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Alessandro Dal Cin

Che cosa ti sei perso

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Titolo | Che cosa ti sei perso Autore | Alessandro Dal Cin Illustrazione di copertina | Daniela Giarratana Grafica di copertina | Simone Miri Coordinamento editoriale | Raffaella De Donato, Antonio Miccoli Progetto grafico e impaginazione | Rossana Scrimieri

TUTTI I DIRITTI RISERVATI © Lupo Editore 2009 ISBN 978-88-96694-05-3 Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta senza il preventivo assenso dell’Editore. Via Prov.le Copertino-Monteroni (km. III - cp. 34) 73043 Copertino (Lecce) • Tel. 0832.931743 Fax 0832.1819015

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Che cosa ti sei perso

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1.

A me è successo di domenica. Ed è strano. Di solito, la domenica non succede mai niente. Stavo scendendo le scale, verso la spiaggia, mentre lei saliva. Inciampai per un momento sul suo sguardo. Il mare taceva, timido, e sembrava addolorarsene un po’. Sistemai l’asciugamano e mi stesi lungo il bagnasciuga. Ero notevolmente dimagrito negli ultimi mesi e mi ritrovavo un fisico niente male. Non avevo un soldo ma avevo imparato che alle donne questo non interessa. Mi addormentai cullato dallo sciabordare del Mediterraneo e dalle urla lontane di bambini inglesi. Sognai che ero in volo, condannato da più di tre ore a una conversazione sulle condizioni del tempo con un uomo baffuto, che oltretutto ogni quindici minuti urlava per una fitta allo stomaco. Usai la scusa di andare in bagno per liberarmi di lui. Ma il bagno non c’era. Mi lamentai con il direttore di volo che stava seduto in poltrona: indossava un maglione coreano color porpora e una bella camicia con una fitta trama. Alla fine ottenni un buono sconto per il duty free come risarcimento. Mi svegliai sulle note di un boogie woogie. Qualcuno 7


aveva portato lo stereo con sé. Lo aveva sparato a tutto volume. Mi venne in mente una canzone di Paolo Conte. Ho ballato di tutto lo sai sui sentieri dei grammofoni, sai woody woody ho ballato un po’ con tutti lo sai gente nuova e gente vecchia lo sai smoothie smoothie mai nessuno che abbia amato lo sai i miei piedi mai nessuno lo sai vedi il cuore e i piedi proprio così sono i primi che si stancano

Mi alzai per vedere chi fosse il tizio con lo stereo. Si stava allontanando verso il baracchino delle bibite. Proprio vicino al baracchino, alcuni ragazzi giocavano a pallavolo. Tra di loro c’era la ragazza che avevo incrociato lungo le scale qualche ora prima. Era abbronzata, con un bel costume bianco e aveva i capelli ricci e bagnati. Andai a prendere da bere. Il tizio dello stereo si era seduto a un tavolo con una birra davanti e una strana espressione di rivalsa disegnata sul viso. Presi dell’acqua e tornando all’asciugamano incrociai lo sguardo della ragazza. I bambini inglesi continuavano a fare un baccano dell’anima. Due maschietti e una femminuccia simile alla mia vicina di casa, anche nei modi di fare. Alcune bambi8


ne sembrano già sapere ciò che vogliono dalla vita. Lei era lontana anni luce dai due maschi. Cosa può offrire a una creatura così un uomo normale? Hey, la ragazza con il costume bianco sta passando di qui! Assieme ad un’amica. Mi sta passando vicino vicino. Questa volta, però, senza degnarmi di uno sguardo, maledizione. Mi accendo una sigaretta, una Winston. Al tabacchi all’angolo hanno finito le Fortuna. Le Winston mi fanno venire in mente il mio amico Andrea, anche Andrea le fumava a quattordici anni. L’ultima volta che l’ho visto, circa cinque mesi fa, in quel bellissimo ristorante sulla piazza, era appena stato lasciato da Francesca e voleva che io gli chiedessi qualcosa in proposito, ma io non lo feci. Si stava troppo bene per rovinare tutto con racconti tristi e malinconici. Andrea, una persona veramente straordinaria, un po’ troppo debole: una vita perfetta e noiosissima, che io non volevo. Andai a farmi il bagno e poi mi stesi al sole per asciugarmi, assaporando il pizzicore sulla gamba della puntura di una medusa. Che ore saranno? Da un po’ si erano seduti al mio fianco due ragazzi, uno con la pancia da cinquantenne e uno molto magro. Sembravano Stanlio e Onlio. Sentii il panzone dire in modo irritato: «Domani an9


diamo a quella festa, non me ne frega nulla se sei sempre stanco in questi giorni». Le solite discussioni da viaggio. Io preferisco viaggiare da solo. Un tempo ero anche io terrorizzato dall’idea, ma nell’estate del 2003 mi ero ritrovato improvvisamente ad essere la persona più sola sulla faccia della terra. Decisi di partire, in compagnia di me stesso. E da quella volta non ho più voluto nessuno. A maggior ragione in quell’occasione.

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2.

Mi piacevano la camera da letto, anche se così disadorna, e il profumo che proveniva dalla cucina della vecchia affittacamere. Erano due giorni che stavo lì e mi sentivo stranamente a casa. Varcato il confine franco-spagnolo, ancora non avevo deciso se proseguire per il nord della Spagna e sfiorare il Portogallo, o fare un salto a Barcellona. La prima volta ci ero andato con Carmen, l’amor de mi vida!. In quei tempi ero spesso vittima di innamoramenti travolgenti che poi svanivano come bolle di sapone, sulla scia di mia zia Matilde. Carmen mi piaceva perché mi faceva venire in mente Jane Birkin. E con lei mi sentivo Serge Gainsbourg. Fu lei ad insegnarmi così bene lo spagnolo, anche se la Birkin era francese. Carmen seguiva una sua linea sufficientemente originale e inusuale per l’assemblaggio di indumenti, parole e scelte alcoliche all’interno di una stessa settimana. Si era trasferita a Milano per via del lavoro del padre, dirigente di una multinazionale dell’abbigliamento. Sua madre, molto diversa da lei, era la classica signora borghese e inodore, dalle risate sempre fuori tempo. Preferiva, a differenza della figlia, Milano a Barcellona, di cui vede11


va solo i lati negativi: troppa delinquenza, troppi turisti, troppo moderna, troppo larga e troppo lungo anche il nome: B a r c e l o n a. Da Barcellona mi ero spostato verso l’interno, verso Saragoza e poi giù, attraverso il deserto: Cordoba, Siviglia e finalmente la costa del Luz e Cadice. Era già il sesto paese della costa che visitavo, ma avevo deciso di fermarmi lì qualche giorno in più del solito, di non esaurire il tutto con qualche domanda su Armando Filabelli, anche se avrebbe potuto svelare il mio passato. Ogni tanto mi chiedevo se ci tenessi veramente a sapere cosa fosse successo quella notte disgraziata in cui mia madre impazzì e mio padre scomparve per sempre. Mi feci la doccia. Poi, superata una certa indecisione, mi masturbai. Accesi il cellulare. Tre messaggi. Li avrei letti più tardi. Mi lavai bene il pene. Mi infilai i miei soliti jeans, la camicia nera a maniche corte e le All Star bianche. Mi guardai allo specchio, facendo la faccia seria: ero abbronzato e soddisfatto della mia immagine. Presi dal portafoglio il volantino della mostra fotografica di Milano, dove avevo visto per caso quella foto. Come dicevo, a me è successo di domenica. Ed è strano, perché solitamente di domenica non succede mai niente. L’estate era soffocante a Milano quell’anno. Il caldo faceva sudare i vetri di casa. La tv era accesa su 12


un programma a quiz. Dalla finestra vidi l’auto di mia zia. Qualcuno le aveva disegnato un cazzo enorme sul parabrezza. La sera prima non l’avevo sentita rientrare. Feci le scale e chiusi la porta dietro di me, mentre lei mi gridava qualcosa. Mi incamminai lungo i binari della ferrovia, inciampando sulle pietre spigolose. In lontananza vidi la piccola stazione ondeggiare per il calore. Un calore intenso, che mi seccava le labbra e mi appiccicava i capelli alla fronte. Saltai la palizzata di cemento grigio, attraversai la strada d’asfalto bollente e mi infilai nel giardinetto giallo, sfiorando con le dita il basso cancello aperto. «Hey, Marco!». La finestra al secondo piano si aprì e vidi spuntare la testa cespugliosa di Marco. «Cosa stai facendo?». «Sali, dai». Due ore dopo, ci stavamo annoiando con due birre in mano. Ci eravamo scaricati il film Hot dog. La storia di una studentessa che una sera, mentre è a casa da sola a preparare un esame, ha la bella idea di fare un pompino al suo cane. Da lì la sua vita prende il passo della tragedia. Quella sciocchezza diventerà un pensiero ossessivo e quando deciderà di confessare la cosa al fidanzato, l’amore della sua vita, a pochi giorni dal matrimonio verrà lasciata in tronco. 13


Non era un film porno, era una commedia, con bravi attori e girata con grande professionalità. Stavamo riflettendo sull’assurdità del tutto. Come è possibile che altri essere umani, come noi, anzi, molto più qualificati di noi, investano migliaia e migliaia di dollari per mettere in scena una storia del genere, mentre, se un poveraccio chiede cinquanta euro di aumento al mese perché non riesce a garantire una vita decorosa alla propria famiglia, gli ridono in faccia? Nella nostra società, l’intrattenimento di un’ora ha più importanza della dignità di una famiglia. Convenimmo che solidarietà è un concetto opposto alla legge di mercato. L’una esclude l’altra. Non possono coesistere. Quel film era divertente però! Erano ormai le quattro del pomeriggio, quando Maura ci chiamò per invitarci a una mostra fotografica organizzata da un suo amico. Non conoscevo molto Maura, però era molto amica di Marco. Lo aveva corteggiato per anni senza esito e a quel punto sembrava essersi rassegnata, ma quegli inviti facevano sempre sospettare Marco che ci fosse un secondo fine. Non voleva darle false speranze, quindi solitamente declinava, ma quella domenica la noia era troppo intensa e quindi decise di rischiare e di illuderla forse, accettando. A me non è che interessi particolarmente la fotografia, ma pur di uscire da lì, anche io ero disposto a sorbirmi qualsiasi situazione. Anche una mostra fotografica.

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3.

Così vidi quella foto. Niente di particolare di per sé. Nessuno ci si soffermava. Ma per me fu un colpo. Rimasi lì sbigottito, a fissarla. Non so dire per quanto tempo. Non ci potevo credere. Come dicevo, a me è successo di domenica. Per quanto ci si impegni a cambiare la propria vita, è sempre un evento inaspettato ad imprimerle velocità. Anni di sforzi per ottenere qualche obiettivo con risultati minimi e all’improvviso un incontro, una rivelazione può farti cambiare tutto e proiettarti in un’altra dimensione. In pochi attimi. Quasi come varcare una di quelle porte spazio-temporali frutto della fantasia di molti scrittori di fantascienza. Per me è stato un attimo, un colpo d’occhio casuale. Avrei anche potuto non vedere la foto. In alcune stanze della galleria d’arte, neppure mi fermavo. Tiravo dritto chiacchierando con Marco, totalmente disinteressato. Quell’immagine mi regalò speranza. Una speranza che ormai dormiva sepolta dagli anni. La speranza di sapere cosa fosse successo ventidue anni prima a San Polibio. 15


Da quella sera in cui mio padre sparì nel nulla e mia madre fu ritrovata stravolta dalla pazzia, vivevo a Milano con mia zia, ex ragazza di sessantaquattro anni, anticonformista ed esuberante, alla quale dovevo tutto e che mi aveva insegnato il valore della libertà e l’importanza di non inginocchiarsi mai di fronte a nessuno. Mi consideravo fortunato, per certi versi. Vedevo molti miei coetanei, cresciuti in famiglie “normali”, avere così tanti problemi inesistenti, creati solo da inutili sensi di colpa e da un’educazione improntata al sacrificio. Non era stato così per me. Dopo che la mia famiglia fu spazzata via in una notte, non rimase altro che trasferirmi a Milano. Mia zia Matilde si sarebbe occupata di me. Fui fortunato. Lei non ebbe un secondo di esitazione. Non aveva figli, la sua vita era sempre stata impostata sull’edonismo, sull’esperienza, sull’istintività, non c’era stato spazio per un marito e per un figlio. Zia Matilde aveva una certa sua sensibilità, altro che se l’aveva, anche se pochi se ne rendevano conto. Un po’ come quelle persone che non si sposano mai. Non tanto perché non credono al matrimonio, ma perché ci credono troppo. Aveva tre anni più di mia madre. Erano abbastanza simili fisicamente, tanto che quando giravano assieme, chi non le conosceva dopo pochi minuti chiedeva: «Ma voi due siete sorelle?». 16


Insomma, si vedeva subito. Ma, a parte l’aspetto fisico, poco avevano in comune caratterialmente, se non la passione per l’arte. Eppure anche questa era vissuta in modo diverso. Mia madre adorava la musica, mia zia forse adorava di più i musicisti. Per mia madre l’arte era appagamento interiore, per la zia era anche avventura, evasione. Una più cerebrale insomma, l’altra più fisica. Non a caso mia madre si sposò a diciannove anni con l’unico uomo della sua vita, mentre mia zia a sedici fuggì dal paese con un sedicente scrittore francese, Matthieu, che biascicava quattro parole di italiano ed era in vacanza sulla costiera amalfitana per trovare ispirazione. Si trasferì a Parigi, convinta ovviamente che fosse l’uomo della sua vita. Ma lì conobbe un altro scrittore, Mika, ungherese, del quale si convinse fosse ancora di più l’uomo della sua vita, perché non solo era sensibile, ma era anche bello. Vinceva due a uno su Matthieu. Il problema era che Mika, oltre ad essere bello e sensibile era pure alcolizzato. Anche a lei piaceva bere e di certo non si risparmiava. Quando girava per Parigi di sera lasciava sempre dietro di sé una lunga scia di bottiglie vuote. Ma il buon Mika non aveva assolutamente il senso della misura. Vomitare sul letto quasi ogni sera e pisciarsi addosso fa perdere punti agli occhi dell’amata.

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4.

«Maura!». Mi girai a cercarla, ma non c’era. Maura era ancora tre stanze dietro, appiccicata a Marco. Era chiaro che il suo interesse per Marco non era scemato. Andai da lei, quasi in uno stato di delirio. Ricordo il caldo soffocante di quei giorni. «Maura, Maura! Vieni a vedere questa fotografia, vieni!». La presi per il braccio paffuto, la trascinai attraverso quelle stanze e la portai di fronte a quella immagine. Lei la fissò, non capiva. Cercava qualcosa di veramente interessante, ma non ci riusciva. Si trattava di una foto in bianco e nero. Ritraeva una casa, di sera, graziosa e ben tenuta, ma deturpata da una frase scritta con uno spray: “Domenico, cosa ti sei perso…” E accanto alla foto, sulla targhetta in plastica c’era la scritta: “Dedicato a Nadia”. «Chi è?!» quasi urlai. «Chi è?». «Chi?» mi chiese lei disorientata. «Nadia?». «Ma non Nadia! Chi è l’autore dello scatto? So chi è Nadia, è mia madre!». 18


Inutile dire che quella sera non dormii. Maura mi aveva passato il numero di telefono dell’organizzatore della mostra, che purtroppo aveva il cellulare sempre spento. Marco sapeva già tutto di me, della mia storia, ma non Maura, che conoscevo da poco. Decidemmo di andare a bere qualcosa al Tournée, vicino a Porta Venezia. «Mi vuoi dire che ti è preso, Mattia? Mi vuoi spiegare cosa ti è successo di fronte a quella foto?» mi chiese appena trovammo posto a sedere nella stanza in fondo. Dovevo essere veramente sconvolto. Ero di famiglia al Tournée, e mi ero sempre seduto al bancone. Prendemmo da bere. Lasciando di stucco Max, il proprietario, ordinai un Long Island invece del solito Cuba libre, cocktail che sceglievo così frequentemente da farmi meritare nel locale il soprannome di Mr Cuba. «È la foto di casa mia, Maura» dissi. «Di casa mia da bambino. Quando avevo otto anni, una sera d’estate, mentre io ero al mare ospite da un amico, è successo qualcosa. Nessuno sa cosa. È successo che il pomeriggio di quel giorno mio padre Domenico c’era e il mattino dopo non c’era più. Che il pomeriggio di quel giorno mia madre era felice e il mattino dopo era pazza e infelice. E sul muro di casa quella scritta, “Domenico, cosa ti sei perso...”».

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5.

Finalmente, alle due del giorno dopo, l’organizzatore della mostra rispose al cellulare. «Ciao, scusa, sono un amico di Maura. È lei chi mi ha lasciato il tuo numero. Ieri ero alla mostra fotografica. Volevo chiederti una cosa, magari puoi aiutarmi...». «Sssì, dimmi. Ma come ti chiami?». «Mi chiamo Mattia». «Dimmi Mattia, spero di poterti essere utile». «Ti chiamo per una foto che ho visto ieri. È di Armando Filabelli». La voce dell’uomo si fece raggiante. «Ah, per una foto! Sì sì, bellissima, la vecchietta con lo scialle! È stupenda. Non costa nemmeno molto...». «No no, non mi riferivo alla vecchietta. Sono interessato alla foto della casa con la scritta sul muro». «Mm… aspetta, sì sì…» chiaramente non gli veniva in mente. «Molto bella anche quella… più bella ancora forse. ‘Spetta che guardo quanto costa…». Piuttosto interessato all’aspetto commerciale dell’arte. Va be’ anche i galleristi devono mangiare. E nei ristoranti più esclusivi, tra l’altro. 20


«Ok» dissi, «ma volevo avere informazioni sul fotografo, Armando Filabelli». «Aspetta un attimo che cerco la scheda del fotografo e il listino... un momento». Attesi. In tv Buffy l’ammazzavampiri stava massacrando di botte un demone tre volte più grande di lei. «Ecco…» riprese. «Ci sei?». «Sì sì, ci sono». «Nato in Toscana, diventa piuttosto famoso nell’ambiente romano per i suoi scatti crepuscolari in bianco e nero di piccoli paesi, con i quali sembra idealizzare la vita semplice di paese in contrasto con la metropoli bastarda». «Chi ha scritto questa scheda?». «Boh, io forse, non mi ricordo». «Complimenti…». «Grazie!... Comunque, la sua celebrità dura pochi anni. Entrato in crisi, abbandona la fotografia. Sembra che viva nel sud della Spagna, ora. Sulla costa del Luz. Non si sa cosa faccia, di certo non fotografa più».

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6.

Un mese più tardi ero a Sombra, sulla costa del Luz. Stavo camminando lungo una delle pittoresche stradine che portavano in centro. Se si poteva chiamare centro quella piazzetta alberata con due bar sfasciati e un barbiere, con l’insegna che riportava l’antico nome arabo dell’Andalusia: Al Andalus. Ormai la vita del paese si era spostata verso il porticciolo, con il supermercato, i bar, i tavolini fuori, il tabacchi e il centro informazioni turismo, per quello che poteva servire. Sombra mi piaceva, per il suo ostinato rifiuto di darsi al turista occasionale. Molto doveva alle sue mura a strapiombo sul mare e all’assenza di vaste spiagge nei dintorni. Stavo mangiando un pezzo di pane speziato che la affittacamere mi aveva donato. La gentilezza di una vecchia sola e bisognosa di fugaci attenzioni. Mi infilai nel ristorantino che avevo notato durante il pomeriggio: la cameriera era carina, un po’ in sovrappeso, ma con due occhi svegli e senza la sicura. Dava l’idea di essere tranquilla, ma nel suo passato si leggevano stagioni infuocate. Ordinai della carne e delle patate. Da bere del Manzanilla. 22


«Desculpa» le chiesi, «mi sai dire se in paese c’è un locale dove la gente si trova la sera? Il più bello, o comunque quello che piace di più a te, mi fido». La cameriera alzò gli occhi, nello sforzo di pensare: «Ah, sì!» urlò quasi. «Questa sera c’è una festa al “Demasiado”. Di solito è divertente. Un posto loco! Anzi, quando stacco ci vado anch’io». «Perfetto!» dissi. «Allora vada per il “Demasiado”. A che ora stacchi?» «Perché?» mi chiese sospettosa. «Semplice curiosità». «All’una». «Be’, è abbastanza presto. Sei fortunata. Quando lavoravo io al bar della mia città, staccavo alle quattro e raggiungevo i miei amici che erano già completamente rovinati. Da sobri è difficile reggere gli amici ubriachi. Le cose non sono così divertenti come sembra a loro». «È vero» rise, «ma io inizio ad ubriacarmi qui al ristorante verso mezzanotte, così raggiungo le amiche già bella carburata e senza aver speso un soldo». «Sei una tipa in gamba. A proposito, non riesci a tirarmi fuori una bottiglia di quello buono, così arrivo alla festa già bello carburato anche io?». «Mm... mi dispiace, ma non mi è proprio possibile». «Come ti chiami?» le chiesi. «Ester» mi rispose. Che nome del cazzo, pensai. 23


7.

Mi stavo dirigendo verso il lungomare, erano le undici e mezza e il clima era perfetto. Faceva caldo, ma la brezza che spirava dal mare lo rendeva sopportabile: presi una stradina che scendeva ripidissima costeggiando le case degli abitanti del posto. Le porte e le finestre erano aperte per lasciare entrare la brezza ed era così possibile osservare la loro vita semplice e fuori dal tempo. Arrivato in fondo alla scalinata, svoltai a destra. All’angolo di una piazzetta, c’era un gruppo di ragazzi che facevano un baccano assordante. Avevano bottiglie di birra e vino. Chiacchieravano ad alta voce e ridevano. Quando mi avvicinai mi accorsi che la casa di fronte era illuminata e all’interno c’era una festa. Dalle finestre aperte arrivava un reggaeton tamarro, urla e risate. Mi rivolsi in spagnolo ad uno dei ragazzi che stavano lì fuori, completamente sbronzo. «Scusa, mi sai dire dov’è il “Demasiado”?» chiesi. «Claro que si, amigo... è la in fondo». Si girò di scatto per indicarmelo ma scivolò e poco mancò che finisse lungo e disteso. I suoi amici scoppiarono a ridere. «Cazzo ridi?» fece a uno di loro. 24


«Sei stato ridicolo e quindi rido, ok?». «Ridicolo?» biascicò l’altro. «Ti fa ridere che indico il “Demasiado” a un turista?». «No no, non è quello che mi ha fatto ridere. Piuttosto il fatto che stavi cadendo, stupido ubriacone». «Stupido ubriacone?» gridò. Poi si girò verso di me. «Stupido ubriacone?» mi chiese piuttosto perplesso. Poi scoppiò in una fragorosa risata. I due si abbracciarono cantando Laura non c’è di Neck. Forse la mia pronuncia italiana aveva ispirato loro un classico del pop italiano moderno. «Ti va una cerveza?» mi fece una voce femminile da dietro. Mi girai. Era la ragazza della spiaggia. Si sporgeva dalla finestra al primo piano e mi sorrideva. Notai i suoi denti perfetti e bianchissimi. «Magari!». Entrai facendomi largo tra i ragazzi radunati fuori dalla porta. All’interno c’era una bolgia dantesca. Non ci si poteva muovere. Tutti ballavano ad ogni angolo e bevevano e limonavano e urlavano. Salii le scale. La trovai che mi aspettava nello spazio adibito a bar, con una birra in mano. «Grazie, mi ci voleva proprio!» urlai, visto il volume della musica. «De nada. Ma dove stavi andando così di corsa?». 25


«Non sono di corsa. È la mia camminata... forse perché vivo a Milano». Rise. «Sono stata a Milano l’anno scorso. La gente sembra arrabbiata». «La gente è disperata, a Milano». «Anche tu?». «No, io no». Un gruppo di ragazzi urlò all’unisono qualcosa, tipo “auguri” o qualcosa del genere. Un urlo assordante. La ragazza si guardò attorno. «Andiamo in terrazza? C’è un rumore impossibile qui». Mi prese delicatamente per un braccio e mi guidò lungo le scale, verso la terrazza. Da lì era possibile vedere tutto il lungomare gremito di gente e, in fondo, il porto ancora illuminato. Il mare nero e denso era puntellato da luci di imbarcazioni e piccole isole lontane. La musica arrivava attutita: anche la terrazza era piena di gente, ma gente silenziosa, come per una sorta di rispetto verso il panorama. «Mi hai detto dove stavi andando?». «Non te l’ho detto?». «No no» mi fece con un sorrisino da bambina. «Forse non me lo vuoi dire..». «Non stavo andando da nessuna parte in particolare, così… senza meta direi. Cercavo senza convinzione un locale, il “Demasiado”, me lo hanno consigliato». 26


«Sì, è un bel posto… guarda, da qui lo puoi vedere». Mi avvicinò a sé e sentii il suo odore. Notai la finezza delle sue mani, mentre indicavano un punto lontano. Guardai i suoi occhi neri e pieni di energia e sentii la morbidezza dei suoi capelli tra le mie dita, il sapore di rhum sulle sue labbra e sulla sua lingua. Ci baciammo, le affondai le mani nel sedere e le accarezzai la schiena nuda e abbronzata, sentendola respirare affannosamente. Poi ci staccammo, lei bevve un sorso di rhum, lanciandomi uno sguardo imbronciato, come a rimproverarmi per aver osato. «Senti» mi disse, «facciamo un salto al “Demasiado”? Conosco il barman. Non ci farà pagare. Dai! Finisci la birra che si va!». Probabilmente la distanza era percorribile in dieci minuti. Noi ci mettemmo tutta la notte. Il “Demasiado” era un edificio in stile coloniale sulla spiaggia, ed era raggiungibile anche camminando lungo il bagnasciuga scendendo per le scalette sugli scogli, dove l’avevo vista per la prima volta. Ogni tre passi ci fermavamo per baciarci, per toccarci, tirarci i capelli, ridere e bere dalla sua bottiglia di rhum. Me lo prese in bocca solo sbottonandomi i pantaloni e io le venni sulla canottierina che poi pulimmo con l’acqua del mare.

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All’interno del locale ci perdemmo di vista per un po’, lei si era fermata a parlare con degli amici. Ne approfittai per fare un giro. Attaccai bottone con una ragazza dai capelli corti, che voleva sapere cosa fossi venuto a fare in un posto del genere, non proprio la classica meta turistica. Le risposi che cercavo Armando Filabelli, lei accettò senza approfondire. Ci avvicinò un suo amico, con un bicchiere di tequila in mano; faceva l’attore, anche se era amareggiato dal fatto che quel lavoro non contribuiva a migliorarlo come persona. Avrebbe voluto andarsene in qualche posto remoto e passare le giornate a svuotarsi completamente il cervello, a leggere libri e a stare con gente con lo stesso desiderio. La ragazza dai capelli corti gli chiese se non considerasse quel paese un posto già abbastanza remoto. L’attore sorseggiava la sua tequila, esaminandosi la pelle nello specchio che avevo alle spalle, in cerca di eventuali imperfezioni. «Se non ci pensa il vento» disse, «a radere al suolo questo posto, lo farà la mancanza di buon gusto». Poi mi invitò ad un corso di atha yoga e tecniche di automotivazione. Anche lì erano arrivate quelle stronzate. Mi guardai attorno: la gente parlava, ma non si sentivano le voci, sommerse dai bassi euro disco sparati a tutto volume da dj Zav, un trentenne basso, con quattro peli della barba appesi a un viso rotondo. Sembrava di essere 28


in un acquario, con le persone che come pesci aprivano e chiudevano la bocca senza emettere alcun suono. In bagno incontrai i due tizi della spiaggia, quelli che sembravano Stanlio e Ollio. «Ciao» mi disse quello grasso. Si chiamava Roberto. Il magro, con le gambe divaricate di fronte allo specchio, si stava mettendo a posto i capelli con l’acqua. Si chiamava Francesco. «Ciao» feci io. «Come va?». «Bene» dissi. «E voi?». «Noi alla grande, come sempre» intervenne il magro. «Alla grande un cazzo, qui non si scopa mai!». «Oh madonna, che pesante sei!» gli fece l’altro. «Se continui a dirlo non ci riuscirai mai. Sai cosa sono le profezie che si autoavverano?». «Lo so, lo so... non fare il maestrino con me, che in questo momento non ne ho nessuna voglia. Avessi scopato, magari potrei anche tollerarti, ma visto che qui non si batte chiodo, io sono nervoso e non ho la pazienza di sopportarti». «Oddio, è colpa mia se non chiavi? È colpa mia se sei grasso? Se sei basso? Se non piaci a nessuna?». Nel frattempo, mentre i due litigavano, ero riuscito a passare loro davanti e a pisciare in tutta tranquillità. «Di dove siete voi due?». «Siamo di Milano». 29


«E che ci fate da queste parti? Pensavo di essere l’unico italiano qui». «Di passaggio. Domani comunque partiamo. Andiamo verso nord. Devo incontrarmi con la fidanzata al confine». «Ragazzi» chiesi, «posso venire con voi? Dividiamo le spese. Anche io devo muovermi verso il confine». «Come no!» fece raggiante il ciccione. «Noi partiamo verso mezzogiorno». «Ok, potremmo fissare l’appuntamento nella piazza del paese, che dite?». Rimanemmo d’accordo così. Tornai nella bolgia. La incontrai nel giardino. Stava chiacchierando con un’amica. Quando mi vide si illuminò. Mi raggiunse quasi correndo e mi baciò. «Perché non resti a vivere qui?» mi chiese. «C’è una casetta sfitta proprio vicino a casa mia. Avresti tempo per riflettere e poi io so un mucchio di barzellette». «Mm… la casa ha il terrazzo?». «No. Ma lo faremo costruire. Dai, andiamo in spiaggia, adoro i posti bui. Ma prima torniamo dentro a prendere da bere.

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8.

Mi svegliai verso le due del pomeriggio. Erano mesi che non mi succedeva. Entrava una leggera brezza dalla finestra socchiusa. In lontananza sentivo le urla dei gabbiani. Mi misi seduto sul letto. Avevo fame. Dal letto riuscivo a vedere attraverso la finestra il mare e un lembo di costa, alcune case bianchissime e la ricca vegetazione che si immergeva a strapiombo nell’acqua. Ancora urla di gabbiani. Pensai all’appartamento di Milano, con la finestra che dava su un palazzo di dieci piani, scrostato grigioverde anni Cinquanta. Un detrito di cemento. Mi alzai per farmi una doccia. Mi guardai allo specchio: bel fisico, magro e tonico; osservai il mio tatuaggio sul braccio sinistro. Avevo il pene piccolo piccolo, sfiancato dalla notte precedente. Camilla mi aveva portato a casa di una sua amica, di cui aveva le chiavi, e lì avevamo fatto l’amore sul divano. Pensavo che la sua amica non ci fosse. Solo la mattina dopo avevo scoperto che era in camera sua che dormiva. Mentre tornavamo verso il “Demasiado”, intorno alle 31


cinque faceva quasi freddo e dietro un alto scoglio mi aveva strusciato il seno sul glande, facendomi venire. Il pensiero di Camilla mi procurò un’erezione, per quanto un po’ debole, vista anche la quantità di alcool che avevo assunto. Riuscii comunque a masturbarmi. Mi vestii con i miei soliti jeans Levi’s comprati all’outlet di Carugate, le All Star bianche e una maglietta verde. Scesi in strada in cerca di qualcosa da mangiare. Passai di fronte al ristorantino della sera precedente e affrettai il passo. Non mi ero proprio comportato da gentiluomo con Ester, la cameriera. Povera figliola. L’avevo poi incontrata al “Demasiado”. Teneva in mano una bottiglia di vino. L’aveva rubata al ristorante, piccolo tesoro. Le avevo preso la bottiglia dalle mani per andare a scolarmela sulla spiaggia con Camilla. Non ricordavo neppure se l’avessi ringraziata. Quando ero rientrato nel locale, dopo essere stato dietro lo scoglio, era già mattina. Ester stava ancora lì, con alcune amiche, piuttosto ubriaca. Le ero passato vicino e ovviamente lei non mi aveva neppure salutato. Ma a me che me ne fregava in quel momento. Camilla mi aveva appena fatto una sega con le tette! Ero in piena esaltazione. La passione rende egoisti. Quindi preferii affrettare il passo e andare oltre il risto32


rantino della vergogna. Certo, il paese era piccolo e prima o poi l’avrei incontrata, quindi era solo un rimandare. Ma io ero sempre stato un rimandatore professionista. PerchÊ cambiare proprio in quel momento? Mi infilai in un locale in legno, piuttosto vicino alla spiaggia. Mi sistemai in terrazza. Ordinai un panino e una birra media. Dal mio tavolo era possibile vedere la spiaggia. Erano le tre del pomeriggio e faceva un caldo soffocante. Lungo la stradina si era fermato con il suo furgoncino un ambulante che vendeva frutta e verdura. Aveva l’autoradio a tutto volume e la musica arrivava fino al locale. Proto punk direttamente da New York: No fun my babe no fun No fun my babe no fun No fun to hang around Feeling that same old way No fun to hang around Freaked out for another day No fun my babe no fun No fun my babe no fun No fun to be around Walking by myself No fun to be alone In love with nobody else Well maybe go out maybe stay home Maybe call Mom on the telephone Well come on, well come on, Well come on........

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L’uomo scese dal furgoncino. Mi sembrava di averlo già visto. Poi mi venne in mente. Era il tipo con lo stereo sparato al massimo in spiaggia. Quello del giorno prima. Oh cazzo! Mi ricordai un altro particolare. L’appuntamento! L’appuntamento con Robby e Francesco! Mi era completamente passato di mente. Che figura... che figuraccia! Mi sentii in colpa. Poi superai. Be’ pazienza, avranno aspettato un po’ e poi se ne saranno andati. Ma come mai avevo preso un impegno con quei due?! Non ero sicuro di voler partire. In verità nemmeno di restare. Non avevo intenzioni possiamo dire. Iniziai a dubitare che avrei mai trovato questo diavolo di fotografo. Ma come si fa a partire per la Spagna solo su indicazione di un becero mercante d’arte che nemmeno conosco, mi chiesi. In fondo, mi risposi, avevo deciso di affrontare questo viaggio non solo per scoprire la verità sul mio passato, cosa per la quale ormai nutrivo poche speranze, ma anche per staccare con la routine. Spezzare il modulo, come si dice. Avevo letto che un lungo viaggio è l’unico modo per conoscere se stessi. Restando intrappolati nelle nostre abitudini, non si riesce a vedersi con distacco, con la telecamera dall’alto. Ma un mese non era sufficiente. Ci volevano almeno sei mesi per iniziare a liberarsi da tutte le zavorre. Forse quello che speravo in fondo al cuore era non tro34


vare mai quel maledetto fotografo e passare l’intera vita in viaggio a cercarlo. Non è la destinazione quella che conta, ma il viaggio. Non si dice cosÏ? In realtà cambiavo spesso idea. Questo mi irritava terribilmente e allo stesso tempo era una caratteristica che consideravo sintomo di grande dinamismo mentale. Solo una mente ferma non cambia mai, resta fissa sempre sulle stesse idee. Dopo aver pagato scesi in spiaggia, mi feci il bagno e rimasi fino alle sette disteso a pensare a niente.

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9.

Non ho nessuna intenzione di lamentarmi della mia infanzia, nonostante quello che è successo. La mia via era il mondo. Non sapevo esistesse qualcosa d’altro a parte il mio quartiere. Non era poi male sentire il campanello di Edoardo alla dieci di mattina, uscire e rientrare la sera. I giochi erano sempre gli stessi, gli stessi di qualunque bambino negli anni novanta, ma in più avevamo il mare: un bel valore aggiunto, che molti tendono a trascurare. La mia via era il mondo, non sapevo esistesse qualcos’altro oltre quelle case che cadevano a pezzi, l’asfalto sbrecciato, le erbacce ai bordi della strada, il pino marittimo che si vedeva tra la casa di Morena e quella di Annalisa. I miei preferiti erano Edoardo e Damiano. Edoardo era il mio migliore amico. Non so dire esattamente perché. Forse perché era sempre sotto casa mia a chiamarmi dalla finestra. Probabilmente, se non l’avesse fatto, nemmeno saprei che esiste. Era molto bravo a giocare a calcio e aveva i capelli ricci e lunghi. Era un tipo abbastanza ribelle e coraggioso. Almeno dava questa idea, non che si vantasse di particolari imprese, ma dava questa idea. 36


Per questo mi stupii, quando lo vidi correre in modo molto scomposto e invocare a gran voce sua madre quando un’ape lo punse. Una volta ero stato punto anch’io ed effettivamente io pure in quell’occasione ero corso a casa, senza però urlare «mamma, mamma!» e mantenendo in un certo senso maggiore decoro. Avevo segnato un goal assolutamente spettacolare. Per l’entusiasmo mi ero rotolato per terra e inavvertitamente avevo messo la mano su una vespa. Il bruciore fu atroce. Effettivamente è annichilente, si perde il controllo e la compostezza. Urlai e iniziai a correre. Edoardo mi raccontò il giorno seguente, che tutti avevano pensato che stessi festeggiando e urlando per l’incredibile rete. Correvo e mi dibattevo come un indemoniato. Ma poi mi videro continuare a correre oltre il campo di gioco e sparire in fondo alla stradina di ghiaia, sempre urlando. Rimasero perplessi, non immaginando assolutamente che fossi stato punto, e considerarono la mia felicità un po’ esagerata. «Abbiamo pensato volessi andare a condividere la tua gioia con i tuoi» mi disse poi Edoardo. Edoardo era il mio migliore amico. Ricordo bene il modo in cui mi guardò quando rientrammo dal mare il mattino dopo che mio padre sparì. Eravamo con l’auto di suo zio e parcheggiammo nel grande cortile vicino alla ferrovia. 37


Damiano venne ad accoglierci con il viso stravolto e mi raccontò quello che era successo, e io mi resi conto che d’un tratto non avevo più i genitori. Ricordo la luce del sole che in quel momento mi sembrava più abbagliante e il modo in cui mi guardava Edoardo. Una sorta di resa, il dispiacere per la consapevolezza di non potermi aiutare, perché ormai era successo e nessuno avrebbe potuto cambiare le cose. Neppure Damiano, il nostro idolo. Il cugino di Edoardo. Anzi, proprio Damiano sembrava così debole in quel momento, così svuotato di energie. Damiano era sempre a casa mia. Faceva colazione con me e mia madre. Era molto agile. Lo ricordo spesso sopra i tetti o in volo tra un tetto più alto verso un tetto più basso. Lavorava nel bar di mio padre. Aveva sostituito il nostro cameriere storico, un ciccione bianco come il latte che a diciannove anni si trasferì a Milano per studiare ingegneria. Anche io davo una mano al bar, o almeno io mi sentivo molto fiero per questo. Più che altro andavo a prendere i bicchieri quando i clienti se ne erano andati e mio padre mi esaltava per il fatto che non ne avevo mai fatto cadere nemmeno uno. Probabilmente non ero un granché, la mia presenza era irrilevante ai fini pratici, ma ricordo che a sentire i miei genitori ero una figura fondamentale nelle gestione del locale. Quando il cameriere storico se ne andò, Damiano lo 38


sostituì: fu una sfida, più che altro, che mio padre decise di abbracciare. Damiano era considerato un fannullone. Non aveva mai combinato niente di buono. Era ubriaco quattro sere su sette, sempre in cerca di fumo e di turiste in vena di avventure. Inizialmente lavorava da un giardiniere, ma poi il titolare lo aveva licenziato in tronco perché una mattina si era addormentato al volante di un trattorino tagliaerbe e aveva distrutto una aiuola di fiori dal valore di migliaia di euro. Mio padre gli diede una possibilità. Fu l’unico. Nessuno era disposto ad assumersi la responsabilità di prendere sul groppone un disastro come Damiano. In principio il ragazzo ebbe dei tentennamenti. Diceva che la sua vera passione era il giardinaggio, adorava i salici piangenti e i gigli. Ma quando si rese conto che con quel trattorino aveva fatto terra bruciata attorno a sé, accettò. E si sforzò in tutti i modi di non farsi sfuggire l’occasione di riconquistare credibilità. Non saltò una mattina. Alle sette era sempre lì. Tutti i giorni. E non solo. Damiano aveva una marea di amici. Era uno che sapeva divertirsi e che sapeva divertire. Il classico ragazzo scapestrato cui tutti vogliono bene. Il nostro bar divenne un punto di ritrovo per i più giovani. E mio padre non poté che esserne felice. A parte i maggio39


ri incassi, la nuova clientela lo divertiva, la gioventù portò un’ondata di aria fresca nel locale, tanto che dopo un anno rinnovò anche l’arredamento dandogli un taglio più giovane. Solo il nome rimase lo stesso. “La Tana Dell’Orso”. Funzionava anche in quella nuova veste. Si specializzò in cocktail nuovi, addirittura il menù presentava il Negroni sbagliato e il Vodka redbull e il giovedì c’era la serata hip hop con la crew “Aviano freestyle club”. Senza parlare del giro di giovani fanciulle che frequentavano negli ultimi tempi il locale: Morena, ragazza di una bellezza strepitosa, piuttosto generosa con l’altro sesso. Roberta, molto bella anche lei, di origine pugliese: un’intellettualoide che esercitava un certo fascino su Stefano, il prestante figlio del medico a cui però lei preferiva Alex, perché aveva gli occhi più intelligenti. Poi c’era Maria, che aveva un bel viso ma aveva un culone notevole, innamorata di Leoluca, troppo brutto per essere vero, che rifiutò sempre le sue avances per paura del sesso e che poi si offese quando una sera la vide baciare Renato mentre il dj suonava You spin me round dei Dead or Alive. E la coppia d’oro: Emma, bellissima ricciolona con occhi da cerbiatta e movenze feline e Matteo, ragazzo avvenente di ben dieci anni più vecchio di lei che però poi la tradì con la sua migliore amica, biondina arrogantella e slavata. Lisa, innamorata di Giulio che morì a diciannove anni in un incidente. 40


Mio padre era al settimo cielo, non solo perché aveva vinto la sfida con Damiano, ma questo azzardo gli aveva anche portato maggiore successo e guadagno. E anche Damiano era felice. Il lavoro nel locale gli dava soddisfazione e sembrava non pensare più all’alcool e alla sua carriera perduta di giardiniere. Ridusse le sue serate brave perché ci teneva ad essere in forma e lucido per la mattina successiva. Divenne parte integrante della famiglia. Spesso la sera si intratteneva con mia madre e mio padre sul terrazzo a chiacchierare e guardare film fino a tardi, rinunciando alle notti più estreme. Per più di un anno a questi ritrovi si aggiunse anche Goran, un boemo che si era trasferito in paese improvvisamente, senza che mai nessuno sapesse per quale motivo. Era un uomo carismatico, sui quarantacinque anni che trasmise a Damiano e mia madre la passione per la pittura e la poesia. Le serate ogni tanto si trasformavano in reading in cui l’uomo leggeva con grandi capacità interpretative poeti della beat generation, poeti francesi e zingari. Aveva visto tutto il mondo. Diceva di aver vissuto per un anno in Africa, dove aveva salvato un signore della guerra da un virus terribile con erbe e infusi particolari. Era un grande esperto di medicina antica, convinto che le erbe avessero le stesse capacità curative delle medicina convenzionale. Il signorotto lo aveva quindi scelto come suo figlio. Ma l’invidia della corte fu tale che un consigliere del signore 41


lo convinse che un uomo in grado di curare un virus tanto maligno era troppo potente e quindi pericoloso per tenerlo in vita. Il signore si fece convincere e Goran dovette fuggire rocambolescamente in Italia per non farsi uccidere. Raccontò di aver avuto periodi in cui gli erano capitati eventi molto stravaganti. Ad esempio anni prima era stato accoltellato per ben sei volte in sei risse distinte nell’arco di una sola notte. Era stato in grado di uccidere un bisonte con il solo pensiero e di dipingere i sogni di una persona mentre dormiva. Non diede mai prova di questi poteri. Diceva che lo venivano a visitare solo in determinati periodi della sua vita, periodi che non poteva controllare. Solo una volta ci stupì seriamente. Era l’inizio dell’estate. Fece un ritratto a una ragazza olandese che Stefano, il figlio del medico, aveva conosciuto una sera a Venezia e che aveva portato lì per farle conoscere gli amici. Goran ne fece un ritratto. Ma nel dipinto la ragazza aveva gli occhi neri e non azzurri. Solo dopo parecchio tempo la ragazza confessò di avere le lenti a contatto colorate. Lui disse che i suoi dipinti ritraevano sempre e solo la realtà delle cose e io non avevo ragione per non credergli, anche se qualcuno notò che quella sera la sua tavolozza era sprovvista di blu e che quindi, forse, fece di necessità virtù. Un bel giorno sparì e si ripresentò un mese dopo. 42


Senza una gamba. Si era messo una protesi in legno. Una sorta di ramo d’albero. Come un pirata. A chi gli domandava come l’avesse persa rispondeva che era stato a causa della nostalgia. Era un prestigiatore straordinario: faceva sparire sigarette, apparire monete, trapassava le carte con una penna, si bucava le guance senza sanguinare, leggeva nel pensiero, spostava oggetti con la mente. Spesso la sera ci intratteneva con questi giochetti. Io, ovviamente, avendo otto anni, ero completamente soggiogato da quell’uomo e da grande volevo essere come lui. Oltre tutto aveva una cultura enciclopedica. Sembrava conoscere qualsiasi opera letteraria, tanto occidentale quanto dell’estremo Oriente. Conosceva a memoria migliaia e migliaia di versi, sia poesia antica che moderna. Io non ero l’unico a subire il suo fascino. Lo eravamo un po’ tutti, in particolare Damiano, che sembrò quasi subire un mutamento della personalità. Aveva iniziato a dipingere e interessarsi all’arte figurativa. I soggetti dei suoi quadri erano i paesaggi. Foreste, alberi, fiori, sassi levigati dall’acqua dei torrenti, staccionate, prati a perdita d’occhio, montagne immense, vallate vastissime. Niente di che: in realtà, anzi, tecnicamente era un disastro, ma chiaramente esprimersi a quel modo lo faceva stare molto bene. 43


Sembrava essere diventato più meditativo, più calmo, e non per questo meno entusiasta e felice della vita. Anzi, tutt’altro. Sembrava semplicemente meno irrequieto, più consapevole di se stesso. D’altronde questo era l’effetto che Goran faceva a tutti. Anche il figlio del macellaio, un povero nevrotico con manie suicide, sembrava stare meglio quando Goran gli parlava. Purtroppo dopo un anno Goran sparì nuovamente e non fece mai più ritorno in paese. Disse che aveva degli affari da seguire in Croazia, lasciando in tutti noi un vuoto enorme. Giusto qualche mese dopo era accaduto quel che accadde.

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Quando rientrai in casa incrociai la padrona. Mi fermai a parlare con lei del più e del meno. Finì che mi invitò a restare a mangiare lì. Non che la vecchia mi fosse antipatica, anzi. Ma risultava, come tutte le vecchie del mondo, piuttosto pesante. L’idea comunque di cenare senza spendere un euro mi allettò e accettai. Salito in camera vidi che avevo ricevuto altri due messaggi. Decisi di leggerli più tardi. Mi preparai per la serata. Scelsi come colonna sonora i Daft Punk. Mi piaceva il contrasto tra quella musica ipertecnologica e la cameretta fatiscente. La cena fu ottima: la vecchia non mi annoiò affatto. Mi offrì sigarette e vino in abbondanza. Finimmo ubriachi a raccontarci la nostra vita. Con Merina, questo era il nome della padrona di casa, potei essere me stesso, ammettere anche le mie debolezze. Cosa che ormai non facevo con nessuno. Alla gente le debolezze non piacciono. I deboli vengono consolati, mai apprezzati, anche se viene sempre detto loro il contrario. Le chiesi se conoscesse un certo fotografo Armando Fi45


labelli. La vidi riflettere a lungo. Poi disse: «Mai sentito». Mi raccontò di essersi sposata a 19 anni, come mia madre, e di essere rimasta assieme al marito per ben quarantadue anni. Solo che i miei non ebbero la possibilità di restare assieme tanto a lungo. Mi disse che lo aveva amato allo stesso modo dal primo giorno di matrimonio fino all’ultimo e di averlo tradito una volta sola con un militare di passaggio, che quasi l’aveva stuprata ma che le fece dare un’occhiata in paradiso. Fu una bella serata, che donna! Se non fosse stata così consumata e cadente, ci avrei anche potuto provare. Di certo ci sarebbe stata. Me la immaginai mentre me lo succhiava. Uscii da quella casa che barcollavo. Il paese era in festa. Ogni stradina era invasa da venditori ambulanti, arrivavano da tutta la provincia. C’erano anche dei turisti. Probabilmente la festa era rinomata e alcuni di loro si erano spostati da altre località turistiche. Avevo comunque deciso di andare a bere qualcosa e poi di ritirarmi presto, per leggere e stare un po’ per conto mio. Per un europeo l’avventura si può vivere leggendo, ubriacandosi, viaggiando, avendo storie d’amore. Una volta c’era anche la guerra. Per fortuna ora non c’è più. In Europa almeno. Mi stavo dirigendo verso il lungomare e come al solito 46


passai di fronte al ristorante dove lavorava Ester, la cameriera della sera prima. Era sovraffollato. Probabilmente per il fatto di essere ubriaco, decisi di entrare e chiedere scusa alla ragazza. Andai al bancone e ordinai un rhum. Mi guardai attorno. C’erano due camerieri trafelati e il proprietario del locale, ma di Ester nessuna traccia. A un tavolo vicino al bancone c’erano due ragazze, abbastanza carine. Una bionda e l’altra castana. «Sei sicura che si chiami Gutierrez?». «Sì, sono sicura, ha fatto anche quel film con George Clooney, quello che prima è normale, poi diventa una specie di horror dentro quella locanda messicana». «Ah sì, l’ho visto… mi è piaciuto abbastanza. Gutierrez…». Ordinai dell’altro rhum. «Si chiama Rodriguez» dissi sorridendo alla bionda quando mi alzai. Mi diressi verso il proprietario. Si trovava lungo il corridoio che portava in cucina. Stava pulendo per terra. Qualcuno aveva vomitato. «Scusi» dissi, «sto cercando Ester». L’uomo sollevò gli occhi e mi guardò in modo distratto. «Non lavora più qui». «Sul serio?». «Sì. Non avrei motivo di mentirti. L’ho licenziata». 47


L’odore del vomito era insopportabile. Presi un sorso dal mio bicchiere. «Posso chiederle come mai? Mi sembrava una in gamba...». «Rubava. Ieri sera lo ha fatto. Una bottiglia di vino. Tra l’altro piuttosto costosa..». «Mm...». mugugnai. «Non pensi abbia fatto bene?» mi chiese fissandomi. Scolai in un solo sorso tutto il rhum. «Ha fatto bene, sì» dissi, «chi sbaglia deve pagare». «Esatto! È quello che ho detto anch’io a mia moglie, che non era d’accordo». «Sua moglie è una donna molto buona». «Sì, pure troppo. Fosse per lei saremmo già andati in rovina». «È un bel modo di andare in rovina» osservai. L’uomo aggrottò le sopracciglia. Ci rifletté su. Ridemmo. «Ad ogni modo» dissi, «quel vino non era poi ‘sta gran cosa...». Strinse gli occhi a fessura. «Cioè?» mi chiese. «Sì. L’ho bevuto io quel vino». A quel punto si fermò. Appoggiò la scopa al muro e si accese una sigaretta. «Ah!» esclamò. «Quella troietta! Ruba il vino a me e poi lo offre ai turisti per fare bella figura!». 48


«Gliel’ho chiesto io di rubarti il vino. Volevo bere senza spendere, ieri sera». «Che figlio di puttana!». «In verità» continuai, «non mi sono comportato bene con Ester. Ho preso il vino e me lo sono bevuto. Con un’altra. Camilla». «Ben le sta allora! Così impara a fottermi il vino. Comunque gran bella fanciulla Camilla. Ha lavorato qui anche lei, l’anno scorso, sai? L’ho licenziata». «Anche lei?». «Arrivava sempre tardi». «Mi sai dire dove abita Ester?». «Sì...» si fermò un attimo a pensare. «Dovrei avere l’indirizzo nel cassetto». Andò dietro il bancone. Lo vidi sparire sotto la cassa. Poi apparve trionfante. «Ecco qui» disse, «tieni pure il foglietto. A me non interessa. Ad ogni modo, ti conviene andare ora, perché domani parte. Mi sembra abbia intenzione di tornare al suo paese». Presi il foglietto e me lo infilai nella tasca della camicia. L’uomo si lisciò i baffoni. «Senti» mi fece, «tu sei italiano, vero?». «Sì». «E mi confermi che quel vino non è un gran che». «Sì, te lo confermo». Feci per pagare il rhum. 49


«No no, lascia stare. Offro io. Adesso vai da Ester e chiedile scusa. Sei veramente un cabron e lei è una brava ragazza». Risi e mi diressi verso la porta. Una delle ragazze vicino al bancone mi chiese mentre stavo uscendo: «Ma Guttierez invece chi è?». «Uno scrittore cubano. Pelato».

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10.

A diciotto anni ero tornato a San Polibio. Ci andai con la mia Audi ottanta bianca che si sbarazzò di me molto più tardi a Barcellona, fuggendo trascinata via da un trio di delinquenti. Il paese fu di per sé una delusione. Tanto che non ci misi mai più piede. Il San Polibio che piaceva a me si trovava solo nella mia memoria e da nessun’altra parte. Che piccolo mi apparve. Poche stradine che sfociavano tutte in una piazzetta piuttosto anonima, dalla quale era possibile vedere, in fondo, il porto, con pochi pescherecci che dondolavano pigramente. Vidi alcune persone che non riconobbi. Poi incrociai il dottore del paese. Era di certo in pensione. Decisi di non rivelarmi e passandogli accanto sperai che non mi riconoscesse. Pochi passi oltre vidi una donna molto bella, sulla trentina, che teneva per mano una bambina di circa dieci anni. Passandole accanto notai che la bimba mi guardava con espressione sorridente e turbata allo stesso tempo. Come se avesse intravisto in me qualcosa di familiare. Ci volle un po’ prima che riconoscessi la giovane madre della bimba. Era Morena, la ragazza più bella del paese, 51


della quale, nonostante all’epoca avessi solo nove anni, ricordavo la vibrante sensualità. In realtà in quel tempo non sapevo cosa fosse la tensione erotica, ma la percepivo come qualcosa di potente e misterioso. Zia Matilde mi aveva parlato della ragazza ogni tanto, diceva che le ricordava se stessa da giovane per l’abuso della sua sfolgorante bellezza in fiore. Che sia chiaro, Morena era terribilmente più attraente di Matilde, ma l’approccio era lo stesso. Solo che Morena poteva amplificarlo ancora di più. Ah, come se li rigirava tutti, diceva mia zia, e quanto male aveva fatto a quegli ingenui ragazzotti di paese. Li prendeva con sé e poi li ributtava in mezzo a una strada, senza dare spiegazioni. Cosa può offrire a una creatura così un uomo normale? Fu solo più tardi che scoprii quanta parte avrebbe avuto quella giovane donna nella mia vita. Passai piazza Roma e scesi lungo la piccola viuzza che portava verso casa mia. Ricordavo le volate in bicicletta con Edo, con il cane Guglielmo che usciva dal suo cortile e si lanciava al nostro inseguimento. Che paura ci faceva! Ma solo all’inizio. Dopo capimmo quanto era buono e stupido, povero bulldog. Dietro l’aspetto spaventoso, con quell’espressione sempre corrucciata dipinta sul muso schiacciato e le zampe montate al contrario, si nascondeva un carattere placido e bonario. 52


Noi facevamo finta di avere paura di lui e scappavamo pedalando come pazzi, per dargli qualche frangente di gloria. Erano evidenti l’orgoglio e la fierezza cagnesca quando si lanciava al nostro inseguimento. Ma per lo più lo prendevamo in giro e lo stuzzicavamo, con quel sadismo che solo due bambini possono avere. Quante gliene avevamo fatte, povera bestia. Una volta lo trovammo al porto, legato a un panchina, sotto il sole d’agosto. Ci saranno stati quaranta gradi. Lo aveva legato lì con estrema leggerezza Guido, il suo padrone. Lo slegammo. Ci guardò con gli occhioni pieni di gratitudine da sotto le sue sopracciglia, rifatte in seguito ad un’ustione di marmitta che si era procurato inseguendo il motorino di Damiano. Finalmente libero cominciò a correre credendo forse di volare e di essere invisibile, ribaltando quasi tutte le casse di pesce appena pescato dai baffuti e assonnati pescatori. Noi scappammo a nasconderci dietro alcuni vecchi container. Guido, il padrone, ricevette minacce di morte dagli uomini del porto, mentre il cane dovette essere trasferito a Milano per tutela personale. Passai di fronte alla casa di Pietro o’ mozzicone: un quarantenne salernitano magro e spento, dai movimenti scoordinati e moderatamente dondolante, che serpeggiava spesso fra i vicoli stretti entrando nelle case che avevano le chiavi sempre sulla porta pretendendo un mozzicone di 53


sigaretta e un cicchetto di Petrus, con galanteria e sfacciataggine. Gli veniva servito regolarmente, anzi, col tempo i paesani fecero a gara ad essere più accoglienti con lui. Era in atto una sfida gentile, una competizione innocua, e Pietro o’ mozzicone era il re di questo trono dondolante. Svoltai a destra e mi trovai di fronte a casa. Non saprei dire che effetto mi fece. Anche in quel caso mi colpirono le dimensioni. Che piccola sembrava. Era un castello un tempo, era grande come il mondo, non una modesta casetta di paese, tra le altre. La scritta sul muro era svanita. Qualcuno l’aveva sepolta sotto centimetri di intonaco bianco. Ma io sapevo che là sotto c’era ancora, con quella goccia di colore che colava dalla gambetta della “T” rendendola lunghissima. Tutto era abbandonato. Il giardino non veniva curato da anni. Erbacce alte più di un metro parevano sommergere la casa, facendola sembrare ancora più piccola. Aprii il cancelletto, che un tempo avrei saltato, magari con una pistola di plastica in pugno, e gironzolai per il giardino fermandomi vicino alla ringhiera in metallo dalla quale si poteva vedere il mare. Iniziarono i primi assalti di malinconia: di quando tutti eravamo bambini, di quando il mio amico Edoardo voleva affogarmi nel porto convinto che sarei rinato triglia 54


se avessi pianto, o squalo bianco se non avessi mostrato tracce di paura. Che scemo, e io che a poco a poco stavo per convincermene... La nostalgia infantile mi fece salire voglia di bere succhi di frutta dentro il cartone. Mi sembrò di sentire il gusto di succo d’ananas. Da quanto tempo non ne bevevo uno? Era il nostro preferito. Mio e di mia madre. Ricordai quando andavamo alla spiaggetta, a mezz’ora dal paese a piedi, io e lei da soli, il sabato pomeriggio. E quella volta in cui trovammo Morena svenuta per una insolazione sul pontile di quella spiaggetta. Mia madre se la caricò sulle spalle e la riportò in paese arrampicandosi per i sentieri ripidissimi e la stradine di ghiaia scoscese. Ricordai le sue urla contro gli infermieri apatici quando la consegnammo al pronto soccorso, mentre io versavo sulle labbra di Morena semiincosciente il mio succo d’ananas, rapito da quella incredibile bellezza nel fiore dei suoi anni. Era ancora in costume da bagno e quel corpo giovane e abbronzato abbandonato sulla barella incustodito, sul quale potevo far scorrere lo sguardo senza alcun limite, mi procurava un certo acerbo turbamento. Tornando a casa mia madre tremava ancora dalla tensione. Detestava l’abbandono in cui versavano le istituzioni in paese. Ricordai che la sera ne parlò con tale concitato trasporto a mio padre e a Damiano, che restarono per quasi mezz’ora a bocca aperta senza proferire parola, stregati 55


dai suoi ragionamenti e dal suo impeto. Perchè mamma era una donna dolce e delicata, ma capace di momenti di pura rabbia, soprattutto quando si scontrava contro l’indifferenza e l’egoismo. Era una delle poche persone a San Polibio che avesse una certa curiosità verso quello che capitava al di fuori della propria famiglia. Era interessata all’uomo, non nel senso che intendeva sua sorella Matilde, per la quale forse era più il caso di dire al maschio, ma nel senso di umanità. La stupiva l’altezza e la bassezza cui possono arrivare gli uomini, anche uno stesso uomo, nell’arco di una vita o addirittura nell’arco di una sola giornata. Quello che mi colpiva era la dedizione. Verso me e mio padre. Una dedizione che comunque non limitava la sua individualità, arricchita da una insaziabile sete di lettura che crebbe esponenzialmente nel momento in cui iniziarono a frequentare casa Damiano e Goran. La dedizione, dicevo. Ricordai quando un inverno fui colpito da una forte febbre, intorno ai quaranta gradi per ben due settimane. Lei restò sempre lì, a tenermi la mano e a vegliare su di me, come se, nel caso si fosse distratta una attimo, io avessi potuto morire. Mi dissero che non dormì per due settimane intere, che non chiuse proprio occhio, anche se io non ci credetti mai. Ricordai comunque quando aprii gli occhi e la prima cosa che vidi fu il suo sorriso sconfinato. Era dell’idea che a guarire una persona fosse l’affetto. Leggeva fiumi di libri, aiutava al bar, lavorando dietro 56


il bancone fino a tardi, corteggiatissima anche da ragazzi più giovani, gestiva la casa, ma non dava mai segni di stanchezza né si lamentava. Anzi, era lei la prima promotrice di cene in casa e feste alla “Tana dell’Orso”. Era uno dei pochissimi casi di donna equilibrata dall’energia straripante. Mi distesi sul terrazzo dove lei, mio padre, Damiano e Goran si ritrovavano le sere in cui il locale era chiuso. Notai tra le erbacce un grande salice piangente. Rimasi a fissarlo, così malinconico e fiero. Non mi sembrava ci fosse quando ero piccolo. Mi stupì il fatto che fosse cresciuto così bello e forte in mezzo a quell’anarchia. Mi addormentai col sorriso, e con tutte e due le mani a riparo dei testicoli, come se dovesse arrivare Guido a farmela pagare per Guglielmo, il suo cane emigrante.

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11.

Attraversai la via centrale di Sombra, in direzione est. Imboccai una strada in salita e poi ancora una piccola laterale. Le case iniziavano a diradare e il fiato a farsi corto. In fondo alla stradina, c’era un edificio in legno con un’ampia terrazza e alcune ragazze sedute su di una panca che chiacchieravano, con delle bottiglie di San Miguel in mano. Mi girai. Era possibile vedere tutto il paese sotto, immerso nella folla. Mi avvicinai alle ragazze. «Scusate, sto cercando Ester. Voi la conoscete?». Rispose una ragazza mora, bella, con un naso molto pronunciato e i modi spicci: «È andata laggiù, la vedi?» mi fece. «Dove c’è la fontana. È andata a prendere delle birre fresche». La ringraziai e mi diressi verso la fontana. Nel buio riuscii finalmente a intravedere Ester piegata sulla vasca. Cercava di togliere le lattine dalla confezione di plastica. Sentendo i passi da dietro disse: «Non sono ancora freschissime». «Fa niente» risposi, «non sono venuto qui per le birre». «Oh, sei tu?!» mi disse tranquillamente, dopo avermi inquadrato. 58


Feci sì con la testa. «Vuoi una birra?» mi chiese porgendomela. La aprii e ne presi un sorso. «È calda» dissi. La ragazza confermò con un cenno della testa. «Ester» attaccai io, «volevo scusarmi con te per come mi sono comportato ieri sera». «Scusarti? E come ti saresti comportato?». «Non sono stato per nulla gentile». «Oh, non ti preoccupare, non c’è alcun problema. Non mi sono offesa per niente» disse, cercando una lattina di birra più fresca. «Ester, non fare finta di non esserti offesa, so che è così. L’orgoglio porta ad assumere comportamenti innaturali. Ieri ci sei rimasta male, lo vedo dai tuoi occhi, e ne hai tutte le ragioni, e io sono qui per scusarmi, se può avere un valore». «Non ti preoccupare, sul serio. Non ci sono rimasta male. Giuro!» e si baciò le dita incrociate sorridendo. «Ma come fai a sapere dove vivo?». «Sono passato al ristorante». «Ah, te lo ha detto Emilio, quindi sai che non lavoro più lì». «Sì, lo so». «Prova questa» mi disse porgendomi un’altra birra, «mi sembra meglio..». Guardai la mia lattina, ancora mezza piena. 59


«Buttala. È calda». La guardai negli occhi. «Carino qui» dissi. «Sì sì, carino». «Quando parti?». «Domani mattina». «Dove vai?» «Torno a casa. Abito un po’ nell’interno. Aiuto mia madre». «Mi dispiace di averti rovinato la vacanza». Lei mi sorrise. «Sei proprio una ragazza in gamba» aggiunsi. Mi guardò con aria di rimprovero. «Ah sì? E si tratta così una ragazza in gamba?». «Allora vedi che ti sei offesa?». «Ti dico che non mi sono offesa! Ciò non toglie che ti sei comportato da gran ignorante. Per chi poi... quella smorfiosetta..». «La conosci?». «Un po’... la conoscono tutti qui, la diva. È molto “popolare”, come dicono nei telefilm americani. Fa di tutto per apparire umile. Ma quando una ragazza è di buona famiglia non lo può nascondere..». «È molto carina» dissi. «Più di me?» fece lei accarezzandosi i capelli in modo ironicamente sexy. «Lascia perdere...». 60


«Sei proprio un cafone!» gridò con rabbia improvvisa, e girandosi di scatto mi mollò uno schiaffone. Tirava un venticello freddo lassù. «Domani» le chiesi, «a che ora parti?». «Ho il pullman alle nove». «Ah, peccato! Troppo presto. Altrimenti sarei venuto a salutarti». «Risparmia la fatica. Tra l’altro passerai tutta la notte con la troietta, immagino. È meglio che dormi fino a tardi». «Gelosa?» chiesi. «Senti bello, io adesso devo raggiungere le mie amiche... è stato un piacere conoscerti. Passa una buona vacanza». «Ma io non sono in vacanza». «E cosa fai qui?». «Sto cercando... non importa. Non ti voglio annoiare. Stavi andando ed è una storia lunga..». Ester mi guardò fisso negli occhi. A lungo. Io sostenni il suo sguardo. Da lontano arrivava la musica di un’orchestrina folk. E il rombo di alcune moto lungo la costa.

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12.

La mattina seguente andai a fare colazione nell’ex ristorante di Ester. Mi intrattenni a parlare con Emilio. Essendo io italiano, mi sommerse di domande sul vino. Poi dal vino passò più specificamente al Chianti e infine alla Toscana. Era stato una volta sola in Italia, a Milano e Genova, e gli era rimasta la curiosità di vedere la Toscana. Aveva già assunto una nuova cameriera. Si chiamava Zoe, come la figlia di Lenny Kravitz e Lisa Bonet, la ragazzina mulatta del telefilm dei Robinson, sogno erotico di qualsiasi adolescente anni novanta sano di mente. Ricordo l’invidia di tutti noi quando venimmo sapere che quel tamarro di Lenny se la portava a letto. Zoe era del posto, ma aveva la carnagione più scura rispetto alla media. Forse discendente di una princepessa araba, era una diciannovenne strepitosa, con tutta l’energia dell’universo che le straripava dal sorriso e dagli occhi. Notai che la sua giovane bellezza creava quasi soggezione negli avventori. Metteva in tensione le coppie e in soggezione i ragazzini che parlottavano tra loro appena lei si allontanava. In spiaggia c’era poca gente rispetto al solito. Forse per 62


via dell’aria fresca che tirava. A me piace il vento. Mi misi disteso in mezzo alla spiaggia. Ero quasi da solo. Mi addormentai. Sognai di essere in una località turistica caraibica non ben identificata. Mi trovavo nella terrazza di un hotel. Di fronte a me il vastissimo lido, gremito di bagnanti. Improvvisamente vidi un’onda enorme alzarsi all’orizzonte. In breve fu il panico. Quell’immenso muro d’acqua, alto una ventina di metri, si abbatté sulla spiaggia trascinando con sé tutto quello che incontrava. Non sapendo che fare mi alzai e mi misi in piedi sopra il tavolo, senza abbandonare il mio cocktail. Per fortuna la violenza dell’onda era scemata notevolmente quando raggiunse il mio hotel. L’acqua inondò il terrazzo dolcemente arrivando a lambirmi le ginocchia. Ma attorno erano tutti morti. In lontananza vidi arrivare una barca. Al timone c’era Camilla che si sbracciava verso di me. Insieme a lei c’era mio padre. Ma non aveva le fattezze di mio padre. Era Manu Chao in realtà, ma io sapevo che era mio padre. «Bella barca!» gridai verso di loro. «Di chi è?». «È di mio padre!» urlò lei. «Come mai sei con mio padre?» chiesi. «Manu Chao è tuo padre?» domandò lei guardandolo.

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Mi svegliai di soprassalto per via del volume assordante di uno stereo. Era Malavida dei Manonegra: Tu me estás dando mala vida Yo pronto me voy a escapar Gitana mía por lo menos date cuenta Gitana mía por favor tu no me dejas ni respirar Tu me estás dando mala vida Cada día se la traga mi corazón Dime tu porque te trato yo tan bien Cuando tu me hablas como a un cabrón Gitana mía mi corazon está sufriendo Gitana mía por favor sufriendo malnutrición Me estás dando m’estás dando mala vida Cada día se la traga mi corazón Dime tu porque te trato yo tan bien Cuando tu me hablas como a un cabrón Me estás dando m’estás dando Ché mi corazón Tu me estás dando mala vida Yo pronto me voy a escapar Gitana mía por lo menos date cuenta Gitana mía por favor tu no me dejas ni respirar Tu m’estás dando m’estás dando mala vida

Ovviamente il proprietario dello stereo era il fruttivendolo. «Scusa!» urlai.

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«Hey, scusa!» urlai di nuovo. Il tizio tornò tra i vivi. Stava fissando un punto lontano sul mare, agitato, ma non da far pensare a uno tsunami. Abbassò il volume. Mi venne in mente quello che mi disse una volta un’amica, che chi sogna di salvarsi dall’onda è l’eletto che si salverà dal cataclisma del 2012 che distruggerà la razza umana. Quindi io, Camilla, Manu Chao ci salveremo... e mio padre. Ovunque sia si salverà, quindi. Buon per lui. «Adoro Manu Chao» dissi al fruttivendolo, «e tutto il movimento patchanghero, ma spararmelo a tutto volume sull’orecchio mentre dormo... tra l’altro volevo vedere come sarebbe andata a finire». «Perdona amico, non ci ho fatto caso» mi rispose. Ci rifletté un attimo su. «Andata a finire cosa?». «Mah... capire come mai Manu Chao fosse mio padre». «Eh no amico, mi sembri troppo grande per essere suo figlio… comunque scusa se ti ho svegliato». «Ok» dissi, «nessun problema, ma ti prego di tenerlo più basso. Vorrei provare a dormire un po’, ho bisogno di riposare. Mi sono salvato per miracolo da un cataclisma spaventoso». «Va bene bello. Ma a te non piace la musica?». «Sì, mi piace. Te l’ho detto. Ma solitamente non la metto in filodiffusione mondiale». 65


Il tipo rise, alzando i baffi corti e folti e scoprendo le gengive rosse. «Hai ragione, è un brutto vizio. Lo dice sempre anche mia madre». «Forse sei mezzo sordo… ci hai mai pensato? Avrai le orecchie tappate». «No no, non ho le orecchie tappate. Sono consapevole del volume. Ma mi sembra sempre che a tutti piaccia a volume alto». «Anche a me piace a volume alto, ma dipende dalle situazioni. Non quando vorrei dormire, per fare un esempio». «Chiaro. È giusto». «Come ti chiami?» gli chiesi «Corrado!» disse con orgoglio. «Ok, Corrado, adesso dormo un po’. Poi continuiamo la discussione». «Dormi, dormi. Controllo io tutto». «A proposito, hai mai sentito parlare di un certo Armando Filabelli? Faceva il fotografo..». «Armando chi?» «Non importa, non importa..».

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13.

Quando mi risvegliai era sparito. Probabilmente aveva inforcato il suo furgoncino e si era spostato verso qualche altra spiaggia a vendere frutta e verdura e a diffondere la sua musica nel mondo. Andai al baretto sulla spiaggia per mangiare qualcosa. L’intensità del vento era scemata e la spiaggia iniziava a riempirsi di gente. Ordinai un bocadillo con verdure, carne de cerdo e queso. E una birra da mezzo. Mi misi a sedere sul terrazzo. Con lo sguardo in libera uscita sul mare. Dubitavo ormai della possibilità di riuscire a trovare Armando Filabelli. Ammettendo anche che vivesse in quella zona. Chi poteva conoscerlo? Era un fotografo che aveva avuto successo molti anni prima e tra un ristretto gruppo di persone, pseudo-artistoidi con la puzza sotto il naso. Non mi sembrava ci fossero molte possibilità di imbattersi in quelle persone a Sombra. Chissà, forse è meglio così, pensai. Magari è meglio non sapere cosa sia successo. Mi stupii per aver dato come certo che questo fantomatico fotografo sapesse la verità. Ma chi era? Come poteva aver scattato quella foto? Forse per puro caso. Passava di lì 67


proprio in quei giorni ed era rimasto colpito dalla scritta sul muro. In quel momento vidi Francesco, il magro della coppia di italiani con cui sarei dovuto partire. Mi stupì vederlo ancora a Sombra. Aveva il viso ustionato dal sole. Si girò verso di me come se avesse percepito il mio sguardo. «Ma cosa ci fai qui?» gli chiesi. «Non dovevate partire?» Ci mise un momento ad inquadrarmi. «Oh, ciao, Mattia! Scusaci per ieri! Avrei voluto avvertirti per il pacco, ma non avevamo il tuo numero di telefono..». «Ah, nessun problema..». mentii. «Sono rimasto lì una decina di minuti ad aspettarvi e poi me ne sono andato. Figurati». Notai che si stava desquamando per la scottatura. «Ti abbiamo costretto ad una levataccia per niente». «Mi sveglio presto io» mentii ancora. «Ma cosa è successo? Come mai non siete partiti?». «La mia fidanzata ha dovuto ritardare di qualche giorno la partenza: avremmo voluto comunque venire all’appuntamento per avvisarti che era saltato, ma ieri siamo andati con una compagnia di spagnoli che abbiamo conosciuto in spiaggia a Taiori. C’era una festa. Robby ha pure trovato una ragazza. Non so cosa ci ha combinato 68


in concreto. So solo che sono rimasto fino alle cinque di mattina ad aspettare che finisse con lei. Chiacchieravano, ballavano, ridevano. Forse è partito un limone... Poi ce ne siamo andati, ma m’è venuta una tale botta di sonno che ho dovuto fermarmi a dormire a metà strada. Mi sono fatto sei ore filate di sonno sotto il sole cocente, avevo il tettuccio aperto. Alle sei di mattina non c’era il sole. Poi è arrivato, eccome se è arrivato, ma io in quel momento dormivo...». Risi guardandogli il viso ustionato. «Eh, va be’ dai» dissi, «non ti ucciderà… Mi fa piacere per Robby, invece. Si lamentava parecchio per le donne...». «Lui? Credi che sia più tranquillo? Adesso è in fibrillazione per questa fanciulla. Dice di essere innamorato come mai nella sua vita. E può darsi sia vero! Quello è un pazzo autolesionista. Per il suo bene dovrei farlo uccidere. Lei è proprio carina. Bellissime gambe. Se si sono innamorati in una sera sola lui ha fatto proprio un bell’affare. Poveraccio... Posso mettermi a mangiare qui?». Si mise a sedere e ordinò un toast e una birra media. Mi raccontò un po’ di sé. Aveva appena preso la laurea in Lettere. Per passione, più che altro. Avrebbe dovuto lavorare nell’azienda agricola del padre, ma poi aveva conosciuto Ines e per seguirla si era trasferito a Buenos Aires dove aveva lavorato in un call center internazionale, dando una cocente delusione al padre. 69


«Secondo te ho fatto bene a trasferirmi con Ines a Buenos Aires? Tenendo conto del fatto che poi lei mi ha lasciato». «Sì, secondo me hai fatto bene». «Mio padre non è d’accordo». «I padri non sono mai d’accordo con i figli. Bisogna fare quello che ci si sente. Se poi non va bene si è imparata una bella lezione. E poi ho letto che nel momento in cui tuo padre è d’accordo con te, be’... inizia a preoccuparti». «Lo so. Ma i dispiaceri che dai ai genitori sono i più duri da mandare giù». «Immagino... io ho perso mio padre all’età di nove anni. Non ho mai dovuto reggere il peso di responsabilità che ti mettono sulle spalle i genitori. Ho sempre potuto fare quello che volevo da questo punto di vista. Ma le pressioni arrivano da tutte le parti..». «Mi dispiace per tuo padre. Come è morto?». «È sparito nel nulla. Una notte..». Diedi un sorso di birra. Non potevo fare a meno di fissare il suo viso devastato dal sole. Ci sarebbe dovuto essere Goran. Lui sì che era un mago dei medicamenti. Di certo gli avrebbe prescritto le erbe giuste per disinfiammare in brevissimo tempo tutte quelle ustioni. Ricordai quando curò mia madre che si era rovesciata addosso la pentola d’acqua per la pasta. Le spalmò sul 70


braccio un unguento composto da strane erbe, tipo erbe dell’Amazzonia, il mosto di malto di Saint John e altre che non ricordo. Guarì nel giro di pochi giorni. In un’altra occasione fu Stefano, l’atletico figlio del medico morso da una vipera, ad essere curato. Si temette per il peggio. Goran aveva una bottiglietta con un liquido verdognolo, che aveva già prescritto precedentemente ad Annalisa per superare il lutto per il fidanzato, morto in un incidente stradale. Aveva quindi già mostrato le sue qualità di antidepressivo. Ebbene, questo liquido verdognolo salvò la vita di Stefano, fungendo anche da antidoto contro il veleno. Il medico, padre di Stefano, si trovò di fronte a un bivio: o non fidarsi della pozione di Goran e portare il figlio d’urgenza al pronto soccorso, o fidarsi ciecamente di Goran e tenere il figlio fermo, per evitare che attraverso il sangue il veleno si diffondesse in tutto il corpo, e sperare che la cura del boemo avesse efficacia. E fece la scelta giusta. Il suo collega medico che ci raggiunse qualche ora più tardi ci disse che il veleno di quella specie di vipera era letale nel giro di una trentina di minuti. Non ce l’avrebbe mai fatta a raggiungere l’ospedale. Di certo, il farmacista del nostro paese non avrebbe fatto la stessa scelta. Odiava Goran e la sua medicina medioevale, come diceva lui. Ci furono discussioni infuocate tra i due, che più volte rischiarono di degenerare in rissa. Era legato alla medicina convenzionale e non credeva che le erbe e la medicina naturale potessero sostituirla in tutto e per 71


tutto. Oltre al blando potere calmante della valeriana non credeva insomma. Non saprei dire chi tra i due fosse lui il tradizionalista. Le erbe sono cure alternative, ma più antiche della medicina “chimica”. Comunque era Goran che passava per quello “più avanti”, aiutato di certo anche dal look e dalla facilità di linguaggio. Le loro liti furono veramente di una violenza fuori dell’ordinario. Ad entrambi andava il sangue alla testa e in varie occasioni mio padre dovette intervenire per dividerli, tanto che quando il corpo senza vita del farmacista, con la testa spaccata, fu ritrovato ad ondeggiare tra i flutti del mare vicino al porto del paese, più di una persona pensò a Goran. Non si seppe mai chi fu a ridurre quel pover’uomo in tal modo, né cosa successe veramente quella notte. Pochi mesi più tardi fu la volta della sparizione di mio padre, tanto che quell’anno fu considerato l’anno maledetto, visto anche che a San Polibio nessuno aveva ricordi fin dall’alba dei tempi di eventi tanto gravi. Al massimo, nella cronaca si poteva leggere che un colpo di vento aveva piegato un gazebo, oppure che un vecchio era stato ritrovato qualche ombrellone più in là dalla vigilanza, smarrito e in stato confusionale. Altro indiziato, ma neppure su di lui ci fu mai la minima prova, era Paolino, il tossico. Perché anche San Polibio, come ogni paesino che si rispetti, aveva il suo tossico. 72


Paolino aveva le sue discussioni animate con il farmacista. L’oggetto del contendere era un classico punto di contrasto tra un tossico e un farmacista: la morfina. Ma anche Paolino, come Goran, aveva un alibi di ferro. Erano entrambi nel nostro locale. Decine di persone potevano testimoniare di averli visti. Chi era stato quindi a fracassare la testa del farmacista? Alcune vecchie pensarono, soprattutto dopo quello che successe alla mia famiglia, al diavolo in persona. Ricordo che da piccolo finii per crederci anche io e spesso mi sentii minacciato anche a Milano. Ci pensai per anni. Poi mi fidanzai con Arianna e non mi interessò più tanto. Ma se quella foto l’avesse scattata il diavolo? Francesco nel frattempo si era soffermato a vedere un film alla televisione, fissata talmente in alto da costringerlo a una innaturale posizione del collo. La vicenda in questione era ambientata in una clinica immersa nei boschi, dove il personale era composto da sadiche infermiere che se la spassavano a torturare, violentare e uccidere i malcapitati pazienti. «Senti» gli dissi, «quando è prevista quindi la vostra nuova partenza?». «Venerdì». «Mm... venerdì potrebbe andare molto bene». «Allora passiamo sotto casa tua, primo pomeriggio. Dove abiti?». 73


«Ok!» risposi con entusiasmo. Gli spiegai dove fosse casa mia. Non ero sicuro avesse capito, a giudicare dall’espressione, ma insistette di aver capito benissimo. Non potei far altro che fidarmi. Il locale fu distratto dal fracasso di un vassoio colmo di bicchieri finito a terra. Ordinai un caffè. La spiaggia era piena di gente ormai e il mio asciugamano, prima totalmente isolato, era circondato da ombrelloni, sdraio, famiglie, coppie, e rumorosi gruppi di amici. Il campo da pallavolo era occupato. Guardai con attenzione: c’era Camilla, indossava un costume nero dalla linea anni settanta. Si accorse che la stavo guardando e mi salutò con la mano. Le sorrisi. Mi ritornò alla mente il sogno di prima, quando lei mi salutava dalla barca. «Chi è quella?» mi domandò Francesco. «Si chiama Camilla». «Gran bella fica». Presi il giornale e mi misi a leggere: avevo comprato il Corriere della Sera. Ero curioso di sapere le ultime notizie dall’Italia. «Alitalia: cinquemila esuberi». «Veltroni ha offeso il capo dello Stato». «No, non è vero, le sue parole sono state fraintese». «Ma che fraintese, le sue dichiarazioni sono gravissime, non si attaccano le istituzioni». «Un contingente di tremila soldati per vigilare sui cen74


tri di accoglienza per gli immigrati e pattugliare le città. Il piano del governo sarà reso operativo questa mattina al Viminale e da lunedì 4 agosto i militari saranno in strada». «Gli immigrati sono avvisati. O la smettono di spacciare marjuana, o saranno bombardati». «Il Viminale: clandestini, un’emergenza nazionale». «Il rapporto del Consiglio d’ Europa: le misure adottate in Italia potrebbero portare a episodi di xenofobia». «I Romeni sono brava gente». Pensai alla preoccupante situazione italiana, in cui può capitare che un politico dica una frase del genere con l’aria di fare al mondo una rivelazione illuminante. Ricordai che appena prima di partire mi era capitato di vedere in tv una pubblicità Progresso di sensibilizzazione verso il problema dei romeni in Italia, dalla quale risultava che i romeni potessero addirittura essere buoni! Sfogliai le ultime pagine. «In Europa, Obama è di gran lunga il favorito: riscuote un successo tale da staccare di almeno quaranta punti McCain». «Giustiziati ventinove criminali in piazza a Teheran, ce lo siamo meritato, affermano i condannati prima di morire». «Ucciso sulla spiaggia imprenditore campano che non pagava il pizzo». Mi accesi una sigaretta. Chiusi il giornale. Quest’ultima notizia mi fece tornare alla mente un pomeriggio di 75


quindici anni prima. Io ed Edoardo stavamo entrando alla “Tana dell’Orso” per prenderci delle bibite (che bello avere un bar a propria disposizione) e incrociammo due uomini che stavano uscendo: uno dei due con folti baffi e una catenina d’oro giallo. Mi accarezzò la testa con la mano che io d’istinto scostai. Mi sorrise e chiese a mio padre, attraverso la serranda aperta solo a metà, se fossimo figli suoi. Rispose di no e io ci restai secco. Per giorni mi chiesi per quale motivo mi avesse rinnegato. Lo aveva detto per paura, ingenuamente. Era normale che i due “signori” già sapessero di me e della nostra famiglia tutta. Inutile mentire. Non era stato che un modo per dimostrare la propria paura. Per giorni in casa l’atmosfera fu molto tesa. Io avevo incubi frequenti. Sognavo mio padre disteso a letto che urlava dilaniato da orribili dolori. Improvvisamente la sua pancia si squarciava e spuntavano, prima, la testa di quel losco individuo, con i baffoni gocciolanti succhi gastrici, e poi la mano, che allungava verso di me per accarezzarmi i capelli che si imbrattavano di un denso liquido giallastro. «È tuo figlio?» l’uomo chiedeva. «Chi? Quello? Ma scherzi?! Mai visto in vita mia quel ragazzino». Mi svegliavo di soprassalto con un senso di vuoto e solitudine incolmabili. Spesso scoprivo che anche mio padre era sveglio e fumava in terrazzo pensieroso, anche lui con un senso di fredda solitudine che gli aleggiava attorno. 76


Una notte c’era anche mia madre, che lo abbracciava seria. La sentii dire: «Non ti preoccupare, tutto andrà a posto». E già intuivo che se qualcuno dice «non ti proccupare», con quel tono di voce, c’era da proccuparsi. Anche Edoardo aveva colto la cupa atmosfera di quei giorni. Spesso mi chiedeva se quei due uomini erano tornati ancora, con tracce di paura negli occhi. Poi le cose tornarono a posto, gradualmente. Non avevo capito cosa fosse successo. Mio padre tornò ad essere mio padre. La distanza si ridusse sfumando poi in quei bei sorrisi rassicuranti e fieri che lui mi mandava quando portavo pile di piatti da solo dalla sala ristorante alla cucina. Capii solo successivamente che la sua era stata una reazione involontaria di protezione nei miei confronti, per tenermi lontano da quegli individui, da quel mondo e dalle sue logiche assurde. Trovò il coraggio di denunciarli, con l’appoggio di mia madre. Me lo raccontò poi zia Matilde. A me disse che se ne erano andati dall’altra parte del mondo e per me fu sufficiente. Fui riportato alla realtà da una risata fragorosa di Francesco. Alla tv un’infermiera aveva appena mozzato la testa ad un paziente, l’aveva svuotata e se l’era infilata a mo’ di casco. Mi sembrò strano che in un locale pubblico trasmettessero un film del genere. 77


«Che assurdità! Che ridere» mi fece, guardandomi con occhi divertiti. Poi mi salutò e si avviò verso casa per incontrarsi con Roberto. Io tornai al mio asciugamano, mi stesi in mezzo a quella bolgia e cercai di isolarmi. E ci riuscii...

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14.

Sentivo delle labbra sulle mie. Morbide e carnose. «Buongiorno». «Ciao Camilla». «Non ti sei più fatto vedere». «Veramente ieri sono stato tutto il giorno qui in spiaggia come sempre». «Ieri sera però non c’eri al “Demasiado”». «Ieri ho avuto altro da fare». Camilla mi buttò le braccia al collo. «Quanto mi piaci!» mi disse sorridendo. «Sei proprio bellissimo!». Ci baciammo. Le accarezzai la schiena giù fino al sedere, sodo e abbronzato, ma tolsi velocemente la mano. Come dice Paolo Conte in Marta: «innamorati fin che vuoi, ma non ci siamo solo noi». Si distese al mio fianco. Vidi il pancino allungarsi e le costole venire un po’ fuori appena sotto il seno. Si era portata l’asciugamano. Da lontano ci arrivò una voce: «Camilla! Vieni a giocare!». Era un suo amico con un cappellino da baseball e il taglio da donna. 79


«Non mi va adesso! Trovate qualcun altro!». Vidi il tizio fare un gesto di stizza. Rimanemmo sotto il sole una mezz’ora senza dirci una parola. Poi alzai la testa. Non c’era più. Era andata a fare il bagno e stava uscendo dall’acqua con i capelli bagnati all’indietro. Non so per quale motivo, ma le donne quando escono dall’acqua mi sembra abbiano i fianchi più larghi. Quando esci dall’acqua, e ti vieni a sdraiare vicino a me... vicino a me!

«Di dove sei? Sei proprio di qui?» le chiesi. «Ma va’, vengo qui solo in luglio perché mio padre è nato qui e abbiamo la casa e la barca. Facciamo un giro in barca, una notte? Vivo a Cadice, comunque». «Cosa studi?». «Come fai a sapere che studio?». «Avevo buone probabilità di azzeccare. Sei molto giovane». «Filosofia». «Hai una sigaretta?». «Sì». Rimanemmo in spiaggia fino oltre le otto a scherzare e a giocare come adolescenti. Facemmo anche la lotta! Mi saltò sopra a tradimento bloccandomi le braccia dietro la testa. Iniziò a muovere in cerchio il sedere sulla mia pan80


cia, scendendo sempre di più verso le zone genitali. Ebbi un’erezione. Poi, con uno sforzo impressionante, riuscii a liberarmi e a passare io sopra. Le torsi il braccio sinistro dietro la schiena costringendola a urlare che si arrendeva. Poi la baciai. Insomma uno di quei momenti che non dovrebbero finire mai con la ragazza che ti piace, ma che invece finiscono. Mi invitò a casa sua: avrebbe cucinato lei. Pensai nell’ordine: al sesso, alla compagnia di quella bambolina impertinente, alla cena gratis. La casa era molto grande. La famiglia di Camilla doveva stare molto bene economicamente: saranno stati duecento metri quadrati, con una terrazza di almeno novanta, affacciata sul mare. Il salotto aveva un’ampia vetrata a scorrimento che lo divideva dal terrazzo circolare. La scala a destra portava ad un soppalco, anche questo con strepitosa vista sulla baia. Poi, un letto a due piazze e mezzo. Fu su quel letto che facemmo l’amore per la seconda volta. Era l’una di notte. Eravamo distesi nudi, uno di fianco all’altra. E stavamo fumando. «Sai, è sempre stato pericoloso questo soppalco per me. Fin da piccola soffrivo di sonnambulismo. Ancora oggi ogni tanto mi capita». 81


«E cosa fai?». «Be’, la prima volta che mi è successo ero a casa mia a Cadice. Avevo sei anni. Mi sono alzata e sono andata a dormire nel letto assieme a un amichetto di mio fratello, che era nostro ospite». «Un talento dimostrato fin da piccola...». Camilla mi guardò di sbieco. «In che senso?». Le sorrisi. «Sì. Poi un’altra volta mi hanno trovata in terrazza che facevo ginnastica». «Non sapevo avessi un fratello». «È il più grande figo sulla faccia della terra». Mi misi con la testa in mezzo alle sue gambe. «Figo fisicamente o come persona?». «Tutti e due. Ma di più come persona. Lo adoravo. È morto quattro anni fa». «Oddio Camilla, non pensavo... Scusa se ti ho chiesto...». «Oh certo, tranquillo, mica potevi sapere… il tempo ha spazzato via tutto. Avevo sedici anni, sai, eravamo inseparabili. Ho passato un brutto periodo. Ho fatto anche delle stupidaggini. Ero proprio uscita di testa. Lo sai che il dolore può farti impazzire in un momento? Ricordo quando mia madre mi ha chiamato al cellulare per dirmelo. Ricordo che mi sono sentita alzare, come staccarmi da terra e roteare con il corpo rigido, mentre intorno è diventato tutto prima viola, poi grigio, poi nero. Quando 82


mi sono svegliata mi sembrava che tutte le distanze tra gli oggetti fossero cambiate. Ad esempio, tra me è la bottiglia d’acqua qui c’erano migliaia, milioni di chilometri e quindi rinunciavo a prenderla, era troppo lontana, uno sforzo inutile, mentre il mare là in fondo alla baia poteva essere qui per me nella stanza e avevo paura di affogare. Ero tutta a soqquadro. Avevo perso ogni punto di riferimento. Ogni inibizione. Penso che allora un desiderio di autodistruzione abbia preso il sopravvento. Ho frequentato di quella gente... ho fatto di quelle cose. La gente mi guarda ancora in modo strano, sai?». «Ma come ti senti adesso?». «Ora mi sento felice! Sono con te!». «Ma a parte adesso, in generale. Negli ultimi tempi…». «Ah... be’, direi meglio. Sinceramente prendo delle medicine da due anni, ma funzionano bene. Il medico dice che potrò smettere a breve e continuare con le mie gambe». «E che gambe!» le sorrisi. La baciai. Si alzò e sparì in bagno. Sentii l’acqua del lavandino scorrere. Poi rientrò in camera e si mise a sedere sul letto, con le gambe stese sulle mie. «Ma sai che ancora non ho capito cosa fai qui? Mi accennavi ieri sera che cerchi qualcuno» mi disse guardandomi con occhio indagatorio. 83


Le raccontai tutta la storia. Della foto vista a Milano e della mia decisione di partire per cercarne l’autore, le raccontai di San Polibio, del mio amico Edoardo, di Damiano il miglior barman del mondo, del grande Goran, dei miei genitori e del loro grande amore. Camilla mi ascoltava con le labbra leggermente socchiuse, come una bambina completamente immersa nel racconto di una fiaba. «Come si sono conosciuti i tuoi?». «Al mare, come era naturale» le risposi. «Mia madre lavorava all’Italsider di Bagnoli. Era un’area industriale immensa, sul mare, una zona paesaggisticamente stupenda devastata da ciminiere, camini, container, capannoni. Uno scempio. È stata dismessa nel 1992 proprio per riqualificare la zona. Ma sono passati sedici anni e adesso è tutto un cimitero di ferro e cemento, popolato da edifici fantasma. Ad ogni modo, mia madre lavorava lì, in catena di montaggio. Aveva diciassette anni ed era bella come Stefania Sandrelli nel film Divorzio all’italiana. Un anno prima lavorava con il padre, sarto, nella bottega di famiglia. Ma successivamente, per acquistare quell’indipendenza tanto desiderata da ogni adolescente sano di mente, e vedere qualcos’altro che non fosse il negozio di casa, decise di tentare quella nuova esperienza. Inutile dire che già dopo qualche mese se n’era pentita. Era la fine degli anni settanta e ancora poco si parlava di amianto e danni alla salute, ma mia madre già presagiva che dentro quei capan84


noni dai soffitti altissimi volteggiava spettrale la morte. Il giorno in cui incontrò mio padre, durante la pausa pranzo, nella grande mensa a pochi passi dal mare nero di fuliggine, venne a sapere che Gennaro, un operaio di cinquantasei anni, che stava in malattia da una ventina di giorni, non sarebbe più rientrato. Tumore ai polmoni. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Mia madre non rientrò più in fabbrica. Inforcò la vecchia moto del nonno, che usava per andare al lavoro, e si lanciò a tutto gas lungo la costa, piangendo il povero Gennaro, anche se non lo conosceva bene, per la pena che un destino del genere poteva provocare. Vide in lontananza una spiaggia tra due alte scogliere, una piccola insenatura sabbiosa. Fermò la moto parcheggiandola sul bordo della strada e scese lungo lo stretto sentiero che portava alla riva. Il mare era agitato dal forte vento, e creava onde altissime. Ma a mia madre non importava, voleva buttarsi in acqua come per levarsi di dosso il fumo di quelle ciminiere. L’acqua era piuttosto fredda, essendo novembre, ma si tuffò comunque, senza esitare. Si allontanò una cinquantina di metri dalla costa, nuotando con vigore. Le sue bracciate aprivano varchi tra le onde, alzando flutti vivaci. Dopo una decina di minuti si voltò verso riva: si era allontanata forse un po’ troppo e decise di riavvicinarsi alla spiaggia. Ma il mare si era ingrossato ulteriormente. I cavalloni erano sempre più imbizzarriti e dopo molte bracciate si rese conto che non si era avvicinata di un solo metro alla terra. Un’onda la sommerse 85


completamente. Si ritrovò a fare una piroetta sotto il pelo dell’acqua. Non fece in tempo a far riemergere la testa che un’altra ondata la travolse. Finì qualche metro sott’acqua. Riuscì ad emergere, spingendosi con una sgambata poderosa verso l’alto. I polmoni si dilatarono per assorbire più ossigeno possibile, ma la costa era sempre più lontana. Una scarica di paura le contrasse la muscolatura, mozzandole il fiato in gola. I movimenti erano incompleti, bloccati dalla tensione. Si ritrovò a sprofondare nuovamente. Fu in quel momento che una mano le strinse un braccio e l’aiutò a riemergere. Il ragazzo le mise il palmo della mano sotto il mento, invitandola a rilassarsi. Senza sforzo apparente la spinse verso la costa, tenendola al suo fianco. Le onde li travolgevano, senza riuscire però far perdere loro la stabilità. Come tronchi d’albero in balia di una tempesta, continuarono a galleggiare fino a quando il mare li ributtò a riva. Si lasciarono cadere sulla sabbia, sfiancati. Mamma temeva che la sua scatola toracica si aprisse in due ad ogni respiro. Le facevano male i polmoni. Poi si girò verso mio padre, che la guardava con un bel sorriso sereno dipinto sulle labbra e i capelli gocciolanti che gli coprivano gli occhi. Anche lui respirava ritmicamente, ma sembrava avesse il controllo pieno del suo corpo. “Tutto bene?” le chiese. “Credo di sì...” lei gli rispose, sistemandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Mio padre si guardò attorno. “Bello qui, vero?” 86


“Sì, un po’ ventoso... forse”. “Sì. Un po’ ventoso. Come ti sembrava l’acqua?”. “Non troppo fredda per essere novembre”. “Da dove vieni?”. “Dall’Italsider”. Mio padre la guardò negli occhi a lungo. “Ma non ci torni più vero?”. “No”. Il giorno dopo, mia madre, alla stessa ora di sempre inforcò la moto del nonno e partì sgommando verso la costa. Ma all’incrocio, non imboccò come al solito la strada verso Bagnoli. Svoltò dalla parte opposta. Riprese la strada percorsa il giorno prima e guardò nuovamente a destra verso la piccola spiaggia. Ma proseguì. Altri quaranta minuti di asfalto. Parcheggiò la moto di fronte al locale. Entrò piegandosi sotto le serrande mezze abbassate. Vide mio padre che puliva il bancone, nuovo di zecca. “Ciao” gli disse. Mio padre alzò lo sguardo. La vide, ma ci mise un po’ a metterla a fuoco. “Ciao Nadia” la salutò sorridendole. “Sei venuta! Hai fatto bene! È stato difficile trovare il posto?”. “No, le tue indicazioni erano perfette”. Papà si asciugò le mani frettolosamente e uscì da dietro il bancone. Mia madre notò le sue spalle vigorose e le braccia forti. 87


“Non speravo saresti venuta. Pensavo ti fossi scritta le indicazioni più che altro per educazione, senza un vero interesse”. “Be’, come vedi ti sbagliavi” gli sorrise. Mio padre si guardò attorno. Mia madre lo imitò. “Quindi lavoreresti qui? Sul serio?” le chiese. “Sì” rispose lei, guardandolo negli occhi sicura, come se avesse deciso in quel momento che quello sarebbe stato il suo posto nel mondo per il resto della sua vita. “Come si chiamerà il locale?” gli chiese. “La Tana dell’Orso”. “Quando aprirà?”. “Presto. E con il tuo aiuto, ancora più presto”». Camilla mi aveva ascoltato senza muovere un muscolo, con gli occhi fissi sulle mie labbra. Sembrava riflettere. Mi domandai cosa le stesse passando per la testa. «E sono sempre rimasti insieme?... Fino a quella notte?» mi chiese. «Sì, Camilla. Pazzesco, eh?». «Eh sì, pazzesco..». «E i tuoi genitori? Come si sono conosciuti?» chiesi a mia volta. «Non lo so». Mi guardò tenendo il mento basso, vicino al collo. «Ora che mi ci fai pensare non me lo hanno mai detto. Vedi, non è necessario perdere i genitori per non conoscerli assolutamente». 88


Rimase per un po’ in silenzio, con lo sguardo fisso sui ricami della coperta. Poi, come faceva spesso, mi guardò aprendosi in una largo sorriso, come il cielo dopo un acquazzone breve e violento. «Se ti va» mi disse raggiante, «una notte di queste andiamo a fare un giro con la barca di mio padre. Potremmo raggiungere la spiaggia del Perduto Amor. Ci si può andare solo via mare. È piccola, non ci sarà nessuno. Soprattutto di notte. A parte noi due, ovviamente». Pensai alla coincidenza del sogno. Era venuta a recuperarmi con la barca di suo padre, dopo lo spaventoso tzunami. Ma in fondo non era poi così strano, a pensarci bene, che una famiglia che vive sul mare abbia una barca. «Bello!» dissi. «Andiamo, sì, senza però aspettare la grande onda». «Scusa?». Le sorrisi scompigliandole i capelli. Il giorno successivo mi alzai piuttosto presto. Dovevo correre in bagno. Mi misi seduto sul water e col braccio mimai un colpo di rovescio. Non giocavo più a tennis da quando avevo quindici anni, ma per qualche strano motivo, quando mi sedevo sulla tazza del cesso mi partiva quello strano colpo di rovescio a vuoto. Mi preparai. All Star nere, jeans e maglietta gialla. 89


Avevo deciso di andare alla spiaggia di Boica, a tre chilometri da Sombra. Raggiunsi la fermata del pullman, che non tardò ad arrivare. Ci inerpicammo per una strada costiera contorta, che portava verso una piccola penisola, bordata di sabbia bianca. Intorno c’era un mare da sogno, dai colori vivaci di smeraldo, azzurro e turchese. Vidi dall’altra parte un piccolo lago a forma di croce dove – mi spiegò il mio vicino di viaggio – i corsari seppellirono un tesoro. Il vecchio ne sapeva della sua terra. Mi raccontò un po’ della sua vita, del periodo della dittatura franchista. Sentii il mio cellulare squillare. Era la prima volta che lo portavo con me. Guardai il display. Era Antonio. Fui tentato di non rispondere. Ma in fondo, era già da più di una settimana che non avevo contatti con la mia vita “normale”. Tra l’altro dovevo ancora leggere i messaggi che mi avevano inviato. Antonio era uno dei miei più vecchi amici, come un difetto fisico, di cui non ti puoi più liberare e a cui ti sei in fondo affezionato. «Pronto, Antonio?». «Pronto, pronto, pronto!». «Sì, sono io, mi senti?». «Pronto, pronto, pronto!». «Antonio!». 90


«Mattia?!». «Chi vuoi che sia, hai chiamato il mio cellulare!». «Ciao Mattia! Come va? Dove sei?». «Sono in Spagna». «Dove? In Spagna? Non sapevo..». «Ma sì che te lo avevo detto». «Ah sì? Non mi ricordavo... e cosa fai li? Stai chiavando?». «Sono in pullman, non ti sento bene». «Senti Mattia, sto impazzendo, ho bisogno di un consiglio. Del tuo punto di vista..». «Dimmi». «Ho conosciuto una ragazza, un pezzo di fica incredibile. Sono andato a cena con lei e sono completamente impazzito. Abbiamo mangiato una pizza. È completamente folle, vive facendo tatuaggi, ha un unicorno sulla spalla. Ti giuro che è la donna della mia vita!». «Mi fa piacere, Antonio. Quindi?». «Ad ogni modo» continuò, «due giorni dopo le ho inviato un messaggio, ma a quanto dicono gli altri ho fatto la cazzata di spedirglielo alle otto di mattina. Gli altri dicono che sia un po’ da tipo pesante... secondo te?». «Ma no, dai, se le piaci ha apprezzato sicuramente». «Quindi anche tu glielo avresti mandato a quell’ora?». «Io no». «No?!? A che ora tu?». 91


«Io non le avrei proprio mandato il messaggio». «Cazzo, è vero! Maledetta la volta che ho preso in mano quel cellulare. Anzi, maledetta la volta che l’ho comprato quel cellulare. Mi fa fare più casini che altro!». «Ma cosa ti ha risposto?». «Niente. Sono quattro giorni e non mi ha ancora risposto. La chiamo?». «No». «Come no?». «No». «E come la riaggancio?». «Non lo so». «Che consigli del cazzo dai!». «Senti, invece… come stai tu? Il mal di schiena è passato?». «Ah sì, quello sì, completamente. È strano il dolore, per mesi c’è, poi sparisce di colpo». «Sì, oppure fa il contrario». «Sì, infatti. Adesso comunque ho questo altro casino, ben più grave!». «Antonio, scusa, ti devo salutare. Sono arrivato. Ora devo scendere. Ci sentiamo presto». «Di già?». «Sì, erano solo tre chilometri». «No, intendo mi metti giù. Ho bisogno di parlare…». «Ti richiamo più tardi io. Appena mi sono sistemato». 92


15.

Prendemmo tutti il sentiero verso il mare. Era una piccola spiaggia incontaminata e quasi ignota ai turisti, ma piuttosto popolare presso la gente del luogo. Infatti era affollata. C’erano delle famigliole che ballavano attorno ad una vecchia radio, mentre i bambini si divertivano a tuffarsi da un pontile sopraelevato. Mi misi seduto in riva al mare, all’ombra di un grande albero. Ripensai alla telefonata di Antonio. Cadeva spesso in questi bui vortici amorosi. Ormai eravamo abituati a quel genere di telefonate e quindi tendevamo a non darci peso. In realtà Antonio ci stava malissimo. Magari non era questo il caso specifico, ma lo avevo visto cadere in brutte depressioni. Ok, io in quel periodo ero piuttosto solido da quel punto di vista, ma periodi difficili li avevo passati. Credo sia normale. Nel film Persepolis la protagonista a un certo punto dice di aver visto guerre, bombe che sventravano palazzi, uccisioni, la morte dei propri cari, ma che a stroncarla, quasi, è stata una banale storia d’amore. Figuriamoci il povero Antonio, che fa l’impiegato e non ha null’altro a cui pensare... 93


Ricordai inoltre che ogni volta che diceva di essersi innamorato di una ragazza, per farmi capire quanto fosse favolosa diceva «è una pazza, una fuori di testa!», anche se a stare fuori di testa era lui, probabilmente. Mi chiesi per quale motivo le ragazze folli e inquiete attraggono di più delle brave ragazze. Forse perché richiamano nell’uomo l’idea di avventura, ma pensai ci fosse anche un motivo biologico, legato all’istinto naturale della riproduzione. Forse perché esprimono voglia di vita e quindi sembrano le più idonee a mettere al mondo una nuova vita. Forse perché danno un’idea di maggiore naturalità, istintività, primitivismo, sessualità, sangue, placenta. Una cosa del genere... Rimasi in quella spiaggia fino alle sette di sera.

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16.

Durante il viaggio di ritorno rivedemmo tutto il paesaggio al contrario. Mi immaginai il vecchio che mi ripeteva tutto dicendolo al contrario, ma non fu così. Dopo dieci minuti dormiva pesante. Arrivammo a Sombra che era già molto tardi: andai al ristorante di Emilio, sperando che la cucina fosse aperta. Quando entrai vidi Roberto e Francesco con una ragazza, seduti a un tavolo. Avevano i piatti ancora pieni. Questo mi fece ben sperare. I ragazzi mi videro e mi invitarono a sedermi con loro. Zoe appena mi vide si avvicinò al tavolo. «Ciao Mattia» disse sorridendomi rilassata, «vuoi mangiare qualcosa?». Ordinai carne e verdura. Lei sembrava già perfettamente a suo agio nel ruolo. Era veramente di una bellezza straordinaria. Roberto mi presentò la ragazza che aveva conosciuto la sera prima. Si chiamava Barbara. Era carina. Zoe mi portò il piatto che avevo ordinato. Poi la vidi andare a sedersi con un giovane sui venticinque anni e accendersi una sigaretta. 95


Il ragazzo sembrava teso e lontano, come se si figurasse un dolore prossimo a venire. Vedevo che non aveva il controllo della sua persona, per quanto simulasse sicurezza. Tutto il suo essere era concentrato su Zoe. Pendeva letteralmente dalle sue labbra. Non era in una buona condizione. È l’effetto della bellezza. La bellezza svia, annulla. Non ha punti deboli, non sbaglia. Quel poveraccio era incondizionatamente nelle mani della diciannovenne che fumava con espressione assente. Roberto al contrario era l’immagine della felicità: quasi brillava per la sua nuova fiamma: niente di eccezionale, ma rispetto a lui, una venere. Era un bravo ragazzo, gli augurai che quella donna lo amasse veramente, senza riprecipitarlo a breve al suo stato di normale insoddisfazione. Barbara aveva ventitré anni, mora, alta il doppio di lui. Lavorava in un allevamento di polli, aveva gli occhi fermi, sicuri, e parlava a Roberto come la mamma al suo piccolo quanto gli racconta le filastrocche. Parlava di tutto, con una certa predisposizione per il filosofeggiare, sembrava perdersi ogni tanto ma ritrovava sempre il filo. Mi invitarono a seguirli quella notte. Avevano in programma una festa in un locale appena fuori il paese. Accettai. Salutai Emilio e Zoe e uscii. Sulla porta vidi una delle amiche di Ester. Quella carina con il naso pronunciato. Aveva una bella voce. Mi avvicinai e le chiesi una sigaretta. 96


«Hai da accendere?» mi chiese. «No» dissi. Non mi riconobbe. «E come fai allora a fumarti la mia sigaretta?» domandò. «Troverò qualcuno con l’accendino». «Io ne ho uno». «Preferivo fumarla dopo». «Non è educato farsi offrire una sigaretta e non accendersela sul momento». «Hai ragione. È una cosa strana, ma vera. Ad ogni modo non ho mai preteso di essere una persona particolarmente educata» dissi sorridendo. «Se vuoi te lo presto. Me lo restituisci domani». «Ma chi te lo dice che ci rincontreremo domani?». «Se non sarà domani, sarà dopodomani». «Ok, prestami l’accendino, va’». Girai i tacchi e raggiunsi gli altri.

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17.

In meno di mezz’ora eravamo nel locale. C’era una fila sterminata, per via della festa, ma grazie a Barbara, che conosceva il buttafuori, potemmo agevolmente entrare. Il locale era pieno di specchi, che duplicavano ogni cosa e regalavano alle stanze un’aria molto barocca. Fortunatamente mi accorsi che si poteva accedere al giardino. Non era pensabile restare dentro con quel caldo. Ordinai un cuba e uscii in compagnia di Roberto. L’ambiente era sovraffollato ed era identico a qualsiasi altra discoteca all’aperto. Ho sempre trovato che le discoteche all’aperto d’estate sono tutte identiche, ovunque nel mondo. C’è la stessa precisa atmosfera. Sarà per la musica, quell’inutile house commerciale, non so... Ci passò vicino un tizio barcollando, ubriaco da far schifo. Aveva tra le dita un mozzicone di sigaretta spento da chissà quanto tempo. «Toh, guarda!» disse Robby. «Camilla». Mi voltai e la vidi. Era appoggiata al bancone del baretto esterno e parlava con un ragazzo. Parlavano con il viso molto vicino, che tradiva una certa complicità. «Chi è Camilla?» chiesi. 98


«Quella bella ragazza laggiù, la vedi? È un’amica di Barbara. Me l’ha presentata oggi pomeriggio». In quel momento Camilla mi vide, incrociammo lo sguardo. Fu un momento, poi lei distolse gli occhi e riprese a parlare con il tizio. «E lui chi è?» chiesi ancora. «Un amico di Barbara anche lui?». «Sì, lo conosce… È Pedro, il fidanzato». Mi accesi una Fortuna blu. Fissai Camilla, ma lei continuava a parlare con il ragazzo. La vidi prenderlo sotto braccio e allontanarsi verso le scalette che portavano alla spiaggia. Finii il mio bicchiere e mi diressi verso il bar esterno. Incrociai l’amica di Ester, quella dell’accendino. «Hey» dissi, «sei già qui per riscuotere?». «Eh sì!» mi sorrise. «È mezzanotte e mezza. È domani già». Si mise una sigaretta tra le labbra. Presi l’accendino e gliela accesi. Notai che Camilla stava osservando la scena. Stava in piedi vicino a delle brandine e a degli ombrelloni chiusi che come alberi scarni si stagliavano neri sullo sfondo illuminato dalla luna piena. C’era molta gente attorno, che chiacchierava a gruppi, in piedi o seduta sulle sdraio. «Ester come sta?» domandai alla ragazza. «Ester? Come fai a conoscerla?». «Sono un suo amico». «E come fai a sapere che la conosco?». 99


«Vi ho viste qualche sera fa. Stavate bevendo della birra, vicino a una fontana». «Ah sì! Mi ricordo! Scusa ma non ti ho riconosciuto. Era molto buio». «È vero, ma tu avevi un fascio di luce che ti illuminava il volto, perciò mi sono ricordato di te». «Così mi avevi già riconosciuto anche prima?». «Sì sì, ma non ero sicuro. Come ti chiami?». «Manuela. Tu sei italiano, vero? Come mai qui? Solitamente non è molto frequentato da italiani, qui non c’è una gran movida». «Sto cercando una persona. Un fotografo. Si chiama Armando Filabelli». «Ma abita qui?». «Non lo so... da queste parti, attorno Cadice pare». «È un po’ generico..». «È vero, ma è tutto quello che so». «Mi dispiace, non lo conosco». Me lo aspettavo. Le chiesi di Ester. Mi disse che l’aveva sentita proprio quella mattina. Aveva detto di essere felice, ma dalla voce sembrava il contrario. Ci teneva a quella vacanza. La perdita di quel lavoro al ristorante aveva rovinato tutto. Se la sua intenzione era farmi sentire in colpa, ci stava riuscendo. «Non che ti stia accusando» aggiunse poi, «ci mancherebbe altro». «Ammetto la mia colpa». 100


«Ma dai! Mica l’hai costretta! La decisione di rubare la bottiglia l’ha presa lei. Ti giuro che non ti ha mai accusato, almeno quando me ne ha parlato...». «È una ragazza in gamba» dissi. «Di certo. Vorrebbe andarsene dal paese anche se dice il contrario, lo so. Suo padre è morto qualche anno fa e se decidesse di andarsene, sua madre resterebbe sola a mandare avanti l’attività». In quel momento si avvicinarono Barbara, Roberto e Francesco. «Quante belle figliole qui in giro, eh?» mi sussurrò all’orecchio Francesco. «Mattia» mi chiese Barbara, «non ci presenti la tua amica?». «Manuela. Non vi conoscete?». «No; di dove sei?». Manuela pronunciò il nome di un paese che non capii, ma che doveva essere nei paraggi. Le ragazze iniziarono a parlare tra loro, cercando di trovare qualche amicizia in comune. In quel momento Camilla e il ragazzo si avvicinarono. «Camilla! Ciao!» fece Barbara appena la vide. Si scambiarono due baci sulle guance. Poi Barbara baciò il ragazzo. Lo osservai per un attimo. Aveva il viso lungo e lo sguardo nervoso. Non era particolarmente alto e teneva le braccia dietro la schiena in un atteggiamento forzatamente sicuro. Dovetti fingere di non conoscere Camilla, 101


che mi fu presentata da Barbara. Sinceramente la cosa mi irritò particolarmente. Ancora una volta ero deluso da me stesso. Pensavo di essermi fatto un’idea di una persona e invece immancabilmente venivo contraddetto. «Ma… Enrique?» Barbara si rivolse a Camilla. «Che fine ha fatto? È un pezzo che non lo vedo». «Non so...» rispose Camilla assente. Sembrava disturbata dalla situazione. «È esaurito completamente» intervenne Manuela. «Suo padre non lo vuole più in azienda, da quando l’ha beccato che scriveva “viva la figa” nei bagni dell’ufficio. So che ultimamente aveva provato a rubare una barca al porto per andare a comprare del fumo in Marocco, ma è stato beccato dai proprietari, due marinai già piuttosto nervosi di loro in questo periodo per come vanno gli affari, che lo hanno mezzo ammazzato di botte...». «Sì, è un tipo inaffidabile» intervenne Pedro. «D’altronde è mezzo italiano, no?». Non riuscivo a capire se avesse fatto quella battuta apposta per provocarmi o fosse una semplice gaffe. Preferii non intervenire. Camilla mi lanciò uno sguardo veloce. «Poi» continuò il ragazzo, «ultimamente dice di essere posseduto da un’entità aliena. Gli è entrata nel cervello attraverso il mouse, mentre controllava la posta elettronica. Questa entità è fuggita dal suo pianeta colpito da un’epidemia di un virus violentissimo che ha sterminato tutta la popolazione. È l’ultimo della sua razza. Pratica102


mente stanno condividendo il suo corpo. Di giorno lo usa l’alieno, di notte lui, perché l’alieno non è abituato al buio e di notte non ci vede proprio. Probabil...». Pedro venne interrotto da un venditore di rose. «No, niente!» lo scacciò in modo sgarbato, senza nemmeno guardarlo. Il ragazzo, pachistano, ritentò di proporre i suoi fiori. «Ti ho detto di no, cabrón! Ma come cazzo hai fatto ad entrare qui?» gli urlò a pochi centimetri dall’orecchio. «Hey!» gli dissi. «Non ti sembra di esagerare? Sta lavorando. Credo che anche lui preferirebbe starsene qui con un mojito in mano a raccontare stronzate sugli alieni». Pedro si girò lentamente verso di me. «Hai qualche problema, amigo?» «Intanto non sono tuo amigo…» feci, «e se c’è qualche problema qui, quello sei tu». Furono entrambe battute modeste e abbastanza abusate nel mondo del cinema, ma sortirono comunque il loro effetto. Pedro avanzò verso di me, si mosse come per darmi una spinta dicendo: «Hai sbagliato persona, bello» (altra frase piuttosto utilizzata in circostanze del genere...), ma riuscii a scansarmi e lui perse l’equilibrio finendo con la faccia nella sabbia. Si alzò, piuttosto rallentato dall’alcool. Fece per saltarmi addosso ma lo colpii con un diretto al volto. Un colpo secco che stupì anche me stesso. 103


Ero finito in qualche rissa in passato, avevo tirato schiaffoni e manate, ma un pugno così cinematografico non lo avevo mai dato. Forse per via del pugilato: negli ultimi mesi andavo a lezione di boxe, per allenarmi e per sfogarmi sul sacco. Non avevo intenzione di combattere. Ma forse era stato sufficiente per sciogliere il movimento, per darmi consapevolezza del movimento. Sta di fatto che vidi Pedro cadere all’indietro su un tavolino, mandando tutti i bicchieri abbandonati lì sopra in mille pezzi. Non si fece nulla, lo vidi solo tirare fuori dal taschino della camicia i cubetti di ghiaccio che ci erano finiti dentro nella caduta. Mi avvicinai a Camilla e la baciai. Fece una leggera resistenza, ma in breve si arrese alle mie labbra stringendomi le braccia al collo. Furono i buttafuori a dividerci. Mi trascinarono fuori a forza, scaraventandomi fuori, in mezzo alla strada, e uno di loro mi colpì con un pugno violentissimo, che mi fece finire a sbattere con la testa contro un cartello stradale. Ma andò pure bene. Non chiamarono la polizia, per evitare ulteriori problemi. Mi rimisi in piedi. Avevo l’occhio sinistro gonfio di sangue bluastro e un gomito sbucciato. Mi accesi una Fortuna che tirai fuori dal pacchetto schiacciato per la caduta.

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18.

Mi svegliai che era circa mezzogiorno. Avevo dormito e mi sentivo riposato. Decisi di accettare la colazione offerta da Merina, una salutare pausa rispetto al solito bar. Mangiammo assieme. Mi parlò del nuovo salumiere, un faccendone senegalese che si fingeva stupido come una foca e fregava le sue amiche, ma non lei che sarà stata pure una vecchia ma non si faceva imbambolare dalle braccia muscolose di un bel ragazzone africano. Poi spettegolò su Rosaria, che abitava lì a fianco con la figlia focomelica, e mi fece vedere un anello con una perla bellissima, regalo di un suo spasimante che lei a suo tempo aveva rifiutato per fedeltà al marito: fedeltà preservata fino all’incontro con il famoso soldato. Ma il marito era sempre lontano, le guerre, eccetera, eccetera e «la paglia deve essere sempre vicina al fuoco» disse. La ringraziai. Fu un po’ più pesante quella mattina... ma sempre a livelli accettabili. Risalii per lavarmi e mi guardai allo specchio. Avevo l’occhio proprio gonfio, ma trovai quella ferita molto sexy. Mi stesi a letto per leggere qualche pagina della biografia di Nick Cave. Mi colpì la parte in cui si accennava a una compagna 105


di Cave di un corso di pittura. La ragazza aveva un talento incredibile. Realizzava dei paesaggi strepitosi, con una tecnica sopraffina che poi rovinava dipingendoci sopra dei falli stilizzati. L’idea dello spreco volontario del proprio talento mi irritava e mi affascinava allo stesso tempo. Rimasi nella mia stanza. Quando fu sera uscii per cenare. Avevo deciso di cambiare ristorante. Ultimamente mi ritrovavo sempre da Emilio. Infilai alcune stradine che non avevo ancora mai sperimentato. Dal parcheggio sentii arrivare musica commerciale italiana. Lascia che io sia... di Neck. Era l’autoradio di una potente Mercedes. La portiera si aprì e dal buio vidi uscire un uomo che mi salutò. Girò attorno all’auto passando il dito sul cofano e mi venne incontro. Finalmente lo riconobbi. Era Corrado, il fruttivendolo. «Hey!» urlò. «Dove stai andando?». Mi convinse a salire in auto. All’interno c’era Carlos, il ragazzo sui venticinque anni, ossessionato da Zoe. Si erano conosciuti una notte, nel corridoio di una discoteca, per via di una donna, delle fantasie di due menti malate e di una sigaretta. Almeno questo fu quello che mi disse Corrado, sbronzo come un marinaio. Stavano andando a trovare un loro conoscente che abitava appena fuori il paese. 106


Durante il tragitto Carlos mi raccontò il suo travaglio sentimentale con Zoe, guardando spesso Corrado che gli badava ben poco, concentrato com’era a prendere le curve, accendersi sigarette una dopo l’altra, cambiare stazioni radio continuamente, insultare gli altri automobilisti e commentare con lussuria e amarezza le ragazze lungo i bordi delle strade e sui cartelloni pubblicitari. Sotto il sedile aveva una bottiglia di rhum, che ci scolammo in tre. Ma Carlos più beveva più diventava triste e nervoso. Corrado cambiò stazione radio. «Ah, Tiziano Ferro e Laura Pausini!» gridò ad un tratto, esaltato. Doveva essere un appassionato di pop italiano. Poi iniziò a cantare a squarciagola: Solo che pensavo a quanto è inutile farneticare E credere di stare bene quando è inverno e te Togli le tue mani calde Non mi abbracci e mi ripeti che son grande, mi ricordi che rivivo in tante cose... nananana Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale Che anche se non valgo niente per lo meno a te Ti permetto di sognare E se hai voglia, di lasciarti camminare Scusa, sai, non ti vorrei mai disturbare Ma vuoi dirmi come questo può finire? Non me lo so spiegare Io non me lo so spiegare

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Arrivammo finalmente alla casa dell’amico di Corrado. Era una casa lussuosa. Pensai che il furgoncino di frutta e verdura di Corrado doveva rendere proprio bene. Aveva una Mercedes, vestiti di pregio e amici altolocati. Mi venne il sospetto che si trattasse di una copertura. Chissà cos’altro portava in quel furgoncino scassato, insieme ai tomates e alla cicoria… Suonammo e ci venne ad aprire un tizio calvo, con baffetti sottili e occhi sfuggenti. Raggiungemmo il resto della compagnia in salotto. C’erano una decina di persone. «Sei venuto per darmi delle spiegazioni?» esordì una ragazza, rivolgendosi a Corrado. Aveva al massimo ventiquattro anni, bionda, con boccoli fino alle spalle. Sedeva sprofondata in una poltrona di pelle con le gambe accavallate sulle caviglie sottili. Intanto fuori aveva cominciato a piovere piano. «Nemmeno sapevo fossi qui» tagliò corto Corrado. La ragazza rise sprezzante. «Volete qualcosa da bere?» ci chiese l’uomo calvo. Ci portò al frigo bar senza nemmeno attendere la risposta. Ci versammo del whisky e poi il padrone di casa ci presentò agli altri invitati. Chiaramente era tutta gente piuttosto ricca. Alcune ragazze erano carine. Corrado andò in bagno. «Di dove sei?» mi chiese un ragazzo con la barba, appoggiando la forchetta sul piattino che teneva in mano. 108


«Sono italiano» dissi. «È raro trovare italiani qui, non è un posto propriamente turistico». «È la stessa cosa che gli ho detto io» si intromise una ragazza entrando dalla terrazza. Era la tizia con i capelli corti con cui avevo chiacchierato al Demasiado, alcuni giorni prima. «E io cosa avevo risposto?» domandai. «Che cerchi un fotografo... lo hai trovato poi?». «Non ancora… ma magari è qui, se chiedo in giro». «Qui?» rise. «Qui al massimo ci puoi trovare qualche pappone!». Corrado ritornò dalla toilette in quel momento e non mi sembrò un caso... Venne a salutare la ragazza con i capelli corti. Si chiamava Anna. Non era particolarmente bella, aveva l’aria matura e dava l’idea di essere piena di amanti. Uno solo non le sarebbe bastato, lo si capiva dall’espressione spregiudicata e dalla risata piena di sarcasmo che tradiva la sua finta innocenza. Nel frattempo Carlos aveva continuato a bere e si era infrattato con una fanciulla molto alta. Parlavano fitto fitto ed ebbi l’impressione si stesse sfogando anche lei. Corrado intanto, dopo aver chiacchierato con la ragazza bionda e riccia che lo aveva accolto in quel modo freddo e distaccato, era ritornato in bagno. Mi ero messo a sedere su una poltrona bianca, vicino ad un caminetto in disuso. Anna mi si avvicinò e iniziammo 109


a conversare del più e del meno. Contemporaneamente il tizio calvo spianò qualche riga di cocaina. «E il tuo amico attore?» chiesi, tanto per dire qualcosa. «Amico quello?» sogghignò sprezzante. «No, no, ti sbagli! È di una pesantezza… come tutti gli attori, d’altronde. Li conosci gli attori?! Mesi fa sono andata ad una cena, con una compagnia teatrale. Ero assieme a un bel ragazzone di Valencia che ora fa il medico in una telenovela messicana. È stata una serata da incubo. Tutti così pieni di sé, vanitosi, non riuscivano ad essere se stessi nemmeno da sbronzi. Dovevi vederli, ognuno cercava di prevaricare l’altro con battute rubate da qualche commedia o film comico, con risate ad effetto, espressioni profonde, talmente occupati ad essere straordinari da risultare patetici. Ad ogni modo, questa sera non l’ho proprio visto, né mi ha chiamato. Sarà rimasto a leggere qualche grandioso libro o a interiorizzare le lezioni di Grotovsky». Carlos nel frattempo si era unito a un gruppo di tre ragazzi e rideva divertito. Corrado, dopo essere andato per l’ennesima volta in bagno, si appartò con la ragazza bionda, salendo le scale. Anna in fondo era una persona piacevole. Mi raccontò del suo viaggio in Africa, l’anno prima, dove aveva quasi trovato marito in un tassista sudafricano che accendeva la sua passione sussurrandole schifezze all’orecchio con il suo alito pesante. La costringeva a vestirsi da cameriera e 110


la sodomizzava con una violenza che lei aveva confuso con l’amore per più di tre mesi. Era un uomo nobile, con un sorriso stupendo e un sesso colossale «Mi chiavava ad otto cilindri» disse maliziosamente. «Io non ero abituata, ce l’avevo foderata di raso prima, ma ora so cosa vuol dire scopare, e non è una cosa positiva. Prima potevo accontentarmi di uno qualsiasi. Ora no. Non più. Ho alzato il livello. Lo lasciai perché capii che la mia vita non poteva essere solo fare l’amore. Avevo altro da fare!». «E cosa avevi da fare?». «Mah… niente di particolare, però il quel momento mi sembrò una motivazione molto valida». «Capisco» feci annuendo. Poi, cambiando argomento, le chiesi: «Hai mai sentito parlare di un certo Armando Filabelli?». «Chi?». «Armando Filabelli» ripetei. «È un fotografo». Anna alzò gli occhi verso sinistra, come a frugare nella mente. Ma non sembrava ci fosse nulla. Improvvisamente ricevette come un’illuminazione. «Ah sì, aspetta… certo, ora ricordo. Armando Filabelli! È un fotografo. Credo abiti a Najon o nei dintorni». «Stai scherzando?» chiesi. Ero talmente abituato a ricevere un due di picche che mi ritrovavo spiazzato. «No no. Lo conosco eccome!». «Sul serio?». 111


«Sul serio, sì! Sono andata ad una sua mostra. Bellissima!». Non mi convinse. Percepii una incongruenza tra le sue labbra e la sua testa, tra le sue parole e il suo pensiero reale. Parlava di quella mostra ma non mi sembrava che ci fosse mai stata. Avevo la sensazione che mentisse: insomma, voleva creare un legame con me. Avere un motivo per rivedermi. «Credo proprio abiti a Najon. Se vuoi ci andiamo assieme questo week end». Come volevasi dimostrare. Una balla per rivedermi nel week end. «Ok» dissi. «Ma come erano queste foto?». «Mmm... astratte» provò a sparare, studiando la mia reazione. Be’, delle foto di Armando Filabelli tutto si poteva dire tranne che fossero astratte. Ma bluffai. «Esatto!» esclamai con entusiasmo. «Astratte!». «Sì, astratte!» ripeté lei acquistando sicurezza. «C’era anche la sua foto più famosa?» aggiunsi inventando. «Quella della donna con la faccia di un chihuaua che si spalma marmellata di capriolo sul seno mentre un lottatore di wrestling le storce il naso con due dita gridando LA PENSA Così ANCHE LEI?». «E certo che c’era. Bellissima! Mi ha emozionato tanto, sai?». Ah sì, c’era sicuramente, come no... 112


Mi scusai e andai in bagno. Lungo il corridoio passai accanto ad un gruppo di quattro ragazzi. «E Camilla?» chiedeva un tizio piccolo al giovane con la barba lunga che gli stava di fronte «Sta bene, credo. L’ho incontrata ieri per caso, mi sembrava tranquilla. Ma avete sentito ieri cosa è successo?» «No, cos’è successo?» domandò una ragazza. «Qualcuno ha spaccato il naso a Pedro». «Sul serio?». «Sì. Un balordo. C’era Ronaldo quella sera, che ha visto la scena. Ha detto che Camilla e quel tizio, mentre Pedro era per terra intento a raccogliere i pezzi del suo naso, si sono baciati. Lingua in bocca intendo». «Veramente?» intervenne la ragazza. «Quella lì è fuori, una squilibrata. Vi ricordate quante ne ha combinate da ragazzina?». «Tipo?» disse uno di loro che sembrava conoscerla meno. «Ma niente...». proseguì lei, «era una sbandata, viveva sempre in uno stato alterato. Cambiava ragazzi continuamente, li tradiva, se li riprendeva. Spariva per dei giorni mandando al manicomio la sua famiglia, e poi ricompariva come se nulla fosse. Una volta è sparita per cinque mesi e l’hanno ritrovata in Turchia. Vi rendete conto? Viaggiare da sola per cinque mesi… Fuori di testa. Oppure quella 113


volta che ha disseppellito di notte il cadavere di suo fratello perché non si rassegnava all’idea di non vederlo più...». «Pazzesco» disse l’altro. «Che tipa! Ma il balordo invece? Chi è? Nessuno lo conosce?». «No... a parte Camilla» riprese l’altro ragazzo. «I gorila della discoteca lo hanno sbattuto fuori per evitare altri casini. Comunque Pedro non l’ha presa per nulla bene, sembra. Pare intenzionato a fargliela pagare». «Il balordo farebbe meglio a sparire dalla circolazione!» commentò la ragazza rivolgendosi all’amico all’oscuro della vicenda. «Pedro è uno stronzo certificato, pieno di soldi, con certe amicizie giù al porto… solo una sballata come Camilla può stare con un personaggio del genere». Quando rientrai in salotto avevano messo Malaguena salerosa, nella versione dei Cinjon. Non potei fare a meno di pensare ai titoli di coda di Kill Bill 2. Carlos ballava in un angolo del salotto, strusciandosi con la ragazza alta. Parlai ancora con Anna e i suoi amici. Anna tendeva ad essere sempre al centro dell’attenzione. Si lamentava del fatto che ormai da due mesi era single e che sentiva che ormai a trentatré anni non avrebbe più trovato nessuno e sarebbe morta sola come un cane in un letto sudicio. Ebete e forse anche cieca. Era chiaro che le piacevo. E molto. Alla fine della serata mi invitò ad andarla a trovare il giorno dopo. Avremmo 114


potuto starcene a bordo piscina con due bicchieri di passito a raccontarci la nostra vita. Corrado scese dal secondo piano verso le quattro di mattina. Mi chiese se per me andava bene togliere il disturbo. Per me andava bene. Più difficile fu convincere Carlos, che era completamente assorbito dal ballo e dalla stangona e non voleva saperne di andarsene. Durante tutto il tragitto di ritorno non fece altro che parlare della ragazza alta, continuando a descriverla attraverso paragoni con Zoe. Ci disse che aveva il suo numero di telefono e che appena rientrato a casa l’avrebbe chiamata per poi raggiungerla a casa sua e scoparla, alla faccia di quella gran puttana di Zoe. Stava evidentemente delirando. Poi ci chiese se noi ci fossimo divertiti. Mi stupì la sua improvvisa attenzione nei nostri confronti. Alla fine si rivolse a Corrado per chiedergli per quale motivo non ci avesse offerto della cocaina. «Cocaina? Non ho cocaina con me, bello» disse Corrado. «Come no... e quell’andirivieni dal bagno tutta la notte?». «Ah... per questo pensavi che andassi a tirare, a vostra insaputa? Ma dai! Siccome avevo bevuto parecchio, andavo a controllare se avevo una buona erezione. Non avrei voluto fare una figuraccia con Vanessa». «No, scusa! Cosa andavi a fare quindi in bagno?». 115


«Be’, tu non lo hai mai fatto? A toccarti un po’... un accenno di sega, per vedere se l’attrezzo è in forma. Tra l’altro c’è anche un bello specchio in bagno per controllare il grado di inclinazione dell’erezione». Corrado si rivolse a me: «E tu? Tu lo avrai pur fatto qualche volta, no?». «No, mai, veramente» risposi. «Non ci credo!». «Non almeno nel bagno di casa di amici durante una festa». «Bah..». fece, cambiando stazione radio.

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19.

Dopo averli salutati, mi incamminai lungo il corso principale. Stavo affrontando l’ultima rampa di sampietrini, prima di arrivare a casa, quando vidi in lontananza, vicino alla porta, la sagoma di una ragazza. Era buio, non capivo chi fosse. Tirava vento e aveva il cappuccio sollevato sulla testa. Mi avvicinai ancora. No…! era Camilla. «Camilla!» chiamai. La ragazza era girata dalla parte opposta e stava fumando. Si voltò di scatto. Mi vide e mi corse incontro abbracciandomi. «Cosa c’è?» chiesi. «Come mai sei qui a quest’ora?» «Avevo voglia di vederti» mi disse sorridendo. «L’ho lasciato, definitivamente». La baciai. «Non mi chiedi niente?» domandò. «Non mi chiedi perché non ti avevo parlato di lui?». «No». «Ma chi sei?» fece, guardandomi come fossi un alieno. «Da dove vieni?». «Non lo so. È per questo che sono qui». 117


La accarezzai. Era bellissima. «Vieni su» dissi. Camilla guardò verso la porta. «Sei sicuro? Sbaglio, o Merina se scopre che si dorme in due e si paga in uno diventa una iena?». «Be’ sì, quando me l’ha detto aveva gli occhi sgranati, ti giuro che mi ha fatto paura. Ma ancora non mi conosceva, ora è pazza di me» la rassicurai sorridendo, «e poi non se ne accorgerà, basta che facciamo piano». «Se non ci fossero i miei a casa..». «Quando sono arrivati?» «Questa mattina». Salimmo silenziosi come gatti. Ci infilammo in camera e io ci misi mezz’ora a chiudere la porta dietro di me per evitare che facesse rumore. Ci mettemmo a letto, che era a una piazza e mezza fortunatamente. Ero sfinito. Avevo bevuto come una spugna e sentii battere le cinque del mattino. Camilla mi raccontò di Pedro, del fatto che era dipendente da cocaina. Che l’aveva conosciuto nel suo periodo oscuro, ma che lui era andato sempre peggiorando ed era diventato una persona pericolosa, irrequieta e imprevedibile, e avrebbe fatto di tutto per fargliela pagare. Già altre volte aveva visto la sua rabbia, conosceva il suo odio. Mentre parlava mi accarezzava il pene che andava su un poco però si afflosciava subito. Poi ci baciammo ed ebbi una bella erezione, allora Camilla scese con la testa e se lo mise in bocca. Vidi la sua testa 118


muoversi ritmicamente. La presi per i capelli e la tirai verso di me per baciarla ancora. Mi è sempre piaciuto baciare una ragazza dopo che me lo ha preso in bocca: le saltai sopra leccandola ovunque, affondando le mani tra le natiche sode e le cosce abbronzate, e accarezzandole i piedini teneri. Le misi le dita all’interno della vagina. Ebbe un fremito. Muovevo le dita all’interno e lei gemeva, con gli occhi chiusi e le labbra leggermente aperte. In quel momento si godeva il suo corpo, quasi io non esistessi. La sentii venire. Poi le infilai dentro il pene. Mi disse che era grosso. Mentiva. Non era duro duro quel mattino, ma abbastanza da riuscire a penetrarla piano, e a lei andava più che bene così perché l’avevo già abbondantemente scaldata con le mani. Le chiedevo quanto le piacesse e le mi diceva «tanto», le chiedevo se fosse una ragazzina viziosa e lei faceva sì con la testa. Improvvisamente aumentai il ritmo ed affondai maggiormente i colpi. Camilla non se lo aspettava. Quasi sbarrò gli occhi. Cercava di dirmi di smettere, che Merina ci avrebbe sentiti se avessi continuato a farla godere in quel modo, ma contemporaneamente mi stringeva con le cosce, dando l’idea che non avesse affatto intenzione di smettere. Il letto cigolava e si era spostato di mezzo metro, contro il muro. Ad ogni spinta sbatteva contro la parete facendo un rumore sordo. Camilla alternava gemiti a suppliche di smettere, a suppliche di andare avanti e di metterla incinta. 119


20.

Andammo a fare colazione da Emilio verso le undici. Avevamo deciso di passare la giornata in spiaggia. Venne al tavolo Zoe, sorridente e vitale come sempre. Si mise poi a sedere con noi Emilio. «Ciao Camilla» disse. «Ciao!» rispose lei. «Era da un po’ che non passavi di qui... mica te la sarai presa perché ti ho licenziata, spero?!». «Chi? Io?» rispose ridendo la ragazza. «Ma se ho organizzato una festa la sera dopo. Una delle più belle che abbia mai fatto! Non ce la facevo più a sopportarti, vecchio brontolone che non sei altro!». «Non si sputa nel piatto dove si è mangiato, sai?» ribatté lui. «Mangiato? Ma quale mangiare, con i quattro soldi che mi davi, brutto spilorcio. Per fortuna che sto bene di famiglia, altrimenti sarei morta di fame, altro che mangiare!» rilanciò lei, facendomi l’occhietto. Emilio rise. «Non sai prendere quattro ordinazioni in croce, ma con la lingua ci sai fare, eh, stronzetta!». Rise ancora tutto contento. Poi guardò me. 120


«Com’è che vi conoscete? Certo che non si lascia scappare un turista quella..». «Stai attento» lo interruppe lei, «che racconto a tua moglie come ti comporti con le cameriere… vecchio porco!». «Chi? Io? Mica colpa mia se ci provate tutte con me… Io sono la vittima, altro che!». Risero assieme. C’era una grande complicità tra di loro, che mi fece sospettare ci fosse stato veramente qualcosa, anche se Camilla più tardi mi disse che scherzavano sempre in quel modo e che Emilio era sempre stato correttissimo con lei. Per quanto di modi spicci, era considerato da tutti un vero signore. E io non potevo che convenirne. Spesso mi offriva da bere o dovevo litigare con lui per pagare. Mi ricordava mio padre, anche dai racconti della zia Matilde: un uomo onesto, umano, sempre attento a non ferire i sentimenti degli altri, che non si fermava alle apparenze nel giudicare gli altri. E poi allegro, con un’energia fuori dal comune. Talmente pieno di qualità che delle volte veniva da chiedersi dove fosse il trucco. In realtà forse era semplicemente come dovrebbe essere ogni uomo. Sicuro di sé e senza troppe ambizioni. Senza sporcizie mentali e stupidi complessi di inferiorità. Aveva tutto quello che un uomo può desiderare. Un lavoro che gli piaceva, una donna bella e premurosa, un figlio (che ero io). Quando un uomo è così non invidia nessuno. E non fa male a nessuno. 121


Un uomo felice. O almeno sembrava... Zoe stava pulendo il bancone quando entrò Carlos. Aveva il volto teso e stanco, e si rivolse alla ragazza senza prenderci minimamente in considerazione. Era chiaro che Zoe rappresentava un pensiero totalizzante. Non c’era spazio per nient’altro. Le chiese di uscire un momento; lei gli disse che stava lavorando, di tornare alla fine del turno. Carlos riformulò la domanda con il tono di voce leggermente più alto ed Emilio le diede il permesso di assentarsi un attimo. I due uscirono nella piazzetta di fronte e si misero a discutere, Carlos in modo concitato, Zoe con una freddezza che metteva paura. Camilla chiese che cosa fosse successo tra loro. Emilio spiegò per sommi capi la relazione tra i due, dicendo che Carlos era ancora troppo giovane per poter gestire una ragazza dalla prorompente bellezza come Zoe. Doveva fare esperienza. Con donne così ci vuole esperienza, diceva. E con questo alludeva al fatto che lui ne avesse eccome, di esperienza. E non avevo ragione di dubitarne. Era un bell’uomo, e affascinante. Dopo una ventina di minuti Zoe rientrò nel locale. Era nervosa. Emilio, dopo aver servito un tavolo, la invitò ad unirsi a noi. La ragazza si mise a sedere e si accese una sigaretta. 122


«Allora?» chiese. «Tutto a posto?». «Sì, sì» rispose lei, poco convinta. «È che Carlos non capisce, si offende. Lui mi piace, è in gamba, è bello, anche se ha gli occhi un po’ sporgenti, ma non può pensare che viva solo per lui. Sono ben due mesi che stiamo insieme. Per me è un record, non sono abituata. L’ho tradito qualche giorno fa, avevo bevuto. Ma mica può pensare che da adesso in poi io avrò solo lui come uomo in tutta la mia vita. Il mondo è pieno di uomini. Io voglio conoscerli. Ho diciannove anni e li ho scoperti da poco. Ho il fuoco della novità!». Aveva ragione. Chi poteva darle torto. Emilio intervenne: «Dovresti lasciarlo allora, se la pensi così. Non è giusto che lo tormenti in questo modo. Ne soffre per un po’, ma poi ne esce definitivamente». «Sì. Ci ho anche pensato. Ma ho paura di perderlo». «Vedrai che non lo perderai» disse Emilio. «Adesso alza il culo e mettiti in azione, che è tutta la mattina che ti pago per non fare un cazzo». Approfittammo per alzarci tutti. Feci il tentativo di pagare, come ogni mattina, ma non ci fu niente da fare. Guardai fuori e vidi in lontananza Carlos che fissava il ristorante mentre Camilla accarezzava il cane di una vecchietta con i capelli azzurri. Ci incamminammo verso la spiaggia. Era una giornata perfetta. Il sole picchiava forte ma all’ombra ci si rigenerava immediatamente. Spirava una leggera brezza tiepida. 123


Era come il vento dei mulini. Produceva energia. La sentivo tra i capelli, sui vestiti, entrarmi nella pelle. Era uno di quei momenti che si vorrebbe fissare e far durare per sempre: Camilla mi passeggiava a fianco e quando la guardavo mi sorrideva con quella meravigliosa fossetta che le si formava sulla fronte. Passammo a fianco di due vecchi cubani neri con i capelli bianchi, seduti su una panchina e vestiti in giacca e pantaloni pesanti. Uno suonava l’armonica, l’altro cantava e batteva su di un tamburello. Era una canzone popolare caraibica probabilmente, forse di origine africana. La voce vibrava morbida tutto attorno. Lasciai alcune monete nel nero cappello sdrucito appoggiato sulla panchina. Scendemmo le scale. La spiaggia era quasi vuota. Lungo il bagnasciuga si vedevano le tracce dei piedi lasciate dai bagnanti. Era possibile distinguere le orme dei piedi femminili da quelle maschili. Solo in un caso fui incerto se si trattasse di un bambino o di una donna. Se era stata una donna, probabilmente era molto bella. Poco più in là un gabbiano stava banchettando con la carcassa di un granchio. Ci mettemmo distesi sui nostri teli a pochi metri dal mare, dove la sabbia era ancora asciutta. Sentii qualcuno maledire una medusa e un vecchio insultare il governo. Un giovane, sui trent’anni, cercava di fare il bagno. Stava ricurvo nell’acqua a metà coscia, tutto intirizzito, e si alzava sulle punte dei piedi ad ogni ondata. Camilla com124


mentò il fisico del ragazzo. Disse che non le piacevano i corpi magri, meglio gli uomini con la pancia, o meglio ancora io con un fisico praticamente perfetto. Parlammo per ore. Parlammo di rispetto tra gli uomini, della musica rock negli anni settanta, di massificazione, di profilattici, dell’istinto nelle donne, di scientology, delle vertigini, della campagna e delle raccomandazioni nei posti di lavoro. Poi ci addormentammo. Sognai di quando a sedici anni avevo incontrato un vecchio miope che mi disse di aver appena assistito ad un miracolo. Rientrai in camera che erano le due di pomeriggio. C’era un disordine infernale. Avevo una gran voglia di leggere, di stendermi in quel porcile e leggere qualche pagina del mio libro. Alla fine prevalse il senso di responsabilità. Mi tornò alla mente il bar di mio padre, quando lo aiutavo a pulire. Dopo più di mezz’ora di duro lavoro la camera aveva un aspetto decente: chiusi la finestra perché tirava un venticello fresco, poi preparai la valigia. Non ci misi molto: avevo imparato a viaggiare con pochissime cose. Sentii il frusciare dei vecchi abiti di Merina. Si stava chiudendo in bagno. Mi accesi una sigaretta. Assaporai i primi meravigliosi tiri, guardando fuori dalla finestra. Vidi un fuoristrada che stava parcheggiando sotto casa. Scese Anna. La vidi avvicinarsi all’ingresso. Poi il citofono suonò. La porta del bagno si aprì e sentii i passi di Merina precipitarsi giù per le scale. 125


Dopo pochi minuti qualcuno bussò. «Prego» dissi. La porta di legno scuro si aprì lentamente. Anna entrò. «Ciao» dissi, «accomodati pure». Le indicai la poltroncina. Aveva il viso disteso e si muoveva in modo sicuro. Notai il corpo snello ed elastico. «Emilio mi ha detto che abiti qui». «E aveva ragione. Abito qui. Ti piace?» «Non molto, in verità». «Sul serio? Io adoro questa casa. Vecchia al punto giusto». «Casa mia è più bella». «Non ci credo». «Te la farei vedere se non ci fosse mio padre». «Perché? Ti vergogni di tuo padre?». «Sì». Presi dalla tasca dei jeans che spuntavano dalla valigia mezza aperta il pacchetto di Diana. Feci cenno se ne volesse una. Disse di no con la testa. Mi misi a sedere sul letto. «Deve essere un balordo tuo padre, a giudicare dalla figlia». Anna si grattò il naso, inarcando le sopracciglia. «È un uomo troppo grande per parlartene. Mi ha educata a suon di spintoni brutali, parolacce, insulti e azioni contraddittorie. Usa questa crudezza per costringerti a pensare e ad alzare la testa, a svegliarti. È un bestemmia126


tore e mi costringe a bere molto, dato che anche lui è un alcolizzato. I suoi insegnamenti però sono profondi». Si stava creando un’atmosfera di tensione, in contrasto con la luce ariosa del pomeriggio. «Perché racconti tutte queste cazzate, Anna?» Anna si alzò di scatto. Rise. «Non lo so, Mattia... forse mi annoio..». «E che problema c’è?». «In che senso?». «Che problema c’è ad annoiarsi». «Che problema? La noia è un disastro, lo sanno tutti. È l’origine di tutti i mali». «Non è vero. La noia è l’origine di tutto. Ogni impresa nasce come reazione alla noia. L’uomo è l’unico animale che prova la noia: questo è il suo motore. I cani non si annoiano mai. Per questo non fanno un cazzo dalla mattina alla sera». Anna mi guardò di sbieco, facendo un sorrisetto da presa per il culo. «Sarà..». sussurrò avvicinandosi. Mi passò le dita tra i capelli: piegò la gamba e appoggiò il ginocchio sulla mia coscia. Si abbassò e mi guardò da vicino con gli occhi socchiusi. Sorrise e appoggiò le sue labbra alle mie. Mi spinse indietro e finii disteso sul letto. In quel momento sentii suonare un clacson sotto la finestra. 127


Cazzo! Erano le tre del pomeriggio! Scostai Anna in modo gentile e andai alla finestra. «Mattia!! A che punto sei? Scusa il ritardo, Cristo santo!» Vidi il faccione di Robby che spuntava dal finestrino abbassato di una golf. Il fumo della sigaretta che teneva tra le labbra lo costringeva a tenere socchiuso un occhio. Mi voltai verso Anna. «Devo andare, Anna». «Dove?». «A Najon, me lo hai detto tu, no?».

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21.

«Stavo pensando:» disse Robby a Francesco, «e se dopo io torno a Sombra? Mica siamo obbligati a rientrare in Italia assieme...». L’auto faticava un po’ arrampicandosi su per una strada stretta e piena di tornanti. «Eh, ma che palle! Tutto il viaggio fino in Italia da solo...». «Ma se ti lamenti sempre che non mi sopporti più... ecco l’occasione per liberarti di me! E poi lo faresti anche tu per una ragazza come...». «Chi? Io? Ma figurati... di ragazze come... è pieno il mondo. Anzi, è piena Milano. Ti dirò di più. È pieno Corsico!». «Ma perché non sei rimasto a Sombra?» chiesi io. «Mah... ormai avevamo deciso di andare a San Clemente...». I due si guardarono in modo strano. Complice. Solo più tardi capii perché. L’auto scollinò e riprendemmo a scendere verso il mare. Robby rollò in un attimo una canna. Diede due tiri forti e me la passò. 129


«Quindi vivete a Corsico» dissi a Francesco. «Io sì. Robby al Giambellino... Tu?». «Quartiere Affori». «Non ci sono mai stato... Milano nord, vero?». Feci cenno di sì con la testa. Robby aprì il finestrino. Alla nostra sinistra si apriva una vallata immensa. «Senti che aria che c’è!» fece. Folate di aria tiepida ci scompigliavano i capelli e mandavano da tutte le parti le cartine stradali e i fogli disseminati per la macchina. «Cazzo se è vero» rispose Francesco. «Al mare c’è un’aria così pulita. Non capisco perché non ci costruiscono le città, sarebbe risolto il problema dell’inquinamento». L’avevo già sentita questa, ma apprezzai. Ci vuole comunque una certa capacità a piazzare frasi famose nei momenti giusti. «A parte gli scherzi» aggiunse, «ogni volta che mi allontano da Milano mi rendo conto di quanto ci sto male». «E perché non te ne vai?» gli chiesi, passandogli la canna. Non fumavo quasi mai, ma un tiro o due non li rifiutavo se offerti, anche solo per una forma di gentilezza. «Perché ci lavoro, bello...». «Che lavoro fai?». «Lavoro in ufficio» mi rispose abbassando gli occhi, come se si vergognasse. «Contabilità...». 130


Robby rise. «Pensa te. Odia Milano e comunque ci resta per un lavoro di merda del genere. Ma tu Mattia, che lavoro fai?». «In questo momento non faccio nulla. Mi sono licenziato prima dell’estate». «Sul serio?». «Sì». «Come mai?». «Avrei dovuto fregare dei miei colleghi per salvare l’azienda. Ero a capo di un gruppo di una decine di persone». «Cioè?» mi chiese Robby incuriosito. «Diciamo che la mia azienda seguiva procedure illegali. Violazioni della privacy a tutto campo. Quando queste procedure sono state scoperte da una società di controllo, i dirigenti mi hanno chiesto semplicemente di negare che fossero disposizioni aziendali. Dovevano risultare iniziative personali dei dipendenti. Non me la sono sentita. Dopo aver denunciato i dirigenti me ne sono andato». Robby continuava a guardarmi davvero interessato, anche se mi sembrava non avesse capito. Comprensibile. Non mi ero effettivamente spiegato molto bene, anche perché a metà del discorso mi ero accorto che non avevo più voglia di proseguire. «E adesso che fai?». «Vado in piscina». 131


«Non lavori?». «No. Sto usando la liquidazione, per ora. In questo periodo ho la vita troppo impegnata per lavorare» dissi. Feci per passare la canna a Francesco, ma mi fece capire che non ne aveva voglia. Allora la passai a Robby. Lui aveva voglia. «A te piace Milano?» mi chiese Francesco. Guardai il pergolato di una casa lungo la strada. «Io amo Milano. Ti accorgi che anche qui, in Andalusia, uno dei posti più affascinanti d’Europa, ci ritroviamo a parlare di Milano. A chiederci sei ci piace Milano. Quale altra città italiana ha tanta forza? Secondo te una compagnia di romani passa tutte le serate ad interrogarsi sul senso che può avere vivere a Roma? No, perché Roma è bella e calda e ha senso viverci, anche con tutti i disagi che può comportare. Milano invece fa schifo ed è brutta, ma milioni di persone ci vivono lo stesso e non hanno le palle di andarsene. E non ci restano perché hanno un buon lavoro, perché milioni di persone non hanno un buon lavoro, anzi, hanno proprio un lavoro di merda che potrebbero trovare da qualsiasi altra parte. Sembra impossibile, ma come sai, ci sono persone che vivono da anni a Milano e fanno gli operatori telefonici. Qualsiasi altra cosa è meglio piuttosto che fare l’operatore telefonico a Milano. Ma sai qual è il fatto secondo me? Che a Milano ci sono i sogni. A Milano c’è la televisione. A Milano c’è la moda. A Milano c’è il Milan. A Milano ci sono le case discografiche. A 132


Milano vivi nella stessa città dei vincenti ed è un po’ come se fossi vincente anche tu». Spensi lo spinello dopo essermi bruciato i bronchi nell’ultimo tiro. «Che poi a me» aggiunsi, «non me ne frega niente di tutto questo. Non sono interessato a Mediaset e tanto meno alla moda. Non sono nemmeno particolarmente attratto dalla ricchezza. Sono d’accordo con Johnny Dorelli, che in un filmaccio anni settanta diceva che la povertà dà maggiori opportunità di comprensione..». Rimasi un attimo a riflettere su quanto avevo detto. Decisi di correggere il tiro. «Povertà fino a un certo punto... la fame nera non offre proprio un cazzo di possibilità di comprensione. Ad ogni modo io non amo Milano per i suoi sogni modaioli o televisivi, ma perché a me piace il brutto, la mancanza di accostamenti armonici. Tra Iggy Pop e i Pink Floyd ho sempre preferito Iggy». A quel punto intervenne Francesco: «Iggy! Iggy! Iggy!». «Tra Michael Bublè e Tom Waits preferisco Michael Bublé». «Come?!?» quasi urlò Francesco. «Scherzo...». Mi guardai attorno: la strada poggiava lungo i fianchi sonnolenti di quelle montagne così sicure di sé, e il mare, sfondo verde amaranto, appariva costante e rassicurante. 133


C’era una luce intensa e rilassante. Surreale. «Questa costa è strepitosa» continuai. «Ma è grazie a Milano che l’apprezzo. Se ci vivessi, qui, la routine rovinerebbe tutto. Ci si abitua anche alla bellezza. Sono d’accordo con Capossela che dice di vivere a Milano, così ha nostalgia di qualsiasi altro posto». «Guardate là!» intervenne Francesco. A qualche centinaio di metri appena fuori dalla provinciale c’era un ristorante. Sembrava la locanda dove Rodriguez aveva girato Dal tramonto all’alba. Nero, enorme e dimenticato. Ordinai al vecchio con dei baffoni da messicano un piatto di spezzatino, con verdure. Un piatto completo, non le tipiche tapas, che mi stavano venendo a noia negli ultimi giorni. Robby ordinò della carne e Francesco una strana brodaglia, una zuppa credo. La carne non era male, ma Francesco si dimostrò entusiasta del suo piatto. «Forse la migliore zuppa che abbia mai mangiato in tutta la mia vita» disse. «E in un posto così, dimenticato da Dio... Pazzesco!» urlò esaltato. Era uno che si esalta per questo genere di cose. Eravamo in una stanza enorme con pesanti tavoli in legno scuro. Il bancone attraversava l’intero spazio e agli angoli c’erano macchinette per il gioco d’azzardo, flipper, e due panzoni baffuti con camicia a scacchi che giravano concentratissimi attorno a un tavolo da biliardo per trovare 134


il colpo migliore. Sembrava proprio di essere in Messico. Effettivamente alcune zone della Spagna sono molto simili al Messico. Una vecchia televisione, sommersa da bottiglie di birra San Miguel, mandava bagliori colorati dall’alto di una mensola polverosa. Stava andando un servizio giornalistico sul movimento islamico per la riconquista dell’Andalusia. Mi venne in mente il libro All’ombra del melograno, che avevo letto durante una mia vacanza a Barcellona. Francesco guardava fisso lo schermo della tv. «Guarda la giornalista» disse a Robby, «non sembra Loredana?» Robby distolse lo sguardo dal suo piatto e fissò lo schermo. «È vero, la ricorda un po’» ammise sorridendo. Poi si concentrò nuovamente sul suo piatto. «Mamma mia, che sbandata per quella tipa, ah Robby?». Robby fece di sì con la testa alzando le sopracciglia. Francesco si girò verso di me: «Io da giovane ero ossessionato dalla new wave fine anni settanta, primi ottanta. Scrivevo per una rivista di musica alternativa e suonavo il basso con un gruppo di scappati di casa, come diceva un mio amico. Insomma uno di quei pesantoni fissati. Sapevo i nomi di tutti i componenti di tutti i gruppi new wave di quel periodo, anche i più mediocri, solo perché suonavano new wave. Un po’ come gli appassionati di calcio che 135


sanno tutte le formazioni di tutte le squadre di calcio dalle origini ad oggi, i goal famosi eccetera. Quante punizioni hanno realizzato Del Piero, Mazzola o Pirlo nella loro carriera. Mi sentivo superiore a tutti quei beceri tifosi, ma in realtà non ero molto diverso... cambiava la materia, ma l’approccio maniacale era lo stesso». «Vivevi già a Milano?» gli chiesi. «Sì sì. La mia casa era il “Rainbow”». «Come di tutti, in quegli anni» commentai. «D’altronde abbiamo pochi anni di differenza, no? Probabilmente ci saremo anche incrociati qualche sera». «Ah sì, quasi sicuramente..» disse. «Proprio al “Rainbow” ho conosciuto Loredana. Era anche lei ossessionata dal rock anni ottanta, quindi colpo di fulmine. Da parte mia, ovviamente. Ricordo che una sera eravamo andati a casa sua. No noi due e basta, con altri amici. Mentre andavo in bagno ho allungato l’occhio in camera sua. Su una mensola sopra il letto c’erano dei vinili. Nulla di speciale, a parte Mongoloid dei Devo. L’originale. Non ci ho capito più niente e me lo sono messo nella sacca. Ti rendi conto? Ero pazzo di quella ragazza. Facevo sogni romantici tipo io e lei sulla spiaggia che ci baciavamo e cazzate del genere, ma nonostante questo gli ho inculato un vinile». «Certo che una passione può essere proprio distruttiva» osservai io. «Mi passi il vino?» mi chiese Robby. «Mi sa che è finito» dissi, cercando di vedere attraver136


so il vetro scuro della bottiglia se ce ne fosse ancora un po’. Provai a versarmene, ma ne uscì un filo. «È finito» comunicai. «Be’, insomma» riprese Francesco, «il giorno dopo Loredana mi chiama incazzata come una pantera. Aveva capito che ero stato io a rubarle il vinile. Quale altro cretino poteva essere interessato a Mongoloid dei Devo? Io ovviamente negai tutto, fingendo pure di essermi profondamente offeso solo per il fatto che avesse sospettato di me. Insomma un casino. Una telefonata altamente imbarazzante. Pensa che mi sono arrabbiato talmente tanto con me stesso e con quel maledetto vinile che senza nemmeno rendermene conto mi sono ritrovato a tirarlo contro il muro, mandandolo in pezzi». «Oh Dio» dissi. «E poi?» Ero preso dalla vicenda. Volevo sentire come sarebbe andata a finire. «E poi è successo che qualche giorno dopo l’ho incontrata per caso a San Babila. Era con un’amica». «E cosa ti ha detto?» insistetti. «Si è scusata per quella scenata al telefono. Sembrava veramente dispiaciuta e mi toccava di continuo il braccio con la mano. L’ho scusata. Era triste per essersi comportata così male e tristissima per il vinile smarrito. Aveva un valore affettivo, sai, la solita menata così. Ogni volta che qualcosa viene rubato ha un valore affettivo... bah. L’ho scusata mille volte. Non so se fosse un trucco, se fosse nei suoi piani. Ad ogni modo ho iniziato a sentirmi io terribilmen137


te in colpa. Ma così in colpa che ho finito per confessare. Ricordo che lei mi ha guardato con viso tranquillo. C’era il perdono nei suoi occhi. Non era un problema; avrebbe dimenticato e saremmo rimasti amici. Era sufficiente che glielo restituissi e lei sarebbe stata la ragazza più felice del mondo. Potevo deluderla? Potevo mandare in mille pezzi il suo cuore come avevo fatto con il suo vinile?». «E quindi?» domandai. «E quindi le dissi che glielo avrei restituito». «Pur sapendo che non avresti potuto farlo?». «Sì». «Una tragedia...» feci. «Sì». «E come hai fatto?». «Ah, niente!» rispose prendendo una bella cucchiaiata della sua brodaglia. «Ormai tutto era perduto. Bisogna avere la maturità di accorgersi quando ormai tutto è perduto, anche la dignità. Ho incollato tutti i pezzettini di vinile e ricomposto il disco, che alla fine sembrava un parallelepipedo più che un cerchio. L’ho messo in una busta e glielo ho spedito con un bigliettino di scuse, pregandola di non chiamarmi incazzata, di non minacciarmi di farmela pagare e di accettare l’accaduto come una sfortunata fatalità. Così fece, per fortuna». «Che brutto il finale» dissi. «Sì, è veramente brutto» intervenne Robby. «E pensa quante volte l’ho sentita questa storia!». 138


22.

All’uscita trovammo un vecchio senza denti, in tuta da ginnastica blu elettrico e una catena al collo. Era vestito come un rapper di Brooklyn. Ci disse che aveva guardato la nostra auto da possibili malintenzionati. Il posto era praticamente disabitato, non ce n’era nessun bisogno. Gli demmo tre euro e ci rimettemmo in strada. Dopo circa mezz’ora Francesco iniziò a lamentare mal di pancia. Gli attacchi nel giro di una mezz’ora divennero sempre più forti e frequenti. Iniziò a sudare. Aveva il viso teso come la pelle di un tamburo. Una specie di ghigno sofferto increspava il suo viso. Probabilmente era stata quella brodaglia immonda gustata tanto voluttuosamente. Dopo una curva fermò l’auto. Eravamo in mezzo al nulla. Lo guardammo scendere e correre a rotta di collo lungo un dirupo. Cercava un luogo riparato dove cacare. Impresa mica facile. Era un’area mezza desertica. Sopraffatto da un altro attacco violentissimo, si accucciò sulla ghiaia, abbassandosi i pantaloni. Ebbe un’evacuazione rabbiosa, che lo scosse fin nel profondo. Il viso si contraeva in espressioni mostruose, disumane. Quando ebbe finito si guardò attorno, spossato. 139


Sembrava uscito da un’esperienza estrema che lo avesse cambiato totalmente, privandolo quasi di memoria per lo shock. Fu dopo almeno un minuto, quando il respiro stava iniziando a normalizzarsi, che si rese conto di non avere carta con sé. Lo capimmo perché iniziò a guardarsi attorno, prima con aria preoccupata poi sempre più frenetico, con scatti del collo simili a quelli dei tacchini o delle galline. Io e Robby restammo in auto, come annichiliti dallo spettacolo. Poi Francesco si decise. Si tolse la camicia. La strappò in varie strisce di stoffa e la usò per pulirsi. Effettivamente non aveva scelta, a ben vedere. Si alzò sfinito e si diresse verso di noi. Salì in auto. Noi lo guardammo, senza dire nulla. «Wow» disse lentamente. Si girò verso di me. «Che roba, ah?» aggiunse. Respirava sempre in modo profondo e ogni tanto brividi leggeri gli scuotevano tutto il corpo. Era a petto nudo. Si girò verso lo spiazzo dove era avvenuto lo scempio della sua camicia. Ne guardò i brandelli sparsi attorno. «Ok» fece sorridendo a fatica. «Si va?». «Va bene» risposi cauto. «Che nausea» aggiunse, «che nausea orribile mi sta venendo». Capii che non saremmo partiti. «Dev’essere stata quella bastardissima zuppa» disse toccandosi di nuovo la pancia «Eh, credo di sì» gli rispose Robby. 140


«Sì sì, proprio quella maledettissima zup...» non fece in tempo a finire la frase che si era già proiettato fuori dall’auto e correva di nuovo giù per il dirupo. Si fermò di colpo e vomitò l’anima. Piegato a novanta gradi e inarcato dalle tremende contrazioni dello stomaco, era uno spettacolo che stringeva il cuore. Ma non c’era modo di aiutarlo. Cosa si poteva fare? Quando risalì in auto, tremava. «Non sto bene» affermò, «non sto per niente bene». Mise la mano sul volante ma vibrava, non riusciva a tenerla ferma. Gli sfiorai la fronte. Era bollente. «Non puoi guidare ridotto così» gli dissi. «Certo che posso! Ma che dici!». Prese le chiavi dalla tasca dei pantaloni. Fece per inserirle, ma la mano gli tremava talmente che non riusciva a infilarle nella fessura. «Meglio se continua a guidare Robby» proposi. «No, non è possibile». «Non puoi guidare in queste condizioni, Francesco!». «Sì che posso, solo riuscissi a infilare questa maledetta chiave!». Provò ancora. Poi si rivolse a Robby: «Metti tu la chiave, va’». Robby eseguì. La macchina partì in avanti con uno scatto. Francesco cambiò le marce. Prima, seconda, terza. Fece una curva leggera. Poi frenò di colpo. Lo vidi aprire la portiera e vomitare fuori. 141


23.

Mezz’ora dopo ero io alla guida. Robby non poteva guidare, non aveva la patente. Francesco si mise disteso dietro. Dormiva. Sogni agitati, a giudicare dai gemiti che emetteva. Ci dovemmo fermare altre quattro volte par farlo vomitare. Il problema era che a quel punto avrei dovuti accompagnarli fino a destinazione. La “loro” destinazione, non la mia. Avevo intenzione di farmi lasciare a Najon, il paese dove forse viveva Armando Filabelli. Invece, a quel punto avrei dovuto proseguire per ancora un’ora di strada e portarli a San Clemente, un assurdo paesino sulle montagne dove Francesco avrebbe dovuto incontrarsi con la fidanzata. Ma fu appena dopo Najon, che Robby mi si rivolse con espressione seria. Sembrava che volesse confessarmi qualcosa. E infatti così era. Mai però avrei pensato di ascoltare una confessione simile. «Senti, Mattia... c’è una cosa che dobbiamo dirti... tanto, lo verresti a sapere lo stesso. Non avremmo voluto 142


coinvolgerti in questa storia, ma a questo punto non abbiamo proprio alternativa...». «Di cosa stai parlando, Robby?» chiesi, piuttosto meravigliato. «Allora. Diciamo che non c’è... nessuna fidanzata di Francesco ad aspettarci». «Cioè?». «Cioè… non stiamo andando a San Clemente per incontrare nessuna ragazza...». «Scusa Robby... ma non riesco a capire che cosa stai dicendo; che cosa mi vuoi dire? Perché allora andate in questo paesino dimenticato da Dio, che mi sta obbligando a questa maledetta deviazione?». Robby si guardò le mani per un po’. «Ok, te lo dico» disse come scuotendosi da un brutto sogno. «Dobbiamo incontrare certi tizi, i quali questa sera ci daranno cinquemila euro a testa e noi in cambio porteremo a Milano dieci chili di cocaina afgana nascosta qui sotto». «Scusa?!?». «È così. Hai sentito bene. Sono diecimila euro per noi. Un lavoretto facile, no? Così ci hanno detto, almeno… e non vedo motivo per dubitarne. E chi se l’aspettava che capitasse una cosa del genere a Francesco. Intossicarsi a un’ora dalla destinazione! Cazzo, che sfiga ora che ci penso!». «Aspetta! Aspetta un momento, correggimi se sbaglio... vorresti dire che una volta arrivati a San Clemen143


te, ci incontreremo con questi tizi che vi pagheranno per questa consegna? Ma cazzo Robby, è pericoloso! Vi è mai venuto in mente questo particolare? È pericoloso! Non credi che avrei dovuto saperlo prima?! Non pensi che mi avreste dovuto dare la possibilità di decidere se partecipare a questa cosa o no?!» «Ah sì! E se ti fossi rifiutato?! Che avremmo fatto noi? Come saremmo arrivati all’appuntamento? Non si scherza con quella gente!». «Senti, brutto stronzo! Adesso fermo la macchina e vi arrangiate!». Francesco dormiva come un sasso. Era ancora immerso nei fumi della febbre. Fermai la macchina «Ma che cazzo fai?» mi urlò Robby. «Me ne vado a piedi. Grazie di tutto». Aprii lo sportello e uscii. «Ma dove vai? Siamo in mezzo alle montagne, dove credi di andare?! Non hai la più pallida idea di dove andare!». «Preferisco perdermi tra queste montagne, che aver a che fare con contrabbandieri di cocaina». «Ti prego, Mattia, aiutaci! Se non arriviamo a destinazione, quelli ci ammazzano..». Me lo disse con uno sguardo molto triste.

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24.

Ci fermammo nel centro di un grande parcheggio per camion. A terra c’era della ghiaia sottile. L’appuntamento era fissato in una vecchia cava abbandonata. Misi l’auto in folle, senza spegnere il motore. Non so per quale motivo non lo spensi, ma risultò provvidenziale. Da dietro una montagna di terra rossa spuntarono cinque uomini armati. Eppure ero stranamente calmo. Mi trovavo in una situazione non certo priva di pericoli, ma al di là di ogni previsione, mi sentivo calmo. I cinque uomini avanzarono verso di noi, brandendo le pistole. Robby uscì dall’auto, lasciò la portiera aperta e li aspettò in piedi a fianco dell’auto. Francesco si era svegliato, ma restò seduto dietro, con il viso segnato dalla sofferenza. Li osservai, quei cinque criminali, per certi versi affascinato. Questa gente va contro lo Stato, l’ordine delle cose. Ci vuole coraggio. Non è da tutti. Sulla sinistra c’era un grassone rasato, dalla pelle rosa, con una camicia elegante aperta che lasciava vedere una canotta bianca. Era piuttosto alto e non sembrava una persona comprensiva. Al centro un ragazzo giovane altis145


simo, col viso spigoloso, gli occhiali da sole, i capelli tirati indietro e la barba incolta. Sulla destra un biondo con i capelli lunghi e sciolti lungo la schiena. Dietro di loro camminavano altri due tizi più bassi che non ero ancora riuscito a focalizzare fino a quando, tra la spalla dell’obeso e quella dello spilungone, … lo vidi. Un’ondata di adrenalina mi tolse il fiato. Era il… “fidanzato” di... Non ci potevo credere. Era Pedro, il fidanzato di Camilla! Camminava lì dietro. Era il capo. Non certo per meriti personali ma per disponibilità economica. Mi resi conto che se non avessi fatto qualcosa sarei morto. Mi avrebbe fatto uccidere. Non mi restava altro da fare che accelerare. Le ruote posteriori slittarono, alzando una nuvola grigia di ghiaia. L’auto si mosse. Prima piano, sbandando; poi prese velocità e puntò i cinque uomini che si arrestarono di colpo, presi alla sprovvista. Il gruppo si sparpagliò, ma l’auto sembrava impazzita e si mise a mirare prima uno, poi l’altro. Per lo spilungone non ci fu nulla da fare: scivolò nel tentativo di evitarmi, con le sue scarpette di vernice, e venne arrotato. Poi l’auto si diresse verso il bordo del parcheggio, mangiò la terrà più dura e acquistò velocità. Prese una duna e quasi si impennò. Subito dopo mi sentii girare sottosopra più e più volte, come all’interno di una grande lavatrice. Ogni tanto en146


travo in collisione con Francesco che urlava e vomitava di nuovo. non saprei dire quanto tempo fosse passato quando l’auto smise di rotolare su se stessa. Mi resi conto di essere ancora vivo e provai a muovermi. Non mi ero fatto nulla. Francesco non parlava. Era immobile tra il sedile posteriore e quello anteriore, ma vidi che respirava. Aprii lo sportello posteriore e uscii. Guardai in alto. Non ci potevo credere. Avevamo fatto un volo di una ventina di metri di dislivello, giÚ per un dirupo, in mezzo a una boscaglia. Guardai in alto ancora e scorsi contro il sole la sagoma di un uomo che scendeva, facendo attenzione a non cadere. Mi gettai giÚ per la scarpata, che continuava a scendere ancora per molti metri, scivolai e rotolai. Sentii il dolore di un sasso appuntito su un fianco. Riuscii ad alzarmi tutto pesto, ma continuai a correre. Un’ora dopo ancora correvo.

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25.

Non sapevo che fine avessero fatto Robby e Francesco. Ebbi veramente paura per loro. Di certo lo scambio non era andato proprio liscissimo. E sapevo che quella gente è in generale piuttosto irascibile e poco incline al perdono. Per consolarmi cercai di vedere qualche lato positivo. L’auto fortunatamente non si era incendiata, quindi la roba era facilmente recuperabile. Forse per punizione semplicemente non avrebbero dato loro la ricompensa. Tutto lì. In fondo non era colpa loro. Era colpa mia... A quel pensiero mi si gelò il sangue. Ebbi piena consapevolezza del pericolo che stavo correndo e della rischiosa situazione in cui mi trovavo. Ero a ridosso di una strada, terrorizzato all’idea di uscire dalla boscaglia e di rendermi visibile, con la possibilità di essere individuato e ucciso. Morto... io? E chi ci aveva mai pensato prima?!? Cercai di seguire la stradina di montagna, ma restando sempre nascosto all’interno della vegetazione. Dopo tre ore di cammino, vidi in lontananza la fermata del pullman. Non avevo scelta. Avrei dovuto prenderlo. Era l’unico modo per allontanarmi velocemente da lì. 148


Mi sistemai dietro la piccola tettoia della fermata. Fortunatamente non dovetti attendere molto. Una vecchia corriera dal colore rosso fiammante fece capolino da dietro la curva. «Scusi» chiesi al conducente, un trentenne con i capelli rasati e le sopracciglia molto folte, «dove va questa corriera?». L’uomo non fece in tempo a rispondere; dai sedili dietro, una voce femminile disse: «Va direttamente in centro». Mi girai in direzione della voce. Non riuscii a metterla subito a fuoco. «Ester!» quasi gridai. «Che ci fai qui?». «Io ci abito da queste parti. Tu piuttosto, che ci fai qui?». Mi sistemai a sedere vicino a lei. Che piacere mi faceva vederla. Un’anima amica. Anche se la nostra amicizia non era iniziata nel migliore dei modi, sentivo che di lei mi potevo fidare, che c’era un legame tra noi. Non potei che ringraziare la provvidenza per avermela fatta incontrare. Sedeva in fondo alla piccola corriera, con un vestitino che le arrivava appena sopra le ginocchia, piuttosto attillato, tanto da mettere in evidenza la morbidezza delle forme. La trovai graziosa, con un bel taglio di capelli, e notai nuovamente quell’espressione serena, che tuttavia nascondeva un fuoco solo provvisoriamente spento. «Credo di essere in guai seri, sai?» le dissi. 149


«Addirittura! Che altro hai combinato? Non eri soddisfatto di avermi fatto licenziare? Non riesci proprio a stare fermo un momento?». «Sembra proprio di no...» ammisi. «E quindi? Come mai sei qui? Probabilmente sei il primo turista finito da queste parti nella storia...». «Ne avrei fatto proprio a meno, ti dirò». Le raccontai tutto quello che mi era successo. Mentre le descrivevo la vicenda, mi rendevo conto sempre del casino in cui mi ero ficcato, anche perché le espressioni di terrore di Ester non mi rassicuravano per nulla. «Certo che sei stato un bel coglione» commentò alla fine. «Per prima cosa a spaccare la faccia a Pedro. Secondo, ad aiutare quei due cretini in un affare del genere». «Concordo pienamente, ma ora i fatti sono fatti. E più che rammaricarmi per gli sbagli preferirei trovare un modo per uscire da questa merda di situazione. In centro c’è una stazione dei treni?». «Come no… c’è anche l’aeroporto! Mattia, in questo posto non sanno nemmeno cosa siano i treni. I ragazzi si mettono in strada a guardare la corriera che arriva due volte al giorno. Semivuota, solitamente». «Oh cazzo, quindi non c’è modo di andarsene da qui». «Sì, con la corriera di domani mattina. Se vuoi puoi dormire a casa mia. Siamo io e mia madre...». La guardai mentre si spostava la frangetta dalla fronte. Dissi: «Grazie». 150


26.

La casa di Ester era piccola, ma molto dignitosa. Con un bel giardino fitto di alberi da frutta e cespugli fioriti. La camera da letto era arredata con uno stile molto personale. Notai la foto di un orso bianco sopra il letto. «Come mai quella foto? È bella». «L’orso è il mio animale preferito. È molto affascinante. Gli orsi hanno diverse sfaccettature: c’è l’immagine tenera dell’orsacchiotto di peluche ma anche quella spaventosa dell’orso grizzly. Sono molto seri, ma possono essere veramente buffi, soprattutto quando si muovono come gli uomini. Sono tra i pochi animali assieme alle scimmie e ai gorilla che possono stare in posizione eretta per lungo tempo. Poi sono indipendenti, non girano in branco come quegli sfigati dei lupi e sono molto coraggiosi. Spesso affrontano da soli interi branchi di lupi, mettendoli in fuga». «Sì, in effetti non è per nulla male l’orso, ora che ci penso» dissi pensando alla “Tana dell’Orso” e visualizzandone l’insegna, che solo in quel momento mi apparve piuttosto trash: un orso seduto al tavolo, tutto sorridente, che sorseggia una bella pinta di birra. «Quanti abitanti ci sono qui, in questo paese?» chiesi. 151


«Siamo qualche centinaio». «Ma come fai a vivere qui?» «Non è mica male sai? A me piace starci. Ho degli amici». «Non ti viene voglia di andare a vivere in un posto più grande, dove c’è più energia?». «Ci sono stata, cosa credi? Ho vissuto a Città del Messico per due anni». «Come mai?». «Studiavo, ma era anche per fare un’esperienza. Mi piace Città del Messico». «La conosco, ci sono andato anch’io. È pazzesco che negli anni trenta fosse il centro culturale del mondo». «È anche per questo che mi piace. Ha un’aria un po’ nostalgica, per i bei tempi che furono». Guardai tra i cd: John Spencer Blues Explosion, Oblivians, Prisoners, Fleshtones. «Ascolti garage rock? Non avrei mai detto...». «Ah sì, lo ascoltavo. Ultimamente molto meno. Adesso ascolto più elettronica, ma nemmeno molto quella. E comunque quei cd fanno più da arredo ormai, sai, con il computer... Quando ero in Messico avevo un fidanzato che suonava in un gruppo garage rock mariachi. Era mezzo friulano, mezzo afgano. La madre era di Pordenone, aveva una ditta di import export con affari in Medioriente. E aveva conosciuto questo uomo afgano, bellissimo. Ho visto le foto. Si erano sposati ed erano andati a vivere 152


vicino a Pordenone. Lei si era convertita all’Islam e faceva strano una famiglia musulmana in quei luoghi, alla fine degli anni ottanta. Posto particolare il Friuli, comunque. Il più simile all’Afghanistan in Italia, credo... Be’, Fadir è cresciuto nella profonda provincia italiana. In quelle zone non so perché suonano tutti punk, reggae, new wave. Il gruppo dove Fadir suonava la chitarra si era messo in evidenza in qualche festival di garage rock e avevano avuto un aggancio per andare a suonare negli Stati Uniti. Partì nel ’92 e non tornò più in Italia. Rimase a vivere un anno a Los Angeles dove conobbe la musica mariachi e tutte quelle sonorità che fondono punk, rock e musiche tradizionali messicane». «Calexico e roba del genere?» chiesi. «Sì! Ma conosci? Come mai?». «In realtà a me stupisce che la maggior parte della gente non li conosca...». «Hai ragione a pensarci bene. Ad ogni modo… dove ero rimasta. Ah sì, insomma si è trasferito a Città del Messico». «E qui entri in scena tu» dissi. «Eh sì..». e vidi un velo di malinconia abbassarsi sugli occhi. «Sì sì, entro in scena io. Siamo stati assieme un anno circa, poi suo padre ha deciso improvvisamente di tornare in Afghanistan, a combattere a fianco di Mullar contro i Talebani. Da anni era entrato in crisi e nell’estate del ’94 si decise a partire. Inizialmente Fadir non era d’accordo 153


con la scelta del padre, che aveva abbandonato la madre e l’azienda... Ma poi, chissà che gli è saltato in testa, un po’ il richiamo del sangue, un po’ la sua maledetta testa così idealista, la minaccia talebana per l’Afghanistan, insomma un bel giorno ha deciso di raggiungere suo padre». «Pazzesco!» dissi. «Un tipo in gamba. Come hai detto che si chiamava?». «Fadir, ma quando suonava in America il suo nome d’arte era Eric D’Alessandro». Guardai fuori dalla finestra. Il cielo si era improvvisamente rannuvolato. «E sai più niente di lui?». «Mi scrive delle lettere ogni tanto, ma non gli posso rispondere perché non so dove si trova, non ha una casa. Nell’ultima lettera mi diceva di vivere nelle montagne della regione dei Cinque Leoni, con un orso bruno che aveva salvato da un branco di lupi quando era un cucciolo». «Ah, ecco perché l’orso…» dissi. «No no, ti giuro. Quella foto è lì da quando ho quattro anni. Guarda tu stesso quanto è consumata. È una coincidenza che ogni tanto mi fa pensare». «Ma perché sei tornata qui? Non mi dirai perché Eric D’Alessandro se ne era andato?!». «No, non per quello. Per via di mio padre. È morto in un incidente. Sono rientrata in Spagna, e non sono più ripartita. Mia madre era rimasta da sola. Aveva bisogno di me». 154


Rientrammo in salotto. La casa di Ester sembrava una baita di montagna. «Tra poco devo andare a prendere mia madre in magazzino». «Che lavoro fa?» chiesi. «Produciamo tappi di sughero. Siamo piccoli, ma abbiamo clienti fedeli. Adesso stiamo costruendo il sito. Vorrei provare a promuovere la nostra ditta tramite internet. Mi piace come sfida. Sono stata proprio oggi a parlarne con una piccola società di marketing on line a Cadice». «Mm… non lo so» feci. «A me sembra strano che riesci a vivere in questo posto abbandonato da Dio, per quanto sia il “tuo” posto». «Preferirei non parlare di questo argomento» mi disse, con un sorriso forzato. Si mise a posto la frangetta con un gesto rapido della mano. «A proposito» aggiunse aggrottando le sopracciglia, «ti rendi conto che non mi hai mai detto cosa sei venuto a fare qui? Di certo non una vacanza... non solo, almeno». Fu la mia volta di sorridere nervosamente. «Hai ragione. Almeno tu qui ci sei nata. È davvero molto più strano che io mi trovi in questo posto. Sto cercando una persona. O meglio, due persone: la prima è un fotografo. La seconda sono io. E sono difficili da trovare entrambe. Direi però che potrei trovare la seconda solo una volta trovata la prima». «E perché le cerchi proprio qui?». 155


«Tre mesi fa a una mostra fotografica ho visto una foto. Una foto che mi riguardava. Era la foto di casa mia, dove vivevo da piccolo. Il fotografo si chiama Armando Filabelli». «Armando Filabelli?! «Sì, Armando Filabelli... lo conosci?». «Lo conoscono tutti in paese».

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27.

Attorno alle dieci di sera eravamo in auto, verso la casa di Armando Filabelli. Avevo raccontato tutta la storia ed Ester mi aveva ascoltato con grande interesse: pareva dentro di me con gli occhi. L’interesse, se non è reale, si capisce. Quella ragazza aveva preso a cuore la mia vicenda. Mi piaceva sempre di più. Era una persona pura. Merce preziosa. Pensai a quel pirla di Eric D’Alessandro che aveva rinunciato a lei per andare a mangiare la polvere in Afghanistan. Poi ci pensai meglio... non mi era possibile giudicare la scelta di quel tizio, avrei potuto farlo anch’io; quante volte avevo rinunciato all’amore puro di una ragazza per cercare qualcosa che neppure io sapevo bene cosa fosse? E poi cos’è l’amore? L’anno successivo può tramutarsi in odio, anche per una serie di eventi casuali, senza che ci sia la colpa di qualcuno in particolare. Come al solito il pensiero della transitorietà di tutte le cose mi intristì. «Qualcosa non va?» mi domandò Ester. «No no, tutto a posto». Proprio sensibile questa ragazza. Se penso al brutto tiro della bottiglia di vino...

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La casa di Armando era a circa mezz’ora dal centro del paese. Una vecchia casa, isolata, aggrappata faticosamente a un precipizio, a ridosso della strada. Ebbi un momento di incertezza. Paura quasi. Dietro quelle mura poteva esserci qualcuno che sapeva... magari anche solo un indizio, un rimando, ma che avrebbe potuto aiutarmi a continuare a cercare, a capire che cosa fosse realmente successo in quella lontana notte. Parcheggiammo lungo la strada, poco prima della casa. Vidi Ester scendere e dirigersi di gran lena verso la porta di ingresso. Era socchiusa. La scostò ed entrò. Io la seguii. Ci trovammo nella cucina. Un luogo disadorno, con un mobilio vecchio e di scarsa qualità. In fondo alla stanza una tv stanca, anni ottanta, a fianco di una massiccia caldaia incrostata di cenere. Dalla porta aperta era possibile vedere il cucinino e in fondo il forno a gas. C’era odore di cibo sul fuoco. Carne, spezzatino forse... Dal cortile si sentì un urlo. «Ah, brutta figlia di puttana! Cosa hai fatto!». Ester mi guardò stupita. Uscimmo di corsa. Vidi un uomo, vestito con una spessa camicia a scacchi, senza una gamba, che zampettava fuori da un pollaio. Aveva una lunga barba bianca e i capelli che gli coprivano le spalle. Ebbi un sussulto. Era preciso a Goran! Ma non poteva 158


essere Goran. Goran sarebbe stato molto più vecchio! Eppure la somiglianza era impressionante. Addirittura senza una gamba come lui. Come era possibile?! Non lo vedevo da venticinque anni. Avevo un ricordo vago, più che altro mitizzato dai racconti di zia. Ma non poteva essere lui. Avrebbe dovuto avere almeno venti anni di più. Il vecchio inveiva e bestemmiava, mescolando italiano e spagnolo. Io tremavo quasi, dalla tensione. Chi poteva essere, quale poteva essere la spiegazione? Che fosse il diavolo? Quello che aveva ucciso il farmacista e fatto sparire nel nulla mio padre, come avevano sospettato le vecchie del paese? Che Goran fosse il demonio? Si dice che il demonio sia affascinante e astuto... e Goran odiava il farmacista. Ma adorava mio padre e mia madre... Non ci capivo più nulla. Stavo delirando. L’uomo si girò verso di noi. Lo vidi chiudere gli occhi a fessura per cercare di inquadrarci. La sua espressione mutò rapidamente, appena incrociò gli occhi di Ester. Era come se la purezza di Ester lo avesse invaso «Ester! Che ci fai qui?» gridò aprendosi in un sorriso. «Che è successo, Armando? cosa ti manda su tutte le furie?». «Quella maledetta faina bastarda! Mi ha ammazzato altre tre galline e due conigli. La Giovanna tra l’altro, hai presente la Giovanna?». 159


«No Armando, non ce l’ho presente..». «Ma te ne ho parlato mille volte!» disse. «Era la più bella di tutte, con quella sua camminata regale. E poi da sola faceva più uova di tutte le altre messe assieme. Una lavoratrice instancabile! Una volta l’ho sentita dire “Volentieri! Ma domani torno in albergo”. Questo te lo avevo detto!». «No Army, non mi ricordo una cosa del genere. Me lo ricorderei che una gallina ti ha parlato, credo». «Mm, è possibile. Ma forse hai ragione, sai? Non te l’ho mai detto. Deve aver pronunciato quella frase ieri pomeriggio. Chissà che intendeva quella stupida bestia». «Ma come stupida bestia? Non era il tuo idolo?». «Certamente! Ma ogni tanto mi faceva arrabbiare. Oh se mi faceva arrabbiare. Era consapevole del suo valore e lo faceva pesare!». Non saprei dire come mi sentissi in quel momento. Debole, comunque. Era chiaramente uno squinternato; poteva essere quello il personaggio utile alla mia causa? Cosa poteva sapere? E anche supponendo che sapesse qualcosa più di me, poteva ricordarsene, un uomo ossessionato dalla gallina Giovanna? Eppure la somiglianza con Goran, così impressionante, quella gamba monca, aveva seriamente qualcosa di familiare. Forse semplicemente la pazzia. Come la pazzia di mia madre. Ci avvicinammo, mentre lui allungava una mano per prendere le stampelle appoggiate al muro scrostato, con i mattoni a vista. 160


«Volevo presentarti un amico» gli disse Ester. Allungai la mano. Sembrò quasi che mi vedesse per la prima volta in quel momento. Mi guardò lungamente negli occhi. E la cosa mi fece effetto. Me la strinse sorridendo ed esibendo le sue gengive sdentate. «Vorrebbe chiederti qualcosa..» continuò Ester. «Qualcosa? E che cosa? Qualche consiglio di giardinaggio? Ti avverto subito, giovane. Ho abbandonato il giardinaggio da molti anni. Mi ha deluso». «Non si direbbe, a giudicare da questo splendido posto» osservai, accattivante. «Splendido? Fa schifo ora! Avresti dovuto vederlo dieci anni fa. Te lo ricordi Ester?» «Sì Armando, questo me lo ricordo». L’uomo si guardò attorno, circospetto. «Andiamo a sederci sotto gli alberi». Erano tre salici enormi. Si accese un sigaro consunto che tirò fuori dalle tasche dei pantaloni. I primi tiri furono godimento puro, poco ci mancò che voltasse gli occhi dal piacere. Un piacere del genere nel fumare lo avevo visto solo nel volto di Luca. Ma eravamo in Giamaica. Poi mi guardò serio. «Allora, giovanotto. Cos’è che vuoi chiedermi?». Non sapevo da che parte iniziare. Mi chiedevo come 161


mai quel bizzarro personaggio avesse scattata quella foto. Quale legame potesse unirci. «Signor Filabelli… io sono qui per un fatto che avvenne ben venticinque anni fa». Ero riuscito ad ottenere un’aria solenne e ora il vecchio sembrava ascoltarmi con attenzione. Sembrava di colpo rinsavito. «Due mesi fa» continuai, «a Milano… io vivo a Milano.. sono andato a vedere una mostra fotografica. Lei è un fotografo, giusto?». «Lo sono stato. Ma sono stato tante cose nella mia vita». «Be’, quella domenica, in quella esposizione, vidi una foto che mi riguardava. Era la foto di una casa. Una foto scattata venticinque anni fa. A San Polibio». Il vecchio aggrottò la fronte, guardandomi dritto negli occhi. Aveva assunto un’espressione seria ed attenta. «Giovanotto, ma chi sei?» mi chiese, parlando lentamente. «La foto ritraeva la mia casa, quando avevo nove anni. E sul muro c’era la scritta “Domenico, che cosa ti sei perso”». «Mattia? Sei Mattia?!» lo disse in italiano, con un leggero accento del sud. Fu come una coltellata al cuore. Nel momento in cui pronunciò il mio nome lo riconobbi. «Damiano? Tu sei Damiano!?». 162


Vidi due lacrime grandi come gocce di pioggia solcargli le guance. Se le asciugò con la mano rugosa, si alzò e venne ad abbracciarmi. Lo abbracciai a mia volta, senza riuscire a trattenere il pianto. Era come se un groppo di emozioni si fosse sciolto in lacrime. Quello che mi raccontò poi, fu come una liberazione. Incredibile come le persone possano cambiare ai nostri occhi quasi di colpo. In quel momento il vecchio bizzarro si era trasformato in Damiano. Improvvisamente riconoscevo le sue espressioni, la leggera piega del labbro all’ingiù quando rideva. Un po’ come una ragazza che, quando smetti di amarla, ai tuoi occhi cambia quasi i lineamenti. E quegli occhi caldi diventano dei semplici occhi, e quella bocca invitante diventa una semplice bocca. «Mattia, non avrei mai creduto di rivederti! Come sei cambiato. Sei enorme. E ti sei tagliato i capelli!». «Damiano, avevo otto anni. Il caschetto di capelli biondi non mi dona più». «È vero, faresti veramente schifo!» rise allegramente. «Ma dimmi» continuai, «come sei finito qui? E la gamba, che ti è successo? Lo sai che quando ti ho visto ho subito pensato a Goran! Guarda te, non mi sei venuto in mente tu, ma Goran!». Rise ancora. «Caro Mattia, che felice sono di vederti! Ero convinto 163


che se avessi visto qualcuno di San Polibio, di quei tempi, sarei morto di nostalgia. E invece la tua presenza mi sta riempiendo di gioia». Sembrava veramente contento. «Mi sono successe un sacco di cose» continuò, «come immagino saranno successe anche a te. A chi non succedono? Quanto alla somiglianza con Goran, è una cosa che è accaduta, che sta accadendo e che nemmeno io so spiegarmi. La gamba l’ho persa in un incedente di moto, con Penelope». «Chi è Penelope?» «Chi era Penelope, vorrai dire. La mia ex moglie. Morì in quell’incidente. L’avevo conosciuta a Roma ventitré anni fa, ormai». Il suo viso si fece triste. «Per anni ho creduto fosse stata una sorta di maledizione...». «Maledizione? Perché?» domandai. «Dopo quella notte tragica, quando perdemmo sia tuo padre che tua madre, caddi in una profonda depressione. Il paese, per quanto mi riguardava, non era più lo stesso. Tutti i luoghi, le strade, il mare anche, erano diventati freddi, come estranei. Lo sai, io ci vivevo a casa tua. Eravate la mia seconda famiglia, la prima per certi versi. Decisi quindi di trasferirmi a Roma, ospite di Osvaldo. L’unico filo conduttore con il passato erano la pittura e l’arte figurativa. Mi appassionai sempre di più alla fotografia; già a San Polibio ne avevo intuito le potenzialità espressive, ma non ero mai andato oltre qualche scatto. Fu proprio a Roma che questo mio interesse prese forme sempre più chiare e delineate. Percepivo una chiara predisposizione 164


verso esposimetri e teleobiettivi, tutto mi veniva facile e mi appariva evidente. Iniziai a frequentare quasi naturalmente una amica di Osvaldo, una ragazza di Lisbona, molto ricca, appassionata e collezionista d’arte, che aveva ovviamente i contatti giusti e che mi introdusse in breve tempo negli ambienti che contano. Divenni un fotografo piuttosto quotato». Si accese un nuovo sigaro. «Un giorno» continuò, «ricevetti la telefonata di Goran. Sì, di Goran. Si sarebbe trasferito per qualche mese a Salvador, in Brasile, per affari. Non capii mai che affari, sinceramente. Come al solito. Sembra avesse delle proprietà, boh... Mi invitò a raggiungerlo, aveva posto in abbondanza per ospitarmi». Io ed Ester lo ascoltavamo con attenzione. Mi stupiva il fatto che sembrava improvvisamente aver ripreso il possesso delle sue facoltà mentali. «Fare il fotografo mi piaceva, mi dava addirittura da vivere, ma sentivo che mi mancava qualcosa. Ogni tanto mi sembrava di rubare. Qualche scatto, e potevo guadagnare migliaia di euro. Avevo talento, sì, ma il talento non è un vanto, è una fortuna. Così decisi di partire: una ventina di giorni, perché poi sarebbe iniziata una serie di mostre in Italia e mi aspettavano alcune esposizioni anche all’estero». In quel momento vidi scostarsi la porta della stalla e fare capolino, zampettando, un coniglio. 165


«Quando raggiunsi il Brasile, l’atmosfera mi folgorò immediatamente. Tra l’altro Goran, oltre a svolgere questi affari, e non saprei dire quando lo facesse, prestava servizio di volontariato presso un istituto che si occupava di dare assistenza ai bambini delle favelas con problemi familiari. Iniziai a frequentare quei luoghi con cautela, inizialmente, andando a trovare Goran durante l’ora di pranzo. Successivamente lui stesso mi chiese di mettere a posto il pezzo di terra che circondava l’edificio. Si ricordava della mia passione per il giardinaggio. Accettai di buon grado». Il coniglio si era fermato di fronte a noi a fissare Damiano. Sembrava ascoltarlo con attenzione. «Erano anni che non prendevo in mano un rastrello e mi resi conto che mi mancava il contatto con la terra. Avevo bisogno di una pausa da quegli ambienti artistoidi e un po’ snob che mi davano da mangiare. Fu in quel periodo, accanto a Goran, che scoprii delle capacità, sì… possiamo dire delle facoltà, che non sospettavo di avere. Avevo immaginato di trascorrere quei venti giorni in spiaggia a dorarmi come un bronzo, sollazzato dalla vista di splendide mulatte. In realtà passavo praticamente l’intera giornata tra le bianche mura dell’istituto o in giardino, attirando la curiosità dei ragazzini: quelli, prima con diffidenza poi sempre con maggiore entusiasmo, iniziarono a darmi aiuto nel lavoro in giardino. Alcuni zappettavano, altri spingevano la carriola, altri si davano da fare con la pala. Mi resi ben presto conto che riuscivo a trasmettere un forte 166


senso di serenità e calma in quei bambini. Goran mi disse che aveva sempre percepito in me una sorta di capacità. Li mettevo a loro agio. Sembrava che quando stavano con me riuscissero a dimenticare le loro vite disperate. E non era cosa da poco. I ragazzini erano agitati da una violenza sotterranea assorbita dagli ambienti di degrado dov’erano nati, dalle loro famiglie devastate dalla povertà, sempre che ne avessero una. A dieci anni erano capaci di accoltellarsi per un giocattolo: un bimbo di dodici anni fu fermato in tempo mentre stava per violentare una educatrice di ventidue». Improvvisamente si voltò verso il coniglio, che nel frattempo si era trasferito sotto l’albero, per mangiare dell’insalata lasciata lì apposta da Damiano. «Mangia piano, cretino!» disse all’animale. Poi, rivolgendosi a Ester: «Ti ricordi quel cretino, due mesi fa, che ha vomitato l’anima? Stava per tirare le cuoia! È per questo motivo, mangia come una bestia». «Me lo ricordo, sì..». rispose Ester. «Mi hai svegliato alle due di notte per dirmelo! E d’altronde sempre bestia era…». «Era così tardi? Be’, per fortuna l’ho fatto, se non l’avessimo portato da Josè, sarebbe morto». «Chi è Josè?» chiesi. «Il veterinario» mi rispose Ester, che nel frattempo si era alzata ed era andata ad accarezzare l’animale. «Mangia piano, Guglielmo!» ripeté ancora Damiano. 167


Non potei non pensare al cane Guglielmo e alle sue sopracciglia bruciate. Effettivamente il coniglio gli somigliava… aveva il muso un po’ schiacciato. Stavo per chidergli se gli avesse dato quel nome in onore del vecchio cane Guglielmo, ma in quel momento Damiano riprese con il suo racconto. «Io e Goran eravamo sempre assieme. Lui passava notte e giorno nell’istituto. Non sembrava fornisse un semplice supporto. Potrei dire che l’istituto si reggeva su di lui, tutti lo stimavano, pendevano dalle sue labbra. Era lui a prendere le decisioni finali. Tanto che ebbi il sospetto che fosse lui ad averlo fondato. Lo avevo sempre considerato una grande personalità, ma l’impressione era che in quella terra il suo carisma si fosse amplificato. Tutti lo rispettavano, gli educatori, le suore, i bambini stessi lo guardavano con ammirazione». Si alzò e sparì nel cucinino. Andò a prendere una bottiglia di Ribera del Duero, con tre bicchieri che riempì e ci porse, accompagnati da un bel sorriso. «Be’, insomma» proseguì, «i giorni passavano e io avrei dovuto rientrare a Roma, perché a breve sarebbe iniziato il mio tour promozionale. Chiesi di poter spostare le prime date più avanti. Poi di spostarne altre. Avevo delle cose da finire in Brasile, poi sarei rientrato, spiegavo al telefono a Penelope che mi ascoltava infuriata». Sorrise, dondolando la testa. Chiaramente i suoi pensieri stavano dolcemente accarezzando il ricordo di Penelope. 168


«Fu allora che iniziai a notare che andavo sempre più assomigliando a Goran. Il modo in cui camminava, leggermente ciondolante, il suono della sua risata. Guardandomi allo specchio scoprivo nel mio viso le sue espressioni. Mi ero fatto crescere la barba come la sua, senza rendermene neppure conto. E stava diventando bianca come la sua. Mi sentivo vigoroso, come mai prima, e i fili argentati che spuntavano dal mento e dalle guance sembravano semplicemente essere l’espressione della saggezza e della forza che stavo acquistando da quella esperienza e dalla frequentazione di Goran». Diede un bel sorso di vino. «Passarono otto mesi, e io non ero ancora rientrato in Italia». «E la tua carriera di artista?» chiese Ester. «È per questo che non fai più il fotografo?». «Il mio tour promozionale saltò. Penelope mi lasciò e la mia carriera colò a picco. Ma io ero felice. Mai stato così bene. O meglio, non me ne importava nulla. Mi sembrava una cosa irrilevante e lontana. La vita frenetica dell’artista non mi mancava per niente. E nemmeno Penelope mi mancava. Assaporavo la libertà. Non avere impegni da rispettare se non quello di mangiare, bere, dormire, chiacchierare e tenere in ordine il giardino mi rendeva euforico. Una pace euforica. Una sensazione che non avevo più provato da quelle serate sulla terrazza di casa tua». Vidi un velo di malinconia inumidirgli gli occhi. Mi 169


sentii colpevole per avergli fatto rievocare i momenti felici della sua vita. «Ma che fai ora?» gli chiesi. «Come ti guadagni da vivere?». Improvvisamente un sorriso infantile gli illuminò il volto. «Dipingo!» esclamò. «Adoro dipingere! È stato Goran ad insegnarmi i rudimenti, ricordi? L’uso dei colori, le basi del disegno. Ti ricordi, già a San Polibio. Poi anche a Salvador. Dipingo e vendo i miei quadri nei porti. Giro un po’ tutta la costa. A Tarifa faccio gli affari maggiori. S’intende, non ho il conto corrente di Picasso, ma mi è sufficiente per mangiare, bere, chiacchierare, comprare i colori e curare il mio giardino». Rise ancora. Effettivamente, a guardarlo bene sembrava sereno. Magari non felice, ma sereno. È già una buona cosa. Per alcuni è una condizione ancora migliore, perché non è suscettibile di oscillazioni. «Dovresti vedere che quadri stupendi i suoi!» intervenne Ester. «E sai come li disegna?». Feci no con la testa, ovviamente. «Con quella» disse, indicando con un cenno la gamba di legno. Non ero sicuro di aver inteso. Damiano doveva averlo capito. «Sì, proprio con questa!» rise. «Tutto è iniziato per 170


caso, Mattia. Una volta venuto qui in Spagna, dopo la perdita di Penelope e della mia gamba, la mia identificazione con Goran era completa. La fotografia per me era un capitolo chiuso. Ripresi quindi a dipingere, a rappresentare la natura, ma lo facevo, direi, con rancore. Avevo bisogno di scaricare la mia rabbia sulla tela. Con colori violenti, scagliati da lontano. Fu in uno di questi impeti che inavvertitamente infilai la mia gamba di legno in un vaso di colore. Quasi caddi e mettendo in malo modo a terra questa benedetta protesi, vidi che si era disegnato casualmente un salice piangente praticamente perfetto. Non in senso realistico. Trasmetteva malinconia, seduzione e amore per tutto ciò che è bello e di buon gusto. Le linee contorte del tronco rimandavano al viaggio, al sogno, all’onestà, a una certa sofferenza amorosa e bisogno di un’ancora. Rimasi alquanto stupito. Mi sembrò un miracolo. Era il più bell’albero che avessi mai realizzato e mi disperai per il fatto che fosse sul pavimento e non sulla tela. Ma poi pensai, perché non riprovare? Presi la tela dal cavalletto e la buttai a terra. Infilai il legno della mia gamba in un barattolo di colore rosso. Alzai di colpo la gamba, facendo schizzare il colore sulla tela. Avevo ragione. Un altro salice piangente rosso fuoco si era formato sulla superficie del quadro. Provai altre volte. Ed altre ancora. E non ho più smesso». Non saprei dire come mai, ma credetti immediatamente a quanto mi disse, per quanto assurdo potesse sembrare. Goran ci aveva abituati a fenomeni al di fuori dell’ordi171


nario e Damiano sembrava per certi versi averne raccolto l’eredità. Non solo fisicamente, quindi. «Vieni, vieni» mi disse allungando le braccia verso di noi per chiederci un aiuto ad alzarsi. Si sollevò facendo leva sulle mie braccia. Attraversammo il giardino e rientrammo in casa. Lo seguimmo curvandoci ed infilandoci in una porticina nel sottoscala. Ci ritrovammo nel suo laboratorio. Decine di quadri, uno sull’altro, riempivano le pareti e il pavimento. Al centro, i barattoli di colore aperti sembravano funghi in un prato. Il tema dei suoi quadri era sempre la natura: montagne, prati, nuvole aggrovigliate, bianche come avorio, vallate infinite facevano da sfondo a questi salici enormi, approssimativi, potentissimi e violenti, realizzati con i colori più improbabili. Contrastavano con il resto della composizione, così minuziosa, iperealistica. Erano un elemento esterno, surreale, incomprensibile, sbattuto nella realtà. Forse così lui intendeva la vita: l’imponderabile, il bizzarro che si staglia sul reale. Damiano sembrava sereno lì in mezzo. Soddisfatto. Pareva guardare lontano, come se si trovasse in cima a una montagna e contemplasse tutto il paesaggio attorno. Osservare i propri quadri era per lui come guardarsi da un’altra angolazione, perché in quei dipinti c’era una parte di se stesso. 172


C’erano il suo impegno, la dedizione nella realizzazione degli sfondi, e la sua istintività, l’irrazionalità nel salice che campeggiava al centro della composizione. Studiava i suoi dipinti e studiava se stesso. Uscimmo dal laboratorio e andammo a sederci in cucina. Ci offrì lo spezzatino che aveva sul fuoco, innaffiato con dell’altro ottimo vino spagnolo, che mi rovesciai subito addosso. Poi Damiano sparì in camera per ricomparire con una spessa camicia a scacchi di tessuto grezzo. Me la porse, riempiendomi nuovamente il bicchiere. Stavamo parlando della casa, così particolare, messa a strapiombo su quel burrone e del paese, abbandonato da Dio e dagli uomini, quando, improvvisamente, Damiano ci guardò stupito. «Ma voi due, come vi conoscete?» ci chiese. Era la prima volta che si pose la domanda. Ester si mise a ridere: «Ci siamo conosciuti a Sombra… ti ricordi che ti avevo detto che per colpa di uno stronzo avevo perso il posto di lavoro? È lui il signor stronzo!». «Sul serio?» domandò serio Damiano. Ci mettemmo a ridere tutti e tre. «Ma avevi detto che con lo stronzo non ti sarebbe dispiaciuto fare qualche porc...». «Basta adesso!» gridò Ester, arrossendo. «Non ho mai detto una cosa del genere! Sei sempre il solito!». 173


Io e Damiano continuammo a divertirci un mondo mentre Ester bolliva dall’imbarazzo. Diedi un bel sorso di vino. Iniziava a farsi sentire.. «A proposito Damiano, ma come mai ti fai chiamare Armando Filabelli?». Lui si fece di colpo serio. Sembrò cadere dalle nuvole, Come se per la prima volta avesse sentito quel nome. Poi, quasi scuotendosi, spiegò: «Ah, era un nome più esotico. Me lo affibbiò Penelope, quando decise di investire sulla mia carriera di fotografo. Mi ci sono abituato ormai. Fa parte di me. Se mi chiamano Armando o Damiano, è la stessa cosa. Non mi accorgo nemmeno della differenza. È un doppio accesso alla mia persona. A proposito, tu mi stai chiamando Damiano, mentre Ester mi sta chiamando Armando, vero?». «Sì sì» dissi. Poi, rivolgendomi ad Ester, che era andata sull’uscio ad accendersi una sigaretta, le chiesi: «Ma come mai vi conoscete così bene?». «Penelope era molto amica di mia madre. Amiche d’infanzia. Da bambine giocavano nello stesso cortile. Poi Penelope, più inquieta, si è trasferita in Italia per studiare e a Roma ha sposato un giovane appartenente all’aristocrazia romana. Cinque anni di matrimonio e poi il divorzio. L’avvocato riuscì a strappare al marito un bell’assegno mensile, con il quale Penelope poteva vivere agiatamente, senza dover lavorare, e dedicarsi all’arte». «Qualche anno dopo sono arrivato io» continuò Da174


miano. «Siamo finiti a letto la prima sera che ci siamo incontrati. Già mi stavo dilettando ad armeggiare con macchine fotografiche, obiettivi, grandangoli e altro. Lei decise di diventare la mia manager, di investire su di me. Aveva i soldi e le conoscenze giuste. Non fu difficile diventare un fotografo quotato. Ben inteso, io ho sempre avuto un bel talento per l’arte figurativa…» aggiunse con un sorrisetto ironico. Rimase in silenzio per un po’, ostaggio dei suoi ricordi. «Un bel periodo. Ero andato a vivere a casa sua, una bella villa sull’Aventino, con una vetrata enorme su un parco rinascimentale. C’erano le cene con i suoi amici, le feste. Li riconoscevo come snob, ma a me in quel momento andava bene così. Avevo bisogno di evadere, di cancellare il passato. Uscivo da un periodo difficile. Ma finii col rendermi conto che quel mondo non era il mio; adoravo Penelope e la sua energia, ma non mi piaceva il suo ambiente. Da giovani si pensa che basti l’amore e tutto il resto venga da sé. Purtroppo ho constatato più volte che non è vero. Tanto che quando Goran mi propose di raggiungerlo in Brasile, per me fu una boccata d’aria, e per quattro anni non vidi più né sentii Penelope. Fu solo dopo la morte di Goran che Penelope mi raggiunse in Brasile e ci riavvicinammo». La morte di Goran. Mi fece impressione sentire che Goran era morto. Non mi ero proprio posto la questione. Per me era immortale. Spesso se ne andava senza dire 175


niente e ritornava allo stesso modo. Ma mai avrei concepito che avrebbe potuto andarsene per sempre. «Come è morto?» chiesi, quasi svuotato. «Non te lo saprei dire, Mattia. È morto. Ci ha messo due giorni. I medici non sono certi. Un’infezione presa da qualche animale domestico all’istituto. Forse. Due giorni di febbre alta e dolori atroci, e non c’era più. Fu un colpo. Quando la suora mi venne a dare la notizia io corsi in camera sua a contemplare il suo viso bianco come il muro della sua stanza, e capii che niente più lì sarebbe stato lo stesso. Infatti l’istituto chiuse nel giro di sei mesi e i ragazzini furono ributtati là da dove venivano, abbandonati a loro stessi. Mi resi conto del fatto che non valevo niente, che se avevo trovato un equilibrio lì era grazie a Goran che reggeva le fila di tutto. Che da solo non ero in grado di mandare avanti un bel niente. Che l’istituto non poteva reggersi su di me e al massimo potevo piantare qualche nuovo albero o far ridere un bambino. Ma essere un grande uomo è un’altra cosa. E Goran lo era». Lo disse con ammirazione e invidia al tempo stesso. «Mi sentii tradito» disse poi. «Aveva interrotto il mio processo di immedesimazione in lui prima che fosse completato. Non poteva aspettare ancora un po’ prima di morire? Giusto il tempo di diventare esattamente come lui e poi avrei proseguito io il suo lavoro. E invece no. Ci aveva lasciati tutti all’improvviso e in quel modo stupido, senza darci la possibilità di correre ai ripari, di prendere delle 176


contromisure. Una sera, chiamai Penelope per sfogare il mio dolore. Due al mondo erano le persone che avrebbero potuto capire come mi sentissi: una era tua madre, l’altra Penelope». Guardò Ester, come a cercare nel suo volto qualcosa di Penelope. «Se non l’avessi potuta contattare» continuò, «sarei impazzito. Per fortuna rispose, altrimenti non saprei dire come sarebbe andata a finire quella notte. Parlare con lei mi diede una tregua. Fu come un piccolo porto sicuro in un mare in tempesta». Rise, con lo sguardo perso nel vuoto. «Due giorni dopo Penelope mi raggiunse in Brasile, e la settimana seguente eravamo già rientrati a Roma; ma ci restammo per poco. Ormai quegli ambienti non ci appartenevano più. Penelope ebbe un’idea. Ritornare qui, nel suo paese natale. Accettai. Capii che non sarei stato felice, ma di certo sereno. Non ci serviva lavorare, il vitalizio di Penelope era più che sufficiente». «Quale vitalizio?» chiesi. «Gli alimenti, Mattia. Non finirò mai di ringraziare l’ex marito di Penelope. I suoi soldi, attraverso di lei, sono sempre stati parte determinante della mia vita» disse. Poi, rivolgendosi a Ester: «Io, Penelope e i tuoi genitori abbiamo passato anni splendidi... ma tu lo sai già. Non voglio ripeterti sempre le stesse cose, come un vecchio. La sera ci incontravamo qui fuori. C’era la sedia a dondolo 177


e parlavamo di poesia e di pittura, e io facevo i giochi di prestigio». «Come Goran» dissi io. «Sì, come Goran» sorrise Damiano. «Non c’eri tu, piccolino. Però c’era Ester». Mi voltai verso di lei. Aveva gli occhi lucidi. Pensava a suo padre. «Una sera» riprese lui, «mentre rientravamo da Siviglia, un camion ci tagliò la strada e ci venne addosso. Persi uno dei miei migliori amici, Penelope e la gamba destra». Il processo di identificazione con Goran era completato. Sentimmo suonare alla porta. «Chi può essere?» Damiano chiese, guardandomi stupito. «Non ne ho la minima idea, Damiano». Ester si spostò alla finestra per guardare fuori. «È Sonia». «Ah, falla entrare». Ester andò ad aprire, poi le due ragazze rientrarono nella stanza. Sonia era piuttosto grassa, molto più in sovrappeso di Ester, che era sì abbondante, ma carina. No, Sonia non era carina. «Eccoti qui» disse, venendo verso di me. «Piacere, Sonia. Ester mi ha parlato di te». Mi presentai sorridendole. 178


«Hai ragione, Ester» fece poi, rivolgendosi all’amica. «Si sta muovendo qualcosa in paese». Poi aggiunse, guardando me: «Potresti essere in pericolo. Ho parlato anche con Diego». «Chi è Diego?» chiesi. «Il barista del bar in piazza» mi rispose Ester. «Ha detto che un tizio con i capelli lunghi gli ha chiesto se avesse visto un ragazzo... che sinceramente corrisponde alla tua descrizione. Che era un suo amico...». Ricaddi improvvisamente sulla terra. Mi ricordai di colpo in che brutta situazione mi ero cacciato. Anzi, mi stupii del fatto di essere riuscito a dimenticarla, da quando mi trovavo in quella casa. Che forse anche su di me avesse presa l’effetto tranquillizzante di Damiano? Ma in quel momento ero spaventato. «Che è successo?» mi chiese Damiano serio. Gli raccontai tutta la vicenda. Di Pedro. Da quando lo avevo preso a calci nel culo in discoteca fino al suo incontro in compagnia di “quei bravi ragazzi” nella cava, assieme a Roberto e Francesco. Mi voltai verso Ester che mi guardava sorridendo. Ma leggevo un velo di preoccupazione. «Mattia, ora, senza farsi prendere dal panico» disse. «Pedro è un coglione e codardo, ma è anche abbastanza stupido da poter diventare pericoloso alla testa dei suoi scagnozzi. Farei così. Questa sera resta a dormire qui da Damiano. Domani mattina presto, verso le cinque, ti pas179


so a prendere in auto e ti porto via. Per te, Damiano, è un problema?». «Un problema? Ma scherzi?!» protestò. Poi, rivolgendosi a me: «Mattia, ovviamente puoi restare qui fin che vuoi». «Grazie Damiano» risposi. Poi: «Ester, ma sei sicura che te la senti? Potrebbe essere pericoloso». «Non ti preoccupare. Non ho paura di quella gente. Sono una ragazza coraggiosa io!» disse, con voce leggermente spezzata. «Forse è meglio che prenda il pullman domani mattina». «Ah certo! E perché non fai anche colazione in centro e non ci provi con la cameriera… giusto per farti notare, no?!».

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28.

Verso mezzanotte io e Damiano decidemmo di mangiare qualcosa. Ester era rientrata a casa. Come pattuito, sarebbe passata alle cinque del mattino a prendermi in auto e mi avrebbe portato a Cadice. Pensai alla sensazione di freschezza che mi aveva dato la prima volta che l’avevo vista nella locanda di Emilio e al modo superficiale con cui l’avevo trattata. Damiano nel frattempo si era messo all’opera tra i fornelli. Dopo aver pulito e lavato degli spinaci, li aveva messi a cuocere al vapore. A me diede il compito di affettare la cipolla e soffriggerla per una decina di minuti con un po’ di olio insieme agli spinaci strizzati, mentre lui aggiungeva panna, sale e peperoncino. Contemporaneamente sbatteva in una ciotola delle uova, con parmigiano e gruviera. Nel frattempo si parlava di San Polibio, ricordando le varie vicende che erano accadute e sfidandoci a ripescare i vari personaggi dal nostro passato, o a scoprire se qualcuno di noi due sapeva che fine avessero fatto. Della maggioranza di loro si erano perse le tracce. Di alcuni si sapeva che erano diventati ricchi, di altri che erano rimasti poveri; alcuni vivevano all’estero, altri erano sparsi in Italia, altri ancora erano rimasti a San Po181


libio. Alcuni erano morti, alcuni felici, altri tristi, uno si era fatto prete, Paolo aveva fatto una scoperta scientifica importante, Carla aveva fondato un ospedale in Sudan, Francesca era diventata prostituta, Luca agricoltore e Roberto parlamentare. Edoardo… poi mi disse di Edoardo, il mio migliore amico d’infanzia. Lui faceva parte di quelli felici e forse un po’ annoiati. Impiegato comunale a Foggia con due bambini e moglie collega di lavoro. Mi sembrò strano. Aveva un’aria così ribelle, con tutti quei capelli ricci e disordinati e lo sguardo fisso su un punto lontano. Damiano aveva il suo numero di telefono. Insistette per darmelo, ma non avrei mai trovato il momento giusto per chiamarlo. Una volta versato il composto di uova e formaggio sugli spinaci, mescolando, si impegnò a stendere una massa di pasta frolla sulla spianatoia infarinata per poi trasferirla in una teglia ben oliata che mise in forno. Ero ormai consapevole che nulla avrei saputo di più sul mio passato. Damiano purtroppo ne sapeva quanto me. Non c’era nessun misterioso fotografo depositario della verità: la foto era stata scattata il giorno dopo. Ma ero troppo contento di aver trovato Damiano. E in fondo, pensai, era meglio così: avevo questo buco, questo vuoto nella mia storia. Pazienza. Avrei trovato un altro modo per riempirlo. Per ora riempivo lo stomaco con quel meraviglioso 182


sformato di spinaci e scaldavo il mio cuore con ottimo vino spagnolo. Damiano mi chiese di mia madre. Non aveva mai avuto il coraggio di andarla a trovare. Troppo doloroso. Io ero troppo piccolo per capire, ma mia zia Matilde più tardi mi aveva confidato che più volte aveva avuto l’impressione che Damiano fosse in un certo modo innamorato di mia madre. Non a caso, da quando aveva cominciato a frequentare casa nostra, aveva ridotto notevolmente le uscite serali e le avventure di una notte o poco più con ogni genere di ragazza. Era stato un periodo così, passato tra il lavoro al bar e casa mia. Naturalmente non gli era passato nemmeno per l’anticamera del cervello di fare un passo nella direzione di mia madre. Secondo mia zia lui non era nemmeno consapevole di essersi infatuato di lei. Troppo matura per lui. E poi già sistemata e follemente innamorata di papà, il suo salvatore. Anche io gli confidai di non andarla a trovare molto spesso. Era un rito d’abitudine più che altro: una volta al mese. Un po’ come andare al cimitero a cambiare i fiori del proprio caro defunto. Non c’era più nulla della mia mamma in quel corpo svuotato, in quel viso tormentato. «E a San Polibio» gli chiesi, riempiendomi un’altro bicchiere di vino, «ci sei più tornato?». «Sì, una volta soltanto» mi rispose con la bocca piena. Deglutì. «Mi misi a sedere al bar di fronte alla “Tana 183


dell’Orso” per bere un caffè. In quel momento passò di lì Osvaldo. Ti ricordi Osvaldo, il primo cameriere di tuo padre?». «E come no!» risposi. «Si era trasferito a Milano per studiare, giusto? Che ci faceva lì?». «Ah, come me. Qualche giorno. Era andato a trovare il suo vecchio padre, ormai vedovo. Stentai a riconoscerlo inizialmente, per quanto era magro. Aveva perso almeno una quindicina di chili. Parlammo della “Tana”, di tuo padre. Osvaldo insisteva sulla sua limpidezza e ingenuità. Io lo ascoltavo, ma in quel momento non potevo dargli ragione. Successivamente ebbi modo di cambiare idea, di imparare l’indulgenza, ma in quel momento odiavo Domenico». «Lo odiavi?» mi stupii. «E perché? Dopo tutto quello che aveva fatto per te?! Fu l’unico a darti una possibilità. Ricordi, nessuno più ti dava credito. Se non fosse stato per lui avresti dovuto andartene». «È vero. Mi aveva salvato la vita. Ma poi distrusse tutto». «In che senso?» insistetti. Sentivo che Damiano voleva dirmi qualcosa. Stava per liberarsi di un peso. «In che senso?» ripetei. «Nel senso che la rovina di tutto è dipesa da tuo padre. Della sua morte, della follia di tua madre e di tutto il resto è stato l’unico responsabile. Non lo giudico più per questo, ma oggettivamente è così. E la scritta sul muro “Che 184


cosa ti sei perso...” lo esprime chiaramente. Aveva tutto. Una moglie strepitosa che lo amava alla follia, la “Tana dell’Orso” che era il centro del paese, della comunità, e che gli dava da vivere più che dignitosamente; aveva te, che tutti gli invidiavano, era amato e rispettato da tutti. Ah, Domenico… che cosa ti sei perso!». In quel momento capii che Damiano sapeva. Damiano sapeva tutto. Cosa aspettava a raccontarmelo? Mi irritai con lui. «Hey Damiano, c’è qualcosa che non so... e che potrei sapere? Cosa aspetti a dirmelo?». Si alzò per preparare il caffè. Mi dava le spalle e, mentre riempiva d’acqua la moka, lo sentii sospirare. «Sono stato incerto fin dal primo momento che ti ho visto, se raccontarti o meno quello che è successo. Non è piacevole. Io avrei preferito non sapere, non esserci quella notte». «Ma stai scherzando, Damiano? Io voglio sapere! È un mio diritto, credo. O no?». «Sì, certo. È un tuo diritto. Ed è per questo che non me la sento di tenertelo nascosto».

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29.

«Le ripetevo di stare ferma. Che non riuscivo a fissare la sua espressione. Già è difficile realizzare un ritratto di per sé, figurarsi con colori a spray. Ma era una sfida, un tentativo. Goran diceva sempre che l’arte è sperimentazione. Ed ero anche abbastanza soddisfatto. Ero riuscito a rendere lo sguardo curioso ma sereno di tua madre. È che lei non riusciva a stare ferma, su quella sedia a dondolo. Era più forte di lei. Quando la rimproveravo si scusava e si bloccava, ma dopo pochi minuti iniziava a flettere piano le ginocchia e in breve tempo si ritrovava a dondolare con un sorrisone da bambina disegnato sul volto. Bel sorriso, sì, ma erano altre le mie intenzioni artistiche quella sera. Tu eri a Maioli, a casa di Edoardo, mentre tuo papà era alla “Tana dell’Orso”. Io invece avevo la serata libera. “Mi prendi una birra?” mi chiese Nadia allungando la mano verso il frigo. “Ok, te la prendo, ma tu mi giuri che poi riuscirai a stare ferma per ben due minuti di seguito. Facciamo un patto?”. “E sia! Ma adesso dammi una bella birretta ghiacciata!” mi disse radiosa e compiacente. Andai al frigorifero, ma la birra non c’era. Finita. 186


Nadia rimase qualche secondo a riflettere. “Be’, andiamo a prenderla alla Tana. Dai, facciamo una pausa”. Inizialmente non ne avevo voglia. Sapevo che se avessimo abbandonato, non sarei più riuscito a metterla in posa su quella sedia a dondolo. Inutile dire che alla fine cedetti. Tua madre mi faceva fare sempre tutto quello che voleva. Magari fossi stato più risoluto! Tutto il resto non sarebbe successo. Almeno non in quel modo. Lei aveva indosso una maglia lunga fino a metà coscia e aveva tutti i capelli in disordine. Ma si limitò a infilarsi un paio di scarpe da ginnastica e uscimmo; era terribilmente sexy. Salimmo su per una viuzza, verso il centro. Guglielmo il cane, sentendoci, fece capolino dal cortile, ma probabilmente era troppo stanco per mettersi ad abbaiare. Erano già le undici di sera. Decidemmo di fare il giro largo per dare un’occhiata al porto. C’erano dei lampioni in fondo alla banchina e ci piaceva guardare il riflesso del mare, di notte, sui muri scrostati delle vecchie case a ridosso dell’acqua. Salimmo dalla parte posteriore della “Tana”. Eravamo a una cinquantina di metri dalla porta posteriore del locale quando Nadia si arrestò di colpo. Mi girai verso di lei. Aveva una strana espressione sul volto; non gliela avevo mai vista, sembrava un angelo che si fosse per la prima volta fatto male. Mi voltai in direzione del suo sguardo. 187


E vidi anch’io. C’era Domenico sul bordo di una stradina. Era appoggiato ad un muro e aveva un braccio alzato, leggermente piegato. La mano accarezzava la nuca di una bellissima ragazza, mentre l’altra mano era sul sedere di lei. Si baciavano appassionatamente. Ebbi quasi un capogiro. Non poteva essere reale. Domenico, che aveva gli occhi chiusi, probabilmente avvertì una presenza e d’istinto ne aprì uno. E ci vide. Il terrore invase il suo sguardo, rendendolo opaco, mentre Nadia arretrava, con la faccia bianca come il latte. Poi si girò e si mise a correre, verso casa. Domenico allontanò la ragazza di scatto, con un gesto brusco. La vidi scivolare e cadere a terra. “Morena!” urlai. “Tu?!”. “Che modi!” gridò lei verso Domenico, che nel frattempo si era lanciato all’inseguimento della moglie. “Sei una grandissima puttana, Morena!” la aggredii io. “Sono ubriaca, più che altro...” rispose lei. In effetti era completamente sbronza. La sollevai da terra in malo modo, insultandola: “Maledetta la volta che ti ho conosciuta e che ti ho portato alla Tana! Ma non riesci a stare ferma con quella lingua, non riesci a non fare danni con quella schifosa fica malata che hai?”. “Ma vaffanculo…” reagì lei, liberandosi della mia stretta con uno strappo. 188


La lasciai perdere. Mi chiesi come avessi fatto ad invaghirmi di una ragazza del genere. Una bellezza che ti frega. Tutto lì. Come un automa telecomandato mi misi a correre come un pazzo verso la casa di Nadia. Quando ci arrivai tutto era già successo. Il salotto era a soqquadro, come fosse passato un uragano, e vicino al divano giaceva il corpo di Domenico. Morto. Nadia era seduta lì a fianco. O meglio: l’ombra, il corpo di Nadia era seduto lì accanto. Perché ormai lei non c’era più. Fissava persa nel vuoto con quell’espressione angosciata e stravolta che non si tolse mai più dal viso. Mi avvicinai a Domenico. Provai a sollevargli la testa. Sentii un liquido caldo sulle mani, che colava dai capelli imbrattati. Vidi del sangue anche sullo spigolo del tavolino in marmo del salotto. Un incidente. Un tragico incidente. Mi alzai sconvolto dalla paura e dal dolore Abbracciai Nadia che non reagiva. Piansi, ma lei non piangeva. Continuava a guardare nel vuoto. Troppo dolore. Annientata dalla sofferenza. Non avevo tempo da perdere: dovevo proteggere Nadia, proteggerla da quell’omicidio che di certo non aveva voluto. Trascinai fuori il cadavere di tuo padre e lo sotterrai in giardino, vicino alla vasca di pietra. Poi rientrai in 189


casa, pulii il sangue dal pavimento e dal tavolino e rimisi tutto in ordine, infine accompagnai Nadia in camera sua. Sapevo che non l’avrei più rivista. Che tutto era finito. La sistemai distesa a letto. Le rimboccai le lenzuola, perché sembrava avere freddo. La baciai sulla guancia. Uscii dal terrazzo che tremavo. Lo strazio, la pena verso di lei e l’odio verso Domenico avrebbero potuto fare impazzire anche me. Guardai il ritratto di Nadia rimasto incompiuto e pensai che non ci sarebbe stata per me un’altra possibilità di ritrarla così: innocente come una bambina. Domenico l’aveva imbrattata in un attimo, l’aveva precipitata di colpo in questo mondo schifoso. Domenico aveva sporcato tutto in un momento. Come un cretino. Presi lo spray rosso, che era rimasto sul tavolino ancora aperto, e spruzzai la parete con rabbia, scrivendo “Domenico, che cosa ti sei perso”. Che cosa si era perso. Me ne andai da quella casa. Per sempre».

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30.

Mentre Damiano raccontava non riuscivo a trattenere le lacrime. Per quanto ci provassi, non ci riuscivo. Niente di plateale, era come un blocco di ghiaccio che si scioglieva. Me le asciugavo con il palmo della mano, mentre guardavo senza attenzione un suo quadro appeso alla parete. Anche lui si era commosso, rievocando quanto era successo. Provai un’indicibile pena per mia madre e un disprezzo aggressivo per mio padre. Che delusione! Che delusione! Ecco dove stava il trucco di cui parlava Matilde. Il trucco c’era. L’uomo perfetto, ah sì! Ero sempre stato orgoglioso di avere nelle vene il sangue di un uomo così serio e sicuro. Alla faccia! Era un poveraccio. Sedotto come tutti dalla prima lolita troia che gli aveva rivolto un po’ di attenzioni. Solo più tardi, molto più tardi, come aveva fatto Damiano, riuscii a perdonarlo. Solo più tardi, imparai a sospendere il giudizio nei suoi confronti. Mio padre era un uomo, mica un supereroe. Anche lui fallibile. Aveva sbagliato, tutti noi sbagliamo. Era andata così. Chi non ha mai peccato scagli la prima pietra! Aveva sbagliato e ne aveva pagato le conseguenze. 191


Purtroppo anche le persone a lui care avevano pagato per il suo errore, ma di certo non era sua intenzione fare del male a mia madre, a me, a tutti quelli che ci stavano attorno. Aveva ceduto alla tentazione. Tutto qui. Per lui era stato fatale. Mi fu utile scoprire di non discendere da una sorta di Buddha illuminato, da un campione di purezza. Potei rilassarmi, concedermi qualche distrazione. Dopo quella sera divenni un uomo migliore. La sera successiva alla tragedia, Damiano aveva incontrato Morena. La vide vicino al porto, che chiacchierava con un’amica. Le disse che mio padre era scappato dal paese, dopo quanto era successo. Che mia madre era impazzita dal dolore. La morte di mio padre doveva restare segreta a tutti, per proteggere Nadia. Morena rimase di sasso. Non poteva credere alle sue orecchie. Continuava a ripetere: «Ma stai scherzando, vero? Non è vero! Non è vero!». «Non sto scherzando, Morena. Chiedi in giro, se non è andata così. È che tu sei sempre ubriaca, non sai nemmeno quello che accade a mezzo metro da te. Dimmi una cosa, invece. Da quanto tempo prendevi per il culo Nadia? Da quanto tempo facevi la troia con Domenico?!». «Era la prima volta, Damiano, te lo giuro!» piangeva 192


Morena. «Ma era un bacio. Nulla di più. Non avrei mai pensato potesse avere queste conseguenze. Avessi immaginato una cosa del genere, col cazzo che l’avrei baciato quel porco!». «Non ti permettere!» le gridò afferrandola per un braccio. «Ti giuro, è stato solo un bacio di una sera!» insistette lei piangendo. La lasciò andare. Se ne andò. Ma non era completamente convinto dalle parole della ragazza. La conosceva abbastanza bene, e pensava di capire quando era sincera e quando mentiva. E secondo lui stava mentendo. D’altronde, non l’avremmo mai saputo. «Tornando verso il centro, passai di fronte a casa tua. Una sorta di incantesimo nero la teneva intrappolata. Il paese intero si interrogava su cosa fosse successo. L’ultima cosa che avrei voluto fare era raccontare quello che avevo visto. Fu anche per questo che decisi di andarmene. Restare a San Polibio avrebbe reso insostenibile tenere il segreto. Così la sera successiva tornai di fronte a casa tua e scattai quella foto, ultimo ricordo di tua madre e di quel periodo finito per sempre. Il giorno dopo, alle otto e mezza del mattino, presi il treno per Roma». «Sai qualcosa di Morena?» gli chiesi. «È sposata? Io l’ho incrociata quando sono tornato in paese. Bellissima come sempre. Era con una bambina. La figlia, probabilmente». 193


«Sì sì, è la figlia. Non è sposata. Ovviamente non si sa chi sia il padre. Non ha mai voluto rivelarl...». A quel punto si bloccò. Oddio, anche lui stava pensando la stessa cosa che stavo pensando io. E se fosse... E se avessi una sorella? Ricordai l’incontro con Morena e il modo in cui la bimba che era con lei mi aveva guardato. Mi aveva colpito. Lo ricordavo benissimo. Poteva forse la piccola aver riconosciuto in me... lo stesso sangue? Ma no, dai. Cercai di scacciare l’idea. In quegli anni, Morena faceva sesso cinque sere la settimana e con cinque ragazzi diversi. Sarebbe stato un caso eccezionale... Proprio mio padre... e poi lei aveva giurato di non essere andata oltre ad un bacio con lui... per quanto potesse valere un suo giuramento... Mi sistemai di fronte alla finestra, accendendomi una sigaretta e guardai fuori. C’era buio pesto. Misteriosamente si poteva vedere un unico lampioncino in fondo alla strada, che illuminava il tronco di un albero e parte di un cespuglio mosso dal vento. Tutto attorno buio assoluto. Mi guardai riflesso nel vetro della finestra. Erano alcuni giorni che non mi radevo e mi resi conto di avere la barba piuttosto lunga. Mi osservai con attenzione. Vari fili argentati erano apparsi a brillare sul mento e sulle guance. 194


Non avevo mai avuto un capello bianco prima. Forse era stato il forte spavento alla cava, con gli spacciatori di droga, a sbiancarmi la barba in quel modo, pensai. O forse le rivelazioni di Damiano. Mi voltai verso di lui. Si era assopito sul divano con la gamba di legno appoggiata a una sedia. Guardai la sua barba bianca e mi si bloccò il cuore per un attimo. Stavo forse iniziando il processo di identificazione con Damiano? Come gli era successo con Goran, adesso succedeva a me con lui? Era possibile una cosa del genere? Mi guardai nuovamente riflesso sul vetro. Incredibile. Due terzi della mia barba erano bianchi. Non mi dispiaceva affatto. Avevo sempre visto l’incanutimento come una sciagura. Qualcosa che non avrei saputo gestire emotivamente. Invece mi ci vedevo bene, con quell’aria più saggia e stabile. Mi dava più equilibrio. Possibile che un connotato fisico possa agire sulla psiche? Avrei forse dovuto restare lì? Per permettere a quella identificazione di fare il suo corso? Completare il processo? O era la stanchezza che mi faceva ragionare così? O il vino? Sì, probabilmente stavo viaggiando con la fantasia. Chissà, forse quei peli bianchi c’erano già da prima, ma non ci avevo mai fatto caso per il fatto che mi ero sempre rasato. Da quanto tempo non lasciavo la barba così lunga e incolta? Il mio sguardo cadde nuovamente su Damiano che russava placidamente. 195


Mi toccai la gamba destra: tutto a posto per il momento. Sorrisi tra me e me. Mi girai nuovamente a fissare la luce in fondo alla strada. Era tardissimo. Inutile dormire. Restai lÏ a fissare fuori, osservando la notte che lentamente stemperava nell’alba, fino a quando vidi l’auto di Ester passare vicino al piccolo lampione in fondo alla strada, sfrecciando verso di me.

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31.

Durante il viaggio verso Cadice non parlammo molto. Troppo assonnata lei, troppo stanco io. C’era una sorta di malinconia. Il fatto che ci saremmo divisi da lì a breve pesava. Ester era una persona che mi piaceva molto, con cui mi sentivo a mio agio. Quel silenzio non era gravido di imbarazzo; era naturale, ovvio. Non creava disagio. Mi tornavano alla mente le rivelazioni di Damiano; capivo perché fosse rimasto indeciso a raccontarmi tutto fino all’ultimo momento. Rievocare quella notte non doveva essere stato affatto facile per lui. Ora sapevo. Non ero più felice. L’immagine idealizzata di mio padre era andata in mille pezzi in pochi secondi. E in così breve tempo! Non avevo nemmeno la possibilità di elaborare il lutto. Lo odiavo in quel momento visceralmente. La vita gli aveva concesso tutto e lui aveva buttato tutto nel cesso. Che cosa si era perso... e per cosa poi?! Due labbra… un soffio di gioventù. A cosa possono rinunciare gli uomini, per qualche attimo di gioventù?

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«Tutto bene?» mi chiese Ester, che probabilmente aveva percepito i miei ultimi pensieri. «Sì, tutto bene, Ester» risposi sorridendo. «E tu?». «Sì, anche io... è che non ho voglia di andare al magazzino dopo, una volta rientrata da Cadice. Proprio per niente... Vorrei restare a guidare quest’auto per sempre. Fino alla fine dei miei giorni». «Be’, non sarebbe male in effetti» convenni. «Potremmo fare un patto e continuare a girare per il mondo su quest’auto per il resto della nostra vita» dissi. «Sì... magari!» rise amaramente. «Ester, stai tranquilla che non passerai il resto della tua vita qui. Di questo puoi essere certa perché io ne sono certo». Vidi gli occhi di Ester diventare lucidi. Si girò a guardare lo specchietto esterno alla sua sinistra. Gesto inutile, non c’era assolutamente nessuno per strada. Era solo per non farmi vedere che le veniva da piangere. «Hey, Ester. Hai notato la mia barba? Ci sono un sacco di peli bianchi! Li ho sempre avuti secondo te, o mi sono spuntati questa notte?». La ragazza si girò verso di me, fissando lo sguardo sul mio viso. «Mah.. non saprei dire» disse, «non ci avevo fatto caso. Non saprei dire se li avevi anche prima. Non sono poi molti e ti stanno bene, comunque! Ti fanno più uomo». Le sorrisi. Non lo diceva per farmi un complimento. Io 198


ci credevo che non avrebbe saputo dirmi se avevo la barba bianca già da prima o no. Le donne sanno vedere sempre oltre quattro peli bianchi. Comunque era vero: mi facevano più uomo. E di certo dopo quella notte mi sentivo più uomo. A volte una rivelazione può farti crescere in un attimo. Entrammo in Cadice che erano le sei a mezza. La luce del mattino rendeva la città ancora più affascinante. I riflessi del mare facevano vibrare i palazzi moreschi e le chiese bianche come denti, perfetto crocevia tra Islam e Cristianesimo. Affrontammo calle campo del Sur, il bellissimo lungomare che costeggia tutta la città cambiando più volte nome, fiancheggiato da palme immense e case coloratissime. Vidi l’isolotto di San Sebastian. Avevo sentito parlare di una somiglianza tra Cadice e l’Avana. Non potei che convenirne! Passammo a fianco del Parque Genoves e mi ricordai che i genovesi, ora così gelosi del loro territorio, erano stati ovunque. Anche qui, a difendere gli spagnoli dai pirati saraceni. Per soldi ovviamente. E pensai a quanto mi aveva detto Emilio, alla locanda, su Cristoforo Colombo: che in Spagna tutti sono convinti che sia spagnolo, almeno quanto in Italia tutti sono convinti sia italiano. Ma lui sapeva che era nato a Genova. C’era stato e aveva visto la casa che gli aveva dato i natali, vicino a porta Soprana. All’altezza di calle De Cervantes girammo a destra, 199


verso il centro, perdendoci nell’intricatissimo dedalo di viuzze: almeno a me dava l’impressione di smarrimento, perché in realtà Ester imboccava senza esitazione le stradine più anonime e nascoste. Mentre andavamo Ester cambiò stazione radio e si fermò su Clandestino di Manu Chao. Solo voy con mi pena Sola va mi condena Correr es mi destino Para burlar la ley Perdido en el corazón De la grande Babylon Me dicen el clandestino Por no llevar papel Pa’ una ciudad del norte Yo me fui a trabajar Mi vida la dejé Entre Ceuta y Gibraltar Soy una raya en el mar Fantasma en la ciudad Mi vida va prohibida Dice la autoridad

In breve fummo fuori da quell’affascinante e misterioso labirinto, in avenue del Puerto, nuovamente verso il mare. L’auto si affacciò sul parcheggio del porto. Mi guardai attorno per cercare il pullman. Scendemmo dall’auto. «Dove andiamo?» le chiesi.

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Lei mi sorrise. «Vieni» rispose. La seguii e ci dirigemmo verso la banchina. Vidi il suo sguardo in libera uscita sul mare. «Ah ecco!» esclamò. «Guarda là! È arrivata». Fissai lo sguardo in quella direzione. Ci volle qualche secondo prima di realizzare. C’era una barca. Dodici metri o giù di lì. Sul ponte una ragazza si sbracciava nella nostra direzione. Aveva i capelli ricci e un sorriso mozzafiato. Era Camilla, e mi sembrò la più bella ragazza che avessi mai visto in vita mia. Pensai al sogno che avevo fatto: quando Camilla era venuta a prendermi con la barca, dopo lo tsunami, e mi salutava dal ponte. E dietro di me, dall’autoradio arrivavano le ultime note di Clandestino: Mano Negra clandestina Peruano clandestino Africano clandestino Marijuana ilegal

Mi voltai verso Ester con sguardo interrogativo «Sì, sì, l’ho chiamata io ieri sera» mi spiegò. «Le ho raccontato tutto. Vai con lei, che per mare sei molto più sicuro». «Ma...». dissi, «pensavo non ti fosse per niente simpatica». 201


«Infatti. Però ci tenevo non ti succedesse niente» mi rispose con il sorriso un po’ rotto dalla commozione. Rimasi a guardare i suoi capelli rossi strapazzati dal vento per qualche secondo. Mi avvicinai, le presi la piccola mano e le baciai le dita. «Grazie Ester». Mi sorrise. «Vai ora, scemo. La tua stronzetta ti sta aspettando!». Lungo la banchina la figura di Camilla s’ingrandiva sempre più mentre dietro di me quella di Ester rimpiccioliva. Ora riuscivo a vedere bene il viso di Camilla, fintamente severo, come a dire «non posso perderti di vista un attimo, che ne combini una delle tue...»; salii sulla barca che ero quasi stordito dall’emozione di vederla e dall’emozione di non vedere più Ester. La strinsi fortissimo, sentendo la bellezza del suo corpo in ogni centimetro del mio. Mi guardò raggiante. «Che bello che sei!». «Tu sei bella!» le dissi. Ci stringemmo di nuovo. «Non vedi niente di strano in me?» chiesi con ironia. Camilla mi guardò stupita. Fece due passi indietro per squadrarmi meglio. «Direi di no... a parte quella orribile camicia». 202


Risi. Era la camicia che Damiano mi aveva prestato quando mi ero versato addosso il vino. Lei mi osservava con l’espressione incerta delle bambine quando non capiscono bene quello che è stato loro chiesto. Risi ancora. La adoravo. Chissà, forse la barba bianca la vedevo solo io. O forse solo io ci davo importanza. Si girò verso il mare con un sorriso smagliante. «Su, adesso andiamo. Casa ci aspetta». La baciai sulla guancia. A cosa può giungere a rinunciare un uomo per un alito di gioventù? A tutto. Può perdere tutto. Come aveva fatto mio padre. Forse questo era stato il suo insegnamento. Non potevo fermarmi. Dovevo capire ancora molte cose. Dovevo sapere se quella bambina incontrata a San Polibio, la figlia di Morena, fosse mia sorella. Poteva anche esserlo. Dovevo andare da mia madre, chiederle scusa per averla solo sopportata per tutti questi anni, senza sapere del suo dolore. Pensai a quello che mi aveva detto Camilla, mentre fumavamo distesi a letto. Che un dolore fortissimo può farti impazzire in pochi attimi. Dovevo fare ancora mille cose. Il viaggio non era ancora finito.

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Indice 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. 29. 30. 31.

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In Box è una collana nata per dare spazio a voci nuove che hanno qualcosa da dire. Presenta opere i cui autori credono nella loro vocazione letteraria ed hanno convinto l’editore a crederci a sua volta; valorizza sperimentazioni di scrittura, permette al grande pubblico di conoscere un variegato “laboratorio di pagine” che altrimenti giacerebbe nei cassetti delle scrivanie (e non perché lo meriti). In Box è il luogo dei giovani e di chi è giovane dentro, capace di mettersi in gioco e di misurarsi con la grande narrativa. Questa scatola contiene dei piccoli gioielli. Marcello Costantini, Il rientro dell’impulso, pag. 208, Lupo Editore, 2008 Maria Viteritti, Al di là del muro, pag. 176, Lupo Editore, 2008 Massimo Leitempergher, Non ho dormito mai, pag. 192, Lupo Editore, 2008 Tony Sozzo, L’eterna cosa peggiore, pag. 155, Lupo Editore, 2006 Francesco Ventura, Senza Gravità - Romanzo di un’estate, pag. 165, Lupo Editore, 2005


Chiuso in stampa nel dicembre 2009 Grafiche Favia - Bari


che cosa ti sei perso  

che cosa ti sei perso, alessandro dal cin

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