Lussino 60

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pagina 58 - Quadrimestre 60 - Settembre 2019

L'esodo della famiglia Pocecco Paolo Pocecco Se nella vita non sono stato un orfano lo debbo alla solidarietà di paese. Quando nel 1943 giunsero i Tedeschi, questi effettuarono un grande rastrellamento e, nella zona di Cittanova, vi furono varie fucilazioni, tutti gli elementi sospetti, catturati, vennero racchiusi nel Castello - Convento di Daila in attesa di essere inviati ai campi di lavoro, o concentramento, in Germania. Tra questi, vi furono due giovani, sorpresi nei campi, non armati, ma che non seppero dare giustificazione della loro presenza là. Il padre di uno di questi, di Cittanova, andò da mio nonno, che conosceva, e lo scongiurò di aiutarlo. “Tu che parli tedesco va a spiegargli che mio figlio non è un partigiano ma è un bravo ragazzo!” Mio nonno, titubante, (I tedeschi avevano in quel momento una fama sinistra ed il nonno si aspettava di essere, nel migliore dei casi, cacciato a calci nel sedere) si recò dunque al castello di Daila e si presentò, con molta faccia tosta: “Ich bin der Oberfeldwebel der Kaiser - und Königlichen Österreichisch - Ungarischen Gendarmerie und möchte mit dem Befehlshaber sprechen“(Sono il maresciallo capo dell’ Imperial Regia gendarmeria Austroungarica, vorrei parlare con il comandante).” I Tedeschi di guardia lo trattarono con molto rispetto, quasi con deferenza.La sentinella scattò sull’attenti. Parlò poi con il comandante, un sottufficiale (Feldwebel), che poi ebbe modo di conoscere meglio, un certo Fischer, berlinese.

La barca della fuga fotografata nel '40

Questi, contrariamente alle aspettative, lo trattò da vero collega, si fece dare da mio nonno, la sua parola d’onore che il ragazzo non era un partigiano e li rilasciò, seduta stante. Tanto, osservò, quei prigionieri non erano stati ancora registrati. Un successo insperato. Questo giovane invece era un partigiano, anzi un capoccia, e nel 1945, a guerra da poco finita, un giorno si confidò con il padre, raccontandogli che aveva saputo che quella sera, sarebbero andati a prelevare mio padre per infoibarlo. Il vecchio si sentì in dovere di ricambiare il favore. Corse da mio nonno e gli disse. “Fai scappare tuo figlio! Non domani, subito!” Noi ricevemmo la notizia alle 8 di sera. Mio padre, mia madre ed io ce ne stemmo rintanati nel bosco dietro casa sino alle dieci di sera, fin che fece buio. Poi su una barchetta di 4 metri, a vela attraversammo l’Adriatico. (vedi foto) Le prime ore fummo sospinti da un bel levante, ma nella giornata successiva lavorò molto la pagaia. Io di questo viaggio non ricordo proprio nulla, anche perché per la maggior parte del tempo ho dormito. Comunque verso l’una di notte vennero i partigiani a casa nostra e, non trovando mio padre, presero mio nonno, che però se la cavò egregiamente come di seguito racconto.

L’interrogatorio Mio nonno fu portato a Pirano e messo in uno stanzone con altre venti persone. Devo premettere che mio nonno, essendo di madrelingua italiana, nella prima guerra mondiale era stato destinato anche ad interrogare prigionieri. Le tecniche di interrogatorio le conosceva bene. Oltretutto era stato un gendarme. La prima cosa che disse tra sé e sé: tra di noi c’è sicuramente un delatore, bisogna che lo individui. Dopo mezz’ora che era là l’aveva individuato ed anzi avvisò un suo compaesano, più sprovveduto degli altri, a stare attento di quel che diceva a quella persona. Furono trattenuti per circa quindici giorni. In questo tempo mio nonno ebbe il tempo di riflettere. “Sicuramente la detenzione si concluderà con un interrogatorio, bisogna che stia ben attento a ciò che dico. Se gli dico che sono con loro non mi credono, se gli dico che sono contro finisco male, devo dirgli qualche cosa che li lasci completamente indifferenti. Venne il momento dell’interrogatorio.” Sul tavolo erano seduti tre commissari politici e un interprete. Il commissario politico capo disse, in sloveno, all’interprete, “chiedigli….”