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Anno 1 Nr. 12 Dicembre 2010

MadreTerra Palmi & Dintorni PERI O D I C O

F REE PRESS - FREE PRESS - FREE PRES S

DOPO UN ANNO… «Ancora un nuovo giornale?» Questa, se avessimo dato alle stampe Madreterra oltre un secolo addietro, sarebbe stata la domanda che frequentemente ci saremmo sentiti rivolgere dai nostri concittadini. Prima -s’intende- che quella consuetudine pubblicistica di argomento in prevalenza politico-letterario, fiorita nell’Ottocento e variamente continuata in epoca successiva, si esaurisse -salvo eccezioni– al pari del fervore intellettuale che l’aveva animata. A distanza di un anno è tempo, anche per noi, di un rapido bilancio. In questi mesi, senza pretesa di riproporre l’esperienza del passato, abbiamo provato ad accoglierne le istanze ancor attuali di crescita sociale e culturale che, da Palmi e dai suoi dintorni, proiettate su di un più vasto orizzonte, creassero le premesse di un nuovo, vivace laboratorio delle idee. Un periodico “aperto”, sostenuto da un gruppo di giovani disposti a favorire, senza preclusioni, il contributo di coloro che volessero concorrere al libero raffronto delle opinioni; affrancato da condizionamenti politici e, tuttavia, attento alla gestione della cosa pubblica attraverso l’approfondimento critico, il contraddittorio con gli amministratori locali, il pungolo sagace della satira; una sorta, insomma, di Agorà della società civile, in cui le voci del professionista, del giovane ricercatore, dell’appassionato o del cultore di storia locale hanno alimentato un ideale dialogo del quale, voi lettori, volevamo foste interlocutori privilegiati. Madreterra, quindi, non semplice sintesi d’appartenenza ad una “piccola Patria”, con la sua storia da riscoprire, le tradizioni da preservare, l’ambiente da valorizzare, ma essenzialmente quale denominatore comune - al di là dei consueti particolarismi - per le migliori energie del territorio. Saremo riusciti nell’intento? L’ultima parola, come sempre, spetta a voi, cari amici, che ci avete sin qui seguito con un’attenzione, francamente, superiore ad ogni più rosea aspettativa. Ci rivediamo, dunque, al prossimo anno, perché, come scrivemmo nel nostro primo editoriale prendendo a prestito le parole di Leonida Repaci: “E’ importante non solo che ci siano idee, ma che le idee si rinnovino. E questo può avvenire solo dal contatto, dal confronto, dal dibattito”. La Redazione

ALL’INTERNO TROVI IL “PALM-OCA”, IL DIVERTENTE GIOCO DELL’OCA CON I PERSONAGGI ED I LUOGHI DI PALMI!!!

D I C U LT U R A

ED

Omaggio

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INFORMAZIONE

F R E E P R E S S - F R E E PR ESS - FR EE PR ESS


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Attualita’

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... e venne ad abitare in mezzo a noi ... (Gv 1,14) di Don Emanuele Leuzzi l messaggio fondamentale del Natale è quello che ci ricorda che il Verbo di Dio venne ad abitare in mezzo a noi: il Figlio I di Dio è entrato nel tempo ed è sceso nel mondo, facendosi uomo tra gli uomini. “ E venne così ad abitare ”, a mettere la sua tenda, “in mezzo a noi”. Con Gesù, Dio sta in mezzo agli uomini, riprende il ruolo che era stato suo fin dall’inizio,

quando era stato messo in una tenda e accompagnava il suo popolo. Gesù è venuto come luce per illuminare le tenebre di noi uomini per essere per tutti una sorgente di speranza. Sul dolore e sulle preoccupazioni di noi suoi figli splende quella Luce, Gesù, capace di strappare tutto ciò che ci conduce alla morte spirituale. Questo significa che con Gesù, Dio non è più da cercare, ma da accogliere, per essere rialzati ed essere di nuovo capaci di pace e serenità; Gesù è luce per i nostri giorni bui, in Lui e con Lui non esisterà più angoscia e nessun tormento potrà più distruggerci. Il Natale allora ci fa rivivere la realtà di Dio che si fa uomo e rimane al nostro fianco in ogni situazione, ma soprattutto in quelle circostanze umanamente senza senso e senza speranza. Scrive San Paolo nella Lettera ai Filippesi al cap 2: “Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso...”; Dio quindi si incarna, entra nella storia dell’uomo, la condivide, la illumina e la risana. Il Natale non è soltanto la grotta col Bambino, ma ha già in sé il dramma della passione e morte del Figlio di Dio, che è venuto nel mondo per salvarci a prezzo della sua stessa vita, con quella obbedienza che lo ha condotto alla morte di croce. La vera celebrazione del Natale non si esaurisce, dunque, in un solo giorno di festa, ma deve essere impegno che dà forma a tutta l’esistenza dell’uomo, un’esistenza fatta di conoscenza sempre più profonda del Mistero grande di Dio, che si rivela in Cristo. Il Vangelo di Giovanni dice che Dio, a quanti hanno accolto il progetto di vita che si realizza in Gesù, “ha dato il potere di diventare suoi figli”. Ecco il progetto di Dio sull’umanità: l’uomo che abbia la condizione divina e diventi egli stesso come Dio. Questo progetto si realizza in opere d’amore verso quel prossimo che Dio mette sul nostro cammino e col quale Gesù si è identificato quando ha detto: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero pellegrino e mi avete ospitato, nudo e mi avete coperto, ero infermo e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi; perché, in verità, tutto quello che avete fatto ad uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25,35-40). “ Venite, benedetti dal Padre mio...” (Mt 25,34) è l’invito che viene dal Bambino di Betlemme, un invito che è un progetto di vita; un invito carico di luce, di amore e di speranza; quella speranza che rende la vita degna di esser vissuta, perché destinata alla piena comunione con la vita stessa di Dio, in Cristo Gesù, nostro fratello, nostro compagno, nostro salvatore. La venuta di Cristo, quindi, non può lasciarci indifferenti, spenti dentro, attenti più all’apparire che all’essere. Maria Madre del Soccorso ci aiuti e ci accompagni all’incontro con Gesù Bambino.

Edizione straordinaria!!! Una strenna originale per il tuo Natale!!!

E’ in distribuzione, fresco di stampa, il volume “La fonte di san Rocco” Ieri un sogno, oggi una realtà, edito da Prometeus. Si tratta di un viaggio virtuale che racconta, anche con l’ausilio di innumerevoli immagini, di come sia stato possibile realizzare il nuovo, atteso monumento, dedicato al Santo pellegrino tanto caro alla nostra Città. Si citano tutte le iniziative e gli eventi che hanno determinato la realizzazione dell’opera, che ha contribuito a valorizzare una delle più importanti piazze del nostro centro storico. Si racconta della partecipazione popolare, citando tutti coloro, dal primo all’ultimo cittadino che, credendo nella validità di questa iniziativa, hanno, con amore, offerto un loro personale contributo. Si narra di quanto grandi siano sempre stati, per tutti i palmesi, vicini e lontani, la devozione e il sentimento di riconoscenza per il loro Compatrono. Si racconta di cosa sia stato nel passato, nella storia e nella tradizione e di cosa potrebbe essere nel tempo che verrà il grande, collettivo amore per un uomo, diventato Santo, che incarna tutti i valori, di solidarietà ed amore per il prossimo, dei quali questa nostra società sente tanto il bisogno. Il volume è in distribuzione in tutte le edicole e nelle librerie. I proventi saranno reinvestiti per la realizzazione di altre opere di pubblica utilità, così come è nello stile della Associazione Prometeus.


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YOU’LL EAT BETTER. ®

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progetto “motta”!

di Viviana Minasi Ivan Pugliese

PALMI – “Correva l’anno 1582, era l’11 gennaio, quando alla Marinella di Palmi approdò il vascello di Patron Peppe Tigano con la reliquia del Sacro Capello della Madonna. E tutto ebbe inizio…” La Marinella è tra gli scorci panoramici più magici e suggestivi che la città di Palmi offre, l’affaccio di Punta Motta che sovrasta l’incantevole spiaggia della Marinella, rappresenta il luogo per eccellenza dal quale godere delle meraviglie di cui la natura ha voluto far dono alla nostra città. Chiunque approdi in questo luogo, non può che restare affascinato da questo abbraccio infinito: la sua posizione protesa sul mare,

’associazione “PER PALMI, L con la firma di un protocollo con la signora Maria Militano, figlia del costruttore della Varia di Palmi, Giuseppe Militano, ha avviato la prima fase progettuale del programma che vuo-

l’incantevole panorama che spazia sullo Stretto di Messina e sulle Isole Eolie, fino a giungere alla costa di Capo Vaticano, ed il Monte Sant’Elia che imperioso si eleva alle sue spalle, lo rendono infatti uno dei posti più significativi di Palmi, nonché meta fondamentale dei turisti in visita della città. Qui, dove storia e bellezze naturali trovano l’armonia del mito, tuttavia, l’incuria ha preso il sopravvento ormai da anni e al quadro splendido non corrisponde altrettanta degna cornice. Se ne sono accorti i “Marinai della Varia”, membri dell’Associazione ‘Mbuttaturi, che hanno deciso di rinfocolare oltre 5 secoli di antiche tradizioni con un progetto di riqualificazione che prevede il coinvolgimento dell’intera cittadinanza. Una dichiarazione d’amore,

le, nell’ambito delle varie iniziative collegate con la feste della Varia, valorizzare la figura dell’ideatore e costruttore della varia meccanica. Le richieste, avanzate dall’associazione, all’Amministrazione Comunale

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Palmi dunque, messa nero su bianco da due giovani professioniste palmesi, l’architetto Maria Abbia e l’ingegnere Nunzia Saffioti, e già accolta con favore dal Comune di Palmi e dalla Provincia di Reggio Calabria, che hanno promesso un loro contributo economico alla sua realizzazione. Ma ancora non basta. L’ambizioso progetto, che punta a migliorare l’aspetto dell’intera area restituendole splendore e decoro, prevede il contributo attivo della città tutta e del mondo associazionistico e professionistico palmese. La Corporazione dei Marinai, infatti, sarà impegnata da questo momento e nei prossimi mesi in una serie d’iniziative volte alla raccolta dei fondi per consentire al progetto di diventare realtà e chiederà a tutta la popolazione palmese di dimostrarsi parte attiva nei processi di miglioramento del proprio territorio. Partendo dall’idea che onorare le proprie radici vuol dire, innanzitutto, onorare se stessi, l’arch. Abbia e l’ing. Saffioti hanno prodotto un’idea che vuole essere, prima di tutto, un’emanazione dello spirito di questo luogo dal carattere unico e inconfondibile. Dopo un attento studio del luogo, hanno perciò realizzato un progetto in grado di evidenziare la morfologia della costa: immaginando la prua di una nave che propende verso il mare, hanno fatto sì che le curve di livello del terreno proseguano verso l’alto, formando un sopralzo artificiale che nella parte più alta diventa un sistema di seduta continua in cui è possibile socializzare. Nella parte superiore è poi pre-

vista la realizzazione di una piazzetta, nel cui centro sarà piantato un albero, idealmente raffigurante l’albero di una nave. Un sistema di rampe pedonali, ornate da aiuole verdi, renderà accessibili sia la piazzetta che il punto di affaccio sottostante, caratterizzato da un muro continuo in travertino bianco. Un percorso superiore pavimentato, avrà poi il duplice compito di regolarizzare l’andamento della carreggiata e creare una passeggiata superiore che consentirà di osservare il panorama di fronte anche stando seduti. Non mancheranno poi ulteriori particolari che saranno aggiunti in corso d’opera e che doneranno, ancora di più, ineguagliabile bellezza a questa zona incastonata nel cuore della Costa Viola: il cannocchiale panoramico, che permetterà allo sguardo attento del visitatore di poter ammirare, con rara precisione, tutti i magici luoghi che si aprono all’incantevole panorama di località Motta; ed ancora mosaici con ricostruzioni storiche e vari particolari atti a richiamare, con stile e sobrietà, i simboli più caratterizzanti del mondo della marineria.

prevedono: - L’apposizione di una stele marmorea sulla facciata dell’abitazione della signora Maria Militano con cerimonia ufficiale pubblica, domenica 19 dicembre 2010 ore 12;

- L’intestazione a Giuseppe Militano dell’attuale piazza Lo Sardo, in quanto essa è il luogo dove il 16 agosto alle ore 10.00, i palmesi prendono in consegna “u cippu” (la base della Varia) per poi trascinarlo all’arangiara, luogo di partenza della Varia. L’Associazione “PER PALMI”, con questa iniziativa, intende, da una parte, recuperare e proteggere dal pericolo di oblio la figura del nostro concittadino, Giuseppe Militano, valorizzandone, per come merita, l’ingegno e tramandandone ai posteri la figura di cittadino palmese illustre, adempiendo così ad un debito morale che la città aveva nei suoi confronti; dall’altra, innescare un’azione di salvaguardia di uno degli elementi principali costituenti e qualificanti il patrimonio culturale immateriale che la festa della Varia rappresenta, documentandone ed archiviandone gli aspetti originali a futura memoria e realizzando in questo modo un’attività volta a sostenere la candidatura della festa della Varia a Patrimonio dell’umanità tutelato dall’UNESCO che il sodalizio ha sottoscritto nel maggio scorso. Al cavaliere Giuseppe Militano, il nostro giornale riserverà, in uno dei prossimi numeri, un approfondimento con la pubblicazione di foto storiche inedite.


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8 dicembre 2010, una festa per i bambini ...e per i nonni

Il mercatino dei bambini La Redazione uante volte, incontrandosi Q tra amici, ci è successo di ripensare con nostalgia al tempo in cui da ragazzi, ci si divertiva a scambiarci figurine, giornali, giocattoli o quant’altro. A quando si improvvisavano bancarelle con oggetti usati, sottratti dal cassetto della nonna, per raggranellare qualche spicciolo e comprare un gioco nuovo visto e sospirato nella luccicante vetrina sotto casa! Con questo spirito un po’ “amarcord” l’Associazione “Prometeus” ha pensato di allestire nella piazzetta di San Rocco, in occasione della festa dell’Immacolata, un mercatino per i bambini. Un luogo del cuore dove poter creare fermento, vivacità e offrire ai nostri ragazzi l’opportunità di sperimentare le

nostre stesse emozioni. L’obiettivo primario è stato quello di creare una location nella quale si potesse vivere un’esperienza di collaborazione e di operatività e al contempo servisse da stimolo ai ragazzi per incoraggiarli verso una mentalità imprenditoriale che li abitui a saper fare e a mettersi in gioco. I bambini della Scuola dell’infanzia di Taureana e Trodio del 2° Circolo didattico di Palmi hanno preparato manufatti con materiale di recupero, utilizzando varie tecniche (decoupage, pittura, ecc..)che hanno venduto personalmente aiutati da insegnanti e genitori. Il ricavato servirà a procurare alle scuole, il materiale e i sussidi didattici che il ministero, da qualche anno, non fornisce più. I ragazzi dell’Associazione Volontariato Presenza e dell’Oratorio Crescere insieme, hanno venduto

i loro prodotti realizzati con vario materiale, durante le ore di attività extra scolastiche, sotto la paziente guida di educatrici di volontariato. Altri hanno messo in vendita pasticcini, torte e dolci di ogni tipo mantenendo viva la tradizione artigianale calabrese. La giornata è stata magica! Dopo giorni di freddo intenso, un caldo sole ha illuminato la piazza e ci ha dato, ancora una volta, la conferma che S.Rocco era con noi, che sosteneva questo evento, come tutte le altre iniziative dell’associazione. Il mercatino pieno di colorate bancarelle, si presentava agli occhi dei visitatori, come un grande vivaio in cui si intrecciavano relazioni e contrattazioni, animando in modo inconsueto la piccola piazza. Un allegro coro di alunni della Scuola Primaria del 1° Circolo, preparati dalla Prof.

Stefania Lombardo ha allietato l’evento, portando una nota di letizia in più. Nel corso della mattinata gli anziani del “Centro Presenza” hanno recitato alcune poesie dimostrando una formidabile memoria e presenza di spirito. I sig. Ciappina Santo Francesco e Mellino Vincenza hanno ricevuto una targa ricordo consegnata dall’Assessore Rosario Ortuso, il quale ha evidenziato la loro personale longevità e la compattezza della coppia. Durante tutta la giornata si è creato un discreto movimento di folla intorno alla piazza, tra le luci dell’albero di natale e lo sguardo indulgente del Santo. Adulti e bambini si aggiravano in quell’atmosfera di festa sgranocchiando calde zeppole e curiosando tra le cianfrusaglie. L’associazione sta pensando seriamente di riproporre questo tipo di iniziativa con cadenza mensile, così i nostri bambini avranno un mercato tutto per loro e Palmi sarà la prima città italiana ad avere un Mercatino per i Bambini.


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...una piazza per un SORRISO Si ringraziano, per la generosità dimostrata, ROCCO ORTUSO, girOLAMO FUMAROLA, UMBERTO FONTE, CARMELA, MATTEO E VINCENZA BARBERA

Hanno partecipato alla manifestazione: ORATORIO CRESCERE INSIEME FRANCO Bruno, BALZAMA’ Carmelo, CALABRO’ Pierpaolo, AMATO Alberto, MANGIONE Giorgia, CANALE Giovanni, ZAGARI Francesco, PITASI Maria Pia, PITASI Francesca, CAMBREA Claudio, GRASSO Valeria, CAMBREA Dario, MELARA Noemi, FERRARO Emanuel, FERRARO Simone, STANGANELLO Sara, TOMASELLI Silvia, CIPRI Valentina, SIMONE Annalisa. Responsabile dell’Oratorio: Adele Gambardella.

ASSOCIAZ. VOL. PRESENZA - ATTIVITA’ POLITICHE SOCIALI COMUNE DI PALMI - PROGETTO “ANZIANI MAI SOLI” ZOCCALI Fortunata, MANAGO’ Teresa, CIAPPINA Santo Francesco, MELLINO Vincenza Responsabile: Claudia Zampaglione

SCUOLA ELEMENTARE I° CIRCOLO “ROCCO DE ZERBI” Coro: SOLANO Carla, CHIAPPALONE Francesco, CILONA Michela, D’AGOSTINO Carmelo, GULLO Vincenzo, PANUCCIO Martina, LUCASCIO Sofia (solista), GANGEMI Matteo, MAGAZZU’ Antonio, COSTANTINO Davide, VENTRICE Manuel (solista), RUSSO Antonio, COSENTINO Francesco, BARTUCCIO Davide, ZERBONIA Gabriele e Mattia, DE SANTIS Marco, GULLO Giada, ALBERGATI Fabiana, GENTILE Antonella, ISOLA Andrea, ORLANDO Michela. Direttrice artistica: Stefania Lombardo, impiandto audio Pino J. D’agostino.

SCUOLA DELL’INFANZIA II° CIRCOLO “SAN FRANCESCO - Sez. TAUREANA e TRODIO” BONGIOVANNI Aurora, ZOCCALI Christian, MAZZULLO Benedetta, OLIVERIO Carmine, SCHIPILLITI Benedetta, ORLANDO Fabio, SCARFO’ Pasqualina, SPERANZA Claudio, VERSACE Francesca, VIOLA Clarissa, ONISOR Stefan, ALVIANO Michelangelo, PRINCI Karola, VECCHIE’ Davide, COSENZA Giulia, LITTORIO Filippo Responsabili: Nella Cannata e Mimma D’Elia


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Punti di vista MADRETERRA Palmi & Dintorni REGISTRAZIONE AL TRIB. DI PALMI Nr. 1 / 2010 Anno 1 - Numero 12 - Dicembre 2010 Direttore respons.: Francesco Massara Coadiuvatori:

Paolo Ventrice Andrea Ortuso

Collaboratori di REDAZIONE Lucia Ortuso Saverio Petitto Cettina Angì Giovanni Bruzzese Nella Cannata Giuseppe Cricrì Walter Cricrì Salvatore De Francia Dario Galletta Claudia Gargano Laura Giusti Teresa Laganà

LE TRADIZIONI NATALIZIE A PALMI di Carmela Gentile iamo giunti al mese più S bello dell’anno: Dicembre. Questo mese è un magico mis-

cuglio di tradizioni religiosità e… consumismo. I più piccoli lo attendono con ansia soprattutto perché è foriero di doni. Gli studenti anelano la pausa natalizia dalle lezioni e gli adulti, diciamolo, sono contagiati dal clima festoso che inevitabilmente accompagna le feste natalizie. La gente oggi fa la corsa ai regali, un po’ per tradizione, un po’ per “sdebitarsi” di qualche piccolo favore secondo la mentalità paesana. Ma io personalmente, quando si avvicina Natale non posso fare a meno di abbandonarmi ai ricordi di quando, bambina, vivevo un Natale sicuramente più semplice, con meno doni e meno luci di oggi, ma il cui ricordo nella mia memoria ha lasciato una traccia così vivida che nemmeno cento luminarie, tutte accese contemporaneamente potrebbero lasciare. Mi riferisco ai primi anni sessanta, quando ancora il nostro Paese era giovane, ma vivo. La vita sprizzava da tutti i pori e anche se la gente era semplice e con minori possibilità economiche, portava nel cuore una serenità, una gioia ed una spensieratezza che oggi purtroppo non possediamo più. Noi bambini, attendevamo le feste natalizie con grande ansia. La scuola veniva sospesa per un discreto periodo e le case profumavano di agrumi, frutta secca e dolci. Si andava in Chiesa e si facevano i preparativi per la Magica Notte. Ogni casa aveva il suo Presepe, l’Albero di Natale poteva anche mancare, ma bello o brutto, grande o piccolo c’era il Presepe!

Ricordo che mio padre, sin da bambino si dilettava a costruire dei paesaggi che somigliassero in maniera sempre più evidente alla realtà. Costruiva casette, ruscelli, prati, monti e alla fine deponeva le statuine, con religiosa cura, per non romperle perché erano di terra cotta o di carta pesta. Il Bambinello veniva deposto nella mangiatoia il giorno di Natale, mentre i Magi arrivavano il giorno dell’Epifania, con i loro mantelli lussuosi e le loro corone e i doni preziosi che contrastavano con la povertà di tutte le altre statuine. E poi i doni per i bambini arrivavano la notte dell’Epifania. Era la befana a portare ai bambini i tanto attesi giochi, Babbo Natale lo si menzionava poco, non era giusto che in un giorno così magico per la cristianità, il ruolo di protagonista, che era quello della Natività, venisse usurpato da un nordico personaggio che di religioso aveva poco, anche se rappresentava in realtà Santa Klaus, San Nicola (secondo le tradizioni nordiche che furono importate nel nostro Paese qualche anno più tardi). Ma la befana, quanto la attendevamo noi bambini! L’attesa cresceva di giorno in giorno fino a diventare frenesia la notte dell’Epifania. Era tanta l’eccitazione che non riuscivamo a dormire, ma il timore di incontrare la vecchietta ci inchiodava nei nostri lettini fino al mattino. A quel punto iniziava la caccia per tutta la casa e qualche genitore burlone, che ne approfittava per rammentare ai bambini che i doni bisogna pur meritarseli, metteva qua e là qualche pezzettino di carbone in una sorta di caccia al tesoro in cui prima venivano trovati i frutti delle marachelle (Cenere e carbone) ma poi infine si arrivava ai tanto agognati doni. Di solito era la bambola del cuore o la bici-

cletta o comunque l’oggetto del desideri di un intero anno. Finalmente l’ansia veniva placata ed i bambini salutavano il Natale contenti e soddisfatti. Forse sono soltanto nei miei ricordi esiste un divario tra questi pochi anni Sessanta –Duemila, incolmabile. Ma io non lo credo. Negli anni sessanta io ero una bambina, ma anche il nostro Paese era giovane e sognava che da grande sarebbe stato tanto felice! Ma evidentemente il benessere economico non va di pari passo con la felicità, di cui oggi abbiamo solo una parvenza, sempre preoccupati come siamo per le nostre cose. Ma la spiritualità, in particolare l’essenza religiosa del Natale che fine ha fatto? Come ogni cosa, il progresso e la tecnologia sono riusciti a “sporcare” anche quella magica Festa, rendendola un tour de force di acquisti, doni, abbuffate. Mi chiedo cosa abbia a che fare tutto ciò con un povero Bimbo deposto in una mangiatoia, ricoperto di stracci e riscaldato dal fiato del bue e dell’asinello. Questa immagine è lontanissima dallo sfavillio delle moderne feste natalizie, ma forse, complice la crisi degli ultimi anni, potrebbe essere il momento buono per recuperare le belle tradizioni natalizie paesane, per rinsaldare i legami familiari e per riflettere un po’. Farebbe tanto bene fermare un attimo la quotidiana frenesia che caratterizza i giorni nostri e meditare, andare in Chiesa per seguire la Novena e la liturgia pre-natalizia e soffermarsi, chinare il capo con umiltà per accogliere la pace e la serenità nel nostro animo. Così dovrebbe essere lo spirito natalizio che ci consenta di uscire rinfrancati e medicati e non ulteriormente stressati da corse, doni, nottate e abbuffate.

Editore: Associazione Culturale Madreterrra Sede Palmi - Via ss.18 km 485.30 P.I. 02604200804 Cod. Fisc. 91016680802 Tel./Fax - 0966 1945480 - 0966 1940380 Mobile - Paolo Ventrice 335 6996255 Mobile - Andrea Ortuso 333 4894882 e-mail: redazione@madreterranews.it Progetto Grafico: A.Ortuso - W. Cricrì - P. Ventrice Impaginazione grafica: Paolo Ventrice Progetto e cura sito web: De Francia S.- Galletta D. - Ortuso L. Stampa: Tipografia Balzamà Via S. Giorgio 82 - Palmi - RC Tel_0966420567

Per la pubblicità su questo periodico, scrivere alle mail o chiamare i contatti sopra indicati Distribuzione gratuita fuori commercio ASSOCIAZIONE CULTURALE MADRETERRA La direzione non risponde del contenuto degli articoli firmati e declina ogni responsabilità per le opinioni dei singoli articolisti, degli intervistati e per le informazioni trasmesse da terzi. Il giornale si riserva di rifiutare qualsiasi inserzione. Foto e manoscritti, anche se non pubblicati, non si restituiscono. I diritti di proprietà artistica e letteraria sono riservati. Non è consentita la riproduzione, anche se parziale, di testi, documenti e fotografie senza autorizzazione. L’associazione si riserva il diritto di non pubblicare le inserzioni e le comunicazioni pubblicitarie degli inserzionisti che: 1. Siano contrarie agli interessi della asso. 2. Violino le disposizioni vigenti in materia di diritto d’autore 3. Contengano informazioni fuorvianti e scorrette 4. Non rispondano ai requisiti minimi di impaginazione professionale 5. Non siano pervenute nei termini concordati 6. Siano state fornite in modo incompleto In tutti i casi l’associazione non è responsabile per il contenuto di dette inserzioni e comunicazioni.


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Natale – parla ancora all’uomo? Certo che sì! Per mezzo del suo Figlio, Dio rinnova il mistero dell’Incarnazione e parla all’umanità; ad un’umanità, però, distratta dal consumismo

il suo senso. Ecco, allora, cos’è il Natale: un messaggio d’amore verso chi ci ha dato la luce, ma anche verso “Chi” nella luce guida, dirige e dà un senso alla nostra vicenda

più esasperato e prepotentemente affaccendata a celebrare i valori del relativismo, del materialismo, della voluttà, del godimento, dell’effimero. La gioia del Natale, invece, e la nascita di Gesù, sono proiettate in tutt’altra dimensione: vogliono rinnovarci, ancora una volta, il simbolo di quella dinamica che dalle tenebre porta alla luce. Dinamica probabilmente destinata a divenire il simbolo di ogni uomo, che per nascere deve “venire alla luce” da quel “fondo oscuro” che è il grembo materno; quel grembo dove siamo concepiti, certo, per una nascita, e che però, da sola, non basta a se stessa quando giunge alla luce, ma ha bisogno d’amore, di guida, di aiuto per trovare

di vita. E’ per questo, forse, da duemila anni, che dalla capanna di Betlem giunge e si rinnova una lezione di fede e di umiltà; di carità, di amore e di servizio in direzione di tutta l’umanità. Un messaggio, insomma, di speranza, affinché ogni creatura possa rinascere interiormente a se stessa, essere grotta di rigenerazione, notte buia in cammino verso il dies natalis, verso il nuovo giorno. Quali le condizioni affinché tutto ciò si realizzi? Il presupposto necessario perché possiamo accogliere e comprendere il senso di questa rinascita interiore non può essere che uno solo: la fede, la certezza che “Dio è con noi” e che assie-

moci, piuttosto, già domani e per i giorni a venire a credere nel messaggio di verità e di amore che il Natale ci lascia, consapevoli che l’aspirazione di ogni uomo a vivere nella fratellanza e nella pace non può restare solo un desiderio, ma deve diventare impegno ad operare concretamente in ogni circostanza. Tutto questo affinché, il messaggio umile e silenzioso che viene dalla capanna di Betlemme, faccia nascere anche nei nostri cuori il seme della gioia e dell’amore; un seme che ci porti ad incarnare questi due sentimenti nella nostra vita; a gridarli con tutta la forza e la certezza di chi è convinto che la misura dell’amore... è un amore senza misura!

so chi sono!” così shakespeare in una scena dell’amleto. e’ forse da qui, da questo smarrimento

esistenziale, che nasce quel vagare nell’insensatezza e nell’immaginazione che ci sorprende a natale quando, tornati nella casa dove siamo nati per festeggiare assieme a nostra madre, nostro padre, i nostri cari, questa ricorrenza così solenne, cerchiamo, al contrario, un sicuro rifugio nella memoria e tentiamo di

aggrapparci a frammenti disuniti e scomposti dei nostri ricordi, fotogrammi ormai in bilico tra presente e

passato; crepe in una muraglia che fino al giorno prima sembrava dovesse delimitare e circoscrivere per sempre il nostro mondo, riconducendo alla fine il campo d’azione alla effimera routine e quotidianità del divenire.

di Attilio Scarcella invece, a molti di noi acE cade, proprio in occasione di questa solennità, di abitare a

stretto contatto di gomito con l’origine della nostra vita; di provare la vertigine di chi si trova per un giorno, a sua insaputa, gettato lungo il sentiero faticoso e disagevole della ricerca, della direzione di senso da dare alla propria vita, con l’amara sensazione –a me pare– che il teatro del mondo, in questo giorno, ci vede, ci ritrae, ci configura non come protagonisti, eroi, primi attori, interpreti e padroni assoluti della scena, ma come marionette e burattini mossi da disegni e scopi che ci sovrastano e ci conducono verso una direzione ignota. E’ sull’onda di questa emozione, in quest’idea del Natale non come scialo, sperpero, consumo, ma come ritorno al grembo materno, all’abbraccio con il mondo, con i nostri cari, con l’intera umanità, è in quest’idea del Natale che la gioia della festa si espande e diventa commozione, pensiero in cammino alla ricerca della propria identità. Abbandonarsi ai ricordi del Natale è vedere di nuovo la stella che puntuale ritorna sulla grotta di Betlem a illuminare il senso di una vicenda, all’interno della quale l’umanità, con tutto il fardello e il bagaglio della sua storia, è in cammino e si trova a fare i conti da più di duemila anni. Il richiamo alla nascita di Gesù – “Messia” della pace e della speranza – che il cristianesimo ripropone alla cultura dell’Occidente e a tutti gli uomini di buona volontà, riassume allora in sé il più grande, il più profondo, il più impenetrabile di tutti i misteri: e cioè, la dinamica di tenebra e luce, il movimento che dalla pienezza ed unità dell’eterno, dalla perfezione di Dio, s’incarna nel mondo e nella storia per diventare direzione, senso e significato da dare alla nostra della vita. Alla vita dell’umanità. In un mondo agitato e sconvolto da infinita violenza, da guerre, da conflitti tra stati, popolazioni, etnie, in un contesto storico, insomma, dominato dalla globalizzazione dei processi storici e sociali, la domanda è: Dio –attraverso la festa del santo

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me a noi – attraverso la presenza del suo figlio Cristo Gesù – vuole realizzare la fratellanza, la salvezza, la pace tra gli uomini. Dopo duemila anni di storia, sembra che l’umanità e l’uomo che in essa camminano, non siano ancora riusciti a saldare la loro storia, la loro vita, la loro esistenza con questo messaggio d’amore e di fratellanza che Cristo Gesù ci ha portato. Ben venga, allora, il Natale se esso ci aiuta a liberarci dalla quotidianità e a non fuggire da questa nostra sete di autenticità ed istanza di rinascita interiore. Ben venga il Natale, solennità in cui ci si raccoglie attorno alla famiglia, festa del ritorno a casa, dei gesti, dei doni a grandi e bambini. E tuttavia però, non guardiamo il Natale con occhi innocenti, perché tante altre creature sparse per il mondo soffrono un piatto di minestra e il calore di un abbraccio. Non nascondiamoci dietro lo sguardo dei bambini. Impegnia-

Mistero del Natale e... teatro della vita! “non

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Wikileaks, il nuovo volto dello spionaggio Se ne parla in questi giorni per gli scossoni che ha dato al mondo diplomatico mondiale, ma che cos’è davvero WikiLeaks?

di Giuseppe Pardeo l nome deriva da Wiki (di I origine hawaiana e significa rapido,veloce; come Wikipedia,

anche se non ha nulla a che fare con questa) e leak (dall’inglese leak, “perdita”, “fuga” [di notizie]). Si tratta sostanzialmente di un sito web di un’organizzazione internazionale che si occupa di pubblicare notizie e documenti che sono gelosamente tenuti segreti da qualsiasi tipo di istituzione: banche, governi, aziende… Accade quindi, clandestinamente ed in modo anonimo,  che qualcuno  (un militare, un dipendente, chiunque sia parte dell’istituzione e abbia accesso a questi documenti segreti)  ruba queste notizie e le consegna al sito web  grazie a una “drop box” (software multipiattaforma che offre un servizio di sincronizzazione automatica di file), protetta da un potente sistema di cifratura.  I files pubblicati da WikiLeaks sono in genere documenti di carattere governativo o aziendale, coperti da riservatezza, con informazioni che, divulgate, potrebbero nuocere alla stessa organizzazione. Lo scopo di rendere pubbliche tali informazioni scomode è dunque quello di  informare tutto il mondo circa casi di comportamento illegale o non etico da parte di un governo o di una azienda. La stessa WikiLeaks dichiara di verificare l’autenticità del materiale  per poi pubblicarlo tramite i propri server dislocati in Belgio e Svezia (due Paesi con leggi che proteggono tale attività), preservando l’anonimato degli informatori e di tutti coloro che sono implicati nella “fuga di notizie”. Il sito ha cominciato a pubblicare indiscrezioni nel 2006 (il primo dossier “rubato” si occupava del piano per uccidere i membri del governo somalo); da allora centinaia di informazioni molto scomode sono state divulgate (sul carcere di Guantánamo, sulla guerra in Afghanistan, etc.), ma solo in questi ultimi anni ha suscitato tanta attenzione da parte dei media e degli utenti dell’intero globo per la mole d’informazioni delicate che riguardano le amministrazioni di molti Paesi, non ultime, quelle di questi giorni. ll  28 novembre 2010 infatti WikiLeaks ha pub-

blicato la più ingente rassegna di documenti riservati sulle diplomazie occidentali mai resi noti al grande pubblico. Questa nuova sfornata di documenti sta imbarazzando la diplomazia di Washington; cosa che non era accaduta, a questi livelli, con le altre fughe di notizie. Come mai? Tra le scorse fughe di notizie e questa c’è una grande differenza, legata soprattutto al fatto che nel primo caso la documentazione era quasi esclusivamente militare mentre ora si tratta di documentazione diplomatica. Paradossalmente, questa seconda ondata può essere ancora più dannosa e creare più problemi, perché le documentazioni diplomatiche contengono considerazioni, analisi e riflessioni decisamente imbarazzanti per alcuni Governi. Forse non ci sarà niente di sconvolgente, anche perché altrimenti i giornali, che hanno avuto i documenti in anteprima, lo avrebbero già messo in evidenza, ma c’è materiale che per lungo tempo creerà tutta una serie di tensioni e di complicazioni nei rapporti tra varie capitali. In effetti nei circa 260.000 documenti messi on-line da WikiLeaks ce n’è per tutti, amici e nemici: i premier Zapatero e Cameron, i reali di Buckingham Palace, Israele ed anche il governo italiano. Per quanto concerne appunto l’Italia, oltre ai noti commenti su Berlusconi (“incapace e stanco per i festini selvaggi e portavoce di Putin”) è emersa inoltre una querelle fra Roma e Washington sulla vendita italiana, nel 2004, di dodici navi veloci a Teheran, con le quali la marina iraniana avrebbe potuto attaccare le navi americane del Golfo. Gli Usa impiegarono quasi un anno a convincere l’Italia a bloccare l’esportazione delle navi, ma ormai undici delle dodici erano già state consegnate a Teheran. Possiamo dunque affermare che WikiLeaks abbia cambiato in poco tempo i connotati allo spionaggio mondiale ed il suo creatore, Julian Paul Assange, sia balzato agli onori della cronaca come l’emblema della democrazia e della trasparenza. Assange, noto ai più per le sue azioni di hackeraggio del passato, oggi rischia la galera perché accusato di stupro e molestie nei confronti di due donne, ma in molti, pensano che siano delle banali accuse montate ad arte per colpire il cervello

di WikiLeaks ed eliminare così, una realtà fastidiosa che mina la credibilità di molte grandi potenze mondiali. Il sito è curato inoltre da giornalisti, attivisti, dissidenti del governo cinese, scienziati. I cittadini di ogni parte del mondo possono e sono invitati ad inviare materiale “che porti alla luce comportamenti non etici di governi e aziende”. Gran parte dello staff del sito, come gli stessi fondatori del progetto, rimangono anonimi. Ma l’interrogativo principale resta uno: perché Assange ed il suo staff fanno tutto questo? Sono numerosi coloro che in questi giorni cercano di dare una risposta ai motivi dell’azione di WikiLeaks. L’australiano Assange continua ad essere una persona molto misteriosa; sembra molto difficile che sia riuscito a ottenere tutta questa documentazione senza nessun tipo di input, o solo per iniziativa di un soldato americano di 23 anni. Chi ci sia dietro Assange è un interrogativo che affascina gli amanti delle teorie di cospirazione. La risposta che mi viene in mente è che ci troviamo di fronte ad un nuovo modo di fare spionaggio, che ci sia qualche servizio di intelligence che – nel tentativo di screditare gli USA – ne abbia trovato, grazie alla rete, una nuova modalità. In questo caso, quindi, non è assurdo parlare di complotto poiché ci sarebbero tanti elementi a sostegno di tale ipotesi. Questa è la classica azione che sembra avere dietro un coordinamento. Occorrerebbe capire, tanto per fare un esempio, quale sia il sostegno finanziario di Assange. Come riesce a fare tutto quello che fa? C’è il sospetto che questi finanziamenti e lo stesso input dell’operazione arrivino da qualche mano straniera (la Cina?). L’ipotesi che ci sia dietro un tentativo di screditare Obama e di dare un colpo alla fiducia nella sua politica estera e nel suo intento di attuare un’apertura al mondo mediorientale, può avere una sua validità. Per concludere vorrei cogliere il proposito latente di WikiLeaks, ovvero quello di tentare di diffondere al mondo le verità nascoste, ma considerando che il mondo in cui viviamo si erige sull’ipocrisia, mi chiedo se questo strumento non possa rovinare i già fragili equilibri su cui si reggono i rapporti fra i vari Stati?


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Il web delle fonti energetiche

di Marco Bentivogli l fatto di vivere la più diffiI cile congiuntura economica registrata dal 1929, rende difficile

pensare ad aspetti che potremmo definire economico-antropologici, o di scenario. Il mercato della informazione di massa – necessariamente improntato alla analisi di breve periodo - preferisce parlare di crisi e di fallimento delle promesse della globalizzazione, piuttosto che riconoscere i segni di forze e tendenze in atto da decenni. E’ il caso dell’incremento del tasso di disoccupazione e della riduzione della produttività che accomunano, pur con connotazioni estremamente diverse, le due sponde dell’Atlantico. Alla stessa stregua, un Paese povero di risorse e in retroguardia nei settori legati alle tecnologie informatiche come l’Italia, non sembra pronto ad una analisi trasversale delle tendenze in grado di promuovere occasioni di sviluppo non convenzionali in settori vitali come quello dell’energia. Se, come teorizzava Peter Drucker, “la scomparsa del lavoro quale fattore chiave della produzione sta per emergere come la questione critica irrisolta della società capitalistica”, è altrettanto vero che questa crisi si presenta all’alba di un’era che sarà dominata da nuove tecnologie e che dovrà fondarsi su nuove fonti e modelli di consumo energetici, che potranno contribuire a mutare gli scenari geopolitici mondiali. L’era moderna per come la conosciamo è stata resa possibile dalla enorme disponibilità energetica garantita dai combustibili fossili, ma non ha conosciuto un percorso semplicemente lineare. Nel salto corrispondente al passaggio dal predominio inglese, basato sul carbone, a quello americano, improntato allo sfruttamento intensivo dei giacimenti petroliferi, il sistema economico è diventato fortemente verticistico. La intensità di capitale necessaria al reperimento e sfruttamento dei giacimenti ha favorito la creazione di colossi internazionali ed il successo di strutture fortemente improntate alle economie di scala, fino a concentrare la maggior parte del potere economico planetario nei consigli di amministrazione

di circa cinquecento Aziende. Per converso, se vediamo la rivoluzione dei computer e del World Wide Web come l’ultimo grande prodotto della civiltà indus-triale classica, dominata dalla fisica e dalla chimica, non possiamo mancare di notare come la nuova era, già proiettata nel biotech, sia profondamente informata dal concetto di rete. Un modello più “democratico” che , se prendesse piede nel settore dell’energia, potrebbe avere conseguenze dirompenti non solo nel mondo dell’economia, ma rimodellare l’intera società. Per comprendere l’importanza della variabile energetica a livello economico e geopolitico, basterà ricordare come il crollo dell’Unione Sovietica si sia concretizzato in seguito ad un prolungato periodo di depressione del mercato petrolifero. Il prezzo del barile a quindici – venti dollari e la conseguente impossibilità di mantenere gli alti costi del proprio sistema sociale ed internazionale, minarono concretamente il logoro tessuto del pianeta URSS, esaltandone le contraddizioni ed accelerandone - in ultima analisi - il cedimento. Siamo oggi in una fase politicamente molto diversa, ma di estremo divenire dal punto di vista energetico e tecnologico: si discute della consistenza delle riserve petrolifere mondiali, di un concreto impulso al nucleare, di fonti rinnovabili, di idrogeno, ma in modo quasi schizofrenico e senza riflettere sulle implicazioni sociali che potranno avere i diversi modelli di sviluppo. Per cercare di fare ordine, in primo luogo, si può provocatoriamente dire che il concetto di picco della produzione mondiale sia – di fatto – una chimera: i riflessi sulle valorizzazioni di borsa delle Società petrolifere, fanno sì che i dati sulle riserve siano spesso altamente inaffidabili e, d’altra parte il concetto stesso di riserva è spesso determinato da fattori economici, più che tecnologici. Prima che il prezzo del barile salisse a centoquaranta dollari, le sabbie bituminose del Canada non erano comprese nel novero delle riserve, ma questo è puntualmente accaduto una volta “spostata l’asticella”, che ha dato anche ulteriore impulso alle tecnologie estrattive ed alla fruibilità economica di vecchi giacimenti.

Si può quindi pensare che il costo della riforma del sistema energetico e sociale basato sui combustibili fossili fornisca un valido meccanismo di protezione ed una notevole inerzia al cambiamento, resa ancora più sensibile dal contemporaneo risveglio dell’interesse nutrito verso altre fonti energetiche tradizionalmente “centralizzate” e ad alta intensità di capitale quale il nucleare. Ci troveremmo quindi in una fase storica caratterizzata da successivi aggiustamenti che, in mancanza di imprevedibili accelerazioni geopolitiche o religiose, garantiranno il perpetuarsi del successo del sistema attuale. Consideriamo invece l’attuale scenario di economie in difficoltà, con ridotte possibilità di accedere al credito e cosa potrebbe significare lo sviluppo di nuove centrali nucleari compatte, una sorta di “cubo energetico” interrato pensato per fornire energia a circa 20.000 utenze, la creazione di campi fotovoltaici nelle zone desertiche, il completamento delle super-reti energetiche ad altissima tensione pensate per mettere in rete i parchi eolici del Mare del Nord e della Spagna, i grandi bacini idroelettrici, le centrali che sfruttano i salti di marea, ecc. Si passerebbe ad una filiera energetica diffusa dal punto di

vista della distribuzione e della produzione, fortemente integrata per ridurre le costose ridondanze e riserve richieste dal sistema attuale, con al centro la rete distributiva, piuttosto che il fattore produttivo. Si avrebbe quindi un World Wide Web della energia nel quale – al limite - ogni singola unità abitativa potrebbe essere contemporaneamente utilizzatrice e fornitrice. Le basi teoricamente esistono già: il piccolo impianto fotovoltaico domestico da 3 kW viene oggi collegato alla rete in modalità di scambio, ma con lo sviluppo dei pannelli ad alta efficienza, come quelli a tripla giunzione e la auspicata diffusione di automobili a celle di combustibile lo scenario cambierebbe radicalmente. Alle aggregazioni sovranazionali di stati dovrebbe essere demandato lo sviluppo di centrali di potenza relativamente limita rispetto quella oggi disponibile e lo sviluppo di infrastrutture di scambio e trasporto efficienti. L’iniziativa e l’investimento privato – al limite familiare – potranno fornire la restante parte della potenza, cogliendo opportunità di business oggi appannaggio di poche Aziende fortemente capitalizzate ed organizzate, liberando al tempo stesso ingenti risorse statali.


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cinema cilea

ualche mese fa è stato “rispolverato” il vecchio, caro cinema Cilea e sono giunti, in redazione, non pochi complimenti, sia per l’articolo di Cettina Angì che in poche righe è riuscita a riesumare ricordi speciali di un tempo che fu, sia per le immagini che la incomparabile Maria Rosaria Trapasso, ha saputo “rubare” all’interno della vecchia struttura. Noi ringraziamo chi ha scritto e ringraziamo, soprattutto, Giuseppe Arena per le immagini, davvero ricche di storia, che ci ha inviate. Ci sembra doveroso, quindi, riempire queste pagine di scorci

palmesi con foto, nomi e ricordi citati, con evidente fervore, da chi ha trascorso la sua giovinezza a Palmi, da chi è cresciuto tra quei giovani che fieri si mostrano, sul palco del Cilea... che fu. Non c’è da dire altro, se non tuffarsi nelle parole e nelle immagini di queste pagine. Un particolare ringraziamento va fatto anche a Giuseppe (Popine) Repaci, per la gentilezza con la quale ha commentato il “periodo storico” e la generosità, nel promettere, appena possibile, altri racconti ed immagini di quei tempi, così, da mantenere vivo il ricordo di una storia tutta palmese.

. . . atto 2°

Gentilissima Cettina Angì,

ho letto sul periodico Madre Terra il suo articolo che descrive la storia del Cinema Teatro CILEA, ed essendo io, Giuseppe Arena, cl. 1935, per età il più anziano degli eredi di quei fratelli Arena che hanno per quasi cinquant’anni gestito quel teatro, sento di contattarla perché il suo articolo ha risvegliato in me una emozione profonda, avendo io vissuto quella realtà che per quel periodo storico ha allargato l’interesse e la conoscenza di tutti noi palmesi. Mi permetterò, sulla scia di questa emozione, di aggiugere a quanto lei ha descritto qualcosa di personale. E’ vero, quel cinema teatro era quasi un centro culturale per quasi tutta la ‘Piana’, solo a Reggio c’era un ambiente che per qualità estetiche o per impegni di spettacolo poteva reggere il paragone. Le compagnie di lirica, con le opere di Cilea, Mascagni e Giordano, gli ultimi dei romantici, erano di livello nazionale, ugualmente quelle di prosa con i tre fratelli Ninchi, con Angelo Musco e Rosina Anselmi, detentori del dialetto siciliano, con Germana Paolieri, col mago Bustelli, con la giovane Laura Adani, ed a finire con le operette con le arie allora in voga de’ La Vedova Allegra, e del Paese dei Campanelli, e con le prime riviste con ballerine “succinte”. Ricordo che da piccolo, vestito all’inglese in velluto nero, calzettoni bianchi, e scarpe in vernice nera, mi mandavano sul palcoscenico a consegnare alla prima attrice o al soprano una corbeille di camelie, dopo che alcune zie mi avevano pettinato, a ‘boccoli’, i capelli che avevo ricci e biondi, dopo averne avvolta ogni ciocca sul dito indice. Una carezza e via, e… Pinuzzu era felici. Certamente questo la farà sorridere, ma mi abbandono a queste descrizioni per poterla fare entrare in quella che era l’atmosfera degli ultimi anni del ventennio fascista. Custodivamo una infinità di bandiere italiane con lo stemma sabaudo, di vessilli e di gagliardetti littorii, che servivano per addobbare il teatro per le riunioni del partito o per comizi che non si potevano svolgere, per ordine pubblico, nella piazza principale. Io e mio fratello, all’uopo, venivamo vestiti da piccoli balilla. Di sicuro lei non sa che i fratelli Arena avevano già avuto, negli anni 20, la gestione del primo cinema muto del circondario, tutto in legno, che si trovava dove c’è adesso l’Ufficio Postale, accanto al Municipio, il Cinema Sociale, dove, al pianoforte accompagnava le proieziomi dei film, mio nonno materno, Vincenzo Cicala, don Ceciu, a detta dei miei, amico d’infanzia di Cilea. Con l’arrivo del sonoro si era passati alla direzione del nuovo cinema teatro. Custodivamo una vasta quantità di locandine che pubblicizzavano i film, e di foto di attori, da Valentino alla Garbo, alla Magnani, alla Calamai, a Totò, alla Valli, alla Bergman, su carta patinata color ambra, che venvano esposte nelle vetrine dei negozi del centro cittadino. Tutto questo, unitamente agli spartiti musicali del periodo del muto è andato perduto in quanto custodito nella nostra abitazione che, nell’ultima guerra, dopo un bombardamento, è stata distrutta nell’ incendio del rione Mauro. Con l’arrivo degli americani il Cilea si adattò a portare anche le compagnie di avanspettacolo. Così, cara Cettina Angì, sono cresciuto assieme al primo Tarzan, a Pecos Bill, a Stanlio e Onlio, a Via col vento, alle prime commedie musicali americane, a Roma città aperta. A proposito di Rosselini, deve sapere che la distribuzione dei film per gran parte del merdione era a Catania, dove ci si recava, dopo un ‘lungo viaggio’, per accaparrarsi i film ‘di cassetta’, e non è escluso che il cortometraggio ‘Il ruscello di Ripa Sottile’ forse allegato ad uno dei film del primo Rossellini, non sia mai stato proiettato al Cilea, in quanto il neo realismo non aveva grandi consensi nel pubblico palmese di allora. Tale era il detto:“A vidiri ‘sti filmi ndi scura ‘u cori”. Spero tanto di non averla annoiata, ma il cinema teatro Cilea, che nasce dal cinema muto e finisce con l’arrivo della televisione, fa parte oltre che ad un intenso e travagliato periodo storico, anche alla storia della nostra città, alla quale, pure se limitatamente, la mia famiglia ha contribuito. La ringrazio di avermi dato lo spunto a scrivere, e spero, con questo spaccato personale, di essere stato capace ad allargare la sua visione del luogo che nei miei sentimenti sarà sempre presente. P. S. La donnetta che vendeva ‘a calia si chiamava donna Rosa GIUSEPPE ARENA


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distinti saluti GIUSEPPE ARENA

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  Cinima 2007

aro Paolo, C dico così per potermi sentire a mio agio per questa nuova conoscenza, e per ringraziarla di avermi contattato. E’ naturale che io sia orgoglioso di vedere sul suo giornale la mia lette-

ra quale seguito al bell’articolo di Cettina Angì. Le mando per adesso alcune foto ‘storiche’: lo stralcio di un quotidiano del 1938 dove compaio, sono il bambino coi capelli ricci, assieme a mio fratello, (erano gli anni dell’ ostentato orgoglio famigliare, alla fine del Ventennio), in due foto compare il palco del Cilea con la ‘meglio gioventù’ del tempo, con l’orchestra Cicala, un giovane Turi Idà, e l’amico Peppino Repaci che si esibiva come cantante,(col beretto bianco), nell’ultima sempre io e mio fratello, bambini, l’Ufficiale è il papà del dott. Francesco Scampato, mio cugino, ed il signore sulla destra è il papà del dott. Enzo Tedesco, e per ultimo una foto che accompagnava i l film, da noi proiettato, “La città dei ragazzi” del 1938, con un giovane Spencer Tracy ed un Mickey Rooney, quasi ragazzo. Ne faccia l’uso che vuole. Solo per rimanere in tema cinematografico le mando un mio scritto in dialetto che fa parte di una raccolta scritta nel 2007, dal titolo: ARRICORDARI, e che solo ora ho avuto l’audacia di far stampare. La ringrazio dell’attenzione, e se mi sarà possibile le invierò altro materiale,

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Ddu’ sordi di pastiddhi, sulu chiddhi moddhiceddhi, ddu’ sordi di simenzi, e ddui di ciciari caliati, ‘cu ‘na mbiscatina ‘i nuciddhina e di favi già atturrati ! Avanti a lu cinema, nci stava allura ‘na vecchiareddha, ‘cu ‘na bancareddha, e vindiva tuttu chistu a cu trasiva, e accussì si passavanu li uri, sgranandu tantu d’occhi e masticandu ‘sti sapuri, Passaru sessantanni, e ora sugnu ccà, ‘nta ‘sta gran città, ‘u cinema è comu ‘nu triatu, avi ogni postu numeratu, nci sunnu signurini, giuvani e eleganti, arretu a ‘nu bancuni ‘i vitru scintillanti, aundi non nc’è tantu d’ accattari, e si lu voi fari, basta diri ‘na parola, o pop corn, oppuri coca cola. Certu, ora staju pensandu ca ‘na bella cosa puru sarria se donna Rosa nci fussi ccà mia. Ma chi penzeru stranu chi mi stavi ora pigghiandu!

La “meglio gioventù del tempo” - foto sul palco del Cinema Cilea


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di Rocco Militano o scorso Natale l’AssociaL zione PER PALMI ha costruito, nell’hangar dell’ex AMA in via

San Giorgio, un grande, artistico e particolareggiato Presepe elettromeccanico, con la Natività inserita nella ricostruzione fedele del borgo antico della Marinella di fine 800, sicuramente apprezzato e riconosciuto dai Palmesi, per i ricordi che ha suscitato, come il Presepe della Città. Quest’anno la stessa Associazione PER PALMI, ponendosi ancora e come sempre al servizio della Città, nei medesimi locali del capannone ex AMA ha realizzato il Presepe 2010 ricostruendo, nei livelli di paesaggio più alti rispetto alla Marinella, taluni vecchi quartieri abitativi che nel primo 900, dopo il terremoto e la guerra, hanno vissuto periodi di rilevante presenza residenziale e lavorativa di palmesi. La struttura di superficie ricreata, imponente per l’ampiezza, anche questa volta supera abbondantemente i 100 mq; contiene animazioni e movimenti elettromeccanici con affascinanti giochi di luci ed offre, delle zone interessate, una ricostruzione particolareggiata e fedele, per come visibile nelle foto dell’epoca estratte dalla grande miniera storica del socio

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Spazio ai lettori CON LA RICOSTRUZIONE DI ANTICHI QUARTIERI L’ASSOCIAZIONE PER PALMI AUGURA BUON NATALE ALLA CITTA’.

Peppe Cricrì. E’ questo il risultato che l’Associazione PER PALMI ancora una volta è riuscita a raggiungere grazie all’impegno straordinario dei componenti il Direttivo (Fonte, Brando, Oliveri, Simonetta, Melissari e Ranuccio) e di tanti soci che al lavoro comune, con grande generosità, hanno apportato tutta quanta la propria dedizione sociale: (Impiombato, Barbera, Riotto, Petta, Gaudio e tanti altri). E’ stata così realizzata un’opera di sicuro valore

artistico per la lavorazione manuale, la creatività e la cura dei particolari. Soprattutto però è stato stimolato un grande sentimento di socialità cittadina, per le sensazioni che la visione degli squarci antichi genera, e per i desiderata unanimemente espressi dai tanti visitatori che l’Associazione ha colto e nell’immediato futuro vuole realizzare. L’intento dichiarato dal Direttivo è infatti quello di collegare il Presepe di quest’anno con quello dell’anno

scorso, unificando i quartieri ricostruiti nella speranza di poter montare un giorno, in maniera stabile, le due parti, magari ampliate fino alle arcate della Villa, in un ambiente idoneo a custodire musealmente una miniatura fedele delle zone più antiche del paese, comprese quelle ormai sparite. Con questo intento e tanta dedizione, l’Associazione PER PALMI tutte le sere, dopo le 18, di fronte alla Natività, augura Buon Natale alla Città.

Se jjeu… il Presepe meccanico di Bagnara Cal.

Ogni anno, a Bagnara, si allestisce un presepe particolare. A Bagnara Calabra (RC) da più di 10 anni si realizza un “magnifico” presepe in uno dei posti più caratteristici della città, nei sotterranei della chiesa dell’Arciconfraternita del SS. Carmelo, che è la chiesa più antica della zona, fondata il 16 settembre del 1687 da Carlo Ruffo, III duca di Bagnara Calabra. Il presepe spazia in tre diorami: Annunciazione, Natività, Paesaggio. Con i suoi centocinquanta mq di superficie e più di cento pastori in movimento (altezza minima cm 13 altezza massima 170 cm), rappresenta il paesaggio e la realtà popolare Bagnarese nel periodo tra il 1700/1800 (molti particolari sono stati presi da vecchi disegni dall’archivio dell’Arciconfraternita). Tutti gli effetti giorno e notte, mare con barche in movimento, angeli in volo, sole, luna, neve, temporale ecc… sono gestiti da un computer. Può essere un’emozione unica visitare questo particolare presepio!

Se jjeu avissi a forza pemmi gridu mi jiettu pugna nta ‘na scrivanìa chi mani mei mi toccu, e pemmi vidu ‘nc’unu chi la pensa comu a mmia cioè politicamente parrandu, ‘eu chi non ssacciu tantu chi vordiri a pugnu duru sempi ddhà minandu, ‘u me’ penseri pemmi pozzu diri. A pocu servi diri ‘na palora ‘i ‘stu cuvernu chjnu ‘i moralisti chi hannu vucca larga, lingua ‘i fora e sputanu velenu a manifesti aundi strati strati troppa ggenti, tantu esempiu faci qualunquista pecchì ‘sta vita non esti coerenti, aundi sulu ‘u pugnu mancu basta. Se jjeu avissi a forza mi cuvernu forsi è troppu grossa ‘sta palora, ca cumanda sulu ‘u Pathri Eternu iddhu chi non avi lingua ‘i fora ma, sulu nu vastuni chiddhu ‘randi grossu di spessuri veramenti, è saggia a so’ palora e corrispondi a tutti li tempesti e milli venti. Se jjeu…no!!...E’ ssulu fissarìa mi dugnu saziu sulu p’a virtù sulu mi pensu ‘i quantu facerrìa, è tuttu ‘nùtuli, pecchì nci pensa Gesù. Natale Trimarchi


regolamento


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Veniamo via... con voi Elenco delle cose che mi piacciono del programma di Saviano e Fazio di Nella Cannata • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • •

E’un programma innovativo nei tempi e nei modi Si respira un clima di serenità Non si urla e non si litiga Non è la solita trasmissione ipocrita Non ci sono seni al vento e parolacce Si rispettano le persone Ogni ospite ha a disposizione lo stesso tempo C’è uguale riguardo sia per l’onorevole che per l’uomo della strada Non si fanno smancerie ma la comunicazione è diretta Si trattano i temi che interessano realmente il Paese Si affrontano argomenti “forti” con misura e pacatezza Si ospitano persone di cultura che dicono cose interessanti Lo seguono 11 milioni di telespettatori La maggior parte dei telespettatori è costituita da giovani I conduttori spiegano con parole semplici un mondo complicato Traspare il coraggio delle idee e la forza delle parole Si fa politica senza usare il linguaggio“politichese” C’è il giusto equilibrio tra serio e faceto Ci fa sperare che qualcosa potrà cambiare Riesce a svegliare le coscienze dormienti degli Italiani Riesce a mettere in ombra il “grande fratello” Fa emozionare e fa venire la “pelle d’oca”

“Nulla da dire sul dolore”

Jean Luc Nancy

di Chiara Ortuso <Sul dolore non c’è nulla da dire. Si può solo gridare o gemere. Vorrei quasi dire: si deve solo gridare o gemere e non fare né discorsi, né retorica. D’altra parte però tutto ciò che si dice e che si pensa, tutta l’arte che viene fatta e che viene desiderata, non ha altro senso se non quello

di andare incontro a questa interruzione: non di assorbirla e nemmeno di affrontarla, ma di andarvi incontro e di accettare che vi sia un’ambiguità impossibile da eliminare, come se si desse senso nello stesso punto in cui il senso si ritrae. Qualche volta il pensiero di tutto questo, mescolato all’orrore e alla tristezza ha aleggiato davanti

a me, come un pensiero che mi veniva molto vicino, pur restando impossibile da pensare…come uno sfiorare…>. Così scrive nell’ Intruso Jean Luc Nancy, illustre rappresentante francese della filosofia contemporanea. Le sue riflessioni sul dolore sono meritevoli di grande attenzione in un’epoca in cui i sentimenti umani, quali disperazione e sofferenza, vengono come non mai vilipesi e strumentalizzati. Tutti noi abbiamo assistito ad una abnorme quanto macabra proliferazione di trasmissioni televisive in cui, in merito alla tragica uccisione della piccola Sarah Scazzi , si è abusato di giudizi e analisi socio –psicologiche fini solo a loro stesse. Il dolore non fa rumore, non va urlato ma è la proiezione di uno stato d’animo profondamente ferito nella sua intimità, è espressione di un malessere fisico e mentale. Si è persino parlato, oltrepassando ogni limite di buon senso, di una presunta indifferenza da parte di una madre a cui era stata annunciata in diretta la notizia del ritrovamento del cadavere della figlia. Come se fosse possibile all’occhio esperto dei giudici umani quantificare e misurare i sentimenti contrastanti che si affollano nella mente di una donna in preda al dolore. Si assiste oggi ad una spettacolarizzazione dei sentimenti, proiezione di una società pronta a svendere senza alcun rispetto le emozioni altrui, a calpestare

la dignità umana pur di raggiungere la tanto aspirata notorietà che ‘solo’ l’audience televisivo sembra poter regalare. Da ciò, dunque, nasce l’esigenza di poter restituire un senso a quella dimensione emotiva dell’essere umano sempre più umiliata e calpestata. Il dolore è una faccenda troppo privata per essere analizzata, declamata e sminuita dai sapientoni dell’opinione pubblica. Di fronte allo strazio per la perdita di tante vittime di abusi e della violenza umana siamo obbligati al silenzio. Un silenzio che non sia sterile ma animato da un senso di rispetto nei confronti della sofferenza altrui.


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versi in libertà

Un omaggio ad un poeta...

pasquale cutugno Il dialetto e i ricordi nell’anima di un poeta legato alla sua Palmi. Sono giunte in redazione alcune poesie di Pasquale Cutugno e subito si è respirata l’aria profumata che accompagna qualsiasi scoperta. Un senso di leggerezza, ha colpito chiunque stava attorno ad ascoltare o leggere le sue piccole liriche. Un pentagramma colmo di superbe note, tutte sprigionate da un amore folle verso la sua terra ed i suoi ricordi, musica per orecchie che sanno ascoltare, un insieme di parole che fluttuano, ondeggiando, nell’aria. Esprime, Cutugno, la malattia di chi è lontano e nei suoi versi vive tutta la passione che accomuna i palmesi di tutto il mondo. Avremmo voluto, e non sarebbe stato un delitto, pubblicare altri lavori di Pasquale Cutugno ma, per motivi di spazio, ci dobbiamo fermare qui... per adesso. Buona lettura

‘U PARAVISU A differenza dell’Inferno e del Purgatorio, in questa lirica non abbondano toni solo caricaturali ma allegramente si esaltano le gioie.

‘Mbiatu se vai supra ‘n paravisu! Ti saluta San Petru,’mpena trasi e suttavrazzu poi cu nu surrisu pisca ‘n bogliettu tra li tanti spasi.* Se nesci paru,* ‘n angialu di pisu* ti porta aundi su’, d’oru li casi, cusì tra ianchi nuvuli suspisu nan hai ch’a m’apri a porta e pemmi trasi. A destra e a manca giostri, danzaturi, festuni, palluncini ed angialeddhi chi cantanu u’ Vangelu a tutti l’uri e arretu a testa, ‘nchiovanu l’aneddhi.* Quandu , poi, ti prisentanu o’ Signuri, spuntanu nta li spaddhi l’aliceddhi.

Pasquale Cutugno

Nato A Palmi 04/09/1925 Laurea : Universita’ Di Messina In Filosofia Docente Di Ruolo Negli Istituti E Scuole Di Torino E Provincia Completa La Carriera Dopo 40 Anni Di Servizio Nel 1991 Nell’itis “A. Avogadro” To. Autore Di Poesie Ha Partecipato A Numerosi Premi Letterari In Lingua E In Vernacolo, Riportando Ovunque Riconoscimenti ed Encomi.

‘U vinu i parmi Elogio sperticato per il vino di Palmi genuino e gustoso.

Se voi pemmi ti sananu li mali, se la panza tu senti carsariata,* è ‘nutili chi curri du’ spezziali: perdi li sordi e spaci la corata.* Pigghia ‘n cunsigghiu averu origginali: fatti ddu’ passi sutta a la Strazzata,* undi ‘n c’è nu vinellu speciali, natu e crisciutu ‘mmenz’a ‘sta cuntrata! E’ sangu ‘i Cristu veru e genuinu, ‘mpena l’assaggi a gula ti chitìa.* E’ trasparenti comu nu rubinu! Ti dicu sulu, menti ‘n energia chi se nci ‘nduni* a ‘n mortu, ‘n biccherinu, ‘u trovi ‘nto stratuni chi passìa.

SIRA

PAISANA

Il lento ritorno dei buoi, il suono dell’Ave Maria, sbalancano le porte alla placida sera paesana, colma di odori e sapori fragranti e di bisbiglii sulle soglie spalancate.

Se ‘mbeci nesci disparu, l’ambienti esti d’argentu e d’oru, biculuri; però nc’è tuttu non ti manca nenti: ddui stanzi, ‘na cucina e ‘n currituri.*

A passu di li voi, di ddha da’ Chiana cala la sira e anima la via; la saluta nu sonu di campana e u’ cantu ‘n chiesia dill’Avimaria.

Quandu t’annoi e voi trovari genti t’accumpagnanu i Santi Prutetturi; ddhà, ‘nte mbiati, non nci su’ parenti, laundi nenti sciarri o cungetturi.*

Di grofaddhi e di griddhi è ‘na mattana; lu celu muta la tapizzaria. Cangia lu sangunazzu ‘n porcellana, la luna, chi d’arretu o’ Munti, occhia!.

Si stavi ‘n paci,’mmenz’a li giardini, tra canti di ceddhuzzi ed armonii. Di fica, pira, l’arbari su’ chini ndi mangi fin’a quandu ti sazzii. Di sira, poi balletti e cuncertini, e cori “i Grolia Patri e Avi Marii.

La genti è fora, ‘i porti sbalancati, sapuri di cipuddha e suriaca; crìscinu ì parrarizzi nta li strati ragghi di scecchi, calameddhi ‘i naca. Tutti li strapuntini su’ acconzati: cala lu scuru e a notti si divaca.


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IL PERSONAGGIO

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GIUSEPPE SAFFIOTI - (GISA)

Gli episodi del passato, sono affreschi su un muro, che –dimenticati da gran tempo– ricompaiono a un tratto. Anche se accanto a quei frammenti ben conservati ci sono grandi spazi dove non si vedono che i mattoni sul muro.

di Cettina Angì on ricordo precisamenN te quando ho conosciuto il Professore Giuseppe Saffioti,

nato a Palmi il 7 ottobre 1920. Ma oggi, a quindici anni dalla sua scomparsa, avvenuta a Palmi il 3 febbraio 1995, mi piacerebbe tracciarne un ritratto in cui predominano sia i lati artistici, che sono stati tanti ed importanti, sia i lati umani, piacevoli, genuini che ho avuto la fortuna di conoscere ed apprezzare. Voglio ricordare, cercando di mettere un po’ di ordine nei miei ricordi, in modo semplice e con una giusta nota di riconoscenza, un uomo che amava in maniera incondizionata il proprio paese, al quale si dedicava con una passione ammirevole. Adesso lo ricordo bene. Ho conosciuto il Professore Saffioti nel periodo della adolescenza, essendo io, amica e compagna di scuola della cara Marcella, la più piccola dei suoi tre figli, la quale ha ereditato dal padre lo stesso senso artistico e il piacere della rappresentazione della realtà. Ricordo in

particolare, un viaggio compiuto in quel periodo, a Roma, in occasione di una rappresentazione dell’Ecuba di Nicola Manfroce, tenutasi al Conservatorio di Santa Cecilia, insieme ad altri componenti dell’Associazione Amici della Musica, di cui fu il fondatore insieme ad altri amici, avendo avuto da sempre una grande passione per la musica classica. Allegro, disponibile, sempre pronto alla battuta, allo scherzo, lo rivedo, nei miei ricordi, aggirarsi per casa, sempre occupato, con in mano fogli, matita ed occhiali sulla punta del naso, venire da noi a chiedere un temperamatite, una gomma o una qualsiasi altra cosa, sempre con il sorriso che illuminava il volto dolce e bonario. I ricordi sono tanti, paragonabili ad una serie di frammenti che si materializzano dentro di me, come immagini di altrettante foto, alcune più nitide altre più sfuocate. Con l’approssimarsi del Natale, in quella casa si viveva un’ atmosfera particolare, paragonabile soltanto a quella descritta dal grande Eduardo De Filippo nella famosa commedia Natale in casa Cupiello; con il professore Saffioti perfettamente calato nel ruolo del protagonista Luca, tutto preso da pastori, montagne, colla, re Magi, e via dicendo, ma soprattutto animato da un entusiasmo, quasi infantile, e da una passione, che guida la mano di chi fa arte, che sembravano non venir meno con il passare degli anni, mentre, gli altri membri della famiglia perfetti interpreti dei ruoli descritti nella commedia. Una passione, questa del presepe, che gli ha dato grandi soddisfazioni ed onori, tanto da diventare Segretario nazionale degli “Amici del Presepe”; partecipare a vari congressi in tutta Italia e all’ estero, ma soprattutto recuperare due importanti presepi: quello di Fiumefreddo Bruzio realizzato da don Antonio Rotondo e quello di Seminara realizzato da Giuseppe Pesa. Presepi che, successivamente,

hanno trovato una giusta collocazione presso i locali della Casa della Cultura di Palmi. Gisa, lo pseudonimo che egli adoperava per siglare tutti i suoi lavori e che trae origine dalle iniziali del suo nome e cognome, è stato una miniera di idee per Palmi, basti pensare che per oltre vent’anni fu il Presidente dell’Associazione Turistica “Pro Loco”; il curatore delle opere e dei numerosi cimeli che il Maestro Francesco Cilea donò alla nostra città, grazie alla grande amicizia che lo legava alla signora Rosa, vedova del Maestro; il componente della Commissione edilizia e sovrintendenza ai giardini e monumenti; il componente della Commissione per la pubblicità, propaganda turistica e dei beni culturali della Provincia; uno tra i soci fondatori del Museo di Etnografia e Folkore Calabrese, a cui donò alcuni suoi pezzi importanti. Nella sua attività artistica non esisteva un atteggiamento superficiale e, come i grandi artisti, era un osservatore ironico della vita che studiava ed amava con spontaneità, come altrettanto profondo era il suo amore fortissimo per Palmi. Chi gli stava vicino non poteva far altro che ammirarlo, era un grande artista, poliedrico, singolare, unico. Noi tutti sappiamo chi fu il professore Giuseppe Saffioti e cosa rappresentò per Palmi, elencare tutte le sue attività mi sembra superfluo e riduttivo, ma rivedendole oggi, le sue cose, a distanza di tempo, sembrano, ogni volta, farci scoprire qualcosa di nuovo. Leggendo le sue poesie, le sue canzoni, si nota l’impronta di un’intelligenza penetrante, personale. Con lui è scomparso un uomo buono, generoso, onesto nell’autentico senso dell’espressione, un uomo che ebbe una vita artistica piena e ricca, dove traspaiono le passioni, l’amore per l’arte, la sua energia intellettuale; e che con la sua attività instancabile ha contribuito a fare di Palmi una cittadina viva e apprezzata.

Stendhal

Scrivendo queste poche righe di ricordi personali, mi sono resa conto che parlando di lui, ho ripercorso, in un certo senso, un pezzo della mia vita, nella quale il professore Saffioti è stata certamente, una delle persone più care; ma in fondo il ricordo più importante di chi sia stato veramente Gisa, appartiene solo ai suoi familiari, alla moglie la cara signora Lilla, agli adorati figli Maria Cristina, Ferdinando, Marcella, e agli amati nipoti Gian Paolo, Valeria e la piccola Silvia, che certamente, potranno conservare di lui la giusta memoria, segreta ed intima, che giace custodita nel profondo dei loro cuori. Ho conosciuto bene, il professore Saffioti che ho voluto bene e che porterò dentro di me, come un caro ricordo di un tempo passato ma mai dimenticato.


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il racconto del mese

UN TRISTE NATALE

e r e v o R a l l e Eduardo D

eppure il fuoco nel camino riusciva a donare, con il suo allegro crepitio, una parvenza N di serenità al volto del corpulento signore vestito di rosso. Immobile nella sua immensa poltrona, il barbuto personaggio guardava fuori dalla finestra.

Lontano, oltre le distese innevate. Verso il sud. E scuoteva la testa, e con essa la folta barba bianca. Le renne che si godevano il calduccio della baita lo guardavano perplesso. Un Babbo Natale così nervoso ed amareggiato non l’avevano mai visto, loro. “Certo che sono nervoso!” sbottò d’un tratto Nicola (gli amici intimi, ma solo quelli davvero intimi, lo chiamavano così). Sembrava quasi aver letto il pensiero delle renne le quali, avendo capito che minacciava tempesta, distolsero lo sguardo continuando a masticare beatamente muschi e licheni. “Dopo migliaia di anni, sentirmi dire che non sono capace di esaudire un desiderio! Lo capite o no che affronto? Dare dell’incapace a me! A Babbo Natale!”. Le renne capirono che stava per raccontare ancora una volta la storia di quel posto della Calabria. E capirono, allo stesso tempo, che conveniva fingere di aver ancora voglia di sentir raccontare dell’unico, vero, grande fallimento professionale del loro principale. “Eppure me l’avevano detto che non dovevo andarci, da quelle parti. Che era meglio che mandassi un delegato, o che mi limitassi a ricevere desideri via email oppure a mezzo fax. Invece no, testardo, ci sono andato eccome, in Calabria! Come si chiamava quel posto? Ah si, la Piana”. Le renne si disposero in cerchio intorno alla poltrona, rassegnate a quella nuova lamentazione. “E ci sono andato anche contento. Una terra bellissima, baciata dal caldo sole anche d’inverno, con dei colori meravigliosi, intensi, vivi come non ne avevo visti mai. Ed ero pure convinto che sarebbe stato anche facile accontentarli, visto che tutti i paesi di quella zona mi avevano chiesto la stessa cosa. Un nuovo ospedale”. A Babbo Natale scappò un sospiro profondo. La ferita inflitta al suo orgoglio non si era ancora rimarginata. “E che ci vuole? avevo detto io. Ingenuo. Appena realizzato il primo progetto – bellissimo, eh? non avevo dimenticato nulla: moderno, multifunzionale, con eliporto e persino piscina termale – incominciò l’inferno”. “Tutti i paesi di quella Piana erano d’accordo sul fatto che l’ospedale dovesse sorgere nel centro geografico dell’area. Solo che ognuno faceva coincidere quel centro, guarda caso, con la piazza del proprio paese. C’era gente che aveva presentato cartine del ‘600 taroccate a matita, solo per dimostrare che il centro storico della Piana ce l’avevano loro, dentro casa. Altri avevano presentato documenti pubblici falsificati dai quali emergeva che in realtà l’intera Piana era un unico grande Comune: guarda caso, il loro. Altri ancora, con maggior fantasia, avevano minacciato di costruire un grande scivolo sotto l’ospedale una volta costruito al di fuori del loro paese, in modo che la pendenza finisse inevitabilmente per riportarlo nei propri confini territoriali. Altri si appellarono ai custodi della memoria storica della propria città (ogni centro di quella Piana ne ha almeno uno, di questi arcigni sacerdoti, od in alternativa due che si combattono ferocemente ed invariabilmente l’un l’altro) perché testimoniassero che nel 1327 quel tale eremita di quel tale posto aveva già intravisto in sogno – dopo chissà quanti chili di peperonata, aggiungo io – il futuro ospedale proprio in quei luoghi. Qualcuno tentò addirittura di corrompere voi, le mie fidate renne, con cesti d’erba regalo per farvi “mettere una buona parola” con me!”. La voce di Babbo Natale tremava. Di rabbia, forse. “E non serviva a niente aggiungere reparti su reparti, macchinari su macchinari. Persino il bowling ed un cinema da duemila posti avevo previsto, nel progetto. Niente. A nessuno, ma davvero a nessuno interessava avere un ospedale nuovo e perfettamente funzionante. L’unica cosa che contava era che la struttura restasse nel loro territorio”. Babbo Natale era davvero indignato. Non riusciva ad accettare tanta miopia, tanto stupido campanilismo. “A quel punto le ho provate tutte, davvero tutte. Ho proposto l’ospedale liofilizzato, così che ogni singolo paese potesse averne un pezzettino e farlo rinvenire con l’acqua quando serviva. Niente. Allora ho proposto l’ospedale-puzzle (cioè dividere la struttura in cinquecento milioni di pezzi ed assegnarne un tot ad ogni Comune). Niente. Alla fine mi sono arreso, ed eccomi qui, a casa. Infelice e sconfitto. E tra poco è Natale…” Fu a quel punto che una delle renne – la più intelligente - ebbe una meravigliosa idea, e cominciò a scalciare con lo zoccolo in senso circolare. “Cosa vuoi dirmi, cara?” chiese il buon Nicola, incuriosito. La renna continuava a disegnare cerchi nell’aria, ma Babbo Natale non capiva. Alla fine l’animale perse la pazienza e chiese con voce stentorea: “vabbè và, dammi una penna ed un foglio che ti faccio un disegno”. Perché scusate, non ve l’avevo detto: le renne di Babbo Natale sono magiche, e sanno leggere e scrivere alla perfezione… La renna a quel punto disegnò un cerchio perfetto, con una sorta di asticella sul bordo superiore. Poi un altro, ed un altro ancora. Alla fine, quattro cerchi. E quando la renna-ingegnere unì con una linea retta le quattro asticelle, Babbo Natale capì, battè le mani e saltò su. “Tutti a bordo, subito!”, urlò preparando la slitta. Mancavano poche ore a Natale. E sarebbe stato finalmente in grado di accontentare quei petulanti pianigiani!

*****

Fu così che la Piana conobbe il primo ed unico ospedale su rotelle dell’intero universo. Già, su rotelle. Proprio rotelle, come quelle dei vecchi pattini. La struttura, immensa, si poggiava infatti su di una base in cemento armato con sotto due milioni di rotelle, che le permettevano di spostarsi con (relativa) facilità. In questo modo, quindi, era l’ospedale a girare per la Piana e non gli abitanti a doverlo raggiungere. Come il circo (e qualche altra cosa…), infatti, si fermava per quindici giorni in un paese e poi ripartiva. Fu creato addirittura uno speciale corpo di volontari per il relativo trasporto (in uno dei centri della Piana si propose di chiamarlo “’Mbuttaturi dell’Ordine Ospedaliero” ma, manco a dirlo, non si trovò l’accordo con gli altri paesi e la cosa finì li). E fu così, ancora, che Babbo Natale riuscì ad evitare il primo fallimento professionale della sua lunga carriera. Vi vedo scettici, miei cari lettori. Eppure posso provare che tutto quello che vi ho raccontato è vero. Ecco qui, infatti, l’originale dello schizzo disegnato dalla renna. Il vero progetto dell’ospedale della Piana. Come faccio ad averlo? Semplice. La renna in questione, modestamente, sono io. Buon Natale a tutti.

OSPEDALE


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LE CHIESE DI PALMI DOPO IL “GRANDE FLAGELLO”

di Rocco Liberti

agli atti della visita pastoD rale dispiegata da mons. Enrico Capece Minutolo ai luoghi

ecclesiastici della sua vasta circoscrizione nel 1794, in effetti la prima attuata dopo il terribile rivolgimento causato dal sisma del 3 febbraio 1783, emergono vari dettagli in merito alla ricostruzione dei templi distrutti da quella inconsulta furia. Detti si rilevano soprattutto da scritture annesse inviate dai parroci od anche dai tecnici incaricati delle perizie. Il 10 maggio riferiva al vicario generale della diocesi, abate d. Gerardo Mele, che spesso accompagnava il vescovo quale convisitatore, a riguardo della condizione nella quale per allora si trovavano i templi della città di Palme, il canonico Francesco Antonio De Agostino. In tale luogo si era ovviato alla riedificazione di tre chiese parrocchiali e due economali. La primaria chiesa parrocchiale si qualificava naturalmente la matrice, che aveva anche titolo di collegiata e come patrono S. Nicola. Questo lo stato della stessa all’epoca: “trovasi terminata di fabriche rustiche sino al Presbiterio, e bastantemente avanzate quelle del Sancta Sanctorum con le fabriche del coro sino al livello del terreno è finita la prospettiva e tutte le fabriche sudette furono formate con disegno magnifico, essendo stata migliorata molto di gran lunga la perizia formata dall’Ingegnere del Ripartimento,

e nella medesima perché trovasi coperta solamente di tegole si sta celebrando e si esercitano tutti li Divini Uffizi”. A sua volta, la seconda chiesa parrocchiale era quella del S.mo Rosario, che risultava “anche formata con disegno specioso fino al Presbiterio, è terminato il Campanile colla Prospettiva, e per essere anche coperta di tegole si esercitano tutte le funzioni chiesastiche”. Terza ed ultima parrocchia recava intitolazione del Soccorso, ma naturalmente

Maria SS.ma del Soccorso. Tale “è finita totalmente di fabriche rustiche, manca la Prospettiva della Chiesa, e si deve finire il Campanile, e questa fu anche migliorata alla perizia”. Tutte le tre chiese risultavano però prive di sacrestia, in quanto la relativa edificazione non era stata prevista “nel calcolo delle perizie”. Di seguito lo stato delle chiese economali. Quella di S. Rocco “costruita con disegno, che decora questa Città è terminata totalmente di fabriche rustiche

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sino al presbiterio, per cui si sta attualmente fabricando, e manca totalmente la copertura. Si celebra interinamente nella Baracca sita dentro il vacuo delle mura della stessa Chiesa”. L’altra, titolata della Pietà, “trovasi dello intutto terminata a norma della perizia, e nulla manca a riserva della Sagristia, e Campanile” 1. (Endnotes) 1 ARCHIVIO VESCOVILE MILETO Acta Pastoralis Visitationis, vol. 12, ff. 29-30 (nuova numerazione).


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CULTURA E FOLKLORE

di Giuseppe Cricrì on so se capita a tutti N quel che succede a me, si avvicina il Natale e in ogni

anno che passa questa festa mi rinnova emozioni bambine, mi fa rivolgere lo sguardo indietro nel tempo, mi porta a rovistare nel passato, in quello che ho vissuto e poi ancora più indietro, in quello che mi è stato raccontato, o addirittura in quello intuito, immaginato e tratto da racconti e storie, lette o ascoltate, narrate da genitori e nonni, nelle serate antiche, riscaldate da bracieri e focolari. Quest’anno ho voluto rileggere una vicenda appresa tanti anni fa, scritta dal genio letterario del grande Leonida Rèpaci, è una vicenda che, pur parlando di un lontano Natale palmese mi ha dispiegato uno scenario remoto e suggestivo, al contempo traboccante di realismo e malinconia, ma anche pietoso e commovente. Vi inviterei a leggere tutto il libro, tuttavia la rivisitazione de “Il cappone di Natale” storia di Leonida Repaci, pubblicata in “ Racconti della mia Calabria”- Fratelli Buratti Editori nel 1931, attraverso la lettura di pochi brani tratti, ci proietterà in quel piccolo mondo antico che ciascuno di noi indovina, fra le pieghe di un emozione o, per i più anziani di un ricordo e ci offrirà la suggestione di rivivere quell’atmosfera del Natale che tanto ci manca e che forse la tecnologia e la modernità non ci saprebbero regalare mai più. Così scriveva Leonida: *** …Così giunse il Natale. Ogni chiesa preparava il suo presepe, ed ogni casa, anche la più umile, il ceppo maestoso. La sera che le varie bande, i mandolini, le chitarre e le ceramelle, iniziarono di porta in porta, la novena musicale, in onore del Gesù Nascente, gli orfani, mangiucchiando il loro pane davanti al braciere, od al lume della candela, sentirono la miseria come un mantello bagnato sulla carne viva; e rabbrividirono per freddo. I piccoli, corsero alle finestre, per sentire le musiche, ma non osarono socchiudere gli scuri. Se ne stettero con le orecchie stampate sul legno, ed un vago sorriso sulla bocca, ad ascoltare i cari ritmi, e non le staccarono che quando le musiche si allontanarono di porta in porta, giocondamente, finchè, esigue come un batter d’ali, divennero una cosa sola col palpito del loro piccolo cuore. *** …L’amore, era il cappone di Natale che una volta all’anno allietava la sua povera mensa, facendo quasi dimenticare a lui, a Cicca sua moglie, ed ai sette figli, la strettezza di un’intera annata. Il cappone era la stella polare di Peppe, <<u pulizza>> nei mesi che esso era nella mente di Dio, neppur ovo sotto la chioccia. Ma, d’agosto in la, il galletto che gli veniva regolarmente regalato da Donna Maria Rensi, per l’anima dei morti, e che Cicca castrava magistralmente, facendone un monumento, non era più un sogno, ma una bella realtà di carne, una benedizione, una consolazione, maggiore, quasi, della nascita di un figlio, il quale è una gran cosa, certamente, tuttavia non lo si può arrostire, nei giorni che la fame torce lo stomaco vuoto come il sinibbio gli arbusti teneri… *** …Il cappone di Natale! Quand’era agosto, Peppe, il quale pure abitando in capo alla stessa strada della vedova Rensi, abitualmente soleva raggiungere la Piazza Garibaldi, passando per la via più breve dei Sei Canali, mutava improvvisamente itinerario. Quattro volte al giorno, egli passava davanti al portone dei Rensi, e cercava, in tutti i modi, di farsi notare da qualcuno della casa. Eran saluti fino a terra, pretesti per attaccare discorso, soste interminabili davanti alle botteghe di rimpetto, allo scopo di rammentare alla donatrice d’ogni anno che era venuto il momento del galletto. E il galletto gli veniva dato…

Sopra: Il ceppo maestoso citato da Repaci nel primo frammento; Al centro: Antica piazza Garibaldi, oggi Lo Sardo, citata nel terzo frammento, unitamente alla via dei Sei Canali che ivi sfociava; In basso: uno scorcio che da Piazza Vittorio Emanuele, oggi I° Maggio, lascia intravedere, attraverso parte del corso Umberto I°, già Carolino, oggi Ten. A. Barbaro, la citata piazza Garibaldi.

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SAPERI & SAPORI

di Walter Cricrì

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Ammollate lo Stocco

o stoccafisso o stocco è un L merluzzo artico norvegese (Gadus morhua) conservato per di-

sidretazione. La tecnica è tuttavia adatta anche per altre specie di pesce dalle carni bianche. La precisa origine del nome è controversa: secondo alcuni deriverebbe dal norvegese stokkfisk oppure dall’olandese antico stocvisch, ovvero “pesce a bastone”, secondo altri dall’inglese stockfish, ovvero “pesce da stoccaggio” (scorta, approvvigionamento); altri ancora sostengono che pure il termine inglese sia mutuato dall’olandese antico, con lo stesso significato di “pesce bastone”. Simile al baccalà nell’aspetto, lo stoccafisso ha un sapore completamente diverso e si differenzia dal primo, che viene invece conservato mediante salatura. Nell’Italia settentrionale (in particolare nell’area della dominazione veneziana dove fu inizialmente introdotto) lo stoccafisso assume tuttavia il nome di baccalà, tanto che il rinomato baccalà alla vicentina è in effetti preparato con lo stoccafisso; nel nostro territorio viene invece chiamato stocco o pesce stocco (piscistoccu). La preparazione dello stoccafisso è paragonabile a quella di altri prodotti alimentari invecchiati, come i liquori, i prosciutti o i formaggi; importato dalla Norvegia (in particolare dall’ isola di Røst) in Italia, il pesce viene preparato immediatamente dopo la cattura. Dopo averlo decapitato e pulito, viene essiccato intero o aperto lungo la spina dorsale, lasciando le metà unite per la coda. Il pesce viene quindi messo sui supporti e lasciato all’aria aperta da febbraio a maggio (vedi foto in alto); il clima freddo e secco tipico

di quei mesi nella penisola scandinava - l’ideale è una temperatura appena sopra gli zero gradi, senza pioggia - protegge il pesce dagli insetti e dalla contaminazione batterica. Dopo circa tre mesi all’aperto, lo stoccafisso matura per altri 2-3 mesi al chiuso, in un ambiente secco e ben ventilato. Il pesce secco ottenuto in questo modo può conservarsi anche per anni ed è facilmente trasportabile e commercializzabile.

Fu proprio questa facile conservazione a bordo delle navi a farlo diventare il principale alimento dei Vichinghi. Le prime notizie sull’arrivo in Italia dello stoccafisso dicono che veniva usato come merce di scambio, importato dai paesi nordici nel 1561 a Genova, Venezia e Napoli. La storia del pescestocco in Italia prende spunto da una scrittura riportata nelle memorie di un capitano veneziano, che, pare, siano ancora custodite nella libreria del Vaticano: “Lo stoccafisso si asciuga al sole e al vento, perché è un pesce molto magro che diviene duro come legno”; Pietro Querini -1432. Infatti la più diffusa versione dei fatti sostiene che questo nobile veneziano, naufragò in Norvegia, a sud delle Isole Lofoten, nell’autunno del 1431. Per parecchi mesi, lui e il suo equipaggio, andarono alla de-

Ve n t r i c e l l e d i P e s c e s t o c c o (tr i p p ice d d h i) • • • • • • • • • •

otto ventricoli di stoccafisso 500g di pomodori pelati due cipolle un bicchiere di olio exravegine d’oliva formaggio pecorino pan grattato capperi peperoncino rosso calabrese prezzemolo aglio, olive, sale qb

Pulite i ventricoli di stoccafisso, precedentemente ammollato. Preparate il ripieno con pan grattato, capperi, formaggio pecorino, aglio e prezzemo­lo, tritati finissimi, e qualche goccia d’olio; ponetene una manciata su ciascun ventricolo disteso, che avvolgere­ te su se stesso (come si fa con gli invol­tini) e legatelo con cotone da cucina. Fate soffriggere in una pentola la cipol­la tagliata a fette e, quando imbiondirà, aggiungete i pomodori tagliati a pezzet­ti lasciando cuocere, con le olive, per un quarto d’ora. Unite, quindi i ventriceddi, sala­te, pepate con il peperoncino e fate cuocere a fuoco moderato per circa tre quarti d’ora. Si possono cucinare anche senza i pomodori. Da servire caldissimo.

riva nel mare irlandese e nel nord della Scozia, fino a che approdarono sulla piccola isola di Røst; soltanto 11 componenti del suo equipaggio sopravvissero. Furono trovati dalla gente dell’isola, e accompagnati sull’isola principale. Rimasero a Røst fino al giugno del 1432, quando, a bordo di una nave che trasportava stoccafisso, andarono a Bergen. La storia dice che abbia portato lo stoccafisso con se in Italia. In passato la Calabria, per l’importazione del merluzzo secco, faceva riferimento al porto di Napoli, capitale del Regno delle due Sicilie, dal quale con i battelli raggiungevano il porticcioli della costa. L’utilizzo secolare dello “Stocco”, viene preparato in maniera tradizionale in vari modi, diventando nel tempo un piatto tipico tra i più importanti della Calabria. Anticamente era considerato cibo “popolare”, alla portata di tutti, infatti i contadini lo consumavano e l’offrivano ai braccianti in occasione dei lavori duri della campagna, in quanto considerato un alimento ad alto valore energetico; ed ancora, la tradizione radicata vuole che, quasi come fosse un precetto, le famiglie consumino lo stocco il Venerdì Santo e la vigilia di Natale. E’ consuetudine incoraggiare il consumo dello Stocco da parte delle puerpere, che, secondo una credenza popolare (solo?!), pare sia capace

di determinare consistenti aumenti del prezioso latte materno. Sempre secondo la tradizione, era usanza offrire piatti a base di pesce stocco in occasioni di inaugurazioni o completamento di un ciclo lavorativo, ad esempio: il proprietario del frantoio (trappitu) offriva ai lavoranti un pranzo a base di stoccafisso, cipolle, pomodori e patate, in occasione da “criscita” dell’olio, cioè quando, alla fine di ogni ciclo di lavorazione, si separava l’olio d’oliva, nelle grandi vasche, per affioramento dall’acqua di lavorazione; oppure, ancora oggi, nei cantieri edili quando, dopo la colata della soletta viene issata la bandiera tricolore sul tetto dell’edificio ed offerto “piscistoccu chi patati”. Un’altra usanza vuole che lo stocco si usi come regalo: molti emigrati infatti, al rientro dalle ferie, lo portano quale regalo, magari a conterranei che non hanno goduto delle ferie. Lo Stocco viene venduto in molti negozi e mercati locali e in diverse pescherie della fascia costiera da Catanzaro a Reggio Cala-

bria. Si presenta di colore bianco e sapore corposo, un chilogrammo di stocco ha un contenuto energetico equivalente a cinque chilogrammi di merluzzo fresco, è altamente digeribile e adatto a qualunque dieta, povero di grassi, è ricco di proteine, vitamine e sali minerali. Da prodotto duro e secco il merluzzo viene trasformato in alimento commestibile attraverso una lavorazione eseguita esclusivamente in maniera artigianale, in cinque fasi, distribuite in 6/7 giorni. Come prima fase vengono tranciate le pinne esterne ed il merluzzo essiccato si immerge in acqua

nella prima di una serie di vasche comunicanti. Dopo uno o due giorni di ammollo, il merluzzo viene aperto nella parte inferiore e superiore con la “roncola”, apposito attrezzo da taglio.Il giorno successivo viene completamente aperto ed il giorno seguente si estraggono le lische e le ventresche. Nell’ultima fase viene rimosso il velo ed essendo ormai completamente spugnato, il pesce stocco sarà pronto per essere venduto il giorno successivo. In provincia di Reggio Calabria, territorio di maggior consumo dello stoccafisso in Calabria e forse in Italia, sono da segnalare due eventi che hanno come protagonista il Pescestocco: -a Mammola il 9 agosto si svolge la tradizionale Sagra dello Stocco, sin dal 1978. -a Cittanova sempre nel mese di agosto si tiene la Festa nazionale dello Stocco. Lo “Stocco di Mammola” è stato incluso dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali nell’Elenco Nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (Suppl. Ord. Gazzetta Ufficiale N°167 del 187-02 pag. 13 N°201).


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MONDO SCUOLA

Genitori si diventa… tutti a scuola!

di Loredana Della Spina

l benessere dei nostri figli I dipende da noi. Non solo il loro benessere attuale, cosa che

appare ovvia a chi ha dei bambini piccoli, ma anche e soprattutto la loro capacità di raggiungere e mantenere il benessere nell’età adulta. I genitori, pur mossi da buone intenzioni, non sempre riescono ad aiutare i bambini/ ragazzi nel risolvere le loro difficoltà, poiché si rapportano in modo imperfetto, ne bloccano la creatività, ne diminuiscono la fiducia in se stessi, compromettendo a volte lo sviluppo comportamentale. Con il corso rivolto alle famiglie, con titolo “Genitori Efficaci” PON F-1-FSE-2009-2527, tenutosi presso il 1° Circolo “R. De Zerbi”, fortemente voluto dal Dirigente Scolastico prof. Giovanni Costa, sviluppato per due mesi circa, finalizzato ad una sana azione di prevenzione e di recupero atto a migliorare il rapporto genitori/figli, ha seguito la filosofia Gordoniana e la prassi Rogersiana, secondo i programmi dell’Effectives Training Associates. Il pensiero di fondo trasmesso è che tutti gli esseri umani possono imparare ad ascoltarsi di più, a comunicare meglio, ad avere quindi un migliore contatto con se stessi e

con gli altri, per essere più efficaci nelle relazioni sociali. Il programma è stato esposto dall’esperto psicologo psicoterapeuta Dott. Maria Francesca Rotiroti e coadiuvato dalle insegnanti Giovanna Oliverio e Tina Patamia. I temi trattati sono stati molteplici; tra i più interessanti le prassi su come evitare le barriere della comunicazione, favorire ascolto attivo e passivo, trucchi e strategie per risolvere i conflitti “senza perdenti” e prevenirli modificando se stessi; metodologie su come rapportarsi con

bambini, che non hanno ancora sviluppato il linguaggio. E’ stato trasmesso un messaggio chiaro, volto al fine di indirizzare i comportamenti, gli atteggiamenti nei confronti dei più piccoli, cercando d’influire sulla strutturazione di un adeguato senso di sé, sulla loro autostima, sulla loro capacità di creare e mantenere relazioni mature e soddisfacenti per il loro benessere, e della famiglia. I genitori partecipanti hanno acquisito ed affinato molte capacità, riportando esperienze vissute e richieste d’aiuto. Il cor-

so ha profuso tecniche e metodi teorici e pratici, con l’ausilio di audiovisivi, ma anche indicazioni su quando e perché utilizzarli e con quali scopi. Con il corso, si è voluto dare la possibilità, ai genitori partecipanti, di diventare consapevoli nell’affrontare i problemi che inevitabilmente sorgono in ogni rapporto tra genitori e figli. Dal questionario di apprezzamento è emerso la soddisfazione dei corsisti, per l’esperienza fatta e la voglia di approfondirla, perché come genitori non si è mai pronti!!!


ORIZZONTALI

CRUCI…TERRA

1. Vi si celebra la Madonna dei Poveri - Il più grande giardino di Palmi 2. Lo rese famoso una lampada - Città lombarda - Il centro di Caen – Iniziali del disegnatore Pazienza 3. Anais scrittrice - Varietà di pappagallo - La precedono a Milano Associazioni non lucrative 4. Trasmette su FM 90,00 5. Ancona – Con step è un ballo – Spinto – Però 6. Lo stradone della Varia – Devoti 7. Verso del grillo – Il segno di Zorro – Idem senza pari – Sigla di vini – Insieme 8. Vezzo – Iniziali di Repaci – Erbacea delle Ombrellifere – Ha per capitale Teheran 9. Fece coppia con Ric – Studia la Terra nei suoi vari aspetti – Consuetudine 10. Secondo – Il primo re di Roma - Così è detta la nostra piazzetta inclinata – Ermanno regista 11. Un tipo di spumante – Pianta erbacea perenne - Affluente del Rodano – Lucio di Attenti al lupo 12. Dipinse il Tondo Doni – L’impulso iniziale – Oggi per domani

VERTICALI

1. Lo festeggiamo il 16 agosto - International Business Machines 2. Il santo del nostro monte - Le prime di Orazio - Quelli di parole allungano il discorso 3. Così sono detti i cinesi – Urca senza pari 4. 499 romani – Sulla tastiera del PC - Uno dei software marchiato Google 5. Il nome di Fidenco – Il gas del buco 6. Iniziali della poetessa Negri - Città danese a sud di Copenaghen Quello dei Primitives 7. Danneggiata – Quella selvatica è detta Anser anser 8. Bagna Terni e Narni – Rete informatica locale 9. Abbreviazione di pagina – La Li attrice cinese 10. C’è quella indipendente – La bevanda delle cinque 11. Lo zar detto Il terribile - Tipo di colloide 12. Livorno – Telefono in breve – Iniziali di Carducci 13. Un tipo di tessuto– Una paga giornaliera 14. In mezzo al giro - Accidia 15. Iniziali della Bellucci - Genere di teatro classico giapponese - Uragani 16. Il verde nel deserto – Preposizione articolata 17. E’ chiamata anche Zacinto – Sigla di Caserta - Il Dio greco dell’Oltretomba 18. Pignolerie – Bagna Torino 19. Un grande successo dei Pooh 20. Agenzia di scommesse – Passo delle Dolomiti 21. La sigla dello Iowa - Iniziali del regista Argento - C’è quel di Marmara 22. La nostra splendida città - Punti sulla pelle

Nelle caselle gialle comparirà il nome di un rione palmese.

di Salvatore Piccolo


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parlando di musica

I BUNARMA vincono “ Edison Change The Music 2010 “

di Cristoforo Bovi Bunarma, dopo aver I sostenuto numerose selezioni (403 band all’inizio…)

avvenute sia sul web che tramite selezioni live, conquistano la terza edizione del concorso Edison Change the Music tenutasi all’ex Propaganda di Milano, oggi LIMELIGHT il 24.11.2010, il cui primo premio consiste nella produzione e relativa promozione di un CD. Il contest musicale, primo progetto ad emissioni ZERO in Italia, nato con la cultura della sostenibilità energetica della musica, si è avvalso di

una giuria di elevato spessore, composta fra gli altri, da Elena Di Cioccio, Federica Gentile (RAI2), Franco Mussida (PFM), Nick The Nightfly (Radio Montecarlo), Piero Pelù, Magda Rodighiero (Edison), Enrico Ruggeri, Claudio Trotta (Barley Arts) …scusate se è poco. La direzione artistica del progetto è stata affidata al CPM di Milano, scuola storica di musica sorta nel 1984 da una idea di Franco Mussida con l’aiuto economico dell’imprenditore Giannino D’antonio. Il motto dei primi anni era “la scuola dei numeri UNO”;

in effetti gli insegnanti che si sono alternati alle varie cattedre, rappresentano il meglio che la musica italiana abbia mai offerto. I brani che la band Palmese ha fatto ascoltare con maggior frequenza nelle varie serate live (03.11. Conte Staccio di Roma; 07.11. Salumeria della Musica di Milano, sono stati: La danza dell’ acqua, L’onda, Fotosintesi (con video annesso che in finale ha fatto la differenza) e, nella serata conclusiva, Rrichiàmu e L’uccisione di Dragut Rais cantate totalmente in dialetto, spiazzando positivamente un po’ tut-

Steve Lukather: All’s well that end’s well

teve Lukather (L.A. S 21.10.’57), conosciuto da tutti come chitarrista/cantante

prima e, successivamente, bandleader indiscusso dei TOTO, è uno dei migliori e più quotati session man degli ultimo 30 anni. Vanta, infatti, collaborazioni con Leo Sayer, Boz Scaggs, Alice Cooper, Barbra Streisand, Pointer Sister, Michael McDonald, Cher, Cheap Trick, E.W. & F., Joni Mitchell, Michael Jackson ecc... Egli non dimenticherà mai l’aneddoto creatosi quando mandò a quel paese Michael Jack-

son, reo di averlo svegliato alle 4 del mattino dicendogli: “ciao Steve, sono MJ, avrei un brano adatto a te…”. Luke, pensando fosse uno stupido scherzo, prese a male parole il povero Jackson sbattendogli il telefono in faccia. Ma ben presto si scusò con lo stesso quando capì che il brano in questione era “BEAT IT” che Lukather condivise equamente con Eddie Van Halen!!!!! Nonostante i numerosi impegni, LUKE riesce a ritagliarsi una carriera solista. Pubblica, infatti numerosi lavori, molto diversi tra loro, ma sempre caratterizzati dall’inconfondibile “LUKE-SOUND”. L’ultima fatica discografica uscita nel mese di Ottobre 2010, si intitola “All’s well that end’s well”, viene da lui stesso definita “la migliore che io abbia mai fatto...”. Nonostante la “ modesta “ affermazione di LUKE, effettivamente dopo 2/3 ascolti, l’album coinvolge l’ascoltatore in maniera impressionante. Il brano iniziale Darkness in My

World sembra, per 1 minuto e 53 secondi, un brano “AMBIENT” , ma un riff allucinante ci introduce subito dopo nella melodia Lukatheriana più tipica. In Flash in the Pan si riscontrano influenze Hendrixiane miscelate a Southern Rock e Funk: insomma adrenalina pura. Brody’s, sostenuta da un eccellente groove di batteria, comincia come un qualsiasi brano di S.R.V. Stevie Ray Vaughan , ma ritorna presto sui passi tipici di quei TOTO che tanto amiamo. On My Way Home, ci rinnova la passione di LUKE per gli STEELY DAN e Donald Fagen, ma con suoni addirittura più ricercati (?). Non mancano le ballads, delle quali Lukather è il mago assoluto, una più bella dell’altra con assoli da manuale (che riempiranno i books degli studenti della Berklee ed anche quelli dei meno fortunati che studiano a casa…). Lavoro, quindi, molto bello e piacevole da ascoltare, sia per i nostalgici dei Toto che per i palati molto più tranquilli. Bravo LUKE! C. B.

ti, soprattutto Mussida, che premiandoli ha detto loro: “...ci è piaciuto molto il vostro particolarissimo sound, misto tra sapori mediterranei e rock”, BRAVI. Non ci resta che complimentarci con i nostri ragazzi per quanto hanno appena conquistato, augurando loro che questo sia un ulteriore passo avanti per la definitiva consacrazione. Acquistare il loro ultimo Cd per Natale, non sarebbe male, vero??? Forse lo meritano. Grazie Bunarma, CRIS.


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INTORNO ALLO SPORT

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I RAGAZZI DELLA VIA PAAL ... mi di Gianfranco Lucente acconta Stefano Benni : R “ Ai miei tempi non avevamo la televisione ,ma avevamo

un camino ,e davanti al camino c’era un nonno acceso che raccontava” Anche ora che impera la televisione c’e’ il rischio per i giovani, che un nonno inizi “la favola”, esordendo con “ai miei tempi”( e che i suoi occhi si illuminino come le luci delle feste di Natale ) e soprattutto esterni ammonimenti e rimbrotti. Il nonno saccente ricorda che il pallone era di cuoio ripieno di stoppa, in Cina. Gli Egiziani del tempo dei faraoni lo fecero di paglia o di bucce di grano e lo avvolsero in tela colorata. I greci ed i romani usavano una vescica di bue gonfiata e cucita. Gli europei nel Medio Evo e del Rinascimento si disputavano una palla ovale,imbottita di crine. Nelle Americhe la palla era fatta di caucciù e le partite erano disputate nelle cerimonie religiose sotto i templi Incas od Atzechi fra abili guerrieri che poi venivano uccisi in caso di vittoria per propiziare la pioggia. La camera d’aria in gomma, gonfiata soffiando, e ricoperta di cuoio, nacque a metà del secolo scorso grazie all’ingegno di Charles Goodyear, un americano del Connecticut. Correva e questo era il verbo giusto per ricordare il nostro giovanile anno 1960 e la Palmese dopo lustri eroici di storia calcistica, aveva dovuto interrompere le attività sportive. Noi ragazzi seguivamo un pallone nei vari cortili della Matrice, del Carmine ed addirittura (ed ora sembra impossibile visto il traffico di oggi) nella piazzetta San Rocco, in piazza Cavour o nella piazza Martiri d’Ungheria del Liceo Classico. Si lasciavano i libri dal calzolaio amico Mastro Pietro De Salvo e con mattoni o scatole da scarpe delimitavamo le porte. In attesa del numero sufficiente di ragazzi per iniziare a giocare, ci si allenava al quadrato, gioco-tennis praticato negli spazi dei lastroni di cemento che costituivano le nostre strade e delimitati da strisce nere di catrame. Non si davano appuntamenti, ma tutti sapevano dove un pallone dettava la sua legge ed in una cerimonia spontanea ed atea, si consacravano i soliti idoli. Un pallone non colorato e leggero come quello di oggi, ma uno marrone con una piega dura ed appuntita piena di grossi lacci, che nei campi di terra bagnata, si trasformava in una boccia durissima che preso di testa dal titubante e riottoso stopper gli provocava immancabilmente la visione della Madonna di Lourdes. I calzettoni troppo larghi scendevano sulle caviglie alla moda Sivori ed i pantaloni erano troppo corti con le bretelle (quelli vecchi e stinti usati da bambini) o grandi e cadenti perchè dismessi da tempo dai padri. Sopra l’immancabile canottiera di quei tempi alla Marlon Brando, una maglietta di un colore e sfumature dello stesso colore per gli altri giocatori della squadra. Nei momenti piu’ felici finalmente organizzati in squadra il buon Cecio, custode del campo sportivo, tirava fuori dal deposito scarpe di cuoio di indefinibile colore e lacci spaiati, che munite di appositi chiodi lunghi ed appuntiti perforanti l’imbottitura, ci torturano per tutta la partita (e noi zitti, muti e contenti). Queste scarpe magiche si trasformavano con il terriccio del campo bagnato in blocchi di cemento, che davano straordinaria forza al nostro tiro in porta scoccato con gambe non palestrate di giovani ragazzi. Il portiere mai molto alto, ma robusto era solito portare dei grandi pantaloni neri imbottiti da garze e cotone, per attutire tuffi che a noi sembravano quelli di Buffon o di Ghezzi Momenti spensierati e sereni di un certo meraviglioso periodo della nostra vita che, come dicono tutti i nonni, non torneranno piu’.

Un bel giorno alcuni ragazzi soliti giocare fuori dal campo sportivo sorseggiando la mitica gazzosa dei fratelli oMellino osarono entrare nel glorioso Lopresti. Lo videro abbandonato, sporco e rigoglioso di ricca vegetazione con arbusti che arrivavano alle nostre spalle. Fu un fischio e tutti i ragazzi della Via Paal ... mi, avevano deciso, dopo aver organizzato la prima olimpiade cittadina sull’entusiasmo di quella di Roma del 1960, di utilizzare le stesse medaglie, per dare inizio al primo torneo calcistico cittadino e di riunirsi in rioni (anno 1962). Ramazze e detersivi rubati a casa per pulire gli spogliatoi, falcetti per tagliare gli arbusti ed una vecchia porta con la rete per appianare il terreno, calce per tracciare a mano linee non certo diritte e delimitare il campo . Tutto era pronto e nel frattempo avevamo costituito otto squadre di 11 elementi : Il Successo di Orlando – maglia bleu Il Carmine di Carlo Nastri maglia azzurra La cittadella di Carmelo Saffioti detto Akim - maglia bianco-nera La squadra di Seminara di Vitetta maglia azzurra I lupetti della Virtus di Lacquaniti, Amoroso (e con un ragazzino Alberto Arbitrio, futuro giocatore di Serie A ) con maglietta viola e scudetto tricolore microscopico. Il Piave di Parisi e Tripodina maglia verde La Iossa e Rione Pille forse con la maglia della Sampdoria e se dimentico i nomi dovete scusare la mia scarsa memoria, ma sono trascorsi quasi cinquanta’anni Fu un successo di pubblico e non certo economico, ma da quel momento si riprese ad avere entusiasmo per il gioco del calcio, alcuni dirigenti diedero vita alla IUVE Palmi formata da tutti i migliori giocatori del torneo e … poi dopo la fusione con questa squadra la Palmese vinse campionati fino alla Quarta serie e con la nostra squadra della De Martino (torneo giovanile di allora) impegnata onorevolmente nel campo del Cosenza, del Crotone e del Catanzaro di allora. Questa breve favola di nonno, per dire ai ragazzi di oggi, che non basta un manifesto per risvegliare entusiasmo, ma impegno, lavoro e olio di gomito. Se gli spogliatoi del campo sono sporchi ed inagibili, si possono comprare detersivi vernici e colori e non aspettare che tutto venga dall’alto e che si perda nei tempi lunghi delle promesse. I brevi anni della vostra giovinezza hanno bisogno di altro: di iniziative spontanee, di bancarelle, di giornali da vendere e … di qualche nonno generoso. Voi siete il presente ed il futuro del nostro paese e vi dovete sentire non vittime ma protagonisti. Demiurghi di una nuova allegra, incasinata, civile ed agitata realtà, ma che voi dopo tanti anni riconoscerete come vostra.


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INTORNO ALLO SPORT LO SPORTING PALMI TRA IL DIVERTIMENTO E LA CULTURA SPORTIVA... a nostra società sportiva è nata con l’intento di creare un gruppo L di amici che siano giocatori, dirigenti, soci o semplici simpatizzanti che, sotto un unico e comune denominatore, qual’è la passione per il

Si si

è conclusa la XVI edizione della maratona di Palermo, svoltaDomenica 21 Novembre, lungo il bellissimo circuito cittadino.

di Marcello Surace e nazioni partecipanti sono state 27 (Francia, Belgio, Austria, L Svizzera, Kenia, Etiopia, Inghilterra, Germania, Usa, Francia, Marocco, India, Giappone, Canada, Ungheria, Norvegia, Spagna, Ca-

merun, Olanda, Polonia, Messico, Slovacchia, Slovenia, Taiwan, Finlandia e Ucraina). Le competizioni previste sono state la maratona sulla distanza classica dei 42,195 km, la mezza maratona sulla distanza dei 21,097 km. Anche quest’anno, nel cinquantenario del trionfo di Abebe Bikila all’Olimpiade di Roma 60, sono stati i campioni etiopi a farsi valere. Tra gli uomini vittoria di Tsegaye Dissasa chiudendo in 2h18’57” con un rilevamento cronometrico condizionato dal caldo, dal vento e da un percorso non facile. Tra le donne ha vinto l’etiope Amelework Bosho con 2h47’50. Nella mezza maratona ha vinto chiudendo a in 1h11’36” il palermitano Filippo Lo Piccolo (Violetta Club Lamezia Terme), che è stato, pensate un pò, primo degli europei due settimane fa a New York; mentre per le donne ha vinto Maura Tumminelli 1h29’54” (Track Club Caltanissetta); Il running Palmi anche questa volta era presente con ben 13 atleti e tutti hanno svolto una bellissima gara con tempi di assoluto rispetto per quanto riguarda la mezza maratona: (Gullo Roberto 1h33’04’’; Fameli Antonio 1h39’40’’; Solano Francesco 1h40’08’’; Melara Antonio 1h41’16’’; Isola Rocco 1h41’42’’; Calabrò Emilio 1h42’16’’; Alvaro Giuseppe 1h42’44’’; Melissari Antonio 1h43’07’’; Solano Domenico 1h.43’:44’’; Surace Marcello 1h44’46’’; Saffioti Antonio 1h:46’38’’; Todaro Rocco 1h50’00’’; Fazzalari Alessandro 1h56’34’’. I complimenti vanno fatti, oltre a tutti gli atleti per il risultato ottenuto, all’atleta Fameli che, all’eta di 50 anni, ha fatto una gara a dir poco eccezionale, considerato che si è avvicinato a questo sport da pochissimo tempo, e preso atto che, per problemi di lavoro, si allena pochissimo. Insomma un atleta “puro sangue”. Correre a Palermo in mezzo ad una moltitudine di partecipanti, riconosciuta per la sua storia millenaria e apprezzata per il notevole patrimonio artistico ed architettonico, vi posso garantire che è una esperienza da vivere. E poi il giorno prima visitare Palermo da turisti, mangiare insieme, “spaccarsi” dalle risate, divertirsi i maniera sana, si avverte la sensazione di ritornare bambini vivendo momenti di spensieratezza. Per questo motivo, gli atleti del Running Palmi si possono ritenere fortunati, poiché riescono a praticare questo sport a livello amatoriale in contesti di divertimento, di benessere e di turismo. Pertanto, un invito a tutti gli interessati ad iscriversi all’associazione Running Palmi. Non mi resta che salutarvi e darvi appuntamento alla prossima occasione per potervi raccontare un’altra esperienza di sport e di amicizia.

gioco del calcio, hanno voluto dare vita ad una sana e simpatica realtà che oggi è lo Sporting Palmi. Una Società dove molti hanno, chi più e chi meno, dato il proprio contributo, a partire dalla decisione di creare la squadra di Ciccio e Maurizio Tedesco, alla gestione dirigenziale tra cui il Presidente Pasquale Pellegrino, i Presidenti Onorari Carmine Melara e Tonino Orlando, il cassiere Antonio Zappone, il Vice Presidente Rocco Schipilliti (alias Rocco TU), il segretario Pino Strangio(alias l’avvocato), Chicco Crocitta, Dario Cambrea, Rocco Gagliostro, alla gestione tecnica di Franco Leonello (alias Moggi), persino alla scelta del nome del mitico dott. Pino Vincenzi, e per finire, all’infinità di calciatori che in tre anni si sono susseguiti. Non abbiamo la presunzione di fare calcio con la C maiuscola, perchè quello è un’altra cosa che, a Palmi, è già ben rappresentata dalla nostra cara e gloriosa US Palmese. Ma ci piace l’idea che, chi viene a vedere le nostre partite, possa godere di uno spettacolo che quanto meno gli somigli nella forma, ci piace allo stesso tempo far trasparire la nostra volontà di divertirci col gruppo che abbiamo creato e con l’avversario di turno. Fino ad oggi, fortunatamente, ci siamo riusciti! Perché siamo una squadra che fa gioco in modo spensierato e che non ha ambizioni di promozione o chissà quale altre mire, ci siamo riusciti perché il nostro stare insieme è un angolino che ci siamo ritagliati per noi stessi, per fuggire dallo stress quotidiano e con in testa il solo desiderio di divertirsi. E per chi sostiene che la terza categoria sia solo un posto dove dover necessariamente litigare e scontrarsi con avversari provenienti da realtà più degradate delle nostre, siamo costretti a malincuore a dire che, forse, è proprio la nostra cara e amatissima Palmi che calcisticamente porta la bandiera del degrado. Non facciamo riferimento solo alla struttura da terzo mondo, ma anche alla mentalità che abbiamo riscontrato in alcuni nostri compaesani quando ci siamo trovati da avversari, senza naturalmente voler fare di tutta l’erba un fascio... Lo sport ha aiutato molti di noi a crescere come uomini, ci ha resi più socievoli e più consapevoli di quelle che sono le realtà a noi vicine, siamo andati in paesi e città dove, probabilmente, non ci saremmo mai andati se non fosse stato per lo sport. Queste realtà, si sono presentate a noi per quelle che erano, con le loro strutture e la loro educazione sportiva, si sono presentate e sono rimaste nella nostra memoria, per quello che noi abbiamo potuto vedere di loro e, mi riferisco a chi conosce lo storico Lo Presti; un po di vergogna, noi, la proviamo ogni domenica. Non ci interessa puntare il dito su vecchie e nuove amministrazioni, ma ci preme sensibilizzare chi ci amministra ora e chi lo farà in futuro, affinchè capisca l’importanza civile, educativa e di immagine che lo sport ha in una città, destinandogli le giuste attenzioni e le dovute risorse, soprattutto a Palmi! Si! Perché proprio il nostro paese, culla della cultura nella piana, è tenuto anche storicamente a rivestire un ruolo di traino culturale in ogni campo e che deve renderci più responsabili in tal senso. Noi dello Sporting Palmi, ci muoviamo nel nostro piccolo in tal senso. Vogliamo sensibilizzare la nostra città e le realtà a noi vicine, ad uno sport più sano, facendo vedere che non e’ il risultato della partita ciò che conta, ma il modo in cui essa viene interpretata e il grado di partecipazione che ne è scaturito, da parte nostra come società sportiva, delle persone che ci seguono e ci vedono giocare e in fine, ma non ultimo in ordine di importanza, degli avversari. Perché per noi dello Sporting Palmi, gli avversari sono prima di tutto ospiti che devono essere trattati come tali, come se li ospitassimo a casa nostra. Nella speranza che lascino la nostra amata Palmi con il bel ricordo di una bella trasferta di sport e, perchè no, con un bagaglio culturale sportivo arricchito... da noi!!! Auguri di Buone Feste Palmi e naturalmente ...Forza Sporting Palmi! Francesco Tedesco


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Pino Cogliandro:un sogno svanito

Pino Cogliandro, il secondo in piedi, campionato 1969-70, quando era idolo del Derthona di Rocco Cadile ianni Brera, il più granG de giornalista sportivo che l’Italia abbia avuto, cosi ha det-

to di lui: “Quell’ira di Dio, il numero sette, per la sua velocità e leggerezza nel correre, sembra volare”. Il noto giornalista presente per un servizio stampa, in quell’amichevole tra la Sampdoria che militava in serie A e il Derthona, serie C, di Pino Cogliandro, protagonista indiscusso di quell’incontro, ebbe parole di elogio per quel giovanissimo atleta proveniente da Palmi. Pino, dopo aver percorso il cammino calcistico nelle giovanili della Palmese, allenati da don Peppe Tedesco, esordì giovanissimo in prima squadra sotto la guida di mister Soffrido che capì sin dal primo momento che lo vide giocare, che quel ragazzone biondo dagli occhi chiari aveva le carte in regola per diventare un campione. Infatti, al termine di quell’annata, la Palmese lo cedette al Derthona. Pino, partì con la valigia di cartone, alla ricerca di un futuro migliore e più dignitoso. Quanti sogni, quante speranze e aspettative. Voleva dare una risposta ai genitori, persone perbene di sani principi, e soprattutto ai fratelli Cic-

cio e Carmelo che orgogliosamente lo seguivano con amore e trepidazione, ma anche agli amici e quei ragazzi che giocavano a calcio e s’identificavano in lui. Diventò subito il beniamino dei tifosi per i suoi gol sublimi e di rara fattura. Rappresentava il prototipo dell’attaccante di razza; veloce, scattante, dai funambolici e ubriacanti dribbling e una portentosa elevazione. La sua “cattiveria” e coraggio, affascinava e coinvolgeva, rappresentando al meglio la voglia battagliera di un ragazzo che voleva emergere, partito da Palmi con la speranza di un riscatto sociale. Talento, sacrificio e impegno lo portarono a farsi strada, tanto che arrivarono i complimenti e gli articoli sui giornali che gli aprirono le porte verso traguardi più prestigiosi. A tal proposito possiamo citare due singolari episodi; il primo, quando in elevazione superò il portiere battendo con la testa contro la traversa, subendo una lesione all’arcata sopraciliare; il secondo, nello spareggio, valevole per la permanenza nella categoria, quando presa la palla a centrocampo s’involò superando come birilli la difesa avversaria fermandosi poi sulla linea della porta guardando gli spalti, prima di

Una figurina Panini di quando Pino Cogliandro militava nel Sorrento (in basso a sin.)

Un famoso goal; entra in rete dopo aver saltato tutti, portiere compreso. Prima di segnare si ferma, orgoglioso, sulla linea.

buttare la palla dentro. Quello fu il gol della salvezza. L’anno dopo fu chiamato da Fulvio Bernardini l’ex C.T. della Nazionale, nella Sampdoria, dove iniziò il ritiro precampionato. Bernardini rigido alla disciplina, lo invitò ripetutamente a tagliarsi la barba e i capelli, richiamandolo ad un comportamento più responsabile, cercando di inculcargli il “dovere” di spendere bene quell’opportunità e, sentitosi richiamato duramente, rispose con la spontaneità che lo contraddistingueva, “a calcio si gioca con i piedi e la testa”. Qualcosa in lui stava cambiando. Pino non aveva capito che a quei livelli bisognava ubbidire e rispettare le regole. Pagò quella risposta decisa e ingenua, con la successiva cessione al Sorrento in serie B. Pino ha sempre riconosciuto, in virtù della sua esperienza, “che a volte il talento non basta. Ci vuol ben altro per strappare il successo e l’etichetta di campione”. La sua testimonianza è un messaggio che vuole dare ai giovani promettenti, invitandoli “a non farsi sfuggire le opportunità positive che la vita ci offre”.

Aveva un legame profondo con la sua Palmi e, non disdegnava di rientrare per respirare aria di casa. Lo ricordiamo, a quei tempi con la lancia G.T. , un bolide che pochi potevano mantenersi. Evidentemente non aveva reciso il cordone ombelicale che lo legava alla sua terra, forse per questo motivo attraversò un periodo di conflittualità col pallone che fino a quel momento gli aveva dato tante soddisfazioni. Quell’anno disputò poche partite in serie B. Ceduto all’Imperia, giocò un’altra annata, per poi rientrare a Palmi e giocare nella squadra locale. Probabilmente aveva meditato quella scelta. Ed è proprio nel momento in cui il sogno svanisce, che Pino , invece di piangersi addosso, esamina la sua vita e decide di intraprendere un’altra strada, fissando una scala di valori: l’amore per la sua compagna, i figli, gli affetti. Al posto di un mondo dorato percorso inseguendo un pallone, ne ha scelto un altro costruito con il lavoro di tutti i giorni, facendo dalle piccole gioie quotidiane la propria ragione di vita. Può essere condannato per questo?

Palmi: all’Atletica Minniti il primato regionale di Rocco Cadile ’atletica Minniti, non finisce L di stupire. Ancora una volta è stata protagonista nella manifesta-

zione organizzata dal Comitato Provinciale di Reggio Calabria che si è tenuta sulla pista del Campo Scuola del Rione Modena. I ragazzi allenati dai Proff. Vito Muratore e Michele Avenoso, non si sono smentiti, regalando ai loro allenatori, il record regionale nelle staffette 4x50 esor-

dienti, sia maschile che femminile, “sfrattando” dall’albo il primato regionale all’Atletica Olympus che deteneva dal 2002. Gli atleti della staffetta maschile composta da Andrea Costa, Giuseppe Saffioti, Andrea Riotto e Salvatore Scarfone hanno vinto con il tempo di 30”8, mentre quella femminile con Silvia Ferraro, Alice Caracciolo, Aurora Barone e Nikole Gismondo hanno fermato il cronometro a 33”1. Si è anche distinto Luca Sergi nella gara del giavellotto, mentre per la cate-

goria dei cadetti il miglior risultato è stato ottenuto da Andrè Brizzi nei 300 ad ostacoli. Il Prof. Vito muratore ha voluto sottolineare l’importanza della manifestazione e dei primati conquistati. “Lo sport è una metafora della vita ed è parte integrante della stessa, soprattutto nell’età adolescenziale; è una via preferenziale per educare, perché non ammette mediocrità chiedendo tutto. Nello sport così come nella vita senza impegno e senza sacrifici nulla si ottiene”.


NUMERO 12 - DICEMBRE 2010  

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