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Anno 1 Nr. 8 Agosto 2010

MadreTerra Palmi & Dintorni PERI O D I C O

F REE PRESS - FREE PRESS - FREE PRES S

D I C U LT U R A

ED

Omaggio

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INFORMAZIONE

F R E E P R E S S - F R E E PR ESS - FR EE PR ESS

Grazie a tutti coloro che hanno creduto in noi, alla nostra Associazione, al nostro modo di essere palmesi e a coloro che hanno idealmente viaggiato insieme a noi verso una meta che sembrava impossibile ma che è stata raggiunta. Saverio Petitto

l’editoriale Paolo Ventrice i accusa questo giornale S e i suoi redattori, in maniera fra l’altro molto civile, di

non essere mai “intraprendenti”; voglio tradurre questa parola dettata dai concetti di chi ci apostrofa così - “di non essere in grado o di non volere scagliare pietre contro l’amministrazione comunale, nella persona del Sindaco Ennio Gaudio, reo di condurre una consiliatura sorda alle esigenze dei cittadini ed imbavagliata sul rilancio economico di questa città, piuttosto che agevolare un servizio di milizia degno di una città di frontiera” -, come se fossimo un organo, in dotazione alla città, in grado di sconvolgere o capovolgere l’andazzo attuale. NO! Questa redazione è molto più vicina di quanto si creda ai problemi dei cittadini, perchè li vive con loro, ma si attiene al ruolo sociale che oggi ricopre; informare e trasportare un po’ di cultura, quella cultura, storica o moderna che sia, di cui ci fregiamo in continuazione ma di cui davvero pochi si nutrono. Madreterra non è il “paladino della giustizia” popolare; può essere strumento per sottolineare difficoltà, malumori e sottoporre all’attenzione

politico-amministrativa ciò che è considerato troppo o troppo poco. A pag. 16, nella rubrica “Il racconto del mese”, ci sono delle righe che vanno lette assolutamente. Ogni vocabolo di E. Della Rovere è pura verità al cubo ed il concetto finale, il punto focale di tutta la storia, è una verità elevata all’ennesima potenza. L’uomo si è autocostretto a liberarsi dalla “seccatura” di socializzare e frequentare gli altri e, per assurdo, proprio nel periodo in cui ci si frequenta di più, si socializza di più, accade l’inverosimile: si chiudono le strade del centro per permettere ai palmesi (i non palmesi difficilmente si avventurano nei dintorni di Palmi da qualche tempo a questa parte, causa forti dispendi economici - parcheggiare, da noi, costa salatissimo assai!!!) di incontrarsi, e cosa avviene invece? Il nostro glorioso Corso Garibaldi (fino al 30 luglio, poi, via via, si è un po’ riempito) rimane pressocchè deserto in qualsiasi orario serale. La verità è che i pochi coraggiosi che osano avventurarsi fuori casa, preferiscono Villa Mazzini o Piazza Amendola; forse perchè c’è un po’ di verde e qualche comodo sedile? Proviamo a trovare un senso a tutto ciò? Palmesi, riappropriamoci delle strade che ci hanno visto crescere e riflettiamo; forse, se sono vuote, non è perchè un Sindaco le ha chiuse ma perchè nessuno le vuole usare! Sveglia!!!

CAPTANS ANNONAM MALEDICTUS IN PLEBE SIT!

simona rolandi

di Cettina Angì

pag. 7

pag. 9

da cilea ai coldplay!

l’unica vera amica

di E. Della Rovere

di Mario Idà

pag. 12

di Emily e Teodoro

&

pag. 29


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Attualita’

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Palmi di Madreterra ulla accade per caso, l’attuazione di un fausto evento è sempre espressione N della coincidenza di tanti fattori che concor-

rono a crearlo. Così è stato per questo monumento a San Rocco che oggi vede la luce in una delle più importanti piazze della nostra Città. Esso racchiude in se’ tanti significati, oltre che fonte, zampillante di fresca acqua, pronta a dissetare il passante, è anche ricovero per chi si vuole soffermare col pensiero o la meditazione in una pausa della propria giornata, per chi con fede vuole rivolgere il proprio spirito ad un Santo, espressione della più genuina umanità, posta al servizio del prossimo, tanto da farsi divina. E’ bellezza scultorea questo monumento, frutto della creatività e dell’ingegno artistico, integrato nel tessuto urbano per valorizzare e riqualificare un sito importante del centro storico, ma è anche motivo di conversione, di solidarietà, di passione, di gioia, di partecipazione, di cooperazione, di orgoglio, di disponibilità, di abnegazione e di conferma di valori che forse oggi si fa troppo in fretta a credere smarriti. Questo monumento racchiude in se una molteplicità di significati, tanto da essere esso stesso simbolo di rinascita, conferma dell’esistenza di un valore essenziale per un popolo, l’amore universale, amore che da religioso affianca quello civile, in un travalicare di valori, di sentimenti, di speranza e di ottimismo. Nella storia di una comunità vi sono momenti come questi che vanno ricordati e riverberati alle nuove generazioni, nella cronaca recente della nostra Città, mancava, infatti un’esperienza collettiva che avesse un effetto cementante di questa natura. Questa opera, nata come frutto geniale della caparbia volontà di pochi, quasi una scommessa difficile da vincere, ha finito per essere l’obiettivo prestigioso di tanti, tantissimi cittadini di buona volontà e dal cuore generoso, che oggi, a buon titolo, possono considerarsi i veri proprietari di un bene comune che verrà usato da tutti e consegnato ai posteri. Fu in occasione delle realizzazione del volume “aVARIAta” che gli autori decisero di chiedere all’artista Maurizio Carnevali una partecipazione per la realizzazione della copertina. Fu allora che Maurizio parlò del suo sogno nel cassetto, della bozza di un monumento bronzeo dedicato a San Rocco che egli avrebbe desiderato realizzare ed offrire gratuitamente alla Città di Palmi, a suggello della grande devozione che il popolo nutre per il proprio Protettore. La generosa, partecipata disponibilità dell’artista fu presa in parola, i membri dell’Associazione Prometeus, con a capo il suo Presidente Saverio Petitto, si adoperarono da subito affinché l’ambizioso progetto potesse essere realizzato entro il volgere del successivo semestre. Per la realizzazione del progetto di inserimento urbanistico del monumento fu contattato l’Architetto Carmelo Bagalà che unitamente all’artista Carnevali aveva concorso, senza percepire compensi, all’esecuzione di un’altra importantissima opera sacra, promossa dalla suddetta Associazione Prometeus, e che consisteva nella collocazione nella Concattedrale della teca del Sacro Capello di Maria SS.ma, la preziosa reliquia legata alla storia ed alla tradizione, che fa di Palmi “la Città della Varia.” Questa legata a San Rocco sembrava impresa impossibile: la sola difficoltà per il reperimento dei fondi necessari all’acquisto di particolari materiali (es. bronzo della fusione), sembrava rendere proibitiva l’impresa. A quel punto si partì con lo slogan “ Quando il sogno di un piccolo gruppo diventa il sogno della collettività, è molto probabile che possa trasformarsi in realtà” Vennero informati del progetto l’arcidiacono


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Palmi

IL MONDO E’ NELLE MANI DI COLORO CHE HANNO IL CORAGGIO DI SOGNARE E DI CORRERE IL RISCHIO DI VIVERE I PROPRI SOGNI P. Coelho

Don Silvio Mesiti e il Sindaco Dott. Ennio Gaudio, i quali espressero entusiasticamente il loro partecipe consenso mostrandosi da subito disponibili ad offrire la più ampia collaborazione. A quel punto saggiata la fattibilità del proposito, si mise in moto la macchina del coinvolgimento collettivo al progetto. Si informò mediaticamente la cittadinanza con la copertina del numero zero del periodico Madreterra, i cui membri della omonima associazione affiancarono da subito quelli della Prometeus, unitamente ai componenti della Cittadipalmi.it, con la pubblicazione del progetto nell’omonimo sito internet, e dei laboriosi amici della Ass. Per Palmi che si sarebbero mostrati particolarmente operativi. Per il reperimento dei primi fondi venne da subito distribuita una stampa dell’erigenda opera realizzata a tiratura limitata, firmata dall’artista Carnevali. Grande entusiasmo coronò in modo tangibile l’impegno di chi si accingeva a promuovere l’opera. Il pubblicò da subito partecipò generosamente con contributi sempre gioiosi. Grandi dimostrazioni di umanità ed altruismo vennero quotidianamente registrati da chi aveva l’onere e l’onore di coordinare il progetto. Tanti imprenditori e tante maestranze si mostrarono disponibili a dare un contributo gratuito della loro opera. Al contempo vennero

ideate e realizzate tante iniziative che avrebbero consentito di raggiungere, tramite contribuzioni popolari, la quota necessaria per coprire le spese. Citiamo “La partita del cuore” che registrò un record di presenze allo stadio Lo Presti, ove ogni spettatore offrì un euro per il costo del biglietto; L’evento “Un sogno all’asta” in cui svariati artisti di tutta Italia offrirono le loro splendide opere che furono messe all’incanto; La rivisitazione e la pubblicazione della poesia di Pietro Milone “Pe’ nu matrimoniu”, curata insieme a dirigente, docenti e alunni della Scuola Elementare De Zerbi, con la realizzazione di un opuscolo illustrato. Particolarmente coinvolgente è stata anche l’evoluzione dei lavori sul cantiere con il succedersi di svariate maestranze che, con abnegazione e professionalità, tralasciando il proprio lavoro e rinunciando al benché minimo compenso, hanno dato un magnifico, straordinario contributo il cui risultato è oggi sotto gli occhi di tutti. Lo spirito di collaborazione registrato fra questi uomini ha fatto si che nei tempi previsti si potesse consegnare il monumento finito anche nelle sue parti accessorie. Da oggi in poi Palmi e la sua gente avranno due statue di San Rocco, quella storica, fatta con legno di tiglio, che esce in pro-

Un grazie alla corporazione dei carrettieri della VARIA di PALMI per la felice riuscita della serata.

cessione ogni 16 agosto trovandosi nella chiesa dell’Immacolata, alla quale tutti noi palmesi siamo particolarmente affezionati, e questa nuova, fatta in bronzo, che presto impareremo ad amare, nella quale vedremo il Nostro Santo in tutta la sua terrena umanità, nella quale forse ci identificheremo, quando anche a noi, come è stato per lui, capiterà di trovarci stanchi ed

afflitti, ad affrontare le avversità della vita, ma sempre fiduciosi che la divina provvidenza possa accorrere in nostro soccorso, magari anche dandoci il conforto di un segno semplice ed efficace, come potrebbe essere il dissetarci con un sorso d’acqua o lo sfamarci, vedendoci consegnare un inaspettato tozzo di pane da parte di un cagnolino fedele.


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Palmi

Saverio, carissimo amico, e Carmelo, Paolo, Pasquale, Salvatore, Walter, Achille, Peppe, Rocco, Bruno e Enzo, Franco, Pino I., Lello, Tonino, Pasquale, Cecè, Mastro Rocco, Pino O., Pietro, Demetrio e Carmine ora che tutto quello che si poteva fare per innalzare questo monumento al nostro San Rocco è stato fatto, mi chiedo se abbiamo veramente finito o se, invece, questa non sia che una tappa. Ho vissuto un’avventura entusiasmante: un’idea di pochi adottata così presto e con tale generosità dai Palmesi che oggi legittimamente è figlia di ognuno di quelli che le si sono dedicati, chi con il lavoro, chi con la contribuzione volontaria, chi con l’affetto, chi con la condivisione dei sentimenti di quanti hanno lavorato in prima linea. Nei mesi in cui lievitava la possibilità di dare vita concretamente a quest’idea, è avvenuta, in parallelo, una metamorfosi significativa anche dentro di me, che si è materializzata nella maturazione di una nuova interpretazione dell’opera. Di questa evoluzione, che è stata condizionata dal progressivo coinvolgimento di una collettività che ho avvertito sempre più stringersi intorno al progetto, rimane testimonianza documentale nelle diverse fasi progettuali che, graficamente rappresentate, riflettono la variazione e la nuova emotività che alimentava la mia idea del santo. Nella concezione plastica originale, dieci anni fa il mio San Rocco era nato sdraiato nell’assopimento di chi è vinto dalla fatica del lungo cammino, mentre il cane sembrava vegliare il sonno del suo compagno. Solo successivamente, in una seconda rappresentazione, San Rocco si solleva come appena destato, mantenendo però quel senso di stanchezza e di attesa di chi ancora non ha raggiunto la fine del viaggio. Infine, nella terza e ultima interpretazione, corrispondente all’impianto plastico finale della statua, il santo è completamente desto, vigile e giustamente preoccupato. Nel suo gesto, egli interagisce ora con chi gli farà visita, offrendo a chiunque si ponga al suo cospetto dell’acqua, quella del ruscello presso cui sosta. Quella che sgorga dal nostro monte. E’ lo scorrere della vita intorno a San Rocco quello che si sente attraverso lo scrosciare dell’acqua ed il cane non è più sentinella del sonno, ma creatura viva che asseconda e condivide l’umore del suo compagno di viaggio. Oggi leggo questa trasformazione, che nel suo farsi era inconsapevole, non come l’assoggettarsi alla necessità di una nuova logica estetica. La forza dell’entusiasmo di voi tutti ha creato in me mutamenti d’animo così profondi da modificare la mia intima visione dell’opera. Per questa ragione condividerò con voi tutti e con te particolarmente, Saverio, la paternità di un risultato che, mi auguro, possa essere colto nella sua ricchezza di sfumature dall’intera collettività. Credo sia un caso più unico che raro che un’opera di questa importanza possa nascere in un contesto in cui sono stati messi in gioco solo la devozione e l’amicizia. E fondamentali sono state quelle ali - l’amministrazione comunale e la chiesa – che, seppure non sono servite a volare, certamente ci hanno offerto piena protezione. Sento ora di dover dire grazie a Palmi. Vi abbraccio, amici e compagni di un viaggio irripetibile.

Maurizio


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Palmi

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BELLEZZA E LEGALITA’ (BELLEZZA E’ LEGALITA’)

D

a molto tempo mi trovo a pensare che esiste un nesso, un legame nascosto ma vero, tra bellezza e legalità. Mi rendo conto che ad un primo approccio non si potrebbe pensare a due aspetti, a due valori più distanti (“e che c’azzecca?”, direbbe un ex collega passato a più fortunata ed agevole vita). Il nesso invece c’è, e probabilmente occorre essere meridionali – seriamente ed irreversibilmente meridionali, direi – per coglierlo nella sua interezza. Io, per mia fortuna, lo sono. Una prima, facile risposta potrebbe essere data dal semplice rilievo che tutto quello che accade nel nostro Sud d’Italia, luogo di continua ed incessante contrapposizione tra Stato e nonStato, ha inevitabilmente a che fare con il concetto (meglio, con il valore) della legalità. Non c’è spazio per una sorta di neutralità concettuale, per aree “estranee” alla continua lotta tra chi vive, ama e difende questa terra rispettando e facendo rispettare le sue leggi, le sue regole e chi invece, in nome del proprio interesse, cerca al contrario di distruggerla, di offenderla, di renderla sterile. In quest’ottica, anche l’inaugurazione di una statua come quella di San Rocco diventa – suo malgrado – simbolo di tutto quello che è “altro” rispetto al non – Stato, alla negazione delle regole, alla malavita ed al malaffare. Se non altro, un evento importante come la “nascita” di un’opera d’arte (e di una piazza) può quanto meno dimostrare quel che è ovvio e scontato: che questa terra (parlo ovviamente di Palmi, della Calabria, ma penso a tutto il Sud) non è soltanto criminalità, disoccupazione, crisi economica o sociale. E questo, con buona pace di chi – mezzi d’informazione in primo luogo – non può che dire (o suggerire) altro per ovvi motivi di battage pubblicitario. Vorrei però provare a dare una spiegazione ulteriore. Più intima, più articolata. Cosa c’entra la bellezza, l’educazione al bello, con la legalità? E’una questione di aspirazioni, di bisogni. Di esigenze. Chi ama il bello (inteso come bello artistico, certo, ma anche come bello architettonico, urbanistico: è “bello” anche una villa comunale con i giardini curati e ben tenuti), desidera inevitabilmente modificare l’esistente. Desidera creare (una statua, un quadro), costruire (un palazzo, un parco). In una parola: desidera migliorare. Sente che qualcosa “manca” e si dà da fare per colmare questo bisogno. Il bello, quindi, si riassume secondo me proprio in questo: desiderare, e migliorare creando. Cambiando. Fermiamoci un attimo. Tiriamo un respiro, e proviamo a riflettere. Sembrano parole semplici, normali, quasi banali: eppure, a mio avviso, hanno una portata quasi rivoluzionaria se calate nel nostro territorio, nella nostra società. Perché lo scopo principale della ‘ndrangheta, come di ogni altra forma di malavita organizzata, è proprio – al contrario – convincere tutti che nulla è mai cambiato, nulla cambia e nulla cambierà mai. Perché “non deve” cambiare. Perché sperare in un futuro migliore, diverso, è assolutamente inutile. La mafia si nutre non solo della paura che incute con le minacce e le violenze, ma anche di quella rassegnazione che è il primo – e più orrendo – frutto di questa paura stessa. La ‘ndrangheta uccide non solo quando spara, ma anche – se non soprattutto – quando toglie la speranza nel futuro. Quando, saldandosi con quel misto di piccole invidie, gelosie, misere rendite e meschine liti di cortile, fa affiorare alla mente di ognuno di noi la dannata domanda “ma a me, chi me lo fa fare?”. Già, chi ce lo fa fare di impegnarci, di spingere ognuno nel proprio piccolo, nel proprio lavoro, nella propria vita quotidiana, per cercare di migliorare ciò che ci circonda? La sensazione bruciante di quello (ed è tanto) che ci manca, è la risposta. E la mafia vuole, e desidera, ed opera perché questa sensazione di bisogno non nasca, non si affermi nella comunità. Perché dal bisogno nasce la voglia di cambiamento. E questo non è tollerabile, per chi conduce quelle misere esistenze da soldati del non – Stato. Ecco perché questa inaugurazione, questa statua, questa “nuova” piazza rappresentano probabilmente più di quello che sono. Diventano simbolo, esempio. Mostrano che si può operare con trasparenza, alla luce del sole, senza sciupio di soldi pubblici, senza padrini o compari, senza “agganci”, dal basso e con la buona volontà di tutti, anche con sacrificio personale: il tutto, per il bene della collettività. Per il bene di tutti, anche di quelli che – legittimamente – hanno idee diverse sul se, come e quando. Mostrano che si può fare. O, se volete, che “fare” si può. Non mi viene in mente nulla, in questo momento, che possa essere più contrario alle logiche paludose del non – Stato, della malavita. Uno schiaffo, in piena faccia. Simbolico, e per questo ancor più forte. Mi piace pensare, poi, che proprio “questa” statua, di “questo” santo rappresenti la conferma più diretta di quel che dico. I santi, si sa, non sono tali per grazia divina. Sono uomini come noi, che sono assurti alla santità per mezzo delle opere che hanno realizzato in vita. Santo, per la fede cattolica, può e deve essere chiunque, senza la necessità di particolari doni o capacità. Ecco perché la postura di questo San Rocco, così come stupendamente resa da quel Maurizio Carnevali che ben conosco come autore capace come pochi di rendere la vasta gamma dell’espressività dell’umano essere, mi sembra perfetta – molto più delle mie parole – per esprimere quel che voglio dire. Il San Rocco di Carnevali non è un santo come da agiografia tradizionale. Non è forte, possente, muscoloso ed al contempo – e qui chiedo scusa – ieratico, austero, quasi distante nella sua perfezione fisica. No. E’ un uomo che è stanco. Ed è stanco perché ha fatto tanto, ha lavorato, si è speso. Per i suoi valori, per le sue idee. Per il bene di tutti. Personalmente, ho sempre amato questa tipologia di santi. Il San Girolamo di Caravaggio o di Colantonio, per intenderci, piuttosto che quello di Antonello da Messina o le rappresentazioni rinascimentali ed idealizzate dei santi. Uomini come noi, quindi, che invecchiano, ingrigiscono, diventano deboli. Ma dopo aver tanto amato, tanto lottato, tanto creduto. E tanto operato. Il messaggio di questa statua è quindi per me quanto mai chiaro. Ed ha a che fare, eccome, anche con la legalità. Chiaro, come il lavoro che ha portato alla sua realizzazione. Vale la pena ripeterlo: si può fare. “Fare”, si può. Ed io aggiungerei: si deve.

Antonio Salvati Magistrato presso il Tribunale di Palmi


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Punti di vista

La città che vorrei di Attilio Scarcella e città sono creature L dell’uomo e come tali assolutamente modificabili. Il loro

sviluppo e cambiamento sta seguendo, in questi ultimi decenni, dei ritmi di evoluzione che superano di gran lunga quelli dei propri cittadini. Potrebbe capitare - si fa per dire - di svegliarci un mattino e non riconoscere più i luoghi della nostra città. Non è il caso di Palmi ma delle grandi metropoli. E tuttavia, in un contesto di crisi economica mondiale come quello attuale, che sta avendo ricadute sul tessuto sociale del nostro territorio e dell’intero Mezzogiorno, potrebbe sembrare alquanto illusorio e banale, per il politico che amministra, aspirare al progetto di cambiamento e trasformazione della Città o alla predisposizione di accogliere “il nuovo” senza il timore di perdere le solide radici piantate nella propria storia. Ritengo, inoltre, con un pizzico di ottimismo, che anche in tempi di crisi economica e sociale sia possibile, anzi, debba diventare per ogni Comune un imperativo categorico, porsi il problema di una città a dimensione di cittadino. E quindi fare delle scelte coraggiose. Delle scelte che abbiano la sagacia e l’ingegno di legare tra loro la tenuta sociale della comunità cittadina, la quale - come ogni comunità responsabile - intende salvaguardare il suo entroterra dall’avanzare dei palazzoni e delle villette a schiera,

nonché mantenere la città intatta dalla poco edificante pratica delle speculazioni edilizie. Come pure ritengo sia possibile una mobilità ordinata dove l’uso dell’auto non sia, sempre e comunque, una necessità impellente, un’esigenza obbligatoria ma, molto spesso, soltanto un vizio di comportamento di questa società. L’immagine di una città è oggi strettamente legata, oltre che al suo sistema produttivo, alle sue attrattive, a quel sistema cioè costituito dai beni culturali ed architettonici, dalle tradizioni, dalle capacità tecnologiche e infrastrutturali che oggi la supportano. La città che vorrei, perciò, non è un luogo puramente ideale, un sogno, un’utopia, ma una località dove poter vivere, dove poter incontrare gli altri. Un luogo appunto di relazioni: sociali, economiche, culturali, politiche. Vorrei una città che abbia cura dei propri quartieri, soprattutto di quelli in fase di trasformazione; una città che sostenga e difenda il senso di comunità, laddove questo incontra resistenze; e promuova invece spazi ed opportunità di incontro laddove esso risulta compromesso, lacerato o tende a scomparire. In tal senso, credo che ognuno di noi dovrebbe contribuire a tracciare - attraverso l’impegno partecipativo alla vita comunitaria - il modello di città che vuole costruire, impegnarsi e lavorarci sopra non con teorie e proclami,

ma all’interno della dialettica di quei processi decisionali che caratterizzano la vita cittadina, per modificare la località in cui oggi si vive spesso con disagio e guidarla in direzione di quella in cui si vorrebbe vivere: nella distensione e nella serenità sociale . La città che vorrei è una città pulita, dove tutti fanno il loro dovere per evitare un giorno di essere sommersi dai rifiuti o di dover ricorrere a inceneritori e nuove discariche. E’ la città dei cittadini i quali non devono aver più motivo di fastidio, di avversione o di allontanarsi quando sentono parlare di politica, ma anzi dire la loro, partecipare, discutere, se necessario anche protestare. Vorrei insomma una città partecipata, dove ogni singolo cittadino è attore, protagonista attivo della crescita e dello sviluppo del proprio paese e non semplice spettatore passivo di un territorio dove le singole amministrazioni si sentono investite di decidere del destino dell’intera comunità. Al giorno d’oggi è diventato quasi un vanto non occuparsi di politica. E invece no. La città che vorrei è proprio quella in cui i cittadini riprendano l’amore per la politica, dove politica significa avere cura del bene comune della polis intesa come comunità sociale che sviluppa, progetta, costruisce il proprio futuro. La città che vorrei, insomma, si sostanzia non solo di aspirazioni, prospettive e progetti legati alla

struttura ed alla organizzazione amministrativa ma, ancor più, si edifica e s’incentra sugli obiettivi strategici che l’intera comunità cittadina, nella ricchezza dei suoi organismi istituzionali e di partecipazione alla vita associativa, intende perseguire nel corso della durata del mandato amministrativo. Una città in itinere, dunque, ma sempre all’opera; una città dove i progetti e le iniziative diventano gli strumenti principali da elaborare e tradurre in risoluzioni, determinazioni e scelte decisionali. Nel caso di Palmi, per esempio, la mia città, mi piacerebbe venisse ristabilita quella sinergia necessaria tra centro e periferia che è la chiave politica e socioculturale per restituire al centro storico quelle funzioni essenziali che fanno di Palmi una città di storia e di cultura, di studi e convegni, protesa al recupero della sua veste più congeniale; ma, al tempo stesso, una città dinamica, vera, viva, piena di socialità, ricca di interessi e di stimoli. Sono questi alcuni tra i tanti obiettivi prioritari che bisognerebbe privilegiare. E ciò, affinché cittadini ed amministratori insieme, impegnati nel consolidamento della propria storia e della propria cultura, diventino al tempo stesso promotori della modernizzazione del proprio territorio e, per ciò stesso, protagonisti di un comune futuro di civiltà, di benessere, di giustizia sociale, di progresso.

un libro di bruno zappone rem Edizioni

vitae et studiorum di palmesi contemporanei Per i tipi della Rem edizion, è uscito in questi giorni l’ultimo libro di Bruno Zappone: “… Così vid’i adunar la vecchia scola – Vitae et Studiorum di Palmesi Contemporanei”. Un libro di 212 pagine e di grande pregio editoriale (Euro 16,90) che racchiude 28 biografie di personaggi di grande profilo che hanno dato lustro alla terra di appartenenza e che si sono saputi affermare, nel campo della cultura, dell’arte e delle professioni, oltre che nel territorio di appartenenza, anche in Italia ed alcuni di essi persino all’estero. Nel libro sono pure inseriti brevi cenni sui cinque cittadini onorari che la città di Palmi ha voluto inserire nell’albo d’oro delle personalità che tanto prestigio hanno apportato alla collettività in campo nazionale ed internazionale e che direttamente od indirettamente hanno avuto stretti legami con Palmi (Bruson, Mesiti, Gassman, Olivero, Settis) Il libro, come si evidenzia dal titolo, è una raccolta di biografie di note personalità che fa seguito a quello pubblicato dallo stesso autore alcuni anni addietro, dal titolo “Uomini da Ricordare” dove erano state illustrate le vite e le opere di illustri Palmesi, quasi tutti non più viventi, che la città ricorda con commossa e devota gratitudine per la genialità del loro pensiero e per la grandezza delle proprie idee. Un libro, quello di Bruno Zappone, che mette in chiara luce ed in evidenza quanto potenziale umano e quante capacità intellettive la città di Palmi ha espresso e continua ad esprimere, anche se solo altrove alcune di queste personalità hanno potuto eccellere nei loro campi di attività. Il libro, che si presenta stampato in una elegante veste tipografica, è introdotto dal consigliere provinciale, dott. Giovanni Barone, ed è presentato dalla professoressa Patrizia Nardi, storico dell’Università di Messina.


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Incontro con Simona Rolandi, giornalista sportiva e conduttrice RAI

Simona Rolandi Simona Rolandi, romana ma radici palmesi, giornalista sportiva, collaboratrice di vari periodici sportivi, adesso conduttrice televisiva RAI, ha collaborato a Stadio Sprint, condotto la Domenica Sportiva Estate; è stata inviata speciale per le Olimpiadi, Notti Mondiali. Ex giocatrice di pallavolo per tanti anni. Condurrà, nella prossima stagione televisiva, il programma di approfondimento sportivo Dribbling su Rai Due. Nello scrivere un articolo su Simona Rolandi, più che alla solita intervista formale, fatta di domande e relative risposte, ho pensato di fare con lei, un discorso sincero, per conoscere aspetti insoliti, perché no, sconosciuti, rievocare ricordi e momenti della sua vita, della sua carriera, rapporti con persone, luoghi o cose di Palmi, paese, che penso conosca bene , visto che qui vivevano i suoi nonni , prima, e i suoi genitori, dopo. Parlando proprio dei suoi nonni, non posso fare a meno di ricordare il capitano Rolandi, suo nonno, un signore gentile e cordiale, proprietario di un famoso distributore di benzina sito nel piazzale Vittorio Veneto. Proprio per questo motivo, vorrei che fosse proprio lei a parlarci di tutto questo, in maniera nuova, semplice e del tutto personale.

Palmi nei suoi ricordi

di Cettina Angì ico Palmi e penso alla mia D infanzia… alla mia famiglia… alle mie radici… ai miei

affetti più cari… a Palmi sono nati i miei genitori, lì vivevano i miei nonni e, ancora oggi, c’è la casa dove ho trascorso quasi tutte le mie estati… da bambina prima, da adolescente poi… Finivano le scuole e via: mia sorella maggiore Manuela ed io scappavamo da Roma e ci trasferivamo a Palmi per andare al mare in attesa che ci raggiungessero papà e mamma in agosto… quando smettevano di lavorare... Lì avevamo tanti amici e, ogni cinque minuti, qualcuno citofonava… per la “gioia” di mio nonno – il capitano Rolandi - … era geloso delle sue nipoti… eravamo piccole e, giustamente, si preoccupava… Ho trascorso pomeriggi interi con lui al distributore di benzina: lo aiutavo a servire i clienti … mi piaceva…poi contavamo centinaia di monete che

raccoglievamo con degli elastici facendone mazzetti perfetti. Prima di tornare a casa, tappa fissa al “tabacchino”: nonno comprava le sigarette e io rimediavo sempre qualcosa … dalle figurine, alle bambolette, alle penne nuove …a qualche microfono giallo e blu (il sogno di diventare giornalista risale a quando avevo sette anni o poco più). Ancora oggi l’odore della benzina mi riporta alla mente quel periodo fatto di passeggiate in villa, dei bagni all’”Ulivarella”, delle messe con nonna, delle gite col gommone di papà, delle albe a Sant’Elia dove i miei mi accompagnavano quando soffrivo di asma per poter respirare aria buona e pulita. E poi i giorni di festa… la Madonna del Carmine, San Rocco ecc… tutti in strada dietro la banda ad osservare tanta gente che si riversava in piazza, accomunata da un sentimento di euforia collettiva… ma, sin da bambina, io impazzivo per

i “giganti”. Li seguivo ovunque e per tutto il giorno …mi intimorivano e, allo stesso tempo, mi mettevano tanta allegria… erano bellissimi …lui di colore, lei con degli orecchini enormi… appena sentivo dei tamburi scappavo a vedere se c’erano i giganti. Palmi: luogo delle prime vere amicizie, delle prime infatuazioni, delle prime uscite da sola, delle tante partite a pallavolo… la mia passione. Ero già grandicella quando il comune organizzò un torneo in piazza Primo Maggio… ogni squadra aveva una donna e io fui “ingaggiata”. Venni premiata come migliore giocatrice e quella coppa è tra i miei ricordi più cari. Mia sorella e io non eravamo “forestiere”… eravamo adottate da Palmi e capivamo benissimo il calabrese quindi, ogni tanto, qualcuno parlava di noi in dialetto e faceva pessime figure… Palmi è anche il ricordo di chi non c’è più. A Roma non vado mai al cimitero, a Palmi invece mi viene normale farlo e pure da sola. Sono abituata. Sin da bambina infatti mio padre mi portava con sé per andare a salutare il fratello - zio Mimmo - da me mai conosciuto ma sempre adorato… Oggi purtroppo, a fargli compagnia, ci sono anche i suoi genitori. Quando ho cominciato a viaggiare per seguire le partite di calcio, Reggina e Messina erano ancora in serie A. Quindi, appena finivo di lavorare, che fossi a Reggio oppure a Messina, scappavo per andare a trovare mia nonna anche se solo per poche ore… Arrivavo a Palmi a mezzanotte ( Pasquale… i suoi figli… Giovanna tutti si adoperavano per venirmi a prendere) e ripartivo la mattina dopo ma lo facevo con gioia. Ci ho mes-

so del tempo per abituarmi all’idea di non trovarla più lì e ancora non ci sono del tutto riuscita. Da quando lei non c’è più, Palmi mi sembra diversa… in effetti lo è. Molto cose sono cambiate… mia cugina Teresa, con la quale passeggiavo nel corso, ora è sposata e ha una splendida bambina, i miei amici sono sparsi in giro per l ‘Italia …qualcuno sta pure al secondo matrimonio …o al secondo figlio …Insomma il tempo passa... Oggi, quando torno a Palmi, incontro tante persone che mi hanno conosciuta da bambina, che mi hanno vista crescere e che ora gioiscono con me per i traguardi lavorativi raggiunti nel tempo. Faccio il lavoro che amo e che ho sempre desiderato fare… ma ciò che sono è il frutto di ciò che sono stata e dei luoghi che hanno segnato la mia vita… Palmi è uno di questi…

Concludiamo questo bellissimo articolo , improntato tutto sul filo della memoria che si srotola in immagini, momenti, emozioni, felici di aver compiuto con lei una specie di viaggio tra persone e luoghi, di un’ infanzia ed adolescenza che, in parte, è anche un po’ la nostra; ma soprattutto di aver scoperto che quelle radici, quel passato sono ancora dentro di lei, le appartengono fortemente.


Il Mediterraneo: etica del dialogo e cultura della solidarietà di Attilio Scarcella Il Mediterraneo, non è mai stato storicamente un mare che separa l’Europa dall’Oriente e dal continente africano. Lo è solo geograficamente. Da sempre, esso è il mare che ha unito attorno a sé popoli e culture diverse, nomadi e popoli residenziali, deserto e città, civiltà tradizionali e civiltà moderne, città in rapida ascesa con città radicate nella loro storia, spesso rivali e in conflitto tra loro, come, ad esempio, Roma e Cartagine. Il Mediterraneo, dunque, come mare che, nonostante gli antagonismi e le competizioni, è stato sempre e, prima di tutto, “culla” di civiltà? Certo. Dal Mediterraneo orientale all’Egitto, alla Mesopotamia, all’Asia minore, fino a Roma, storie di popoli, di culture, di civiltà hanno segnato – si può dire – la storia dell’intera umanità. Nel Mediterraneo sono nate e si sono sviluppate le grandi culture e le grandi religioni che hanno disegnato l’identità dell’Europa, del Medio Oriente, dei Paesi del Nord Africa. E’ in queste terre che ha trovato forza il principio dell’unico Dio, di ciò che unisce i diversi, che concilia i contrari… di un Dio capace di unire le diverse sensibilità arabe, ebraiche, cristiane; un Dio che può far regnare ordine e giustizia nel mondo. E’ ancora attorno a questo mare che nasce la “filosofia”, il concetto di “polis”, le istituzioni che hanno definito e consolidato molte civiltà politiche. Dialogo e conflitto, pace e guerra, hanno fatto la storia del Mediterraneo, dove si sono scontrate nei secoli, civiltà, culture, idee, popoli diversi. Queste tensioni, questi conflitti, purtroppo, continuano a sussistere ancora oggi, esasperati da fondamentalismi e lotte culturali che giustificano la più assurda violenza, aggravati dalle dichiarazioni di non riconoscimento reciproco fino allo scontro totale per la vita o per la morte. Così acuti, difatti, sono diventati in alcune aree il risentimento e la furia omicida, da non riuscire a capire che lo scontro per la propria identità, può solo portare alla distruzione reciproca. Non si riesce a capire che solo il “dialogo”, un dialogo incentrato sulla pluralità delle culture e sul pluralismo religioso, può innescare quella “prospettiva virtuosa” in grado di recuperare e rilanciare tra i popoli del Mediterraneo “la meravigliosa di teoria e prassi, di politica ed economia”, di “persona”, “individuo” e “cittadino”. E ciò nel momento in cui gli stati mediterranei, Italia in testa, sono alle prese con lo sviluppo e l’elaborazione di politiche sociali di accoglienza, di regolamentazione normativa e di integrazione dei flussi migratori. Oggi ci sono le condizioni per questo dialogo. Ci sono le condizioni affinché il Mediterraneo riprenda il suo ruolo storico a livello europeo e mondiale. L’ormai lontana conferenza Euro-Mediterranea del 1995 a Barcellona, ha segnato l’inizio del partenariato euro-mediterraneo. Un processo nato sulla base di relazioni politiche, economiche e sociali tra i Paesi dell’Unione Europea ed i 12 Paesi della riva Sud del Mediterraneo. Un’iniziativa ambiziosa che, voglio ricordarlo, si condensava in tre grandi obiettivi: 1. la definizione di uno spazio comune di pace e stabilità attraverso il rafforzamento del dialogo politico e della sicurezza; 2. la costruzione di una zona di prosperità attraverso un partenariato economico e finanziario finalizzato ad una zona di libero scambio; 3. l’avvicinamento dei popoli attraverso un partenariato sociale, culturale ed umano, finalizzato a favorire la comprensione tra le culture e gli scambi tra le società civili. Molto di quanto previsto nell’accordo di Barcellona è, purtroppo però, rimasto sulla carta. Soprattutto il partenariato sociale deve ancora trovare la definizione del suo ruolo, degli spazi e delle azioni. In questo contesto le varie culture popolari presenti nel Mediterraneo devono ritrovare il terreno del confronto, per riscoprire ognuna le ricchezze e le ragioni dell’altra. Un’azione comune tra i vari Stati europei, in particolare quelli del Mediterraneo è già stata intrapresa; ed è quella che va in direzione di politiche antirazziste. Certo, le metodologie d’approccio legate alla politica, sono ben diverse da quelle tracciate dalle associazioni ed in cui è impegnata la società civile. Il problema vero allora è un altro. Ed è quello di dare voce all’associazionismo attraverso il dialogo multiculturale ed interreligioso. Un antirazzismo coerente, però, non può nascere semplicemente dall’alto. Ha bisogno sia dei poteri pubblici che della società civile. Non può svilupparsi altro che nella tensione, necessaria e complessa, fra l’identità rivendicata da gruppi di diversa provenienza e i valori universali del diritto e della ragione. Che fare? Occorre porre in essere un’azione politica comune, immediata e condivisa per dare voce e cittadinanza a tutte quelle persone che lasciando il loro paese hanno deciso di venire in Italia per vivere e lavorare dignitosamente ed operosamente all’interno della storia presente. La società civile - come sappiamo - è uno dei pilastri della politica e dello sviluppo. In tal senso, una cooperazione solida e duratura con la società civile si rende, oggi più che mai, indispensabile per assicurare la partecipazione più ampia possibile, che coinvolga tutti i settori della società e permetta di creare, sia le condizioni di una uguaglianza effettiva tra i cittadini delle due sponde del Mediterraneo, che una maggiore partecipazione delle classi meno abbienti ai vantaggi dello sviluppo economico e del rafforzamento del tessuto democratico della società. In particolare, dei paesi del Nord dell’Africa. Se questo noi riusciamo a fare, L’Europa, supererà finalmente i suoi confini tradizionali per guardare ai popoli che si affacciano sul Mediterraneo come alla sede di un grande incontro culturale e storico, culla del diritto alla vita e capace di un grande sviluppo, di pace e di civiltà. Quale allora l’auspicio e il messaggio che deve giungere da una più intensa ripresa del dialogo culturale ed interreligioso fra Europa e popoli del Mediterraneo? E’ quello di riconoscere le diverse identità etniche e di avere rispetto e stima per le loro tradizioni culturali etiche e religiose; sicuri alla fine che, come tutti gli affluenti, le diversità di analisi e le eterogeneità di interpretazioni potranno trovare confluenza e convergenza in quell’unico grande fiume carsico che scorre tra le profondità e i meandri delle nostre coscienze: vale a dire, l’istanza etica di coniugare la cultura del mercato globale con quella della solidarietà e del dialogo tra i popoli. “E’ importante sviluppare un partenariato sempre più forte fra nord e sud del mondo”


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si dice che...

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CAPTANS ANNONAM MALEDICTUS IN PLEBE SIT!

“Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta” San Francesco d’Assisi

di Mario Idà onopolizzatori delle ricM chezze della terra siate maledetti dal popolo! E’, questa,

l’invettiva di Sant’Ambrogio - ripresa da Ezra Pound, uno dei più grandi poeti del ‘900, nel suo libello “Lavoro e usura” - contro il sistema monopolistico messo in piedi dai capitalisti speculatori e usurai per affossare il sacrosanto diritto dei popoli all’equa distribuzione delle risorse della terra. Ora non c’è dubbio che, tra queste, l’acqua sia l’elemento più prezioso della vita, che purtroppo comincia a scarseggiare per molteplici cause in vaste aree del mondo e del quale bisogna fare comunque un uso moderato. Come nel liquido amniotico si forma e si sviluppa il nascituro, così la vita non può fare a meno dell’acqua, elemento senza il quale l’esistenza degli uomini, degli animali e delle piante sarebbe tragicamente compromessa.

Essa dunque è la prima, indispensabile energia vitale e, come tale, deve appartenere a tutti, proprio perché ciascun uomo ha diritto alla vita attraverso l’equilibrato sistema di distribuzione e consumo dei beni che la terra dispensa. Su questa questione essenziale, che oggi presenta aspetti di inquietante problematicità, non vi possono essere tentennamenti di sorta. Si deve pertanto salutare favorevolmente l’iniziativa promossa recentemente da molte associazioni perché il “bene acqua” non venga privatizzato, come dispone l’art. 15 del decreto legge c.d. Ronchi del 25 settembre 2009 n. 135, convertito con modificazioni in legge 20 novembre 2009 n. 166, in adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica. E’ un duro colpo, infatti, inferto all’etica e alla giustizia sociale, ove si pensi che nel corpus della legge la priorità nell’affidamento della gestione dei servizi pubblici locali avviene in via ordinaria a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite, mediante procedure competitive ad evidenza pubblica; ovvero - in via gradata - a società a partecipazione mista pubblica e privata e a condizione che al socio sia attribuita una quota di partecipazione non inferiore al 40% e che a questi siano affidati specifici compiti operativi connessi alla gestione del servizio. Il testo normativo precisa altresì che, per situazioni eccezionali, che non consentono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire a favore di società a capitale in-

teramente pubblico, partecipate dagli Enti locali, che abbiano però i requisiti previsti dall’ordinamento comunitario per la gestione “in house”. In questo caso, risulta pertanto di immediata evidenza che si tratta di procedure complesse, soggette a restrizioni, del cui esito positivo possono avvalersi soltanto medie e grandi società pubbliche. Fermo restando, al tempo stesso, che le gestioni che non rientrano nella categorica previsione della legge cessano di diritto alla data del 31 dicembre 2010. Alla luce di queste disposizioni, viene pertanto disegnato uno scenario nuovo, che ha tutte le caratteristiche di un atto di espropriazione e, in ogni caso, di pesante limitazione dell’intervento pubblico in questa delicatissima materia, a favore di potentati economici, l’avidità senza limiti dei quali è nota a tutti. Legittima è dunque la mobilitazione popolare in difesa della gestione e del controllo pubblico dell’acqua, che la legge conculca, onde impedire che essa diventi oggetto di immorale mercificazione. Si tratta, infatti, di norme capestro studiate e messe a punto da sanguisughe prive di scrupoli, il cui unico fine è quello di ampliare sempre di più i confini delle privatizzazioni per trarne colossali vantaggi economici a discapito soprattutto delle economie locali. Per queste ragioni, è quindi necessaria una presa di coscienza collettiva della gravità del problema acqua, proprio perché intorno a questo bene essenziale della vita gravitano interessi speculativi di società multinazionali, che – con la compiacente collusione di assoldati legislatori – sono

pronte ad arrogarsi un diritto che appartiene alla comunità. Se questo disegno si realizzasse, il popolo diventerebbe un docile e servile strumento alla mercè di monopoli di sfruttatori, il cui unico fine è quello di controllare le risorse del nostro pianeta per piegare i popoli ad un destino di morte. Si tratta di un disegno di imperialismo globale, che procede per tappe, e che tutte le persone di retto giudizio devono impedire che si realizzi. Altrimenti, l’ombra sinistra e cupa del Grande Fratello orwelliano graverà irrimediabilmente su una umanità schiavizzata.


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Allarme meduse: singolare avvistamento

inalmente dopo tanti F anni di interrogativi , è stata fatta piena luce sul perché il nostro mare è infestato da meduse. La notizia trapelata qualche giorno fa, ha assunto i connotati dell’ufficialità. Si è potuta conoscere la verità, grazie a dei pescatori della Tonnara di Palmi che, impegna-

ti con la caratteristica “Passerella”, in una battuta di pesca al pescepada, hanno avvistato al largo dello scoglio dell’ulivo una “medusona” dalle dimensioni mostruose. Il celenterato, apparso come un’enorme massa gelatinosa, ha impressionato gli esperti pescatori che ne hanno dapprima taciuto il

fatto, per paura di non essere creduti, ma poi, hanno pensato di rendere pubblica la notizia, raccontando il singolare incontro. “ Eravamo a circa mezzo miglio da tratto, tra lo scoglio dell’ulivo e la torretta di Leonida Repaci, il mare era uno stagno” – così ha raccontato l’avvistatore della passerella

– quando vidi a distanza piccole onde che si propagavano, capii che c’era qualcosa, misi il motore al massimo allertando il fiocinatore e tutti gli uomini dell’equipaggio e, in un attimo gli fummo addosso. Non credevo ai miei occhi. La scena che si presentò sembrava tratta dai racconti mitologici sui mostri marini. Una medusa dalle titaniche dimensioni, con un diametro di circa quattro metri, si muoveva lentamente a pelo d’acqua, accompagnata da migliaia di pesciolini che la seguivano e le giravano attorno. Ma la cosa che più ci ha impressionato, oltre alla grandezza, è che la medusa liberava milioni di uova luccicanti sotto i raggi solari, attaccati a grappoli sotto l’immensa ombrella”. Il consumato pescatore, dalla ruvida faccia, ha spiegato che l’esistenza in grande quantità di piccole e fastidiose meduse che invadono quotidianamente il nostro mare, è giustificata dalla presenza di queste strane creature. Inoltre, ha aggiunto che “essendo diminuiti rispetto al passato i “predatori mangia meduse” come il pesce Porco, il Pescespada, Il tonno, e le Tartarughe che si trovano nelle vicinanze dello stretto di Messina, il mare pullula di questi urticanti organismi. E’ probabile, visto che il nostro clima si sta tropicalizzando, che si tratti della famosa “medusa ufo” dal nome Cassiopea che può raggiungere un peso di oltre duecento Kg”. R. C.


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IL CORO POLIFONICO “EUTERPE” DI PALMI di Giovanni Piccolo n esempio di come un’atU tività amatoriale possa dare lustro alla nostra città.

Che Palmi sia considerata la città che riesce ad esprimere i migliori valori culturali della Piana è un concetto che secondo alcuni spesso è usato a sproposito ed inflazionato nella sua ripetitività improduttiva. A ben guardare però, dietro a questa affermazione si trincera l’orgoglio di noi palmesi per un passato veramente ricco di cultura oltre che di uomini illustri ed un presente ricco di fermenti, spesso poco conosciuti o poco propagandati. Un esempio di ciò è l’Associazione Culturale del Coro Polifonico “Euterpe” di Palmi che ben interpetra l’atteggiamento propositivo verso gli aspetti del sapere che contraddistingue i cittadini palmesi. Forse però non tutti sanno che il coro “Euterpe” opera a Palmi da ben quattordici anni ed offre a chiunque lo voglia la possibilità di cimentarsi ed esercitarsi nell’attività corale. E’ una scuola amatoriale, ma di amatoriale ha solo il nome! Infatti chi ne fa parte deve esercitarsi due volte a settimana ed eventualmente integrare con lezioni individuali oltre ad una costante applicazione domiciliare: è un’attività seria che richiede quindi costante impegno ed amore per quel che si fa. Il Coro Polifonico “Euterpe” nasce a Palmi nel 1996 nell’ambito delle attività dell’accademia musicale Euterpe. Dal ’97 fa parte dell’Organizzazione Cori Calabria e della Federazio-

ne Nazionale FENIARCO come rappresentante della Città di Palmi nel campo della musica polifonica corale. Ha all’attivo centinaia di esibizioni musicali con ampi consensi di pubblico e di critica: concerti in molti comuni della regione, diverse Rassegne Corali, Messe solenni tra cui la Varia 2000 e 2005, l’80° genetliaco del Papa a Roma, il Cinquantenario della morte di Francesco Cilea, la visita del Cardinale Tonini, la “Giornata dei Comuni Italici” a Tortora (CS), la Rassegna Corale di Augusta in Sicilia. Nel 2009, il coro Euterpe, si è esibito in più occasioni con l’orchestra di fiati di Bagnara. Il 19 Dicembre 2009 si è esibito su invito della Provincia di Reggio Calabria nel carcere di Palmi. I quotidiani locali, tra cui Calabria Ora, hanno commentato l’evento di grande sensibilità sociale. Il 26 giugno 2010 si è esibito, su invito dell’associazione Italia-Ucraina “Mamma”, in occasione della visita del Console Ucraino per i 15 anni della nuova Costituzione e ospitati dall’Amministrazione comunale di Gioia Tauro. Direttore e fondatore del coro è il Maestro Enrico Currao, (nato in una famiglia di musicisti e compositori), diplomato in Pianoforte, in Didattica della Musica,in Musica Corale e Direzione di Coro. Alla preparazione artistico-musicale dell’Associazione collabora attivamente la prof.ssa Maria Antonietta Vissicchio diplomata in Pianoforte, in Didattica della Musica e in Clavicembalo. E’ grazie anche a lei se da 15 anni presso l’Accademia “Euterpe” si organizzano corsi musicali tra cui i Seminari “Le Domeniche di Eu-

terpe” e la “Rassegna Musicale Giovani Talenti”, giunta alla 12° edizione, volta a valorizzare i giovani più talentuosi delle scuole di musica della Regione. Le prossime attività del Coro Polifonico previste in agenda sono il 12 Agosto 2010 l’Inaugurazione della Statua di San Rocco nell’omonima piazza a Palmi con la presenza della RAI e la preparazione del Grande Concerto di Natale, manifestazione quest’ultima dove il “Coro Euterpe” dà il meglio di se stesso. Sono pure previste alcune esibizioni in Messe solenni o durante la celebrazione religiosa dei matrimoni, attività quest’ultima che rende la funzione religiosa particolarmente “sentita” dai partecipanti nel giorno più bello per i novelli sposi (prenotarsi in tempo è d’obbligo per una perfetta riuscita della performance!). Che tu abbia o non abbia una cultura musicale il consiglio che vorrei darti è di provare a cimentarti in un coro: è un esperienza

esaltante che ti arricchisce interiormente. E se malauguratamente il canto non fosse proprio adatto a te, vieni ad ascoltarci nelle esibizioni cittadine. Il Concerto di Natale (ampiamente propagandato tramite manifesti o inviti diretti) è diventato negli anni, un appuntamento quasi “mondano” anche se nella sua essenza è prettamente religioso, un’esperienza al tempo stesso “spirituale” e gratificante, da non mancare assolutamente se realmente si vuole vivere questa città da veri “palmesi, nella pienezza dei suoi eventi culturali. L’Accademia Musicale “Euterpe” si trova a Palmi in Via B. Buozzi, 221. Per le nuove iscrizioni al Coro o alle altre attività (Pianoforte, Teoria e Solfeggio) musicali e per prenotare l’esibizione corale durante le messa matrimaniale contattare il Maestro Enrico Currao. Le prove corali si svolgono il Lunedì e il Mercoledì dalle 20,00 alle 22,00.


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L’UNICA VERA AMICA

e r e v o R a l l e Eduardo D

Ricordo bene, come tutto è cominciato. Avevo sempre pensato che la televisione fosse un elettrodomestico, come una lavatrice od un asciugacapelli. Che ingenuo, che ero stato. Non avevo pensato che una lavatrice od un asciugacapelli non sono tuoi amici, non ti comunicano idee, non ti insegnano nulla. Non ti aiutano a capire la vita. La televisione, sì. Ecco perché non fui per niente sorpreso quando il programma della sera, quello che nessuno nella mia città (che dico: in tutto il mio Paese) avrebbe perso per nulla al mondo, cominciò a spiegarci per filo e per segno di chi dovevamo aver paura. A dire il vero, cominciò dapprima a spiegarci che noi dovevamo avere paura. Che la nostra società era in crisi, così come la scuola, la famiglia, la religione. Che la giustizia non funzionava, che c’era violenza e pornografia ovunque, che nuovi barbari premevano ai nostri indifesi confini per rubare il nostro lavoro e, cosa ancor più grave, la nostra identità. Che non potevamo non avere paura. A dire il vero, nei primi tempi, ero un po’ scettico. Ho letto qualche libro, sapete, e mi sembrava che ci fossero stati molti più morti e violenze e stupri ed omicidi ai tempi dei nostri nonni, quando però – mi dicono – si potevano lasciare le porte di casa aperte. Mah. Con il passare del tempo però mi sono convinto, ed ho cominciato a seguire le parole della televisione. Alla lettera. Senza obiezioni. Come tutti, del resto. L’annunciatrice, sempre vestita d’azzurro e con i suoi capelli biondi vaporosi, era dura e materna insieme. Sapeva farsi ascoltare. Cominciò con il dire che bisognava aver paura di quelli che non la pensavano come noi. E’ vero – disse – che la libertà di pensiero è garantita dalla Costituzione, però chi non la pensa come noi in realtà vuole destabilizzare il Paese, renderlo debole, screditarlo all’estero. Bisognava diffidare di queste persone! E così cominciai a non salutare più quelli che sospettavo avessero idee diverse dalle mie. Persino il mio amico Beppe, con il quale per quarant’anni si era discusso di politica a botta – alle volte – anche di insulti e parole grosse, salvo poi concludere invariabilmente ogni litigata con un salto in osteria, una risata ed un bicchiere di vino. Poi la televisione disse che dovevamo aver paura di chi aveva il colore della pelle diverso dal nostro. Troppo scuro o troppo chiaro, non faceva differenza. Perché è vero che la solidarietà verso i poveri ed i bisognosi è un valore cristiano (di che colore aveva la pelle Gesù?), ma è anche vero che alla lunga tutti quelli che vengono nel nostro Paese non potranno far altro che rubare, commettere reati, cambiare le nostre scuole e le nostre abitudini. Cos’altro potrebbero mai fare, loro ed i loro figli? Non sono mica nati nel nostro Paese, loro! Fu così che cominciai a non guardare più in faccia chiunque avesse dei lineamenti diversi dai miei, che parlasse in modo strano, che pregasse un Dio diverso dal mio, l’unico – si sa – vero e degno di fede. Certo, per i primi tempi non riuscivo a sostenere lo sguardo del mio vecchio papà (“tratti questi poveracci come bestie, come trattavano me e quelli del tuo Paese in quei posti lontani dove siamo andati a buttar via i migliori anni della nostra gioventù lavorando come schiavi…vergognati!”, così mi diceva). Poi, con il tempo, la paura è stata più forte. E poi, si sa, i vecchi non hanno tutte le rotelle a posto e ricordano solo quello che gli pare. Andò avanti così per tanto tempo. Dovevamo avere paura degli impiegati pubblici perché fannulloni, dei magistrati perché politicizzati, dei politici perché corrotti, dei preti perché pedofili, degli sportivi perché troppo pagati, degli insegnanti perché scansafatiche, dei commercianti perché evasori fiscali, degli invalidi perché inevitabilmente falsi, dei vincitori di concorsi perché invariabilmente raccomandati. Ed io ero contento, perché non appartenevo a nessuna di queste categorie. Non riguardava mica me, tutta quella paura! Ero pulito, io. Mica come quelli.

Ecco perché, ad ogni puntata, smettevo di salutare queste persone. Le cancellavo dalla mia vita. Perché la televisione, si sa, non può sbagliare. Se qualcosa succede lì, è successa davvero: non ci sono dubbi. La televisione è verità, perché è verità non quello che ti costringe a pensare, ma quello che vedi con i tuoi occhi, che ti arriva già bello e chiarito. Altrimenti, dico, come si spiega il successo di quelle belle trasmissioni – non me ne perdo una, sapete? – in cui persone umili e sconosciute come me, come voi, diventano d’improvviso famose e ricche? La televisione è la vera democrazia, l’unica vera amica del popolo, della gente qualunque. Così pensavo. Fino a quel maledetto giorno. Quando l’annunciatrice saltò fuori e disse queste poche parole. “Cari telespettatori, dopo alcuni anni di cura intensiva sono rimaste solo tre le persone di cui si potrebbe non aver paura. Una sono io, e sono chiaramente al di sopra di ogni sospetto. L’altra è il proprietario della televisione, al quale tutti noi dobbiamo riconoscenza e gratitudine eterna per averci insegnato a diffidare da chi vuol farci del male. E poi…”. Ebbi l’impressione che mi stesse realmente guardando negli occhi. “E poi sei rimasto tu. Si, tu. Il signor tal dei tali, abitante in via eccetera”. Il sangue mi si gelò nelle vene. Ero davvero io! “Ecco, cari telespettatori. Dato che non si può certo smettere di aver paura, d’ora in poi bisognerà aver paura anche di lui. Mi raccomando!”. Da quel triste momento la mia vita, in pratica, finì. Da allora neppure i miei parenti mi guardano più come prima. Mi sembrano sospettosi, sfuggenti. Alle volte sembrano quasi parlottare alle mie spalle quando credono che io sia distratto. Certo, apparentemente niente è cambiato. Tutto sembra essere tranquillo e normale. Ma io lo so, lo sento. Hanno paura. Di me. Anche di me. Ma hanno ragione. Perché la televisione non può sbagliare, e se dice che non sono meritevole di fiducia, è vero. Lei lo sa, il perché: anche se io lo ignoro. Adesso non esco più, non frequento più nessuno. Al lavoro sbrigo le mie pratiche senza parlare. Finito l’orario, scappo via senza guardare in faccia nessuno. Se qualcuno si avvicina, lo scanso. Corro a casa, dall’unica vera amica che ho. L’unica che mi vuole davvero bene. L’unica di cui mi fido. L’unica di cui dovreste fidarvi anche voi, sapete?


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CITOLENA

(urdipili)

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ZERO TOLLERANCE di Saverio Petitto a tolleranza zero è un tipo L di politica di governo che prevede un’applicazione intran-

sigente delle regole. L’abitudine alla legalità, secondo questa teoria, dovrebbe produrre, in un lasso di tempo abbastanza breve, un maggiore rispetto delle leggi con conseguente riduzione dei reati. Questa politica deriva dalla “Teoria delle finestre rotte” (Brokers windows theory), adottata dai criminologi americani, secondo i quali, se delle persone si abituano a vedere una finestra rotta, in futuro si abitueranno a vederne anche delle altre e a vivere in un contesto degradato, senza alcuna reazione: riparando la finestra, ci si abitua, invece, alla legalità e al bello. L’assessore raffigurato nella vignetta di questo numero, interpreta perfettamente, per la sua azione amministrativa, questa teoria, a tal punto che ha dovuto “far le valigie” e tornarsene a casa (al momento della stampa questa era la situazione esistente), in quanto ha trovato molti ostacoli nell’amministrare la cosa pubblica. Ci chiediamo, la sua finestra sarà riparata o assisteremo ad un suo cambio?

Tolleranza ØØ Assessore in partenza da palazzo San Nicola è finita la pazienza ed Enzuccio se ne vola, eran pronte le valige, pronta pur la dimissione consegnata a chi dirige questa amministrazione. C’era zero tolleranza verso insulse opposizioni contro i grattatror di panza e l’ignavia dei cialtroni (o poltroni); spesso i buoni se ne vanno, stanchi gettano la spugna dopo aver subito il danno senza onori e senza sugna! Giuseppe Cricrì

Tutti hannu nu paru d’ali, ma sulu cu sogna ‘mpara a volari!

I tre tifosi della Palmese di Rocco Cadile

icciu, Peppi e Micuvicenzu, seguaci dell’antica cantiC na du “Zzì Pascali”, dovevano recarsi da Palmi a Castrovillari, per assistere all’incontro di calcio, Castrovillari – Pal-

mese; ma prima di mettersi in viaggio, fecero la solita visita mattutina o “Zzì Pascali, il quale, gli somministrò la dose quotidiana di “sciroppo” e, satolli satolli, si avviarono con l’inconfondibile utilitaria bianca. Giunti indenni, si presentarono all’ingresso del campo sportivo. Ciccio che guidava il gruppo, con molta disinvoltura, per non pagare il biglietto, disse: “Sindacu, Vici Sindacu e Assessuri”. Il dirigente della società del Pollino addetto al controllo dei biglietti, vedendo quelle “maschere”, mormorò: “Se chisti sunnu amministraturi, Palmi è rruvinata”.

il Pettegolezzo

di Walter Cricrì

opo il raccolto, ogni giorno padre e  figlio portavano lo scecco D al mulino. Dovendo passare dalla piazza del paese, il padre decise di far salire

il figlio sullo scecco, per farlo riposare. La gente vedendolo passare disse: “Guarda che giovane sconsiderato, lui sta comodo e suo padre si stanca a tirare lo scecco.” Padre e figlio mortificati da quelle parole, il giorno dopo, fecero cambio di posto: il figlio tirava lo scecco e il padre sopra. La gente vedendolo passare allora diceva: “Guarda che padre cattivo, lui sta comodo e il figlio si stanca!” Padre e figlio, nuovamente mortificati, il giorno successivo salirono entrambi sullo scecco, ma il risultato non fu diverso. “Guarda che sconsiderati, padre e figlio sul povero scecco!”, dissero le persone della piazza. Allora entrambi decisero di andare a piedi, tirando lo scecco. Ma, passando, sentirono dalle persone della piazza:“Guarda che stupidi, hanno lo scecco e non lo usano!!!”


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cinema sotto le stelle 2010 XXII Rassegna Cinematografica all’aperto

REGISTRAZIONE AL TRIB. DI PALMI Nr. 1 / 2010 Anno 1 - Numero 8 - Agosto 2010 Direttore respons.: Francesco Massara Coadiuvatori: Paolo Ventrice Andrea Ortuso Collaboratori di REDAZIONE Ortuso Lucia Petitto Saverio Angì Cettina Bruzzese Giovanni Cannata Nella Cricrì Giuseppe Cricrì Walter De Francia Salvatore Galletta Dario Gargano Claudia Giusti Laura Laganà Teresa Editore: Associazione Culturale Madreterrra Sede Palmi - Via ss.18 km 485.30 P.I. 02604200804 Cod. Fisc. 91016680802 Tel./Fax - 0966 1945480 - 0966 1940380 Mobile - Paolo Ventrice 335 6996255 Mobile - Andrea Ortuso 333 4894882 e-mail: redazione@madreterranews.it Progetto Grafico: A.Ortuso - W. Cricrì - P. Ventrice Impaginazione grafica: Paolo Ventrice Progetto e cura sito web: De Francia S.- Galletta D. - Ortuso L. Stampa: Tipografia Balzamà Via S. Giorgio 82 - Palmi - RC Tel_0966420567

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MadreTerra CULTURA E FOLKLORE I VESCOVI E IL VESCOVADO DI TAURIANUM Palmi&Dintorni

di Francesco Saletta AUREANA ebbe un’organizzazione ecclesiale importante, infatti fu sede T di diocesi e in mille anni si susseguirono vari vescovi. Autori scrissero sulla scomparsa diocesi, però la ricerca più completa sul ve-

scovado è lo studio di Vincenzo Saletta:”La Diocesi di Tauriana origini della Diocesi Vescovile” Roma 1979- Biblioteca Comunale di Polistena.” Qui di seguito si riportano stralci di alcuni autori: Ferdinando Ughelli nel suo lavoro”Italia Sacra etc.”, Venezia 1706, fa risalire il vescovado di Taureana al tempo del papa Martino I°( 649 d.C.) “Tauriana o Taurianum fu un’antica città dè Brezi ricordata da parecchi scrittori, e dà più accurati fra i moderni vien situata dappresso al fiume Metaurum”scriveva così nel 1835 Vito Capialbi nel suo trattato :”Memorie per servire alla storia della Santa Chiesa miletese”, egli aggiungeva:”Poco o nulla conosciamo adunque(nel 1835) delle sue civili vicende; ma in quanto alle ecclesiatiche sappiamo essere stata vescovil sede di diocesi rispettabile”. Francesco Corcia, invece nel suo interessante libro”Storia delle Due Sicilie” Napoli 1843, scrisse che il vescovo più antico fu Paolino “il quale governava la chiesa di Tauriana altrimenti detta Tauri nel 591…” Scriveva il prof. Vincenzo Saletta: “La determinazione dell’epoca d’istituzione della Diocesi vescovile di Tauriana, non trovava concordi gli storici, fino al ritrovamento della stele funeraria del figlio militare del vescovo Leucosio” e dopo le varie scoperte dell’ultimo secolo. Giovanni Fiore da Cropani, in “Calabria Illustrata” Napoli 1691, riferisce che: “Non fu meno famosa la cattedrale di Taureana, fondata come si stima, da Santo Stefano di Nicea(I° sec.), primo vescovo di Reggio” e successivamente martirizzato dai romani. Di seguito un elenco di alcuni dei vescovi succedutisi nel sede vescovile di Turianum: 1)Leucosio - Il vescovo Leucosio visse a Taureana tra la fine del III° sec. ed i primi del IV °(è ricordato in un’importantissima epigrafe ritrovata a Tauriana e descritta da Paolo Orsi in”Iscrizioni cristiane di Tauriana nei bruzi”, da A.Solano”Bruttium Paleocristiano”, Vincenzo Saletta(op.cit.) e altri, l’epigrafe recita: “Leucosius episc(opus) Flav(io) Ev / entio cent(urioni) qui / vixit annis XXXV men(sibus) sex.hic milita / vit annis XIII.pater fili /o fecit. in pace positus (Cris) to” (Leucosio vescovo al figlio Flavio Evenzio Centurione che visse 35 anni e 6 mesi, militò per 13 anni ) da: Don Santo Rullo “Cronologia vescovile taurianese e oppidese” il quale porta il vescovado di Leucosio all’anno 297 d.C.) Leucosio, come tutti gli altri ministri di Dio in quei secoli, poteva contrarre in matrimonio ed avere dei figli, infatti la lapide dice che era padre di un soldato, Flavio Eventio, dell’esercito romano, dislocato in Tauriana 2)Massimo vescovo di Tauriana verso l’anno 401, è ricordato assieme al vescovo Severo in una lettera del Papa Innocenzo I dell’anno 416 3)Severo, vescovo di Tauriana attorno all’anno 416,è ricordato assieme al precedente, partecipò ad un Concilio Provinciale indetto da Ilario vescovo di Reggio 4)Giorgio.Il vescovo Giorgio è nominato nel Bios di San Fantino (V.Saletta, Vita di San Fantino Confessore) come uno dei due vescovi in sogno a Niceta arciprete della stessa chiesa e sepolto nella chiesa medesima, dal bios:”E nella notte vedo in sogno il Santo che stava in piedi e accanto a lui stavano anche due altri uomini in abito di vescovi, le reliquie dei quali giacciono nel tempio” 5)Giovanni è’ ricordato assieme al precedente come uno dei due vescovi apparsi in sogno all’arciprete sopradetto. Questo vescovo è anche ricordato in una lettera di Papa Gelasio scritta nel 496 al vescovo Giovanni di Tauriana e partecipò al Sinodo Romano del 499. Questo Vescovo è stato tumulato sempre nella chiesa di San Fantino.

6)Longino vescovo di Tauriana verso il 503, detto impropriamente Vescovo di Porto Oreste perché l’Ughelli nel suo “Italia Sacra”,scrisse: “…Longinus enim Episcopus Orestensis subscripsit Synodo Sextae Romanae sub Symmaco Papa…” 7)Severino ,il vescovo di Tauriana fu detto impropriamente v.di Metauriana (Metauria non ha mai avuto un vescovado)... 8)Paolino 575- Tauriana + 602), vescovo di Tauriana, successe al precedente e partecipò al Concilio Romano del 590. Il breve periodo pastorale di questo vescovo è illustrato da una larga serie di lettere di Papa Gregorio Magno, relative alla chiesa taurianese specie in occasione della fuga dei monaci di Tauriana in Sicilia, con il vescovo a capo, a causa dell’occupazione longobarda di tutto il bruzio. Nel 603 il Pontefice ordina al Vescovo visitatore Venerio (Gregorius Venerio) la cura della chiesa di Taureana dopo la morte del Vescovo Paolino. 9)Giorgio, visse attorno all’anno 620 in fama di santità fu sepolto nella chiesa di San Fantino. 10)Giovanni, vescovo di Tauriana nel 630(?) e sepolto nella Chiesa di San Fantino 11)Zosimo, monaco (era abate del monastero di S.Lucia presso Seminara e vescovo di Tauriana tra il 642 e il 649 sotto Papa Teodoro 12)Lorenzo, vescovo di Tauriana,partecipò al Concilio Lateranense dal 5 ottobre al 31 ottobre 649 indetto da Papa Martino I°(…Concilio Romano sub Martino 1° cui subscripsit Laurenzius Episcopus Santae Ecclesia Taurianensis” F.Ughello “Italia Sacra”, 1642 13)Giusto,v.di Tauriana,successe al precedente proprio durante il Concilio suddetto anno 649. 14)Giorgio,v. di Tauriana ,partecipò al Concilio Costantinopolitano II (anno 680), firmò la lettera sinodale di papa Agatone(678-682) con queste parole:” Giorgio, umilissimo della santa chiesa di Tauriana della provincia di Calabria …”. 15)Gregorio,v. di Tauriana prese parte al II° Concilio di Costantinopoli(anno 680) e si firmò: “Gregorio Taurianese”. 16)Sergio,vescovo di Tauriana ,partecipò al sesto sinodo Costantinopolitano del 680-681 “Nel VII° sec.la regione meridionale della penisola italiana è indicata anziché col nome di Bruttii,con quello di Calabria, e i vescovi di Locri, Thurium, Taureana, Troppa e Vibo, negli atti del Concilio del 680, dichiarano di far parte della Eparchia Kalabrias”da Historica 1974 17)Pietro,vescovo di Tauriana attorno all’anno 695 18)Opportuno, vescovo di Tauriana tra gli anni 721 e 735.Ricordato nei decreti di papa Gregorio III(731 -741),fu sepolto nella chiesa di San Fantino. 19)Teodoro,vescovo di Tauriana partecipò al Concilio Ecumenico Niceno Secondo,indetto nell’anno 787 da papa Adriano I(772-795) 20)Pietro nacque a Taureana e fu vescovo della sua città. Nell’anno 755 andò messaggero presso le autorità militari di Sicilia a Costantinopoli dall’imperatore Leone V°.E’l’autore del Bios di San Fantino Confessore,composto tra gli anni 787 e 813,e visse fino al tempo dell’imperatore Leone IV(813) 21)Paolo,vescovo di Tauriana visse attorno all’anno 870 epoca in cui partecipò al Concilio Costantinopolitano IV e dove sottoscrisse:” Paulus,misericordia Dei episcopus Taurianae “. 22)Paolino,vescovo di Tauriana,fu sepolto nella chiesa di San Fantino (Ughelli”Italia Sacra”) 23)Giovanni,vescovo di Tauriana ,verso la metà del sec. X 24)Gregorio,v.di Tauriana ,successe al precedente. Morì in fama di santità e fu sepolto nella chiesa di San Fantino. 25)Vitale, vescovo di Tauriana al tempo della distruzione della città da parte degli Agareni di Sicilia (anno 951). Fu l’ultimo vescovo residente nella diocesi distrutta, infatti si trasferì a Seminara con tutto il clero ed i nobili. Da quel momento incominciò un inesorabile oblio per la veneranda e sfortunata città. 26)Costantino,vescovo di Tauriana residente a Seminara (verso l’anno 965ca il Papa Giovanni XIII° (965-972)autorizzò con un’enciclica il trasferimento della sede vescovile. Costantino partecipò al Concilio di Benevento e firmò terzo dopo il Papa e l’imperatore Ottone. 27)Leone(?), fu l’ultimo vescovo di Taurianum residente in Seminara 1050 – 1067. Dopo questo vescovo ci fu un’ulteriore incursione degli agareni che “nell’anno del Signore 1055 misero a saccomanno la città già provata”. Nel 1059 Ruggero il Normanno creando la capitale del Regno a Mileto(Sigillum Factum) trasferì colà la Diocesi da Seminara, sopprimendo le diocesi di Nicotera, Tauriana, Vibona (Rationes decimarum Italiae nei secoli 13 e 14 a.c., 1939 Domenico Vendola.) Infine scriviamo per semplice curiosità che la diocesi di Taurianum ha avuto nello scorso secolo i seguenti vescovi: Arcivescovo Yousef VI Emmanuel II Thomas † (1900) Vescovo François David (Daoud) † (1910) Arcivescovo Antonin-Fernand Drapier, O.P. † (1929) Vescovo Etienne-Auguste-Germain Loosdregt, O.M.I. † (1952-1968) Dal 1968 il Vescovo Titolare di Taurianum è Mons. Alessandro Staccioli, O.M.I., Vescovo Emerito di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino


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Il culto della Madonna della Catena a Seminara e a Palmi di Rocco Liberti a venerazione della MadonL na della Catena, che nella remota antichità è stata parecchio

influente, oggi è solennizzata in poche località per quanto concerne la parte continentale dell’Italia Meridionale, ma in numerosissime riguardo alla Sicilia. Il motivo del suo affievolirsi nella prima zona è facilmente intuibile. Sanata la grave piaga rappresentata dalla schiavitù e non ritrovandosi più di coloro che potevano usufruire dei favori elargiti dalla Madre di Dio così intesa, il culto inverso quest’ultima è andato gradatamente scemando fino a ridursi a quei siti, nei quali un’ininterrotta tradizione aveva dato vita ad un santuario dai forti richiami miracolìstici. Riescono emblematici di una tale devozione due centri abitati: Acicatena, cittadina in provincia di Catania appellata in tal modo sin dal XII secolo appositamente per il suo sacrario, ai tempi nostri ancora uno dei più accorsati e Catena, frazione di Magli nel territorio cosentino. Malgrado l’origine dei vari santuari risulti spesso raccordata a vicende che nulla hanno a che vedere col dichiarato fenomeno, è sicuro che la venerazione, di cui trattasi, sia scaturita dall’avvilente situazione che vedeva l’uomo tenere in ceppi il proprio simile. Il tutto, naturalmente, ha avuto inizio in un’età nella quale lo schiavismo ha cominciato ad essere praticato su larga scala e l’ossequio a Maria Santissima a diversificarsi in tanti rivoli, ognuno dei quali fluente in un ben determinato bisogno. Numerose sono le testimonianze sul culto della Catena in Calabria e molti, quindi, i relativi santuari. In auge si offrono quelli di Laurignano, Dinami, Cittanova e fino a qualche tempo fa anche quello di Santa Giorgìa di Scido. Il vescovo diocesano mons. Del

Tufo, trovandosi a visitare nel 1586 le strutture ecclesiastiche di Seminara, vi ha scorto un altare in onore di Santa Maria della Catena nella chiesa di San Giorgio, dove ha avuto modo di vedere anche un «altaretto portatile», tre tovaglie, un avanti altare vecchio e, al di sopra di quello, «un quadro in tela con l’Imagine della Madonna Santissima della Catena». Da una platea del 1722, peraltro, come riferisce Antonio Tripodi, la cappella della Madonna dell’Idria sita nella chiesa dei minori conventuali verrà dotata nel 1598 di ulteriore quadro su tavola della Madonna della Catena, lavoro del messinese Paolo Villari. Detta era effigiata unitamente ai santi Francesco d’Assisi, Nicola da Tolentino e Francesco da Paola, i quali comparivano nella parte inferiore del manufatto. Assai interessante è quanto ci proviene dal registro di Giuseppe Faiella, incaricato della Cassa Sacra, in riguardo a Palmi. Secondo quel funzionario, che per la formulazione del caso ha avuto, tra l’altro, davanti agli «occhi una copia di poco valore della sola erezione de’ 12 febbraio 1629», nella chiesa di S. Maria del Soccorso è stato fondato nel 1628 dal palmese Giuseppe Cassoja, con i beni ereditati dal padre, Scipione, un «Beneficio sotto il titolo di Santa Maria della Catena» nell’altare recante la stessa intestazione. Detto, che ha avuto per dotazione 40 ducati annui da detrarre sui beni in questione, risultava legato allo juspatronato della famiglia, mentre l’obbligo consisteva nella celebrazione di tre messe alla settimana. La notizia trova piena conferma nella sacra visita effettuata dal presule mons. Bernardini nel 1719, in occasione della quale quest’ultimo «visitavit Altare S. Mariae de Catena de familia illorum de Cassoja». E’ ancora il Fajella ad informarci di altro beneficio eretto nel

medesimo altare in epoca imprecisata dalla nobile famiglia seminarese Marzano. L’istituzione, del pari soggetta allo juspatronato e che aveva quale peso la celebrazione di tre messe alla settimana, si fondava sulla «assegnazione de’ annui ducati ventidue dovuti in tanti censi da vari Particolari di Palmi». L’8 agosto 1754 la curia vescovile miletese, con apposito decreto, ne conferiva il possesso al

chierico Domenico Marzano «qual Padronato della sua Famiglia». Con testamento del 26 settembre 1762 l’abate d. Antonio Mazzapica di Santa Cristina evidenziava come egli accreditasse dal nipote d. Paolo Marzano di Seminara le rendite del beneficio semplice di Santa Maria della Catena in Palmi, rendite maturate a partire sin dal primo giorno della sua entrata in proprietà, il 15 luglio 1718 2.

Gli atti vescovili e similari menzionati si trovano nell’archivio diocesano di Mileto, mentre il testamento Mazzapica è compreso nei rogiti di nr. Diego Francesco Argirò di Acquaro custoditi nella sezione di archivio di stato di Palmi. Il lavoro dello studioso Tripodi è in “Brutium”, a. LXXI1992, n. 2, pp. 8-9.


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ITINERARI Storia d’amore e di corallo (Un amore rosso corallo)

La vicenda palmese del toscano Lamberto Rispoli

Il “falegname corallaro” Lamberto Rispoli, oggi.

Lamberto Rispoli, giovane pescatore di corallo. di Giuseppe Cricrì ’illustre storico melicucL chese Guglielmo Romeo Baldari ( 1802-1866) nel suo mano-

scritto Illustrazioni pel Dizionario del Signor Mazzolla Palmi 1852 (Dizionario geografico- statisticostorico) così scriveva :”In questo medesimo mare si pesca ancora il corallo ma conviene che i legni arrivino da altro paese per difetto di mestieri presso i marinai di Palme decaduti dalla loro agiatezza di un tempo. Forse gioverebbe che questa sorgente antica di ricchezza fosse meglio curata”. Già da allora era cosa nota che i nostri fondali abbondassero del prezioso corallo e che fossero pescatori non autoctoni a tirarlo fuori dal mare e avviarlo alla lavorazione presso i famosi laboratori degli artigiani di Torre del Greco (NA). Ciò avveniva nel passato e così evidentemente continuò ad accadere per tutto il secolo scorso. Correvano gli anni 70 allorquando il signor Lamberto Rispoli nativo della toscana Orbetello (GR), veni-

va informato da un amico che uno studente palmese frequentante l’università di Siena gli aveva fatto sapere della natura coralligena dei fondali della Costa Viola. Da quel momento il signor Lamberto aveva fatto tesoro di quella notizia e la aveva riposta nel cassetto riservato dei suoi progetti. “Un giorno o l’altro”, si era detto, “ci dovrò fare una capatina”. Lamberto era nato nel 1943, cresciuto sul mare, fra porto Santo Stefano e Porto Ercole, ai piedi dell’Argentario andando dietro al fratello maggiore, armato di pinne, maschera legata con lo spago e fucile a molla, era stato pioniere della subacquea con l’uso delle bombole. Lamberto era diventato corallaro quasi per caso, un giorno inseguendo una cernia in una secca si era imbattuto in un banco di corallo. Lo aveva raccolto e venduto e da allora aveva capito che i proventi di questa pesca potevano diventare un interessante fonte di guadagno. Nell’estate del 1978 aveva deciso di andare a pescare nell’isola di Linosa, li aveva anche prenotato una camera d’albergo, ma passando col treno da Palmi si era ricordato di quel-

la informazione di anni prima ed aveva deciso di fermarsi. Alla Tonnara, prese informazioni sommarie dai pescatori del luogo che con lui si mostrarono affabili e ospitali. Aveva bisogno di una barca d’appoggio e per averla si rivolse ad una famiglia locale. Affascinato dalla fresca e genuina semplicità delle ragazze del luogo pensò che sarebbe stato ben felice di conoscerne una e magari anche di sposarla. Il destino in un giorno non lontano avrebbe arriso questo suo proposito. La sua prima immersione durata complessivamente circa 2 ore avvenne presso la baia della Sirena (sotto il Centro Studi), li Lamberto trovò il suo primo corallo calabro, ad una profondità di 80/85 metri. Poi si spostò sotto la Motta, a 80/90 metri e vi trovò altro corallo anche se in quel punto, a causa della forte corrente incontrata, rischiò un serio incidente da decompressione. In quel punto, (capo Barbi) la costa immergendosi sotto la superficie del mare non forma il classico gradone che in altri siti raggiunge i 70/80 metri prima di precipitare nell’abisso, ma vi ci piomba, inghiottita dal baratro blu. Era affascinato da quei fondali Lamberto, ed era attratto dalla sublime qualità di quel corallo nelle sue varietà, rossa, rosa ed arancio. (oggi sappiamo delle presenza nei

Il meraviglioso corallo rosso

nostri fondali anche della rarissima variante bianca del ‘’Corallo rubrum” presente ad una profondità vicina ai 100 metri, scoperta nel 2009 dai subacquei del Centro Immersioni Costa Viola, Peppe Dato e Rocco Tedesco, coadiuvati dal fotografo Francesco Sesso). Lamberto continuò a pescare corallo in tutta la Costa Viola, esplorò tutti i fondali rimanendo colpito dalla superba bellezza della flora, della fauna e dalla particolare orografia sottomarina che vede in alcuni punti lo zoccolo continentale sprofondare, divorato dalla voragine violacea di questa gemma del tirreno. Ma venne il giorno in cui, in quel di Pietrenere, Lamberto fu colpito dalle grazie e dal tono scherzoso e gentile di una ragazza di nome Cecilia, che pronunciava la parola “lapuni” (calabrone), in un modo speciale, tanto da farlo innamorare. Quel toscanaccio simpatico, di professione corallaro, capitato a Palmi quasi per caso sposò la bella Cecilia di Pietrenere, ma destino volle che fosse proprio lei, dopo la nascita del primogenito Stefano, a farlo desistere dal continuare a praticare quel redditizio ma pericoloso lavoro, a favore del meno rischioso mestiere di falegname, che il nostro ancora oggi continua ad esercitare ad Orbetello. Lamberto nella sua vita di corallaro compì più di 2000 immersioni, rischiò la vita tante volte, vedendola perdere a molti suoi amici che facevano il suo stesso mestiere, oggi si dedica alla pesca sportiva e si guarda bene dal magnificare le sue stesse gesta di fronte ai figli, per il timore che possano essere presi dalla sua medesima antica passione. “Solo oggi”, dice sorridendo, “mi sento guarito dalla malattia del mare, solo oggi riesco, nel parlare con un mio interlocutore che da le spalle al mare, a non distogliere il mio sguardo dai suoi occhi per rivolgerlo verso l’acqueo elemento, che magneticamente, fino a pochi anni fa, mi seduceva in modo ineludibile”. Poi Lamberto fa una pausa pensierosa e… “Il mio tesoro più grande” aggiunge “non l’ho trovato sotto il mare, ma nella marina di Pietrenere e… si chiama Cecilia!!!”


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ITINERARI

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La Marinella: natura e poesia

di Giovanna Morabito urante gli anni settanD ta a Reggio mia città di origine, quando uscivo di casa, sempre mi si stagliava davanti agli occhi l’ immensità del mare, frenata dalla vista della costa siciliana, lì dove si adagia Messina, di cemento, anche se di costruzioni lambite dal mare: capivo il privilegio d’ essere in quel posto che era una cartolina vivente, che si chiamava Morgana, a volte, nelle giornate rare di questo fenomeno di rifrazione della luce. Ancora non sapevo della bellezza panoramica di cui anche Palmi gode, soprattutto verso la Marinella. E’ una spiaggetta la Marinella, un piccolo posto della terra, ma è specialmente un luogo dell’anima, un angoletto solitario ed isolato, ma abitatissimo, con densità di popolazione elevata, ripeto abitato e non frequentato, perchè questo anfratto, che pare attenderti, non si può visitare per caso, per una semplice occasione; se ci vai una volta (e quasi tutti qui a Palmi ci vanno), ne resti ammaliato e non puoi più abbandonare quel tratto di mare, quelle pietre, quel suono dell’onda che si frange, sempre uguale, sempre diverso. Ma quella che più t’incanta è la strada stessa che devi percorrere per arrivarci, strada breve, piccolo percorso, sia a piedi che in macchina o in bicicletta, pochi passi ma puntellati da innumere-

voli emozioni. A qualsiasi ora, soprattutto durante la bella stagione, la gente di Palmi, come attratta, calamitata, trovando scuse relative allo sport o allo svago o alla ricerca di qualche mora nera... (solo scuse...) la gente di Palmi la vedi salire e scendere con passione, con grande animo: chi da solo per godere del silenzio e del fruscio delle foglie, chi con l’amica del cuore per confidarsi le ultime cose, chi in gruppo come per una gara, chi in coppia fissa, come se quello fosse un altare davanti al quale scambiarsi ancora promesse solide o da rinnovare tacitamente, lasciando parlare le pietre secolari; chi insieme al cucciolo amato che pare apprezzare quell’idea di respirare finalmente aria buona... Ognuno comunque porta giù qualcosa verso il mare, da posare sulla spiaggetta, da affidare al sole che tramonta, qualcosa da dimenticare, qualcosa di indimenticabile; c’è chi porta preghiere, chi reca vittorie, chi delusioni, ma ognuno sa che non se ne tornerà a casa a mani vuote... La Marinella e la sua strada ti sanno dare molto, ti sanno ringraziare e ricambiare: ti liberi di un affanno e te ne risali pieno di speranza, pensavi al domani e già ti sembra più luminoso, eri sereno e questa pace si dilata. Spesso porti qualcuno con te, una persona che non si vede e che tu neanche sai di avere negli occhi, perchè la Marinella raccoglie tutti in un grande abbrac-

cio, quelli di oggi e quelli di ieri, forse già ti suggerisce i volti di coloro che vi passeranno quando non ci sarai più. La Marinella soprattutto contiene tante parole, le senti col cuore, le ripeti, le impari; la Marinella ti parla, scrive e recita ora anche dal bellissimo anfiteatro...

La sua migliore stagione però è quella invernale, quando sono pochi i temerari fedeli che la vanno a cercare, anche sotto l’acqua, anche quando il forte vento fa lamentare gli alberi e fa parlare chi non c’è più... quando le parole estive che la Marinella ti aveva donato si tramutano in poesia.


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SAPERI & SAPORI di Walter Cricrì

Noi lo chiamiamo zipangulu Simbolo di abbondanza, freschezza, allegria, vacanze, patriottismo (i colori della bandiera italiana), “schitticchiate” estive ed anche protagonista di sagre, gare, buffet di frutta: la felicità fattasi frutto.

ualche giorno fa, trovandomi Q immerso nei profumi della campagna, facevo una riflessione

tra me e me: qual’è l’odore che, per me, identifica l’estate? Mi sono dato subito una risposta: il profumo di “zipangolu”. L’anguria, detta anche cocomero (Cuccumis citrullus o Citrullus vulgaris), è una pianta a ciclo vegetativo annuale della famiglia delle cucurbitacee, dalle forme e dalle dimensioni varie (da un minimo di 20 cm di diametro, al grandissimo Citrullus vulgaris maximus che può superare anche i 20 kg di peso). David Livingstone, un esploratore dell’Africa, riportò che il cocomero cresceva abbondante nel deserto del Kalahari, dove sembra che esso abbia avuto origine. Lì il frutto cresce allo stato spontaneo ed è conosciuto come Tsamma (Citrullus lanatus var. citroides). La pianta è una sorgente di acqua abituale per gli abitanti della zona, oltre a fungere da cibo sia per gli uomini che per gli animali. Il nome cocomero deriva dal latino cucumis (“cetriolo”), mentre il termine dialettale anguria deriva dal greco tardo angourion (angourion) utilizzando un nome che individuava anche il cetriolo. Del termine latino cucumis non si trova traccia fino a Virgilio che lo usa con il significato di cetriolo, e a Plinio che sembra invece indicasse con esso proprio il cocomero. Il medico Aezio, nel VI secolo d. C., usò il termine angourion, da cui deriva quello di anguria, sebbene Linneo lo avesse usato per indicare una specie diversa di frutta.

Anguria ripiena

Il cucumis citrullus o citrullus vulgaris, sono questi i termini scientifici con cui si è sicuri di non sbagliare, continua ancora oggi, nelle diverse regioni italiane, ad essere chiamato in vari modi. In lingua italiana il termine “anguria” è prevalentemente utilizzato al nord, mentre il fiorentino e molte varietà centro-meridionali prediligono il termine “cocomero”. A queste varianti, che sono diffuse e comprese a livello nazionale, se ne aggiungono molte altre a diffusione più locale. Per noi palmesi ha un nome che è tutto un programma, staccato dalle tradizionali nomenclature del resto della Calabria: “zipangulu”. Un supporto etimologico riconosciuto ci viene fornito da due interpretazioni autorevoli ma anch’esse in disaccordo: dal Dizionario Etimologico del Dialetto - G.B. Marzano Zipàngulu, s. m. mellone, cocomero, (dal gr. σικυα e αγγουρι) Zipangulara, la pianta del cocomero; zipangularitu, cocomeraio. Dal Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria – G. Rohlfs Zipàngulu, m. cocomero, sp. di melone ( gr. χηπαγγουρον= anguria da giardino). Qualche bontempone si azzarda ad articolare qualche altra ipotesi etimologica: "zi parrucu" (zio parroco) per il suo aspetto rubicondo. Non è dato sapere quando il cocomero sia stato coltivato per la prima volta, ma il primo raccolto di cocomeri mai registrato avvenne nell’Antico Egitto, quasi 5000 anni fa, ed è stato documentato in alcuni geroglifici. Nel

Ingredienti e dosi per 4 persone • 1 anguria • 2 pesche • 6 albicocche • 1 banana • 1 mela • 1 pera • 1 limone • Maraschino • Zucchero di canna Preparazione: Tagliare a fantasia la calotta superiore all’anguria, togliere la polpa con l’apposito attrezzo per ottenere delle palline. Preparare una macedonia con il resto della frutta, unire le palline di anguria, bagnare con il limone ed il maraschino, zuccherare. Mescolare e versare nell’anguria. Tenere in frigo almeno un’ora prima di servirla.

mito egizio il cocomero aveva origine dal seme del dio Seth. Si diffu- se in Europa nei primi secoli dopo il 1000, all’epoca delle Crociate; la sua presenza in Italia è invece documentata già dal II secolo d.C.; in Cina era coltivato già nel X secolo d.C., oggi è il primo produttore mondiale. Nel mondo si contano in totale più di 50 varietà -le più note sono la Sugar baby, la Crimson sweet e la Miyako. La raccolta dei cocomeri avviene circa 4 mesi dopo la semina, ed è eseguita a mano. Il cocomero è il frutto che contiene più acqua: fino al 95%! Dal pochissimo apporto calorico (16 calorie ogni 100 g) è poco nutriente; ma in compenso contiene una grande varietà di vitamine, in particolare la vitamina “A”, la vitamina “C” ed

il potassio. Proprio grazie alla sua composizione, l’anguria è un frutto fortemente ipocalorico ed è adatto alla stagione estiva per la sua capacità dissetante. In più, come se non bastasse, l’anguria rappresenta un grande aiuto per la dieta: ideale per la diuresi, questo frutto svolge una buona azione di ricambio dell’acqua nel nostro organismo. Oltre che consumata da sola, l’anguria si presta molto bene a piatti come le insalate estive, in associazione con pomodori, carote, spinaci, cipolle, lattughe e ravanelli. Ottima per gelati, dolci, bevande, macedonie e marmellate, l’anguria può essere utilizzata anche in cosmesi: la polpa, infatti, è ottima per preparare maschere idratanti e con il suo succo si preparano lozioni utili ad ammorbidire la pelle. Accanto alle angurie “classiche”, ultimamente sono apparse anche le curiose mini angurie che costituiscono una vera e propria novità, con uguali caratteristiche organolettiche. Al momento dell’acquisto Scegliere, tra tanti, il cocomero maturo non è semplicissimo, tuttavia si può tentare osservando il colore della buccia che dovrebbe essere di un bel verde scuro, oppure verde con venature grigie. Si può provare anche a graffiare un po’ di buccia con un’unghia: se si stacca facilmente, l’anguria è matura al punto giusto. Conservazione Il frutto si conserva in frigorifero, o a temperature attorno ai 15 gradi, per non più di due settimane. Una volta aperto è bene coprire la polpa con carta argentata o pellicola trasparente, per evitare che il freddo la secchi.

UOVA, queste sconosciute ’uovo, in genere, apporta 6 grammi di proteine di alto vaL lore nutrizionale. Con il tempo si e’ ridotto il valore energetico (da 156 a 128 kcal/100g), l’apporto lipidico (da 11,1 a

8,7 grammi/100 g) e colesterolo (da 504 a 371 mg/100 g). Tra l’altro il peso medio di un uovo e’ ora di 50 grammi contro i 60 grammi precedenti. Per norma europea il periodo di durata delle uova puo’ essere, al massimo, di 28 giorni dalla deposizione. Categoria “A”: uova “fresche”, quelle cioe’ la cui camera d’aria, fino all’ultimo giorno della durata indicata sulla confezione, non deve superare i 6 mm di altezza. Categoria “A EXTRA”: uova freschissime, la cui camera d’aria non deve superare i 4 mm di altezza in tutto il periodo indicato sull’etichetta stessa (9 giorni dalla deposizione o 7 giorni dall’imballaggio). Categoria “B”: uova di seconda qualità o conservate. Categoria “C”: uova per industria. Classe di peso: XL-grandissime (oltre 73 g), L-grandi (63-73 g), M-medie (63-53 g), S-piccole (<53 g). La cottura prolungata (uovo sodo), allunga i tempi di digestione (3 ore) mentre crudo o alla coque necessitano di 2 ore. Dalla deposizione al momento dell’uso, l’uovo dovrebbe essere tenuto sempre in frigo. Infatti a temperatura ambiente l’uovo si deteriora molto più rapidamente. La refrigerazione previene inoltre eventuali inquinamenti da salmonelle. In 24 ore fuori dal frigo, una sola salmonella può riprodursi 1 milione di volte, mentre a temperature inferiori a 4°C non si riproduce. Le uova dovrebbero essere conservate nella parte più fredda del frigorifero ma non negli scaffali della porta dove la temperatura non è in genere abbastanza bassa. Dal 1 gennaio 2004, tramite un codice alfanumerico, il consumatore può leggere l’etichetta di ogni uovo: 0: tipologia di allevamento (0=biologico, 1=all’aperto, 2=a terra, 3=in gabbia) IT: stato di produzione 888: codice ISTAT del comune di produzione PT: provincia di produzione 001: codice univoco dell’allevamento DEP: data di deposizione giorno/mese o data preferibile consumo (facoltativo)


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SAPERI &SAPORI L’Italia sorpasserà la Francia: previsioni rosee per la vendemmia 2010

I nostri vini torneranno a fare scuola Anche se la cautela è d’obbligo, poiché per gli esiti produttivi del raccolto è determinante il mese di agosto, secondo le prime stime Ismea-Uiv l’aumento produttivo del 5% nella vendemmia 2010 è il risultato di livelli produttivi uguali o leggermente superiori al 2009. l vino è la principale voce I dell’export agroalimentare nazionale, con oltre la metà del

fatturato estero, che viene realizzato sul mercato comunitario dove la Germania (+3,0% nell’export) è il principale consumatore di vino italiano. Il primo mercato extracomunitario di sbocco, con un quarto del valore totale delle esportazioni, sono invece gli Stati Uniti dove il vino Made in Italy ha conquistato il primato rispetto a Francia e Australia. Con la vendemmia 2010 l’Italia potrebbe sorpassare la Francia nella produzione di vino con un aumento fino al 5% rispetto allo scorso anno, su valori superiori a 47,5 milioni di ettolitri. È quanto stima la Coldiretti nel sottolineare che anche la produzione francese fa registrare una crescita limitata per una produzione stimata da Franceagrimer pari a 47,3 milioni di ettolitri, rispetto ai 46,7 milioni di ettolitri dello scorso anno, quando risultò superiore a quella italiana, ferma a 45,4 milioni di ettolitri, secondo l’Istat. Le previsioni sono positive sul lato della qualità con il 60% della produzione Made in Italy, che sarà destinato alla realizzazione dei 498 vini a denominazione di origine controllata (Doc), controllata e garantita (Docg) e a indicazione geografica tipica (320 vini Doc, 41 Docg e 137 Igt). I risultati positivi del vino Made in Italy sono confermati dalla crescita record fatta registrare nel mondo con un aumento delle esportazioni in valore dell’8,4% dovuta a una crescita sia sui mercati dell’Unione Europea (2,2%) sia su quello statunitense (12,4%), nonostante il tasso di cambio sfavorevole dell’euro rispetto al dollaro, sulla base dei dati Istat sul commercio estero relativi al primo quadrimestre del 2010. Il calendario di vendemmia dovrebbe svolgersi regolarmente senza gli anticipi dello scorso anno poiché il freddo rigido che ha contraddistinto il lungo e piovoso inverno ha infatti rallentato lo sviluppo vegetativo, determinando uno slittamento in avanti, rispetto allo scorso anno, di quasi tutte le fasi fenologiche. Un trend positivo per il vino italiano che dimostra la presenza di nuove e rilevanti opportunità di crescita con un effetto traino sull’intera produzione Made in Italy all’estero.

Il

di Walter Cricrì

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del Cibo

Coloranti, addensanti, conservanti: sono circa 300 le sostanze che possiamo trovare nei nostri cibi. Sono davvero prive di rischi?

D

opo aver voltato qua e là la confezione, trovato tra le pieghe dell’involucro quelle righine in carattere microscopico, letto gli ingredienti «E339, E452, addensanti E407, colorante E120», cosa si fa? Davanti a una sfilza di sigle incomprensibili, rinunciamo alla lettura o rinunciamo alla merendina? I codici “E” seguiti da tre-quattro cifre designano gli additivi alimentari ammessi in Europa. Per la legge sono «sostanze prive di potere nutritivo che si aggiungono, in qualunque fase della lavorazione, per conservarne, nel tempo, le caratteristiche chimiche e fisiche o chimico-fisiche, per evitarne l’alterazione spontanea, per impartire o esaltare particolari caratteristiche di: aspetto, sapore, odore e consistenza». E’ “grazie” a loro che i cibi in vendita al supermercato e nei negozi durano più a lungo, sono più soffici, più gustosi, più invitanti. Però a volte sollevano qualche perplessità. CONTROLLI CONTINUI_ La Federation of European Food Additives and Food Enzymes Industries (Elc) con sede a Bruxelles, dichiara: «Gli additivi servono per conservare la qualità nutrizionale degli alimenti (evitando la degradazione delle vitamine, degli aminoacidi essenziali e dei grassi insaturi); migliorare la qualità di conservazione degli alimenti (evitando il deterioramento microbico e ritardando l’ossidazione); offrire al consumatore ingredienti con determinate caratteristiche nutritive (dolcificanti in sostituzione dello zucchero per i diabetici); conservare o migliorare la consistenza, la struttura e altre proprietà sensoriali quali gusto, aroma e colore; facilitare la lavorazione, il condizionamento, il trasporto o l’immagazzinamento dei prodotti alimentari. Queste funzioni sono state elaborate dal Codex Alimentarius e dalla Comunità europea». Per definire gli standard a cui le industrie devono adeguarsi, il Codex Alimentarius si avvale di una commissione d’esperti della Fao, organismo delle Nazioni unite per l’alimentazione e dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità. La commissione stila ogni anno un rapporto di valutazione degli additivi e per ciascuna sostanza stabilisce una dose giornaliera accettabile (detta Adi, sigla di Acceptable daily intake). DUBBI E DIBATTITI_ L’uso della chimica nel piatto è quindi costantemente monitorato. Ma a volte la ricerca scientifica non può fornire risposte definitive. Da anni, per esempio, è in corso un dibattito sul glutammato monosodico, “esaltatore di sapidità” onnipresente nei cibi preparati industrialmente. E’ una polverina bianca estratta dalla melassa. Nelle massicce dosi in cui lo assumiamo è imputato di “sindrome da ristorante cinese”, mal di testa, nausee, disturbi del sonno, “dipendenza” alimentare. Un’altra discussione ferve sull’iperattività infantile: disturbi del sonno, scompensi neurologici e difficoltà d’apprendimento nei bambini si collegano forse ad alte dosi di alcuni coloranti. Ma le ricerche in questi campi non raggiungono risultati condivisi all’unanimità. Altri dubbi: alcune sostanze quali nitrati, nitriti e ciclammato possono presentare rischi reagendo con altre sostanze già presenti nell’organismo. E’ difficile valutare l’interazione tra due o più composti chimici nello stesso alimento, assunti nel corso dello stesso pranzo, o il loro comportamento ad alte temperature (durante la cottura). Le prove tossicologiche, obbligatorie prima che entrino in commercio, si svolgono prevalentemente su animali, nell’arco di uno-due anni: possono simulare un’ingestione che si protrae per decenni? Ma non c’è bisogno neppure di guardare così lontano. Spesso in una giornata, soprattutto i bambini, possono assumere parecchie “dosi accettabili” di un additivo. Dal punto di vista scientifico non è stato ancora risolto il problema dell’accumulo di Adi. Cosa avviene se le dosi giornaliere vengono superate più volte? In altre parole, se è lecito mangiare una merendina che contiene un additivo, cosa succede con tre merendine, due sughi pronti e altro ancora? Altro effetto collaterale dell’impiego degli additivi è la possibilità di reazioni allergiche e intolleranze. La tartrazina (giallo E102) è, per questo, sotto inchiesta presso la Fda, l’ente americano per il controllo sugli alimenti. In effetti alcuni coloranti e conservanti parrebbero del tutto inutili. Però, quando hanno provato a produrre sottolio e sottaceti bianchi non li comprava più nessuno. Chi vorrebbe caramelle grigie? Chi mai sceglierebbe uno sciroppo di menta assolutamente incolore? Ma i coloranti naturali, b-carotene, annatto, zafferano, hanno una scarsissima storia di reazioni anafilattiche gravi o mortali; molti altri additivi sono usati vantaggiosamente: gli antiossidanti danno scarse reazioni, consentono una più lunga durata dell’alimento, alcuni hanno addirittura effetti benefici sull’organismo. E offrono maggiori garanzie di igiene: una riduzione dell’uso significherebbe un aumento del rischio di infezioni. Senza nitrati e nitriti nei salumi, per alcuni versi poco raccomandabili, ci si espone al rischio del botulino. Ed i loro effetti nocivi possono essere neutralizzati da buone dosi di vitamina “C”. CHE FUTURO CI ATTENDE_ Ottimi alimenti sono già prodotti senza l’impiego di coloranti e conservanti. I produttori biologici (per i quali, secondo la direttiva europea, è proibito l’uso di molti additivi) stanno dimostrando di saper produrre senza l’ausilio della chimica. Non solo i “bio”, ma molti prodotti Dop (Denominazione d’Origine Protetta, che certifica le specialità regionali e tipiche) e quelli con disciplinari di produzione particolarmente rigorosi ne fanno a meno. Però è difficile pensare che la cura e l’attenzione produttiva di alimenti “di nicchia”, d’alta qualità, destinati a un circuito distributivo limitato (e assai costosi!) possano essere applicati alle esigenze di produzione, trasporto, conservazione della grande distribuzione. Ed allora? Surgelazione, atmosfera modificata, pastorizzazione, pressione idrostatica, confezioni sterili o antimicrobiche sono alcune delle nuove tecniche usate per diminuire l’uso di additivi. I processi più evoluti cercano di “trattare” l’alimento in modo “dolce”, evitando quei trattamenti che possono impoverire il prodotto sotto il profilo sensoriale e nutrizionale. Il problema è legato principalmente al fatto che molti componenti presenti negli alimenti sono sensibili al calore. Esistono delle tecniche di stabilizzazione alternative ai trattamenti termici. Si tratta, in generale, di tecniche “a freddo” nelle quali il minor danno termico ai prodotti trattati produce un miglioramento qualitativo. Molte sono ancora a livello sperimentale, mentre altre non sono apprezzate dai consumatori. Per esempio è molto interessante l’uso della tecnica delle pressioni elevate: applicando 4000-9000 atmosfere agli alimenti è possibile inattivare enzimi e batteri senza significative modifiche del gusto e dell’odore dei prodotti alimentari. Un’altra tecnica prevede l’applicazione di campi elettrici di alta intensità a impulsi. Il campo elettrico può essere applicato agli alimenti allo stato “fluido” sotto forma di impulsi di durata variabile da pochi microsecondi ad alcuni millisecondi, a temperatura ambiente o di frigorifero.


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SALUTE E BENESSERE

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NEL BLU DIPINTO DI BLU di Carmela Gentile - Specialista in Medicina Iperbarica

inalmente è estate! Sole, F mare, vacanze. E’ arrivato il momento di goderci le magnifiche

bellezze naturali della nostra bistrattata Terra. Siamo poveri, è vero! Siamo culturalmente arretrati, è verissimo! Ma nessuno può toglierci il nostro Monte, il nostro sole e la nostra “Costa Viola” che prende il nome dal colore unico che assume il mare, grazie a coste a picco e fondali profondissimi che celano i meravigliosi tesori che madre natura ha saputo costruire per noi nel corso dei secoli. Pesci, mitili, molluschi e lo splendido corallo. Tra i giovani che ritornano per le vacanze e tra gli sporadici turisti esplode in questo periodo la voglia di “assaggiare il mare”, di immergersi per carpirne i miste-

riosi ed insondabili segreti. Così, armati di maschera, tubo, pinne e così via si diventa provetti subacquei. Ma... attenzione ragazzi! Nel corso della ormai lunga esperienza che ho maturato in questi anni di lavoro, ho visto tanti incidenti, alcuni purtroppo dall’esito irrimediabile. Per questo motivo mi sento di darvi qualche semplice consiglio perché possiate godervi in pace, e in sicurezza il nostro splendido mare. A differenza di quanto si potrebbe credere, sono più numerosi e più gravi gli incidenti subacquei “In apnea” che quelli con autorespiratore (ARA). Il motivo è molto semplice: l’apnea è la semplice immersione a “naso tappato” senza respirare, Non

necessita di attrezzature costose, né di specifici corsi di preparazione, In poche parole è praticabile da chiunque sia armato di una semplice maschera. Le immersioni con ARA prevedono invece l’uso di una costosa e specifica attrezzatura e di un ineludibile corso di preparazione con conseguimento del relativo brevetto con vari livelli di difficoltà. Per questo motivo le immersioni con respiratore e relative miscele gassose, che necessitano di un maggiore impegno fisico e di adeguata pianificazione, vengono praticate da sub ormai esperti e formati per questa particolare attività. Gli incidenti sono possibili per motivi vari: guasto dell’attrezzatura, condizioni del

mare, panico. Ma, fortunatamente il subacqueo che effettua una immersione impegnativa, viene sempre consigliato di immergersi in coppia, in maniera tale che, in caso di necessità, il compagno possa aiutarlo. Le immersioni “in apnea” invece, come ho già detto, possono essere praticate da chiunque e sono potenzialmente più pericolose anche se meno impegnative. Per questo motivo consiglio a coloro che si accingono a praticare questa attività di rispettare alcuni principi basilari. Innanzi tutto, anche se l’attività non lo richiede, sarebbe opportuno prepararsi con testi specifici, e, perché no? Seguire anche dei brevi corsi preparatori.


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SALUTE E BENESSERE

L’acqua, si dice, è il nostro elemento, l’elemento in cui è nata la vita sulla terra e pertanto sentiamo di appartenerle. Ma … attenzione! Secoli e secoli di adattamento ci hanno inesorabilmente resi degli animali terrestri. Quando ci immergiamo in acqua fredda il nostro corpo subisce alcune importanti variazioni emodinamiche e respiratorie che sono ben tollerate dai soggetti giovani e sani a patto che non vengano superati i limiti imposti dalla nostra fisiologia. Pertanto, quando ci si immerge, anche in modo poco impegnativo, è necessario sentirsi bene. Non bisogna immergersi in acqua fredda con lo stomaco pieno per scongiurare un eventuale congestione da “shock termico”,

ma soprattutto è molto importante non “forzare” l’apnea. Apnea significa blocco dl respiro. Infatti coloro che si immergono senza respiratore devono bloccare il respiro in maniera tale da impedire all’acqua di penetrare nei polmoni attraverso naso e bocca. Per ovvi motivi il blocco della respirazione è di brevissima o breve durata, a seconda della capacità polmonare del soggetto e del grado di allenamento. C’è la sconsiderata abitudine di “iperventilare” con lo scopo di caricarsi di ossigeno prima dell’apnea in maniera tale da poter resistere più a lungo. L’iperventilazione non “carica” l’organismo di ossigeno, poiché la quantità di ossigeno

che il nostro corpo riesce ad immagazzinare è condizionato da specifiche leggi di fisica. Una volta che il nostro sangue ha “caricato” tutto l’ossigeno che è in grado di trasportare, non può trasportarne più. In realtà l’iperventilazione non fa altro che abbassare la percentuale di Anidride Carbonica del nostro organismo. L’Anidride Carbonica è un gas “di scarto” prodotto dai nostri processi metabolici, che viene eliminato nell’aria attraverso i polmoni. Ma questo gas è estremamente prezioso per il nostro organismo, poiché è il fattore che ci fa avvertire la necessità di respirare. In poche parole, non è la mancanza di ossigeno che stimola i Centri del respiro, ma l’aumento

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dell’Anidride Carbonica. Per cui, riducendo artificialmente questo gas, tramite l’iperventilazione, si rischia che il nostro organismo non avverta la necessità di respirare, mentre la tensione di ossigeno, che rappresenta il nutrimento delle nostre cellule ed in particolare di quelle cerebrali, cali in maniera critica. Ciò può causare la cosiddetta “Sincope” ovverossia una perdita di coscienza indotta dall’ipossia. Purtroppo anche sub esperti, a volte, nel tentativo di cacciare qualche succulenta preda, si lasciano tentare a “forzare l’apnea.” Concludo pertanto esortandovi alla prudenza e alla formazione e, naturalmente, vi auguro felice immersione!


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Spazio ai lettori

QUESTO SPAZIO E’ RISERVATO AI LETTORI ED ALLE COMUNICAZIONI CHE PERVENGONO IN REDAZIONE. Ritenendo che sia corretto dare spazio alle idee ed agli sfoghi dei cittadini di Palmi, senza, peraltro, offendere od accusare nessun personaggio politico e non, si ritIene importante pubblicarlE. IL NOSTRO INTENTO è QUELLO DI OFFRIRE UNO SPAZIO DEDICATO AL CONFRONTO E “DARE VOCE” A TUTTI COLORO CHE, IN MANIERA COSTRUTTIVA ED A VARIO TITOLO, HANNO QUALCOSA DA SEGNALARE.

Permettetemi una riflessione: ha senso partecipare alla raccolta differenziata dei rifiuti, importante per la tutela dell’ambiente, se i mezzi con i quali viene prelevata contribuiscono ad inquinarlo? Salvatore Piccolo Buongiorno Salvatore, la tua riflessione non fa una piega, ma mi viene spontanea una considerazione; è verissimo che probabilmente l’inquinamento dovuto a mezzi di scarsa propensione eco-ambientale è un controsenso dei nostri tempi e soprattutto della nostra terra, ma è anche vero che non fare la raccolta differenziata o farla male va contro la tutela dei nostri figli. Forse se il meccanismo di differenziazione dei rifiuti, già alla fonte (famiglie, imprese commerciali ecc…), fosse il 100%, tutto l’indotto di raccolta e lavorazione dei rifiuti stessi subirebbe un naturale ricambio con la ovvia conseguenza di un parco mezzi capace di operare senza creare danni ambientali. Questo giornale si è prodigato nel fare informazione e ha cercato di stimolare la raccolta differenziata (Numero 3 Marzo 2010 RACCOLTA DIFFERENZIATA, QUESTA NOSTRA “ACERRIMA” NEMICA-AMICA) e la speranza è che a qualcosa sia servito! Noi cittadini facciamo il nostro e avremo sempre la coscienza a posto, differenziamo e contribuiamo a rimuovere vecchie “scorie” che ancora cercano di affondare il nostro pianeta. La strada giusta è questa e vedrai che, prima o poi, anche i mezzi che raccolgono saranno ecologici. Grazie per il tuo contributo, Salvatore, noi siamo orgogliosi di avere un seguito che ci consiglia e ci aiuta e questo tuo intervento sarà di grande aiuto nella sensibilizzazione dei cittadini verso un naturale processo di presa di coscienza e crescita sociale per un futuro più… VERDE. La Redazione

Alcune domande che mi arrovellano da tempo riguardano il servizio della N.U.: “come è possibile che i cassonetti della nostra Città sono per la maggior parte tutti dilaniati (da chi?)? Chi li rovina in questo modo… Senza pedale di apertura... Senza coperchi... Ammaccati... Sporchi e maleodoranti...? Gli operatori? O vengono “acquistati di seconda mano”? Raramente mi è capitato di vedere cassonetti colpiti da atti vandalici! Di chi è la responsabilità? Sono cassonetti che merita “il cittadino palmese”? Chi mi darà una risposta? Marco Ranzani, ospite in Palmi

I cassonetti di via A. Basile

Dove è finita la ramazza? Ci sono Città che per mantenere le strade ordinate, soprattutto in autunno, dove nei viali alberati si inondano di foglie secche, da qualche anno utilizzano un attrezzo motorizzato che, soffiando aria, sposta ed accumula le foglie in mucchi, i quali successivamente vengono prelevati, triturati è fatti diventare concime per le aiuole. Anche nella nostra Città viene utilizzato questo “soffione”, ma non essendoci foglie da accumulare, viene utilizzato per sollevare grandi polveroni e simulare la raccolta del fogliame con le cartaccie, che molto bene simulano il disordinato volo delle foglie morte. Mi chiedo (e vi chiedo), molto semplicemente, non sarebbe meglio ritornare alla ramazza, visto che preferiamo tenere i nostri viali in terra battuta, anziché bitumarli o (sarebbe troppo...?!) lastricarli? Ad ogni lavoro l'attrezzo giusto! Loredana Della Spina

Non volendo entrare nel merito politico dei fatti palmesi, poichè da sempre credo che la gestione amministrativa di una città sia semplice solamente in teoria, non posso esimermi dal manifestare il mio disappunto verso l'attenzione che il Comune riserva alla Piazza Carbone (per intenderci, quella attorno a cui sorgono le "Case rosse"), suggerendo il cambio toponomastico in Piazza della Libertà dei Cani. Attenzione che non può manifestarsi completamente con periodiche potature degli alberi e delle siepi, essendo le stesse predilette dagli animali nei loro fisiologici appuntamenti. Permanendo l'inviolabilità dei diritti degli animali stessi, sarebbe gradito un intervento da parte dell'Amministrazione atto a garantire appositi spazi recintati, dentro cui la libertà degli amici a quattro zampe non verrebbe così intaccata da quella (più importante) dei bambini, dal momento che è altamente improbabile evitare il contatto tra le piccole creature e qualche effetto solido o liquido, dipende... Auspicare una crescita civile del paese è dovere di chi ama il paese stesso, di chi lo vive e lo vorrebbe trasparente, a portata di mano, coerente tra il dire e il fare. Se quanto ho esposto è facilmente risolvibile, l'Amministrazione avrà il mio plauso (e forse non solo il mio). Viceversa, me ne farò una ragione (che non dico per decenza). S.P.


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LA PAROLA AI GIOVANI

AMERICAN DREAM… O

n August 13 2009, Carmelo Zinnato a 17 year-old student of the Liceo Linguistico, Palmi and The Stamford School of English, said goodbye to family and friends and set off for the adventure of a lifetime: a whole year living and studying in the stunning state of Wisconsin, USA. He’s now back at The Stamford School to tell me how it went and I can’t believe my ears! When he left his English was excellent (he had just his B2 exam FCE with a great result) but now he’s chatting like a native! Carmelo, tell me about where you stayed. The city was Green Bay, on the west shore of Lake Michigan, and home to the really famous football team “The Green Bay Packers”. My host family, lived in a suburb called Ashwaubenon (named after the Sioux Chief Ashwaubamy!). Did you settle in easily? Oh yeah, my host parents Lynn and Mark were so friendly. Soon after I arrived and before starting High School, they took me on their family holiday to Florida! Wow ! How about your High School? Well, I got the school bus (the yellow one like you see in the films) at 7 am or if I missed that I’d get a ride with one of my friends. They all drive at 16 there! School started at 7:40 and my subjects included American Heritage, Philosophy, German and of course Phy.Ed. The school was huge and had a great indoor swimming pool and an enormous gym. High School was all about getting involved. Lessons finished at 15:20 and then all the activities started. Nearly everyone joined a club there; they had a great band and choir programme as well as all their sports clubs. I joined the swimming team and had to train for an hour before school and then again every afternoon for 3 hours! Did you go to a High School Prom? Yes, of course. I had to wear a suit and tie and I gave my date a corsage! And graduation day? I wore the traditional green gown as well as a mortar board. At the end of the ceremony we all threw our hats up into the air and I was lucky… I managed to find mine again afterwards. You obviously made a lot of friends. What was the social life like there? I didn’t go out much during the week because I had to be up so early. There was also a curfew in place for all under-18s. We weren’t allowed to be out walking after 22.30 during the week and 01:00 at weekends ! It didn’t really bother us, though. As I said, all my friends drove so we were never on foot! In summer, we went swimming in friends’ pools and in winter we used to meet up at people’s houses and watch a movie or go for something to eat – the steakhouses were great and they had the best cheesecake ever! We didn’t hang out in the squares because it was just too cold. It also snowed a lot; one night it even snowed 14 inches ! I remember when I went hunting for pheasants in temperatures of -20°C and one of my fingers literally froze. Are American teenagers just like Italian teenagers? Pretty much. Maybe one difference is just how involved they are with the school. School spirit is really important there and everyone is so busy all the time with the activities: sport, acting, singing, art. On school spirit days, everyone would wear their team shirts. Mine are still stuck in customs, unfortunately! What would you say were the three highlights of your experience? Mmm…there were so many! One has to be the relationship I had with my host family. They were really open-minded and I could talk to them about everything. The second one has to be the experience of being in the swimming team – I made really great friends and the team spirit kept us all united. Then of course, the other highlight was when my family came out to see me before Easter; I hadn’t seen them since August. What advice would you give to others thinking of trying this experience? You have to be open-minded and not critical. Don’t think you’re better and above all, try everything! Thanks Carmelo and good luck to Francesco Barone who is about to leave for the same experience! Samantha Dyer Direttrice della Stamford School of English

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l 13 agosto 2009 Carmelo Zinnato, uno I studente diciassettenne del liceo linguistico e della Stamford School di Palmi ,salutò

amici e famiglia per intraprendere l’avventura della sua vita: vivere e studiare per un anno intero nel bellissimo stato del Wisconsin, USA. Un anno dopo è di nuovo qui alla Stamford School per raccontarmi come è andata e non riesco a credere alle mie orecchie! Quando lasciò Palmi il suo inglese era ottimo (aveva appena superato con successo l’esame internazionale FCE, livello B2) ma adesso parla come un vero americano! Carmelo, raccontami dove sei stato. La città si chiamava “ Green Bay”,sulla riva occidentale del Lago Michigan, città natale della famosissima squadra di football americano “The Green Bay Packers”. La mia famiglia ospitante viveva in una zona residenziale chiamata “Ashwaubenon”( dal nome del capo sioux Ashwaubamy!). Ti sei ambientato facilmente? Si , i miei” genitori americani” Lynn e Mark erano molto simpatici. Poco dopo essere arrivati e prima di cominciare la mia nuova scuola mi hanno portato in vacanza con loro in Florida ! Wow ! Come era la tua nuova high school? Allora, alle 7:00 di mattina prendevo l’autobus della scuola (si, quello giallo che si vede nei film) ma quando lo perdevo chiedevo un passaggio ai miei amici. Negli USA guidano tutti a 16 anni ! La scuola cominciava alle 7:40 e le mie materie scolastiche includevano storia americana, filosofia, tedesco e naturalmente educazione fisica. La scuola era immensa e all’interno c’erano una grande piscina al coperto e una palestra gigantesca . L’obbiettivo principale della scuola era quello di coinvolgere il più possibile i ragazzi. Quando alle 15:20 finivano le lezioni, cominciavano tutte le altre attività. Quasi tutti gli studenti facevano parte di almeno un club. Oltre a esserci molti club sportivi c’era anche un’ottima orchestra e un programma corale. Io facevo parte della squadra di nuoto e dovevo allenarmi ogni giorno; per un’ora prima di andare a scuola e per tre ore quando finivano le lezioni! Sei andato al ballo di fine anno? Certo ! Ho dovuto indossare uno smoking e ho dato un corsage di fiori alla ragazza con cui ci sono andato ! E il giorno del diploma? Ho indossato la tradizionale toga verde e uno sparviero. Alla fine della cerimonia abbiamo tutti lanciato i nostri “ cappelli” in aria e sono stato abbastanza fortunato da ritrovarlo più tardi! È ovvio che hai stretto molte amicizie. come era la tua vita sociale lì ? Durante la settimana non uscivo molto la sera perché mi dovevo svegliare prestissimo la mattina. C’era anche un coprifuoco imposto dalla legge per tutti i minorenni. Non potevamo passeggiare in paese dopo le 22:30 durante la settimana e dopo l’01:00 durante i weekend! In realtà il coprifuoco non ci creava problemi,non ci sentivamo limitati ; come ho già detto tutti i miei amici guidavano, quindi non eravamo mai a piedi la sera tardi ! Durante l’estate, andavamo in piscina a casa di amici e anche di inverno ci riunivamo a casa di qualcuno per guardare un film oppure andavamo a mangiare qualcosa –avevano i migliori cheesecake del mondo ! Non andavamo mai in piazza perché faceva troppo freddo, in più nevica molto; una sera la neve raggiunse addirittura i 36 cm! Ricordo quando sono andato a caccia di fagiani, c’erano -20 C° e il mio dito si congelò del tutto! Gli adolescenti americani sono come gli adolescenti italiani? Più o meno. Forse l’unica vera differenza è il livello di coinvolgimento che gli studenti americani hanno con la loro scuola. Lo spirito scolastico è molto importante e sono tutti impegnati con attività come lo sport, il canto, la recitazione e l’arte. Durante i giorni “ spirito scolastico” tutti indossavano le magliette delle loro squadre. Sfortunatamente le mie sono ancore bloccate alla dogana! Quali diresti che sono stati i tre culmini della tua esperienza? Mmm..ce ne sono troppi! Uno deve essere il rapporto con la mia famiglia ospitante. Avevano una grande apertura mentale e con loro si poteva parlare di tutto. Il secondo deve essere la mia squadra di nuoto – ho stretto molte amicizie e lo spirito di squadra ci ha legati molto. Infine, ovviamente, il terzo è stato quando poco prima di pasqua è venuta a trovarmi la mia famiglia. Non la vedevo da agosto ! Che consigli daresti agli altri ragazzi che stanno pensando d’imbarcarsi su questa avventura? Devi avere una grande apertura mentale e non essere critico. Non credere di essere migliore degli altri e prova a fare di tutto! Grazie Carmelo e buona fortuna a Francesco Barone che sta per lasciare Palmi per fare la stessa esperienza!

Traduzione: Emily Malvaso


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parlando di musica

MANU KATCHé di Cristoforo Bovi

M

ichael Collins e Bono Vox: figli della stessa terra ribelle tanta cara a Samuel Beckett, accomunati dal desiderio d’indipendenza e fautori, anche se con mezzi del tutto diversi, dell’emancipazione Irlandese. Il primo, per attuare il suo progetto, non esitò ad imbracciare un fucile mentre il secondo sfodera la chitarra brandendola con energia ed usa la sua potente voce per trasmettere ideali che sgorgano dal cuore. Nella copertina di Under a blood red sky, produzione del 1983 della casa discografica Island, la nebbia scarlatta avvolge la sagoma accovacciata di Bono che sembra dissolversi nel nulla come se fosse l’effetto di un rito celtico. 38 minuti di musica rigorosamente dal vivo, con registrazioni tratte dalla tournèe Tedesca e da quella Statunitense, con la band Irlandese che lascia l’ascoltatore completamente privo di fiato durante l’esecuzioni ininterrotte dei brani. Gli U2 sono unici ed incontaminati da falso rock. Due titoli su tutti da recensire:in Pride (In the name of love) si parla di uomini appartenenti a diverse nature, celesti e terrene, che

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atterista di estrazione rock, il B francesce naturalizzato Manu Katchè è stato, negli ultimi venti anni,

il musicista di riferimento di molti artisti della musica internazionale tra cui Sting Peter Gabriel, Joni Mitchell, Robbie Robertson e Joan Armatrading. Molti degli album in cui lui ha suonato sono stati riconosciuti come dei classici e come i migliori album di questi famosi artisti: ad esempio album quali ‘The Soul Cages’ di Sting e ‘Hearts and Flowers’ di Joan Armatrading. Manu era visibile ovunque quindi ha dovuto prendersi un’inevitabile pausa prima di tornare in tour nel 2000 con Sting per promuovere l’album ‘Brand New Day’. Oggi la lista delle partecipazioni di Manu contempla una vasta gamma di nomi tra cui Michael Macdonald, Simple Minds, Dire Straits, The Bee Gees, Tears For Fears, Tori Amos, Tracy Chapman, the Gypsy Kings, Youssou N’ Dour, Al Dimeola, Jan Garbarek e Joe Satriani, Pino Daniele. Da ragazzo Manu ha studiato danza per breve tempo ed ha suonato il pianoforte dall’età di sette anni. Ha cominciato a suonare la batteria a 13 anni e a 15 anni ha trascorso quattro anni alla scuola di musica studiando le percussioni. Ebbe un tale successo da vincere un posto al conservatorio, ma decise di continuare a guadagnarsi da vivere suonando la batteria. Ha cominciato a suonare jazz e fusion ma sempre con la sua sensibilità da percussionista. Inoltre negli anni Manu ha suonato spesso percussioni cubane e africane. Il suo è un drumming potente, molto influenzato da Cobham, evidenziato dallo “spropositato” uso degli splashes che rendono più personale il suo stile. Katché può essere considerato come uno dei batteristi leader di oggi, contrariamente a batteristi di altre estrazione come Dave Weckl, Vinnie Colaiuta o Dennis Chambers egli non sembra un batterista virtuoso al primo ascolto.

Il suo stile si basa prevalentemente sulla musicalità e la sua visione sul drumming come una sorta di paesaggio-pittura. I suoni sono come i colori per Katché. Egli usa le bacchette come pennelli e la batteria come una tavolozza. Come in un quadro, tocchi di colore grandi e contrastanti fanno la differenza. Esordisce nel 1992 con “It’s about time” dove coinvolse in rassegna tutti i musicisti per i quali aveva lavorato, ma è un album più di “facciata” che di sostanza, che denota “improbabili” attitudini compositive. Nel 2005, ritorna per la ECM Records, con “Neighbourhood” completamente rinnovato, con un altro gruppo di musicisti favolosi ma stavolta di chiara estrazione jazz: Jan Garbarek, Tomasz Stanko, Marcin Wasilewski e Slawomir Kurkiewicz; le composizioni sono nettamente migliori e lo stile nel frattempo si è fatto più misurato. L’album contiene una serie di brani equilibrati e ben suonati. “Playground” nel 2007 è ancora meglio, e lo vede alle prese ancora con un gruppo comprendente sempre Wasilewski al piano e Kurkievicz al contrabbasso ma con l’ingresso di Trygve Seim al sax e Mathias Eick alla tromba. “Third Round” continua nella stessa vena ECM dei precedenti album, con un ulteriore cambio di formazione: l’emergente sassofonista nordico Tore Brunborg, il pianista inglese Jason Rebello e il veterano Pino Palladino (con il quale Katchè costituiva la migliore sezione ritmica del mondo tra gli anni 88/2000) al basso. L’album, pur non avendo spunti solistici di rilievo, ha i suoi momenti migliori nei brani “atmosferici” “Swing Piece”, “Springtime dancing”, “Senses”, “Une larme dans ton sourire” che offrono il lato compositivo migliore del batterista. L’ascolto ideale del materiale di cui sopra, è intorno alle 19,16 circa, accompagnato da un serio (ben eseguito) drink e, possibilmente, la vista mozzafiato che villa Mazzini offre ogni sera… buon ascolto.

under a blood red sky di Daniele Gagliardo

hanno portato avanti, ad ogni costo nella loro vita, il concetto di amore. Da Gesù Cristo, tradito per un bacio, a Martin Luther King assassinato, per la sua lotta contro la legge razziale, da un fanatico il 4 aprile del 1968 a Memphis, a conferma dell’eterna lotta tra il bene e il male; song Sunday Bloody Sunday racconta del tragico conflitto tra l’IRA e il Regno Britannico con migliaia di morti da entrambe le parti e di come la mancanza di dialogo porta solo alla distruzione. Il brano potrebbe sembrare un inno alla violenza ma, al contrario, è un’esortazione alla pace. Null’altro da aggiungere anche perché il minilp è stato nominato, dalla critica internazionale, come uno dei migliori album rock di sempre. Adam Clayton con il suo basso risente dell’epoca post-punk, i riff di The Edge alla chitarra hanno scritto pagine e pagine di storia, Larry Mullen Jr. alle percussioni scandisce il tempo come un metronomo e Bono, voce portante e carismatica del gruppo, sventola orgoglioso dal palco la sua bandiera Irlandese e l’odore acre del suo sudore, che arriva fino a noi, ci trasmette una scarica di pura adrenalina.


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DA CILEA AI COLDPLAY! di Emily Malvaso e Teodoro Arcuri

I primi intervistati sono “The Furies” un gruppo metal, composto da 6 membri, formatosi quasi un anno e mezzo fa: “ci riuniamo in un bar, ci offrono qualcosa da bere e in pochissimo tempo stiamo già parlando della scena musicale a Palmi e di che cosa la città offre ai giovani musicisti “The 7th Harmony” ( Barbara Speranza, Gioele Caruso, Marco Trentinella, Vincenzo come loro”. Tra risate, scherzi Saffioti, Lorenzo Caristi, Gianluca Tripodi, Emanuela Pirrottina). e un leggero imbarazzo un messaggio è ben chiaro: nonostante siano un gruppo di ottimi musicisti con abbastanza esperienza alle spalle considerando la loro età, sono ancora molto giovani e devono   lottare per suonare  in pubblico ma  non si demoralizzano e continuano la loro passione . “The Furies” hanno sempre abbracciato diversi campi del metal “The Furies” (Giulio Muratore, Filippo Lovecchio, Rocco Mauro, Giuseppe De Santis, come il folk- metal, che è appunMario Stivala, Antonio Schipilliti). to più melodico. La verità, come dice il batterista, è che “il metal n fenomeno ha colpito la star di quello che si può ormai è una cosa che quando ti prende tranquilla cittadina di Pal- definire “business musicale”. non ti lascia più”. “The Furies” si mi negli ultimi anni: il fenomeno Per cercare di conoscere meglio ispirano principalmente a gruppi rock&roll !! questa nuova tendenza, abbiamo nordici, infatti una delle loro canIn un ristrettissimo spazio di intervistato due band locali, i cui zoni è in finlandese e parla della tempo sono nate, una dopo l’al- membri hanno un’età compresa condizione della donna nel notra, band musicali composte da tra i 14 e i 18 anni, due stili comstro mondo. Questi ragazzi per giovani artisti  la cui principale pletamente diversi ma una comuora fanno soltanto delle cover aspirazione è diventare grandi ne passione per la musica.

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ma amerebbero un giorno poter scrivere e comporre le proprie canzoni. Quando gli si chiede del loro futuro, tutti e sei si vedono proiettati nell’ambito musicale; molti di questi ragazzi, finite le superiori, sperano di poter entrare in un’accademia musicale prestigiosa come la Lizard. Il secondo gruppo intervistato è “The 7th Harmony”, composto da, appunto, sette membri. Il gruppo è nato grazie a un progetto musicale scolastico e i membri hanno amato così tanto quell’esperienza da decidere di continuarla anche al di fuori dell’ambito scolastico. In poco tempo sono diventati molto popolari e, nonostante la loro giovane età, sono già ben richiesti. Come “The Furies”, “The 7th Harmony” ha un suo fan club; ovvero un gruppo di adolescenti come noi che vorrebbe sentire questi giovani musicisti suonare più spesso. La band ama alternare generi musicali, includendo nel loro repertorio jazz, rock e pop, dando allo stesso tempo un tocco originale alle cover. Nel gruppo ci sono due cantanti, un ragazzo e una ragazza, che, oltre a cantare singolarmente, fanno anche dei duetti. Dicono che l’apice della loro ancora giovane carriera sia stata la loro prima esibizione in pubblico; un momento magico per loro. Quando gli chiediamo cosa si potrebbe fare per dare più possibilità ai ragazzi di suonare, ci spiegano come sarebbe fantastico se si potessero organizzare più jammin’ festival come quello organizzato quest’anno in piazza 1° Maggio da un gruppo di liceali. Entrambi i gruppi affermano che esista una sana competizione che li spinge a migliorarsi sempre di più ma che si sostengono a vicenda perché, oltre alla musica, hanno un comune desiderio di animare le loro città. I giovani sono orgogliosi di fare parte di una città tanto storicamente importante come Palmi e la sostengono in tutti i modi possibili. Adesso tocca a Palmi sostenere loro!

LONG LIVE ROCK&ROLL!!

saverio ranuccio & c. - live in villa mazzini a musica, arte e scienza del suono, quale elemento di L aggregazione e, soprattutto, d’incontro nelle calde serate estive palmesi, ha spesso coinvolto il pubblico nel magnifico

scenario di “Villa Mazzini”. Martedì 3 agosto ha visto protagonista Saverio Ranuccio, 40 anni di percorso formativo musicale, autore di testi ed esecutore di brani da lui stesso composti. Musica leggera e musica popolare, si sono intrecciate quando, accompagnato dall’iseparabile amico Vincenzo Impiombato, ha dato un saggio delle sue qualità artistiche, attraverso una reinterpretazione della musica popolare, fin’anche ai canti d’amore, le serenate e, infine, la tarantella, che opportunamente arrangiata trova, oggi, consensi quasi unanimi tra i giovani. Lo spettacolo è stato presentato da Anna Maria Ardito che si è anche esibita, con la sua splendida voce, come cantante. hanno partecipato, arricchendo la serata con coinvolgenti note e splendidi testi, anche Cristina Scappatura, Claudia, Pratticò, Silvia Labrini, Salvatore Ranuccio, Pasquale Riotto e, infine, Gino Gaudio che si è esibito allietando il pubblico con pezzi tipici da piano bar. P. R.


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INTORNO ALLO SPORT di Rocco Cadile

La “Scuola Calcio Vigor Palmi 2004” protagonista nel panorama calcistico nazionale

Premiazione

degli allievi della

Vigor Palmi 2004,

vice campioni d’italia

’attenta e intelligente gestione societaria, sotto la guida del preL sidente Franco Solano, ha permesso alla Scuola Calcio “Vigor Palmi 2004”, di concludere la stagione sportiva, appena trascorsa, con una

serie di risultati prestigiosi in ambito giovanile, che l’hanno vista protagonista anche nel panorama calcistico nazionale. E’ la categoria allievi di calcio a 5, allenata da Valerio Managò che si è particolarmente distinta, arrivando alla finale nazionale di Pesaro, cedendo poi, alla quotata formazione campana della Bagnolese, dopo aver superato il girone meridionale, eliminando i campioni regionali lucani, pugliesi e siciliani. Ma i ragazzi protagonisti di questa grande impresa, sono riusciti a vincere pure il campionato locale di calcio a 11 della Delegazione di Gioia Tauro e la Super Coppa Provinciale, battendo le vincenti dei Comitati di Locri e Reggio Calabria. Anche i giovanissimi allenati da Angelo Alati, hanno conquistato il “1° Memorial Francesco Inzitari e Lorenzo Caruso”. Mentre i tecnici esordienti Franco Versaci e Filippo Latella, hanno ottenuto per il terzo anno consecutivo il torneo primaverile della categoria. Un proficuo lavoro è stato fatto anche nella categoria Pulcini, guidata da Nino Grasso, e nei Piccoli amici, sotto l’accorta preparazione di Antonio Caravelli e del preparatore dei portieri Antonio Santoro. Il presidente Franco Solano, coadiuvato dalla solerte segretaria Antonella Nadile, può considerarsi soddisfatto per i risultati ottenuti, anche se, come più volte sottolineato, dallo stesso, il successo nelle competizioni non è il primo degli obiettivi: “ Quello che più conta, è porre il bambino al centro del progetto didattico - sportivo; dargli una forte impronta sociale, aiutarlo a convivere con gli altri nella formazione del proprio carattere e nella crescita del proprio corpo; senza mai dimenticare che il fine principale dello sport è quello di consentire al bambino di esprimere la propria personalità, di giocare, gioire, conoscere la solidarietà , la lealtà sia verso i compagni che verso gli avversari. Il nostro compito quindi – continua il Presidente- è quello di costruirgli la determinazione, la forza di volontà, lo spirito di sacrificio, condizioni indispensabili per il raggiungimento di qualsiasi traguardo nello sport, cosi come nella vita”. Da sottolineare che, al ritorno da Pesaro, tutti i componenti la squadra, sono stati ricevuti presso la Sala Biblioteca del Palazzo della Provincia e premiati dall’Assessore provinciale allo Sport, Dott. Attilio Tucci, dai Consiglieri provinciali Giovanni Nucera e dal Dott. Giovanni Barone, alla presenza del Presidente provinciale CONI, Giuseppe Cormaci e del responsabile provinciale del calcio a 5, Mimmo Arena.

GIOVANI ATLETI LE SCUOLE MEDIE DI PALMI ALLE FINALI NAZIONALI raguardo raggiunto anche T quest’anno per le Scuole Medie di Palmi che per la 5^ stagione consecutiva partecipato alle

di Vito Muratore

finali nazionali dei Giochi Sportivi Studenteschi di atletica leggera si svoltesi a Roma dal 8 al 10 Giugno, sia con la squadra maschile che con quella femminile. La squadra femminile composta da Elena Panucci (80 m), Rosa Parrello (1000 m), Sinella Crucitti (80 hs), Ilenia Surace (alto), Ilenia Palumbo (lungo) e Morena Gullo (peso) ha conquistato il primo posto nella finale regionale svoltasi a Crotone il 18 maggio staccando le dirette inseguitrici di ben 4 punti. Nulla da eccepire per i loro coetanei maschi: Giuseppe Luciano (80m), Francesco Iannello (1000 m), Andrè Brizzi (80 hs), Roberto Greco (alto), Francesco Romeo (lungo) e Giuseppe Ferraro (peso), che nella stessa manifestazione hanno conquistato gradino più alto del podio con ben 5 punti di vantaggio sugli avversari. Faranno parte della comitiva anche due alunni speciali: Francesco Barbalaco (lungo) e Benedetta Maressa (80 m) che, come gli altri hanno staccato il biglietto per Roma alla finale regionale di Crotone. E’ un grande onore rappresentare la Calabria alle finali nazionali, ha commentato il prof. Vito Muratore, che ha preparato i giovani atleti, queste finali , giunte alla conclusione di un lungo lavoro che ha visto i ragazzi impegnati fin dal mese di Ottobre nella preparazione delle varie specialità, ci riempiono di soddisfazione perché pur tra tante difficoltà, prima tra tutte lo stato di totale abbandono della pista di loc. Garanta, siamo riusciti a conciliare il giusto spirito di impegno, collaborazione e dedizione necessari per evidenziare da ognuno il meglio possibile. Le difficoltà, insomma, non ci hanno scoraggiato ma ci hanno spronato a trovare soluzioni alternative ugualmente efficaci, grazie anche al valido e costante appoggio del nostro dirigente, Prof. Antonino Previtera. Come negli anni scorsi, ha dichiarato il dirigente, i nostri alunni si sono distinti nelle varie attività sportive a cui la scuola ha aderito, che si sono concretizzate nel buon piazzamento ai Giochi della Gioventù, svoltisi a Polistena il 14 Maggio, ma soprattutto per l’ottimo piazzamento della squadra di corsa campestre maschile, campione regionale a Pizzo Calabro e per la finale regionale di Badminton svoltasi a Rogliano (CS). Buoni risultati anche nelle discipline di ginnastica aerobica, artistica maschile, tennis tavolo e nuoto maschile seguite dalle Prof.sse Lania e Bagalà. Sono soddisfatto, infine, che i nostri atleti abbiano dimostrato il loro valore in questa finale nazionale, ma, ancora di più perchè hanno dato prova di correttezza e lealtà sportiva nei confronti dei loro coetanei, dei giudici e degli altri docenti, affinché l’aspetto educativo dello sport prevalga sempre sul puro spirito agonistico.


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INTORNO ALLO SPORT

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LA STORIA DEL TENNIS di Marcello Surace er tutti gli appassionati di P questo bellissimo sport conoscere la storia del tennis (in questa

occasione ricostruita in modo essenziale), può servire per capirne meglio l’evoluzione e apprezzarne le sue origini “nobili” quale sport sinonimo di cultura e di eleganza. Personalmente, leggendo la storia del tennis, mi ha aiutato ad amare e capire questo sport in un modo ancora migliore rispetto a prima. Per quanto riguarda il museo e la biblioteca più ricchi del mondo si trovano a Wimbledon. Patrimonio del tennis mondiale è la rivista il Tennis Italiano, il cui primo numero risale all’Agosto del 1929 ed è stata premiata come la migliore rivista del mondo. Il gioco con la palla è il più antico gioco praticato dall’uomo. I documenti ecclesiastici, dal XII al XIV secolo, testimoniano che anche i seminaristi, i monaci, i curati, i vescovi giocavano alla paume (cioè con il palmo della mano). Nel XV e XVI secolo faceva parte dell’educazione dei giovani principi, la racchetta, al pari della spada, era un segno distintivo della nobiltà. Anche Mussolini affermò: <<magnifico sport! Lo pratico anch’io>>. Il gioco del tennis risulta essere stato inventato in Inghilterra solo perché, il maggiore Walter Clopton Wingfield, ebbe l’idea di codificare ufficialmente, per la prima volta, le regole, circa nel 1874, rilanciando il vecchio tennis (giocato con le mani), modificando le dimensioni del campo, l’altezza della rete; giocando maggiormente all’aperto, utilizzando le racchette, le palle di gomma, il campo in erba e la rete (Lawn Tennis). In realtà veniva praticato da molto tempo prima. Il maggiore ebbe anche l’idea di creare e vendere una cassetta di legno in tek, fornita di tutto il necessario per giocare (palline, corda, zeppe, martello, racchette, opuscolo con le regole, ecc.). Il modo di giocare inizialmente era molto semplice: i giocatori si lanciavano la palla cercando di mettere in difficoltà l’avversario, e si vinceva il punto ogni qualvolta l’avversario non riusciva a ribatterla. Il punto poteva essere vinto solo da chi serviva, altrimenti doveva cedere il servizio all’avversario senza però perdere il punto. Il servizio venne chiamato così perché offerto all’avversario; poteva essere eseguito tenendo il piede anteriore sopra la riga di fondo e il piede posteriore fermo; nel 1960 fu consentito di stare con entrambi i piedi dietro la riga di fondo e la possibilità di staccarli da terra per saltare, in modo da colpire più alto ed imprimere maggiore potenza. Per quanto riguarda il punteg-

gio, la tesi più attendibile deriva dal francese Jean Gosselin che, nel 1579, espose il risultato delle sue deduzioni. Nel Medioevo, il numero 60 era un’unità di riferimento molto importante, infatti il quadrante dell’orologio era suddiviso fin dall’antichità in sessanta parti. Le partite molto spesso venivano disputate all’interno dei castelli inglesi, dove c’erano delle grandi sale fornite di grossi orologi con le lancette in ferro battuto. Non avendo a disposizione il giudice di sedia, si pensò di utilizzare le lancette dell’orologio per contare i punti. Visto che era scomodo spostare le lancette ad ogni punto su ogni minuto, soprattutto per questioni di visibilità da parte degli spettatori, si ebbe l’idea di fare corrispondere ad ogni punto un quarto di giro delle lancette corrispondenti a 15 minuti; il terzo punto da 45 si arrotondò a 40 per questioni eufoniche. L’abbigliamento era rigorosamente bianco e il colore fu introdotto circa negli anni ’70; anche oggi questa regola vige in alcuni tornei (Wimbledon). Le donne usavano delle lunghe divise bianche e inizialmente anche i guanti; i maschi usavano originariamente i pantaloni lunghi e bianchi. In Francia, il tennis incominciò ad essere praticato nel XIV secolo durante il regno di Luigi X che era un accanito giocatore. Dopo Luigi X, i re che si appassionarono a questo sport furono moltissimi, al punto che fu definito “il gioco dei re”. Il più forte dei re giocatori fu Enrico II. La parola tennis sarebbe l’adattamento in lingua inglese, della parola tenez (derivante dal francese antico) coniugazione di tenir, che significa tenere. In principio, il gioco del tennis veniva praticato al chiuso in dei pavimenti in pietra nelle corti e nei palazzi nobiliari per poi diffondersi anche all’esterno; Successivamente, il maggiore Wingfield disegnò la superficie di gioco a forma di clessidra, costituita da due trapezi di cui uno suddiviso in tre parti destinato alla risposta al servizio; il servizio poteva essere eseguito da un esagono posto al centro del campo, solo da una parte del campo. Solo nel 1877 la forma del campo divenne rettangolare. La rete era molto alta ai lati, dai m 1.52 di altezza

del 1874, solo nel 1883 si arrivò alla misura attuale di m 1.06; al centro dai m 1.42 di altezza del 1874 si raggiunse quella del momento di m 0.91 nel 1880. Le palline inizialmente erano piene di stoffe varie, di cotone, di sabbia o materiali solidi; poi piene di capelli e di lana rivestite di pelle; in un secondo tempo si ebbe la gomma con la copertura in flanella. L’inventore della palla ricoperta di panno fu John Moyer Heathcote. Il guanto con cui si colpiva la palla, col tempo si cercò di renderlo più funzionale, applicando in un primo momento una reticella per imprimere più velocità; poi si aggiunse un telaio, una maniglia, il manico; la reticella fu sostituita da fogli di legno e dopo due secoli si arrivò alle corde. La parola racchetta deriva dall’arabo rahat che significa palmo della mano; essa si è evoluta dal guanto e le prime in legno risalgono al 1870; alla fine degli anni ’60 nascono le racchette in metallo e poi lentamente vengono proposti materiali diversi quali fibra di vetro, kevlar, grafite, titanio che rivoluzionarono la tecnica e il gioco del tennis. Il primo a costruire e proporre le racchette in grafite con un ovale più grande, più leggere e più manovrabili rispetto alle racchette di legno fu Howard Head. La prima macchina incordatrice fu inventata da René La Coste. Per le corde si è passati da quelle usate per gli strumenti musicali a quelle miste, di seta, di nylon, di metallo; infine si ebbe il budello naturale e poi il sintetico che assicura durata, elasticità, controllo, potenza.

In Italia nel 1878, a Baldighera, si gioca ufficialmente il primo tennis del nostro paese, ma gestito totalmente dagli inglesi. Il primo club italiano fu quello di Torino del 1880, fondato da Enrico Cigale che aveva la madre inglese. Il primo torneo al mondo fu quello della All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon, nel 1877 con 200 spettatori. I campionati internazionali d’Italia si svolgono per la prima volta a Milano allo stadio Porro Lambertenghi nel 1930; successivamente, per influenze politiche, furono trasferite a Roma. Una data storica che rivoluzionò il gioco del tennis fu il 1968, in cui avvenne il passaggio dal dilettantismo al professionismo. La prima federazione italiana tennis viene fatta risalire al 1910 su iniziativa del marchese fiorentino Piero Antinori. La coppa Davis, annuale campionato del mondo a squadre basato su quattro singoli incrociati e un doppio, nacque da un’idea del campione Dwight Davis e si disputò per la prima volta nel 1900 tra USA e Gran Bretagna. La nascita dell’ A.T.P. (associazione tennisti professionisti), risale al Settembre del 1972, con lo scopo di rappresentare gli interessi dei tennisti. Nel 1988 i giocatori decisero di gestire autonomamente il circuito dei tornei, dando luogo all’attuale A.T.P. Tour. I tornei più importanti sono le quattro prove del Grand Slam (Australia Open, Roland Garros, Wimbledon, Us Open) e le gare a squadra come la Coppa Davis per gli uomini e la Feder Cup per le donne.


Madreterra - Palmi e Dintorni - numero 8  

Associazione Culturale Madreterra

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