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Perugia: la strategia della paura.

L'immigrato è il capro espiatorio che assume su di sé le colpe di tutta la comunità. Prima di riprendersi la città bisogna riprendersi «Come in guerra. Dall'inizio dell'anno la forte offensiva delle forze dell'ordine ha portato a oltre 300 allontanamento di questi figuri. Altri stanno cercando di riempire questi vuoti e da qui la guerra tra bande. Perdipiù, sono di una violenza unica. La Primavera dell'Africa del Nord è stata una bella cosa, ma tra i prezzi da pagare c'è quello per cui persone particolarmente violente, abituate alla violenza, sono arrivate in Italia e a Perugia». V la d im ir o B o c c a li, s in d a c o d i P e r u g ia

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erugia, centro storico, 8 maggio 2012, notte: scontri tra bande di spacciatori, accoltellamenti, colpi di arma da fuoco, vetrine rotte e arredo urbano rovesciato. Perugia 9 maggio comincia, dopo la violenza di strada della notte precedente, la violenza dell'ovvio, dell'ipocrisia, dell'ignoranza dei media locali, dei rappresentanti delle istituzioni, degli "operosi cittadini perbene" e dei "sinceri democratici di sinistra e di destra". Il sindaco Boccali non sa fare di meglio che parlare di "dichiarazione di guerra alla città", della necessità di difendere la città con ogni mezzo e infine pensando alla candidatura di Perugia e Assisi a Capitale Europea della Cultura e insieme alla sua rielezione, rimuovendo ogni censura da finto progressista di sinistra, ha citato Sarkozy quando dichiarava guerra alla feccia delle banlieue: " è ora che Perugia sia bonificata con una azione decisiva che spazzi via questa feccia". "Spazzare via questa feccia", appellarsi allo Stato come garante della sicurezza e della legalità, scrivere una lettera accorata al Ministro dell'Interno e infine la decisione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di utilizzare forze «ad alto impatto» a supporto delle misure in atto, ovvero la decisione di impiegare reparti mobili della celere di Roma e Firenze per riprendere il controllo del centro storico... Bene! Tutte queste misure servono in primo luogo a scaricare la responsabilità morale e politica di un'intera classe dirigente locale, dal PD a Rifondazione, che ha prodotto la progressiva desertificazione sociale del centro storico, sul "lato cattivo della città": gli immigrati. Col miraggio di creare una nuova economia profittevole del centro storico e della città sul mercato turistico

internazionale, negli ultimi anni, le amministrazioni locali hanno proceduto a determinare le condizioni di una mercificazione diffusa dell'ambiente urbano. Ma evidentemente, dove si elimina lo spazio sociale, dove si cancella il valore d'uso di strade, piazze, giardini e dell'abitare, si amplia lo spazio della violenza. Purtroppo la fabbrica degli eventi culturali non ha portato gli effetti sperati. Non ci sono enormi flussi di turisti disciplinati e paganti in grado di sostenere l'economia sociale del centro storico e nemmeno tali da garantire le rendite di posizione immobiliare e commerciale di questo pezzo di città. La "socialdemocrazia dal volto urbano" sotto la spinta della ristrutturazione economica e della crisi sta consumando i suoi ultimi fallimenti. Politiche di decentramento dei servizi, ricostruzione fittizia di "identità di quartiere", spesa pubblica, non sono più in grado di ricomporre i conflitti che derivano da una crescente polarizzazione sociale e dalla crescita vertiginosa delle disuguaglianze. Il mercato come unico gioco possibile in città non salva nulla del welfare e non tollera gli interessi delle minoranze. La cosiddetta "qualità della vita", inflazionata nella retorica della città "ecocompatibile", è ormai del tutto privatizzata. Sopravvive, come una merce che ha bisogno di essere continuamente scortata dalla polizia, tutelata e difesa da una sorveglianza senza-voltovideoelettronica senza più limiti. Il tema ossessivo della "sicurezza" non fa che codificare in termini di fiction popolare e di propaganda mediatica il fatto che la "qualità della vita" è una merce e che come tutte le merci ha un prezzo che non tutti possono permettersi.


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' evidente che il "grado di vivibilità" della città si può valutare o misurare solo in riferimento ad un sistema di valori (quale?). Definizioni come "quartieri degradati", "in crisi", "a rischio" esprimono metaforicamente la connotazione urbana imperante dei problemi sociali che prevede "interventi mirati" su spazi e soggetti specifici e che legittima un discorso di deresponsabilizzazione dell'intera collettività. Intanto gli amministratori locali non sanno fare di meglio che dedicarsi ad esercizi di rating, ansiosi di pubblicizzare la propria posizione nella graduatoria dei luoghi dove si vive bene per attirare investitori e abitanti pregiati. Attrarre investimenti e imprese esterne questo è il principio ispiratore delle politiche urbane per assicurarsi la prosperità (di chi? in che termini?) nei circuiti del mercato mondiale. A che prezzo? La discussione intorno alla questione del degrado del "centro storico", oggi, è l'emblema di un'immagine della città messa in cornice per la vendita sul mercato internazionale e di una politica di "sviluppo" locale che continuamente frana sotto gli effetti, non previsti e non voluti, di quella mercificazione radicale dello spazio vista, da una miope classe dirigente, come l'ultima novità in materia di evoluzione economica. In particolare, il trattamento-riqualificazione del "centro storico", secondo i vecchi e mai tramontati paradigmi della "rendita urbana", si è rivelato un vero è proprio fallimento politico ed economico per le amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni. Il paradigma della "rendita urbana" prescrive che il valore complessivo di una città e dei suoi singoli edifici e aree dipende dalla quantità di capitale fisso sociale che essi incorporano (infrastrutture e servizi ma non solo...). Inevitabilmente, questa valorizzazione della aree urbane, che si distribuisce anche sui singoli edifici, senza adeguate contromisure, si traduce in un maggior costo d'uso dello spazio urbano. Questo paradigma di "riqualificazione" del centro storico ha reso il suo spazio urbano più costoso per abitare, produrre, studiare, per i servizi. Questo aumento del costo d'uso del centro storico ha prodotto un oggettivo processo di espulsione degli abitanti che non erano in grado di pagare gli "incrementi di rendita" (come attività a basso valore aggiunto, le famiglie a medio e basso reddito, studenti etc.). Diversamente, sono rimasti, o piuttosto si credeva che si sarebbero trasferiti, in questa area

"valorizzata", degli "abitanti di prestigio", cioè quelli che avrebbero potuto sopportare maggiori costi e che avrebbero considerato l'insediamento nell'area una questione di status (famiglie ad alto reddito, attività produttive e servizi ad alto valore aggiunto etc.). Ma il centro storico "ristrutturato" per il mercato alla fine più che alimentare questo virtuoso circuito della rendita si è ritrovato senza più abitanti e con dei "city users", clienti e consumatori che non nutrano alcun "senso di responsabilità" per il luogo che attraversano. La messa in scena della storia, della tranquillità e della sicurezza al suo ultimo stadio, ora, non può annunciare altro che la trasformazione definitiva del "centro storico" in un grande centro commerciale all'aperto. In un non-luogo che non avrà altro capitale culturale se non quello reificato e omogeneizzato delle disposizioni, degli stili e dei linguaggi del consumatore, con tutti gli effetti collaterali che questo comporterà nei termini di un'ulteriore "degrado sociale" dell'ambiente. Punto zero del processo di mercificazione dell'ambiente urbano, nell'ipotesi francamente molto naif di uno sviluppo del territorio di matrice unicamente turistica, è la rarefazione delle relazioni sociali e infine la violenza della disperazione. Violenza generata da una vita di merda. Come sempre vale il vecchio adagio: nessuna pace e nessuna sicurezza senza giustizia sociale. Gli ipocriti, classe dirigente della città e della regione, hanno perseguito l'idea di uno sviluppo economico locale con un motore fatto di flussi turistici organizzati e prestigiosi. Ora, questa strategia di sviluppo sta dando i suoi frutti: mercificazione delle relazioni sociali, messa all'asta di tutte le risorse ambientali e storiche disponibili, trasformazione della città e del centro storico in un luogo senza anima, senza identità, che ha smarrito il suo genius loci. L'ipocrisia di un'intera città comincia a salire come una marea inarrestabile quando si vogliono tutti i benefici e tutti i profitti che questa strategia del fare soldi comporta senza le contraddizioni, i conflitti che ne conseguono... Allora dagli con la caccia al tossico sotto casa, dagli con i raid mentali e mediatici contro i migranti e vai!, vai con con le sirene della legalità, della convivenza civile ed ordinata e vai!, vai con il dimenticare quanto costa socialmente e quanto costa in termini di vite stuprate questo psicotossico benessere perugino... Ma la Belle Époque è finita...


Città-mercato, città-immagine, città- legislazione e studi del Consiglio regionale) . Poi ci sono i dati del Sert a raccontare il resto: nel 2006 cablata...

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progetti "spettacolari" da Umbria jazz ad Eurochocolate, dall'Umbria Water Festival alla candidatura di Perugia-Assisi a capitale europea della cultura sono tutti volti ad esercitare una rigenerazione promozionale dell'ambiente e la produzione di "eventi culturali" viene presentata come una risorsa per la creazione di un valore economico eco-sostenibile per la città. Essi rientrano a pieno titolo nelle strategie di marketing territoriale che mettono in vendita il territorio e la città sul mercato turistico internazionali. Alle pratiche sociali collettive tradizionali così, lentamente, si sostituiscono tessuti di relazionali e interazioni per la produzione di valore economico. Una produzione che sotto la réclame della creazione di un terziario "ad alta intensità di conoscenza" alimenta forme di lavoro ad alta intensità di sfruttamento e a bassa intensità di diritti e reddito. Fondazioni, banche, enti locali finanziano e orientano la costruzione di eventi culturali per accrescere la competitività economica del territorio. Ma gli eventi spettacolari, in definitiva, animano solo il commercio della fiera dei sensi e costringono il "capitale umano", che da più parti si usa evocare come il motore dell'attività economica, a sottostare, in cambio di salari da fame, ai diktat di un intreccio di poteri consolidati, di lobby pietrificate, di gruppi dirigenti che si affannano a tenere in piedi equilibri di consensoclientelare fondati su una spesa pubblica sempre più ridotta. Sotto il discorso della costruzione di "un innovativo sistema terziario" per agganciare il nodo-territorio ad una rete globale, si nasconde la realtà del profitto per un élite privilegiata e grigia disposta a fare affari anche con la mafia. Per le mafie l’Umbria non è terra di passaggio, qui le organizzazioni criminali hanno deciso, come altrove, di impiantare le loro basi, di stanziare, penetrando dapprima il mercato dei traffici illeciti, appropriandosi poi delle attività commerciali e di ristorazione (il centro storico perugino in questo è uno scrigno che contiene molti di questi “misteri di mafia”). Nel 2011 l’Umbria ha conquistato il triste primato per morti per droga in Europa (2,8 ogni 100.000 abitanti), segno anche di una importanza centrale della regione nelle rotte nazionali dei corrieri della droga. I decessi per droga, in Umbria, avvengono soprattutto nella provincia di Perugia (nel 2007, 32 su 38 totali); (fonte: Processo

3.418, l’80% uomini, età media è di 32 anni per lo più dipendenti da eroina. Più della metà delle persone in carico al Sert ha un lavoro, il 31% ha un’istruzione superiore e circa il 7% sono studenti universitari. (...). Questo commercio (di sostanze stupefacenti, che per la cocaina è pari a 446 chili annui venduti), è da tempo direttamente in mano alle mafie straniere con la collaborazione oggi più che mai della camorra e della ‘ndrangheta. Quest’ultima -come sottolinea l’ultima relazione della commissione parlamentare antimafia - con la sua struttura capillare è ormai player unico del traffico internazionale di droga.

"E' inutile spiegare alle persone sbagliate ciò che è giusto. L'abbiamo fatto abbastanza."

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a mercificazione "dell'ecologia locale" produce deserto sociale e le responsabilità sono ampie, stratificate e partono da lontano. Ma ora, sfortunatamente, disgraziatamente, dovremo sorbirci la fiera dei luoghi comuni alla Front national, delle banalità feroci sulla "sicurezza", sugli "immigrati", sugli "spacciatori", la "legalità"... Noi, minoranza di una minoranza, che questa città l'abbiamo vissuta, amata, occupata e attraversata abbiamo detto la nostra. Chiaramente queste sono riflessioni parziali, che non descrivono tutto gli aspetti possibili della situazione sociale a Perugia, ci piacerebbe che si sviluppasse un dibattito lontano dalle emergenze, dall'ardore del momento, dal “tocca fare qualcosa a tutti i costi”, il sito Info404.net è aperto ai contributi di tutti, i paletti li conoscete ;)

http://www.info404.net info404@liste.oziosi.org

http://info404.net/node/1


Perugia, la strategia della paura