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Profumo di elezioni febbraio


l'Universi tà loradelluniversita@gmail.com numero di febbraio 2013 SOMMARIO

Come fiori. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.1 di Prisca Amoroso Profumo, ultimo atto. . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.3 di Gianluca Scarano Qualche riflessione sulla riduzione degli appelli. . . . . . . . . . pag.5 di Economia Sommersa-Sinistra Universitaria Chi ci rappresenterà? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.7 di Gianluca Scarano Il San Valentino, quest'anno, è delle donne . . . . . . . . . . . . . pag.10 di Michele Musso Bologna Psicoacustica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.12 di Matteo Montanari

in copertina: "Favole" di CeciGian (www.cecigian.blogspot.it)


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come fiori È mia quotidiana abitudine accompagnare la pausa caffè con la lettura di un giornale o di una rivista. Oggi è stato il turno del magazine «Rolling Stone», in cui ho trovato, con gran piacere, un pezzo coinvolgente e appassionante. L'ha scritto Marco Mancassola, alla rubrica Italia, amore (RS gennaio '13). Il succo dell'articolo si può riassumere così: la giovinezza non esiste più. Non abbandonate da subito la lettura, perché non si tratta della solita triste e vendibile retorica che di tanto in tanto bisogna fare sui giovani, sulla loro rabbia, sulla ribellione, e che un giornaletto per ragazzini non può fare l'errore di trascurare. Qui non si dice che i ragazzi d'oggi non siano più i ribelli di un tempo, che siano fiacchi e che non comprendano il mondo in cui si muovono, ammesso che si muovano. Qui si dice, al contrario, che una delle tante cose belle di cui la crisi economica ci ha privati, è il diritto ad essere giovani. È l'allegria. È il tempo per i dubbi esistenziali, è la capacità di sentirsi uniti dall'età e dalle aspettative in un futuro che sembri sì imponderabile, ma

indirizzabile, costruibile. Sartre diceva che bisogna diffidare di quelle retoriche che incastrano i subordinati convincendoli che la libertà va cercata dentro di sé, che catene di metallo non possono impedire al cuore di volare. Sono fregature. C'è poco da rallegrarsi che la felicità sia gratis, perché le condizioni materiali e sociali le sono essenzialmente,

anni '70, che marciavano, non è un caso, al grido di “no future”, sono stati gli ultimi giovani, per come intendiamo la giovinezza da qualche anno a questa parte: la loro era una marcia funebre a quell'idea di freschezza e ribellione, di rabbia e di speranza, che avrebbe di lì a poco trovato il proprio declino. Mi sono venute in mente le fotografie della nostra Piazza

indissolubilmente intrecciate. C'è poco da gridare che la felicità non si possa comprare, se resta vero che la si può rubare. Il pezzo racconta di un uso dell'estetica punk, quello di ficcarsi nelle guance delle spille da balia, e dice che questi ragazzi della fine degli

Maggiore, quando, il primo giugno del 1980, Bologna accoglieva i Clash, tra un mucchio di ragazzi in anfibi e giacca di pelle e le agguerrite polemiche dei punk più radicali, che sostenevano che il sistema si fosse “impossessato delle nostre cose per poi svuotarle e

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restituircele innocue” e che “questi fottutamente inoffensivi Clash” ne fossero il prodotto. Bologna portava ai ragazzi la musica, li divertiva, dava loro spazio. In un simile clima, c'era ancora chi poteva gridare che bisognava “strappare il Punk dalle pagine dell'Espresso e della Repubblica … parlare, sputare, gridare, scoprire il culo a Popostar Ciao 2001 e a Rolling Stone e ai loro fottutissimi intrighi”. Oggi non si ha più il tempo per questo, non si ha il tempo per la ribellione, non c'è tempo per la gioia, oggi non si può essere choosy, bisogna vedere quel che si deve fare. Oggi non sembra più così scontato che i figli vivano materialmente meglio dei genitori; non è un diritto ambire ad un lavoro in linea con i propri studi; oggi tutto è

in discussione in un modo molto più radicale che in passato. Ho spesso rimproverato ai miei genitori, e alla loro generazione, di credere di essere stati gli unici giovani, di accampare diritti di esclusiva sulla giovinezza. L'impressione che avevo - e che non mi abbandona - era che si spingessero fino a ritenersi gli inventori stessi della giovinezza. Erano in effetti gli inventori di quello che ci era sembrato il solo modo possibile di essere giovani e che oggi scopriamo non essere affatto l'unico, e non essere neanche più troppo in voga. Si ha l'impressione di essere di fronte ad una svolta epocale: il paradigma del giovane ribelle, riottoso, pessimista ma idealista, romantico e malinconico, appassionato e critico è in II

declino. E' il solo paradigma che conosciamo e il suo appannarsi sbigottisce e spaventa. “Una parabola sembra chiudersi – scrive Mancassola - ed è l'intera idea di futuro a uscirne stravolta, irriconoscibile. Perciò crescere è diventata una strana avventura. Si procede in avanti con questo senso di lutto, di rimpianto incredulo e rabbioso. E' come salire le scale all'indietro. E' faticoso. E molto innaturale”. Nell'agenda 2013, bisognerebbe scriverci la rabbia, la ribellione, il tempo per i dubbi, la freschezza della giovinezza, il godersi la vita, la speranza di costruirsi l'esistenza. We're the flowers in the dustbin, cantavano i Sex Pistols, we're the future, your future.Siate i fiori in questa immondizia, siate il futuro! Prisca Amoroso


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Profumo ultimo atto Il ministro, a pochi giorni dalle elezioni, quasi con la poltrona vacante, cambia l'architettura istituzionale del diritto allo studio Il ministro Profumo è tornato all’attacco. E lo fa con un intervento scomposto sul diritto allo studio. In meno di un mese vuole far approvare in fretta e furia un decreto ministeriale che colpisce in pieno il sistema di welfare studentesco prima di chiudere baracca e lasciare il Miur al nuovo inquilino. Mentre tutta Italia, studenti compresi, pensa all’Imu e a quanti punti percentuali ha guadagnato Berlusconi con l’acquisto di Balotelli, c’è quasi riuscito a farlo passare, nel disinteresse e generale. Molta è infatti la disinformazione presente fra gli studenti su un provvedimento come questo che non ha nulla che fare con l’ordinaria routine amministrativa. Nel nuovo testo sono previsti meccanismi che, modificando i requisiti economici e di merito per l’accesso alla borsa di studio, potrebbero comportare un’ulteriore riduzione del numero dei

borsisti, già tra i più bassi in Europa. In Italia, infatti, solo il 9% degli studenti iscritti ha una borsa di studio (circa 150.000)contro il 25,6% degli studenti francesi, il 30% di quelli tedeschi e il 18% degli spagnoli. A causa della progressiva riduzione del fondo nazionale integrativo, gli studenti che hanno usufruito di borsa di studio sono diminuiti tra gli anni 20092011 dall’84% al 75% degli aventi diritto. Innanzitutto, nel modificare i criteri di determinazione delle condizioni economiche per l’accesso alla borsa, viene previsto un indicatore ISEE differenziato in base alla fascia geografica, con la conseguenza che lo studente che potrebbe risultare idoneo in una Regione del Nord (ISEE di 20.000 euro) potrebbe non esserlo in una regione del SUD, dove l’indicatore è fissato a euro 14.300. Questa misura, oltre a contrastare con gli esempi presenti in altri Paesi come Francia e Germania (dove l’indicatore economico è unico), intensificherà ancora una volta gli spostamenti degli studenti delle regioni del Sud verso gli atenei del Nord (dove avranno maggiori possibilità di ottenere la borsa). Per quanta riguarda i criteri per la determinazione del merito, il decreto contiene una stretta sui crediti da conseguire al fine del conseguimento/mantenimento III

della borsa di studio, prevedendo un netto incremento rispetto a quelli inizialmente fissati nelle precedenti bozze. Viene inoltre eliminato il “bonus” di crediti (crediti aggiuntivi ai CFU effettivamente conseguiti) che lo studente poteva utilizzare per raggiungere le soglie fissate di anno in anno, ad esempio nel caso in cui fosse stato colpito nel corso degli studi da eventi particolari e gravi ( malattie, problemi familiari). Vengono modificate anche le modalità d’erogazione della borsa per gli studenti del primo anno. Infatti, con le norme attuali lo studente riceve con la prima rata il 50% dell’importo totale, con la nuova normativa verrà dato inizialmente il 20% e se non raggiunge i 10 CFU entro il 15 marzo, il restante 80% gli verrà concesso dopo circa un anno, in una soluzione in due o tre rate. Sembra inoltre insensata la previsione di un’età massima per poter beneficiare della borsa di studio, stabilita a 25 anni per l’iscrizione al primo anno per i corsi di laurea e di laurea magistrale a ciclo unico e a 32 anni per l’iscrizione ai corsi di laurea magistrale, dottorato di ricerca e specializzazione. Insomma la logica del ministro Profumo sembra abbastanza chiara. Non c’è copertura sufficiente per tutti gli idonei? La soluzione è semplice, basta rendere più rigidi i criteri


l'Universi tà necessari ed il giochino è fatto. Ridotto il numero degli idonei si va pari con la copertura. Non saremo mica così scellerati da finanziare l’aumento della copertura?? Per una logica abbastanza lineare quanto discutibile, le modalità impiegate del ministero nel portare a compimento questo provvedimento fanno altrettanto discutere per la loro eccentricità. Il decreto ministeriale è un atto amministrativo, non deve passare per il Parlamento e ha un iter che prevede un parere obbligatorio del Consiglio degli Studenti CNSU e un voto in Conferenza Stato Regioni. Il primo passaggio è la seduta del CNSU di lunedì 4 febbraio, il consiglio nazionale degli studenti è guidato da una maggioranza CL-PDL che in questi anni ha annichilito la funzione del Consiglio. La seduta è convocata con poco anticipo, i consiglieri ricevono il testo del DM Profumo quattro giorni prima della riunione, e il Presidente Sogaro nomina al tavolo ministeriale che discute la bozza di decreto un rappresentante di CL senza condividere con nessuno la scelta. Il parere del consiglio è obbligatorio e deve arrivare prima della votazione finale in Conferenza Stato-Regioni, convocata per il 7 febbraio. Considerata la gestione privatistica del CNSU e la discutibile iniziativa del governo dimissionario che pretende di modificare l’intero assetto del diritto allo studio a due settimane dalle elezioni politiche, il gruppo d’opposizione di sinistra decide di far mancar il

numero legale invalidando la seduta del consiglio. Dato non poco rilevante: la complicità della maggioranza ciellina che governa il CNSU. Mentre i rappresentanti del gruppo di sinistra fanno appello a Napolitano e a Vasco Errani, quale presidente della Conferenza, invocando la Costituzione e il rispetto per il diritto all’istruzione, affinchè si blocchi un decreto che discusso con questi metodi, aspettando il nuovo ministro dell’Istruzione per ridiscuterne. All’indomani la discussione della Conferenza Stato-regioni non si tiene. Viene rimandato tutto al 21 febbraio. E intanto partono le mobilitazioni studentesche sui territori a suon di assemblee informative. Nonostante la neve, a Bologna, l’11 febbraio scorso, la Sinistra Universitaria riesce a tenere un incontro fra gli studenti e l’On. Walter Tocci - componente della Commissione Cultura, Scienza; Istruzione – vicino alle organizzazioni studentesche nazionali. Dal quale giungono rassicurazioni che il decreto verrà immediatamente cambiato nel caso a guidare il prossimo governo sarà il centrosinistra, lasciando spazio anche per immaginare come a cambiare sarà del tutto il modus operandi del nuovo ministero dell’Istruzione, invertendo la rotta Gelmini degli ultimi anni, “senza fare sconti alla visione bocconiana nel caso si vadano ad imbarcare i montiani in accordo postelettorale”. L’ultimo aggiornamento dice che IV

la discussione è nuovamente rinviata, stavolta al 28, ad elezioni fatte. Nuovo l’appello delle associazioni di sinistra a Vasco Errani per un ultimo sforzo affinché si rinvii ulteriormente la discussione sul diritto allo studio affinché partecipi il nuovo Ministro. Per il 28 febbraio infatti, a rappresentare il Governo ci sarà ancora il Ministro Profumo, oggi dimissionario e per quella data non più legittimato politicamente a prendere decisioni importanti come modificare l’architettura istituzionale del welfare studentesco. Sia il nuovo Governo, con un processo di partecipazione e confronto, a indicare le linee di una riforma necessaria al diritto allo studio. Gianluca Scarano


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qualche riflessione sulla riduzione degli appelli Il nuovo regolamento didattico, approvato e istituito nell’a.a 2010-2011 per i nuovi corsi, ci ha sempre fatto riflettere e ci ha sempre visti contrari. Stiamo parlando del regolamento che prevede il vincolo di conseguire ogni esame attraverso le prove parziali o tre appelli totali, due nella sessione ordinaria (di cui uno coincidente con il secondo parziale) e il terzo nella sessione di settembre. La logica di tale regolamento ha come l’obiettivo dell’efficienza nel vincolare gli studenti a conseguire gli esami il più velocemente possibile e quindi a laurearsi immediatamente al fine di ridurre il numero di fuori corso, un enorme peso di cui bisogna liberarsi. Dopo alcuni dialoghi con i presidi che si sono succeduti alla guida della (ex) Facoltà di Economia, giungiamo a conoscenza che il nuovo regolamento sta avendo gli effetti desiderati: il numero di esami conseguiti e la loro media sono marginalmente aumentati e la presenza alle lezioni è di nuovo diventata gratificante per i professori. Davanti a tali dati ci viene solo da dire “Accidenti, a quanto pare ci siamo sbagliati, questo

modello sembra davvero in grado di migliorare i risultati dell’università e aumentare il numero di laureati”. La questione però non è così lineare. Ci viene suggerito infatti di ragionare in termini di “aggregato” e di tralasciare i casi particolari degli studenti che non si laureano in prima sessione a luglio e possono rimanere intrappolati dai mancati appelli in controsessione sapendo di finire fuoricorso già a settembre. A questo punto, cerchiamo davvero di ragionare in termini di “aggregato” e portare il nostro sguardo sull’intero processo di riforma dell’università, prendendo come testimone il modello improntato all’efficienza della nostra Facoltà. E’ noto che per avere la maggiore efficienza, la strada che gli economisti preferiscono percorrere è quella del mercato e quindi della concorrenza. Sono queste dunque le parole d’ordine verso cui l’università sta navigando: efficienza nelle università e concorrenza tra le università. Le riforme della Gelmini (a partire dal 2008) hanno V

portato con sé, assieme agli ingenti tagli della finanziaria di Tremonti, una redistribuzione dell’FFO (il Fondo di finanziamento ordinario) tra le università di circa 3 miliardi dal 2009 al 2012. Tale redistribuzione, letta sotto la voce “premialità”, risponde al modello di concorrenza tra le università che, per ottenere maggiori fondi, devono raggiungere certi requisiti di “merito”. Tra questi vi è l’eliminazione dei fuoricorso (che rappresentano una peculiarità del sistema universitario italiano, nell’a.a. 2010/2011 erano 600.000, circa il 33,59%) considerati come un peso enorme di cui liberarsi. Le università per avere maggiori fondi sono incentivate ad eliminare i fuoricorso aumentando l’efficienza dei corsi di studio. Tutto questo non basta, negli obiettivi del nuovo ministro Profumo (in linea di pensiero con la Gelmini) sorgono alcuni ostacoli rappresentati dal diritto allo studio. A luglio 2012 vengono cambiate le componenti del rapporto che regolava il limite massimo di tasse che le università potevano imporre. Tale rapporto regolato


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singolarmente da ogni università (totale tasse/totale ffo ricevuto dallo Stato = 0,2 o 20%) era stato sforato immediatamente dopo i tagli all’ffo di Tremonti (se il numeratore-tasse non si alza ma il denominatore-ffo scende il rapporto aumenta) e il ricorso degli studenti di Pavia per ottenere indietro le tasse “illegali” ebbe successo (aprile 2012). A luglio il Governo Monti decide non di restituire i finanziamenti al sistema universitario ma di cambiare le componenti del rapporto e togliere dal numeratore totale delle tasse quelle pagate dagli studenti fuoricorso e da quelli extracomunitari. In questo modo, il totale delle tasse degli studenti “ordinari” rientrano nel limite del rapporto e anzi possono essere aumentate fino a raggiungere di nuovo il 20%, mentre quelle dei fuoricorso possono essere aumentate del 25, 50 o 100% a seconda del reddito Isee. Mettiamo insieme questi nuovi meccanismi e il circolo è il seguente: meno fuoricorso e più laureati ci sono, quanto si migliora la qualità della didattica e più finanziamenti riceve l’Ateneo virtuoso. Più finanziamenti riceve l’Ateneo e più può investire nella qualità della didattica e aumentare le tasse agli studenti disincentivandoli ad andare fuoricorso. Sembra un modello perfetto per raggiungere risultati da sbandierare all’estero. Non finisce qui, però. Non finisce qui perché la retorica della

meritocrazia e dell’efficienza in realtà nasconde il diritto allo studio, sancito dalla Costituzione. Il diritto allo studio consiste principalmente in sostegno finanziario (tramite le borse)e abitativo (studentati etc) agli studenti capaci e meritevoli seppur privi di mezzi, le sue fonti sono i finanziamenti dello Stato, delle regioni e i contributi degli stessi studenti (quest’anno aumentati tramite tassa regionale); dal 2001 a oggi chi ha ricevuto effettivamente la borsa rispetto al numero totale degli aventi diritto è stato in media il 75% a livello nazionale, con notevoli disparità tra Nord e Sud Italia. A livello nazionale vi è sempre stato una consistente percentuale di studenti (uno su quattro) i quali non hanno mai ricevuto la borsa, seppur idonei. E’ degli ultimi giorni il colpo di mano di Profumo riguardo i criteri di assegnazione della borsa di studio, mirato a far quadrare i conti diminuendo il livello di reddito Isee per accedere alla borsa e che accentua ancora una volta le differenze territoriali. Sullo sfondo di quest’analisi riportiamo tre numeri: 58.000 iscritti all’università in meno in quasi 10 anni, il 37,1% dei giovani è disoccupato (e non frequenta l’università) e gli italiani tra i 20 e 40 anni che scappano all’estero sono circa 60.000 ogni anno. Il quadro che si trae da questo processo di riforme è quello di un certo pensiero politico ed economico che ha trovato nel VI

fuori corso il capro espiatorio del sistema universitario e nel binomio concorrenza ed efficienza la soluzione per competere a livello internazionale. Escludendo i giovani che provengono dalle fasce più povere dall’accesso all’università perché le tasse si alzano, le borse di studio mancano e il lavoro non c’è, il sistema universitario sta diventando sempre più elitario e, diciamolo, di classe. La riduzione degli appelli in questo contesto è solo un’esplicitazione di questa logica dal livello nazionale a quello locale, in particolare impedisce agli studenti di mantenersi lavorando, poiché per non finire fuori corso si è vincolati a seguire le lezioni e a conseguire tutti gli esami direttamente alla fine del corso. Ci riteniamo fortunati ad avere in Emilia-Romagna il 100% degli studenti idonei assegnatari di borsa di studio. Pensiamo però che il sistema universitario possa tornare ad essere un fulcro della crescita economica solo se si inverte la rotta e si ricomincia ad investire nel diritto allo studio, nella ricerca e nella qualità della didattica, per questo siamo e rimarremo contrari a tale riduzione.

Associazione di rappresentanza studentesca Economia sommersa – Sinistra Universitaria


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chi ci rappresenterà? Breve focus sui candidati della sinistra bolognese che in base all'attuale sistema elelttorale sono già sicuri a Montecitorio Molto si è detto a proposito di questo sistema elettorale, il cosiddetto “porcellum”. Questo valido soprannome suggerisce che si stenti ancora a capirne l’attuale funzionamento e quelli che dovrebbero essere gli effetti sul nostro sistema politico, nonostante la prossima sarà la sua terza (e molto probabilmente anche ultima) tornata elettorale. Basterà qui molto più semplicemente riferire, accodandoci a chi da anni traccia questa “analisi”, che si tratta, banalmente, di un disegno realizzato ad-hoc nel 2006 dall’allora maggioranza di centrodestra (nel periodo d’oro del Berlusconismo) per cautelarsi dalle imminenti elezioni politiche, le quali presentavano il centrosinistra in netto

vantaggio. Sappiamo tutti quelli che furono alla fine gli effetti verificatisi: Parlamento (e Paese) diviso in due schieramenti ed ingovernabilità. Se tralasciamo i meccanismi che riguardano formule matematiche per la traduzione dei voti in seggi, ripartizione di questi e, soprattutto, premi di maggioranza, che rappresentano un po’ i fattori cruciali delle strane alchimie di un sistema elettorale sui generis come questo, vi è però un elemento fondamentale che accumula gran parte del dissenso: le liste bloccate. Si tratta però di una caratteristica per nulla insolita nei sistemi elettorali e forse è la parte meno “strana” di questa legge elettorale. In Francia, ad esempio, tutte le tornate che riguardano le autonomie locali si articolano sulle liste bloccate. Quello che fa scalpore in Italia è però comprensibile. Innanzitutto, anche nella storia della prima repubblica, si è sempre potuto esprimere le proprie preferenze per i candidati. Nulla toglie che poi le strategie partitiche informali si siano rivelate storicamente anche piu forti di quelle istituzionali, e alla fine

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chi doveva andare in parlamento comunque c’è sempre andato! Con le liste bloccate in Italia però i partiti raggiungono il loro massimo piacere: tutto deciso dall’alto. Cosa c’è di meglio dei fedelissimi? Soprattutto un’ideona che ha aggravato la perdita di legittimità dei partiti, portando la fiducia nei loro confronti ai minimi storici parallelamente all’intensificazione dell’antipolitica. L’idea del Pd di “aggirare” questo limite attraverso le primarie per i candidati alla fine è parso essere uno strumento apprezzabile. Ma è bene ripetere che molto probabilmente si tratta di uno strumento che rimarrà confinato a questa esperienza elettorale perché quasi sicuramente al prossimo giro si cambia,… legge elettorale nuova in vista e un unico obiettivo: quanto di più lontano possibile dal porcellum. Tuttavia, quello che si può fare è continuare a votare le liste e cercare di guardare a chi c’è in lista. La regola è abbastanza ovvia: i primi in lista vengono eletti. Molte volte non si fa attenzione a questo dato e ci si


l'Universi tà limita a marcare un simbolo. La democrazia invece prescrive che ad ogni modo l’elettore deve acquisire consapevolezza di chi occuperà i seggi riferiti al proprio territorio come conseguenza del suo voto, assumendosi quindi la responsabilità politica per quel territorio. Vi è un’unica lista per l’Emilia-Romagna sia alla Camera che al Senato. Quindi per Bologna come si mettono le cose? Proviamo a fare ordine: attraverso le primarie a Bologna e provincia sono spettati 8 parlamentari complessivamente tra Camera e Senato. A questi nomi si va ad aggiungere un dieci percento di prerogativa della segreteria nazionale del partito ed inserito in una determinata circoscrizione solitamente, ma non necessariamente, perché si tratta di nomi effettivamente vicini al territorio e che possono allo stesso tempo rappresentare candidature di spicco. Quello che possiamo fare, come stampa locale, è porre sotto la lente di ingrandimento i candidati del centrosinistra per il nostro territorio. Questo dato può essere molto utile per tutti i fuorisede, sia per coloro che hanno spostato la propria residenza qui e contribuiranno a queste liste direttamente col proprio voto, si per quelli che non possono votare qui ma su cui comunque ricadono scelte relative a questo territorio e che soprattutto si sentono legati a Bologna, nonostante qualcuno li definisca estranei. Partiamo

dalla

Camera

e

partiamo dal Pd. Nulla da dire su Dario Franceschini, reggiano ex segretario del Pd, capolista d’ufficio della dirigenza. Andrea Demaria: Il numero due è in realtà il numero uno di Bologna. Persona di sinistra, ex segretario del Pd di Bologna ed ex sindaco di Marzabotto, attualmente nella segreteria di Bersani ma soprattutto molto vicino al territorio. Non a caso il più suffragato. Carlo Galli: l’illuminato del gruppo o cosa? Professore ordinario di storia delle dottrine politiche all’Alma Mater, tra i primi in Italia per questa disciplina. Sarebbe un candidato bolognese quindi, già da tempo esponente del mondo accademico vicino a Bersani. Non a caso il segretario sceglie di inserirlo nel listino di sua prerogativa e lui accetta, evitando così il giro delle primarie. Pur essendo una cattedra illustre, qualche dubbio rimane sul fatto che possa essere una candidatura vicina alle istanze studentesche se si considerano le voci di suoi ex studenti che lo considerano tanto bravo quanto élitario. Marilena Fabbri: deputata a rappresentare le istanze dell’entroterra bolognese, in forza dell’esperienza di sindaco di Sasso Marconi, prima fra le donne e alla prima esperienza a Montecitorio. Donata Lenzi: bolognese, deputata uscente dopo essere stata consigliere provinciale per Bologna, coinvolta in particolare

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in disegni di legge riguardanti pari opportunità, prevenzione della violenza domestica; salute, a tutela dei malati cronici; trasparenza e legalità, ha firmato la proposta di legge per la riduzione delle indennità parlamentari, non a caso i suoi conti sono tutti online sul suo sito. Alla prova dei fatti, le primarie l’hanno confermata per un altro mandato. Sandra Zampa: poco da dire su di lei che è stata capo-ufficio stampa per Romano Prodi, tutt’ora ne è portavoce, molto impegnata nelle relazioni internazionali, anche lei uscente e candidato donna premiata dalle primarie. Paolo Bolognesi: scrittore, ma soprattutto attivista noto per essere presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 Agosto 1980. A buon titolo quindi protagonista nella cittadinanza bolognese. Restando nella coalizione, Sel non registra un buon risultato nella tornata delle parlamentarie per quel che riguarda i candidati bolognesi. Ciò è andato di conseguenza a tutto vantaggio di esponenti di altre zone dell’Emilia Romagna, piazzati in cima alla lista, al seguito dello stesso Vendola capolista, a fare da “traino”, così come Francesco detto “Ciccio” Ferrara (Campano?? Sì è il bello delle liste bloccate), anche lui di default. In effetti il principale partner di coalizione del Pd ha registrato qualche malumore


l'Universi tà regionale in merito a un “paracadutato” in più rispetto a quanto fosse nelle aspettative dei candidati designati dalle primarie (il solo Vendola capolista cioè). Paolo Soglia, primatista a Bologna e (ormai ex) direttore di Radio Città del Capo, seppur svantaggiato dall’alternanza di genere, dovrebbe farcela, ma non ha mancato di dichiarare, con un po’ di amarezza che l’inserimento di Ferrara è stata “una scelta miope, che tutela gli apparati ma svilisce il senso delle primarie”. Non tutti gli studenti hanno la

delle urne delle primarie per essere fra gli amministratori locali che hanno ben gestito l’emergenza terremoto.

possibilità di votare per il Senato visto e considerato che la legge, per non ben chiari motivi, non lo permette agli under 25. Qualora qualcuno potesse farlo questi i candidati bolognesi del Partito democratico:

benvenga.

Claudio Broglia: a lui, sindaco di Crevalcore, il riconoscimento

Rita Ghedini: parlamentare uscente, vicepresidente Legacoop Bologna, molto attiva sul fronte delle politiche del lavoro e del terzo settore. Ennesima donna uscita vincitrice dalla tornata dalle primarie. Francesca Puglisi: attivissima sul fronte istruzione, non a caso è responsabile nazionale scuola del partito. Il suo inserimento nel listino nazionale è necessità, si punta sull’istruzione. E

Sergio Lo Giudice: consigliere comunale, membro del consiglio nazionale dell’Arcigay, ha guidato per 5 anni il Cassero e ora entra in Parlamento dopo aver ricevuto la giusta legittimazione delle primarie come attivista Lgbt. IX

Al senato le soglie sappiamo che sono più dure e lo sanno anche quelli di Sel i quali lasciano il primo posto in lista ad un alreo vincitore emiliano delle primarie, Massimo Mezzetti. Emiliano sì ma non bolognese, a Modena Sel ha raccolto più consensi. Queste alcune informazioni che si sperano possano tornare utili a quanti, per ragioni di residenza si trovano a votare qui. Quanti altri di noi sono fuorisede (e siamo tanti) si trovano costretti a tornare a casa per esprimere il proprio diritto di voto. Un diritto ancora negato per tutti quelli che contribuiscono alla mobilità e alla coesione nel nostro Paese, spostandosi per motivi di studio. Nonostante ciò non si può venir meno all’espressione delle proprie scelte e cadere nel lassismo di chi si astiene. Un astensionismo comunque giustificato se consideriamo il rendimento dei politici dei nostri tempi. Ma ancora una volta non bisogna mollare. E magari per rendere realmente democratici passaggi come questo che, causa sistema elettorale, hanno mantenuto solo nominalmente questa caratteristica, basta dare un’occhiata alle liste e muoversi di conseguenza usando uno strumento che rimane fondamentale ed imprescindibile: il voto. Gianluca Scarano


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Il San Valentino, quest'anno, è delle donne Le cifre della violenza di genere. La discriminazione e le strategie per arginarla: le quote rosa. Quest'anno abbiamo il dovere morale di ringraziare le donne. Poichè hanno avuto il merito di trasformare la stucchevole (nonchè sprecona) "festa degli innamorati" in un giorno di riflessione su un tema ben più sentito e pressante: la violenza sulle donne. "One billion rising" è stata un'iniziativa mondiale di manifestazioni e flash mob promossa dalla drammaturga statunitense Eve Ensler e sostenuta da 202 Paesi, oltre a 5.000 associazioni. "One billion", un miliardo, perchè è questo il numero delle donne sul pianeta che secondo le stime ha subito o subirà violenza. A Bologna, dal pomeriggio, partendo in piazza San Francesco e chiudendo in Montagnola centinaia di donne hanno marciato e danzato comunicando alla società di non voler più subire

stando in silenzio. In generale in tutta Italia si è registrata un'alta partecipazione, segno che il problema è molto sentito. Dati Istat del 2006, infatti, denunciano che "sono stimate in quasi 7 milioni le donne italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito nel corso della vita, dentro o fuori della famiglia, una forma di violenza, fisica o sessuale; 1 milione 400 mila donne hanno subito forme di violenza sessuale prima dei 16 anni; oltre 7 milioni di donne hanno subito o subiscono violenza psicologica". Cifre importanti. L'adesione alla manifestazione del 14 febbraio certifica la continuazione di una tendenza che le donne italiane mostrano ormai da decenni e che caratterizza un pezzo importante della storia italiana: il desiderio di battersi per conquistare diritti e tutele. Ed il tema della violenza ha sempre avuto un posto di primo piano in queste lotte. Un esempio su tutti, ed una grande vittoria, è stata l'abolizione del delitto d'onore, ossia di quell'attenuante per l'uomo che "cagiona la morte del X

coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre l'illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famigla". Questa norma arcaica ed iniqua fu abolita con la legge n. 442 del 5 agosto del 1981. Anno che sembra porsi a coronamento di un decennio, quello dei '70, che ha portato ha storiche conquiste da parte del femminismo, come la legge sul divorzio del 1970, quella della riforma del diritto di famiglia sancita nel maggio del 1975, quella sull'aborto del 1978. Tutto ciò contribuisce a consolidare l'immagine un po' brusca e indelicata della donna come sesso "debole". Essa è vittima sia nel corpo, attraverso la violenza di genere, che nella persona, con la discriminazione e la disparità di trattamento, per esempio, nel mondo del lavoro. Quanto detto è vero nella misura in cui una società riporta modalità e strutture di tipo patriarcale, sessista e in certa misura misogino. E' una tendenza, questa, a cui non sfugge nessuna società, seppur


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in diversa misura e intensità. E quella occidentale -per esteso- e italiana -nella fattispecienon fanno eccezione. Eppure le moderne civiltà hanno saputo escogitare dei dispositivi per arginare questa inclinazione nociva, un farmaco da inoculare contro quello che sembra un male congenito, oltre ovviamente alle lotte portate avanti dai gruppi sociali interessati. Si tratta delle affirmative actions o discriminazioni positive. Un caso di portata storica fu la loro introduzione da parte del presidente degli Stati Uniti J.F. Kennedy nel 1961, in direzione di un miglioramento delle condizioni degli afroamericani, fortemente discriminati, ma ormai da anni determinati a far cessare le vessazioni sul loro gruppo sociale. Il suo programma politico, sotto il segno di una "Nuova Frontiera" dovette essere completato a causa della sua prematura scomparsa dal successore Lyndon B. Johnson che nel 1964 creò una Equal Employement Opportunity Commission, al fine di promuovere la parità in ambito lavorativo. Le norme si rivelarono relativamente efficaci, permettendo ad un certo numero (seppur ristretto) di afroamericani di accedere all'alta istruzione e a buoni livelli di occupazione professionale. Sull'onda della lotta e delle conquiste del Civil Rights Movement, anche il movimento femminista si rafforzò e levò in alto la sua

bandiera: è del 1973 la legalizzazione dell'aborto da parte della Corte Suprema, nonchè l'approvazione di affirmative actions per favorire la progressione professional lavorativa delle donne. In Italia e in Europa abbiamo sentito spesso parlare di discriminazione positiva, con la formula denominata "quote rosa". Furono approvate in ambito lavorativo con la legge 125 del 10 aprile 1991 che introdusse benefici e finanziamenti pubblici "alle imprese, anche in forma cooperativa, ai loro consorzi, agli enti pubblici economici, alle associazioni sindacali dei lavoratori e ai centri di formazione professionale che adottano progetti di azioni positive". Dal mondo del lavoro, la norma cominciò ad estendersi a quello della politica, con la legge 81 del 1993 che dispone che vada promossa "la presenza di entrambi i sessi nelle giunte e negli organi collegiali del comune e della provincia nonché degli enti, aziende ed istituzioni da esse dipendenti". L'argomento contrario alle discriminazioni positive è che esse possono ledere il principio della meritocrazia. Argomento sacrosanto, eppure bisogna considerare il fatto che in una società viziata dal maschilismo il principio meritocratico potrebbe essere intrinsecamente difettoso. Sono i pesi da apporre sui diversi piatti della bilancia. Il dibattito è controverso, complesso. Che infatti ci sia XI

bisogno di attuare determinati dispositivi per promuovere l'avanzamento sociale della donna significa che questa è, nei fatti, in una posizione minoritaria acclarata; siamo ancora lungi da una effettiva parità nonostante le leggi approvate fin'ora in questa direzione. Probabilmente è un percorso che deve ancora coinvolgere qualche generazione, per radicarsi stabilmente nelle coscienze. Oppure la diversità tra uomo e donna, che è innanzitutto fisica, non verrà mai appianata, ma valorizzata, attribuendo uguale dignità a ruoli diversi. Nel frattempo, "One billion rising" ci ha offerto, durante un atipico San Valentino, almeno un miliardo di buone ragioni per tenere le mani a posto.

Michele Musso


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BOLOGNA PSICOACUSTICA Oltre le idee e i suoni di massa La psicoacustica non è una malattia dell'apparato uditivo causata da troppe serate sottocassa, nè un problema psicologico. Si tratta invece di una scienza, più precisamente dello studio della psicologia della percezione soggettiva dei suoni. Spesso tendiamo a collocare la club culture quanto più lontano possibile da scienze e movimenti culturali, per ignoranza o colpevole pregiudizio. Per ridare dignità

a un fenomeno spesso trattato con superficialità, a metà dicembre il giovanissimo gruppo di ragazzi che si ritrova sotto il nome di Beyond Common Ideas, (in stretta collaborazione con Cassero e Comune di Bologna) ha organizzato il Meeting sulla Psicoacustica. Tre giorni di dibattiti e workshop per approfondire la scienza del suono e dimostrare che la scena club non è fatta solo di luoghi comuni e pregiudizi, e superare la diffidenza rispetto ad un approccio culturale al fenomeno. Per tre giorni, nella location principale situata ai piani superiori del LGBT Center si sono alternati studiosi di musica e docenti universitari, seguiti da dj set e aperitivi in vari punti della città. Ha aperto i lavori Alberto Ronchi, assessore alla Cultura e Politiche Giovanili, sempre attento alle realtà culturali cittadine legate alla musica. Hanno poi portato la loro esperienza di musicisti sperimentali e docenti universitari: Lelio Camilleri, professore di composizione musicale elettronica al conservatorio Martini di Bologna, Roberto Caterina, professore di Psicologia della percezione, della musica e della comunicazione XII

all'Università di Bologna e Giancarlo Toniutti, uno dei maggiori esponenti italiani del suono post-industriale e della sperimentazione elettroacustica. Durante gli incontri sono state analizzate le relazioni tra musica ed emozioni, suono e pensiero, prendendo in causa numerose discipline “accademiche” come geologia, antropologia, linguistica e semiotica. Il risultato è una panoramica sulle funzioni e le connotazioni della musica che non permetterà a chi ha seguito gli incontri di ascoltare un pezzo con la stessa indifferenza di prima. Difficile riassumere in poche righe gli spunti e gli approfondimenti trattati, così come riuslterebbero poveri e fuori contesto senza i preziosi ascolti forniti dai relatori. Per tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di asssitere agli incontri, ci sono i podcast integrali e scaricabili all'indirizzo podcast.cassero.it fb: Beyond Common Ideas Matteo Montanari


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S.U. È un'associazione studentesca nata nel 2000 con lo scopo di difendere, attraverso il metodo della rappresentanza, i diritti degli studenti dell'Ateneo di Bologna. Dietro a questa sigla, all'interno di questa associazione, ci sono infatti decine di ragazze e ragazzi, bolognesi e non, che si impegnano nelle loro facoltà cercando di risolvere i piccoli-grandi problemi che tutti gli studenti quotidianamente vivono, dal diritto allo studio, una battaglia per la quale da sempre ci battiamo affinchè sia garantito a tutti, agli esami disordinati e disorganizzati, alle aule sovraffollate o al problema degli affitti delle case e della sicurezza domestica. Crediamo che in anni in cui il rapporto tra politica e società è sempre più difficile, sia importante non essere passivi, ma che sia giusto fare qualcosa, lottare per i propri ideali e le proprie convinzioni. Così abbiamo deciso che l'Università non è solo il luogo del sapere, dove viene insegnato cosa fare nella vita, ma è anche e soprattutto il luogo da dove si deve iniziare a cambiare quel mondo che così non va, che può e deve migliorare dalle piccole cose. Da qui nasce il nostro impegno di rappresentanti degli studenti, di "intermediari" tra studenti e istituzioni universitarie per chiedere un 'università democratica, laica e aperta a tutti. Le nostre battaglie ideologiche e politiche non si fermano qui; da anni facciamo regolarmente iniziative culturali sui grandi temi e problemi presenti nella nostra società. Infine nel tempo libero, oltre a studiare, ci divertiamo con le trasmissioni della nostra web-radio e organizzando feste come la mitica festa de l'UNIversiTA'. Dal 2010 S.U. è entrata a far parte della Rete Universitaria Nazionale come associazione di riferimento per Bologna, convinti della necessità di rappresentare le idee degli studenti bolognesi in un contesto più ampio, nazionale.


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