Lungarno n.92

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Febbraio 2021



Sommario 04

Editoriale La Serenata

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Nuova moschea, il dialogo va avanti

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Firenze, Arte, Cultura e Storia nel 2021

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Ristori Letterari: pillole di conforto per il presente

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C’era una volta (fare) l’amore

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Commissione Segre: ecco perché serve a Firenze

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Andrea Bruno Savelli La fabbrica dell'aria

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Giornalisti al Microfono Saluto a Lara Vinca Masini

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Lo bello stile NoCost - Il grembiule del Lachera Lavignetta

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Personaggi fiorentini - David Guetta (È) tutto nei termini

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La posta di Sigismondo Froddini - Il sapore dello stare insieme Amorazzi - China Girl

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Sacchetti fai da te per la spesa ecologica Il mignolo verde - Febbraio aromatico

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Horror Italia 24 Up&Down

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Frastuoni

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Canone ambiguo: per una letteratura queer italiana Brevi cronache librarie - Racconti fiorentini con la scusa di un libro

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La nuova generazione jazz passa nuovamente dalla Toscana Minimondo

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C’è chi prova a sfidare la crisi

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Tutti a tavola - I necci dei partigiani Spirito liquido - El mezcal

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Oroscopo


LA SERENATA di Matilde Sereni

EDITORIALE

Eppur si muove «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.» (A. Gramsci)

 La neve questo inverno è scesa copiosa, come non si vedeva da tempo. Ha ricoperto strade e montagne; chi ha potuto ha colto l’occasione per ovattare i cattivi pensieri. Eppure, anche immersi nel silenzio, si percepisce in sottofondo un costante movimento frenetico di idee, tentativi, progetti e iniziative che lasciano intendere quanta sia la voglia di ricominciare.
Sfogliando queste pagine è immediato il sentimento di ostinazione verso un futuro tutto da scrivere. Può essere l’anno del riscatto o della resa definitiva ma non sarà un ennesimo periodo di stallo. Le diversità sono sempre più evidenti, i cittadini pretendono risposte, appoggiano proposte valide, ostacolano quelle fasulle, chiedono quando non capiscono. Ed ecco che Firenze prova a fare quello che le riesce meglio: nuova viabilità, nuovi spazi culturali, nuove riqualificazioni. Più semplicemente un Nuovo Rinascimento.

 Non si può che essere fiduciosi su quel che sarà, ricordando con umiltà una celebre frase classica divenuta manifesto del primo, vero, rinascimento fiorentino Homo faber fortunae suae (l’uomo è artefice della propria sorte). 

 Buona lettura.

di Jacopo Aiazzi

Tre novità e una dimenticanza

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ra l’accademia Bocelli e la famiglia Benetton, non sono mancati negli anni nomi illustri e altrettanto illustri proposte per cercare di rilanciare l’ex convento di Sant’Orsola, dopo decenni di totale abbandono. La struttura, grande quanto mezzo quartiere, grigia, con le finestre murate e fino a poco tempo fa ricoperta da finte banconote (unico elemento di vitalità), è conosciuta come il “buco nero” a due passi dal mercato di San Lorenzo, nel cuore della città. Con la recente concessione approvata dal consiglio della Città Metropolitana della durata di 50 anni, affidata al gruppo immobiliare francese Artea, le cose a breve potrebbero cambiare. Il gruppo lo scorso anno aveva infatti partecipato al bando pubblico con la proposta di riqualificazione con funzioni prevalentemente scolastiche e di formazione, una ludoteca e un museo, atelier d’artisti, area eventi e negozi vari, con una previsione di “restituzione alla città” prevista per il 2024. Altra questione: di pochi giorni fa, invece, la notizia della donazione di un progetto di restyling che, oltre a risolvere la diatriba, a tratti imbarazzante, tra nuovo stadio e recupero del Franchi, prevede una copertura totale dell’impianto e campo da gioco rialzato per consentire la realizzazione di spazi commerciali sottostanti, aumentando la capienza di circa 10 mila posti. Ciliegina sulla torta, il progetto non costerebbe niente, in quanto donato a Palazzo Vecchio dall’architetto Guido Bonatti e la scuola design dell’UniFi. Ultima, ma non per importanza: la Giunta Comunale ha dato anche il via alla valutazione ambientale strategica del piano di recupero dell’ex caserma Gonzaga Lupi di Toscana, al confine con Scandicci, per realizzare un quartiere votato alla socialità, al verde e alla mobilità sostenibile. Insomma, tante grandi opere per la città del futuro ma le piccole questioni legate a grandi temi si stanno forse dimenticando. Proprio una porzione della caserma Gonzaga nel 2017 era entrata nel dibattito pubblico per la realizzazione di un luogo di culto adatto alla comunità islamica locale, ma la proposta ha fatto la stessa fine delle precedenti (Villa Basilewsky nello stesso anno e alcuni terreni donati dalla diocesi a Sesto Fiorentino nel 2019). Già, ma che fine ha fatto la moschea?

IN COPERTINA

IL BACIO

di Alessia Marini Alessia Marini, architetta ed illustratrice freelance. Spazia tra il disegno editoriale ed il design. Lavora su commissione con brand, agenzie creative e magazine. Alla base del suo stile c'è il mix di forme e colori. Gioca su contrasto-armonia tra forme geometriche rigorose e curve libere, tra allegri colori accesi e calmi colori pastello. Principale ispirazione è la cultura pop e scene di vita quotidiana Instagram: alessiamarini_am alessiamarini.illustrator@gmail.com

Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Firenze n. 5892 del 21/09/2012 N. 92 - Anno X - Febbraio 2021 - Rivista Mensile ISSN 2612-2294

Proprietario: Associazione Culturale Lungarno Editore: Tabloid Soc. Coop. • Firenze • N. ROC 32478 Direttore Responsabile: Jacopo Aiazzi Stampa: Tipografia Baroni e Gori srl • Prato Nessuna parte di questo periodico può essere riprodotta senza l’autorizzazione scritta dell’editore e degli autori. La direzione non si assume alcuna responsabilità per marchi, foto e slogan usati dagli inserzionisti, né per cambiamenti di date, luoghi e orari degli eventi segnalati. Lungarno ringrazia Marco Battaglia e la type foundry Zetafonts per aver concesso, rispettivamente, l’utilizzo delle font Queens Pro e Monterchi.

I contenuti di questo numero sono a cura dell’Associazione Culturale Lungarno. Per la loro realizzazione hanno collaborato: Matteo Chiapponi, Costanza Ciattini, Michele Baldini, Martina Vincenzoni, Caterina Liverani, Tommaso Ciuffoletti, Maurizio Tibaldi, Raffaella Galamini, Dootcho, Tommaso Chimenti, Daniel C. Meyer, Virginia Landi, Camilla Guidi, Marco Tangocci, Davide Di Fabrizio, Teresa Vitartali, Lafabbricadibraccia, Marcho, SpazioPosso, Francesca Corpaci, Marianna Piccini, Walter Tripi, Gabriele Giustini, Carlo Benedetti, Giulia Focardi, Susanna Stigler, Elisabetta Piazzesi, Andrea Bertelli, Lulaida, Francesca Arfilli, Alessia Marini. Caporedattore: Riccardo Morandi Editor: Arianna Giullori L’Associazione Culturale Lungarno ringrazia la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze per il contributo a sostegno delle attività culturali svolte.


Nuova moschea il dialogo va avanti di Matteo Chiapponi

illustrazione di Costanza Ciattini

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uest’ultimo difficile anno, che ci siamo lasciati alle spalle, è stato un periodo in cui molte istanze hanno dovuto, per forza di cose, esser messe in un cassetto, soffocate dalla necessità di venire a capo di una pandemia, che ci ha devastato l’anima e il cuore, ridisegnando la mappa delle nostre aspirazioni e la bussola dei nostri bisogni. Tra queste istanze c’è, e ormai da molti anni, quella della Comunità Islamica fiorentina che chiede una nuova Moschea a Firenze, in ragione del fatto che una “sistemazione arrangiata” come quella di Borgo Allegri non è affatto adeguata ai valori garantiti dalla Costituzione, come la libertà di culto. Sono passati cinque anni da quando la questione è stata messa sul tavolo delle istituzioni fiorentine. Tante parole, tanti buoni propositi, molte polemiche... ma ancora nulla di fatto. A che punto siamo veramente? Di questo e della situazione attuale abbiamo parlato con l’Imam Izzedin Elzir che, alla domanda se la nuova moschea sia un obiettivo della Comunità Islamica fiorentina per questo 2021, ci ha giustamente corretto: «È l’obiettivo di tutti: della comunità islamica, ma anche della maggioranza dei fiorentini che vogliono che loro città sia, oltre che la culla dell’arte e della bellezza, anche la culla del dialogo e dell’incontro. Purtroppo la pandemia ha rallentato - ma non arrestato - questo dialogo con le istituzioni comunali. Io e tutti i fedeli siamo fiduciosi sul fatto che si possa ricominciare a parlare in maniera più efficace non appena l’emergenza, finalmen-

te, terminerà. Le aree individuate tramite il percorso partecipativo sono molte, ma non c’è ancora un’area specifica perché è necessario capire la fattibilità di ciascuna di esse». Come si è attrezzata la comunità islamica durante questo periodo? «La legge dello Stato ci ha permesso dopo mesi, finalmente, di riaprire le Moschee di Borgo Allegri, Sorgane, Isolotto e Campi Bisenzio. Lo abbiamo fatto tenendo ben presente che la sacralità della vita è un valore per noi imprescindibile, quindi abbiamo applicato tutte le disposizioni sul distanziamento, l’utilizzo delle mascherine, fornite anche dall’amministrazione per chi non ne fosse in possesso. Non solo, grazie a Caritas e al Banco Alimentare abbiamo aiutato tante famiglie in difficoltà collaborando ancora meglio di prima con il tessuto sociale cittadino». In una sua intervista disse che la presunzione d’innocenza viene spesso ribaltata quando si tratta di appartenenti all’Islam. È ancora così? «Purtroppo gli attentati che hanno sconvolto l’Europa e non solo in questi anni hanno contribuito fortemente all’instaurarsi di certe convinzioni... ma, col tempo, i cittadini si stanno rendendo conto che non ci si salva da soli, soprattutto ora. Le diversità devono essere ponti e non muri». Cosa si augura per questo nuovo anno? «Mi auguro che tutti insieme si esca da questa situazione, innanzitutto. Dopodiché mi auguro di poterci rimettere a lavoro con tutte le energie e le forze per il progetto della nuova Moschea; perché la situazione in cui versa il diritto di culto a Firenze non è degna della città più bella del mondo».

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appucci, ombrelli e stivali di gomma. I fedeli della moschea di Borgo Allegri sono costretti a pregare fuori, anche sotto la pioggia, per garantire il rispetto delle normative anticovid. Non tutti infatti possono entrare nel magazzino dismesso adibito a moschea in una condizione che già prima della pandemia era stata più volte denunciata come non dignitosa dalla comunità islamica fiorentina. Quest’ultima segnalazione, giunta in redazione, ci spinge a chiederci: a che punto è il progetto della nuova moschea a Firenze? M.C.

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Firenze Arte, Cultura e Storia nel 2021 di Michele Baldini

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l 2021 per Firenze sarà un anno chiave dal punto di vista artistico e culturale (quindi anche del turismo e della politica degli spazi di destinazione) e molte sono le scelte da fare, nonostante gli orizzonti sanitari, economici e sociali siano tutt’altro che chiari. Oltre ai musei cittadini ci sono le istituzioni che spesso ne sono titolari e le risorse che potranno destinarvi (a chi, come e quanto). Poi c’è il privato: per esempio i grandi gruppi immobiliari, con i quali e dai quali si dovrà cercare una mediazione tra recupero profittevole e fruizione collettiva. La polemica (una tra le varie) nasce a giugno 2020, durante una puntata di Report a proposito della “messa all’incanto” di Firenze. Il focus è l’acquisto dell’Ex Caserma di San Giorgio da parte del Lowenstein (con vicenda connessa sulla fattibilità di una funicolare ormai leggendaria da Boboli al Belvedere). Il professor Montanari denuncia, un comitato si mobilita, l’amministrazione – a dicembre – lo querela. C’è poi l’assegnazione di Sant’Orsola, recente quanto bollente, al gruppo francese Althea. Ci sono i cittadini, a cui forse si dovranno dare risposte diverse rispetto alla consueta, cioè che un centro storico congestionato di turisti e con gli AirBnB al posto delle abitazioni residenziali è l’unica alternativa a un centro storico povero e vuoto. Ci sono anche i Millennials, i nativi digitali, che hanno idee e capacità di intercettare ed educare nuove e appetibili fasce di pubblico. Abbiamo tentato di aprire un dibattito su quelli che sono con molta probabilità i pilastri della Firenze del 2021: Arte e Cultura, Spazi e Mobilità, Storia e Futuro e l’immancabile coppia Tradizione e Innovazione.

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SERGIO RISALITI MUSEO NOVECENTO Sergio Risaliti è tra i massimi storici dell’arte italiani, per Firenze ha curato numerose iniziative, è direttore del Museo Novecento. Quando parliamo è investito anima e corpo nell’organizzazione della personale di Henry Moore, in arrivo al Novecento: «un’occasione unica a 50 anni dalla mostra al Forte Belvedere. Il Museo si accredita a livello scientifico con un grande progetto espositivo preparato per due anni con la prestigiosa Fondazione Moore. Una prova di maturità e un regalo alla città, in un momento di progressiva marginalizzazione della vita artistica e culturale». Gli chiedo del Premio Wonderful, prossimo all’assegnazione di quattro borse di studio da 5000 euro a 4 artisti italiani under 40: «l’arte contemporanea deve produrre aggiornamenti e aiutare i giovani talenti a formarsi al meglio». A questo punto però, vorrei da lui un’opinione anche sul ruolo che il turismo potrà assumere nella Firenze post COVID: «sono contrario al turismo di massa, se pensiamo a quello del Grand Tour, era completamente diverso. Il turismo può cambiare, restando rapito dalla shock della bellezza. Prima di tutto però, vengono i cittadini ed è a loro che la città deve offrirsi».

Riflessioni tra investimenti, proposte e polemiche

E che ne pensa invece dei grandi investimenti privati che – non senza polemiche – stanno acquisendo porzioni di città e del centro storico spesso “sottocosto”? «La grandezza di Firenze è stata costruita

da investimenti privati, dalle grandi famiglie che a partire dai Medici, dagli Strozzi, per finire con gli stessi Bardini, hanno arricchito il patrimonio cittadino. I grandi musei sono perlopiù collezioni private poi donate alla città». E l’amministrazione locale che deve fare? «Ci sono tanti luoghi che un sistema pubblico non sa o non può tutelare, quindi possiamo e dobbiamo dare fiducia ai privati. Questo processo deve però essere accompagnato e rispettare l’utilizzo di quei luoghi e dei beni presenti anche da parte della cittadinanza». E di due “cessioni eccellenti” come l’EX Caserma San Giorgio e il Complesso di Sant’Orsola che ne pensa? «In generale preferisco che un luogo rinasca a che resti uno scheletro immondo. L’acquisizione e il recupero sono di per sé positive. Ogni operazione subirà certo cambiamenti in corso e interruzioni, forse non rispetterà le aspettative, certo che è che l’Immobilità e la perfezione sono divine e tutti noi siamo umani». Tipo la funicolare da Boboli al Belvedere? «Appunto! Chissà se mai la faranno quella!». Cosa risponderebbe a chi denuncia una svendita? «Ma Firenze, nonostante certi ambiziosi soloni che in cerca solo di popolarità ne sostengono la piena autenticità, è fatta al 70% di falsi storici! Quando curai l’istallazione dell’opera di Jeff Koons in piazza della Signoria mi attirai numerose critiche, ma era la sola opera originale tra falsi, tra cui lo stesso David. Il cambiamento significa vita».


MASSIMO BOMBONI VIAGGI NELLA STORIA Massimo Bomboni, studente fiorentino di storia, cura un interessante profilo su Instagram: «Viaggi nella Storia nasce il 30 giugno 2020, da una notte di insonnia del sottoscritto. Volevo trovare un modo diverso per coltivare e comunicare la mia passione per la Storia e i viaggi, sviluppata negli anni di studio. Ho deciso di sfruttare Instagram perché consente di raccontare storie sintetiche, corredate da immagini, elemento fondamentale nel mondo di oggi». Ti occupi di storia delle merci. In una città in cui anche il Turismo è stato spesso paragonato a una merce, ti chiederei di arricchire questo concetto con un aneddoto storico o con un excursus. «Il viaggio turistico non è sempre esistito, nei secoli passati viaggiare era una pratica pericolosa a causa delle asperità della natura e degli altri uomini. Potremmo definire però i pellegrinaggi verso luoghi santi (Gerusalemme, Roma, Santiago, etc.) una sorta di turismo ante litteram, laddove si formava un intero sistema di infrastrutture atte all’accoglienza di pellegrini, lungo percorsi ben definiti». Il modo in cui cerchi di spingere ad approcciarsi al viaggio non è tanto quello del consumo, ma quello della conoscenza. E come svilupperesti il tuo viaggio all’interno della città per conoscerla veramente? «Firenze è una città meravigliosa, qualsiasi percorso si scelga. Tuttavia, per chi volesse scoprire la città da angolazioni meno tradizionali, consiglio di partire da Oltrarno, dal quartiere di San Niccolò e di San Frediano, fino al forte Belvedere e il Giardino di Boboli. Firenze è una città da godersi a piedi o in bicicletta, solo così possiamo apprezzare al meglio vie e palazzi».

ALEXIS MARTINI CRONACHE FIORENTINE Su Facebook seguo Cronache Fiorentine, una pagina nata a novembre ‘20. Scopro che è curata da un altro giovanissimo Local, Alexis Martini. «L’idea nasce dalla lettura del celebre Diario di Luca Landucci scritto tra il 1450 e il 1516 e poi continuato da anonimo, in cui si narra non solo degli eventi principali che hanno caratterizzato uno dei periodi di massimo splendore e travaglio vissuti dalla città ma anche di episodi di vita quotidiana. Poi c’è stata la “scoperta” della pianta del 1594 di Stefano Buonsignori Raffigurante la città di Firenze, si nota l’evoluzione urbanistica subita. Decisi così di aggiungere alla cronaca la collocazione geografica». Visto che uno degli argomenti che più terranno banco nel 2021 c’è senz’altro un riassetto urbanistico e della mobilità di Firenze, ti chiederei di arricchirlo con un un paio di aneddoti storici. «La Torre dei Mannelli, nell’Oltrarno, era integrata nella dimora dell’omonima famiglia da almeno il 1333. Tra il 1564 ed il 1565 quest’ultima si oppose strenuamente alla demolizione della torre, voluta nel progetto del Vasari per la costruzione dell’imponente Corridoio. Il progetto avrebbe dovuto ridimensionare la torre ma il cantiere venne contrastato a tal punto da costringere il Vasari a modificare il percorso non più all’interno della torre stessa, come la vicina Torre degli Ubriachi, ma intorno, sostenuto da blocchi di pietra serena ancora oggi visibili. L’opera era iniziata almeno sei anni prima e aveva già contribuito a cambiare radicalmente il volto dell’odierno piazzale degli Uffizi, all’epoca noto come il quartiere “a luci rosse” della Baldracca (nome dovuto alla distorsione della parola Bagdad, dal nome di un’osteria di quartiere) poi raso al suolo». 7


#SOLOINSALA, L’ARTE DI SAPER ASPETTARE di Caterina Liverani

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Ristori Letterari: pillole di conforto per il presente di Martina Vincenzoni

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n anno esatto di concerti in streaming, lezioni di musica via Skype, spettacoli teatrali visti attraverso gli schermi e cene da asporto ci hanno impresso ben bene nella mente che certe esperienze vanno fatte per via diretta, e che niente potrà mai adeguatamente sostituire l’esserci. Assodato ciò, il panorama dell’offerta online si è ampliato e approfondito durante questi mesi, e ha dato vita a iniziative sempre più mirate e articolate. Una delle più emozionanti a cui si può assistere in questi giorni è Ristori Letterari. Si tratta di una serie di video girati all’interno degli ambienti della Biblioteca Nazionale: monumentali e immensi già di solito, nella percezione da studenti, ma ancora più suggestivi in riprese lente e rivelatrici di profonde eco di passi e voci che risuonano negli ambienti vuoti. Le voci sono quelle di attori e attrici che leggono brani scelti di letteratura del Novecento: da Anna Banti a Carlo Emilio Gadda, passando per Elsa Morante e oltre.

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La letteratura del Novecento è il vero e proprio ristoro: un’inesauribile fonte di conforto alle ansie di un presente che è ancora raccontato da quelle stesse parole. L’evento è a cura di Murmuris, realtà culturale che si occupa di teatro contemporaneo residente al Teatro Cantiere Florida; ha avuto inizio il 28 dicembre scorso, ha proseguito con sei appuntamenti per tutto gennaio e ora vedrà altri due episodi il 4 e l’11 febbraio. Questi ultimi concluderanno la serie dalla Biblioteca Nazionale, della quale è stato possibile scoprire luoghi solitamente chiusi al pubblico, come il laboratorio di restauro e i magazzini, oltre alla sala lettura. L’iniziativa, curata da Luca Starita con i video di Rebecca Lena, ha avuto il supporto di Regione Toscana, Fondazione CR Firenze e RAT – Residenze Artistiche Toscane, all’interno dell’Inverno Fiorentino; viste le risposte positive avute, ci auguriamo che si estenda anche ad altri luoghi della città. Per rimanere aggiornati, è utile seguire la pagina Facebook @murmurismurmuris.

a sala cinematografica è insostituibile e non vediamo l’ora di tornarci. ANICA e ANEC, le due istituzioni che in Italia rappresentano rispettivamente l’industria cinematografica e gli esercenti, lo scorso 22 dicembre hanno dato ancor più voce a questa convinzione tramite un video e la creazione dell’#soloinsala. Se la chiusura forzata dei cinema ha decretato una sempre maggior fortuna delle piattaforme streaming, presso le quali sono convogliate anche alcune pellicole che sarebbero dovute uscire in questi mesi, c’è chi ha scelto una linea rigorosa proprio a tutela dell’esperienza unica della prima visione fatta in sala, come Cristiana Baiocchi di Spazio Uno, la storica sala fiorentina di via Del Sole: «Noi abbiamo scelto di non appoggiarci a piattaforme streaming. I distributori indipendenti nell’incertezza non stanno facendo uscire niente, e quel poco che era stato programmato per ottobre, quando pensavamo di avere un maggior respiro, è stato purtroppo bruciato come è successo con il documentario su Greta Thumberg. Purtroppo in questi mesi è prevalsa la paura di venire dimenticati e allora si sono venduti prodotti validi per le sale a dei canali on demand. Le piattaforme vanno benissimo, ma per pellicole già datate, anzi, spesso anche noi ne segnaliamo ai nostri spettatori tramite i social network. Gli esercenti però devono anche far sì che il pubblico attenda con gioia la riapertura senza venire dirottato verso esperienze che disincentivino il ritorno in sala». Il contatto con gli spettatori rimasti a casa è stato fondamentale in questi mesi: «Lo scambio è più forte che mai. Noi vendiamo emozioni e anche adesso che il cinema è fermo possiamo comunicare. I follower di Spazio Uno sono persino aumentati. Le persone torneranno in sala quando sarà possibile e adesso è inutile proporre rassegne e seconde visioni a pagamento, perché l’offerta presente e svincolata dalla contingenza della pandemia è già sterminata. Noi abbiamo preferito dialogare e tanti amici si sono manifestati privatamente con affetto. Arriveranno tempi migliori e la filosofia della sala è quella di saperli attendere, insieme con i nostri spettatori».


C’era una volta (fare) l’amore di Tommaso Ciuffoletti illustrazione di Maurizio Tibaldi

L’hai fatto il tampone? Sì, ieri: negativo. E te? Io oggi, negativo anche io. E allora si fa all’amore.

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erché non è proprio semplicissimo al giorno d’oggi, avere quei rapporti occasionali che già prima non è che fossero all’ordine del giorno. Parlo con i miei amici e le mie amiche single e vengono fuori vicende mica banali. E del resto come potrei non capirli. Sono nato in un paese cattolico dove una vaga idea che non fosse opportuno darla via con troppa leggerezza, aleggiava ancora negli anni ‘90 nonostante i balletti di Non è la RAI. E sono nato a Firenze, bambino, ma cosciente, quando la paura del Mostro agitava la campagna “Occhio ragazzi”. Il cui sottinteso era “occhio ragazzi a fare l’amore in campagna che c’è questo pazzo assassino a piede libero che non si sa mai”. Erano anni in cui i genitori fiorentini s’inventavano sabati sera al cinema per lasciare casa libera ai pargoli “che se proprio devono farlo, meglio che lo facciano a casa, piuttosto che in camporella”. E intanto però arrivava l’HIV e c’era una pubblicità in cui alcune persone erano circondate da un alone rosa che ne se-

gnalava la sieropositività, nel mentre che camminavano in mezzo ad altri che invece non avevano alone alcuno. “AIDS se lo conosci lo eviti. Se lo conosci non ti uccide”. E a suo modo fu efficace se ancora me la ricordo (e ce la ricordiamo in tanti). Ma amor vincit omnia, come dicevano i latini, e così negli anni successivi si diffondeva l’uso del preservativo e i compagni di merende andavano a processo. E intanto spuntavano programmi TV come “Il gioco delle coppie”, “Colpo di fulmine”, “Uomini e Donne”, “The Box” antesignani per certi versi, dei reality show. Programmi in cui la TV cercava di farsi cupido di nuovi amori. Tutto questo prima che l’avvento dei social network facesse il passo successivo e più radicale, tanto che oggi c’è chi preferisce Tinder perché “almeno si fa prima”. E qua confesso la mia vecchiaia, ma io su Tinder non ho mai avuto il coraggio. Nel mezzo ci sono gli evergreen. A partire dagli annunci che La Nazione teneva nella pagine interne con A.A.A di nuovo a Empoli Silvana, brasiliana grande bocca piedi bellissimi sì preliminari (e magari in prima pagina c’era un servizio indignato contro la prostituzione). E c’è anche questo mito di Firenze città di rinomata spensieratezza etero ed extra, dagli anni d’oro delle Cascine e del Tabasco, ma anche di discreto perbenismo,

dato che a questa nomea non s’è mai accompagnata una storica presenza organizzata dei movimenti lgbtetc..etc.. Ma il 2020 lo abbiamo passato per buona parte in casa e il 2021 non è iniziato meglio. Abbiamo imparato concetti come “distanziamento sociale” e subito e praticato diffidenza verso il prossimo. Abbiamo avuto cura di aver cura per gli altri, specie chi ha genitori un po’ in là con gli anni. Seghe? Sicuramente tante. E credo l’acquisto di balocchi vibranti non sia stato di troppo inferiore. Però poi c’è chi non si arrende e ancora ci prova. “Ho comprato un set di tamponi rapidi, almeno sto tranquillo” mi dice uno dei più incalliti. “L’altro giorno ho imbroccato una alla Coop (e del resto la Grande Distribuzione Organizzata oggi è uno dei pochi luoghi della seduzione rimasti), ma poi tanto non potevo invitarla da nessuna parte e addio” sospira quello più arrendevole. Io mi guardo intorno, ripenso ai bunga bunga e al far l’amore sui prati. Come fossero mondi lontani, ere distanti da quella in cui viviamo. E tra le tante ragioni che definiscono tragici i tempi che viviamo, non sembri banale riservare un posticino anche all’amore, all’eros, che oggi sopravvive tra tamponi e siti porno e che speriamo un giorno possa tornare almeno a uscire di casa anche lui.

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Commissione Segre ecco perché serve a Firenze

di Raffaella Galamini

illustrazione di Dootcho

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l 2020 prima di congedarsi ha portato a Palazzo Vecchio, proprio alla vigilia di Natale, l’istituzione di una commissione speciale “per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”. La delibera, presentata dal capogruppo Pd Nicola Armentano, è stata presentata in Palazzo Vecchio sulla scia di un’idea analoga lanciata a Palazzo Madama dalla senatrice a vita Liliana Segre. Perfino il sindaco Dario Nardella ha partecipato alla votazione, esprimendosi a favore della Commissione Segre. Con una crisi di proporzioni mondiali, il lavoro che scarseggia e le polemiche sui ristori, viene da chiedersi, serviva una commissione così e per giunta a Firenze? La risposta è nelle parole di Barbara Felleca (Pd) chiamata a presiedere la commissione, che spiega: «siamo di fronte al rischio di un conflitto sociale, innescato dalla crisi, tra soggetti tutelati e non. Finché ci sarà questo atteggiamento di differenza e distinzione tra “noi e gli altri”, non si uscirà da certi meccanismi. Riconosco che le emergenze in questo

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momento sono di sicuro altre ma credo anche che serva dare un segnale preciso, importante proprio adesso in un frangente come quello attuale». Così, sebbene non siano mancati gli attacchi, la commissione si è riunita per la prima volta in via telematica il 18 gennaio. A intervenire il professore Paolo Grossi, presidente emerito della Corte Costituzionale sul tema dei diritti umani e della dignità della persona. Secondo le intenzioni della presidente la commissione serve per «creare un humus fertile per future progettualità e per una democrazia pluralista» e sono soprattutto i ragazzi quelli che si intende coinvolgere e sensibilizzare. Felleca, che ha una formazione giuridica, ma è anche una madre con due figli adolescenti, ritiene che affrontare il discorso con i giovani sia fondamentale. Soprattutto alla luce di episodi di cronaca a dir poco inquietanti come la chat che inneggia all’olocausto, scoperta nelle scorse settimane e oggi al centro di un’indagine della Procura del Tribunale dei Minori di Firenze. La commissione Segre, istituita per l’anno 2021 proprio al fine di darsi una scadenza e ottenere obiettivi concreti, non

si limiterà solo a una ricognizione dei fenomeni presenti e a un confronto con le comunità religiose, con l’Anpi e l’Istituto della Resistenza. Per giugno, Covid permettendo, c’è allo studio una grande iniziativa che dovrebbe coinvolgere, ci si augura in presenza, le scuole e i ragazzi. A oggi, va detto, i primi ad appellarsi alla nascente commissione sono stati gli esponenti della Lega Salvini Firenze: la richiesta è scaturita a margine dell’omicidio di Agitu Ideo Gudeta, imprenditrice simbolo dell’integrazione violentata e uccisa a dicembre 2020. Nel mirino un commento su Facebook della capogruppo della lista Nardella a Palazzo Vecchio Mimma Dardano in cui “ringraziava” la politica di intolleranza della Lega: è stato acclarato invece che le responsabilità dell’omicidio non sono di carattere razziale, ma economico. E se probabilmente questa non sarà la principale questione nell’agenda della Commissione, può essere uno spazio di confronto su temi che, oggi come ieri, sono essenziali.

La presidente Felleca: “un segnale al contrasto sociale”


LA FABBRICA DELL'ARIA di Daniel C. Meyer

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Andrea Bruno Savelli

di Tommaso Chimenti

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n questo momento di pausa nazionale teatrale abbiamo intervistato il direttore artistico del Teatrodante Carlo Monni di Campi Bisenzio e del Teatro Jenco di Viareggio, Andrea Bruno Savelli. A lui abbiamo posto alcune domande sul presente e sul futuro del teatro nostrano. Come hai vissuto la pandemia, il primo lockdown e questa seconda ondata? «Come tutti ho vissuto sia il primo che il secondo lockdown con enorme angoscia dal punto di vista della salute e professionale. La prima reazione è stata di delusione per la chiusura, ma subito dopo abbiamo capito quanto invece fosse giusto tenere i sipari chiusi per preservare la salute delle persone. Il secondo è stato più faticoso per tutti, perché pensavamo di essercelo messo alle spalle». Nei tuoi teatri qual è stata l’attività svolta? «Nei nostri teatri abbiamo cercato di mantenere un filo, un’interlocuzione con i nostri spettatori, di animare continuamente il rapporto andando a esplorare anche linguaggi diversi. Abbiamo realizzato le favole al telefonino come se fossero dei veri e propri piccoli film. Abbiamo lavorato a degli inviti alla lettura, tutte cose

semplici mirate ad intrattenere allegramente le persone». Come speri di ripartire? «Intanto i Ristori sono fondamentali, più di una riapertura prematura che rischierebbe di trovare i teatri deserti per mancanza di pubblico. Spero di ripartire nella tarda primavera o nell’estate con l’entusiasmo rinnovato dagli spettacoli all’aperto e poter riprendere il filo di un discorso che per noi, sia a Campi che a Viareggio, era molto positivo». Come vedi la situazione e le sorti del teatro italiano nel 2021? «Credo che sarebbe potuta essere gestita in maniera migliore e non credo assolutamente all’idea di una piattaforma online per il teatro, forse si sarebbe potuto guardare più i contenuti che i nomi ma, alla fine, in una situazione di totale e sconosciuta emergenza, si poteva fare anche molto peggio». Che cosa cambierà sulla scena, secondo te, dopo il Covid 19? «Credo che tutto cambierà perché tutto possa rimanere come prima». Cosa vorresti programmare quando riapriranno i teatri? «Il mio sogno più profondo è quello di poter tornare sulle scene quotidianamente, con gli studenti delle scuole, nelle serali esaurite, nei piccoli paesi con i teatri da cinquanta posti e di ricominciare a fare quel nostro meraviglioso sogno chiamato teatro».

hiusi in casa oppure con la mascherina sempre indosso e il fiato corto: se c’è una cosa che questo periodo così difficile ci ha insegnato è quanto sia bello respirare, a pieni polmoni, ossigenando corpo e spirito. E purtroppo non c’è solo il Covid-19: secondo la European Environmental Agency infatti il tasso di mortalità causato dall’inquinamento dell’aria è più di dieci volte superiore a quello degli incidenti stradali. E in casa è anche peggio: passiamo infatti l’80% del nostro tempo al chiuso, in condizioni di inquinamento che sono di gran lunga peggiori di quelle esterne. Per fortuna, proprio da Firenze viene una buona notizia, che apre nuovi scenari molto interessanti; dopo il primo esperimento avvenuto con successo alla Manifattura Tabacchi, adesso anche una farmacia (la Farmacia Comunale Europa) ospita al suo interno una vera e propria “Fabbrica dell’Aria”: si tratta di un sistema indoor di filtrazione botanica altamente innovativo, sostenibile ed efficiente, ideato da Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV), e brevettato da Pnat (Project Nature). Un think tank - ex spin-off dell’Università di Firenze - composto da un team multidisciplinare di architetti e scienziati vegetali. Come funziona? La “Fabbrica dell’Aria” utilizza un dispositivo innovativo che sfrutta la capacità delle piante di catturare gli inquinanti atmosferici: le dodici piante impiegate (tra le quali il fico del caucciù, la kentia, il banano, la monstera e l’asplenio a nido di uccello) sono in grado di trattenere e degradare le molecole inquinanti sia inorganiche (biossido di carbonio, composti dell’azoto, polveri sottili…) che organiche (i composti organici volatili). Grazie a questo filtro botanico, l’aria viene completamente depurata e, grazie a un sistema di sensori, è possibile monitorarne la qualità in tempo reale. E i risultati sono straordinari: i dati finora raccolti hanno mostrato una riduzione degli inquinanti atmosferici del 97%. Forse possiamo davvero tirare un sospiro di sollievo…

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Giornalisti al Microfono

un podcast, la nostra passione di Virginia Landi

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iornalismo che passione! Soddisfazioni, difficoltà, impegno, professionalità, deontologia. Ma cosa c’è davvero dietro le quinte? Come si diventa giornalisti? E freelance? Com’è cambiata la professione con l’avvento del digitale? È con grande semplicità e naturalezza che Francesco Guidotti, pontassievese classe ’94, risponde raccontando come nasce nel 2017 il suo progetto di Giornalisti al Microfono, (www.giornalistialmicrofono.it),

SALUTO A LARA VINCA MASINI DECANA DELL’ARTE CONTEMPORANEA di Camilla Guidi

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uesto nuovo anno inizia con un’altra dolorosa perdita per il mondo dell’arte. Il 9 gennaio è venuta a mancare la critica

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podcast e blog sull’informazione, realizzato proprio attraverso le voci di chi la fa. Un mondo che si rinnova continuamente e a cui dedica ben due stagioni di interviste audio, per accorciare quella distanza tra chi legge e chi scrive, tra l’ascoltatore e il narrante, tra la verità e le mille parole con cui si descrive. «Giornalisti al Microfono nasce da un interesse personale e dalla passione per il mondo dell’informazione; non mi spiegavo tutti gli ostacoli che si frapponevano tra la volontà di fare il giornalista e lo svolgere questa professione dignitosamente spiega Francesco - La crisi di

e storica dell’arte fiorentina Lara-Vinca Masini, facendo in tempo fortunatamente a veder pubblicato il volume dei suoi Scritti scelti 1961-2019: Arte, architettura, design arti, applicate (Gli Ori 2020, a cura di Alessandra Acocella e Angelika Stepken) che riassume i suoi più importanti contributi critici. Studiosa dai molteplici interessi, autrice di originali saggi e curatrice di mostre importanti, ci piace ricordarla qui soprattutto come l’organizzatrice di quella manifestazione intitolata Umanesimo Disumanesimo nell’arte europea 1890/1980 che nel 1980 chiamò a Firenze un gruppo di artisti internazionali col compito di realizzare dieci interventi d’arte contemporanea. Questa mostra, sfaccettata e organizzata in più percorsi, sostanzialmente intendeva indagare l’arte moderna e contemporanea

questo settore è un argomento di cui non si parla abbastanza e su cui è importante porre l’attenzione. Un giornalismo di qualità è la base di una società libera: saperlo riconoscere e coltivare è fondamentale». Per questo decide di proseguire e dare vita a uno spazio dove una comunità di appassionati possa ritrovarsi, trarre spunti, idee e dialogare sui temi dell’informazione contemporanea. Uno spazio che prende forma diventando una redazione a cui si aggiungono gli autori Federica Coretto e Giovanni Lorenzi. La mera curiosità è diventata in

ponendo alla base del racconto un concetto di umanesimo inteso come categoria atemporale, come linea interrotta che in alcuni momenti si nasconde ma che poi riemerge, interpretato nella sua componente inquieta, della quale possiamo leggere echi diversi nella storia dell’arte. Un’operazione complessa da riassumere ma che sarà certamente possibile approfondire una volta terminato il riordino dell’importante archivio di materiali raccolti dalla studiosa e donato al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. La strategia di inserire gli interventi nei cortili dei palazzi storici fiorentini proponeva di rivitalizzare il concetto stesso di umanesimo,

poco tempo un progetto ricco di contenuti di qualità, un luogo dove ragionare a freddo sui temi di interesse principali, lontani dalla stretta attualità: interventi, letture, consigli su canali e newsletter da seguire, spunti interessanti di chi si occupa di giornalismo fin dal primo approccio. Di chi vuole veramente “cambiarlo”, farlo liberamente e difendere l’integrità di una delle professioni più belle che ci siano. Giornalisti al Microfono è disponibile su www.giornalistialmicrofono.it e sulle piattaforme Spreaker, Spotify, Apple Podcast a cui si aggiunge il canale YouTube.

nella volontà – affermava lei stessa – “di tentare, ancora una volta, di romperla con l’immagine stereotipa e bloccata di questa città, che nelle istituzioni, e

malgrado i moltissimi e ripetuti esempi passati, recenti e attuali, di rottura e rinnovamento […] si è come incancrenita nella degenerazione antialchemica dell’oro della sua storia nel piombo di un borioso e anticreativo adagiarsi nel ricordo del passato”.


LO BELLO STILO NOCOST a cura di Firenze NoCost

Firenze NoCost che scrive di moda per Lungarno? Sì, la realtà surclassa la fantasia. Partendo da un capo di abbigliamento la guida (anti)turistica più pazza che ci sia ci racconta il passato e il presente di grandi uomini e lucenti donne che Firenze l’hanno resa unica e senza tempo. Perché lo (bello) stile è tutto. www.nocost.guide

Il grembiule del Lachera IERI

OGGI

di Marco Tangocci e Davide Di Fabrizio

di Teresa Vitartali

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n piazza del Mercato Nuovo, ad angolo con via di Capaccio, una targa piuttosto recente commemora un personaggio fiorentino vissuto nell’Ottocento: trattasi del pastaio Giuseppe Lacheri detto Lachera (1806-1864), che faceva il venditore ambulante di ciambelle, pan di ramerino, schiacciata con l’uva e pere cotte. Oltre che per la bontà dei suoi dolci e la sua voce potente, il Lachera era famoso per i suoi scherzi, le sue pungenti battute, le invettive di popolare raffinatezza che rivolgeva ai potenti dell’epoca e specialmente al granduca Leopoldo, che soprannominò “Canapone” per via dei suoi capelli biondi e stopposi. Quando infatti il granduca fece restaurare la fontana del Porcellino, ad esempio, il Lachera diceva “E l’hanno ripulito, ma gli è sempre il solito porco!”, – e a chi pensate mai volesse alludere? E non si risparmiò nemmeno nel periodo postunitario, quando le bandiere tricolore furono esposte alle finestre e lui urlava più forte del solito “Donne, e c’è i cenci!”. Il Lachera lo si riconosceva a prima vista: basso e corpulento, indossava sempre un lungo e liso grembiule bianco (altro che le belle divise da chef d’oggigiorno!) e con in mano una teglia fumante girava nei pressi della loggia, rifacendo lo stomaco e l’umore di chi ci si fermava a discorrere. Collodi lo definì “la facezia arguta e frizzante fatta uomo, il vero brio sarcastico fiorentino travestito da venditore di pere cotte”. Incontrarlo sarebbe stato uno spasso, ma tanto in fondo Firenze era come Firenze è: un Lachera si trova sempre.

LAVIGNETTA

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ebbraio: carnevale e frittelle. Quest’anno ci toccherà forse starcene un po’ più a casa degli altri anni, e magari daremo sfogo alle nostre voglie da Masterchef, acquistando cappelli da pâtisserie francese o bianchissime giacche da Carlo Cracco. E non è un settore della moda da prendere alla leggera, visto che ha fatto e continua a fare enormi passi in avanti. La storia della divisa da chef infatti è antichissima, ma quali sono gli elementi essenziali per entrare degnamente in una cucina? Giacca a doppio petto, pantaloni a scacchi bianchi e neri, fazzoletto al collo e l’immancabile toque bianca. Ormai è una divisa vera e denota anche il livello di importanza dello chef che la indossa, oltre ad avere da sempre fondamentali funzioni pratiche e lavorative. E tuttavia – è l’era di Masterchef, ve lo ricordiamo – oggi non vengono escluse neanche varianti più ricercate e modaiole, abbandonando il classico tono bianco in favore di colorazioni più inusuali: come resistere al fascino del nero, del bordeux, del beige ecc.? Divertiamoci un po’ dunque, e sognate di vivere in un ristorante stellato al fianco dei più grandi. Ecco cosa vi propongo: SOLO CHEF
Una piccola bottega ma piena di gioielli. Uscite da qui e andate a comprarvi un bel santoku da chef. Poi dovrete solo imparare ad usarlo. Via Ghibellina, 117/r Firenze WAX MORE
Brand made in Florence che propone divise con un tocco di stile. Shop on line. BOTTEGA GIAPPONESE
Per chi non ha voglia di arrivare fino a Tokyo ma non può fare a meno di sentirsi un sushi chef nipponico. Shop on line.

di Lafabbricadibraccia

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PERSONAGGI FIORENTINI di Tommaso Ciuffoletti illustrazione di Marcho

(È) TUTTO NEI TERMINI di Michele Baldini e Virginia Landi

N

el 2020 ne abbiamo sentite di ogni. Così come di parole per descrivere relazioni, legami affettivi e spazi sociali. Ne conseguono non poche e contorte definizioni che suggeriamo di seguito. Buona lettura!

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David Guetta

e dici David Guetta, una discreta parte del mondo là fuori considera che si tratti di un tizio francese (pron. Ghettà) che fa il dj e producer, ha venduto milionate di dischi e fatto ballare altrettante persone. Ma se dici David Guetta a Firenze, magari quella Firenze che segue il calcio ed è appassionata di Fiorentina, allora tutti penseranno a un signore con la erre un po’ moscia, che quando fa le radiocronache e la Fiorentina segna, sembra pazzo della pazzia delle persone elettriche, che vengono scosse da un sentimento collettivo, che collettivamente riversano.
A ben vedere il dj e il radiocronista hanno questo in comune: la connessione con le persone, quello che – con eccesso retorico – qualcuno chiama “il loro popolo”. Hanno un ruolo inevitabilmente sciamanico. Il dj lega canzoni, per costruire un flusso che tenga insieme le persone e le faccia muovere per andare ciascuna dove vuole, senza andare in nessun posto. Il radiocronista narra vicende di 22 ragazzi – generalmente strapagati – che rincorrono lo stesso pallone cercando di spingerlo coi piedi oltre una certa soglia e nel raccontarle le trasfigura in epica tragica e gloriosa, attraverso saliscendi emotivi che sfiorano la trance.
Però, a dirla proprio tutta, se fai il dj hai a disposizione, come strumenti del tuo lavoro sciamanico, una discografia globale sconfinata. Se fai il radiocronista delle vicende sportive della squadra del gioco del calcio sita in Firenze e nota come Fiorentina, ti tocca arrangiarti con quello che passa il convento. Ecco per me il nostro Guetta è meglio di quello francese.

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Congiúnto /kondˈʒunto/ [part. pass. di congiungere; lat. coniunctus, part. pass. di coniungĕre pl. m. Congiùnti]: unito, legato da parentela. In seguito alle critiche, in una nota del 27 aprile Palazzo Chigi ha chiarito che i c. sono «parenti e affini, coniugi, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili». Ne consegue che i c. siano visitabili e intrattenibili, utili al trascorrimento di una cena o di uno scambio di doni natalizi, ma che con essi non si possa fare della movìda («Il particolare clima di vitalità sociale, culturale e artistica, caratteristico della Spagna degli anni intorno al 1980, da poco ritornata alla democrazia» – quale democrazia e quale ritrovata vitalità sociale, culturale e artistica verrebbe da chiedersi). Per analogia l’aggettivo al plurale può – soprattutto a Firenze – trasformarsi nella risposta alla domanda: «Con quale casa editrice vorresti che questo dizionario di parole nuove o di nuovo significato uscisse?». Social Bubble /social ˈbəb(ə)/ dall’inglese Social Bubble (bolla sociale). Social Bubble è un incontro di parole usato per definire quella ristretta cerchia di parenti, amici e conoscenti a cui limitare le frequentazioni post quarantena. Ma come la storia insegna, da grandi Ego dipendono grandi Social Bubble e anche il termine “ristretto” ha avuto interpretazioni discretamente personali. Dalla movìda al Social Distancing, per arrivare alla Social Bubble sono bastati pochi attimi. Quel metro fra i corpi all’inizio aveva anche un certo appeal: in fila alla posta, tra gli scaffali dei supermercati, camminando per strada. Un “vorrei ma non posso” che è finito con un “potrei ma non voglio” accostando in un paradosso distanza e socialità. Ne escono illesi solo i misantropi. Non si sono neanche accorti di cosa sia successo. Canzone associata? “Luna” di Gianni Togni.


AMORAZZI

~ QUASI UNA POSTA DEL CUORE ~ a cura di Francesca Corpaci illustrazione di Costanza Ciattini

La posta di SIGISMONDO FRODDINI a cura di SpazioPosso

Il sapore dello stare insieme Nonostante la gran confusione tra zone gialle, arancioni, decreto Natale, permessi speciali e autocertificazioni, ho riassaggiato paradossalmente un po’ di normalità. Ho avuto modo di rivedere familiari e amici, seppur con le limitazioni ormai note. Dovrei essere felice e fiducioso che questa tornerà a essere la mia realtà, eppure mi sento strano perchè mi sono sentito a disagio anche se sono persone che conosco da una vita: mi sembra di essere un ospite, quasi un estraneo. Come se, dopo mesi passati chiuso in casa in pieno smart working, scoprissi di aver perso la mia capacità di stare con gli altri… che succede? Lucas Caro Lucas, veniamo da un periodo di restrizioni e divieti, dove l’unica compagnia erano le mura domestiche e chi vi abitava dentro. Abbiamo parlato più con “Alexa” che con le persone che prima della pandemia coloravano il nostro tempo. Ogni conversazione, anziché iniziare con “come stai?”, iniziava sempre con “mi senti?”, “mi vedi?”. Un periodo dove tutto era sospeso. Adesso ci stiamo adattando a una realtà leggermente diversa, ed è un nuovo cambiamento; sì, di nuovo con questa flessibilità. È come se fino a ora fossimo stati all’interno di una bolla e tornare ad abitare quel tessuto sociale, che prima ci era familiare, può non essere così naturale come lo era prima. È come assaggiare di nuovo un piatto dopo tanto tempo, si ricorda che le piaceva tanto? Beh, oggi, a distanza di mesi, il gusto le sembra un po’ strano, sarà mica colpa del fatto che la ricetta è cambiata? Certo, rimane il suo piatto preferito, eppure c’è qualcosa di diverso a cui evidentemente fa fatica ad abituarsi. Non sappiamo esattamente come la pandemia ha modificato le ricette dei nostri rapporti, ma di certo ci avrà messo lo zampino. Adesso serve riprendere la pratica, sensibilizzare di nuovo i suoi sensi verso sapori e odori che oggi sembrano sconosciuti. Per sostenerla in questo esercizio di “riscoperta del gusto” delle sue relazioni, le consiglio di armarsi di cucchiaio e forchetta: boccone dopo boccone scoprirà davvero cosa è cambiato, nuove sfumature e sicuramente nuove forme di questi rapporti; alcuni le piaceranno ancora di più, altri le lasceranno un po’ di amaro in bocca. Del resto, come diceva la nonna quando eravamo piccoli e non volevamo assaggiare nuovi cibi dicendo che non ci piacevano, “che ne sai? Se non lo provi non lo puoi sapere!”. Buona ri-scoperta.

China Girl In un periodo in cui i parenti mi perseguitano, pretendendo aggiornamenti sulla mia vita sentimentale (quest’anno ce la siamo scampata, santo DPCM!) scrivo di una “relazione” tossica che dura da più di 10 anni. È un ex che mi ha mollata parecchio tempo fa, e che puntualmente torna a farsi vivo. Io tento di resistere, lui mi prende per sfinimento (ma a chi voglio raccontarlo?) e alla fine scopiamo. Quindi scompare, ghosting, e dopo un paio di mesi arieccolo! Non abbiamo un rapporto, non siamo amici, è proprio questione di fottutissima chimica. Tu dirai: prendilo come un diversivo! E invece no, perché a volte mi tratta come una deficiente, in modi che rasentano la maleducazione. Posto che spero di esserne uscita (ma lo dico a bassa voce, perché certe esperienze, come il cinese cattivo, tendono a ripresentarsi), consigli per non ricascarci? Dear China Girl, sei la mia kung-fu fighter preferita. Ti immagino che guardi “Grosso guaio a Chinatown” in tivù per la trentesima volta, elencando i modi in cui prenderesti a calci quel viscido di Lo Pan, anche senza Kurt Russel a fare da spalla. Non ti suggerirei mai di vedere questo tizio come un passatempo, perché evidentemente per te non lo è. Vi frequentate da dieci anni ma non avete alcun genere di relazione, a parte quella di potere. Lui fa leva sulle tue insicurezze e tu ogni volta te lo riprendi, sperando in una rivalsa che non arriverà mai. Mi sa che è il caso di ripristinare gli equilibri China Girl: spiega al tuo Lo Pan che scopare ogni tanto è ok, ma prendere pesci in faccia un po’meno. Però ti prego, non credere che così si renderà finalmente conto del tuo valore, perché (spoiler) non succederà. Offrigli una lezione di bon ton a beneficio di quelle che verranno dopo di te e poni fine a questo stillicidio. Poi, se non ti senti abbastanza razionale per tenere la posizione, ecco un metodo infallibile: scegli una persona fidata, e quando lui si farà vivo lascia che sia lei a pilotare le tue risposte, come Haran Banjo in Daitarn 3. Sembra un consiglio allucinante e forse lo è, ma non più che buttare un decennio alla mercé di uno stronzo

Ps. No, i broccoli non li ho mai più assaggiati neanche io. Inviate le vostre domande, crisi e drammi esistenziali a spazioposso@gmail.com. Il dott. Sigismondo Froddini vi risponderà in questo spazio.

Affidate dubbi, dilemmi e inconfessabili segreti in forma 100% anonima a: tellonym.me/amorazzi. Ogni mese il vostro amichevole amorazzo di quartiere risponderà in questo spazio.

Camilla Biondi, Arturo Mugnai, Federica Valeri 15


Sacchetti fai da te per la spesa ecologica testo e illustrazione di Marianna Piccini

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da poco iniziato un nuovo anno e quale scusa migliore per provare a vivere con un po’ più di riguardo verso l’ambiente? Anche se all’inizio può sembrare difficile, noi come consumatori abbiamo un grande potere, forse non possiamo cambiare il mondo ma con piccoli e semplici gesti possiamo fare il primo passo verso il cambiamento. Una delle abitudini che possiamo cercare di rendere “nostre” per far fronte al problema dei rifiuti è quella di comprare gli alimenti sfusi, sia che uno faccia la spesa al mercato, in negozi specializzati o in supermercati normali. Questo ha diversi vantaggi, non solo diminuisce la quantità di rifiuti che produciamo ma diminuisce gli sprechi alimentari e ci fa risparmiare sui costi dell’imballaggio. Ecco perché oggi troverete qui un piccolo tutorial per creare dei sacchetti in stoffa, pronti all’uso, che vi potranno aiutare in questo passaggio. Per prepararli vi serviranno dei pezzi di

stoffa, anche ricavata da vecchi vestiti o lenzuoli, di circa 30 cm x 20 cm, una macchina da cucire o ago e filo e un cordino di spago. Iniziate ritagliando dalla stoffa due rettangoli uguali delle misure indicate sopra, anche se, in verità, queste ultime dipendono molto da quello che ci volete mettere dentro e potete quindi variarle a vostro piacimento. Su uno dei lati corti di ciascun rettangolo fate un orlo di circa 1/1,5 cm, lasciando lo spazio necessario per farci passare in seguito lo spago. Adesso sovrapponete i due rettangoli con la parte buona della stoffa rivolta verso l’interno e cuciteli insieme lungo i tre lati ancora grezzi. Rigirate il tutto e fate passare lo spago dentro all’orlo aiutandovi con una spilla da balia. Fate un nodo allo spago e voilà i vostri sacchetti saranno pronti per una spesa più ecologica. Trovare negozi sfusi o che accettano di farvi usare i vostri sacchetti può a volte risultare difficile ma non bisogna perdere la speranza perché queste realtà stanno aumentando sempre di più e se si apre bene gli occhi se ne trovano diverse anche qui a Firenze.

IL MIGNOLO VERDE: Febbraio aromatico illustrazione e testo di Walter Tripi

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on siamo ancora usciti dalla pandemia, e con essa forse molti di noi si portano addosso anche qualche abitudine da vita casalinga obbligata. Una di queste – in questo caso positiva – è senz’altro la passione per la cucina che non in pochi hanno sviluppato durante i mesi di lockdown, tra abuso di lieviti e scorpacciate di farine. Se anche voi avete contratto questo effetto collaterale, proviamo a darvi una buona idea: quella di costruirvi il vostro piccolo angolo di erbe aromatiche in appartamento, per sbizzarrirvi nelle vostre sperimentazioni culinarie dispensando buoni profumi e imparando a dosarli, oh piccoli “Tanjiro Kamado”, abbattitori di demoniache ricette terribili. Vero, febbraio non è una fase facile per le coltivazioni. Anche qui, però, possiamo venirvi in soccorso con qualche consiglio. Cominciamo. Salvia, Menta e Rosmarino sono ottimi esempi di piante cocciute e che non temono il freddo: certo, occorre cercare di ripararle per non esagerare con la sfida, ma è pur vero che il loro cuore continuerà a battere e, anche in caso di problemi, vedrete che tra poche settimane basterà tagliare via le eventuali punte gelate e subito spunterà nuova, profumatissima vegetazione.
Non se la cavano affatto male neanche Melissa e Prezzemolo.

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L’Alloro è il classico esempio di una pianta che, più che cocciuta, è proprio irremovibile: con lei potrete stare tranquilli anche sotto la neve, continuerà a donarvi tutti i suoi aromi. Per l’Erba Cipollina abbiamo un consiglio un po’ tardivo, ma utile per il futuro: prima che arrivi il freddo, tagliate a piccoli pezzi gli steli e conservateli in freezer. Potrete usarli per tutto l’inverno attendendo che, in primavera, la pianta torni forte: conserveranno perfettamente le proprietà. Origano, Erba Limoncina e Basilico sono invece amiche da lasciar riposare perché tollerano davvero male questa stagione. Con loro, il Peperoncino, da buon figuro tropicale. Speriamo di avervi fatto venir voglia di provarci: buon Mignolo...e buon appetito!


Horror Italia 24

Quando la paura diventa una passione di Caterina Liverani

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onciliare un’esaustiva divulgazione cinematografica con l’immediatezza dei social network riuscendo, non solo a coinvolgere, ma anche a fidelizzare un vastissimo pubblico, fino a diventare un punto di riferimento per tanti appassionati. Questa è l’esperienza del portale HORROR ITALIA 24 che in anni di impegno e passione è diventato una realtà per quanto riguarda il cinema di genere. Lorenzo Cracolici (fiorentino, 28 anni) ne è l’ideatore e il principale animatore.

up&down

Quando nasce HI24? «Il 20 luglio del 2012 quando Facebook era in ascesa presso molti adolescenti. Quel particolare anno io avevo visto tantissimi film horror sviluppando una grande fascinazione per il genere. Nell’aprire la pagina soddisfacevo il bisogno di tenere un “diario” delle visioni fatte. Soprattutto pubblicavo, per me e senza velleità critiche, i poster dei film che vedevo. Locandine e cinema horror hanno un forte legame visivo, c’è una grande tradizione ar-

tistica e lo spettatore deve esserne stuzzicato. Aggiungevo alle immagini la mia opinione consapevole che era del tutto soggettiva». Tu il cinema horror quando lo hai scoperto? «Fin da piccolo ho sempre frequentato il cinema ma l’horror lo percepivo come qualcosa di “proibito”. Una volta riuscii però a vedere in tv: “La bambola assassina”. Un film horror su un giocattolo, visto da bambino, ti fa entrare in un mood particolare e ti lascia indubbiamente qualcosa». Come si è evoluto il progetto fino ad arrivare alla popolarità su Instagram? «La pagina Instagram è nata nel 2018 e adesso conta 23.000 iscritti. Già con l’attività su Facebook stavo avendo un ottimo seguito, tanto che ho realizzato che non potevo continuare da solo. Siamo arrivati 100.000 followers senza ricorrere a inserzioni. Ancora più recentemente è nato il sito che mi ha permesso di fare quello che sognavo da anni e cioè creare una redazione. Non ho mai pensato a HI24 come alla pagina dell’“influencer Lorenzo”, ma piuttosto come a una community. L’horror ha tante sfumature e sottogeneri, i gusti sono per forza differenti e una redazio-

ne permette quindi molteplici punti di vista». Con un così grande seguito sotto ai post ogni tanto è possibile trovare anche qualche volto noto. «Sono stato felice e molto stupito quando mi ha scritto Dardust con cui, durante il lockdown, abbiamo fatto una live mentre lui suonava al piano le colonne sonore di Dario Argento e altri classici. Anche con Federico Zampaglione, che, oltre che un musicista, è un apprezzato regista di film horror, c’è stato un bello scambio». Ti definiresti un collezionista, vista la mole di film che possiedi? «Più che un collezionista io sono appassionato dei supporti visivi dei film, è raro però che compri un film alla sua uscita; piuttosto prendo i film che mi capita di trovare cosicché le opportunità di vedere qualcosa di nuovo siano sempre stimolanti e non programmate». Dopo tutta la paura che abbiamo provato nell’ultimo anno riusciremo ancora a divertirci con l’horror al cinema? «Che certe suggestioni che avevamo vissuto solo attraverso i film siano divenute familiari è innegabile. Potrebbe esserci quindi una difficoltà nell’accostarsi con leggerezza a certi sottogeneri horror che riguardano i contagi. Magari i disaster movie non essendo più così distanti verranno etichettati come thriller e non più horror». Qual è l’ultimo film che ti ha impaurito? «Io credo che la paura nel cinema horror stia nell’ambientazione più che nelle trame. Se devo isolare qualche titolo che mi ha inquietato dico “Sleepaway Camp” e “Found” per ciò che riguarda una visione domestica, mentre in sala sicuramente “Sinister”».

L’orizzonte di gloria

Il viale del tramonto

L’UOMO INVISIBILE Le relazioni tossiche, il narcisismo, la mania del controllo e la sopraffazione. Quanto di peggio ci può essere in una relazione è reso cinematograficamente in un thriller davvero ben riuscito. Il tema dell’uomo invisibile è già stato esplorato molte volte, ma in questo caso è perfettamente rielaborato in un film sulla paranoia e sull’assenza, ricco di colpi di scena. Elisabeth Moss, impeccabile come sempre, è sicuramente l’attrice il cui bel volto arguto è simbolo del nuovo decennio e delle sue sfide.

LA REGINA DEGLI SCACCHI Non sono molte le serie che si salvano dal “filtro Netflix”. Quelle che lo fanno di solito vengono cancellate, come “Mindhunter” per esempio. Ma cos’è il filtro Netflix? Scene in esterni girate col contagocce, semplificazione di elementi narrativi di rilievo allo scopo di fare filare spedita l’azione e un’irritante illuminazione che rende lo sfondo perennemente opaco. Ana Taylor Joy è deliziosa e da sola, anche in questo caso, buca lo schermo. Ma come interprete può dare molto di più, avete presente “The Witch”?

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F R AST U O N I di Gabriele Giustini

THE NOTWIST “Vertigo Days”

THE DUST & THE DUKES “The Dust & the Dukes” Santeria

Dead Oceans/Easy Eye Sound

Non sono molte le band che hanno avuto un percorso come quello dei The Notwist. Dopo una primissima parte di carriera hardcore-punk, la band formata dai fratelli Markus e Micha Archer proveniente da Weilheim, paese vicino a Monaco, inizia a sperimentare nuovi suoni prima con “Shrink”, nel ’98, poi con “Neon Golden”, disco della consacrazione uscito nel 2002 in perfetto equilibrio tra pop, elettronica, krautrock e sperimentazioni. Usciranno altri dischi da quel 2002 a oggi, tra cui “Superheroes, Ghost-Villains & Stuff”, eccellente live che posizione la band tra le migliori fra quelle che abbiamo avuto l’onore di vedere dal vivo, anche più di una volta. A sette anni dall’ultimo album in studio e dopo varie collaborazioni, The Notwist arrivano a questo nuovo “Vertigo Days”, disco ricco di novità – il trio si è allargato – e in cui, partendo da improvvisazioni la musica converge sotto un’aura collettiva, fra astrazioni e magie kraut-pop. Molti gli ospiti, tra cui Saya del pop duo giapponese Tenniscoats, Ben LaMar Gay, Juana Molina e la super clarinettista jazz Angel Bat Dawid del giro International Anthem. “Vertigo Days” è un disco coraggioso, poetico e ricco di vita. La miglior cosa dai tempi di “Neon Golden”.

Il primo disco è evidentemente un piatto da servire freddo. Vincitori del Rock Contest, edizione 2017 di quelle in carne e ossa dove ci si ritrovava pigiati alla finale, i fiorentini The Dust & the Dukes hanno utilizzato questi anni per lavorare con cura ai suoni e all’immaginario del loro omonimo esordio, anticipato da una serie di singoli – tra cui l’ultimo Bueno’s – che ci aiutano ad entrare nel loro mondo abitato da suoni acidi, crepuscolari e desertici. Come se il power trio di Firenze, composto dall’italo-americano Gabriel Stanza (voce, tastiere, tromba), Enrico Giannini (chitarre) e Alessio Giusti (batteria e percussioni) fosse nel New Mexico. “The Dust & the Dukes” è composto da dieci brani che affondano le proprie radici nell’Americana per poi intraprendere vicoli meno bazzicati tra heavy blues – con richiami ai Dead Weather di Jack White e Alison Mosshart – rock’n’roll puro e selvaggio in stile The Rolling Stones, carica emotiva, ossessiva ed ombrosa del Nick Cave con i The Bad Seeds, e poi desert-rock, country moderno e momenti cinematici. Ospite all’organo Hammond, Uberto Rapisardi dei The Veils. E se avete una certa ritrosia verso i gruppi italiani che cantano in inglese perché temete un becaëuse di troppo, non temete, la pronuncia ed il cantato di Gabriel, che infatti è italo-americano, è perfetto.

Solo pochi mesi fa scrivevamo di quanto fosse bello il disco di Durand Jones & The Indications. Buona parte del merito è da attribuire ad Aaron Frazer che, del progetto, è polistrumentista e co-cantante assieme allo stesso Jones. Oggi Frazer, con quel look un po’ così come se fosse uscito da Ritorno al futuro nel momento in cui Marty McFly incontra il padre nel ’55, e soprattutto con una voce unica e senza tempo, arriva al suo debutto solista con “Introducing…” con la produzione e la benedizione di Dan Auerback dei The Black Keys. Composto da dodici canzoni, il disco fonde il soul classico degli anni ’60, raccontando di storie d’amore in chiave disco, gospel e doo-wop (‘Have Mercy), di messaggi tipici della scrittura di Gil Scott-Heron (la bellissima ‘Bad News’) oppure incontrando la sensibilità dello stesso Auerbach (‘Over You’). Prodotto in una settimana presso lo studio di Dan a Nashville, il disco è anche il frutto di una serie di collaborazioni e turnisti incredibili, musicisti che in passato hanno partecipato alla registrazione di classici come ‘Son of A Preacher Man’ di Dusty Srpingfield e ‘You Make Me Feel Like A Natural Woman’ di Aretha Franklin, membri del giro Daptone e Bg Crown, oltre al batterista Sam Bacco. Soul di lusso, quello di Frazer, e album bellissimo.

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AARON FRAZER “Introducing…”

La playlist di Frastuoni è su Spotify. Aggiornata settimanalmente, contiene una selezione dei migliori brani sia italiani che internazionali, in linea con i gusti della rubrica. In copertina Aaron Frazer. Scansiona il QR code per accedere direttamente e segui la pagina Facebook di Lungarno per rimanere aggiornato. Per reclami, segnalazioni e pacche sulle spalle, scrivi a frastuoni@lungarnofirenze.it 18


BREVI CRONACHE LIBRARIE di Carlo Benedetti

Racconti fiorentini con la scusa di un libro

Canone ambiguo: per una letteratura queer italiana di Martina Vincenzoni

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n diverse librerie c’è uno scaffale, di solito al confine tra narrativa e saggistica, qualche volta in area psicologia, contrassegnato dall’etichetta “letteratura queer” oppure “omosessualità”. Il mistero di cosa contenga si arricchisce ogni volta che lo si va a cercare: romanzi con storie d’amore omosessuale, libri di autori omosessuali, saggi di sociologia della sessualità, libri fotografici che documentano la scena drag negli Stati Uniti. Questo scaffale in qualche misura mi confonde sempre, per ragioni che non mi sono del tutto chiare. Ne ho parlato con Luca Starita, autore di un saggio in uscita per effequ a fine mese, per la collana “Saggi pop”, dal titolo “Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana”. «Partirei dal significato contemporaneo della parola “queer”, e cioè: tutto ciò che è possibile contrapporre a una norma. Si può pensare che esista una sezione queer della letteratura italiana che contiene tutto ciò che può essere raccolto sotto questa definizione e che spesso è stato scientemente ignorato dalla critica: da un Palazzeschi che incontrava i suoi amanti alla Piramide delle Cascine, al padre del protagonista de L’isola di Arturo, che canta per il suo amante da sotto la finestra della sua prigione». Il saggio di Luca è il risultato di un percorso di studi e di una tesi di laurea, «un’antologia critica di presentazione di testi che hanno molto da dire alle nostre generazioni, anche a chi ha sedici anni: non sappiamo come definirci, da nessun punto di vista». Gli autori presi in considerazione (Moravia, Bassani, Gadda tra gli altri) prendono parola in prima persona, dialogano tra loro con inserti di brani dei loro stessi libri, a cui viene data un’interpretazione quanto più possibile scevra da sovrastrutture. Una letteratura alternativa a quella canonica, appunto, che non solo tocca autori che rimangono fuori dai manuali, ma che riabilita passi in cui gli autori stessi esprimono la tensione di star scrivendo qualcosa “che non si dovrebbe scrivere”.

- Occhi. Ci sono occhi ovunque. Accompagnare dei quindicenni agli Uffizi non è mai semplice. C’è sempre il rischio che facciano cadere un vaso o strappino una tela del Quattrocento. - Prof, non li vede? Guardi, guardi! Matilde era una ragazza sveglia, forse troppo: avevo l’impressione che facesse fatica a rimanere in equilibrio sugli abissi che si tirava dietro. - Che schifo prof. Guardi anche lì. Matilde indicava la foresta dietro alla Primavera del Botticelli. - Non sono occhi, sono i frutti perché, ragazzi, l’allegoria del frutto è? Matilde allora si mise a urlare, inciampò e cadde a terra. Gli altri ragazzi si spaventarono, così i custodi e un po’ anch’io. Le urla rimbombavano per tutto il corridoio e in cinque minuti Matilde aveva intorno quaranta persone che fotografavano, suggerivano e, più in generale, si preoccupavano. - Alla fine tutti quegli occhi c’erano, no? Me lo chiede senza ironia, seduta sul divano di casa. Io scuoto la testa e cerco il numero dei suoi genitori. Sono profondamente cosciente di cosa sto guardando, ogni attimo da quando è entrata. Inizio a sentire il rischio di uno sguardo in più – pervertito – o in meno – cinico. Matilde, la sua felpa bianca, seduta a un lato del divano, è l’unico punto chiaro di tutta la stanza. Guardo l’agendina cercando di non misurare l’equilibrio di forze visive che ora mi sembra così evidente. Metterò dei cuscini bianchi proprio lì dov’è seduta. Cuscini morbidi, pieni di piume.

Riccardo Falcinelli, Figure Einaudi Stile Libero Extra, 2020 – 24,00€

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CITTÀ IN MUSICA di Giulia Focardi

La nuova generazione jazz passa nuovamente dalla Toscana

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opo Alessandro Lanzoni, Michelangelo Scandroglio, Silvia Bolognesi, Francesco Fiorenzani – solo per citarne alcuni – il progetto nato nel 2018 e promosso dall’associazione nazionale I-Jazz, “Nuova Generazione Jazz” fa ancora tappa in Toscana. Tra i sei gruppi selezionati dalla commissione di esperti italiani ed europei, c’è infatti anche il quintetto del giovane chitarrista pratese Francesco Zampini, formato insieme a Cosimo Boni (tromba), Xavi Torres (pianoforte), Michelangelo Scandroglio (contrabbasso) e Andrea Beninati (batteria). Zampini, classe 1993, è uno dei talenti più fulgidi della nuova generazione di jazzisti italiani. Ha iniziato a suonare la chitarra all’età di dieci anni e

MINIMONDO testo e foto di Susanna Stigler

La mia voglia di vivere con stupore ha proporzioni epiche: vi invito a ruotare la testa

43°46’32.2”N 11°13’44.8”E

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dopo la laurea conseguita nel 2015, presso il Conservatorio di Firenze “Luigi Cherubini”, è stato ammesso al “Koninklijk Conservatorium” di Den Haag per un corso di Master. Qui ha studiato con Martijn van Iterson, Eef Albers, John Ruocco, Eric Ineke e Jarmo Hoogendijk. Si è laureato a maggio 2017. Vincitore di numerosi premi nazionali (come il “Premio Chicco Bettinardi”e il premio “Davide Lufrano Chaves”), dopo aver concluso gli studi in conservatorio ha iniziato subito la propria carriera musicale suonando negli USA, in Europa e Russia, collaborando con artisti di calibro internazionale: Alex Sipiagin, Darcy James Argue, Ben van Gelder, Fabrizio Bosso, Scott Hamilton, Carl Allen, Alessandro

Lanzoni, Emanuele Cisi, Giovanni Falzone, Roberto Tarenzi, Stefano Cantini, Raffaello Pareti, Walter Paoli, Fabio Morgera, Jesper Bodilsen, Nico Gori, Ares Tavolazzi e Umberto Fiorentino. Anche se l’inizio del nuovo anno non ha portato alcune novità rispetto alla ripartenza del settore dello spettacolo dal vivo, i musicisti di “Nuova Generazione Jazz” saranno comunque sostenuti sia in Italia che all’estero, attraverso una specifica azione di promozione del talento emergente e un programma di concerti nei maggiori festival italiani ed europei, così da far circolare la loro musica, cercando nuove relazioni, legami, collaborazioni, ampliando il bacino di fruizione e di utenti.


C’è chi prova a sfidare la crisi di Raffaella Galamini

N Dalla trattoria Ada al raddoppio di Melloo passando per Outletin.it

uove aperture, ma soprattutto nuovi investimenti a Firenze: la crisi non ferma progetti e iniziative commerciali, anzi per molti è un’opportunità da sfruttare. A Campo di Marte per uno storico esercizio che chiude, il bar via Mazzini (ex Innocenti), uno che riapre. Poco più avanti sul viale ha cominciato il servizio dopo la Befana la trattoria Ada. Un ristorante storico risalente al 1921, chiuso molti anni fa e che riparte nel segno della tradizione con una cucina toscana fatta di pochi, semplici piatti proposti al meglio. L’insegna vintage del locale è già diventata cult. Sempre a Campo di Marte ma dall’altra parte della ferrovia sbarca Melloo in viale dei Mille 62r. È la pizzeria a tema musicale che a giugno 2020 ha lanciato “Vinylcoin”: in pratica paghi il burger in vinili. È la seconda apertura in città, il primo punto vendita è stato in via Gordigiani 4r, e punta a coprire con le consegne a domicilio le zone di Firen-

ze sud. Il titolare Massimo Mauceri ha investito sul delivery in questo periodo di crisi e ha visto che ci sono i margini per lavorare dignitosamente. La dimostrazione che nonostante la crisi ci sono delle opportunità da sfruttare e delle nuove fasce di mercato da conquistare. È un esempio di sharing economy Outletin. it, negozio dove si possono vendere i propri capi d’abbigliamento firmati che magari non si usano più. Ci si presenta a negozio, si ha una stima dell’oggetto griffato e a quel punto si possono ottenere dei contanti o scegliere dei buoni da spendere in un secondo tempo. Gli abiti vengono invece rivenduti. L’idea è venuta a un giovane imprenditore Gaetano Campolo. Due i punti vendita a Firenze: in piazza Mentana e in Borgo Pinti e questo fa ben sperare per il successo dell’iniziativa. Per un giovane imprenditore che muove i primi passi, un altro che è ormai noto a livello nazionale ma non siede certo sugli allori: Tommaso Mazzanti ha aperto un nuovo punto vendita dell’Antico Vinaio ai Gigli. Uno sbarco che era nell’aria già da tempo e solo in parte rallentato tra crisi e lockdown.


TUTTI A TAVOLA di Elisabetta Piazzesi

I necci dei partigiani

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empo di castagne, odore di foglie bagnate, piccoli ciclamini tardivi si rivelano timidi tra i tronchi dell’antico castagneto. Con la farina di castagne si possono preparare i Necci, deliziose focaccine, cotte sul fuoco vivo dei camini, direttamente sulle lastre di pietra o sui testi di coccio foderati con le foglie più grandi del castagno. Avvolte in queste foglie venivano poi impilate per conservarle. Nel Mugello e nelle montagne pistoiesi si celebra la sagra del Neccio. Ogni anno, nella seconda domenica del mese di marzo, a San Quirico di Valleriana (PT), soprannominata la “svizzera pesciatina”. I necci sono legati a una leggenda che probabilmente nasconde un fondo di verità. In marzo infatti, durante la ritirata dei tedeschi su quelle montagne, molti partigiani trovarono rifugio nelle immense foreste , ricche di alberi di castagno. Le staffette partigiane, solitamente donne dei luoghi montani, percorrendo sentieri solo a loro conosciuti, portavano cibo, coperte e informazioni ai ragazzi nascosti nelle grotte o in precari rifugi. A quelle donne era dato un compito gravoso: non solo trasportare vettovaglie e messaggi in codice, ma anche curare le ferite e i malanni. Spesso venivano fermate dai soldati tedeschi che ispezionavano le grandi ceste di vimini in cui erano contenuti indumenti e attrezzi agricoli per nascondere la presenza di cibo, altrimenti ingiustificabile. Durante una di queste ispezioni, alla vista delle foglie di castagno (che contenevano i necci) il soldato tedesco, perplesso, chiese alla donna spiegazioni “Sono per accendere il fuoco nella mia capanna” fu la risposta. La staffetta quel giorno consegnò una cesta ricolma di gustosi necci che sfamarono il gruppetto di partigiani, il cui comandante era soprannominato “cicca”.

Ingredienti: 500 gr di farina di castagne Acqua q.b. ½ bicchiere di latte intero Olio

Per la farcitura: 400 gr di ricotta di mucca 1 cucchiaio di zucchero

Preparazione: Mescolate in una ciotola la ricotta setacciata con lo zucchero e mettete a riposare. In un’altra ciotola stemperate la farina di castagne con l’acqua e il latte che aggiungerete poco alla volta. Girate con una frusta per non formare grumi, fino a ottenere una crema morbida. Fate riposare per 15 minuti. Scaldate il fondo di una piccola padella antiaderente (in mancanza dell’apposito attrezzo di ferro con il lungo manico e la doppia piastra), con un ramaiolo versate il composto fino a ottenere una sorta di “frittella” alta ½ cm, che girerete delicatamente per cuocerla da ambo i lati. È deliziosa sia calda che fredda, meglio se farcita con la ricotta che avete preparato precedentemente. Ottima anche con marmellata del gusto a voi più gradito.

SPIRITO LIQUIDO di Andrea Bertelli

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El Mezcal no te emborracha, te pone Màgico

l Mezcal è un distillato antico, ottenuto dalla distillazione del mosto fermentato di Agave, nota anche come “pianta magica” usata fin dai tempi dei Maya. Ha una denominazione di origine e per potersi chiamare Mezcal deve esser prodotto in una di queste sette regioni del Messico: Guerrero, Guanajuato, San Luis Potosi, Zacatecas, Durango, Tamaulipas, anche se la zona principale, che vanta quasi il 60% della produzione, è la regione di Oaxaca, a sud dello Stato. Il nome Mezcal prende ispirazione dall’idioma indio “METL”, dato all’agave per

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evidenziare la fertilità di questa pianta, i popoli di queste zone la utilizzavano come fonte di acqua, zucchero, fibre per confezionare utensili, cibo per animali e persino combustibile. La caratteristica principale del Mezcal è senza dubbio quella di sprigionare aromi e profumi floreali, fruttati e speziati, dal sapore rustico, ricco e avvolgente, in netto contrasto con la topografia delle regioni di provenienza, tutt’altro che fertili. I terreni, prevalentemente poveri e montuosi, negli anni, hanno ostacolato il pro-

liferare delle coltivazioni intensive e una produzione massiva, aiutando così a salvaguardare la qualità della materia prima, e ancorando l’intero ciclo produttivo a processi di lavorazione artigianali.
In patria questo distillato è consumato liscio o accompagnato con una fettina d’arancia, limone o lime e con un pizzico di polvere di peperoncino, o di sal de gusano (sale di verme essiccato, parassita dell’agave), ed è così che ve lo consiglio, per apprezzarlo a pieno, ma la storia non finisce qui e nel prossimo numero parleremo della produzione.


OROSCOPO di Lulaida illustrazioni di Francesca Arfilli

ARIETE (21 marzo - 19 aprile) “Tout tout va bien!”: questo sarà il vostro motto a febbraio più che mai. Vi sentite carichi e pronti per le nuove sfide che vi siete prefissati e, con grande sorpresa, il vostro ottimismo vi darà energia sufficiente per riuscire in ogni impresa. Bravi! Maschera: Capitan Spaventa

BILANCIA (23 settembre - 22 ottobre) Anche oggi non vi siete svegliati alle Maldive come desideravate. Ma perché sognare soltanto? Le cose non cambiano se rimanete immobili: provate a modificare le abitudini, cambiate direzione per una volta, anche se vi perderete, riuscirete a tornare a casa. Maschera: Colombina

TORO (20 aprile - 20 maggio) Avete sempre la calcolatrice in mano, timorosi di aver speso troppo: in effetti al contrario del consueto, vi siete dati a spese pazze e siete stati decisamente di manica larga. Coraggio, andare qualche volta in rosso non rovinerà la vostra media. Abbiate pazienza e tutto tornerà come prima, anzi meglio! Maschera: Gianduja

SCORPIONE (23 ottobre - 21 novembre) Si entra nel mese che più amate, quello dei travestimenti e delle maschere. Non volete farvi riconoscere, vi piace mascherarvi continuamente, ma poi ci rimanete male se non vi salutano per strada non riconoscendovi. Cercate di essere più coerenti adesso e prendete decisioni di cui non vi pentirete. Maschera: Brighella

GEMELLI (21 maggio - 20 giugno) Febbraio vi vede andare a rilento: siete un po’ affaticati, forse ancora più annoiati. Si sa, avete bisogno di forti emozioni, nuovi stimoli e, in questo momento, vi manca una buona benzina. Forse dovete solo darvi da fare e andare a cercarla con le vostre gambine. Non siate pessimisti, la troverete. Maschera: Pierrot

SAGITTARIO (22 novembre - 21 dicembre) Questo mese vi regalerà quello che spesso avete desiderato senza ammetterlo. Finalmente le porte si aprono, le cose si sbloccano. No, non è una magia: siete voi, avete fatto tutto da soli, siete stati bravi, audaci al punto giusto da stravolgere le situazioni, avete rischiato e adesso raccogliete i frutti del vostro lavoro. Bravi, avanti così! Maschera: Pulcinella

CANCRO (21 giugno - 22 luglio) Vi avevo avvisati che lo scorso mese non sarebbe stato facile, ma adesso avrete di che gioire. Febbraio sarà la vostra personale primavera, sboccerete come quei fiorellini che sbucano dalla neve: siete grintosi e con una ritrovata voglia di fare riuscirete ad attraversare anche le tenebre. Sorridete! Maschera: Stenterello

CAPRICORNO (22 dicembre - 19 gennaio) Siete cocciuti, questo si sa. Abbiate pazienza: questo mese non vi sarà d’aiuto la vostra indole, perché dovrete far fronte a piccole problematiche che riuscirete a risolvere solo con sangue freddo e con calma. Prendere a testate il muro non risolve proprio niente. Maschera: Pantalone

LEONE (23 luglio - 23 agosto) A volte siete proprio pedanti ed è faticoso starvi a sentire: avete questa mania di protagonismo difficile da sopportare. Più di una volta vi è stato detto, ma niente, siete sordi da quell’orecchio: esistono anche le opinioni altrui, sarebbe bene che prendeste in considerazione altre campane oltre la vostra. Maschera: Balanzone

ACQUARIO (20 gennaio - 19 febbraio) Siete in letargo. Febbraio è il mese del vostro compleanno, ma non lo amate. Siete convinti che, se non festeggiate, allora il tempo non passerà. Beh, le proprie convinzioni non andrebbero mai disconosciute, tranne in questo caso in cui forse potreste prendere in considerazione l’idea di festeggiare comunque. Maschera: Rugantino

VERGINE (24 agosto - 22 settembre) Vi sentite furbi e astuti. Pensate sempre di poter cadere in piedi, ma febbraio sarà un mese che vi darà filo da torcere: programmate per tempo una strategia d’attacco e sarete pronti. La vostra furbizia vi aiuterà, ma non sarà risolutiva. Maschera: Arlecchino

PESCI (20 febbraio - 20 marzo) Siete sempre con la testa tra le nuvole, ma è spesso un inganno che riservate ai vostri detrattori. In realtà osservate tutto, avete i piedi ben saldi per terra e puntate sul vostro obiettivo in modo deciso. Va detto comunque che tutta questa strategia vi ha un po’ stancato: a febbraio provate a cambiare modo di vedere le cose e voi stessi. Maschera: Scaramouche

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