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Giorno della Memoria, la città di Marano di Napoli ricorda le vittime della mafia di Anna Paparo………………….…. 2 Tanto gentile e tanto onesta pare “Educazione sentimentale” di una giovane, nell'Italia diciamo degli ultimi 30 anni, all'incrocio di molteplici e differenti serie di sollecitazioni culturali. di Marina Vagnoni………………….. 3

La Messalina di Alfred Jarry di Giuseppe Varriale e GianMarco Altieri……………...…… 6

LABILITA’ DEI CONFINI: SALUTE E MALATTIA (La coscienza di Zeno) di Sara Guardascione………..…… 10 “R’a via ‘e fora mo arriva na luce”. Aggrappiamoci all’arte! di Luca Sorrentino…………….….. 11 «Guardatemi da' topi or che son unto» di GianMarco Altieri………………. 13 POESIA E ATTUALITA’ di GianMarco Altieri………………. 14 UNA MADRE Racconto di Anna Schiano Lo Moriello……… 15

Diario prosaico. Ovvero opere della maturità di Luca Sorrentino………….…….. 17


dell’hinterland napoletano, impegnati da anni in vari campi e manifestazioni della vita maranese, dal volontariato alla solidarietà, dalle attività ricreative all’impegno dei diritti civili. Ispirandosi a principi di solidarietà, tolleranza e multiculturalità e organizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e con il patrocinio del Comune di Marano di Napoli, la manifestazione ha preso il via alle 9,30 in Piazza della Pace, dove è stato allestito un gazebo e una mostra di immagini, in cui si ritraevano i mitici giudici Falcone e Borsellino, il giornalista Giancarlo Siani, il giovane carabiniere Salvatore Nuvoletta, il tutto accompagnato da ritagli di vecchi giornali con titoli dai caratteri purtroppo non ancora sbiaditi e ma ancora nitidi nella nostra memoria. Palloncini colorati, volantini, fotografie, musica, hanno ravvivato la Piazza e smosso le coscienze dei cittadini, che, prendendo parte all'evento, hanno trascorso una domenica mattina tutti uniti e stretti in un grande abbraccio per alzare al cielo il loro inno alla vita e il loro rifiuto a ciò che non è vita, la mafia, allegoria di morte e di distruzione. Un lungo striscione bianco con su scritto i nomi delle vittime di una guerra senza precedenti si alzava imponente nel cielo, testimonianza viva che il loro sacrificio non è stato vano, non si è disperso come una goccia nell'oceano, ma che continua a essere ricordato e a fare da monito a tutti noi. Uno striscione bianco, sporcato dal sangue di vittime innocenti, colpevoli di aver fatto il proprio dovere, diventando il fastidioso sassolino nella scarpa di

Giorno della Memoria, la città di Marano di Napoli ricorda le vittime della mafia Nel giorno dedicato alla memoria delle vittime della mafia, la città di Marano di Napoli ha ricordato l’Olocausto mafioso. È stato questo lo spirito di "Libera la libertà", manifestazione organizzata dall’Associazione AggregArci Marano per le vittime di mafia.

“La mafia non è affatto invincinbile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Così il giudice Giovanni Falcone descriveva e parlava di mafia, il suo e il nostro acerrimo nemico, un cancro da sconfiggere che ha contagiato ogni piccola cellula del grande organismo della società italiana. E su questa scia, non ci si è arresi anzi si continua a combattere a testa alta. Proprio come fanno i ragazzi dell'AggregArci Marano, che in occasione della XV Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, hanno ricordato l’Olocausto mafioso con la loro manifestazione "Libera la libertà", svoltasi lo scorso 21 Marzo. Protagonisti attivi dell’iniziativa on the road sono stati i giovani dell’area nord

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quegli uomini di mafia troppo potenti per loro, per la giustizia. Tutti raccolti in un girotondo di legalità hanno, poi, osservato un minuto di silenzio, pieno di rispetto e di commozione: bambini, giovani, adulti e anziani si sono abbracciati urlando con il loro assordante silenzio “basta” di fronte a una carneficina di vittime innocenti. “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini. Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.”, scortati da queste parole di Falcone, i ragazzi della città di Marano di Napoli hanno dato una grande lezione di vita, lasciando per un momento da parte la propaganda elettorale in vista delle prossime elezioni, dedicandosi anima e corpo a questa splendida manifestazione e dando la giusta importanza con un gesto semplice ma fatto col cuore a un pezzo di storia, della nostra storia, con l'augurio di non abbassare la testa di fronte alle ingiustizie e di poter cambiare vita seguendo la strada della legalità sempre, per creare un finale diverso per tutti noi. Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana. Ora è tempo di riflettere e di scegliere da che parte stare. E il resto è silenzio. Addetto stampa dell’Associazione AggregArci Marano Anna Paparo anna_paparo@libero.it cell. 3398885045

Tanto gentile e tanto onesta pare… di Marina Vagnoni “Educazione sentimentale” di una giovane, nell'Italia diciamo degli ultimi 30 anni, all'incrocio di molteplici e differenti serie di sollecitazioni culturali.

Farò, con pochi tratti certamente non esaustivi, un abbozzo di un'esperienzatipo di una giovane (futura) donna; si tratta naturalmente di una esperienza, è implicito quindi che ve ne possano essere un'infinità di altre differenti. Dunque: fin da molto piccola, alla nostra bimba vengono narrate romantiche fiabe di un tempo che fu, nelle quali un'eterea protagonista, principessa, regina o servetta che sia ma meglio principessa-, pura e totalmente ignara della vita, conquista con le sue grazie il cuore di un intrepido principe. Questi sfiderà il mondo per accaparrarsela, e naturalmente, o almeno nella maggior parte dei casi, il tutto sarà coronato da un lieto fine con nozze e figlioli. Su queste belle storie, in fondo incentrate sulla ricerca dell'unione tra due persone di sesso opposto, sembra pesare un'ancestrale oblio, una clamorosa mancanza. Poiché l'assenza ha altrettanto valore che la presenza, e ciò che è taciuto emerge ugualmente a reclamare la propria cittadinanza, ci chiediamo: di che natura sarà, in effetti

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bel po' lontano. Anch'esse hanno per protagonista una dolce fanciulla, in genere povera o comunque priva di potere (come in genere le donne sono, nei mondi che stiamo visitando), esposta ai vili desideri di baldanzosi maschietti che anelano a sollazzarsi con il suo corpo. La bella e timorata giovane, di alti principi morali e religiosi, difenderà strenuamente la sua virtù anche a costo della vita (quale sarà mai questo pericolo così orrendo da preferirgli addirittura la morte?). Salvo che qualcuno di questi insidiatori non si decida a coronare la vicenda con un onesto e regolare matrimonio. Nel qual caso ovviamente il discorso cambia: al di là dell'altare, il desiderio e il piacere carnale non sono più vili e sozzi; ma in genere la storia si ferma sulla soglia della chiesa, e non menzionerà quel che succede dopo dunque manterrà il velo di silenzio e oscurità che ancora avvolge la questione, agli occhi della nostra insipiente lettrice, e quindi anche quel senso di peccaminoso, di indicibile, che vi è connesso. Intanto la giovinetta di cui si parla non passerà certamente tutto il suo tempo a leggere fiabe e romanzi d'appendice: cammina per strada, guarda la TV, ascolta discorsi, vive nel mondo. Intorno a sé vede immagini di donne, che non sono altro che proiezioni di quel che un giorno lei stessa sarà. Ma che proiezioni? Donne poco vestite impegnate in contorsioni e posizioni innaturali, spiattellate sui manifesti pubblicitari o nei programmi televisivi come quarti di bue in una macelleria, che ripropongono perfettamente, in

questa bramata unione? In che forme si esplicherà? Non viene detto. A livello esplicito, il sentimento del nostro eroe è una tensione dell'anima che anela ad innalzarsi alle celesti regioni della grazia divina; e la purezza dell'amore stilnovistico che la nostra bella ispira al suo principe non è contaminata da nessunissimo desiderio carnale, che in tale universo è posto rigorosamente sotto silenzio. Qualora fossimo spinti dalla nostra fantasia a completare la storia, a “tappare i buchi”, dovremo pensare che il principe, che non sarà privo anche lui delle sue basse esigenze carnali come tutti gli uomini, sarà costretto a soddisfarle altrove: di certo, non il benché minimo pensiero impuro può posarsi sulla nostra angelica eroina, giacché questo la annienterebbe in quanto veicolo di ascensione spirituale, appunto. La fanciulla è pressoché disincarnata; e tale deve restare, pena la sua degradazione. Questione fondamentale, a cui prestare attenzione. In parallelo a queste affascinanti fiabe, la nostra bimba ha occasione di leggere o ascoltare altre storie edificanti, anche queste evidentemente di un tempo un

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studi di Michel Foucault sull'argomento). Il nostro intento era soltanto quello, molto più modesto, di portare qualche esempio di come, nell'Italia contemporanea, la sessualità possa ancora rappresentare per l'universo femminile un campo problematico, travagliato, percorso da molteplici e laceranti contraddizioni; e questo nonostante la nostra epoca abbia ormai sciolto il nesso biologico tra sessualità e procreazione – che certamente è uno dei nodi cruciali su cui si è costruita la diversità di approccio alla sfera sessuale tra mondo maschile e femminile. Volevamo lasciare immaginare come una donna del XXI Secolo, la quale, dopo secoli di lotta, si è vista finalmente riconoscere una soggettività e diritti pari a quelli degli uomini, possa nonostante tutto continuare a sentirsi appunto preda, oggetto di caccia e di conquista, terreno di proprietà altrui. Inutile portare discorsi sociologicostatistici su come la violenza sulle donne non sia mai diminuita e non accenni a farlo. Su come “il mestiere più antico del mondo” abbia assunto, per una enorme percentuale delle persone che lo esercitano, un volto ferocemente criminale, apparentandosi alla peggiore schiavitù. Su come, in questi tempi infausti, le donne siano tornate più che mai ad essere orpello esibito di potere (maschile), strumento di scambio elettorale e addirittura moneta di pagamento per prestazioni più o meno lecite - nonché principale veicolo pubblicitario per qualsiasi sorta

versione aggiornata, la stessa figura della preda che abbiamo incontrato nei romanzi e fiabe narrati più sopra. Immagini tutte rivolte non solo ad esibire il più possibile le bellezze del corpo, ma evidentemente ad accendere una qualche scintilla nell'immaginario maschile; ma questo la nostra fanciulla non può saperlo, poiché l'immaginario maschile, che intanto si abbevera a tutt'altre fonti, le è del tutto estraneo. Quel che è ventilato è un qualcosa di desiderabile, ma a desiderare non sarà lei, sarà sempre il fruitore di quelle immagini; lei sarà soltanto la fonte di questa presunta gioia, che, pure strappata dal suo corpo, non sembra destinata a lei. Quel che è certo è che queste immagini alludono ancora a quella cosa che la nostra protagonista ha visto censurare nelle fiabe che l'hanno fatta sognare, e aborrire nei romanzi cui si è ispirata; di cui conosce in qualche modo l'esistenza, ma che, per questa fantasmatica proiezione di se stessa formatasi sulla scorta di tante sollecitazioni, può rappresentare soltanto degradazione o sciagura, o, peggio di tutto, schiavitù. E i discorsi che aleggiano intorno sempre a questa cosa, che nel nostro Paese si generano a profusione, con un'insistenza sconcertante, non fanno che rivestire di peccato o ancora di grevità la materia. Non vogliamo con questo articolo aprire un discorso storico e antropologico sulla sessualità nel mondo occidentale, per esempio, e sui suoi rapporti con la religione cristiana (che sarebbe immenso, e per il quale rimandiamo, tra gli altri, ai numerosi

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Romanzo dell’antica Roma di Alfred Jarry. L’autore, ricordato principalmente come uno dei principali drammaturghi del teatro dell’assurdo e per la sua opera Ubu re, è invece ancora poco conosciuto in veste di romanziere. Il personaggio di Messalina diviene qui metafora della ricerca, strumento indagatore che occupa sicuramente un altro piano rispetto la vasta opera cinematografica che dagli anni ’70 in poi ha recluso la protagonista in un ambito puramente erotico e che, purtroppo, ha finito per relegarla nell’immaginario collettivo a tale ambito. Consigliando dunque la lettura di questo testo di grande spessore, evitiamo in questa sede di proporre un riassunto della trama che di certo appiattirebbe le innumerevoli sfaccettature di cui è composto, limitandoci invece ad alcune considerazioni riguardanti il romanzo. Non è, infatti, facile inserirsi nell’immaginario linguistico di Jarry; come spiega Luigi Morrone nell’introduzione della Messalina dell’edizione Marchese «le parole si vestono allora di un forte carattere polisemico […] le alterazioni del linguaggio sotto i colpi dello scrittore ne rivelano le infinite potenzialità, ogni termine diventa il luogo del possibile, la parola letteraria è ogni volta a un tempo sintesi di un molteplice e dispiegamento di una pluralità.», a ciò va aggiunta una poeticizzazione del linguaggio che rende, d’altro canto, la lettura poco scorrevole per i non avvezzi a testi di questo tipo.

di merce, che sarebbe l'”utilizzo” più innocente in questo campionario. Né c'è bisogno allora di stupirsi per come, nonostante la liberazione dei costumi sessuali avviata dal mitico '68, e nonostante la notevole apertura verificatasi nel mondo cattolico, il sesso possa continuare ad apparire come qualcosa di sporco, da tacere, o cui accennare con ridanciano colpevole imbarazzo. Retaggio di un cattolicesimo millenario, certo. Ma anche, forse, manifestazione di una cattiva coscienza nei riguardi di quello che in sé è niente più che un “dispositivo” naturale, né buono né cattivo, e che in una società che si vuole composta di liberi ed eguali rappresenta invece uno dei più potenti mezzi di assoggettamento e di compravendita di esseri umani, nella fattispecie, purtroppo, soprattutto donne. In queste condizioni, la presunta macchia lasciata dagli ipotetici anatemi divini sembra ancora più difficile da lavare via.

La Messalina di Alfred Jarry di Giuseppe Varriale e GianMarco Altieri

Gennaio 2009, esce il primo volume della nuova casa editrice campana Marchese editore, che propone un testo molto interessante: Messalina.

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caratteristico di quanto detto è dato dalle scene finali del romanzo, quando Claudio, dimentico di non aver ordinato la grazia di Messalina, dopo essere stato avvisato dell’avvenuta morte della stessa, continua a chiedere ai servi di chiamarla per il pranzo, appena preparato. Ebbene, in queste scene è rintracciabile quella sorta di non-accettazione del fatto che sembra estranea ad un contesto ancora fortemente politeistico (per quanto il Cristianesimo abbia già fatto la sua comparsa), contrassegnato più dall’accettazione del destino o, qualora questa non ci sia, dalla volontà di cambiarlo o fuggire da esso, piuttosto che dalla rassegnazione che non accetta, appartenente per lo più ad una morale del risentimento, come quella del Cristianesimo, piuttosto che alla morale di un popolo forte (come del resto era quello romano). Ma questi tre piani sembrano essere preparati ad hoc da Jarry per poter giungere alla costruzione di un quarto piano (e qui, forse, iniziamo a forzare il testo, a interpretarlo davvero) contrassegnato da una volontaria mistificazione che serve allo scrittore per poter produrre questo pathos di imprecisione, di dubbio e di incertezza (interno al testo stesso) e, quindi, questa tensione dicotomica tra l’Io (l’autore-narratore) e il Sé (pronome onnipersonale che sta ad indicare non solo lo scrittore, ma lo stesso lettore): Jarry sembra voler, come precisa Morrone, offrire al lettore spunti per una critica filologica. Questa critica è, poi, fatta propria da Jarry il quale, estraniandosi da sé e assumendo su di sé la parte del lettore, torna nel testo

La contestualizzazione temporale Nella Messalina di Jarry si possono rintracciare tre piani “storici” che, successivamente, vanno a costituire, con aggiunte nuove, un quarto piano il quale li comprende tutti. Il primo piano rintracciabile è la ricerca, quasi asfissiante (per lettori poco abituati alla analisi filologica e poetica) di rimandi e di citazioni di pensatori e letterati dell’antica Roma. Questa ricerca dovrebbe servire ad avvicinare il lettore al contesto storico per renderlo partecipe delle sensazioni ed emozioni della vita romana del 48 d.C. Il risultato è buono. Tuttavia bisogna notare che, talvolta - e questo rappresenta quello che si potrebbe concepire come secondo piano della contestualizzazione – la ricerca filologica di Jarry (come del resto sottolinea Morrone nella sua introduzione) non è sempre esatta. Talora l’autore, avvezzo a ritradurre nel testo i passi citati all’inizio della pagina, tende a forzare, a snaturare quanto indicato, a de-contestualizzarlo, portando il lettore in una sorta di (sonnacchioso) limbo. E il motivo di ciò può essere facilmente rintracciato in quello che vorremmo identificare come terzo piano della contestualizzazione (o, meglio, della de-contestualizzazione) storica del romanzo: l’inserimento, all’interno della ricerca filologico-storica di una psicologia che sembra essere in contrasto con l’ambiente romano descritto. Una psicologia (quella dei personaggi) nella quale è facilmente rintracciabile il flusso dei pensieri tipico dell’età moderna. Il caso

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identificare la protagonista del suo romanzo con una dea. Ed effettivamente, nella scena del secondo capitolo l’ identificazione, anzi, la deificazione di Messalina appare compiuta. Ma ciò è, in ultima analisi, contraddetto dalla stessa morte della donna. Dunque ella non potrà mai, come del resto è ovvio, raggiungere, da essere finito, la deificazione. Però, volendo ancora una volta forzare il testo a partire da esso, non si palesa, durante il ripensamento del romanzo, un punto importante: la ricerca dell’uomo non sarebbe forse infinita, se l’uomo fosse immortale (e non perfetto o increato)? E, dunque, che Jarry lo faccia consapevolmente o meno, si apre una nuova scissione, questa volta all’interno degli stessi temini “infinito” e “finito”: all’uomo, che è un essere finito, non viene a competere la ricerca infinita? E, d’altra parte, il Dio infinito non è colui che invece raggiunge la verità? E questa non è, una volta raggiunta del tutto, determinata (finita)?

con una nuova citazione che corregge la citazione errata (o falsamente tradotta) in precedenza, facendo nascere una scissione in tre livelli: l’interno (rappresentato dal testo e dal narratore), il primo esterno (rappresentato dalla psicologia di Jarry) e un secondo esterno (rappresentato dal lettore, anzi, da Jarry che cerca di fare proprio il punto di vista del lettore attraverso la critica).

Impressioni su finito ed infinito Da segnalare è, inoltre, l’accento/accenno che Jarry pone (o fa) riguardo una nuova tensione dicotomica inerente, a volerla generalizzare, il problema di finito ed infinito: Messalina aspira all’infinita divinità, a Priapo. Ma qual è il modo attraverso cui aspira al dio? Ella lo fa attraverso la continua ricerca, che contraddistingue un essere finito, quale la stessa Messalina è. Tuttavia è da notare come nel corso del testo Jarry pare voglia sempre più

Busto raffigurante Messalina

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psicologia moderna il personaggio di Claudio, ma potrebbe essere rintracciato un nuovo senso dell’accaduto: potremmo ipotizzare, per esempio, che Claudio si sia reso conto del fatto che a morire non sia stata Messalina nella sua completezza: la moglie dell’imperatore muore a causa del suo “essere determinato”, ma non a causa della sua volontà di divenire altro. E, forse, Claudio si rende conto proprio del fatto che anche la volontà di Messalina è parte integrante del suo “essere determinato”. Dunque a morire non è stata la donna nella sua completezza. Purtroppo un uomo (essere finito) muore definitivamente nel caso in cui, ad essere uccisa, sia anche la sua sola parte corporale. E questo potrebbe sollevare la questione, che qui non ci sembra il caso di affrontare, se forse anche i nostri pensieri, la nostra mente, la nostra sensibilità non siano parte integrante del nostro corpo. Comunque, dicevamo, un uomo, diversamente da un dio, muore se viene ucciso corporalmente e proprio questo pare comprenda Claudio quando asserisce di aver compreso che Messalina è morta. Nondimeno resta una domanda, che sarebbe bene porre ai lettori: un uomo va giudicato in relazione al suo “essere determinato” o alla sua volontà, che trascende il suo essere determinato? O, ancora, la volontà non è altro che parte integrante dell’ “essere determinato” di un uomo e solo attraverso un’astrazione viene ad identificarsi con qualcosa che ha una peculiare esistenza?

Essere determinato e Volontà di una nuova determinazione E vogliamo concludere con una nuova considerazione, che non è intrinsecamente connessa all’indagine precedentemente affrontata, per quanto pare ne richiami, nei termini, la fine. Essa riguarda proprio le scene conclusive del romanzo, richiama la morte di Messalina. Ella muore a causa del suo essere una determinata persona: muore a causa della sua insaziabilità erotica. Certo, si obbietterà che la morte di Messalina è un errore. Eppure è innegabile che essa avvenga a causa del suo “essere determinato” (cioè dell’essere una donna insaziabile). Eppure ella aspira ad altro: al dio e alla sua stessa deificazione. E Jarry, come detto, più volte lascia intravedere come questa deificazione sia compiuta, mentre alla fine sottolinea come invece questa possibilità non si concretizzi (e ciò viene accentuato proprio dalle ultime frasi dell’opera, nelle quali i servi di Claudio rammentano all’imperatore che egli deve far cancellare il nome di quella che fu sua moglie dalle strade romane e distruggere le statue della stessa donna). Tuttavia vi è un punto da segnalare, punto che apre una questione soprattutto morale. E, ancora una volta, attraverso il testo, cerchiamo di risalire ad un significato più generale. Nell’ultimo capitolo del romanzo, Claudio viene informato della morte della sua sposa ma continua a chiamarla per il pranzo. Certo, come abbiamo detto, ciò avviene anche perché Jarry contrassegna con una

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La lei sopra citata è Augusta, moglieantagonista di Zeno. Antagonista è qui usato per indicare il rapporto della donna con la “coscienza”, per l’appunto, del protagonista. Ella rappresenta, agli occhi di suo marito, l’immagine perfetta della salute umana, di quell’ordine di cui Zeno sente di necessitare. La vita regolata di Augusta, non contempla alcuna insensatezza, alcuna rottura degli schemi, delle certezze oltre cui non vi è ragione di interrogarsi. La rettitudine, la moralità, il rispetto per gli orari dei pasti, e per quelli del sonno, la santificazione della domenica, la centralità della famiglia, sono gli elementi fondamentali che scandiscono l’esistenza della donna. Questo, il presente di Augusta. Queste, le sue verità tangibili, al di fuori delle quali ella non può e non sa vivere. Questa, la salute. E Zeno si rende ben presto conto che la salute non sa analizzarsi, non sa guardarsi allo specchio : “solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi”. Attraverso la salute di Augusta, Zeno ci comunica la sua volontà di guarire dalla sua pseudo malattia, dai suoi dolori, dalle sue ansie, dalla sua inettitudine, dalla sua impossibilità di aderire all’ipocrisia di una società borghese in cui non si ritrova. In realtà, gli schemi che inglobano le prospettive di Augusta, irrigidiscono la vita, la rendono sterile, la svuotano di pulsioni. La sua esistenza pacata, sempre accorta al rispetto del contegno, dell’immagine, del buon senso, si trasforma nel muro che, durante tutto il corso della sua esistenza, Zeno necessita di trovarsi davanti, allo scopo

LABILITA’ DEI CONFINI: SALUTE E MALATTIA (La coscienza di Zeno) di Sara Guardascione

Italo Svevo

“Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi.” È una sorta di lancinante ossessione, la salute, per Zeno. Una meta lontana, inarrivabile, e tanto più ambita quanto irrimediabilmente inaccessibile. Una tensione continua muove l’esistenza di questo personaggio-inetto, uno sforzo rivolto al raggiungimento dei suoi propositi, al superamento delle sue nevrosi, prima fra tutte il fumo (metonimia, in cui il significante, cioè la sigaretta, sta ad indicare il suo reale desiderio morboso: le donne).

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ideale sarebbe come soffocare la vitalità dell’uomo. Il confine tra salute e malattia diventa così sempre più labile, relativo, indistinguibile, fino a scomparire del tutto, fino a determinare la sconfitta della prima, in favore della seconda.

di valicarlo per soddisfare i suoi desideri, e, dunque, per trasgredire all’ ordine. Zeno ha inconsciamente bisogno di perpetuare la sua malattia, ma per farlo ha bisogno che i suoi desideri siano irraggiungibili, e che vi sia un qualche ostacolo che si frapponga tra lui e l’oggetto bramato. Augusta rappresenta, appunto, l’impedimento sociale alla sua storia con Carla, sua giovane amante; ma soprattutto alla realizzazione del suo amore per la bellissima Ada, sorella di Augusta, che Zeno non avrà mai. Ma la considerazione finale di Zeno è quella che più può portarci a riflettere. La presa di coscienza che in realtà egli non è malato, o, per contro, che in realtà siamo tutti malati, in quanto la vera malattia è la vita. “A differenza delle altre malattie, la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli ferite. Morremmo strangolati non appena curati.” Il punto finale della meditazione di Zeno sulla malattia non ha soluzioni, se non la morte. L’esistenza procede attraverso alti e bassi, miglioramenti e peggioramenti, ma non ne esiste cura, se non l’annullamento di essa stessa. E questo ci induce a pensare che i tentativi di improntare la vita alla salute, siano un modo come un altro per affrontare la malattia; che anche quella di Augusta non è che un’esistenza in preda alla corruzione, al disfacimento, alla morte; che non esistono regole, soluzioni universali valide per tutti: al contrario, voler imporre un modello di comportamento

“R’a via ‘e fora mo arriva na luce”. Aggrappiamoci all’arte! di Luca Sorrentino

“ ‘O vvacante r’a vita è comm’ o ruospo”, recitava Sara qualche sera fa. Sono giorni che questa immagine inquietante mi perseguita. Avverto la sua presenza negli angoli nascosti della casa. Quelli dove di solito si tengono le foto della comunione o il servizio “buono” di porcellane sciupate dal tempo. Potere della poesia. Sabato sera del 6 marzo. Nuova iniziativa a “Lux in fabula” nell’ambito delle serate di “Aggrappiamoci all’arte!”. Ospite illustre (e gradito) della serata : la poesia. C’è la presentazione del libro di Franco Loi “Niul rosa cun di bluff de scur” (“Nuvole rosa con sbuffi di scuro”), una raccolta di poesie in lingua lombarda edita da “Il Laboratorio/le edizioni”. Il testo fa parte della collana “I poeti di Vico Freddo” diretta da Mimmo Grasso. Vico Freddo a Rua Catalana. Non una strada qualsiasi. Un vicolo napoletano (forse la contrada medievale di “Malpertugio”, quella

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Codici diversi, lingue apparentemente distanti, interpretazioni e voci sincere, concetti che si materializzano: mele, “rosp”, funghi, “sciure”. Immagini tratte da un mondo contadino arcaico che abbiamo (quasi) dimenticato. Ma anche immagini della quotidianità contemporanea: il bonsai domestico “sordo e senza voce”. Dopo l’emozionante lettura è il momento di un esperimento interessante: Mimmo ci invita (in napoletano ed in italiano) ad una interpretazione collettiva delle poesie lette e delle evocative ed enigmatiche illustrazioni di Lamberto Correggiari (parte integrante del libro di Loi). Tutti i presenti mi sono sembrati interessati e coinvolti da questa esperienza. Il terzo appuntamento di “Aggrappiamoci all’arte!” è stato un successone! Un’iniziativa di condivisione e di divertimento. Un modo piacevole di trascorrere il sabato sera tra amici. Un’occasione (alquanto rara) di socializzare la passione per l’arte e per la poesia senza sbadigli e piani di fuga improvvisati.

delle disavventure di Andreuccio da Perugia) dove artisti visivi e poeti hanno scelto di non asservirsi al Mostro del Marketing. A Claudia Toscano, Sara Guardascione, Mimmo Grasso e Francesco Romano il compito di interpretare alcune poesie di Loi : Claudia le legge in italiano, Sara in lingua napoletana, Mimmo in lombardo e Francesco accompagna le suggestive letture, improvvisando con la sua chitarra. Intanto Francesco Cerqua e Gennaro Cimmino, facendo improbabili dribbling tra noi ascoltatori, immortalano la serata con le loro foto. L’esperimento della triplice interpretazione mi convince. Claudia, Sara e Mimmo riescono a trasmettermi le loro emozioni senza filtro e senza schermi. Poesie cariche di immagini evocative e potenti: il mondo mi viene presentato toscanamente come una “mela marcia”, napulitanamente parlann’ comm’ na “mela nfracetata” o longobardamente come una “mela marscia”. A me fruitore ingenuo viene ricordato che “faticammo cu ‘e mantice a dà nu sciato ‘o core”(“facciamo fatica a dare fiato al cuore”).

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E infatti durante l’invasione della Polonia, Mohnke dimostrò subito il suo “valore” militare a capo della Quinta Compagnia, che non è un gruppo musicale folk, ma uno dei tanti battaglioni di cui il giovane Wilhelm fu a capo. Nel 1942 ottenne il comando del 26. Reggimento Panzergrenadier SS della divisione "Hitlerjugend", composta da giovanissimi soldati provenienti esclusivamente dalla Gioventù Hitleriana con la quale tentò di bloccare l’avanzare degli alleati dopo lo sbarco in Normandia. Ma l’omuncolo di cui parliamo non si fece mancare proprio niente… qualche tempo dopo organizzò, fallendo, una resistenza sulla riva occidentale della Senna per poi, ancora, guidare la divisione "Leibstandarte" nell'operazione Wacht am Rhine, l'Offensiva delle Ardenne. Ricordando che in questi casi non stiamo parlando di geni del male coscienti delle proprie azioni, ma piuttosto di burocrati segnati dalla banalità di cui Hannah Arendt parlava, la cosa che più scotta è che spesso, troppo spesso, questa gentaglia non ha pagato… Nel 1988 furono riaperte le indagini per la morte di 80 prigionieri di guerra inglesi della 48esima Divisione, presso Wormhoudt, di cui Mohnke era ritenuto responsabile, ma il caso fu chiuso per insufficienza di prove e infine Wilhelm, catturato dalle truppe sovietiche mentre, insieme con un gruppo di sopravissuti al bunker della Cancelleria, cercava di dirigersi a ovest, passò solo qualche anno in galera, già libero nel 1955. Continuò a vivere in Germania fino alla sua morte, avvenuta nel 2001, quando dunque il

«Guardatemi da' topi or che son unto» di GianMarco Altieri Il titolo non dice tutto, ma suggerisce molto. Questa frase sarebbe stata detta da Pietro Aretino, scrittore italiano del Cinquecento, in punto di morte. Io la rubo, decontestualizzandola, per il titolo di questa rubrica. Voglio per un po' esser topo… e voi sarete topi con me, metaforicamente parlando s’intende! Come i roditori, di cui a quanto pare l’Aretino aveva timore, erano soliti punzecchiare i corpi dei defunti, a me piacerebbe qui punzecchiarne il ricordo, affinchè la morte smetta di nobilitare l’uomo. Ogni mese racconterò satiricamente, ma neanche tanto, di un personaggio noto, nell’anniversario della sua nascita. Mi auguro che nessuno trovi ciò di cattivo gusto… tranne, ovviamente, i diretti interessati!

Bentornati! Questo mese saremo ratti molto affamati, pronti a divorare il ricordo di un personaggio lontano, forse non molto noto, ma pronto ad essere da noi riportato alla luce per poi gettarlo di nuovo, direi vomitandone la vita, nell’oblio dell’aldilà! Questo mese cade l’anniversario della nascita di Wilhelm Mohnke, nato il 15 marzo 1911 a Lubecca. Mohnke è stato un generale nazista, entrato nel Partito nel 1931, pensò bene appena due mesi dopo, di far parte anche delle SS, chissà, forse il giovanotto, dall’aria non troppo sveglia (vedi foto), sentiva di poter essere all’altezza di un ruolo più attivo in quello che è stato uno dei mali più atroci del secolo breve.

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Il 6 marzo scorso Napolitano ha firmato il decreto legge per la riammissione delle liste del Pdl stoppate per irregolarità avvenute durante la presentazione. Sorprende molto il comportamento del Presidente della Repubblica, sia per l’ingiustificata motivazione che ha portato alla decisione di firmare, avvenuta secondo le dichiarazioni dello stesso in quanto non poteva essere escluso alle elezioni regionali il partito della maggioranza parlamentare, ma sorprende anche per il passato di Napolitano che include, tra l’altro, la partecipazione alla Resistenza in Campania durante l’occupazione tedesca, presupponendo una sensibilità viva verso chi cerca di distruggere la democrazia.

protagonista di tante glorie naziste, uno degli ultimi militari rimasti fedeli ad Hitler per la protezione del Reichstag, aveva circa novanta primavere, molte delle quali passate a trucidare gente. Sono innumerevoli le Decorazioni militari ottenute tra il 1939 e il 1944, davvero molte Croci al merito, come quella di Ferro di prima e seconda classe, poi c’è la Croce tedesca in oro, e come poteva mancare la Croce di cavaliere. Per noi però la croce più bella, è quella posta sulla sua tomba!

Seduto alla scrivania, quasi addormentato poggia la mano sui fogli. Un dito di quella mano batte sul legno d'una bara ancora aperta. La mano è vecchia, non conosce più ciò che toccava quando ancora viveva in essa il rossore della giovinezza. Poi le dita, cicatrici orgogliose afferrano la penna e la sostengono e anche lui guarda allibito, prova a chiudere, stringere quelle dita al palmo della mano per spezzare anche quel gesto. Ma confuso non ricorda e la penna scivola sulla carta urlando così quel nome garante che segue portar via da altre mani così più giovani e sudate delle sue. E guarda la sua mano che ringiovanisce, vede la sua mano sudare battaglie rimosse. Si chiude la porta e lui resta immobile a pensare il vuoto che nelle menti si diffonde. Dimentico della Resistenza, una lacrima chiede scusa.

Wilhelm Mohnke

POESIA E ATTUALITA’ di GianMarco Altieri Propongo qui una poesia, cruda come le emozioni che l’hanno generata, per nulla rielaborata, ma lasciata identica a quando è stata scritta. La lascio così, legata all’estemporaneità da cui proviene, e anche se tutti i testi esigono correzioni, perfezionamenti e quant’altro abbisognano per raggiungere “il degno stile”, credo che nel suo incedere zoppicante possa ugualmente giungere concettualmente a ciò cui aspira.

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l’aspetto dell’impiegato e una vecchietta che lavorava a maglia con fare concitato, come per distrarsi da qualcosa. No, l’idea d’essere infastidita con discorsi sul più e sul meno da estranei soli l’angustiava troppo e non le piaceva immaginarsi nel campo visuale altrui nell’atto di compiere sciocchi gesti come l’aggiustarsi la borsetta sulle gambe o l’osservare lo stato del suo trucco nel misero specchietto d’osso che portava con sé: meglio continuare a camminare. Giunse fin troppo rapidamente al solito portone, la porticina d’ingresso era socchiusa, vi entrò. Le mura erano alte e di un bianco abbagliante : l’impressione che ne emanava era quella del classico palazzo in cui trova posto lo studio d’un medico, d’un dentista o d’ uno psichiatra. Sali’ con passo indeciso, imbarazzata dal rumoroso ticchettare dei suoi passi, prese posto nell’anticamera, trovandosi contrariata nel constatare che il sedile era ancora caldo di natiche sconosciute. Tentò di distrarsi leggendo i cartelloni affissi al muro, osservando le stesse riproduzioni pittoriche presenti in ogni anticamera che si rispetti, ma non le riusci’ a lungo d’evitare d’incrociare gli sguardi degli altri pazienti in attesa. Teste scarmigliate, abiti sgualciti, puzzo di tabacco e di cavolo, sguardi spenti o variamente inebetiti, ticchettare di dita, teso andirivieni. Provò un moto di stizza e di ripulsa verso quegli esemplari umani con cui sentiva d’esser costretta a condividere l’attesa, ma non un destino comune. Si sentiva abissalmente diversa da loro, li osservava con sguardo di sufficienza, dall’alto in basso. Le venne di pensare

UNA MADRE Racconto di Anna Schiano Lo Moriello

Ester Debois ingoiò le sue pillole calmanti aiutandosi con un sorso di spremuta d’arancia, passò dinanzi all’appendiabiti, si guardò meticolosamente allo specchio, si riaggiustò, rifacendola, la pettinatura alta aiutandosi con delle forcine, scelse con cura il soprabito più adatto al suo sobrio abito blu e scese in strada. Era primo pomeriggio, aveva da percorrere un piccolo tratto ed era in netto anticipo. Odiava essere in ritardo cosi’ come essere in anticipo, ma non riusciva a restare in casa una volta pronta. Decise di percorrere il tragitto con lentezza, ma non le riusci’ di soffermarsi a guardare le poche vetrine dei negozi chiusi, né accettò di indugiare sedendo al tavolino di un bar : le pareva poco opportuno appartenendo al genere delle donne sole, inoltre le sarebbe riuscito increscioso fissare lo sguardo sui passanti, tanto quanto sulle sue mani nervose o sulla tazza di caffè nero. Con indecisione guardò le panchine arrugginite del piccolo parco cosparso d’alberi dal verde spento. Avrebbe potuto gustare il tiepido sole che preannunciava la Primavera e trascorrere cosi’ qualche tempo, ma le tre panchine erano già occupate : un barbone, un signore col cappello e con

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esperimento, una paziente, una cosa da deridere coi colleghi. Ma, si sa, proprio perché non conosceva nulla di lui poteva riferirgli se non tutto, molto, di sé. Fino ad allora era restata in silenzio, ma sentiva crescere dentro l’ansia di chi vuol fuoriuscire in un fiume di parole. Non aspettava altro che quel “cosa mi racconta, Ester?” , che non faticò ad arrivare. «Al solito, dottore, non mi sento una persona. M’illudo d’esserlo quando, come accade spesso, posso costruire la mia identità basandomi sui luoghi comuni, su quel che ci si aspetterebbe da me, sul “si deve” sul “si dice”, contravvenendo anche, di tanto in tanto, queste aspettative per risultare più credibile in primo luogo ai miei stessi occhi. Ma, quando mi si pone una domanda che non contiene già al suo interno la risposta, quando mi si chiede decisione … vede, io ho un crollo psichico. Ieri l’altro, dottore, fissavo quel che restava del fuoco nel caminetto del salone, pensavo a cosa avrei potuto indossare quella sera: ero stata invitata a cena da una conoscente; quando, senza alcun preavviso, Igor, mio figlio (otto anni) mi si è avvicinato chiamandomi “mammina”. Già, “mammina”: questo mi fece subito ritenere volesse domandarmi qualcosa, ma non me ne preoccupai molto, pensai si trattasse di un giocattolo o del permesso di uscire in giardino. Mi sbagliavo. Alzò i suoi occhi feriti su di me e “mamma, perché m’hai fatto nascere?” . Dio mio, “perché m’hai fatto nascere?”, ”perché?”. Pareva proprio l’avesse fatto per mettermi in difficoltà, lo guardai spazientita e, secca, gli risposi “non so”. Lo misi a tacere. Lei,

che ognuno di essi dovesse provare un simile sentimento nei riguardi degli altri. Ognuno conosceva la propria vita, e sapeva dei vicini solo che avevano disturbi psichici. La ripugnanza e il malcelato rifiuto che la società infliggeva loro con noncuranza, in essi si tramutava in frustrazione, in desiderio d’essere accettati, che si esprimeva nel negare dignità umana proprio a chi imperversava in un simile travaglio. Ma la signora Debois si pensava in diritto di sentirsi superiore: era estremamente curata, lei, era una signora, non una cavia umana fetida e sciatta, lei mostrava un certo contegno. E proprio profittando del suo aspetto le venne in mente di fingere di trovarsi in attesa per conto di terzi. Cosi’ quando venne il suo turno con calma raccolse le sue cose, sorrise complice all’infermiere e s’avviò con passo sicuro verso la piccola sala illuminata occupata dal suo medico curante. Vedendola giungere l’uomo dietro la scrivania la salutò con vigore “Signora Debois, come andiamo?”, lei trasali’: ora tutti sapevano in anticamera, era stata facilmente smascherata la sua commedia, un lampo d’ira traversò i suoi occhi. Sedette. Era un uomo avvenente, il dottore e voleva farlo notare. Sorrideva sornione, non partecipando affatto, da giudice, alla sofferenza che gli si parava di fronte. Dopo aver accennato con un gesto interrogativo, cominciò a riempire con calma la pipa con del tabacco aromatico. Ora si, ora si sentiva una cavia Ester: non conosceva nulla di quell’uomo, e quell’uomo conosceva cose segretissime sul suo conto, ai suoi occhi lei era una non-persona, un

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dottore, sa dirmi come avrei potuto dirgli che non c’era altro motivo che il mio egoismo!? Avevo bisogno d’essere necessaria per qualcuno: di suo padre m’importava poco, volevo un nuovo essere, un essere totalmente dipendente da me. Avevo bisogno d’amare, d’esternare quell’amore che mi pesava sul cuore, quell’amore ossessivo, quell’amore malato che nessuno desiderava, che nessuno era capace d’accettare. Un bambino, mio figlio, non m’avrebbe giudicata, non avrebbe ritenuto inopportuni i miei vezzeggiamenti, né troppo lunghi i miei abbracci, né troppo numerosi i miei pianti. Sarebbero stati per lui, e, naturalmente lui li avrebbe accettati e ne avrebbe avuto bisogno e se non l’avesse avuto non avrebbe potuto rigettarmi: non avrei dovuto più temere solitudine, abbandono, senso di inutilità. Mio figlio sarebbe stato la tanto ricercata giustificazione della mia esistenza. Non mi chiesi di giustificare la sua. Avrei dovuto dirgli questo,forse? No, avrei dovuto inventare una bugia rassicurante, lo so bene. Ma lui m’ha colta alla sprovvista. In quel momento avrei voluto essere di legno, trasformarmi in uno di quei manichini fintamente allegri o scioccamente imbronciati. Gli ho detto di non saperlo, e invece lo sapevo il perché della sua nascita. Ma, ad essere onesti, non era lui, Igor, che io volevo, ma un figlio, uno qualunque. I bambini faticano a rendersi conto di questo. Sa, mio figlio non parla più». Lo psichiatra la guardò con pena e rimprovero, le prescrisse dei nuovi calmanti e le lasciò intendere che il tempo della sua seduta era scaduto.

Diario prosaico. Ovvero opere della maturità di Luca Sorrentino

Nani da giardino Nani da giardino, Totem di stirpi (un tempo) padrone. Simulacri di aspirazioni egemoniche tradite. Cara media borghesia di provincia, Un giorno ritornerai signora!

Rifiuto Cadaveri smembrati di bambole: Resti dissepolti, occhi cavati, capelli sintetici. Accanto solo scorze di mellone indifferenti. Probabilmente anche alcuni vestiti leggeri da donna. Non sarebbe onesto definirli logori.

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Aristocinema. Pubblico d’essai. Come il cinema ci salvò dall’abbrutimento Cineforum “La Perla”. “Scusi, posso?”. “No è occupato!”. “Anche gli altri cinque?”. “Si”. Poltrone invase da ingombranti cappotti. Scena altamente drammatica: stupro di una ragazzina. Alcune donne nella fila posteriore commentano: “Se l’è cercata!”. “Megl’è!”. Scoppia un litigio furibondo: colpa di popcorn masticati con avidità. “Se li vendono significa che me li posso mangiare”. Le solite scene erotiche scatenano le solite risate d’imbarazzo di circostanza. (Riaffiorano ricordi sepolti delle scuole medie). Ma perchè la gente parla sempre al cinema? Evidente disinteresse verso il film; “Franci, ma poi Ale è uscita col tipo?”. Trattato in tre capitoli “Del come e del perchè misi fine alla non edificante esperienza del Diario prosaico” Capitolo I : Non faceva ridere poi così tanto. Capitolo II : Si capiva e non si capiva. Capitolo III : Voglio dedicare più tempo all’apprendimento del moonwalk e alle telenovelas venezuelane.

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LUXinFOLIO Giornale interno all’associazione culturale LUX in FABULA Laboratorio di arte visiva e comunicazione multimediale www.luxinfabula.it www.luxinfolio.org


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Giorno della Memoria, la città di Marano di Napoli ricorda le vittime della mafia di Anna Paparo ………………….…. 2 POESIA E ATTUALITA’ di GianMar...

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