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Maggio 2020


FIND YOUR DIFFERENCE

SCUOLA INTERNAZIONALE DESIGN | MODA | ARTI VISIVE | COMUNICAZIONE

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IED.IT/TRIENNALI-FIRENZE

CORSI TRIENNALI IED FIRENZE · Fashion Marketing · Interior Design

FIRENZE | MILANO | BARCELONA | CAGLIARI | COMO | MADRID | RIO DE JANEIRO | ROMA | SÃO PAULO | TORINO | VENEZIA


Sommario 05

La serenata Editoriale: Il bello del passato

06

Florence Nightingale

07

La maschera subacquea diventa un respiratore

09

Kali Yuga - Apocalisse o Rinascita?

10

Appuntamenti al supermercato Autocertificazioni colorite

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Dietro la cattedra Dietro il banco

12

Essere... o non essere Fuorisede, tra vite sospese e ritorno a casa

13

Bambini in carcere al tempo del virus Il senso dello spazio alla Romola L'identità delle Sieci

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l'Agenda di maggio

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Accadde a maggio

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Odonomastica: Quintino Sella Personaggi fiorentini: Pippo Bosé

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Il cinema che verrà Up & Down

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Come ridurre i propri rifiuti in casa Gare di fiori e fintocoltismi: il Giardino Budini Gattai

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Libri e libellule: Preferirei di no I mestieri del libro. Bestiario editoriale: il libraio

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Frastuoni

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Voci dal palco Lavignetta

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Città in musica ma anche in quarantena Bar Sport

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Dalla moda alle mascherine Firenze NoCost: Le favolose 2 e 1/2 - Firenze Nord

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CinematograFICA Dj sets/set on the dj’s?

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Palati Fini: Scones A tutta birra: Beviamoci su

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Oroscopo


Come ogni mese, Lungarno arriva in cittĂ . Questa volta lo fa in modo diverso per restare vicino a tutti in tutta sicurezza, in versione digitale per permetterti di leggerlo come sempre, ma senza uscire di casa. Ma se ami sfogliarlo, abbiamo pensato anche ad una tiratura limitata per permetterti di ricevere gratuitamente la tua copia restando a casa. Visita il nostro sito cliccando qui e scopri come.

Voi restate a casa, noi vi resteremo vicino. #nonsiamodifuori

www.lungarnofirenze.it/nonsiamodifuori


LA SERENATA di Matilde Sereni

EDITORIALE

Quando pronuncio la parola futuro, la prima sillaba già va nel passato. Quando pronuncio la parola silenzio, lo distruggo.

di Jacopo Aiazzi

Quando pronuncio la parola niente, creo qualche cosa che non entra in alcun nulla. (W. Szymborska) Quando leggerete queste poche righe forse saremo gradualmente tornati ad assaporare un raggio di sole solo per il gusto di farlo. Forse ci sarà meno paura, forse di più. Di sicuro la strada sarà ancora lunga, soprattutto quella del mondo a cui siamo più vicini. A oggi godo di una fortuna cosmica nel non avere persone care affette da questo maledetto virus, e le poche che conosco sono in via di guarigione. Ho perso però il conto di quelle che non vedono una via di uscita nel proprio ambito lavorativo. Leggo in continuazione crociate alla ricerca del Colpevole di questa Situazione dove l’Economia è stata colpita al Cuore e chi non muore di Virus muore di Fame. E se non si era morti di fame ma di virus il Colpevole era sempre lo stesso? Boh. Questo è il momento di essere compassionevoli e supportare le realtà più colpite per quanto e come ce ne sia data la possibilità. In questi giorni per esempio sento parlare di cultura in streaming. Terrificante? Abbastanza. Ma per quanto lontano anni luce dal nostro ideale di condivisione, se fosse l’unica via possibile andrebbe sostenuta con coraggio. Nel frattempo cerchiamo anche di starci vicini oggi, oltre che domani. Buona lettura.

I

Il bello del passato

l 4 maggio dovremmo uscire. Come, non è ancora dato saperlo. In bilico tra speranza nel ritorno alla normalità e la necessità di avvalersi di tutto il proprio spirito di adattamento. Così abbiamo pensato il giornale che state per leggere: nel migliore dei casi una fotografia dell’isolamento appena trascorso, nel peggiore qualche storia per accompagnare le lunghe giornate e affrontare al meglio la nuova quotidianità. E di cose belle, seppur chiusi in casa, per le nostre strade se ne sono viste tante nell’ultimo periodo. Il comitato di San Niccolò, oltre a consegnare spesa, medicine e mascherine cucite a mano, si è presentato davanti ai portoni delle persone in difficoltà con un mazzolino di fiori e uno sguardo che suggeriva un sorriso dietro la stoffa. Lo stesso comitato che insegnava a cucirsele e organizzato alcuni punti del rione per regalarle. Sempre tra le vie di questo quartiere è apparsa nei giorni della chiusura totale una scatola con una lavagna: «chi ha metta, chi non ha prenda». Nella zona di San Salvi, in via del Mezzetta, al posto della lavagna c’era un foglio con disegni di bambini, la solita scritta e una scatola riempita di tonno, zucchero, fagioli… Nei giardini di via del Caravaggio all’Isolotto e in tanti altri spazi della città. A San Frediano è circolato un volantino con i numeri di telefono per il sostegno alimentare e la consegna «dei generi alimentari di base direttamente a casa, tutto gratuito (…) garantendo stringenti misure igieniche e discrezione», firmato da Occupazione Via del Leone, Laboratorio Diladdarno e Fuori Binario. Di queste iniziative ce ne sono state così tante che manca lo spazio materiale per menzionarle tutte. Queste poche le ho raccontate al tempo passato. Perché il bello del passato è che è passato, diceva un tale.

IN COPERTINA

YOU ARE A ROCKSTAR di Laura Lavorini

Diplomata in pittura e scultura all’istituto d’arte di Porta Romana continua a studiare specializzandosi in Grafica Pubblicitaria vincendo la borsa di studio presso l’Accademia Nemo di Firenze. Già dal primo anno di grafica inizia a collaborare con alcune agenzie pubblicitarie fino ad affermare l’inizio della sua carriera entrando nel coworking fiorentino Okubo Station, dove ha in seguito fondato l’agenzia di comunicazione "Ragou Design". Attualmente lavora come libero professionista e come insegnante dell’Accademia Nemo. Ragou Design https://ragou.it/ Instagram w  ww.instagram.com/ragoudesign www.instagram.com/laura.lavorini

Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Firenze n. 5892 del 21/09/2012 N. 84 - Anno IX - Maggio 2020 - Rivista Mensile ISSN 2612-2294

Proprietario: Associazione Culturale Lungarno Editore: Tabloid Soc. Coop. • Firenze • N. ROC 32478 Direttore Responsabile: Jacopo Aiazzi Stampa: Press Up • Roma Nessuna parte di questo periodico può essere riprodotta senza l’autorizzazione scritta dell’editore e degli autori. La direzione non si assume alcuna responsabilità per marchi, foto e slogan usati dagli inserzionisti, né per cambiamenti di date, luoghi e orari degli eventi segnalati. Lungarno ringrazia Marco Battaglia e la type foundry Zetafonts per aver concesso, rispettivamente, l'utilizzo delle font Queens Pro e Monterchi.

I contenuti di questo numero sono a cura dell’Associazione Culturale Lungarno. Per la loro realizzazione hanno collaborato: Daniele Pasquini, Marcho, Daniel C. Meyer, Michele Baldini, Virginia Landi, Martina Vincenzoni, Gabriele Giustini, Marta Pancini, Gabriele Vagnetti, Tommaso Ciuffoletti, Alect, Duccio "dootcho" Formiconi, Riccardo Morandi, Caterina Liverani, Marianna Piccini, Walter Tripi, Beatrice Tomasi, Carlo Benedetti, Tommaso Chimenti, Lafabbricadibraccia, Giulia Focardi, Raffaella Galamini, Marco Tangocci, Davide Di Fabrizio, Valentina Messina, Marta Staulo, Andrea Bertelli, Lulaida, Francesca Arfilli, Laura Lavorini. Caporedattore: Riccardo Morandi Editor: Arianna Giullori L’Associazione Culturale Lungarno ringrazia la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze per il contributo a sostegno delle attività culturali svolte.


Florence Nightingale

Infermiera e femminista tra scienza e mistica di Daniele Pasquini illustrazione di Marcho

W

illiam Edward Nightingale era un ricco e colto borghese britannico. La moglie Fanny Smith era figlia di un abolizionista, donna raffinata e allevata in una famiglia illuminata. Il tipico esempio di un’élite abituata a viaggiare, a vedere l’Europa prima che l’Europa esistesse. Ebbero una figlia nel 1919, mentre si trovavano a Napoli: la chiamarono Parthenope. Un anno dopo, risalendo verso nord, Fanny Smith diede alla luce una seconda figlia. A Villa Colombaia, nei pressi dell’Impruneta: ecco perché la protagonista di questa storia prese il nome dalla città di Firenze. Era il 12 maggio 1820, e quella bambina di nome Florence avrebbe cambiato per sempre l’assistenza infermieristica moderna. Le sorelle crebbero in Inghilterra, nelle tenute tra le brughiere, in età Vittoriana, epoca del romanticismo, ma anche del misticismo e di nuovi valori sociali. È in questo contesto che nel 1837 Florence avverte una “chiamata divina”. Una voce che udirà più volte, fino a non poterla più ignorare: nel 1845 annunciò di volersi dedicare alla cura di persone malate e indigenti. Fece infuriare la madre, progressista ma non pronta a quella scelta, si inimicò la sorella e rifiutò tre ricchi pretendenti. Riverita e detestata, ostinata e libera, Florence sognava di rinunciare all’agio per aiutare i sofferenti. Se sposare un buon partito era il massimo dell’aspirazione, fare l’infermiera era tra le massime vergogne, un lavoro riservato a sguattere e alcoliste. Gente malfamata, al pari delle strutture in cui lavoravano. A metà dell’Ottocento la situazione sanitaria era disastrosa: ferite curate alla bell’e meglio in strutture fatiscenti, dove si moriva di infezioni, piaghe ed epidemie che facevano più morti della guerra stessa. Con l’approvazione e il sostegno economico del padre, Florence iniziò il suo personale gran tour tra gli ospedali, costruendo rapporti politici, fondando un ricovero per donne e iniziando a scrivere testi che diverranno la base per l’infermieristica moderna. Ma sarà la guerra di Crimea il suo vero banco di prova. Nel

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1854 partì con 38 volontarie alla volta di Scutari, dove gli inglesi combattevano a fianco degli alleati turchi. Là trovò diecimila soldati in condizioni disumane, la sporcizia favoriva i contagi da malattie infettive. Mancavano le attrezzature, l’acqua, e i rifornimenti erano rallentati da una burocrazia militare disinteressata alle “truppe inutilizzabili”. Lavorando giorno e notte, Florence impose nuove procedure igieniche e razionali. Riuscì, sulla base di principi scientifici, a ridurre drasticamente i decessi dei soldati. I comandi militari non tolleravano di veder la loro autorità minata da una donna e cercarono di sabotarne il successo screditandola politicamente. Ma in patria era ormai considerata un’eroina: «The Times» narrava con orgoglio la storia di Florence, ribattezzata la Signora della Lampada: “l’angelo che anche di notte veglia e assiste”. La Nightingale applicava principi di epidemiologia, aiutata dalla raccolta sistematica di dati: dobbiamo a lei la diffusione dei grafici a torta che utilizziamo ancora oggi. Ne 1858 divenne la prima donna ammessa nella società britannica di statistica. Fondò scuole, pubblicò i suoi scritti, aiutò le ragazze ad avvicinarsi alla scienza medica. E fu la prima donna in assoluto a ottenere l’Order of Merit, medaglia conferita dalla corona inglese. Anziana e malata, morì a 90 anni nella propria casa a Londra. A Firenze il nome di Florence oggi lo si può leggere passeggiando alle Cascine, in una strada a lei intitolata vicino all’Anfiteatro. E i più attenti la riconosceranno anche nella Basilica di Santa Croce: tra gli epitaffi per i poeti e gli artisti, una statua raffigura una ragazza con una lampada in mano, che anche nel marmo sembra voler proteggere la luce.

Nata a Firenze il 12 maggio 1820, in sua memoria si celebra la Giornata internazionale dell’infermiere.


La maschera subacquea diventa un respiratore di Daniel C. Meyer

T

rasformare comunissime maschere da sub in efficacissimi respiratori a prova di Covid-19? Sembra un’idea fantascientifica, ma è successo davvero: è la storia incredibile di un progetto che, nella migliore tradizione del made in Italy, ha unito innovazione, gioco di squadra, tecnologia, design e tanta, tanta creatività. E c’è anche un po’ di Firenze, in questa storia: “Quando abbiamo ricevuto l’appello di Isinnova e Fablab, le aziende bresciane che hanno lanciato l’idea e che hanno mandato un S.O.S. via social per realizzare 500 kit di valvole per questi respiratori, abbiamo subito aderito volentieri a questo progetto” spiega Andrea Bruni, titolare di Studio MP, azienda di Calenzano che si occupa di architettura e design. Andrea, co-fondatore dello studio assieme a Valerio Monticelli, di professione è un maker (così si definiscono questi artigiani del terzo millennio che grazie alle nuove tecnologie creano dal nulla qualcosa che non c’è ancora), e si mette al lavoro per trovare una soluzione: in tempi brevissimi viene avviata la produzione di circa una trentina di valvole al giorno (fondamentali per il funzionamento della maschera), realizzate con il supporto di un’altra azienda fiorentina, la

ditta F.B.M. di Brighella & C.  di Sesto Fiorentino, che mette a disposizione le sue stampanti 3D per velocizzare il processo. Così, grazie anche al supporto di tutti gli altri maker che hanno risposto alla chiamata, in soli due giorni l’obiettivo finale è raggiunto: i 500 pezzi da mandare agli ospedali di Brescia sono pronti e perfettamente funzionanti. E non finisce qui: visto l’ottimo risultato anche l’ospedale di Pordenone ha contattato lo Studio MP per realizzare altre valvole. Un bel finale per una storia che ha davvero dell’incredibile. Tutto nasce quando Isinnova, azienda bresciana fondata nel 2015, viene contattata da un ex primario dell’Ospedale di Gardone Valtrompia, il dottor  Renato Favero, che condivide con la startup l’idea di far fronte alla possibile penuria di maschere ospedaliere C-PAP (il “casco” che viene messo in testa ai contagiati da Coronavirus per aiutarli a respirare in terapia sub-intensiva) riadattando allo scopo un prototipo di maschera da snorkeling e trasformandola in una maschera respiratoria, ottima in caso di emergenza o di difficoltà di reperimento di fornitura sanitaria ufficiale. Isinnova ha poi contattato Decathlon, produttore della maschera da snorkeling Easybreath, scelta come prototipo ideale, e la multinazionale francese ha accettato la sfida, rendendosi disponibile a collaborare e fornendo il disegno CAD della maschera; il

Da Calenzano arrivano valvole e maker in soccorso

prodotto è stato smontato, studiato e sono state valutate le modifiche da fare. Di qui, la call a tutti i maker per sopperire in tempi rapidi alle parti mancanti, a cui hanno risposto lo Studio MP e la F.B.M. di Brighella & C.. Il resto è già storia. “È nei momenti di crisi che sorge l’inventiva” diceva Albert Einstein, e questo progetto ne è davvero la dimostrazione più lampante: un caso da manuale di  open innovation, ossia la strategia in base alla quale si cercano idee e soluzioni innovative out of the box, al di fuori del perimetro aziendale e del comune modo di pensare. Un bell’esempio di gioco di squadra tra giovani startup che hanno saputo davvero creare qualcosa di unico e geniale in tempi rapidissimi, alla faccia anche di un certo stereotipo che vuole un’Italia divisa tra tanti piccoli campanili in perenne competizione tra loro. Il messaggio è chiaro: insieme, possiamo farcela.

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Kali Yuga

Apocalisse o Rinascita? di Michele Baldini

S

econdo l’interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture induiste, tra cui i Veda, il Kali Yuga è l’ultimo dei quattro yuga; si tratta di un’era oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale. Non so se questa lettura può ben rappresentare il momento storico che stiamo vivendo. Di sicuro di “stranezze” ne abbiamo cominciate a vedere parecchie. Dal tasso che scorrazza nottetempo in Via Pietrapiana, alla piccola volpe su Viale Spartaco Lavagnini, alla famiglia di anatre che entra in Farmacia dal Parco di San Donato: segnali divini? Parimenti, sempre secondo i Veda, il Kali Yuga dura 36.000 anni e ci siamo dentro da un bel po’. Per cui, mi vien da dire, siamo alla fine. Speriamo nella Rinascita, magari sotto forma di dinosauri. Ad esempio come quello avvistato in coda alla Coop di Santa Maria a Monte (PI) qualche settimana fa, oppure quelli lasciati soli a se stessi al Dinosaur Invasion di Novoli. Il sito della “mostra di mostri” è eloquente: “il 22 marzo ci estinguiamo” cita. Qualche giorno prima infatti, A.N., un amico che dalla Piana aveva sfidato il virus e i check point per depositare in Regione la richiesta di autorizzazione a produrre mascherine con la ditta per cui lavora, mi aveva esternato il suo disappunto per la desolazione del parco tematico incrociato su Viale Guidoni, durante il mesto ritorno verso casa, con alle spalle una Firenze dal panorama nel complesso apocalittico. Nel frattempo la sua, come altre aziende che hanno nel dinamismo e nel sapersi adattare i punti di forza, tutte iniziative lodate di recente dalla Von der Leyen, tenta il piano B: “lavoro per una azienda tessile. un gruppo industriale che al suo interno ha anche un dipartimento (per il quale lavoro) che produce, tra le altre cose, tessuti per coprimaterassi, materassi e via discorrendo. Oggetti che vengono poi certificati come dispositivi medici. Ecco il perché stiamo tentando la riconversione. Producendo questi dispositivi possiamo rimanere aperti e cerchiamo in questi giorni di muoverci per le certificazioni”. Bene, bravo, bis. Ad oggi sono 50 le aziende che il Governatore Rossi ha autorizzato alla produzione di mascherine chirurgiche, quella di cui sopra

Il Kali Yuga è un’era oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale

è ancora in attesa del responso, ma ha già tutte le certificazioni richieste per l’utilizzo DPI (cioè per chi lavora); il polo del tessile e del fashion ha comunque risposto con prontezza all’appello per la riconversione, tutti i marchi principali (Gucci, Prada e Ferragamo) compresi. Cambiando completamente settore ma non vitalità, mi sono chiesto come le realtà culturali e aggregative potranno riconvertirsi. Soprattutto quelle territorialmente più radicate, per esempio l’Arci, 5.000 circoli e oltre 1.000.000 di soci in Toscana. E non tanto a Firenze City, dove sappiamo che i presidi aggregativi continueranno, seppur diversamente, anche nel già infinitamente atteso dopo. Quanto in provincia. Ecco che David Spalletti, vicepresidente della Circoscrizione del Valdarno Inferiore (my homeland, 43 tra circoli e associazioni aderenti, nessuno in centri di più di 10.000 abitanti, oltre 6000 soci) prova a darmi una risposta: “intanto bisogna capire se questa situazione è economicamente sostenibile. Appare tutto surreale, siamo comunque animali sociali e le cose che ci mancano adesso hanno a che fare con le emozioni, lo stare insieme, a quelle io non rinuncio tanto facilmente. Con l’Arci abbiamo affrontato i problemi contingenti. a livello regionale: cassa integrazione, organizzazione di servizi per la comunità, aiuto nella distribuzione dei farmaci o spesa a casa, gestione dei mutui e prestiti per chi aveva fatto investimenti. Sul dopo è tutto in aggiornamento, facciamo una riunione dei diversi presidenti alla settimana. Stiamo cambiando insieme alla situazione senza accorgersene”.

Siamo animali sociali e le cose che ci mancano adesso hanno a che fare con le emozioni

Apocalisse o Rinascita? Mi ricorderò senz’altro piazza Santo Spirito deserta il venerdì sera, con il silenzio interrotto solamente dall’acqua della fontana, le maratone su Netflix, i saluti in videochat, la “Baldini Maison Buolangerie”, la sessione di workout mattutino in mutande e calzini, l’aperitivo durante il bollettino della Prociv alle 18, gli ascolti in cuffia: da “A che ora è la fine del mondo?” del Liga al tema musicale della prima stagione di The Sinner, “Huggin’ & Kissin’” di Big Black Delta. Cosa resterà?

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Appuntamenti al supermercato

di Virginia Landi

“18

:30 Conad?”. La proposta appare via Whatsapp e il telefono si illumina di risposte. È quello che sta accadendo in molti gruppi di amici che con l’inaccessibilità di piazze, pub e altri luoghi della socialità sono costretti a ripiegare sulle lunghe code di attesa dei supermercati. L’unica occasione disponibile, almeno per quelli che vivono nella stessa zona. Tolta dunque la divisa da smartworking e indossati degli abiti veri, all’ora prestabilita si avventurano per le desolate strade, un po’ per le necessità della dispensa, un po’ di più per rivedersi. Davanti alla fila di carrelli temporeggiano cercando la moneta perfetta aspettando l’arrivo degli amici. Quella che si prospetta come una coda chilometrica ormai non sorprende più, ma per fortuna a meravigliare basta l’incontro riuscito dopo settimane di sms e videochiamate. Furtivamente partono cenni come a dire “sì, ti ho visto” ma anche “no, non ci possiamo avvicinare troppo, mettiamoci in coda”. Sistemati uno a un metro dall’altro partono le domande di circostanza, i racconti sulle difficoltà lavorative, le litigate col partner, ci si sfotte per lo sfondo mostrato nell’ultima videochiamata collettiva. Superati i tornelli, ognuno per sé.

C’è una lunga lista da spuntare. Tra la corsia delle colazioni e quella dei banchi frigo avviene talvolta l’incontro fortuito con un conoscente con cui, al massimo, scambiare un colpetto coi carrelli e azzardare una battuta fugace. La disperazione per gli scaffali di farina e lievito vuoti viene presto sostituita dal conforto: la pizza si può sempre ordinare a domicilio. Arrivati alle casse c’è il tacito accordo di fingere di non conoscersi ma una volta varcate le porte scorrevoli ci si sente subito un po’ meno in colpa per quello strano appuntamento dato così, sul limite delle regole. Persino gli incontri su Tinder si stanno indirizzando verso i supermercati: “Vediamoci al reparto vini. Più romantico”. Certo, il range di conoscenze si riduce drasticamente, ma i tempi richiedono un grande spirito di adattamento. E così ha fatto chi solitamente, davanti a quelle porte scorrevoli chiede l’elemosina, organizzandosi con un’asta fissata a un cestino per consentire le donazioni a distanza di sicurezza. Una girandola colorata e la scritta «esprimi un desiderio» per sdrammatizzare il momento. Non so cosa desidererei io, oggi. Un desiderio solo forse non basterebbe.

La spesa come unica possibilità di incontro

Autocertificazioni colorite di Virginia Landi

E

ra un giorno come tanti altri quando il Dippìccìemme, firmato Giuseppe Conte, metteva l’intera popolazione italiana in quarantena. Così, come carcerati ai domiciliari, essere confinati tra le mura casalinghe è stata per molti un’occasione obbligata di condivisione di spazio e tempo con coloro che abitano la stessa dimora. Va da sé che il keep calm & nervi saldi è diventato in poco tempo un nuovo sport olimpico, portando gli italiani, con mano ferma e sopracciglio tremante, alla compilazione di autocertificazioni davvero originali. Ma quando la motivazione è forte, non resta che dire tutta la verità, nient’altro che la verità: Caso 1: “Devo comprare droga” - Sembrerà uno sketch uscito dal vecchio programma MTV intitolato “Mamma Esco” e interpretato da “I Soliti Idioti”, invece è quello che accade a Firenze in via Centostelle, in un caotico mercoledì di fine marzo. Caso 2: “Agente, stavo andando a fare la spesa” - È vero, la situazione è disorientante. Peccato siano le 22:50 di sera. Caso 3: “Isolamento sociale in proprietà privata, (auto)” - La casella barrata sul foglio è quella di “situazioni di necessità” ma seppur ben specificato, l’autore aggiunge imperterrito un’altra riga: “sono in isolamento temporaneo sociale per motivi personali”. Ah, ok. Caso 4: “Meglio la multa che a casa con la famiglia” - C’è chi invece non perde tempo a scrivere e montato in sella alla sua bici arriva, da zona Isolotto, fin sulle colline di via Bolognese. “Non ho scusanti”, prosegue l’uomo reo confesso, “sono scappato”. Conclusione: denunciati e multati ma nessun reato per falsa testimonianza.

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Dietro la cattedra di Martina Vincenzoni

artwork e foto di Elena Vincenzoni

Q

ualche tempo fa – non poco: si andava ancora a scuola - una mia studentessa aveva il compito di spiegare un argomento alla classe. Poco dopo aver iniziato si è interrotta, perché aveva dimenticato un passaggio che nelle mie lezioni è immancabile. Ci ha chiesto: come state? Questo ricordo, già dolce di per sé, ha un che di struggente in questo momento in cui non so se li rivedrò di persona, i miei studenti. Nemmeno settembre appare un traguardo realistico per un precario. Chi può fare previsioni? In ogni caso un educatore è un educatore e non si perde

d’animo, perché quell’animo è contagioso, è trasparente. Mi sono presto attrezzata testando diverse piattaforme digitali, ben sapendo che indicazioni ufficiali dalla scuola non sarebbero arrivate prima di settimane. Alcuni studenti sono intervenuti per darmi delle dritte, altri per chiedermi, a poche ore dal primo decreto, di continuare a fare in qualche modo lezione. Ampio è stato anche il confronto tra colleghi: si è creato un fronte spontaneo di volenterose cavie che si avventurassero in questo mondo e vi accompagnassero i colleghi meno digitalizzati. Un’attività febbrile che ha paradossalmente dovuto rallentare una volta che la scuola si è organizzata con nuove modalità didattiche e orarie: stavamo lavorando troppo. A posteriori, sono in grado di capire perché

questo sia successo. Vedere comparire quei rettangolini con le loro facce sullo schermo, per quanto assonnate e struccate: un’emozione da scolaretti. La nostra frequentazione personale, umana, è stata tagliata da un giorno all’altro, in maniera traumatica, evidenziando quanto il succo di questo lavoro sia nell’essere in relazione. Mantenere viva questa rete è ciò di cui c’è bisogno, da entrambi i lati della cattedra. Dalla finestra della nostra aula noi abbiamo la fortuna di vedere Piazza Santa Croce. E questa piazza me l’ha fabbricata mia sorella in cartone, incorniciata da una finestra; un art attack pensato per farli sorridere, ma anche per farci sentire tutti un po’ più a casa.

DIETRO IL BANCO di Gabriele Giustini

A

l momento della chiusura di queste righe, è passato poco più di un mese dalla chiusura delle scuole. In pratica sono pochi giorni, ma già solo questo mese sta pesando moltissimo ai bambini (o ragazzi), alle loro famiglie e agli insegnanti. Chi per un motivo, chi per un altro. I bambini stanno ovviamente soffrendo della situazione non potendo vivere la quotidianità con i loro compagni, le famiglie sono in difficoltà nel gestire il lavoro proprio e le attività dei ragazzi, mentre il corpo insegnanti si vede privato della possibilità del contatto giornaliero con i propri studenti.

Un problema umano e professionale che coinvolge tanto chi insegna ai più piccoli - non solo alla primaria, ma anche ai nidi d’infanzia e alle materne - quanto chi ha a che fare con ragazzi un po’ più grandi. Già prima della chiusura il ministero parlava di didattica a distanza e video lezioni. Facile a parole, meno nei fatti, come ha spiegato Martina nell'articolo qui sopra. Tutti siamo rimasti in balia e alla fine era necessario un valore aggiunto, un tassello che legasse le belle parole del ministero, con la realtà dei fatti. E il valore aggiunto di questa storia è quello degli insegnanti

e degli educatori che, pur in una situazione difficilissima come quella che stiamo vivendo, stanno facendo il possibile per tenere in vita l’anno scolastico e per proseguire il loro il loro percorso educativo, venendo incontro alle famiglie e a tutte le difficoltà che i genitori possano avere, dalla mancanza di un computer, ai problemi nello stampare o alla mancanza di spazi dove sistemarsi per le video lezioni. Lo stanno facendo con amore, nei confronti dei loro studenti, e passione, per il proprio lavoro. È ancor più bello, poi, vedere la tenerezza e l’emozione dei bambini nell’incontrarsi a distanza, i

loro imbarazzi nei pochi silenzi, i mille ciao a caso, microfoni che entrano in pausa senza senso e concetti che, clamorosamente, vengono anche chiappati. A giudicare dai nostri comportamenti – dalla caccia a chi estende di venti metri il proprio raggio passeggiata alla schedatura del vicino del babbo che porta il bambino a fare il giro dell’isolato – no, non ne usciremo migliori. Anzi. Ma tra le poche cose da salvare ce n’è una in particolare e della quale sapevamo pochissimo finché non abbiamo avuto la fortuna di vederla: il legame invisibile tra maestri e bambini, tra educatori e studenti.

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Fuorisede, tra vite sospese e ritorno a casa di Gabriele Vagnetti

I

Essere... o non essere?

di Marta Pancini

foto di Max Siedentopf

“E

ssere o Non Essere, questo è il problema”. No. Il problema è che troppo spesso me la sono posta frettolosamente la domanda, tra un lavoro e una cena, un treno in corsa e un bicchiere di vino. Questo tempo è molto strano, dilatato, non so come ne usciremo e come ce lo ricorderemo. Dobbiamo uscire con la mascherina. Ma l’abbiamo sempre avuta no? Quante volte siamo stati tra la gente con una maschera, coprente, dietro la quale ci sentivamo protetti, non da un virus, ma dagli altri e da noi stessi? L’essere umano è proprio un animale strano. Paradossalmente adesso vorremmo poter vivere senza. Anche se a dire il vero ci sono personaggi che in tempi non sospetti ne hanno fatto un punto di forza: primo fra tutti Michael Jackson, spesso in pelle o con paillette (Miss Keta, Billie Eilish non vi siete inventate niente di nuovo!). Zhijun Wang nel maggio del 2017 iniziò a creare mascherine con la ormai famosa busta blu di Ikea, dal nome impronunciabile, Frakta. Recentemente l’artista ne ha creata un’edizione speciale made in Italy, con quella gialla Esselunga. Max Siedentopf è invece l’ autore di

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“How To Survive A Deadly Global Virus” serie di scatti non politically correct sull’uso di oggetti quotidiani reinterpretati come mascherina, facendo ovviamente infuriare chi non ne ha colto l’ironia. Come dimenticare poi Adam Kadmon personaggio di fantasia, (speriamo), che dietro la sua maschera nera, intratteneva l’italiano medio con le sue strampalate teorie esoteriche sul Mondo e la sua fine imminente. Ma anche politici, come il Presidente della Slovacchia, Zuzana Caputova, che ogni volta che cambia d’abito ha la sua mascherina abbinata. Il tema è scottante: ce ne sono poche anche e soprattutto per gli operatori sanitari. I potenti colossi dell’Industria della Moda hanno momentaneamente riconvertito la produzione creando una catena solidale (e anche parecchia autopromozione, direbbe la mia parte cinica) con la distribuzione di mascherine e disinfettanti per i presidi medico-sanitari. Mentre scrivo sono a casa, in “Quarantine”, non so quando uscirà questo articolo se sarò uscita anche io. Mi chiedo quale e come sarà la vita che ci aspetta. Io come sarò? Sono pronta a uscire là fuori senza maschera? Preferisco questo tempo sospeso ma ricco di aspettative sulle possibilità future? C’è solo una risposta sensata che posso darmi e darvi: non lo so.

l pensiero di chi scrive va ai più temerari, quelli che “scontano” la quarantena in micro-appartamenti condivisi, tra biciclette stipate lungo i corridoi, cucine come ponti di volo per lavatrici anteguerra al decollo dopo le ventitré e “rigidissimi” turnover di pulizia aree comuni. Non è certo argomento su cui fare ironia, tanto più se a osservarlo dall’interno è uno dei fortunati, che per vicinanza o per la comodità di un ultimo regionale preso al volo, può trascorrere la quarantena insieme ai suoi vecchi coinquilini: amati, lamentevoli e ormai oltre la sessantina. I fuorisede sono una delle categorie “in sospeso” nello scenario da paralisi pandemica, in bilico tra affitti da pagare per stanze in cui nessuno entra da settimane, con gli effetti personali in attesa, mentre le delibere in materia tardano ad arrivare e le speranze di tornare a frequentare l’università si fanno pallide. Difficile essere ironici volgendo lo sguardo ai numeri. Secondo le ultime stime ISTAT la popolazione universitaria Toscana di studenti fuorisede in entrata è pari a 31.924, a fronte dei 10.462 in uscita, con 27.529 unità nel solo capoluogo. I numeri relativi all’affluenza di studenti stranieri sono alti: “16.000 quelli che arrivano ogni anno nella regione, di cui 10.000 solo a Firenze”, ha dichiarato in una recente intervista il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. Stime ben più alte riguardano tutti gli universitari prossimi alla conclusione del percorso di studi, sospesi in un panorama dubbioso rispetto alle ripercussioni e gli adattamenti che il mercato del lavoro subirà in seguito alla pandemia. Quante le possibilità di mobilità internazionali per lavoro e quante quelle sul suolo nazionale? Fino a che punto sarà richiesto un adattamento a settori di attività che non sono rispondenti ai percorsi di studio intrapresi? Questi gli interrogativi sui quali rinnovare e riprogettare i contesti lavorativi e di formazione nel futuro post-pandemia.


Bambini in carcere al tempo del virus di Tommaso Ciuffoletti

illustrazione di Dootcho

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a maggior parte dei bambini impara una parola prima di tutte le altre: mamma. Ed è giusto così. Ma ci sono altri bambini che imparano un’altra parola, prima di tutte le altre: APRI! Sono i bambini che vivono in carcere, che sentono quella parola ogni giorno riferita alle sbarre. E forse così non è giusto. Anche ora, nel momento in cui scrivo, sono una cinquantina i bambini che si trovano nelle carceri italiane. E intanto il virus è arrivato anche là. Ha impiegato più tempo, perché sono luoghi lontani, nascosti, separati dal resto della società, ma sono anche luoghi sovraffollati, fragili al proprio interno, pe-

ricolosi. E in quei luoghi vivono anche dei bambini. La ratio della legge che condanna i bambini a stare in carcere con le madri, fu originariamente quella di permettere il loro allattamento e poneva un limite d’età: 3 anni. Nel 2011 si pensò di alzare l’età a 6 anni e però istituire gli Icam - Istituti di custodia attenuata per detenute madri. Il bel risultato è stato che i bambini adesso possono stare più a lungo in quelle che si chiamano “istituzioni totali”, mentre gli Icam presenti in Italia sono solo 5. Una situazioni grottesca anche per i canoni del nostro sistema carcerario. Tuttavia, in alcuni istituti penitenziari, sono presenti dei reparti nido. In tutta la Toscana ce n’è solo uno ed è a Sollicciano. Lì, nel momento in cui scrivo, alloggiano due mamme coi loro bambini di pochi mesi. Le mamme in carcere coi propri figli sono

le ultime fra le ultime. Se non possono accedere a pene alternative è perché solitamente non hanno un domicilio. Sì, se sono in carcere è perché hanno commesso dei reati e magari sono state anche considerate pericolose. Spesso vengono dalle periferie, d’Italia e del mondo. Finito di scrivere questo pezzo ne ho parlato con gli amici dell’associazione L’Altro Diritto, che da anni dedicano tanto del proprio tempo alla difesa dei diritti dei detenuti. Mentre parlavamo cercavano di spiegarmi i rischi per la salute e la crescita di un bambino in carcere ed io ho troncato la discussione dicendo “Perdonatemi, ma credo chiunque sia in grado di capire che il solo dire che c’è un bambino in carcere è un orrore”. La loro risposta è stata molto più lucida della mia boria: “Illuso”.

Il senso dello spazio alla Romola

L’identità delle Sieci

di Jacopo Aiazzi

di Daniele Pasquini

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lla Romola, paesino sulle colline sopra Scandicci più noto per la vicina Chiesanuova e la mitologica schiacciata di Giotto che per il cimitero che conserva il noto fumettista Jacovitti, il silenzio non è mai stato una novità. Ricordo di un antico retaggio tipicamente toscano, il paese circondato da uliveti e boschi è tacitamente diviso da due circoli: quello Arci gestito da un gruppo di giovani e quello sportivo, o detto “del prete”. Torneo di briscola il mercoledì e DiscoRomola un sabato al mese. Gli assidui frequentatori oggi si alternano uno alla volta a sedere sulla panchina alla fermata della Sita, tutti gli altri ritti, a distanza come fossero i cavalieri di Camelot in udienza da Re Artù. Anche l’unica bottega rimasta aperta negli anni, la parrucchiera per signore, ha smesso di applicare bigodini. Le teste disordinate sono per le clienti di antico contegno una motivazione valida quanto la pandemia per non uscire di casa. Alla Romola, in condizioni normali, le persone mantengono una distanza di almeno 5 metri, per semplice senso dello spazio. Tranne al torneo di briscola, dove ogni mercoledì l’apocalisse veniva chiamata a suon di carichi. 

e Sieci è un paese privo di interessi e con un problema nel nome. A differenza di “La Spezia” o “L’Aquila”, l’articolo determinativo è costante fonte di dubbio. Ci starà o no? Sieci o Le Sieci? Gli autoctoni, orgogliosi e un po’ sovranisti, per tagliare corto preferiscono il nome storico: Remole. Gli abitanti sono detti sieciolini, o più spesso siecesi, da cui il gustoso scioglilingua: “alle Sieci al treno delle sei e dieci sono scesi sei siecesi”. Purtroppo gli esercizi di stile raramente trovano spazio nel gruppo “Sei delle Sieci se”, dove la gente passa il tempo a rimpiangere la vita di prima (ma non del virus, il lutto da elaborare è ancora la Svolta della Bolognina): riaffiorano i ricordi delle sagre, le immagini in bianco e nero della pescaia, le foto di classe degli anni ‘70. Ma i siecesi in quarantena sono meno uniti di quanto si intuisce da Facebook: gli anziani bramano fughe al circolino, ai bambini manca il prato del Parco Berlinguer, i ragazzi sono privati delle impennate in motorino. Tutti gli altri sognano di poter tornare presto a consumare il proprio tempo lontani dal paese: che ha un nome buffo, e poco altro. 13


L’agenda di maggio Da sempre noi di Lungarno, con la nostra agenda, abbiamo voluto dare voce ai moltissimi eventi che ogni mese sono organizzati dalle centinaia di operatori culturali della città, siano essi enti pubblici che semplici appassionati. Nel momento in cui pubblichiamo questo numero, il mondo dello spettacolo e della cultura è obbligatoriamente fermo, e anche se per ora non sappiamo quando tutto questo finirà, la nostra speranza è quella di riappropriarci della nostra cultura il prima possibile. Per questo abbiamo pensato ad un breve elenco interattivo, per permettervi di restare aggiornati sugli sviluppi, le iniziative che alcuni continuano a realizzare o, (magari) le riaperture di alcune delle realtà culturali che rendono viva la nostra città.

Musica

Teatro

› Auditorium Flog

› Teatro della Pergola

Arte

› GLUE Alternative Concept Space

› Teatro Cantiere Florida

› Galleria degli Uffizi

› Il Progresso

› Teatro Puccini

› Museo Novecento

› Combo Firenze

› Teatro Studio Krypton

› Palazzo Strozzi

› NOF

› Teatro Verdi Firenze

› Palazzo Medici Riccardi

› A.S. Aurora

› Teatro di Rifredi

› Museo Galileo

› Cycle~

› Teatro Niccolini

› Museo Stibbert

› Volume Firenze

› Teatro Le Laudi

› Istitut Francais

› Sala Vanni

› Teatro di Cestello

› Galleria Frittelli

› Tenax

› Teatro del Romito

› Exibart.com

› Tasso Hostel Florence

› Teatro Lumière Firenze

› Jazz Club Firenze

› Teatro Reims Firenze

Eventi

› Cpa Firenze Sud

› Teatro Politeama Pratese

› Manifattura Tabacchi

› Circo-lo Teatro del Sale

› Teatro Dante Carlo Monni

› Le Nozze di Figaro

› Csa nEXt Emerson

› Teatri d’Imbarco - Teatro delle Spiagge

› Le Murate - Caffè Letterario Firenze

› Amici della Musica Firenze › Opera di Firenze

› Teatro della Toscana

› Villa Bardini › IED Firenze

› Toscana Musiche

Cinema

› Teatro TuscanyHall

› Cinema Odeon

› BUH circolo cultirale urbano

› Mandela Forum

› Cinema Fondazione Stensen

› Biblioteche Fiorentine

› Viper Theatre

› Cinema Fiorella

› Stazione Leopolda

› Cinema II Portico

› Fortezza da Basso

› Spazio Alfieri

› Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

› Cinema La Compagnia

SMART WORKING - illustrazione di Alect

› Cinema di Castello

› La città dei lettori


ACCADDE a MAGGIO di Riccardo Morandi e Virginia Landi

L’UOMO INVENTA LA COCA COLA - 8 MAGGIO 1886 Ad Atlanta in maggio la temperatura è come quella di Roma. In un radioso sabato mattina un farmacista dal nome John Pemberton stava tentando e ritentando la strada per convertire il suo preparato, detto “Vino Francese di Pemeberton” in qualcosa che continuasse a somigliare all’originale, ma non contenesse alcool. La guerra di secessione era finita da diversi anni, ma coloro che vi avevano partecipato, ed erano rimasti vivi, diciamo che non se la passassero molto bene con le dipendenze da morfina (vedi lo stesso Pemberton che se la produceva in casa) o da alcolici. L’idea era modificare quindi un preparato a base di foglie di coca e vino: il simpatico farmacista ci riuscì, usando estratto di bacche di cola (delle pallette marroni a caso). Il risultato era un po’ diverso da quello che possiamo bere oggi, anche solo perché non gasato. Ma poco significa: quella scritta bianco e rossa esisteva, e avrebbe segnato l’avvenire delle cose liquide che l’Homo Sapiens Sapiens si sarebbe dilettato nell’assumere. #cocacoladipiù

BREVETTO DEL BLU JEANS LEVI’S - 20 MAGGIO 1873 Derrière di tutto il mondo udite udite e sedetevi comodi. Nel 1853 Löb Strauß, un immigrato tedesco di origine ebraica, fonda in California la Levi Strauss & Co. insieme al cognato David Stern. Il giovane Löb Strauß, conosciuto oggi come Levi Strauss, aveva lasciato la Germania e raggiunto i fratelli negli Stati Uniti solo poco tempo prima. Nonostante il pantalone abbia fatto girare la testa sin dal principio, prima di disegnare curve e forme del corpo, i nostri cari Levi’s furono un capo pensato per manovali e minatori. Un capo rivoluzionario, un tessuto unico, prodotto solo tra Francia e Italia ma con qualche fragilità. Fragilità che Jacob Davis, sarto di origini lettoni, riuscì a risolvere con dei giunti di metallo. Non disponendo dei 68 dollari necessari a brevettare l’idea, Davis contattò subito Strauss. Era il 20 maggio del 1873 quando Levi Strauss e Jacob Davis sono in società e brevettano con il N.139.121 il moderno blu jeans in denim, doppia cucitura sulle tasche e l’immancabile etichetta di cuoio sul retro.

CHANEL N. 5 - 5 MAGGIO 1921 Se potessi intervistare Marilyn Monroe oggi le farei personalmente questa domanda: “Marilyn, che cosa indossi per andare a dormire?”, solamente per sentir pronunciare le celebri parole: “Solo due gocce di Chanel N.5”. Ebbene, il 5 maggio non è solo il titolo di una famosa poesia di Alessandro Manzoni ma anche il giorno del debutto di uno dei profumi più conosciuti al mondo. Quale? Ovviamente la quinta essenza, Chanel N.5. “Presenterò il prodotto il cinque maggio, il quinto mese dell’anno. Lasciamo quindi che sia il numero cinque a portarci fortuna”. Queste sono le parole con cui, quasi un secolo fa, esordì Coco Chanel, pseudonimo della nota stilista francese Gabrielle Bonheur Chanel. Il 5 maggio 1921 nasceva così un nuovo ideale di profumo, messo a punto con Ernest Beaux, figlio del profumiere dello Zar Nicola II, la cui fragranza ricorda quella del sapone sulle mani, lo stesso che aveva la pelle della madre di Coco Chanel, lavandaia della Provenza, lo stesso con cui una donna può essere semplicemente seducente.

PRIMA TRASMISSIONE IN CODICE MORSE - 28 MAGGIO 1944 “What hath God wrought”, ovvero “Qual è l’opera che Dio compie” sono le prime parole che il genere umano si è scambiato senza mezzi visibili agli occhi: niente carta, niente luce, niente di niente. Solo impulsi elettrici. Tralasciando la sorpresa degli operatori che ricevevano a Washington la frase, tralasciando la risposta (che non è citata negli annali storici), spendiamo due parole sull’uomo del codice, mr. Morse. Samuel Morse non era un inventore nato, anzi: era uno che le aveva provate un po’ tutte, e non è che avesse avuto fino ad allora una gran fortuna. Prima fu pittore, ma dopo aver dipinto non si sa con quanta maestria un ritratto al marchese La Fayette, non ebbe una vita artistica molto rigogliosa. Proprio durante la preparazione del dipinto seppe con due missive che la moglie era morta, ma che, visti i tempi di consegna della posta, non era riuscita a vederla in vita. Lo scopo dei suoi giorni fu allora quello che in questo giorno lo vide, finalmente, trionfante. #ebbravosamuel

NASCE IL VIDEOGIOCO “PAC MAN” - 10 MAGGIO 1980

C’è un pizza sul tavolo, senza una fetta. O meglio senza un quarto. È il gennaio del 1979, Toru Iwatani è un giovane 24enne che da poco ha festeggiato il compleanno. Lavora alla Namco, a Tokyo: non è per niente male, pensa, progettare i videogiochi, ovvero quelle cose strane animate che avrebbero tenuto, secondo alcuni, milioni di persone incollate davanti a uno schermo. Toru vede la pizza. C’è un pezzo di mozzarella molto grande, sembra un occhio. La gira, la rigira, e vede nella fetta mancante una bocca. Tornato a casa inizia a immaginare: immagina e lavora per 14 mesi, fino a quel 10 maggio 1980, quando la Namco presenta, insieme a Toru, PAC MAN, ovvero il gioco dei giochi. Il resto è storia: da quel momento in 7 anni vengono installate nel mondo circa 300.000 consolle, record tutt’ora imbattuto assieme a quello del “gioco col più alto tentativo di imitazione”. Per la cronaca, il nostro amico Toru si è un po’ stufato dei giochi, adesso preferisce insegnare alla Tokyo Polytechnic University. Cosa vuoi dire a questo signore?

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ODONOMASTICA

PERSONAGGI FIORENTINI di Tommaso Ciuffoletti

di Daniele Pasquini

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Quintino Sella

aurizio e Rosa Sella vivevano nel biellese, dove avevano un lanificio. Se l’occupazione del capofamiglia consisteva nella direzione del lavoro, quella della moglie Rosa merita una certa attenzione: faceva figli tutto il tempo. Maurizio e soprattutto Rosa di pargoli ne ebbero ben VENTI. Una cifra considerevole, anche rapportata ad altre specie di mammiferi ben più prolifiche della nostra. Ma arriviamo subito ad un’ulteriore bizzarria: sapete come Maurizio e Rosa decisero di chiamare il loro ottavo figlio? Quintino. Quintino Sella fu esperto di molte cose, come accadeva agli uomini illustri d’un tempo e come accade tutt’oggi su Facebook. Lavorò nell’azienda di famiglia, fu scienziato – amante soprattutto dei minerali – accademico, matematico, inventore. Fu premiato per aver scoperto come separare alcuni metalli sfruttando l’elettromagnetismo. Fu anche politico di primissimo ordine: buttò l’occhio su di lui un certo Camillo Benso, che lo chiamò nel 1863 a dirigere il Ministero delle Finanze e a riordinare i conti pubblici. Sarà attivo per 7 legislature, ma fuori dalla politica Quintino si dedicò con passione all’alpinismo. Partecipò a grandi spedizioni e – in un’epoca in cui non bastava comprare degli scarponcini da Decathlon per farsi chiamare scalatori – si fece notare per aver raggiunto le più importanti cime. Morì nel 1884, nel proprio appartamento all’interno del lanificio. Fu sepolto nel cimitero di Oropa, in una gigantesca tomba di famiglia a forma di piramide. In mezzo al bosco, a 1200 metri d’altitudine. A Firenze gli è dedicata una via nella zona sud, un senso unico che procede parallelo e contrario all’Arno. Una strada viva e ordinaria, con condomini, negozi e studi professionali, in cui tutti vivono sereni senza essersi mai chiesti perché Maurizio e Rosa, all’ottavo figliolo, dettero nome Quintino.

[odonomàstica s. f. Disciplina che ha per oggetto lo studio dei nomi delle strade]

illustrazione di Marcho

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Pippo Bosé

ossono dire che non sai cantare ed effettivamente non sai cantare. Possono dire che non sai ballare ed effettivamente non sai ballare. Possono dire che non sei bello, non conosci le parole, non sai come ci si muove su un palco, non hai la dizione, non hai magari nemmeno il talento. Possono anche dire che sei matto. Ma poi tu inizi a cantare e la gente è felice, batte le mani, ti segue, ti vuole bene e tu vuoi bene a loro. E allora vuol dire che tutti sono più liberi grazie a te. Quindi tu, forse, sei uno sciamano. Pippo Bosé è stato l’anima più spontaneamente fuori linea della Firenze anni ‘80. E Firenze negli anni ‘80 era bellissima. Rivoli di quel gran dada che fu il ’77 bolognese s’impastavano con discoteche, new wave, afghano nero e il giorno in cui Pippo Bosé fu baciato da Miguel Bosé. Era il 5 gennaio 1982 al Rolling Stones di Milano. E Pippo già allora cantava “Super Super Man, don’t you understand we love you”. Cantava per strada, in curva Fiesole mentre se lo passavano sopra la testa, al Tenax facendo stage diving, alle feste più assurde, nelle radio. Era un mito, per dirla come si diceva. E lo è ancora, quando appare sempre uguale in qualche video che viene pubblicato sui social. È solo che Firenze è cambiata, ma questo potrebbe farci cadere nei luoghi comuni. Per cui se siete giovani e non c’avete capito niente, beati voi. Andate su Internet, che allora non c’era, e cercate Pippo Bosé. Conoscerete un pezzo di storia di questa città.

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Il cinema che verrà

di Caterina Liverani

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a qualche parte dovremo ricominciare anche se, molto probabilmente, saremo gli ultimi. Il Cinema, dagli esercenti, grandi o piccoli, a chi organizza Festival fino alle maestranze attive sui set: tutti siamo stati colpiti in un modo durissimo, nessuno escluso. In concomitanza con questa crisi sono però fiorite delle esperienze di visione e incontro virtuale come quella portata avanti da Mymovies che, attraverso la sua Sala Web, ha messo a disposizione gratuitamente una offerta realizzata in collaborazione con Festival e Rassegne tra le più importanti in Italia. Con Gianluca Guzzo, Amministratore Delegato e Direttore editoriale di Mymovies, abbiamo parlato del presente con un occhio al futuro.

up&down

Hai parlato con degli esercenti in queste settimane? “Sì e l’argomento è stato cosa poter fare insieme. Ho immaginato delle soluzioni per le sale attuabili grazie alla nostra piattaforma. Si tratterebbe di portare dei film in streaming dando ai cinema la possibilità di incassare e

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di mantenere un contatto col territorio e con la propria comunità di spettatori che ciascuno ha formato negli anni della sua attività”.

Tra i film che sono slittati c’erano uscite molto attese come i film di Wes Anderson e Nanni Moretti. Riusciremo a recuperare e a valorizzare queste uscite? “Ogni caso sarà diverso. Dei film come questi, che hanno delle autorialità importanti alle spalle, riusciranno a mantenere il loro valore sia artistico che commerciale. Diverso sarà il destino di altre pellicole, certamente di qualità ma con produzioni meno conosciute, che erano previste per una finestra importante come quella che va da marzo a giugno. Prima dell’abbattersi di questa bufera il cinema stava vivendo un momento gioioso fatto di numeri e presenze in crescita ma, con le nuove circostanze, la sala cinematografica dovrà reinventarsi e il digitale sarà una risorsa. Tutte le attività (scuola, lavoro, commercio) lo stanno dimostrando. Quello che stiamo vivendo ci ha cambiati. Forse dimenticheremo in fretta o forse no, per questo il cinema deve prendere in considerazioni soluzioni alternative perché i film possano uscire”.

Pensi che ci sarà l’urgenza da parte dei registi di raccontare l’emergenza Covid? “L’esercizio in cui saranno impegnati gli autori sarà probabilmente quello di analizzare le conseguenze. Quello che mi immagino è uno sviluppo narrativo delle storie parallele, le vicende dei singoli come già successo dopo l’11 settembre. Anche la stessa esperienza di MymoviesLive è nata in questo modo: ci siamo chiesti cosa potevamo fare per aiutare il pubblico a ristabilire un legame, sia pur virtuale, con la sala cinematografica”. Come spettatore cosa ti manca di più? “Benché sia un periodo di lavoro frenetico e tutti si stia familiarizzando con la comunicazione imposta da questa nuova realtà, la mancanza del confronto con le persone in un’esperienza come quella del cinema si sente forte. Anche per questo MymoviesLive si sta organizzando per offrire sempre di più al pubblico, magari attraverso incontri virtuali con registi e critici. Tutto questo nel tentativo di svincolarci dall’idea di una semplice piattaforma, trasformandola in un’esperienza collettiva”.

L’orizzonte di gloria

Il viale del tramonto

MURO DI GOMMA Marco Risi, Italia, 1991 Esiste un modo giusto in cui le cose, specialmente le più tragiche, dovrebbero essere raccontate, così come è esistito un tempo in cui il cinema italiano ha prodotto un film esemplare su una delle sue più grandi tragedie. Muro di Gomma è la storia di un giornalista implacabile nella ricerca della verità sulla strage di Ustica. Musiche di Francesco De Gregori. Protagonista Corso Salani, attore e regista fiorentino di grande talento e umanità purtroppo scomparso prematuramente. Un film da vedere e rivedere.

LA TENEREZZA Gianni Amelio, Italia, 2017 Deve esserci un limite al patetismo con cui un autore italiano decide di caricare una sua pellicola. Se ancora non c’è, cerchiamo di trovarlo e di rimanere nei margini consentiti. A Gianni Amelio in La Tenerezza, diretto nel 2017, è sfuggita la mano. Con l’ansia di commuovere lo spettatore a tutti i costi, con espedienti narrativi sbiaditi, si perde di vista la storia, le intenzioni dei personaggi e le motivazioni che li spingono alle loro scelte. Troppi i sospiri (che letteralmente scandiscono il film), poca quella tensione che non dovrebbe mai mancare. 18


Come ridurre i propri rifiuti in casa di Marianna Piccini

I 4 modi per ridurre i propri rifiuti in casa e vivere in modo più ecosostenibile

rifiuti sono un grande problema in questo momento perché stanno invadendo letteralmente il nostro pianeta, ecco perché è importante cercare di ridurli il più possibile e vivere in maniera più ecosostenibile. Per capire come ridurli la prima cosa da fare è andare a guardare direttamente nel nostro cestino della spazzatura e analizzare bene cosa troviamo. Se la maggior parte delle cose sono gli imballaggi del cibo che compriamo, un ottima alternativa potrebbe essere quella di stare attenti ai contenitori prediligendo quelli di carta, alluminio o vetro che almeno sono materiali riciclabili al 100%. Se ne avete la possibilità il mercato o i negozi sfusi dove potete usare direttamente le vostre buste sono la soluzione perfetta. Se il problema invece è il cestino del bagno pieno di flaconi di infiniti prodotti, sappiate che si possono trovare ottime soluzioni per la cura personale senza imballaggi! Lo shampoo e balsamo solidi

sono un esempio, come anche lo spazzolino e i cotton fioc in bambù compostabile o i dischetti struccanti lavabili. Il cestino della carta è anche uno di quelli che si riempe molto velocemente quindi, adesso che la tecnologia è ovunque, possiamo cercare di digitalizzare il più possibile, stando attenti a non esagerare. Spesso però nel cestino troviamo anche molte cose che neanche volevamo portare a casa come volantini, riviste omaggio lasciate nella cassetta della posta o gadget che lì per lì ci sembravano carini ma che in verità non servono a niente. A volte rifiutare semplicemente è la cosa migliore da fare. Spesso pensiamo di non poter fare la differenza da singole persone, soprattutto su problematiche molto più grandi di noi come potrebbe essere appunto la questione dei rifiuti. Eppure non ci rendiamo conto che da consumatori abbiamo un grosso potere e che con poche azioni la differenza la possiamo fare eccome. Basta partire da noi, dalle nostre scelte quotidiane per scatenare una reazione a catena.

GARE DI FIORI E FINTOCOLTISMI: IL GIARDINO BUDINI GATTAI di Walter Tripi

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a Rosa, ormai da decenni, ha assunto il titolo indiscusso di regina dei fiori: questione di bellezza esteriore ma anche di profumi, di simbologie, di varietà. Eppure c’è stato un tempo in cui a farla da padrona era una contendente altrettanto affascinante ma un po’ meno profumata e soprattutto con il limite – una vera condanna ai tempi di Instagram e TikTok – di fiorire una sola volta l’anno. Parliamo della Camelia: le origini sono orientali, eppure è stata anche uno dei simboli del Risorgimento italiano per il suo manifestare naturalmente, e con elegante spudoratezza, il tricolore. A Firenze esiste un luogo in cui, in una qualche misura, si può assistere direttamente e con smartphone alla mano a questo epico concorso di bellezza: tra piazza San Marco e piazza Santissima Annunziata, infatti, si trova il Palazzo Budini Gattai con il suo grande giardino, costruito a metà dello scorso millennio per l’abilissimo, Ugolino Grifoni, e secondo qualcuno addirittura basati su disegni di Michelangelo. Qui si trova una delle rare collezioni di Camelie di Firenze, composta anche da varietà antiche e particolari: di contro, delle rose rampicanti si snodano come a cercare di togliere la scena. Insomma, che la sfida abbia inizio in un contesto che già dal nome rimanda a due aspetti della vita particolarmente amabili: budini e “gattài”. Oddio, un vero Fintocolto non si abbasserebbe mai a inaugurare contest fotografici sui fiori: roba di bassa lega, un po’ Harmony e un po’ Mamma Pancina, considerato anche che l’unico fiore che abbia mai curato è quello sullo sfondo del proprio Macbook Air, inserito per un paio d’ore in uno slancio di volatilità intellettuale. Ma a noi che prima di tutto siamo donne e uomini del relax, un pomeriggio così potrebbe apparire addirittura di buon auspicio: la Camelia è uno dei primi fiori a sbocciare, non appena la temperatura si alza leggermente. E quindi ben vengano primavera, caldo e sfide per il trono floreale: Firenze sa essere anche questo.

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LIBRI E LIBELLULE di Beatrice Tomasi

Preferirei di no

“È

una questione di qualità, o una formalità”. Non certo una priorità, come decidere di riaprire le librerie: al momento l’unica priorità resta quella di evitare il contagio (nel dubbio, leggere Cuore di tenebra). E invece con il DPCM del 10 aprile è stato deliberato che le librerie potessero ripartire: decisione “poco sensata”, “senza alcuna riflessione, partecipazione, misura di sostegno chiara, e senza indicazioni su come dovrà essere gestito il tutto”, scrive la casa editrice indipendente effequ. Della stessa posizione i tipi di Todo Modo, attivissimi in città con la consegna dei libri a domicilio. Il tempo di tornare in libreria, dicono, non è ancora arrivato. Credo sia necessario srotolare il filo dello yo-yo che in queste settimane si è aggrovigliato: nel riarrotolarlo, forse, ci tornerà in mente che il settore editoriale si trova dentro una crisi perpetua, in una lotta senza fine che coinvolge tutta la filiera. Le retoriche istituzionali sui libri sono affascinanti e consolanti, ma fuori tempo massimo e prive della consapevolezza che la libreria è l’ultimo anello di una catena alimentare che mai come adesso si è fatta cannibale. La decisione di riaprire è stata prematura, e non fa bene nemmeno a tutti noi libreria addicted. Una carta pescata in fretta dal mazzo e gettata a caso nel mucchio, succeda quel che succeda. Ebbene, succede che si danneggia chi è già senza protezioni – non si dica che possono bastare quelle sanitarie! – creando asprissime diatribe tra chi fa un mestiere molto bello e sì, molto duro, mettendo ancora più a repentaglio non solo la salute di tutti coloro che finora hanno obbedito con coscienza (e ingegnandosi per non affondare), ma anche la capacità di credere che il mondo del libro lo si voglia veramente aiutare.

I MESTIERI DEL LIBRO BESTIARIO EDITORIALE di Carlo Benedetti

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Il libraio

elle varie professioni legate alla catena dei libri, il libraio è l’ultimo e fragilissimo anello. È lui che consegna il libro nelle mani del famigerato, quasi estinto, lettore. Per questo tutti gli altri mestieri dell’editoria lo trattano con riverenza mista a stupore: perché aprire una libreria visto che è impossibile non dico guadagnarci, ma almeno non rimetterci (su 10 euro di libri venduti ne restano 0,40€)? Il libraio (indipendente) non ha una risposta. Si aggira fra i propri scaffali mettendo in ordine, sperando che questo aiuti a mettere ordine anche dentro di lui. Alterna con una certa regolarità fasi di realismo disincantato ed estremo – “Basta, metto il bar” – ad altre di slancio culturale inarrivabile – “Facciamo un festival di poesia turca!”. Queste, mescolate a una frugalità monacale, gli permettono di arrivare a fine mese e continuare a lottare. Poi, in una mattinata come le altre, entra quel ragazzo che non ha neanche 15 anni, che dovrebbe essere a scuola, che fuma di nascosto nel vicolo qui dietro, al quale per miracolo avevi venduto “Alta fedeltà” di Nick Hornby. “Non male ‘sto libro. Dai, dammene un altro”. Il libraio allora sorride, sforzandosi di non cedere alla commozione e di resistere alla voglia di abbracciarlo. Dove puoi trovarlo in città? La SEF (Società Editrice Fiorentina – www.sefeditrice.it) deve il nome ad una storica casa editrice del XIX secolo. Allora, come oggi, si occupa di saggistica, sia scientifica, sia umanistica, con un’attenzione speciale al territorio.

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F R AST UO N I di Gabriele Giustini

THE STROKES “The New Abnormal”

WAXAHATCHEE “Saint Cloud”

ARBOURETUM “Let It All In”

Era il 2002 e “Is This It”, il debutto dei The Strokes, era uscito da qualche mese e stava piacendo moltissimo. C’erano quei richiami newyorchesi, quella batteria sincopata un po’ The Feelies e melodie azzeccate per ciascun brano del disco. Vennero anche in Italia a presentare il disco, data unica all’Alcatraz di Milano e via. Erano i tempi in cui si facevano le zingarate dopo lavoro, per trasferte impossibili. Arrivammo un po’ in ritardo per l’apertura degli Stereo Total e poi ci godemmo ben 40 minuti di concerto dei The Strokes. Suonarono il disco, niente brani in più o cover. Alle 22.30 era tutto finito, rientrammo ben più presto di altri concerti visti in città e raggiunti in bici. Apprezzai molto anche il secondo “Room on Fire”, un po’ meno ispirato ma pur sempre piacevole. Poi li persi e in realtà mi sfuggì tutto l’hype dietro la loro partecipazione come headliner al Primavera Sound. Ma questo nuovo “The New Abnormal” è sorprendente per quanto funziona. Ci sono gli echi degli esordi, con un po’ di elettronica in più. Sì, c’è sempre quel dejà listened e un po’ di posa, ma “The New Abnormal” fila via che è una meraviglia e si muove con classe tra rock and roll, indie, pop, new wave, electro/synthpop. Fra i brani si segnalano “The Adults Are Talking”, in apertura – specialità in cui i The Strokes eccellono, ‘Bad Decisions’ e ‘Ode to the Mets’.

Waxahatchee è il nome del progetto di Katie Crutchfield, cantautrice dell’Alabama, giunta alla sua sesta uscita solista, discografia composta da 5 album e un EP. Katie, appena trentenne ma già veterana della scena alternative-folk americana – prima dei suoi lavori in solo era nei P.S. Eliot con la sorella gemella Allison – arriva, con il nuovo “Saint Cloud”, pubblicato da Merge, al momento migliore della propria carriera. Messo leggermente da parte l’indie-rock, comunque buono ma forse sprovvisto di una certa personalità, Waxahatchee abbraccia sonorità più adulte, destreggiandosi con classe assoluta tra Americana, Folk tradizionale e Country. Quando scriviamo di assoluta classe, intendiamo l’equilibrio magicamente trovato tra testi sofferti – si parla di dipendenze da alcol e amore, rapporti autodistruttivi – e arrangiamenti complessi, tanto da poter scomodare qualche riferimento, più d’uno, al Bob Dylan più ispirato. Ma anche Springsteen o The Beatles. A parte il singolone a tratti eccessivamente mainstream ‘Can’t Do Much’, “Saint Cloud” è ricco di canzoni bellissime, su tutte ‘Fire’, ‘Lilacs’, ‘War’ la lancinante ‘Ruby Falls’ e soprattutto ‘Arkadelphia’ che, con il suo dark-folk, è forse il momento migliore di tutto il disco.

Fra le mie band preferite ci sono quelle rimaste, solo apparentemente, indietro di un mezzo secolo abbondante. Gli Arbouretum, da Baltimora, grazie al loro psych/folk/ rock mistico ed evocativo, rientrano senza alcun dubbio in questa speciale categoria. Ne saranno senz’altro entusiasti. Ma la loro capacità di avere infinite influenze – giuro ci potete trovare tracce tanto di doom nordico, quanto del folk inglese, tanto del country blues, quanto della psichedelia o di Americana – e di digerirle senza l’ausilio di alcun gastroprotettore, ammodernando e personalizzando la loro idea di psichedelia moderna, li rende realmente unici. Attivi sin dai primi anni Duemila, con almeno un disco capolavoro nella loro discografia – tipo “Coming Out of the Fog” del 2013, ma anche “The Gathering” del 2011 – gli Arbouretum proseguono, riuscendoci, nel loro percorso artistico privo di sfumature o passi falsi. Forse leggermente più morbido, rispetto alle altre prove, “Let It All In”, questo il titolo del nuovo album fresco di uscita su Thrill Jockey, unisce acid folk, melodie delicati e panorami esoterici. Il succo è il seguente: se vi piacciono almeno tre dei seguenti gruppi in ordine assolutamente sparso, come mi vengono in mente – Dead Meadow, Mad River, Neil Young, The 13th Floor Elevators, Creedence Clearwater Revival, Quicksilver Messenger Service, Television, Will Oldham/Bonnie Prince Billy, Woods – ecco, gli Arbouretum potrebbero diventare il vostro nuovo gruppo preferito.

RCA Records

Merge

Thrill Jockey

FRASTUONI SU SPOTIFY

La playlist di Frastuoni è su Spotify. Aggiornata settimanalmente, contiene una selezione dei migliori brani sia italiani che internazionali, in linea con i gusti della rubrica. In copertina Fiona Apple. Scansiona il QR code per accedere direttamente e segui la pagina Facebook di Lungarno per rimanere aggiornato. Per reclami, segnalazioni e pacche sulle spalle, scrivi a frastuoni@lungarnofirenze.it 21


Voci dal palco di Tommaso Chimenti foto di Stefano Ridolfi

A

bbiamo posto a vari personaggi del mondo teatrale fiorentino due semplici domande sul complicato momento contingente legato alla quarantena in seguito al Covid-19. Cominciamo questa nostra rubrica con l’attore e regista Fulvio Cauteruccio e con l’operatore teatrale, Responsabile Relazioni Esterne e Progetti internazionali del Teatro della Pergola, Riccardo Ventrella. Come stai vivendo queste settimane senza teatro? F.C.: “Come quando una domenica mattina ti finisce la bombola del gas e le tue lasagne vanno a male perché il frigo si rompe contemporaneamente. Devi buttare tutto. Tutto diventa maledettamente complicato (avevo iniziato le prove e ho dovuto interrompere perché tutto verrà, forse, posticipato)”. R.V.: “In questi giorni mi è mancato molto l’abitare il teatro, perché a teatro si va sempre, a parte il giorno di Natale. Si tratta di una dimensione quotidiana che è difficile dimenticare. Per quanto riguarda il lavoro non

LAVIGNETTA

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di Lafabbricadibraccia

abbiamo mai smesso, in realtà. Ogni giorno cerchiamo di immaginare il futuro”. Come pensi che il teatro italiano possa risollevarsi da questo cataclisma? F.C.: “Penso che sarà una delle ultime categorie a poter ricominciare a lavorare e quindi diventerà ancora più complicato esistere. Ho finito la mia tournée a metà febbraio ma ancora non ho ricevuto un centesimo dai Teatri Stabili e dalle compagnie per cui ho lavorato. Ci marciano anche loro e questo ti fa capire come il sistema Teatro sia marcio e lobbistico. Se questi sono i presupposti sarà un lungo lungo inverno”. R.V.: “Non è facile dire da dove si potrà ripartire, più che altro perché mancano ancora molti parametri. Il futuro assomiglia più ad una partita a dadi, che ad una di scacchi. Credo che ripartirà proprio da questo periodo di assenza, da quanto profonda sarà la riflessione che tutti gli operatori sapranno fare in questo momento difficile. Più si farà tesoro di questo, più si potrà ricominciare. Non voglio usare delle retoriche e metafore post belliche, ma in realtà si ripartirà quasi da zero. Chi potrà immaginare meglio il futuro sarà molto avvantaggiato”.


Città in musica ma anche in quarantena di Giulia Focardi

foto di Luca A. d'Agostino

P

ianista, compositore, presidente dell’Associazione Musicisti Italiani di Jazz: abbiamo invitato Simone Graziano a parlare, per la nostra rubrica, della situazione di lockdown vissuta in questi mesi.

Simone, #iorestoacasa quante cose ha cambiato? “Oserei dire quasi tutto: si sono sovvertite quasi tutte le leggi che hanno regolato i rapporti umani degli ultimi ottant’anni. Ma soprattutto siamo stato costretti a rimanere soli con noi stessi. Per noi musicisti la solitudine è quasi necessaria per creare ma per molti è motivo di angoscia. Ora abbiamo due soluzioni: il panico o la creatività. Scelgo la seconda, ma non posso dire di esser stato esente dalla prima”.

Intervista a Simone Graziano

Per la musica dal vivo è stato un bagno di sangue: quali sono secondo te le prospettive che ci aspettano? “Difficile fare previsioni ma immagino tre scenari, il primo in cui si prova a vivere come abbiamo sempre fatto con manifestazioni estive con ingresso contingentato, mascherine obbligatorie, distanza di sicurezza, con festival che potrebbero scomparire (quelli che si regge-

BAR SPORT di Riccardo Morandi

A

mici amanti dello sport, parlo a voi. A coloro le cui vite erano scadenzate dagli impegni sia per l’azione fisica effettiva vera e propria, ma soprattutto per la vita fuori dal campo: che, siamo onesti, tutti a correre e tutti sportivi, ma la poltrona e la pay tv quanto ce la siamo goduta in tempi di quiete. Esiste un nostro luogo all’interno di un social, quello biancazzurro, che si trova zigzagando fra video ripostati di esperti virologi ed economisti, fra appelli in maiuscolo, fra foto di gatti, fra pizze domestiche e che può forse diventare casa nostra

vano solo sui contributi comunali o regionali) e altri (soggetti Fus) che tenderanno a salvare il cartellone per il 2021. Poi potranno invece esserci festival che lavoreranno con musicisti locali, riducendo tutti i costi possibili. Ci saranno dei danni enormi sulla bigliettazione e sui conseguenti cachet degli artisti. Terzo scenario, distopico e forse impossibile credo, ci svegliamo domani mattina, il virus è sparito, e noi torniamo a fare i nostri concerti in giro per il mondo”. Quali aiuti concreti sono stati messi in campo per i musicisti di jazz in questo periodo? “Per i musicisti questa situazione drammatica ha scoperto il vaso di pandora: stiamo a casa ma senza ammortizzatori sociali, indennità di malattia, indennità di disoccupazione. Le differenze con il resto dell’Europa sono enormi e tangibili. In Italia abbiamo cercato di mobilitarci per porre l’attenzione sulla drammatica condizione dei lavoratori dello spettacolo: per esempio la petizione #velesuoniamo, aperta su change.org insieme a Paolo Fresu e Ada Montellanico, ha raggiunto oltre 60 mila firme in poco tempo; questo anche grazie all’apertura del tavolo di discussione, sui diritti degli operatori dell’arte e dello spettacolo, assieme a Slc/Cgil, Note Legali, Nuovo Imaie, Midj, Doc Servizi, e il Coordinamento degli assessorati alla cultura per creare una piattaforma comune a tutti gli operatori. Diversi e importanti sostegni sono in via di definizione da parte SIAE, NuovoIMAIE, Soundreef e It’s right, per i propri associati”.

del calcio: basta digitare “Appassionati di stadio e tifo” e scegliere la squadra del cuore. Si aprirà un mondo, fatto di dirette di incontri che forse avrete già visto ma di cui probabilmente poco ricorderete: il balzo sarà quello del sottoscritto che si trovò giorni fa a vedersi un ritorno di coppa europea del 1999 con l’entusiasmo della prima volta. Dove è il genio? Per prima cosa il fatto che decide il canale stesso ora e data: come nel mondo reale, quando ci sintonizzavamo in religioso orario sul canale, spesso in chiaro. Ma soprattutto in questo mondo non ci sono tagli, e la partita te la vivi tutta, anche nei minuti dove non succede niente. Sei lì, come se ci fossi per la prima volta. Non possiamo fermarci, non possiamo

fermare le nostre menti. Sarebbe come dimenticare le sensazioni di una canzone, di un libro, di un film. Sarebbe come chiudere il nostro essere maggiore, la nostra valvola emozionale restringendola nel campo del “non accade”. Possiamo, dobbiamo, vogliamo reagire. E questa è una soluzione che riesce a compiere il miracolo di questa sportiva quarantena: vi suggeriamo di condire il tutto con la bevanda gasata e fermentata il cui sostantivo adesso è legato più a quello di “lievito” che a quello di “doppio malto”. Prendete il vostro tempo e tornate a vedervi una partita. Che probabilmente non ricorderete. Vivetela, che le emozioni non hanno tempo. Dobbiamo rimanere sempre allenati: senza le nostre emozioni forse non ha senso nemmeno lo sport. 23


FIRENZE NO COST di Marco Tangocci e Davide Di Fabrizio

LE FAVOLOSE

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Firenze NoCost è la guida (anti)turistica più pazza che ci sia e i suoi autori hanno mappato per anni fontanelle, vinai, scorciatoie, trattorie sconosciute; portano in giro storie, immagini, suoni di questa città. Per i lettori di Lungarno consigliano “le favolose due e mezzo”, divise per rione. www.nocost.guide

Dalla moda alle mascherine

Le aziende si riconvertono per sopravvivere al virus di Raffaella Galamini

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’emergenza Coronavirus ha messo le imprese di fronte a un bivio: fermare la produzione o riconvertirla. In Toscana le grandi maison hanno fatto il primo passo: Gucci, Prada, Scervino sono passate dai capi d’alta moda ai camici e alle mascherine in un batter d’occhio. In molti hanno seguito il loro esempio: all’inizio per far fronte alle esigenze di personale medico e volontari. In una seconda fase la novità è servita a diversificare il business. Aziende come My Vintage Academy by Giorgio Linea, società nota per le lavorazioni pelle, o la Stamperia Fiorentina di Massimiliano Parri si sono dedicate alla produzione di mascherine. A Vaiano, la Dreoni Giovanna, specializzata nelle confezioni tessili per auto e camper, è passata alle mascherine e ai camici usa e getta. Tra le iniziative più originali l’idea di alcune mamme fiorentine, sarte e designer che hanno deciso di realizzare le mascherine con coloratissime stoffe africane. All’iniziativa delle sarte di Mama Queen Creation, Francesca Fusari e Valentina Vickers si sono aggiunte presto Francesca di Lavanda Lab e Rachele Ignesti. Immediato il successo sui social, con tanto di pagina Facebook

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Mascherizziamo il mondo. Ne è nata così una rete per la realizzazione di dispositivi protettivi, che ora sono anche in vendita. In Maremma il marchio Toscano (ex Mabro) ha riconvertito la produzione per fornire le mascherine “Made in Tuscany”. Il gruppo Menarini ha cominciato a produrre gel disinfettante nello stabilimento di Firenze e lo stesso ha fatto Dr. Vranjes Firenze, marchio fiorentino noto per profumi ed essenze. Nasce alle porte di Firenze negli stabilimenti del Fa r m a ce u t i co Militare il super gel disinfettante. Perfino il mondo della mixology si è mobilitato: la Distilleria Deta, storica azienda di Barberino Val d’Elsa, usa l’alcool etilico per fare un gel igienizzante. C’è chi come l’azienda agricola Speziali Laurentiani, vicino Pisa, si è salvata dal fallimento producendo gel igienizzante: una sorta di Amuchina in chiave agricola.

L’emergenza Covid-19 diventa l’occasione per gli imprenditori di ripensare il business

Firenze Nord

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TRATTORIA “LA BOUTIQUE DELLA PASTA FRESCA” VIA D. CIRILLO, 2/C LUN-SAB 12..00-14.30

Con un nome così buffo non può che essere un posto meraviglioso, e lo è. Cercando di evitare l’ora di punta, mettetevi in lista e nell’attesa decidete cosa ordinare. Potete ‘creare’ voi il vostro primo piatto scegliendo il formato di pasta e il condimento: ravioli ripieni di fave e pecorino? Tagliatelle al cinghiale? E se siete indecisi, non importa. Qui è tutto buono, e ogni piatto costa soltanto 5€! Vino della casa a solo 4€/l, squisiti dolci a 2€ e caffè 50 cents. Eccezionale, insomma.

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LIBRERIA-CAFFÈ "ALZAIA" VIALE DON G. MINZONI, 25 LUN-DOM 16.00 -00.00

L’Alzaia è la libreria-caffè a fianco dello Stensen, ed è un bijoux per chi vuole alternare un caffè a una buona lettura. La sezione libraria ruota perlopiù attorno alla narrativa moderna e alla saggistica, mentre al bancone potrete ordinare un po’ di tutto, da una spremuta (3€) a un cocktail (5€), oppure un amaro (3€). E non dimenticate gli ottimi dolci e biscotti, rigorosamente homemade, come la simpatia che sempre aleggia dietro al bancone.

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NEMA

VIA DI BELLAGIO, 15

Lo sapete? Nelle sale (e sui muri) del Csa nEXt Emerson da qualche mese ha aperto il Next Emerson Museo Autogestito, un prezioso spazio di esposizione di arte contemporanea, liberamente visitabile in ogni momento di apertura del centro sociale. Andate sul sito nema.noblogs.org per vedere quale mostra è adesso in corso!


CinematograFICA

Una start-up per la parità di genere di Valentina Messina

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ravamo quattro amiche al bar, che volevano cambiare il mondo”. Prendere in prestito i versi di Gino Paoli e declinarli al femminile mi sembra più che lecito se servirà a introdurvi un progetto speciale, che ha a che fare con una storia di amicizia, uguaglianza di genere e di amore per il cinema. È la storia di quattro amiche, che insieme hanno dato vita a CinematograFICA, start-up sociale che si occupa di diffondere la parità di sesso attraverso il cinema. Come? Organizzando rassegne tematiche con bambini e adolescenti, mostrando loro che un’uguaglianza sì, è possibile, specie se dagli schermi rimbalza nelle loro teste, si accende nei dibattiti e poi si applica alla vita reale. Quando le incontrai in un bar del centro,

con le teste chine sui computer, io entravo per uno Spritz, loro erano al quinto giro di tè verde e biscotti, impegnate a discutere del nuovo progetto che di lì a poco avrebbe preso forma. CinematograFICA diffonde informazioni, stimola discussioni, dà voce alle minoranze e approfondisce aspetti della vita meno conosciuti anche grazie al cinema con il lavoro di Claudia, la toscana affascinata dal Medio Oriente che, con varie esperienze di vita tra Siria, Marocco e Tunisia, ha poi scoperto che il femminismo si poteva studiare; Dafne, napoletana con sangue iraniano, cresciuta a panuozz e biglietti aerei che ha fatto della sua passione un mestiere (lavora nel turismo didattico); Daniela, aquilana d’origine ma pellegrina per vocazione, dopo aver rubato il meglio degli anni trascorsi tra Barcellona e Bologna,

si specializza in organizzazione di eventi culturali e infine Simona, dalle profondità del mare della Sardegna fino alla facoltà di media e giornalismo. Tutte con background differenti, tutte legate dall’amore per il grande schermo. “Stiamo lavorando per costruire con maggior dettaglio e intensità i nostri contenuti e essere ancora più motivate a operare nel mondo del dopo” – dicono le ragazze. Quando riapriranno gli spazi aerei, quando si tornerà a una pseudo-normalità, torneremo anche a parlare di Cinematografica e di Firenze, la città che le ha fatte incontrare, che ha fatto da sfondo nei momenti felici, un porto sicuro a cui tornare e da lì poter ripartire.

Film e dibattiti per scoprire l’uguaglianza

DJ SETS/SET ON THE DJ’S? di Riccardo Morandi

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a tesi è questa: viviamo in mondo dove tutti devono forzatamente dire o fare qualcosa. L’espressione è diventata un obbligo, la sensibilità una velleità, il pubblico il più vasto possibile. Il mezzo, facile a dirsi, è l’agenzia di stampa personale, ovvero i social network. Cosa dire, quindi? Leggere un libro è cosa lunga, come parlare di cinema. Ci vuole un canale, che universalmente funzioni: la musica. Suonare uno strumento? No, complesso. Dobbiamo studiare, fare, confrontarsi: e poi chi va più ai concerti, specialmente adesso? Niente da fare. Ma c’è qualcuno che è il re della musica, senza mai avere suonato. Colui che un tempo metteva i dischi, ma da qualche anno magicamente suona. Intendiamoci, non stiamo qua sminuendo l’idea di Dj. Anzi. L’animare e fare tendenza in un club, anticipare i successi, capire, è una virtù incredibile. Chi ha visto il dancefloor dalla consolle sa che è una bella fatica. Bella, ma fatica. Ma in un dancefloor, appunto. Dove è importante il volume, dove i cambi sono fonda-

mentali, dove intuisci dai movimenti quello che sta succedendo. Sono pochi quelli che lo fanno, e le loro capacità sono indiscusse. Poi d’un tratto, scorrendo lo smartphone in quarantena, rivedi lui. Il tuo compagno delle medie, che si comprava Discomania MIX Summer 97, che dopo pochi anni si faceva chiamare ROLANDO MIX e che metteva i dischi ai compleanni di 25enni che manco il cane ci andava, dove c’erano solo i cugini dei cugini. Lui ti manda un invito a un evento SOCIAL, ti colleghi e lo trovi a regolare inutilmente i medi ed i bassi nella cameretta dove l’avevi lasciato anni fa. In sottofondo Gigi D’Agostino gracchiante (che mica siamo alla Royal Albert Hall di Londra) e lui sudato, 4 visualizzazioni in diretta. Ha i vinili, però, attenzione. Perché l’importante è il supporto a sto prezzo, non quello che c’è inciso. Non so voi, io trovo decine di ROLANDO MIX in giro sui social, quotidianamente, alle ore più assurde, magari fra una call di lavoro e l’altra, al pomeriggio. Erano meglio i compleanni dove non c’era il cane, almeno un prosecco lo trovavi.

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PALATI FINI testo e illustrazione di Marta Staulo

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Scones

hi tu, casalinga ribelle privata della libertà di sfrecciare con Vasco Rossi nelle orecchie alla Lidl ogni quando volevi tu, parlo con te. Che ti sei tatuata sul polpaccio ideogrammi che hai scoperto solo dopo voler significare “maiale dorato” e che adesso che The Real Housewives di Napoli è finito hai scoperto le dirette su instagram di Csaba della Zorza all’ora del tè e ti sei catapultata in un mondo nuovo. Un mondo senza meches, di alzatine e argenti e chemisier a fiori, e nessun mignolino alzato. Perché l’eleganza risiede nel non affrettarsi a fare niente, come dice il tuo grembiule comprato da Tigotà, Keep Calm and Carry On. E poiché “signore si diventa“, fai di questi giorni la tua crisalide, e oltre a fare i pesi con le bottiglie di Mastrolindo, impara a cibarti e a comportarti come una royal o giù di lì. Come succede nel film Madame (Amanda Sthers, 2017), la storia di una cameriera che si ritrova a una cena organizzata da una padrona di casa superstiziosa - mai in 13 a tavola - dove dovrà spacciarsi per discendente dei Borboni. Durante la cena un uomo prestigioso si innamora di lei, la corteggia fino a portarla a letto, dove le chiederà qual è il suo desiderio più ardito: lei, sincera e candida come uno scones, risponderà che sogna di inventare la mezza bustina di lievito, perché l’altra mezza la butti sempre.  Amica, anche se un giorno sarai sul punto di svoltare in principessa, non sottovalutare mai l’ossessione di una società per il lievito, perché non è altro che il bisogno che all’improvviso tutto diventi per magia morbido, arioso e di nuovo leggero.

A TUTTA BIRRA di Andrea Bertelli

S

Beviamoci su

ono tanti i gesti che possono unirci alle persone a cui vogliamo bene, fedeli lettori. Perciò spero abbiate sfruttato lo scorso mese per scambiare con i vostri coinquilini opere di bere e gesti di pasta madre. Spero abbiate diffuso con i vostri amici e conoscenti il verbo delle attività di delivery alcolico, al fine di saziare la vostra e altrui sete di conoscenza, idratare la gola secca del prossimo e aiutare gli esercenti in difficoltà, in attesa della resurrezione da questa quarantena. L’idea sullo stile birrario di cui parlare questo mese per l’appunto mi è venuta l’altro giorno. Parlando con un’amica che mi chiedeva qualche consiglio sulle birre da scegliere dal suo beershop di fiducia, ricordandomi delle sue birre preferite: le Barley Wine o vini d’orzo. Non è proprio uno stile dei più comuni, così appresa la sua difficoltà nel reperirle, le ho fatto una sorpresa, recapitandogliele. Cosa non si fa per condividere un brindisi, anche a distanza. Dare da bere agli assetati d’altra parte è un dovere, ma anche una vocazione. Nella birra, come nel vino, ve ne sono alcune definibili da meditazione, e le più rappresentative di questa gamma sono sicuramente le Barley Wine, tradotto i vini d’orzo. Caratterizzati da un’alta gradazione e spesso da periodi di invecchiamento in botte, che ben si abbinano a dolci a fine pasto, a un bel pezzo di cioccolata fondente o alle riflessioni di questo periodo nel quale il tempo per gustarsi una buona birra in tranquillità sicuramente non manca. Speriamo di vederci presto, intanto beviamoci su.

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OROSCOPO di Lulaida illustrazioni di Francesca Arfilli

ARIETE (21 marzo -19 aprile) “Francamente me ne infischio” è la frase del cuore: andate dritti per la vostra strada, annuite ai consigli esterni ma poi fate sempre un po’ come vi pare. A maggio tentate invece di tendere l’orecchio a ciò che vi dice il prossimo, quello esterno, non quello che vive dentro di voi! Movie: L’Automobile, Alfredo Giannetti, Vittorio Caprioli

BILANCIA (23 settembre - 22 ottobre) Care Bilancine sentite la voglia di mare e di sole? Il vostro io interiore si sta svegliando piano piano e allora? Cosa aspettate? Ok no, queste sono baggianate: avete la luna storta altro che uccellini che cinguettano. Fatevi un bagno caldo e passerà! Movie: Il Vento fa il suo Giro, Giorgio Diritti

TORO (20 aprile - 20 maggio) Siete un po’ permalosetti, bisogna ammetterlo. Fate gli scherzi ma non amate riceverli, non vi scordate mai un torto subito. La vendetta non è un piatto che va servito freddo: essendo dei passionali agite di impulso. In questo periodo sarebbe meglio andaste a raccoglier margherite se è possibile e bevete tante tisane di melissa! Movie: Crimen Perfecto, Álex de la Iglesia

SCORPIONE (23 ottobre - 21 novembre) C’era una volta una Signora piccina picciò che pensava di essere un gigante. Ecco in questo periodo vi sentirete un po’ così: ma attenzione fare un bagno di realtà può essere molto utile, se non altro per non ritrovarvi con il sedere per terra. Mia nonna ripeteva spesso “l’illuso batte il muso”… Movie: Viale del Tramonto, Billy Wilder

GEMELLI (21 maggio - 20 giugno) Amanti ideali, ridete molto e non chiedete mai per favore. Sarà ora di cambiare un po’? Datevi l’occasione di invertire almeno una volta il senso di marcia, ho detto invertire, ma stando alle regole del codice stradale, non dovete andare contromano in un senso unico. Movie: Non sono un Uomo Facile, Eleonore Pourriat

SAGITTARIO (22 novembre - 21 dicembre) Maggio è il mese della vostra rinascita, da sempre siete attirati dall’aria primaverile come una falena dalla luce. Preparate anche il vostro fisico, sia mai che uscire sia diventato più complesso: fate il pieno di vitamine soprattutto la D. Allora? Ancora non vi siete vestiti? Movie: Piuma, Roan Johnson

CANCRO (21 giugno - 22 luglio) Ignorate spesso la bandiera rossa, non perché sprezzanti del pericolo, bensì perché se perorate una causa, andate fino in fono. Ecco, magari un po’ meno, non c’è bisogno di essere cosi irremovibili, alcune cause sono perse in partenza, arrendetevi! Movie: I Origin, Mike Cahill

CAPRICORNO (22 dicembre - 19 gennaio) La vostra positività è un po’ sottotono. Vi sentite come quelle tartarughe che non vogliono uscire dal letargo. Il mio consiglio Boh! Scherzo: non sempre è bene forzare la propria natura, in questo momento seguite soltanto ciò che volete fare. Movie: Moon, Duncan Jones

LEONE (23 luglio - 23 agosto) “Io dico sempre ciò che penso”. Grande pregio sì perché se fate un apprezzamento, la persona che lo riceve può esser certa che è sincero. Anche chi subisce un giudizio negativo da parte vostra può non dubitarne della veridicità. Forse su quest’ultimo punto dovreste rivedere qualche atteggiamento, la verità, si sa, non è per tutti. Movie: A Spasso con Daisy, Bruce Beresford

ACQUARIO (20 gennaio - 19 febbraio) Non pensavo foste permalosi, invece un po’ lo siete, come il nostro Toro e lo state scoprendo anche voi: quando qualcosa non vi torna vi mettete in un angolo, ammutoliti. Siete cosi forti che potreste far il gioco del silenzio per una settimana. Ebbene, lavorateci un po’ su, mostrare anche il lato tenero e fragile è un segno di forza. Movie: The Artist, Michel Hazanavicius

VERGINE (24 agosto - 22 settembre) Vi sentite un po’ asintomatici in maggio, sarebbe cosa buona e giusta prendere un momento di pausa da tutto ciò che in realtà non volete. Troppo spesso volete mantenere un livello alto davanti agli altri, ma potreste anche non curarvene per un po’ e mettervi le dita nel naso se vi va. Movie: L’Erba di Grace, Nigel Cole

PESCI (20 febbraio - 20 marzo) Si dice che chi è del segno dei Pesci abbia spesso gli occhi chiari: quando si dice una bugia le pupille si dilatano e negli occhi chiari questo è molto evidente. Mi auguro che gli abbiate scuri invece, perché ve lo dico, peggio di una bugia c’è solo una bugia detta male! Movie: I Soliti Sospetti, Bryan Singer

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FIRENZE PER FIRENZE Contribuisci con una donazione a realizzare i progetti della città di Firenze a sostegno dei più fragili

Comune di Firenze e Fondazione CR Firenze uniscono le forze in un’azione comune di solidarietà attraverso il crowdfunding civico. Puoi fare anche tu la differenza e permettere la realizzazione di tre progetti che riguardano ambiti particolarmente toccati da questa emergenza.

WWW.PLANBEE.BZ/IT/PROFILE/FIRENZE-PER-FIRENZE

IO STUDIO MEGLIO Servono tablet per gli studenti delle scuole fiorentine. Sono oltre 30.000 gli iscritti, dalla scuola dell’infanzia fino ad arrivare alle scuole medie. Con il tuo contributo renderai possibile oggi la formazione a distanza e rilancerai domani l’innovazione didattica.

AIUTA GLI ANZIANI, AIUTA MONTEDOMINI Servono attrezzature, macchinari, DPI e quant’altro necessario per adeguare la prima struttura di cure intermedie per anziani positivi al Covid-19 nella RSA, realizzata a tempo di record a Montedomini, in collaborazione con Società della Salute di Firenze e ASP Firenze Montedomini. È il momento di contraccambiare con un gesto di solidarietà quanto ricevuto dai nostri anziani.

INSIEME PER CHI È IN DIFFICOLTÀ Servono beni di prima necessità. Sono aumentate le richieste di aiuto e sono emerse nuove esigenze: aiuta Fondazione Solidarietà Caritas Onlus e Banco Alimentare della Toscana a dare una mano a chi è in difficoltà.

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Lungarno n. 84  

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