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Fabio Mele

Da principio era la neve


Titolo / DA principio era la neve Autore / Fabio Mele Copertina / Paolo Guido Progetto grafico e impaginazione /Rossana Scrimieri

A chi ama, in qualunque modo. A chi sa ascoltare. Alla musica.

TUTTI I DIRITTI RISERVATI Copyright © Lupo Editore 2009 ISBN 978-88-95861-58-6 Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta senza il preventivo assenso dell’Editore. Lupo Editore Via Prov.le Copertino-Monteroni (km. III - cp. 34) 73043 Copertino (Lecce) • Tel. 0832.931743 Fax 0832.1815019 www.lupoeditore.it • info@lupoeditore.it


1. Pollice

Ci sono cose che non diventano mai un ricordo sbiadito e lontano. Frasi, oggetti, regali, situazioni vissute appena qualche mese prima, possono sbiadire e sembrare persi per sempre nella foschia… ma c’è una parte di cose… accadute anche anni prima, che restano vivide davanti agli occhi come vissute da cinque minuti. Di questo si rendeva conto Alex, mentre rivedeva immagini nitide stampate nella sua mente da oltre tre anni. In effetti, potrebbero non esser tanti tre anni… ma diventano molti… sono molti… se si considerano anni tra i diciotto ed i ventuno… anni di cambiamenti esterni e soprattutto interiori. Cos’era dunque successo a quest’uomo… beh, a questo “quasi” uomo ma ancora ragazzo, perché gli tornassero alla mente immagini degli ultimi anni vissuti, come un televisore bombardato da pubblicità ad alta rotazione per il lancio degli ultimi figli della telefonia mobile? L’aria era incerta intorno, come sempre. Non vedeva bene il suo futuro oltre l’università, che era agli sgoccioli. Era spinto avanti ma non poteva staccarsi totalmente da quelle immagini, ancor più indispensabili tanto più cresceva la sua incertezza. Eppure non era da biasimare… quanti avevano o hanno o avranno alla sua età una vita ben delineata? Non è proprio un male, forse l’opposto… ma ogni età è difficile per quella che è, ed avanzava con coraggio, comunque. Cercava di non farsi af-

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fondare da quello stato nebbioso in cui si trovava. Era successo… erano successe molte cose e sebbene la sua situazione al momento versasse in un grande punto interrogativo, la guardava con estrema considerazione. Così si direbbe, se continuava a pensarci al ritorno da un’abbuffata in pizzeria con i suoi amici, durante il pranzo con i suoi, e la notte…soprattutto la notte. La situazione può sembrare piuttosto confusa (ed in effetti, lo era) ma sarà giusto far capire perché Alex, dopo un’intera domenica passata fuori con i visi rassicuranti a cui era più legato, dopo che i suoi genitori erano andati a letto, apriva le pagine dell’ultimo diario delle scuole superiori, guardava il bracciale stretto al polso destro, e quasi non riusciva più a pensare ad altre cose…

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2. Indice

Una grigia e tipica mattinata di due anni e mezzo prima. Le feste di fine anno erano appena corse via d’un lampo, sembrate troppo brevi per poter ricominciare di nuovo con le corse mattutine. Alex era lì, alle sette e mezzo, sveglio, spalle poggiate al muretto della sua solita fermata, in attesa che un mezzo pubblico lo soccorresse e lo scaricasse nei pressi del suo istituto tecnico commerciale. Non parlava quasi mai con i ragazzi e le ragazze fermi lì, se non con un suo compagno di scuola con cui, in verità, non aveva quasi niente in comune, e poi con un altro amico conosciuto qualche anno prima. Con quest’ultimo aveva quasi perso i contatti, prima di rincontrarlo da qualche mese per lo spostamento dalla sede succursale a quella centrale della sua classe, il che equivaleva a dire cambiare autobus (e pensare che si era battuto contro lo spostamento… non lo avrebbe mai fatto più tardi, quando avrebbe ringraziato la decisione del suo preside). Il torroncino di metallo si fermò sbuffandogli davanti agli occhi per l’ennesima volta nei suoi ultimi cinque anni di vita. Spalancò lentamente la portiera come le fauci di un qualche mostro sonnacchioso. Entrò. Timbrò con noncuranza il biglietto e spostandosi piano in avanti cercava un viso conosciuto. «Uei…» disse appena riconobbe l’amico che gli occupava il posto, un ragazzo con capelli a spina ed occhi piccoli ancora un po’ assonnati.

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«Ciao» dette di rimando come segno di vita, spostando il quaderno per farlo sedere. Si lasciò andare di peso sul sedile. La strada cominciò a scorrere, benché dai vetri appannati non si vedesse quasi niente. Poteva sembrare di star fermi se non fosse stato per le frenate ai semafori ed il leggero rumore in accelerazione della scatoletta, fresca di concessionaria. «Ti dispiace se mi metto io al vetro?». «Per me è uguale, perché?» chiese Manuel. «Per poggiare la testa… devo ancora riprendermi…». «Va beh!». Si scambiarono. Come sempre a bordo c’era molto più silenzio che al ritorno, quando invece spesso regnava il caos e la legge della jungla per riuscire ad arraffare un posto da seduti, o addirittura per riuscire ad entrare… «Lezioni pesanti, oggi!» lo canzonò Alex vedendo il “bagaglio” fatto di quaderno, penna e diario. «Sine… per quello che mi importa!». «… e la chimica?». «Quella bastarda alla fine mi ha dato il corso, lo sapevo!». «Eddai, per forza… giochi ad impiccato a tutte le sue lezioni!». «Ma è per sfogo… vorrei farlo a lei!» ed imitò il gesto del cappio che si stringe. Risero debolmente. Poi lo lasciò a parlare con delle nuove amiche, poggiò una gamba sul rialzo interno del bus e fece sviolinare i polpastrelli contro il vetro appannato per gettare uno sguardo sul mondo. Cominciò come al solito a guardare la città scorrergli davanti: la rotatoria in entrata, i viali della circonvallazione… aveva notato come nella sua corsa fosse impossibile scorgerne le parti più belle! Non pretendeva il Duomo o l’Anfiteatro di Piazza S. Oronzo, che erano anche chiuse al traffico, ma almeno cose tipo la fonta-

na di Piazza Mazzini… invece la cosa più inusuale che vedeva nel percorso era il solo palazzetto dello sport. Allora lasciava perdere la città, ed usava cercare maggiori particolari negli studenti che erano accampati un po’ ovunque a quell’ora. Ognuno sembrava avere un modo diverso di vivere quelle mattine uguali per tutti! C’erano quelli che andavano in giro in gruppi di esclusivi maschi, per fare i duri e tirarsela quando passava una ragazza. C’erano quelli che invece erano più propensi al dialogo con l’altro sesso e, seppur un po’ imbarazzati all’inizio, parlavano con tutte sperando magari in qualcosa di più. C’erano quelli che facevano scherzi nascondendo gli zaini di quelli che parlavano con le ragazze. C’erano gli spierti, camminavano per lo più da soli, che gonfiandosi e fumando l’immancabile sigaretta prendevano di mira una ragazza provandoci a ripetizione. C’erano i gruppi che un po’ timorosi ed un po’ contraddittori piano piano si allontanavano da un edificio scolastico. C’erano, raramente, alcuni come lui, ragazzi o ragazze che a volte si staccavano dagli altri, e dalla loro visuale si mettevano a guardare il mondo, a far un po’ quello che stava facendo lui in quel momento. Guardare scorrere la vita era una cosa che gli piaceva fare. Ancora di più se riguardava gli attimi di risveglio della vita stessa. Come i ragazzi che andavano a scuola, o un’alba, o un particolare evento brulicante di persone. Fino anche a camminare da solo in un corso della città soltanto per essere assorbiti dal movimento analogo e contrario al suo di tutti gli altri. Non c’era una ragione ma gli capitava spesso, restare sospeso a mezz’aria contemplando i ruscelli vitali. Una palla di carta gli passò a pochi millimetri dal naso, si schiantò sul vetro per rotolare a terra. «Scusa, era per Manuel ma l’ho mancato!». Queste parole uscirono da una ragazzina di terzo superiore, bruna, dagli occhi accesi ed il sorriso coinvolgente. Era una delle tre ragazze con cui stava parlando Manuel.

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«Fa nulla…al prossimo tentativo prendilo in pieno e ti perdòno completamente!». «Certo!». «Ehi!» si ribellò Manuel con una finta gomitata ad Alex. Risero tutti e tre. Dapprima Manuel e poi le altre tre scesero qualche fermata prima, si salutarono e ritornò a guardare fuori il cielo più plumbeo che mai, finché non toccò a lui scendere. La settimana di compiti ed interrogazioni rendeva pesante il clima della classe. Le assenze collettive di dicembre sembravano ormai un pallido ricordo. Lui e Stefano, il suo compagno di banco, cercavano di crearsi un mondo più vivibile del resto dell’aula. Stefano era di genitori svizzeri trasferitisi nel Salento, e alla fine di quell’anno sarebbe tornato lassù. Lo ricordava come studente modello nei primi tre anni…finché non avevano entrambi capito che star sempre lì a fare gli studenti modello non avrebbe cambiato in meglio la loro vita, e cominciarono a far un po’ di testa loro. Non andavano comunque male…solo che studiavano il minimo indispensabile, ed un voto non era più al centro dei loro pensieri. Così dopo l’estate del terzo anno, in quarto se lo vide arrivare senza occhiali, con un taglio di capelli…senza taglio, e con i vestiti larghissimi. Ora, mentre la prof di storia interrogava, discutevano l’articolo demenziale per il quarto numero del giornalino di classe che stavano organizzando, si scambiavano vedute musicali dove spessissimo erano in disaccordo (si sa che il rock di Alex e l’hip-hop di Stefano non hanno molto in comune, ed i generi misti come il crossover dovevano ancora conoscerli), leggevano fumetti assurdi che Stefano faceva a tempo perso sul diario nei lunghi pomeriggi. “Le avventure dell’uomo triste”… un ragazzino col cappelletto che usava i suoi poteri per difendere gli innocenti…ed uccidere, per noia, chi aveva in antipatia. Era incredibile come quelle trame quasi non avessero senso, e per questo lo avevano! Così, anche per quella volta, sebbene non ancora per molto, l’interrogazione era scampata.

La monotonia di quei giorni gli sarebbe sembrata insostenibile, se avesse saputo che a partire dal mattino dopo, prima impercettibilmente e poi sempre più forte, avrebbe avvertito nell’aria quella vibrazione nuova che non lo avrebbe più abbandonato.

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Quella mattina era iniziata nel modo più crudo…stavolta speranze di scampare ad un compito di matematica e ad un altro di francese non ce n’erano, ed Alex fin da quando aveva spento la sveglia aveva avuto voglia di saltare in blocco tutto, dormire e svegliarsi di colpo in piena estate. Questi pensieri gli rimbalzavano nella testa nel bus. Così, tanto per distrarsi, prese il diario di Manuel e lo sfogliò alla disperata ricerca di qualcosa che lo portasse via da lì. E qualcosa la trovò. Oltre agli scarni appunti scritti a matita da Manuel, oltre alle frasi prestampate, aveva trovato qua e là, in tre o quattro pagine in tutto, frasi colorate firmate da Aurora che rompevano la monotonia… non solo quella delle pagine del diario. Erano estremamente contrastanti ed estremamente atipiche, anche. Su una pagina parole gioiose che strappavano sorrisi, su un’altra strofe di Dante dall’Inferno della Divina Commedia (!), su una frasi dolcissime di canzoni, subito dopo una poesia di Ugo Foscolo (!!)… erano, sia le une che le altre, cose che non aveva mai trovato scritto nei diari di nessuna ragazza… li aveva sempre trovati pieni di “Liga ti amo”, “Vasco fammi tua”, “Tizio 6 bono”, “erba libera” e simili, oltre ad un condimento vario di frasi scontate e parole poco gentili. Chi era dunque questa Aurora, che si era salvata da quella massa di banalità? Si rivolse allora a Manuel, ostentando finta indifferenza. «Chi è?» indicò col mento le pagine del diario. «Chi?» guardò «Ah… Aurora! Una mia compagna di classe». «Ah!», non gli disse tutte quelle cose che aveva pensato… non sapeva se sentirsi fortunato o sfortunato…sfortunato perché


avrebbe voluto una ragazza così nella sua classe e chissà se le avrebbe mai parlato…fortunato, perché comunque ora sapeva che lei c’era, era lì in classe con Manuel. Provò un momento a pensare a come poteva essere…come poteva essere? Voleva e non voleva vederla… comunque, inaspettatamente la mattina era valsa molto e né un compito di matematica, né un inconcepibile compito di francese, avrebbero più potuto svalutarla.

Il viale alberato della scuola era di nuovo là davanti in attesa di essere attraversato. L’aveva appena vista, non sapeva chi fosse ma non importava. Lo passò da solo, l’aria era fredda e pungente, la nebbia ancora abbastanza spessa da far sembrare

quasi anime i ragazzi che vedeva dapprima lontani man mano che si avvicinava alla scuola. «Ehi, fa’ attenzione!». Quello scooter per poco non lo metteva sotto, anzi! Così nemmeno avrebbe avuto la possibilità di raggiungerli, i suoi compagni di classe. Non li trovò al quart’ultimo albero come al solito, quel tempo doveva averli convinti ad entrare abbondantemente prima dell’inizio delle lezioni… e poi, in aula avevano il computer, che diamine! Così nei giorni come quello si poteva entrar prima e giocare ai motocross oppure al vecchio fifa98 che qualcuno aveva installato di nascosto… quei vecchi matusa dei professori, tanto, ne capivano ben poco! Era buffo pensare che quasi tutte le aule avessero a disposizione un computer, sicuramente per una questione di immagine che aveva voluto il preside, e di come quei computer venissero praticamente “autogestiti” dagli studenti, perché in caso contrario sarebbero rimasti sempre spenti, lì, a far bella mostra di sé per le foto nei dépliant stampati per i quattordicenni in arrivo dalle scuole medie. Odiava quei dépliant! Erano solamente degli specchietti per le allodole! Facevano apparire la scuola cinquanta milioni di volte migliore di quella che era! Oddio, non è che la sua scuola facesse schifo, anzi! Era di costruzione recente, aveva parecchie attrezzature e laboratori… soltanto che venivano sfruttati malissimo! E poi in quei dépliant, non si accennava minimamente della possibilità di esser sbattuti ogni anno, senza alcuna interpellanza, da centrale a succursale (praticamente un garage riadattato), da succursale a centrale. Come se fossero dei reietti che nessuno voleva, così li facevano sentire quei bastardi. Il tempo di adattarsi ad una o all’altra parte, e dovevano andar via…come in una sadica partita a ping-pong tra preside e fiduciario, in cui la sua e le altre classi purtroppo erano le palline. Del resto, ora che l’aveva appena

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Per qualche tempo non pensò più a lei finché non accadde ancora qualcosa. Accadeva già, in verità (come del resto qualcosa accade sempre) ma non se ne era mai accorto. Manuel scese alla sua solita fermata dei geometri, Alex si era trovato dal lato giusto del bus e nonostante la nebbia lo seguì con gli occhi quando scese. Vide che si fermò a parlare, tra gli altri, con una ragazza particolare…tenerissima nei suoi jeans, scarpe da ginnastica, cappottino nero…i capelli biondi scuri ricadevano semplici e lisci sulle sue spalle e facevano da cornice ad un viso delicato, mostrava labbra sottili che schiudevano un sorriso sincero, occhi celesti e limpidi. Le rimase scolpita in testa, avrebbe voluto che fosse lei la ragazza del diario…ma quante possibilità c’erano che fosse realmente lei? Eppure, mentre la guardava, pensava che tra tutte quante poteva essere soltanto lei. Indicò a Manuel di farla voltare verso il vetro. Lei si voltò, la salutò. Lei sorrise ed agitò la mano. Poi tornò a parlare con Manuel. Il bus scivolò via e lo scaricò un paio di fermate dopo.


vista, non gliene importava più di tanto. E quei computer avrebbero continuato ad essere usati come volevano loro…non era poi mica male! Erano le prime sere in cui usciva con la comitiva di Manuel. Il loro gruppo non era più lo stesso di qualche anno fa ma questo era mille volte meglio. La prima volta che andò era piuttosto impacciato, naturale. Conosceva solo Manuel e di vista le altre ragazze del bus con cui familiarizzò quella volta stessa. Gli riuscì subito con la ragazza bruna della palla di carta, Federica. Per raggiungerli non doveva far molto. Solo attraversare un altro viale alberato, quello che separava la sua casa dal piazzale della chiesa e dalla pizzeria dove si incontravano. Rimase un po’ taciturno i primi tempi. Quando li vide la prima volta insieme, erano tutti lì vicino alla pizzeria sotto gli archi, che restò per un po’ il loro punto di ritrovo. Lì fotografò in testa ad uno ad uno in quel momento, quel giorno. Riconobbe Terenzio, che poi, avrebbe capito, lo chiamavano Renzo, un ragazzo che vedeva l’anno prima nell’altro bus. Stava inseguendo per gioco un’altra ragazza, una che poi sarebbe andata via senza troppi scossoni. Riconobbe Fede, fu la prima con cui scambiò qualche parola, oltre che con Manuel. E poi c’erano Luca con la sua fiamma del momento. Martina e Lorena, la sorella di Manuel, sedute su uno scooter a parlare tra loro. E Valerio che parlava un po’ più in disparte con quella che poi sarebbe stata la sua ragazza, Arianna. L’ingresso nel gruppo fu lento. Fede e Martina gli furono simpatiche fin da subito e nel giro di pochi mesi capì che quei raga sarebbero stati davvero i suoi amici. All’inizio ci andava a singhiozzo, anche perché di mezzo ci fu la gita scolastica… era arrivato anche per lui il momento della famosa gita di quinto anno!

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Partirono i primi di aprile. Lui si portò dietro il vecchio lettore con i cd che gradiva di più in quel momento, La fabbrica di plastica di Grigna, Californication dei Red Hot che vedeva il ritorno nel gruppo di John Frusciante, l’Anthology 3 dei Beatles, Americana degli Offspring, il vecchio e leggero Nord sud ovest est degli 883, e poi la raccolta live From here to eternity dei Clash… di più non ne poteva portare! Il viaggio in autobus fu lungo e stressante… ma sarebbe stato niente in confronto al ritorno! Teneva un diario di bordo su cui faceva scrivere chi voleva che poi sarebbe finito sul giornalino di classe. Stefano ci fece su una puntata speciale de “L’uomo triste”. Dopo che tutti e due avevano finito rispettivamente i loro cd, e non avevano più idee per il diario di bordo… distrutti dal viaggio, con la notte che era arrivata assieme al confine svizzero, si misero… guardate un po’… a parlare di religioni e spiritualità. «Sì… ti dico! Mio padre si è ricordato, dopo aver sentito quel medium, della vita che aveva fatto in precedenza…e passando per certi altri luoghi se li è ricordati…ecco com’è che si spiegano i deja-vu!» insisteva Stefano. «Sì… o magari è un errore di programmazione delle macchine che ci dominano!» ironizzò Alex su “Matrix”. «Non può essere quella la spiegazione… no… è troppo stupido! Perché rivivere più e più volte, eh? E dimenticare ogni volta quello che si è stati per ricominciare tutto da capo… no… è troppo stupido!». «Tu dici? Ma il Buddismo ad esempio lo ammette!». «E chi ti dice che il Buddismo corrisponde a verità!?». «Non è una religione, è una filosofia, o la segui o no. E chi ti dice che il Cristianesimo corrisponde a verità!?». Cercò elementi. «Beh, Gesù è storicamente esistito e ci sono tanti documenti sulla Passione e quei famosi tre giorni dopo… sai, pure dei Romani! Magari ha ragione Lui!». «Tu parli chiuso nella tua cultura!».

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«Può darsi… ma neanche tanto! Gesù è una cosa… il resto un’altra… sai, non è che prendo tutto per buono!». «Ok, ok… è inutile! È da mezz’ora che ognuno pensa quello che credeva prima… buon per noi!». Alex si guardò un po’ intorno. «Oh... ma qui dormono tutti!». «Forse dovremmo abbassare la voce…». «Già… o magari sentire che ne pensano…». «Dormiamo anche noi, va… poi glielo chiedi un’altra volta!». Non lo avrebbero mai saputo. Restò a pensarci su per un po’ e più ci pensava e meno gli piaceva l’idea della reincarnazione! Soprattutto l’idea di vivere tante vite e scordarsi ogni volta delle persone che si sono avute intorno..persino le più vicine! Insomma, non poteva sopportare che bastava la rinascita per dimenticare i suoi, suo fratello, sua sorella, Manuel, Fede, Stefano…Aurora… per perdersi per sempre in altre vite o magari rincontrarsi ed ignorarlo! No… sarebbe orribile! Poi le idee gli si annebbiarono mentre si trovò immerso a Boston, 7 settembre 1982, insieme alla folla che batteva le mani alle prime chitarrate di Strummer, Jones e Simonon, che si apprestavano ad eseguire London Calling. Gli sembrava quasi di esserci stato …oddio! Nel complesso la sua gita di quinto gli piacque, anche se fu una corsa. Cinque giorni tra Praga e Budapest più due giorni per andare e far ritorno. Almeno la metà di quelle notti, insonni… la vibrazione nuova nell’aria era quella di star più o meno soli in città sconosciute e straniere, non tanto il percorso preparato dai prof.. Praga era affascinante. Ciò che aveva di magico non erano tanto le vie ed i monumenti, quanto la diversità di persone che si poteva incontrare per le strade. Vide un tizio che doveva fare una vita da barbone (e non gli spiaceva!) ma che sapeva suonare la chitarra con una velocità ed una naturalezza sbalorditiva… tanto che si chiese come mai uno così non stesse su un palco

in qualche stadio strapieno. Incontrava di tutto: altri salentini (!), praghesi, spagnoli, tedeschi, francesi, inglesi, scandinavi. A questo proposito incontrò in albergo l’ultima sera di permanenza una ragazza norvegese che lo colpì. Sapeva che era l’unica occasione della sua vita per scambiarci due parole e così fece… ma furono proprio due! Le chiese in inglese se era norvegese e se conosceva Lene Marlin, la cantautrice di Playing my game sua connazionale, lei rispose di sì ad entrambe le domande ma poi dovette andar via per partire e si salutarono. Non aveva in quel momento con sé la macchina fotografica e scambiarci due parole fu meglio che niente.

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L’ultimo giorno a Praga fu anche uno dei pochi in cui i professori lasciarono libertà di movimento pomeridiano. Lui e Stefano girarono per le vie del centro scegliendo una via ciascuno ad ogni incrocio. Entravano anche nei negozi, più per vedere che per comprare. Entrarono persino in un negozietto di vestiti, proprio loro che aborravano lo shopping! Qui, tra un pantalone a zampa, un costume da bagno a fiori, una maglietta blu, una scarpa arancione, dal niente un individuo di pochi anni più grande di loro, faccia smilza, capelli cortissimi ed orecchino, tirò fuori una pistola e senza proferire una sola parola la piazzò puntata dritta a un centimetro dalla tempia di Stefano. Così. Come se nulla fosse. La situazione era talmente grottesca che né Alex né Stefano dissero una sola parola, e probabilmente in quei secondi ebbero solo il tempo di pensare una qualche parolaccia presa a caso tra le tante. Come accidenti era possibile che lì, dal niente, in un negozio normalissimo, una persona ti prendesse e ti puntasse una pistola alla tempia? Quando stavano già pensando a qualche forma di rapina, o qualcosa del genere, il giovane pazzo premette il grilletto…

Da principio era la neve  

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