Lussino 57

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Quadrimestre 57 - Settembre 2018 - pagina 43

Petra Di Laghi si laurea a pieni voti a Torino con una tesi sull’Esodo giuliano-dalmata e l’accoglienza a Genova Sandro Pellegrini Petra Di Laghi è una giovane genovese figlia di genitori fiumani e polesani, che ha da poco conseguito la laurea magistrale a pieni voti in studi storici all’Università di Torino. Ha avuto come relatore il prof. Mauro Forno. La candidata aveva conseguita presso l’Ateneo di Genova la laurea triennale. Il titolo della sua seconda tesi è “L’esodo giuliano-dalmata tra emergenza e accoglienza: il caso di Genova (1945-1955).” L’interesse per l’argomento prescelto per il suo impegnativo lavoro di ricerca e di documentazione è presto spiegato. Petra Di Laghi è figlia di Mario di origini genovesi, rappresentante di moda. La madre Patrizia, insegnante di educazione fisica, nata a Genova come il marito, è figlia di un padre fiumano, Renato Gaspich e di una madre, Antonia Dumovich originaria di Pola. I coniugi Gaspich vivevano nel capoluogo istriano e furono tra quelli che si imbarcarono sulla nave Toscana in uno dei numerosi viaggi svolti dal capoluogo istriano verso le coste italiane dove scaricava i cittadini di Pola che avevano deciso di abbandonare la terra natale nel 1947 dopo la firma del Trattato di pace di Parigi. In quella circostanza tutta l’Istria già occupata dalle truppe jugoslave del maresciallo Tito venne assegnata definitivamente alla Repubblica Socialista di Jugoslavia. La famiglia di Petra vive da anni nel sobborgo genovese di Sturla. La tesi di laurea della neo dottoressa si articola in quattro capitoli. Nel primo vengono esposte le premesse e le caratteristiche dell’esodo giuliano-dalmata che ha avuto alla sua base una serie di ragioni psicologiche, politiche, sociali, economiche e culturali spiegate una ad una come elementi di reazione alla politica del fatto compiuto a seguito dell’occupazione jugoslava di tutti i territori italiani della Dalmazia e della Venezia Giulia nell’ultimo periodo della guerra. I territori italiani via via occupati venivano proclamati immediatamente come facenti parte della Repubblica Jugoslava, senza attendere le decisioni della conferenza di pace. Dopo la firma del Trattato di pace, del 10 febbraio 1947, si estese sempre più l’azione jugoslava di amalgama, anche forzata con il terrore di popolazioni italiane con quelle jugoslave. Il che fece maturare fra gli italiani “un

senso di estraneità nei confronti della propria terra.”. Dovevano infatti adeguarsi a nuovi modelli di vita e all’uso di una lingua distante dall’idioma di Dante. Il fatto di sentirsi stranieri in casa propria era aggravato da “un netto deterioramento della qualità della vita.” Era logico a quel punto, sostiene l’autrice, che le popolazioni di lingua italiana intendessero rimanere italiane scegliendo di ricongiungersi alla loro Madre Patria naturale. Mentre si verificava questa enorme corsa verso l’Italia si tentò di organizzare un primo censimento di quanti avevano lasciato o stavano lasciando le loro terre d’origine. Anche su questi aspetti la tesi di Petra Di Laghi offre una interessante documentazione. Il terzo capitolo della tesi “prende in esame le informazioni veicolate dalla stampa periodica nazionale e degli alleati inerenti la questione giuliana.” Non vengono tralasciate quelle tratte da notiziari internazionali e dalla stampa clandestina. Con particolare attenzione vengono esaminati i contenuti dei giornali stampati a Trieste particolarmente attenti a quanto avveniva a pochi passi dal capoluogo regionale e quelli del nuovo giornale La Voce del Popolo, stampato a Fiume in lingua italiana dagli jugoslavi. Il governo occupante utilizzava quel giornale come “una vera e propria cinghia di trasmissione...e come veicolo di propaganda tra la comunità italiana.” Nel lavoro di Petra Di Laghi il numero complessivo dei profughi dalla Venezia Giulia viene stimato a 280 mila unità invece delle 350 mila che è tuttora il numero adottato dalla maggiore pubblicistica italiana. Il quarto capitolo è dedicato agli aspetti dell’accoglienza dei profughi giuliano-dalmati con un accenno particolare a quanto avvenuto a Genova dove accanto alla Prefettura e alla sezione genovese del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara già attivo nel capoluogo ligure dall’agosto del 1945, operavano anche la Pontificia Commissione di Assistenza (POA) e l’Ente Comunale di Assistenza (ECA). Il primo aiuto offerto ai profughi della Venezia Giulia consisteva nella somministrazione di pasti, di oggetti di vestiario e di calzature. Subito dopo furono messi a disposizione una ventina di alloggi che ospitavano ognuno più famiglie e quindi nove scuole, due asili e tre conventi il cui più capiente era quello dei Padri Cappuccini di Campi-Rivarolo. A Rapallo trovarono una prima sistemazione in un albergo e a Chiavari nel cosiddetto Centro