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La leggenda dell’angelo d’oro di Sergio Colombis Agnolo Sforza nel 1173 fu feudadatario dell’Isola di Ossero e Cherso, per conto di Venezia. Apparteneva a un’antica famiglia di guerrieri, forse di origine Longobarda, da secoli insediata in Ossero, prima ancora di san Gaudenzio, praticamente “quando i sorsi portava a spada” (motto chersino per definire un’e­poca arcaica, imprecisata). Possedevano molte stanzie sparse per l’Isola, il castello di Piscio vicino a Cherso e quello di San Martin che usavano come casa di villeggiatura.

San Martin, vera da pozzo con stemma degli Sforza

Il conte Agnolo non doveva esser fatto “di farina da far Ostie”: durante il suo mandato di feudatario, per la sua avidità si creò molte inimicizie. Con l’oro frutto dei sui taglieggiamenti, poco prima di morire, in remissione dei suoi peccati, fece fondere un angelo che venne posto nella Basilica vescovile paleocristiana di Santa Maria degli Angeli, l’odierna area cimiteriale. L’oro dell’angelo avrebbe contribuito nel 1463 alla costruzione nella nuova cattedrale in stile rinascimentale Italiano dedicata a San Nicolò, protettore dei naviganti. Un’altra versione della leggenda ha sempre per protagonista uno Sforza. Quando l’8 novembre del 1202 ed i giorni seguenti, i paesani, tra i quali Angelo Sforza il giovane, forse un nipote di Agnolo, salirono sul monte Ossero, ebbero una vista impressionante, il Quarnero ad occidente ed il Quarneric ad oriente, era punteggiato di navi.

Cinquanta galee e una moltitudine imprecisata di naviglio minore stava trasportando quattromilacinquecento cavalieri, i relativi cavalli, novemila scudieri e ventimila fanti, verso la Terra Santa, per una nuova crociata. Il nostro Angelo, sceso dal monte, prontamente arruolò dei giovani suoi braveri e alcuni amici paesani, quindi, preso il caiccio di famiglia, si unì a quell’impresa. La prima tappa dell’armata fu Zara, che misero al sacco, qualche mese dopo la Santa Armata Cristiana, scassinò la cassaforte più ricca dell’Oriente, la Bizantina Costantinopoli. Molti non tornarono, alcuni rimasero storpi, di sicuro nessuno vide la terra Santa, “gnanca col canocial”. Il nostro Angelo tornò con un ricco bottino, comprendente la statua di un angelo in oro massiccio che, a seguito dell’invasione Ungherese del 1241, venne nascosto e sepolto sul monte Ossero. Un paio di secoli dopo, grazie alla decifrazione di una vecchia pergamena e con l’ausilio di altri indizi, l’angelo venne dissotterrato, ed ora si trova nascosto dentro l’angelo in bronzo che sovrasta Castel S. Angelo in Roma. La leggenda trova una conferma indiretta negli appunti di viaggio del Zagabrese Dragutin Hirc, maestro di scuola, botanico e naturalista. Nel 1902, durante un’a­scen­ sione sul monte Ossero, la sua guida, il Neresinotto Dinko Runkonich-Cimich, gli fece notare una ‘fojba’ nel­la quale i Signori Veneziani avrebbero cercato e trovato dell’oro e per questo il monte Ossero viene chiamato in dialetto croa­to Monte d’Oro. In quell’occasione, Dinko gli raccontò che le vipere dell’isola non sono velenose, al che il Dragutin meravigliato gli avrebbe risposto “questo a Zagabria non si sa!” ma questa è un’altra storia. A sostegno del dato riportato dell’invasione Ungherese del 1241, due tracce si trovano a Caisole, Beli in croato in onore di re Bela IV, che in questo paese si sarebbe rifugiato scacciato dall’Ungheria dai Tartari, mettendosi sotto la protezione del Bano Frankopan, signore di Segna e Veglia. Nell’Isola di Cherso, il seguito di Bela IV, più che da profughi, si comportò da invasori, saccheggiando e uccidendo i poveri isolani. In un vicolo di Caisole sono murate una testa in pietra che ritrarrebbe re Bela e, nella casa di fronte, uno stemma della Real Casa D’Ungheria, gli Arpadi.

Stemma degli Arpadi

Bela IV d’Ungheria