Lussino 65

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pagina 34 - Quadrimestre 65 - Ottobre 2021

Cherso dalle origini ai giorni nostri Patrizia Lucchi Vedaldi Cherso dalle origini ai nostro giorni è un saggio pubblicato in questi mesi dall’Associazione delle Comunità Istriane, grazie anche al sostegno finanziario ottenuto in applicazione della legge n.72/2001 ‘interventi a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia’. È un’opera corposa che mette il lettore in condizione di conoscere la storia dell’isola di Cherso e del mondo che l’ha circondata e nel quale oggi è immersa. Partendo, infatti, dal mito di Giasone e Medea, affronta le varie civiltà che si sono susseguite: illirica, romana, bizantina, veneziana, francese, asburgica, jugoslava e da ultimo croata. Ma non si limita a esporre gli accadimenti nello spazio insulare, li confronta via via con i principali fatti coevi accaduti in Italia, in Istria e nella Dalmazia Veneta. È questo l’aspetto originale del libro, ultimo lavoro di Carmela (Carmen) Palazzolo Debianchi. Insegnante in quiescenza, giornalista pubblicista, operatrice culturale, la Palazzolo Debianchi è giunta a Trieste nel 1947 con i genitori. Di recente ha narrato i suoi ricordi e le sue emozioni del suo paese d’origine in ‘Un tempo a Puntacroce: l’esodo, il ritorno’, edito nel 2019 sempre dall’Associazione delle Comunità Istriane. Puntacroce è il villaggio più meridionale dell’isola di Cherso all’epoca appartenente amministrativamente al Comune di Neresine posto sulla dirimpettaia isola di Lussino. Così Carmen vive la sua doppia anima: chersina e lussignana al tempo stesso. Dopo il pensionamento si dedica totalmente alla conservazione e diffusione della storia e delle tradizioni delle terre giuliano-dalmate scrivendo, tenendo e organizzando conferenze, convegni, dibattitti. Dagli anni ’90 scrive con continuità su argomenti di storia, cronaca, personaggi e altro sui periodici della diaspora Comunità Chersina e ‘Lussino’, a cui si sono aggiunti in seguito La Nuova Voce Giuliana, il foglio ‘Neresine’, L’Arena di Pola, Opinioni Nuove Notizie. I suoi articoli, caratterizzati da una narrazione sciolta e diretta, sono ap-

parsi anche su La Voce del Popolo e America Oggi e sono pubblicati sul portale internet www.arcipelagoadriatico.it. Fondatrice e anima del Blog Odos, interviene come opinionista anche su argomenti di attualità. In questo suo ultimo libro, dopo aver presentato vorticosamente quasi tremila anni di storia, che invito a leggere, fino a giungere a Josef Broz ‘Tito’ e il suo governo, dedica un accattivante capitolo alle antiche credenze e ai costumi della città di Cherso. Si tratta di una serie di articoletti pubblicati agli inizi del’900 da Francesco Baduri, storico e scrittore nato a Trieste nel 1879 dove le usanze chersine vengono messe a confronto con simili in uso in altre regioni italiane quali le Marche, la Sardegna e la Toscana. Il racconto spazia dai tesori nascosti, ai riti magici, agli spettri notturni quali il massariol, la pesàntola, le streghe e le fade. Particolarmente curiosa è la messa del caprone che si svolgeva l’8 settembre di ogni anno con lo scopo di dimostrare la superiorità del clero secolare sul clero regolare. Altre funzioni significative: la processione pasquale, la benedizione dell’acqua il giorno di San Giorgio, le credenze del giorno dei morti e gli usi funebri, le celebrazioni per l’Epifania e per San Biagio, le usanze di carnevale e gli usi d’amore. Un uso d’amore del tutto particolare a Cherso era la gnaga, una stranissima specie di serenata, e talora di invettiva amorosa, così chiamata perché si faceva con voce nasale simile al miagolio (el gnagnao) di un gatto, sperando che la bella, nascosta dietro alle persiane, stesse ad ascoltare sospirando. Il penultimo capitolo è dedicati alla storia del Leone Marciano della torre dell’orologio di Cherso, abbattuto per ordine del Capitano Imperiale Asburgico nel giugno del 1797, presumibilmente per punire la cittadina per la strenua resistenza opposta all’occupazione asburgica. Gettato in mare, venne ripescato e ricollocato nel 1905, ma nell’autunno del ’43 fu fatto a pezzi da partigiani titini violando anche la torre. Per il restauro della torre è stato chiesto e ottenuto il finanziamento dalla Regione Veneto (l.r. 15/94)