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di Federico FERRARI   Tradotto e commentato da Michela ALESSANDRINI Apparso per la prima volta in « Curare l’arte » di Chiara Bertola (Electa Mondadori, 2008), questo testo ha influenzato molto il mio approccio personale alla curatela. Data la sua estrema validità, sono onorata di tradurlo e sottoporlo a nuova attenzione. Nel contesto del dibattito intorno al concetto di « curating » e « curator » che sembra imperversare un po’ dovunque ai giorni nostri, riproporre un testo altrettanto critico e, a tratti, cinico a questo proposito, è senza dubbio, una forte presa di posizione - o una presa di direzione. Sento l’urgenza di consigliare una sua rilettura perché - oggi come cinque anni fa - c’è bisogno di confrontarsi col parere di chi, ad una speculazione autocelebrativa, preferisce la rivendicazione del ruolo centrale dell’arte e dell’artista. Vorrei che questa mia iniziativa venisse considerata un tentativo di rimettere a fuoco l’oggetto di interesse del curare, uno spunto di riflessione per un nuovo punto di partenza. Una critica costruttiva, di quello che si presenta come un severo e apocalittico manifesto. Una selezione di intenzioni, da un brano che appare di un’allarmante attualità.


e’ interessante che il curatore venga definito da un non-curatore, laddove il proliferare delle pubblicazioni di curatori sul curating mi sembra essere arrivato ad un punto morto. come afferma massimiliano gioni – anche lui chiamato dalla bertola a definire il ruolo del curatore – « è un po’ come se i medici invece di fare i convegni e i libri sulle malattie parlassero solo e unicamente di se stessi ».

qual’è l’approccio di un artista che si accinge ad instaurare una relazione, sia essa professionale o umana (o entrambe, nel migliore dei casi), col curatore ? prendiamo ad esempio il sito internet dell’artista medio : tutto (testi critici, definizioni, immagini, recensioni, articoli) è bell’e pronto per essere utlizzato dal curatore e dai critici, quindi esposto e, magari, venduto. una critica sulla velocità con cui il sistema dell’arte espleta i suoi bisogni andrebbe affrontata in dettaglio, con particolare riguardo allo spazio che l’interazione artista-curatore e la riflessione intellettuale possono permettersi di avere in un simile contesto.

il curatore è un ostacolo ? ferrari parla di un artista sottomesso e di un curatore che fa da tramite, che si infiltra, che schiaccia : scongiurata una generalizzazione insensata, è possibile che l’agognata professionalizzazione del curatore si sia trasformata in una rigida gabbia, un passaggio forzato e opprimente sul percorso che porta l’artista alla mostra ?

il fattore emozionale del rapporto curatore - artista : una collaborazione che, in molti casi, dura tutta una vita, e si basa su un mutuo sostegno. il rapporto di amicizia non è un discorso sentimentale « ma costruttivo e sostanziale », secondo viktor misiano.

qui comincia la proposta, da parte di ferrari, di una settorializzazione che tende a definire dei limiti che per anni sono stati, più o meno coscientemente, oltrepassati. il che mi sembra una riflessione sensata, perché diminuisce la confusione tra i ruoli, ma, allo stesso tempo, una castrazione improduttiva, che limiterebbe il potenziale interattivo tra le differenti voci del sistema dell’arte.

l curatore è il balenìo di uno spettro che subito svanisce per ritrovarsi altrove. Quel che oggi, per tante ragioni, è diventato il curator è quanto di più lontano esista dal fantasma che egli dovrebbe incarnare. Se vuol davvero cercare di comprendere chi egli sia, non gli resta quindi che allontanarsi quanto più può da se stesso. Il curatore non dovrebbe esistere. I direttori di museo e di Kunsthalle dovrebbero fare quello per cui sono pagati e chiamare semplicemente e direttamente gli artisti. E questi dovrebbero, se lo vogliono, farsi aiutare da propri « complici ». Il curatore dovrebbe, al massimo, essere un complice dell’artista, scelto quindi dall’artista (non viceversa, come accade oggi). Il mondo degli artisti dovrebbe smettere di accettare di sottomettersi o di essere sottomesso da una classe di mediatori culturali (è questo il ruolo che svolgono oggi, nella quasi totalità, i sedicenti curatori). L’artista dovrebbe, anzi, riappropriarsi della centralità del proprio lavoro e del proprio modo di vedere e sentire. Sentendosi libero, quando lo crede, di istituire affinità elettive con altri artisti, altri intellettuali, altri mondi, senza bisogno di mediazione alcuna. Le grandi mostre nascono anche così –  il Constable di Freud. Il curatore dovrebbe accettare il ruolo di « accompagnatore » o di compagno di viaggio di alcuni artisti che ama e dai quali è amato – « non vi sono che legami d’amore ». Se così fosse, allora potrebbe aiutare l’artista nell’ideazione e nella disposizione dello spazio espositivo e delle possibili risorse che lo spazio può generare. Altrimenti, se le sue aspettative sono altre, si dedichi direttamente a quelle. Se ha un’aspirazione critica, si dedichi ad una critica davvero indipendente e di largo respiro. Faccia della critica, non delle recensioni. Lasci quel compito ai giornalisti. E soprattutto eviti di creare un pietoso conflitto di interesse tra il suo ruolodi recensore e quello di « produttore / ideatore » di mostre.

Eviti di curare mostre per collezionisti. Eviti di farsi pagare dai mercanti. Eviti di firmare cataloghi senza nemmeno aver visto le mostre. Eviti di scrivere sui quotidiani e sulle riviste specializzate. Eviti. Il curatore si liberi del potere che la sua figura sta assumendo. Non si erga al ruolo di impresario, al soldo della finanza e della politica, che, di volta in volta, scrittura artisti in uno spettacolo itinerante degno del più patetico e triste dei circhi. Che ognuno riacquisti la propria libertà e la dignità del proprio lavoro. L’artista faccia arte, il critico critica, il giornalista informazione, il mercante mercato, il direttore di museo dia una direzione e il curatore non faccia niente – ascolti e rumini, apprenderà forse così chi avrebbe potuto essere. Il curatore si faccia piccolo e umile. Si disfi di tutto. Torni negli atelier. Vada ad ascoltare, a guardare. La smetta di parlare e si faccia cassa di risonanza per pensieri altrui, lasciando ad altri la scena. Abbia la forza di dirsi « io non sono nulla, non ho una professione, non ho un’identità » e forse, allora, potrà davvero prendersi cura di qualcosa o di qualcuno. O meglio, qualcosa o qualcuno potrà affidarsi a lui, fidandosi della sua capacità di ascolto per diventare infine ciò che doveva essere. Il più grande dei curatori è il flâneur : si prende cura di tutto ciò che di notevole incontra, perché ha conservato in sé quel candore che gli permette di lasciarsi stupire da ciò che, sempre e di nuovo, avviene dietro l’angolo, dove i passanti indaffarati non guardano mai. La sua unica dote è l’attenzione. Il suo unico fine è fare segno.

una desacralizzazione della figura del curatore risulta sicuramente necessaria. detto ciò, ritengo che relegare le attività svolte da un curatore a quelle di un allestitore amico sia eccessivamente riduttivo, nonché frustrante. l’essenza del suo operato sta nella capacità di essere un propulsore e raccoglitore di energie differenti – e, per far questo, gli è necessario disporre di una certa libertà e autorità intellettuale, che qui mi sembra venga rigidamente inquadrata -.

come indica ferrari, il passaggio « riflessione » tende ad essere spesso saltato. questa è, a mio avviso, una spiacevole tendenza. il curatore è ancora così preso dalla definizione e giustificazione del proprio esistere, che dedica a questo la maggiorparte del suo tempo. le sue mostre ne risentono, fredde : tutto è calcolato al millimetro ma non le necessità dell’opera nel delicato momento dell’essere esposta. una pericolosa carenza di sensibilità.

questa spontaneità va salvaguardata e esercitata costantemente. è un istinto che dovrebbe essere alla base dell’approccio di un curatore, nella sua natura di intellettuale curioso.

lasciarsi stupire, essere ricettivo e sensibile all’inatteso, restare in ascolto, prestare attenzione, non smettere di camminare.

alla luce di tutte le discussioni sul curating che non fanno altro che isolare la figura del curatore ed allontanarla dal vero oggetto del suo curare, l’arte e l’artista- la chiusura del pezzo di ferrari mi sembra racchiudere delle preziose idee da riconsiderare.


Federico FERRARI è nato a Milano il 15 settembre 1969. Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Milano, dove è anche stato fondatore e coordinatore del corso di laurea specialistico in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali. E’ stato visiting professor in diverse istituzioni e università straniere, oltre ad essere corrispondente per l’Italia del Collège International de Philosophie di Parigi.

Michela ALESSANDRINI è nata nel 1987 a Tivoli. Ha ottenuto una laurea magistrale in Storia dell’arte contemporanea all’Università Sapienza di Roma. Dopo una residenza presso il Labor Guest Space di Budapest nell’estate 2012, ha partecipato alla Sessione 22 dell’Ecole du Magasin (Programma Internazionale per le Pratiche Curatoriali) a Grenoble. Attualmente è curatrice della galleria dell’erg a Bruxelles e da Gennaio 2014 sarà ospite dell’ Embassy of Foreign Artists di Ginevra. E’ autrice della rubrica The Portrait Room su Droste Effect Magazine.

Questo libretto è stato prodotto in occasione della mostra « Des coquilles et des mondes », che si è tenuta dal 21 novembre al 6 dicembre 2013 presso la galleria dell’erg a Bruxelles. Un ringraziamento speciale va a Federico Ferrari, Chiara Bertola, François Roux, Sammy Del Gallo, Alexandra David, Florence Delhaye e Nils Grauerholz.

Complice dell'artista federico ferrari