tantissimi, quasi quotidiani, infortuni che uccidono o nel “migliore” dei casi mutilano parecchie persone che, comunque, vedono in quello sbocco occupazionale, l’unica risorsa per portare una scodella di riso ai propri bambini. Questo, Daniele Riefolo, lo sapeva bene, e spinto da quell’innato istinto di immortalare una situazione ai più sconosciuta, ha voluto dare il suo contributo, coniugando l’arte della fotografia, alla denuncia sociale di un fenomeno di sfruttamento vero e proprio, in un’area del mondo dove i diritti sono un qualcosa di sconosciuto. Ma in quell’angolo di terra, Riefolo aveva effettuato anche parecchi “scatti” di grande valenza, su sog-

getti diversificati, tanto che, 20 di questi scatti, sono stati pubblicati addirittura sul sito ufficiale del National Geographic. E non è cosa da poco. Di questo riconoscimento, ne hanno già parlato tutte le testate giornalistiche locali, tanto che, il Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria Giuseppe Morabito, ha colto immediatamente il suggerimento del Consigliere provinciale palmese Dr. Giovanni Barone, incaricandolo di conferire una medaglia di Bronzo al già premiato Riefolo. Ed infatti nella mattinata di lunedì 14 marzo, nel corso di una piacevole cerimonia, il Dr. Barone ha conferito il riconoscimento provinciale, sottolineando la soddisfazione per l’Award assegnato a Riefolo, il quale, visibilmente emozionato, ha voluto ringraziare per il pensiero che ha molto gradito, perché proviene dalla sua terra ed ha ricordato come sia partito dal nulla e, non essendo “figlio d’arte”, ha dovuto studiare e faticare non poco, per acquisire nozioni e tecniche alle quali ha poi innestato quel pizzico di fantasia e creatività che dà alle sue foto un valore aggiunto. “Mi sento di condividere questo riconoscimento con mia moglie –ha esordito Daniele Riefolo- poiché condividiamo la stessa passione e molte volte mi ha sostenuto e spronato nei momenti di difficoltà. Non

ho mai mollato, nemmeno quando davanti a me sembrava esserci un muro insormontabile. Sono stato costretto ad emigrare per potermi formare, avendo la fortuna di incontrare tanti grandi maestri della fotografia, con i quali oggi ho ottimi rapporti. Ho imparato che, la fotografia é ben altro che mera e semplice tecnica: è fondamentale rapportarsi condividere esperienze. Questo –ha sottolineato Riefolo- fa crescere interiormente ed aggiunge espressività e sentimento alla fotografia, un pò come succede ai poeti. Infatti spesso si dimentica l’etimologia della parola fotografia (phos) luce e (graphis) grafia in poche parole scrivere con la luce. Grazie all’opportunità offertami da Francesco Giordano, ho trovato in Africa, più di ogni altra parte del mondo dove sia stato, una grande crescita interiore che mi ha arricchito interiormente stimolando la mia creatività. Ho un grande sogno nel cassetto –ha rimarcato il fotografo palmesevista la gloriosa storia di cultura che vanta questa città: che si possa un giorno istituire un premio internazionale, coinvolgendo i grandi della fotografia, alimentando così l’interesse dei giovani verso questa forma di arte. Mi è capitato per esempio aprendo la rivista “IL FOTOGRAFO” di trova-


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Attualita’ re due splendide pagine dedicate ad un altro giovane palmese: Giancarlo Parisi, che con grande passione, da anni, realizza splendidi scatti. Come lui ho avuto modo di constatare che nell’anonimato ve ne sono veramente tanti altri. Da tempo ho infatti aperto le porte del mio studio a tutti i giovani appassionati con i quali impostiamo lunghi e proficui dibattiti proprio sul mondo della fotografia, solo ed esclusivamente per una crescita collettiva. Oggi il mondo della fotografia è notevolmente mutato –ha ribadito Riefolo– è necessario confrontarsi non più in ambito locale, bensì in campo internazionale, per cui è bene “attrezzarsi” per essere in grado di competere e non chiudersi a riccio illudendosi di vivere “di rendita”. “Ed a questo proposito” –ha concluso- “da due anni siamo presenti sul mercato Statunitense ed Inglese tramite due noti wedding planners che propongono i nostri portfolii procurandoci ingaggi in quelle aree”. Certamente questi riconoscimenti sproneranno il fotografo palmese a raggiungere ulteriori e più prestigiosi traguardi, cosa che noi gli auguriamo di cuore. Ad Majora Daniele.

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Daniele Riefolo al momento della premiazione

Momenti quotidiani immortalati nella visita in Guinea

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OSPEDALE PENTIMALLI ULTIMO ATTO di Carmela Gentile ncora una volta e forse per A l’ultima, voglio ritornare sull’Ospedale Pentimalli di Palmi,

perché proprio in questi giorni si sta scrivendo la parola “fine”. La sistematica opera di demolizione dell’Ospedale Civile palmese iniziò nel 1997, anno in cui, con il pretesto della ristrutturazione, iniziò l’era dello smantellamento dei reparti più importanti: le Sale Operatorie, la Rianimazione, i reparti chirurgici e via dicendo. Gli unici due reparti che avevano resistito alla devastazione, la Medicina e la Nefrologia, stanno chiudendo i battenti per essere trasferiti a Gioia Tauro. L’ex Ospedale palmese diventa così una Struttura poli-ambulatoriale che accoglierà gli ambulatori ex - INAM, il Distretto e poche altre U.O. che comunque sono destinate a collocarsi (si spera) nel nuovo Ospedale della Piana. A onor del vero (e, cosa ancor più grave) bisogna rammentare che la devastazione che ha colpito l’Ospedale di Palmi, non ha risparmiato gli altri nosocomi viciniori: l’antico ospedale di Taurianova, la bellissima Ortopedia di Cittanova, l’Ospedale di Oppido Mamertina, quello di Scilla e, con alterne vicende anche quello di Gioia Tauro che, avendo una struttura più moderna, anche se piuttosto piccola, è stato designato ad accogliere temporaneamente le vestigia di ciò che rimane della Sanità della Piana. Bisogna comunque far presen-

te che, se i Centri della Piana e la Città di Scilla piangono la loro perduta sanità pubblica, non sorridono certamente la Città di Polistena e quella di Reggio Calabria. Infatti, Polistena è riuscita a conservare l’unico Ospedale della ex ASL 10, ma a che prezzo!!! Ha infatti conservato tutti i reparti ed è riuscita anche ad ampliare le U.O. ed il numero dei posti letto, ma tuttavia, trovandosi nel calderone della ex ASL 10 e facendo parte dell’attuale mega USP di Reggio Calabria, ha subito gli effetti della devastazione accogliendo personale raffazzonato e lottando con pastoie burocratiche e sofferenze di vario tipo. La Struttura è vecchia e malmessa, anche se alcuni Reparti sono stati ristrutturati, il lavoro è molto, la disorganizzazione è grande e l’offerta sanitaria rimane assolutamente insufficiente, vero è che dalla piana si fugge verso il vicino Ospedale di Reggio Calabria e verso il Policlinico di Catanzaro. Anche l’Ospedale di Reggio Calabria di conseguenza, si ritrova ad affrontare la necessità di erogare una massiva quantità di prestazioni sanitarie (mancando queste nel raggio di cento e più chilometri) e ciò ha portato ad una trasformazione di tale importante Struttura Regionale, da Struttura elitaria (per la presenza di reparti di eccellenza quali l’Ematologia con il suo Centro trapianti; la Neurochirurgia, la neonatologia, l’urologia con l’Unità per i trapianti renali e la

Cardiologia con l’Emodinamica) a Struttura ordinaria per l’emergenza sanitaria che si è trovata ad affrontare per l’assoluta mancanza di posti letto e di prestazioni sanitarie. Tutto ciò ha configurato l’attuale panorama sanitario della provincia di Reggio Calabria che si caratterizza a livello nazionale come il peggiore in assoluto di tutta la Nazione. In atto infatti, da questo punto di vista l’organizzazione sanitaria attuale è da terzo mondo (e sfido chiunque a dimostrare il contrario) e l’emigrazione sanitaria è paurosa, nel senso che, conosco personalmente gente del posto che per farsi operare di appendicite (tanto per dirne una) vanno a Roma! Per non parlare poi delle situazioni più gravi e delicate. Insomma da un lato la nostra regione intende risparmiare chiudendo i pochi Ospedali rimasti, dall’altro paga rimborsi salatissimi alle altre regioni che compensano le prestazioni che la nostra regione non risulta in grado di erogare e con l’aggravio del disagio enorme e dei costi enormi che devono affrontare le famiglie per andarsi a curare altrove. È dunque un gatto che si morde la coda, un circolo vizioso che non termina mai e che non apporta alcun beneficio alla nostra regione. Infatti, la strategia di chiudere le strutture inutili ed improduttive potrebbe essere giusta, a patto che si investa sulle nuove e si creino nuovi Ospedali, pochi magari, ma ben organizzati e validi, altrimenti il

cittadino calabrese sarà sempre un cittadino in fuga ora come cinquant’anni fa. L’emigrazione è come una condanna per il nostro popolo che, a distanza di centocinquanta anni dall’Unità d’Italia non riesce ad abbreviare le distanze tra nord e sud, che anzi, diventano a volte incolmabili. Ma comunque, bisogna sempre sperare e andare avanti e rassegnarsi a dire addio al glorioso Ospedale Pentimalli che tanti sacrifici, impegno sudore e lacrime ha visto negli anni della sua esistenza da parte dei professionisti che vi hanno prestato la propria opera al servizio della popolazione locale.

La Responsabilità prima della Libertà. di Chiara Ortuso na delle questioni forse U più urgenti nel panorama mondiale consiste nel senso da attribuire al termine ‘libertà’. Mai come oggi, infatti, si tende ad abusare di questa breve ma significativa parola. Quante guerre, antiche e moderne, perpetrate, comandate, decise in nome della libertà. Come se essa da diritto inalienabile ed inequivocabile fosse stata sovvertita in strumento di violenza e potere. Emmanuelle Levinas, filosofo contemporaneo attivo in Francia, pare comprendere tutta la portata esplosiva e ambigua della libertà proponendo una tesi certamente azzardata, ma quanto mai incalzante e attuale: La Responsabilità per Altri, l’altro uomo, l’Ospitalità precederebbe la libertà, messa così in questione nel suo stesso statuto ontologico. Contro, infatti, la tesi hobbesiana secondo cui le libertà degli uomini si scontrerebbero per affermarsi ciascuna contro l’altra, in una costante e violenta prevaricazione

(‘Homo homini lupus), Levinas afferma che di fronte alla libertà altrui, l’Io egoistico dell’uomo si vergognerebbe della propria usurpazione, investendola e destituendola a partire dall’altro. Nella messa in questione di sé, provocata dall’incontro con il volto di Altri, l’io si sente interpellato, responsabile infinitamente e indeclinabilmente. In questa responsabilità sarebbe dunque da riconoscere uno dei tratti dell’umano in quanto tale, la sua vocazione, la sua più profonda ossessione. Un’epoca si è conclusa consumata nell’orrore dei regimi totalitari, ma anche nella stanca retorica dei diritti umani. Questa, infatti, riconoscendo nella libertà dell’umano la sua parola d’ordine ha finito per identificarsi, come spesso accade purtroppo, con i diritti del più forte. Levinas ci indica la strada per un’umanità dell’altro uomo chiudendo la stagione di un’etica e di una politica improntate al principio della padronanza e della sovranità per cedere il passo a quello dell’accoglienza e dell’ospitalità.


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17 MARZO 2011 TRIPUDIO TRICOLORE

Un Paese che ignora il proprio ieri non può avere un domani. Indro Montanelli


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Palmi, 17 marzo 2011 - La Società Operaia di Mutuo Soccorso ha organizzato, in occasione dell’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia, una grandiosa manifestazione, alla quale hanno aderito una gran parte dei cittadini palmesi. La partecipazione delle scuole, ha contribuito a rendere ancor più gioiosa la manifestazione, che si è mossa in corteo per le vie cittadine. La S.O.M.S. si è prodigata nella gestione degli eventi con gran fervore, inserendo, nel contesto, anche un CONVEGNO DI STUDIO sul tema “Dal processo risorgimentale per l’unificazione italiana ai giorni nostri” e la distribuzione di un annullo filatelico di una cartolina celebrativa dello sbarco dei “Mille” alla marina di Palmi. Le immagini di queste pagine non hanno bisogno di alcun commento, esprimono, in tutta la loro bellezza e semplicità, i sentimenti di una città italiana. La Redazione


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Punti di vista

GIOVANI, LAVORO E...

PROSPETTIVE

PROSPETTIVE

PROSPETTIVE

di Giulio Solai uando una persona che, Q in sè racchiude tante buone qualità di correttezza mora-

le e civile, ti chiede di scrivere le tue impressioni personali, da ogni punto di vista, in base alle tue osservazioni che, determinano uno stato d’animo, qualunque esso sia, in ogni campo della quotidianità, ti tocca prendere penna e carta e aderire a questa richiesta che, a dire il vero, sembra scaturire da una immeritata stima. Per fare ciò, è impressione di chi scrive che in atto, i tempi, sono paragonabili, usando una similitudine metereologica, ad una zona dei Tropici nel periodo dei Monsoni, quando in un breve lasso di tempo si scatena un violento temporale, per poi tornare, in un tempo ragionevole, ad una situazione di relativa calma. Però lascia traccia ! Così, vede, chi scrive, l’attuale situazione della politica italiana, che in effetti determina, anche se al rallentatore, danno a molte attività italiane e colpisce principalmente i giovani, i quali vedono il loro futuro, a ragione, denso di nuvole scure. Che cosa dire poi di tanta gente che alimenta l’esercito dei disoccupati e, di chi vivacchia, con qualche lavoro precario, dal quale è venuta fuori la convivenza, che raramente arriva al matrimonio per le necessita che esso comporta. È vero si, che la precarietà di tale situazione economica è globale, ma noi Italiani non potevamo almeno reggere in qualche modo la situazione ed essere al livello dei Paesi europei più progrediti ? Sembra di si ! Adesso è da un bel po di tempo che la politica italiana non tiene nella giusta considerazione il determinarsi di una situazione paradossale: sta scomparendo la

classe media e dalle tre classi ci stiamo riducendo a due, quella che amministra e possiede la ricchezza e chi, vede sempre più vicina l’indigenza. Gli attuali governanti non si accorgono di questa situazione, che, passo dopo passo, avanza costantemente, determinando difficoltà cui innanzi si è fatto cenno. Almeno, qualcosa dal punto di vista morale, si potrebbe dare al cittadino quando va a votare: avere la possibilità di scegliere quella persona che, oltre ad avere le sue idee politiche, potrebbe essere di suo gradimento. No! Questo suo diritto gli è stato negato e resta in vigore l’attuale legge elettorale, così saranno le Segreterie dei partiti a scegliere chi dovrà governare. Ma chi scrive queste righe parla di partiti e di politica, quasi non si rendesse conto che c’è stata l’arte di levare dalla mente del cittadino, l’ideale dell’appartenenza ad un partito, qualunque esso sia. Così la politica ha perso il suo pieno significato. Assistendo a quanto in atto si verifica e perdurando tale stato di cose, l’aspirazione di essere membro di una società sempre più giusta e democratica sembra difficilmente potersi realizzare, quando, chi è al potere vuole essere protagonista di un’imperiosa sete di “cesarismo”. Per quanto si riferisce a ciò che è innanzi espresso, non si può fare a meno di notare, la negatività, del mantenimento in vigore, dell’attuale legge elettorale, per la quale, basta ricordare ciò che ha detto il presentatore, l’attuale ministro della Lega Calderoli: “è una porcata”. Nonostante ciò, resiste, e l’argomento, più volte sollecitato da diversi partiti politici, viene ignorato da parte di chi, in cambio dei vari incarichi che distribuisce, esige silenzio e obbedienza. Attualmente i nostri governanti, assieme ai loro seguaci, predicano la democrazia in senso lato,

ma a quanto pare non conoscono (o non vogliono) il suo reale significato. Sentono i vantaggi del potere e ad esso si attaccano con le unghie e con i denti e, in questa mania di sufficienza, non c’è spazio per accennare ad un dialogo con chi fa presente le più urgenti esigenze, per cercare di alleviare le precarie condizioni di quella parte derelitta della nostra società. Ci sarebbe molto da dire ma, credo bene, soffermarsi su qualcosa che lo scrivente, a torto o a ragione, riteneva superata; si è accennato qualche giorno addietro, da parte di un’alta carica dello Stato, all’esistenza del Comunismo, che l’evoluzione dei tempi ha quasi cancellato del tutto, come pure la parola Fascismo. Infatti, lo scrivente è dell’avviso di considerarle fedi retrive del passato. Si spera che tale pensiero sia veritiero ed entrato nelle coscienze degli Italiani e di tanti altri popoli. Ma la speranza maggiore, visto l’andamento di certi aspetti della vita, è che non torni quella esagerata lotta di classe, quando si voleva far credere che i Comunisti mangiavano i bambini. Ma era vero? Raramente sento qualche avventata punzecchiatura nei confronti del nostro Presidente della Repubblica. L’attuale Presidente è stato mandato dalla buona sorte a ricoprire tale alto incarico in un momento delicato della politica italiana. A tale proposito, speriamo che il futuro possa continuare ad essere benigno nell’assegnazione di tale Ministero, che in atto è segno di equilibrio ed alto senso dello Stato in ogni sua sfaccettatura. Di questo grande uomo e ancor più statista è bene ricordare almeno due grandi esempi. In primo luogo, il provvedimento con il quale nel corso dell’anno 2010, per ben due volte, ha chiesto ed ottenuto, che fosse ridotto l’appannaggio assegnato al Presidente della Repubblica. Per questo gesto, nessuna voce delle Camere (Parlamento e Senato) si è fatta sentire per imitarlo, nemmeno quelli, e ce ne sono tanti, che tranquillamente per questioni di numero scaldano quegli au-

gusti scanni. In secondo luogo, la recente iniziativa di dialogo con i giovani, quando nelle giornate tumultuose della protesta studentesca, ha ricevuto una rappresentanza di essi, ai quali ha spiegato che, dato il momento di crisi globale, alcune cose necessariamente sono venute meno. L’effetto, sulla massa studentesca, ha sortito quasi un esito positivo. La cosa che appare inaccettabile è, quando, in una trasmissione televisiva la ministressa Gelmini, nel rintuzzare alcune questioni di merito relative alla legge che porta il suo nome (meritatamente o immeritatamente) non rispondeva con le argomentazioni a difesa del suo operato ma, con acredine, badava a difendere chi l’aveva posta in quell’incarico. Per come vanno le cose, mi sembra un’utopia sperare che la politica voglia tornare a miti consigli, e instaurare un rapporto di collaborazione con la concretezza, che possa sortire benefici per tutti e specie per le classi più deboli. Non possiamo andare avanti, ricordando e rimpiangendo, quella politica che ha visto protagonisti uomini del calibro di: De Gasperi, Moro, Malagodi, Berlinguer, Almirante e Nenni. Cercate di imitarli e sarà un bene per tutti. È triste avvertire che, con l’andamento attuale, anche il patrimonio della Fede Cristiana, non ha quel vigore, dal quale, quasi tutti, compreso lo scrivente, hanno avuto nutrimento sia dalla famiglia come dalla scuola. Hanno fatto confondere il significato di parole come, Papa con papi, è questo ci fa avere nostalgia dei tempi in cui, per noi fedeli, era il Santo Padre. Com’ è difficile tornare a ritroso perché tanti esempi discutibili non aiutano a tornare in se. Infine, è lecito domandarsi qual è il problema che affligge chi comanda, quando anche le pretese più assurde, possono diventare norma a suo piacimento. Nel chiudere questo scritto viene spontaneo ricordare che il degrado della vita politica italiana, in questi ultimi tempi, è giunto a livelli tali che, i vari problemi di gran parte della società vengono ignorati. Intanto il resto del Mondo osserva sbalordito.


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CRISTO RISORTO: FIDUCIA E SPERANZA

a necessità di prendere coL scienza di noi stessi e della nostra dignità per riconoscerci ed

agire con tutti come fratelli, perchè figli di Dio, ci porta a vivere il periodo quaresimale come tempo favorevole per convertirci, attraverso il silenzio, la riflessione, e la preghiera. Si tratta di un itinerario quanto mai necessario per poter accogliere, a Pasqua, Cristo risorto, e risorgere con Lui, consapevoli che con la sua morte e la sua resurrezione siamo diventati creature nuove, perchè liberate dal peccato, ed in quanto tali capaci ed impegnati a trasmettere e testimoniare a tutti lo stesso amore con cui Dio ci ha amati e continua ad amarci. La consapevolezza di essere lontani da Dio e di vivere in un

mondo disordinato, fatto di guerre fratricide, di odio, di violenza e di totale indifferenza, con relazioni e rapporti personali ispirati all’odio, all’egoismo ed alla sopraffazione, ci fa capire quanto sia necessario ed urgente convertirsi radicalmente.. Lunghi anni di esperienza ed infiniti tentativi di carattere politico e sociale, ci fanno comprendere, nonostante la buona volontà, quanto sia difficile o addirittura impossibile per l’umanità, usando solo le proprie forze, creare un equilibrio e realizzare una giustizia che tenga conto dei diritti di ogni persona, prescindendo dalla razza, dalle condizioni economiche, politiche o sociali a cui appartiene. In questo contesto il mistero di Cristo risorto, nella sua valenza

teologica, ma anche filosofica, diventa, oltre che una realtà fondamentale, una necessità assoluta per illuminare e ricostruire la storia di questo mondo, come “luogo concreto” in cui ogni uomo, ed in maniera particolare ogni cristiano, rinnovato nella fede, intesa come incontro personale con Cristo, si senta impegnato a collaborare con Lui per realizzare una pace vera e duratura. Una sana quanto oggettiva analisi di ciò che viviamo quotidianamente, evidenzia in maniera chiara che le varie manifestazioni di una religiosità formale, sia pur capaci di coinvolgere immense folle, non sono sufficienti a modificare il modo di vivere di una società priva di valori, in cui ognuno rimane chiuso in se stesso e desideroso solo di affermare il proprio torna-

conto, prescindendo dalla stessa legge di Dio in cui si illude o pensa di credere. Da questo tipo di mondo che noi stessi abbiamo costruito, ed in cui conta solo il possedere, ed il dominare sugli altri con qualunque mezzo, senza tenere conto dei diritti e della dignità di tutti coloro che ci stanno vicini, nascono la lotte violente, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la disgregazione delle famiglie, la manipolazione genetica e il contrasto macroscopico tra popoli che vivono nell’opulenza, ed altri che muoiono letteralmente di fame.. Di fronte alla mole immensa di queste problematiche e di fronte alla grande forza del male che condiziona la stessa dignità della persona, la tentazione del cristiano e di ogni uomo di “buona volontà” potrebbe essere quella della sfiducia, dello scoraggiamento e del disimpegno. Ma il mistero e la fede in Cristo, che rimane chiave di lettura della vita per chi si ispira alla fede in Lui morto e risorto, ci obbliga moralmente e ci spinge concretamente a ricercare i segni della presenza di Dio che, in realtà, è presente ed ha vinto definitivamente lo spirito deteriore di questo mondo che non è il nostro e che con la partecipazione di tutti può e deve essere rinnovato.. Il mistero della Pasqua che celebriamo e che si rinnnova ogni domenica, è un dono che ci viene dato gratuitamente per attingere nuova forza ed ottenere la luce necessaria per saper discernere la verità, e continuare a credere che, nonostante tutto, c’è ampio spazio per costruire il bene, credendo, come Cristo, nell’amore, e soprattutto, impegnandoci a fare più che osservare e giudicare. Risuona attuale e solenne l’invito accorato che Giovanni Paolo II, che sarà beatificato il prossimo primo maggio, ripetutamente ha rivolto a tutti gli uomini nell’arco del suo pontificato e del suo magistero: “non abbiate paura, aprite, anzi spalancate il vostro cuore a Cristo”. È la strada maestra percorsa da Madre Teresa di Calcutta e da molti santi, noti e meno noti, del nostro tempo che, forti della loro fede in Cristo risorto, pur camminando in mezzo alle tenebre della disperazione e dell’odio, lo hanno incontrato e servito quotidianamente a contatto con ogni uomo, soprattutto debole e povero, senza alcuna distinzione di religione e di razza, per ridargli forza coraggio e speranza, ma soprattutto amore. Conoscere ed accogliere Cristo vero Dio, ma anche il vero uomo di sempre, ci aiuta a capire quanto sia necessario, ogni giorno, morire al vecchio, al pessimismo, al male, all’egoismo ed alla disperazione, per operare come “Viventi”, a servizio della Giustizia, e della Verità, per una pace vera e duratura, fatta di convivenza, di solidarietà e di amicizia con tutti. Don Silvio


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Spazio ai lettori

A proposito dell’articolo su Rocco Isola, comparso nel numero 14 del mese di febbraio, a firma del nostro collaboratore Nicola Falcheo, ci scrive la sig.ra Mema Bagalà: «Rettificare l’articolo su Rocco Isola - Al redattore del giornale Madre terra. È da un mese che ho inviato alla vostra redazione  la presente nota  e purtroppo non ho avuto alcuna risposta, prego cortesemente di  pubblicarla nella prossima uscita del giornale Madre Terra. Cordiali saluti . Mema Bagalà» Ringraziamo la sig.ra Mema Bagalà dell’attenzione con la quale segue il nostro periodico, chiarendo, però, come il mancato inserimento della sua nota nel numero precedente, lungi dall’essere frutto di una voluta omissione, più semplicemente sia dipeso dalle esigenze d’impaginazione del giornale, che, spesso - a malincuore - non ci consentono di dar voce alle tante e-mails che i nostri lettori indirizzano alla redazione. Sullo stesso argomento - per il tramite di Rocco Miltano, presidente dell’Associazione per Palmi - abbiamo ricevuto anche una lettera della sig.ra Vincenza Pipino, informandone, correttamente, Nicola Falcheo. Pubblichiamo, dunque - sia pur contravvenendo alle linee guida del giornale - così come pervenute, le lettere di Mema Bagalà, Vincenza Pipino e del nostro collaboratore. Tuttavia, se da un lato Madre Terra è sempre disponibile al dibattito (a patto che esso sia costruttivo), dall’altro - secondo il pensiero unanime della redazione - ci rammarica, a causa dello spazio imprevisto che si è voluto dare alle predette segnalazioni, dover rimandare ad altra occasione un ampio servizio sull’opera del cav. Militano che avevamo in animo di pubblicare nel prossimo numero. Il personaggio scritto da Nicola Falcheo - Sul giornale mensile “Madre Terra” Palmi e dintorni del mese di Febbraio 2011 n°14 le pagine 22 - 23, sono state dedicate al Rocco Isola, conosciuto come Pelorosso. Uomo di grande talento, egli s’interessava delle questioni sociali del suo paese ed era “Onnipotente” nell’organizzazione delle feste religiose e tradizionali alle quali non faceva mai mancare il suo contributo personale e costruttivo. E’ stato un ottimo amico di Giuseppe Militano con il quale condivideva pensieri e tendenze. Non c’è da obiettare sulla interessante descrizione della figura di Rocco Isola e sulla valorizzazione delle sue idee produttive per il paese. Andando avanti nella lettura di questa interessante nota, è doveroso chiarire dei punti non molto veritieri: Pelorosso è stato il grande mago della FESTA DELLA VARIA e non della Varia (Varia s’intende Macchina, ideata, progettata e costruita da Giuseppe Militano con spese a suo carico. Rocco Isola era organizzatore della festa, interessandosi delle luminarie, delle Bande, della sistemazione delle bancarelle. La recente comparsa di alcuni versi del poeta palmese Carmelo Gullì “Roccu Pilurussu L’INVENTURI e Giuseppe Militanu L’ARMATURI è un verso confuso, perchè inventuri si riferisce all’ORGANIZZAZIONE DELLA FESTA. Chi ha dei dubbi sull’inventore Giuseppe Militano può consultare il Libro intitolato “La Varia Meccanica” scritto dalla nipote Mema Bagalà dove racconta tutte le vicissitudini e le difficoltà lavorative e finanziarie che suo nonno Giuseppe Militano ha dovuto affrontare in quella impresa molto pericolosa. Altra precisazione è che Giuseppe Militano non è mai stato un OPERAIO, egli era un Imprenditore edile e aveva tanti possedimenti: attestati anche da una cartolina postale a testimonianza, tutt’ora in circolazione. Aveva una falegnameria, dei mulini, e grosse aziende olearie (una meccanizzata, l’altra funzionante con ruote spinte a trazione animale). Un’impresa di onoranze funebri attrezzata per le diverse categorie di servizio, Un pastificio. Aveva a sua disposizione più di cento operai. Per quanto riguarda il “progetto Varia” egli lo ideò con accorgimenti molto personali e con meccanismi complicati che al momento del collaudo esperti ingegneri non poterono fare altro che congratularsi con l’inventore Giuseppe Militano perchè la macchina risultava perfetta. Il corrispondente palmese del “Ferruccio” ha sbagliato nel dire “Lievissime modifiche”. Chiariti questi punti è giusto che Rocco Isola debba essere ricordato a memoria d’uomo per il suo grande contributo che ha dato al suo paese. Mema Bagalà Alla Redazione del periodico Madre terra - Mi chiamo Vincenza Pipino ed sono una valida ed inconfutabile testimonianza, e per questo non è assolutaho deciso di scrivere questa lettera perché intendo esprimere alcune mie os- mente ipotizzabile che egli abbia in alcun modo partecipato a quelle due edizioservazioni riguardo a quanto ha affermato il sig. Nicola Falcheo a proposito del ni! Quando nel campo storico si opera con arbitrarie illazioni e discutibili opinioni sig. Rocco Isola Pelorosso e del cavaliere Giuseppe Militano sul n. 14 (febbraio personali, la storia non è più scienza: è falsa retorica. Inoltre, Milone, da acuto 2011) del periodico MadreTerra. Io sono una nipote di Giuseppe Militano e, come pensatore, ha focalizzato la sua narrazione sulla costruzione della macchina storica, amo la verità e ricostruisco con obiettività gli eventi mediante una meti- scenica perché, come tutti i suoi contemporanei, ha capito che la nuova struttura colosa ricerca di fonti e documenti. Encomiabile è l’iniziativa del sig. Nicola Fal- della Varia, progettata e realizzata da Giuseppe Militano per pura passione ed cheo nel voler fare emergere dall’oblio del tempo, la figura di Rocco Isola Pelo- amore per le tradizioni, avrebbe permesso non solo il ripristino della tradizionale rosso poiché, purtroppo, generalmente i palmesi commettono il grande errore di festa, interrotta da quasi trent’anni. ma ne avrebbe anche proiettato l’imponente lasciare alle ortiche il Mondo della Memoria. valore nel futuro. Perciò ritengo sia inutile e superfluo disquisire sul fatto che la Nel citato articolo, Rocco Isola viene descritto come un concittadino che ha Varia di Messina e quella di Palmi hanno una comune origine storico – religiosa, amato profondamente il paese natio ed ha cercato di valorizzare il nostro mera- sugli ammodernamenti apportati al carro sacro da mio nonno che sono evidenti viglioso territorio, divenendo nei primi decenni del Novecento popolarissimo tra i e qualificanti nelle nuove dimensioni sceniche e nei sistemi meccanici ruotanti. palmesi, soprattutto perché ideatore e fattore di iniziative valorizzatrici del monIl grande merito di Giuseppe Militano è quello di avere lasciato in eredità ai te Sant’Elia. Inoltre si dice che si è prodigato a far abbellire le chiese cittadine e palmesi la “Varia Meccanica”, una macchina tuttora esistente, senza la quale né che ha anche favorito, contribuendo finanziariamente, il ripristino della tradizio- Rocco Isola Pelorosso, né tutti gli altri organizzatori del secolo scorso, né quelli nale festa della Varia, sostenendo il progetto di ricostruzione del carro sacro re- degli ultimi anni avrebbero potuto dare vita all’emozionante e suggestiva festa, a alizzato da Giuseppe Militano al principio del secolo scorso. cui noi palmesi siamo tanto legati. È la genialità di Giuseppe Militano che ci perA dire il vero, quest’ultima affermazione a me sembra proprio un’iperbole nar- mette di definire Palmi “la Città della Varia” e non certamente l’operato di uno dei rativa (giusto per usare gli stessi termini dell’articolo) in quanto non viene docu- tanti organizzatori della festa. Lo “Zanichelli di Palmi” (così veniva chiamato il pomentata e, perciò, storicamente è inattendibile. Non ha cioè alcun valore scien- eta Pietro Milone per il suo mestiere di libraio) lo ha confermato incisivamente: tifico. In quale libro dei sogni – io mi chiedo - Nicola Falcheo ha letto questa Ah! Cu l’aviva a diri / ca senza tant’affanni / risuscita la Varia, / quasi doppu notizia? Ha sostituito le lacune documentarie con il sentito dire di persone legate trent’anni? / E se non c’era Peppi,/ mi si la menti ntesta,/ mancu pe n’atru seculu/ da vincoli familiari a Rocco Isola? Ma allora, (sempre richiamando l’articolo) bi- vidivamu sta festa! Non c’è chi diri, è veru, / fu sempri nu grand’omu! / S’ammesognerebbe dire che è proprio vero che a volte si predica bene e si razzola male! rita na statula /pe chistu, lu sò nomu!/ / E s’epparu la cruci / li latri e …li sumeri / Domenico Ferraro ha scritto che Rocco Isola manifestò il suo impegno per la Peppinu poti aviri / chiddha di cavaleri! (6) ripresa e l’organizzazione della festa della Varia, anticipando le spese dei festegSenza dubbio quindi esiste un legame unico, esclusivo ed indissolubile tra la giamenti. (1) Ebbene,anche in questo caso non viene citata alcuna fonte storica Varia e il cavaliere Militano, per cui ritengo che sia giunto il tempo di concretizche comprovi tale fatto. Nondimeno, io credo che il professore Ferraro, nel for- zare il desiderio o meglio il suggerimento del poeta Milone. È giusto e doveroso mulare tale giudizio, abbia pensato ai documenti sulla storia della festa pubblicati da parte della collettività palmese valorizzare la figura e l’opera meritoria di Giuda Teresa Galluccio e Francesco Lovecchio, concernenti non la prima edizione seppe Militano. della varia meccanica del 1900 ma il ripristino della festa della Varia dopo la priPertanto, io e gli altri discendenti ringraziamo l’Associazione culturale PER ma guerra mondiale.(2) PALMI per avere assunto l’iniziativa della stele marmorea sul prospetto della Fra l’altro, vorrei precisare che in quell’epoca, in tutta la Calabria, anticipare casa dove mio nonno cessò di vivere, e per avere proposto all’Amministrazione piccole o grandi somme non era un fatto insolito, eccezionale, ma usuale, quasi comunale l’intestazione dell’attuale piazza Lo Sardo a Giuseppe Militano nella una norma. Circolava, infatti, poco denaro contante e chi lo possedeva, secon- qualità di ideatore e costruttore della Varia Meccanica. Inoltre esprimiamo rindo una antica prassi e con le dovute garanzie, lo anticipava a chiunque: a privati graziamenti anche al Sindaco, dottor Ennio Gaudio, il quale, peraltro, già nel cittadini, ad associazioni e persino alle Amministrazioni comunali. Ad esempio, mese di agosto 2008, durante una manifestazione pubblica nella sala consiliare nell’anno 1867 il comune di Palmi aveva bisogno di 17.000 lire e il consiglio co- del Comune di Palmi, ha esternato il preciso intento di intitolare una piazza o una munale autorizzava l’avvocato Vincenzo Augimeri fu Teofilo, sindaco di Palmi, strada a Giuseppe Militano, sempre come ideatore e costruttore della Varia Mecad aprire le trattative con una persona disposta ad anticipare detta somma. Fu- canica. Adesso aspettiamo l’esito del prossimo Consiglio comunale! rono presi accordi con il proprietario Francesco Patamia di Bagnara. Pertanto, giorno 15 agosto 1867, davanti al notaio Michele Barbaro, l’avvocato Giuseppe Note Cilea, quale procuratore speciale del signor Patamia, consegnava 17.000 lire 1) D. Ferraro, A egregie cose – Monumenti, targhe, epigrafi di Palmi. Delianuova 2009 58. al sindaco signor Augimeri che, a sua volta, si impegnava a restituire il capitale pag. 2) T. Galluccio e F. Lovecchio, La Varia –Storia e tradizione- Palmi 2000- pp. 80 -84. prestato entro quattro anni, pagando un interesse annuo del 10% sulla somma 3) SASP, notaio Michele Barbaro- Busta 1332 vol. 8711- anno 1867, ff r 172. anticipata. Inoltre, a garanzia del detto capitale e dei relativi interessi, il sindaco 4) T. Galluccio e F. Lovecchio, La Varia –Storia e tradizione- opera citata pp 70 -73. ipotecava a favore del signor Patamia un fondo comunale. (3) Forse un giorno, 5) Ibidem, pp. 73 -74. Nel documento ufficiale del 1902 vengono confermati i membri della quando nell’Archivio di Stato di Palmi saranno disponibili i rogiti di quegli anni e Commissione del passato anno e vengono aggiunti i seguenti nuovi membri: Isola Rocco, li potrò leggere... scopriremo la verità. Vorrei far presente al signor Falcheo che i Fameli Bruno,Collura Salvatore, Tigano Antonino, De Maio Antonino, Tripodina Vincenzo. periodici hanno un valore di cronaca storica interpretata dal giornalista, ma solo 6) P. Milone – Picci e Zanelli- Reggio Cal. 1967 pp. 42 – 43. le carte notarili sono la fonte storica per eccellenza. Leonida Repaci, nel ciclo dei Rupe, in effetti ha storicizzato la figura di PeloPer un ricordo di Rocco Isola Pelorosso: noterelle conclusive - Spett. rosso ma il suo ricordo incarna Rocco Isola del secondo decennio del Novecento, quando “Rosso di Sila” si era ormai imposto tra i palmesi come il gran mago, le Redazione di Madre Terra, ho letto gli appunti che la sig.ra Mema Bagalà ossia il dinamico organizzatore della festa della Varia. Difatti, nel 1900, Leonida muove: a Leonida Rèpaci, per la definizione di Rocco Isola Gran mago della Repaci aveva appena due anni. Era troppo piccolo per poter recepire il mondo Bara; a Carmelo Gullì, per il verso «confuso»; al corrispondente palmese de Il Ferruccio, per l’espressione lievissime modifiche circa la ricostruzione circostante. Ho anche notato che Nicola Falcheo ha lodato la produzione poetica di Pietro della macchina della Varia nel 1900; al canonico Barone, per l’uso del terMilone, ma, nel contempo, lo ha contestato, proprio perché il poeta palmese ha mine operaio, riferito a Giuseppe Militano; da ultimo, al sottoscritto, che osannato Giuseppe Militano, mentre ha ignorato Rocco Isola. Tutto ciò è avve- nell’attingere a quelle fonti avrebbe arricchito il suo modesto contributo di nuto per due motivi molto evidenti e non per arcani ed oscuri disegni. Anzitutto contenuti «non molto veritieri». Sebbene, poi, mi sia sforzato di ravvisare nelle parole della sig.ra Bagalà perché Rocco Isola Pelorosso non è stato un protagonista della Varia nell’anno 1900 e nell’anno 1901. (4) Il suo nome è stato aggiunto tra i “probi” procura- un qualche evidente contrasto col mio scritto, mi è parso, al contrario, ch’eltori del Comitato Varia solo nell’anno 1902 (5). I documenti ufficiali superstiti ne la abbia fatto – con modi propri – né più né meno che un sunto di quel che è


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Spazio ai lettori già chiarito nell’articolo. Piuttosto, una difformità di opinioni, meno esplicita, può cogliersi tra le pieghe della richiesta di rettifica o – per meglio dire – nella ratio che la ispira. Non me ne voglia, infatti, la sig.ra Bagalà se persisto nel ritenere che l’intervento di Rocco Isola nella festa della Sacra Lettera e della Varia non si limitasse alla mera «sistemazione delle bancarelle». Ciò posto, in ossequio all’altrui libertà d’espressione e di giudizio, ritengo non sia il caso di replicare nel merito. Ho letto altresì la lettera indirizzata al giornale dalla prof.ssa Pipino, nella quale ella ritiene che io abbia «sostituito le lacune documentarie con il sentito dire di persone legate da vincoli familiari a Rocco Isola», ed altro ancora. Gentile prof.ssa Pipino, senza appellarmi ad immotivati meriti storiografici, avrei potuto, volendo, replicare alle sue “garbate” osservazioni colla medesima vivacità d’espressione. Tuttavia il rispetto e la stima che nutro per la sua persona, impongono di arrestarmi a qualche postilla in forma di risposta. Anch’io apprezzo e condivido l’iniziativa assunta dall’Associazione per Palmi, di una stele marmorea alla memoria di Giuseppe Militano. Non avrebbe alcun senso e sarebbe privo di fondamento, negare che suo nonno abbia concretamente reso possibile, attraverso la ricostruzione della macchina scenica della Varia, la ripresa di quella tradizione che, fra alterne vicende, è giunta sino ai nostri giorni. In quel che ho scritto, del resto, non v’è nulla che affermi il contrario; se mai l’impegno profuso da Militano è ribadito come la denuncia dell’oblio nel quale per decenni egli è stato relegato. Il mio articolo, sommessamente, ha inteso riferire sull’opera di un altro palmese, non meno dimenticato, Rocco Isola, protagonista a suo modo della storia della Varia e, principalmente, della festa della Sacra Lettera ad essa strettamente legata. In tale ottica, tra Otto e Novecento, il sostegno (anche finanziario) alla festa in parola, è circostanza separata e distinta dal ripristino della Varia? Od, al contrario, si traduce, in termini di mera logica, nel favorire, complessivamente, il progetto realizzato da Militano? Tuttavia lei trova, per il sol fatto di aver voluto interpretare - a fronte della lacunosità delle fonti dell’epoca - le ragioni, apparentemente incoerenti, di un verso poetico (1) e, sulla scorta di quest’ultimo, senza ergermi a depositario della verità, aver creduto fosse doveroso far cenno a Rocco Isola Pelorosso anche in relazione all’impegno ch’egli profuse nella Varia, che io abbia disconosciuto l’importanza, il rilievo, la centralità del ruolo che Militano ebbe in quella vicenda, addirittura “contestando” Milone, a danno di suo nonno (2). Sul punto non v’è ragione di argomentare, mancando la materia stessa del contendere (3). «Vorrei far presente al signor Falcheo che i periodici hanno un valore di cronaca storica interpretata dal giornalista, ma solo le carte notarili sono la fonte storica per eccellenza» - I protocolli notarili rappresentano tessere preziose e, tuttavia, non sufficienti a risolvere il variegato mosaico destinato a comporre la storia di una comunità: le vicende, piccole e grandi, degli uomini che l’animarono, i fatti per la ricostruzione dei quali, specie tra Otto e Novecento, la cronaca superstite è fonte imprescindibile di qualsivoglia, serio, lavoro storiografico. La verifica comparata delle varie fonti, in linea di massima, pone al riparo dai pericoli cui ella accenna, laddove le esigenze imposte allo studio storiografico, secondo una scelta razionale di priorità, devono sempre essere calibrate in base all’essenzialità, alla veridicità che una fonte assume in un determinato periodo. In tal modo saranno senz’altro fonti primarie una serie di materiali (Catasti, Apprezzi, Inventari, etc.), indispensabili nello studio di momenti del divenire civile e sociale di una piccola comunità nell’età tardo-medievale e moderna (per merito di una ricerca che non può arrestarsi alla sola consultazione degli archivi locali). Ma un conto, ad esempio, è attribuire priorità alle carte notarili nel ricostruire la fitta trama del tessuto socio-economico di un territorio nei secoli decimosettimo ed ottavo, altro è farlo con riferimento a quelli successivi, in cui esse, col sorgere di nuove risorse documentarie, non perdono la loro primitiva rilevanza ma per il sol fatto di accompagnarsi ad altre fonti di valore probante, il crisma di fonte storica per eccellenza. Occorre, dunque, coerentemente con le finalità dello specifico lavoro che si vuol intraprendere, modellare quelle esigenze colle realtà temporali che ci si propone d’interpretare. E comunque, gentile prof.ssa, le carte, comprese quelle notarili, saranno pure monumentum aere perennius, ma rischiano di ridursi a ben poco se la ricerca che le assume ad oggetto rinunci al ragionamento critico. Vi rinunci anche quando, a motivo della loro penuria, gli spunti interpretativi offerti da fonti minori suggeriscano di percorrere altre vie per risalire alla ricostruzione di un fatto locale, approdando non certo per mezzo di «arbitrarie illazioni e discutibili opinioni personali», ma per nessi logici, a conclusioni verosimili. Poichè in merito ad una limitata vicenda, allorchè i documenti risultino lacunosi, sarebbe vano se i compiti del ricercatore si esaurissero in pratiche da novello esploratore, alla ricerca dell’atto, del foglio dal quale ricavare la “verità” (ammesso che la “verità storica” sia concetto assoluto e non si presti, per l’inverso, ad esser maneggiato con cautela e poca spavalderia). La capacità, infatti, del ricercatore non si misura dagli esiti di uno scoop - per dirla con lessico corrente – bensì dall’essere in grado di dar vita ai documenti disponibili, coglierne le intime sfumature, coordinarli in senso logico e, sulla scorta di una complessa esegesi, di formulare talora delle ipotesi, talaltra – come consiglia il nostro caso – suggerire dati plausibili per mera logica. Si badi: non a sostegno di una tesi pregiudizialmente orientata ma, per l’appunto, verosimile, storicamente verosimile, che l’ulteriore ricerca potrà corroborare o confutare, a stregua di un metodo dinamico e dialettico che non cristallizzi l’indagine al singolo rogito notarile od all’unico documento ufficiale rinvenuto. Quando quel ragionamento, scevro da beghe paesane, potrà condursi, anche a Palmi, con serenità di giudizio – senza ricorrere all’offesa personale ed alla denigrazione gratuite - solo allora sarà possibile intavolare una discussione sui tanti aspetti della nostra storia ancora inediti, e, tra essi, sul contributo prestato da Rocco Isola (stimato nel suo intervento, semplicisticamente, al pari di «uno dei tanti organizzatori della festa») alla tradizione della Varia. Per contro, in questo nostro tempo di decadenza, nel paese che fu – a far dei nomi - di Cardone, Battaglia, dei fratelli Zagari, espressioni di una cultura intesa nell’accezione rigorosa del termine, in questo paese in cui ci si divide anche su questioni, francamente, assai modeste, censurando ogni iniziativa d’indagine che non appaia funzionale alle esigenze di una parte piuttosto che dell’altra, è bene seguitare nel racconto della storia locale narrato per scoops e “fatterelli”, senza lo stimolo di un minimo approfondimento.

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«Forse un giorno, quando nell’Archivio di Stato di Palmi saranno disponibili i rogiti di quegli anni e li potrò leggere…scopriremo la verità» - Posso anticiparle che, con molta probabilità, in quelle carte non vi troverà il nome di Rocco Isola, così come questi non compare tra quelli dei procuratori della festa nel 1900 e nell’anno seguente. Il tentativo, pertanto, di spiegare le ragioni per le quali alcune fonti, che potremmo pur convenire nel ritenere minori, sollecitino una riflessione più articolata; l’intervento di Pelorosso, sin dalla ultime decadi dell’Ottocento, nell’organizzazione delle feste cittadine; l’autorità indiscussa (e sufficientemente documentabile) di cui egli godette negli anni avvenire (che non le carte notarili, ma un elementare sforzo di logica, consente di comprendere come non dovette sorgere ex abrupto nel primo dopoguerra), inducono a leggere ben oltre quella circostanza, senza che per ciò stesso, in alcun modo, ne risultino compromessi i meriti di Giuseppe Militano (4). Tentativo che non abbisognava di particolari guarentigie scientifiche per giustificare l’argomentare del mio modesto scritto, evidentemente, per taluni fin troppo ermetico. Mi permetta, infine, di dar voce allo stesso Pelorosso, operazione che dubito sarebbe possibile attraverso i rogiti notarili del tempo. Egli, suo malgrado, si trovò spesso al centro di polemiche artificiose volte a screditarne l’operato anche in ordine all’organizzazione della festa della Sacra Lettera e della Varia. Nel 1921, in particolare, Isola si decise a collaborare per la buona riuscita della Varia solo un mese prima dell’ultima domenica di agosto, avendo esitato fino all’ultimo a parteciparvi, valutando più opportuno celebrare l’evento l’anno seguente in concomitanza con l’inaugurazione dell’acquedotto “Vina”. In effetti, Pelorosso, nell’estate del 1922 riuscì nell’intento di derogare alla tradizione, combinando, in vista del 2 settembre (giorno convenuto per l’arrivo dell’acqua dalla sorgente di Melicuccà), la celebrazione delle feste di San Rocco (la rituale processione della statua del Santo fu posticipata al 31 agosto) e della Sacra Lettera, col trasporto della Varia (domenica 3 settembre). «Una festa meravigliosa e grande», riuscita solo in parte, giacché ritardi imprevisti nei lavori di messa in opera delle condutture, resero necessario rimandare l’inaugurazione dell’acquedotto e della nuova fontana monumentale ad un tempo successivo. Orbene, tornando al 1921, il dibattito attorno all’opportunità o meno di assecondare la volontà di Pelorosso, tenne banco sulla stampa palmese per alcune settimane in un clima di generale incertezza circa l’esito della vicenda (5). «Molte sono le voci che circolano nei riguardi della festa della Sacra Lettera – annota, non a caso, il cronista de U Chiaccu il 17 luglio del 1921 - si parla di farla, o di non farla e le voci sono contrarie. Fare una festa in piccolo menomeneremmo la dignità del paese, e quella festa che ha una tradizione gloriosa finirebbe con l’essere una pagliacciata. Si farà quindi la festa? Cerchi il Cav. Guardata un accordo tra i vecchi esecutori ed ideatori della festa (dato che il Trionfo della Varia richiede una cura ed una forza di braccio speciale) e così avremo una festa degna di noi e del simbolo che essa festeggia)…Concludendo, quindi, diciamo al sig. Guardata, di mettere lei le cose per bene insistendo sempre per l’ottima riuscita della festa»(6). I mal celati dissapori che l’allora Sindaco Michele Guardata avrebbe dovuto ricomporre «tra i vecchi esecutori ed ideatori» della Varia, alludevano alle polemiche che in quei giorni avevano direttamente interessato Pelorosso, tali da far in modo che questi minacciasse di lasciare definitivamente le redini della festa nonché - come, in tal caso, poi accadde - l’organizzazione di quella del Santo Patrono. Invero taluni afferenti ad una delle fazioni avverse, per ragioni di mera politica municipale, a quella sostenuta da Pelorosso, da decenni, tanto per San Rocco, quanto per la festa della Sacra Lettera e della Varia, ne osteggiavano l’operato, ora col pretesto dell’eccessiva “larghezza” delle spese sostenute per i preparativi, ora ancora insinuando ch’egli agisse mosso da interessi personali. D’altronde Isola dovette sempre convivere con l’ostracismo di quanti, sin dalla fine dell’Ottocento - dai tempi, cioè, della lite, poi degenerata in caso giudiziario, con l’amministrazione Colarusso (7) stante la diffusa notorietà goduta tra la cittadinanza, ne temevano l’influenza in termini prettamente elettorali. Sennonché, a fronte dell’ennesima provocazione, Pelorosso, prossimo a varcare la soglia dei settant’anni, indirizza una lettera aperta “Ai cittadini di Palmi”, e, presa carta e penna, scrive: «Ormai ho finito di essere festaiolo di S. Rocco e della Sacra Lettera perché criticano la mia persona per essere troppo largo al pagamento, bene o male che nulla hanno pagato nelle feste né hanno venduto alcun bene patrimoniale, ché se denaro è mancato fui sempre io che ho anticipato. I miei compagni non furono mai tanto generosi di dare nemmeno due soldi per una marca da bollo. Ed io non ho messo in nota le piccole spese che ho sempre pagato di mia tasca. La critica continua e in tal modo da potermi mandare via. Di mia volontà me ne vado, sì, ma fino a quando i cittadini mi vogliono io ci resto, non per pochi maligni io debbo andar via dalle due feste. Per il bello dei preparativi della festa della Sacra Lettera ho sempre


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Spazio ai lettori

avuto io l’iniziativa e i cittadini di Palmi a me non hanno mai negato la tassa ed io per non far criticare Palmi e farla figurare come cittadina e capoluogo di circondario, mi sono cooperato per l’ottima riuscita di ciascuna festa. In tutti i pagamenti di musiche, fuochi ed altro feci in modo che i singoli andarono via nei loro paesi gridando: Viva Palmi. La festa di S. Rocco era avvilita, e sebbene molta devozione qui regna, la festa l’avevano resa troppo piccola, fu col mio intervento e cooperazione che l’ho fatta sì grande che tutte le musiche delle Puglie scrivono sempre alla procura di sì grandiosa festa. Questo perché mi sono sempre cooperato a far pervenire musiche di grido (Catania, Montemiletto, Acquaviva). Ho trovato S. Rocco pieno di debiti che con la mia cooperazione ne furono soddisfatti. Feci la presente chiesa, la bara che non esisteva e vari oggetti d’oro. La festa grandiosa del 1919 ove si sorteggiarono otto maritaggi orfani di guerra (depositati fino alla maggiore età alla Banca Popolare), 300 razioni ai poveri di carne e pasta al forno (alimenti tanto desiderati in quei momenti di carestia), un padiglione per la musica (mai da nessuna procura fatto) che onorava Palmi. E dopo che ho fatto tanto si parla male. Manco male che si limitarono che fui largo nei pagamenti e non dicono altro (…) I nuovi procuratori mi fanno la critica per volere il posto? Io glielo do e in pari tempo dico loro che tali posti sono ambiti o per pazzia, o fanatismo, o tornaconto, ed io posso dire ad alta voce che di queste qualità non abbia ambite, lascio la scelta ai procuratori nuovi che furono con me per tant’anni.(…) Le facciano pure o grandi o piccole come le vogliono…ma senza mettere in caricatura la mia persona. Se i cittadini consentono fare di me tale critica, non solo non ne terranno conto per quanto ribatteranno tale stupida critica perché i cittadini sanno che le sole feste grandi le ho fatte io. Lasciamo stare le feste, forse le facevo per tornaconto: però sempre col concorso dei cittadini, ho fatto la fontanina al Trodio, e mi affrettai a farla perché bisognava per la fiera della Sacra Lettera e per i passeggeri che transitavano essendo, in quel tempo, una fontana di prima necessità. E la strada che conduce al monte S. Elia? Quella la feci per il bello del mio paese per transitare con carrozze ed automobili fin sulla coma del monte, dato che prima si accedeva per un viottolo pericoloso. Feci pure un gran salone per comodo di quella gente che per la festa e di stagione accede sul monte (8). Feci una pineta che un altro anno verrà consegnata al Municipio; pineta che feci per dare fresco alle persone che sul monte vanno in pellegrinaggio in occasione della festa. Per la strada e per la pineta debbo dire che l’una fin’oggi l’ho mantenuta io e l’altra la feci piantare e coltivare a mie spese: anche la chiesa che era crollata fu da me riattata e ben addobbata per l’origine antica della chiesa e per non perdere una tradizione secolare. Per tali lavori ho spesa L. 15000 e fino a ieri pagai alla Banca per materiale fornitomi da Giuseppe Orlando. Dai cittadini ho raccolto solo L. 3100 e tengo a disposizione di chi vuole i nomi degli oblatori, e L. 2000 l’ebbi dal Comune, in tutto L. 5100. Inoltre ogni anno il 20 luglio faccio la festa a mie spese. Ecco tutto» (9) Alla stessa maniera, con buona pace di coloro che hanno radicalmente travisato il senso del mio articolo, mi sia concesso di concludere: ecco tutto. Nicola Falcheo Note 1) Suggerendo, cito testualmente: «(…) come il richiamo operato dal poeta a Pelorosso, garbatamente inserito nell’evento del 1900, verosimilmente, possa intendersi in relazione al primo tentativo esperito da Militano nel 1897 (…)». 2) A ben vedere, in un verso della poesia La Varia di Milone - unica testimonianza dell’evento del 1897 - sembrerebbe comparire un velato riferimento ad Isola, allorché il poeta, ironizzando sul fracasso dei tamburinai in Piazza Vittorio Emanuele, scrive: «Chiddhi cu li tambura / Stonavanu ‘mpaisi /Jè speru carsaratu / Mi vidu a cu li misi». Sta il fatto che fosse proprio Pelorosso a gestire in prima persona l’organizzazione di quei caratteristici concertini. Peraltro, occorre leggere (a patto che lo si voglia fare) tra le righe della strofa per comprendere come, tra il serio ed il faceto, l’espressione carsaratu usata da Milone non fosse propriamente casuale (v. nota n. 7), sebbene apparentemente funzionale solo allo stato d’animo giustificato dal contesto di una poesia sostanzialmente critica verso il primo esperimento di Militano di rinnovare, dopo circa trent’anni di forzata interruzione, l’antica tradizione. Sull’organizzazione, in particolare, dei tamburinai, v. i versi dalettali di Antonio Trimboli Nu brindissi (1935), tratti dall’inedita raccolta Amuri di Parmi: «Ma sulu d’unu / òi parru e dicu, / d’unu chi era / di tutti amicu. // E cu è di Parmi / e non è ntrussu / sapi ca parru / di Pilurussu. // Senza “lo quali”, / – omu d’azzioni – / n’arrinescìvanu / li festi boni. // Iddh’avia sempri, / belli trovati / chi ‘assav’a tutti / maravigghiati. // V’arricordati / li tamburinara, / celebri ndustria / di Siminara? – // Belli vestuti, / uniformati / comu ministri / o…mascarati. // E ‘a Peppi ‘mbulica / cu ddhu magghìolu / ch’era lu prèju / d’ogni figghiolu? (…) E ddhu…cuncertu / (cusà se s’usa) / da celebèrrima / banda pilusa? (…) Non era iddhu, / ch’i ‘studiava / sti belli cosi / chi nd’ammagava? // Iddhu, e chiù d’unu / ndu ‘mbidiava, / pe li so mèriti, / chi nd’anurava». 3) Scrive, tra l’altro, Vincenza Pipino: «Lo “Zanichelli di Palmi” (così veniva chiamato il poeta Pietro Milone per il suo mestiere di libraio)». Una precisazione, quantunque di scarso rilievo: la libreria di Milone, secondo una definizione coniata dallo stesso poeta, per il fatto d’esser luogo d’incontro quotidiano dell’élite intellettuale del paese, era detta “La Zanichelli di Palmi”. 4) Sul punto, cfr. Antonio Trimboli, op. cit.: «(…) Scasava mai la Varìa, / se non era pe iddhu? / Avògghia…ddh’arrestava / comu nu chischiriddhu // Mi pari ca lu vidu, / ca lu sentu gridari: / “mbuttati, forza ‘a vui / “veddhani e marinari!” // Dirittu sup’o ‘ccìppu, / tisu tisu, sudatu, / cu ‘a muccaturi e mani / parìa ndemoniatu. // E quandu s’accorgìa, / ca la forz’ammahjava, / malizziusu, nèspulu, / cchiù forti l’ussiava: / “Attenti Parmisani, / “ca li Siminaroti / “ndi guàrdanu, mbuttàti, / “ognunu cchiù chi poti!” // E comu li sumeri, / toccat’i ‘n’mpungituri, / ognunu a ddhi palori / spingia cu nov’arduri // Lu populu puru iddhu, / Dav’animu, ‘ncitava / e a Varìa, comu l’ogghiu, / p’avànzi sciddhicava (…)». Se, nel citare Milone, si riconosce correttamente valore di fonte, ancorché minore, alla letteratura in vernacolo, occorre considerare con egual metro anche i testi di altri autori contemporanei ai fatti oggetto della presente discussione. Tra questi, assumono particolare interesse i versi del Trimboli, il quale emigrò in Sud America nel 1909 ed, in precedenza, assistette direttamente alle dinamiche interne all’organizzazione della Varia (la sorella Concetta, infatti, vestì i panni dell’animella nelle edizioni del 1904,1905 e 1906). 5) «(…) seguendo un venerando motto antico, diciamo “meglio la Varia oggi che la Varia e l’acqua domani”» (U Chiaccu, Palmi 31 luglio 1921, anno II, n. 29). 6) U Chiaccu, Palmi 17 luglio 1921 anno II, n. 28. 7) Emblematico, a riguardo, un commento della stampa dell’epoca: “(…) Rocco Isola, uno dei bersagli favoriti della giovine Amministrazione Comunale di Palmi” (Il Piccolo di Palmi, 14 dicembre 1893, anno I, n. 38). Quanto all’accennata vertenza

giudiziaria, essa mosse da un banale verbale di contravvenzione elevato ad Isola ed alla moglie Carmela Ferraro, a motivo di una presunta violazione delle norme sul dazio di consumo avvenuta presso il rione “Trodio”: «per avere nel giorno 13 ottobre 1893 aperto la vendita al minuto di sette ettolitri di vino senza preventiva denunzia e pagamento del dazio all’amministrazione Comunale», con conseguente querela da parte di entrambi nei confronti del vice ispettore Pasquale Perna e delle guardie daziarie Nicola Trentinella e Michele Medurga. Il 14 novembre 1893, il giudice istruttore Longhi giudicò l’accusa priva di fondamento, dichiarando - in ordine alla contravvenzione ai coniugi Isola ed all’“abuso d’autorità” contestato agli agenti del dazio - il non luogo a procedere «per inesistenza di reato». Che la contravvenzione, in realtà, fosse un mero pretesto concepito per ragioni politiche ai danni di Pelorosso, fu rivelato da «una lunghissima lettera-promemoria» diretta il 22 novembre 1893 al regio Procuratore Generale presso la Corte d’Appello delle Calabrie di Catanzaro, colla quale il sindaco Vincenzo Colarusso «combatteva il pronunziato del giudice istruttore, insistendo perché quell’illustre magistrato producesse opposizione avverso l’ordinanza». Di lì a breve, il sindaco – annota un pubblicista del tempo - ritornò alla carica, rinnovando a quel magistrato la istanza per l’opposizione. Venuta questa alla conoscenza della Sezione d’accusa, il Sindaco vi si fece rappresentare da un valoroso avvocato, il quale presentò una dotta memoria contro Pelorosso e moglie imputati di contravvenzione daziaria (…)». L’ultimo dell’anno, Rocco Isola, a cui il carattere non faceva certo difetto, volle distribuire per il paese uno stampato che, con toni accesi, denunciava l’intera vicenda. La reazione di Colarusso non tardò a farsi sentire e si espresse nelle forme della querela, che, il 30 gennaio 1894, sindaco ed assessori sporsero contro Pelorosso. Così, la stampa locale avversa al partito di Colarusso, non esitò a commentare causticamente: «Ebbene dopo tutto questo i signori della Giunta nella loro querela, negano di aver perseguitato l’Isola». Sta il fatto che il Pretore del Mandamento di Palmi, con sentenza del 26 aprile 1894, riconobbe la violazione della legge daziaria, condannando Isola e consorte al pagamento di una pena pecuniaria. Impugnato però il provvedimento in sede di appello, nell’udienza camerale del 13 giugno 1894, presieduta dal Giudice Girolamo Medici, il Tribunale penale di Palmi accolse il ricorso di Pelorosso «sulle uniformi conclusioni del pubblico Ministero; e non si può negare – ebbe a precisare un cronista – che il suo pronunziato fece buona impressione nel pubblico se si eccettuano i municipalisti, i quali al certo non potevano accettarlo di buon grado». Successivamente, la Corte di Cassazione rigettò il ricorso proposto dal Procuratore del re avverso la sentenza del Tribunale: «Non parliamo delle peripezie incontrate da questo pover’uomo – il commento de Il Piccolo di Palmi - il quale altro torto non avrebbe verso l’amministrazione (…) che quello di aver tenuta ferma fede al proprio partito, combattendo nelle diverse elezioni quello dell’ex opposizione. Così soltanto si spiega che per una contravvenzione daziaria inesistente il povero Pelorosso fu trascinato da Erode a Pilato, dal Giudicato d’istruzione alla Procura Generale, da questa alla Sezione di Accusa, dalla Pretura al Tribunale, e da questo alla Cassazione!». Nonostante l’esito favorevole della causa, i problemi per Isola non cessarono. Il 24 settembre 1894, infatti, presente in aula un gran numero di cittadini, si celebrò il processo istruito a carico di Pelorosso e del tipografo Saverio Germanò, imputati per i fatti del 31 dicembre dell’anno precedente di diffamazione a mezzo stampa, minacce gravi «ed ingiusto danno in offesa dei signori V. Colarusso Sindaco di Palmi e di altri assessori comunali». Malgrado l’intervento del deputato messinese Ludovico Fulci (futuro senatore e ministro del Regno nei governi Facta), che integrava il collegio difensivo composto dagli avvocati Serafino Barbaro e Pasquale Saffioti, Pelorosso subì in primo grado una durissima condanna: «Componevano il Tribunale – si legge in una cronaca di allora – gli egregi signori Pucci Presidente, Longo e Gentili Giudici. Il pubblico ministero era rappresentato dal nuovo aggiunto giudiziario signor Avv. Bruno Larizza (…) Il Sindaco e gli Assessori sebbene siansi querelati nella loro qualità di funzionari ed anche individualmente, pure all’ultim’ora a mezzo dei loro avvocati rinunziarono alla loro qualità, costituendosi parte civile come privati individualmente offesi; e ciò sullo incidente sollevato dall’On. Fulci, che sosteneva la inammessibilità della querela e della costituzione di parte civile per la mancata deliberazione della Giunta autorizzante la querela a nome del corpo e la relativa costituzione di parte civile per i danni ed interessi. Nel merito la parte civile sostenne l’accusa nei suoi veri e modesti confini, chiedendo che venissero affermati i reati d’ingiuria e di minaccia semplice, e che conseguentemente il solo Isola venisse condannato a 25 giorni di detenzione e L. 40 di multa. Il Tribunale, però, dopo una splendida arringa dell’On. Fulci, colla sua sentenza escluse la diffamazione e la minaccia grave; ma condannò Isola al massimo della pena, cioè a sei mesi di detenzione ed a lire 100 di multa. Tale sentenza destò nel pubblico una dolorosa sorpresa, perché non si disse mai che ad un uomo come Isola, che non riportò mai condanna penale, si potesse applicare il massimo della pena, che non è quasi mai applicato anche ai più volgari malfattori: e tanto esagerata è apparsa la condanna in quanto che l’Isola scrisse il noto foglio volante sotto la impressione di un atto ingiusto e illegale consumato a suo danno dalla Giunta; di che oramai non è a dubitare, perché vi ha un giudicato dello stesso Tribunale che dichiarò ingiusta ed illegale la nota contravvenzione daziaria elevata contro Isola col relativo sequestro. Tutto questo non valse neppure per accordare le attenuanti! valse, invece, per applicare il massimo della pena (…)» (Cfr. Il Piccolo di Palmi, anno I: 23 novembre 1893, n. 35; 14 dicembre 1893, n. 38. Ibid., anno II: 24 giugno 1894, n. 13; 27 settembre 1894, n. 26; 26 agosto 1894, n. 22; 4 ottobre 1894, n. 27). La giunta Colarusso era composta dagli assessori: Filippo Neri, Letterio Napoli, Luigi Pentimalli, Giuseppe Nostro, Saverio Impiombato e Nicola Oliva. Tra i membri della Commissione per la Festa e Fiera della Sacra Lettera del 1900, presieduta da Rosario Oliva, Giuseppe Scidone (di Santo) era stato candidato alle elezioni comunali, tenutesi il 20 agosto del 1893, per il partito di Vincenzo Colarusso assieme a Rocco La Capria (di Carmine), fratello di Vincenzo, anche quest’ultimo procuratore della festa. 8) Ristrutturato all’indomani dell’ennesimo atto vandalico al quale Isola dovette porre riparo: «(…) Tutti abbiamo ragione di lagnarci (…) Pelorosso che vide esportate le croci di S. Elia e devastato il “riposatorio” che ivi aveva costruito, con suo grande stento (…)» (U Chiaccu, Palmi 10 aprile 1921, anno II, n. 15). 9) U Chiaccu., Palmi 31 luglio 1921, anno II, n. 29 (in terza pagina).

La volata del ceppo

(Estratto da U Chiaccu, Palmi, 20 agosto 1922, anno III, n. 34)

Mercoledì, giorno di S. Rocco, al suono della banda cittadina e con lo sparo di spaventosi petardi, il ceppo della Varia venne trionfalmente portato al principio del Corso V. E. dove è il punto convenuto perla partenza del Trionfo. Il Direttore e duce supremo, Don Rocco Pelorosso, dall’alto di quella mastodontica base, tenne il consueto discorso di occasione incitando i giovani per essere pronti alla chiamata. Spiegò l’alto significato dei festeggiamenti di quest’anno che suonano la rinascita di Palmi finora assetata. Don Rocco fu applaudito nella sua concione ispirata, come sempre, al sentimento di vero palmisano e gli effetti del suo dire furono di una efficacia sorprendente. Una vera folla di giovani aitanti è accorsa per iscriversi nella grande nota dei portatori della «Varia» ed ognuno ritirò la bellissima fascia tricolore che gli ornerà il petto in quel giorno di delirio cittadino. Al Comm. Maglietta, cui tanto amore e tanto senno spiegò per il felice arrivo dell’acqua «Vina», i nostri giovani, col trasporto del tradizionale Trionfo dell’Assunta in Cielo, diranno tutta la riconoscenza a nome di Palmi che da anni attende questo giorno sospirato, pronunziando il fatidico motto «senza sconzo Maria della Littara»


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L’Opera dei pupi

uei pomeriggi della rovente Q estate palermitana del 1962 sembravano interminabili: per an-

ticipare le nostre uscite avrei portato volentieri avanti le lancette del vecchio orologio a pendolo che troneggiava nel salotto buono di mia zia. Nel tardo pomeriggio, finalmente, quando l’aria sembrava rinfrescare, la zia ci concedeva di uscire e noi, trepidanti, scendevamo le scale di corsa, svoltavamo l’angolo di buona lena e ci dirigevamo verso l’Opera dei Pupi. Era una casa bassa che recava sulla parete il nome della famiglia di artisti pupari, rinomati ormai da tre generazioni. Si entrava attraverso una tenda rossa e, percorsi due o tre metri di corridoio semibuio, cominciava ad intravedersi una luce che anticipava uno spazio aperto, senza tetto e senza rumori. Qui si comprava il biglietto e si sedeva in attesa dello spettacolo. Il primo era alle 18.30, il secondo alle 21.30. Io e i miei cugini all’Opera dei Pupi conoscevamo tutti, perché mio cugino Tanino era compagno di scuola di Turi, figlio del puparo Don Nicola. Spesso andavamo a trovare Turi dietro le quinte e lì assistevamo estasiati al lavoro

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il racconto del mese di tutta la famiglia. Don Nicola insegnava ai suoi figli ciò che lui aveva appreso da suo padre e suo padre da suo nonno. Ognuno di essi aveva un compito preciso, ma all’occorrenza ricopriva più ruoli. La madre di Turi era addetta ai costumi, che confezionava con stoffe preziose, gran gusto e perizia: ogni pupo era un preciso paladino, caratterizzato dalla sua corazza e dal suo mantello. Per esempio, il Conte Orlando veniva rappresentato con una colomba sul cimiero, in abito e mantello rosso e la sua spada scintillante. C’era poi Rinaldo, in abito verde con leone sul cimiero, e Oliverio, e Carlo Magno dalla barba bianca, nelle sue vesti di broccato lavorato e di velluto sfarzoso, e i cavalieri Ruggero e Astolfo, e il traditore Gano di Magonza, patrigno di Orlando, di giallo vestito, il colore della gelosia e dell’astio. Seguivano gli eroi saraceni: il re Marsilio, Rodomonte e Ferraù, acerrimo nemico di Orlando, e tutti gli altri mori, con la tunica, il turbante e lo scudo rotondo. Ogni pupo era un’opera d’arte; lo era nel costume e nella foggia dell’armatura, ricca di cesellature, sbalzi e arabeschi; lo era nella bellezza del volto, dipinto con maestria e ricco di espressività; lo era per il tempo e la passione che il puparo gli aveva dedicato nel crearlo. I due figli maschi e il padre, che si occupavano anche delle scene, erano una cosa sola con le loro creature, a cui prestavano le loro voci e a cui davano vita muovendone dall’alto i fili. I primi pupari, alcuni addirittura analfabeti, conoscevano a memoria interi poemi e. forse inconsapevolmente, erano trasmettitori

orali di un’antica cultura cavalleresca, seppur in forma popolare, adattata per un volgo per lo più povero e ignorante, che nel Teatro dei Pupi e nel mondo leggendario dei cavalieri trovava conforto, almeno per poco, ai propri guai. Le rappresentazioni avevano come tema le storie del ciclo carolingio, come La Chanson de Geste, e naturalmente si portava in scena la più antica canzone, La Chanson de Roland, cioè le gesta di Orlando e dei Paladini di Francia, durante lo scontro fra cristiani e saraceni. Tra tutti i paladini, il più amato era il grande Orlando, baluardo di ogni virtù, eroe dalle mirabili gesta, terrore dei Saraceni, eppur vinto senz’armi dalla bellissima Angelica. Quando lo spettacolo cominciava, calava il silenzio tra gli spettatori; solo la voce di Don Nicola, chiara, possente e sapientemente modulata, introduceva l’azione e raccontava il vile tradimento di Gano di Magonza, al passo di Roncisvalle tra i Monti Pirenei, laddove il valoroso cavaliere Orlando cade nell’imboscata tesa dai Mori e, prima di rendere l’anima a Dio, fa strage di nemici con la sua prodigiosa Durlindana, quindi, alla fine sopraffatto, suona l’Olifante, il corno magico, per richiamare l’attenzione del re Carlo Magno. Tra il pubblico nessuno sembrava respirare, ogni viso era teso e in attesa del triste epilogo. Ad ogni spettacolo si ripeteva lo stesso dolore, la morte di Orlando: il pubblico era emotivamente coinvolto, le donne e i bambini piangevano, gli uomini imprecavano tra i denti contro il destino infame di codesto cavaliere. Prima comunque che Orlando passasse a miglior vita… ce ne voleva di tempo! Giacché all’inizio

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aveva la visione di Angelica, poi ricordava la dolce Francia e le terre conquistate, poi pensava al suo re, ancora chiedeva perdono a Dio e gli offriva il guanto, indi vedeva i cherubini che gli andavano incontro e alla fine lasciava il mondo terreno per giungere in Paradiso. La visione di Angelica era per me la parte più toccante e in molti la conoscevamo a memoria: tra pianti e sospiri la recitavamo in silenzio insieme alla madre di Turi, che dietro al palco dava voce ad Angelica. La retroguardia francese è ridotta a soli tre uomini e viene sopraffatta, Orlando, colpito a morte, tenta di spezzare la sua spada, ma non riuscendovi si accascia e incrocia le mani sul petto, in quell’attimo ha la visione di Angelica: “O valoroso cavaliere, o mio campione!” “O nobile sembiante, o dolce Angelica!” “Così volle per noi la sorte cieca, compagna della vita mi fu la guerra, vostro compagno sarà il dolore, poiché io vi lascio anzitempo!” “O mio signore, orgoglio e luce dei paladini di Francia, con voi muoio anch’io! Nessuna consolazione troverà la povera Angelica, che pazza di dolore invocherà la morte amica! Come non si avverano i sogni di fanciulla! Lasciate che le mie lacrime lavino questo sangue e i miei capelli asciughino il volto del più grande difensore di Francia! Addio Orlando, mio bene, mio Amore!” Ogni spettacolo era un successo, era l’apoteosi di tutti i sentimenti, e ci faceva rivivere il mondo delle giostre e dei tornei, un mondo cavalleresco fatto di virtù, coraggio e lealtà, un mondo che non esiste più, ma che io custodisco intatto nel mio cuore, oggi come allora.

Cassiopea


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CITOLENA

(urdipili) di Saverio Petitto

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ASSESSORE ALLA S...CULTURA NUNZIUS ACQUEUS CONSUL PALMENSIS

Cultura Imperitura Conosciamo noi rimedi per restare sempre in piedi, per venire belli in foto anche dopo un terremoto. Di cultura ambasciatori, d’istruzion seminatori, marmo buono è certo il nostro reggerà si spera un lustro. Dopo fulmini e tempeste, crisi, frane assai funeste, dopo il buio della notte, dopo alterchi duri e lotte, verrà il sol di primavera, quel di Varia poi si spera, per portare un bel sorriso sul sereno nostro viso, che entusiasmo poi ci dia, senza megalomania, salutando ognun per via con un bel: “ Ciao gioia mia!!” Giuseppe Cricrì

IL DETTO...

Covu di vurpi, moria di gaddhini!

La moglie a “sorpresa” ino, dopo un paio di mesi di fidanzamento, non vedeva l’ora di sposarsi. Parlando N con gli amici in villa Mazzini, diceva: “Ragazzi, quando s’incontra la donna della vita, è inutile aspettare. La mia, è una ragazza speciale, piena di virtù, sono stato

fortunato e mi meraviglio come nessuno, mai si sia accorto di lei. Presto la sposerò. Ho già stabilito la data del matrimonio”. Dalle sue parole, s’intuiva l’entusiasmo e la voglia di Nino di convolare presto a nozze. Finalmente arrivò il giorno fatidico, si sposò e, felice e contento partì per il viaggio di nozze. Al ritorno, lo incontrò Totò che gli chiese come fosse la vita da sposato. “Beh! Che vuoi che ti dica! Ci sopportiamo”. Dopo, circa due mesi, Totò lo rivide: “Nino che hai? Ti vedo strano”. E Nino: “Totò a ttia tu pozzu diri, ddha disgraziata si menti sempri i traversu, nu jornu a voli cotta e natru a voli cruda, a pigghju e affucu ‘nto sonnu.” E Totò rispose: “Cu ti lu dissi a ttia mi ti mariti? Non lu sapivi cà li peni pati?” Hai raggiuni -rispose Nino- “M’arricordu quand’eramu zziti, basati, carizzi e cioccolati. Ora chi simu maritati, caci, pugna e vestunati. La dassu, ti giuru a Ddiu. Ormai su senza jhatu. Staju, megghiu sulu, ca malu accumpagnatu,” E Totò, da persona vissuta, conclude dicendo: “Caro Nino, devi sapere, ca dopu i cumpetti si vidinu i difetti ”.


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IL PERSONAGGIO

ANTONIO BADOLATI L’ultimo grande artista palmese del Novecento

“L’Annunciazione” - Bassorilievo posto sul frontale della Chiesa dell’Oratorio

di Cettina Angì ntonio Badolati fa parte A di una straordinaria generazione di illustri palmesi, che

hanno, in campi diversi, lasciato un segno profondo della loro personalità. Badolati, non ha bisogno di encomi, bensì del nostro ricordo, perché la sua memoria resti viva. Il ricordo ad un’anima che non muore, tanto vive sono, in alcuni di noi, le sue splendide opere, testimonianze di eternità. È difficile dare una definizione comprensiva dell’arte di Antonio Badolati, che pur creando bellissime opere figurative e pur sperimentando, con straordinaria fantasia, rivolta in molteplici direzioni, poesia, pittura, scultura, opere, che rappresentano un’identificazione di verità e bellezza, non hanno mai goduto di un più vivo approfondimento e di una più vasta conoscenza. Questo articolo vuole essere il punto di partenza per una riflessione più approfondita sulla storia di questo e di tanti altri nostri illustri concittadini, molto spesso poco considerati. È opportuno sensibilizzare di più la gente sul grande patrimonio culturale che Palmi

possiede e che è, ancora in larga parte, trascurato o sconosciuto. Nel caso specifico di Badolati, tuttavia, non esiste un catalogo che ne illustri i lavori, né è stata mai allestita una mostra retrospettiva riguardante le sue opere o condotta una ricerca diretta ad individuarle. L’ incuria degli uomini non ha risparmiato neanche il bellissimo bassorilievo, realizzato dallo scultore, che decora il portale d’ingresso della chiesetta dell’Oratorio, raffigurante “l’Annunciazione”, ricoperto dalla polvere, che da anni, ne oscura l’originaria bellezza. Antonio Badolati, detto Totò, nasce a Palmi il 21 marzo 1929 e, quasi certamente, sarebbe diventato molto noto se, a parte il carattere schivo ed umile -umile, come i figli di quell’Arte che, per esprimersi, non ha bisogno di parole- non fosse morto giovane, a soli cinquantaquattro anni, essendo stato colpito da una grave malattia, come la leucemia, che gli impedisce di toccare materiali come la Si ringraziano, le famiglie Badolati e Crea per la gentile disponiblità e collaborazione.

creta ed altri, causa d’infezione; malattia che non gli impedisce, però, di ricercare nella poesia nuove sensazioni ed emozioni. Ed è proprio in questo periodo che nutre un’attenzione speciale verso i minimi particolari spesso trascurati, scopre una nuova sensibilità rivolta alla scoperta delle

piccole cose quotidiane, come ad esempio, le gocce di pioggia, che per lui diventano “piccole perline argentate”. Un’anima sensibile, quella di Antonio, che è propria dei grandi uomini. Fin da piccolo rivela un forte senso artistico che lo renderà protagonista di una storia d’arte durata oltre mez-

Antonio Badolati


di Paolo Ventrice

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IL PERSONAGGIO

zo secolo. La sua è una passione pura, autentica, le sue piccole mani da bambino riescono a dare forma a tutto ciò che lo circonda. Frequenta l’Accademia di Belle Arti con lo scultore Michele Guerrisi, diventando il suo migliore allievo, tanto che il Maestro lo definisce “il fiore all’occhiello” della

sua scuola. Alla fine degli studi si trasferisce a Roma, dove insegna ai bambini non vedenti, aspetto, questo, che evidenzia ancora di più la sua sensibilità, che viene largamente ripagata dall’affetto e stima dei suoi allievi. Accanto all’insegnamento, Antonio Badolati, prosegue la sua attività di scultore e pittore (dipingendo, prevalentemente, nature morte). Possiede, anche, una grande abilità nel costruire presepi in sughero. Il presepe, rappresenta per lui, il calore della famiglia, il rapporto stretto con Dio che egli sente profondamente. Tra le opere realizzate da Badolati, alcune decorano le Cappelle nel cimitero di Palmi, mentre, l’ultimo lavoro realizzato per il suo paese è “l’Angelo con fiaccola” che vigila la tomba del Maestro Cilea. Di molte personalità ne ha modellato fedelmente i volti, come nel caso dell’ avvocato Nino Fondacaro (il cui busto, realizzato in terracotta, è custodito presso la Casa della Cultura di Palmi), così come il busto che raffigura l’avvocato Arcangelo Badolati (donazione recente dell’avvocato Felice Badolati), i busti bronzei di Pietro Milone (esposto all’ingresso della omonima Scuola Media) e del Sindaco Carbone (collocato nella villa comunale Mazzini); che costituiscono solo una parte delle sue opere. Un affetto particolare, lo lega alle cugine De Maria, Maria, Teresa e Pina, il cui giardino rappresenta un angolo incantevole, quasi fuori dal mondo, dove trovano giusta ispirazione poesie, dipinti, sculture; divenendo, così, un luogo d’arte che solo quei pochi fortunati che hanno avuto l’onore di frequentare, non dimenticheranno mai. Negli ultimi giorni della sua vita, la poesia di Antonio è rivolta alla madre “la donna più cara del mondo”, mai dimenticata, che lo ha lasciato quando era ancora un bambino, aveva appena quattro anni, e la sua perdita, ha rappresentato per lui, un dolore profondo, incolmabile, che lo ha accompagnato nel corso della vita. Il 23 luglio 1983, Antonio Badolati muore, lasciandoci, come ricordo, l’ultima, intensa poesia a lei dedicata.

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Busti in gesso

E poi … il silenzio Tornavo da scuola, al tramonto e come sempre, mi accostai alla porta col fiato in gola per la lunga corsa. I pugni stretti, bussai E tante volte lo feci, Quasi con rabbia, tra i singhiozzi e spesso tra le lacrime, vidi il Suo volto. “Mamma!” chiamai ancora angosciato Finchè mani pietose, mi presero. E … poi il silenzio Roma 7.7.1983

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Natura morta


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MadreTerra CULTURA E FOLKLORE ulteriormente durante e subito Francesca La Gamba dopo il processo di  unificazione

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Una donna tra i briganti

Tela ad olio di Aldo Surace di Nella Cannata li argomenti sull’unità d’IG talia che negli ultimi tempi hanno canalizzato l’attenzione dei

media mi hanno indotto a curiosare tra polverosi documenti per approfondire alcune conoscenze e portare all’attenzione dei lettori di Madreterra fatti e situazioni che si sono svolte a Palmi, in quegli anni in cui si diffondeva il brigantaggio. Tale fenomeno ha

interessato periodi storici e territori diversi, ma nella storiografia italiana, con questo termine, ci si riferisce, generalmente, alle bande armate presenti nel Mezzogiorno fra la fine del XVIII secolo e il primo decennio successivo alla proclamazione del Regno d’Italia. In particolare, l’attività brigantesca assunse connotati politici e religiosi con le sollevazioni sanfediste antifrancesi e fu duramente repressa in epoca napoleonica e borbonica, sviluppandosi

d’Italia quando si contrappose alle truppe del neonato Stato italiano. Il periodo del brigantaggio in Italia meridionale rappresenta un capitolo oscuro e affascinante della storia nazionale e del mezzogiorno e viene ricordato per l’enorme numero di vittime che provocò e per le spoliazioni, le ruberie e le distruzioni commesse in tutto il Sud del Regno. Il fenomeno in Calabria divenne “di massa” durante l’occupazione giacobina e dopo il 1861, quando, nonostante l’agognata Unità, la situazione di miseria della popolazione non cambiò. Tributi sempre più insopportabili avevano ridotto la popolazione alla fame e alla disperazione e avevano portato operai, artigiani, contadini a ribellarsi alla prepotenza ed ai soprusi dello straniero, ad opporsi allo sfruttamento continuo e alle ingiustizie sociali. La forte corruzione e l’insistente persecuzione degli innocenti avevano indotto la gente ad opporre resistenza alla dura legge degli oppressori e al disumano trattamento dei deboli e degli indifesi. Anche le donne facevano la loro parte in quel contesto di insurrezione e anche Palmi ha avuto la sua brigantessa, o, per meglio dire la sua “Capitanessa” come viene chiamata dall’insigne giornalista palmese, recentemente scomparso, Attilio Foti, nel suo ultimo libro “La Capitanessa dei Piani della Corona”. Si tratta di Francesca La Gamba, nata a Palmi nel 1768 da Domenico, un commerciante originario di Monteleone (Vibo V.) e da Rosaria Speranza di Stilo, entrambi dimoranti da molti anni a Palmi. Francesca faceva la filandiera, ma il desiderio di vendetta contro i Francesi che l’avevano colpita negli affetti più cari, la portò ad unirsi a dei briganti che operavano nella zona, riuscendo a diventare la loro capobanda. Rimasta vedova del primo marito Saverio Saffioti, morto nel corso di un attacco alla guarnigione nemica alle pendici dell’Aspromonte, la giovane, per poter sfamare e allevare i suoi due figli Domenico e Carmine, ben presto dovette accettare la richiesta di matrimonio di un nuovo pretendente, un certo Antonio Gramuglia di Bagnara. Francesca era bella, di quella bellezza sanguigna e verace, propria delle donne calabresi che hanno il mare negli occhi e il vento tra i capelli. La sua avvenenza ed il suo carattere esuberante non passarono inosservati ad un ufficiale francese che se ne invaghì perdutamente. Forte della sua posizione sociale, egli tentò di sedurla in ogni modo, ma venne respinto con arroganza dalla fiera Francesca. Il militare accettò di buon grado la sconfitta, pensando in cuor suo di vendicarsi in maniera terribile. Durante la notte fece affiggere un falso manifesto sovversivo che incitava alla rivolta contro l’esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna,

accusandoli di essere gli autori della bravata. Vane furono le suppliche di Francesca, l’ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati. Il patrigno morì di crepacuore nel carcere di Reggio Calabria mentre Francesca, pazza di dolore, dopo una lunga e sofferta meditazione si unì alla banda dei briganti dei Piani della Corona con l’intento di portare a compimento il suo progetto di rappresaglia. In breve tempo, dando prova di coraggio e sprezzo del pericolo, divenne il capo indiscusso della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in una sua imboscata. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l’ufficiale suo nemico. Francesca lo riconobbe, lo guardò con occhi di ghiaccio e con una smorfia di odio furente, gli saltò addosso come una belva, estrasse dalla cintola un coltellaccio da macellaio e con un urlo bestiale lo conficcò nel petto del malcapitato, gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante. La storia di Francesca La Gamba, è la storia cruda e dolorosa di una donna forte e combattiva che diventa brigantessa per scelta. Lei non segue il proprio marito o compagno, non viene rapita e costretta a vivere di stenti per forza o per amore come altre brigantesse che la storia e la leggenda hanno riportato recentemente all’onore della cronaca. Francesca è una donna autonoma, psicologicamente indipendente che imbraccia il fucile, si traveste da uomo, diventa “Druda” e si dà alla macchia per raggiungere il potere e arrivare all’obiettivo prefissato opponendosi strenuamente al pensiero comune del tempo. La vicenda di Francesca rappresenta il dramma della rottura dell’equilibrio familiare, di madri senza più figli, di vedove, che ribaltano un ruolo stereotipato di rassegnazione e si dimostrano capaci di avere un ruolo attivo nel fare la storia e nel partecipare alla rivolta del Sud. È la storia di un popolo vinto ma mai chino che non ha in nessun caso, smarrito le proprie radici, la propria memoria e la propria dignità.


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Feste, fiere e mercati tra sacro e profano a Palmi di Rocco Liberti este, fiere e mercati, rappresentando in passato per le grame F popolazioni della Piana di Terranova, oggi di Gioia, sicuramente una valvola di sfogo a lunghi periodi di fitto lavoro, si qualificavano

occasioni utili ad operazioni di qualsivoglia genere. Al periodico alternarsi delle sagre, allietate da giochi popolari, musiche e danze, fuochi pirotecnici, rituali processioni e quant’altro ancora possibile nei frangenti economici, in cui di volta in volta ci si ritrovava, si fissavano appuntamenti per la stipula di contratti, la consegna di somme dovute, fidanzamenti ed incontri di ogni tipo, quando non si faceva uscire la voce che fissava il prezzo delle singole derrate. Erano tali, in definitiva, sia dei momenti d’indubbio respiro, nei quali veniva a rinsaldarsi nei cuori la fede religiosa degli avi, sia dei veicoli necessari allo sviluppo dei traffici mercantili. La Piana, a quanto leggiamo nelle opere degli antichi ed in documenti di prima mano, era allora tutto un fiorire d’iniziative in proposito ed ogni abitato, anche il più sparuto, menava vanto in determinati mesi di festeggiamenti in onore di tale o tal altro santo e di fiere e mercati avviati sotto l’egida del potente di turno, che ai frequentatori usava accordare speciali agevolazioni. Erano esse certamente un’affascinante sirena per i borghigiani delle plaghe contermini, che accorrevano a frotte, spesso anche con l’intento di godere delle tante indulgenze che la Chiesa metteva in palio per i visitatori di questo o quel santuario. Ricchi di spiritualità e quanto mai opportuni per lo scambio tra popolazioni diverse, tali avvenimenti riuscivano però anche circostanze, nelle quali si dovevano rilevare di sovente chiassate e imprese delittuose. Purtroppo, accanto alla gente operosa e senza grilli per il capo, ce n’era a dovizia dell’altra, che, perennemente protesa allo scontro, ne approfittava per i suoi loschi disegni. Quindi, ruberie, prepotenze ed aggressioni, non di rado sfociate in omicidi, non potevano che accompagnarsi di pari passo con atti di pace, laboriosità ed ordine. Sulla più grande manifestazione di Palmi, la festività della Madonna della Sacra Lettera, propria dell’ultima domenica di agosto e parecchio accorsata nei secoli, istituita intorno al 1582, lasciamo la parola al Fiore, che, con frasi stringate, ma eloquenti, propone al completo le varie fasi dell’andamento della stessa: «ma sontuosissima è quella che si celebra in Palmi in onor di S. Maria della Lettera, con machina maestosa di figliuoletti in abito di Angioli vagamente adornati, che accompagnano la trionfante nella cima di

detta machina, quale si porta in detto giorno processionalmente per le strade maggiori del luogo, con maraviglioso concorso di Popoli: onde si è introdotto un nobile mercato». Di un tafferuglio occorso nell›ultima domenica di agosto del 1736, quando propriamente «si stava preparando per uscire la processione col trionfo della bara», è relazione in un rogito dell›anno seguente. Allora, a motivo di onore, venne ad originarsi un imponente alterco, «in dove vi furo mazzate tra una parte, e l›altra con effusione di sangue», tra un guappo palmese ed i familiari di una giovane donna “bagnarota”. Un’importante fiera o mercato annuo, che in Palmi è stato introdotto all›incirca nel 1662 dal feudatario Andrea Concublet a somiglianza di quello che si svolgeva a Seminara, è stato causa di strenue lotte tra le due popolazioni, che sovente sono sfociate in assalti ed uccisioni. Venendo ad essere danneggiata dal comportamento di quel marchese d›Arena, la seconda città ha proposto reclamo e, dopo un decennio, ne ha avuto soddisfazione a livello ufficiale, anche se poi le cose si sono trascinate ugualmente ancora per molto. Dagli obblighi del notaio Nicola Zappone ne estraiamo uno che riguarda molto da vicino la preparazione delle feste nella cittadina, in particolare quella della Madonna della Lettera. Si tratta, in sostanza, di uno dei tanti approcci intessuti con i pirotecnici della Piana a fine della solennizzazione finale della stessa. Il 2 marzo 1815 sono convenuti da quel pubblico ufficiale il procuratore della Venerabile Cappella della Sacra Lettera, Cirillo Minasi, che aveva domicilio nel quartiere “il Soccorso” ed i fuochisti mastro Pietro Zurzolo di San Giorgio, Pietro Antonio Albanese di Polistena e Gregorio Carello di Sant’Anna. Nel mentre l’ultimo è venuto ad impegnarsi per l’allestimento di un “artificio di fuoco” proprio in occasione della festività, che cadeva nell’ultima domenica di agosto, gli altri si hanno dichiarato di essere disposti a prestare il proprio lavoro nella serata del sabato precedente. Avrebbero riscosso per ogni artificio 100 ducati, ma, se il procuratore e il pubblico non fossero rimasti soddisfatti, allora si sarebbe proceduto soltanto al pagamento dell’importo per quanto riuscito di gusto. In più, si sono obbligati alla fornitura di 16.000 mortaretti (di una prima metà rispondeva il Carello, dell’altra i restanti due), di cui 10.000 «dovevano essere sparati ad una tirata», al prezzo di duc.8 al migliaro. Peraltro, i giochi di fuoco andavano svolti nel mercato «»a quattro facciate, e di... » (parola illeggibile). In verità, i fuochi pirotecnici, clou delle manifestazioni festaiole in ogni paese, hanno rappresentato sempre un momento indifferibile per le popolazioni. Senza gli “sci mpu mpa” una festa non è una vera festa.

Immagine di repertorio - Antico mercato - 1900


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CULTURA E FOLKLORE

PALMI 1884 - UNA PASQUA PARTICOLARE L’abito non fa il monaco

di Giuseppe Cricrì hi è appassionato di storia C locale sa quanta emozione e insieme quanta soddisfazione

possa derivare dal ritrovamento di una inedita traccia di passato. A volte può essere una cartolina a raccontarci una vicenda antica, sconosciuta e interessante, a volte può farlo un vecchio giornale, una poesia o una fotografia, altre volte, come in questo caso, a rivelarci una storia inedita è un vecchio manifesto murale che, sfuggito alla colla dell’attacchino, ripiegato e conservato da qualcuno in una cassa di legno, emerge dalla polvere e dall’oblio dopo ben 127 anni, in una città lontana come quella di Avellino. Fu li che ritrovai questo documento, verosimilmente un unicum e da subito mi resi conto della importanza storica che poteva avere. Prima Festa di Palmi Mai Veduta sul Monte S. Elia questo era il titolo, del manifesto pubblicato il 9 marzo 1884 a firma del monaco della chiesetta di Sant’Elia, Fra Giuseppe Elia Porpiglia, da molti appellato Frallìa. Era quasi un proclama questo manifesto, un vero e proprio appello formulato come invito, fatto alla collettività per festeggiare in modo trionfale e fastoso la Pasqua imminente. Dall’analisi dello scritto emergono molteplici interessanti considerazioni che oggi ci portano a conoscere cose in parte non ancora note. Mi piace immaginare l’atmosfera che si avvertì a Palmi in quella occasione, nell’attesa dell’evento mistico da vivere in comunione e gioia, per la prima volta tutti insieme, palmesi e non, nella bucolica, primaverile bellezza di un Monte addobbato a festa. Tutto sarebbe iniziato il Sabato Santo (con l’alzata della Gloria) nella Piazza Canali, allora cuore pulsante della Città. Lì un Arco Trionfale illuminato e adornato con svariate bandiere, al suono di una banda, sarebbe stato quasi il prologo fastoso di quanto si sarebbe realizzato sul Monte. Nelle adiacenze di quel luogo si inerpicava il viottolo ripido e scosceso che avrebbe consentito ai pellegrini l’ascensione al Sant’Elia. Nella chiesetta sul Monte (come in quella della vicina Taureana), per tradizione, anche negli anni a venire, nel Lunedì dell’Angelo si sarebbe ripetuta la medesima liturgia celebrata il giorno precedente in tutte le altre chiese della Città (e già dal sabato nelle tre parrocchie di S. Nicola, di Maria SS Rosario e di Maria SS del Soccorso). Si sarebbe replicata la Pasqua

quindi, in una atmosfera di giubilo e fratellanza. Sant’Elia si sarebbe incoronato di luminarie, di fuochi pirotecnici e di palloni aerostatici. Fra Elia ci annuncia che quel “Lunedì di Pasqua” sarebbe stata una giornata particolare, dedicata per metà alle Sacre funzioni (gaudio spirituale) e per metà all’unione e al divertimento (allegria temporale). Una Pasquetta ante litteram quindi, all’insegna della modernità (questa festività, sarebbe stata riconosciuta e introdotta nel calendario dallo Stato Italiano solo nel dopoguerra). Oggi è consuetudine che il Lunedì dell’Angelo sia un giorno di festa da trascorrere insieme a parenti o amici con una gita o una scampagnata, pic-nic sull’erba e attività all’aperto, “fuori le mura” o “fuori porta”. Tutto ciò è legato all’episodio dei Vangeli che ricorda il viaggio dei discepoli in cammino verso Emmaus, ai quali, a poca distanza da Gerusalemme appare il Cristo Risorto. Tornando quindi a quel lontano 1884 palmese scopriamo che nel pomeriggio si sarebbero organizzati giuochi collettivi che avrebbero allietato il popolo. È singolare notare come alcuni di quei giuochi, tutt’oggi, in occasione della festa di Sant’Elia vengano ancora programmati, riproponendo quindi una tradizione ultracentenaria (penso alla corsa dei sacchi, ai balli al suono di tarantelle e al giuoco del caldajo appeso). È un vero tesoro questo manifesto anche perchè ci fa conoscere cose non immaginate; chi avrebbe mai pensato che quando mancavano ancora 19 anni alla impresa dei fratelli Wrigth (con il loro primo aereo), sul nostro Sant’Elia si poteva essere alzata in cielo una mongolfiera con Pulcinella che dispensava acqua e vino volando sul popolo festante? Altra singolarità è data dal fatto che il buon Frallìa, nella Gloria della Pasqua, invita i Palmesi alla fratellanza e alla comunione con le genti dei paesi vicini, citando Gioia Tauro, Bagnara e Seminara. Il Frate infine, pur essendo rappresentante del clero, nel manifesto invita più e più volte i laici cittadini ad usare la Bandiera Italiana per festeggiare la resurrezione del Cristo Redentore, tutto ciò, nella celebrazione più importante per la Cristianità, questo avveniva dopo soli 23 anni dall’Unità d’Italia e 14 dalla presa di Roma con la Breccia di Porta Pia, ma ben 45 anni prima della ratifica dei Patti Lateranensi, che avrebbero sancito la pace ed il mutuo riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Santa Sede. Ravvisando quindi un bel segnale di modernità in un documento tanto antico ci sorge anche qualche ragionevole sospetto. Ma

Frallia questo Frallìa ci chiederemo, era davvero un “regolare” uomo di chiesa? Era poi così normale che un religioso indulgesse in modo tanto disinibito in occasione della Pasqua del 1884, sull’uso dei simboli nazionali? Invero, questo “pseudo” frate, si era già distinto per essere stato autore, come “povero petizionario” di una supplica al re, che aveva come obiettivo l’ottenimento di una integrazione della magra pensione assegnatagli, articolata in 512 parole, ciascuna delle quali incipianti con la lettera P: “Peppino Porpiglia paternità Pasquale, povero pensionato politico, per patria pellegrino, posto promontorio Palmi, presentò più petizioni (…) poi presentemente patria pone prigionieri pulita prigione, passandogli panni, panche, pietanze, piena pancia. Peggio posizione prigionieri politici patisce povero petizionario, perché patria premiando pene passate, passagli pochissima pensione (…) Posizione perduta, prigionia patita, parentado perseguitato per Patria, pregare Principe provvedere. Giuseppe Elia Porpiglia, nel settembre del 1847, era stato partecipe della rivolta antiborbonica (poi ferocemente repressa), capeggiata da Domenico Romeo, il quale, all’indomani del fallimento dell’impresa dei fratelli Bandiera, muovendo dalla piazza di Santo Stefano d’Aspromonte, al comando di un manipolo di cinquecento uomini, prese Reggio, formandovi un governo provvisorio. Nel 1860, il Porpiglia si unì alle truppe garibaldine sbarcate a Palmi, concludendo a Teano le

sue avventure “risorgimentali”. Pagò, tuttavia, l’impegno civile con la perdita della piccola proprietà, mentre il padre fu fucilato ed il fratello morì nelle carceri borboniche scontando la condanna all’ergastolo per motivi politici. Infine, Porpiglia Frallìa con addosso le vesti di eremita, pensò bene di ritirarsi sul Sant’Elia, nell’antica chiesetta, come lui stesso confiderà al viaggiatore Nicola Marcone: “ (…)tutta la mia incombenza si è ridotta a battere sulla campana i tocchi del mattutino e dell’Ave Maria, suonare a distesa in occasione delle vigilie, tenere pulita la chiesuola, lustrare i vetri e a quando a quando togliere la polvere sulla immagine del Santo”. Chi sa se dietro la sua voglia di festeggiare e di valorizzare il nostro S.Elia (oggi purtroppo sopita anche nei nostri amministratori), in quella particolare circostanza non sia prevalso l’entusiasmo e l’impeto di rinnovamento dell’uomo d’azione, del rivoluzionario mancato o se piuttosto la garbata richiesta di corresponsione dell’obolo, per fronteggiare le spese da eseguirsi per l’occasione, non sia stata altro che un originale stratagemma tentato dell’indigente per rendere più lievi i morsi della fame?!! Il manifesto non ce lo dice, ma noi, che conosciamo la storia di ciò che sarebbe accaduto a quel povero Monte negli anni recenti, continueremo a sperare che ci sia sempre un entusiasta sognatore, un innovatore contagioso ed altruista, che sappia risollevarne le sorti, anche a costo di farlo sotto mentite spoglie.


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CULTURA E FOLKLORE

Il manifesto originale della festa

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SALUTE E BENESSERE

La «depressione» da Facebook che colpisce gli adolescenti

Secondo una ricerca americana, i ragazzi soffrono il confronto sul popolare social network MILANO - «Tu, quanti "amici" hai?»: la domanda ormai è di uso corrente nell'era di Facebook. Specie tra compagni di scuola, adolescenti che, del popolare social, network sono i più accaniti fruitori. Ma il gioco può diventare pericoloso, e la realtà virtuale che si sovrappone a quella reale, può scatenare sinistri meccanismi depressivi tra i più giovani. Lo rivela uno studio statunitense condotto dalla prestigiosa American Academy of Pediatrics. I ragazzi con difficoltà comportamentali e un basso livello di autostima, quelli che tendono a isolarsi insomma, rischiano di accentuare ancor più tali debolezze nel mondo del social network: vedere il più bello della classe con molti più amici dei tuoi o che «posta» sempre commenti positivi sarebbe molto più «pericoloso» dello star seduti da soli in un bar affollato o altre situazioni simili. Perché non ci sarebbe modo di osservare le espressioni facciali o il linguaggio del corpo, all'interno di quel contesto. Senza considerare il fatto che, essendo aperte ai commenti di chiunque, il bullismo, oltre che tra i banchi, si può riversare anche sulle pagine di Facebook: è noto il caso di una quindicenne del Massachusetts, suicidatasi dopo che era stata ampiamente sbeffeggiata sul suo profilo. IL PARERE - «Questo è un caso estremo -commenta lo psichiatra Claudio Mencacci- ma è vero che queste dinamiche possono scatenare nei ragazzi più vulnerabili, comportamenti autolesivi. Facebook è una realtà-vetrina dove uno immette soltanto elementi di positività. E sicuramente il confronto induce l'adolescente ad assolutizzare tutto e quindi a cadere in depressione, perchè non ha ancora gli strumenti per discernere il vero dall'illusorio». Per Mencacci quindi, il network più che social, a volte può essere «anti-social, perchè una realtà mondata dalla negatività del vivere, non è una realtà corretta». I genitori che notano nei propri figli un principio di depressione «devono stare con loro -conclude Mencacci- anche nei frangenti in cui si immergono nelle comunità del web. E insegnare ai ragazzi che la vita non é solo lo scintillio di una pagina di Facebook» Estratto da www.corriere.it/salute Matteo Cruccu

FOCUS ON ACNE (parte III°)

Intervista al dr. G. Ribuffo, specialista dermatologo di Salvatore De Francia Gli specialisti ordinano numerosi tipi di detergenti diversi. Sono realmente utili e quanto lo sono ? Il detergente, e la stessa parola lo dice, deve asportare, eliminare qualcosa che sta sulla pelle e, generalmente, questo riguarda il grasso eccessivo (sebo) e gli inquinanti ambientali. È buona norma quindi utilizzare un detergente che riduca il sebo nel caso di pelli grasse, tenendo conto però di terapie concomitanti, ad esempio tutte quelle che di per sé già lo riducono. In questi casi infatti l’azione concomitante di molecole sebo-riducenti e di detergenti con identica azione portano al risultato di una pelle secca, sensibile, facilmente irritabile ed infiammata, che procura bruciore e fastidio. È necessario quindi non ricorrere alle auto-medicazioni che possono sortire qualche antipatico effetto collaterale. Nel caso di pelle secca – e questo capita raramente nell’acne – saranno utilizzati detergenti non schiumogeni, delicati, che rispettino il pH cutaneo, magari associati, quando non vi siano specifiche controindicazioni, a creme con blanda azione idratante. Ci troviamo però più spesso in presenza di pelli miste e qui si pone il problema reale di quale detergente scegliere. Le ditte farmaceutiche propongono un ampio campionario che però difficilmente affronta e risolve il problema. Forse l’unico metodo è quello di alternare due detergenti con azione sebo-riducente e modicamente idratante. Si capisce che l’indicazione nei confronti del detergente riveste un’ importanza non secondaria, proprio per affrontare nella maniera più adeguata il problema della pelle lucida o secca, tenendo conto delle creme o dei farmaci assunti per bocca, a cui fa da complemento il sapone. Lei ha detto che l’acne colpisce l’età giovanile. Ho sentito parlare anche di acne nel neonato e nelle donne intorno ai 40 anni. L’acne è un tipico disturbo della pubertà ma, non raramente, si può manifestare nelle donne proprio intorno ai 40 anni. Donne che non hanno mai sofferto in giovane età, cominciano a presentare papule, pustole, eritema, associate ad una sensazione di fastidio e di sorpresa, proprio perché sanno che il disturbo è tipico dei giovani e non accettano di soffrirne. Sono forme legate ad alterazioni della funzione ormonale e si curano bene solo con i contraccettivi. All’estremo opposto esistono poi, seppure rare, le forme del neonato, per le quali bisogna astenersi da qualsiasi terapia, in quanto regrediscono spontaneamente dopo il terzo mese, essendo dovute al passaggio trans-placentare di testosterone dalla madre al bambino. Quale terapia prescrive ? Nelle forme lievi medicamenti locali. Nelle forme più gravi ed impegnative utilizzo o gli antibiotici (tetracicline o macrolidi) oppure l’isotretinoina, un derivato della vitamina A estremamente efficace e risolutivo, il cui unico punto di debolezza è di essere controindicato in corso di gravidanza. È un problema che riguarda ovviamente solo le donne in età fertile e di cui le stesse devono essere adeguatamente informate. Né loro né i ragazzi potranno donare sangue per trasfusioni per un periodo di trenta giorni oltre il termine della terapia. Prima di iniziare la terapia conviene eseguire un esame generale e monitorare, nel tempo, l’eventuale comparsa di effetti collaterali. Nelle donne che presentano alterazioni del ciclo o mestruazioni dolorose, sarà opportuno eseguire un’ecografia dell’ovaio ed i dosaggi ormonali. Qualora si decida di utilizzare il contraccettivo, bisogna farne precedere l’uso da uno studio accurato dei fattori della coagulazione per svelare in anticipo una trombofilia, cioè la predisposizione a fare flebiti o eventi trombotici. Da alcuni anni è invalso l’uso e la prassi di eseguire preventivamente questo studio. Vedo, purtroppo, molte persone che utilizzano il contraccettivo senza avere eseguito questi esami fondamentali, pur avendo avuto in famiglia soggetti con episodi trombotici in età precoce.


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SAPERI & SAPORI

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di Walter Cricrì

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VICIA FABA CARATTERISTICHE Le fave sono legumi della famiglia delle Papilionacee, suddivise in diverse varietà: la Vicia faba equina o Fava Cavallina e la Vicia faba minor o Favetta che vengono coltivate come piante foraggiere; la Vicia faba maior, la più nota, è una pianta da orto con baccelli grossi e lunghi e semi grandi ed appiattiti: quest’ultima è quella che viene destinata all’alimentazione umana. Le fave più giovani e piccole sono ottime da mangiare crude, quelle di taglia più grande si prestano meglio alla cottura. Ogni seme è racchiuso da una pellicina (epicarpo), che può essere o meno tolta. Senza di essa si migliora la digeribilità ma si apporta meno fibra. STORIA E MITI Questo ortaggio, già coltivato nell’età del bronzo, nell’antichità era conosciuto ed apprezzato come alimento commestibile, anche se si era circondato di “una macabra nomea”. Nell’antica penisola ellenica si riteneva infatti che Cerere avesse donato ad una città dell’Arcadia i semi di tutti i legumi tranne quelli delle fave, a cui era legata la credenza che vall’interno dei baccelli “albergassero le anime dei morti”, credenza avvalorata anche da Pitagora, che addirittura ne proibì l’utilizzo ai suoi discepoli, perché era convinto che nutrendosi di fave, avrebbero fagocitato le anime dei morti, rafforzata soprattutto dal colore del loro fiore, in parte anche nero; infatti, nelle cerimonie dedicate a Bacco e Mercurio venivano, cotte ed offerte per le anime dei defunti. Al tempo dei romani venivano consumate secondo le ricette di Apicio che le voleva assieme a uova, miele e pepe, prima di mescolarle ad erbe e salse. Inoltre, durante le feste dedicate alla dea Flora, protettrice della natura che germoglia, i romani le gettavano sulla folla in segno di buon augurio. Ma a festeggiamenti conclusi questo legume tornava ad essere ritenuto impuro in quanto utilizzato nei riti religiosi come cibo per i defunti, usanza simile a quella dei greci. Venendo invece a tempi ben più recenti e vicini a noi, una credenza piuttosto diffusa permane nelle campagne del centro Italia: chi apre un baccello e vi trova dentro “sette fratelli” avrà un lungo periodo di felicità. PROPRIETÀ NUTRITIVE Sono diverse le ragioni per le quali non dobbiamo trascurare di nutrirci anche di questi legumi, che si rivelano importanti alleati per la nostra salute. Le fave contengono proteine, fosforo, potassio, calcio, vitamine A e C. Sono ricche di fibre, indispensabili nella regolazione delle funzioni intestinali, e contribuiscono nel controllo dei livelli di glucosio e colesterolo nel sangue. Molto utile per la nostra salute sarebbe consumarne una certa quantità crude, in modo da poter ricavare soprattutto la vitamina C, che svolge un ruolo im-

Vicia Faba - comunemente Fava portante nel favorire l’assorbimento del ferro. Motivo per cui consumare le fave è molto utile anche per chi soffre di anemia. Tra i legumi, risulta essere il meno calorico. La fava ha comunque un alto valore nutritivo: fornisce proteine, fibre, una vasta gamma di vitamine (A, gruppo B, C, E, K, PP) e sali minerali importanti per la loro azione di drenaggio dell’apparato urinario. In fitoterapia si utilizzano solo i fiori ed i legumi. Inoltre, se siamo a dieta, le fave non costituiscono un alimento da temere, visto che il loro contenuto di calorie è piuttosto ridotto. I dietologi ci ricordano inoltre che tra i legumi, le fave risultano essere meno caloriche (37 cal. per 100g). Ma attenzione: questi numeri riguardano le fave fresche, perché con quelle secche l’apporto calorico sale vertiginosamente. QUALCHE CONSIGLIO Dolci e molto tenere, al momento dell’acquisto vanno scelte le fave con baccello duro e croccante, lucido e di un bel colore verde brillante, privo di macchie e screpolature. Ad autenticarne la qualità ed, in particolar modo la freschezza, è lo schiocco che deve fare il baccello quando lo si spezza. Se non vengono consumate subito si possono essiccare, oppure congelare dopo averle sbollentate per circa 3 minuti e riposte, appena raffreddate, in appositi sacchetti per il congelamento. Per le fave secche, controllare che non siano presenti sostanze estranee e che i semi siano integri. Una volta effettuato l’ammollo per 24 ore in acqua tiepida, per eliminare l’epidermide coriacea; eliminare quelli che sono venuti a galla: potrebbero nascondere degli “ospiti”. Nella tradizione mangiarle freschissime con il Pecorino è un matrimonio di sapori eccezionale, ma bisogna approfittare della stagione, perché fresche si trovano solo fino a giugno. La fava si può consumare cruda, quando è ancora giovane e tenera, eliminando la “pelle”, mentre intera risulta più digeribile se cotta. Le fave si consumano anche come purea o nelle minestre: per favorirne la digestione aromatizzarla con erbe stimolanti, come la santoreggia e la salvia.

PRIMAVERA NEL PIATTO INGREDIENTI (per 4 persone) 500 gr di orecchiette; 200 gr di fave fresche sgusciate meglio se piccole; 2 fette di ‘nduja (o salame piccante); 2 scalogni (o 2 piccole cipolle di varietà dolce); Pecorino romano grattug. q.b.; olio extravergine di oliva. Scottare le fave in acqua bollente in modo da poter eliminare la pellicina esterna. Tagliare lo scalogno sottilissimo e farlo dorare in padella con abbondante l’olio. Aggiungere le fave spellate, cuocere per non più di 5 minuti a fuoco medio (gli ingredienti non devono friggere). Intanto spezzettare la ‘nduja ed aggiungerla alle fave. Dopo aver lessato le orecchiette, scolarle e passarle nella padella del condimento: saltare, togliere dal fuoco, spolverare di pecorino grattugiato e... buon appetito!

FAVISMO Alcuni soggetti predisposti non possono man-

giarle, a causa di una patologia ereditaria chiamata “favismo”, per la quale non posseggono un enzima necessario a neutralizzare gli effetti nocivi di alcune sostanze per loro tossiche presenti nelle fave, e possono andare incontro a gravi crisi emolitiche. L’ingestione della fava o la semplice inalazione del polline della pianta in fiore può provocare, talvolta, una rapida intossicazione. La crisi si manifesta da 12 a 48 ore dopo l’assunzione di fave fresche (o degli altri fattori scatenanti); il soggetto presenta un colorito giallo intenso su fondo pallido (anche le sclere degli occhi diventano gialle) che in alcuni casi assume una tinta verdastra, le urine sono scure e nei casi più gravi si ha collasso cardiocircolatorio. La malattia si trasmette ereditariamente con il cromosoma “X” del sesso: i maschi sono colpiti in forma grave mentre le femmine (come portatrici del gene anomalo possono trasmetterlo ai figli) contraggono forme più lievi. La frequenza più alta si riscontra in Africa (nei bantu circa il 20%), ma la patologia è frequente anche nell’Asia meridionale e nel bacino del Mediterraneo (Grecia e Sardegna, arrivando fino a punte del 25%).


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INTORNO ALLO SPORT

“Partita del cuore” - Le istitu 3 Rappresentanti categorie sociali Orsino Mambrino Ventrice Gullo Cadile Patamia Avventuroso P. Avventuroso C. Mangione Fotia Pirrottina Surace De Francia All. R. Fotia

Marcatori: Patamia 2’ pt Pirrottina 50’ st Pirrottina 73’ st Fotografie -

di Rocco Cadile nche quest’anno, sabaA to 9 aprile al “Lo Presti “di Palmi, si è rinnovato l’ap-

puntamento con la “Partita del Cuore”. L’incontro di calcio, tra Magistrati e Varie Categorie Sociali, è stato un momento, per riaffermare il profondo legame tra sport e solidarietà. La partita è servita a sostenere l’Associazione “PROMETEUS”, che ha promosso l’iniziativa, approvata dal Sindaco Dott. Ennio Gaudio, per raccogliere fondi, e rendere così, concreto,un importante progetto che ha, come scopo, la ristrutturazione della “FONTANA dei CANALI”, simbolo di antiche tradizioni e che rappresenta,uno, fra i tanti emblemi, del nostro patrimonio artistico- culturale. L’intervento, mira al recupero di un importante angolo storico, al centro della nostra città, che verrà impreziosito da un serie di bassorilievi bronzei, realizzati dai maestri Maurizio Carnevali, Achille Cofano e Fabio Belloni. La manifestazione, come al solito, ha riscosso grande successo, grazie alla partecipazione delle scuole locali che, tramite i loro dirigenti ed insegnanti, hanno sensibilizzato gli alunni, presenti in gran numero, testimoniando così, la loro solidarietà. La disponibilità dei dirigenti, Prof. ssa Maria Corica (Liceo Pizi), Prof. ssa Carmela Ciappina (Istituto Agrario e Professionale), Prof. Francesco Bagalà (Magistrale), Prof. ssa Rita Cananzi (Tecnico Commerciale), Prof. Antonino Previtera (Zagari

Mimmo Zoccali

- Milone - Minniti) Prof. Giovanni Costa (Scuola Primaria De Zerbi), Prof. Annunziato Santoro (Scuola Primaria S.Francesco), che hanno condiviso l’iniziativa, sottolinea, come, in un momento di decadimento morale della nostra società, ci sia ancora una parte sana, rappresentata da tante persone, che si adoperano a far crescere una comunità. L’Associazione Volontariato “PROMETEUS”, è un esempio concreto, a Palmi, di grande impegno, che attraverso i suoi instancabili e laboriosi soci, manifesta, senza secondi fini,, l’amore per la propria città. Grande compiacimento ha suscitato la presenza del Procuratore Capo Dott. Giuseppe Creazzo e dei Magistrati, che sono stati testimoni, con la loro presenza, di come la giustizia, non può prescindere dalla solidarietà, ma soprattutto, si sono resi portatori di un messaggio, rivolto ai giovani, di impegno sociale, condividendo questi momenti di gioco con altri comuni cittadini. La manifestazione ha avuto inizio con l’ottima regia di Gianni Parrello che, dopo avere spiegato le ragioni dell’importante avvenimento, ha dato la parola al Dott. Ennio Gaudio, Sindaco di Palmi: “Sono orgoglioso di sostenere queste iniziative che, associano lo sport e il divertimento a esempi positivi che mirano allo sviluppo del nostro paese, riqualificando e recuperando i segni del nostro passato. Fa piacere, vedere, che le scuole, che ringrazio immensamente, abbiano risposto a quest’incontro, affermando il valore assoluto di

aggregazione e solidarietà”. L’evento è stato arricchito dall’intervento della dirigente dell’Istituto Agrario, Prof.ssa Carmela Ciappina, madrina della manifestazione, che prima di dare il calcio d’inizio, così si è espressa: ”Ringrazio la Dott.ssa Maria Rosa Garipoli e la Dott.ssa Mirella Foti, rispettivamente funzionarie della Pubblica Istruzione e SportTurismo, e gli organizzatori di questo significativo evento che, ha raccolto un nutrito pubblico, ribollente d’entusiasmo che, fa da degna cornice. Ho accettato l’invito, perché ritengo che la scuola, vera agenzia di unità sociale e civile, non debba essere distante dal tessuto sociale, favorendo questi momenti di incontro e sviluppo che avvicinano i ragazzi allo spirito di cittadinanza e unione”. La partita del cuore, occasione anche per festeggiare il 150 anniversario dell’Unità d’Italia, ha avuto il suo momento di massima esaltazione, quando, Mimmo Putrino, Presidente del “ Polifonico AMADEUS”, ha trasmesso in onda radio, l’Inno di Mameli, coinvolgendo tutti i presenti che, cantando ad alta voce, si sono stretti in un unico coro. Per la cronaca: non inganni il risultato. La partita anche se vinta dai Rappresentanti delle Categorie Sociali, è stata molto equilibrata. Dopo lo svantaggio iniziale, la squadra dei Magistrati, guidata, con competenza tecnica, dal Dott. Creazzo, ha rimodulato lo schema tattico e, dando più omogeneità alla manovra, ha cominciato a pigiare sull’accele-

ratore con i due difensori esterni Colitta e Salvati, instancabili propulsori, mentre Dolce sulla linea mediana, tracciava delle geometriche giocate; al centro dell’area, giganteggiavano a turno i difensori Bucarelli, Pantano e Curti, con alle spalle il reattivo portiere Tedesco; nella linea centrale, Langone,Grillea, Viola e Maio si alternavano magistralmente a coordinare le manovre, per gli estrosi attaccanti, Puccio, Paris, Laurendi e Cecchini, impegnando seriamente gli avversari. La squadra del Prof. Raffaele Fotia, uomo di sport e di grande stima, non è stata certamente a guardare. Ha rintuzzato efficacemente, con gli aitanti difensori Gullo, Mambrino, Ventrice, le sortite degli attaccanti opposti; i centrocampisti, Cadile, Patamia, Avventuroso P., Avventuroso C., hanno macinato gioco costringendo i Magistrati a un’affannosa rincorsa; mentre gli attaccanti Fotia, Mangione e Pirrottina sono stati determinanti ai fini del risultato. Risolutiva, è stata l’entrata in campo di Surace e De Francia, che ha cambiato, in positivo, la strategia di gioco. Grande e decisivo è stato il portiere Orsino che ha salvato il risultato in più circostanze. Alla fine, l’incontro si è concluso per tre a uno, in favore dei Rappresentanti Categorie Sociali, con due gol di Pirrottina e, Patamia; Laurendi per i Magistrati. Ma la partita più bella l’hanno giocata sugli spalti i ragazzi che, con il loro entusiasmo, ci hanno regalato una giornata indimenticabile.


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uzioni campioni di solidarietà 1 MAGISTRATI

Tedesco Colitta Bucarelli Dolce Pantano Laurendi Curti Cecchini Grillea Salvati Puccio Paris Langone Maio Viola All. G. Creazzo

Marcatore: Laurendi 65’ st

Magistrati e Scuole - esempio di impegno sociale

Arbitro: De Francia


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UN NUMERO FORTUNATO

I palmesi e le loro classifiche

I ragazzi della Maratona di Roma di Eugenio Rigitano ì, cari lettori: per l’A.S.D. Running di Palmi il numero “17” S rimarrà nella mente e nel cuore come numero vincente e fortunato. È stata, infatti, la XVII Maratona di Roma quella che si

è svolta nella Capitale il 20.3.2011 e ha visto partecipare sedici atleti della giovane Società palmese. Questa edizione, di particolare significato perché primo riconoscimento di qualità “Gold Label” della IAAF Road Race, è stata vinta dal keniano Dickson Chumba Kiptolo in 2:08:45 e ha riportato alla mente le immagini di Abele Bikila che, scalzo, nel 1960 trionfava all’ombra dell’Arco di Costantino. Se i Top Runners nazionali e internazionali si contendono il podio e gli onori di stampa e pubblico, c’è chi con la passione per questa strana disciplina, fatta di tanto “sudore” e “fatica”, arriva nella Città Eterna e, puntuale, si presenta al nastro di partenza. Questi sono i veri “gladiatori” del nuovo Millennio, questi sono quel popolo di 12.596 maratoneti che hanno tagliato il traguardo in una assolata domenica di Marzo. Hanno vinto tutti... Hanno vinto il plauso di Roma e dell’Italia, del numerosissimo pubblico, il plauso dei Fori

Il circuito della Maratona

romani, di San Pietro, di San Paolo, del Colosseo, del Campidoglio, del Foro Italico, di Piazza di Spagna, di Piazza del Popolo, di Piazza Navona, perché la Maratona di Roma è “anche” l’occasione per ammirare lo straordinario patrimonio artistico della nostra Capitale. Sedici di quei 12596 eravamo noi, Running Palmi, anonimi come tanti altri, col dubbio di arrivare al traguardo, cronometro a parte, per infortuni, scivolate sui sanpietrini, stiramenti, strappi e quant’altro può succedere in 42 chilometri e 195 metri. Alcuni di questi “imprevisti” sono accaduti, ma la passione è tale che incita a andare avanti, tutti e “sedici”, uniti, accomunati dalla fatica, dai dolori che attanagliano polpacci e piedi, e quando l’Arco di Costantino è già passato, le gambe rivivono nuovo vigore nell’ultimo spasmo di forza, tagli il traguardo col Colosseo a testimone e orgogliosamente dirai: “Maratona di Roma? Io l’ho fatta!!!”


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MONDO SCUOLA

L’Archivio di Stato adotta la Scuola Il pane nostro dall’unità ad oggi

di Nuccia Ortuso

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ISTITUTO MAGISTRALE STATALE “Corrado Alvaro” – PALMI

li alunni della classe IV Sezione BS G dell’anno scolastico 2010/2011 dell’Istituto Magistrale Statale “Corrado Alvaro”

di Palmi - diretto dal Preside Prof. Francesco Bagalà – ha partecipato al progetto “L’Archivio di Stato adotta la Scuola - IL PANE NOSTRO DALL’UNITÀ AD OGGI”, svolto in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Dopo l’Unità d’Italia il problema più urgente da risolvere era il deficit economico. La Destra Storica si proponeva la crescita economica del nuovo Stato italiano, per essere affidabile di fronte alla comunità finanziaria internazionale. Il problema più urgente era il Mezzogiorno d’Italia. Furono istituite imposte dirette (sul reddito delle persone) e indirette che dovevano pagare tutti perché erano applicate ai prodotti di consumo. Un esempio di tassa indiretta fu quella sul macinato introdotta nel 1868 dal ministro Minghetti, di fatto fu un’imposta sul pane, l’alimento quotidiano degli Italiani. Le manifestazioni di piazza contro questo provvedimento furono represse con violenza. Il bilancio finale fu di 3788 arrestati, 1099 feriti, 257 morti. La tassa sulla macinazione dei cereali, n.4490, del 07 luglio 1868, stabiliva che: “È di supremo interesse che la tassa di macinazione, venga effettivamente riscossa, versata al Tesoro e contabilizzata”. Qualsiasi ritardo andava segnalato agli agenti delle imposte. Il contadino o qualsiasi cittadino che volesse macinare il grano doveva pagare al mugnaio la tassa di macinazione. Ma come veniva calcolata la tassa da pagare per ogni singolo avventore? Il mulino venne dotato di un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice, perciò in proporzione al numero dei giri corrispondeva una quantità di cereali macinata a cui veniva applicata la tassa. I mulini senza contatore applicavano la tassa secondo la macinazione presunta. Per la tassa esagerata erano stati chiusi i mulini di Pedavoli, uno su due a San Ferdinando, due su tre ad Anoia, mentre a Palmi e Rosarno erano rimasti aperti. Tra il 1876-1877 l’ingegnere del macinato di Reggio Cal. dava per le macine una classificazione; nel 1877 lo stesso ufficio rideterminava una diversa classificazione formulando altre due per le farine e gli stacci da campione. La tassa sul macinato fu così impopolare che fu ridotta in parte nel 1879, definitivamente abolita nel 1884 dal governo Depretis. Si ringrazia la Dott.ssa Mariella Marra Direttore Generale dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria e la Dott.ssa Angela Pirrottina Archivista di Stato Direttore di Palmi per la loro fattiva disponibilità. Nella foto gli alunni che hanno partecipato all’iniziativa: Anile Antonella, De Leo Martina, Falduti Mariaromana, Ferraro Gabriella, Galluccio Ilenia, Gelardi Francesca, Lania Ilaria, Lucà Florenzia, Mattiani Eva, Mileto Serena, Muià Marina, Paglia Stefania, Perna Chiara, Rizzo Samantha, Romeo Valeria, Rotolo Giuseppina, Scionti Flavia Giada, Scullino Andrea, Sità Elena, Sydrenko Elena, Trentino Michela, Triveri Sabrina, Ventre Rita, Versace Valeria. I Docenti che hanno coordinato e collaborato al progetto sono: Prof.ssa Ortuso Nuccia Docente di Storia e la Prof.ssa Belmondo Giuseppina Docente di Sostegno.

Noi alunni della IV B/S riflettendo e approfondendo i documenti dell’Archivio di Stato, abbiamo compreso l’importanza del pane e della filiera connessa ad esso. Abbiamo rilevato come nel comprensorio di Reggio Calabria, degli anni 1868 - 1870, nei Paesi come: Pedavoli, San Ferdinando, Palmi, Anoia, Radicena e Rosarno le condizioni economiche della popolazione fossero già misere, si aggravarono ulteriormente con la tassa e la fame che ne derivò. Se ognuno di noi si soffermasse sull’importanza di ogni piccola cosa, sarebbe più contento di quello che possiede. Con l’adesione a questo progetto, svolto in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, noi studenti, nonostante gli sforzi fatti, abbiamo consolidato i valori riscoperti che si riveleranno utili nel futuro perché è proprio grazie alla Scuola che ci forgia positivamente, che saremo in grado di non commettere gli sbagli del passato.

La classe IV° BS dell’Istituto Magistrale

Immagine di repertorio - Vecchio Mulino ad acqua


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parlando di musica

FREDDIE MERCURY The Great Pretender di Daniele Gagliardo

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distanza di venti anni dalla sua dipartita ancora oggi, come un A rogo, la sua icona inconfondibile arde ma, nel tempo, non si consuma. L’entrata in scena era accompagnata da un boato da parte

degli innumerevoli presenti e scie luminose infuocavano il pubblico, letteralmente in delirio ad ogni suo passaggio sul palco. Lui, che tutto era fuorché un Adone, con gestualità prorompenti, magnetizzava l’attenzione dirigendo, come un maestro d’orchestra, infinite mani protese al cielo che scandivano alla perfezione, incontrandosi l’una con l’altra, i ritmi tuonanti di We will rock you e Radio Ga Ga. La pelle d’oca che corre lungo la schiena a rivedere questi momenti in video, suggella che scene come queste, dove folle eseguono all’unisono un comando ben preciso, possono essere forgiate solo da un personaggio dal grande ascendente. Proclamatosi re con la corona regale ed uno sfarzoso manto di ermellino dall’alto del suo trono, come la divinità maya Ahaw Kin – dio sole –, rubava il palco e questo non è da tutti. Una voce decisamente unica, caratterizzata da una timbrica particolare che riusciva ad arrivare alla note più alte con energia non indifferente. I suoi erano gesti sicuri, studiati alla perfezione con cura quasi maniacale e armonizzati dalla musica propagata dai potentissimi altoparlanti posti lateralmente al maestoso palcoscenico. Freddie, che cambiò il cognome Bulsara in Mercury in onore al dio Mercurio messaggero degli dei, eclissava tutto quello che lo circondava, ad iniziare dagli altri tre componenti della band che, come scolari modello, eseguivano diligentemente con i loro strumenti, il compitino assegnato per casa. Sulla scena i riflettori erano puntati con insistenza su di lui, come le telecamere che rubavano avidamente primi piani del suo volto. Visse l’infanzia tra Zanzibar, Bombay e Londra, terre diverse tra loro per cultura e tradizione, luoghi dove il nostro personaggio maturò molteplici esperienze soprattutto umane. Dall’incontro con Brian May, Roger Taylor e John Deacon nasce una delle band più famose al mondo: The Queen. La regalità del titolo calza a pennello alla sua effige, che ben presto verrà alla ribalta, nel mercato internazionale, con i primi lavori discografici. Nel tempo, le tournèe mondiali confermeranno che la sua è una classe innata, dote naturale che si sposa alla perfezione con gli studi giovanili dedicati all’arte, alla musica ed allo spettacolo. Analizzando le svariate biografie esistenti, si scopre di lui un lato inaspettato: la timidezza. Fondamentalmente Freddie era un personaggio estremamente emotivo ed introverso, ostacoli che però riusciva a superare a pieni voti, esibendosi, a volte con eccessiva sfrontatezza e provocazione, davanti al suo pubblico. Secondo il mio modesto avviso, nell’enfatizzare troppo, come nel mio caso, la figura di questo personaggio, non si percorrono strade sbagliate. A conferma della mia tesi, infatti, dopo la morte, la casa discografica, ovviamente per uno scopo sfacciatamente commerciale, cercò invano di rimpiazzarlo ma lui resterà unico nel ruolo di trascinatore della band che, orfana del proprio leader, non ha più motivo di esistere se non con concerti vari dedicati alla sua memoria. Struggente il tono, come fosse il canto di un cigno, nel pezzo The show must go on, composto durante la rovinosa malattia che lo aveva totalmente invaso. Il brano viene consegnato ai posteri come suo testamento spirituale. L’ultima apparizione in pubblico è nel video di These are the days of our lives dove gli espedienti non bastavano per mascherare il volto scarno, consumato dal male che lo stava annientando e che gli toglieva, oltre che la vita, anche la libertà di poter volare sulle ali della musica.


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NOEMI

di Cristoforo Bovi

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Palmi&Dintorni

na sera Noemi,” rea” di aver già conquistato vette importanti U con i suoi primi due album e volendosi ripetere al cubo, riflette: questi nuovi pezzi da me composti insieme a Pacifico, Kabal-

là, Federico Zampaglione e Diego Mancino come potrei arrangiarli?? A chi rivolgermi per non ripetermi artisticamente dando ai miei fans un prodotto superlativo con piglio internazionale??? Problema risolto dopo mezzo secondo, Noemi prende passaporto, i provini nudi e crudi ed il primo aereo per San Francisco, dove ad “accoglierla” c’è il guru assoluto e supremo: Corrado Rustici!! Però, furba la ragazza!!!! Nel frattempo, riceve in dono da Vasco Rossi e Gaetano Curreri una perla (Vuoto a Perdere), che con sapiente “sforzo”, inserisce tra le tracce del suo nuovo lavoro made in USA: RossoNoemi. Cari lettori, il risultato è estremo, l’album parte sparatissimo con UP che starebbe benissimo in un album di Aretha Franklin per le caratteristiche, magistralmente suonato dalla più che rodata lineup attualmente disponibile, ovvero Michael Urbano (batteria), Kaveh Rastegar (basso), R.J. Manning jr. (rhodes+hammond) e Corrado Rustici (chitarre, loops vari ecc.ecc.). Obbligo del tasto repeat su questo brano, mette una carica inaudita!! La traccia 2, FORTUNATAMENTE, è una piacevolissima ballads, caratterizzata da un lieve intermezzo soul-funk rilassato ma non troppo; traccia 3, Vuoto a Perdere, cosa dire: scrive Vasco Rossi, interpreta Noemi, cosa c’è di meglio sul mercato??? SOSPESA, traccia 4, interamente scritto da Noemi, altro brano lento dell’album, testo particolare e allucinante assolo di Rustici che qui comincia a “manifestarsi prepotentemente”, giusto per far capire chi è e di che cosa è capace; fortunatamente si ripeterà in più occasioni. DIPENDENZA FISICA, vi ricorderà nell’intro, Vultures del John Mayer trio, ma non è lei, solo un “omaggio” a Mayer & co. Siate sereni però, in quanto il brano ri-assume il sound Noemiano, ritornando sui temi dell’album; anche qui Rustici sugli scudi, andrebbe “fermato” però, è velocissimo, diamine!!!! Le successive tracce, sono una più bella dell’altra, ricamarci sopra, sarebbe inutile. Certo è che con un album così perfetto, come farà Noemi in futuro?? Finchè c’è Rustici, c‘è speranza, direbbe qualcuno, ma qualora dovessero litigare, Quincy Jones sarebbe l’unica degna via percorribile. Brava Noemi, bravi tutti. Album da acquistare assolutamente, buon ascolto.

GRETÀS BAKERY IN EUROPA di Marco Suraci

D

opo aver pubblicato il primo disco dal titolo ‘The edge of Everything’ con Decca Universal negli Stati Uniti lo scorso anno,Gretàs Bakery finalmente arriva in Europa. Sono stati paragonati a Sade,Michael Jackson,Swing out Sisters,Steely Dan,Flora Purim ma nonostante si possano riconoscere tutte queste influenze è chiarissimo che Gretàs bakery ha un suo sound e una personalità musicale assolutamente nuovi e unici. La mescolanza di armonie grooves e suoni,dal jazz alla musica brasiliana al funk,R&B unificate dalla carismatica e potente voce di Greta non lasciano dubbi, stiamo ascoltando qualcosa di eccezionale. “stir together ingredients ranging from jazz to reggae-infused pop. Experiencing their songs is like discovering a familiar flavor with a new zest. Gretàs Bakery infuse the 2010 pop landscape with a fresh and fairly exceptional debut. Panettierìs voice is an instrument that knows no boundaries on the scale. By Christian John Wikane From “PopMatters” Il gruppo di formazione newyorkese è per 2/3 italiano, Greta Panettieri (vocalist,coautrice)romana, Andrea Sammartino (Keybords,coautore e produttore) leccese e Mike LaValle (basso,coautore)originario del Connectcut, nasce così la voglia di passare del tempo in Italia e... “ in giro per l’Europa..” (Greta): ‘Dopo aver vissuto per 11 anni all’estero nasce spontanea la voglia di condividere le tante esperienze e la crescita musicale con la tua gente, nel 2009 abbiamo avuto l’occasione di girare l’Europa suonando insieme a Joe Jackson ed è stato meraviglioso Francia,Italia Germania Svizzera Olanda,ovunque siamo stati ci hanno accolto calorosamente e soprattutto abbiamo avuto la prova che la nostra musica non fosse ben accetta soltanto oltroceano...’ In questa nuova serie di concerti Europei Gretàs Bakery si avvarrà http://www.gretapanettieri.com/press.html del grandissimo talento e supporto musicale di Daniele Mencarelli al http://www.gretasbakery.com/ basso e Stefano Tamborrino alla batteria. “ICARUS Factory” promuoverà il tour. Sarà “la Marina che non c’è”, a Palmi (RC), il prossimo 23 Aprile, a dare lo start a questo carismatico tour che toccherà tutta l’Europa.



NUMERO 16 - APRILE 2011