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TITOLO / ALTRI VERSI AUTORE / Elio RIA grafica / Paolo Guido

©Lupo editore 2009 Via Prov. le Copertino-Monteroni (km. III°- cp. 34) 73043 Copertino (Lecce) • Tel/fax: 0832.931743 ISBN 978-88-95861-71-5 www.lupoeditore.com info@lupoeditore.com


Ho scritto questo libro perché so che è bello e inutile. Non insegna niente e non fa credere in niente. È pioggia che cade e non feconda. Nello scriverlo c’ho messo tutta la mia anima, ma nel farlo non ho pensato a lui, ma solo a me stesso. Lo offro a chiunque avrà la consapevolezza che nulla potrà ricevere.


ELIO RIA

Altri versi


L’Autore sui binari in versi opposti

Leggere Elio Ria è viaggiare in carrozze di poesia su binari d’anima, rotaie parallele e opposte di conferma e di disconferma di sé, un viaggiare che disorganizza il tempo nei ricordi in cielo, in senso inverso al vero, nella magia del sogno. Egli scrive d’essere senz’anima in un cielo sciupato incompleto e disadorno, eppure l’anima lui la cerca, disperatamente, la esplora ed infine l’ama in una continua e sofferta analisi introspettiva condotta nell’intimo del suo peggior nemico: se stesso. Guerriero dissacrante, impietoso, crudo, diretto, coriaceo, granitico, sincero fino ai limiti della buona creanza, finché si percepisce protetto in corazze d’apparenza Elio Ria. Poeta intimamente tenero, timido e malinconico, nelle sue vulnerabilità quando si lascia denudare per offrirsi di pura essenza. Mentirà o dirà la verità quando decisamente afferma: Io sono un mentitore, non

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sono poeta, e lascio a voi immaginare quello che io voglia effettivamente dire e non dire. Non mi piace sfogliarmi e farvi leggere tutto di me. Ho tante cose riservate nel cuore della sfinge e mi attrae e m’intriga velare ogni cosa di me con l’enigma della verità. Il mio poetare è viandante, senza regole, ebbro, incosciente, irriverente, sfacciato, demoniaco, irrazionale, piacevolmente folle. Con i miei versi incido le mie carni maledette per distillare il sangue infetto dal virus della poesia. Elio Ria sfugge da ogni forma di etichettatura, sia sul piano umano sia sul piano letterario, con le sue contraddizioni, a volte ermetiche a volte ingenue. Disorienta Ria ma nel contempo insegna che rischia di peccare di superficialità colui che non presta attenzione alla sua apparenza. Egli a volte si dimostra disattento però, e cede al lettore, timidamente, vestendo di lievi trasparenze i suoi momenti di introversione poetica, vissuti come un umano rifugiarsi, una rinuncia alla voglia di conoscere e di capire o di dare motivazioni, un rintanarsi in quel caldo mantello di silenziosa solitudine, che gli divenne madre, compagna e amica fin dall’infanzia.

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Solitudine alla quale egli riesce a donarsi ancora nella maturità, perché sicuro che da essa non rischia d’essere ferito, perché sicuro che nel suo silenzio può far tacere la voce e mostrare la sofferenza di una vena di follia, che lo rende incerto nell’irridere e nello sconfessare la realtà, destabilizzando di continuo il suo equilibrio interiore. Perversione di un sentimento trafitto di tenerezza che lo spinge alla ricerca di un’immagine, di un sogno, dell’amore forse, nell’assurdità di un pensiero / ch’è immagine costante / di un poco e di un niente / che lo porta ad inseguire illusioni nell’infinito mondo che lui pone in una dimensione privilegiata oltre il tempo e oltre lo spazio. Sempre, nei suoi versi, è palpabile la tensione emotiva tra energie interne, a volte amiche a volte nemiche, tra vero e immaginario, tra razionalità e irrazionalità, tra certo e incerto, tra possibile e impossibile, tra conscio e inconscio, tra ciò che egli infine vorrebbe concedersi e ciò che è costretto a negarsi, senza paura però di giocare nel buio al fantastico gioco che è comunque la vita. E giocando egli infine sembra trovare quell’equilibrio che invoca e desidera.

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Nella poesia pare infatti egli placarsi, acquietarsi come dopo una tempesta, come dopo la passione, perché è proprio quando l’uomo cede il passo al poeta che Elio Ria riesce ad oltrepassare, glorioso e vittorioso, il confine che separa l’apparenza dall’essenza. Entro nella porta senza chiave della poesia / a patire le immagini di bellezza / che s’accodano per stordirmi / ed è stupefacente il morire per rinascere / nel tempio sacrale di un verso. È nel patire immagini di estrema bellezza poetica che l’autore riesce a superare i suoi limiti umani, a morire per rinascere, palesando completamente il suo essere (dolore) in divenire (verso). Con forte lirismo intimistico Ria ci svela dunque la metamorfosi di sé in poesia, nella mediazione tra pulsioni opposte che albergano nel suo essere, affinché anche gli altri possano comprenderlo e con generosità accettarlo e amarlo oppure decidere liberamente di odiarlo e ripudiarlo, ma mai possano fraintendere o restare indifferenti al suo esistere. Pura e semplice emozione leggere Altri versi, emozione che evade ed invade, cancellando i confini tra il diritto e il rovescio del

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caldo mantello di solitudine che avvolge la complessitĂ interiore di questo magnifico e promettente poeta, Elio Ria. Elena Franchitti

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Prefazione

L’opera è suddivisa in sei sezioni: La perversione del dubbio - Nel silenzio del dolore Dio, gli uomini, i sacerdoti e il male – La magia di un Sud persa nella credenza – Versi diversi – Il tempo. I testi evidenziano l’attrazione che il poeta prova verso contenuti metafisici e la sua propensione alla problematizzazione del reale e alla ricerca filosofica. Egli, in una incessante e sofferta analisi introspettiva, riesce a trasformare la frustrazione che prova in versi intrisi di un lirismo estremamente suggestivo. Elio Ria cerca un fondamento: reclama quel Dio straziato da un uomo che si fa portatore vigliaccamente della sua parola, ingannando se stesso e l’umanità. Un Dio che pare assente, talvolta, anche dalla sua terra, ove spesso la superstizione e la paura vincono la fede. Il poeta scrive: Mi piacerebbe togliermi gli occhi / quando è notte / e riporli sul comodino,

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/ poi al mattino rimetterli / con la dolcezza della voce di un sogno (…). Ecco, il tentativo di fuggire dall’esistenza che gli è stata data, che non biasima di per sé, ma per il luogo nel quale si trova immersa. La fiducia di poter vivere oltre il limite del mondo e trarre dall’immaginazione il suo riparo, pare smorzata, come se le domande poste a se stesso rispondessero con altrettante domande: giacché in ogni domanda / vi è un’altra domanda / non intendo seguire riposte (…). Com’è possibile vedere la semplicità camuffata della vita? Il poeta ha bisogno di uscire dal limite dell’orizzonte abituale, quello che sfugge all’occhio dell’uomo, e per poter vedere ha bisogno di uscire da se stesso: Mi fingo ciò che non sono / per refrigerare la mente (…) / Ho visto le maschere sui volti / nella brevità di un istante / di un presente deludente (…) / Ciò che era buono / è ancora dentro di me. Come superare questo stato d’animo che lo angoscia? Come sempre ha fatto: cercando di superare il limite della realtà, quel rigoroso schema in cui ogni persona sembra muoversi. (…) invento dogmi immateriali / disperdo nella follia il limite.

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Ma dov’è limite? Il limite fa parte dell’uomo e della vita nel quale l’uomo si trova intrappolato, è nello stesso pensiero che deve prendere forma per poter essere comunicato, un pensiero che cerca di sfuggire dalle restrizioni. Parole sconnesse nel chiaroscuro di un’idea / calvario di un enigma nell’addizione di concetti. Ed è sempre e continuamente desiderio di fuga, o addirittura di morte se questo può significare trovare pace e quiete dallo stordimento di una vita disordinata che perde di vista la semplicità delle cose: Fatemi tornare dove non c’è ritorno / e la pace è sulle pagine dell’eternità / e la luce non si consuma (…) Il poeta affronta un altro tema: quello dell’uomo che si maschera da promotore della parola di Dio e abusa di questa condizione per fare del male. I rappresentanti di Dio in terra, spesso non sono altro che commedianti, altri uomini che si pongono davanti al viso una maschera, dimentichi dell’uomo che morto in croce reitera la sua morte di fronte al loro agire peccaminoso. E in questo luogo falsificato di preghiera il poeta non si ritrova: il suo Dio è altrove, dove regna giustizia e pace, dove la mano dell’uomo non ha coperto con il velo dell’ipocrisia

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la parola di Dio. Nell’anagrafe di Dio non ero censito / Utente sconosciuto alla Sacra amministrazione / senza destino cercavo un Santo per amico. Le parole del poeta sembrano invocare un Dio in cui crede, un Dio che sembra però non riuscire a trovare nel mondo. Nell’infinita suggestione della vicinanza al mistero / l’attesa del miracolo / tendeva tutto al non senso / dell’eterno silenzio di dio. Un Dio che il poeta non riesce neanche più a vedere con gli occhi della fede. È infastidito nel sentire questo nome violentato e spogliato, tant’è che lo scrive minuscolo (come nella poesia L’altare senza dio). L’uomo pecca nel suo nome, crocifiggendolo senza tregua. Questa rabbia che si scatena in parole, in realtà non sono dirette a Dio, ma all’uomo che lo nega e lo rinnega. Il poeta risente anche della parziale estromissione di Dio dalla sua terra: la terra del Sud, fatta di superstizioni e credenze che spesso vincono la fede e intrappolano l’uomo nella paura e nella credenza di significati oscuri che sanno più di diabolico che di sacro. Ma nel narrare con i sui versi la sua terra, non può trovare che se stesso e la ricchezza della stessa, il suo lento procedere quasi contro il tempo, dove a

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volte, persone vincono la dimenticanza e sopravvivono, come Rosa. (…) Dei tanti fiori del tempo / era il fiore amato dal tempo / che resiste all’oblio / e delizia la memoria. In questo Sud ricco di tutto, del bene e del male, dell’eterna contraddizione del mondo, il poeta ritrova se stesso, i ricordi amari, il tempo passato che lo affligge e lo trafigge nel ricordo di ciò che non c’è più. Un mondo che lo frustra negandogli certezze, ma egli sembra, in qualche modo, aver intuito che può riuscire a trovare in sé i significati che non riesce a trovare altrove e per questo non si arrende, sottoponendosi ad una continua e sofferta introspezione. Non ci sarà la parola fine all’estenuante ricerca del poeta, perché come i filosofi di ogni tempo, il suo pensiero ha già varcato i confini dell’insondabile e nel suo non domandare più, per non trovare altre domande, ha aperto gli occhi sul mondo, ne ha scoperto le infinite bellezze soffocate dalla malattia dell’umanità che ci sono, là, sempre oltre il limite che l’uomo pone a se stesso. Marinella Pozzi

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