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pagina 32 - Quadrimestre 59 - Aprile 2019

Senza bussola e senza motore, la nostra fuga con l’Ondina dalla baia di Studencich alla costa italiana, 1956 Tarcisio e Fides Cucich, California

I preparativi

baia di Studencich, da dove avrebbe avuto inizio la nostra Odissea; lavorava nel cantiere navale di Lussinpiccolo e. giornalmente, si recava con la bicicletta al lavoro, rientrando a casa la sera. Tramite il collegamento stabilito, ci accordammo che, alla prima occasione e cioè col vento favorevole, bora o tramontana, Fides e io, avremmo raggiunto con la nostra barca la baia di Studencich e che egli, senza ulteriore preavviso per non destare sospetti nei nostri movimenti, ogni sera dopo il tramonto sarebbe venuto a “vedere” se fossimo giunti, pronto a partire con noi. Non disponendo di un motore, il vento era fattore essenziale. Come stabilire in anticipo quale vento potrebbe soffiare durante la settimana di vacanze che, specialmente per me impiegato, dovevo prendere per dare una giustificazione legale all’assenza dal lavoro? Perché le assenze giustificate o meno, dato il clima politico della situazione generale, erano motivo agli organi di controllo di mettersi in sospetto e bisognava essere fortunati per non destarne alcuno. Siccome il vento necessario alla nostra impresa, bora o tramontana, in settembre soffiava da uno a tre giorni, più o meno continuamente, affidammo questa soluzione alla Provvidenza, che ci assistette.

Erano i primi di settembre del 1956. I nostri preparativi di fuga da Lussinpiccolo procedevano cautamente da quattro mesi circa. Ragioni di sicurezza personale ci consigliavano, data la situazione locale, di mascherare le nostre azioni con tutte le precauzioni possibili. (NDR nel maggio 1956 erano spariti 4 fuggiaschi, partiti da Lischi, che sono stati uccisi e rimasti per 40 anni sotto il mare………). Quando si arriva al bivio di arrischiare forse la propria vita e la conseguente separazione dalle persone care, genitori, parenti, amici, si può comprendere quanto amara e difficile fosse la situazione sulla nostra isola. Per porre termine a questo stato di cose era necessario agire con prudenza. Oggi tuttavia ci rendiamo conto che la nostra esasperazione doveva essere rilevante per affrontare con mezzi limitatissimi gli insidiosi flutti del Mare Adriatico. Non disponevamo infatti che di una piccola barca a vela, chiamata Ondina, una passera lunga 4,50 metri e tre remi di cui uno scheggiato. A bordo non avevamo né motore, né bussola. Svanite le speranze di associarsi a conoscenti che avevano il nostro stesso intento e in possesso di un adeguato mezzo di trasporto a motore, indispensabile ad assicurare quasi certamente la riuscita di un’impresa simile, già di per se stessa temeraria, decidemmo ugualmente di tentare la fuga con la nostra Ondina. Poiché Fides, mia moglie, e io stesso, in caso di mancanza di vento – nostra unica speranza – avremmo opposto due forze fisiche insufficienti a remare per chissà quanto tempo prima di raggiungere Ancona e la costa italiana, distanti quasi 80 miglia in linea d’aria, nostri intermediari fidati ci misero in contatto con Toni che a suo tempo aveva espresso il desiderio di “tagliare la corda” se avesse trovato qualcuno in possesso di una barca. Toni, giovane diciottenne, abitava a Chiusi, villaggio vicino alla Il luogo della nostra fuga, in Jugoslavia

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Lussino 59  

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