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LUMSA

NEWS IL PERIODICO

Libera Università Maria Ss. Assunta - Ordine dei giornalisti del Lazio Periodico del MASter in giOrnALiSMO n. 38 - 1° aprile 2014

Il nuovo

Colosseo Ecco come sarà lo stadio della Roma Marino: “Ma prima faremo le infrastrutture

Obama Chi lo ha visto?

di Roberto Rotunno

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n anfiteatro in acciaio e vetro con facciata in pietra sta per sorgere a Tor di Valle. L’obiettivo della Roma è di trasferirsi nel nuovo stadio, presentato con il sindaco Ignazio Marino in Campidoglio, per la stagione 2016/17. Il progetto è imponente: alla struttura sportiva sarà affiancato il Roma village, spazio pieno di centri commerciali aperti tutto l’anno. Un investimento da circa un miliardo di euro – 300 milioni solo per lo stadio – tutti provenienti da fondi privati, ha assicurato la dirigenza. Il Comune ha ora novanta giorni per esprimersi sull’interesse pubblico. Secondo Marino, va data priorità alla mobilità.: “Niente stadio senza infrastrutture”. Tra gli interventi è prevista una biforcazione della metro B, probabilmente dalla fermata Eur Muratella.

La zio: di s o cc up a zi o ne a l 13 % Un gi o van e s u du e se nza la vo r o Pag. 3

Più di mille uomini sono stati impiegati per la sicurezza durante la visita romana di Barack Obama. Risultato: la totale impossibilità per i romani di poter scorgere il presidente americano anche solo per un attimo. A partire dall’arrivo in via della Conciliazione e dagli incontri con Napolitano al Quirinale e Renzi a villa Madama per finire con la visita ad un Colosseo eccezionalmente blindato e liberato per l’occasione da bancarelle e camionbar. Al termine, Obama ha annunciato un imminente ritorno in Italia, forse già in estate. La curiosità dei romani, che questa volta ha dovuto cedere il passo ad esigenze di sicurezza, avrà un’altra chance. (rr)

Ciak si chiude Così Roma perde i suoi cinema storici

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Vaticano made in China Negozi di souvenir hanno gli occhi a mandorla Pag. 8


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il Periodico LUMSANEWS

Altro che spending review. La Corte dei Conti accusa Comuni e Regioni

di Valerio Dardanelli

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’è un dato che accomuna l’Italia intera: gli sprechi degli enti locali. I bilanci di comuni, province e regioni assomigliano a una groviera. E la tendenza, nonostante i politici non facciano che parlare di crisi e di “spending review”, mostra un costante e preoccupante aumento. Questa è la fotografia scattata dalla Corte dei Conti del Lazio che ha sottolineato lo stato di default tecnico nel quale versano le amministrazioni locali, da nord a sud. Gli sprechi assumono in molti casi i volti di consulenti e collaboratori che drenano risorse senza portare alcun valore aggiunto. Le giustificazioni di spesa riportano definizioni generiche: “monitoraggio”, “assistenza tecnica”, “consulenza scientifica”. In tutto sono in vigore più di 277mila contratti esterni all’amministrazione pubblica ma sovvenzionati con i soldi dei cittadini. Il costo di tanta “sapienza” è di 1,3 miliardi di euro all’anno. Accanto ai contratti di specialisti ed esperti del settore, il buco nero degli sprechi è costantemente alimentato dal proliferare delle società partecipate e dei consorzi che, secondo una stima dell’Unione delle province italiane, costano ai contribuenti oltre 7 miliardi di euro all’anno. Un interessante dossier pubblicato dal “Fatto Quotidiano” riporta i casi più eclatanti di sperpero di ri-

Il Grande

Spreco sorse pubbliche: si va dagli 80mila euro sborsati dalla regione autonoma Valle d’Aosta per il monitoraggio degli ungulati (i mammiferi con zoccoli) fino ai 46mila euro spesi dal comune di Cento (Ferrara) che, attanagliato dall’annoso problema del traffico, ha pagato un profes-

sionista per effettuare un’indagine sul traffico e le soste nel centro storico, scavalcando i vigili urbani locali. Ma il caso che ha catalizzato l’attenzione pubblica è quello del cosiddetto “crocifisso di Michelangelo”, una piccola scultura lignea del valore di poche migliaia di euro che lo

Stato ha comprato nel 2008 per l’esorbitante cifra di 3 milioni e 250mila euro. Se i buchi di bilancio sono una consuetudine in tutta Italia, la Corte dei Conti assegna la maglia nera al Lazio e a Roma. La regione a guida Zingaretti è in stato di insolvenza da dieci anni: ha un de-

Un falso da 3 milioni di euro di Stefania Fava La vicenda del crocifisso erroneamente attribuito al Buonarroti, da cui “Codice Michelangelo”, è stata portata alla ribalta della cronaca, nell'estate del 2010, dal Tg1, ma il primo a parlare del crocifisso “indagato” fu nel 2007 Tiziano Dossena su “Idea Magazine”, tre anni dopo Andrea Palladino in un articolo sull'”Unità” per poi arrivare a Gabriele Mastellarini che sempre nel 2010, dopo un lungo lavoro di ricerca, propose la teoria dei due crocifissi gemelli di Michelangelo; uno autentico, al centro di un intrigo internazionale, l'altro fasullo venduto allo stato italiano. Ma è nei primi mesi del 2012, grazie a quanto scritto da Tomaso Montesano e Malcom Pagani sul Fatto, che si riesce a far chiarezza su questa vicenda. Secondo quanto scritto, al centro della vicenda ci

sarebbe il professor Roberto Cecchi collaboratore del ministro Ornaghi. Pare che Cecchi si battè molto per farlo comprare al Mibac e adesso si troverebbe nei guai per una crosta pagata 150 volte il suo valore. Il sottosegretario Cecchi non si limitò a firmare le carte ma fu lui stesso a fissare il prezzo (più di 3 milioni di euro. La Corte dei Conti che ha indagato sul caso si è concentrata sulla valutazione che Cecchi diede alla perizia del venditore (definendola oggettiva) e sul catalogo di vendita del Cristo (reputato da lui attendibile). Cecchi non riuscì a farsi dire da dove provenisse l'opera, non indagò sul perchè l'ente Cassa di risparmio di Firenze avesse rinunciato all'acquisto dell'opera e infine non si chiese come mai un “vero” Michelangelo fosse rimasto per anni a disposizione e venduto ad un sesto della richiesta iniziale posta all'ora ministro Rutelli che rifiutò sdegnato.

bito consolidato di 12 miliardi di euro di cui 4 miliardi accumulati nel solo 2012, vero e proprio “annus horribilis” che ha condotto allo scioglimento della giunta guidata dalla Polverini nel marzo del 2013. Se la situazione nel Lazio è grave, a Roma è addirittura disperata. Il comune è sull’orlo del dissesto finanziario e sopravvive solo grazie a una gestione commissariale che, di tanto in tanto, ha consentito di alleggerire il passivo consolidato che attualmente sfiora i 9 miliardi di euro. Una voragine causata da un accavallarsi di sprechi cui nessuna amministrazione ha saputo porre rimedio. I numeri, anche in questo caso, lasciano ben poco spazio all’immaginazione: a Roma i dipendenti, comprendendo quelli delle municipalizzate, sono 62mila (contro i 3mila della regione Lombardia) e le ditte che fanno capo al Comune sono in costante perdita. A tutto questo vanno aggiunti gli scandali che hanno riempito le pagine di cronaca cittadina degli ultimi anni: dalla “parentopoli” delle assunzioni familiari nelle municipalizzate fino all’emergenza rifiuti, passando per le recenti vicende che hanno coinvolto la famiglia Cerroni e la discarica di Malagrotta, chiusa nel 2013 a fronte di una normativa europea che ne imponeva lo stop già nel lontano 2007. L’ennesimo ritardo nel paese degli sprechi.


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E per i giovani non si vedono vie d’uscita Parla Andrea Brunetti di Flavia Testorio

Lenta la ripresa

Troppi i senza lavoro di Stelio Fergola

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a dichiarazione del fondatore del Censis Giuseppe De Rita è considerata da molti come lo specchio della realtà economica nel Lazio. “Roma sta cambiando. Non c’è più la netta divisione tra ricchi e poveri, ma una marmellata complessiva di difficile codificazione”. Per l’Istat la “marmellata” della capitale si trova nelle condizioni peggiori dagli anni ‘70, seppur in lievissima ripresa. Il tasso dei senza lavoro del Lazio è uno dei più alti a livello nazionale e il più elevato dell’Italia centrosettentrionale, con il 13% di disoccupati, in linea con la media nazionale. I binari sono gli stessi per entrambi i dati (nazionali e regionali) anche per l’analisi del periodo intercorso dal 2007 alla fine del 2013, passando dal 6,1% 6,5% di sette anni fa al 13% odierno. Un leggero progresso rispetto all’ultimo trimestre del 2013, quando il tasso attestato era al 13,5%, ma comunque ben definito dalla recente espressione “numeri drammatici” del presidente del Consiglio Matteo Renzi. A perdere, come al solito, sono i giovani nella fascia d’età 18-30 anni, inoccupati nel 42,3% dei casi. La Regione Lazio vuole fronteggiare la situazione con un pacchetto di provvedimenti mirato ad inserire gli under 24 nei circoli della produttività: regole ferree per l’assunzione di stagisti, che non potranno essere retribuiti meno che 400 euro lordi per una durata minima di 6 mesi. L’intento è nobile: i risultati dovranno far fronte a realtà lavorative sommerse che potrebbero prevalere. Per alcuni l’imprenditoria di medie di-

Disoccupazione record a Roma e nel Lazio Colombi (Cna): “Si salvano solo gli artigiani e le piccole imprese” mensioni del circolo PMI è una speranza di uscire dalla crisi in tempi più brevi. Movimpresa riporta un dato inatteso: il 97% delle imprese nel Lazio appartengono all’area della PMI, far riprendere loro fiato darebbe una spinta al livello occupazionale. Erino Colombi, presidente della CNAPMI, nel corso di un incontro esclusivo con Lumsanews, ha enfatizzato molto questo dato: “Due terzi degli occupati si devono all’artigianato e ai piccoli imprenditori, che non sono quindi dei marziani come spesso si lascia intendere, ma il cuore pulsante della ric-

chezza”. E prosegue: “Esiste un’economia reale che crea ricchezza e lavoro: sostenendola possiamo immaginare un futuro, altrimenti diventa difficile. L’austerità rappresenta la negatività, il rigore dovrebbe essere l’aspetto sul quale puntare. La staticità dell’Europa non può favorire lo sviluppo”. Colombi, gommista di professione, recepisce i disagi della piccola impresa e ritiene necessario un aggiornamento di competenze, oltre alla richiesta di un fisco meno oppressivo. Per Accredia-Censis il quadro delle imprese italiane è lusinghiero, con una qualità giudicata mediamente elevata. Colombi ritiene però “necessario acquisire competenze professionali (in particolar modo fiscali) ulteriori a quelle del proprio ambito”. Lo strumento prediletto è la tradizionale associazione: “Creare reti di piccole categorie imprenditoriali ci aiuterebbe a crescere e ad affrontare meglio l’oppressione fiscale”.

Disoccupazione in Italia (rielaborazione dati Istat)

La disoccupazione giovanile è sempre esistita, ma la crisi economica è diventata motore d’accelerazione di questo processo, soprattutto in alcune zone d’Italia. A Roma i dati parlano chiaro: il 42% dei giovani è senza impiego. Andrea Brunetti, responsabile delle Politiche giovanili della Cgil nazionale, ci ha spiegato meglio la situazione. Qual è il problema principale che paralizza il mondo del lavoro? “Il turnover bloccato. Non sostituiamo il personale che va via, la Fornero ha allungato l’età pensionabile e questo crea ulteriori problemi ai giovani, soprattutto in questa fase. Sono scoraggiati e non si iscrivono più all’università perché «tanto ormai non serve per trovare lavoro»”. Nella bozza del Job Act di Renzi, pubblicata dall’Ansa, si legge: assegno universale esteso, obbligo di seguire un corso professionale e di non rifiutare un secondo impiego. Come commenta? “Sulla prima parte ci siamo. Mi convince il fatto di legare la formazione professionale con il mantenimento dell’assegno al reddito, però con una critica: non deve esserci disallineamento tra le competenze professionali e il lavoro offerto. Se un biologo rifiuta di fare il cassiere è giusto che sia choosy”. La CGIL cosa pensa di fare in merito? “La riflessione di massima è che sia necessario un piano d’investimenti. Bisogna prendere i capitali dalla spesa improduttiva e dai tagli ai costi della macchina burocratica e amministrativa, dalla lotta alla corruzione, alla mafia e all’evasione fiscale, per poi investirli nei settori che possano stimolare la ripresa del pubblico e del privato. Questo risolverebbe molti problemi anche della città di Roma perché, togliendo dal patto di stabilità queste spese, l’occupazione potrebbe ripartire. Inoltre la CGIL ha chiesto che venga ripristinato il reddito minimo garantito nel Lazio ed ha firmato un protocollo con la Regione affinché le risorse del fondo sociale europeo si spendano davvero. È una vergogna che il Lazio, al pari di altre regioni, non ne faccia uso!”.


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Le strade di Roma in pessime condizioni e tanti incidenti

Percorsi

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guerra Buche e voragini rendono sempre più difficile la vita dei 600.000 motociclisti romani. E da anni si parla inutilmente dei lavori di riparazione di Mario di Ciommo e Maria Lucia Panucci

magari le imprese che offrono il prezzo più basso, senza badare alla qualità. Ma in questo modo si creano solo più danni. l dissesto delle strade è un grave Il maltempo è una delle cause prinproblema che affligge l’Italia da cipali del continuo dissesto sulle Nord a Sud. Secondo un’indagine strade. Nonostante il clima mite, Istat il numero degli incidenti caunella città eterna ogni anno cadono sati dalle buche è in crescita: un 876 millimetri di pioggia, non +17% sulle strade urbane e certo pochi, soprattutto se pa+27% su quelle extraurbane. Le ragonati ai 611 millimetri della zone più dissestate si trovano piovosa Londra. nei grandi centri dove il traIl risultato? L’asfalto in molti sporto su gomma è notevolpunti cede e crea le buche dove mente aumentato. La maglia poi si possono formano delle nera va a Palermo ma è allarme vere e proprie pozzanghere o anche a Roma dove le strade nella peggiore delle ipotesi dei sono sempre più sdrucciolevoli, piccoli laghi artificiali quando più scivolose e insicure. Solo magari i tombini non funzionell’ultimo anno nella capitale nano. Ecco perchè al vaglio c’è si è registrato un incremento la proposta di coprire tutte le dei dissesti stradali del 61%, strade di Roma con un nuovo complici i sampietrini che poco tipo di asfalto: un bitume spesopportano la pioggia e il trafciale ricavato dal riciclo dei fico. pneumatici, fonoassorbente e Secondo l’articolo 2051 del Comolto resistente che permettedice Civile è il comune ad es- “Altro che “Grande bellezza”, siamo precipitati di nuovo nella grande bruttezza”. A sere responsabile dei danni parlare è Alessandro Onorato, capogruppo della Lista Marchini in Campidoglio in me- rebbe di risparmiare sulla manutenzione. L’unica pecca è il provocati a veicoli o a persone rito al problema delle buche stradali a Roma. costo sensibilmente più alto riche hanno quindi il diritto di es- A detta del Codici (Centro per i diritti del cittadino) la più colpita nel 2013 è la zona sere rimborsati. Il Codice della di Monte Mario, dove dall’inizio dell’anno si sono formate ben 16 voragini ma anche spetto all’asfalto normale. Strada prevede che il 50% degli percorrendo Montesacro, Casal Boccone e Conca d’Oro si trovano parecchi disagi. 8 Intanto però un primo esperiintroiti delle multe siano inve- buche negli ultimi nove mesi si sono aperte nel quartiere Prenestino-Tiburtino-Tusco- mento in merito è stato fatto da via di Torpignattara sino a via stiti per il miglioramento della lano mentre nel centro storico se ne contano almeno una al mese. circolazione, il potenziamento “E’ in pericolo la sicurezza delle persone che ogni giorno rischiano sulle strade”, ha dell’Acquedotto Alessandrino. della segnaletica e la fornitura dichiarato Ivano Giacomelli, Segretario del Codici. All’ospedale “Sandro Pertini” di Trecento metri di asfalto spedi mezzi tecnici necessari per la Roma, che conta ben 80mila accessi annui, arrivano in media due pazienti al giorno ciale, equivalente a circa 500 sicurezza. Una somma pari a per cadute causate dalle buche. Ce l’ha riferito il primario del pronto soccorso, Fran- pneumatici riciclati. Un primo passo verso l’innovazione, 700 milioni di euro l’anno. cesco Rocco Pugliese. “Le conseguenze peggiori sono ai danni dei motociclisti – ha verso la risoluzione di un proUn bel tesoro, sicuramente. detto – In questi casi contiamo un 70% di fratture agli arti e al bacino mentre il resto Peccato che la pubblica ammi- sono traumi toracici o addominali”. E a farsi male sono soprattutto i giovani, sotto i blema annoso che la Capitale si trascina ormai da troppo nistrazione indirizzi tali ricavi 35 anni. (mdc e mlp) tempo. per tamponare altri interventi.

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La legge, infatti, mentre impone di indirizzare almeno un quarto della somma all’ammodernamento della segnaletica e un altro quarto ai controlli, non fissa alcuna quota per la manutenzione delle strade. Addirittura per risparmiare si sistemano le buche “alla buona”, peggiorando in

molti casi la situazione. L’80% delle buche è provocato dai sottofondi dissestati, ai quali non si pensa da almeno 20 anni. L’amministrazione comunale, invece di scavare a fondo, si preoccupa troppo spesso di far livellare solo la superficie della strada, scegliendo

L’INTERVISTA

ONORATO: “È UNA GRANDE BRUTTEZZA”


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Un convegno della Lumsa su etica e giornalismo. “No alle banalità”

Quanto è difficile

raccontare oggi lo sport Lo show di Lotito e le novità del web di Emanuele Bianchi

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are il giornalista è desiderio di molti ma come ogni professione richiede la conoscenza e il rispetto di alcune regole di primaria importanza, anche in un settore di nicchia quale lo sport. La responsabilità sociale e l’attendibilità del giornalista si misurano appunto dal

“Testo, parole o immagini vanno verificate” grado di preparazione di scrupolosità, buonsenso e onestà. L’arroganza e la banalità in genere chiudono le porte ai candidati che intendono realizzare il sogno professionale. Nell’era della convergenza e della mediatizzazione esasperata testo, parole o immagini che siano vanno verificate e analizzate per sottoporre ai cittadini un’informazione quanto più corretta e responsabile. Si è svolto, nei giorni scorsi, il convegno “Etica, sport e deontologia” organizzato dall’Università Lumsa di Roma. Hanno partecipato all’incontro: il professor Gennaro Iasevoli (Direttore del dipartimento Scienze umane della Lumsa) in rappresentanza del rettore della Lumsa, il professor Cesare Protettì (direttore del Master di Giornalismo) che ha aperto i lavori, Paola Spadari, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Guido D’Ubaldo (Consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e caposervizio del Corriere dello Sport), il direttore del Servizio relazioni con i mezzi d’in-

formazione nonché Garante per la protezione dei dati personali, Baldo Meo, il professor Mario Pollo (cattedra di Pedagogia alla Lumsa), Fabrizio Bocca (giornalista de “la Repubblica” e blogger), il presidente della S.S. Lazio, Claudio Lotito, Massimo Caputi (responsabile servizi sportivi del Messaggero), Simona Rolandi (giornalista “Dribbling” Rai 2) e il professor Sergio Cherubini (cattedra di Marketing all’Università Tor Vergata). Il convegno è stato anche occasione per dar seguito all’obbligo di forma-

zione professionale continua per gli iscritti all’Ordine dei Giornalisti. Tv e web cambiano usi e costumi degli italiani. Al termine della fase introduttiva i giornalisti intervenuti hanno sottolineato quanto tv e web abbiano contribuito a trasformare l’informazione sportiva in spettacolo, ricordando anche quanto tutto ciò abbia influito negativamente sulla carta stampata. Come evidenziato da un parallelismo del professor Mario Pollo il business che gira attorno a giocatori e società calcistiche ha profondamente alterato la

Rolandi: le regole ci sono di Silvia Renda Simona Rolandi, giornalista di Rai Sport, a fine convegno ha risposto ad alcune domande in merito all’etica nel giornalismo. L’Ordine deve imporre delle regole più efficaci per garantire il rispetto della deontologia? “Credo che le regole siano già giuste e sufficienti, l’importante è ricordarsele. Con l’avvento di internet l’imperativo è diventato dare lo scoop prima di tutti. La velocità dell’informazione è importante, ma lo è altrettanto rispettare le regole che ci permettono di esercitare la professione con correttezza” Il fatto che la deontologia sia uno strumento di autodisciplina comporta che le sanzioni siano più blande? “In realtà le sanzioni sono abbastanza pesanti. L’Ordine vigila con attenzione e nel momento in cu si sbaglia si paga. Il problema è che a molti giornalisti

non importa affrontare questo rischio. Servirebbe più coscienza, anziché vincoli di legge” Secondo lei il giornalista può contribuire a fomentare l’odio tra le tifoserie? “Certamente. Nella capitale poi c’è un’esasperazione totale del mondo calcistico. Alcune radio parlano di Roma e Lazio da mattina a sera e sicuramente qualsiasi frase detta può toccare delle corde più sensibili rispetto alle altre città” In questo senso come giudica l’eco mediatica data alle critiche contro il presidente della Lazio Claudio Lotito? “Lotito sa che tutto ciò che dice viene amplificato e lui stesso alle volte rende conflittuali i rapporti con l’informazione. Ad esempio ha impedito a dei giornalisti di partecipare alle sue conferenze stampa. Noi abbiamo il dovere d’informare correttamente, ma anche il diritto di entrare in sala stampa per fare il nostro lavoro”

funzione formativa e ludica del calcio. Lotito show. Lotito, appena presa la parola, ha immediatamente fatto sua la scena. In apertura il presidente della Lazio ha condotto una disamina sulla sempre più frequente mancanza, nell’attuale società, di occasioni di formazione e educazione sia dentro e fuori le mura casalinghe. Poi un fiume in piena. Accuse, ragionamenti, giudizi, massime e citazioni, come di consuetudine, caratterizzano il lessico del presidente biancoazzurro: «Nella professione giornalistica si cerca, anche troppo, di fare lo

Tre parole chiave: scrupolosità preparazione e buon senso scoop. Gli interessi economici degli editori sono alla base della collaborazione con free-lance impreparati i quali non controllano a dovere l’attendibilità della notizia. Quando poi, documenti alla mano, si smentiscono tali comunicati questi signori rispondono di non essere più coinvolti e consigliano di inoltrare la smentita. Questi sono opinionisti, non giornalisti. I veri professionisti dell’informazione non fanno di questi errori». A seguire, in ordine sparso, Lotito si esibisce in riferimenti a Luigi Pirandello, Immanuel Kant, citazioni in latino, giudizi duri sul sistema universitario, valutazioni su tifosi e sul mestiere del fornaio il tutto ad avvalorare la tesi sostenuta in precedenza. Sul finire è nata anche una polemica anche fra il presidente biancoceleste e Caputi ma le parole finali di Baldo Meo, Simona Rolandi e Gennaro Iasevoli hanno ristabilito le logiche del convegno. Un incontro acceso a tratti, vivo e colorito dal bagaglio di esperienze professionali e umane degli ospiti intervenuti.


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Spariscono i locali storici della strada cara a Fellini

Ciao

via Veneto

Come era bella

la Dolce Vita

di Antonino Fazio

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asseggiando per via Vittorio Veneto ci si imbatte, passo dopo passo, in sfarzosi caffè e sontuosi alberghi a cinque stelle. Tra i tanti palazzi ministeriali e le ambasciate estere, una targa ricorda che quella strada è indissolubilmente legata al genio di Federico Fellini, che “fece di via Veneto il teatro della Dolce vita”. A pochi metri di distanza, al civico 90, le serrande abbassate dello storico “Café de Paris”. Dal 18 febbraio, infatti, il celebre ritrovo degli artisti – sequestrato per mafia nel 2009 e poi confiscato e affidato dagli amministratori giudiziari alla società “L.Q. Le Qualité” – ha chiuso i battenti, in seguito alla notifica di un avviso di sfratto per morosità. «La società proprietaria delle mura – a cui è stato riconsegnato lo storico palazzo (l’immobiliare milanese

“Aedes”, ndr) – non vuole più concedere in affitto il locale» dice Manuel Grassi, direttore del “Café Veneto”, che fa capo alla stessa società che gestiva “il Café de Paris”. «Adesso su questa via puntiamo solo sul Café Veneto ma il Café de Paris aveva una storia e un prestigio impossibile da eguagliare» ammette con rammarico. A osservarla bene, via Veneto ha l’aspetto di un bel quadro dentro una cornice sfasciata. I palazzi, ormai quasi tutti di proprietà dei magnati stranieri, svettano imponenti su quella che è diventata una vera e propria strada tangenziale. Le auto sfrecciano occupando le corsie centrali, ai lati le corsie preferenziali per bus, taxi e auto blu dirette verso i palazzi del potere. È proprio contro il potere, per lo più locale, che si scagliano i commercianti della via. Lamentano una gestione dissennata del traffico, parcheggi liberi praticamente inesi-

stenti e la perdita di attrattive culturali, come gli artisti di strada che in passato si riunivano nella vicina Villa Borghese. Colpisce come la strada non si sia adeguata ai tempi, forse imprigionata nell’immagine onirica che ne ha tracciato la “Dolce Vita”. A parte l’Hard Rock Cafe, infatti, non c’è neanche l’ombra di un pub. Solo ristoranti, caffè e grandi griffe. Per clienti facoltosi che non ci sono più. «I clienti non ci mancano, – dice Raimondo del “Regina Hotel Baglioni” – vengono perché qui ci sono ancora i migliori alberghi di Roma. Ma poi vanno a passare la serata in posti più vivi, con maggiori attrattive». Nelle traverse laterali, quando cala la notte, si animano i night club dove poter soddisfare le proprie voglie a prezzi neanche tanto economici. Lungo via Veneto, poi, è un continuo viavai di ragazze in cerca di clienti.

Niente di nuovo, comunque: le prostitute col seguito di sfruttatori e avventori frequentano da sempre questa strada. È tutto il resto che manca, quel brulicare di arte, cultura e genio che lì si davano appuntamento, attorno ai tavoli dei bar. La lenta ritualità dei gesti, che ben conciliava l’attenta disamina che della società facevano gli intellettuali, ha ormai lasciato il posto alla frenesia dei tour operator. Risalendo verso Porta Pinciana, l’occhio cade nuovamente sul Café de Paris. Affisse nelle bacheche – tra le altre – le foto di Modugno, Sordi e Mastroianni seduti ai tavolini all’aperto. I turisti si avvicinano curiosi, guardando anche loro la serranda abbassata e quei lontani ricordi. E viene il sospetto che la Dolce Vita ormai andata si stia trasformando sempre di più in una dolce morte, il suicidio assistito di una città che non trova più il coraggio di sognare.

E rischia la chiusura anche il Caffè della Pace di Corinna Spirito Alla rosa dei locali storici che si accingono a chiudere per sempre i battenti, rischia di unirsi anche il Caffè della Pace, sotto il Chiostro del Bramante, a due passi da piazza Navona. La mobilitazione degli artisti e degli intellettuali che popolano il bar ha soltanto rimandato lo sfratto che sembra ormai inevitabile. L’Istituto Teutonico Santa Maria dell’Anima, che possiede l’immobile, ha intenzione di convertire il bar in una struttura alberghiera e ha negato alla conduttrice del Caffè, Daniela Ripanti in Serafini, qualsiasi tipo di confronto dopo la lettera di sfratto del giugno 2013. Sono state le oltre 5.000 firme raccolte

e l’impegno del presidente dell'associazione Botteghe Storiche, Giulio Anticoli, a sensibilizzare la prefettura, che ha riconosciuto “il valore storico dell'attività commerciale” e si è attivata per difendere quel locale che tutti, romani e stranieri, conoscono di fama. Quando chiediamo alla signora Serafini di ricordare qualcuno dei grandi nomi passati di lì, preferisce non nominarne nessuno: “Sarebbe meglio chiedere chi non è stato al Caffè della Pace: su queste sedie si sono seduti tutti”. E in fondo è vero. Dalla sua apertura, nel 1891, i nomi più illustri lo hanno frequentato: da Ungaretti a Monicelli, da Fellini a Woody Allen, fino a papa Giovanni Paolo II. Ora, però, l’elenco rischia di interrompersi per sempre.


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Monosale in centro addio. E aumentano ancora i costi

A Roma l’Oscar

Ferrero: Siamo tutti a rischio

dei cinema chiusi

di Anna Bigano e Renato Paone

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artelli gialli con la scritta “Affittasi” appesi sui vetri sporchi, poltroncine di velluto rosso accatastate sui camion: lo sgombero del cinema Holiday di Largo Benedetto Marcello è solo l’ultimo episodio di un fenomeno che Roma conosce molto bene. Negli ultimi vent’anni ha chiuso i battenti una trentina di sale cinematografiche del centro, dall’Ariston dell’ex galleria Colonna al trasteverino Troisi. La stessa fine è toccata, fra gli altri, all’Embassy di viale Parioli, al maxi schermo del Gregory, persino al centenario Metropolitan di via del Corso, inaugurato nel 1911 e amatissimo dal pubblico per la programmazione in lingua originale. A soffrire di più sono le monosale dedicate alle prime visioni (come l’Holiday, appunto), soppiantate dai multiplex di

periferia – più moderni e confortevoli – e trasformate in fast food, bingo, megastore, addirittura in luoghi di culto: è il caso dell’Ausonia di piazza Bologna, diventato una sinagoga. Una situazione paradossale per una città i cui studi cinematografici sono conosciuti in tutto il mondo e che dal cinema è stata consacrata: si pensi solo alla Dolce Vita del maestro Federico Fellini o al recentissimo film da Oscar La grande bellezza. «Che cosa ci faranno qua, un’altra banca?», chiede una residente del quartiere Salario agli operai che stanno liberando la sala di Largo Marcello, svuotata definitivamente solo qualche settimana fa, ma chiusa già dal 2008: «Speravo tanto che lo rinnovassero, facevano dei bei film». La risposta è secca: «Deve andare nei multisala ormai, signora». In effetti, i soli a cavarsela sono i maxi complessi dei grandi cir-

Redazione www.lumsanews.it Borgo Sant’Angelo 13 00193 Roma tel. 0668422261 Direttore responsabile Cesare Protettì Tutor senior Guido Alferj Tutor Nicole Di Teodoro Monia Nicoletti Emanuela Pendola Michele Farro Paolo Ribichini (resp. impaginazione)

Alessandra Aurilia Emanuele Bianchi Cesare Bifulco Anna Bigano Domenico Cappelleri Federico Capurso Valerio Dardanelli Samantha De Martin Carlotta Dessì Mario Di Ciommo Stefania Fava Antonino Fazio Stelio Fergola Alberto Gentile Cecilia Greco Giulia Lucchini Elisa Mariella Maria Lucia Panucci Renato Paone Silvia Renda Roberto Maria Rotunno Raffaele Sardella Corinna Spirito Nicola Stacchietti Federica Tagliavia Alessandro Testa Flavia Testorio

cuiti, come il gruppo UCI o The Space Cinema, che, grazie a consistenti finanziamenti privati, possono permettersi il noleggio contemporaneo di più film e soprattutto l’acquisto delle apparecchiature necessarie con il passaggio al digitale. Dal 30 giugno di quest’anno (il termine originario è stato prorogato di sei mesi), infatti, le vecchie pellicole 35 mm non saranno più distribuite per legge. Ogni cinema dovrà dunque adeguarsi alle nuove tecnologie, con costi onerosi che non tutti possono sostenere (la spesa per un proiettore oscilla fra i 50mila e i 90mila euro). La nuova normativa potrebbe dare il colpo di grazia a tante sale già in difficoltà a causa del calo degli spettatori, sempre di meno sia per l’aumento del costo dei biglietti, sia per la concorrenza sleale dei tanti siti di streaming, che consentono di vedere gratis anche le ultime uscite. Anche se la Regione Lazio ha stanziato 3 milioni e 400 mila euro per l’aggiornamento tecnologico delle sale, i soldi per altri investimenti sono pochi e la situazione non è certo rosea; tanto più che la chiusura dei piccoli esercizi non è solo un danno culturale, ma anche so-

ciale, poiché si riflette sulle categorie che vivono e che fanno vivere le sale romane. Proprio l’estate scorsa il Circuito Cinema aveva varato il licenziamento di 23 persone su un totale di 61 dipendenti: una situazione drammatica poi tamponata solo grazie ad una riduzione degli stipendi e all’attivazione di un corso professionale per riqualificare professionalmente gli operatori. E se il rilancio delle sale passa anche da strategie commerciali volte ad attirare nuovi “clienti”, i lavoratori del settore reclamano l’attenzione delle autorità per rimuovere i veri ostacoli, in primo luogo la speculazione edilizia e la tassazione esosa che soffoca gli esercenti. Le leggi a tutela degli spazi culturali ci sono (ne è un esempio la delibera comunale nota come “Nuovo Cinema Paradiso”, che permette di ristrutturare vecchi teatri e cinema e di adibire una parte della superficie a limitate attività commerciali), ma aggirarle, per i grandi gruppi edili, è fin troppo semplice. Senza l’ingegno dei privati, ma soprattutto senza l’intervento pubblico la città del cinema non sarà più quella dei cinema.

Romano, 37 anni, Giorgio Ferrero è il numero uno dell’A.n.e.c. Lazio, l’associazione di categoria che riunisce gli esercenti dei cinema. Come sono stati distribuiti i finanziamenti regionali per l’aggiornamento tecnologico delle sale? “Il bando è stato un vero punto di svolta. Senza, l’adeguamento sarebbe stato molto difficile, visto che già molti esercenti devono fronteggiare grosse spese per l’ammodernamento, mentre i box office crollano. Dovremmo riuscire a soddisfare tutte le domande, ma il processo è stato molto democratico: chi si è presentato prima allo sportello e aveva i requisiti, otterrà i fondi.” L’A.n.e.c. Lazio sostiene gli esercizi a rischio chiusura? “Siamo tutti a rischio chiusura, sempre. Come associazione cerchiamo di intervenire soprattutto per ridurre le tasse indirette, tipo l’Imu o l’Ama, che penalizza i locali con ampie metrature. Poi bisognerebbe attuare la “Nuovo Cinema Paradiso” e puntare sulla polivalenza degli spazi, ad esempio affiancando alla sala cinematografica un bistrot, un negozio di dischi, un piccolo supermercato… Grazie alla digitalizzazione, comunque, sarà più facile attuare una multiprogrammazione su misura.” Perché investire nella costruzione di multisala nei centri commerciali, invece che nel rinnovamento delle sale già esistenti? “Colpa di leggi che hanno barbaramente favorito i multisala. In pochi anni il numero degli schermi è raddoppiato, ma quello degli spettatori è rimasto lo stesso, con un danno enorme per i piccoli esercizi. Di soldi da investire, comunque, non ce ne sono. Ecco perché si sta tornando a un’economia di “baratto”, di aiuto reciproco: il segreto per sopravvivere è condividere i problemi e le soluzioni.” ab e rp


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il Periodico LUMSANEWS

Con l’arrivo di Papa Francesco il boom delle vendite di souvenir di Carlotta Dessì

A un anno dalla proclamazione di Papa Francesco, nel quartiere di Borgo Pio si respira un’aria nuova. Curiosando tra un negozio e un altro, i volti dei commercianti e albergatori sono sereni e alla domanda: “E’ cambiato qualcosa dall’arrivo di Papa Francesco”, loro senza esitare scuotono la testa e rispondono “assolutamente sì”. I turisti sono aumentati e arrivano da tutto il mondo; giovani, coppie, anziani e tante famiglie.La curiosità di vivere una giornata a San Pietro è tanta e la piazza vaticana è diventata la casa di tutti. Ovviamente però, come in tutte le cose, non tutti i punti di vista sono positivi, specialmente tra i venditori di negozi di arte sacra. “Con questo Papa abbiamo avuto un calo del 15%. - dice un negoziante – Prima si vendevano tantissime statue e arredi per la Chiesa, ora la situazione è totalmente cambiata”. Niente croce in oro, niente mozzetta color porpora

bordata in ermellino: il nome Francesco rispecchia la semplicità e la tendenza alla povertà, che Papa Bergoglio ha sempre assunto come gesuita e come concreto discepolo di Gesù. Ma non solo, Bergoglio porta l’anello d’argento dorato e non d’oro e ha scelto di non indossare i paramenti portati invece dai papi precedenti, come Papa Benedetto XVI. Una scelta spiegata benissimo in una delle sue tante udienze dove specifica: “La chiesa è la casa di Dio non una corte e noi siamo servi di Dio non privilegiati; la povertà è un delitto sociale, anzi una violazione dei diritti umani perché le grandi diseguaglianze nascono dall’estrema povertà e da condizioni economiche ingiuste”. E’ appena passato un anno dalla sua proclamazione e già è evidente che, nonostante sia il 266° Papa della Chiesa Cattolica è il primo in tante altre cose.

I negozianti romani vanno via e arrivano gli stranieri

Cinesi

a Borgo Pio Stravolto il mercato dei “ricordini” religiosi Prezzi stracciati e troppa concorrenza di Federico Capurso

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’arrivo di Papa Francesco in Vaticano ha dato un’importante boccata d’ossigeno all’economia della zona. Ne avrebbe beneficiato anche lo storico settore degli articoli religiosi, ma qualcosa è andato storto. A un aumento sensibile della domanda è infatti corrisposto un aumento spropositato dell’offerta. Più di venti negozi di souvenir sono stati aperti da famiglie cinesi negli ultimi cinque anni, tutti nella zona circostante il Vaticano (in meno di 2 chilometri quadrati) e rigorosa-

mente identici l’uno all’altro. Sono arrivati in concomitanza con la crisi, subentrando ai piccoli artigiani di quartiere. I torchi delle tipografie e gli attrezzi da fabbro sono stati sostituiti da modellini plasticosi di San Pietro e del Colosseo, pinocchietti tricolore, innumerevoli Papa Francesco e persino Giovanni Paolo II santificato in anticipo. «Una piaga». Così – diplomaticamente – i commercianti del quartiere vedono l’arrivo dei banchi cinesi. «Prima eravamo una dozzina a dividerci il mercato del souvenir qui a San Pietro», spiega P.,

commerciante romano di articoli religiosi. «Non è che prima dei cinesi si diventava ricchi – aggiunge – ma almeno si riusciva a far andare avanti una famiglia. Ora invece, grazie alla liberalizzazione delle licenze fatta da Bersani, siamo in dieci solo su via del Mascherino e a stento si arriva alla fine del mese». La maggior parte delle attività commerciali di zona sono sotto contratto di affitto, a un costo che si aggira tra i 3 e i 4 mila euro mensili. Ogni giorno, quindi, per ovviare a una spesa fissa superiore ai 100 euro (senza considerare bol-

lette, tasse e imposte comunali), i negozianti dovrebbero incassare almeno il doppio. «Ma molti di questi cinesi vanno avanti con una decina di clienti al giorno - continua P. - E vendono quasi a prezzo di fabbrica. Come fanno?». Per sopravvivere, molti commercianti romani si sono trovati costretti ad abbassare i prezzi e in alcuni casi, loro malgrado, ad acquistare prodotti cinesi di bassa qualità che danno un guadagno di pochi centesimi sul prezzo finale. I negozianti cinesi invece, che già vendono a prezzi stracciati, optano non di rado per l’evasione fiscale. Il 90% dei loro negozi evita sistematicamente di battere lo scontrino, contro il 55% di evasori italiani. Nel frattempo, mentre i negozi battenti bandiera rossa continuano a proliferare, quelli italiani vendono. Già tre, da gennaio, sono in cerca di un compratore. Eppure, spiega M. - commerciante romano con un’attività aperta da quarant’anni «i cinesi che hanno messo in ginocchio le nostre attività sono anche gli unici in cui speriamo per vendere». La rabbia però non è indirizzata tanto all’invasione straniera, quanto allo Stato che «non fa nulla. O meglio, fa qualcosa solo per le grandi firme, per il grande indotto, senza rendersi conto che l’Italia è fatta anche e soprattutto dei piccoli commercianti di quartiere», attacca S. «Ci lascia soli. Non tutela noi e non tutela il made in Italy».


LumsaNews n. 38 del 1° aprile 2014