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Grazia Casavecchia

La strada dell’odio

romanzo


Titolo | LA STRADA DELL’ODIO Autore | Grazia Casavecchia Foto di copertina |Emanuela Bartolotti Impaginazione | Rossana Scrimieri

TUTTI I DIRITTI RISERVATI ©Lupo Editore 2009 ISBN: 978-88-95861-97-5 Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta senza il preventivo assenso dell’Editore

Lupo Editore Via Prov. le Copertino-Monteroni (km. III - cp.34) 73043 Copertino (Lecce) Tel. 0832.931743 Fax 0832.1819015 www.lupoeditore.com info@lupoeditore.com


A mio padre e a mia madre fari di luce della mia esistenza. E a Maria, indimenticabile.


La strada dell’odio


I

Estate 1936 La campagna era una vasta piana dorata. I campi di grano si estendevano a vista d’occhio, fino a perdersi nell’azzurro del cielo all’orizzonte. Le spighe mature, pronte per la mietitura, ondeggiavano leggere, piegate dal caldo vento di scirocco che soffiava da alcuni giorni e che aveva spazzato via, oltre alle nuvole, anche la mitezza del clima primaverile. L’aria era afosa e pullulante di microscopici insetti, mentre un inarrestabile frinire di cicale faceva da colonna sonora a quella torrida prima domenica di Giugno. A bordo della sua Fiat Balilla, Fabrizio Delle Porte percorreva lentamente la strada sterrata che dalla città conduceva alla masseria Grande Quercia, di proprietà del barone Carlo Alberto di Ripamonti. Ai margini della strada, cespugli di variopinti fiori selvatici interrompevano la monotonia cromatica del posto, come macchie di colore sulla tavolozza di un pittore. Al passaggio dell’auto una nuvola di polvere si alzava ed entrando dai finestrini aperti andava a depositarsi sul suo elegante doppiopetto bianco a righe nere. Che stupido era stato a vestirsi così… «Dove credevi di andare, a pranzo dalla contessa Geltrude?» si

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domandò Fabrizio ironicamente. Poi sfilò il fazzoletto dal taschino e se lo passò in fretta sulla fronte imperlata di sudore. Erano almeno dieci anni che non percorreva quella strada; l’ultima volta aveva accompagnato suo padre Alberico, amministratore unico dell’ingente patrimonio della famiglia Ripamonti, nonché grande amico del barone Carlo Alberto, per il consueto sopralluogo nel periodo della semina. Si erano trattenuti solo due giorni, durante i quali lui si era dedicato esclusivamente alla cura dei cavalli, sua grande passione. In seguito si era completamente dimenticato della masseria fino alla domenica precedente, quando il barone lo aveva convocato nel suo studio per un colloquio. Fabrizio era fresco di laurea in legge e il futuro sembrava riservargli una brillante carriera di avvocato ma, come spesso accade, un evento imprevisto aveva cambiato il tranquillo corso delle cose. Suo padre, da qualche tempo afflitto da fastidiosi malanni, si era visto costretto a rinunciare al suo incarico di amministratore, mettendo così in serie difficoltà il barone. Questi aveva dunque chiamato lui, Fabrizio, e senza tanti preamboli gli aveva proposto di subentrargli. «Non saprei a chi altro rivolgermi» gli aveva detto. «Certo, potrei interessarmi personalmente delle mie cose, ma il solo pensiero di mettermi a far di conto mi manda in fiamme il cervello. Ho sempre lasciato delega a tuo padre per qualsiasi incombenza, e solo ora mi rendo conto di quale gravoso compito mi abbia sollevato per tutti questi anni. Del resto, le mie figlie sono ancora troppo giovani ed inesperte per essere investite di un simile peso. Ma ci sei tu! Ti ho sempre stimato molto e sai che ho sempre avuto affetto per te… sei l’unica persona di cui mi possa fidare incondizionatamente. Sono sicuro che sapresti assolvere a questo

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compito con la stessa serietà e competenza di tuo padre, così io potrei tornare a dedicare il mio tempo ai libri che adoro ed alla musica». L’inaspettata proposta, sul momento, lo aveva contrariato. Avrebbe dovuto, con enorme dispiacere, dire addio al sogno di diventare un principe del foro. «Sono lusingato dalla fiducia che mi dimostrate, caro barone…» aveva risposto Fabrizio con un tono di voce forse eccessivamente rigido, «ma ho bisogno di alcuni giorni per valutare attentamente la vostra proposta». «Ma certo!» aveva subito esclamato l’altro, un po’ intimidito dalla freddezza con la quale il giovane aveva accolto la sua offerta. Aveva poi proseguito con titubanza: «Mi rendo conto di chiederti davvero molto, so bene quanto desideri diventare un bravo avvocato, ma vedi… io da solo proprio non saprei dove sbattere la testa. Sono anni che non apro un libro contabile, che non m’interesso del prezzo del grano o di quello del tabacco, e alla mia età non è facile cominciare tutto daccapo. È chiaro, il sacrificio che ti chiedo verrebbe adeguatamente remunerato. Proponi pure qualunque cifra e ti assicuro che per me sarebbe sempre troppo poco!» aveva concluso con enfasi. Fabrizio era rimasto a pensare a quella richiesta per l’intera notte e poi il giorno successivo. Aveva messo sul piatto della bilancia tutti i motivi che aveva per accettare e tutti quelli per rifiutare, ed infine la bilancia aveva dato il suo responso: due giorni dopo si era recato a villa Ripamonti e davanti all’espressione speranzosa di Carlo Alberto aveva avuto la certezza che quella era la decisione giusta. «Accetto con gioia di mettermi al vostro servizio, caro barone.

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Spero con tutto il cuore di meritare la fiducia che riponete nei miei confronti e vi assicuro che farò del mio meglio per dare ai vostri giorni futuri la meritata serenità, in nome della gratitudine e dell’affetto profondo che legano voi e la mia famiglia». L’anziano volto del barone si era disteso e un’espressione di contentezza gli aveva illuminato gli occhi. «Grazie, figliolo!» aveva esclamato dandogli affettuosamente una leggera pacca sulla spalla. «Ero certo di poter contare su di te!».Fabrizio, dopo essersi congedato, era tornato a casa ed aveva dato la notizia a suo padre il quale, a sua volta, aveva tirato un sospiro di sollievo ed era andato subito a prendere i libri mastri per istruirlo sul da farsi. La masseria Grande Quercia aveva un’importanza rilevante nell’economia della famiglia Ripamonti, e dunque Fabrizio aveva preso la decisione di recarsi personalmente sul posto, per rendersi conto dell’eventuale necessità di cambiamenti nelle colture, in modo da incrementarne la rendita. Quella domenica mattina, quindi, si era messo in viaggio alla volta della masseria con l’intenzione di ritornare in città al più tardi l’indomani pomeriggio. * Il sole volgeva a mezzogiorno e la calura era davvero insopportabile. Aveva la gola secca per la polvere e per il grande caldo, quasi smaniava per un bicchiere d’acqua fresca. Data l’ora, Fabrizio sperava in cuor suo di non essere costretto a disturbare il pranzo di Antonio, il fattore, l’uomo con il quale avrebbe dovuto confrontarsi. In lontananza, l’ampia chioma verde scuro del grande albero

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che dava il nome alla masseria lo avvertì di essere ormai prossimo alla meta. E infatti eccola apparire, superba e imponente, fortificata da alte mura, la bianca e antica costruzione risalente all’epoca di Ferdinando di Borbone, esattamente come la ricordava. Osservandola, all’improvviso Fabrizio sentì crescergli dentro uno strano turbamento, una sorta di timore istintivo ed irrazionale. Infastidito cercò di scacciare quella spiacevole sensazione. Del resto, sarebbe rimasto lì solo per pochi giorni, giusto il tempo necessario per mettere a punto un piano di lavoro. Quel pensiero lo rassicurò. Giunto nei pressi delle massicce colonne in pietra che segnavano l’ingresso alla masseria, sulle quali campeggiava il blasone nobiliare scolpito, la scena che si presentò ai suoi occhi lo lasciò sbalordito. «Ma in che anno siamo?» pensò fra sé incredulo. Fermò l’auto e rimase a guardare. All’ombra della quercia, due giovani in maniche di camicia facevano roteare in aria dei tamburelli producendo una piacevole e allegra armonia, percuotendoli, poi, di tanto in tanto, in un ritmo crescente e cadenzato. Davanti a loro, tre ragazze danzavano sulle note di quegli arcaici strumenti musicali. Saltellavano intorno ai suonatori con movenze leggere e maliziose mentre questi ultimi le incitavano con parole di apprezzamento e ammirazione. Le ragazze erano deliziose nei loro vestiti vaporosi: le gonne ampie e arricciate erano di colori differenti: una gialla, una verde ed una rossa, ed erano tenute strette in vita da una larga fascia che arrivava fin sotto il seno. Prese dal vortice della danza, ogni tanto le ragazze sollevavano un lembo della gonna, lasciando intravedere il pizzo della sottoveste bianca e gli stivaletti, lucidi e neri, allacciati con le stringhe alle caviglie; le loro camicie, invece, erano

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bianche, arricchite con trine e merletti: ricordavano un’eleganza antica persa ormai nel tempo. Le loro guance erano arrossate dal caldo e dal piacere e i loro occhi erano pieni di sole e di allegria. Avevano tutte i capelli neri, tirati indietro e raccolti a crocchia sulla nuca, mentre intorno al collo portavano dei fazzoletti in seta leggeri e fruscianti che lasciavano pian piano scivolare sulle spalle in un antico ma sempre valido gioco di seduzione. Nessuno si era accorto di lui e così Fabrizio rimase ad osservare quella piacevole scena agreste. Sembrava un quadro dell’ottocento con animazione, un tuffo nel passato. All’improvviso, veloce come un lampo, nella sua mente l’immagine di una scena identica, ma sbiadita dal tempo, si sovrappose a quella reale, come in un dejà-vu. Durò appena un secondo, ma bastò a far riaffiorare da qualche angolo nascosto della sua memoria un episodio doloroso della sua infanzia, che con molta probabilità doveva essere la causa dell’incomprensibile malessere che sentiva addosso. Si lasciò andare a quel ricordo e si rivide bambino in una altrettanto calda giornata estiva di oltre venti anni prima, quando, allontanatosi dagli appartamenti del barone, dov’era ospite con i suoi genitori, seguendo il richiamo della musica si era ritrovato a pochi passi dal grande e ombroso albero. Alcune ragazze danzavano allegramente sulle note dei tamburelli suonati da altrettanti ragazzi. Stesse note, stessi colori, stesse comparse. Era rimasto nascosto per qualche minuto poi, senza rendersene conto, aveva dapprima iniziato a battere un piede seguendo il ritmo della musica e poi, travolto dall’allegria, si era inserito nel gruppo saltellando come una cavalletta e suscitando l’ilarità generale. Di colpo i tamburelli avevano smesso di suonare e le ballerine si erano fermate, alquanto frastornate. Uno dei suonatori, un ra-

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gazzone alto e robusto, scuro sia di capelli che di pelle, con occhi accigliati si era rivolto a lui duramente scacciandolo con parole minacciose. Spaventato era scappato via e si era andato a nascondere nell’angolo più nascosto del fienile. Era rimasto lì a piangere per molto tempo, fino a quando non aveva sentito gridare il suo nome. Aveva capito che lo stavano cercando, ma non aveva trovato il coraggio di uscire da solo. Finalmente la porta del fienile si era aperta e l’alta figura del barone era apparsa. Lo aveva visto rannicchiato e piangente ed era andato verso di lui con parole rassicuranti; lo aveva preso in braccio e gli aveva accarezzato la testa, e lui gli si era avvinghiato stretto, le braccia intorno al collo e la testa sprofondata sul suo petto, gli occhi chiusi per non guardare nessuno. Mentre lo riportava da sua madre, Carlo Alberto si era fermato, e rivolgendosi a qualcuno con tono amaro aveva esclamato «ci mettiamo a spaventare i bambini adesso! Proprio non me lo aspettavo da te, Antonio!», poi era passato oltre. Sua madre lo aveva stretto forte a sé, e lui si era sentito sicuro, protetto e amato. Le aveva sorriso e le aveva promesso che non si sarebbe mai più allontanato da lei. Fabrizio si sentì travolgere dall’emozione ricordando la dolcezza di quell’abbraccio. Quanti anni erano trascorsi da allora! Quell’episodio, ora ricordava bene, era avvenuto l’estate prima dello scoppio della Grande Guerra e quella era stata l’ultima volta che il barone aveva passato le vacanze alla masseria, l’ultima estate di spensieratezza per le loro famiglie. La guerra e le sue atrocità avrebbero trasformato quell’uomo gioviale, amante della buona compagnia e dell’aria aperta, in una persona introversa, capace di trascorrere intere giornate nel suo studio a leggere o ad ascoltare musica.

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Colpito al volto da una granata lanciata dalle fila nemiche, il capitano Ripamonti – durante una delle tante anonime azioni di quella assurda guerra – era stato costretto ad assistere impotente all’agonia e poi alla morte di un soldato, poco più che ragazzo, con il quale divideva la trincea. Il giovane aveva invocato inutilmente aiuto per tutto il giorno; i soccorsi erano arrivati solo col buio, appena in tempo per salvare la sua di vita, ma troppo tardi per il soldato che era vicino a lui. Quella granata gli aveva deturpato la guancia sinistra e l’aveva reso cieco di un occhio ma, cosa ben più grave, gli aveva inferto una ferita nell’anima che non si sarebbe mai più rimarginata. Convinto di provocare disgusto in chiunque lo guardasse, era andato progressivamente isolandosi dal mondo. La sua giovane moglie gli era rimasta sempre vicina e aveva accettato con amore e rassegnazione quell’isolamento. Loro unica gioia erano due bellissime gemelle, nate un anno dopo la fine della guerra, conforto e speranza di una vita ancora possibile. Pochissimi gli amici di un tempo che avevano il permesso di andarlo a trovare, e fra questi c’era Alberico Delle Porte, padre di Fabrizio. Anche lui aveva conosciuto gli orrori della guerra combattendo in prima linea e ne aveva vissuto appieno l’efferatezza piangendo la perdita del suo unico fratello. Ognuno dei due comprendeva le angosce che tormentavano l’altro e si confortavano a vicenda. Nonostante le sue crudeltà, la guerra non era però riuscita a strappare la generosità dal cuore del barone, che era stato l’unico a tendere una mano ad Alberico quando la sventura si era abbattuta sulla famiglia Delle Porte. Il vizio del gioco aveva trascinato suo padre, Gualtiero, nel corso di una lunga e delirante notte di

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follia, verso un’alba salutata con un colpo di pistola alla tempia quando, nel disastro totale, tutte le porte si erano chiuse; e allora il barone si era dimostrato l’anima buona che era, aiutando economicamente l’amico e trascinandolo con forza verso la salvezza. * Fabrizio ritornò di colpo al presente. Pensare anche per un solo istante a quegli anni bui gli faceva ancora male. Rivolse lo sguardo verso la quercia e si accorse che la musica era cessata e tutti guardavano verso di lui con curiosità. Riavviò l’auto e passando davanti al gruppo di giovani salutò con la mano, sfoggiando il suo migliore sorriso. Oltrepassò le colonne d’ingresso e andò a fermarsi a pochi passi dall’aia, proprio di fronte alla mietitrice meccanica, ultima conquista della scienza. Un uomo alto e robusto, anch’esso con le maniche della camicia arrotolate fino al gomito, uscì dal porticato e lentamente si avvicinò a lui. Fabrizio scese dalla macchina e gli andò incontro «Buongiorno!» salutò cordialmente, cercando di vincere il timore che quell’uomo, nonostante fossero passati tanti anni, ancora gli incuteva. «Voi dovete essere Antonio», e al cenno di assenso di questi proseguì: «Sono Fabrizio Delle Porte, il figlio di Alberico. Purtroppo mio padre è stato costretto a ritirarsi dal lavoro e il barone Ripamonti ha affidato a me l’incarico di amministratore. Spero che potremo lavorare insieme, in stretta collaborazione, in modo da ottenere gli stessi risultati raggiunti in passato e magari, perché no? Anche migliorarli». Aveva parlato cordialmente, tendendogli la mano che Antonio

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alla fine aveva stretto dopo aver tentennato un po’; ma un lampo d’odio aveva attraversato i suoi occhi scuri e gli angoli della bocca si erano allargati in un sorriso forzato. Nel frattempo, il gruppo dei giovani aveva raggiunto il porticato e tutti chiacchieravano animatamente guardando verso di loro. D’improvviso una voce maschile, proveniente dall’interno, s’impose sul chiacchiericcio dei ragazzi. «Antonio perché non fai conoscere anche a noi il nuovo arrivato?». L’uomo si voltò un istante in direzione del richiamo, poi tornò nuovamente a guardare verso di lui con durezza, infine gli fece cenno di seguirlo e si avviò. Fabrizio lo seguì, curioso di scoprire a chi appartenesse quella voce così autorevole. Una lunga tavolata era stata apparecchiata sotto il porticato e un vecchio, già seduto a capotavola, aspettava che tutti fossero presenti per dare inizio al pranzo della Domenica. Aveva i capelli bianchi e radi, le guance scavate dal tempo e dalla fatica, ma gli occhi, sebbene infossati da profonde occhiaie, erano ancora vispi e attenti. Appeso al bracciolo della sedia c’era un bastone con il manico d’avorio alla cui estremità appariva incisa una testa di leone in oro. Era un oggetto molto prezioso, così strano da vedere in quell’ambiente rustico e modesto. «Un regalo di Carlo Alberto» fu il primo pensiero di Fabrizio. Antonio si avvicinò al vecchio: «È Fabrizio Delle Porte, il figlio di don Alberico. A quanto pare d’ora in avanti sarà lui il nuovo amministratore». Erano le prime parole che Antonio pronunciava e Fabrizio rabbrividì nel risentire quella voce che da bambino lo aveva terrorizzato. Il vecchio fece cenno a Fabrizio di avvicinarsi.

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«Mi ricordo benissimo di voi» disse affabilmente. «L’ultima volta che siete stato qui eravate solo un ragazzo, ora tornate da amministratore. Con vostro padre ci siamo impegnati insieme per tanti anni e non c’è stato mai uno screzio o un’incomprensione. Voglio sperare che l’onestà e la lealtà di don Alberico vi appartengano, così che si possa continuare a lavorare in perfetto accordo, per il bene di tutti». Dopo un breve attimo di riflessione continuò: «Sarei onorato se il figlio di don Alberico accettasse di dividere con noi, poveri contadini, il pranzo della domenica, degnandosi di sedere alla nostra tavola». Antonio lanciò al vecchio uno sguardo stupefatto, come se avesse appena ascoltato una bestemmia. «Ma, Padre!» esclamò con un moto di ribellione; ma venne immediatamente zittito dal vecchio con un energico cenno della mano. «Grazie, accetto molto volentieri!» rispose Fabrizio, sperando in questo modo di accattivarsi almeno la simpatia di quel vecchio saggio. Antonio gli lanciò uno sguardo di fuoco, ma lui non era più un bambino e questa volta non sarebbe scappato. Non riusciva però a spiegarsi perché quell’uomo ce l’avesse tanto con lui, poi gli tornarono in mente le parole di suo padre: «Non dare peso al modo di fare di Antonio» gli aveva detto, «è un po’ burbero ma è un gran lavoratore e il padre riesce ancora a tenerlo a bada». Con voce ferma e imponente nonostante l’età, Vito chiamò: «Maria!». Da una porta che dava all’interno, presumibilmente la cucina, si affacciò una donna sulla quarantina, alta e robusta, con i capelli grigi e le guance rosse e tonde, tutta vestita di nero e fasciata da un grembiule grigio davanti.

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«Comandi!» disse rivolgendosi al vecchio. «Maria, aggiungi un posto per il nostro gradito ospite, don Fabrizio Delle Porte». La donna sparì per tornare poco dopo con piatto e posate, mentre un’altra donna più o meno della stessa età, ma piccola e magra, portava la sedia. Nessuno parlava. Pian piano i posti a tavola furono occupati, mentre le due donne, versavano nei piatti la minestra fumante. Infine anche loro si sedettero. Solo allora il vecchio si fece il segno della croce e tutti si disposero per la preghiera. «Ti ringraziamo Signore per il cibo che ci accingiamo a consumare e ti preghiamo umilmente di volgere il tuo sguardo misericordioso su di noi, poveri peccatori! Aiutaci a percorrere la faticosa e lunga via del perdono, secondo il tuo insegnamento, affinché gli errori dei padri non ricadano sui figli!». «Amen!» risposero gli altri in coro. Poi si sentì solo il rumore delle posate. «Che strana preghiera!» pensò Fabrizio. Chissà cosa aveva voluto dire il vecchio con quelle parole. Si guardò intorno. La tavolata era composta da una quindicina di persone. Tutti gli uomini erano seduti da un lato e le donne dall’altro. Il suo sguardo vagò tra quei visi sconosciuti, cercando di memorizzarne i tratti somatici e divertendosi ad indovinarne le parentele. Infine si soffermò sulla ragazza seduta di fronte a lui. Faceva parte del gruppo delle danzatrici e mangiava lentamente tenendo gli occhi fissi sul piatto. Sembrava pensierosa. Fabrizio provò un fremito di piacere osservando le delicate fattezze del suo viso. «La figlia di Antonio!» stabilì. I capelli tirati indietro mettevano in evidenza la linea morbida

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La strada dell'odio