Lussinpiccolo 64

Page 48

pagina 48 - Quadrimestre 64 - Aprile 2021

Figlie di Lussignane Doretta Martinoli Le splendide ragazze immortalate in una bellissima fotografia fatta a Lussino nel lontano 1933 e pubblicata sul numero 37 del nostro giornale, ora purtroppo non ci sono più. Erano un bellissimo esempio di amicizia sincera, onesta, intelligente dovuta anche all’eredità lasciata dalle loro mamme già tra loro molto amiche. Sempre disponibili alle necessità altrui mai criticone sempre attive e positive nelle loro aspettative. La vita le portò in diverse direzioni, famiglie o professioni e anche se disperse nel mondo, hanno mantenuto sempre contatti affettuosi, spiritualmente presenti e almeno una volta all’anno in presenza, nel ricordo costante della loro Lussino e della splendida giovinezza lì trascorsa. Quelle ragazze non ci sono più ma hanno lasciato una preziosa eredità: le figlie!!! Non tutte si conoscono tra loro personalmente ma sono amiche come le mamme che sono riuscite a trasmettere loro tutti quei valori che le avevano rese speciali. Vivono in città diverse, paesi diversi ma hanno trovato il modo di contattarsi attraverso i potenti mezzi telematici che oggi facilitano la comunicazione. Hanno formato un simpatico gruppo su WhatsApp denominato “Figlie di lussignane”.

Nel periodo natalizio ho scoperto che si scambiavano ricette lussignane: le “verze na po frich” o i “prapagnachi”. Veramente la ricetta sulle verze ha suscitato la mia ilarità perché non aveva proprio niente a che fare con quella VERA e allora mi sono permessa di intromettermi dato che anche una delle mie figlie è stata accolta nel gruppo. La mia ricetta (della mia mamma Dora) ha suscitato meraviglia ma spero che l’abbiano eseguita pari pari anche se composta da misteriosi ingredienti come le “pitulie, il blisniak, jaglà, burasina, coromaz…!!! Parole intraducibili neanche da quel “misotutina” di Google (come lo apostrofa la Tinzetta!). Io non mi ritengo la depositaria della verità sulle verze na po frich ma so che quelle della mia mamma erano squisite. E i CALIMARI devono essere lussignani: è un must!!! C’è chi le fa da minestra (col cuciaro) e chi solide (col piron), buonissime entrambe. Tornando alle ragazze ormai anche loro stagionate, anche se svedesi, inglesi, austriache, romane, padovane, bergamasche, triestine, veneziane, genovesi, milanesi, stanno trasmettendo anche ai loro figli la “lussignanità” ed è così che si avvera il desiderio di tutti noi: che Lussino continui ad esistere!

Ancora ricette lussignane DOC Doretta Martinoli Visto l’interesse delle “Figlie di lussignane” per le ricette che hanno accompagnato la vita dei nostri antenati, propongo una piccola rubrica dedicata a questo argomento. La cosa si presenta ardua perché in molti casi le ricette sono scritte in termini difficili da interpretare e anche piuttosto sgrammaticati ma ciò costituisce il lato divertente dell’impresa e stuzzicherà l’acume di chi vorrà cimentarsi per una giusta interpretazione! La nostra grande, magnifica interprete delle usanze lussignane, Elsa Bragato, le ha descritte magistralmente, con grande humor, di cui è dotata tutta la sua opera “Una volta a Lussin”. Dal suo libro: La cucina dei nostri vecchi non è ricca ma ogni famiglia tramanda le sue ricette più o meno segrete. Sfoglio gli appunti: PINZE: 10 funti di farina,118 uova(!), una bozzetta di cipro. Poi ricette di Buzolai e buzzolini. Per fare la ROSADA: quattro carantani (!) di latte sono la dose giusta e… che la tecchia non tacchi!!!!! I KRAFEN richiedono una BOZZA e mezza di latte, dieci LOTTI di butiro, un lotto di sale.

Con la pasta del croccante si fa “quei scherzi che si vuole”! Da un quaderno sbuca “Ricetta per essere felici”:” Un kg di cuor contento, un kg di amor di lavoro, un mazzolino di modestia, un ramoscello di rassegnazione. Amalgamare il tutto e metterlo nella pentola della buona volontà. L’elenco continua ma gli ingredienti, oggi, sono scomparsi come le domestiche, come le maride!!! PANDEFIGO de zassiza (!): con la grappa appiccicare l’un l’altro i “polusici”(fichi aperti e messi ad essiccare al sole), schiacciare il tutto in una scodella di legno e l’impasto prenderà forma. Avvolgerlo nella foglia di fico. Da uno stralcio del libro di Marco Stuparich, figlio della Signora Clementina che abitava Zacantuni: “A tavola, la mamma: ‘Ala putei, oggi nazaremo un pandefigo’. Silenzio. La domestica torna annunciando: ‘I xe ormai nazadi e gustadi. Non resta che la scorza, i li ga scavadi dentro’. Dopo ‘brutti asini, carogne’ e altro, la mamma si chiede: ‘e come farò adesso che ghe go promesso uno a Don Leopoldo!!!’”