Page 1

LUMSA

NEWS IL PERIODICO

Libera Università Maria Ss. Assunta - Ordine dei giornalisti del Lazio Periodico del MASter in giOrnALiSMO n. 39 - 15 aprile 2014

La chiamavano

Trinità

Piazza di Spagna invasa da ambulanti e pataccari Eppure è il luogo più fotografato d’Europa di Alessandra Aurilia

D

imenticatevi delle immagini da cartolina. A guardare oggi Piazza di Spagna e Trinità dei Monti si ha l’impressione di essere entrati in un suq: da mesi il degrado la fa da padrone, con un’invasione di venditori ambulanti abusivi appostati a ogni angolo della piazza e lungo tutta la scalinata. Inutile anche il recente blitz dei vigili urbani, intervenuti a “smantellare” la casbah dopo l’ennesima denuncia dei giornali. Appena 24 ore dopo, ecco riapparire di nuovo i venditori, abilmente nascosti tra la folla. Una piaga permanente per due tra i dieci luoghi più fotografati al mondo – come reso noto dal sito di Google SightsMap – secondi solo al Guggenheim Museum di New York. Peccato che non basti una classifica a riscattare i tesori artistici di Roma.

P alaz zo Nard ini u n l u o go si m bo l o d a sa lv ar e

Finché la Barcaccia va I lavori termineranno a giugno

Ancora transenne intorno alla Fontana della Barcaccia in piazza di Spagna. Il restauro dell’opera del Bernini è stato avviato a ottobre per volere della Sovrintendenza ai Beni Culturali. O almeno è quanto è stato detto. Il cantiere sembrerebbe abbandonato, e l’impressione è che le enormi coperture installate intorno alla fontana (apparentemente necessarie a consentire l’inizio dei lavori) siano in realtà solo un pretesto per pubblicizzare gli sponsor del progetto. Ma la Urban Vision srl, società responsabile del restauro, assicura che i lavori sono effettivamente in corso e termineranno regolarmente a giugno 2014. Fiduciosi, staremo a vedere. (aa)

Guida ai ristoranti preferiti dai politici italiani

Come è difficile in Calabria fare il giornalista Pag. 3

Pag. 6

Pag. 8


2

il Periodico LUMSANEWS

Allarme di Legambiente: rischio di speculazione edilizia di Cecilia Greco

Il progetto dello stadio della Roma continua ad attirare polemiche. La zona di Tor di Valle, a ridosso della Via del Mare, rimane ancora oggi un’area prevalentemente verde, di cui molti non vogliono privarsi. Ad alzare la voce contro la costruzione del gigante di cemento sono soprattutto le associazioni ambientaliste che operano nel Lazio. Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio, ha dichiarato: “Lo stadio a Tor di Valle strumentalizza la passione dei tifosi per una bella speculazione edilizia. Sono evidenti le problematiche per l’area che comprende zone agricole e vincolate, non suscettibili di trasformazione urbanistica. Non si può continuare a giocare con le passioni dei tifosi, realizzare stadi di proprietà delle società del pallone nella Capitale non ha alcun interesse pubblico”. Le preoccupazioni degli ambientalisti riguardanti

i vincoli di tutela paesaggistica si uniscono a quelle di natura idrogeologica. L’area in cui dovrebbe nascere lo stadio della Roma si trova in una fascia territoriale a rischio esondazione che dovrebbe essere messa in sicurezza. Inaspettatamente, la zona di Tor di Valle rappresenta l’habitat di numerose specie animali tenute sotto controllo dal WWF. A ridosso del fiume, secondo le associazioni ambientaliste, si possono incontrare specie inusuali come l’airone bianco maggiore e l’airone cinerino e, se si è fortunati, istrici, ricci e volpi. Oltre al problema della conservazione e della preservazione delle specie animali che hanno trovato riparo nella zona, vi è anche quello della viabilità. Sarà quindi necessario migliorare la percorribilità delle strade limitrofe ma, soprattutto, iniziare a progettare delle soluzioni che tutelino la mobilità dei residenti.

A Tor di Valle nascerà anche il Villaggio giallorosso

Addio

all’Olimpico La Roma cambia lo stadio: per imitare la Juve o per un business miliardario?

di Roberto Rotunno

L

a forma che assumerà il nuovo stadio della Roma è quella del Colosseo. Un ovale di acciaio e vetro che ospiterà dalla stagione 2016/17 le partite dei giallorossi. La proprietà americana ha deciso insomma di fare le cose in grande con una operazione simile a quella svolta dalla Juventus due anni fa con la costruzione dello Juventus Stadium. Tutto è pronto: il presidente James Pallotta aspetta l’ok di Ignazio Marino dal Campidoglio. La struttura sarà dotata di circa 52mila posti a sedere, che potranno diventare 60mila nei grandi eventi

internazionali. Non solo lo stadio, nell’idea dell’architetto statunitense Dan Meis, al quale è stata affidata la progettazione: accanto all’impianto sportivo, nascerà il Roma Village, lo spazio pensato per i tifosi della Roma e per essere vissuto sette giorni su sette, trecentossessantacinque giorni all’anno. E se i tifosi giallorossi sono entusiasti ed impazienti di trasferirsi nel nuovo stadio che sorgerà a Tor di Valle, c’è anche qualche associazione ambientalista che storce il naso di fronte all’impatto che avrà il “nuovo Colosseo” sul paesaggio. Il progetto avrà bisogno di una serie di interventi infrastrutturali, prioritari

secondo il primo cittadino: dovrà essere potenziata la linea ferroviaria Roma-Lido e sarà creato un prolungamento in superficie della metro B con l’apposita stazione Tor di Valle. Il nuovo svincolo dal Grande raccordo anulare faciliterà il raggiungimento del nuovo stadio in automobile. La presentazione ufficiale del progetto in Comune avverrà nelle prossime settimane. Il sindaco avrà poi novanta giorni per esprimersi sull’interesse pubblico dell’opera. Sarà il primo stadio in Italia ad essere realizzato in ossequio alle nuove norme sulla costruzione delle strutture spor-

tive che tendono soprattutto su progetti ecocompatibili, per quanto riguarda la questione energetica, e sulla diversificazione dei proventi attraverso la creazione di servizi a latere, capaci di attrarre profitti tutti i giorni della settimana. Ed è proprio questo l’obiettivo del presidente James Pallotta. Il Roma Village si estenderà per 13.500 metri quadri e ospiterà negozi e ristoranti a tema. Sarà certamente presente uno dei più grandi Megastore Nike, considerando l’avvio della partnership tra il colosso dell’abbigliamento sportivo e la società giallorossa, previsto a partire dalla prossima stagione. Per le altre collaborazioni, si è parlato di Disney e di Apple ma per il momento le comunicazioni ufficiali confermano solo la nascita del negozio Nike con un enorme led sulla facciata che insisterà sulla piazza per la proiezione delle partite in trasferta. Un progetto imponente insomma, che dovrebbe avere anche grandi ricadute occupazionali, come si augura il sindaco Marino. La società parla di migliaia di nuovi posti di lavoro permanenti prodotti dall’investimento generale che dovrebbe arrivare ad un miliardo di euro, considerati i 300 milioni che serviranno soltanto per finanziare la costruzione dello stadio. Il “trasloco” di Totti e compagni dall’Olimpico a Tor di Valle è previsto per l’inizio della stagione 2016/17. Visti i propositi, l’auspicio di tutti è che questa grande opera contribuisca a dare un calcio alla crisi.


il Periodico LUMSANEWS

In abbandono Palazzo Nardini che ospitò la Casa delle donne

3

Cade a pezzi l’edificio simbolo del femminismo romano di Elisa Mariella e Corinna Spirito

U

no degli ultimi ricordi del movimento femminista italiano sta morendo lentamente. Palazzo Nardini, storico edificio, voluto dal cardinale Stefano Nardini nel XV secolo, è oggi in uno stato di abbondono totale. Prima storica Casa delle

Il vecchio stabile è stato nuovamente abbandonato donne di Roma, il palazzo oggi rischia di perdere la sua “grande bellezza”. Il portale esterno della struttura fa intuire la magnificenza di un tempo, grazie alle bugne a punta di diamante e all’elegante fregio con festoni, rosette e palmette. Anche se è all’interno che si racchiudono i veri tesori: gli splendidi portici dell’unico cortile rimasto e i preziosi affreschi che decorano il quarto piano. Tesori che si rischia di perdere per sempre, dopo oltre sei secoli, per noncuranza e negligenza. Oggi infatti le pitture del 1400 sono esposte a ogni tipo di condizione ambientale (sole, pioggia, vento) dal momento che le finestre sono prive persino della minima protezione, mentre la struttura stessa dell’edificio è pericolante e i tubi, scoperti e incompleti, scaricano l’acqua piovana direttamente sull’intonaco della facciata, ormai fatiscente. A mobilitarsi per l’intervento della Regione Lazio, proprietaria dell’immobile e per la salvaguardia di questo bene artistico, ci ha pensato il Comitato per la Bellezza tramite un

appello, già sottoscritto da importanti personaggi del mondo della cultura e dell’arte (tra cui Salvatore Settis, presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, presidente dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Salvatore Settis, già presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, Irene Berlingò responsabile Assotecnici del Ministero). Seppur nel 2008 la Regione Lazio avesse stanziato 6 milioni di euro

per evitare lo sfascio definitivo dell’edificio, da allora Palazzo Nardini è stato nuovamente abbandonato a se stesso e condannato così all’inevitabile sfacelo. Per questo motivo il Comitato per la Bellezza si è attivato, chiedendo agli enti competenti (l’assessore alla Cultura della Regione Lazio, Lidia Ravera; il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti; il segretario generale del MiBACT, Antonia Pasqua Recchia e il direttore generale del Lazio per il MiBACT, Federica Galloni) un intervento repentino e defi-

Il lato rosa degli anni ‘70 Fra le mura di Palazzo Nardini non si nascondono soltanto affreschi quattrocenteschi: l’edificio in Via del Governo Vecchio infatti fu, dal 1976 al 1983, la sede della Casa delle donne, luogo fisico in cui le femministe si batterono per ottenere il diritto di scegliere delle loro vite, al pari degli uomini. Erano gli anni Settanta e le donne facevano sentire le loro voci, conquistavano quelle libertà che per troppo tempo erano state loro negate. Il Movimento delle donne, nato in seno alla politica di stampo radicale, proprio in quegli anni vide in Palazzo Nardini il luogo in cui poter dar vita allo spirito di cooperazione femminile. Beatrice Pisa, una delle ragazze che vissero i tumulti della lotta di genere, ha raccontato gli anni dell’occupazione di Palazzo Nardini da parte delle prime appartenenti al Movimento. Nuvole di polvere, buio, un generale stato di deca-

denza: questi i primi frammenti di memoria, ciò che le ragazze trovarono appena entrate. Eppure lo stato di degrado del palazzo non impedì loro di farne la propria casa: in poco tempo le stanze di Palazzo Nardini divennero accoglienti, ospitarono centri d’ascolto contro la violenza di genere, un servizio di cura dell’infanzia, attività di self-help, insegnando alle donne l’auto visita ginecologica e il corretto uso di anticoncezionali. Nonostante l’impegno del Movimento, Palazzo Nardini rimase comunque un edificio fatiscente che il Comune di Roma continuava a reclamare promettendone la ristrutturazione. A oggi, com’è noto, la sede del Movimento è cambiata (Palazzo del Buon Pastore Via della Lungara, 19) ma l’abbandono di Palazzo Nardini è rimasto immutato nel tempo. em e cs

nitivo. L’Ufficio Stampa dell’Assessore al Bilancio della Regione Lazio, Alessandra Sartore, ha spiegato come il presidente della Regione Zingaretti si sia già attivato dallo scorso novembre, tenendo un tavolo di confronto con l’Agenzia del Demanio per discutere della necessità di valorizzare il patrimonio laziale. Sono infatti 1500 i beni oggetto della valutazione e ogni immobile – ha spiegato l’Ufficio Stampa – ha una storia a sé. È necessario che qualcuno si occupi di Palazzo Nardini con continuità nel tempo, tanto che si sta riflettendo sulla possibilità di

Il Comitato si è attivato con le istituzioni per salvare il fabbricato venderlo al MiBACT perché venga reimpiegato, ad esempio come sede di una Biblioteca Archeologica. La Regione avrebbe dovuto rendere noto il censimento degli immobili valutati entro la fine di marzo 2014, ma le difficoltà burocratiche hanno probabilmente fatto sì che i tempi si allungassero. Per ora, dunque, non si può fare altro che attendere una risposta, che, tardando ad arrivare, eleva sempre più il rischio che Palazzo Nardini possa venire irrimediabilmente danneggiato e scomparire per sempre dal panorama del centro storico romano, inabissando con sé i ricordi delle varie anime che lo possedettero: dallo sfarzo di quando fu la dimora del cardinale, alla sobrietà dei secoli in cui ospitò gli studenti di un collegio, fino a quel sapore di rivoluzione che fu suo quando diventò la prima Casa delle donne della Capitale. Forse la grinta delle femministe anni ‘70 ancora aleggia negli stanzoni di un palazzo che sembra combattere ogni giorno per restare in piedi.


4

il Periodico LUMSANEWS

Terminata la lunga missione della portaerei italiana

Cavour

Spending review Garibaldi in vendita?

5 mesi

in mare di Alessandro Testa

C

inque mesi in mare, 20 Paesi stranieri visitati, 19 conferenze stampa e 25 eventi promozionali organizzati, oltre tremila visite mediche a bambini africani, 605 occhiali da vista personalizzati realizzati sul posto, quasi duecento interventi chirurgici pediatrici (tra ricostruttivi del volto, oculistici e ortodontici), oltre a decine di impianti elettrici ed idraulici riparati in scuole, ospedali ed orfanotrofi africani. Questo, in sintesi, il bilancio della missione “Sistema Paese in movimento”, condotta dal 30° Gruppo Navale della nostra Marina militare in collaborazione con numerose aziende pubbliche e private, l’Expo 2015, la Croce Rossa e le onlus “Operation Smile” e “Fondazione Francesca Rava”. Partite dall’Italia il 13 novembre con un equipaggio complessivo di 1.200 persone, la portaerei Cavour, la fregata Bergamini, il pattugliatore d’altura Borsini e la rifornitrice Etna hanno visitato i ric-

chi mercati del Golfo Persico e poi hanno percorso tutto il periplo dell’Africa, dal Kenia all’Algeria, passando per Città del Capo e Gibilterra. Tre delle quattro navi – il Borsini è rimasto in Mozambico per addestrare la piccola Marina locale – sono rientrate nel porto di Civitavecchia, dove l’8 aprile si è svolta la cerimonia conclusiva ufficiale. La missione, soprattutto all’inizio, è stata accompagnata da aspre polemiche per i suoi costi elevati, pari a diverse decine di milioni di euro, ma durante la conferenza stampa finale il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio di squadra Giuseppe De Giorgi, ha assicurato che «le spese operative sono state coperte integralmente dagli sponsor privati» e che «sul bilancio della Marina hanno gravato soltanto i normali costi per il personale. Abbiamo proposto questa missione dual-use proprio per poter garantire l’addestramento degli equipaggi, messo a rischio dalle attuali ristrettezze di bilancio». Al di là di alcune polemiche,

Cerimonia per il rientro a Civitavecchia del 30° Gruppo

di Giulia Lucchini

la missione ha avuto l’indubbio merito di migliorare l’immagine dell’Italia all’estero, non solo come Paese del turismo, della moda e del buon cibo, ma anche come realtà industriale di elevatissima qualità: «Abbiamo avuto ospiti a bordo un capo di Stato, un primo ministro ed almeno un ministro per ogni Paese visitato – ha raccontato il comandante della missione, ammiraglio di divisione Paolo Treu – e nessuno di loro sapeva che l’Italia avesse costruito una portaerei. Come Paese sappiamo fare tantissime cose, ma poi facciamo difficoltà a curare la nostra immagine». Numerosi gli accordi siglati, soprattutto nel campo della sicurezza navale, che hanno migliorato la nostra presenza «nei mercati del futuro, quelli africani». Meno orgogliosi sono sembrati i nostri politici, del tutto assenti alla cerimonia di rientro, a cominciare dallo stesso ministro della Difesa, Roberta Pinotti, rappresentata dal Capo di Stato Maggiore interforze, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. Solo la sua collega allo Sviluppo economico, Federica Guidi, ha inviato una breve nota di

L’obiettivo della missione: migliorare l’immagine dell’Italia industriale congratulazioni. Con le squadre lavori, impegnate a terra in collaborazione con le nostre ambasciate, c’erano anche dei civili: interpreti come la giovane Filomena Furlan, frequentatrice di un master in relazioni internazionali; oppure giornalisti come Giulia Prosperetti, praticante ed ex allieva del master Lumsa, che ha preferito posticipare di una sessione il suo esame di Stato pur di salpare con il Cavour, da cui inviava appassionati reportage: «Purtroppo non ho potuto partecipare a tutta la missione, ma sono stati due mesi intensissimi. A bordo, soprattutto durante le soste, c’è sempre stato molto da fare, sia prima che durante gli eventi promozionali. Alla fine per poter scrivere i pezzi e riposare dovevo aspettare i pochi giorni di navigazione tra un porto e l’altro».

Protagonista dei conflitti in Somalia e Kosovo negli anni '90 e della guerra contro la Libia, l’incrociatore “tuttoponte” Garibaldi è stata la prima nave simil-portaerei italiana ad entrare in servizio dopo il divieto imposto dai trattati di pace. Ha da poco superato i trent'anni: fu varato infatti nel 1983, quando presidente del Consiglio era Amintore Fanfani e dal 2009 è affiancato dal più moderno Cavour. Ora si trova a Taranto per lavori di ammodernamento. Ma intanto nasce l'ipotesi di venderlo. Il Governo infatti vuole risparmiare sulle spese militari, a partire dal numero dei cacciabombardieri F35 da acquistare, che vuole dimezzare da 90 a 45, con un risparmio di mezzo miliardo l'anno. E tra le ipotesi prende piede anche la dismissione e la vendita del Garibaldi. In tempi di spending review si eliminerebbe così una delle “ridondanze operative”, cioè il sovrapporsi di mezzi che hanno funzione analoga, ormai difficile da sostenere. La vendita del Garibaldi era già da tempo in discussione negli ambienti militari e oggi i costi di gestione di due navi “portaerei” appaiono totalmente insostenibili per il bilancio della Marina. Inoltre nei prossimi anni entrerà in servizio una nuova unità: una portaelicotteri d'assalto che renderebbe superfluo il Garibaldi. Alcune offerte preliminari sarebbero già arrivate, ma vendere sul mercato dell'usato una nave delle dimensioni di 14 tonnellate e di oltre trent'anni non è facile e in ogni caso se ne potrebbe ricavare solo qualche decina di milioni di euro.


il Periodico LUMSANEWS

Con la scomparsa delle Province cambia la mappa dell’ Italia

5

Se le Regioni

diventano

MACRO Vecchi progetti e nuove prospettive per suddividere meglio il Paese di Nicola Maria Stacchietti

che la regione lucana non verrà soppressa, e anzi vivrà di una nuova vita come componente primaria entre la scure della spending della Macroregione del Sud. Ma review del governo si abbatte anche il governatore della Calabria sulle province (svuotate nelle funScopelliti benedice la proposta: “Si zioni amministrative e private del avvii una riflessione seria ridiseloro carattere elettivo), il Parlagnando non solo il Senato come Camento pensa alla riorganizzazione mera delle autonomie, ma delle regioni in macroaree. La anche la geografia della nazione proposta è la creazione di costituendo le macroregioni, un’unica Macroregione del Sud, che sicuramente con più forza con la fusione delle territorialità possono favorire un vero svie delle competenze delle attuali luppo coordinato e progressivo regioni Campania, Basilicata, del territorio.” Puglia, Molise, Calabria e SiciE l’idea stuzzica anche la fantalia. Ritorna in Parlamento, e risia delle opposizioni. Grillo ha torna attuale in tutti i sensi: diffuso sul suo blog una propoanche la tv se ne accorge, e l’atsta di “ritorno alle origini”: il tento Antonio Ricci su questo arsantone del M5s rispolvera gomento costruisce un format l’identità di Stati millenari con Luca Bizzarri e Paolo Kescome la Repubblica di Venezia sissoglu (di nome Giass; si cio il Regno delle due Sicilie. mentano in bizzarre prove gli Perché “l’Italia per funzionare italiani divisi in macroaree, non può essere gestita da Roma nord, centro e sud). da partiti autoreferenziali e inDi qui si riaccende la discusdi Alessandra Aurilia concludenti”. Parole che strizsione riguardo la ripartizione di zano l’occhio al sempreverde tutto il territorio italiano, cicliChe sia colpa del malcontento, o della “febbre da macroregioni”, l’idea di una “nuova Italia” “Roma Ladrona” leghista. camente riesumata dagli anni sembra aver contagiato soprattutto il Veneto. Ne è la prova il clamoroso referendum online E difatti alle considerazioni di ’80 ad oggi. indetto dal comitato Plebiscito.eu, con cui la regione si è autoproclamata indipendente. Due Grillo replica Salvini: “Non In tempi non sospetti si era parmilioni i votanti annunciati e festa in piazza per la neonata “Repubblica veneta”. Peccato vorrei che essendo in difficoltà, lato diffusamente di uno studio che oltre a essere incostituzionale la votazione si sia rivelata una completa farsa: risultati Grillo inseguisse la Lega. Ma se della Fondazione Agnelli che ritruccati da voti multipli espressi con false identità digitali. E si avrebbe anche la pretesa di da lui non ci saranno solo parole duceva il numero delle Regioni legalizzarli. tra M5s e Lega si aprirà un a 12, suddivise in aree vicine al Approdati in Consiglio regionale persino due progetti referendari: l’uno per l’indipendenza fronte comune contro Roma”. raggiungimento dell’autosuffitotale del Veneto, l’altro per una maggiore autonomia da Roma, innanzitutto fiscale. Ad ag- Addirittura Maroni retwittava cienza finanziaria, obiettivo imgravare la vicenda, di per sé inverosimile, l’arresto da parte dei Ros di 24 secessionisti pronti alcune dichiarazioni dell’ex coprescindibile nella partizione dei al terrorismo pur di spingere all’indipendenza. Tra questi anche due membri dei Serenissimi, mico: “L’Italia è un’arlecchiterritori proposta dalla fondail gruppo che nel ’97 occupò piazza San Marco a Venezia a bordo di un carro armato arti- nata di popoli, di lingue, di zione. Lo studio accorpava Piegianale. Ma estremismi e illegalità a parte, il referendum veneto è la spia del malessere di tradizioni che non ha più alcuna monte, Val d’Aosta e Liguria in una regione che chiede risposte ad uno Stato per troppo tempo rimasto solo a guardare. ragione di stare insieme”. un unico ente territoriale, così

M

come Marche, Abruzzo e Molise; rispolverava il Triveneto come unica Macroregione e spartiva l’Umbria tra Toscana e Lazio e la Basilicata tra Puglia e Campania. Mentre lasciava la Calabria, la Sicilia e la Sardegna quasi interamente intatte come nello stato attuale. E il con-

senso intorno al riaccendersi di questa discussione è anche oggi ampio. Se Renzi si è detto nei giorni scorsi favorevole a riguardo, e anzi “caldoriano”, non mancano le adesioni dagli angoli più remoti dello scenario politico italiano. Pittella, governatore della Basilicata, garantisce

IL REFERENDUM

VOGLIA DI SECESSIONE IL VENETO FA DA APRIPISTA


6

il Periodico LUMSANEWS

Minacce e ricatti: vita difficile dei giornalisti in Calabria

Ero i

di Samantha De Martin

L

o spettro dei soprusi a danno dell'informazione continua a minacciare la libertà di stampa calabrese, imbavagliando, con l’arma della violenza, oltraggiando con l’insidia subdola della minaccia, l’impegno di chi cerca di esercitare la professione giornalistica con rigore e passione, in un territorio poco generoso in cui il diritto di corrispondere al dovere di notizia stenta ad attecchire, oscurato dal muro di gomma di un'omertà ostile. A poche settimane dalla vicenda che ha coinvolto il direttore de L’Ora della Calabria, Luciano Regolo, costretto a ritirare dalla pubblicazione l’articolo relativo all’indagine in corso sul figlio del senatore Tonino Gentile, coinvolto nell'inchiesta dell’Azienda Sanitaria Provinciale (Asp) di Cosenza, un altro episodio di censura è accaduto nel centro calabrese di Paola, ai danni di Paolo Orofino, giornalista del Quotidiano di Calabria, schiaffeggiato in piena piazza mentre cercava di fotografare un avvocato anche lui coinvolto nelle indagini dell’Asp di Cosenza. Uno schiaffo scivolato nel cuore di quella che il mondo classico considerava il centro vibrante della democrazia, un’agorà, una piazza, in questo caso quella del comune cosentino di Paola, che ha assistito, inerme, ad un ennesimo sopruso a danno di una comunità sempre più soffocata dal giogo del comparaggio e che giunge come un ennesimo

di carta bavaglio a quell’articolo 21 con cui la Costituzione dona all’opinione pubblica il diritto di essere informata. Lo scorso 9 febbraio a Locri, in provincia di Reggio Calabria, persone non identificate avevano dato alle fiamme le due auto del corrispondente della Gazzetta del Sud Pino

Lombardo. “In Calabria non c'è mai stata libertà d'informazione. Nel momento in cui un giornale vive dei soldi elargiti dalla politica, trovandosi a indagare su quella stessa politica, ha le mani legate” dice Claudio Cordova, direttore del quotidiano calabrese online, “Il Di-

spaccio”, autore di due libriinchiesta sulla città di Reggio. Scelto come consulente della Commissione Parlamentare Antimafia che si occuperà di monitorare il territorio dell'informazione nel territorio della 'ndrangheta, Claudio Cordova è uno di coloro che, nonostante tutto, ha scelto di re-

Logozzo: tornare all’inchiesta di Domenico Cappelleri L’esperienza di quarant’anni di carriera e un entusiasmo mai venuto meno, Domenico Logozzo ex caporedattore della Rai in Abruzzo parla della sua attività e dei mali che affliggono il giornalismo in Calabria. Persona eclettica, ha scritto per diversi quotidiani calabresi prima di approdare alla redazione Rai di Pescara. Nella sua lunga esperienza in Calabria ha avuto modo di toccare con mano quelli che erano e sono i problemi di una regione fragile. «Mi sono trovato dinnanzi a un territorio con un’economia in ginocchio, senza infrastrutture, un’emigrazione galoppante. In questo contesto le forze antisociali hanno trovato terreno fertile». Della ‘ndrangheta e dei sanguinosi anni ‘70, Logozzo racconta della sua esperienza al Giornale di Calabria: «Puntavamo forte sulle inchieste ed eravamo una serie di professionisti dalla schiena dritta». Negli anni dell’esplosione delle prime guerre tra le ‘ndrine, fare giornalismo non era

semplice: «Quando succedeva qualcosa, nessuno sapeva nulla, per sapere di più bisognava rischiare, i giornalisti calabresi erano degli eroi». Ma cosa è cambiato nel giornalismo calabrese in questi ultimi anni? «Oggi -risponde Logozzomanca un’editoria forte sulla quale i giornalisti all’epoca potevano contare, per questo succedono episodi come quello dell’Ora: è facile per la politica tentare di condizionare e rendere il giornalismo meno libero, ma questa terra ha tuttora professionisti con molto coraggio». Logozzo ha spiegato ancora quella che secondo lui è la soluzione per tornare a un giornalismo sempre efficace in una terra difficile: «Come dice Nicola Gratteri, bisogna diffidare da coloro che si dichiarano professionisti dell’antimafia e tornare all’inchiesta, serve porsi delle domande, per esempio come fa un borgo di poche anime come Natile di Careri ad essere il più grande centro mondiale del traffico di droga? Come si è arrivati a questo punto?»

stare. La tendenza della politica a minimizzare di fronte a problemi gravi come i morti per leucemia in aree nelle quali si sospetta la presenza di rifiuti radioattivi, il silenzio delle istituzioni, la paura della gente che, pur rivelando una notizia, sceglie di rimanere nell'anonimato, sottraendo credibilità a un lavoro giornalistico privo di fonti, costituiscono i tratti più “spregevoli” con i quali un professionista dell'informazione calabrese deve spesso a confrontarsi. “Viviamo in una società nella quale non tutti gli editori sono interessati a fare informazione” dice Carlo Parisi, vicesegretario della FNSI e segretario del sindacato dei giornalisti calabresi. “Le scuole dell'obbligo –incalza Parisi- dovrebbero promuovere la lettura critica di più giornali, abituando i ragazzi alla diversità dell'informazione”. La teoria del divenire, cara al filosofo calabrese Bernardino Telesio, la virtuosa finezza intellettuale che popolava la Città del Sole di Tommaso Campanella, le rigorose geometrie del calabrese Pitagora non abitano più l’antica dimora dei Bruzi. Qui, dove la spavalderia degli pseudo-potenti è di casa, tutto è più difficile per chi ha come unica “colpa” il porsi al servizio, come in missione, di una libera informazione a vantaggio della comunità. E troppo spesso “il dubbio che essere onesti sia inutile” vince su tutto.


7

il Periodico LUMSANEWS

La

guerra

con il WEB Così gli inviati raccontano l’Ucraina sui nostri giornali di Raffaele Sardella

E

uromaidan è un termine nato sul web: cambiano i mezzi di comunicazione e mutano anche i processi di formazione delle parole. Il vocabolo con cui si etichetta l’onda di proteste ucraine è stato coniato su Twitter, dove una parola chiave (hashtag) deve rimandare in modo univoco a contenuti specifici. Nei giorni caldi delle insurrezioni, qualsiasi operatore dell’informazione, digitando “#euromaidan”, accedeva allo spazio virtuale del dibattito e della prote-

www.lumsanews.it Borgo Sant’Angelo 13 00193 Roma tel. 0668422261 Direttore responsabile Cesare Protettì Tutor senior Guido Alferj Tutor Nicole Di Teodoro Monia Nicoletti Emanuela Pendola Michele Farro Paolo Ribichini (resp. impaginazione)

sta; alla piazza telematica da cui attingere umori, immagini e notizie. Col tempo i social network si sono integrati sempre più a fondo nella rete “fisica” del dissenso. Francesco Battistini, inviato in Ucraina per conto del Corriere della Sera, racconta come la sua inchiesta sui 304 “desaparecidos” di Maidan sia nata proprio consultando le pagine di Facebook: le badanti ucraine in Italia le adoperavano per scambiarsi e raccogliere informazioni sui propri cari, di cui avevano perso le tracce dopo la violenta repressione del 18 febbraio. Il web è ormai uno strumento indispensabile per l’inviato. L’unico

prete). È attraverso lo stringer che il giornalista assorbe e interpreta gli umori che utilizzerà per descrivere la realtà in cui è immerso. In Crimea, i filo-russi più ortodossi rifiutavano di interloquire con la stringer di Battistini perché tatara di origini uzbeche. La condizione di una Crimea che torna ad essere russa preoccupa molto la minoranza tatara, in particolar modo i più anziani, per i quali è meno remoto il ricordo delle deportazioni staliniane. Quello della stringer di Battistini è stato il suo ultimo lavoro in Crimea: presto partirà per Instanbul, per non tornare.

Anche gli italiani “diventano” russi

Redazione Alessandra Aurilia Emanuele Bianchi Cesare Bifulco Anna Bigano Domenico Cappelleri Federico Capurso Valerio Dardanelli Samantha De Martin Carlotta Dessì Mario Di Ciommo Stefania Fava Antonino Fazio Stelio Fergola Alberto Gentile Cecilia Greco Giulia Lucchini Elisa Mariella Maria Lucia Panucci Renato Paone Silvia Renda Roberto Maria Rotunno Raffaele Sardella Corinna Spirito Nicola Stacchietti Federica Tagliavia Alessandro Testa Flavia Testorio

caffè di Sinferopoli dove non era stata tagliata la linea internet, era diventato una base operativa per giornalisti provenienti dai quattro angoli della terra: neozelandesi, giapponesi, russi e americani lavoravano fianco a fianco. Non dimentichiamo, poi, che la solidarietà tra colleghi è una risorsa molto importante. Battistini riferisce di come spesso capiti di muoversi insieme ad altri giornalisti o di poter contare su un passaggio in macchina dei colleghi. L’inviato di guerra deve, peraltro, fare i conti con risorse sempre più risicate. Non è scontato, ad esempio, che possa permettersi di assoldare uno stringer (persona del luogo che fa da cicerone e da inter-

di Renato Paone Giulia Giacchetti-Boico - presidentessa dell’Associazione Cerkio - ha illustrato la situazione della comunità italiana dopo l’annessione della Crimea alla Russia. «La comunità continua a lavorare e a lottare per il riconoscimento di quanto accaduto durante l’epoca delle deportazioni staliniane ai danni della minoranza italiana». L’Associazione sta instaurando un rapporto diretto con Sinferopoli anche perché dall’Italia non c’è stato alcun sostegno al loro lavoro. Unica eccezione, un disegno di legge risalente a tre anni fa e finito poco dopo nel dimenticatoio, nonostante i ripetuti richiami degli osservatori Osce attivati dalla C.e.r.k.i.o. stessa. Solo ul-

timamente il Belpaese si è rifatto avanti con le espressioni di solidarietà pronunciate dal Ministro degli Esteri Federica Mogherini. La nuova situazione ha creato un altro scompiglio diplomatico: «Negli anni precedenti – afferma il portavoce dell’Associazione, Fedorov Igor - abbiamo lavorato tanto per allacciare un rapporto con l’ambasciata italiana di Kiev. Ora ricominceremo da zero e lavoreremo con l’ambasciatore italiano di Mosca». I rapporti tra le varie etnie della penisola non preoccupano: «Per strada - continua Fedorov - è difficile capire se qualcuno sia russo o italiano e non abbiamo mai avuto problemi con i filo-russi». Il sindaco di Kerch, Oleg Vladimirovich, conferma: «La diaspora italiana non ha nulla da temere».


8

il Periodico LUMSANEWS

Quando il conto lo pagano gli altri

Dove mangia

l’onorevole

di Anna Bigano

I

l mondo della ristorazione romana ha subito un duro colpo con la scomparsa, il mese scorso, di Fortunato Baldassarri, patron di “Fortunato al Pantheon”. Del famoso ristorante si dice che sia una “terza Camera” perché, inaugurato nel 1975 a due passi da Montecitorio e Palazzo Madama, ha sfamato generazioni di politici. Oggi la gestione è passata al figlio del titolare, Jason, 25 anni appena. Il via vai di celebrità, però, continua: «Ieri c’era Schifani, l’altro giorno Monti e Rutelli», racconta Fernando, il cognato di Fortunato, che la mattina viene a dare una mano. E si lascia andare ai ricordi: «Quando abbiamo cominciato, il locale era piccolissimo, c’era la juta alle pareti. Ci veniva sempre Spadolini, che aveva il suo menù fisso, mozzarella di bufala, filetto ai ferri e insalata: bei tempi». “Fortunato” è tappa quasi obbligata anche per i politici stranieri di passaggio a Roma, da Ronald Reagan a Helmut Kohl, da Bill Clinton a Condoleeza Rice, fino a José Manuel Barroso. Per deputati e senatori nostrani e amanti del buon cibo, comunque, c’è l’imbarazzo della scelta. L’arrivo a Roma di Matteo Renzi ha fatto salire le quotazioni dei locali preferiti del premier, come “Roscioli”, accanto al ministero della Giustizia, il bistrot “Baccano”, vicino alla Fontana di Trevi o il megastore “Eataly” di Oscar Farinetti, fedelissimo di Renzi. Chi cerca un’atmosfera più riservata senza allontanarsi troppo dai palazzi del potere, sceglie invece la classica enoteca “Al Parlamento” in via dei Prefetti, alla cui sala ristorante, non visibile dalla strada,

Una mappa gastronomica dei ristoranti preferiti da deputati e senatori si accede soltanto suonando il campanello. Sempre in zona, nell’angusto vicolo delle Rosine, c’è anche la trattoria “Dal Cavalier Gino” (il titolo di Cavaliere del Lavoro fu conferito al titolare da Giuseppe Saragat): «Papà è a casa per una brutta caduta – riferiscono i figli di Gino, che lo sostituiscono – ma gli ci vorrebbe un’ora per elencare i nomi di tutti quelli che ci sono passati da qui». Oggi il ristorante è frequentato soprattutto dai giovani deputati Pd e Cinque Stelle, ma gli è rimasto il soprannome di “trattoria di Pertini”, perché l’ex presidente della Repubblica era fra i clienti più assidui, come certi-

ficano le fotografie e gli articoli di giornale appesi alle pareti. Niente foto, invece, al “Bolognese” di piazza del Popolo, amato dai politici di origine settentrionale per le specialità della casa, i bolliti misti: «I nomi dei clienti non li possiamo dire e il proprietario non c’è», nicchiano i camerieri. Tanta segretezza è forse dovuta anche al fatto che la sera stessa – si scoprirà il giorno dopo – cenerà al “Bolognese” il segretario di Stato Usa John Kerry. Alla vigilia dell’arrivo di Barack Obama, Kerry aveva scelto invece “Pierluigi” in piazza de’ Ricci, lo stesso in cui era atteso anche il presidente giovedì 27 marzo. Obama ha poi deluso le aspettative partecipando ad una cena a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano. Menù blindato, ma certamente nemmeno il presidente degli Stati Uniti ha disdegnato di discutere di politica e affari con gli illustri invitati (fra loro John Elkann) davanti alle prelibatezze della cucina romana.

Ristorannte Fortunato al Pantheon, uno dei locali preferiti da politici

di Alberto Gentile Sono tanti i politici frequentatori di ristoranti costosi, ma non sempre sono loro a pagare il conto. Risulta difficile tenere il conteggio delle spese pazze di amministratori e rappresentanti del popolo con il denaro pubblico. Lombardia, Piemonte, Lazio, Marche, Umbria, Campania: i consiglieri regionali continuano a chiedere rimborsi su tutto, sono ben oltre 350 gli indagati e il loro numero continua a crescere ogni giorno. L’elenco dei casi è vario, si passa da cene in ristoranti eleganti all’acquisto di un barattolo di Nutella. In Piemonte, l’inchiesta iniziata nel 2012 aveva portato a iscrivere nel registro degli indagati ben 56 consiglieri. Tra le spese contestate ci sono cene al ristorante, viaggi, pernottamenti in hotel e la singolare richiesta di rimborso di un paio di boxer verdi acquistati dal presidente Roberto Cota. Nessun partito si salva, tutti utilizzano lo stesso trucco, addebitando alla Regione, e quindi a chi paga le tasse, i loro acquisti. Il caso più recente è quello della Regione Lombardia. In tre anni, i 64 consiglieri regionali hanno speso più di 2 milioni di euro in ristoranti eleganti, utilizzando i quasi tre milioni ottenuti come rimborsi tra il 2008 e il 2011. I consiglieri, ha dichiarato la Procura di Milano, cenavano in ristoranti costosi “annaffiando con ottimo vino” i loro banchetti, mettendo il conto in nota spese viaggi e pranzi. Sono stati chiesti chiarimenti anche nelle Marche, in Umbria e in Campania invitando i partiti a specificare e provare come hanno utilizzato il denaro. Le spese per il cibo sono senza dubbio quelle che hanno sottratto più soldi alle casse delle Regioni.

LumsaNews n. 39 del 15 aprile 2014  
Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you