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LIBERA UNIVERSITà MARIA SS. ASSUNTA - ORDINE DEI GIORNALISTI DEL LAzIO Periodico del MASTER IN GIORNALISMO - n. 36-37 - ottobre 2013

Sante notizie

Nel “Cortile dei giornalisti” il card. Ravasi (che il 22 novembre riceverà alla Lumsa una laurea honoris causa) apre un dialogo importante con i direttori dei quotidiani

Roma dentro e Fori Colosseo e Tridente ai pedoni

IN QUESTO NUMERO

di Alessio Perigli

IL DRAMMA DI LAMPEDUSA Che fine farà chi è riuscito a sopravvivere a questa tragedia? Caritas e Sant’Egidio cercano di dare delle risposte ai problemi dei migranti, che spesso vedono i loro diritti violati

Eugenio Scalfari e il card. Gianfranco Ravasi a dibattere di Gesù e di giornalismo: sarebbe stata già da sola questa una “notizia”, se Papa Francesco non l’avesse involontariamente “bruciata” con la sua lettera alla Repubblica. Il dialogo “senza pretesa di convertirsi a vicenda”, come ha detto Scalfari ha aperto il 25 settembre scorso il Cortile dei Gentili dedicato ai giornalisti. Il Cortile è la struttura creata da Benedetto XVI per promuovere il dialogo tra credenti e non credenti. Nei due dibattiti successivi, i direttori dei principali quotidiani nazionali, dai laici De Bortoli, Corriere della Sera, e Calabresi, La Stampa, ai colleghi cattolici Tarquinio, Avvenire, e Vian, Osservatore Romano, si sono confrontati su tematiche di etica della comunicazione come verità, obbiettività e responsabilità. All’interno di questo numero di Lumsanews vengono approfonditi i diversi passaggi di questa iniziativa, che probabilmente diventerà un appuntamento annuale. Respingere il sensazionalismo, ridare centralità alla persona, favorire il dialogo e non lo scontro, onestà nei confronti dei lettori e della redazione, queste le regole d’oro che i direttori dei giornali sono stati chiamati a far rispettare. Anche tutto questo farà da sfondo il 22 novembre al conferimento al card. Ravasi della laurea honoris causa in Scienze della comunicazione. Nell’occasione verrà distribuito il volume “Comunicazione e verità. Omaggio a Gianfranco Ravasi ”, edizioni Studium, che raccoglie – tra i tanti contributi - una raccolta di aforismi del Cardinale selezionata dagli studenti del Master di Giornalismo e preceduta da una presentazione della prof. Donatella Pacelli e del prof. Gennaro Iasevoli.

Pedonalizzare o non pedonalizzare, questo è il problema per il sindaco Marino che si trova attanagliato tra due fuochi nemici: da una parte quelli che quelli che vogliono che tutto torni come prima: a via dei Fori Imperiali desiderano che le macchine possano passare tranquillamente perchè le zone limitrofe come via Merulana sarebbero sopraffatte da un traffico che danneggerebbe le attività commerciali della zona. Poi c’è chi chiede una “pedonalizzazione totale”, in soldoni vogliono che il divieto di transitare sia esteso anche ad autobus e NCC. La rabbia è tanta e adesso l’ammnistrazione comunale è chiamata a gestirla: sul come, è veramente un mistero. (AP)

(Servizi da pag.16 a pag.19)

(Servizi alle pagg.2-3)

(Servizi alle pagg.8-9)


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PRIMO

Il convegno con Ravasi e Scalfari: rilanciare il dialogo tra credenti e atei

Il giornale? Una Bibbia laica

di Francesca Polacco Un inedito faccia a faccia tra il presidente del Pontificio Consiglio della cultura e il fondatore del quotidiano La Repubblica in dialogo su fede e ragione nella splendida cornice del Tempio di Adriano, a Roma. Il cardinal Gianfranco Ravasi ed Eugenio Scalfari, un credente convinto e un non credente altrettanto convinto, sono stati i protagonisti del Cortile dei Gentili diventato per un giorno Cortile dei Giornalisti. Con questo incontro, il dialogo tra credenti e non , rilanciato all’onore delle cronache dalla lettera di Papa Francesco a Scalfari e da quella indirizzata da Benedetto XVI al matematico ateo Piergiorgio Odifreddi, ha abbandonato la forma epistolare per diventare “faccia a faccia”. Tanti i direttori dei maggiori quotidiani italiani laici e cattolici ospitati dal padrone di casa Ravasi:

Ravasi e Scalfari in dialogo al Cortile dei Giornalisti

Mario Calabresi (La Stampa), Ferruccio De Bortoli (Corriere della Sera), Ezio Mauro (La Repubblica), Roberto Napoletano (Il Sole24ore), Virman Cusenza (Il Messaggero), Marco Tarquinio (Avvenire) e Giovanni Maria Vian (L’Osservatore Romano). Il confronto è avvenuto su temi fondamentali legati ai media e all’etica della comunicazione quale il rapporto tra responsabilità e libertà, tra obiettività e verità e le possibili interazioni del rapporto fede-ragione con il

mondo del giornalismo, nonché l’urgenza della Chiesa di incentivare l’attenzione alla comunicazione, sulla spinta della “rivoluzione” di contenuti, linguaggi, stili attuata da Papa Francesco. . Il ministro vaticano della cultura, nel dibattito con il suo “avversario” per difendere le ragioni della religione cattolica, ha dato prova di essere quel grande comunicatore che tutti riconoscono. L’intellettuale ateo «innamorato di Gesù, ma non alla ricerca di Dio» non è stato

da meno, anzi ha sostenuto la prospettiva laica con argomentazioni religiose e ardite provocazioni. Una piacevole conversazione, dunque, tra due intellettuali illustri che, muovendosi su «un territorio spirituale e mentale comune» come racconta Scalfari, si sono dichiarati stima reciproca e hanno espresso la volontà di continuare nel futuro sulla stessa linea. «Non siamo qui per convertirci a vicenda, ma abbiamo in comune la convinzione che le nostre posizioni diverse debbano essere lievito per una terra che ha bisogno di essere fertilizzata», continuo equilibrio su quel filo sottilissimo che in qualche modo lega la “ratio” alla “fides”. Sul tema giornalismo e fede, il suggello finale del direttore de L’Osservatore che ha osato un paragone azzardato ma affascinate: «Il giornale è la Bibbia laica, ma molto più interessante è la Scrittura Sacra vera».

Il Cortile dei Gentili, la fides incontra la ratio di Mariangela Cossu «Al dialogo con le religioni deve aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea. Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di cortile dei gentili». Benedetto XVI pronunciò queste parole, poco più di quattro anni fa, in un discorso alla Curia romana. Il Pontefice aveva concepito l’idea di una conversazione tra credenti e non credenti, impegnando varie personalità di spicco delle culture laiche e cattoliche appartenenti al mondo del giornalismo, della religione, della politica, dell’Università. Etica, legalità, scienza, fede e arte sarebbero stati gli argomenti trainanti degli incontri, realizzati in uno spazio che tutti potevano attraversare senza distinzioni di cultura, lingua o professione religiosa, dove era possibile interrogarsi sulle grandi domande della vita e della società e cosi avvicinarsi al “Dio Scono-

sciuto”. L’immagine di Cortile dei Gentili rinvia all’antico Tempio di Gerusalemme costruito dopo l’esilio, durante gli anni 20-19 AC. All’ingresso dell’edificio sacro, era posta una lapide che segnava il limite fra il cortile dei non ebrei (i gentili, appunto) e la zona riservata al popolo ebraico e minacciava di morte coloro che avessero osato oltrepassare il muro divisorio: “ Nessuno straniero penetri al di là della balaustra e della cinta che circonda l’aria sacra. Chi venisse sorpreso sarà causa a se stesso della morte che ne seguirà”. Ma dal divieto si è passati all’invito e la visione di Benedetto XVI si è stata tradotta in realtà nel 2011 dal Pontificio Consiglio della Cultura e dal suo presidente, il cardinal Gianfranco Ravasi che ha contribuito, tramite dibattiti e iniziative, all’incontro tra fede e ragione. Finora il Cortile dei Gentili è stato ospitato a Bologna, Parigi, Bucarest, Firenze, Roma, Tirana, Barcellona e Palermo.

Ecco qual è il segreto del Cardinale Parlano i direttori di Fabio Grazzini Nel corso del Cortile dei Giornalisti abbiamo domandato ad alcuni direttori di testata e importanti giornalisti quale fosse il segreto della forza comunicativa di Sua Eminenza Ravasi. Per Roberto Napoletano, direttore del Sole24Ore, «è grazie a uno spirito rigoroso e sempre pronto a includere che Sua Eminenza Ravasi riesce a parlare come pochi alle coscienze, custodendo, nel contempo, la laicità di fondo del vero cattolico». Il direttore de La Civiltà Cattolica, don Antonio Spadaro, sottolinea invece come il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura sia «una persona che è assolutamente attenta a ciò che accade all’interno della realtà e del mondo; vive quindi delle dinamiche di ascolto, e questa è la chiave del suo successo. Comunicazione infatti non significa solo immettere contenuti ma significa soprattutto ascoltare, e questo è fondamentale». Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ritiene invece che la sua incisività si basi «sugli echi che riesce a suscitare, sulla solidità di una cultura che oltre ad essere enciclopedica è anche la bellezza della vita che tutti noi sperimentiamo: riuscendo quindi a tenere assieme questi due aspetti, il Cardinale rivela un vero e proprio carisma». Emilio Carelli, conduttore di numerosi programmi di approfondimento giornalistico, concentra invece la sua attenzione sulla trasmissione curata da Sua Eminenza su Canale 5, “Frontiere dello Spirito”: «Anche in televisione il Cardinale ha introdotto uno stile completamente nuovo nella comunicazione religiosa, molto legato ai testi della Bibbia, molto legato alla Parola, e questo è stato sicuramente uno dei motivi della popolarità raggiunta da questo programma».


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PIANO

TweeT e Parabole

alla ricerca della verità di Mariangela Cossu “Il Regno dei Cieli è vicino: convertitevi!”. “Ama il prossimo tuo come te stesso”. “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Sono tutte frasi pronunciate da Gesù e riportate nei vangeli. Il loro comune denominatore: la brevità. Caratteristica, questa, che ha spinto il cardinale Gianfranco Ravasi ad affermare che “Gesù già si esprimeva come chi scrive oggi su twitter, con frasi che spesso non superano i 140 caratteri spazi compresi, mentre le sue parabole possono essere paragonate a sceneggiature televisive. “È sistematico - prosegue Ravasi - l’uso da parte di Gesù della frase essenziale, tipica dell’odierno “cinguettio” del social network; mentre il pensiero viene spesso articolato con parabole costruite in modo ‘televisivo’ o ‘cinematografico’, basti pensare ai racconti sul buon samaritano o sul figliol prodigo”. Tornando a tempi più recenti, il cardinale afferma che anche per il mondo ecclesiastico, interessarsi alla comunicazione è un obbligo se non si vuole restare fuori dal mondo”. Del resto, fu lo stesso

Messia a dire “Andate e predicate”. Ed ecco, che quelle frasi brevi ma emblematiche, si possono trasformare in messaggi potenti e immortali. L’intero mondo della comunicazione - ricorda Ravasi - anche quella tecnologica, si rifà, a sua volta, a termini che sono assolutamente teologici; basti pensare, ad esempio, alla pa-

In alto i nostri praticanti intervistano il cardinale Ravasi. Sopra il cardinale con Scalfari e Carelli. In basso i direttori dei quotidiani Tarquinio, Mauro,Spadaro e Napoletano (Foto di M. Cossu e F. Polacco)

rola “icona”. In un’era dominata dalla velocità e dal “rumore”, ci si dimentica di fermarsi un minuto a riflettere su sè stessi e dare la precedenza a pensieri più profondi. Triturati da un’informazione spesso superficiale e bulimica, si può sentire il bisogno di frasi che raccolgano un po’ di “verità” e che trasmettano

un senso di comprensione. “Un po' come avveniva nel campo descritto dalla parabola di Gesù, ove grano e zizzania crescevano insieme, così accade anche nella storia umana, ove non sempre è facile distinguere tra i frutti buoni della verità e quelli avvelenati della falsità”.


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ROMA

Valle, dall’occupazione alla “fondazione” Ma l’iniziativa rischia di diventare un alibi per gli espropri

di Marco Potenziani E' stato depositato lo scorso 16 settembre dal notaio lo statuto della “Fondazione Teatro Valle Bene Comune”. Il documento è frutto di un anno e mezzo di assemblee collettive a porte aperte, 27 mesi di occupazione, 200 artisti ospitati, 5.300 soci fondatori e 143 mila euro raccolti. La costituzione della Fondazione segna un grande successo per i rappresentanti della comunità che dal 14 giugno 2011 ha deciso di “prendersi cura” dello storico teatro nel cuore di Roma. Lo statuto della Fondazione, scritto dal comitato che ha promosso l’autogestione della struttura e che ha avuto in Stefano Rodotà un padrino d’eccezione, è stato consegnato al prefetto di Roma che avrà 4-5 mesi per esaminarlo. Tra i punti cardine, il rifiuto della pratica delle nomine dall'alto e la turnazione delle cariche. Tuttavia, l'assessore alla Cultura di Roma, Flavia Barca, è dell'opinione che gli occupanti del Valle trovino una nuova casa perché la nascita della Fondazione “non è di per sé suffi-

Un’assemblea nel Teatro Valle occupato

ciente a ristabilire la legalità”. La nascita della Fondazione è una grana in più per il sindaco Marino Sebbene animato dalle più buone intenzioni, l’occupazione si è prestata anche ad essere letta come una usurpazione ai danni del Comune che ha comunque dovuto onorare le spese. Il teatro è un bene demaniale di valore storico, protetto dalla Soprintendenza ed è sofferente dopo

ventisette mesi di occupazione autogestita, ventiquattro ore su ventiquattro, priva di qualsiasi controllo esterno e degli adempimenti di legge relativi ai monumenti. Inoltre le normali utenze quali luce, riscaldamento, aria condizionata, telefono, internet, nonché i mancati introiti di biglietti e abbonamenti, sono state sostenute fino al oggi obtorto collo dal Comune

per una cifra intorno ai 350mila euro. Gianni Borgogna, assessore alla Cultura per 13 anni dal primo Rutelli all’ultimo Veltroni, ha definito la questione del Valle una “situazione paradossale e confusa sin dall’inizio”. Sono molte altre le strutture teatrali di Roma e d’Italia in cui le maestranze e gli artisti sono in polemica con l’amministrazione o la direzione artistica, ma cosa succederebbe se tutti occupassero? Anche il Brancaccio, il Sistina o la Sala Umberto possono ambire ad una fondazione dopo mesi di autogestione? La Fondazione del Valle ha comuqnue spaccato l’intellighenzia della Capitale. L’occupazione dei primi mesi ha avuto il merito di portare all’attenzione dell’opinione pubblica quella che è sembrata da subito una ventata di novità, ma che si è protratta per due anni forzando la situazione con la complicità del vuoto decisionale delle istituzioni. Misterioso resta ancora il progetto alla base della Fondazione che al di là dei comunicati ufficiali, e soprattutto nella pendenza della decisione prefettizzia sulla legittimità dello Statuto, rimane sconosciuto.

Tra progetti e voci di sgombero si pensa al futuro e ai prossimi spettacoli

Gli attori: «Il teatro diventerà un bene comune» di Giulia Prosperetti “Macello in corso, entrare in silenzio!”. L’avvertimento all’ingresso del Teatro Valle sembra paradossale ma il suo senso ce l’ha. Il “Macello” in questione è quello di Giobbe, il nuovo spettacolo che debutterà a dicembre al teatro occupato. Scritto e diretto dal talentuoso drammaturgo, ma anche attore e regista, Fausto Paravidino, sarà il primo spettacolo prodotto dal Valle. Mentre sui giornali continua la bagarre tra chi, dopo 27 mesi di occupazione, grida allo scandalo di un centro sociale mascherato da teatro a spese dei contribuenti, e gli entusiasti sostenitori del “teatro-bene comune”, che vedono in prima linea anche l’ex candidato alla presidenza della Repubblica Stefano Rodotà, gli occupanti del Valle,

neo legalizzati o quasi, in Fondazione, portano avanti i loro progetti e respingono le critiche. «Lo scopo della Fondazione è aprire il teatro alla sua agorà. Farlo diventare un “bene comune” sganciato dal profitto e gestito dalla comunità che ne trae beneficio. E sfatiamo questo mito che finora sia stato il Comune a pagare tutto: le bollette di internet e telefono sono a carico nostro, il riscaldamento non c’è, le pulizie le facciamo noi. Tra l’altro abbiamo dovuto acquistare diverse attrezzature dato che prima il Valle non faceva produzione di spettacoli». Lorena, danzatrice, nonostante non arrivi alla quarantina, non li tinge per scelta, è arrivata al teatro il secondo giorno dell’occupazione «per dare un’occhiata, vedere com’era» e non è più andata via. Da due anni vive in uno dei camerini alla sini-

stra del palco. «Vivere nel teatro, da occupanti, non è roba da poco. E’ un posto dove passi dall’assemblea a scrivere un comunicato stampa, a pulire i cessi o la cucina, a metterti ai fornelli o ad accogliere gli artisti che poi dormiranno in piccionaia. Noi vorremmo che il teatro non fosse più occupato, per noi è una grossa responsabilità. Ora vorremmo poter tornare a casa. Sarebbe bello che questo teatro avesse una foresteria dove ospitare le compagnie e una sala di consultazione per l’archivio con tutti i reperti trovati qui al Valle». Luca è un autore, ha lavorato a diversi programmi Rai, e anche lui è stato tra i primi ad arrivare qui al Valle. Se gli chiedi come verrà gestito il teatro una volta che la Fondazione sarà approvata dal prefetto, non ha dubbi. «Sarà un “teatro bene comune”,

aperto dalla mattina alle 10 alla sera a mezzanotte, dove chi viene può seguire le prove degli spettacoli, leggere dei libri o guardare dei film». Gira voce di uno sgombero imminente, la sede della Fondazione quale sarà? «Noi vogliamo che la gestione del Valle rimanga alla Fondazione e che la sede sia il teatro. Dal Comune dicono che questo posto deve essere prima rimesso in stato perché pare ci sia un forte degrado della struttura: acqua che entra da sotto le finestre, acqua che entra dal tetto, le caldaie fuori norma da dieci anni e che ora sono morte tutte e due. Se fanno riferimento a questo degrado esisteva già prima. Se fanno invece riferimento alla struttura del Teatro come monumento allora i Beni Culturali dovrebbero venire a vedere che cosa c’è da fare».


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ROMA

Crisi, chiude i battenti lo storico emporio low cost all’Esquilino di alessandra D’acunto Scarpe tre euro, collant due, jeans sei. Prezzi da fare concorrenza alle bancarelle, merce per la maggior parte prodotta in Italia. Una clientela affezionata e non sempre “povera”. Non è bastato tutto questo per scongiurare la chiusura, prevista per dicembre, dei Magazzini allo Statuto che prendono il nome dalla via che costeggia Piazza Vittorio, nel cuore dell’Esquilino, dove campeggiano dall’inizio del ‘900. Costi troppo elevati da sostenere, non compensati dagli introiti delle vendite a prezzi stracciati: il mantenimento di una struttura importante, con tre piani e vari cunicoli; il centinaio di persone, italiane e non, che vi lavorano. E che, ora, non si sa che fine faranno. Ai primi del secolo scorso, quando furono edificati, in via dello Statuto 11, nacquero come Magazzini Castelnuovo, chiamandosi cioè come il loro fondatore. Sotto il fascismo, poi, furono costretti a cambiare nome, ma non vocazione, quella di magazzini popolari. Sembra che persino alcuni componenti delle Brigate Rosse si rifornissero lì, in cerca di abiti che camuffassero la loro attività e li facessero apparire normali studenti universitari. Un punto di riferimento per tutti, i magazzini Mas, dunque, non solo per chi non

Una svendita MAS...siccia

Addio ai magazzini allo Statuto? può permettersi grandi spese per l’abbigliamento, ma anche per compagnie teatrali in cerca di costumi, gruppi scolastici o di danza. Qualche commessa rivela di aver visto fornirsi qui qualche vip e signore dalla Roma bene, alla ricerca di occasioni firmate. Ma le leggende metropolitane sono tante: secondo alcune indiscrezioni,Penelope Cruz avrebbe trovato proprio al Mas i vestiti per impersonare la prostituta in un film di Sergio Castellitto.

La domenica mattina intere famiglie albanesi, moldave e macedoni acquistano in blocco abiti da cerimonia per spedirli al paese. Un ingrosso, insomma, risorsa in apparenza inesauribile, tra i suoi mille corridoi, di oggetti, decorazioni, articoli per la casa, per l’ufficio e chi più ne ha più ne metta. Un posto la cui chiusura fa riflettere tanto più se si guarda alla sua zona di collocazione, quella che da molti viene definita la “Chinatown” di Roma. Se tanti non si fanno problemi, in-

fatti,ad acquistare beni di qualsiasi origine e fattura, c’è ancora una parte di clienti che cerca esclusivamente merce prodotta in Italia, pur con un budget molto ristretto. E il Mas riusciva ad accontentare proprio questo tipo di clientela, in molti casi arrivando a “svendere” a importi minimi piccoli pezzi di made in Italy. Ora che la chiusura è alle porte, il prossimo 31 dicembre, svendere come mai era successo prima, visto che, per liquidare tutto, ci sono ulte-

riori sconti del 50 percento su tutta la merce. Sono in corso raccolte di firme dei molti delusi dalla fine di un’istituzione come il Mas, ma stavolta, al contrario di alcune avvisaglie degli ultimi tempi, i magazzini salutano i propri clienti per davvero. Ancora non si sa quale sarà la futura destinazione del grande edificio. Pensare allora che secondo molte guide sulle “101 cose da fare a Roma” i magazzini allo Statuto rappresentano una tappa fondamentale.

La direttrice: «La gente ora non può più spendere» di Giampaolo Confortini C’è rassegnazione e malinconia ormai per la chiusura prossima del grande magazzino Mas. E questa volta non sono investitori stranieri a comprare un altro pezzo di storia della capitale; il Mas, sta per abbassare le saracinesche per via della crisi che non risparmia neanche la vendita low cost. Nel famoso libro di Ilaria Beltrame “le 101 cose da fare a Roma almeno 1 volta nella vita”,si consiglia , oltre a visitare il Colosseo, l’altare della patria e Santa Maria Maggiore, di fare un giro al grande magazzino incastrato tra via dello Statuto e Piazza Vittorio. Gli storici clienti si sentono particolarmente toccati. “Mi dispiace tantissimo - dice una signora visibilmente amareggiata - Non solo per

noi. Ma anche per gli stranieri. Ci sono stati dei falsi allarmi negli anni precedenti, ma adesso pare proprio stia per chiudere”. “Il Mas è un’istituzione di Roma” dice una signora che ci lavora da molti anni “ c’è gente che veniva qui dagli anni 60-70 , praticamente da quando esiste il Mas”. Liliana Di Mario, direttrice magazzini Mas è intervenuta per spiegare quali sono state le ragioni che hanno portato a prendere la decisione di chiudere i battenti. Signora Di Mario, l’era del tutto a 1 euro si sta per concludere; la crisi ha colpito anche il low cost? «La gente giustamente non può spendere piu di tanto anche se qui da noi i prezzi sono accessibili a tutti. Ma i costi sono diventati talmente alti che non c’è più un ritorno economico, essendo i prezzi

così popolari. La Crisi ha colpito anche noi». Qual è il tipo di clientela che si trova nel vostro centro commerciale? «La clientela coinvolge tutti gli strati sociali Per quanto riguarda le nazionalità, vengono tutti. È vicino la stazione. E poi ci sono anche i personaggi dello spettacolo. Siamo famosi non solo per i prezzi ma anche per quello che si può trovare». Come hanno reagito i vostri clienti quando hanno saputo che il Mas stava chiudendo? «Abbiamo avuto una fila di clienti che si sono lamentati per la nostra chiusura. Il Mas è il cuore della gente di Roma». C’è tensione tra i commercianti dell’Esquilino. La paura è che a chiudere possano essere anche molti altri esercizi commerciali di questo quartiere».


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ROMA

Artisti di strada, ecco le nuove regole Proposti orari più lunghi e più spazi. I residenti: troppo rumore di alessandra Pepe Valorizzare l'arte di strada: la proposta arriva dal capogruppo di Sel in Campidoglio, Gianluca Peciola. La presenterà in Consiglio comunale, riaprendo così il dibattito sulla "delibera Gasperini" dell'Amministrazione Alemanno, che limitava fortemente gli artisti di strada. L'ex assessore aveva istituito: un albo, il divieto di amplificazione e dell'utilizzo di strumenti a fiato e a percussione, l'assegnazione di postazioni limitate in poche piazze. Pareri favorevoli di tutti i Municipi al progetto che prevede orari più lunghi nei giorni festivi e prefestivi (fino all'una di notte in estate e alle 23.30 in inverno), maggiore spazio per le esibizioni (4 metri), multe meno salate (al massimo 250 euro), nessun limite alle performance nello stesso luogo come al numero di artisti per esibizione, uso libero di amplificatori e megafoni. «La delibera Gasperini era eccessivamente restrittiva. Stiamo cercando di trovare - spiega Peciola - regole condivise sia dai residenti che dagli artisti di strada. La mia delibera dà la possibilità di esprimersi in tutta la

La Polizia Municipale multa un’artista a Piazza Navona

città aumentando così l'offerta culturale. Non prevede, infatti, una "zonizzazione" come la “Gasperini”. Intendo valorizzare e non reprimere il lavoro di questi artisti. L'istituzione di un albo? Una sciocchezza perché non si irreggimenta la figura di questi artisti, per i quali non esiste una scuola, visto che - rimarca Peciola è un'arte che nasce sulla strada. Un'arte "a cappello" che si basa sull'offerta ed è gratuita. Se ci fosse stato un registro forse non si sarebbe apprezzato il valore di Roberto

I musicisti: «Basta pressioni Noi indigeni in piazza» di anna Serafini “Ce lasciate sta'?!”. È soprattutto esasperato Lorenzo Campa, musicista a piazza Navona. Le sue parole rappresentano l'umore di chi, come lui, ha scelto la strada per fare arte. Fasce orarie per esibirsi, turnazioni, zone distinte in quelle in cui è consentito suonare e quelle in cui è proibito, multe raddoppiate: agli artisti di strada limitazioni e decaloghi non vanno giù. “Noi siamo indigeni! In piazza siamo a casa nostra!”, difende Campa rivendicando il “diritto di vivere”. “Non facciamo niente di male! Anzi, sosteniamo il turismo, perché chi viene a Roma in vacanza, cerca un po' di buona musica locale”. E proprio in piazza il rancore è verso la politica che pensa questi regolamenti, chi ne verifica l'attuazione e cioè “i vigili che ci mancano di rispetto”, ma anche verso “quei giornalisti che su di noi esercitano una pressione costante per avere notizie e poi ci mal apostrofano sui giornali”. Si appella alla Costituzione, Ruggero Cilli, anche lui menestrello. Cita l'articolo 4, il diritto al lavoro e l'impegno della Repubblica a “promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Poi lega il comma alla “vecchia ordinanza Gasperini-Alemanno che imponeva di smettere a suonare alle 20 (ndr., d'inverno), quando la gente comincia ad arrivare”. Un vincolo d'orario paradossale secondo l'artista, dato che il suo lavoro comincerebbe proprio allora; un problema che si ripropone con il nuovo decalogo che rialza il limite invernale di un'ora soltanto. La maglietta rossa del chitarrista grida a caratteri cubitali: “L'arte di strada non si taglia!”. È l'eco di una battaglia che unisce musicisti, saltimbanchi e giocolieri dal 2011 e che va ancora avanti, per “difendere la passione del creare”. “In piazza sono nati artisti come Luca Barbarossa e Giuseppe Povia”, ricorda orgoglioso il chitarrista: “la strada tanto ti toglie, ma tanto ti dà. Io non la lascio”.

Benigni che, all'inizio della carriera, declamava versi in piazza. Il proibizionismo non ha mai funzionato. É figlio di una cultura del controllo che ottiene risultati opposti sviluppando il sommerso e depauperando l'offerta culturale». Lorenzo Bagnulo dell'Associazione abitanti del Centro Storico chiede regole precise, da adottare dopo aver sentito tutte le voci. «L'albo non è una scelta sbagliata, quello che chiediamo, invece, con forza è il no all'amplificazione e che queste

Musicisti che si esibiscono in strada

performance non si tengano davanti ai luoghi di culto o storici. Il Comune, d'intesa con le Sovraintendenze dovrà indicare dove si possono esibire questi artisti. Si vuole insistere sull'amplificazione? Allora le esibizioni si facciano nei parchi». Anche Dina Nascetti, presidente dell'Associazione Vivere Trastevere, ha ribadito con forza: «temiamo che sotto le nostre case ci siano queste esibizioni sonore fino a tardi, impedendoci di dormire, come purtroppo avviene adesso».

Parlano i menestrelli: «Ma noi rispettiamo le norme e gli orari» La delibera sull'esercizio dell'arte di strada presentata dall'assessore Peciola nasce dalle modifiche degli artisti al regolamento Gasperini. Ne abbiamo parlato con Fiore, attrice e portavoce di “La strada libera tutti”. Perché il movimento? «La strada libera tutti – un omaggio a La strada di Fellini e al potere liberatorio delle piazze sperimentato sin da bambini – nasce in risposta alla delibera Gasperini. Questa è ancora in vigore e vieta l'uso degli amplificatori, degli strumenti a percussione e a fiato. Individua postazioni per gli artisti: l’idea non è totalmente male ma l'allegato B li relega in luoghi di scarsa visibilità. Inoltre, prevede di comunicare ai vigili urbani il luogo degli spettacoli almeno tre giorni prima. Anche questo sistema sarebbe normale, se funzionasse, ma il documento che rilasciano non è un'autorizzazione e spesso molti artisti si ritrovano nella stessa postazione alla stessa ora». Da qui il bisogno di una nuova

proposta? «Sì, già il Tar ha riconosciuto che non si possono sequestrare gli strumenti o vietarli. Noi abbiamo eliminato l'allegato B, la comunicazione ai vigili ed esteso i limiti orari. Incontrando la Commissione cultura e i residenti, abbiamo capito che i problemi sono legati all'uso degli amplificatori e alla turnazione. Condividiamo che non si può stare sette ore a suonare sotto una finestra, è un comportamento contrario alla natura stessa dell'arte di strada. Per risolvere il problema dell'amplificazione, proponiamo di non utilizzarla affatto in strade minori di cinque metri, mentre nelle piazze fissiamo il limite di 25 watt». Si discute della creazione di un albo degli artisti di strada. «Ma la categoria degli artisti non è riconosciuta! Non abbiamo nessuna assistenza, nessuna agevolazione, né pensione. Come si può pensare un albo per una categoria che non esiste?». (AS)


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ROMA

“Sacro Gra”, Leone d’oro a Venezia, racconta la periferia romana di Fabio Grazzini Una terra inesplorata che nel 2001 affascinò così tanto l’urbanista-paesaggista Nicolò Bassetti, appena sbarcato a Roma da Milano, da spingerlo a percorrerne buona parte in una traversata a piedi durata venti giorni. Un viaggio, il cui diario, pieno di spunti geografici e umani, è poi stato consegnato diverso tempo dopo nelle mani del regista Gianfranco Rosi, il quale, entusiasta all’idea di avventurarsi in quel coacervo di esistenze periferiche intorno al Raccordo di Roma, ha passato due anni a sviluppare, a dare corpo, all’intuizione di Bassetti. A bordo di un mini-van si è quindi spinto con la sua telecamera a caccia di storie marginali, mettendo da parte più di 200 ore girato (30 dedicate ai soli personaggi del lungometraggio) per quello che poi sarebbe diventato, a sorpresa, il vincitore del Leone d’oro alla 70esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia: il documentario “Sacro Gra”. Un’opera che deve molto a un particolare libro, come racconta lo stesso regista: «Mentre cercavo le location del film portavo con me “Le città invisibili” di Calvino. Il tema del libro è il viaggio, inteso per me come relazione che unisce un luogo ai suoi abitanti, nei desideri e nella confusione che ci provoca una vita in città e che noi finiamo per fare nostra, suben-

Ciak! Si gira il Raccordo La sua carta d’identità

Costruito nel 1948, inaugurato tre anni più tardi con il primo tratto via Appia-via Aurelia e completato nel 1970, l’anello del Gra è percorso giornalmente da oltre 160mila veicoli che ne fanno l’autostrada italiana con il più alto volume di traffico. Lungo 68 chilometri, con un diametro di circa 21, il raccordo di Roma prese ufficiosamente il proprio nome dall’ingegner Eugenio Gra, il più importante ideatore e sostenitore del progetto: solo in un secondo momento infatti ci si impegnò nel trasformare l’eponimo nel ben conosciuto acrostico, G.r.a. Diversi gli artisti che lo hanno citato nei loro lavori: Federico Fellini in “Roma”, Max Pezzali nella canzone “Chiuso in una scatola” e Corrado Guzzanti in “Gra”, una canzone che fa la parodia al tipico stile di Antonello Venditti. (FG) dola». E proprio questo nesso che lega gli abitanti alla periferia Rosi ha voluto approfondire, passando, prima di cominciare a girare, diversi mesi in loro compagnia: «Farlo era necessario

perché emergesse la loro poetica e la sintesi giusta, dovevano dimenticare che io li riprendessi. E’ un film a basso budget e il mio investimento perciò è stato sul tempo». Da questi numerosi

incontri sono poi emersi sette personaggi, interpreti che non ti aspetti, paradossi eclatanti come un aristocratico decaduto che vive all’interno di un monolocale e un imprenditore senza patenti di nobiltà che organizza matrimoni ed eventi nel suo castello kitsch, a poca distanza dalle palazzine popolari della periferia nord della Capitale. Altri personaggi tipici dei sobborghi romani, sono poi l’attore di fotoromanzi, il botanico armato di sonde sonore e pozioni chimiche per debellare un’invasione di larve divoratrici, il dj asiatico, il pescatore di anguille che abita una zattera sul Tevere, ma anche il barelliere che sulla sua ambulanza gira e rigira senza posa lungo il

Raccordo, rispondendo a ogni richiesta di soccorso. Tutte vite che si intrecciano le une con le altre e parlano coralmente dell’anima di un luogo che, se solo lo si sa guardare, è capace di meravigliare quanto una passeggiata in pieno centro: «Il Gra – chiosa Rosi – questo fiume di traffico in eterno movimento e chi lo abita, è una realtà che reclama di essere vista, di essere pensata. Le sue contraddizioni lasciano a bocca aperta: un frate francescano sulla corsia d’emergenza che fotografa il cielo; greggi di pecore al pascolo a pochi metri da auto che sfrecciano a 120 chilometri all’ora. Mondi in movimento che si intersecano, ignari gli uni degli altri».

Alle origini del trionfo. Nicolò Bassetti e la sua “passeggiata” nei sobborghi di Marcello Gelardini «Vieni con me, amore, sul Grande Raccordo Anulare». In principio fu Corrado Guzzanti, nella sua magistrale imitazione di Antonello Venditti, a raccontare il Gra, sottolineandone curiosità e criticità in maniera ironica. Un invito colto appieno da Nicolò Bassetti. Perché dietro il trionfo del film di Gianfranco Rosi c’è lui, un’urbanista milanese trapiantato a Roma. Un giorno, stanco di avere la solita rappresentazione della città, con Piazza di Spagna, il Colosseo e San Pietro a cannibalizzare il resto della Capitale, decide di allargare i propri orizzonti. Coinvolge due amici, Paolo Fareri e Claudio Calvaresi, e inizia un viaggio sul raccordo anulare, chilometro dopo chilometro,

alla ricerca delle mille storie che la più grande strada urbana d’Italia nasconde sotto di sé. Una “passeggiata” senza meta (come ama definirla), trasportato da un’immagine, un luogo, un profumo. Lui ancora non lo sapeva (o forse sì) ma stava nascendo “Sacro Gra”. Personaggi, quelli raccolti da Bassetti, in un dizionario illustrato della periferia romana costruito giorno dopo giorno, in gran parte ripresi da Rosi e portati direttamente sul red carpet della Laguna: Cesare, pescatore di anguille sulle rive del Tevere; Francesco, “palmologo” ossessionato dal punteruolo rosso; Filippo e il kitsch della sua casa-museo affittata per film, fiction e cerimonie. E poi: il nobile decaduto costretto ad abitare in una casa popolare; il barelliere

del 118 dal cuore d’oro; l’attore di fotoromanzi che ha solo sfiorato il successo. Un progetto importante, “Sacro Gra”, diventato col tempo quasi una fissazione; a tal punto da attrarre anche Rosi. Un “amore urbano” che, ora, non si ferma al documentario premiato a Venezia. Un libro, una mostra fotografica, un sito web: iniziative satellite di un’idea partita in sordina e arrivata in trionfo; linguaggi diversi per raccontare una storia in tutte le sue sfaccettature. Uno schema vincente pronto per essere replicato; perché dopo il Gra sarà la volta della Circumvesuviana di Napoli e di Venezia con le sue “vie d’acqua”. Una trilogia sui margini delle nuove comunità urbane, per fotografare come stanno velocemente cambiando le nostre città e soprattutto il nostro modo di vivere.


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ROMA e le AutO

Colosseo, l’isola delle polemiche

La pedonalizzazione a metà scontenta un po’ tutti di Domenico Cavazzino Quella che doveva essere una festa, è diventata la calma prima della tempesta. Lo scorso 3 agosto il sindaco, Ignazio Marino, ha dato il via alla pedonalizzazione dei Fori Imperiali. Questo lo slogan dell’iniziativa: “Era una strada, sarà la passeggiata dei romani”. L’intento era trasformare la zona dei Fori Imperiali e del Colosseo nella più grande area archeologica d’Europa. Iniziativa senz’altro lodevole se non si considerano le conseguenze. Chiudere al traffico una delle strade più congestionate di Roma, vuol dire scaricare i problemi della viabilità sulle vie limitrofe. A farne le spese via Labicana e via Merulana: la prima è stata trasformata in una strada a senso unico, mentre la seconda per rispondere al maggior flusso di auto, dovuto alla nuova viabilità, ha subito una notevole riduzione del numero di parcheggi, con forti disagi per commercianti e residenti. Proprio queste due categorie sono le più adirate: nessuno, infatti, secondo i rappresentanti di quartiere delle due associazioni, li ha mai consultati

Slogan dei Fori Imperiali pedonalizzati

prima di prendere qualsiasi decisione. Una protesta che ha dato vita a numerosi sit-in, l’ultimo lo scorso 12 settembre, che hanno occupato per diverse ore le due vie in questione bloccando la circolazione. C’è chi ripete che andrebbero migliorati i mezzi pubblici o che non è questa la priorità di Roma, ma tutti si lamentano del drastico calo di clienti e accusano il sindaco di non volerli ascoltare. Anche su via Cavour la situazione non è delle più rosee: tra la ztl sul tratto che porta a Piazza Venezia e la chiusura dei fori, tra largo Corrado Ricci e piazza del Colosseo, nessuno

si ferma più nei bar che fanno angolo coi Fori e i due benzinai in zona hanno visto dimezzarsi il numero di auto che, quotidianamente, facevano rifornimento. Intanto il traffico è tutt’altro che scomparso: autobus, taxi, bus turistici e macchine a noleggio possono circolare e, specialmente nelle ore di punta, sembra di essere in un giorno come tanti di qualche mese fa. La differenza si vede andando a via degli Annibaldi, o passando per Colle Oppio: lì le auto sono raddoppiate e sono comparsi anche gli autobus di linea. Conseguenze: traffico in tilt e livelli di smog alle stelle.

A preoccupare è anche la preferenziale su via Labicana: i divisori in cemento sono molto pericolosi per i ciclomotori e molti cittadini hanno protestato a causa dei forti rischi in caso di incidenti. Con i cittadini, si unisce nella protesta anche la Federalberghi. Secondo l’associazione non sono state fatte analisi sulle conseguenze che avrebbe comportato la pedonalizzazione. Il Comune avrebbe preso decisioni definitive, troppo frettolosamente. Recentemente il sindaco Marino ha incontrato il Presidente di Confcommercio e Federalberghi, Giuseppe Roscioli, da sempre contrario a questa pedonalizzazione parziale. Tuttavia, Roscioli sarebbe favorevole a una pedonalizzazione totale con eventi (mostre, iniziative culturali, serate) volte a valorizzare il commercio delle zone intorno all’area archeologica del Colosseo.

“Dopo i Fori imperiali, ora tocca al Tridente storico”

Continua la guerra al traffico del sindaco Marino di Claudio Paudice Dopo i Fori Imperiali, potrebbe toccare al Tridente storico. Il sindaco di Roma Ignazio Marino continua la sua guerra al traffico cittadino. Una guerra senza quartiere, in tutti i sensi. Dopo la zona dei Fori, infatti, potrebbero essere proprio le tre strade che si diramano da Piazza del Popolo - via del Babbuino, via del Corso e Via di Ripetta - a subire una pedonalizzazione “coatta”. Stavolta, però, associazioni e comitati non sembrano disposti a ritrovarsi col progetto già bello che pronto e provano a metterci una pezza prima che sia troppo tardi. «Non vogliamo un’altra Fori Imperiali - dice il presidente dell’associazione Tridente Centro storico, Adriano Angelini dove, adesso, bisogna fare dietrofront su parcheggi e viabilità perché è mancato il confronto vero con i cittadini. Noi - spiega - siamo favorevoli alla pedonalizzazione dell’area ma è necessario prima di tutto aprire

Il Tridente visto da Piazza del Popolo

un tavolo di confronto con i residenti e con i commercianti per discutere insieme il progetto». Un primo passo in avanti è stato fatto. Verrà soministrato un sondaggio agli abitanti del quartiere: i cittadini del centro, da Piazza del Popolo fino a Piazza Venezia, hanno quindi ricevuto un questionario messo a punto dall’organizzazione. L’iniziativa andrà avanti fino al prossimo 15 ottobre. I risultati saranno lavorati,

quindi, e consegnati al sindaco Ignazio Marino. «Chi segue la nostra attività - spiega il vicepresidente Serena Purarelli - conosce bene il tema, dibattuto ormai da quasi vent’anni da ogni Amministrazione, di destra e di sinistra. E - dice - conosce bene la pletora di progetti, programmi, annunci, decisioni che si sono susseguite nel tempo. Chi ci segue conosce bene la nostra posizione, niente affatto contraria alla

pedonalizzazione in sé, ma certamente critica nei confronti di chiusure attuate prima di attrezzare le aree circostanti, prima di adeguare il trasporto pubblico, prima di una coerente programmazione» conclude la vicepresidente. Si vuole evitare, insomma, una nuova Fori Imperiali, per non andare “fori de testa” a causa, è proprio il caso di dirlo, di una pedonalizzazione “coatta”. Tuttavia la giunta capitolina il 9 ottobre ha affidato all’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo l’incarico di procedere alla realizzazione del progetto che riguarda l’intero Tridente, e a tutte le traverse interne. A regime, secondo i piani realizzati dall’Agenzia della mobilità, nel Tridente entreranno solo le auto di residenti e autorizzati, i mezzi per il carico e scarico merci (fino alle 11) e i veicoli elettrici (minibus Atac e mezzi privati). Previsto anceh un impulso al car sharing, al bike sharing e al corrispettivo per il trasporto commerciale, il «van sharing».


fuORI dAl ceNtRO

Roscioli: «O tutto o niente»

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Il presidente di Confcommercio: una soluzione ibrida di alessio Perigli O tutto o niente. Il presidente di Confcommercio Giuseppe Roscioli non ha gradito la pedonalizzazione “ibrida” realizzata dal sindaco Marino. A suo modo di vedere, perchè la pedonalizzazione dovrebbe essere totale? «Perchè così come è stata concepita, non ha portato nessun valore aggiunto». Che feedback è arrivato dai commercianti? «Negativo, come era prevedibile. Ormai il parcheggio è diventato un miraggio, le macchine non si possono fermare, via Merulana è intasata dal traffico». Cosa camnbia concretamente per chi ha un’attività nella zona? «Tutto. Purtroppo alune attività sono state addrittura chiuse. Alcuni titolari hanno licenziato i propri dipendenti. Si rischia un vero e proprio crollo dei profitti. Una situa-

Giuseppe Roscioli, presidente di Confcommercio

zione insostenibile». Secondo lei i turisti hanno percepito eventuali benefici derivati dalla pedonalizzazione dei Fori? «Cosa vuole che cambi per un turista? Forse vedranno qualche motorino in meno, e allora? Quale sarebbe il sucesso? Per strada non possono camminare perchè ci passano i mezzi abilitati (taxi, NCC, mezzi pubblici». Però una pedonalizzazione “totale” potrebbe determinare gravi scompensi al buon funzionamento dei

mezzi pubblici... «Ci si poteva pensare prima. Un progetto del genere deve essere ben fatto, queste soluzioni “ibride” non creano solo seri problemi per le attività commerciali e ripeto, non portano alcun valore aggiunto». Ritiene che il sindaco Marino possa fare un passo indietro? «Non credo proprio. Il sindaco si è mostrato molto fermo sulle sue posizioni, anche in virtù di un successo elettorale di ampie dimen-

sioni». Immaginiamo che il sindaco attui una “pedonalizzazione totale”. Niente autobus, taxi e NCC, solo biciclette pedoni. Per i commercianti cambierebbe qualcosa? «Pensiamo a quei commercianti che svolgono attività all’interno della zona pedonale: i turisti possono camminare tranquillamente, fermarsi in mezzo alla strada, tutto a beneficio di quelle attività commerciali». Per tirare le conclusioni: lei chiede al sindaco o un passo indietro o un passo in avanti. «Di certo non si può andare avanti così. Ancora una volta lo ricordo: la pedonalizzazione così com’è ha prodotto solo scompensi e nessun vantaggio, nè per i cttiadini comuni, nè per i commercianti, nè per i turisti. Deve cambiare qualcosa, o si torna indietro, o si va avanti, la situazione è grave».

Aumentano inquinamento e proteste La pedonalizzazione dei Fori ha scontentato anche chi, ogni giorno, lotta per difendere l’ambiente. Se i livelli di smog nella zona del Colosseo mettevano a serio rischio l’incolumità dei resti archeologici, veder spostato l’85% del traffico nelle zone limitrofe ai Fori ha creato nuovi disagi dove, ieri, non c’erano. L’allarme arriva dall’associazione Fare Ambiente che ha registrato un aumento delle polveri sottili nei quartieri Esquilino, Monti e Celio. Protestano anche gli abitanti riuniti nel comitato “Trappola per Fori”: la pedonalizzazione ha provocato l’aumento di traffico e dell’inquinamento atmosferico e acustico. Basti pensare che, negli orari di punta transitano almeno 3500 veicoli all’ora. (DC)

La rabbia dei commercianti che hanno paura di chiudere l’attività

«Si può fare di meglio. Ora vogliamo la metro»

Il sindaco di Roma Ignazio Marino

I commercianti delle vie limitrofe ai Fori Imperiali, non fanno nulla per nascondere il loro dissenso sul progetto di pedonalizzazione e lo esprimono senza mezze misure. I timori registrati riguardano essenzialmente il traffico e il parcheggio che rischiano di diventare un vero e proprio incubo per i cittadini. Stefano Cacciatori, titolare di un negozio di tabacchi all’inizio di via Labicana non le manda a dire: “Marino è un pazzo scatenato, con tutti i problemi di Roma pensa ai Fori - tuona il commerciante. E aggiunge: “Via Labicana è l’unica via che permette, arrivando da San

Giovanni, di andare in tutte le direzioni: al centro, verso il Celio o sul lungotevere. Il senso unico verso San Giovanni, poi, è innaturale e le vie limitrofe sono viuzze e si congestionano in un attimo. Inoltre il piano non risolve il problema del traffico a Roma.” Dulcis in fundo, l’ironia sulla vecchia professione di Marino, il chirurgo: “È come se a un cardiopatico gli togli il rene”. Nicola Iapichino lavora in un bar. Tutte le mattine prende la macchina o i mezzi da Capannelle, sfida il traffico tutti i giorni, d’altronde, uno stipendio

va pur portato a casa: “Qui intorno è un bordello. L’idea è suggestiva, ma è destinata ad aumentare il disagio per chi viaggia in auto o con i mezzi pubblici”. Toni più moderati quelli di Canio Milano, della libreria Punto Einaudi, che si dice tutto sommato favorevole alla pedonalizzazione, anche se ritiene che il problema della viabilità esista. Il libraio esprime i suoi dubbi “non tanto per via Labicana, ma per le strade limitrofe che rischiano il congestionamento”. Ma non esclude che si tratti anche di un problema di abitudine: “È come quando chiusero al traffico piazza del Popolo, allora si parlò di un’esagerazione, ma ora sembra impensabile passarci in auto”. Maria Grazia Veloccia è proprietaria di un negozio di reti e materassi a via Labicana 900, travolta dal traffico e dal limite di velocità grottesco: 30 km/h, “una specie di pedonalizzazione ombra”, come dice lei. La signora Veloccia pensa che “bisogna venire incontro ai turisti che portano ricchezza.

Il problema è conciliare le necessità di tutti”. “La pedonalizzazione - prosegue - è una buona idea ma serve una metro che funziona a dovere”. Il problema della pedonalizzazione non riguarda solo i rapporti tra i commercianti e Marino. Arianna Capra, studentessa di Belle Arti, venuta a Roma da Acquapendente, ritiene che la pedonalizzazione non può prescindere da un potenziamento dei mezzi pubblici. Tante le voci di dissenso, ma anche in alcuni casi il desiderio di portare avanti questo progetto in modo differente. Il sopracitato problema dei mezzi pubblici non può e non deve essere eluso. Lo stesso vale per quello dei parchegg, che si aggrava ulteriormente. In ballo c’è la proposta di Confcommercio e non solo, di sfruttare la caserma inutlizzata di via Labicana, per creare un posteggi per le macchine, boccata d’ossigeno per i tanti automobilisti imbottigliati nel traffico capitolino, che da non pochi anni, è uno dei principali problemi della città.

(AP)


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il Periodico LUMSANEWS

ROMA

La linea Roma-Viterbo fra ritardi, sporcizia e sovraffollamento

Il treno della vergogna di Domenico Mussolino

Atac: 50mln di tagli in arrivo

Su un foglietto scritto a penna, affisso al vetro della biglietteria della stazione Flaminio, sono segnati gli orari dei treni di ottobre diretti per Viterbo. Quasi ogni mese la lista delle corse viene aggiornata. Alcuni treni sono soppressi; il servizio, per questo mese, è ridotto. Colpa dei lavori (la stazione di Ponzano è chiusa) e delle decisioni dell’Atac, la società che dal 2010 gestisce la tratta (prima il gestore era Me.tro Spa, mentre la proprietà dell’infrastruttura è della regione). E gli utenti gridano: “Vergogna!” Carrozze vecchie, piene di

Servono soldi e ne servono tanti per sanare i conti del Campidoglio, che ha ereditato dalla vecchia amministrazione un buco di 867 milioni di euro nel bilancio. È sul tavolo delle trattative la cosiddetta norma “Salva Roma” che, se approvata in Parlamento, entrerà a far parte della Legge di Stabilità e porterà nelle casse capitoline dai 400 ai 500 milioni di euro. Soldi che, pur sommati ai 140 in arrivo dalla Regione, ancora non bastano a mettere i conti in ordine. Non volendo essere ricordato come “il sindaco delle tasse” Marino ha dovuto tagliare le spese, partendo dalle società municipalizzate. Con una telefonata quindi, il sindaco ha avvisato l’ad di Atac Danilo Broggi che entro dicembre ci sarà una riduzione di 50 milioni sul contratto di servizio che mette a rischio intere linee di autobus. (MM) graffiti; sedili di plastica, sporchi; in ogni corsa viaggiano in piedi tanti passeggeri. La linea è molto frequentata. In particolare nel tratto urbano, che da

Flaminio porta a Montebello. Ma la mattina il treno è affollato anche da Montebello a Viterbo. Il mezzo è utilizzato soprattutto da chi vive nei paesi vicino alla ca-

pitale: i pendolari lo prendono quotidianamente per andare a lavorare in città. Solo a Riano, a 29 chilometri da Roma, 36 minuti in treno, la popolazione residente, dal 2004 a oggi, è passata da 4mila a 12mila persone. Eppure le corse sono diminuite. Secondo i dati del comitato pendolari Roma Nord, i treni del servizio urbano sono stati ridotti: nel 2010 erano 188, nel 2013 le corse si sono fermate a 170. C’è chi accusa la nuova gestione. Ma l’Atac all’inizio del 2013 aveva provato a migliorare il servizio, con quattro treni aggiuntivi. Il giorno in cui dovevano iniziare le nuove corse, però, i

dipendenti della società si sono assentati in gruppo per malattia. Solito trantran: corse saltate, ritardi, problemi per i passeggeri. L’Atac ha avviato un’indagine interna per verificare l’effettivo attacco concomitante del virus. In un sondaggio online, il 34 % degli utenti indica come problema principale della tratta la pulizia dei treni. Valentina, una ragazza che viaggia ogni giorno da Castelnuovo a Roma per lavoro, denuncia le pecche del servizio. “I bagni non ci sono. Mancano le indicazioni elettroniche e vocali. Le corse passano ogni quarto d’ora, ma spesso se ne salta qualcuna”. Il 26 % indica come maggiore inconveniente la soppressione dei treni. Un addetto alla vigilanza, fisso alla stazione Flaminio, conferma che i passeggeri si arrabbiano spesso. “Non si è mai arrivati alle mani, ma volano sempre parole pesanti”. Ma un dipendente Atac, anche lui di servizio alla stazione, cade dalle nuvole. Gli chiedo se ci siano proteste per i disservizi. Mi guarda con la faccia stupita e mi dice di no. Insisto, parlandogli delle polemiche dei mesi scorsi. “Io – mi dice – non ne ho mai sentito niente”. Intanto l’assessore regionale alla mobilità Michele Civita ha garantito un finanziamento di 150 milioni per il raddoppio dei binari tra Riano e Magliano.

Le porte non si chiudono, esposto alla procura di Manuela Moccia La linea dell’inferno, un incubo a occhi aperti, treni bestiame. Sono solo alcune delle definizioni con le quali i pendolari descrivono la tratta Roma - Viterbo, di proprietà della Regione Lazio, ma gestita da ATAC S.p.a. Ultimo soprannome, ma non per questo meno d’effetto, è “linea Caronte”, con la differenza che ad essere trasportate non sono le anime dei morti, il viaggio comprende un’andata e un ritorno quotidiani, il pagamento consiste nell’acquisto di un biglietto o un abbonamento e non di tre oboli d’argento, pretesi dal traghettatore dell’Ade. Ritardi, degrado, sporcizia, corse annullate senza un minimo di preavviso. Otto

scioperi nei primi sette mesi del 2013, mentre nel mese di agosto, pur non essendo diminuito il flusso di utenti, è stata resa operativa l’ennesima riduzione delle corse urbane giornaliere, che da 140 sono diventate 80. Praticamente ci sono stati soltanto due treni l’ora. In un esposto del “Comitato pendolari Roma Nord”, datato 5/08/2013 e presentato alla Procura della Repubblica di Roma, si legge che gli utenti addirittura hanno dei dubbi sul fatto che siano garantiti i requisiti minimi di sicurezza sia per quanto riguarda le porte dei treni quando sono stracolmi, sia all’uscita, quando le persone sono costrette a camminare sui binari per non essere calpestate. Alcune volte è capitato che ad attendere i viag-

giatori alla fine della loro corsa ci siano stati i volontari della Protezione Civile, che danno supporto ai pendolari fornendo bottiglie d’acqua, come si trattasse di sfollati o terremotati. L’aria condizionata non esiste e quindi è caldissimo d’estate e freddissimo d’inferno. E non solo. Perché oltre ai pendolari, vittime quotidiane, anche molti turisti viaggiano su questa tratta, subendo gli stessi ritardi. Vittime dell’incompetenza made in Italy, probabilmente torneranno nei loro paesi e anziché parlare delle bellezze di Roma, racconteranno del pessimo servizio offerto dall’Atac, compreso di biglietterie chiuse, guardiole incustodite per molte ore e la completa mancanza di informazioni.


11 Demolizione, è gara tra i porti italiani e la Turchia

il Periodico LUMSANEWS

A partire dai giorni successivi al naufragio di quel venerdì 13 gennaio 2012, sono cominciate le operazioni di svuotamento e recupero del relitto della Costa Concordia. Già dal 24 gennaio, infatti, sono iniziate le operazioni di svuotamento di carburante dai serbatoi, conclusesi il 13 marzo. Ma dal 29 maggio di quest’anno, sono emersi i progetti per le successive fasi di raddrizzamento e galleg-

Il NAufRAGIO

giamento per la rimozione della nave e il relativo trasporto al porto più vicino per essere rottamata. Dopo un anno e mezzo dalla catastrofe, la Concordia, dal 16 settembre 2013 non giace più su un fianco. Lentamente il relitto ha ruotato di 65 gradi grazie a 500 tecnici, 36 cavi di acciaio e alla forza esercitata dal peso dei 15 cassoni. La fase del parbuckling e cioè del rad-

drizzamento, è stata gestita da Nick Sloane, il manager di Titan Micoperi (la società ortonese specializzata nel recupero d’ imbarcazioni affondate) e Franco Porcellacchia insieme alla supervisione del capo della protezione civile, Franco Gabrielli. Un progetto ingegneristico mai realizzato prima, che ha attirato l'attenzione dei media provenienti da tutto il mondo. Un successo, costato

ben 600 milioni di dollari alla Costa, più che mai sperato dagli abitanti dell'isola del Giglio. Dopo la fase di raddrizzamento, la nave è rimasta adagiata su un falso fondale in cemento a 30 metri di profondità, rimanendo sommersa solo per 18 metri. Si attende quindi la fase due del progetto di recupero, quella del rigalleggiamento che vedrà la Concordia imbrigliata da 30 cassoni che ver-

ranno svuotati dando la spinta necessaria al relitto per tornare a galla. Nella primavera del 2014 si procederà poi per portare via la Concordia verso un porto ancora da decidere. E in “gara” ci sono Piombino, Genova, Civitavecchia, ma si parla anche di Smirme, in Turchia. A seguire lo smantellamento e il ripristino della flora e fauna marina.

(SS)

Concordia, riemerge il dramma I gigliesi: portate via quella nave

Foto di Franco Giomini

Foto di annalisa Cangemi, Mariangela Cossu e Sara Stefanini di Sara Stefanini Nessuno potrà mai dimenticare quella notte che ha svegliato, come un incubo, i gigliesi pronti ad aprire subito le loro case per ospitare i naufraghi. Era un venerdì freddo, quello del 13 gennaio dello scorso anno, quando il comandante Schettino decise di variare la rotta per “passare accanto al Giglio”, come ha precisato Simone Canessa, l’ufficiale cartografo, durante l’udienza dell’8 ottobre a Grosseto. A 16 nodi, la nave si avvicinò a 0,5 miglia dalla costa. Morirono 32 persone, centinaia furono i feriti e ancora incalcolabili i danni causati dalla manovra che fece finire la nave contro gli scogli dell'Isola del Giglio. E così, quel bestione lungo 290 metri, costruito nel 2006 con un budget di 450 milioni di euro, ha finito di trasportare quei 3750 passeggeri a viaggio. Ora, del lusso sfrenato, delle piscine olimpioniche e delle cabine con vista mare non rimane più nulla. Adesso si pensa a dove portare il relitto. È già cominciato, infatti, il braccio di ferro tra il porto di Piombino e quello di Civitavecchia, dove il primo rivendica la toscanità

e il secondo il luogo di partenza della Concordia. “Nel momento in cui la nave sarà pronta a essere portata via dall'isola del Giglio se Piombino indicato dal precedente governo non sarà smentito dall'attuale sarà pronto a accogliere il relitto, quello sarà il porto prescelto, altrimenti si troverà un'altra soluzione”. “Costa Crociere - ha ricordato poi Gabrielli - dovrà comunque presentare un piano dettagliato per lo smaltimento della nave”. Sembra essere svanita, almeno apparentemente, l’ipotesi Turchia. A un anno e mezzo dalla disgrazia della Concordia, le indagini, che vedono il comandante Schettino l’unico imputato, continuano. Ma la Costa, rimane ancora fuori dal processo. Schettino aveva le mani nei capelli e diceva: “Ho fatto un guaio” Lo racconta il primo ufficiale di coperta, Giovanni Iaccarino, al pm nell'udienza, a Grosseto. L'uomo ha spiegato passo dopo passo cosa successe in plancia dopo l'urto con gli scogli del Giglio. “Guardai la carta nautica e vidi che eravamo su un fondale. Poi, ho guardato il pannello di controllo ed era pieno di lucine rosse”.

Il comandante Ennio Aquilino, coordinatore dei sommozzatori dei vvf, ha descritto la fase operativa della ricerca dei corpi: “prima sono state ispezionate alcune zone pericolanti con dei robot subacquei che consentono delle riprese in alta definizione”. Ma cosa hanno trovato le interforze sott’acqua? “Nella parte interna alla nave, quella riemersa, è evidente lo stato di disgregazione dopo venti mesi in acqua. Quindi abbiamo trovato presenza di monossido di carbonio e di anidride solforosa, cioè prodotti proprio della decomposizione del materiale”. Grazie ai numerosi sommozzatori delle interforze è stata possibile una rotazione costante dei turni. La memoria degli isolani sarà segnata per sempre ma presto potranno tirare un respiro di sollievo e sperare di non vedere più quella nave da crociera come una bara incagliata nei loro mari. “Vogliamo vedere quella nave andare via, non la possiamo più vedere così”, tuona Marina Aldi, la guida ufficiale del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano.


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Il NAu Franco Giomini

2.

1. Didascalie: 1.Il porto del Giglio 2. Sommozzatore dei Carabinieri 3. Strada del centro 4. Tende dei soccoritori 5. Agenti all’opera 6. Particolare Concordia 7. Gabbiano in cerca di cibo 8. Particolare Concordia 9. Micoperi al lavoro 10. Scorcio della Concordia da una via del porto 11. Militare al cellulare

VIAGGIO AL GIGLIO Camera con “vista Concordia” Così riprende il turismo di annalisa Cangemi Un anno e mezzo dopo la Concordia è ancora lì. Adesso è stata raddrizzata, ma quando il traghetto arriva al porto i turisti si sporgono ancora dalle ringhiere di protezione del ponte, per vedere il “bestione” e poter dire “io c’ero”. «Li ho visti con i miei occhi – racconta Marina Aldi, unica guida del parco dell’Arcipelago toscano presente sull’isola - appena la nave attracca scendono in fretta e corrono sul molo, per posizionarsi sul punto d’osservazione più vicino, e poi sorridenti scattano una foto. Non si rendono conto che quella carcassa è una tomba». La tipologia dei visitatori del Giglio è cambiata radicalmente dal 13 gennaio 2012. Ora ci sono i turisti “mordi e fuggi”: gruppi di tedeschi, austriaci, giapponesi, americani, organizzano vere e proprie gite sull’isola, solo per immortalare il luogo della tragedia. Poi mangiano un panino sulla ban-

china e ripartono. «Non mi era mai capitato di avere comitive di stranieri – spiega Marina Aldi – quel che è peggio è che tutti vogliono solo che io racconti degli aneddoti di quella notte» «Il turismo si è profondamente modificato – racconta un albergatore – ma non per tutti è stato un fatto positivo. La maggior parte dei curiosi, fin dai primi mesi dopo l’incidente, si è concentrata a Giglio Porto. Qui, quando la nave è stata rimessa in asse, era impossibile trovare una stanza libera. Ma questa è solo una delle località dell’isola. Gli altri due borghi, Giglio Castello e Giglio Campese, stanno morendo». «Nell’estate del 2012 il turismo ha subito un calo – spiega una affittacamere di Giglio Campese – ma si è trattato di una questione psicologica: i turisti abituali non percepivano più l’isola come un posto di villeggiatura. Quest’estate c’è stata una timida ripresa, anche perché adesso stiamo assistendo ad una nuova fase. I riflettori puntati

sulla Concordia hanno fatto conoscere agli stranieri le bellezze di un’isola che fino a un anno e mezzo fa era esclusa dai flussi del turismo internazionale. Ovviamente nessuno potrebbe parlare di lati positivi dopo una disgrazia del genere. Ma qualcuno quest’anno si è anche arricchito». Una camera “vista Concordia” a Giglio Porto è arrivata a costare anche 500 euro. E nel periodo pasquale, nel negozio di souvenir del porto, erano state esposte cartoline con l’immagine della Costa Concordia inclinata. Le forze dell’ordine le hanno però sequestrate nel giro di 24 ore. «La vita dei gigliesi è stata sconvolta da questo disastro – racconta Don Lorenzo Pasquinotti, il parroco di Giglio Porto – Sull’isola nei mesi invernali vivono al massimo 500 persone. I cittadini hanno accolto una folla di gente che arrivava dal Continente: tecnici della Micoperi, giornalisti, Vigili del fuoco, militari. Ma soprattutto i parenti delle

vittime e degli scomparsi che di tanto in tanto tornavano qui. Gli abitanti dell’isola sono quasi tutti marittimi, e se escludiamo i tre mesi della stagione balneare, non sono abituati durante l’anno a relazionarsi col mondo esterno. Quella notte, quando improvvisamente 4200 persone si sono riversate sul porto, i gigliesi hanno dato prova di grande umanità. Era pieno inverno, subito dopo le feste natalizie, e tutti i turisti erano già ripartiti. Non c’erano coperte e cibo a sufficienza per i naufraghi, e allora li abbiamo sfamati con i panettoni e i dolci residui, e ognuno ha fatto la sua parte. La maggiorparte della gente è stata stipata in chiesa e nella sagrestia. Questa fase dell’emergenza comunque è durata poco. Ora tutti vogliono solo che questo mostro scompaia dalla nostra vita». Ma forse, anche quando la Concordia verrà spostata altrove per essere smantellata, nulla qui al Giglio sarà più come prima.


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Sull’isola uno sguardo dal cielo La tragedia e i “miracoli” di S. Mamiliano di Sara Stefanini

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La Concordia è legata a San Mamiliano, vescovo di Palermo nel V secolo. Questo è ciò che credono fermamente i gigliesi. Gli abitanti, infatti, hanno passato un anno e mezzo difficile, ma il santo protettore dell’isola del Giglio a cui tengono particolarmente, non li ha dimenticati. “Secondo noi, è stato lui a evitare tremila morti, poteva andare molto peggio”. A confidarlo è Marina Aldi, la guida ufficiale del Parco nazionale dell’arcipelago toscano, gigliese Doc. Questo perché, spiega, “la Concordia si è adagiata sull’unico scalino di 18 metri esistente in zona su un fondale dalla profondità di cento metri”.“Per noi, - continua - si tratta di miracolo, anche perché non è il primo che fa. In assoluto, ricordiamo San Mamiliano perché ha cacciato i turchi dall’isola, nel lontano 18 novembre 1799”. Il vescovo palermitano è apparso, secondo le credenze, anche cinque anni prima della tragedia della Concordia, proprio nello stesso punto dove si è incagliata. Esattamente dove un elicottero del 118 è ammarato

non causando alcuna vittima. “Proprio lì - racconta Marina Aldi - si trova il luogo in cui San Mamiliano è stato seppellito nel V sec. D.C., in una località che si chiama ‘il Santo’”. Ma le reliquie di San Mamiliano, il quale scampò alle persecuzioni dei Vandali rifugiandosi in un convento di Montecristo, sono state a lungo contese fra elbani, genovesi e gigliesi. Marina Aldi si fa portavoce del pensiero unanime dei gigliesi e ci spiega che la Concordia, “si è diretta da sola verso il Santo”. Il tutto è avvenuto “senza manovre aggiuntive del capitano Schettino, anche perché il motore era andato già in avaria. La nave si è quindi girata e fermata sull’unico scalino di 18 metri”. L’ultimo miracolo, prosegue la gigliese, “ce l’ha fatto il 16 settembre, un giorno dopo la festa di San Mamiliano, quando, il raddrizzamento della nave non ha avuto complicazioni”. Con un briciolo di commozione e serenità, Marina ci confida che “noi ci teniamo particolarmente a questo Santo perché, anche se non si conosce al livello nazionale, sembra proprio che abbia voglia di farsi voler bene”.

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L’ecosistema ferito del Giglio

Legambiente: «Subito l’istituzione di un’area marina protetta» di annalisa Cangemi Il danno ambientale causato dall’incidente della Costia Concordia è un disastro non ancora quantificabile. Si parla di almeno 12 milioni di euro, secondo le stime dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ma questo calcolo è stato effettuato nel marzo del 2013. Bisognerà aspettare la rimozione del relitto, per poter avere una stima definitiva. L’Ispra ha valutato l’impatto della nave sulla scogliera, la biodiversità andata perduta e la distruzione, nel fondale marino, di una prateria di Posidonia. La funzione di questa preziosa alga nel nostro mare viene spesso sottovalutata. Uno studio del 2009, il Department of Environmental Protection della Florida ne ha quantificato l'importanza, calcolando che 4.000 metri quadrati hanno un valore economico pari a 15.000 euro. Questa pianta acquatica è fondamentale per l’ecosistema, perché fornisce cibo per la fauna marina, e gioca un ruolo primario nella lotta contro il cambiamento climatico. Ma ripristinare l’habitat danneggiato e ripiantare la Posidonia, non sarà facile.

La salute del mare è ancora a rischio. L’Arpat continua a monitorare le acque intorno alla Concordia, in tre punti: uno vicino alla prua della nave, uno vicino alla poppa, e uno nei pressi del dissalatore dell’isola. Finora la situazione si è mantenuta costante, non sono stati rilevati livelli preoccupanti di inquinamento. Ma la pancia della Concordia era una bomba a orologeria: al suo interno erano stoccati 600 chili di grasso per oliare i motori, 850 di smalto liquido e ancora pitture, saponi. Poi ci sono i generi alimentari che erano conservati nelle cucine, uova e litri di latte. Tutte sostanze potenzialmente velenose per

Schettino, continua il processo Rischia fino a 20 anni di carcere di Mariangela Cossu Schettino è intervenuto per la prima volta in aula al processo che lo vede imputato per omicidio colposo plurimo, lesioni e disastro colposi, abbandono di incapace a bordo e mancate comunicazioni alle autorità (rischia fino a 20 anni di carcere): “Nel momento in cui ho chiesto al timoniere di mettere i timoni a sinistra, l’errore è stato di non farlo, in quel momento la nave aveva un’accelerazione a destra. Se non ci fosse stato l’errore del timoniere, di non posizionare i timoni a sinistra, ovvero l’errore di scontrarsi, cioè di evitare la derapata non ci sarebbe stato quello schiaffo”. L’ex comandante della Costa Concordia ci riprova: la colpa del naufragio che ha portato alla morte di 32 passeggeri è dunque del timoniere indonesiano Jacob Rusli Bin che non eseguì il suo ordine. O perché non capì o

perché non ebbe sufficienti riflessi: resta che non eseguì il comando immediatamente, ma solo dopo 13 secondi. Ma è una ricostruzione smentita dai periti del tribunale che nel 2012 effettuarono l’incidente probatorio sulla Costa Concordia: “Il timoniere ritardò la manovra di 13 secondi – ha spiegato ai giudici di Grosseto l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, comandante dell’Accademia Navale di Livorno – ma l’impatto ci sarebbe stato ugualmente”. Il collegio ha proposto tre domande precise ai periti: quanto incise nel naufragio della Costa Concordia l’errore del timoniere nell’esecuzione dell’ordine di Schettino, quanto incise l’avaria ai generatori di emergenza sugli altri apparati della nave e come funzionarono le pompe di emergenza e le porte stagne.

l’ambiente. Le attività di “parbuckling” della nave sono state portate a termine con successo. Ma secondo Legambiente, per scongiurare altre catastrofi al Giglio, è necessario che si intervenga al più presto con l’istituzione dell’area marina protetta. Il paradosso è che il Parco dell’Arcipelago toscano esiste già, ma non comprende la fascia di mare che circonda l’isola. Secondo il geologo Mario Tozzi, «Se ci fosse stato un limite all’avvicinamento della nave questo disastro sarebbe stato evitato». La precedente amministrazione comunale del Giglio aveva presentato un progetto per la realizzazione dell’area marina protetta,

L’area, sebbene sia prevista da una normativa ambientale, (la legge 979 del 1982. confermata dalla legge quadro 394 del ‘91) ma dopo trent’anni di discussioni, non è stata mai creata. Ad opporsi oggi è il primo cittadino del Giglio, Sergio Ortelli, preoccupato del fatto che l’area marina protetta potrebbe portare degli svantaggi all’economia dell’isola, perché impedirebbe ai turisti di avvicinarsi alla costa con le loro imbarcazioni, e ridurrebbe il numero delle spiagge in cui sarebbe consentita la balneazione. «In un’isola dove il turismo vale il 90% del Pil ha detto Ortelli - , istituire un’area marina protetta, così come viene concepita dalla 394, sarebbe impensabile» Secondo la legge, infatti, nelle aree marine protette “sono vietate le attività che possono compromettere la tutela delle caratteristiche dell’ambiente oggetto della protezione”. Sarebbe vietata quindi la navigazione a motore. Ma per il Wwf una zona protetta sarebbe stata segnalate nelle carte nautiche, e delimitata da apposite boe, e avrebbe quindi costuito un deterrente maggiore per il transito di una grande nave come la Concordia.

Il comandante e il peso di 32 morti sulla coscienza Francesco Schettino è il comandante che abbandonò la nave diverse ore prima che i passeggeri fossero tutti in salvo e che ai ripetuti inviti della Capitaneria di porto di Livorno di risalire a bordo per coordinare i soccorsi, rispose con mezze parole e poi al contrario si tolse definitivamente di mezzo, salendo sugli scogli vicini al porto del Giglio. Francesco Schettino è l’uomo che dal 13 gennaio 2012 deve fare i conti con accuse che il più delle volte vanno al di là delle mere disquisizioni “penali”: messo alla gogna da una platea spietata e ridicolizzato dal popolo del web, non ha mai smesso di difendersi e di dichiararsi innocente. E in alcuni casi – come il processo – non ha esitato a scagliare la palla avvelenata contro Jacob Rusli Bin, perché trentadue morti pesano troppo sulla coscienza di un singolo uomo. Il Comandante della Costa Concordia è stato abbandonato anche dalla sua compagnia e si trova, ora, a combattere la sua battaglia per l’assoluzione, in totale solitudine, circondato solo da familiari e amici che raccontano a tv e giornali quanto Francesco stia soffrendo per questa terribile condizione. Alcuni colleghi hanno però dichiarato quanto il Comandante sia “un grande professionista, un marinaio abilissimo nelle manovre e un uomo mai arrogante e sempre disponibile”. Schettino, in vista dell’udienza, ha passato tutta l’estate a studiare le carte processuali e da tempo, nel mondo dell’editoria, si mormora che stia buttando giù interi block notes per raccontare le sue memorie e affidarle alle pagine immortali di un libro verità. (MC)


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Il direttore generale della Banca d’Italia incontra in esclusiva Lumsanews

L’Italia di Rossi

di lorenzo Caroselli “I segnali di ripresa dalla crisi sono deboli ma ci sono”. E’ iniziato così l’incontro a porte chiuse tra il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi e una delegazione di studenti del Master in giornalismo della Lumsa di Roma. Secondo Rossi il nostro Paese si sta rialzando a fatica da cinque anni di dura recessione e lo sta facendo molto lentamente. L’importante è co-

gliere i segnali di ripresa che ci sono e utilizzarli al meglio. Al centro dell’incontro c’ è stato il tema della crisi, delle sue ricadute sul mercato e delle possibili vie d’uscita. Il direttore generale, seduto a un tavolo preparato per l’occasione dal cerimoniale di Palazzo Koch ha parlato agli studenti anche dell’importanza di guardare i mercati stranieri. Quello americano, ad esempio, si è sviluppato rapidamente ed è importante coglierne

vizi e virtù per realizzare, anche da noi, quel modello di libero mercato che oltreoceano funziona così bene. Tra le occasioni uniche offerte alla redazione di Lumsanews c’è stata anche una visita guidata per le sale della sede di Bankitalia di Via Nazionale, 91 a Roma. All’interno dei saloni, opera dell’ingegno del grande architetto dell’Italia umbertina Gaetano Koch, gli studenti del master hanno potuto così ammi-

A Palazzo Koch s’intravedono i primi segnali di ripresa

«Fiducia nel futuro del Paese»

di alessia argentieri “In Italia i primi segnali di una lenta ripresa economica si iniziano a vedere, sono segnali fragili, ma vanno colti: è un’occasione che non può essere persa”. Lo ha dichiarato il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi in un’intervista rilasciata a Lumsanews. Quanto è profonda la crisi dell’economia italiana? Lo stato di crisi dell’economia italiana ha radici molto lontane, secondo la maggior parte degli analisti risale addirittura agli anni 90. E’ una crisi dovuta all’incapacità di essere efficienti e produttivi, di essere al passo con l’evoluzione delle nuove tecnologie e la globalizzazione dei mercati. Con la crisi mondiale, nata negli Usa e poi diffusasi in Europa, la situazione italiana è diventata particolarmente difficile poiché l’Italia è entrata in quella crisi con un organismo già reso fragile dai suoi pro-

blemi precedenti ed è stata quindi colpita dalle conseguenze della crisi più duramente di altri Paesi europei. Quale può essere la ricetta per uscire da questo stato di crisi? Quello di cui abbiamo bisogno in Italia è di far nascere imprese nuove intorno a idee nuove e farle crescere con rapidità e competenza. Purtroppo questa è una caratteristica mancante nella storia dell’economia italiana dell’ultimo quarto di secolo e che dovremmo invece cercare di sviluppare. Dal 2009 a oggi più di 300 aziende italiane sono state acquistate da gruppi stranieri, possiamo parlare di Italia in svendita? Siamo tutti un po’ schizofrenici su questo argomento perché da un lato ci si lamenta del fatto che l’Italia non sia capace di attrarre investimenti dall’estero e poi, quando questo succede, ci si lamenta del fatto che l’Italia è in svendita. È fondamentale avere investitori stranieri in Italia, ma

se al tempo stesso le imprese italiane non sono capaci di internazionalizzarsi vuol dire che c’è un difetto di fondo nel sistema produttivo che non riesce ad essere abbastanza attivo e presente sui mercati internazionali. È stato introdotto nella Costituzione l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014. È la sanzione formale di un comportamento che avremmo dovuto modificare già da molti anni: non si fa sviluppo con i debiti. E’ diventato quindi necessario il faticoso esercizio che va sotto il nome di spending review. Si usa una locuzione inglese perché non c’è un equivalente italiano, il che la dice lunga sulla mancanza di cultura della buona spesa pubblica che c’è in Italia. Nonostante la crisi, comprerebbe titoli di stato italiani? Sì li ho comprati, perchè continuo ad aver fiducia nella solidità di fondo del Paese.

rare per un’ora arazzi, quadri, sculture, marmi di Smirne e pellami delle concerie toscane unici al mondo. Ma come funziona il complesso sistema di Bankitalia? La Banca è organizzato in tre dimensioni: internazionale, nazionale e locale. L'Amministrazione centrale elabora e attua gli indirizzi strategici, gestionali e operativi; l’organizzazione territoriale, si articola in Sedi, insediate nei capoluoghi regionali, e in Filiali, presso alcuni capoluoghi di provincia. Le Sedi svolgono operatività piena e sono anche impegnate in attività di analisi economica e di rilevazione statistica a livello locale. Le Filiali, il cui numero si è ridotto negli ultimi anni, svolgono un’operatività ridotta, circoscritta ad uno specifico servizio (che curano il servizio di tesoreria dello Stato, servizio all’utenza, e che svolgono compiti limitati compiti in materia di vigilanza bancaria e finanziaria, circolazione monetaria e sistema dei pagamenti). Queste ultime sono anche impegnate in attività di analisi economica e di rilevazione statistica a livello locale. La Banca d’Italia è infine presente all’Estero con delegazioni nelle città di Londra, New York e Tokyo e xfunzionari distaccati con la qualifica di addetti finanziari distaccato presso le principiali alcune rappresentanze diplomatiche.

Da Bari a Via Nazionale Nato a Bari il 6 gennaio 1949, Salvatore Rossi è Direttore Generale della Banca d'Italia dal 10 maggio 2013. Nel 2013 ha fatto parte del cosidetto "Gruppo dei saggi") istituito dal Presidente della Repubblica Napolitano. Assunto in Banca nel 1976, è stato Capo del Servizio Studi (2000 – 2006), Direttore Centrale per la Ricerca economica e le Relazioni internazionali (2007 – 2011), Segretario Generale e Consigliere del Direttorio per i problemi della politica economica nel 2011, Vice Direttore Generale della Banca d'Italia dal gennaio 2012 al maggio 2013. Membro del Comitato strategico del Fondo Strategico Italiano (FSI), dello Eurosystem IT Steering Committee, dei Consigli di amministrazione della Fondazione del Centro Internazionale di Studi Monetari e Bancari (ICMB) di Ginevra e dell'Istituto Adriano Olivetti (Istao), del Consiglio direttivo dell'Einaudi Institute for Economics and Finance (EIEF), dell'Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato Scientifico della rivista L'industria.


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L’Italia spinge per la definizione di una politica comunitaria

Immigrati, tragedia senza fine

Uomini, donne e bambini alla mercè di trafficanti senza scrupoli

di alessandro Filippelli Arrivano dall’area subsahariana, dal Corno d’Africa ma anche dalla Tunisia, dall’Egitto e dalla Siria. I migranti attendono giorni, settimane, e a volte anche mesi per iniziare un viaggio che spesso finisce in tragedia. Duemila dollari, questa è la cifra che pagano , il doppio se il mare è mosso, perché si deve utilizzare un’imbaracazione più grande. Uomini, donne e bambini vengono caricati sui barconi senza differenza di posto e prezzo. Merce umana inconsapevole del reale pericolo di essere mandati a morire, pronti a tutto pur di cercare un’altra vita. Su 31.400 persone sbarcate dall’inizio del 2013, i siriani sono 8 mila, come gli eritrei, mentre i somali sono tremila: 26 mila solo in Sicilia, di cui 11.686 tra Lampedusa e Pantelleria.

Nel 2005 l’Unione Europea ha varato il sistema Frontex per coordinare la vigilanza sulle frontiere esterne dell’Unione. Finanziato con 6,3 milioni di euro nel 2005, ha visto il suo budget crescere a quasi 42 milioni nel 2007 e a circa 87 milioni nel 2010. L’Unione quindi non lesina le risorse per il controllo delle frontiere, con incrementi molto maggiori di quelli registrati da tanti altri capitoli di spesa. Il nostro Paese non è sotto

assedio, i dati lo dimostrano: l’Italia nel 2012 ha ricevuto 15.715 richieste d’asilo: molte meno di Germania (77.500), Francia (60.600), Svezia (43.900), Gran Bretagna (28.200) e Belgio (28.100). Secondo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l’attenzione va focalizzata sul come risolvere “il nodo dell’asilo politico”. Palazzo Chigi, intanto, ha elaborato una road map per rispondere alla tragedia

Fronte comune contro la tratta

L’Europa aiuta l’Italia a fronteggiare l’emergenza di leonardo rossi Sono più di trentacinque mila i migranti sbarcati dall’inizio dell’anno sulle coste calabresi e siciliane. Un fenomeno che non accenna a diminuire. Chi fugge dal proprio paese in guerra e dalle dittature è disposto a pagare sino a 4 mila euro a persona, dopo gli ultimi arrivi e la strage di Lampedusa i riflettori tornano a puntarsi sull’inarrestabile fenomeno migratorio. Gli stranieri in Italia sono ormai quasi 4 milioni, cioè il 6,5% della popolazione nazionale. Ci sono anche circa 650.000 immigrati regolare permesso. Circa il 73% dei migranti entra in Italia con un normale visto turistico,

solo il 12% entra via mare con i barconi dall’Africa e dal Medio Oriente. Negli ultimi mesi il flusso proveniente dalla Siria è notevolmente aumentato a causa dei combattimenti fra i vari gruppi ribelli e il regime di Damasco. In particolare la gente fugge

dalle principali città del paese e chi ha la possibilità raggiunge i porti del Libano e della Turchia per imbarcarsi su vecchie “carrette del mare” con destinazione Italia. L’operazione Frontex, per il controllo in mare, non ha dato quei risultati che ci si aspettava. Parte adesso una nuova iniziativa destinata a controllare e a soccorrere le imbarcazioni in difficoltà: si tratta dell’operazione “Mediterraneo sicuro” che vede la Marina militare italiana in azione per controllare il canale di Sicilia e le rotte che arrivano a Lampedusa e in altri porti del sud Italia e per evitare tragedie come le ultime al largo delle nostre coste.

di Lampedusa: legge organica sull’asilo; più fondi ai comuni per l’accoglienza dei rifugiati; controlli Ue rinforzati alle frontiere marittime dell’Italia e ritocchi alla Bossi-Fini. All’ultimo Consiglio Ue degli Affari interni, il commissario europeo, Cecilia Malmström, ha annunciato che la Commissione europea ha chiesto agli Stati membri di garantire risorse e impegno politico per lanciare una vasta operazione di controllo del Mediterra-

neo. Il Consiglio dei Ministri degli Affari interni Ue, intanto a Lussemburgo nell’ultima riunione, ha deciso un rafforzamento della capacità di Frontex, all'interno di una cabina di regia più ampia costituita da Italia, Commissione europea e agenzie interessate, tra cui la stessa Frontex, Europol e il Servizio esterno dell'Ue. L’Italia sollecita la definizione di una politica comunitaria in materia di immigrazione, che è stata sempre gestita secondo l’ottica emergenziale e della sicurezza, lasciando i singoli Stati, a risolvere da soli la questione degli sbarchi, i campi di accoglienza al limite del collasso, e il varo di leggi repressive più o meno efficaci. Ma l’emergenza continua e altre decine e decine di migliaia di migranti sono pronti a partire.

I Cie costosi e inefficaci Ecco perché sono falliti Sono strutture di passaggio ma c'è chi ci resta un anno e mezzo. Sull’onda di proteste e scioperi della fame sono tornati alla ribalta della cronaca i centri di identificazione ed espulsione, i Cie. In Italia sono 13, per 1.900 posti. Quando nacquero, nel 1998, con la legge Turco-Napolitano, si chiamavano Centri di permanenza temporanea. Dieci anni dopo, il governo Berlusconi cambiò loro nome e ragione sociale: centri di identificazione ed espulsione. Ma i Cie non riescono a fare nessuna delle due cose. Ogni struttura è organizzata in maniera diversa perché non esiste un unico ente amministratore. La gestione è affidata con gare di appalto vinte riducendo al minimo i costi. Non sono solo gli stranieri a dire che il sistema dei Cie è iniquo e non funziona, a testimoniarlo sono tante sentenze giudiziarie emesse negli anni, A 15 anni dalla nascita dei primi Cpt, il sistema dei centri ha ormai dimostrato il suo fallimento e le statistiche non sono certo incoraggianti neanche dal punto di vista dei legislatori che li avevano istituiti. Oltre al pesante costo morale del ledere i diritti degli stranieri rinchiusi in detenzione amministrativa, i Cie hanno anche costi esorbitanti dal punto di vista economico, 55 milioni l’anno secondo i calcoli della Scuola Sant’Anna di Pisa. Nonostante le ingenti spese, poi, le procedure di identificazione ed espulsione restano farraginose ed inefficienti. (AF)


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La comunità di Sant’Egidio lancia un appello: salviamo chi fugge dalle guerre

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“Il coraggio di sperare la pace”

di alessio Perigli La tragedia di Lampedusa impone una riflessione su come rilanciare la speranza in un mondo che sembra aver smarrito la bussola che ci guida verso la valorizzazione della dignità della persona umana. Per questo Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha promosso “Il coraggio della speranza”, ciclo di convegni svoltosi a Roma per costruire ponti di dialogo tra culture differenti. Lo scopo dell’evento è far incontrare e dialogare diversi esponenti religiosi, in modo da comprendere come la diversità debba essere considerata un valore e non una minaccia. Utilizzare la propria fede come mezzo di violenza è ciò che gli organizzatori vogliono scongiurare attraverso un dialogo fecondo tra i diversi approcci spirituali nel rispetto rigoroso delle peculiarità della propria visione del mondo.

Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio

Si sono svolti 31 incontri, dislocati prevalentemente in zona Trastevere. In questi eventi sono state affrontate una serie di tematiche che toccano da vicino l’uomo globalizzato: dalla violenza sulle donne dentro i contesti religiosi, a come la fede possa essere una risposta al terrorismo, che si vanta del nome di Dio deturpandolo con l’ormai risaputa violenza.

Il cardinale vicario di Roma Agostino Vallini, ha dato il suo appoggio all’iniziativa il 29 settembre, in occasione dell’omelia pronunciata celebrata nella basilica di San Paolo. Ha ribadito come la fede cattolica sia basata sull’amore e che non preveda alcuna forma di esclusione. Vallini, per dar forza al suo ragionamento, si è affidato alla parole di Timoteo, citate

espressamente nella predicazione: “Tu uomo di Dio, tendi alla giustizia, alla fede, alla carità. Conserva irreprensibile e senza macchia il comandamento dell’amore, fino al giorno della manifestazione del Signore. Combatti la buona battaglia”. Parole che prefigurano la profezia del salmo 85 dove “giustizia e pace si baceranno, misericordia e verità si incontreranno”. Anche il presidente del Consiglio Enrico Letta è intervenuto per sostenere l’iniziativa: «Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare la predicazione di Papa Francesco, contro la globalizzazione dell’indifferenza, che è la base di ogni condizione che porta alla guerra, contro la quale noi tutti dobbiamo lottare» - ammonisce Letta. Che aggiumge: “E voi avete il compito di portare a tutto il mondo un urlo di pace che deve rompere questo laccio di indifferenza».

Troppe donne abbandonate e stuprate anche sui barconi dell’esodo

Così si violenta la dignità umana

di alessandra Pepe Sopravvivere alla strage di Lampedusa, ma con un brutto ricordo: lo stupro subito dai compagni di traversata. E’ quanto accaduto ad Afef, ma potrebbe essere la storia di qualsiaisi altra donna nel mondo, come dimostrano i dati presentati al panel sulla violenza contro le donne . «Abbiamo peccato contro le donne, così facendo abbiamo peccato contro Dio». Inizia così il suo intervento il rabbino David Rosen, direttore dell'American Jewish Committee. Rosen evidenzia che la maggior parte delle fedi, soprattutto quelle abramitiche, hanno

origine all’interno di sistemi patriarcali nelle quali le donne erano considerate "beni mobili" di proprietà degli uomini. Questo è in contrasto con l’insegnamento biblico per cui ogni persona è stata creata a immagine e somiglianza di Dio. Ogni affronto alla dignità di qualunque essere umano è una bestemmia. «La violenza contro le donne è una macchia sull’umanità, un’umiliazione dnuncia Rosen - per le nostre religioni che si basano sulla dignità umana come dono di Dio. La tutela rappresenta una sfida per noi tutti. Dobbiamo fare di più e meglio per proteggerla e sopratutto per darle uno sta-

Una foto della campagna contro la violenza sulle donne

tus adeguato nella società, e nelle nostre comunità religiose». L'ubezeka Tamara Chikunova, fondatrice dell’Associazione “Madri contro la pena di morte”, ricorda, che «la violenza domestica è una realtà presente nel mondo, che colpisce le donne indipendentemente dalla classe sociale o dal grado di istruzione». Il 70 per cento delle donne è soggette a violenza, il che indica le di-

mensioni globali del dramma. Per la Chikunova le cause sono da ricercarsi nell'irresponsabilità degli uomini, nelle donne non sono consapevoli dei loro diritti, nel persistere di un'educazione arcaica. Il problema si può risolvere? «Formando le donne, creando leggi adeguate, trasformando culturalmente la società. e gli atteggiamenti degli uomini», risponde decisa la Chikunova.

Da Lampedusa alla Siria Sant’Egidio s’impegna a evitare tragedie Il naufragio del barcone con a bordo centinaia di profughi eritrei, nel quale a poca distanza da Lampedusa hanno perso la vita 231 persone, ha riportato l’attenzione sulla situazione sociale e politica del continente africano e del Medio Oriente. Un’attenzione che la Comunità di Sant’Egidio ha tenuto alta nel corso della serie di convegni intitolata “Il coraggio della speranza”, dove ampio spazio ha avuto la questione medio-orientale, con tutti i problemi derivanti dal conflitto tra religioni. Infatti, come ha ricordato nel suo intervento l’arcivescovo di Algeri, Ghabel Bader: «Dopo le primavere arabe è diminuito il numero dei cristiani in Medio Oriente e nel nord Africa; e ci sono problemi anche tra le varie componenti dell'Islam. Tutto questo fa emergere la fragilità della convivenza» in un luogo, dove «coesistenze radicate nelle menti e nei cuori per secoli, negli ultimi tempi sono state messe in discussione nei paesi della regione. Alla cultura del vivere insieme è subentrata la cultura della violenza. Bisogna rapidamente separare la religione dalla politica perché la politica insozza la religione». Di Medio Oriente, in particolare di Siria, ha poi parlato Domenico Quirico, il giornalista de La Stampa liberato poche settimane fa dalle mani dei ribelli siriani, che ha dichiarato: «Le potenze occidentali hanno la colpa di aver lasciato soli i ribelli, dimostrando ottusità politica e viltà». I numeri della società siriana, devastata da anni di guerra civile, li ha poi dati, Haytham Manna, presidente del National Coordination Body: «il 49,9% dei siriani è disoccupato, il 40% delle infrastrutture è stato distrutto o contrabbandato, il 25% dei bambini non va a scuola e non sa leggere e scrivere: nessun aiuto umanitario potrà riportarci dove eravamo prima». (FG)


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Dopo le ultime tragedie in mare le diocesi italiane hanno allestito più di 3.000 po PO dO duSA Pe lAM

«No ai trafficanti di uomini» La Caritas chiede un corridoio umanitario

di Gianluca Natoli «Preghiamo insieme Dio per chi ha perso la vita: uomini, donne e bambini, per i famigliari e per tutti i profughi. Uniamo i nostri sforzi perché non si ripetano simili tragedie. Solo una decisa collaborazione di tutti può aiutare a prevenirle». Con queste parole Papa Francesco, all’indomani della tragedia di Lampedusa dello scorso 3 ottobre, si è rivolto ai fedeli. La Caritas da sempre offre supporto a migliaia di migranti (oggi circa 5.000) che a Lampedusa si trovano a dover fronteggiare i problemi del vivere e talvolta del sopravvivere quotidiano. Il giorno dopo l’incidente del barcone rovesciatosi in mare,

con a bordo più di 500 persone provenienti dall’Africa subsahariana, il direttore di Caritas Italiana Francesco Soddu scuoteva il mondo della politica con questo interrogativo: «Perché l’Italia, come hanno già fatto altri

paesi, ad esempio la Germania, non apre dei corridoi umanitari per far arrivare in sicurezza queste persone, con le loro famiglie, invece di costringerli nei fatti a mettersi in mano dei trafficanti di uomini e a rischiare la propria

vita in mare?». La Caritas, dal canto suo, ha dato da subito il buon esempio. Per placare l’emergenza sovraffollamento del centro di accoglienza lampedusiano si è resa disponibile per farsi carico delle spese del trasferimento in albergo dei migranti più in difficoltà. Tutte le diocesi italiane hanno dichiarato di voler mettere a disposizione oltre 3.000 posti per i sopravvissuti e per coloro che sono stati bloccati a Lampedusa in attesa di una nuova sistemazione. Non solo. Raccogliendo l’invito di Papa Francesco, la Caritas italiana e quella diocesana di Agrigento hanno annunciato di voler adibire una tenda per i

più piccoli, all’interno della quale gli oltre 166 minori presenti a Lampedusa potranno giocare recuperando parte della propria serenità. «Occorre che questa tragedia resti impressa nella coscienza degli italiani – ha detto l’Arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro - Credo che per Lampedusa sarà una pagina di dolore che nessuno strapperà». Stando all’ultimo rapporto “Povertà” pubblicato dalla Caritas a ottobre 2012, le persone transitate nei Centri di Ascolto sparsi in tutta Italia sono state 22.523 nei primi sei mesi dell’anno, in sensibile aumento rispetto al 2011. Sempre in riferimento allo stesso periodo

dell’anno precedente sono aumentati gli italiani ascoltati dalla Caritas (+ 15,2%); stabili i disoccupati (59,5%); in crescita i problemi di povertà economica (+10,1%)

Più di mezzo milione le domande di asilo politico in Italia dal dopoguerra a oggi

Il lungo viaggio verso la speranza di un futuro migliore di Francesca ascoli La tragedia di Lampedusa ha scosso l’opinione pubblica e riacceso le polemiche sul mancato appoggio dell’Unione europea al nostro paese sul problema della tratta e dell’accoglienza dei migranti. In Italia, in particolare al sud, le strutture sono al collasso e nonostante l’impegno della Protezione Civile, delle associazioni e dei volontari la situazione è drammatica. A dimostrarlo sono i numeri raccolti nel Dossier Statistico sull’immigrazione redatto, come ogni anno, dalla Caritas e Migrantes, riferito al 2012. La maggior parte degli sbarchi arriva dal Nord Africa, per

Migranti sul barcone

confluire su l’isola siciliana: ha coinvolto circa 60000 persone, con provenienza dalla Tunisia e poi dalla Libia (circa 28mila). Una volta giunti sulle nostre coste, e dopo i primi soccorsi, i migranti sono ospitati nei centri di accoglienza, presenti nell’isola, ma anche su tutto il territo-

rio. L’Italia dispone di 3 mila posti che fanno capo allo Spar, il Servizio per richiedenti asilo e rifugiati, che collabora sia con le regioni che con gli Enti Locali. Altri 2mila posti sono offerti dal Cara, Centro di accoglienza per richiedenti asilo, mentre altri 3mila posti sono gestiti dai Centri

di accoglienza per immigrati. A questi, sia aggiungono 500mila posti messi ha disposizione dalle Regioni in collaborazione con la Protezione Civile. Ma il problema principale, come sottolineato dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano nei giorni scorsi, è quello dell’asilo. Dal dopoguerra al 2012 sono state circa mezzo milione le domande, con una media annuale di circa 8mila richieste, presentate da persone provenienti oltre che dai martoriati territori africani, anche dall’Europa dell’Est. Un terzo delle domande hanno avuto un esito positivo. L’Europa, però, non può lasciare solo l’Italia. Segnali incorag-

gianti vengono dal presidente del Parlamento europeo Martin Schulz che dopo la tragedia di Lampedusa, ha dichiarato la necessità di “una politica di immigrazione comune” in modo da accogliere i profughi fra tutti stati membri dell’Unione, perché “è una vergogna che l’Ue abbia lasciato cosi a lungo sola l’Italia”. Anche Barroso, presidente della Commissione Euroepa in visita a Lampedusa, sostiene la necessità di “ulteriori misure da prendere e azioni concrete da sviluppare a livello nazionale ed europeo per far fronte alla spinosa questione dei rifugiati e alle difficoltà degli Stati membri colpiti dal fenomeno".


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MIGRANtI / 4

osti letto per i rifugiati

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«Ero miliardaria». E ora l’assiste la Caritas

I nuovi poveri di Colle Oppio di Claudia Nardi

e gli interventi di erogazione di beni materiali (+44,5%). L’unica nota positiva arriva dalla diminuzione, stimata al 10,7%, delle persone senza dimora o con gravi problemi abitativi. A breve saranno resi noti i nuovi dati Caritas relativi al 2013.

Quando la vita ti volta le spalle. La storia di Maria (la chiameremo così, come lei ha chiesto) non è una storia comune: nei suoi occhi si legge tutta la sofferenza di un’esistenza travagliata. A sentirla parlare, però, Maria sembra non aver mai perso la speranza, la stessa che le è sempre servita per andare avanti. «Anche se morissi di fame – chiarisce subito – non mi abbatterei perché il mio carattere attivo mi porta a trovare sempre una soluzione». Grinta e forza di volontà non le sono mai mancate, nonostante gli schiaffi ricevuti. Nata da una famiglia di ricchi proprietari terrieri di Napoli, Maria ha sempre avuto tutto e anche di più. «Ero ricchissima e ora sono costretta a mangiare alla Caritas. I miei genitori mi avevano abituato troppo bene e all’improvviso mi sono ritrovata povera. Tutta la mia vita è stato un alto e

basso ma non sono mai stata con le mani in mano». Maria si barcamenava tra ristoranti e alberghi di sua proprietà, che gestiva insieme al marito conosciuto sul luogo di lavoro. Non le mancava nulla ma alcuni investimenti sbagliati e troppo azzardati l’hanno portata ad avere miliardi di debiti e le banche non le davano più respiro. «Mio marito non ce l’ha fatta a sopportare un dolore così grande, così è morto e io sono rimasta di nuovo sola al mondo». A Napoli non aveva più un mo-

Parla il coordinatore Virtù «Più italiani alla mensa» Aperta nel 1983 in via delle Sette Sale, tra il Colosseo e la Stazione Termini, la mensa Caritas più grande di Roma oggi è intitolata a Giovanni Paolo II. Un'iscrizione all'ingresso ricorda le sue parole: «l'uomo che soffre ci appartiene». Diretta da Carlo Virtù, risponde all'emergenza alimentare di italiani e immigrati di 90 nazionalità. Ma soprattutto, spiegano gli operatori «offre ascolto e accoglienza». Carlo Virtù, come funziona il vostro lavoro? «La funzione della Caritas è quella di accogliere le persone sia dal punto di vista umano che so-

ciale. Il nostro compito non è solamente quello di offrire da mangiare, il nostro vero lavoro è soprattutto quella di inserire e reinserire le persone nella società. Dunque, un’accoglienza a 360 gradi cercando sempre di non trascurare nessun ambito». Come sono cambiati negli anni gli ospiti della mensa della Caritas? «Sicuramente il numero d’italiani, i cosiddetti “nuovi poveri”, sono aumentati circa del 10 %. A mio parere, il vero problema non è la percentuale ma la questione che ci dovrebbe preoccupare è che questo dato

non dovrebbe proprio sussistere. Il mercato del lavoro e la società in generale escludono molti giovani e questa situazione fa intendere che c’è qualcosa che non funziona. Da noi vengono anche tantissimi pensionati a basso reddito o che hanno perso la casa, che da soli non riescono a pagare l’affitto o fare la spesa. Per quanto riguarda gli stranieri, cambiano le etnie ma il numero rimane invariato. Negli anni Novanta c’erano più persone dell’est Europa e ora abbiamo più persone provenienti dall’Africa». (FA e CN)

tivo per restare e così arriva a Roma. Povera e senza conoscere nessuno, ad accoglierla è subito la Caritas di Roma che le offre un pasto caldo ogni giorno. «Io avevo perso tutto ma mi era rimasta almeno la gioventù. A quel punto, o andavo avanti oppure la depressione mi avrebbe travolto. Se non avessi avuto questo carattere forte, la mia vita sarebbe finita in quel momento. Non conoscevo la Caritas di Roma ma ne avevo comunque sentito parlare. Adesso i volontari si prendono cura di me e mi hanno addirittura fatto trovare un lavoretto in un ristorante. Questo posto per me è la speranza di rinascere, anche alla mia età». Maria non è la sola a mangiare alla mensa della Caritas: sempre più italiani, infatti, si ritrovano a dover fare la fila per assicurarsi il pane quotidiano. La presenza in Caritas di pensionati e casalinghe è ormai una regola, e non più l’eccezione.

Lampedusa e gli aiuti I numeri della solidarietà A Lampedusa la situazione si fa ogni giorno sempre più critica. Sono quasi 5000 gli emigranti presenti sull’isola, ma il centro di primo soccorso e accoglienza può ospitarne al massimo 800. Per capire quale fine facciano tutti gli altri e in che condizioni vivano, basta allungare lo sguardo sulla collina che sovrasta il porto. Adibita come accampamento informale con materiale di scarto recuperato qua e là ospita moltissimi migranti di varie nazionalità. L’intervento della Caritas, anche qui, per queste persone più in difficoltà è fondamentale. Non tutte le esigenze riescono ancora a trovare una risposta. Chi non riesce ad accaparrarsi un pasto nella mensa del centro di accoglienza riceve dagli operatori della Caritas panini imbottiti, tè e latte caldo, barrette di cioccolato. A volte viene accompagnato in Parrocchia per una doccia (la normalità per noi, ma non per loro) e trovare una parola amica. Anche i Lampedusiani si danno da fare: non di rado invitano gli emigrati a mangiare a casa loro, oppure in pizzeria. Le condizioni igieniche sull’isola restano nel complesso ben al di sotto del livello minimo di dignità umana. L’immondizia è ovunque e come due mondi opposti si incrociano gli sguardi di chi soffre e chi con un grande cuore esprime solidarietà e suscita la fede. (GN)


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Dopo gli ultimi arresti, in difficoltà il movimento neonazista ellenico

Grecia, il tramonto di Alba dorata di Carlo Di Foggia Prima del blitz del 28 settembre scorso che ha decapitato i vertici del partito di estrema destra Alba Dorata, non era mai successo che un politico greco in attività finisse agli arresti. In carcere rimangono Nikos Michaloliakos, leader del partito, e il suo vice Christos Pappas con l’accusa di far parte di un’organizzazione criminale, imputazione che in Grecia permette l’arresto di membri del parlamento senza chiedere l’autorizzazione dell’assemblea. Mentre continuano in tutto il Paese le perquisizioni della polizia nelle sedi del partito, il tre ottobre scorso tre dei cinque deputati arrestati sono stati scarcerati e pochi giorni dopo si sono presentati alla riapertura dei lavori parla-

Militanti di Alba dorata

mentari. La notizia ha spiazzato l’opinione pubblica. Il blitz, eseguito in pompa magna, era stato motivato dalle autorità con il pericolo che il movimento neonazista - 7,8% di voti alle ultime elezioni e 18 seggi - stesse costituendosi in una vera e propria banda armata con l’obiettivo di realizzare un colpo di stato. Due vicecapi della polizia sono stati arrestati con l’accusa di connivenza e favoreggiamento dei membri

dell’organizzazione. Secondo l’accusa, ci sarebbe stata anche una regia occulta dei vertici del partito dietro l’uccisione del 34enne rapper Pavlos Fyssas, avvenuto ad Atene il 17 settembre scorso per mano di militante di Alba Dorata, Georgios Roupakias. Delle due l’una: o hanno ragione i militanti a gridare al complotto o i magistrati hanno sopravvalutato la forza del movimento. Secondo il giornalista Dimitri

Mikudis, dietro il blitz dello scorso settembre, ci sarebbe l’intenzione del governo di Antonis Samaras di chiudere i conti con un partito ingombrante e dare un segnale di attivismo all’opinione pubblica e all’Europa vista l’empasse economica. «In Grecia la magistratura è sempre stata fortemente legata al governo - spiega Mikudis - il presidente della Corte di Cassazione è nominato dall’esecutivo. Da noi non esiste una magistratura indipendente, e questa mi pare un’operazione di facciata. I voti di Alba Dorata fanno gola ai partiti di destra in vista di future elezioni anticipate, visto lo stallo politico in cui versa il paese. Gli agganci con la polizia ci sono sempre stati, finora hanno permesso ad un movimento razzista e xenofobo di sfogarsi verso

gli immigrati, ma dopo l’uccisione di Fyssas si sono accorti del pericolo e hanno agito in fretta». Mikudis non crede che il partito di Michaloliakos abbia un futuro. «C’è la sensazione che sia una meteora, credo che a breve verrà dichiarato illegale. Certo potrebbero creare un partito civetta come fecero i comunisti negli anni ’50 e ’60, ma non penso che possano rappresentare un problema in futuro». Eppure c’è chi in Italia sembra puntarci molto, come i militanti di Casa Pound, l’organizzazione che raccoglie l’estrema destra romana, che si sono affrettati a esprimere solidarietà ai cugini greci e si preparano a esportarne il modello alle prossime elezioni. Ma con prospettive ben più modeste.

Intervista al giornalista e scrittore greco Dimitri Deliolanes

“La loro lettura preferita? Il Mein Kampf” L’ultimo libro sui nazisti di Atene Giornalista e scrittore greco, Dimitri Deliolanes ha lavorato per la tv di Stato greca Ellenica ERT dal 1982, di cui è stato corrispondente a Roma per 31 anni. Dimitri è autore di alcuni documentari sulle relazioni tra Italia e Grecia e conosce molto bene la storia politica del nostro Paese, soprattutto il periodo della strategia della tensione e del terrorismo italiano. Ha anche scritto una biografia critica su Silvio Berlusconi. Il suo ultimo libro, pubblicato nel 2011, è “Alba Dorata. La Grecia nazista minaccia l’Europa”, un saggio sulla nascita e i progetti futuri di questo movimento neonazista. Dopo la chiusura della ERT (Radiotelevisione Pubblica Greca) nel giugno 2011, a causa dei tagli e delle politiche di austerity imposte dallo Stato, Dimitri ed altri continuano a fare il lavoro su un canale streaming. Naturalmente senza stipendio. I suoi articoli sono stati pubblicati su Limes, il Manifesto, il Foglio. (MB)

di Marina bonifacio Incitano all’odio razziale, se la prendono con gli immigrati e la violenza è il linguaggio che preferiscono. Sono i membri di Alba Dorata, movimento neonazista greco. Ne abbiamo parlato con Dimitri Deliolanes. Dopo la Grecia, qual è il reale obiettivo del movimento? Destabilizzare tutta l’Europa. Il pericolo imminente sarà però in sede europea, al prossimo appuntamento elettorale di maggio, dove il fronte antieuropeista rischia di avere un ampio margine di successo in Parlamento. Veniamo al tuo libro. Quando nasce Alba Dorata? Nel 1980. Più che un excursus storico, nel saggio mi soffermo sulla natura di questo movimento. AD non ha nessun punto in comune nè con il nazionalismo nè con il regime dei Colonnelli. AD è una loggia massonica? Non c’è bisogno di scomodare i massoni. Per Alba Dorata preferirei

Dimitri Deliolanes

parlare piuttosto di movimento iniziatico. Tra i riti d’iniziazione necessari per entrare a far parte di quest’organizzazione c’è la lettura obbligatoria del Mein Kampf. La società greca sostiene AD? Voglio sfatare un falso mito che ancora oggi circola tra alcuni quotidiani italiani, come quando si disse che AD distribuì cibo tra la popolazione durante le elezioni del 2012. Non esiste un tessuto sociale del movimento. E’ più corretto dire che parte dell’elettorato di destra di Senaris – adesso al governo – non si sente più rappresentato dal suo presidente e vuole punirlo proprio entrando a far parte di un movimento di estrema destra come AD.

C’entra qualcosa la crisi e la forte ondata migratoria? La crisi è sicuramente il maggiore acceleratore del successo di queste tendenze ultranaziste, in Grecia ma non solo. L’immigrazione e l’odio verso il diverso che toglie il lavoro alla gente del posto hanno dato un ulteriore impulso, soprattutto a partire del 2007. In Italia esiste un simile pericolo? Non è possibile negare l’esistenza di forti tensioni sociali anche in Italia, soprattutto adesso, dopo gli eventi di Lampedusa. Ma bisogna capire che gli immigrati non rappresentano un pericolo e allo stesso tempo l’Europa deve provare a sostenere i suoi cittadini di fronte a questa crisi. Le scelte degli esecutivi degli ultimi anni non hanno mai offerto una soluzione concreta al problema. Ancora ricordo l’appello dell’ex premier Monti che gridava: “Noi non siamo come la Grecia”. Questa non è l’unica strada percorribile. Bisogna piuttosto assumere coscienza delle dimensioni di questa crisi e valutare insieme le possibili soluzioni.


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Troppi flop per la Farnesina. Dall’India, al Brasile fino al Kazakistan

Diplomazia, pasticci all’italiana

di alessandro Filippelli Schiaffi all’Italia senza fine. La Farnesina conta poco e viene sistematicamente scavalcata. Tutta colpa di un sistema istituzionale inadeguato. I rapporti internazionali non passano più direttamente e soltanto dal ministero degli Esteri: ciascuna istituzione del nostro Paese ha una sua, autonoma, “proiezione internazionale”. Basti pensare al caso banale delle riunioni interministeriali europee, tra i ministri dell’Economia, dello Sviluppo, della Difesa. Persino le regioni hanno una loro “politica estera”. I ministeri sono così abituati ad agire in proprio, e la Farnesina non riesce a tenere insieme le file di tutto. Così la macchina diplomatica italiana, spesso, si inceppa precipitando nell’immobilità. La causa dell’impasse della politica estera italiana, che collega tra loro i pasticci diplomatici italiani, sarebbe dovuta alla

recente riforma delle direzioni generali. L’elenco è piuttosto lungo: il caso Battisti; la guerra di Libia del 2011; la tragica fine dell'ingegnere piemontese Franco Lamolinara e la mancata informazione, da parte degli inglesi, sull'avvio del blitz in Nigeria per liberarlo; la storia dei due Marò consegnati agli indiani per indecisionismo; la mancata estradizione dell’agente Cia, Seldon Lady, condannato a 9 anni in Italia per la deportazione illegale di Abu Omar; il caso della si-

gnora Shalabayeva, rispedita assieme alla figlia in Kazakistan come “un pacco indesiderato”, e infine il discutibile ruolo dell’Italia, lasciata sola dall’Ue ad affrontare il problema dell’immigrazione. Per finire ai contrasti con la Germania per la sepoltura di Erik Priebke. Nel 2010, per rispondere alle logiche di maggiore integrazione internazionale, il ministero degli Esteri si riformò, superando la tradizionale divisione delle direzioni generali per aree geogra-

fiche di competenza, una logica che corrispondeva al vecchio sistema ormai superato dei rapporti bilaterali tra stati. Così furono create, accanto alle altre, due grandi direzioni generali, “sistema paese” e “mondializzazione”. Le due strutture, e il resto delle direzioni, hanno funzionato, almeno nella lunga fase di rodaggio. Poi, dal ministro Giulio Terzi in poi, qualcosa ha cominciato a scricchiolare. Come spiegava una nota della stessa Farnesina del 21 dicembre 2010, “I riflettori, con la riforma, saranno puntati sulle opportunità di business per le imprese italiane nei cinque continenti”. Ma da quel giorno i pasticci con i mercati emergenti, con l’oriente e l’Asia dominata dall’India, dove l’Italia cerca di vendere i suoi prodotti per sopperire alla scarsa domanda interna, hanno invece spesso compromesso i potenziali rapporti commerciali.

CASO MARO’

Latorre “eroe” per il Paese. E resta tesa la situazione Era il 15 febbraio quando per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, militari del Reggimento San Marco, è iniziata la loro odissea. Latorre, oggi è stato elevato oggi al rango di “Eroe” dalla stampa indiana. L’aggettivo eroico è stato utilizzato dal quotidiano indiano, New Sunday Express, per definire il salvataggio di un giornalista. Il militare italiano era uscito dal carcere, grazie ad un permesso speciale per incontrare i suoi familiari. Mentre era diretto dell’incontro, “Latorre” si è accorto che un’auto stava per schiacciare una persona; d’istinto si è frapposto fra l’automobile e la potenziale vittima, bloccando con le proprie mani la retromarcia della vettura. L’uomo salvato è un fotoreporter del Times of India, uno dei più popolari giornali della Nazione. Nonostante questa parentesi, che ha cambiato la percezione dei media, la situazione è tesa. (LR)

Intervista a Giuseppe Panocchia, ambasciatore e docente Lumsa sulla vicenda dei fucilieri italiani di Federica Macagnone «La via della diplomazia e del negoziato è sempre la strada maestra per risolvere una vertenza tra stati, ma occorre che entrambe le parti coinvolte siano mosse dalla stessa volontà: chiudere rapidamente l’incidente». È questa la premessa da cui parte l’ambasciatore Giuseppe Panocchia, già docente alla Lumsa, per esprimere la sua opinione sulla vicenda dei fucilieri di marina italiani trattenuti in India da ormai da seicento giorni. L'Italia ha commesso degli errori nel trattare il caso con l'India? «Mi sembra normale che all’inizio si sia preferito mantenere un basso profilo per facilitare una soluzione: spesso la riservatezza ne agevola la ricerca. Ma in assenza di concreti gesti conciliativi di New Delhi, è purtroppo mancata una decisa e ferma reazione italiana. Si è perseguita una linea morbida, con gesti ed iniziative

«Troppo morbidi. E l’India ne approfitta» da noi intesi essenzialmente come manifestazioni di attenzione e rispetto verso un Paese amico, percepite invece dall’India come sintomi di scarsa fiducia nel nostro buon diritto, rafforzando l’arroccamento e l’intransigenza degli indiani. sfociata in una acquiescenza alle pretese - infondate - dell’India, costata cara ai nostri due militari.» Il nostro Paese ha ancora un peso politico importante in campo internazionale? «Se la sorte dei nostri soldati, operanti nell’ambito della lotta contro la pirateria promossa dalle Nazioni Unite, ha lasciato sostanzialmente indifferente la comunità internazionale, l’Unione europea e la Nato, è legittimo pensare che la pressione politica e diplomatica del nostro Paese sia stata carente. La solidarietà e il sostegno dei nostri partner sono stati presso-

ché inesistenti, non certo all’altezza del nostro impegno sulla scena internazionale, impegno che ci porta a essere il sesto contributore finanziario al bilancio dell’ONU e ad intervenire su tutti i fronti più “caldi” nelle operazioni di mantenimento della pace, sia in termini di personale che finanziario.» Era auspicabile un intervento più deciso dell'Onu? «Siamo stati timidi nel chiedere - direi nell’esigere - un intervento diretto delle Nazioni Unite, dell’Unione europea e dei nostri alleati, che dal canto loro non si sono resi conto che il comportamento di New Delhi ha minato seriamente quella cooperazione internazionale posta a fondamento della campagna promossa dall’ONU per sradicare la piaga della pirateria. In realtà, l’India ha portato un colpo alla cooperazione internazionale in questa lotta, in

cui, invece, l’Italia crede come emerge dalla nostra adesione alla pretestuosa richiesta di collaborazione indiana che ha portato la nostra nave nel porto indiano. I nostri fucilieri operavano sulla “Lexie” nel quadro di risoluzioni del CdS e di accordi internazionali, a tutela e nell’interesse dell’intera comunità degli stati. Da una parte un tranello e l’unilateralismo dell’India, dall’altra la nostra riluttanza ad internazionalizzare il caso e la sottovalutazione dell’accaduto da parte delle Nazioni Unite e dell’UE. Del resto, neanche le limitazioni poste alla libertà di movimento del nostro Ambasciatore a Delhi, in spregio alla convenzione di Vienna sulle immunità diplomatiche, hanno suscitato adeguate reazioni. Il risultato e dinanzi ai nostri occhi.» Il caso marò avrà ripercussioni nei rapporti tra Italia e

India? «L'India è un partner economico importante per l'Italia e viceversa. Non so quale altro governo avrebbe inviato il suo ministro degli Esteri ad accompagnare una qualificata missione di imprenditori in India per discutere di cooperazione economica in pendenza di un caso come quello dei nostri fucilieri. La loro responsabilità per la morte dei due pescatori è ancora tutta da dimostrare. Tra questioni procedurali, esclusione dei nostri esperti da perizie balistiche, rinvii da un tribunale all’altro, creazione di una corte speciale ad hoc, riapertura delle indagini e da ultimo richiesta di interrogare gli altri fucilieri imbarcati sulla “Lexie”, l’India continua a trattenere i nostri due militari. Un anno fa scrissi un pezzo titolato “Rispetto per l’India, ma l’India ci rispetta?” Oggi, seguendo gli ultimi sviluppi della vicenda mi verrebbe da aggiungere: “Ma gli italiani se ne sono accorti?”».


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Tanti i problemi da risolvere, dal “duello” con Milano alle infrastrut

Olimpiadi nella Capitale

Ora le speranze di Roma che sogna i Giochi di Giulia Di Stefano Sul tavolo del presidente del Coni, Giovanni Malagò, cominciano ad arrivare i primi dossier sui progetti. Ma la scelta sulla città che dovrà trainare il rilancio di un intero paese, conquistando le Olimpiadi del 2024, non è da prendere sottogamba. Non si è ancora fischiata la fine di questo derby olimpico Roma – Milano: ogni riserva verrà sciolta solo a fine mese, quando il Coni dovrà indicare un unico candidato italiano. D’altro canto, su questo punto, Malagò è stato chiaro rispetto a chi ventilava l’ipotesi di un’olimpiade “a metà” tra le due metropoli: “Non è possibile – ha dichiarato il presidente che avvenga una candidatura in tandem di Roma e

Costi e benefici per l’Italia La Commissione Fortis fu incaricata dall’ex premier Monti di valutare la candidatura di Roma 2020, studiandone le ripercussioni economiche per il nostro Paese, vediamo alcuni dati (periodo 2015-2025): -Crescita del Pil: 17,7 mld -Nuovi posti di lavoro: 12mila nuove occupazioni in media all’anno -Costi organizzativi: 2,5 mld -Costi per impianti sportivi: 1,4 mld -Spese e introiti per lo Stato: 8,2 mld di spesa totale, di cui 3,5 coperti dal Cio e 4,7 a carico dell’Italia Milano: è proprio la carta olimpica che non lo prevede”. Il numero uno del Coni smentisce poi le voci che lo vedono tifoso della candidatura romana, vista anche la sua carica di presidente del Circolo Canottieri Aniene: “Sono assolutamente neutrale”. Il più agguerrito di tutti, per ora, è il leghista Roberto Maroni: “Roma è una città sull'orlo della

bancarotta – affonda il governatore della Lombardia - Milano, invece, sull'onda dell'Expo 2015, può farlo”. Più miti invece i rapporti tra Giuliano Pisapia ed Ignazio Marino: il sindaco di Milano è pronto a fare un passo indietro sul fronte olimpico, puntando però a fare della sua città il palcoscenico degli Azzurri agli europei di calcio del 2020,

che saranno itineranti. La capitale, da parte sua, può calare delle buone carte: ogni anno ospita infatti eventi di primo piano come il Golden Gala di atletica leggera, il grande rugby con il Sei Nazioni, gli Internazionali di tennis, la maratona e il concorso di equitazione Piazza di Siena. Pesa però sulla nuova amministrazione Marino l'incubo default e l’eredità di scandali del recente passato, con gli sprechi dei Mondiali di Calcio di Italia '90 e, soprattutto, i Mondiali di nuoto del 2009. I finanziamenti stanziati in quell’occasione favorirono la nascita di molte piscine private, grazie anche a varie deroghe edilizie e urbanistiche: su tutti, l’esempio negativo del Polo natatorio di Ostia, costato

256 milioni di euro e rimasto poi in stato di abbandono. La paura degli sprechi aveva già fatto fare marcia indietro all’ex premier Mario Monti, che ritirò la candidatura italiana per le olimpiadi 2020.

Solo tra quattro anni inizierà la prima fase per scegliere la città che ospiterà i giochi olimpici

Ecco le candidature per il 2024: c’è anche Taipei di lorenzo Caroselli Dopo le parole del sindaco di Milano Giuliano Pisapia che si è detto pronto a decidere insieme a Ignazio Marino se candidare la sua città o lasciare lo scettro a Roma, le città di tutto il Mondo si candidano per il grande evento del 2024. Poco conterà chi dei due la spunterà perchè per i due sindaci l’importante sarà tenere l’evento in Italia. Perchè fuori da qui l’elenco dei nomi è lungo: per l’Africa ci sono Durban, Nairobi e Casablanca. Per l’Asia, Taipei, Doha e Delhi; per l’Europa, Copenaghen, Malmö e Baku (Azerbaijan). In Francia in lizza ci sono Parigi e Marsiglia; in Germania, Berlino e Amburgo; in Russia, San Pietroburgo e Kazan; Kiev per l’Ucraina. Non è da meno il Nord America con Toronto, Guadalajara, Los Angeles, Philadelphia,

Dallas, Baltimora, Boston e San Diego. Infine il Sud America propone Buenos Aires, Lima e Bogotà. Intanto il sindaco della capitale spagnola Ana Botella ha dichiarato di recente che Madrid non si candiderà ai giochi olimpici del 2024. Anche Instanbul fa sapere di non essere interessata alle olimpiadi e di preferire gli Europei di calcio 2020 e i Giochi europei. Ritirate anche le candidature di Dubai, San Diego (Tijuana), Tulsa

(Oklahoma), e Busan (Corea del Sud). Ma ecco come funzionerà la selezione. La primissima fase riguarda le cosiddette “applicant cities”, le “città richiedenti”: si aprirà nel 2015. Il Cio, Comitato olimpico internazionale, sottoporrà un questionario alle città che avanzano la richiesta di ospitare le Olimpiadi. Una sorta di test, alquanto esigente, che serve a stabilire le condizioni preliminari per poter proseguire nella selezione. I

punti del questionario riguardano la condizione delle infrastrutture sportive, il sistema dei trasporti, la sicurezza, le finanze, il riutilizzo in futuro delle strutture olimpiche, la disponibilità alberghiera e soprattutto il supporto politico e della popolazione. In questa ottica, il lavoro svolto per la candidatura del 2020 può essere una buona base da cui ripartire. Ottenute le risposte, il Cio passa alla scrematura che lascia in piedi quattro - cinque opzioni: sono le città che passano dalla dicitura “applicant” a quella di “candidate cities”, città ufficialmente candidate. E’ la fase calda, quella in cui il Cio chiede di rispondere a un secondo questionario, più dettagliato, oltre a inviare una commissione nelle città indicate. Si passa infine alla votazione conclusiva, prevista per il 2017. Staremo a vedere cosa succederà.


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«Ma noi siamo già pronti»

L’assessore Pancalli: felici per la candidatura di Marco Stiletti

Ci si rilancia ora in un’avventura che potrebbe profilarsi come un’arma a doppio taglio. Occasione di sviluppo, come fu per la Barcellona del 1992 o acceleratore di declino, vedi Atene 2004: nel dubbio, quei cinque cerchi olimpici continuano a cantare come le sirene di Ulisse.

www.lumsanews.it Borgo Sant’Angelo 13 00193 Roma tel. 0668422261 Direttore responsabile Cesare Protettì Tutor professionisti Guido Alferj (il Periodico e Online) Giampiero Bellardi (Radio Tv) Nicole Di Teodoro Monia Nicoletti Tutor tecnici Michele Farro (Radio Tv) Raffaele Pizzari (Web)

Luca Pancalli, 49 anni, assessore allo sport del Comune di Roma è uno dei protagonisti della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Assessore Pancalli, qual è al momento lo stato delle strutture sportive a Roma? «La città di Roma è dotata di uno straordinario numero di strutture sportive. Purtroppo ci sono delle difficoltà soprattutto nelle aree più periferiche della città. Noi dobbiamo pensare maggiormente a risanarle e fornire ai cittadini luoghi dove praticare sport». Che clima c’è intorno alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2024? «Credo che ci sia tanta attenzione, ma anche tanta consapevolezza e prudenza, ma soprattutto lungimiranza. Non bisogna andare troppo avanti. Bisogna esser seri perché il momento non è facile per il nostro

Alessia Argentieri Francesca Ascoli Marina Bonifacio Annalisa Cangemi Lorenzo Caroselli Domenico Cavazzino Gianpaolo Confortini Mariangela Cossu Paolo Costanzi Alessandra D’Acunto Carlo Di Foggia Giulia Di Stefano Alessandro Filippelli Marcello Gelardini Fabio Grazzini Federica Macagnone Manuela Moccia Domenico Mussolino Claudia Nardi Gianluca Natoli Claudio Paudice Alessandra Pepe Alessio Perigli Francesca Polacco Marco Potenziani Giulia Prosperetti Leonardo Rossi Anna Serafini Sara Stefanini Marco Stiletti

COME LEGGERE IL QR-CODE Per accedere ai servizi televisivi realizzati da Lumsanews basta inquadrare il QR-code con l’App dello smartphone

Luca Pancalli

Paese. Il Premier Letta ci ha fatto vedere una luce in fondo al tunnel, ma non siamo ancora usciti del tutto dalla crisi. L’importante è fare attenzione fin dai primi passi della candidatura per non sbagliare nulla». Perché il Premier Letta ha appoggiato subito il progetto Olimpiadi 2024 e Monti si disse contrario per il 2020? Vista oggi, fu una scelta quella dell’ex premier? «La dimensione economica del 2020 è diversa da quelli di oggi. Io, uomo di sport, soffrii per la decisione di allora. Credevamo

che l’ipotesi di candidatura fosse anche una possibilità per guardare positivamente al futuro. Le decisioni del presidente del Consiglio allora furono di un’altra natura e vanno comunque rispettate. Oggi il Premier Letta si trova ad analizzare una situazione diversa con le condizioni economiche che non ci permettono di sognare, ma che ci danno speranze per riuscire a portare le Olimpiadi a Roma». Proviamo allora, assessore, a sognare. Roma diventa sede delle Olimpiadi. Cosa porterebbe questo evento alla città. Roma è pronta ad ospitarle? «Quello che porta un evento olimpico nei confronti di una città è sotto gli occhi di tutti. Le Olimpiadi creano un indotto economico e occupazionale di gran valore e consentono di cambiare la città anche dal punto di vista turistico. Io credo che non ci siano dubbi sull’utilità dal punto di vista economico, ma bisogna imparare dagli errori».

Quando Livio Berruti nel ‘60 sbalordì l’Olimpico (e il mondo) Il cantante Raf nel 1989 cantava “Cosa resterà di quegli anni ‘80...”. A Roma, invece, dopo l’annuncio della candidatura ai Giochi del 2024, viene da chiedersi cosa resta delle Olimpiadi, romane, quelle del 1960, che i giornalisti di allora chiamavano “del mondo che cambiava”? Gli ultimi Giochi nella città eterna del ‘60 furono quelle delle imprese di Livio Berruti, medaglia d’oro nei 200 metri, dell’etiope Abebe Bikila nella maratona e di Muhammed Ali, medaglia d’oro nella boxe. Roma ‘60, però, fu anche l’Olimpiade in cui l’Urss finì prima nel medagliere, vincendo la particolare sfida contro gli americani in pieno periodo di Guerra Fredda. Nei pressi dello stadio Flaminio venne realizzato il Villaggio Olimpico dove furono costruiti il Palazzetto dello Sport e le residenze per gli atleti. Oggi, purtroppo, della struttura di piazza Apollodoro rimane ben poco di ordinato. Dei giardini quasi non rimane nulla. La mancanza di impianti di irrigazione, li ha trasformati in sterrati. Una fine ancora più

Livio Berruti

ingloriosa è capitata al Velodromo Olimpico all’Eur, riutilizzato in vari progetti inutili che lo hanno portato solo alla sua distruzione. Non solo gli impianti di Roma sono stati lasciati marcire per appigli burocratici ed amministrativi. A Castel Gandolfo, ad esempio, nelle vicinanze del lago Albano, che ospitò le gare olimpiche di canoa e canottaggio e dove cinquant’anni fa Aldo Dezi e Francesco La Macchia vincevano una medaglia d’argento nella canadese biposto, resta solo una struttura di ferro fatiscente Ora con la candidatura di Roma ai Giochi del 2024 sembra ritornare di nuovo lo stesso incubo. (MS)


di Marcello Gelardini 11 febbraio 2013: Benedetto XVI annuncia le sue dimissioni dal pontificato. Poche centinaia di metri separano la nostra redazione dal palazzo apostolico. È subito caos, l’occasione è di quelle da cogliere al volo. La storia che ti entra in casa. Inizia un periodo faticoso ma, al tempo stesso emozionante, in cui Lumsanews si mobilita in massa per seguire un evento mai verificato prima. Le

tappe di avvicinamento al giorno dell’uscita di scena di Papa Ratzinger, la sede vacante, il conclave, la folla oceanica per l’elezione di Papa Francesco e il sorprendente inizio del suo pontificato. Con noi sempre in prima fila per immortalarne e raccontarne ogni momento. Indubbiamente il punto di alto del nostro praticantato. Ma come dimenticare il resto. I grandi reportage: in Catalogna, sulle tracce degli indipendentismi; in Grecia, nel

cuore della crisi globale; ad Auschwitz, testimoni dell’orrore nazista. Le inchieste di casa nostra: la Sicilia dei petrolchimici; il Muos di Niscemi; il viaggio a L’Aquila, città fantasma a quattro anni dal sisma. L’esperienza al Festival del Cinema di Venezia. E ancora: il Festival del giornalismo di Perugia e quello di Internazionale a Ferrara, fianco a fianco con i professionisti del settore. La cronaca di Roma con i problemi di una città in continua tra-

sformazione: la viabilità, l’edilizia selvaggia e l’ambiente; ma anche la criminalità dilagante, l’emergenza casa, l’artigianato e, naturalmente, la politica con gli scandali in Regione e l’elezione al Campidoglio di Marino. E poi i grandi temi: la crisi economica, l’allarme disoccupazione, la questione carceri; gli esteri, con la crisi egiziana e il conflitto in Siria; gli interni, con la rielezione di Napolitano al Quirinale, altro

evento storico passato per le nostre mani. Immancabili gli spazi dedicati a sport, cultura e spettacoli. In una parola: tutto, proprio come le grandi testate; sicuramente non con gli stessi mezzi ma certamente con lo stesso impegno e, forse, con un pizzico di entusiasmo in più. Tantissime interviste, approfondimenti, fotografie; storie rimaste impresse nella nostra memoria, tracce indelebili di un percorso esaltante sulla strada di un sogno.

Per gli allievi del master in giornalismo è tempo di ricordi, bilanci...e sogni

Ciao ragazzi

ciao

Ma torniamo molto presto...

di anna Serafini È tempo di bilanci a Lumsanews. Con questo numero, con questa pagina, si chiudono i nostri due anni di master di giornalismo. Mi guardo intorno, seduta al pc dell’aula-redazione che giorno dopo giorno ci ha ospitato e la osservo. La palestra Il “Credo nella professione giornalistica” di Walter Williams è incorniciato, vicino alla porta. È lì almeno dal 30 gennaio 2012, il nostro ‘primo giorno di scuola’. Già nelle prime tre righe è racchiuso il senso più profondo di questa strada che abbiamo scelto: “pubblica fiducia”, “responsabilità”, “servizio”. Se in questi due anni fossimo riusciti a immagazzinare questi tre concetti, il nostro “zainetto” di giornalisti conterebbe l’essenziale. Guardo quell’A4 incorniciato e mi piace pensarlo come un punto fisso nel mare d’incertezze in cui, come generazione e come giornalisti, ci troveremo a nuotare tra qualche mese. Speranze, entusiasmo e fiducia in noi stessi a parte. Dall’altro lato di quella porta, la nostrabacheca. Risultati di esami e bandi di concorso convivono con foto e caricature. Tra gli altri, c’è unAlessandro Filippelli, giubbino di pelle e Rayban scuri addosso: il nostro Fonzie. E un Carlo Di Foggia concentrato, durante un’esercitazione di giornalismo fotografico, a immortalare un

Premiatissimi Si chiude in bellezza. Ultimi giorni di master ed ennesima soddisfazione per i praticanti. “Fiction: un mestiere per professione”, è il titolo del reportage con cui Lumsanews è stata premiata dal RomaFictionFest. L’ennesimo successo di un biennio trionfale. Un’avventura cominciata con la partecipazione alla Spring School del Ministero del Welfare, che ha premiato i migliori lavori in tema d’integrazione, appena poche settimane dopo l’inizio del master. Successo bissato con la conquista del premio “Comunicare l’acqua”, grazie all’inchiesta sull’emergenza idrogeologica in Liguria. Un primo anno concluso col botto, con la selezione di quattro ragazzi per partecipare all’evento “America Decides”, con cui l’ambasciata Usa in Italia ha seguito l’Election Day 2012. Col nuovo anno si moltiplicano gli attestati e i riconoscimenti: la nostra inchiesta sulle librerie indipendenti di Roma vince il primo premio al “Festival del giornalismo culturale”di Urbino mentre il viaggio tra i petrolchimici siciliani porta a casa il premio “Ilaria Rambaldi”. E non finisce qui: al concorso “Videonews Challenge”, organizzato dall’agenzia di stampa Tmnews, è en plein; primo, secondo e terzo posto. E ancora: il premio “Formazione per l’informazione”, consegnato dall’Ordine dei giornalisti durante il Festival di Perugia. Un crescendo culminato nell’ultima affermazione. Con l’auspicio che, questi, siano solo i primi passi di un percorso professionale ricco di successi. colombo… a Piazza San Pietro. Oltre a scrivere e a lavorare sodo, ci siamo anche divertiti. Ciò che non siamo mai riusciti a capire, però, è il mistero della dissoluzione dei giornali: quale sia quella legge scientifica per la quale entrando in quest'aula la mazzetta dei quotidiani si smaterializzi in un massimo dieci minuti è ancora un'incognita. Gli allenatori In questi 24 mesi, in questa stessa stanza, ci hanno insegnato qualche trucco del

mestiere Francesco Bongarrà, Pier Paolo Cito, Paolo Corsini, Francesco Giorgino, Alessandro Guarasci, Flavio Haver, Enrico Marro,Andrea Melodia, Fausto Pellegrini, Stefano Polli, Massimo Razzi, Vittorio Roidi, Gennaro Sangiuliano, Pino Scaccia, Giancarlo Tartaglia e Jacopo Volpi. Alle loro lezioni si sono aggiunte quelle dei docenti universitari e le testimonianze di professionisti dell'informazione, tra cui Giampaolo Cadalanu, Franco Di Mare, Sergio Lepri, Michele Mirabella, Sandro Petrone, Marco Sas-

sano, Barbara Schiavulli e Ugo Tramballi. Ma soprattutto, ogni mattina in redazione ci ha allenato GuidoAlferj (carta stampata e online), il nostro “Guidoneee”, come lo chiama il collega Giampiero Bellardi, guida per il giornalismo radiofonico e televisivo. Quello che abbiamo costruito in questi mesi lo dobbiamo anche a loro, a Pino Di Salvo e Giovanni Ciarlo, alle tutor Monia Nicoletti e Nicole Di Teodoro, al tecnico di produzione Michele Farro, al direttore scientifico Gennaro Iasevoli, al direttore professionale Cesare Protettì, a Camilla Rumi e a tutti coloro che in quest'aula sono entrati anche solo di passaggio. Per ogni nome, almeno 30 ricordi. The end... ma è solo l’inizio! C'è tutto questo in questo stanzone mascherato da aula informatica. Ci siamo noi, come siamo arrivati e come ne usciamo. C'è tutto ciò a cui abbiamo rinunciato per stare qui, la vita condivisa, le nostre amicizie, incomprensioni, ambizioni, le esperienze interiorizzate degli stage, i nostri lavori, i nostri premi. È tutto questo mondo che salutiamo. Non solo voi, lettori, per i quali la frequentazione di questo mondo ha senso. Così la porta di quest'aula si chiude alle nostre spalle. The end, verrebbe da dire. Invece no. Abbatteremo il portone che intravediamo e ci ritroveremo ancora. Su altre pagine.

Registrazione Tribunale Roma n.585/99 del 13 dicembre 1999 - Poste Italiane Spa - Sped. Abb. Post. 70% - DCB Roma - Stampa: Domograf, Roma

il Periodico SAlutI dAllA RedAZIONe 24 LUMSANEWS Noi, praticanti di Lumsanews. In prima fila a raccontare la Storia

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Periodico numero 36 37  

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