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UNA RICERCA D’ARCHIVIO SULL’AFFIDAMENTO FAMILIARE NEI PROCEDIMENTI DI ADOTTABILITÀ AL TRIBUNALE PER I MINORENNI DI MILANO

Obiettivi dello studio e selezione del campione La presente ricerca si è posta come obiettivo la descrizione di un campione di procedimenti relativi a minori per i quali era stato aperto al Tribunale per i Minorenni di Milano1 un fascicolo di adottabilità, poi conclusosi con non luogo a provvedere o con una dichiarazione di adottabilità con accoglimento dell’opposizione. L’intento era quello di analizzare tali procedimenti per individuare eventuali correlazioni tra variabili che: -

conducano ad effettuare un affidamento familiare (intrafamiliare o eterofamiliare) anziché far propendere per un’adozione;

-

possano essere predittive di un buon affido o, più in generale, dell’intero progetto a favore del minore;

-

possano evidenziare potenziali rischi o risorse all’interno del procedimento a tutela del minore.

La ricerca d’archivio è partita dalla consultazione dei registri di adozione nazionale relativi agli anni 1984-1990, per estrarre il campione di minori per i quali non si era fatto seguito all’adozione. Sono stati selezionati 202 nominativi; per 17 di questi non è stato possibile reperire la scheda computerizzata che indicasse il tipo di provvedimento adottato, mentre 113 nominativi sono stati scartati o perché il provvedimento non corrispondeva ad un affido familiare o poiché esso non veniva indicato chiaramente nella scheda. Per 17 dei rimanenti 71 minori non sono stati reperiti i relativi fascicoli; questi casi riguardavano: 12 affidamenti eterofamiliari, 4 affidamenti intrafamiliari (2 a nonni e 2 a zii), 1 affido sia eterofamiliare che intrafamiliare (allo zio). Dall’analisi dei restanti 54 casi è emerso che: -

per 4 minori non si era potuto attuare l’affidamento eterofamiliare disposto da decreto;

-

dalla lettura dei fascicoli relativi a 9 minori, non era in realtà stato disposto alcun affido familiare;

1

In tre casi la prima apertura è stata fatta in un altro TM, ma poi il caso è diventato di competenza del TM di Milano.

1


-

per 2 minori era stato disposto l’affido, ma poi la competenza relativa al caso era diventata di un altro TM e pertanto non si poteva controllare l’evoluzione della situazione del minore fino ai 18 anni.

Infine, sono stati inseriti nella griglia e sottoposti ad analisi statistiche-correlazionali i dati relativi a 39 minori.

Descrizione e operazionalizzazione delle variabili Il campione analizzato si compone di 39 minori: 14 femmine e 25 maschi. I dati sono stati ricavati dalla lettura di tutti gli atti presenti nei fascicoli relativi al minore o ad eventuali fratelli; i documenti di maggiore rilevanza che si ritrovano più frequentemente nei fascicoli sono: le relazioni dei diversi servizi, le audizioni in TM, i decreti, le istanze. Le decisioni del Tribunale si basano poi sostanzialmente su questa documentazione. Le categorie generali che raggruppano le informazioni sottoposte ad analisi riguardano: informazioni generali sul procedimento, dati sociali familiari, elementi di rilievo della vita dei genitori, organizzazione dell’intervento del servizio sociale, tipologia dei provvedimenti adottati dal TM, atteggiamenti e condotte genitoriali nel corso degli interventi del TM, atteggiamenti e condotte genitoriali patologiche o violente, ambiente relazionale, altre variabili riferite al minore. L’esito del progetto di affido è stato valutato positivamente o negativamente a seconda del benessere raggiunto dal minore, in termini di riduzione di sintomi di disagio, instaurazione di nuove e più adattive dinamiche relazionali, livello di rilettura consapevole e realistica della propria storia. In generale un buon affido può essersi concluso con il ritorno in famiglia o con la permanenza del minore nella famiglia affidataria. Un progetto dall’esito negativo (impossibilità per il minore di trovare una stabile collocazione, collocazione inadatta e disfunzionale, espressioni internalizzate o esternalizzate di malessere) è sicuramente fallito per l’interazione di molti fattori; si è cercato tuttavia di individuare la prevalenza di azioni evidentemente fallimentari da parte o delle istituzioni (intese come Tribunale e servizi) o degli affidatari.

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Statistiche descrittive (si rimanda al file allegato per ulteriori grafici e tabelle)

Dati relativi al minore All’apertura del fascicolo 25 minori (64,1%) hanno dagli 0 ai 3,5 anni, 9 (23,1%) dai 5,6 ai 10,5 anni.

Figura 1 – Età del minore al momento dell’apertura del procedimento

In 19 casi il minore viene allontanato tra gli 0 e i 3,9 anni, in 11 tra i 6 e i 10. In 14 casi va in affido dagli 0 ai 3,9 anni, in 9 dai 4 ai 5,9, in 12 dai 6 ai 10 e in 4 dai 10,1 ai 14,9.

Figura 2 – Età del minore al momento del primo affido

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Per 12 minori (30,8%) è stato disposto un secondo affido: di questi 7 sono andati a buon fine, diventando per la maggior parte sine die e 5 sono falliti. L’eventuale secondo affido viene fatto in prevalenza nella fascia d’età tra i 10,1 e i 14,9 anni (41,7%), mentre le altre fasce registrano medesimi valori, tranne la più bassa che conta solo un caso. L’allontanamento del minore dal nucleo familiare dura più di 10 anni per 25 minori (64,1%), da 6 a 8 anni per 5 minori (12,8%), da 4 a 6 per 4 minori (10,3%), da 1 a 4 per 3 minori (7,7%). 12 minori (30,8%) sperimentano almeno un ritorno a casa fallimentare, che si dovrà necessariamente concludere con un altro allontanamento.

Figura 3 – Durata del primo affido

14 affidi (35,9%) sono terminati prima rispetto al progetto iniziale, per 10 (25,6%) non era stato previsto un termine, per 10 (25,6%) la durata era subordinata al recupero genitoriale ed è stata rispettata, mentre per 4 (10,3%) la durata è stata prolungata.

12 minori (30,8%) non hanno fratelli, 10 (25,6%) ne hanno 1, 12 ne hanno due o tre e 5 (12,8%) ne hanno più di tre.

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Figura 4 – Frequenza dei provvedimenti definitivi disposti per i fratelli del minore

Rispetto alle tipologie con cui si sono esplicati maltrattamento e trascuratezza del minore che hanno portato all’intervento di tutela, vengono riportati i seguenti dati in termini di frequenze:

Figura 5 – Patologia delle cure. Per discuria 1 si intende la richiesta di prestazioni superiori all’età o alle possibilità; per discuria 2 la delega quasi totale al minore dell’accudimento di bambini più piccoli; per discuria 3 l’iperprotettività o l’instaurazione di un rapporto simbiotico con il figlio.

maltrattamento psicologico 15

13

14

14

pressioni psicologiche 

10

ricatti affettivi

10 5 0

3

indifferenza rifiuto denigrazioni 

Figura 6 – Maltrattamento psicologico. Le categorie sono state tratte da Malacrea, 2006

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Figura 7 – Violenza assistita. La violenza assistita qui considerata si riferisce a quella messa in atto da persone significative per il minore o più in generale dai familiari. All’interno delle aggressioni fisiche si sono ricomprese anche situazioni di aggressività verbale, aggravate appunto dalla violenza fisica.

Figura 8 – Abuso sessuale e maltrattamento fisico

12 minori (30,8%) non hanno mai svolto un percorso di cura psicologica negli anni del procedimento o precedentemente, 7 (17,9%) hanno svolto una terapia per diversi anni, 6 (15,4%) solo durante gli anni della scuola media, 6 (15,4%) in adolescenza e 3 (7,7%) nell’infanzia. Dei minori che sono stati in cura, il 27,3% ha svolto il percorso prima dell’affido, i restanti durante o dopo.

Rispetto alle relazioni con la famiglia allargata, il 43,6% dei minori ha rapporti con i nonni materni, il 23% sia con quelli materni che con quelli paterni, mentre il 30,8% non ha alcuno di questi legami. 19 minori (48,7%) non hanno rapporti con eventuali zii, il 28,2% con gli zii materni, il 12,8% con quelli paterni e il 10,3% con entrambi. Infine, 10 minori (25,6%) hanno instaurato una relazione significativa con qualche altro membro familiare, che spesso è un cugino Nei primi 3 anni di vita la principale figura di riferimento dei minori del campione è un genitore (64,1%), seguito da un affidatario (25,6%). 6


Dai 4 ai 10 anni quest’ultimo diventa punto di riferimento principale per il 51,3% dei minori, così come dagli 11 ai 18 anni (53,8%), fascia d’età in cui si dimezza ulteriormente il numero di bambini che hanno come principale figura di riferimento il genitore (15,4%). Per la maggioranza dei minori del campione (66,7%) la relazione con gli affidatari è, fin dai primi tempi, buona e proficua, nonostante questa percentuale cali al 41% al termine dell’affido o a progetto ben avviato, momento in cui si eleva invece del 30% la percentuale delle relazioni che ricalcano modalità disfunzionali passate e rievocano medesimi vissuti. Relazioni che invece sono patologiche o gravemente disfunzionali già all’inizio lo saranno anche al termine dell’affido (12,8%). I figli hanno in prevalenza (28,2%) una modalità relazionale evitante con i genitori; per il 25,6% è ansiosa-ambivalente, per il 20,5% disorganizzata, per il 17,9% sicura e per il 7,7% non si è instaurato alcun tipo di relazione. Con altri adulti, 19 minori (48,7%) sono riusciti ad instaurare modalità relazionali sicure, 9 (23,1%) ansiose-ambivalenti, mentre si registra una percentuale del 12,8% sia per modalità evitanti che per quelle disorganizzate.

I risultati dell’analisi statistica La durata dell’affido non è risultata correlata al grado di riconoscimento dei problemi e delle responsabilità da parte dei genitori, mentre significativa è l’influenza della durata dell’intero procedimento (Test di Fisher = 9,12; p <.05) sulla responsabilità materna al tempo 22: se il procedimento dura molti anni sembra poter precludere un buon riconoscimento da parte della madre, che sarebbe invece favorito da una sua media lunghezza.

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“Tempo 1” corrisponde al periodo precedente l’affido; “Tempo 2” durante/dopo l’affido.

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Figura 9 – Differenze nel grado di riconoscimento delle responsabilità della madre al tempo 2, a seconda della durata del procedimento

Un affido durato meno di un anno o da uno a due anni è risultato connesso al fallimento del progetto e molto difficilmente può portare ad una sua buona riuscita (Test di Fisher = 10,75; p <.05). La durata dell’intero procedimento correla anche con le modalità di visite materne (Test di Fisher = 12,63; p <.05): pochi anni sono connessi a visite dagli affidatari, una media lunghezza protegge da avere visite in spazio neutro, previste invece se il procedimento dura molti anni. Negli affidi intrafamiliari le visite tendono ad essere molto meno regolate rispetto a quelli eterofamiliari (Test di Fisher = 11,97; p <.05), mai in spazio neutro (Test di Fisher = 18,89; p <.001) e difficilmente viene disposta una frequenza mensile, ma ben più assidua (Test di Fisher = 6,26; p <.05).

Figura 10 – Modalità di visita della madre nel caso di affidi eterofamiliari e affidi intrafamiliari

La durata dell’allontanamento e dell’affido non è risultata connessa né alle modalità né alla frequenza di visita disposte per i genitori.

L’allontanamento del minore tra gli 0 e i 6 anni è risultato associato ad un’iniziale modalità relazionale positiva tra minore e affidatari, che invece difficilmente si instaura se il bambino viene allontanato successivamente (Test di Fisher = 8,49; p <.05).

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E’ emerso che, se i decreti emessi dal Tm sono a distanza ravvicinata tra loro (fino ad un massimo di 12 mesi) è più probabile poter incorrere in un ritorno a casa fallimentare del minore con necessità di riallontanamento (Test di Fisher = 9,39; p <.005). I fallimenti sono inoltre associati ad una responsabilità materna che rimane ancora scarsa dopo l’affido (Test di Fisher = 6,65; p <.05). Quando il minore ha dagli 0 ai 3,5 anni al momento dell’apertura è più probabile che ci siano degli zii materni con cui egli ha rapporti significativi (Test di Fisher = 14,88; p <.05), mentre è significativa l’assenza di queste figure nei casi in cui il minore ha dai 5,6 ai 10,5 anni e nei casi di affido eterofamiliare (Test di Fisher = 14,16; p =.001). L’occupazione lavorativa del padre all’apertura del fascicolo è risultata strettamente connessa al tipo di collaborazione messa poi in atto dallo stesso (Test di Fisher = 10,26; p <.01); infatti, avere un’occupazione lavorativa sembra un fattore di protezione rispetto ad una successiva non collaborazione, così come risulta vero il viceversa. Anche al decreto che dispone l’affido, essere o meno occupato è connesso alla collaborazione con i servizi (Test di Fisher = 7,45; p <.05). La probabilità di non collaborare è ulteriormente aggravata dalla concomitante presenza di precedenti penali (Test di Fisher = 12,05; p <.05). Inoltre, se il padre lavora e non ha precedenti penali è difficile che gli vengano vietate le visite, anzi gli sono concesse uscite libere o ritorni a casa periodici, con un’assidua frequenza settimanale/bisettimanale3 (Test di Fisher = 12,46; p <.005); al contrario, con entrambi i suddetti indici di rischio, è probabile che non possa incontrare il bambino (Test di Fisher = 13,77; p <.05), né tanto meno di frequente. Negare totalmente i problemi prima dell’affido porterà con più probabilità a mantenere lo stesso atteggiamento anche successivamente, sia per la madre (Test di Fisher = 15,49; p <.05), che per il padre (Test di Fisher = 15,01; p <.05); mentre l’ammissione parziale protegge contro questo tipo di atteggiamento. Anche la non ammissione di responsabilità al tempo 1 è correlata con la stessa irresponsabilità al tempo 2, sia per la madre (Test di Fisher = 33,30; p <.001) che per il padre (Test di Fisher = 21,41; p <.001). Per quest’ultimo c’è anche una correlazione tra lo scarso riconoscimento della propria responsabilità prima dell’affido e il prolungamento del progetto medesimo (Test di Fisher = 13; p <.01). La presenza di un buon riconoscimento dei problemi prima del decreto è correlata alla non programmazione di un tempo predefinito di affido, ma ad un progetto a lungo termine o sine die (Test di Fisher = 16,06; p <.05). 3

Una frequenza di questo tipo è però connessa ad un rapporto con gli affidatari caratterizzato da critiche da parte del padre (Test di Fisher = 21,71; p <.01).

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Il grado di riconoscimento della propria responsabilità da parte della madre o del padre prima della pianificazione di un affido risulta inoltre associato al tipo di collaborazione di quel genitore con i servizi (Test di Fisher = 16,35; p <.05; Test di Fisher = 13,69; p <.05): una buona responsabilità risulta connessa ad un’elevata collaborazione; quest’ultima tende invece a diminuire, per la madre, con l’aumento dei cambi degli operatori di riferimento nel tempo (Rho di Spearman = -,34; p <.05). Correlando i fattori “rapporto della madre con gli affidatari”, “collaborazione della madre” e “modalità di visita della madre” si è ottenuto un modello di indipendenza condizionale tra fattori (Chi-quadrato del modello = 32,56, gdl = 80; n.s.; significatività delle interazioni: Chi-quadrato = 32,06; gdl = 12; p =.001; Chi-quadrato = 33,30; gdl = 15; p <.01) secondo cui al variare dei rapporti con gli affidatari, si modifica anche il tipo di collaborazione e la modalità di visita del genitore, che però non variano tra di loro. L’aggressività della madre verso gli affidatari è risultata associata alla predisposizione di visite in spazio neutro (Test di Fisher = 23,03; p =.01) e ad un suo atteggiamento oppositivo ai progetti (Test di Fisher = 24,88; p =.001); mentre in presenza di una buona collaborazione è più probabile l’instaurarsi di un rapporto positivo con gli affidatari.

Figura 11 – Come varia il rapporto madre-affidatari a seconda del tipo di collaborazione messo in atto dalla madre

10


Figura 2 – Associazione tra tipo di rapporto che si instaura tra la madre e gli affidatari e visita disposta

modalità

di

Un rapporto positivo tra madre e affidatari è connesso alla buona riuscita del progetto e protegge dal fallimento (Test di Fisher = 8,02; p <.05). Anche il tipo di collaborazione della madre è risultato connesso agli esiti del progetto (Test di Fisher = 9,87; p =.01): una collaborazione formale o discontinua agisce come fattore di rischio per il fallimento e non facilita la buona riuscita, che è invece promossa da una buona collaborazione (difficilmente associata al fallimento). La stessa relazione si ritrova se questa variabile viene sommata all’impegno della madre in un percorso di cura (Test di Fisher = 6,74; p <.05). Impegno nella cura e collaborazione sono associate ad una situazione in cui il minore non ha subito né trascuratezza affettiva, né violenza assistita (Test di Fisher = 12,01; p <.01). La modalità relazionale tra bambino e genitore è risultata connessa a quella che il bambino instaura anche con altri adulti (Test di Fisher = 24,63; p =.001). In particolare, se si è instaurato uno stile relazionale evitante c’è una maggiore probabilità di avere il medesimo stile anche tra il bambino ed altri adulti; se non si è instaurata alcuna relazione tra genitori e figlio c’è una presenza significativa di disorganizzazione nelle relazioni che il minore instaurerà con altri adulti. In presenza di una buona collaborazione materna, la modalità relazionale tra minore e genitori è risultata connessa anche al tipo di rapporto che si instaura tra minore e 11


affidatari durante/alla fine del periodo di affido (Test di Fisher = 7,98; p <.05). In particolare, una modalità relazionale ansiosa-ambivalente sembra essere fattore di rischio che ostacola buone e proficue relazioni tra minore ed affidatari, mentre una modalità sicura le favorisce. In generale (anche non in presenza di buona collaborazione), una modalità relazione sicura agisce come fattore protettivo rispetto al ripetersi di modalità relazionali disfunzionali o alla rievocazione di vissuti di sofferenza nel rapporto con gli affidatari (Test di Fisher = 9,28; p <.05). La modalità relazionale tra minore e genitori è associata al tipo di rapporto che la madre instaura con gli affidatari (Test di Fisher = 20,86; p <.01): con una modalità ansiosaambivalente è improbabile che non ci siano rapporti con gli affidatari, mentre una modalità sicura è correlata ad un rapporto positivo di reciproco riconoscimento.

Figura 13 – Differenze nel rapporto madre-affidatari a seconda dello stile relazionale genitore-figlio

Una modalità di relazione sicura con i genitori o con altri adulti è connessa anche ad una buona integrazione tra pari, mentre quella insicura la ostacola (Test di Fisher = 7,62; p <.05); una modalità relazionale disorganizzata è associata ad isolamento e difficoltà ad instaurare relazioni con i pari (Test di Fisher = 24,37; p <.001). Un’ulteriore associazione della modalità relazionale di genitori e minore è con il grado di riconoscimento dei problemi da parte della madre durante/dopo l’affido (Test di Fisher = 21,59; p =.005): una modalità sicura è maggiormente connessa ad un buon riconoscimento, 12


mentre una modalità evitante sembra essere un fattore di rischio che lo ostacola. Queste associazioni ricorrono anche per quanto riguarda il riconoscimento delle responsabilità materne prima dell’affido (Test di Fisher = 15,48; p <.05).

Figura 14 – Differenze di riconoscimento delle responsabilità materne in presenza di diversi stili relazionali genitore-figlio

Una modalità relazionale sicura con i genitori e una buona integrazione con i pari sembrano essere fattori connessi alla buona riuscita del progetto (Test di Fisher = 11,35; p <.005); queste condizioni si ritrovano con più probabilità se l’allontanamento è avvenuto quando il minore aveva dagli 0 ai 6 anni (Test di Fisher = 9,87; p =.005). Se non è presente almeno uno di questi fattori protettivi, c’è un rischio di fallimento pari al 72,7%. Instaurare dei rapporti sicuri con altri adulti ed avere, precedentemente all’affido, una buona integrazione sociale con i pari sembra connesso con la buona riuscita del progetto di affido sine die (Test di Fisher = 19,27; p =.001). Aver svolto un percorso psicologico da parte del minore prima dell’affido sembra agire aumentando il fallimento del progetto (in particolare con responsabilità primaria delle istituzioni), mentre svolgerlo a seguito o durante l’affido sembra proteggere da questo tipo di fallimento (Test di Fisher = 12,27; p <.05).

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Sono stati creati degli indici di rischio per valutare la loro eventuale correlazione con la riuscita o meno del progetto; la presenza di uno o più dei fattori dicotomici, che sommati danno l’indice di rischio, si evidenzia dal valore che assume il totale4. Nel primo indice considerato si sono voluti ricomprendere fattori derivanti da più aree e da vari attori, sommando il rischio socio-economico della famiglia, alcune caratteristiche di funzionamento a rischio del minore e un’organizzazione difficoltosa delle istituzioni incaricate. In particolare l’indice risulta composto da: occupazione lavorativa della madre al decreto di affido, trasferimenti del nucleo, status socio-economico, precedenti penali della madre, frequenza scolastica del minore, livello di funzionamento scolastico, cambi frequenti degli operatori e tempi lunghi di comunicazione tra TM e servizi. Tale indice composito correla con l’esito dell’affido (Test di Fisher = 24,40; p <.05), mentre togliendo un solo fattore non è più presente questa associazione. Nello specifico, in presenza di tutti e 6 i fattori di protezione o di 4 di essi l’affido ha più probabilità di esitare in un affido sine die con buon adattamento; in presenza di 5 fattori di rischio è più probabile ottenere un fallimento, soprattutto per responsabilità delle istituzioni; mentre la presenza di tutti e 6 i fattori di rischio è maggiormente correlata ad un fallimento degli affidatari. Anche il secondo indice, che somma il rischio/protezione di: modalità relazionale minoregenitori5, rapporto di coppia tra i genitori, modalità relazionale del minore con altri adulti, è risultato connesso alla riuscita dell’affido (Test di Fisher = 17,82; p <.005).

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Per esempio: se l’indice è di 3 significa che sono presenti tre dei fattori che compongono l’indice di rischio. Se il totale dei fattori fosse 5, si potrebbe analogamente pensare che siano presenti due fattori di protezione. 5 Ansiosa, evitante, disorganizzata o nessuna relazione = rischio; sicura = protezione.

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Figura 15 – Variazione dell’esito dell’affido a seconda della gravità dell’indice di rischio relazionale

In nessun caso l’indice di rischio era pari a 0, mentre un indice pari ad 1 si è rivelato protettivo nei confronti del fallimento (in particolare delle istituzioni); un indice pari a 2 è risultato associato all’affidamento sine die con buon adattamento; un indice pari a 3 al rischio di fallimento sia degli affidatari che delle istituzioni e difficilmente è presente nelle situazioni di affido sine die. Un positivo e reciproco riconoscimento tra la madre e gli affidatari è favorito da un indice di rischio 1 ed ostacolato da un indice di rischio 3 (Test di Fisher = 12,72; p <.05). Un basso indice di rischio protegge da rapporti sociali disadattivi/disfunzionali e favorisce una buona integrazione sociale della madre durante/dopo l’affido (Test di Fisher = 18,57; p <.001); un indice pari a 2 è associato all’isolamento sociale ed un indice massimo aumenta il rischio che la madre instauri rapporti disadattivi. Sorprendentemente questi fattori relazionali non risultano connessi con le modalità di visite disposte dai servizi; si rileva solo che in presenza di rapporti di coppia conflittuali le visite del padre tendono ad avvenire in luogo neutro (Test di Fisher = 23,07; p <.05). Un padre che nega o minimizza i problemi, inoltre, è più probabile che precedentemente abbia esposto il figlio a violenza assistita (Chi-quadrato = 7,39; gdl = 1; p <.05). Anche la 15


piena collaborazione materna si verifica con più probabilità se non c’è stato questo tipo di maltrattamento (Chi-quadrato = 5,70; gdl = 1; p <.05). Sommando invece frequenza e rispetto delle visite, troviamo un indice di protezione associato alla buona collaborazione generale del padre con i servizi (Test di Fisher = 10,67; p <.05). Un terzo indice di rischio considera un certo tipo di risposta materna e la tipologia di visite disposte: scarsa collaborazione e responsabilità inesistente al tempo 1 vengono valutate come indici di rischio soprattutto se unite a modalità di visite troppo frequenti e libere. Questo indice è risultato correlato con la frequenza di cambi degli operatori nel tempo (Rho di Spearman = .48; p <.01). Un indice alto di valore 3 porterà inoltre la madre ad avere con più probabilità un atteggiamento irresponsabile anche durante/dopo il progetto di affido (Test di Fisher = 13,51; p <.05); mentre un indice massimo risulta associato alla violenza assistita subita dal bambino (Test di Fisher = 14,00; p <.05). Il quarto indice considera l’associazione di visite frequenti e più libere della madre. Questi fattori non sono risultati connessi ad alcuna altra variabile che possa far pensare ad una programmazione delle visite secondo determinati criteri. Sommando i fattori di rischio: scarsa collaborazione, visite infrequenti e poco libere, si ottiene un quinto indice che correla con il tipo di risposta materna alle visite (Test di Fisher = 15,17; p <.05): visite frequenti e più libere, in presenza di una buona collaborazione della madre sono connesse al rispetto degli incontri da parte del genitore, ad un positivo rapporto con gli affidatari (Test di Fisher = 19,49; p <.005), ad un buon grado di riconoscimento delle proprie responsabilità prima dell’affido (Test di Fisher = 14,90; p <.01) e all’impegno nell’intraprendere un percorso di cura personale (Test di Fisher = 11,18; p <.01). Madri che visitano più frequentemente, liberamente e che collaborano hanno però più probabilità di aver messo in atto solo un tipo di trascuratezza materiale; basta che l’indice salga ad 1 per avere un’associazione significativa con entrambi i tipi di trascuratezza subita dal bambino (Test di Fisher = 16,06; p <.05). Incrociando questo quinto indice legato alla madre con uno che ci indichi l’assenza del padre6 si trovano alcune relazioni significative (Test di Fisher = 12,95; p <.05), come quella che mostra l’associazione tra un indice di rischio basso riferito alla madre e la presenza del padre, protettiva nei confronti di indici di rischio più elevati. In particolare, in assenza del padre si può registrare un maggiore atteggiamento oppositivo della madre nei confronti della collaborazione ai progetti. La presenza del padre tutela invece dal fatto che le visite materne

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Sommando i casi sia di non riconoscimento del bambino o di perdita della potestà che di morte.

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siano molto controllate ed infrequenti, favorendo visite più libere e numerose; la sua assenza è connessa invece a visite materne sporadiche e più controllate (Test di Fisher = 11,53; p <.01). L’assenza del padre influenza anche alcune variabili relative al bambino; infatti, se il padre è assente, il bambino instaurerà più frequentemente con gli altri relazioni ambivalenti, ma non evitanti (Test di Fisher = 12,57; p <.05). Anche l’atteggiamento tenuto dalla figura paterna sembra influenzare la madre: infatti, è significativa la relazione tra il riconoscimento dei problemi da parte del padre prima dell’affido e la possibilità di buon riconoscimento anche della madre al termine del progetto; viceversa la negazione/minimizzazione del padre ostacolano il riconoscimento dei problemi da parte della madre (Test di Fisher = 9,03; p <.05). Inoltre, se il padre o riconosce i problemi o rispetta le visite agisce come fattore di protezione nei confronti del mancato rispetto delle visite anche da parte della madre (Test di Fisher = 11,76; p <.05).

La discussione dei risultati Gli affidi eterofamiliari sembrano aver avuto una percentuale di riuscita leggermente maggiore rispetto a quelli intrafamiliari ed entrambi hanno registrato molti più affidi sine die rispetto al ritorno in famiglia, probabilmente a causa della complessità e gravità dei problemi presentati dal nucleo familiare. La riuscita del progetto sembra possibile non solo se il bambino viene allontanato precocemente dal nucleo familiare; tuttavia, per conseguire il ritorno a casa del minore e una maggiore

collaborazione

genitoriale

sembra

importante

intervenire

molto

presto,

interrompendo tempestivamente la violenza7. Si è rivelato comunque fondamentale verificare bene il miglioramento della responsabilità materna prima di far tornare il minore all’interno del nucleo familiare; il dato risulta in linea con la letteratura che ha evidenziato come spesso i minori vengano riuniti alla famiglia senza che i problemi siano stati realmente risolti8 (Bellamy, 2008), così da richiedere un ulteriore riallontanamento e, in ogni caso, una situazione di disagio e sofferenza per il bambino. Un allontanamento prima dei 6 anni sembra essere connesso a più positive relazioni con adulti e pari, che sono poi risultate essere così determinanti rispetto all’esito del progetto. Benché non significativo a livello statistico, considerando la gravità delle situazioni colpisce che il 16% dei minori, per i quali è stato

7 8

In linea con la letteratura (Greco, Iafrate, 2001; Sbattella, 1999). Anche in USA, dei bambini tornati a casa, il 30% dovrà poi essere riallontanato (Cromer, 2007).

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aperto il procedimento quando avevano meno di 4 anni, vengano allontanati solo nella fascia d’età dai 6 ai 10 anni. L’affido dura molto di più delle previsioni di legge ed effettivamente quelli che terminano presto sembrano essere quelli che falliscono (Deodato, 2007), così come quelli la cui durata viene prolungata: è come se inizialmente non fosse stato possibile pensare e valutare un adeguato progetto, che in ogni caso non sembra in grado di prevedere quanto potrà durare il collocamento. L’affido, soprattutto quello sine die, può riuscire anche se sono presenti gravi problemi psichiatrici nella madre9; il ritorno a casa sembra invece poter maggiormente beneficiare della presenza di una rete familiare allargata, di modalità relazionali minore-genitore più sicure e non è precluso da un allontanamento lungo, né dall’assenza paterna. A differenza di chi sostiene che gli affidi sine die tenderebbero ad indebolire a poco a poco i legami con la famiglia d’origine, è risultato che i genitori possono invece visitare abbastanza liberamente i propri figli e pertanto, un eventuale progressivo distacco tra minore e genitori sarebbe dovuto più all’evoluzione naturale del loro particolare tipo di rapporto e al grado di consapevolezza raggiunto da ognuno, che agli ostacoli posti da operatori ed affidatari. Il valore percentuale di una frequenza di visita di almeno due volte al mese è risultata comparabile a quella riportata a livello nazionale negli USA (ACF, 2008). Al limite della significatività è risultata la connessione tra visite ed esito dell’affido, indicata come significativa dalla letteratura (Leathers, 2005), secondo la quale la frequenza di visite materne sarebbe connessa alla possibilità di riunificazione. Nonostante non sia stata dichiarata l’adottabilità, sono molti i genitori che perdono la potestà sul figlio e spesso la posizione filiale di questi minori “nel limbo” (Occhiogrosso, 2003) non può essere giuridicamente determinata. L’aver trascorso un periodo in comunità non è risultato connesso ad una particolare fascia d’età; questo collocamento sembrerebbe pertanto utilizzato per scopi evolutivi molteplici. Solo in un caso un minore del campione è stato collocato nella stessa famiglia affidataria della sorella e, peraltro, in un tempo successivo, mentre spesso più fratelli hanno sperimentato uno stesso collocamento comunitario. Viste le rilevanze in letteratura10 è necessario riflettere sull’opportunità di predisporre più collocamenti comuni o comunque tali da garantire e 9

Altre ricerche (Sbattella, 1999; Aa.Vv., 2008) hanno evidenziato che problematiche di questo tipo precludevano il successo dell’affido; tuttavia in queste ricerche per “buon esito” si intendeva solo il ritorno a casa del minore. 10 Fernandez, 2007; James, Monn, Palinkas e Leslie (2008); Oosterman, 2007; Li, Shrout, Brody e Pettit (2007); Herrick e Piccus (2005).

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tutelare anche i rapporti tra fratelli. E’ stato notato che spesso questi minori, mentre venivano trascurati dai propri genitori, sviluppavano un legame di cura e affetto nei confronti dei propri fratelli. Anche durante la permanenza comunitaria gli operatori descrivevano il legame stretto e complice di questi bambini e veniva riscontrata la positività del garantire frequenti rapporti tra loro. Diversi minori, benché necessitassero di cure esclusive, viste le deprivazioni subite, non mancavano di esprimere turbamento per la sorte dei fratelli, chiedendo spesso notizie di loro, organizzazione di incontri e possibilità di trovare per loro una famiglia vicino alla propria. Si è intuito poi che, in qualche occasione, la loro richiesta di ritorno a casa era dettata più dal desiderio di stare con i fratelli e verificare la loro condizione, che dalla mancanza dei propri genitori. Spesso anche i fratelli del minore esperiscono diversi collocamenti, nonostante molti sembrano poi poter tornare in famiglia. Constatare che in uno stesso nucleo familiare vengono attuati provvedimenti così diversi fa riflettere sul confine così sfumato tra l’uno e l’altro intervento e sulla necessità di trovare forme intermedie e più flessibili rispetto agli strumenti già a disposizione. Allo stesso tempo il dato consente di affermare che non sarebbe stato solo un determinato tipo di genitorialità a direzionare il tipo di intervento, ma l’impatto di quella modalità parentale su ogni singolo minore. Tuttavia alcuni atteggiamenti e condotte genitoriali restano comunque gravemente disfunzionali e impattanti sulla crescita e da esse dovrebbero essere tutelati tutti i minori; sarebbe altrimenti altamente probabile una loro futura manifestazione sintomatica di disagio e sofferenza (Mastella, 2008). Inoltre, i minori allontanati non riescono a comprendere come mai un fratello sia a casa con la famiglia, mentre loro non possono farvi ritorno; è successo che alcuni bambini mossi da questi pensieri irrisolti, pur trovandosi molto bene con la famiglia affidataria, spingessero per tornare a casa. La presenza di confini non così netti tra adozione ed affido sarebbe confermata anche dal fatto che la distribuzione di molte variabili, relative ai procedimenti in cui in un primo tempo era stata dichiarata l’adottabilità, non differisce dalla distribuzione generale. Le uniche differenze che si notano riguardano la maggiore presenza di collaborazione genitoriale solo formale e di una modalità relazionale genitore-figlio più negativa rispetto al totale dei casi. La ricerca, inoltre, attestando la presenza di allontanamenti molto lunghi, conferma l’esistenza di molteplici situazioni al contempo sia irrisolvibili in breve tempo sia inadatte alla pronuncia di adottabilità. Per gran parte di questi minori, ad esempio, la principale figura di riferimento nei primi tre anni di vita è risultata essere un genitore, dal quale è quindi impossibile separarlo in maniera irreversibile; questo non preclude, per la maggior parte di

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loro, la possibilità di af-fidarsi a qualcun altro e di riuscire a vedere nell’affidatario il principale punto di riferimento. Sembrerebbe opportuno mantenere la durata dell’intero procedimento tra i 4 e i 7 anni circa, un tempo già lungo che permette di mettere in atto e verificare opportuni progetti; infatti interventi che si protraggono per un più lungo periodo sembrano quasi scoraggiare la responsabilità e l’impegno materno, che non avrebbero neppure modo di essere stimolati nel caso di interventi più corti, considerata la profondità a cui risultano radicati i problemi. Trattandosi di procedimenti di adottabilità, risulta spiegata l’elevata percentuale di minori che al momento dell’apertura hanno dagli 0 ai 3,9 anni, a confronto del dato riportato dall’Istituto degli Innocenti (2002) relativamente alla maggiore concentrazione di affidi nella fascia d’età 6-10 anni. Anche in questa ricerca tuttavia una buona parte di minori viene allontanata dai 6 ai 10 anni, probabilmente perché l’esordio sociale del bambino porta alla luce evidenti difficoltà e sintomi di disagio. Questi casi attestano la necessità di un riconoscimento e di un intervento maggiormente tempestivo, a fronte di una situazione che richiede poi addirittura l’apertura di un procedimento di adottabilità. I minori che erano riusciti ad instaurare buone relazioni tra pari prima dell’affido pare siano stati in grado di fruire di questa importante risorsa personale ed evolutiva anche in seguito, nonostante i tanti fattori di rischio della loro situazione. Sembrerebbe che il progetto comprendente l’affido, o comunque il periodo in cui il bambino è stato allontanato dalla famiglia, sia servito per il 20% delle madri ad avere una consapevolezza maggiore e più accurata della complicata situazione familiare. L’aumento del riconoscimento della situazione problematica da parte delle madri può essere dovuta al fatto che, il trovarsi di fronte a dinamiche familiari diverse rispetto a quelle a cui si era abituati può incrementare la consapevolezza della discrepanza tra queste e la propria organizzazione familiare. L’80% di queste madri, infatti, aveva stabilito buoni rapporti con gli affidatari e probabilmente riusciva a cogliere la bontà di alcune loro modalità relazionali sul benessere del minore, a confronto degli effetti che producevano invece su di lui quelle messe in atto nel nucleo d’origine. Riconoscere i problemi non vuol dire tuttavia imparare a modificarsi positivamente in prima persona, come attesta il basso aumento della responsabilità materna. Rimane comunque rilevante anche il dato relativo a quelle che ancora minimizzano, nonostante può essere che, a quel punto della vicenda, i problemi vengano effettivamente ritenuti più di basso conto rispetto a quelli iniziali. Interessante la correlazione tra buon riconoscimento iniziale e programmazione di un affido sine die: questo potrebbe infatti far pensare sia alla presenza di problemi realmente 20


ingenti, sia alla possibilità di acquisire un vero consenso da parte dei genitori anche nei confronti di un programma impegnativo e a lungo termine: con una madre che riconosce in prima persona la gravità di tutti questi problemi sembra appunto possibile ipotizzare un programma più realistico, quindi a lungo termine, essendo altrettanto lungo e complesso superare tutte queste difficoltà. Riuscendo a garantirsi una buona collaborazione da parte della madre, si potrebbero poi tranquillamente predisporre visite più frequenti e libere ottenendo: rispetto degli incontri, positivi rapporti tra affidatari e genitore ed impegno nell’intraprendere un percorso di cura personale. Al contempo, visite troppo libere, in presenza di una scarsa collaborazione e responsabilità materne, non aiutano certo a migliorare il riconoscimento delle proprie responsabilità da parte del genitore, sul quale bisognerebbe allora attivare altri tipi di interventi. Nella maggior parte dei casi, fuorché interventi di tipo educativo-assistenziale o di cura mirata esclusivamente a gravi problematiche di tossicodipendenza o psichiatriche, non è stato messo in campo alcun percorso di recupero genitoriale11 ed è sembrato che l’allontanamento del minore non fosse stato inserito all’interno di un progetto che coinvolgesse i diversi membri della famiglia. Questo dato emerge, oltre che dall’effettiva mancanza di informazioni sui genitori che facciano pensare ad un loro recupero, anche dall’alto numero di minori che, nel corso dell’allontanamento, sperimentano un ritorno a casa fallimentare, indice di problematiche non ancora risolte e di interventi attuati quasi “per tentativi”. Sembrerebbe tuttavia che i genitori abbiano delle reali potenzialità di cambiamento, stante sia il grado di riconoscimento dei problemi (e quindi dell’affievolimento dell’utilizzo di meccanismi difensivi) sia la presenza, spesso evidenziata dalle analisi, non solo di fattori di rischio, ma anche di protezione. Pare inoltre che, nella maggior parte dei casi, la ratio che ha guidato la disposizione dell’affido non sia stata la temporanea difficoltà del nucleo e la previsione del suo recupero; infatti la durata dell’affido non è risultata correlata a determinati segnali di recupero genitoriale, anzi a volte veniva prolungata proprio in presenza di atteggiamenti positivi dei genitori (es: rispetto delle visite da parte del padre, riconoscimento dei problemi da parte della madre). Il dato relativo alla frequenza con cui venivano disposti affidi intrafamiliari, nei casi in cui erano presenti dei parenti, fa pensare che forse se ne sarebbero attivati ancora di più qualora ci fossero stati parenti disponibili. Questa rilevanza riflette l’atteggiamento, che solo in tempi recenti viene messo in discussione, secondo cui si ritiene di dover preferire un collocamento 11

La scarsità degli interventi attivati nei confronti della famiglia d’origine era già emersa nella ricerca svolta dall’Istituto degli Innocenti (2002).

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del minore all’interno della famiglia allargata. In nuclei altamente problematici come quelli presi in considerazione è difficile che non ci siano rapporti disfunzionali anche con le rispettive famiglie d’origine o che comunque non sia difficoltoso mantenere buoni contatti con queste; la labilità di queste relazioni può essere ricondotta anche alla rilevanza per cui quando il bambino è piccolo sono presenti relazioni in qualche modo significative con degli zii, le quali però dopo pochi anni sembrano sparire. Allo stesso modo, anche la frequenza di affidi intrafamiliari precipita con il passare degli anni. Un’ulteriore riflessione va fatta rispetto al divario di età, innaturale, che potrebbe esserci in alcuni affidi di questo tipo, ad esempio quelli ai nonni. Nella ricerca è emerso che molti di questi rapporti erano effettivamente altamente significativi ed indispensabili per il minore nei primi anni di vita ma, con l’ingresso del ragazzo in adolescenza, le relazioni diventavano seriamente problematiche; in queste situazioni erano gli stessi affidatari che, per primi, denunciavano le enormi difficoltà di gestione del nipote e la fatica di comprendere le sue richieste. E’ allora importante riconoscere l’opportunità di un’assidua frequentazione nonninipoti, ma senza che tale legame si vada necessariamente a qualificare come “rapporto genitoriale”. Dallo studio dei fascicoli sono emerse pratiche organizzative e di intervento dei servizi estremamente diverse l’una dall’altra rispetto alle modalità di rapporto con il TM, alla tempistica di segnalazione, alla valutazione della gravità di una situazione, alla gestione di eventi più o meno rilevanti senza darne notizia per diverso tempo al TM, al tipo di informazioni trasmesse. In generale, veniva comunicato pochissimo sul minore relativamente al suo sviluppo cognitivo, all’adattamento scolastico, al rapporto con i pari e raramente venivano effettuate accurate psicodiagnosi; ancor meno informazioni si sono potute raccogliere sugli affidatari, rispetto ai quali spesso non venivano comunicati neppure i dati anagrafici. A dispetto di quanto stabilisce la legge12 è stato osservato che il Tribunale non veniva affatto tenuto “costantemente informato” sul programma di affido e sull’andamento dello stesso. Le modalità relazionali tra i vari attori hanno influenzato molteplici aspetti presi in considerazione nella ricerca. Dalla letteratura (Leathers, 2006) è emerso che l’abilità del minore di instaurare relazioni con i membri della famiglia affidataria sia fattore chiave per i risultati del collocamento, sebbene sia difficile determinare la direzione di questa influenza. Infatti, com’è risultato anche nel presente studio, le dinamiche tra i vari attori agiscono l’una

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Art. 4 Legge 184/1983.

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sull’altra in un contesto di complessità relazionale e, all’interno di ogni relazione, ogni attore agisce ciò che gli proviene dal proprio bagaglio personale ed esperienziale. Nel primo periodo dell’affido la percentuale di relazioni tra affidatari e minori valutate positivamente è più alta di quella che effettivamente sarà nel tempo; ciò può essere dovuto al periodo di “idillio” iniziale (Galli, Viero, 2001), in cui il minore può sembrare più che adattato, cosa che è risultata essere ancora più frequente nel caso in cui egli sia stato allontanato prima dei sei anni di età. Questo atteggiamento in realtà può essere indice di difficoltà del bambino ad esprimersi spontaneamente per timore di venire nuovamente abbandonato, mentre forse sarebbe più promettente un’iniziale diffidenza dello stesso e messa alla prova dei nuovi adulti di riferimento. Se questa verifica della tenuta e della presenza incondizionata degli affidatari viene messa in atto troppo tardi, possono riemergere meccanismi relazionali simili a quelli passati, ingestibili a quel punto da entrambe le parti, le quali ritenevano ormai di aver raggiunto un certo equilibrio relazionale. In linea con questa interpretazione sembrano essere gli esiti di una ricerca (Leathers, 2006) secondo la quale, affidi in cui inizialmente venivano riportati dagli affidatari più problemi esternalizzati del minore non risultavano associati al fallimento del collocamento, probabilmente sia per una maggiore attenzione e non negazione dei problemi da parte dei genitori, sia per la libertà espressiva che il bambino sentiva di potersi permettere. Queste dinamiche sono invece apparse leggermente diverse nel caso di un secondo affido ma, viste le basse frequenze, è difficile darne un’interpretazione. L’instaurarsi di buone relazioni tra minore e affidatari è ostacolato poi dalla concomitante presenza di relazionalità ansiosa tra bambino e madre e dal grado di collaborazione della stessa: questo dato può spiegarsi pensando ad un tipo di partecipazione materna che arriva in realtà ad incalzare ed intrudere nell’affido, facendo pressioni sul bambino, che rimane così distortamente avvinto a quei pensieri ed affetti da non riuscire ad investire su altre persone. La preponderanza dello stile relazionale insicuro che si è evidenziata, conferma i dati provenienti dalla letteratura (Di Blasio, 2000; Malacrea, 2006; Candelori, Mancone, 2001; Siegel, 2001) e queste modalità relazionali instauratesi tra genitori e minore sembrano in linea con il tipo di maltrattamento subito dal bambino. In particolare, la prevalenza di uno stile evitante può spiegarsi (anche se non a livelli statisticamente significativi) dalla pervasiva presenza di trascuratezza affettiva agita dai genitori nei confronti dei bambini del campione: tutti quelli che sviluppano quello stile l’hanno subita. Questa modalità relazionale impedisce inoltre alla madre di soffermarsi sui problemi e riconoscere la propria responsabilità. Trova però sostegno quanto afferma la letteratura (Attili, 2007; Siegel, 2001) rispetto alle potenzialità di tutte le forme relazionali di trasformarsi in modalità più 23


adattive con altri adulti, nonostante, ad esempio, sarebbe più difficile modificare in positivo uno stile evitante e ancora più disastrosa sarebbe la situazione in cui non si sia instaurata alcuna relazione tra genitore e bambino: la prima evidenza fa pensare che la mancanza di fiducia verso il primario fornitore di cure ostacola la possibilità di sperimentare l’altro come persona a cui potersi af-fidare; la seconda fa riflettere su come l’abbandono, anche se precoce, del figlio incide ed influenza profondamente sulla sua vita, senza possibilità di cancellarlo dalla memoria. Aver invece instaurato una relazione sicura con il genitore permette di vivere con più serenità il presente, senza intrusioni continue di quelle esperienze negative, comunque vissute, facilitando anche l’integrazione tra pari, il rapporto con altri adulti, il rapporto della madre con gli affidatari e, in presenza di positive relazioni tra pari, anche il buon esito del progetto. Le dispersioni nell’indice di rischio socio-economico e comportamentale denotano che i casi descritti non sono omogenei da questo punto di vista e che pertanto la violenza agita sui minori può esplicarsi in diversi contesti ambientali; in situazioni di inadeguatezza genitoriale come quelle analizzate risulta invece molto più comune e frequente la presenza di dinamiche relazionali patologiche o disfunzionali. Il fatto che molti casi tendano a concentrarsi su valori centrali del rischio indica che non è solo la presenza o assenza a connotare le specifiche situazioni descritte, ma anche la gravità dei singoli fattori. I genitori dunque non agirebbero totalmente in modo negativo e fattori di rischio sarebbero sempre compresenti a fattori di protezione e quindi ad atteggiamenti e comportamenti genitoriali adeguati, sui quali si potrebbe far leva nell’intervento. Particolare attenzione e progettualità si dovrebbero riservare ai rapporti tra la coppia genitoriale, caratterizzati da grande disfunzionalità e labilità13: infatti, oltre ad essere poche le coppie che rimangono insieme nel tempo, la gran parte risulta avere legami altamente problematici, conflittuali e dipendenti, tanto da influire sul benessere del nucleo familiare, ancor di più se la coppia rimane unita negli anni (è risultato infatti che nelle situazioni in cui i genitori non intrattengono più rapporti tra loro si ha un esito positivo nel 66,7% dei casi). Il rapporto dei genitori con gli affidatari sembra essere un fattore molto importante da tenere in considerazione per la riuscita del progetto; tale elemento non è forse sfruttato ancora a sufficienza, poiché spesso si tende a vietare i rapporti diretti: dalla ricerca è risultato invece che alcuni genitori, quando hanno l’occasione di conoscere gli affidatari, hanno una più che positiva impressione di loro e riescono perfino a modificare il loro atteggiamento critico nei 13

Attestata anche nella ricerca dell’Istituto degli Innocenti del 2002.

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confronti dell’affido. Il dato relativo alla frequenza di buoni rapporti depone inoltre a favore delle potenzialità che anche questi genitori possiedono rispetto al poter instaurare buone relazioni con altri, confermato poi dalla diminuzione di rapporti sociali disadattivi nel tempo. La qualità dei rapporti tra affidatari e genitori d’origine sembra essere una delle chiavi principali per facilitare la collaborazione materna e calibrare le modalità di visita. Madri con problemi psichiatrici, nonostante evidenti comportamenti genitoriali inadeguati, sono apparse profondamente affettive e con una notevole forza di volontà nel tentativo di recuperare il proprio rapporto con il figlio. In questi casi, pertanto, sembrerebbe estremamente scorretta una pronuncia di adottabilità che priverebbe sia genitore che figlio della possibilità di coltivare il loro legame e di avere un’immagine più realistica e meno idealizzata dell’altro. Così, neppure gravi e pervasive problematiche di tossicodipendenza (che portano comprensibilmente ad un allontanamento precoce dal nucleo) precludono la possibilità di arrivare ad instaurare un rapporto positivo con il figlio, nonostante il lungo tempo che vi occorrerà. Questi risultati trovano conferma nella vasta meta-analisi realizzata da Oosterman e colleghi (2007), secondo cui non ci sono particolari problematiche dei genitori collegate di per sé all’eventuale fallimento del progetto di affido. Viene convalidata la diffusa presenza di condotte trascuranti (Istituto degli Innocenti, 2002; Meezan, McBeath, 2008) e il fatto che il maltrattamento psicologico, seppur declinato in modi diversi, sia elemento presente nella maggior parte delle situazioni di inadeguatezza genitoriale che portano all’intervento di tutela (Di Blasio, 2000). Esso necessita forse di più attenzione da parte degli operatori, che sembrano invece predisporre, in situazioni di maltrattamento psicologico, visite troppo poco monitorate in cui i genitori possono liberamente continuare ad agirlo. In linea con la letteratura (Foti, 2007), che riporta la previsione di un ingente numero oscuro di casi di maltrattamento e abuso, è molto probabile che anche i valori di questa ricerca siano in realtà più alti; non è stato infatti possibile inserire i casi in cui vi erano dichiarazioni del minore, degli affidatari o degli operatori che andavano verso la possibile consumazione di un abuso, di cui però non si avevano gli esiti delle relative indagini o dei procedimenti penali (anche il valore del chemical abuse riportato non è in realtà stato accertato). L’associazione tra esposizione a violenza assistita e negazione/minimizzazione dei problemi da parte del padre o scarsa collaborazione materna si può spiegare pensando come spesso tale tipo di agito indiretto non venga considerato un maltrattamento al minore, tanto che molti genitori sostengono che il bambino “non si sia nemmeno accorto” di quanto stava accadendo. 25


Dall’analisi dei dati sembra che i padri possano incidere molto sull’evoluzione dei problemi, sulla vita del minore, ma anche sull’atteggiamento materno (Bronstein, Clauson, Stoll e Abrams, 1993). La loro assenza, che si verifica per altro per circa la metà dei minori del campione, sembra infatti influire negativamente su queste variabili. Il loro esserci può agire molto in positivo: sull’atteggiamento più collaborante della madre, sulla disposizione di visite più libere e sul benessere del bambino. Le modalità degli incontri appaiono però estremizzate, specialmente in presenza o meno di disoccupazione e precedenti penali del padre: o completamente vietate (precludendo il mantenimento di rapporti con il figlio) o quasi totalmente libere (rischiando di non poter monitorare abbastanza la situazione). La figura maschile sembra allora essere la grande assente in simili situazioni, con le molteplici potenzialità che invece avrebbe da esercitare, come sottolineato in letteratura attraverso la dimostrazione dell’enorme influenza positiva dei padri affidatari (Denuwelaere, Bracke, 2007; Greco, Iafrate, 2001). C’è allora da chiedersi se non sia opportuno fare qualcosa per responsabilizzare maggiormente anche quei padri totalmente disinteressati e assenti, per rispondere, oltre ad un’istanza morale ed etica, anche a quanto contemplerebbe la legge circa i doveri del genitore verso il figlio, che nascerebbero dal fatto di aver procreato e non dallo stato di figlio (Giacobbe E., 2006). Mastella (2008) commenta che, spesso, il bisogno di mantenere il legame disfunzionale che si crea tra queste madri e i loro figli non può contemplare la presenza del terzo e quindi in primis del padre il quale, continuando a contribuire al perpetuarsi di questa dinamica, può anche arrivare ad escludersi direttamente: in questo gioco relazionale la stessa équipe di operatori verrebbe persuasa all’inutilità e all’impossibilità di agganciarlo. Nella presente ricerca è risultato che, favorendo un riconoscimento delle problematiche da parte del padre, sembrerebbe anche possibile agire indirettamente sulla madre. Padri impegnati e sereni dal punto di vista lavorativo garantiscono una maggiore apertura mentale verso la collaborazione e l’impegno anche nei confronti del progetto familiare e nella costruzione del rapporto con il figlio. Sembra positivo che vengano facilitate visite dagli affidatari, in presenza di un suo buon riconoscimento, al contrario di quanto accade per la madre, dove non vengono tenute in conto le modalità relazionali, il tipo di collaborazione e il riconoscimento dei problemi per disporre la tipologia di visite più opportuna, né il tipo di trascuratezza o maltrattamento (sia per il padre che per la madre). Disporre un programma pensato e coerente di visite sembra essere un punto critico e difficilmente risolto dagli operatori; spesso gli incontri non sono regolamentati neppure da decreto e talvolta atteggiamenti rivendicativi, irresponsabili, non collaboranti e pressioni psicologiche sul minore si associano addirittura a visite più libere. E’ quindi importante 26


identificare dei criteri nel progettarle, tenendo in considerazioni fattori di rischio, di protezione, caratteristiche personologiche e relazionali dei genitori: le visite risulteranno poi centrali nel progetto di affido, di recupero genitoriale e di tutela dei legami del minore. La correlazione tra la frequenza dei decreti e i ritorni a casa fallimentari potrebbe spiegarsi con eccessive pressioni e richieste in questa direzione da parte di qualche attore del processo; la risultanza attesterebbe invece l’opportunità di portare avanti per un certo periodo alcuni progetti intrapresi, prima di modificare o rivedere le proprie decisioni. Il dato potrebbe tuttavia esser dovuto anche al fallimento intrinseco di questi progetti prima del tempo e alla necessità di dover trovare soluzioni alternative, anche se, in queste occasioni, il ritorno a casa si sia rivelato troppo affrettato e dettato probabilmente solo dalla mancanza di alternative. L’associazione tra decreti infrequenti e protezione dal ritorno fallimentare è probabilmente dovuto al fatto che si tratta di affidi sine die, per i quali non è previsto un ritorno a casa, né una modifica frequente delle disposizioni da parte del giudice. Sembra opportuno vigilare sulle figure che ruotano attorno al nucleo familiare, vista la diminuzione di collaborazione materna in presenza di frequenti cambi degli operatori; in simili situazioni ci potrebbe essere anche il rischio di non riuscire a monitorare attentamente le visite di un genitore scarsamente collaborativo ed irresponsabile. Si potrebbero allora individuare un paio di operatori con i quali i genitori sembrerebbero maggiormente agganciati e delegare loro la coordinazione del progetto e l’intermediazione con gli altri professionisti. Poiché un eventuale secondo affido viene fatto in prevalenza dai 10 ai 14 anni, il fallimento non sembra essere necessariamente connesso al periodo adolescenziale, individuato invece spesso come periodo critico per la tenuta dei progetti extrafamiliari (Rosnati e coll., 2007). Nella presente ricerca si è sì rivelato un momento in cui il minore, alle prese con la ricerca identitaria, la contrapposizione genitoriale e le sperimentazioni dirette, mette in atto una qualche forma di “rottura” con gli affidatari; questa però sembra poi risolversi positivamente, addirittura con una conquista evolutiva. E’ come se il ragazzo volesse accertarsi di persona dell’adeguatezza o meno dei propri genitori, per poi abbandonarne l’idealizzazione e, probabilmente, le speranze di trovare qualcosa di diverso rispetto a quanto aveva lasciato in passato: prova così il ritorno in famiglia. E’ significativo verificare come questi siano stati i casi in cui i ragazzi sono poi sembrati molto consapevoli ed in grado di rileggere ed accettare la propria storia realisticamente, senza doversene difendere. E’ come se non avessero potuto aver risposta a molte domande irrisolte e non pienamente formulabili sulla propria storia al momento dell’allontanamento, come è stato del resto espresso dagli stessi ragazzi in alcune ricerche (Herrick, Piccus, 2005), così come nella 27


presente, in cui una ragazza in terapia ha detto di non avere niente da dire, ma ha richiesto di “sentirsi raccontare la propria storia”. Questo fa riflettere sia sulla necessità di coinvolgerli sempre, di essere sinceri ed attenti a loro in ogni tappa del percorso di tutela, sia di lasciarli esercitare il loro legittimo bisogno di interfacciarsi in prima persona con gli aspetti di difficile comprensione della propria storia. In mancanza di questa possibilità, l’individuo non sarà in grado di accedere completamente a sé (Chistolini, 2003) e i livelli della memoria semantici/episodici non risulteranno integrati. Sembrerebbe invece essere l’età scolare, o quella relativa agli anni delle scuole medie, quella in cui è possibile identificare reali segnali di fallimento del progetto di vita extrafamiliare. Da una ricerca (Miller, Fan, Christensen, Grotevant e Van Dulmen, 2000) relativa ad un largo campione di ragazzi adottati, comparati ad un gruppo normativo, sarebbe emersa una risultanza simile: era infatti in questa fascia di età che si rendeva significativamente evidente una presenza molto più considerevole di comportamenti disfunzionali e pericolosi nei ragazzi adottati. Coerentemente con l’impossibilità di controllare tutte le variabili di un percorso di vita (Fava Vizziello, 2003; Cramer, 2000), è risultato che difficilmente singoli fattori possono correlare con la buona riuscita del progetto, a dimostrazione della complessità degli eventi che influenzano l’affido e dell’interazione tra fattori di rischio e di protezione. Infatti, anche fattori che insieme ad altri risultano molto significativi da soli non possono bastare ad avere risultati progettuali positivi. Rispetto al primo indice di rischio valutato, è significativo come il tipo di strumento più opportuno e funzionante in presenza di tutti i fattori di protezione sia l’affido sine die e non il ritorno a casa: ciò evidenzia che sono variabili ben più complesse di quelle contemplate da questo indice ad aver determinato la separazione tra genitori e minore. La significatività del secondo indice di rischio attesta invece come in queste situazioni di tutela non possano mancare evidenti problematiche relazionali; tuttavia, difficoltà solo tra una coppia di protagonisti, e non fra tutti, può proteggere dal fallimento dei progetti, favorire un buon rapporto genitori-affidatari e proteggere da rapporti sociali disadattivi. Sono tre le variabili che da sole sono risultate correlate con l’esito del progetto: il tipo di collaborazione materna, il percorso psicologico del minore (a seconda che venga svolto prima o dopo/durante l’affido) e il rapporto tra madre e affidatari. L’associazione tra percorso psicologico prima dell’affido e fallimento del progetto deve essere probabilmente ricondotta alla consuetudine di riservare uno spazio di ascolto solo alle situazioni più gravi e compromesse. 28


Anche l’impegno della madre in un percorso di cura, insieme alla sua collaborazione, si è rivelato importante nell’ottica di ottenere un buon successo dell’affido. Purtroppo, collaborazione ed impegno nel proprio percorso di cura sono compresenti in rare occasioni, nelle quali il minore non ha subito gravi deprivazioni e violenze: tuttavia, vista la loro potenzialità, sembrerebbe opportuno impegnarsi a fondo nel promuoverli. Probabilmente, con frequenze più elevate per quanto riguarda i padri, si sarebbero potute evidenziare altre significatività rilevanti anche per questo genitore.

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RICERCA D’ARCHIVIO SULL’AFFIDAMENTO FAMILIARE