Issuu on Google+

CANILI, MARINO SCONFESSATO DALLA SUA MAGGIORANZA Hanno impiegato un anno, ma alla fine anche loro ci sono arrivati. Anche i consiglieri di centrosinistra hanno preso atto, con la delibera di Giunta 148, del profondo disprezzo che il Sindaco di Roma nutre nei confronti degli animali. Un po’ tardi, considerato che gli animalisti lo andavano dicendo da tanto tempo, come mostra il video. EMILIANO STELLA a pagina 5

OLTRE LA TOGA

N

ella sua consueta rubrica su L’ultima ribattuta, Antonio Ingroia torna sulla controversa vicenda di Attilio Manca, il brillante urologo siciliano che fu trovato morto sua casa di Viterbo dieci anni fa. Per gli inquirenti si è trattato di un caso di overdose ma in molti, a cominciare dai genitori e dal fratello del medico, contestano l’inchiesta ritenendola viziata da omissioni, depistaggi, tentativi di insabbiamento. L’ex pm, oggi legale della famiglia Manca, non ha dubbi: non fu overdose né suicidio. Si volle piuttosto “eliminare un testimone scomodo legato a doppio filo all’intervento chirurgico a cui Bernardo Provenzano si sottopose a Marsiglia nell’autunno 2003 per un cancro alla prostrata: “Bisognava proteggere il boss ma anche quel pezzo di Stato che proteggeva il capo di cosa nostra in quanto garante della trattativa” è a pagina 3 La rubrica di

a m i t l L’u

JIHAD, ATTACCO TOTALE: EUROPA NEL MIRINO Oltre dieci anni di conflitto, migliaia di vite stroncate (per interessi alquanto dubbi), milioni di euro buttati. I risultati del conflitto in Iraq alimentano molti dubbi. Gli estremisti islamici continuano a guadagnare terreno, mentre le principali città del Paese cadono una dietro l’altra. Adesso, l’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) è alle porte di Baghdad. FEDERICO CAMPOLI a pagina 6

Gli incubi di Viale Mazzini, tra rinnovamento e successi Sky NOTIZIE E RETROSCENA CHE I MEDIA NASCONDONO

ANNO I - NUMERO 17

EDITORIALE

IL NUOVO CORSO DI DESCALZI (ENI) SULLA PUBBLICITÀ di Guido Paglia

laudio Descalzi, il nuovo amministratore delegato dell’ENI, va avanti come un carro armato. Ridisegnata la governance del colosso energetico, redistribuiti gli incarichi e le competenze, salutato con tanti ringraziamenti Stefano Lucchini per gli splendidi servigi resi al suo predecessore Paolo Scaroni, adesso si sta occupando anche di fissare i nuovi paletti della comunicazione. Che sono due, ma entrambi di grande significato: dimezzamento del budget (da 200 a 100 milioni di euro) e concentrazione degli investimenti unicamente sul prodotto. Il che significa stop alle inutili campagne istituzionali, quelle che erano invece la caratteristica della gestione Scaroni-Lucchini e si trasformavano regolarmente in colossali “marchette” per i media più disponibili ad esaltare solo i successi del vecchio vertice dell’ENI. E’ un segnale molto significativo del nuovo corso e certifica indirettamente la quantificazione del denaro gettato al vento in nome della “grandeur” scaroniana da Lucchini e soci. Metà del budget di comunicazione era superfluo, destinato soltanto ad ingraziarsi carta stampata ed emittenti radiotelevisive; se ne poteva tranquillamente fare a meno. Complimenti a chi doveva vigilare. L’opera di disincrostazione dei privilegi di determinati media, non riguarda soltanto l’ENI. Anche all’ENEL, in FINMECCANICA e a Poste Italiane, la macchina si è messa in moto. Ad un volume di giri più basso, ma si è messa in moto. E se Mauro Moretti, in piazza Montegrappa, è ancora alle prese con l’epurazione dei top manager più compromessi con l’ondata di scandali degli ultimi anni, alle Poste l’arrivo come “senior advisor” del neo-amministratore delegato Francesco Caio, di un manager inflessibile in tema di “marchette” come Pierluigi Celli, fa molto ben sperare per il futuro. In questo confortante panorama, fa eccezione solo la Rai, dove la comunicazione è nelle mani di Costanza Esclapon, l’allieva prediletta di Stefano Lucchini. In viale Mazzini, dove da anni erano stati cancellati gli investimenti pubblicitari che odoravano di “marchette”, arrivano dei segnali in controtendenza. Tipo quelli per esaltare la fallimentare esperienza di Monica Maggioni a Rai News. Ma si sa, la Maggioni è la “cocca” del dg Luigi Gubitosi e se “Dagospia” non se ne occupa, è tanto di guadagnato.

C

RAI/2

RAI/1

di Paolo Signorelli

L’INUTILE SEDUTA DI PSICANALISI COLLETTIVA DELL’ADRAI

In tre minuti a testa, per ore e ore, dirigenti, autori e artisti si sono esibiti in una pletora di consigli su ciò che dovrà diventare la Rai del futuro - Ma quasi nessuno è andato davvero sul concreto o fatto autocritica, Gubitosi compreso di Carola Parisi

R

icordate? “Un luogo evocativo”, tipo l’Acquario di Roma. Ecco, come non detto. Infatti, delle promesse fatte in “campagna elettorale” (più di un mese fa, quando ancora non era stato eletto presidente dell’Adrai), Luigi De Siervo è riuscito a mantenerne una sola: la “scenografia minimale” del per niente “evocativo” studio 2 di via Teulada. Un po’ come gli interventi: durata massima, tre minuti (anche troppi per alcuni). E visto che, come tutti l’hanno definita, la “Leopolda” della Rai si è svolta in tipico stile renziano, di cravatte ne circolavano davvero poche (addirittura un consumato “front man” come Bruno Vespa, l’ha lasciata nel cassetto). Un simposio di camicie bianche e un po’ sgualcite, in compenso. Non c’è dubbio, c’è aria di rivoluzione! Se la missione di Matteo Renzi è quella di “cacciare” i partiti dalla televisione pubblica, beh, c’è già riuscito senza neanche provarci. Ora sono tutti con il premier. Per il “rinnovamento” dell’azienda; per “riformare” il servizio pubblico; per “accorpare” canali; per “guardare al futuro tecnologico” e bla, bla, bla. Nove ore a parlarsi addosso. Nove ore di vuoto cosmico. E i problemi reali? Gli sprechi con la “S” maiuscola? Le mazzette, i giochetti di potere, gli “amici degli amici”? Tutti sanno come stanno le cose. Ma lunedì non era proprio il momento (se mai esista quello giusto) di riesumare certi argomenti, ormai ben nascosti, insieme alla polvere, sotto la moquette di viale Mazzini. Lunedì, c’era spazio solo per l’immagine serena e rassicurante della “famiglia del Mulino

Luigi De Siervo e, sullo sfondo, Rupert Murdoch

Bianco” (che vota Renzi, sia chiaro). Tutti insieme per dire che la Rai è il meglio che c’è! O come ha scritto Pietro Salvatori sull’Huffington Post (correlando al pezzo solo il video dell’intervento di Lucia Annunziata, ovviamente di straordinaria importanza… pare vero!) commentando i ringraziamenti “dell’enfant prodige della tv di stato” (si tratta di De Siervo, per chi non lo avesse capito) al sottosegretario alle Comunicazioni Giacomelli: “Un ramoscello d’ulivo teso da Palazzo Chigi e raccolto prontamente dal leader dell’Adrai”. Dai Pietro, basta stare in ginocchio, ti aiutiamo ad alzarti. Ad aprire il convegno, quasi per una “macabra” ironia, ci ha pensato l’onnipotente ex direttore generale, Ettore Bernabei. Sì, proprio lui. “Mano invisibile” della potentis-

sima Opus Dei, all’interno di viale Mazzini. Anello fondamentale della lobby Bertone-Piacenza-Corigliano-Navarro Valls-Arullani, che muoveva i fili. Tutto chiaro? Ettore, padre di Matilde e Luca, i figli ai vertici della Lux Vide, la società di produzione specializzata in fiction a sfondo religioso. Proprio “quell’ossessione di suore, preti, santi e carabinieri” di cui parla (molto ingenuamente) il conduttore Corrado Formigli nel suo intervento, criticando la Rai per essersi lasciata scappare una serie come “Gomorra”. Attento Corrado a parlar male di suore e preti, potresti finire in Brasile a fare compagnia a Simeon (piuttosto, non l’hanno ancora cacciato?) Insomma, quella di lunedì è stata proprio una bella riunione di tutti quelli che “cambiato il verso”,

dea strepitosa quella di affidarsi ad Ettore Bernabei per introdurre il convegno ADRAI sulle ricette per la Rai che verrà. Poteva venire soltanto al carnefice (Gubitosi) e alla vittima (De Siervo). Perché di tutto si è parlato nelle tante ore di bla-bla, tranne che dei motivi che rendono impossibile l’aumento dei ricavi della neonata Direzione Commerciale affidata al neopresidente del “sindacato giallo” dei dirigenti di viale Mazzini. Eppure, sarebbe bastato poco. Sarebbe stata sufficiente un po’ di sana autocritica da parte del “padre nobile” della Lux Vide, una onesta confessione d’impotenza da parte della direttora della Fiction, Tinni Andreatta (che è pure consigliera ADRAI) ed un impegno pubblico da parte del dg a cambiare le regole del gioco per le serialità lunghe e corte che tengono tutt’ora in piedi il palinsesto di Rai Uno. Nessuno si è degnato di spiegare che delle decine di fiction mandate in onda, sono ben poche quelle che possono essere vendute all’estero, dal moEttore Bernabei mento che la Rai non ne detiene i diritti. O perché i produttori più “forti”

I

Ma come si fa a vendere fiction senza diritti?

MERCOLEDÌ 25 GIUGNO 2014

hanno cambiato casacca con una rapidità paragonabile solo a quella delle ballerine che si cambiano d’abito dietro le quinte del palcoscenico. Ma qualcosa che rovinava la festa c’era: lo spettro della concorrenza. Venticinque anni fa, l’anatema del mitico Biagio Agnes era diretto a Berlusconi: “Chillo adda morì”. Lunedì ascoltando gli interventi, la nostalgia era fortissima. Perché, ormai, per i vertici Rai, il nemico non si chiama più Mediaset, ma Sky. Bastava fare un po’ di attenzione e poi mettere insieme tutte le citazioni: “Sky qua; Sky la; Sky giù, Sky su”. Sembrava quasi un riconoscimento ai palinsesti di Murdoch, veri competitori nell’informazione, nei talk-show e nell’intrattenimento di un servizio pubblico che si sta autorotta-

mando. E, a proposito del compianto “Biagione”, mentre a viale Mazzini si distribuiscono trofei per la gara “buon viso, a cattivo gioco”, nella ridente Capri, all’ombra dei Faraglioni, si consegna il premio Biagio Agnes 2014. Presente anche il dg Luigi Gubitosi, che ha annunciato l’intenzione della giuria (presieduta da Gianni Letta) di assegnare al presidente della Repubblica, un premio speciale nell’edizione 2015. Un intervento più inutile (se mai fosse possibile) di quello di lunedì al convegno Adrai, e addirittura più sconclusionato della mise caprese: bermuda stile pescatore, abbinati ad una sgargiante camicia di lino rosa. Che il dg fosse pronto per scatenarsi in balli sfrenati (come piace a lui) al vippissimo “Anema e Core”?

e ammanicati, come appunto la Lux Vide della famiglia Bernabei sono riusciti a tenerseli stretti grazie al pre-acquisto (e quindi li commerciano autonomamente con i loro alleati tedeschi della Beta, che controllano pure altre case di produzione), o perché sono frutto di format stranieri e quindi non esportabili. Così, a parte le eccellenti serie di Montalbano della Palomar (che comunque si mangia una bella fetta degli introiti), al povero De Siervo e alla sua Direzione Commerciale resta ben poco nelle mani. E allora, cosa bisognerebbe fare? Semplice, sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda del tanto invocato modello BBC, che produce autonomamente i format per poi venderli negli altri paesi attraverso la propria consociata Worldwide. Certo, all’inizio, la produzione di fiction con format originali comporterebbe il rischio di un calo di qualche punto di share, ma sarebbe l’unico modo per invertire la rotta e spezzare le catene della schiavitù verso produttori sempre più avidi e sempre alla ricerca di nuovi sponsor –politici e non- in grado di condizionare le scelte di viale Mazzini. Ma di tutto questo, naturalmente, non si è parlato al convegno di lunedì, meglio le solite chiacchiere inconcludenti. Con grande soddisfazione della lobby “Opus Rai” tanto cara ai Bernabei, ai loro protettori vaticani e a Gubitosi. E tutto continuerà come prima.


In Svizzera si può...

25 GIUNO 2014

FOCUS

PAGINA 2

Dalla “dolce morte”, al lavoro come cavia umana: tutto ciò che è permesso nel Paese elvetico

Da sempre “un’isola felice”, neutrale e storicamente indipendente. Ora, oltre confine, devono fare i conti con un numero sempre crescente di italiani che cercano quello che nel Belpaese è proibito dalla legge di Carola Parisi

rano i primi di febbraio quando la Svizzera tornò sulle prime pagine dei quotidiani di tutta Europa. Da sempre “un’isola felice”, neutrale e storicamente indipendente, il paese di spacca nel referendum (vincolante per il governo elvetico): il 50,5% dei cittadini svizzeri è favorevole a mettere un tetto agli ingressi dei lavoratori dell’Unione Europea. Una pessima notizia (che ha causato molte polemiche anche a livello internazionale) per tutti gli italiani abituati a passare ogni giorno il confine. Un luogo particolare, la Svizzera, con le sue leggi e le sue peculiarità che in pochi conoscono fino in fondo. Viene spesso citata quando si discute di eutanasia, di sperimentazione farmacologica, di protezione dei capitali attraverso un blindatissimo sistema bancario. Argomenti importanti, che è necessario spiegare nel dettaglio. Perché in Svizzera si può:

E

operano all’interno di strutture sanitarie) studia di volta in volta le cartelle cliniche dei malati che vorrebbero sottoporsi al suicidio assistito, prendendo in esame solo quelli affetti da malattie incurabili. Anche se, negli ultimi mesi, la possibilità della cosiddetta “morte dolce” è stata estesa agli anziani che non hanno più vo-

liari e che, quindi, ci sia stata un’istigazione al suicidio. Sempre per la legge svizzera, i medici, dopo l’arrivo del malato alla clinica, sono obbligati a tentare di fargli cambiare idea, per valutare la reale motivazione che muove una decisione senza ritorno. Arriva poi il momento

consiste nel mettere il proprio corpo a disposizione della medicina, come tester per nuovi farmaci in fase di sperimentazione. Procedura assolutamente illegale nel nostro paese, ma possibile se si passa il confine con la Svizzera. Tutta la procedura è chiara e rigorosa. Si entra nella clinica scelta (sono solo tre le strutture elvetiche in cui è possibile essere “assunti” come cavie), si firma un consenso che spiega i rischi ai quali ci si sottopone e subito ini-

pria salute. Eppure, l’85 per cento dei volontari per test di Fase 1 in Svizzera sono italiani. Quasi tutti studenti o disoccupati. Ai tempi della crisi, si sopravvive anche così. E chi a fare da cavia ci è andato davvero, lo racconta così: “Per le cliniche svizzere- spiega Andrea, 30 anni- questo è un business di tutto rispetto (le case farmaceutiche pagano cifre da capogiro per l’ultima fase di test sui farmaci da immettere in commercio), per chi vive nel nord della Lombardia quello delle cavie umane è un autentico ammortizzatore sociale.” E, sempre di più, “il fine giustifica i mezzi”.

la richiesta di un giudice italiano, per avere accesso alle informazioni dei correntisti della banche svizzere. Crolla una “certezza” per gli evasori italiani, abituati a portare all’estero i propri “malloppi”. Finisce l’era del segreto bancario. E non solo per chi porta i soldi da fuori. Infatti, la Svizzera, dopo aver accettato il principio dello scambio automatico di informazioni bancarie tra Stati, riguardante i titolari di depositi residenti all'estero, la Ministra delle Finanze, Eveline Widmer-Schlumpf, ha annunciato che si sta ragionando su un provvedimento analogo, anche per i detentori di conti non dichiarati ma domiciliati in Svizzera. Si metterà fine, così, anche al problema della finta cittadinanza per un vantaggio economico. Come avviene altrove anche gli uffici delle imposte dei diversi Cantoni riceverebbero regolarmente, dalle banche, gli estratti conto dei loro clienti. "Sottoporrò presto la questione ai miei colleghi di Governo", ha detto Widmer-Schlumpf al settimanale SonntagsZeitung. Da cenere a diamante Un’azienda svizzera propone un’alternativa alla classica urna

Morire “dolcemente” Tema controverso e molto discusso quello dell’eutanasia. Eppure, la discussione è tutta

italiana. In Svizzera, infatti, la morte volontaria assistita è legale dal 1942. E sono ormai moltissimi i racconti di cittadini italiani che hanno deciso di porre fine alla propria vita oltreconfine. Il caso più noto fu quello di Lucio Magri. Settantanove anni, malato di depressione, il fondatore de “Il Manifesto” e leader storico della sinistra che, tre anni fa, decide morire in una clinica svizzera. Nel febbraio di quello stesso anno, infatti, la Corte suprema elvetica aveva equiparato i gravi disturbi mentali a quelli fisici, aprendo la strada al ricorso del suicidio assistito anche per questo tipo di patologie. Ma, praticamente, come si fa a “morire dolcemente”? Funziona così: un’equipe di medici (che

glia di vivere. Una volta terminata la valutazione del paziente, che deve rispettare tutti i parametri medici del caso, viene dato l’ok per l’eutanasia. Ed è qui che arriva la parte peggiore: la scelta della data in cui si vuole morire. Tutto è nelle mani del paziente che può dare voce ai suoi “ultimi desideri”. La procedura è rigorosa. La magistratura elvetica, infatti, potrebbe decidere di intervenire nel caso ci sia il sospetto che la morte sia stata provocata per interesse personale ed economico da parte di fami-

dell’iniezione letale. E l’ultimo sguardo al mondo prima dell’addio. Diventare “cavie” umane. La crisi economica e la disoccupazione alle stelle, stanno costringendo sempre più persone a reinventarsi un lavoro. Ma non spesso è difficile, se non impossibile. E come si usa dire: “A mali estremi, estremi rimedi”. E per chi non ha alternative, in Svizzera ne propongono una: semplice e remunerativa. Un lavoro come cavia umana. Una “professione” che

zia la “maratona” medica. Decine di prelievi del sangue (prima e dopo la somministrazione dei farmaci), test sulle urine, pressione sanguigna, epatite, HIV. Si rimane ricoverati nelle cliniche per un intero weekend, o anche di più. Ovviamente bisogna risultare sani altrimenti il lavoro salta. E che prezzo ha tutto questo? Alto. Circa 1200 euro per una settimana di degenza in ospedale; un prezzo elevato per un sacrificio che vale un compromesso non da poco con la pro-

“Proteggere” i propri soldi? Non più Non è sicuramente una novità, tutti sanno che in Svizzera era possibile “tutelare” i propri capitali. E chi dei “paperon de pareroni” nostrani, non ha, o ha avuto (il passato è d’obbligo) un conto a tanti zeri in una banca elvetica? Peccato che dallo scorso 6 maggio, la Svizzera non rientra più nella lista dei paradisi fiscali. Il Paese, infatti, ha firmato l'accordo voluto dall'Ocse per lo scambio automatico di informazioni fiscali. Non occorrerà più

dove conservare le ceneri della persona amata: perché non indossarle, invece, sotto forma di diamante? Può sembrare una cosa “macabra”, eppure oltralpe ha molto successo. Algordanza promette di trasformare le ceneri dei deceduti in diamanti, al costo di una lapide funeraria. Ed è la prima in Europa. Dallo scorso luglio la ditta di Coira, Algordanza (ovvero: “ricordo” in romancio), trasforma le ceneri umane in gemme preziose. Il prezzo del procedimento varia dai 4.500 ai 20.000 franchi svizzeri (3.650 – 16.000 euro), a seconda di quanto volete essere grandi una volta diventati dei diamanti. I costi includono il confezionamento dei vostri brillanti resti in quello che il sito web dell'azienda descrive come un “contenitore in legno pregiato.” Come recita lo slogan pubblicitario: “Un diamante è per sempre”.


25 GIUGNO 2014

GIUSTIZIA

PAGINA 3

OLTRE LA TOGA

La misteriosa morte di Attilio Manca, un “suicidio” di Stato-mafia che attende ancora giustizia di ANTONIO

INGROIA

Quello del medico siciliano fu un omicidio legato a doppio filo all’intervento chirurgico per un cancro alla prostrata a cui Bernardo Provenzano si sottopose a Marsiglia nel 2003. Ma un’inchiesta piena di omissioni e depistaggi vuole farlo passare per un caso di overdose solo per tutelare quel pezzo di apparato che proteggeva il capo di cosa nostra in quanto garante della trattativa

A

ttilio Manca era un medico siciliano e lavorava all’ospedale Belcolle di Viterbo. Era un urologo molto bravo, uno dei primi ad utilizzare la tecnica chirurgica della laparoscopia per operare il cancro alla prostata. Quando fu trovato morto nella sua casa di Viterbo, il 12 febbraio del 2004, non aveva ancora compiuto 35 anni. Li avrebbe compiuti otto giorni dopo, se non fosse stato ucciso, perché io sono certo che si sia trattato di un omicidio. Un omicidio di mafia e di Stato. Un omicidio legato a doppio filo alla latitanza di Bernardo Provenzano e in particolare all’intervento chirurgico per un cancro alla prostrata a cui l’allora capo dei capi di cosa nostra si sottopose a Marsiglia nell’autunno 2003. Un omicidio da inquadrare nell’ambito di quella vicenda complessissima e per molti aspetti ancora da chiarire che fu la trattativa Stato-mafia. Quando il corpo di Attilio Manca fu rinvenuto aveva due buchi nel braccio sinistro, mentre due siringhe da insulina furono trovate in casa. La procura di Viterbo non ebbe dubbi e con una fretta immotivata, senza nemmeno considerare evidenze clamorose, decise che si trattò di morte per overdose se non di suicidio. Insomma, Attilio sarebbe stato un tossicodipendente che, forse per farla finita, si sarebbe iniettato in vena un mix letale di eroina, tranquillanti ed alcol. Il problema, giusto per dirne una, è che lui era mancino, per cui semmai si fosse iniettato qualcosa in vena i buchi si sarebbero dovuti trovare sul braccio destro e non su quello sinistro. E poi ci sono le foto, inequivocabili, del suo corpo senza vita, trovato a letto con il volto tumefatto e il setto nasale deviato propri di chi è stato aggredito e colpito ripetutamente. Ma le anomalie sono tante, in una vicenda giudiziaria paradossale, caratterizzata da prove manomesse e falsificate, depistaggi, tentativi di insabbiamento, omissioni investigative, contraddizioni e tutto il peggio già visto in tanti altri misteri di Stato. Anomalie simili a quelle emerse in procedimenti certamente paralleli e sicuramente collegati, mi riferisco alle indagini sulla trattativa Stato-mafia e al ruolo strategico avuto da Provenzano in quella trattativa, per cui ancora prima di approfondire la vicenda ho sempre avuto il dubbio che anche in questo caso ci siano stati alcuni depistaggi fabbricati a tavolino. Quel

A sinistra Attlio Manca. Nella foto a destra un frame dalla trasmissione “Chi l’ha visto?”

dubbio è diventato certezza, la certezza di un’ingiustizia di Stato, quando ho avuto modo di conoscere la mamma di Attilio in maniera casuale. Ora che da legale, insieme all’avvocato Fabio Repici, della famiglia Manca conosco meglio l’incartamento processuale, con le mancate indagini della procura di Viterbo, quella certezza si è trasformata in indignazione. Nella mia esperienza non breve da pm ho incontrato a volte timidezza, altre volte sciatteria, altre volte ancora pigrizia professionale e talvolta vera e propria mediocrità sul lavoro. Devo dire però che mai avevo visto un fascicolo con carte di questo tipo, da cui emergono tutta l‘incapacità e le negligenze degli inquirenti, nonché l’arroganza dei magistrati che hanno archiviato il caso senza voler ascoltare le ragioni dei familiari e anzi dimostrando assoluta superficialità e gravi pregiudizi. Non c’è infatti bisogno di essere Sherlock Holmes per capire che quelle foto non sono le foto né di un suicidio né di un’overdose accidentale, come ha invece cercato di affermare la procura di Viterbo. Sono piuttosto foto che raccon-

tano un omicidio a seguito di un violento pestaggio. Quanto al pm a cui è stata affidata l’inchiesta, quello che non ha indagato sulla vicenda, in udienza ha detto che non voleva far perdere troppo tempo al giudice con un caso che non meritava lungo approfondimento. Un bluff, poi, è la perizia: nella consulenza tecnica si scrive solo che Attilio Manca avrebbe assunto sostanze stupefacenti. Fatto incontestabile, ma la perizia non dice chi gliele ha inoculate. Imbrogliando carte e parole, la procura sostiene che la perizia dimostri come Attilio fosse un assuntore abituale, un tossicodipendente, cosa che invece la perizia non dice affatto. Su questa “non-prova” è stato costruito tutto il castello di congetture che ha portato alla conclusione che fu morte per overdose. Ma perché tutta questa fretta di chiudere il caso senza un colpevole? Perché i depistaggi, i tentativi di insabbiamento? Ebbene, per capire la vicenda Manca bisogna inquadrarla in un contesto molto più grande e molto più complesso in cui il depistaggio ha un movente. È la storia che ce lo insegna, basta ricordare quanto accaduto con le indagini sulla

strage di via D'Amelio. E allora i riferimenti e i collegamenti a Provenzano non sono solo suggestioni: il ruolo del boss nella morte di Attilio va inserito nell’ottica sempre più plausibile, se non probabile, di eliminare un testimone scomodo e attendibile. Non è infatti assolutamente azzardato supporre che Attilio, uno dei più bravi specialisti italiani, originario di Barcellona Pozzo di Gotto – dove si ritiene abbia trascorso parte della sua latitanza Provenzano - sia stato contattato per visitare, curare e operare il boss per il cancro alla prostrata, senza sapere chi fosse, per poi essere eliminato in quanto pericoloso testimone. Tesi avvalorata dalle affermazioni del mafioso pentito Francesco Pastoia, poi trovato impiccato in carcere, il quale, intercettato, afferma che Provenzano fu assistito da un urologo siciliano in uno dei suoi covi. Tesi supportata dai giorni trascorsi in Costa Azzurra da Manca per una improvvisa vacanza e da vari altri riscontri oggettivi. Ma chi o cosa metteva a rischio il testimone Attilio Manca? Chi o cosa bisognava proteggere? Provenzano ovviamente, sia perché boss mafioso latitante sia perché garante della trattativa. Ma anche quel pezzo di Stato che proteggeva il capo di cosa nostra proprio in quanto garante della trattativa. Ecco la convergenza di interessi tra mafia e Stato, una convergenza di interessi frutto di un patto scellerato di cui Attilio è stato vittima inconsapevole. È questa la verità che non si deve scoprire, è questa la ragione che porta al depistaggio e ai tentativi di insabbiamento. Ma la battaglia per scoprire cosa c’è dietro la morte assurda di un giovane medico va avanti. C’è uno spiraglio, quello aperto dal processo che vede imputata a Viterbo Monica Mileti, la presunta spacciatrice che avrebbe ceduto la dose letale ad Attilio. E’ l’unica speranza per fare chiarezza, per accertare la verità. Io e la famiglia Manca non ci arrendiamo, chiederemo alla Procura distrettuale antimafia di approfondire ciò che non è stato mai approfondito, andremo anche alla Procura nazionale antimafia. In altri casi che sembravano disperati e senza uscita, come nel caso Rostagno, non tutta la verità ma almeno un pezzo importante di verità è venuta fuori. Per questo non bisogna arrendersi. Lo dobbiamo ad Attilio, perché giustizia sia fatta.

Ma la Procura di Viterbo non ha dubbi: “Quella fu solo una tragedia di droga” Il procuratore capo Alberto Pazienti ed il pubblico ministero Renzo Petroselli non hanno mai creduto all’omicidio di mafia né tantomeno a collegamenti con Provenzano ed hanno chiesto più volte l’archiviazione del caso. A processo solo la presunta spacciatrice che avrebbe procurato al medico la dose letale di Riccardo Paletti

C

aso chiuso. Anzi, mai realmente aperto. Per la Procura di Viterbo dietro la morte di Attilio Manca non c’è alcun mistero, ad uccidere il giovane medico originario di Barcellona Pozzo di Gotto è stata un’overdose di eroina mista a tranquillanti. La mafia non c’entra, lo Stato nemmeno. Nessun collegamento con Provenzano e la trattativa. “E’ una tragedia di droga”, hanno sempre sostenuto il procuratore capo di Viterbo, Alberto Pazienti, ed il pubblico ministero titolare del fascicolo, Renzo Petroselli. Che per questo hanno chiesto

per quattro volte l’archiviazione del caso ed il proscioglimento dei cinque indagati barcellonesi, richiesta accolta dal Gip. L’unica a dover affrontare un processo, per spaccio, è invece Monica Mileti, la donna che avrebbe fornito al medico siciliano la dose letale. Quanto alle contestazioni della famiglia di Manca, Pazienti e Petroselli hanno sempre respinto l’ipotesi omicidio parlando di autoinoculazione certa dell’eroina in endovena, di mancinismo tutt’altro che puro e comunque non tale da impedire a un medico specializzato in un’avanzata tecnica di chirurgia laparoscopica di iniettarsi l’eroina sul braccio sinistro con la mano

destra. E poi ci sarebbe l’esame tricologico sui capelli del medico, che a detta della Procura avrebbe accertato la presenza di tracce di stupefacenti: “Ciò non vuol dire che fosse tossicodipendente ma che facesse uso di droga occasionalmente”, è l’opinione di Pazienti. Quanto alla pozza di sangue vicina al cadavere, sarebbe stata conseguenza dell’edema polmonare provocato dall’overdose. E il naso rotto? Non risulterebbe dall’esame autoptico. Tutto il resto per Pazienti sarebbe “leggenda metropolitana”. Compresa la mafia e Provenzano. Tesi respinte dalla difesa e dalla famiglia di Attilio Manca, che hanno sempre parlato di indagini condotte in modo

Alberto Pazienti e Renzo Petroselli

approssimativo e di omissioni gravi e sostenuto che il medico sarebbe stato ucciso perché testimone scomodo dell'opera-

zione alla prostata alla quale fu sottoposto in Francia, a Marsiglia, il super boss della mafia Salvatore Provenzano.


25 GIUGNO 2014

BRASILE 2014

PAGINA 4

Finite le vacanze in Brasile, adesso le continueranno in Italia Dopo un’altra prova incolore, la nostra nazionale perde con l’Uruguay ed esce ingloriosamente dal Mondiale senza aver superato il girone eliminatorio

In dieci nell’ultima mezz’ora per l’espulsione di Marchisio, gli azzurri non riescono a recuperare Prandelli continua a sbagliare e dopo la partita si dimette insieme al presidente della FIGC Abete di Paolo Signorelli

B

rasile 2014, un Mondiale di calcio tutt’altro che scontato. Tra temperature folli, time out, bombolette spray, scarpini ultima generazione e “goal technology”, alla fine, in questo sport, a parlare è sempre il campo. Quel rettangolo verde che ha decretato il crollo di alcune “big” e ha sancito il fatto di come, almeno ai Mondiali, le squadre “cenerentola” o “materasso” non esistano più. Perché i team che si sono qualificati alla fase finale del campionato del mondo, hanno dimostrato tutti organizzazione e solidità. Basti pensare alla Costa Rica, che davano subito per spacciata e che invece si è qualificata, addirittura per prima, nel girone dell’Italia. Battendo sia noi che l’Uruguay. Alcune squadre hanno già staccato il biglietto per gli ottavi di finale, altre si giocano il tutto per tutto nell’ultimo match del girone. A proposito della nostra Nazionale il fallimento totale si è consumato ieri. L’Italia è stata eliminata al primo turno. Bastava soltanto non perdere contro l’Uruguay per passare il turno. Non siamo nemmeno riusciti a portare a casa un punto. Godin ed un arbitraggio “contestato” hanno sancito l’addio della squadra azzurra dai Mondiali. Una squadra sembrata cotta, senza idee e senza carattere. Prandelli ha sbagliato davvero tutto., ma ha almeno avuto il buon gusto di dimettersi insieme al presidente della FIGC Abete. Voto 2 Ma, oltre alla Costa Rica, ha impressionato l’Algeria, che ha messo paura prima al Belgio -perdendo però 2 a 1- e poi ha schiantato la Sud Corea per 4 a 2. Per il passaggio del turno, a cui nessuno credeva, basterà non perdere contro la Russia di Capello. Clamorose, nemmeno a dirlo, sono state le eliminazioni di Spagna ed Inghilterra. I campioni del Mondo e d’Europa in carica sono stati presi letteralmente a pallonate dall’Olanda (5-1) e dal Cile. Le ormai ex “Furie Rosse” sono giunti al termine di un ciclo (2 Europei consecutivi e di mezzo un Mondiale). Un ciclo vincente, ma che, come tutte le cose belle, destinato inesorabilmente a finire. Il famoso “tiki taka” non fa più paura a

Informazione on line

Direttore responsabile

Guido Paglia Società editrice Mediacontro S.r.l.

nessuno ed anche lo squadrone spagnolo alla fine è stato annientato. Ci sono voluti anni, ma le contromisure per fermarlo sono state trovate. E adesso la Spagna si è ritrovata a doversi giocare e vincere l’ultima partita del girone contro l’Australia, per non finire ultimo nel gruppo B. un 3-0 che è servito soltanto a salvare la faccia. Uno scenario impensabile prima dell’inizio di questa competizione. Ed anche l’aria che si respira all’interno dello spogliatoio non è dei migliori. Xabi Alonso è stato “isolato” dal gruppo per la sua frase “non abbiamo più fame” e Piquet si è infortunato ad una caviglia, o forse ad un polpaccio, o forse, secondo le indiscrezioni che filtrano dal ritiro della “Roja” il calciatore del Barca avrebbe litigato con Del Bosque. Così come Fabregas. Da “Furie Rosse”, la Spagna sembra essersi trasformata in “Furie Rotte”. Voto 4,5 (solo per i successi recenti) Un capitolo a parte meriterebbe l’Inghilterra, considerata una “big” del calcio senza poi troppi meriti. La squadra di Roy Hodgson ha fallito, nuovamente, di fronte ad una competizione importante. E’ inspiegabile come l’Inghilterra, patria del football e palcoscenico del miglior campionato del mondo, la cui popolazione supera i 50 milioni, non riesca mai a lasciare il segno in un Mondiale. Esclusa l’edizione del 1966, giocata “in casa” e condizionata da arbitraggi discutibili fino alla finale di Wembley, i leoni britannici non sono più riusciti a far sognare i propri tifosi. “L’ansia da prestazione” ed il complesso d’inferiorità sono ormai diventati uno scoglio insormontabile per qualsiasi giocatore indossi la gloriosa maglia inglese. E per tutti i tecnici che puntualmente, partendo con ambizioni e promesse, tornano a casa con le ossa rotte dalle critiche dei severi media anglosassoni. Emblematico il titolo del “Daily Mail”, il giorno dopo l’eliminazione della squadra britannico dalla spedizione brasiliana. “RIP England football team”. E Gerrard e Lampard sono pronti ad abbandonare la nave per lasciare spazio a giovani. Sperando che prima o poi la rotta verrà invertita. Voto 3.

giando, una partita che doveva vincere a tutti i costi, contro gli Stati Uniti. Solo un miracolo ora può salvare i lusitani. A proposito degli USA, è diventata una realtà del calcio internazionale. Cosa che, fino a qualche anno fa, sembrava davvero impensabile. Nelle fila del Portogallo si è rivisto un certo Postiga. Il calciatore, acquistato nel mercato di “riparazione” da Lotito, è sceso in campo titolare, salvo poi abbandonare il terreno di gioco per infortunio, dopo solo 5 minuti di gioco. Della serie-lotitiana “io compro solo giocatori funzionale al progetto”. Vincono, ma non convincono Brasile ed Argentina. I padroni di casa, all’esordio, hanno sofferto non poco contro la Croazia e se non fosse arrivato un rigore “generoso” probabilmente la vittoria non ci sarebbe stata. I limiti dei cinque volte campioni del Mondo sono emersi anche contro il Messico, dove la squadra di Scolari non è andata oltre lo 0 a 0. La vittoria di lunedì contro il Cameroon (4-1) ha certificato il primato del Brasile nel gruppo A. Un Brasile che, nonostante il gioco non spumeggiante, cui siamo abituati a vedere quando i verdeoro scendono in campo, sicuramente se la giocherà fino all’ultimo. E poi può contare sull’apporto di un giocatore straordinario: Neymar. Adesso agli ottavi ci sarà il Cile. Una partita da non sottovalutare perché la squadra del coach Sampaoli gioca bene e può mettere in difficoltà il Brasile. Voto 7,5 Le speranze della “Seleccion” sono aggrappate ad un nome, che è anche una garanzia. Lionel Messi. Il fenomeno del Barcellona ha trascinato, quasi da solo, la sua Nazionale verso gli ottavi. Decisive le sue prodezze contro la Bosnia -che poteva essere un’outsider di questo torneo e che

invece è stata eliminata dalla Nigeria-, e contro l’Iran, battuto solo grazie ad una sua rete nel finale. L’Argentina può arrivare fino in fondo e se Messi continuerà a giocare in questo modo, le quotazioni per la vittoria del Mondiale saliranno inevitabilmente. E poi c’è sempre lo stimolo della “Seleccion” di trionfare in terra brasiliana. Un successo che tutto il popolo argentino sogna. Voto 7 Poi Francia, Olanda e Germania. La compagine transalpina, orfana di Ribery, ha trovato in Benzema il suo uomo migliore. Quattro gol fin qui realizzati e tanta tanta qualità. Primo posto nel girone già archiviato. Il tecnico Deshamps ha trovato la quadratura perfetta. La punta del Real, Matuidi, Giroud garantiscono molte reti ed un peso specifico offensivo davvero importante. Otto goal segnati, in due partite, per i “Blues”. Pogba e Sissoko sono una garanzia e nel Mondiale che rimanda a casa subito la Spagna e l’Inghilterra, la Francia c’è. E canta forte con orgoglio la sua “Marsigliese”. Voto 8

Van Gaal, un signor allenatore, non si sta certamente nascondendo. “Vogliamo vincere il Mondiale”, le sue parole dopo la vittoria contro i “canguri”. L’Olanda ha però un punto debole: la difesa che non appare irresistibile. Voto 8 I tedeschi non vincono i campionati del Mondo dal 1990, in Italia. La sete e la fame di trionfo sono tante. Comunque vada, la Germania arriva sempre fino in fondo. La squadra allenata da Low dopo aver battuto facilmente il deludentissimo Portogallo (4-0) è incappata nell’ostacolo Ghana (2-2), salvata soltanto dalla rete del laziale Miroslav Klose che con il suo goal è entrato nella storia del calcio. 15 centri al Mondiale, raggiungendo Ronaldo (Luiz Nazario da Lima) che deteneva il primato. Adesso il bomber biancoceleste vuole continuare a segnare e portare la Germania in paradiso. Ci crede il popolo tedesco e ci credono anche i suoi giocatori. Voto 7

Anche l’Olanda si è qualificata per prima. Gli “orange” dopo aver demolito la Spagna, hanno sofferto pa-

Belgio, Cile e Colombia sono le realtà di questa competizione. Tutte e tre già qualificate agli ottavi, con una giornata di anticipo. La squadra di Wilmots non sta giocando bene, ma vince. E nel calcio

recchio contro l’Australia, ma sono riusciti lo stesso a portare a casa i tre punti (3-2). Poi hanno battuto il Cile (2-0). Impossibile non considerare gli olandesi tra i favoriti per il titolo. Robben e Van Persie fanno davvero paura e

conta solo questo. Vittoria in rimonta contro l’Algeria e vittoria di misura allo scadere contro la Russia di Capello. Si tratta di un team di ra-

Con un piede e mezzo fuori dal torneo, forse anche due, il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Il pallone d’oro non ha brillato, non era al meglio fisicamente e si è visto. Ma la sua Nazionale non lo ha aiutato, prendendo 4 goal all’esordio dalla Germania e pareg-

Redazione, amministrazione, pubblicità Viale Marco Polo, 71 00154 Roma

Tel. 06 45618749

Sito web www.lultimaribattuta.it email: redazione@lultimaribattuta.it

Lionel Messi

gazzi giovani, tutti fortissimi. Potrebbe pagare l’inesperienza, ma in organico ha un giocatore in grado di accendersi quando meno te l’aspetti. Hazard. Il talento del Chelsea, seppur discontinuo, è l’arma in più dei belgi che, insieme a Mertens, proveranno a dare del filo da torcere alle Nazionali più blasonate. Voto 7,5 Il Cile gioca quasi in casa. E si vede. Ogni volta che scende in campo ha tutto il pubblico dalla sua parte a fare il tifo per lui. I giocatori sembrano abituati a giocare con questo clima molto umido ed i risultati stanno arrivando. Battuta facilmente l’Australia (3-1) ed umiliata anche la Spagna (2-0 ma il passivo poteva essere molto più pesante). La sconfitta con l’Olanda non scalfisce una squadra che gioca sicuramente un bel cacio. Sanchez guida i cileni che, senza fare proclami, intanto sono lì, al cospetto delle grandi. Pronti a giocarsi le proprie carte. Voto 7 Così come la Colombia, altro paese sudamericano che può contare sull’apporto dei propri tifosi. Il bomber Falcao ha dato forfait e non ha recuperato dall’infortunio al ginocchio. Ma la Nazionale colombiana ha un giocatore che mette paura alle difese avversarie: Cuadrado. Con lui in campo la sua squadra crea sempre superiorità numerica. Un calciatore in grado di saltare l’uomo con una facilità incredibile. In rosa poi ci sono gli “italiani” Guarin, Ibarbo, Armero, Zuniga, Yepes e Zapata. Un mix di forza ed esperienza a servizio della Colombia che, gli addetti ai lavori, danno come una delle possibili outsider in corsa per il Mondiale brasiliano. Attenzione poi al Messico, che ha eliminato la Croazia nell’ultimo match del gruppo A e adesso sfiderà l’Olanda, una delle favoritissime di questo torneo. Voto 7 Impossibile dire chi vincerà. Alcuni dei favoriti già hanno preso un aereo per tornare nelle rispettive case. A chi non veniva data una lira, invece adesso si trova negli ottavi. Chi doveva dominare e segnare valanghe di goal arranca. Insomma è ancora presto per fare pronostici.


25 GIUGNO 2014

INCHIESTA

PAGINA 5

D

opo l’ipotesi di chiusura dell’Oasi Felina di Villa Flora e la ventilata deportazione dei 130 gatti lì ospitati, Viviana Frigino, presidente dell'associazione Panda che gestisce la struttura, li ha trasferiti e messi in salvo presso il rifugio di cui è proprietaria la stessa associazione. L’intenzione di chiudere i battenti alla storica Oasi Felina del Portuense è stata motivata dalla Giunta Marino, nella famigerata delibera 148, dal fatto che la struttura non sarebbe a norma a causa “dell’insufficiente altezza degli ambienti di lavoro, poiché inferiore

ANIMALI IN FUGA

Il Comune minaccia di chiudere l’Oasi felina di Villa Flora, i volontari trasferiscono 130 gatti per evitare la diaspora

a m. 2,70 e non ampliabile in quanto trattasi di solaio strutturale posto a quota m. 2,50 dal piano di calpestio su tutta la superficie dell’immobile”. Ciò la renderebbe “non adeguabile”, e di conseguenza destinata alla dismissione. A nulla è valso l’eccellente operato svolto in questi anni dai volontari dell’associazione ma soprattutto l’onerosa ristrutturazione dei locali, i cui oneri sono stati interamente sopportati da Panda. Checché ne dica il Sindaco Ignazio Marino, il merito, di questi tempi, non viene premiato. E.S.

Canili: Marino tenta il “golpe”, il Consiglio Comunale si oppone

Con lo stop alla delibera 148, ci si chiede quale sia la politica dell’amministrazione capitolina sul tema

Ancora una volta il Sindaco di Roma viene sconfessato dalla sua stessa maggioranza. Sventata, per il momento, la deportazione di centinaia di animali in strutture private convenzionate di Emiliano Stella

G

aleotta la delibera 148 del 22 maggio 2014, con cui la Giunta Marino ha tentato di smantellare il sistema dei canili pubblici a Roma. Quando il Sindaco ha gettato la maschera e mostrato la sua scarsa considerazione verso gli animali. Non esseri senzienti ma numeri, una spesa come tante altre, per Roma Capitale, da ridurre drasticamente. Sono lontani i tempi delle promesse elettorali. Allora, Ignazio Marino garantiva che il suo passato da vivisettore era un dato marginale, scalzato da una nuova, sincera, sensibilità animalista. Per fortuna si è messo di traverso il Consiglio Comunale che in maniera compatta, maggioranza inclusa, ha approvato una mozione che impegna il Sindaco e la Giunta a superare la delibera, di fatto defunta. Ma in cosa consiste questo vero e proprio colpo di mano malriuscito? Otto pagine di politichese,

cune strutture considerate non a norma e svuotarne altre con l’obiettivo di ristrutturarle. E ciò comporterebbe la deportazione di oltre 400 di animali in strutture private ed il licenziamento di un centinaio di lavoratori. Nel bene e nel male, il sistema dei centri di accoglienza e cura degli animali randagi a Roma funziona. Che poi sia un costo esorbitante per le casse del Campidoglio è un altro paio di maniche, non si può dar torto a chi punta l’indice contro gli sperperi ed i conti gonfiati di associazioni che operano senza che propedeuticamente sia stato indetto un regolare bando di gara, obbligatorio per legge, e quindi con assegnazioni che lasciano non poche ombre e dubbi sulla loro correttezza. C’è anche da dire che gestire canili, gattili, oasi feline, offrire servizi di ricovero, cura ed adozione degli animali, ha un suo costo, ineliminabile per ogni amministrazione che voglia evitare di fronteggiare il problema del randagismo.

IL PRIMO CITTADINO HA DIMOSTRATO SCARSA CONSIDERAZIONE VERSO GLI ANIMALI. NON ESSERI SENZIENTI MA NUMERI. UNA SPESA COME TANTE ALTRE, PER ROMA CAPITALE, DA RIDURRE DRASTICAMENTE dichiarazioni d’intenti e una discutibile relazione sullo stato dei canili e gattili comunali romani. Il tutto finalizzato a dismettere al-

Per questo le associazioni animaliste sospettano che dietro il proposito della delibera di svuotare temporaneamente le strutture per

INGENUO O FURBETTO?

Quando Bonessio, Presidente dei Verdi nel Lazio, sosteneva il chirurgo genovese come animalista

risistemarle ci sia la volontà della Giunta Marino (non nuova a performance del genere) di sgravarsi da queste incombenze lavandosene le mani. Esternalizzare il problema animali, affidando la loro custodia a canili privati convenzionati, anche fuori regione, in modo da abbattere i costi connessi al loro mantenimento, questa è la miope idea di fondo. La Giunta Marino però ignora il perché il mantenimento in una struttura privata di un animale costi meno della metà che in una pubblica. Forse non hanno mai sentito parlare dei canili lager, di rifugi fatiscenti in cui gli animali vengono poco o mai alimentati, ammassati in recinti angusti senza riparo dagli eventi climatici, in cui l’accesso alle cure veterinarie è un miraggio. Ecco perché sono così economici e competitivi. A pensar male, poi, viene da congetturare che il proposito della deportazione sia quello di favorire gli amici degli amici, i proprietari di rifugi dai nomi amichevoli che nella realtà lucrano sulle povere bestiole che gli vengono affidate. I gestori del business degli animali il più delle volte agiscono in malafede, tenendo lontani i volontari animalisti ed impedendo l’accesso al pubblico, rendendo così impossibile l’adozione dei malaugurati ospiti. I numeri parlano da soli: l'anno passato sono usciti dal canile di Muratella più di 1900 animali, a fronte di 1800 ingressi, in quelli convenzionati solo 87. Si capisce, la loro forza sta nel numero, più bocche ci sono da sfamare, più soldi prendono dal Comune. Ma torniamo alla delibera, in cui viene analizzata la situazione di ogni struttura comunale deputata all’accoglimento di animali. Secondo il gruppo di lavoro che ha stilato la relazione, delle 6 strutture prese in considerazione 3 non sono adeguabili, e di conseguenza destinate ad essere dismesse. Il “Canile comunale di Vitinia” (ex Poverello), ad esem-

Nando Bonessio

“A

pio, sorge su un terreno non comunale che fa gola alla speculazione edilizia, le associazioni animaliste ipotizzano che l’intenzione di chiuderlo sia motivata proprio dal voler favorire il palazzinaro di turno. La “Valle dei cuccioli”, invece, sarebbe destinata alla chiusura in quanto “l’ubicazione dello stesso impedisce l’acquisizione della necessaria autorizzazione sanitaria a causa del pericolo di trasmissione di patologie infettive tra i cani ospitati nel canile e gli animali ospitati all’interno del confinante Bioparco di Roma”. La terza struttura che si voleva cassare è l’”Oasi felina di Villa Flora”, a causa “dell’insufficiente altezza degli ambienti di lavoro e della non conoscenza delle modalità di smaltimento delle acque reflue e di approvvigionamento idrico”. Eccetto che per la “Valle dei cuccioli”, le motivazione addotte suonano alquanto pretestuose. Si salvano sicuramente altre tre strutture, su cui però è doveroso porsi delle domande. Il “Canile comunale della Muratella”, ad esempio, non è così datato da necessitare di una ristrutturazione. E anche se

fosse, perché non fare i lavori padiglione per padiglione, mantenendolo sostanzialmente attivo? Lo stesso dicasi per il “Canile Comunale di Ponte Marconi” (ex Cinodromo), perché non metterne a norma uno alla volta evitando deportazioni di massa? A cosa si deve questa urgenza ed il bisogno di fare tutti i lavori in contemporanea? Altri discorsi poi andrebbero fatti sulla struttura di Muratella, per la quale sono state prese decisioni a dir poco scellerate. Sembra infatti che a gestire l’ospedale veterinario sia stato chiamato Claudio Fantini, inviso alle associazioni animaliste che ne hanno delineato un ritratto a dir poco inquietante. Ex veterinario a Porta Portese ai tempi del vecchio canile, era a loro dire un soppressore di cuccioli. Ora è accusato di voler smantellare tutto il sistema di soccorso animali di Roma, iniziando proprio da quello destinato ai gatti, chiuso definitivamente, ed anche per quello dei cani fa il bello ed il cattivo tempo decidendo a sua discrezione chi far curare e chi no. Stanti queste condizioni, chi investirà inavvertitamente un animale come farà a ot-

buon intenditor poche parole”, questo motto sarà risuonato più volte nelle orecchie di Nando Bonessio, attuale Presidente dei Verdi nel Lazio, nel corso dell’ultimo anno. Per ingenuità o per convenienza, e non si sa cosa sia peggio in politica, si era speso parecchio per la candidatura di Ignazio Marino alle primarie del centrosinistra per la corsa a Sindaco di Roma. Ignazio Marino, l’allegro chirurgo che non ha mai rinnegato il suo passato di utilizzatore di animali vivi per gli esperimenti sui trapianti. Un agguerrito manipolo di animalisti, pochi giorni prima delle consultazioni che lo videro vincente, si era recato ad un evento organizzato da Bonessio, che intendeva così supportare quello che oggi è il primo cittadino della Capitale.

temperare al codice della strada che impone di soccorrere le bestioline ferite, non potendosi rivolgere alle strutture preposte? Il terzo sito a cui non verranno chiusi i battenti è l’Oasi Felina di Porta Portese, che con la scusa di essere stata da poco rimessa a nuovo è considerata la discarica dei gatti di Roma. Sovraffollata, inadatta a gatti malati e disabili in quanto sprovvista di un presidio veterinario, è totalmente sconosciuta alla cittadinanza e prendere un micio in adozione è un’impresa titanica. Lì sono stati stipati tutti i gatti di Muratella, creando una densità inaccettabile per un’oasi felina. Questa la situazione attuale, lontana quindi anni luce dalla ricerca delle ”condizioni di benessere degli animali presso ambiti familiari di idonea accoglienza” sbandierata nella delibera e più vicina alle “importanti economie di spesa sul Bilancio Capitolino”. Ci sembrano giustificati quindi i timori degli animalisti quando ipotizzano che ciò che viene spacciato per temporaneo, ovvero l’allontanamento di cani e gatti dalle strutture comunali, puzzi di definitivo.

Dopo alcune scaramucce fu impedito a Marino l’ingresso nella sala dove avrebbe dovuto parlare. Inferocito, l’esponente dei Verdi affrontò i manifestanti che gli chiedevano di mollare il suo candidato, in quanto aveva un curriculum tutt’altro che animalista e per motivi più che logici non poteva essere supportato da un verde. Bonessio rispose che no, Marino era cambiato, si era redento. A lui gli animali stavano a cuore, eccome se gli interessavano. Dopo un anno e passa le botticelle sono ancora li, e la folle delibera 148 è suonata come una beffa. Chissà se Bonessio si è pentito della sua scelta. O se i vantaggi che ne ha tratto lo faranno dormire tranquillo. E.S.


Jihad, attacco totale: Europa nel mirino 25 GIUGNO 2014

ESTERI

PAGINA 6

Dalla Nigeria all’Iraq, i fondamentalisti islamici lanciano la loro offensiva globale

Secondo fonti africane, fazioni armate come Al Shabaab stanno sfruttando il flusso migratorio verso il Vecchio Continente per inviare terroristi ben addestrati. L’ultima strage a Bruxelles forse non è un caso di Federico Campoli

N

on c’è che dire. Proprio un successone questa guerra in Iraq. Oltre dieci anni di conflitto, migliaia di vite stroncate (per interessi alquanto dubbi), milioni di euro buttati. E il risultato? Gli estremisti islamici continuano a guadagnare terreno, mentre le principali città del Paese cadono una dietro l’altra. Adesso, l’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) è alle porte di Baghdad. Le città di Rawa e Aneh sono ormai considerate perse e gli islamisti hanno già costruito diversi corridoi per armi e rifornimenti tra la Siria e l’Iraq. Ora tutto sembra essere pronto per sferrare l’attacco alla capitale. Ma gli abitanti della prima città irachena non rimangono a guardare. Le truppe sciite, fedeli a Moqtada Al Sadr, uno dei più influenti leader politico-religiosi del Paese, sono pronte alla resistenza armata contro l’assalto jihadista. Insomma, i carri armatini sono pronti. La guerra civile è praticamente alle porte. In tutto questo l’Occidente cosa fa? Naturalmente poco o nulla. Giusto gli americani stanno cercando una soluzione. Ma si trovano un una situazione di assoluta scomodità. Non hanno fatto in tempo ad uscire dall’Iraq che già gli si ripropone una nuova questione umanitaria da affrontare. E gli Usa, si sa, sono molto sensibili sul tema “umanitario”. D’altronde è per questo che è esplosa l’ultima Guerra del Golfo. Democrazia e “Weapons of Mass Destruction”, le famose armi di distruzione di massa (mai trovate). Ma adesso l’amministrazione Obama tentenna. Interveniamo, non interve-

niamo. Inviamo qualche centinaio di uomini dei reparti scelti, ma solo per proteggere la nostra ambasciata. Alla fine una soluzione indolore sembra essere quella dei droni. Un metodo comodo per far fuori qualche terrorista senza, però, la seccatura di dover seppellire bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce. Il che non sarebbe certo una gran pubblicità. Specie per un Premio Nobel per la Pace. Insomma, sembra che la “nuova” moda degli Stati Uniti sia appiccare incendi, intervenire per sedarli e, una volta estinto il grosso delle fiamme, lasciare le braci accese. In questo caso, fare paragoni con la situazione libica non è per niente sbagliato. Mentre l’Europa e gli Stati Uniti sembrano far finta di niente, le autorità africane, invece, sembrano avere chiaro il quadro della situazione. Gli attacchi dei fondamentalisti non sono sporadici o casuali, ma fanno parte di una ben precisa strategia. Una linea comune che unisce i gruppi armati dalla Nigeria all’Afghanistan. In effetti, basta fare due più due per capire che c’è qualcosa che non va. A partire proprio dalla Nigeria, salita alla ribalta della scena mediatica per il rapimento di oltre 300 studentesse compiuto dai sanguinari miliziani di Boko Haram. Si passa, poi, in Mali, dove i francesi stanno ancora combattendo una logorante guerra contro i mujaheddin nascosti tra le dune del Sahara. Non che a Parigi interessi molto della “missione umanitaria”. In realtà, l’interesse dei nostri cugini d’oltralpe si riversa sul vicino Niger, ricco di risorse (uranio in particolare). In pochi, infatti, parlano delle varie Pmc francesi (Private Military

Sopra una foto degli attentati in Nigeria, sotto guerriglieri fonfamentalisti islamici

Companies) che si stanno inserendo nel mondo della protezione delle miniere ancora, formalmente, sotto il controllo di Niamey. Ma andiamo oltre. Risalendo il Maghreb troviamo paesi come Algeria, Tunisia, Egitto e naturalmente Libia, che tentano di difendersi dalla destabilizzazione messa in atto dagli integralisti islamici. Situazione diversa, invece, per quanto riguarda il Sudan e il Sud Sudan. La stampa europea sembra si sia già dimenticata del dramma umanitario che si sta consumando nei territori di Juba. Qui, infatti, si

IN ARRIVO NEL PAESE SUBSAHARIANO UN MILIARDO E 800 MILIONI DALLA BANCA MONDIALE

Somalia, soldi e sangue S omalia, una terra aspra che si alterna tra il duro deserto di rocce e polvere ed un caldo mare infestato da squali e pirati. Da oltre vent’anni il Paese è stato attraversato da feroci conflitti e drammi umanitari. Addirittura, sulla guerra che ha colpito la nazione africana nei primi anni ’90 è stato fatto un film, “Blackhawk down” (Blackhawk abbattuto). Nel lungometraggio si racconta la storia di un’operazione militare nel cuore di Mogadiscio, conclusasi con la morte di 19 militari statunitensi. Al Shabaab, una delle più sanguinarie fazioni qaediste attive nell’Africa sahariana e sub-sahariana, ha combattuto durante la guerra civile somala. Ed è anche tornata a riproporsi con estrema violenza negli ultimi anni. In ogni caso, la situazione della nostra ex colonia è rimasta in condizioni pietose dalla fine del conflitto fino ad oggi. Il governo di Mogadiscio è praticamente inesistente e, per contrastare i numerosi assalti degli estremisti islamici, è dovuto ricorrere all’aiuto dei paesi occidentali come Italia, Gran Bretagna, Usa e Francia. Non è un caso che il grosso delle basi militari siano state stanziate nel confinante Gibuti (Djibouti alla francese). L’ultima “grande” battaglia tra il governo somalo e le forze qaediste si è avuto l’anno scorso. Uno scontro che ha visto vittoriosa Mogadiscio (e le forze occidentali di supporto). Ma i terroristi non si sono dati per vinti. Si sono sparsi nei Paesi limitrofi (Kenya, Etiopia ecc.), hanno ripreso le forze e, infine, hanno atteso il momento giusto per sferrare un nuovo attacco alla So-

malia. Pare che il “momento giusto” sia arrivato. Di qui a breve, infatti, la Banca Mondiale e l’Unione Europea faranno arrivare nel Paese africano circa 1miliardo e 800 milioni di dollari, finalizzati alla ricostruzione. Si tratta in realtà di una mossa strategico-economica, per posizionare lì altre basi militari e per rendere Mogadiscio un porto del libero mercato in Africa. I flussi economici dovranno essere indirizzati dunque verso oriente. Insomma, un investimento non da poco e un’occasione tutt’altro che irrilevante per gli islamisti, che già si preparano ad imbracciare i fucili. Non bisogna dimenticare, infatti, che nonostante la fede (o forse sarebbe meglio dire l’ideologia) degli estremisti, una delle cose che più fa loro gola è il guadagno. Un po’ per il denaro in sè, un po’ per continuare a finanziare la Guerra Santa. Dunque, il momento per intervenire e stroncare ogni opportunità di attacco è adesso. Le forze occidentali saranno all’altezza dei loro progetti? F.C.

sta combattendo a fasi alterne una inviando nel nostro continente delle dicare dal quantitativo di clandespaventosa guerra etnica tra Nuer e cosiddette “cellule dormienti”. Si stini che ogni giorno si riversano Dinka. Gli islamisti, a quanto pare, tratta di una tattica già utilizzata in sulle coste italiane, per poi diffonvorrebbero intromettersi per stru- passato dall’Unione Sovietica. Per- dersi in tutta Europa, non sembra mentalizzare le parti, ma le divisioni sone apparentemente normali, con che sia in atto una particolare maetniche sembrano essere più forti di regolare lavoro, magari sposati e novra difensiva. Ma niente panico. quelle religiose. Situazione comple- con figli, che in realtà altro non A quanto pare non siamo i soli. tamente diversa, invece, un po’ più a sono che agenti ben addestrati nel Sempre secondo alcune autorità sud. Qui gli estremisti sanguinari di compiere atti di spionaggio e sa- africane, neanche i servizi francesi Al Shabaab sembra che abbiano un botaggio. Tutto ciò avveniva al- e inglesi sembra si stiano dando un vero e proprio impero. Partendo l’epoca della Guerra Fredda e a gran da fare per contrastare la stradalla Somalia, dove hanno mosso i quanto pare avviene anche nel- tegia degli islamisti. Parigi, infatti, primi passi (e dove stanno ripren- l’epoca della Guerra al Terrore. è ancora troppo impegnata nel tedendo le attività), i jihadisti hanno Naturalmente, è inutile anche ag- nere sotto controllo il Mali, perchè dichiarato guerra al vicino Gibuti e giungere che l’immigrazione sia non diventi l’ennesimo focolaio al al Kenya. Non è un caso che nell’ul- diventato ormai un business per i pari della Libia o dell’Iraq. Ma quetimo mese entrambi questi paesi terroristi. Due piccioni con una sto di certo non è una giustificasiano stato oggetto di attacchi terro- fava. Da un lato c’è un guadagno zione. Anche perchè se guardiamo ristici. Durante l’ultima incursione, sicuro con il traffico di esseri i dati, le più potenti e pericolose avvenuta proprio in Kenya, sono umani verso le nostre sponde, “basi” dell’integralismo islamico morte ben 48 persone. I killer hanno dall’altro c’è la possibilità di infil- europeo si trovano in Svezia, fatto irruzione, armi in pugno, in trare uomini pronti a tutto in Regno Unito, Belgio e Francia. Quindi, come al solito, la colpa è due alberghi, una banca ed un com- nome di Allah. missariato a Mpeketoni. Tra tutte le fazioni integraliste islamiche, forse Al Shabaab è quella che dovrebbe preoccupare di più noi europei. Bisogna tener conto del fatto che, se i terroristi hanno lanciato il loro attacco globale, anche (e soprattutto) il Vecchio Continente dovrebbe stare in guardia. D’altronde siamo uno dei loro obiettivi primari da sempre, come testimonia la ferita anSEMBRA CHE LA “NUOVA” MODA DEGLI STATI UNITI cora fresca della strage alla Sinagoga SIA APPICCARE INCENDI, INTERVENIRE PER SEDARLI di Bruxelles. GuardaE, UNA VOLTA ESTINTO IL GROSSO DELLE FIAMME, caso, l’assassino è un LASCIARE LE BRACI ACCESE” ex miliziano appena tornato dalla Siria, dove combatteva per uno dei tanti groppuscoli sunno-sa- Ma più che l’attacco globale sfer- nostra, che aspettiamo l’arrivo dei lafiti. Insomma, i segnali che l’Eu- rato dai fondamentalisti islamici, terroristi per poi individuarli ropa sia nell’occhio del ciclone sono quello che dovrebbe seriamente quando sono già sul “campo di battanti. Ma come possono colpirci? preoccuparci è quello che sembra taglia”, anzichè andare a cercarli Semplice, innanzitutto sfruttando i essere il totale disinteresse dei no- alla fonte. Chissà che anche questa flussi migratori. Secondo le autorità stri servizi di intelligence. Am- volta l’Europa non chiuderà le di alcuni paesi dell’Africa sahariana messo che siano a conoscenza di stalle una volta che i buoi siano e sub-sahariana, i terroristi stanno questa strategia offensiva. E a giu- scappati.


L'ultima ribattuta del 25 giugno 2014