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Gennaio 2021

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FIND YOUR DIFFERENCE


Sommario 04

La Serenata Editoriale

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Dalla parte degli invisibili

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Firenze 2010-2020

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La satira è rivoluzione

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Bookdealer

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In ricordo di Lea Vergine La porti un bacione a Firenze

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La nuova vita del "Dito di Novoli"

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Collettivo Fratture

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Musicability

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Lo bello stile NoCost - Il cardigan dell'astrofisica Lavignetta

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Personaggi fiorentini - Gaia Nanni (È) tutto nei termini

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La posta di Sigismondo Froddini - Kit di sopravvivenza per il 2021 Amorazzi - Quasi una posta del cuore

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Una mangiatoia fai da te per uccellini affamati Il mignolo verde - Gennaio colorato

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La critica giusta Up&Down

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Frastuoni

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Libri e libellule - Un esordio fiorentino forte e chiaro Brevi cronache librarie - Racconti fiorentini con la scusa di un libro

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Ciro Masella attore dell’anno

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Parola ai musicisti - Intervista a Stefano Cocco Cantini Minimondo

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La spesa è consapevole con l’aiuto di una coop Tradizioni fiorentine - Il moccolo

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Palati fini - L’Île flottante Spirito liquido - Tu non sei la mia vera madre

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Oroscopo


LA SERENATA

EDITORIALE

di Matilde Sereni

di Jacopo Aiazzi

Ci sono regali che arrivano come stelle comete, esattamente quando e dove servono, magari non sapevi neanche di volerli ma ne riconosci subito l'importanza. Altri invece sono il frutto di desideri più o meno nascosti, di suppliche, di sogni rivelati, di preghiere. Il vaccino anti covid-19 è un regalo arrivato proprio nel momento in cui anche i più temerari stavano iniziando a vacillare, in cui non si riusciva più a scorgere la speranza negli occhi dei passanti, nel bel mezzo di feste natalizie straziate, stravolte, belle e significative ma anche tristi e malinconiche. Ci è arrivato addosso quando eravamo sopraffatti dalla fatica e sebbene la strada sia ancora lunga e tortuosa, ha riacceso la lucina fulminata che aveva spento l'intero albero. Lungarno ha tentato di essere una candela (profumata, di quelle alla mela verde che mi piacciono tanto) in un periodo di forti tempeste. Ci auguriamo di tornare presto ad essere la lampada a led ecosostenibile che vi guida nei sentieri culturali della nostra splendida città. Intanto viva la ricerca, viva la resistenza, viva il senso delle piccole cose.

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La profezia di Artemio

rmai non è più una notizia: ne hanno parlato tutti per settimane, ce lo ricorderemo per anni. Quest’anno, a causa della pandemia, la magia del Natale non doveva proprio esserci, invece si è solo trasformata. Il terribile 2020 che ha accomunato il mondo intero si è concluso con un piccolo ma significativo segnale positivo. Un messaggio di speranza che ha unito i cittadini di questa città e oltre, contagiando tifosi e non. La vittoria della Fiorentina in casa della Juventus. Il “miracolo” è avvenuto, secondo l’antica profezia del Sommo Artemio, dopo una sostanziale presa di posizione sul futuro dello stadio. Poiché «così come non esiste cavaliere senza degno ronzino, non esiste squadra di calcio senza stadio», è bastata una frase, detta a fine dicembre, dal presidente della Regione Giani, per mutare una questione fatta di dissidi e scontri e attivare il meccanismo della profezia. «L’unica via è il restyling del Franchi», bloccando di fatto le evocazioni di macerie e nuove cattedrali del patron della squadra. L’evento, ovvero la vittoria fuori casa avvenuta a pochi giorni di distanza dalla suddetta dichiarazione, è stato così dirompente da finire per mischiare il sacro con il profano, diventando persino parte dell’omelia del parroco di Barberino del Mugello, ribattezzando i re Magi con i nomi degli autori dei goal. E così, Vlahovic, Alex Sandro e Caceres si misero in cammino portando con sé non i classici doni, ma ognuno una pera (o un ovo, a seconda di chi racconta), guidati da un getto luminoso che, stagliato in cielo, formava lettere e numeri in una sorta di coordinata geografica. JuventusFiorentina 0-3. L’arrivo dei tre viandanti in calzoncini portò un’estasi tale che superava la gioia per la vittoria della propria squadra con quella per la sconfitta degli antichi avversari, nel classico orgoglio meschino che ci contraddistingue. D’altronde, in tempi remoti, si parlava dei fiorentini come «gente più da veleno che da bastoni», anche a Natale, soprattutto contro i gobbi.

Buona lettura, Buon 2021

IN COPERTINA

L’ABBRACCIO

di Carlotta Antichi e Samuele Cairo "Con l'arrivo del 2021 speriamo in un anno più spensierato, ma anche un anno in cui riuscire a tornare alla normalità, e non c'è cosa più normale di un abbraccio... Buon Anno, Carlotta e Samuele" Samuele e Carlotta, dopo essersi laureati insieme al Design Campus si sono ritrovati come super colleghi/Amici. Insieme seguono la parte grafica della rivista Edera e collaborano su tanti altri progetti. Samuele: https://www.samcairo.it/ Carlotta: https://carlottaantichi.com/

Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Firenze n. 5892 del 21/09/2012 N. 91 - Anno X - Gennaio 2021 - Rivista Mensile ISSN 2612-2294

Proprietario: Associazione Culturale Lungarno Editore: Tabloid Soc. Coop. • Firenze • N. ROC 32478 Direttore Responsabile: Jacopo Aiazzi Stampa: Tipografia Baroni e Gori srl • Prato Nessuna parte di questo periodico può essere riprodotta senza l’autorizzazione scritta dell’editore e degli autori. La direzione non si assume alcuna responsabilità per marchi, foto e slogan usati dagli inserzionisti, né per cambiamenti di date, luoghi e orari degli eventi segnalati. Lungarno ringrazia Marco Battaglia e la type foundry Zetafonts per aver concesso, rispettivamente, l’utilizzo delle font Queens Pro e Monterchi.

I contenuti di questo numero sono a cura dell’Associazione Culturale Lungarno. Per la loro realizzazione hanno collaborato: Raffaella Galamini, Daniele Pasquini, Riccardo Morandi, Michele Baldini, Valentina Messina, Camilla Guidi, Giacomo Alberto Vieri, Daniele C. Meyer, Matteo Chiapponi, Martina Vincenzoni, Marco Tangocci, Davide Di Fabrizio, Teresa Vitartali, Alect, Lafabbricadibraccia, Tommaso Ciuffoletti, Marcho, Virginia Landi, Spazioposso, Francesca Corpaci, Costanza Ciattini, Marianna Piccini, Walter Tripi, Caterina Liverani, Gabriele Giustini, Beatrice Tomasi, Carlo Benedetti, Tommaso Chimenti, Giulia Focardi, Susanna Stigler, Marta Staulo, Andrea Bertelli, Lulaida, Francesca Arfilli, Carlotta Antichi, Samuele Cairo. Caporedattore: Riccardo Morandi Editor: Arianna Giullori L’Associazione Culturale Lungarno ringrazia la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze per il contributo a sostegno delle attività culturali svolte.


Dalla parte degli invisibili

di Raffaella Galamini

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ormono stretti in una coperta sotto i loggiati dei palazzi storici, chiusi nei sacchi a pelo nei sottopassi delle stazioni, talvolta sui cartoni all’ingresso delle chiese e degli ospedali. Quest’inverno, causa Covid, è stato chiesto uno sforzo in più per assistere chi è senza una fissa dimora a Firenze: il servizio di accoglienza gestito dalla Fondazione Onlus Caritas non si è tirato indietro. Per far fronte all’emergenza sanitaria sono stati istituiti anche il servizio infermieristico di reperibilità serale e i test rapidi per chi decide di entrare in struttura forniti dalla Fondazione CR Firenze. Palazzo Vecchio e i diversi Quartieri si sono impegnati per “non lasciare indietro nessuno” nel segno di una “città coesa e solidale”. Lo sforzo maggiore, come sempre, è stato affidato ai volontari. Per chi rinuncia a uno dei 150 posti letto disponibili tra Albergo Popolare, Foresteria Pertini, San Martino alla Palma e varie strutture sul territorio, ci sono le unità di strada che ogni sera dalle 20 alle 24 passano a distribuire kit, coperte, mascherine. La Croce Rossa Italiana è

operativa ogni martedì e venerdì, gli altri giorni tocca ai volontari di Insider e Outsider, Fratellanza Militare e Misericordie senza dimenticare Ronda della carità, Comunità di Sant’Egidio, Angeli della città, Porte aperte, Caritas di Monticelli, Associazione Acisif e altre realtà. Basta una serata di fine dicembre, trascorsa con i volontari della CRI-Comitato di Firenze, per rendersi conto delle condizioni in cui si vive in strada. Il pulmino della Croce Rossa parte per il suo giro alle 20 da Lungarno Soderini. A bordo una cinquantina di kit: dentro ogni sacchetto una bottiglia di tè bollente, la pasta, qualche merendina o pezzo dolce a cui si aggiungono in base alle richieste uno scaldamani, una coperta, un paio di calzini. Talvolta qualche ristoratore regala cornetti e panini. A causa dell’epidemia i volontari non possono più distribuire capi d’abbigliamento e tanto meno accompagnare nelle strutture chi è in stato di estrema necessità. Per essere ammessi prima c’è da sottoporsi al test rapido e poi, se il risultato è negativo, si ha accesso in struttura. Così capita di trovarsi a confortare un uomo grande e grosso, un ex pugile, dimesso a tarda sera dall’ospedale e lasciato letteralmente in mezzo a una strada. Il kit, una

coperta e la vicinanza dei volontari della Croce Rossa sono l’unico aiuto nell’immediato aspettando l’alba. I volontari sanno dove andare a trovare chi dorme per strada, ma le cose si complicano se è una serata di pioggia perché in molti tendono a cercare un riparo all’asciutto. C’è chi non rinuncia a lasciare quella che considera casa sua, anche se in fondo è solo un giardinetto in zona Novoli, e preferisce trovare riparo sotto un telone, anche se questo significa ritrovarsi bagnato fino alle ossa nei giorni di pioggia. L’unico conforto è la compagnia di un micetto padronale che ogni sera viene a fargli compagnia sotto le coperte. Perché in fondo chi dorme in un sottopasso o sotto un loggiato si sente nonostante tutto un po’ a casa e i volontari si affacciano con la delicatezza di chi va a bussare all’uscio del vicino. Si fermano ad ascoltare chi per la società è spesso “invisibile”. E anche un sorriso che traspare dagli occhi è un gesto che scalda queste freddi notte d’inverno.

Come l’emergenza Covid ha cambiato l’attività delle Unità di strada

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Firenze 2010-2020 di Daniele Pasquini e Riccardo Morandi illustrazione di Alect

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nternet e i social network hanno ridefinito la nostra memoria a breve termine. Schiacciati nell’oggi, non ricordiamo i fatti del mese scorso, né le notizie per cui indignavamo una settimana fa.

UNA CITTÀ CONTEMPORANEA

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irenze è la culla del Rinascimento, si sa, ma è passato mezzo millennio e l’umanità non è scolpita nel marmo. E la città se ne è accorta, aprendosi al contemporaneo in modo inaspettato (e a volte discusso). Tra le novità del decennio impossibile non menzionare l’inaugurazione nel 2014 del Museo Novecento, compimento di un appello lanciato nel lontano ’66 da Ragghianti, che presenta collezioni civiche e grande fermento espositivo. Qualche shock in più l’hanno provocato le installazioni temporanee in Piazza Signoria: le opere di Jeff Koons (2015) e Urs Fischer (2017) hanno creato un dibattito feroce. Trionfale – e stavolta senza polemiche - la riapertura del Forte di Belvedere (ricordiamo le personali di Penone, Gormley, Fabre, Mattiacci e la collettiva YTALIA). Da non scordare le mostre di Palazzo Strozzi (su tutte Ai Weiwei nel 2016, Bill Viola e poi Marina Abramovic nel 2017). Per gli amanti del contemporaneo (e degli acronimi), tra i nuovi spazi artistici ci sono anche PIA (Palazzina Indiano Arte, sede del centro produzione Virgilio Sieni), PARC (Performing Arts Research Centre, sede di Fabbrica Europa) e infine MAD (Murate Art District, ovvero lo spazio dell’ex carcere duro delle Murate destinato a mostre, eventi e residenze d’artista). Vita nuova pure per la Manifattura Tabacchi (per gli amici, MT) che dopo aver dismesso la produzione di sigari nel 2001 è stata parzialmente riaperta e riconvertita a eventi e produzione artistica. D.P.

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VICOLI OSCURI

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n epoca di attivismo mondiale contro razzismo e violenza di genere, la cronaca fiorentina dell’ultimo decennio sembra più che mai un tragico compendio, un manuale su cui far memoria. Impossibile non partire dal duplice omicidio del 13 dicembre 2011, quando Casseri, ragioniere pistoiese attivista di Casa Pound, aprì il fuoco in piazza Dalmazia uccidendo due uomini di origine senegalese, Samb Modou e Diop Mor, e ferendone un terzo, Moustapha Dieng. Casseri fuggì in auto, prima di suicidarsi nei pressi del Mercato Centrale. Una storia destinata a ripetersi, il 5 marzo 2018, quando sul Ponte Vespucci fu assassinato Idy Diene: l’ex tipografo Pirrone, autore dell’omicidio, è stato condannato a 30 anni. Stessa pena per Cheik Tidiane Diaw, anche lui senegalese, considerato responsabile della morte di Ashley Olsen, 35enne americana residente a Firenze, uccisa il 9 gennaio 2016. Pochi mesi dopo un altro femminicidio scosse Firenze, quello di Michela Noli, 31enne uccisa a coltellate dall’ex marito. Nell’autunno del 2017 un doppio-caso di violenza sessuale ha visto vittime due studentesse americane ad opera di due carabinieri in servizio: 5 anni e mezzo di reclusione per il carabiniere Costa, 4 anni e 8 mesi con rito abbreviato per l’ex-collega Camuffo. Assolti invece in Cassazione – dopo una condanna in primo e secondo grado – i tre carabinieri inputati per la morte di Riccardo Magherini, deceduto durante un fermo il 3 marzo 2014 in San Frediano, quando in seguito a una crisi di panico fu trattenuto a terra con forza prima dell’arrivo dei soccorsi. Un’assoluzione che ha fatto discutere: nel 2019 la Corte europea dei diritti umani ha accolto il ricorso sul caso. D.P.

IL GRANDE SET

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irenze è tornata dopo anni alla ribalta dei set: ma in che modo? È indubbio che il fatto di aver rivisto la nostra città protagonista di numerose produzioni televisive e cinematografiche, prima per tutte in questo decennio quella di “6 Underground” di Micheal Bay, o quella del reality datato 2011 “Jersey Shore” abbia dato molta visibilità ai luoghi a noi cari, che viviamo quotidianamente. Ma in che modo? Cosa c’è di Firenze in quello che vediamo? Poco. Firenze in questi dieci anni è diventata un fondale, come quelli che montano spesso a Cinecittà. La cartolina di Firenze, che appare anche nella produzione “I Medici”, che tanto ha appassionato, è bella, è perfetta, ma non coinvolge questa città: diventa un pezzo di un videogioco, come in “Assassin Creed”. Senza perdere tempo e battute sul capolavoro degli amici monicelliani, senza entrare nella retorica dell’Oltrarno di “Metello”, il ruolo della nostra città è oggi di semplice comprimario, di toccata e fuga, come nella serie “La casa di carta”. Bella come un dipinto, facile da carpire per l’utilizzo su un set, accessibile come trovarla su una qualunque storia sul social in voga.
Attenti, che Firenze non è solo una quinta. Siamo contenti, ma come diceva il grande Corrado “Non finisce qui”. R.M.


EI FU. SICCOME IMMOBILE.

EPPUR SI MUOVE!

elle grandi opere a volte restano solo i grandi titoli sui giornali. Il caso forse più eclatante è quello dell’aeroporto di Peretola, con la saga della nuova pista, tutt’ora in attesa di epilogo. Anche la stazione Foster, snodo fiorentino dell’alta velocità ferroviaria, ha conosciuto svariati blocchi: in questi giorni ripartiranno gli scavi, ma agli ottimisti consigliamo prudenza. Molta pazienza servirà anche ai fan della telenovela sullo stadio, che dopo l’epoca dei Della Valle e dei loro plastici si è arenata anche nella gestione Commisso. Bocciata la Mercafir, in sospeso l’ipotesi Campi Bisenzio, nonostante i decreti per facilitare i restyling si consuma quotidianamente un corpo-a-corpo tra ACF Fiorentina e istituzioni sul destino del Franchi. Un posto per costruire lo cerca da tanto anche la Comunità Islamica di Firenze, ancora oggi confinata in un fondo di Borgo Allegri difficile da chiamare moschea. Dalle istituzioni pochi spiragli, tant’è che l’ipotesi più concreta era arrivata nel 2017 dalla Curia, con l’Arcivescovo che aveva offerto un terreno a Sesto. Tra i progetti che ogni tanto ritornano c’è la funicolare del Forte di Belvedere, o meglio “l’ascensore a cremagliera” che dovrebbe collegare piazza Pitti a Porta San Giorgio. È partito l’iter di variante urbanistica, ma servirà del tempo. Per la Loggia Isozaki, il nuovo portale degli Uffizi in Piazza del Grano in attesa da più di vent’anni, sono in arrivo i fondi del Ministero: potrebbe essere il decennio buono. D.P.

a rete di mobilità fiorentina è diventata un qualcosa che, se ne avessimo parlato a millennio iniziato, molti avrebbero sorriso. Firenze si è trasformata in un’altra cosa, in appena dieci anni, soprattutto grazie a tre linee tramviarie che hanno messo in discussione gli spostamenti: i percorsi di mobilità che ad oggi collegano Scandicci, Aeroporto e la zona ospedaliera di Careggi al fulcro della Stazione, sono state la rivoluzione più importante assieme ad altre modifiche importanti del nostro assetto territoriale (vedi la pedonalizzazione estesa dell’area Duomo). I lavori vanno avanti in questi mesi, in parallelo con altri progetti, per estendere questi tracciati verso la zona Bagno a Ripoli (passando da piazza Libertà) e ridimensionare ulteriormente i modi e tempi di spostamento. I bilanci e le congetture storico-sociali non ci permettono, nonostante i comunicati stampa siano certi, di dare dei tempi sullo sviluppo. 
Ma quando parliamo di mobilità dobbiamo tenere presente anche i luoghi verso i quali ci si sposta. Firenze è cambiata nei poli, vedi lo spostamento del Tribunale in area nord e l’ultima e più importante metratura pubblica creata negli ultimi 40 anni, il Nuovo Teatro del Maggio. Tutti questi nuovi fattori (tramvia, bike sharing e ciclabili fresche di qualche mese) hanno ridisegnato totalmente la nostra città: la nuova sfida è coprire con altri progetti le aree e le zone limitrofe. Firenze, in sostanza, si è mossa in dieci anni come mai sarebbe stato possibile. Segno che, tralasciando l’idea di “staticità da cartolina” che in molti hanno, il nostro capoluogo è in movimento. La nuova sfida è trovare le persone che la muovano. R.M.

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La satira è rivoluzione di Michele Baldini

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hi di noi non si è - almeno una volta - fermato davanti a un chiosco facendosi una risata su quei titoloni in civetta? Chi non riconosce a prima vista quella tricromia di bianco nero e giallo in copertina? Ma anche i punti di riferimento, spesso, vacillano. La differenza allora la fa – oltre ai numeri – la qualità. Erano i primi di novembre quando Mario Cardinali, dalla famigerata rivista di cui è direttore, lanciava un appello: “Salvate Il Vernacoliere, servono 5000 abbonamenti in più”. Eh sì, perché la crisi si è fatta sentire da tutti e la carta stampata (qui ne sappiamo qualcosa) lotta ormai per la pura sopravvivenza. Dopo un mese, ci siamo fatti vivi anche noi per una chiacchierata sul perché e il per come. Alla direzione dal 1982, Cardinali è un energico ottantenne (ipse dixit) che utilizza il giornale un po’ come uno scudo contro la mediocrità e la facile risata. L’ironia tipicamente labronica che lo contraddistingue è in realtà politica nel senso più verace del termine: “fare satira non significa distrarsi dalle faccende di attualità, è anzi spesso l’unica arma che il popolo, per come lo intendo io, ha di opporsi al Potere e alle leggi che produce, la satira è quasi una forma di rivoluzione!”. E pur avendo oltre 275.000 “seguaci” (come li

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definisce) su Facebook intende precisare che tra scrivere post sarcastici e far uscire un giornale di satira c’è una bella differenza: “la gente ormai consuma battute come qualsiasi altra cosa, su Facebook se ne vedono sempre di più, ma questo non significa fare satira, perché quelle battute non seguono nessuna logica e sono innocue: dietro ogni nostra vignetta c’è un approfondimento, una critica all’ingiustizia e agli abusi di chi ci governa. Il registro linguistico sboccato che usiamo è in realtà quello con cui le persone più semplici possono comprendere e razionalizzare i problemi complessi che vivono ogni giorno. Siamo un presidio contro la perdita di razionalità che sta dilagando, soprattutto sui social”. E per manifestare questa indipendenza e questa libertà di critica la scelta editoriale è stata sempre quella di non ospitare pubblicità né inserzioni a pagamento di altro tipo, affidandosi alla vendita di copie (oltre 60.000) e alla sottoscrizioni di abbonamenti. “L’appello è stato lanciato perché ormai le edicole vengono sempre più disertate, ecco allora che ho chiesto ai tanti che si professano nostri sostenitori di frugarsi le tasche e di darci un aiuto concreto”.

“E l’appello sta funzionando?” chiedo. “Molto più di ogni più rosea aspettativa, siamo già a oltre 3.000 nuovi abbonamenti (dicembre 2020, ndr) e alcuni ci hanno anche fatto donazioni spontanee importanti”. Molti sono i supporter d’eccezione, dal’ex calciatore e bandiera del Livorno Alino Diamanti, al giornalista di Radio 1 Giorgio Zanchini, che lo ha persino ospitato durante la trasmissione Radio Anch’ìo, lo stesso giorno in cui l’appello fu lanciato. Ma ci sono anche professori universitari, editorialisti, scrittori di fama e molte altre teste pensanti, a riprova del fatto che Il Vernacoliere sia tutt’altro che una burla. A questo punto mi viene l’ultima domanda da fare: “Il Vernacoliere rimarrà su carta nei prossimi tempi?”. “Certo, il nostro spazio è questo, aperto a tutte le menti libere, scrittori e disegnatori, che continueranno a esprimersi liberamente schierandosi, dico io, dalla parte sinistra, quella cioè che sta con i più deboli, a loro parleremo con il nostro linguaggio da toscanacci, non il politichese e nemmeno con la comicità mordi e fuggi”. Evidentemente, almeno in questa direzione, una luce in fondo al tunnel si comincia a vedere.

L’appello del direttore Mario Cardinali per salvare il Vernacoliere


Bookdealer

l’e-commerce dalla parte delle librerie indipendenti di Valentina Messina illustrazione di Claudia Bessi

C’

è una piccola e graziosa libreria per bambini nell’Upper west Side di Manhattan che si chiama “Il negozio dietro l’angolo”. È gestita da un’adorabile biondina di nome Kathleen Kelly, che l’ha ereditata da sua madre, la quale sin da piccola l’aiutava a fare i compiti, mentre leggeva delle storie anche agli altri bambini, assidui frequentatori della libreria. E poi c’è Joe Fox, il proprietario di una grossa catena di librerie. Loro sono Meg Ryan e Tom Hanks, e questa è la trama del meraviglioso “C’è posta per te”, cult del ’98, diretto da Nora Ephron. Se Kathleen Kelly avesse avuto Bookdealer, sono sicura che non sarebbe stata costretta a chiudere la sua libreria. Ma cos’è Bookdealer? Se stranamente non ne avete ancora sentito parlare, sappiate che è l’e-commerce delle librerie indipendenti dove compri online i libri che vuoi, sostenendo la libreria di quartiere che più ami. L’idea di Leonardo Taiuti, Matteo Garavaglia, Daniele Regi e Massimiliano Innocenti ha cominciato a farsi strada durante il primo lockdown, il più buio per molte librerie, e si è poi con-

cretizzata a fine agosto con il lancio del sito. “La visione da cui tutto è partito era quella di permettere alle singole librerie indipendenti, di quartiere, di fare massa critica e provare a competere con i grandi store online. Questa è ancora la nostra sfida più grande. Questo è in fondo quello che ci scatena la voglia di lavorare a Bookdealer anche la sera tardi, anche se è domenica, anche se è un lavoro in più” – ci raccontano. A loro si aggregherà ben presto Livia del Pino, la quota rosa del team, che per Bookdealer cura l’aspetto commerciale. Una vita di corsa dietro i librai di tutta Italia, le fiere, le presentazioni di libri, le analisi sugli andamenti delle vendite e gli spaccati merceologici... fin quando non decide letteralmente di “imbarcarsi” in questa nuova avventura. Per le piccole librerie Bookdealer rappresenta uno strumento per essere online, senza un forte investimento sull’e-commerce e a oggi, sono più di 600 le librerie indipendenti salite a bordo del progetto. A Firenze, sono stati tanti i librai e le libraie che hanno aderito da subito e con entusiasmo all’iniziativa. Dalla Piccola Farmacia Letteraria alla Libreria Claudiana, passando per Farollo e Falpalà, Marabuk, Nani Pittori, Il Menabò, Libreria Campus, Libreria Alfani Editrice, Kuthà Libri, Tatatà

e Libreria Florida. Elisa, proprietaria di quest’ultima, racconta “quest’estate progettavamo un nostro e-commerce, che poi non abbiamo sviluppato... ed ecco che Bookdealer è arrivato giusto in tempo! Il sistema è sicuramente più facile e gestibile, hanno fatto un lavoro migliore di quanto avremmo potuto fare da soli!”.

Vogliamo permettere alle librerie indipendenti di competere con i grandi store online

Ricapitolando, se io volessi acquistare dalla mia libreria preferita, Bookdealer non dovrebbe fare altro che farmi giungere il pacchetto, confezionato con amore da un libraio che ogni giorno guarda in faccia i propri clienti. Con il servizio rapido e la mentalità slow, nel rispetto della filiera del libro, ecco una di quelle cose per il cui il 2020 dovrebbe essere ricordato, non costringendo più i vari “negozi dietro l’angolo” di tutta Italia ad abbassare miseramente la saracinesca. Per maggiori informazioni: https://www.bookdealer.it/

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LA PORTI UN BACIONE A FIRENZE di Giacomo Alberto Vieri foto di Claudia Gori

M

arghe sta sulla porta con quattro sacchetti bluIkea ai piedi, indossa la mascherina e aspetta che Pietro passi a prenderla, sono da poco passate le 20: “Un trasloco organizzato sulla base degli accessi in ZTL”, scherza lei, “Se non altro in campagna non avremo quest’incubo”.

Due dei tanti occhi, i suoi, che hanno scelto di rinunciare alla bellezza dei sagrati, dei lungarni, dell’arte che si schianta sulle finestre di un terzo piano in affitto, ogni mattina, qui dalle parti di Santa Croce, e trasferirsi nel verde chiantigiano. Sono più di 1000 i residenti che hanno lasciato, da gennaio, il quartiere 1. Cifre record di abbandono – anche comparandole col 2007, annus horribilis, picco negativo dal Dopoguerra – se si guarda la situazione complessiva della città. Molteplici i fattori adesso in campo: bassa natalità, ricongiungimenti e collegamenti internazionali messi in standby per l’emergenza sanitaria, costi di vita ancora molto alti a fronte di un apparato di servizi piuttosto fragile, proprio quello che ha convinto Margherita e Pietro, coppia di liberi professionisti trentacinquenni, con la prospettiva di allargare presto la famiglia, a migrare verso altri territori. Così le loro storie si aggiungono nel mio taccuino dei goodbyes, un piccolo libretto viola che tengo nello zaino con i percorsi degli amici che in questi anni hanno lasciato la città: nomi che forse ai demografi dicono poco, ma alle amministrazioni già di più, o almeno... dovrebbero, vista la situazione critica del panorama fiorentino, fra sprawl urbano e saldo migratorio. Menomale che so che Lucia, tornata nell’originaria Pistoia, oggi sta bene e può tenere il suo cane nel giardinetto, menomale che Diletta in Mugello ha “ripreso” a respirare aria pulita, menomale Diego mi scrive che può continuare a insegnare chitarra e a pagarsi l’affitto di un monolocale, a Livorno, ché a Firenze seppur con mille lavori e lavoretti non riusciva più. Menomale che Marghe, sulla porta, ha il cuore tutto intero e quando alza lo sguardo verso la sua casa di tre anni, le brillano gli occhi e dice: “Tornerò. Se me ne darai, anche tu, l’opportunità”.

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In ricordo di Lea Vergine

di Camilla Guidi

foto di Leonardo Cendamo

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ra le tante personalità straordinarie del mondo dell’arte che il 2020 si è portato via rientra anche Lea Vergine. Interessata sin da giovane all’arte e alla lettura (“mi ha salvato la vita”) e dotata di una peculiare capacità di critica e di intuito, iniziò presto a recensire e organizzare mostre, portò a Napoli Lucio Fontana e fu uno scandalo (scrissero che quel suo gusto per i buchi manifestava dei disturbi sessuali). Negli anni successivi si trasferì a Roma e poi a Milano dove poté frequentare le gallerie più sperimentali e interessarsi all’arte cinetica e programmata oltre che alla body art. Dalla personalità intrigante ed eccentrica, sfuggente e allo stesso tempo incredibilmente permeante, in una recente intervista alla domanda “perché l’arte è importante?” Lea Vergine ha risposto: “Perché l’arte non è necessaria, è il superfluo. E quello che ci serve per essere un po’ felici o meno infelici nella vita è il superfluo, quello che non serve”.

Riascoltandole ho pensato che queste parole risuonassero oggi incredibilmente calzanti e significative. Nei lunghi mesi che abbiamo alle spalle, migliaia di persone nel campo dell’arte e dello spettacolo sono rimaste senza lavoro a causa delle limitazioni imposte a questo settore. Per la maggior parte di noi, però, l’impossibilità di andare al cinema o a teatro, di vedere una mostra o visitare un museo, non ha arrecato alcun danno materiale alla conduzione delle nostre vite – in fondo il numero degli individui che grazie alla cultura vive, lavora o guadagna è molto più basso rispetto agli altri – eppure su ognuno di noi quelle limitazioni hanno avuto un peso fortissimo. Cos’è necessario e cosa superfluo dunque? Forse aveva ragione Lea Vergine nel sostenere che ciò che non ha un riscontro tangibile e immediato sulle nostre vite custodisce il dono di potercele davvero migliorare. Al di là delle polemiche su cosa sarebbe potuto andare meglio, il mio augurio è che dal momento in cui tutto questo ci è stato tolto possa scaturire la consapevolezza del valore di certe attività e del loro bisogno, o se preferite del superfluo.


La nuova vita del “Dito di Novoli” di Daniel C. Meyer

I

l “Dito di Novoli” rinasce a nuova vita: l’ex centrale Fiat di Novoli, con la sua pittoresca ciminiera, sarà infatti oggetto di una ristrutturazione che trasformerà lo storico edificio (realizzato per la Fiat nel 1939) in una nuova struttura pubblica polivalente, aperta a tutti i cittadini. Cecilia Del Re, Assessore all’Urbanistica del Comune di Firenze, conferma che i lavori partiranno nella prossima primavera, per concludersi circa un anno dopo. “Grazie a questo recupero la Centrale termica diventa un luogo simbolico di passaggio dal passato al futuro della città, unica memoria rimasta dell’insediamento produttivo preesistente – ha dichiarato l’Assessore - Protagonista indiscussa dello skyline di San Donato, ora si affianca al nuovo viadotto della

tramvia per trasportare sempre più il quartiere di Novoli nella modernità. Un piano che consente di recuperare non solo la ex centrale inserendo funzioni pubbliche e di servizio ma anche tutta l’area circostante puntando sulla valorizzazione degli aspetti ambientali e sulla mobilità sostenibile alternativa che già oggi permette di raggiungere l’area”. I primi rendering sono suggestivi: sarà realizzata una struttura metallica che richiama il disegno naturale di una foglia su oltre 30 metri, con pannelli fotovoltaici per generare energia rinnovabile, verde verticale interno e 200 metri di led per creare un’illuminazione scenografica. Per quanto riguarda gli interni, al piano terra nascerà uno spazio pubblico comunale aperto alla collettività per informazioni, incontri ed eventi, al primo sarà mantenuta l’originaria sala caldaie, molto evocativa, che potrà ospitare mostre temporanee aperte al pubbli-

co, mentre il secondo e il terzo piano saranno utilizzati per la realizzazione di un locale pubblico; lo spazio, di proprietà pubblica, sarà dato in gestione a privati tramite un bando che dovrà anche valutare l’offerta, anche di programmazione culturale. Ma la vera chicca sarà la terrazza al quarto piano, che, come confermato dall’Assessore Del Re, sarà accessibile a tutti i cittadini e che, con i suoi 30 metri di altezza “sarà la terrazza pubblica più alta di Firenze”. Un progetto ambizioso, che continua nell’ottica di ammodernamento dell’area di Novoli, e che è “made in Firenze” anche nella sua realizzazione: il progetto è infatti opera di giovani tecnici fiorentini coordinati dall’architetto Lorenzo Malvasi.

Da ex centrale Fiat a centro polifunzionale

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COLLETTIVO FRATTURE

RACCONTARE L’UNDERGROUND CON L’IMMEDIATEZZA DELL’IMMAGINE di Matteo Chiapponi - foto di Collettivo Fratture

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state 2019, la torrida estate di un anno e mezzo fa, quando ancora il mantra era “che facciamo stasera?” e non “cosa dirà Conte stasera?”. Mentre Matteo Salvini era intento nella celeberrima svolta del Papeete, a Firenze le Mele Toste, squadra amatoriale femminile di calcio a cinque del Centro Storico Lebowski, festeggiava con altrettanto tenore alcolico il proprio “agognatissimo” ultimo, consueto, posto in classifica. Non sempre le svolte sono come le abbiamo sognate e se per l’improbabile leader lumbard le cose non sarebbero poi andate benissimo, per Olga e Sara sarà l’occasione per dare vita al Collettivo Fratture, un proget-

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to editoriale che vuole raccontare le storie nascoste del territorio tramite la fotografia e il disegno: “…vogliamo che le storie che raccontiamo non vengano tradotte dal linguaggio cerebrale perché perderebbero parte della magia con cui nascono e, soprattutto, vogliamo restituire e mantenere vivo quel tocco onirico e ironico della realtà”. Il primo progetto che nasce è inevitabilmente quello legato ai Lebowski, la casa di Olga e Sara. Si vuole raccontare un calcio lontano dalle logiche mercantili, dai valori profondi, dalla goliardia ormai perduta. Ma veniamo all’oggi, Olga e Sara rispondono a un contest di Impact Hub Firenze che si chiama

“Sogna Rifredi” e raccontano i desideri e le aspirazioni della periferia con uno stile particolarissimo che fonde la fotografia, con la sua connotazione di iperrealtà, e il disegno che racconta il lato onirico, la speranza, l’afflato idealista: si va da Mirko, artista ventitreenne che sogna una Rifredi con le facciate dei palazzi decorate dagli street artists, a Silvana, una pensionata che sogna di vedere la zona delle Officine Galileo finalmente riqualificata con spazi di aggregazione per giovani e anziani. La periferia è un teatro di storie nascoste quindi se vedete due ragazze armate di obiettivo e matita che si aggirano nei sobborghi dell’hinterland fiorentino significa che potreste essere finiti nelle loro “visioni scomposte”.


MUSICABILITY

RESTITUIRE LA MUSICA A TUTTI di Martina Vincenzoni - foto di Feel Crowd

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he la musica sia un linguaggio universale è esperienza di tutti. Ma quando pensiamo a questo, in genere ci riferiamo a brani che ci commuovono anche se privi di parole, colonne sonore evocative, ritmi che ricorrono in culture musicali ai capi opposti del mondo... Difficilmente pensiamo alle forme di diversità vicine a noi. Così vicine che non ne vediamo le potenzialità. L’idea di un’Orchestra In-

clusiva della Toscana nasce proprio così. Il progetto è di In–Armonia, associazione che riunisce insegnanti della Scuola di Musica di Fiesole e famiglie che si confrontano con la disabilità. Si basa su un diverso modo di insegnare la musica: un percorso libero che offra ai disabili nuove opportunità in termini di socialità, competenze tecniche e consapevolezza delle proprie risorse, il tutto senza la necessità di

conoscenze musicali pregresse. È nato quattro anni fa grazie a fondi europei con il supporto scientifico della Fondazione Sequeri Esagramma e l’impegno della Fondazione Spazio Reale. Gli operatori, formati in musicoterapia orchestrale, hanno realizzato con allievi e famiglie un primo triennio di lavori conclusosi qualche mese fa. È rimasta però la voglia di proseguire l’impegno, magari ampliando l’orchestra e attivando un altro triennio per aspiranti nuovi allievi. Recentemente si è unito alla squadra anche il progetto POLIS della Direzione Servizi Sociali del Comune, offrendo il percorso Percustramba, musicoterapia

basata sulle percussioni. “Restituire la musica a tutti. Questo è il concetto alla base del progetto” dichiara Tommaso Ferrini, vice-presidente dell’associazione In-Armonia. “Abbiamo intenzione di radicarci e formare l’Orchestra Inclusiva della Toscana. Ci proponiamo di creare una rete di collaborazioni sempre più solida e una prospettiva concreta per il futuro dei ragazzi”. Il progetto può essere sostenuto partecipando, entro l’11 gennaio, alla campagna di crowdfunding sostenuta dalla Fondazione CR Firenze. Tutte le info su: www.eppela.com/musicability.

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LO BELLO STILO NOCOST a cura di Firenze NoCost

Firenze NoCost che scrive di moda per Lungarno? Sì, la realtà surclassa la fantasia. Partendo da un capo di abbigliamento la guida (anti)turistica più pazza che ci sia ci racconta il passato e il presente di grandi uomini e lucenti donne che Firenze l’hanno resa unica e senza tempo. Perché lo (bello) stile è tutto. www.nocost.guide

Il cardigan della astrofisica IERI

OGGI

di Marco Tangocci e Davide Di Fabrizio

di Teresa Vitartali

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ia Giovanni Caselli sta alle Cure ed è una via che passa inosservata. Ebbene qui, il 12 giugno del 1922, nasceva una stella amante di stelle. Nasceva Margherita Hack. Il Galilei fu il suo liceo, ma non pensate a una vita da prima della classe: la nostra Marghe preferiva lo sport – l’atletica, in particolare – agli studi, e addirittura all’inizio della carriera universitaria era iscritta a Lettere. Ma poi la sua via l’ha imboccata, e da lì i mille viaggi. Milano, Parigi, Utrecht e poi in America nel ’55. Nel 1964 diveniva ordinaria all’università di Trieste, prima donna in Italia a ricoprire quel ruolo negli studi astronomici. Per una vita le chiesero se, in qualità di donna, fosse stata discriminata dal mondo accademico, ma lei sempre negò. E tuttavia aveva circa il triplo delle pubblicazioni dei colleghi uomini… (Ah, nota a margine: l’osservatorio astronomico triestino, sotto la guida della Hack, sarebbe diventato in breve tempo uno dei più importanti al mondo). Ma, tralasciando i tecnicismi di una carriera stellare – passateci il voluto gioco di parole, la nostra Marghe fu unica nel trasmettere questa conoscenza a noi comuni mortali. Sarà stato il carisma, sarà stata quell’innata passione per i gatti, sarà stato quel modo semplice di vestirsi, un po’ da zia tipo. Cara Margherita, ci hai lasciato nel 2013, nella Trieste che ti ha adottato, te, vera e fiorentina e verace, e lì ancora te ne stai. Ci parlasti di stelle, indicandocele col dito. E quindi (ri)uscimmo a riveder le stelle.

LAVIGNETTA

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matissimo e spesso indossato da Margherita Hack, il cardigan è un grande maglione avvolgente aperto sul davanti, fantastico per scaldarsi in queste giornate invernali. Se ne possono trovare di moltissimi tipi, con diversi filati e diverse vestibilità. Questo capo d’abbigliamento nasce nel guardaroba maschile un po’ come giacca comoda per il tempo libero. Tuttavia dagli anni 20 in poi viene introdotto con grande successo anche nel guardaroba femminile, perché anche le donne cominciano ad avere voglia di fare sport e di vestirsi più comode. Non possiamo non citare la mitica Coco Chanel, donna geniale che ha decretato il successo di questo capo di maglieria. Negli anni 30 l’utilizzo della maglieria diventa prepotente e il cardigan, nelle sue varie declinazioni, contribuisce alla creazione dello street style che sarà poi tipicità a partire dagli anni 50. Oggi il cardigan continua a muoversi tra eleganza e casual, ma… volete il mio parere? Rigorosamente oversize e con le tasche! A Firenze potete trovarli qui: INES BOUTIQUE
Moda made in Italy con una ricerca sempre innovativa. In via Vacchereccia 6r MOIJEJOUE
Selezione di capi frutto di una ricerca internazionale. Un negozio dove potete creare il vostro stile e trovare cose molto particolari. Sta in via Gioberti 70r. BOUTIQUE NADINE
Capi raffinati e femminili, una selezione estremamente sofisticata e già nota agli assidui lettori di Firenze NoCost. Lungarno degli Acciaiuoli 22r. GERARD LOFT
Abbigliamento cool e di respiro internazionale, assolutamente da visitare. Lo trovate in via dei Pecori 36r.

di Lafabbricadibraccia

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PERSONAGGI FIORENTINI di Tommaso Ciuffoletti illustrazione di Marcho

(È) TUTTO NEI TERMINI di Michele Baldini e Virginia Landi

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Gaia Nanni

elli e intelligenti è fattibile. Ma belli e divertenti non è facile esserlo. Sarà che la bellezza, più d’ogni altra cosa, esercita quella strana fascinazione alla quale per resistere, devi fare lo sforzo che ti trattiene dall’essere rilassato quanto basta per divertirsi. A vederla così la cosa sembra perfettamente plausibile e del resto, se penso a uomini divertenti mi vengono in mente Totò, Nino Frassica, Toninelli, nessuno dei quali, sia detto col massimo rispetto, è inquadrabile nella categoria: Adoni. Se poi penso a donne divertenti mi vengono in mente creature meravigliose come la Marchesini, Anna Mazzamauro, ma anche la Mannino e sì, di ciascuna di loro chiunque potrebbe innamorarsi mille e altre mille volte, senza che questo faccia di loro delle femmes fatales. Ma forse tutto questo non è affatto vero e l’ho scritto solo per farvelo credere. Perché in effetti Gaia Nanni, che fa l’attrice di teatro, è bella e divertente. Il che però, è singolare dato che è pure fiorentina doc e non è vero che i fiorentini sono divertenti, questa è solo una mistificazione dovuta al fatto che nel resto d’Italia quando sentono una c strascicata pensano che uno sia di Firenze anche se magari è di luoghi lontanissimi come Campi Bisenzio, Vergaio o addirittura Rignano sull’Arno. I fiorentini, per dirla col Cioni (Graziano) “son merdaioli”. E allora forse Gaia Nanni, che fa l’attrice, ci sta fregando tutti e in realtà è antipatica e sta solo brillantemente interpretando il ruolo della simpatica. O forse non è bella ed è solo il trucco ed il filtro di Instagram. Oppure non è fiorentina ed è invece di Rignano anche lei. O forse c’è qualche altra ragione che al momento mi sfugge. E va bene così.

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ualche battuta per definire cosa sia un termine, giacché raccoglie molti significati con lo stesso sèma (cioè l’atomo del significato). Uno di questi è quello che il latino ci tramanda, cioè fine, compimento. Un termine può sintetizzare un processo linguistico di rappresentazione di un oggetto o un concetto. I termini cambiano e si espandono (come i confini) quando compaiono nuovi oggetti e nuovi concetti. Fuori dall’Accademia, proponiamo per ora un caso di multisemìa e uno di anglofilìa. Panificare /panifiˈkare/ [dal lat. tardo panificare, comp. di panis «pane» e -ficare «-ficare»] (io panìfico, tu panìfichi, ecc.) – 1. Fare il pane, compiere le varie operazioni necessarie per fare il pane. 2. Ridurre a pane, usare per la fabbricazione del pane: tutta la farina rimasta è stata panificata; p. il miglio, le castagne. C’è poco da fare, colpa del lockdown, complici le innumerevoli trasmissioni di cucina e i sempre più invasivi canali social di foodblogger, il 2020 è stato l’anno delle pizze, del pane, della pasta, dei dolci fatti in casa. Siamo riusciti a scongiurare l’estinzione del lievito chimico con la produzione di pasta madre, abbiamo scoperto la biga e il li.co. li., a Natale sogniamo ormai più un forno a legna di un viaggio a Londra. Perché non possiamo più pianificare, ma possiamo panificare tutto! New Normal /njuˈnɔrməl/ dall’inglese New Normal (nuova normalità). Il sintagma utilizzato in origine per definire le condizioni finanziarie del 2007-2008 viene oggi utilizzato per descrivere la normalizzazione di contesti in precedenza eccezionali. Con New Normal, ci si riferisce a quella normalità caratterizzata da una maggiore attenzione alla salute pubblica, che ci catapulta in un periodo di situazioni inedite. Oggi alla notizia “sta per cominciare il concerto” corriamo a prendere cuscini e il pigiama più rock che abbiamo, per buttarci sul divano davanti al pc. E che dire del Next Normal, della prossima normalità? Da mesi la domenica mattina non resta che panificare il pranzo o fare un work out, ma credo che quel canale YouTube “Glutei Epici” in soli 7 minuti sia proprio quello che stavi cercando…


AMORAZZI

~ QUASI UNA POSTA DEL CUORE ~ a cura di Francesca Corpaci illustrazione di Costanza Ciattini

La posta di SIGISMONDO FRODDINI a cura di SpazioPosso

Kit di sopravvivenza per il 2021 Caro Dott. Froddini, finalmente finisce questo 2020, alleluia! Questo nuovo anno sembra essere promettente, il vaccino per il Covid è stato finalmente trovato e io, come sempre, mi ritrovo a programmare obiettivi e desideri da realizzare. Peccato che ancora ho gli arretrati. Molti dei progetti che avevo in mente sono a metà, sospesi, in pole position, pronti per riscattarsi alla grande. Nel frattempo cambiano, si accumulano, così come crescono ansia e preoccupazioni. E un grande dubbio mi assale: se questa fantastica e attesissima ripartenza per me non arrivasse? Marika Carissima Marika, il 2021 si prospetta l’anno del riscatto per molti, quindi quanto meno si rassereni, è in buona compagnia. Ci siamo lasciati alle spalle un anno difficile e complicato, che ha portato con sé tante rinunce, chiusure e fallimenti su più piani: lavorativo, progettuale, personale e relazionale. La prospettiva del vaccino e l’inizio del nuovo anno ci fa credere - o quanto meno sperare - di poter voltare pagina e qui, le aspettative, rischiano di tenderci un tranello. È stimolante avere progetti e puntare a realizzare i propri obiettivi, occhio però a non farsi schiacciare. Visto che mi chiede dei suggerimenti ho pensato di fornirle a lei, ma anche a tutti i nostri lettori, un kit degli attrezzi per essere preparati al meglio. L’unico e inimitabile Kit di Sopravvivenza per Affrontare l’Anno che Verrà di Froddini comprende: • Una polaroid: per non perdersi nemmeno un attimo di felicità inaspettata • Una molla: per permetterci di fluttuare, andare avanti sapendo al contempo andare anche indietro (Avvertenze: pericolo costante di cadere) • Ginocchiere e casco: visto che sarà difficile evitare scivoloni, tanto vale essere preparati • Una penna (rigorosamente cancellabile): per ridefinire i nostri progetti e modificarli giorno dopo giorno; essere flessibili è sempre una risorsa... e questo in parte lo abbiamo imparato • Nastro isolante (sì, ma dal mondo esterno!): per concedersi momenti solo per sé • Un paio di pinze: per stringere al meglio il vostro progetto quando lo avrete definito • Uno specchietto: per ricordarvi chi siete e, all’occasione, sbirciare anche indietro, per ricordarvi da dove venite Ciò che le appare davanti la rende felice? Vede troppi segni di stanchezza o di insoddisfazione? Beh da domani potrà aprire il kit, chissà che magari qualche strumento le possa essere utile. Buon 2021! Inviate le vostre domande, crisi e drammi esistenziali a spazioposso@gmail.com. Il dott. Sigismondo Froddini vi risponderà in questo spazio.

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uon anno amici del cuore, abbiamo tutti grandi aspettative. Il 2020, diciamocelo, non è stato granché, e nella migliore delle ipotesi passeremo il 2021 a mettere insieme i cocci con delle pinzette piccolissime. C’è a chi alla fine dei giochi è andata ok (fortunelli), chi se la passa così così e chi gareggia in categoria canna del gas (non temete, siamo in tanti). Ma una cosa è uguale per tutti: e cioè quella vaga sensazione di panico, tipo turbolenza ad alta quota, dovuta al sospetto sempre più invadente di non avere uno straccio di controllo sulle nostre vite. Qualcuno potrebbe obiettare che non è poi sta gran novità. Che di fatto non si parla d’altro da secoli e che, se non fosse già più che evidente, neanche sapremmo che farcene di robe assurde tipo la religione. Però non è bello fare i primi della classe, e l’importante è che adesso siamo tutti in pari. Viviamo in un mondo ipercomplesso, veniamo bombardati h24 da indizi di un’apocalisse imminente, gli appigli forniti da Herr Kapital sono evaporati in un lampo e dobbiamo anche pensare a come impaginare il curriculum. Non butta bene in effetti, ma non temete. Il vostro amichevole Lungarno di quartiere pensa a voi e inaugura Amorazzi: una rubrica che si occupa, al posto vostro, di quello a cui non avete più tempo di dedicarvi, da quando siete troppo impegnati a rimanere a galla. Sembra la spesa a domicilio, invece è la posta del cuore. Grazie ad anni di ricerca sul campo e calmanti a medio dosaggio risolveremo per voi ogni incertezza esistenziale, ansia relazionale e dilemma carnale, in un’epoca in cui i sentimenti sono un lusso per chi può ancora pagarsi l’affitto. Funziona così: prendete quel timore inconfessabile, desiderio irrisolto o segreto contorto che vi tormenta e abbandonatelo, in forma 100% anonima, su tellonym.me/amorazzi. La massima esperta di fantasie represse, toxic relations, identità confuse e varia umanità in circolazione (spoiler: io) vi risponderà su questa pagina ogni mese. Un servizio socievole e inclusivo per rendervi la vita meno insopportabile, mentre annaspate per non colare a picco. E se poi non funziona ci sono sempre le goccine. Non siate timidi, vi aspettiamo

Camilla Biondi, Arturo Mugnai, Federica Valeri 17


Una mangiatoia fai da te per uccellini affamati testo e illustrazione di Marianna Piccini

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ol freddo che avanza gli uccellini che popolano sia la campagna che le nostre città fanno sempre più fatica a trovare del cibo. Con pochi materiali riciclati è però possibile creare una piccola mangiatoia da appendere in giardino o sul balcone per aiutarli a sopravvivere all’inverno. Il procedimento è semplicissimo e vi porterà via meno di 15 min. Tutto quello che vi servirà per iniziare sarà: un cartone in Tetra Pak (come quello del latte o del succo di frutta) un bastoncino lungo circa 30 cm e dello spago. Iniziate sciacquando bene il cartone e poi con un trincetto tagliate via la parte superiore con il tappo. A questo punto aiutandovi sempre con il trincetto create due grandi aperture rettangolari su due lati opposti scelti da voi. Per realizzare il tetto fate quattro tagli, tutti della stessa misura, sui quattro angoli partendo dall’apertura in alto. Unite e fissate insieme due delle alette che si sono create con dello

scotch poi ricalcate il triangolo che si è formato sulle altre due alette rimaste. Tagliatele della misura giusta e fissatele con dello scotch o della colla. Per dipingerla potete veramente sbizzarrirvi e lasciare andare la vostra creatività. Per rendere il tutto più robusto aggiungete una punta di bicarbonato al colore, questo creerà un effetto granuloso ma attaccherà meglio il colore alla superficie. Praticate adesso due forellini in cima per far passare lo spago che lo terrà appeso, e due forellini sotto alle finestrelle per far passare il bastoncino che servirà da appoggio per i nostri piccoli ospiti. Adesso non vi resta che riempirlo con semini di vario tipo. Questi potete trovarli già mescolati in negozi più specializzati oppure potete preparare la vostra miscela personale con semi di girasole, miglio, avena, papavero e lino. In questo modo non solo li aiuteremo ma il loro cinguettio renderà più allegre le nostre giornate portando un po’ di vitalità in questi mesi spogli.

IL MIGNOLO VERDE: Gennaio colorato illustrazione e testo di Walter Tripi

È

andata. Via le feste, via il Capodanno. Non sono ancora andati via tutti i pandori avanzati, ma senz’altro lo sono le stelle di Natale regalate da tutti a tutti, l’abete smontabile a cui si è arrivati dopo lustri di drammatiche lotte contro i reali aghi distribuiti uniformemente per tutto il condominio. È andata e si comincia un nuovo anno: inutile dire che, rispetto ai precedenti, i tradizionali buoni propositi si sono ingigantiti. Ci sentiamo di dover recuperare qualcosa. Allora, in questo numero vi diamo qualche nuovo consiglio su un aspetto da cui partire: abbellimento della casa o, semplicemente, del vostro balcone. In fondo, è una sfida alla vostra portata: perché cominciare subito dalla scalata verso il successo o la conquista di paesi lontani? 
Parliamo quindi di fioriture di stagione. Un po’ di colore, per intraprendere un nuovo percorso, è necessario: secondo Renoir l’Impressionismo nacque quando qualcuno, non avendo a disposizione il nero, cominciò a usare il blu. A non temere il freddo, e anzi a donarvi proprio in gennaio dei cromatismi splendidi, è senz’altro il Ciclamino: ha bisogno di un’annaffiatura frequente, stando attenti a non bagnare le foglie e soprattutto a evitare ristagni nel caso in cui si utilizzi il vaso. Se, oltre ai colori, siete anche appassionati di profumi intensi, ricordate che è periodo dei Tulipani: in questo caso, il consi-

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glio del Mignolo è di ripararli dal vento e disporli in una zona soleggiata del balcone. Ve ne saranno grati. Forse meno nota, ma molto suggestiva è l’Amamelide: avete presente quelle belle fioriture composte da tanti nastri? Sì ok, le state già cercando online. Molto usata anche per la fitoterapia, si tratta di una coltivazione adatta a questo periodo: ricordate di concimare l’arbusto ogni due mesi circa, fino all’estate e riprendendo in autunno, con concime granulare specifico per piante da fiore.
Fateci sapere com’è andata: e speriamo sia solo la prima soddisfazione di un anno molto migliore del precedente.


La critica giusta

in ricordo di Claudio Carabba di Caterina Liverani

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up&down

on è certo una figura che suscita immediata simpatia quella del critico cinematografico. Probabilmente perché la si associa a una entità un po’ snob e intellettuale, a qualcuno arroccato su posizioni irremovibili. Qualcuno che in sostanza rifiuta il cinema come disimpegno per farne tediosa materia di studio. Al giorno d’oggi è anche difficile identificare con precisione chi faccia una vera critica cinematografica. Ovvero chi, con l’esperienza del cinema e la conoscenza della realtà, riesca a formulare un’analisi edificante di una pellicola che vada al di là dell’esigenza di promuovere e compiacere o, peggio ancora, dalla tentazione di autocelebrarsi, ma che suggerisca allo spettatore una chiave di lettura. La prima volta che ho parlato con Claudio Carabba, critico, giornalista, saggista e animatore di tantissime delle manifestazioni culturali che hanno visto la promozione del cinema a Firenze, non abbiamo discusso di Bergman, Antonioni o Welles ma de Il Trono di Spade.

Non lo conoscevo bene e mi colpì come una persona tanto autorevole, un cinefilo accanito, studioso e già selezionatore alla Mostra del Cinema di Venezia, fosse appassionato di quella che era la serie tv del momento. Ma ripeto, non lo conoscevo e non era da molto che mi occupavo della parte divulgativa della critica cinematografica. Probabilmente sembrerà esagerato, ma a quel tempo sentivo una grande apprensione nel provare a riconsegnare una mia interpretazione di un film, che potesse essere di qualche interesse e, con grande rammarico, ero in crisi con l’essere a mia volta spettatrice. In parole povere avevo perso il gusto di guardare qualcosa solo per divertirmi e quella conversazione, mentre accompagnavo il Maestro a casa, fu una lezione sulla curiosità e l’entusiasmo, i presupposti basilari per chi scrive di qualsiasi materia. Anche di questo gli sono debitrice. Claudio Carabba, purtroppo, da qualche mese non è più con noi. Nell’anno in cui il cinema come esperienza di visione collettiva in sala è stato messo in crisi come mai prima d’ora, se ne è andato il suo più grande sosteni-

tore in città. Questa strana coincidenza rende senza dubbio l’assenza del Maestro ancora più amara ma al tempo stesso deve motivarci a lavorare a questa benedetta ripresa con ancora più serietà e impegno. «Claudio amava molto il cinema d’autore ma era uno strenuo difensore anche dei prodotti più commerciali e popolari. Era un anticonformista e sosteneva che il cinema andava amato tutto. Questa tendenza a voler riabilitare alcuni film ritenuti dalla critica ufficiale non degni di considerazione si è affermata molto a partire dagli anni ‘90, ma per Claudio era una convinzione radicata da almeno 20 anni. Conosceva e amava tutte le forme di intrattenimento. Lo specchio della sua passione negli ultimi anni è stato il suo lavoro nella programmazione della rassegna Segnalati dalla critica al Cinema Alfieri» così Marco Luceri, coordinatore del gruppo toscano del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani ricorda Carabba. «Il Premio Fiesole, le rassegne, gli eventi che appena possibile potremo cominciare a organizzare renderanno omaggio all’impegno di Claudio Carabba e saranno legati al suo nome e alla sua memoria».

L’orizzonte di gloria

Il viale del tramonto

LITTLE FIRES EVERYWHERE Nel cinema americano negli anni ì90 erano i sentimenti i veri protagonisti. Oggi si continua sì a parlare di inquietudini, segreti e speranze, ma cercando sempre di mescolarli ad altri generi, come la fantascienza. Per questo è un sollievo guardare una serie ambientata proprio alla dello scorso millennio come Little Fires Everywhere, in cui il sentimentalismo è di nuovo avvincente e non solo un aspetto marginale della narrazione. Gli ingredienti ci sono tutti: legami familiari, romanzo di formazione, scontri generazionali.

FERRO «La provincia o ti intrappola o ne esci fuori, e se ne esci fuori sei sicuramente più forte.» Non è che per caso a Los Angeles Tiziano Ferro si è unito a qualche strana setta tipo Figli dell’amore eterno? La sua storia la conosciamo e ci piace anche per le sue fragilità. Così perfettamente calato nel ruolo di alto-borghese californiano un po’ new age destabilizza tantissimo. C’è però nel film un momento impagabile quando durante una cena suona il campanello e si materializza Brigitte Nielsen che insieme a Tizianone tenta di spiegare agli ignari commensali cosa sia il Festival di Sanremo. 19


F R AST U O N I di Gabriele Giustini

LITTLE BARRIE AND MALCOLM CATTO “QUATERMASS SEVEN”

KRUDER & DORFMEISTER “1995”

GRANDBROTHERS “All the Unknown”

Molti di voi conoscono i Little Barrie ma non lo sanno. Perché se avete visto Better Call Saul, vi sarà sicuramente rimasto in testa quel riff acido della mini sigla di apertura, mai con le stesse immagini, ma sempre con quel suono. Quel brano è dei Little Barrie, psych-rock trio britannico – rimasto tragicamente duo nel 2017 dopo la scomparsa del batterista Virgil Howe (sì, figlio di Steve degli YES) – attivo sin dai primi anni del nuovo millennio. Ci sono voluti tre anni per arrivare a “Quatermass Seven”, loro nuovo lavoro che vede i due collaborare con Malcolm Catto, super psych batterista e anima dei The Heliocentrics. Il risultato funziona alla grande, sin dalla perfetta durata del disco, 30 minuti precisi che invogliano a ripartire con un nuovo ascolto. Nato in un seminterrato di Dalston, area est di Londra, l’album è l’esatto punto di incontro dei 25 anni e oltre di esperienza dei tre musicisti. Sette brani che sono un’esplosione di blues britannico degli anni ‘60 e, al tempo stesso, un carico groove di una qualsiasi festa di quartiere del Bronx a metà degli anni ‘70, il rock acido di Haight Ashbury - ma ci vengono in mente anche i The Black Angels in alcuni passaggi – e la Summer of Love di Manchester. In extremis, ma uno dei dischi più eccitanti del precedente e dannato 2020

Kruder & Dorfmeister sono Peter Kruder e Richard Dormeister, il duo austriaco noto per i loro remix trip hop/downtempo di canzoni pop, hip hop e drum’n’bass. Nel 1993 realizzarono il loro primo EP “G-Stoned”, contenente l’ipnotica ‘High Noon’, accompagnato da una copertina che assomigliava a “Bookends” di Simon & Garfunkel. Il successo arriva con “K&D Sessions”, doppio album uscito nel ’98 con cui il duo inventò letteralmente un genere musicale, da lì definito downtempo/trip hop. Una cosa bella, che poi, come sempre accade, si è evoluta in qualcosa di satanico: la colonna sonora da aperitivi o la musica di sottofondo in uno di questi negozi chiccosi dove un paio di scarpe costa tipo settecento euro. Leggenda (o comunicato stampa) narra che, nel ’95, K&D avessero terminato un album ma che poi rimase in un cassetto. All’inizio del 2020, lo spostamento casuale (CASUALE) di una scatola, ha riportato alla luce quei nastri. K&D ci hanno rimesso mano e, sentendosi a loro agio, sono tornati in quella stanza e in quella nebbia come se fossimo nel 1995. Ci stanno prendendo in giro? Può darsi. Ma i brani del disco hanno lo stesso profumo di quel periodo. Dub, trip hop e nebulosa downtempo, come se fossimo ancora nel ’95, prima di un demoniaco apericena.

Una decina di anni fa circa, alcuni musicisti compositori, iniziarono a cercare nuove soluzioni in ambito pianistico per avvicinare il gusto classico a quello pop. Come se i suoni per (e da) colonna sonora potessero vivere fuori da una pellicola. Max Richter, Nils Frahm, Dustin O’Halloran (precedentemente nei Devics) e Hauschka – con il suo piano preparato e le sue palline da ping pong – sono solo alcuni dei nomi che, ognuno col suo gusto e la sua peculiarità, hanno intrapreso questo percorso. Fra i progetti che stanno trovando un interessante equilibrio tra piano (preparato) ed elettronica, ci sono anche i Grandbrothers, duo svizzero/tedesco adesso residente a Düsseldorf, composto dal pianista Erol Sharp e dal produttore Lukas Vog. Manifesto di questa miscela è “Dilation”, bellissimo debutto datato 2015. Nel frattempo sono cresciuti molto a livello artistico e, già con il precedente “Open”, sono approdati su City Slang. “All the Unknown” è il loro terzo album e vede i due spostare l’ago della bilancia leggermente verso la parte elettronica, posizionando qualche centimetro dietro il piano. Niente di male, tutto continua a funzionare e, oltre ai singoli – la title track e ‘What We See’ – il disco svela un nuovo percorso esplorativo e compositivo dove non mancano né coraggio, né curiosità.

Madlib Invazion

City Slang

G-Stone

FRASTUONI SU SPOTIFY

La playlist di Frastuoni è su Spotify. Aggiornata settimanalmente, contiene una selezione dei migliori brani sia italiani che internazionali, in linea con i gusti della rubrica. In copertina Grandbrothers. Scansiona il QR code per accedere direttamente e segui la pagina Facebook di Lungarno per rimanere aggiornato. Per reclami, segnalazioni e pacche sulle spalle, scrivi a frastuoni@lungarnofirenze.it 20


LIBRI E LIBELLULE di Beatrice Tomasi

BREVI CRONACHE LIBRARIE di Carlo Benedetti

Racconti fiorentini con la scusa di un libro

Un esordio fiorentino forte e chiaro

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romanzi potenti sono quelli che parlano di noi anche mentre parlano di qualcos’altro. È proprio quello che succede nel libro d’esordio del fiorentino Ferruccio Mazzanti, Timidi messaggi per ragazze cifrate, edito da Wojtek. Il romanzo è una disturbante, vasta esplorazione delle paure e delle angosce del mondo contemporaneo attraverso la vita del ritirato sociale Grot, che dopo la maturità ha deciso di non uscire più di casa. La narrazione inizia 1245 giorni dopo l’“ultimo giorno là fuori”, e il protagonista ci racconta in prima persona la sua quotidianità fatta da orari scanditi, pulizie compulsive, alimentazione improbabile, ore davanti allo schermo e, soprattutto, la scrittura di messaggi in codice, messaggi d’amore destinati a ragazze che non hai mai visto, mai vedrà, eppure ama e decanta come un antico poeta, nascondendosi però dietro codici da decriptare, in attesa di colei che riuscirà finalmente a leggerlo. Un lost in translation della timidezza estrema, che sfocia nell’abisso paranoide del sentirsi inadeguati alle relazioni sociali, del rapporto con il proprio corpo, del contatto e del confronto con la realtà. Il movimento allora è tutto interno, i pensieri rintuzzati su se stessi creano vortici continui di insicurezze e incomprensioni, fino a quando l’inaspettata decifrazione di un messaggio sconvolgerà l’esistenza del protagonista, e porterà l’incubo del là fuori a un livello di terrore esasperato. Ciò che colpisce forse di più del romanzo di Mazzanti è la scrittura, che in un andirivieni di termini ora ipertecnici ora delicatissimi, ora ironici ora reiterati in un loop infinito, descrive lo scarto urbano, il fine idillico, i pezzi che si rompono e che faticano a ricomporsi. E mentre seguiamo la fuga di Grot, tutto ciò che vorremmo fare è chiuderci con lui in un abbraccio, un lento dondolio che ci faccia dire: TYRSRRMZCPC.

- Io sono il Kwisatz Haderach. Per un attimo ci voltammo tutti. - Io sono qui e in molti luoghi, esisto su molteplici piani. Fuori un lampo illuminò per un attimo la vetrina e accese le pozzanghere che consumavano il lastricato in pietra trasformandolo in palude. - Solo io sono colui che accorcia la strada! Mario sospirò. Si asciugò le mani e piantò il coltello sul legno del bancone. - Va bene stradino. Ma qui o prendi una schiacciata o fuori all’acqua. Ci fu un attimo di silenzio. - Si può avere mortadella e piccante? Via de Neri era piena di mortadelle e prosciutti: il Kwisatz Haderach lo diceva sempre. La mortadella era la vera Spezia, permetteva di accedere ad un altro piano di coscienza. Lo diceva a tutti quelli che gli capitavano a tiro. Lo diceva anche agli americani in un inglese sorprendentemente buono. Alle signore impellicciate che finivano in Via de Neri per sbaglio. Diceva: la mortadella è superiore al prosciutto, più vicina ad aprirci i cunicoli del tempo. Ma attenzione: a cosa servono i pistacchi? Non sono forse chaumas? Veleno in forma di cibo? Non stanno forse lì a ricordarci che per accedere alla conoscenza dobbiamo superare la Prova? Io sono il Kwisatz Haderach, ma non posso salvarvi tutti. Fate attenzione! Camminava su e giù lungo le file di turisti in attesa di ungersi la bocca e quando diventavano troppo lunghe, fino a riempire i marciapiedi e la strada, iniziava ad urlare: - Folli! Il chaumas è mortale! Poi si tirava su la tunica e mostrava a tutti il pene del Kwisatz Haderach. Giusto un attimo che, più a lungo, sarebbe stato pericoloso fissarlo.

Frank Herbert, Dune Fanucci 2019 – 20,00€

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Ciro Masella attore dell’anno

di Tommaso Chimenti

foto di Manuela Giusto

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n questi mesi dove tutto è stato fermo, soprattutto il teatro, qualcosa eppur si è mosso. Chi sta lavorando alacremente, tra prove in teatro e web serie, è Ciro Masella, attore e regista ormai fiorentino da molte stagioni, che, proprio in queste settimane, è stato insignito anche del prestigioso riconoscimento “Attore dell’Anno” dal sito culturale romano Scena Critica diretto dal giornalista Gianfranco Quadrini. Un bella iniezione di fiducia, in un momento come quello che stiamo passando ormai da un anno a questa parte, per un interprete finora sottovalutato dalle varie giurie degli innumerevoli premi teatrali italiani. Per Masella il primo alloro che, come da tradizione, non si scorda mai. Questa la motivazione che recita la targa: “Recitare per Ronconi, Castri, Latini, Tiezzi, Massini con estrema grazia, delicatezza, talento”.

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Tanta la carne al fuoco: “Ho appena concluso le prove al Teatro di Rifredi di “Occidente”, il cui debutto doveva essere il 25 novembre, con Serra Yilmaz, un’ulteriore tappa del lavoro su Remi De Voss, del quale quattro anni fa avevamo presentato due letture sceniche, appunto “Occidente” e “Nella mia vita ho fatto solo cose che non sapevo fare” che doveva debuttare a Radicondoli questa estate, mentre l’anno precedente avevamo messo in scena “Alpenstock”. È un testo divertente, che dovrebbe andare sul palco a fine febbraio, dove marito e moglie litigano perché è il loro modo di comunicare, per ogni stupidità, senza motivo, urlano, sono aggressivi, si insultano, lei reagisce e usa questa violenza per convincerlo a fare sesso, con un linguaggio sporco cattivo volgare. È una grande metafora della decadenza dell’Occidente. È stato bellissimo stare in teatro, mi sono sentito privilegiato e fortunato. Invece con la comunità ebraica sono stato protagonista di un’installazione

museale per celebrare la costruzione della sinagoga di Firenze, qui ho interpretato il rabbino Margulies. Infine ho iniziato la web series con la Catalyst di Barberino del Mugello diretta da Riccardo Rombi che andrà in onda a gennaio online: una compagnia di attori sta provando un Moliere, ma improvvisamente trovano le porte chiuse da fuori, i loro telefonini non hanno campo. Arriva un sms dove si dice che i teatri sono chiusi e riapriranno in primavera. Tra rabbia e panico pensano a come possono impiegare il tempo. Allora decidono di rimettere in scena il repertorio dopo aver trovato un baule pieno di copioni, Edipo Re, Beckett, Shakespeare, Goldoni”. Il teatro non muore mai. Buon 2021 Teatro, peggio del 2020 non potrà andare.


PAROLA AI MUSICISTI di Giulia Focardi

Intervista a Stefano Cocco Cantini

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l 2021 ha preso il testimone di un anno passato che ci ha lasciato orfani di alcuni beni primari, come il teatro, la musica, il cinema, lo spettacolo dal vivo nella sua interezza. Il nuovo anno inizia senza certezze, nel momento in cui scriviamo non ci sono ancora segnali di ripresa di un settore che ha sofferto più di altri negli ultimi 12 mesi e sarà costretto a farlo ancora per molto. Ne abbiamo parlato con un pilastro della musica jazz, il sassofonista Stefano Cocco Cantini: “Il 2020 è sicuramente un anno da dimenticare, tutti i progetti e le previsioni artistiche si sono improvvisamente fermate su uno zero assoluto. Le performance in streaming non potranno mai sostituire un concerto dal vivo per due ragioni importanti: il lato economico e la mancanza di pubblico che per un musicista è veramente una cosa drammatica: il ritorno di energia da parte degli ascoltatori è la linfa vitale per un artista”.

Cosa ti aspetti per il 2021, anche da parte del Mibact? “L’anno che è appena iniziato è pieno di speranze di rinascita; si devono però prevedere alcune riforme sostanziali per la musica dal vivo. Una tra tutte il trattamento diverso che c’è in tutto il mondo e che ci deve essere anche da noi tra professionisti e chi il musicista lo fa come secondo lavoro. Lo dico soprattutto per i giovani, che si vedono rubare i pochi spazi disponibili, oltre che per la grande disuguaglianza che si crea anche da un punto di vista contributivo.
MIdJ ha lavorato in maniera esemplare, raggiungendo risultati eccezionali come la possibilità di avere i Ristori anche per i musicisti a chiamata, cioè in-

termittenti, dipendenti delle cooperative e aprendo nuove strade da percorrere come la riduzione delle giornate lavorative obbligatorie per la copertura annuale pensionistica”. 
Quali progetti hai dovuto rimandare e su quali invece stai lavorando per il nuovo anno? “Il 2020 doveva essere, per me, un anno molto significativo dal punto di vista lavorativo, avevo due tour teatrali molto importanti: “Griselidis” insieme a Serra Yilmaz e “Da consumarsi entro il 2020” insieme a Daniela Morozzi; oltre naturalmente a tutti i concerti persi.
Mi auguro che il 2021 ci porti un vento nuovo da tutti punti di vista”.

MINIMONDO testo e foto di Susanna Stigler

Fine cura mai Aumentare i sogni Ridurre le esigenze L’amore? Oh si, l’amore! (Non diluire)

43°46’55.8”N 11°12’18.3”E

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TRADIZIONI FIORENTINE di Riccardo Morandi

Il moccolo

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La spesa è consapevole con l’aiuto di una coop di Raffaella Galamini foto CooCò

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i chiama CooCò, dove l’acronimo sta per Cooperativa Consapevole. È il progetto di Isabelle Bailet, agronoma e mamma di tre bambini piccoli. Da tempo aveva in mente di realizzare qualcosa che fosse una via di mezzo tra il gruppo di acquisto e “un nuovo modello di accesso alla spesa alimentare”. L’emergenza Covid è stata la scintilla che ha portato all’apertura di un punto vendita sui generis. CooCò (www.cooco.it) si trova in piazza Bernardino Pio a Gavinana; è un piccolo negozio dove promuovere idee come la sostenibilità ambientale, il presidio dei territori rurali, la salute e la legalità attraverso la vendita di prodotti che si rispecchiano in questi valori. Così, per ridurre il consumo di plastica e per una spesa senza sprechi, moltissimi dei prodotti sono venduti a peso e di ognuno si può risalire alla provenienza. Non mancano prodotti per la cura della persona e l’igiene e verdure a

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km0. Trattandosi di una cooperativa l’obiettivo è di coinvolgere il maggior numero di persone affinché diventando uno dei soci contribuiscano a diffondere l’idea di una spesa eco-sostenibile. Un piccolo seme destinato a germogliare dalle prime positive reazioni da parte degli abitanti del quartiere. Tra le nuove aperture per salutare il 2020 ecco Città del sole con il punto vendita in via dei Rastrelli 16 nel quartiere di San Donato. Uno spazio che va ad aggiungersi a quelli già esistenti sulla piazza di Firenze: è destinato, com’è nella filosofia del brand, ai più piccoli e in particolare al gioco creativo per stimolare i bambini attraverso l’esperienza, l’immaginazione, la curiosità e la scoperta. Terza apertura anche per Bottega di Pasticceria che ha debuttato per l’Immacolata in Piazza Leon Battisti Alberti 40. Lievitati, monoporzione, dolci di ogni tipo per chi a certe tentazioni non sa dire di no. La dimostrazione che il format funziona. Per gli amanti dell’etnico un indirizzo da tenere a mente è Ceylon in via del Ponte Rosso 7/R. Propone le specialità della cucina dello Sri Lanka. lamagna: una bottega di paese avviata dal trentenne pieno di entusiasmo Alessandro Trivigno.

Il punto vendita a Gavinana per chi sposa lo shopping ecofriendly

prendo un qualunque dizionario, alla voce “moccolo” si leggono spiegazioni che rimandano dal muco nasale fino ad arrivare alle colature delle candele (votive e non). Questo è il significato che nel nostro paese viene attributo a questa parola. A Firenze, ovviamente, no. Tralasciando il fatto che per i cittadini del capoluogo (e non solo) il sostantivo può anche essere coniugato (leggasi “moccolare” o meglio ancora “Smoccolare”), il senso del termine è totalmente altro.
Il moccolo è meramente un’espressione che si usa in funzione di sfogo rabbioso e si compone di due importanti elementi: il soggetto, riferito a un’immagine sacra, e l’aggettivo, generalmente riferito ad un appartenente alla classe animale o a un’immagine considerata socialmente offensiva (tipo meretrice, o scavatore di buche nel nostro fiume).
Intendiamoci, i fiorentini non ne abusano, almeno al giorno d’oggi. Non siamo in Veneto, dove la stessa idea è usata come intercalare, in maniera un po’ ossessiva. Cerchiamo in qualche modo di girare intorno coi termini, costruendo talvolta delle frasi strutturate che rendono l’espressione quasi affascinante, o meglio ancora usando espressioni geografiche (leggasi “maremma”) o di nomi propri (“Marianna”) per non citare in questione la sacralità del soggetto sul quale sfogare la rabbia immediata.
Il moccolo può essere lungo, articolato, una vera e propria strofa. Può essere una frase di senso compiuto, con importanti componenti verbali. Detto questo, non vogliamo parlare bene del “moccolo”, ma ne parliamo come parte integrante di questa città. Variopinto, estroso, spesso più creativo che offensivo. In sostanza, fiorentino.


PALATI FINI testo e illustrazione di Marta Staulo

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L’Île flottante

iù in alto di dove si annidano gli spumoni e ancora più su di dove sbuffano i soufflé, a quelle altezze dove lo stato gassoso incontra quello liquido, sonnecchia, anzi, ondeggia l’île flottante (isola galleggiante). Aggettivo che ben rappresenta agli occhi questo effimero dessert francese, fatto di sole uova, latte e zucchero, composto da quenelle di meringa (zucchero e albumi) cotta sulla superficie a bollore della stessa crema inglese (latte, tuorli e ancora zucchero) dove giaceranno poi per esser servite con l’ aggiunta di sole gocce di caramello. Non si conosce quale sia l’origine precisa di questa zuppa da fine pasto, di sicuro chi l’ha ideata aveva una fervida immaginazione, una dispensa vuota e l’intenzione di naufragare in un’insostenibile leggerezza come solo i francesi sanno fare, famosi per la loro pasticceria eterea e fragrante anche quando contiene un panetto di burro, figurarsi quando si addentrano in preparazioni anche note anche come œufs à la neige (uova alla neve). Il primo scritto dove troviamo traccia di questo dolce futuristico è una lettera del 1771 di Benjamin Franklin - noto per inventiva - nella quale racconta di averle mangiate per cena. In un libro statunitense di ricette del 1847 viene elencato tra i dolci tipici dei buffet delle celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza. Dolce arioso seppur senza lievito, fatto di nuvole galleggianti seppur senza acqua, che vi suggerirà come navigare - ancora - a vista in questo inizio d’anno e di era dell’Acquario e di conservare l’energia per mordere per tempi più vitali.

SPIRITO LIQUIDO di Andrea Bertelli

Tu non sei la mia vera madre

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Una storia di cantucci e Vin Santo

n altro Natale è passato, forse il più strano degli ultimi anni, tra presepi distanziati e alberi con la mascherina. Come ogni anno è tempo di Vin Santo.
L’uva lasciata a passire sui graticci fin dalla vendemmia è finalmente pronta e vista la stella cometa, è stata pressata e il mosto messo a riposare.
Lo attende la sacra madre, feccia del Vin Santo precedente, che si prenderà cura di lui dentro ai caratelli adeguatamente riempiti e sigillati, dando l’avvio all’antico mistero della fermentazione, immacolata concezione.
Grazie a questo, crescerà e maturerà all’interno della botte per almeno tre anni, come decretano le sacre tavole del disciplinare di produzione. Ovviamente più lungo sarà il suo invecchiamento in botte e più pregiato sarà il nettare che ne deriverà.
I vitigni più usati per produrlo in Toscana sono Trebbiano, Malvasia e San Giovese. 
Se essi sono a bacca nera e la percentuale di Sangiovese è superiore al 80% il Vin Santo, come definito da disciplinare, è detto “Occhio di Pernice”, il più pregiato in commercio, una vera delizia per il palato.
Ottimo accompagnamento per fine pasto e vino da meditazione, spesso usato per blasfemie diffuse come l’inzuppo dei Cantucci di Prato, tanto che alcuni viticoltori, stanchi di vedere il loro prodotto tanto sudato deflorato da cotal barbarie hanno pure messo il divieto di puccio in etichetta con tanto di simbolino.
Fedeli Spiriti Liquidi, speriamo che il sacro liquido del Vin Santo trangugiato nelle passate feste ci protegga decretando un anno migliore di quello trascorso e ci consenta di recuperare i brindisi persi. 25


OROSCOPO di Lulaida illustrazioni di Francesca Arfilli

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ARIETE (21 marzo - 19 aprile) Le festività sono alle spalle, questo anno è alle spalle. Siete nati in Primavera ed è per questo che non vedete l’ora che arrivi. Calma, manca ancora un po’, ma vi state risvegliando dal letargo. Cercate solo di farlo con meno lentezza. Buoni Propositi: smettere di farne.

BILANCIA (23 settembre - 22 ottobre) Non si può dire certo che siete degli sprovveduti, anzi. Siete dei pianificatori nati, sapete esattamente come si svolgeranno i vostri prossimi trecentosessantacinque giorni. Beh, il mio spassionato consiglio è che dovreste non mettere il carro davanti ai buoi. Buoni Propositi: smettere di farne.

TORO (20 aprile - 20 maggio) Quanto siete permalosi: il regalo di Natale che avete fatto non è stato apprezzato? Il vostro panettone non è stato aperto? Non date peso a queste cose, come per l’anno appena passato: non guardate indietro, ma concentratevi solo su ciò che vi attende, il passato è passato appunto. Buoni Propositi: smettere di farne.

SCORPIONE (23 ottobre - 21 novembre) Come siete felici sia gennaio: solitamente siete i soli a gioirne, ma qualcosa mi dice che quest’anno sarete in buona compagnia. La vostra più grande dote è quella di saper risorgere dalle vostre stesse ceneri, questo mese vi tornerà utile e chissà che non possiate insegarlo anche ad altri. Buoni Propositi: smettere di farne.

GEMELLI (21 maggio - 20 giugno) Mai come adesso avete bisogno di uno zuccherino. Vi accontento, malgrado la vostra indole un po’ superba ed edonistica, sappiate che questo gennaio sarà meno noioso e lungo del solito, lo vivrete appieno ed otterrete ciò che desiderate... come? Non sapete cosa desiderare? A questo dovete pensarci voi. Buoni Propositi: smettere di farne.

SAGITTARIO (22 novembre - 21 dicembre) Il primo gennaio siete come pervasi dalla voglia di fare anche se siete andati a dormire tardi o non lo avete nemmeno fatto. Siete sempre eccitati dall’idea iniziare un nuovo capitolo. Quest’anno vi sentite meno entusiasti, ma non vi preoccupate, è solo una sensazione passeggera, tornerete presto a essere voi stessi. Buoni Propositi: smettere di farne.

CANCRO (21 giugno - 22 luglio) Cosa vi avevo detto a dicembre? Cercate di rilassarvi un attimo. Se avete seguito il mio consiglio adesso avrete le energie necessarie per affrontare quest’inizio di anno, un po’ in salita, ma poi vi godrete una strepitosa discesa, munitevi però di ginocchiere! Buoni Propositi: smettere di farne.

CAPRICORNO (22 dicembre - 19 gennaio) Quanto è complicato mantenere il profilo alto come volete voi. Ve lo ripeto da sempre: anche se per una volta non arrivate al traguardo, state tranquilli che non rovinerete nessuna media: si può anche perdere nella vita, ma con stile e voi ne avete da vendere. Buoni Propositi: smettere di farne.

LEONE (23 luglio - 23 agosto) Avete deciso che questo nuovo anno non vi vedrà mai piangere, non vi vedrà a terra, non vi vedrà arrabbiati. Sì, va bene, ma in qualche modo vi vedrà? Perché ultimamente avete la tendenza di rimanere nelle retrovie e non sempre è un bene: fate sentire la vostra voce, magari dosandola! Buoni Propositi: smettere di farne.

AQUARIO (20 gennaio - 19 febbraio) Giro di boa, boa di struzzo, le uova di struzzo vi piacciono come soprammobili, ah è vero dovete spostare i mobili del salotto, che poi andrebbe anche ridipinto. Va bene, dovete darvi una calmata, d’accordo che avete tanti progetti per questo anno nuovo, ma datevi il tempo anche di respirare. Buoni Propositi: smettere di farne.

VERGINE (24 agosto - 22 settembre) 2021, 2021, 2021… forza ripetetelo con me ad alta voce: il 2020 è finito, questa è l’unica certezza che adesso avete, state sereni che non siete i soli. Le cose che accadono infatti non accadono solo a voi, ma riguardano a volte il Mondo intero, abbiate un po’ di lungimiranza tale da accorgervi anche di chi vi sta intorno. Buoni Propositi: smettere di farne.

PESCI (20 febbraio - 20 marzo) “Questo sarà il vostro anno!” ecco no, non ve lo dirò, perché alla fine non so se sarà cosi per alcun segno onestamente, quello che mi sento di dirvi è che sarete e vi sentirete forti come non accadeva da molto tempo. Siate impavidi per una volta e affrontate questa nuova fase con un nuovo atteggiamento. Buoni Propositi: smettere di farne.



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