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ECCO BUGIE E VERITÀ SULLE “PENSIONI D’ORO”

OLTRE LA TOGA

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“Pensioni d’oro”: cosa sono realmente? Sono quelle che subiscono un ulteriore e pesante prelievo fiscale, definito ipocritamente “contributo di solidarietà”. Non si può generalizzare, non si può far passare da nababbo chi, per ottenere una pensione (sopra la media) ha sempre lavorato duramente versando sempre tutti i contributi.

LUNGO VIAGGIO TRA LE “BUCHE” DI MARINO

on solo notizie, approfondimenti e retroscena. “L’ultima ribattuta” vuole essere anche uno spazio di confronto, perché è proprio dal confronto che nasce un’informazione completa, trasversale, di qualità. Sulle nostre pagine avremo perciò una rubrica curata da Antonio Ingroia, che si chiamerà “Oltre la toga”, in cui l’ex pm, oggi avvocato e presidente di Azione Civile, dirà la sua su un tema di attualità, confrontandosi di volta in volta con qualcuno che la pensa in maniera diversa da lui. Insomma, due punti di vista differenti su uno stesso argomento. Il modo migliore per permettere al lettore di farsi la propria opinione.

Il sindaco ciclista è il protagonista di una gestione molto travagliata dell'amministrazione capitolina. La sua amministrazione fa acqua da tutte le parti: da quella caduta dal cielo a quella contaminata nelle case di molti romani.

è a pagina 3

LUCA CIRIMBILLA a pagina 8

PAOLO SIGNORELLI a pagina 5

La rubrica di

a m i t l L’u Rivenditore ufficiale Pratiflex Srl www.pratiflex.it

MATTEO RENZI E LE NOMINE DEGLI ENTI di Guido Paglia

uando Matteo Renzi decise all’improvviso che era arrivato il momento di prendere il posto di Enrico Letta, i retroscenisti dei media cominciarono la gara per riuscire a capire cosa avesse provocato davvero la scelta di un nuovo governo. Come mai il neo-segretario del Pd, dopo mille promesse e duemila dichiarazioni di lealtà verso l’esecutivo, aveva fatto precipitare la situazione? Soltanto qualcuno (e abbastanza di sfuggita) puntò il dito in direzione dei grandi enti e degli imminenti rinnovi triennali dei vertici. E invece era proprio quello uno dei motivi principali di tanta fretta. Terrorizzati (e abituati a giocarsi le loro chances in un clima di assoluta riservatezza), gli uscenti sono subito corsi ai ripari, dedicandosi a tempo pieno a far calare un interessato velo di silenzio tutt’intorno al capitolo nomine. E così, nelle ultime settimane, è iniziato e sta andando avanti nel massimo riserbo il braccio di ferro tra “rottamatore” e “rottamandi”. Sì, perché Renzi sa benissimo che non può sperare di essere ritenuto credibile se liquida la vecchia classe dirigente della politica senza fare altrettanto per quanto riguarda la categoria dei boiardi di Stato. Attraverso i suoi fedelissimi, il premier ha già fatto conoscere quale sia il primo paletto da piantare: massimo due mandati e poi via, da un’altra parte se si è stati bravi o a casa se non sono stati raggiunti i risultati previsti; idem, se per caso si è rimasti invischiati in inchieste giudiziarie per reati di particolare allarme sociale. Significa che, per un motivo o per l’altro, gli amministratori delegati di ENI, ENEL, TERNA e POSTE, solo per citare le società più importanti, sono destinati a non succedere a sé stessi. Paolo Scaroni (ENI) e Fulvio Conti (ENEL) sono rimasti paralizzati. E facendo finta di non avere oltretutto carichi pendenti piuttosto rilevanti , stanno disperatamente cercando di convincere Renzi ad affidare loro “almeno” la Presidenza dei rispettivi feudi. Magari con una deleguccia a doppia firma con il futuro ad, per le strategie. Ora, entro un mese, cioè il termine ultimo per la presentazione delle liste, il premier deve decidere: “rottamazione” completa stile ministri yè yè, oppure compromesso proboiardi stile sottosegretari? Sarà molto, ma molto interessante, vedere quale strada sceglierà di seguire.

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TERZO BILANCIO IN ROSSO, I LIBRI VERSO IL TRIBUNALE NOTIZIE E RETROSCENA CHE I MEDIA NASCONDONO

MERCOLEDÌ 12 MARZO 2014

LA VERITÀ SUI CONTI DELLA RAI

CORRUZIONE Raffaele Cantone "lo sceriffo" nominato dal premier

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ANNO I - NUMERO 2

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Raffaele Cantone

hi è, cosa vuole fare e da dove intende partire Raffaele Cantone, lo ‘sceriffo’ nominato da Matteo Renzi per guidare l'autorità contro la corruzione istituita da Mario Monti ma mai di fatto partita. Il pm napoletano, 50 anni, è uno dei magistrati impegnati in prima linea nella lotta alla criminalità. Al suo lavoro si devono tra le altre le inchieste sul clan camorristico dei Casalesi che hanno portato alla condanna all'ergastolo dei più importanti boss fra cui Francesco Schiavone, detto Sandokan, Francesco Bidognetti, detto Cicciotto 'e Mezzanott e numerosi altri.

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Riccardo Paletti a pag. 3

LA MELANDRI ED IL MAXXI FLOP i mancava solo l’emendamento tagliato su misura per inserire definitivamente Giovanna Melandri, ex ministra della sinistra tutta champagne e caviale e oggi madre badessa del MAXXI di Roma, fra coloro che possono sempre contare sugli “amici”. Quelli politici ovviamente. Con il solito rapido colpo di mano, la commissione Cultura del Senato ha approvato un emendamento che “stabilizza” (tradotto significa che i soldi arriveranno tutti gli anni e non una tantum, a prescindere dai risultati) il finanziamento da 5 milioni di euro per il MAXXI affidato dal 2012 alle cure della sua “mamma”.

C Dai 244,6 milioni del 2012 ai 70 già previsti per quest'anno, passando per il centinaio del 2013: il bilancio è sempre negativo ma nessun media se ne occupa di Carola Parisi

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unico dato certo è quello della chiusura del bilancio 2012: rosso per 244,6 milioni di euro. Per il 2013, c’è solo una previsione di massima: rosso per più o meno altri 100, perché trattandosi di un anno dispari, non ci sarà il consueto appesantimento dato dai diritti sportivi. E la previsione per il 2014 non è certamente delle più rosee: nel solo primo bimestre, cioè gennaio e febbraio, siamo già a -30 mln. con una previsione finale di -70. I conti della Rai, insomma, continuano ad essere un autentico disastro. Ha avuto torto

Beppe Grillo quando, fuori dell’Ariston di Sanremo, ha parlato di un “buco” di 400 milioni, ma non è questo il punto. Il punto è che l’azienda di viale Mazzini si avvia ormai verso il terzo consecutivo bilancio negativo. E se ciò si verificherà, vorrà dire che i libri contabili dovranno necessariamente essere portati in Tribunale. Con le conseguenze del caso. Ecco perché Luigi Gubitosi vuole fuggire dalla Rai e lasciare per tempo la poltrona di direttore generale prima che sia troppo tardi. Restare al suo posto fino alla naturale scadenza del mandato triennale (primavera 2015) significherebbe le-

LETTERA AL DIRETTORE

Giustizia a Roma, ma per favore più carta igienica

gare il suo nome al fallimento dell’azienda. Un onta inaccettabile per il supermanager scelto dal governo dei “tecnici” di Mario Monti, un’onta che ne squalificherebbe automaticamente la carriera per il futuro. Il tempo stringe. Entro un mese, dovranno essere pronte le liste per i rinnovi dei CdA di ENI, ENEL, Poste, Finmeccanica, Terna etc. etc. e il dg Rai vuole esserci dentro assolutamente. Non ha mai nascosto il desiderio di andare ad occupare la poltrona di Fulvio Conti all’ENEL, ma ormai si accontenterebbe di qualsiasi cosa, pur di lasciare viale Mazzini. Anche di Terna (perché l’uscente Flavio Cattaneo è molto

Caro Direttore, prima di tutto le faccio i più sinceri complimenti per il suo Giornale on-line. Impresa non da poco quella di optare per la “controinformazione” in un Paese di asserviti, ben felici di prostrarsi ai piedi dei potenti. Sono stata a spinta a scriverle queste poche righe poiché mi sono casualmente imbattuta in un vostro articolo pubblicato la scorsa settimana. Il titolo era: “Scuola, meno convegni più carta igienica”. Non potrei essere più d’accordo. Vorrei permettermi di alzare il tiro: “Tribunale,

meglio piazzato di lui per una delle aziende più importanti). Fino ad oggi, è riuscito a far tacere giornali e giornalisti sui disastri economico-finanziari della Rai durante questi due primi anni di gestione. Nessuno che gli abbia chiesto informazioni sui conti, solo interviste in ginocchio come quelle di “Espresso” e “Panorama” (vedi il numero precedente de “L’ultima Ribattuta”). Ora, però, la pacchia è finita e le cifre verranno fuori. E’ un impegno che prendiamo con i nostri lettori e con gli ignari dipendenti Rai. Non ci saranno Esclapon, Picardi & amici che tengano.

Servizi a pag. 6

Signorelli e Stella a pag. 2

meno maleducazione più carta igienica”. Mi spiego. Qualche tempo fa sono capitata alla famosa città giudiziaria di Piazzale Clodio, a Roma. Ci sono finita da profana. Solo ed esclusivamente per rendere una testimonianza. Dopo aver fatto il mio dovere, sono uscita dall’aula alla ricerca di una toilette. È così che mi sono imbattuta in uno dei cartelli più curiosi mai visti nella mia vita. Recitava così: “AVVISO PER L’UTENZA. In attesa degli stanziamenti Ministeriali del 2013, si pregano i fruitori dei servizi igienici di munirsi delle proprie forniture

a partire dal 25 p.v. perché mancherà l’approvvigionamento” (clicca sulla foto per il video). È forse per questi disservizi che il personale di ruolo nelle cancellerie di piazzale Clodio è così sgarbato. Strano, perché sulle porte di quasi tutti gli uffici compare –anche qui- un cartello: “Il pubblico si riceve esclusivamente dalle ore 9.00 alle ore 12.00”. Ed effettivamente, se si prova ad infrangere l’orario tassativo, si viene cacciati a male parole con frasi del tipo: “noi non possiamo mica star qui anche di notte”... Bagni permettendo…

Lettera firmata


12 MARZO 2014

INCHIESTA

IN RAI, “DONNA È”… UN GARAGE ANTI-TACCHI In tempi di “parità di genere” e di “pari opportunità”, si sentiva proprio il bisogno di un bel convegno organizzato dalla Rai per sottolineare l’esigenza di valorizzare il ruolo della donna anche in viale Mazzini. E Anna Maria Tarantola non si è lasciata sfuggire la ghiotta occasione. Giusto, brava, bene, bis. Vediamo come l’ha capita l’ineffabile direttore generale Luigi Gubitosi. Ha subito intensificato la sua personale campagna elettorale per convincere i membri del CdA a sostituire alla direzione del TG 1 Mario Orfeo con –un nome a caso ?- Monica Maggioni, cui ormai va stretta la pol-

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trona di Rainews. L’accusa contro l’ex numero 1 del TG 2 e del Messaggero, è gravissima: antirenzismo su istigazione dalemiana. Ma in attesa di innalzare la sua protetta preferita a prima donna al vertice del telegiornale della rete ammiraglia, il dg ha già mandato un altro segnale molto significativo in tema di valorizzazione del ruolo della donna: ha concesso alla Direttora della Relazioni Esterne, Costanza Esclapon e a quella di Rai Fiction, Tinni Andreatta, l’esclusivo privilegio di parcheggiare le rispettive automobili nel garage interno di via Pasubio. E adesso tenetevi forte, arriva la motivazione : “Con i tacchi alti non possono fare su e giù dal garage di via Cantore” (dove posteggiano le loro auto gli altri direttori). Ma certo, povere cocche, ci mancherebbe altro. E.S.

Rai: assunzioni dall’esterno ed epurazioni all’interno

LA SCALATA DEL BROCCO DI NOME E DI FATTO

Continuano senza sosta, malgrado l’altolà della Corte dei Conti gli “innesti” dei fidati di Gubitosi

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Grazie all’appoggio della Presidente di Garanzia, il dg fa quello che gli pare all’interno della Corporate – Vediamo la mappa dei buoni e dei cattivi – E il CdA è come se non ci fosse di Paolo Signorelli

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n viale Mazzini, in via Teulada e a Saxa Rubra non sanno se ridere o piangere. La rivelazioni de “L’ultima Ribattuta” sull’indagine della Corte dei Conti, riguardante la raffica di direttori assunti dall’esterno (cui si è appena aggiunto il nuovo vice-direttore alla Risorse Umane, Antonio Melchionna, proveniente da UNILEVER), hanno centrato il bersaglio. Perché un Direttore Generale come Gubitosi, che sta facendo il diavolo a quattro per cercare di andarsene e nello stesso tempo stravolge gli organigrammi interni, non s’era mai visto. Così, arrivano a raffica dall’interno anche altre segnalazioni sulle teste che rotoleranno a breve e sulle varie nomine ed epurazioni in corso. Che hanno tutte un punto in comune: facevano e fanno parte delle “quote” di centrodestra. La migliore dimostrazione dello schieramento di centrosinistra al quale il dg si sta autoraccomandando per il proprio

futuro professionale. Non ci credete ? E allora leggete un po’. Il Presidente di Rai Net (e compagno della portavoce di Forza Italia, Deborah Bergamini), Giampaolo Rossi, è stato sostituito da Carmen Lasorella. Il direttore della Radiofonia, Bruno Socillo, è stato mandato in serie B a presiedere Rai World per fare posto all’exdg di Rai Pubblicità, Nicola Sinisi. Il Direttore dei Servizi Generali, Marco Bancadoro, è stato retrocesso a fare il vice di Roberto Cecatto alla Produzione (e adesso c’è molta attesa vedere cosa si inventerà Gubitosi per il suo successore: un altro esterno per sfidare la Corte dei Conti ?). Il vice unico della Fiction, Paolo Bistolfi, prima è stato affiancato da altri tre parigrado (Luca Milano, Francesco Nardella e ora Ivan Carlei) è stato destinato al prestigioso incarico di numero 2 a Rai Gold. L’ex- Direttore dello Sviluppo Strategico, Carlo Nardello, è in attesa del nuovo incarico dopo essere stato sostituito dalla new entry Mckinsey Ambrogio Mi-

chetti. Senza contare la strapotere accumulato dall’altro “esterno”, Camillo Rossotto, che è contemporaneamente Direttore di Finanza, Pianificazione, Controllo di Gestione e Amministrazione. Non male, vero ? Naturalmente, in questo settore-chiave dell’azienda non c’è alcuna urgenza di nuove nomine. Del tipo di quella che vide un dirigente perbene e stimato come l’ex-ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Zuppi, trasferito dall’oggi al domani dall’Internal Auditing alla guida degli Abbonamenti. Ovviamente per fare posto al fenomeno di turno proveniente dall’ENI (sui cui stretti legami con il vertice Rai, sarà bene tornare), Gianfranco Cariola. Il cinico e spietato Gubitosi, insomma, va avanti come un treno nell’opera di epurazione della vecchia dirigenza, convinto di potersi presto fregiare di una medaglia al merito da parte di Matteo Renzi e poter in cambio incassare il giusto premio. Il cosiddetto Presidente di Garanzia Anna Maria Tarantola, gli

tiene il sacco e si accontenta di pavoneggiarsi in tv con improbabili pettinature da Nonna Papera per la mostra sui 60 anni e per il fondamentale convegno “Donna è” (entrambi con primo sponsor –altra coincidenza da approfondire- sempre l’ENI). Perché pochi ricordano che la riforma dei poteri varata dal governo dei “tecnici”, consente ai due di fare ciò che vogliono all’interno della corporate. Devono investire il Consiglio d’Amministrazione solo per le nomine di carattere editoriale, cioè per le reti e le testate. E lì, difatti, evitano il più possibile di covare ribaltoni. Con l’unica eccezione - proprio nell’ultimo consiglio - di arrivare finalmente alla sostituzione di Antonio Preziosi, il Direttore di Radiorai e del Giornale Radio, nominato anche lui in “quota” centro-destra e protagonista del peggiore flop di ascoltatori di tutti i tempi. Insomma: quelli che meriterebbero di essere sostituiti restano fino all’ultimo al loro posto e quelli che potevano tranquillamente continuare a svolgere il pro-

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prio incarico, vengono subito rimossi o dequalificati. Tutto ciò è possibile perché il CdA è popolato da ectoplasmi, a prescindere dalla rispettive “quote” di provenienza. La delusione più forte riguarda i due “indipendenti” designati dal Pd, l’ex-magistrato Gherardo Colombo e la collaboratrice di “Repubblica” Benedetta Tobagi. Alzi la mano chi è in grado di indicare una sola battaglia in consiglio di quelle che erano capaci di scatenare Sandro Curzi o Nino Rizzo Nervo. Ma anche i consiglieri dell’opposta sponda, che pure dovrebbero essere in maggioranza, non scherzano. Antonio Verro, ancora maledice il sì a Berlusconi che lo ha costretto a rinunciare al seggio parlamentare e a restare in viale Mazzini; Luisa Todini parla solo quando deve accreditarsi come equidistante dai due schieramenti; Antonio Pilati, vero padre della legge Gasparri, è ancora sotto choc dopo aver visto che disastro ha combinato la sua creatura; Rodolfo de Laurentiis è troppo impegnato a

n Rai dicono che il prof. dott. Alessandro Picardi sia furibondo per il profilo che gli abbiamo dedicato nel primo numero de “L’ultima Ribattuta”. Ma caro perché fai così ? Se davvero l’hai presa male, prendi un po’ di bromuro e fatti invitare da Marisela Federici, la regina delle feste romane che ha chiamato la sua lussuosa villa sull’Appia Antica proprio “la Furibonda”. Vedrai che lì ti calmi. A proposito, abbiamo anche una buona notizia per te. Effettivamente ti sei laureato. All’alba dei trent’anni, sei riuscito a strappare con i denti il tanto sospirato diploma che hai inseguito invano per anni all’Università di Napoli. Certo, la Link Campus University, sezione distaccata a Roma del prestigioso ateneo di Malta, non è proprio la stessa cosa, ma d’altra parte bisogna sapersi

INCITATUS, SECONDA PUNTATA

AL PROF. DOTT. PICARDI BASTA UN LINK di Carola Parisi Alessandro Picardi

a Rai è proprio un universo fantastico. Basta che un dg qualsiasi cominci le “grandi manovre” per cercarsi un’altra collocazione e subito scatta la corsa degli autocandidati a cercare di prenderne il posto. E anche questa volta ci risiamo. Il più attivo e sfacciato tra gli aspiranti al dopo-Gubitosi, è Paolo del Brocco, un oscuro ex-controller protagonista (grazie soprattutto alla dabbenaggine di Claudio Cappon) di una carriera esplosiva. Oggi è amministratore delegato di Rai Cinema, una carica che lo ha trasformato anche per quanto riguarda il “look”. Prima sempre inappuntabile per cravatte e grisaglie, ora molto “casual” con orge di camicie colorate e gran sfoggio di velluti a coste e “hogan” ai piedi (che gli consentono anche di guadagnare qualche centimetro d’altezza). Trasformista come pochi, prima è riuscito a diventare dg di piazza Adriana in quota Margherita; poi, sfruttando l’ amicizia con Gianni Letta di Franco Scaglia, è stato promosso ad in quota Popolo della Libertà; e ora è tornato alle vecchie frequentazioni tardo-democristiane per agganciare il “clan Renzi” (a cui ha subito fatto un’assunzione esterna molto gradita). Davvero un personaggio. Anzi no, un vero fenomeno nella categoria Rai dell’”uomo per tutte le stagioni”. E.S.

respingere le offerte di candidarsi alla guida della Regione Abruzzo, preferendo restare in attesa di un nuovo seggio parlamentare quando si tornerà a votare; e per finire, c’è il caso patetico di Guglielmo Rositani, un tempo combattivo e minaccioso con i dg , ma che non si è evidentemente più ripreso dall’inchiesta giudiziaria per le spese pazze –stile consiglieri regionali- con la carta di credito aziendale. E questo sarebbe il CdA capace di contrastare lo strapotere di Gubitosi, di imporre l’alt alla sequela di assunzioni esterne, di imporre la sostituzione delle mele davvero bacate, di affrontare la terza voragine consecutiva dei conti, di bloccare i cali dell’audience e imporre programmi decenti? Direbbe Totò: “Ma ci faccia il piacere…” (2-continua)

accontentare. Non si può pretendere tutto dalla vita, vero? Ma dicci un po’, come ci sei arrivato alla Link? E poi: è soltanto una pura coincidenza che il presidente sia il vecchio notabile napoletano Vincenzo Scotti ? E ancora: è solo una maldicenza che negli uffici di via Nomentana siano ora un pochino seccati per non aver ricevuto dalla Rai la visibilità promessa quando si sono fatti in otto per farti laureare? Se credi, facci sapere. Siamo a disposizione per pubblicare la tua versione dei fatti e il tuo esemplare curriculum. Magari spiega bene gli incarichi svolti nelle tue precedenti esperienze lavorative, senza arricchirli di funzioni gonfiate. Come ti è capitato per i passaggi-lampo in Sky e Alitalia. Perché vedi, caro, la gente è cattiva. E chiacchiera, sapessi come chiacchiera…


12 MARZO 2014

GIUSTIZIA

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Preoccupa più il silenzio di Renzi che il trasferimento di Di Matteo OLTRE LA TOGA di ANTONIO

INGROIA

Neanche un cenno alla lotta alle mafie durante il discorso alle Camere del neo Presidente del Consiglio

Un'omissione imbarazzante, perfettamente in linea con quella del Capo dello Stato, del Csm e di chi l'ha presieduto a Palazzo Chigi

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he Nino Di Matteo, uno dei pm che da anni indagano sulla trattativa Stato-mafia, abbia chiesto il trasferimento alla Direzione Nazionale Antimafia può sicuramente dispiacere a chi tiene alla continuità dell'indagine a Palermo, ma non è il caso di drammatizzare o di parlare di resa. Dispiace perché la sua sarebbe indiscutibilmente una perdita importante per la procura di Palermo, ma non si tratterebbe comunque di un abbandono del campo, tanto meno del processo sulla trattativa. Anzi, lo stesso Di Matteo ha subito chiarito che non ha alcuna intenzione di lasciare il lavoro cominciato e ha spiegato che, se la sua domanda fosse accolta, d’intesa con il procuratore nazionale antimafia Roberti potrebbe anche essere applicato a Palermo e continuare così a occuparsi delle indagini e dei processi che segue da anni. Insomma, non ci vedo particolari motivi d’allarme. Ci sta che un magistrato cerchi, nel corso della sua carriera, di andare avanti, che tenti altre strade, tanto più quella che porta a un ufficio strategico come la Dna. Spero che Di Matteo ce la faccia. Ma ciò che più conta è che il processo sulla trattativa Stato-mafia prosegua nell’accertamento di quella verità che in tanti, troppi, non vogliono emerga. E se qualcuno pensa che la comprensibile richiesta di trasferimento di Di Matteo sia un segnale di debolezza, si sbaglia. Vale la pena ricordare a questo proposito che le indagini sono state avviate da magistrati che già da un po’ di tempo non sono più in Procura a Palermo e sono proseguite, nonostante mille ostacoli, anche quando io e altri, come Guido Lo Forte (oggi Procuratore Capo a Messina), Roberto Scarpinato (Procuratore Generale prima a Caltanissetta ed ora a Palermo) e Lia Sava (oggi procuratore aggiunto a Caltanissetta), abbiamo lasciato la procura palermitana. Detto questo, è chiaro che nessuno vuole il processo: non gli imputati, non il Capo dello Stato, non la maggior parte della classe politica che si è avvicendata in questi anni contribuendo a quello che Gian Carlo

Nella foto Nino Di Matteo

Caselli ha definito il “linciaggio incivile” dei magistrati impegnati nelle indagini sulla stagione delle stragi di venti anni fa. Un linciaggio sistematico e trasversale, a cui non si è sottratto quasi nessuno. Siamo andati contro corrente e ci siamo trovati contro non solo la mafia ma anche chi doveva stare al nostro fianco, chi avrebbe dovuto sostenerci e difenderci,

la battuta d’arresto più significativa alle indagini: non è stata soltanto una scelta inopportuna, è stata la scelta, consapevole e derminata, di un uomo di Stato che ha ritenuto di dover difendere lo Stato da una magistratura decisa ad andare, nell’accertamento dei fatti, fino alla verità, anche quella più imbarazzante, a costo di superare gli angusti limiti che la politica gli

CHE UNO DEI PM DELLA TRATTATIVA STATO MAFIA ABBIA CHIESTO IL TRASFERIMENTO ALLA DNA PUÒ SICURAMENTE DISPIACERE A CHI TIENE ALLA INDAGINE DI PALERMO ossia parte della politica e alcuni settori importanti delle istituzioni. Ci siamo ritrovati di fronte un muro costruito da potere criminale e Stato per impedirci di arrivare alla verità. Poi il conflitto di attribuzione sollevato dal presidente Napolitano ha fatto segnare

ha voluto assegnare. E quando non sono state le parole o gli atti, è stato il silenzio a colpire, in un’opera di isolamento e delegittimazione studiata e messa in atto per indebolire la magistratura, per lasciarla sempre più esposta. Penso

anche al silenzio di Matteo Renzi, che chiedendo la fiducia in Parlamento non ha ritenuto di fare un solo accenno alla lotta alle mafie, come già aveva omesso di fare nel suo primo discorso da segretario dopo il successo alle primarie. Di mafia, Renzi ha parlato solo quando è stato pubblicamente chiamato a farlo da Roberto Saviano, ma lo ha fatto nel modo che più gli è proprio, ossia elencando una serie di buoni propositi senza però riuscire a dare risposte concrete e convincenti su questioni cruciali. E perciò si è tenuto ben alla larga da qualsiasi riferimento al processo sulla trattativa Stato-mafia, argomento evidentemente troppo scomodo per essere anche solo sfiorato e che anche in passato ha sempre evitato. Nessun impegno, però, e a dispetto del nuovo che avanza, a rimuovere l'omertà di Stato che grava su stragi e misteri di mafia. Ma quello che più è grave ed insopportabile è che Renzi nemmeno da presidente del Consiglio ha trovato il modo e il tempo di spendere una parola di solidarietà per Di Matteo e per gli altri magistrati di Palermo che Totò Riina ha dato l’ordine di eliminare, di esprimere sostegno ai tanti pm in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata. Un silenzio imbarazzante, perfettamente in linea con quello del Capo dello Stato, del Csm e di chi l’ha preceduto a Palazzo Chigi, a conferma che la nuova politica promessa da Renzi è su, tante cose, tristemente uguale a quella vecchia. Eppure l’Italia deve davvero cambiare verso, al di là degli slogan, nei fatti. E non è solo la politica a dover fare la propria parte, è tempo che i cittadini facciano finalmente un passo avanti affinché la magistratura non sia più sola nella lotta alla mafia, nella ricerca delle verità. C’è bisogno di una nuova classe dirigente, che spazzi via, una volta per tutte, quella che ha coperto, quando non ne è stata collusa, il potere mafioso. E c’è bisogno di un nuovo forte impegno civile. Solo così, con un nuovo scudo istituzionale e sociale, si aiutano davvero Di Matteo e tutti i pm che lottano in prima linea.

Mettere mano alla legge Severino, tra le priorità del pm anti-camorra

E il premier punta su Cantone per la lotta alla corruzione

di Riccardo Paletti

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spite da Fabio Fazio, nell’ormai nuova terza Camera del Parlamento, ossia Che tempo che fa, Matteo Renzi ha tirato fuori dal cilindro il nome a sorpresa per trasformare la lotta alla corruzione in una vera e propria guerra santa: Raffaele Cantone. Il pm anti-camorra, il magistrato che ha combattuto il clan dei Casalesi, guiderà l’Autorità anticorruzione, sperando che la sua competenza e le sue idee riescano finalmente a portare l’Italia fuori dalla lista nera dei Paesi più corrotti. Che questa sia una battaglia fondamentale, Renzi lo sa bene. Anche perché solo poche settimana fa è in-

tervenuta l’Unione Europea a ricordarcelo, con un rapporto impietoso, che accanto a alle solite cifre spaventose mette nero su bianco pure l’inefficacia della legge Severino. A Bruxelles scrivono di fenomeno “preoccupante”, quantificabile in circa 60 miliardi di euro al’anno, la metà dell’intero ammontare Ue, un buco nero che vale circa il 4% del nostro Pil. E suggeriscono pure di perfezionare la legge Severino, la risposta del governo Monti alla corruzione dilagante, una risposta che l’Europa ritiene rischi di dare adito a troppe ambiguità e di limitare ulteriormente la discrezionalità dell'azione penale”. Correggere queste distorsioni, sarà la mission di Cantone, che Renzi aveva considerato anche quando si era trattato di scegliere il nuovo Guardasigilli. Poi, come è noto, non se ne fece niente, per le stesse ragioni che portarono al no a Gratteri, ossia per l’inopportunità di nominare un magistrato in via Arenula, ma il premier quel nome l’ha voluto lo stesso in squadra. O meglio, l’ha rivoluto con un ruolo più centrale e più specifico, visto che Cantone aveva già fatto parte della task force istituita per la lotta alla criminalità organizzata dal governo Letta. Che sia l’uomo giusto per restituire trasparenza alla politica italiana, sembra non ci siano dubbi. Ammesso che il pm napoletano riesca ad avere i poteri necessari per portare avanti

le proprie idee. Si vedrà presto. Partirà della legge Severino, Cantone. Ossia dal frutto inevitabilmente ‘avvelenato’ di quelle che furono le prime larghe intese: Monti al governo con l’appoggio di Pd, centristi e Pdl. “Una buona legge”, l’ha definita più volte Cantone. “Una scelta intelligente fatta dal governo e dal Parlamento in quel momento, perché finalmente ha messo mano alla corruzione in una prospettiva che non è solo quella della sanzione penale”. Però ha pure denunciato, recentemente, che “la parte migliore della legge, quella amministrativa, sta languendo per inattuazione. I vertici dell’Autorità non sono stati ancora nominati, i piani anticorruzione sono partiti piano e male. Nella maggior parte degli enti pubblici non sono stati nominati i responsabili anticorruzione e quelli nominati non hanno svolto ancora alcuna attività di tipo concretamente conoscitiva della legge”. Quanto agli aspetti penali, per Cantone “la legge è stata il frutto di un compromesso eccessivo: in Parlamento è stata fatta una svendita di quelli che dovevano essere gli interventi. C’è stato un eccesso di compromesso che rischia di avere sul piano delle fattispecie effetti negativi e che soprattutto non ha risolto il vero grande problema della corruzione, per cui i numeri che emergono dai processi sono nettamente inferiori a quelli indicati nelle statistiche sulla

Nella foto qui sopra Raffaele Cantone, accanto a sinistra Matteo Renzi

corruzione percepita”. Attuare la legge, migliorarla, renderla più dura, superarne le contraddizioni e i limiti, sarà ora compito suo, in una partita doppia, perché per Cantone combattere la corruzione significa combattere anche la mafia: “Il tema mafiacorruzione è un tema strettamente collegato e connesso”, è solito ripetere. Invocando pari trattamento, perché “la corruzione è un sistema che ha molti aspetti analoghi a quelli dei reati mafiosi e richiede meccanismi analoghi per scardinare l’omertà tipica della mafia. Soprattutto

merita interventi in materia di prescrizione, perché una norma come la ex Cirielli scoraggia gli imprenditori a denunciare”. Partirà da questi suoi rilievi Cantone, per aggiornare la Severino e renderla un’arma finalmente efficace, perché – parole sue così com’è adesso “la legge sarà ricordata per aver consentito l’ineleggibilità e la decadenza di un parlamentare, e questo è ben poca cosa”. La sfida è lanciata, ci sono 60 miliardi di euro all’anno da recuperare. Una partita decisiva, l’Italia – la parte buona dell’Italia - spera in Cantone.


Giangiacomo Feltrinelli: dal dottor Zivago ai Gap

12 MARZO 2014

ANNIVERSARI

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La storia (quasi) dimenticata del fondatore della più “rossa” casa editrice d’Italia

Il 14 marzo 1972 moriva il “compagno Osvaldo”, mentre posizionava una bomba su un traliccio dell’alta tensione a Segrate e i giornalisti Cederna e Scalfari “gridarono” all’omicidio politico di Grazia Bontà

È

strana la storia di Giangiacomo Feltrinelli. Strana come sanno essere strane solo le storie degli anni di piombo. Dimenticate dai più e indelebilmente impresse nella mente di pochi. Racchiuse, molto spesso, tutte in un’immagine o in una fotografia. Ad esempio quella in cui si vede un giovane uomo con i baffi e gli occhialoni spessi con dietro la scritta a caratteri cubitali: “Pasternak, ‘Il dottor Zivago’” . O anche un’altra. Quella che ritrae la scena di una rivolta di piazza, una bandiera rossa che sventola e, al centro, sempre lo stesso giovane uomo con i baffi e gli spessi occhialoni. È l’una e l’altra cosa, Giangiacomo Feltrinelli. Un po’ grande editore, un po’ attivista della sinistra sovversiva. Fondatore della più rossa casa editrice d’Italia, Giangiacomo viene al mondo nell’estate del 1926. Nasce quando a Palazzo Venezia siede il Duce del fascismo, Benito Mussolini. Lo stesso Benito Mussolini che per sede si sceglierà proprio Villa Feltrinelli, a Gargnano, poco fuori Salò, nel momento della fondazione della Repubblica Sociale Italiana. Opta per la clandestinità Giangiacomo, da subito, fin da ragazzo. Nel ’44 si arruola con i partigiani del “Gruppo di Combattimento Legnano”, poco dopo aver parlato con Antonello Trombadori, allora giovane militante antifascista. Quando, nel ’45, la guerra finisce ed i partigiani scendono dalle montagne, Feltrinelli non vuole rinunciare all’ideale per il quale ha combattuto. Aderisce al Partito Comunista che finanzierà in maniera massiccia grazie alla pressoché infinita ricchezza della propria famiglia. Ma la vera svolta nella vita del rampante erede della facoltosa dinastia milanese avviene nell’inverno del 1954, quando fonda la Giangiacomo Feltrinelli Editore. Naturale sviluppo della “Biblioteca Feltrinelli”: prima, vera, grande raccolta di opere che raccontano il movimento operaio prima e dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. È proprio la Feltrinelli che pubblica per la prima volta capolavori assoluti quali Il dottor Zivago, di Boris Pasternak e Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La casa editrice non rappresenta solo un veicolo per diffondere cultura, per l’uomo Feltrinelli è anche un ottimo alibi per girare il mondo ed inseguire la sua personale chimera: la rivoluzione comunista. È con questo spirito che approda in Bolivia, dove si appassiona alla lotta di Ernesto Che Guevara. Quando quest’ultimo viene ucciso, Giangiacomo vola a Cuba ne raccoglie gli scritti e li pubblica. Parallelamente diventa anche amico di Fidel Castro. Il legame con i rivoluzionari della Cuba comunista non finisce qui. Nell’aprile del ’71 una ragazza di nome Monika Ertl si presenta nell’ufficio di Roberto Quintanilla Pereira, lo spietato ufficiale della sicurezza boliviana, accusato da

molti di aver organizzato la cattura, tanti si sceglie un nome di battaglia, Quasi un eroe romantico Giangia- tragica morte. Ucciso da un comche poi è sfociata in omicidio, del il suo è “Osvaldo”. L’idea di Feltrinelli como Feltrinelli, quindi. Almeno mando di Lotta Continua. Questa, “Che”. Quando Monika è faccia a è chiara. Lui, come molti altri intel- così lo vedono i “compagni” extra- però, è tutta un’altra storia, che solo faccia con Quintanilla gli punta una lettuali e militanti dell’”ultrasinistra”, parlamentari. Ricchissimo editore per caso s’incrocia con la morte del pistola e spara. Tre colpi, a forma di “V”. In pieno petto. Sulla scrivania, Monika lascia un biglietto con scritto "Vittoria o morte". È lo slogan dell' Eln, l'Esercito di liberazione nazionale dei guerriglieri boliviani. Si scoprirà anni dopo che la pistola con la quale la ragazza ha ucciso il console, era di proprietà di Giangiacomno Feltrinelli. Secondo alcuni documenti della “commissione stragi”, venuti alla luce solo nel 1996, Feltrinelli nel ’68 fa un viaggio in Sardegna con il preciso intento di trasformare quell’isola in una sorta di “Cuba mediterranea”, cavalcando la spinta propulsiva dell’indipendentismo isolano. Il 12 dicembre del 1969 Feltrinelli è in Carinzia, in una baita di montagna. Lui, come l’intera città e tutta l’Italia, resta sconvolto alla notizia della bomba posizionata alla Banca dell’Agricoltura. Quelle 17 vittime, i corpi dilaniati, i funerali nel Duomo e quella scritta “Milano si inchina Nella foto Fidel Castro e Giangiacomo Feltrinelli alle vittime innocenti e prega pace”, fanno piombare il Paese in un incubo di paura, tensione e morte che ritiene che Palmiro Togliatti (Segre- che decide, da privilegiato, di comdurerà fino alla metà degli anni ’80. tario del Pci del dopoguerra) abbia battere le cause dei poveri. Giangiacomo è convinto che quel- ostacolato la grande rivoluzione co- È il “come” scelga di combatterle, l’episodio così sanguinoso non sia munista in Italia, contribuendo in però, che fa assumere a questa storia opera degli anarchici milanesi (indi- un certo qual modo alla “strategia il tipico sapore del piombo, di quegli viduati in un primo momento come della tensione”. anni a mano armata che hanno i probabili responsabili). Dietro a L’esperienza dei G.a.p. la racconta cambiato il destino di questo Paese. quelle morti incomprensibili si cele- bene l’edizione del 26 marzo ‘72 di Muore alle porte della Primavera, il rebbe la mano oscura dei sevizi segreti. In seguito alla strage LE BOMBE FANNO PARTE DI UN PIANO PIÙ AMPIO, di Piazza Fontana, QUELLO CHE VERRÀ DA LUI DEFINITO PER LA PRIMA Feltrinelli torna nella VOLTA: “STRATEGIA DELLA TENSIONE” sua città. Già da tempo è ossessionato dall’idea che in Italia si stia preparando un colpo di Stato Potere Operaio del Lunedì. Settima- rivoluzionario borghese. È il 14 di matrice neofascista. Le bombe nale politico del ben noto gruppo marzo del 1972 quando un corpo fanno parte di un piano più ampio, sovversivo che dedicherà ampio spa- semi-carbonizzato viene trovato ai quello che verrà da lui definito per la zio alla figura di Feltrinelli, in special piedi di un traliccio dell’alta tenprima volta: “strategia della ten- modo dopo la sua morte: “Da vivo sione a Segrate, alle porte di Milano. sione”. era un compagno dei GAP (Gruppi Il cadavere è impossibile da riconoÈ più o meno in quescere, il viso è sfigurato, gli mancano sto periodo che coquasi totalmente le gambe e le mani “rivoluzionario” Feltrinelli. mincia a finanziare i sono completamente ustionate. Im- Solo il giorno dopo, il 15 marzo, viene primi gruppi armati pensabile tentare di identificarlo diffusa la notizia che quei resti diladella sinistra extracon le impronte digitali. Sul posto niati sono di Giangiacomo Feltrinelli. parlamentare, enarrivano gli agenti dell’ufficio poli- La polizia lo ha dedotto analizzando trando anche in tico della questura di Milano, gli due piccole foto trovate nel portafocontatto con Renato stessi che indagano anche sulla strage gli dell’uomo. Sono quelle del figlio e Curcio e Alberto di piazza Fontana. C’è Giovanni Al- della compagna di Feltrinelli. Franceschini, i fonlegra e c’è Luigi Calabresi. Proprio, il Da subito, la morte dell’editore datori delle Brigate commissario Calabresi, ritenuto il “rosso” suscita una valanga di soRosse. principale colpevole –secondo la spetti. L’opinione pubblica si spacca “Fiancheggiare” quelli stragrande maggioranza dell’intelli- in due. Camilla Cederna ed Eugenio che si riveleranno per ghenzia di sinistra- della morte del- Scalfari fomentano la delirante ipotesi dell’omicidio politico. Addiritpoi essere gli ideotura si arriva a sostenere che dietro logi di sanguinarie la morte di “Osvaldo” ci sia la regia formazioni terroriUNA BANDIERA ROSSA CHE SVENTOLA E, AL CENTRO, occulta dei servizi segreti americani. stiche, però, non gli SEMPRE LO STESSO GIOVANE UOMO CON I BAFFI La CIA avrebbe voluto morto l’amico basta più. Il ridi Fidel Castro. Un’inchiesta stabilichiamo della clanE GLI SPESSI OCCHIALONI sce, invece, che Feltrinelli è morto destinità, la stessa nell’intento di compiere un atto terche ha conosciuto in montagna, durante la guerra, è d'Azione Partigiana) - una organiz- l’anarchico Giuseppe Pinelli, volato roristico. Su quel traliccio dell’alta troppo forte. Con questo spirito, nel zazione politico-militare che da giù da una finestra della questura tre tensione, Giangiacomo è salito per 1970, esattamente un anno dopo la tempo si è posta il compito di aprire giorni dopo la bomba alla banca posizionare una bomba, che gli è strage alla banca dell’Agricoltura , in Italia la lotta armata come unica dell’Agricoltura. Morirà un paio esplosa fra le gambe mentre tentava fonda i G.A.P., i Gruppi d’Azione via per liberare il nostro paese dallo d’anni più tardi, il commissario, di innescarla. Questa sarà anche la Partigiana. Come tutti gli altri mili- sfruttamento e dall'ingiustizia (…)”. espiando la colpa non sua di quella verità sostenuta dagli ex membri dei

Gap (fra cui Renato Curcio), poi confluiti nelle Brigate Rosse, all’apertura del processo a loro carico, nel 1979.

Le parole più esaustive, però, restano comunque quelle del già citato articolo di Potere Operaio del Lunedì, che incastonano indiscutibilmente questa storia nell’epoca in cui si è consumata. In quell’epoca in cui morire da terroristi, posizionando una bomba, poteva perfino rischiare di tramutare un editore borghese in rivoluzionario protettore degli ultimi. “Lo dipingono ora come un isolato, un avventuriero, come un deficiente o come un crudele terrorista. Noi sappiamo che dopo aver distrutto la vita del compagno Feltrinelli ne vogliono infangare e seppellire la memoria – come si fa con i parti mostruosi. Si, perché Feltrinelli ha tradito i padroni, ha tradito i riformisti. Per questo tradimento è per noi un compagno. Per questo tradimento i nostri militanti, i compagni delle organizzazioni rivoluzionarie, gli operai di avanguardia chinano le bandiere rosse segno di lutto per la sua morte. Un rivoluzionario è caduto”.


12 MARZO 2014

INCHIESTA

PAGINA 5

LA CORTE COSTITUZIONALE GIÀ SI ERA ESPRESSA UN ANNO FA “Irragionevole”, così già nel 2013 la Corte Costituzionale aveva classificato il contributo di solidarietà imposto a chi percepisce le fantomatiche “pensioni d’oro”. Bocciando il prelievo fiscale, la Consulta lo aveva definito illegittimo poiché integrava un prelievo di natura tributaria che andava a violare il principio di uguaglianza e di capacità contributiva. Si realizzava così, sono parole degli Ermellini della Corte Costituzionale, “un intervento impositivo discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini”. Il tema è però tornato di prepotente attualità nei giorni scorsi. Grazie soprattutto ad un’intervista di Franco Abbruzzo (ex presidente dell’ordine dei Giornalisti della Lombardia) al quotidiano Il Giornale, nella quale ricorda che si è ancora in attesa di

un’ulteriore pronuncia della Consulta proprio sulle pensioni d’oro. Ad essere chiamato in causa da Abbruzzo è, niente meno, che l’ex Premier Mario Monti, reo di aver negato la perequazione delle categorie contributive, ossia di aver nuovamente scelto di tassare ingiustificatamente solo alcuni contribuenti. Va anche segnalato che con la legge di stabilità del 2014, anche Enrico Letta (nella foto a sinistra) si sia interessato di tar-tassare i “pensionati d’oro”, operando tagli dal 6 al 18% per pensioni dai 90.000 ai 150.000 euro. Anche qui ignorando che a tal proposito si era già espressa nel 2013 la Consulta. Insomma, sembrerebbe che in Italia gli unici tagli possibili siano proprio sulle pensioni, nonostante lo stop della Corte Costituzionale.

ECCO BUGIE E VERITÀ SULLE “PENSIONI D’ORO”

Tutti ricevono un trattamento di quiescenza, direttamente proporzionale ai contributi versati nel corso della propria vita lavorativa. O meglio, per tutti dovrebbe essere così… Sbagliatissimo cercare di colpire chi ha sempre pagato le tasse. Giusto invece tassare chi i soldi non se li è meritati. Ed anche la Meloni sembra averlo capito di Paolo Signorelli

“P

ensioni d’oro”, un termine che si ripete continuamente. E che, puntualmente, viene tirato in ballo nei dibattiti politici, facendo scoppiare polemiche al calor bianco. In questi giorni il tema è diventato di dominio pubblico: ne parlano giornali, trasmissioni d’approfondimento e radio. Ma sono soprattutto il web e i social network a fare da cassa di risonanza: post sui blog, fiumi di tweet e di commenti su Facebook. Un mare di informazioni nel quale è difficile orientarsi in maniera corretta. Ma cosa sono realmente queste fantomatiche “pensioni d’oro”? Sono quelle che subiscono un ulteriore e pesante prelievo fiscale, definito ipocritamente “contributo di solidarietà”. Cosa ci può essere di male? Di male nulla, per carità. Di ingiusto, forse, qualcosa c’è. O almeno varrebbe la pena di approfondire l’argomento, tanto per evitare una sorta di indistinta caccia alle streghe. Il contributo di solidarietà è, in tutto e per tutto, l’ennesima trattenuta usata dal governo di turno per vendere l’idea che una pensione ricca (almeno 90 mila euro al mese)rappresenti per forza un’ingiustizia. E quindi, meritevole di essere decurtata. Peccato che non sia esattamente così. Non sempre almeno. Non si può generalizzare, non si può far passare da nababbo chi, per ottenere una pensione (sicuramente sopra la media) ha sempre lavorato duramente, sudandosi meritatamente quella somma. E questo perché si parla di soggetti che hanno versato sempre i propri contributi, pagato più che profumatamente. Sì, perché a percepire pensioni elevate non sono solo gli “odiati” politici. Ma anche fior fior di professionisti che hanno votato la loro vita a far girare l’economia del Paese per decenni. Intendiamoci, le pensioni d’oro esistono realmente, ma chi stabilisce il limite perché diventino d’oro? Spesso si fa troppa demagogia sull’argomento, agitando un problema per suscitare la rabbia popolare e nascondendo la verità. Tutti ricevono una pensione, direttamente

proporzionale ai contributi versati nel corso della propria vita lavorativa. O meglio, per tutti dovrebbe essere così. Sbagliatissimo cercare di colpire chi ha sempre pagato le tasse. Non è un “Paperon de Paperoni”. Definirli dei ladri è una vigliaccata, una menzogna. Il punto è proprio questo. È vero, c’è bisogno di un contributo da parte di tutti per cercare di risollevare un Paese che sta andando a rotoli. Una partecipazione che deve esserci, ma da parte- appunto- di tutti. Non è tassando e tartassando i pensionati “più ricchi” che usciremo dalla crisi. Anzi, questo meccanismo la aumenterebbe soltanto, perché così facendo si finirebbe per mettere in ginocchio anche quel po’ di ceto

ASSEGNI INDECENTI CHE VANNO DA 20 A 90 EURO MENSILI. SPESSO OLTRE UN MILIONE DI EURO L'ANNO. ECCO I VERI LADRI. I PAPERON DE PAPERONI medio che ancora resiste. La realtà è che ci sono “pensioni d’oro” di due tipi, molto diversi tra loro. Agli antipodi, si potrebbe dire. Se non mettiamo a fuoco la differenza tra le due categorie, diventa difficile affrontare il problema. Il primo caso è, appunto, quello degli ex lavoratori che hanno sempre pagato i contributi (contributi altis-

miare a chi non le merita, le continue sottrazioni di denaro? E questo, sembra averlo capito perfino il leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che, inizialmente, voleva abolire, indistintamente, i trattamenti superiori di 10 volte al minimo dell'Inps, quindi 5.000 euro lordi, cioè 3.200 netti al mese. Un disegno di legge demenziale

B

LA STORIA

E i “baby pensionati” continuano a gravare sul nostro Paese

simi, si parla di prelievi che, insieme alle altre imposte, arrivavano fino al 50% dello stipendio mensile) e si sono quindi guadagnati il meritato riconoscimento. Giusto e necessario, invece, colpire chi questi soldi non se li è mai meritati. Per esempio le pensioni che 509 ex boiardi di Stato incassano grazie a leggi e leggine che si sono fatti approvare ad hoc. Assegni indecenti, che vanno da 20.000 a 91.000 euro mensili. Dunque, oltre 1 milione di euro l’anno. Eccoli i veri ladri, i Paperon de Paperoni. Queste sono le vere pensioni d’oro. O meglio, le pensioni rubate, come quelle di chi ha deciso di smettere di lavorare troppo presto, i “baby pensionati”. Quelle di alcuni big della politica del Trentino, per citarne solo qualcuno. Eva Klotz, “figlia d’arte (suo padre era il terrorista Georg Klotz), separatista sudtirolese, che ha tra le mani un vero e proprio tesoro illegittimo: un milione e 136 mila euro annui di pensione. Oppure Luis Durnwalder, ex presidente della provincia di Bolzano, che ne riscuote 919 mila. Non male per una signora che neppure vorrebbe che il Trentino-Alto Adige fosse suolo italiano, ma austriaco! Lorenzo Dellai, ex presidente di Trento che di euro se ne porta via 572.000. E ce ne sono tanti altri, come Mauro Sentinelli, ex manager e ingegnere elettronico della Telecom che percepisce un assegno di 90.246 euro al mese, circa 3008 euro al giorno (sic!). Perché non punirli subito, facendo rispar-

Mariano Rumor

Nella foto Giorgia Meloni

e demagogico che è stato bocciato perfino dalla sinistra. La stessa Meloni, adesso ritratta. “Quello che in realtà Fratelli d’Italia vuole fare è verificare se gli assegni da 20, 30, 40 e 90 mila euro al mese, che alcuni percepiscono in Italia, siano figli di contributi effettivamente versati, oppure frutto di leggi vergognose”, ha dichiarato qualche giorno fa. “Chi si è sempre comportato in maniera giusta, versando i contributi, non ha nulla da temere”. L’entrata in vigore del contributo di solidarietà ha certamente contribuito a porre un argine (5% per la parte compresa fra i 90mila euro ed i 150mila euro, 10% per la parte compresa tra i 150mila euro ed i 200mila euro e 15% per la parte eccedente i 200mila euro), ma l’idea di una riforma della struttura di calcolo passando all’adozione del sistema con-

aby pensionati. Uno dei simboli di tutti gli sprechi del nostro paese. Una scelta sbagliata, cui si è rimediato male anzi, probabilmente, non si è rimediato per niente. In media. coloro che sono andati in pensione prematuramente, ricevono un assegno di circa 1.500 euro lordi al mese. Non male se si considera il fatto che questi soldi li incassano avendo pagato pochissimi contributi. Guadagnando il triplo di quanto versato. E soprattutto a soli 40 anni (anno in più, anno in meno) già hanno smesso di lavorare. Era il 29 dicembre 1973 quando il governo di Mariano Rumor inaugurò la stagione delle baby pensioni, con un Dpr destinato ai dipendenti pubblici che avessero lavorato per

tributivo deve, per forza di cose, essere rivista. Indubbiamente, nel nostro paese vigono ancora delle sproporzioni enormi, voragini che un Paese, già richiamato dall’UE per la presenza di pensioni minime “indecorose e incapaci di assicurare un’esistenza dignitosa”, forse non potrebbe permettersi. Ma la soluzione quale potrebbe essere? Intanto si potrebbe partire da un’indagine seria su tutte le pensioni, un ricalcolo dei contributi, fissare dei tetti oltre i quali non si può andare ed un contributo di solidarietà che non discrimini tra d’oro e non d’oro. Spetterà al premier Matteo Renzi ed al nuovo responsabile del Welfare Giuliano Poletti assumersi importanti responsabilità che porteranno (presumibilmente) ad importanti decisioni.

14 anni, sei mesi e un giorno, se donne sposate e con figli; meno generose (si fa per dire) le condizioni per gli altri. Ossia 20 anni per gli altri statali, 25 anni per i dipendenti degli enti locali. Da lì iniziò la corsa ad andare in pensione. Nel 1992 fu abolita la possibilità di percepirla prematuramente. Ma ormai il danno era stato fatto. Mentre, infatti, la legge Fornero ha imposto a milioni di italiani di mettersi a riposo non prima dei 66 anni, ci sono infatti alcune categorie professionali che ricevono tuttora un trattamento di favore.. Una cosa è certa. L’Italia non è più in grado di mantenere i (e soprattutto le) baby pensionati. Il conto lo stiamo pagando noi e lo continueranno a pagare i nostri figli. P.S.


12 MARZO 2014

FOCUS

queste condizione un po’ “sfigate”, diciamo. Avrà un programma rivoluzionario, un’esperienza decennale nelle amministrazioni museali… Macchè. Nel discorso della corona (il 29 agosto al MaXXI) Hou Hanru di tutto ha parlato fuorché di programma; nessun cenno al bilancio, alle idee per convogliare più persone possibili a Via Reni. Si è limitato a citare nobili filosofi come Agamben e Gramsci dimostrando discreta preparazione sulla cultura italiana, interrogandosi sul concetto di "contemporaneità". Ha promesso di cercare “soluzioni creative per l'espressione di libertà individuali e dell'interesse comune” e “dar voce alle moltitudini”. Mentre sull'italiano, requisito richiesto secondo Melandri, si concentrano i dubbi di molti. “Attenti a quel che dite”, aveva avvertito la presidente, “perché capisce e parla la nostra lingua”. Così non è stato e dopo qualche basica parola di cortesia, un lungo, interminabile, complesso discorso di insediamento in inglese. Come al solito tanta forma e poca sostanza, in tipico stile MAXXI. Ecco svelato l’ennesimo bluff targato Melandri.

MA NON C’ERA NIENTE DI MEGLIO?

È CINESE IL NUOVO DIRETTORE ARTISTICO DEL MUSEO Fate largo al cinese Hou Hanru. È lui, da lo scorso agosto, il nuovo direttore artistico nominato da Giovanna Melandri. In un museo sicuramente sui generis, come il MAXXI, dove non è ancora stato nominato un comitato scientifico, è arrivata questa nomina inaspettata. Contratto per 4 anni ed un "magro" stipendio da 4 mila euro netti al mese più benefit e viaggi pagati. Non sembra molto credibile che sia stato l’unico ad accettare

IL PERSONAGGIO

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Il balletto dello stipendio (prima no, poi si), le lezioni di yoga e le continue gaffe della bionda presidente del museo d’arte contemporanea di Roma

TUTTI I MAXXI GUAI MUSEALI DELL’EX MINISTRO MELANDRI di Carola Parisi

Gli scivoloni della presidente radical chic. E sulla rete tutti all’attacco del tweet snob

N

on sono certo stati anni semplici per l’ex Ministro dello Sport e delle Politiche giovanili, Giovanna Melandri. Dopo essere diventata ex deputata, ad ottobre del 2012 (dopo numerose polemiche legate a accuse di lottizzazioni), l’ex ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi la nomina presidente del MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo: “per puro spirito di servizio” e a titolo totalmente gratuito. Così dicevano. Rottamata dal Pd sulla poltrona del museo, è stata bersaglio di pesanti critiche e grosse antipatie da parte della stampa nazionale. C’è da dire, tutte abbastanza meritate. Da due anni a questa parte, infatti, non riesce ad azzeccarne una. La biondissima radical chic, ex icona della sinistra veltroniana, nipote del giornalista Gianni Minoli (a sua volta presidente del Museo di Arte Contemporanea di Rivoli), da anni finita nel dimenticatoio, è riuscita ad infilare una serie clamorosa di scivoloni: il più recente quello del tweet sulla crisi ucraina. “In ucraina una violenza inaudita verso chi spera nell'Europa. Nadia, che da anni mi aiuta a casa, sogna l'Europa per i suoi figli”. Una splendida analisi socio-politica, commuovente, intima. Tanto che c’è chi le risponde ironicamente: “Nadia, i tuoi guanti gialli e l'odore forte di Mastro Lindo che emani continuamente, sono un grande orgoglio per l'Ucraina". Insomma, anche il popolo di Twitter non ha esitato nel sottolineare che, anche stavolta, la Melandri ha perso una grande occasione per tacere. Questo flusso di coscienza politically correct non è piaciuto. Uno snobismo degno della grande tradizione della sinistra. Ma non poteva dire “Nadia, una mia amica…”? Voleva farci sapere che ha una colf (senza definirla tale, per carità!)? Sarebbe il caso di aspettare con ansia il prossimo tweet della presidente del MAXXI, magari ha anche un giardiniere venezuelano che potrà aiutarci nella comprensione della situazione socio-politica in Venezuela.

C.P.

M

a insomma, possibile che la politica italiana funzioni sempre allo stesso modo...? Anche quando di mezzo c’è la cultura, la crescita ed il prestigio artistico del Paese? Il modo è quello descritto con esemplare sinteticità da Leo Longanesi: "Tengo famiglia". MAXXI famiglia Si parla dell’ ottobre 2012, quando la bella Giovanna Melandri viene nominata presidente del MAXXI. Un incarico che non nasce per caso e tantomeno per le indiscusse capacità tecnico-professionali-manageriali dell'ex ministro dello Sport e delle Politiche giovanili. La sua poltrona salta fuori seguendo la classica tecnica tutta italiana: quella delle cordate, in questo caso cordate familiari. Come tutti sanno, Giovanna Melandri è cugina di Gianni Minoli, sì proprio lui, il giornalista pubblicista “prezzemolino” ideatore di format televisivi e di approfondimenti d'inchiesta. Nel 2009, Minoli viene nominato dalla Regione Piemonte Presidente del Museo d'Arte Contemporanea del Castello di Rivoli. Il potentissimo Salvo Nastasi, capo di gabinetto del Ministero dei Beni Culturali durante la carica dei ministri Bondi e Galan, sposa la figlia di Giovanni Minoli, Giulia. Sarà un caso se l’unica associazione del settore che si è congratulata per la scelta 'melandrina', fu l'Amaci, l'associazione Musei di Arte Contemporanea, presieduta da Beatrice Merz, condirettrice del museo presieduto da Minoli? Chissà se l’allora ministro Lorenzo Ornaghi, si accorse di questo “girin giretto” famigliare? Avrebbe dovuto notare che Nastasi, uno dei direttori più potenti del Mibac ha lavorato per la cugina del suocero come presidente del MAXXI? ...Iniziava tutto così. Presa dall’onnipotenza, un po’ come Pippo Baudo nelle migliori imitazioni (“l’ho inventato io, l’ho scoperto io”) Giovanna Melandri dichiarò in un’intervista a Repubblica: “ Quel museo l’ho istituito io, sono la madre del MAXXI”. E come le brave mamme, anche lei dimostrò un certo attaccamento sia alla primogenita poltrona da parlamentare (con il più classico dei balletti: “dimettersi subito” o chissà…) ed anche per la poltrona della presidenza della Fondazione MAXXI. Onorata e lusingata dalla nomina, ne sparò una grossa delle sue:

“la scelta di un tecnico verso un altro tecnico”. Pensare alla Melandri come un tecnico risulta difficile: una laurea (cum laude, per carità) in Economia e Commercio, pubblicazioni come "Come un chiodo. Le ragazze, la moda, l'alimentazione","Digitalia, l'ultima rivoluzione" . Se l’incarico di Ministro per le Attività culturali, svolta dal ’98 al 2001, l’abbia resa una “tecnica” dell’arte e della cultura, è difficile da pensare. I veri tecnici potrebbero risentirsi. Oltretutto, il progetto del MAXXI, di cui tanto ne difende la maternità, non è stato un gran successo. Con un passivo di bilancio nel 2011 di 800mila euro, ha

rale della fondazione Francesco Spano, fedelissimo della prima ora. Un colpaccio: contratto biennale da 72.000 euro lordi all’anno per l’avvocato trentaquattrenne dalle credenziali di tutto rispetto, stando a quanto riferiscono dal museo. Poi, però, alla domanda di Edoardo Sassi del Corriere della Sera: “È stato selezionato su base curriculare, son stati vagliati altri profili?” la raggelante, ma non sorprendente, replica è la seguente: “Non capiamo quale sia il problema, in una Fondazione sono lecite nomine dirette”. Ah già, le nomine dirette: ci metto chi mi pare, quando mi pare, l’importante è che

dell’Azerbaijan (con cui ha guadagnato 150mila euro di finanziamenti, con tanto di cena in abito da sera), la Melandri ne combina un’altra delle sue. Autodefinitasi un “tecnico”, aveva subito bollato il museo d’arte contemporanea come ‘una Ferrari col freno tirato’. Così, a maggio scorso decise di schiacciare l’acceleratore, organizzando nientemeno che un corso di yoga all’interno della struttura. L’appuntamento ogni sabato mattina, per tutto il mese di giugno. Del resto, cosa altro inventarsi per trascinare le persone a Via Reni? Puntare sull’arte di qualità è troppo banale.

MAXXI era una fondazione e che in base alla legge Tremonti avrei prestato la mia opera gratuitamente. Legge sbagliatissima, me lo si lasci dire, perché la cultura ha bisogno di grandi manager, e questi vanno pagati. Sapevo anche che era in corso una procedura, avviata dai precedenti amministratori e conclusa ad aprile, per il riconoscimento del MAXXI come ente di ricerca. Ho detto all'allora ministro dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi: "Comunque vada, per un anno regalo il mio tempo prezioso". Ho sbagliato: dovevo dire che non appena avrei potuto prendere uno sti-

Nella foto in alto, una veduta del MAXXI, nel riquadro la presidente del Museo Giovanna Melandri con il cugino il pubblicista Gianni Minoli

rischiato, lo scorso aprile, il commissariamento da parte del Ministero dei Beni Culturali. E negli ultimi due anni le attività proposte dal museo

sia uno dei miei… Modus operandi bene noti. Oltretutto, quello era un incarico già coperto al museo da un altro dipendente con il contratto in scadenza, poi ricollocato nel settore marketing. Sarebbe il caso di ripercorrere il cursus honorem del giovane ‘principe del foro’. È stato collaboratore di lungo corso dell’ex ministro e suo consulente legislativo di fiducia, già a capo, in qualità di coordinatore, di una “Consulta giovanile per il pluralismo religioso e cultu-

Meglio lo yoga che fa sempre molto radical chic: “Vi aspettiamo con i vostri tappetini!”(ammiccava il sito del MAXXI).

MAXXI stipendio “Non c'è il passaggio da una poltrona a una poltrona perché come ho detto vado a svolgere questo incarico gratuitamente”. Dietrofront sei mesi dopo. Con una versione postuma di cui non c'è traccia negli archivi: “Giovanna Melandri manterrà la promessa di "regalare un anno di lavoro per il rilancio del MAXXI": a sottolinearlo è la stessa presidente della Fondazione MAXXI, in “NON C’È IL PASSAGGIO DA UNA POLTRONA A UNA una nota in cui spiega che la trasformazione POLTRONA PERCHÈ COME HO DETTO VADO A SVOLGERE Museo nazionale QUESTO INCARICO GRATUITAMENTE”. PAROLE, PAROLE, PAROLE... del delle arti del XXI secolo in ente di ricerca è stata avviata dal hanno attratto un numero davvero rale” che la stessa Melandri istituì al precedente cda”. Lo stipendio, dunridicolo di visitatori. tempo del suo Ministero per i Gio- que, si farà! Basta trasformare il vani. E così, il primo è stato “piaz- museo da fondazione a ente di riMAXXI collaboratori zato”. cerca e puff… arrivano i compensi. Un altro capitolo, o meglio, un altro Come spiegò al settimanale “Panoscivolone della gestione Melandri fu MAXXI palestra rama”: “nell'ottobre 2012, quando l’assunzione come segretario gene- Dopo la strizzata d’occhio ai pittori ho accettato l'incarico, sapevo che il

pendio me lo sarei preso, eccome. Scherzo, ovviamente. Ma sarà uno stipendio sobrio, pari a quello di altri dirigenti.” Giustamente: fare bella figura con grandi proclami, va bene, tutto bello, tutto gratis, ma “mica so’ fessa!” Del resto la colf ucraina non si paga mica da sola, eh! Ma poi quel famigerato “tempo prezioso” non è mai stato dedicato ad un gruppetto di ricercatori che con una lettera pubblica le chiedevano perché, visto che il MAXXI, ora, è un ente di ricerca (che poi siamo qui a disposizione per sapere la natura di tali ricerche) la Biblioteca fosse chiusa, l'accesso agli archivi bloccato e nessuna assicurazione sui tempi e sulle modalità della riapertura. Infondo quei ragazzi avevano pagato una tessera annuale e proprio nel periodo degli esami e di preparazione delle tesi di laurea e di dottorato il servizio pubblico è stato sospeso. Se un Museo pubblico, che vive con soldi dello Stato, è un ente di ricerca perché sospende proprio queste attività? Che ente di ricerca è?- si chiedevano. Cara Giovanna, ce lo chiediamo un po’ tutti.


12 MARZO 2014

FOCUS

H

HABEMUS COMITATUM

Quattro italiani e tre stranieri scelti dal Ministero

PAGINA 7

abemus comitatum. Ce l’ha fatta la confermata ministra Lorenzin a firmare il decreto di nomina del nuovo comitato di valutazione del metodo Stamina. Eseguita l'ordinanza con cui il Tar del Lazio aveva bocciato il primo organo designato (quello che aveva escluso la possibilità di sperimentare il protocollo ideato dal professore di psicologia Davide Vannoni), ora si può mettere un punto sulla vicenda comitato e sul toto nomi, tra polemiche e schieramenti pro/contro. Quattro stranieri e tre italiani. Questa la composizione del nuovo comitato che dovrà valutare il metodo Stamina e decidere se avviare la sperimentazione (si, siamo ancora a questo punto). E mentre le inchieste su Stamina Foundation vanno

avanti, la ministra Lorenzin ha nominato Michele Baccarani come presidente. Ematologo di fama mondiale, già in servizio al centro per lo studio delle cellule staminali del Policlinico Sant'Orsola-Malpighi di Bologna. Gli altri membri sono Mario Boccadoro, del Dipartimento di scienze mediche dell'Università di Torino; Ana Cumano dell'Institut Pasteur di Parigi; Curt R. Freed, della Divisione di farmacologia clinica e tossicologia dell'Università del Colorado; Moustapha Kassem, del Laboratorio di endocrinologia molecolare dell'ospedale universitario di Odense, in Danimarca; Giuseppe Leone, dell'Università Cattolica di Roma e Sally Temple dell'Istituto delle cellule staminali neuronali di Rensselaer, New York. C.P.

Stamina, ecco gli ingredienti di una truffa sanitaria e di un ministero inefficiente Michele Baccarani

Nella foto Michele Baccarani

LA LORENZIN VIENE RICONFERMATA, MA LA SUA POLTRONA SCOTTA

La ministra indecisa che ama i Pink Floyd

S

embrava vacillare la poltrona del ministero della Salute ed invece, incredibilmente, non si è liberata. La ministra Beatrice Lorenzin potrà tirare un sospiro di sollievo. Stamina è ancora un suo problema. E che problema. Potrà tornare ad ascoltare i suoi splendidi cd dei Pink Floyd, come raccontato a Barbara D’Urso in un’esclusivissima intervista a Pomeriggio Cinque. Verbali, indagini, ricorsi al Tar e valutazioni dei pazienti che non notano miglioramenti. Il castello di Stamina sta crollando. Definitivamente. Giorni duri per il professore di filosofia Davide Vannoni. Nas, Aifa, Istituto superiore di sanità, tecnici del ministero, ospedale di Brescia: nessuno ha una parola positiva per le “applicazioni” a base di staminali della Stamina Foundation. Quello che sta uscendo in questi giorni fa però sorgere un dubbio sul comportamento del Ministero. Se già nel 2012 le relazioni fatte da Aifa, Istituto superiore di sanità e Nas dopo l’ispezione che portò alla chiusura del laboratorio di Brescia (poi riaperto caso per caso dalla magistratura) riferivano di una tecnica “pericolosa e scadente”, che addirittura sarebbe stata fatta senza usare staminali, perché nella primavera dello stesso anno si decise, su proposta dell’allora ministro Renato Balduzzi, di far proseguire le applicazioni ai pazienti già seguiti da Vannoni e si pensò ad avviare una sperimentazione? E perché successivamente anche il ministro Beatrice Lorenzin ha portato avanti il progetto? Alla luce delle nuove rivelazioni di quotidiani e autorevoli pareri medici, ma soprattutto l’inchiesta della magistratura torinese, appare singolare che governo e parlamento abbiano comunque deciso di dare una chance a Stamina. C.P.

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Non manca proprio nulla nell’intrigata vicenda dello “stregone” Davide Vannoni, tra inchieste, strazianti proteste di piazza e discussi Comitati scientifici

di Carola Parisi

I

l metodo Stamina è stato bocciato dal ministero della Salute, la sperimentazione è stata interrotta, la comunità scientifica lo ha bollato come non valido e potenzialmente pericoloso. C’è di più: lo ‘stregone’ Davide Vannoni è stato rinviato a giudizio con l’accusa di tentata truffa ai danni della Regione Piemonte per aver avanzato nel 2007 una richiesta di finanziamento di 500mila euro da destinare all’apertura di un laboratorio di ricerca sulle cellule staminali, pur non possedendo i requisiti richiesti dalla legge. Una faccenda, questa del metodo Stamina, in cui si sono incontrati tutti gli ‘inneschi’ adatti a far scoppiare un vero e proprio caso. La televisione nelle vesti del programma “Le Iene”, c’è; la disperazione di tante famiglie sbattuta in prima serata, c’è; un ‘illuminato’ qualsiasi che portava in dono una cura miracolosa, c’è; le proteste in piazza, ci sono; un Ministero con cui prendersela, c’è; impicci e favorucci vari, ci sono. Non manca proprio nulla. E così, nell’autunno del 2011 scoppia il caso Stamina, come era scoppiato il caso Di Bella nel 1997; il caso Vieri negli anni ’60 e Bonifacio negli anni ’50. Nel nostro Paese, così ricco di fantasia, bolle mediatiche attorno a sedicenti scoperte scientifiche rivoluzionarie vengono fuori ciclicamente. I tre filoni d’inchiesta La prima udienza del processo per tentata truffa è prevista per il prossimo 3 aprile. Ma questa non è l’unica delle vicende giudiziarie che coinvolgono lo psicologo Davide Vannoni e l’intero caso Stamina. Gli ultimi fatti di cronaca, infatti, raccontano dell’estromissione della società dal registro delle Onlus per mancanza dei requisiti necessari. È nel 2009 che partono le prime inchieste dei Nas. Il caso che coinvolge Vannoni (che ai tempi faceva capo alla società Cognition) comincia a far capolino sulla stampa nazionale. L’ipotesi di reato è la somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere, integrata poi con le denunce da parte di alcuni pazienti. L’altro grosso filone delle indagini riguarda invece il legame tra Stamina Foundation e gli Spedali Civili di Brescia, in particolare come la società di Vannoni sia potuta penetrare all’interno di un ente pub-

blico, a carico del Sistema sanitario nazionale, e come siano stati reclutati e trattati i 36 pazienti presso la struttura.

Comitato scientifico: i primi tentativi del Ministero Dopo che la vicenda Stamina era approdata nelle aule di tribunale, dove i genitori dei bambini malati

Mauro Ferrari, Vania Broccoli e Antonio Uccelli, avevano già preso posizione rispetto al trattamento Stamina e quindi, per scongiurare un potenziale ricorso al Tar, sono stati tagliati fuori. Le ragioni dell’estromissione dei tre sono diverse e, per certi versi, opposte. Ferrari è uno scienziato italiano di fama internazionale, esperto di nanotec-

il nostro paese di assumere un ruolo di leadership straordinario”. Apriti cielo! Queste affermazioni hanno scatenato l’ira funesta dei suoi colleghi. In un editoriale su Nature a firma Alison Abbott, si legge che “in una lettera del 26 gennaio, quattro influenti scienziati clinici dicono di essere ‘estremamente preoccupati’

po’ la poltrona di Ferrari, già vacillante, è definitivamente caduta. Le ragioni dell’esclusione di Broccoli, capo unità della Divisione di neuroscienze Stem Cell Research Institute del San Raffaele di Milano, e Uccelli, del Centro per la sclerosi multipla dell’Università di Genova, sono invece opposte rispetto a quelle relative a Ferrari. Vania

Nella foto in alto Davide Vannoni, nel riquadro Mauro Ferrari

chiedevano di continuare le infusioni di cellule staminali secondo il protocollo di Stamina Foundation, il Ministero della Salute (con un ritardo ed una cecità fisiologica) ha dato il via alla sperimentazione. Per valutare ‘l’operato’ di Davide Vannoni e il suo protocollo (consegnato dopo non pochi balletti) viene formato (in astratto-poiché non è stato ancora designato ufficialmente) un comitato scientifico formato da scienziati e medici di fama internazionale. Come nelle migliori tradizioni, però, il Ministero ha dovuto rimettere mano e modificare il team (deciso pochi giorni fa). Infatti,

nologie applicate alla medicina, presidente del Methodist Hospital Research Institute di Houston e della Alliance for Nanoheart, e la sua nomina non è stata mai ufficializzata, tanto che aveva specificato di non avere ancora alcun incarico. Nonostante il prestigiosissimo profilo accademico di Ferrari, indicato il 28 dicembre scorso dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin come potenziale presidente del comitato, è rimasto a bocca asciutta. Galeotte le sue dichiarazioni a La Stampa in cui lo scienziato aveva definito Stamina come “il primo caso importante di medicina rigenerativa in Italia, un’occasione per

dalle esternazioni televisive di Mauro Ferrari. I firmatari sono Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri di Milano; Giuseppe Remuzzi, presidente dell’Istituto Mario Negri di Bergamo; Gianluca Vago, rettore dell’Università di Milano; e Alberto Zangrillo, vice-rettore per le attività cliniche all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano”. Ferrari, secondo gli scienziati, “non ha le qualifiche per guidare un comitato responsabile di valutare un protocollo clinico”. È stato a causa di questa controversia che Lorenzin ha “ritardato gli step legali per l’inaugurazione del comitato”. E già da un

Broccoli sarebbe “criticabile per la sua vicinanza a enti di ricerca e cura con le staminali” – una sorta di conflitto di interessi, insomma, già ravvisato da Vannoni, che aveva denunciato l’eccessiva vicinanza di Broccoli a Telethon, “palesemente contrario a Stamina”. Discorso analogo per Uccelli, colpevole di essersi schierato in passato contro il trattamento. Secondo il quotidiano “La Stampa”, sarebbero state in bilico (per gli stessi motivi) anche le posizioni di Denis Vici, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, e Francesco Frassoni, del Gaslini di Genova: le poltrone sono saltate entrambe.


Il sindaco ciclista: un uomo più solo che al comando

12 MARZO 2014

ROMA

PAGINA 8

Pedonalizzazione dei Fori Imperiali, nomine sballate, maiali che scorrazzano tra i cassonetti, un partito che gli volta le spalle: la strada del chirurgo genovese è tutta in salita - E lui va in vacanza per tre giorni a Parigi di Luca Cirimbilla

I

gnazio Marino ha già il fiatone. Il sindaco ciclista, eletto primo cittadino di Roma da circa nove mesi, è protagonista indiscusso di una gestione molto travagliata dell'amministrazione capitolina. Da subito si sono evidenziati i timori di una certa diffidenza tra parte della maggioranza di centrosinistra (vittoriosa contro un Alemanno più solo che male accompagnato) e il senatore chirurgo venuto da Genova. I timori si sono poco alla volta concretizzati mettendo in luce tutta la complessità dell'amministrazione di una città (che ne racchiude in realtà molte altre nel suo grembo) come Roma. Di certo Marino non si è presentato nel migliore dei modi: tra le parole d'ordine della sua campagna elettorale spiccava la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali. La trasformazione in oasi pedonale dell'arteria che collega il Colosseo a piazza Venezia poteva essere un'ottima idea. Invece è stata pensata male e realizzata peggio. Il mancato potenziamento dei mezzi pubblici, il limite di 30 km all'ora su via Labicana e il cambio di alcuni sensi di marcia hanno portato un congestionamento nelle zone limitrofe, con aumento dell'inquinamento atmosferico e acustico. E un crollo di clienti negli esercizi commerciali (si parla di 80% di incassi in meno). Dopo la pedonalizzazione dei Fori, è stata la volta della nomina, altrettanto farlocca, del comandante dei Vigili Urbani. Fino alla proclamazione di Marino, il comandante in carica era Carlo Buttarelli che ufficialmente ha dato le dimissioni. In nome di un'ostentata trasparenza, per trovare il successore di Buttarelli, è stato indetto un avviso pubblico sui cui criteri, però, ci sono state più ombre che luci. E così, dal buio del cilindro, è stato pescato il nome del cosentino Oreste Liporace, colonnello dei carabinieri con tre lauree. "Insieme ai vigili di Roma sono certo che riusciremo a rendere la città più sicura, e la mia conoscenza approfondita della Capitale mi aiuterà in questo compito gravoso" ha

IL CASO

Assenteismo e carenza di fondi: scoppia la guerra tra Vigili e P.I.C.S. La questione principale è la gestione dei fondi lamentata da quasi tutti i gruppi operanti sul territorio romano a gennaio è stata la volta dell'Ama. Stavolta l'episodio ha sfiorato il ridicolo: a ricoprire i ruoli di presidente e amministratore unico dell'azienda è stato chiamato Ivan Strozzi, indagato per traffico illecito di rifiuti dalla procura di Patti. L'uomo sponsorizzato da una parte del Pd, quella dell'assessore all'ambiente di Roma Capitale Estella Marino, dopo cinque giorni ha pensato bene di rassegnare le dimissioni. Si fa sempre più delicata, dunque, la questione rifiuti per una città che al mondo intero ha regalato le immagini di maiali che scorrazzavano tra i cassonetti dell’immondizia nelle proprie strade. La guerra all'interno del Pd è senza quartiere e anche i big del partito che hanno sostenuto Marino nelle primarie per il sindaco di Roma, come Goffredo Bettini, hanno cominciato a voltargli le spalle. Si vociferava addirittura di un sondaggio voluto dallo stesso Pd per misurare il gradimento dei romani verso il sindaco genovese. A fare le spese di

PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO

DA SUBITO SI SONO EVIDENZIATI I TIMORI DI UNA CERTA DIFFIDENZA TRA PARTE DELLA MAGGIORANZA DI CENTROSINISTRA E IL SENATORE CHIRURGO VENUTO DA GENOVA. dichiarato Liporace nel giorno della presentazione alla stampa con Ignazio Marino il 2 ottobre scorso. Neanche una settimana più tardi Liporace, sempre ufficialmente, ha deciso di "togliere la disponibilità a ricoprire l'incarico per rispetto delle istituzioni, del corpo di polizia locale della Capitale e dei cittadini romani". Il dietrofront del colonnello ha nascosto il pasticcio combinato dall'amministrazione comunale che avrebbe selezionato 99 curricula, "di altissimo profilo" secondo le parole del sindaco venuto da Genova. Peccato che Liporace non avesse i requisiti richiesti nell'avviso pubblico organizzato dal Dipartimento risorse umano di Roma Capitale. Ma la farsa delle nomine non si è fermata: dopo i Vigili,

questa faida sono i cittadini stessi e molti dipendenti capitolini. Alcuni di loro si sono riuniti in una pagina facebook dove si confrontano e provano a coordinarsi verso un'amministrazione allo sbando. E' il caso delle lettere arrivate il 6 e il 18 febbraio scorsi, firmate dal direttore dell'ufficio dell'Assemblea capitolina, Vitaliano Taccioli: nella prima si comunicava il mancato compenso oltre le tredici ore di straordinario nei mesi di febbraio e marzo. Neanche dodici giorni dopo, il direttore Taccioli, ha annunciato il ripristino dei fondi per il lavoro straordinario grazie all'intervento del presidente dell'Assemblea capitolina Mirko Coratti. Eppure i tecnici del Comune hanno assicurato che tali fondi non sono stai

A

ria di guerra tra il sindaco e la Polizia di Roma Capitale: a scamai assolutamente toccati. A tenare le ire dei vigili contro Ignazio Marino non è stata solo far apparire ancora più goffa e la nomina a comandante, conclusasi in farsa, del colonnello inadeguata la figura del "chiOreste Liporace. Il sindaco, infatti, ha proseguito nel cercare il nuovo rurgo dem" ha contribuito la comandante attraverso una selezione esterna, facendo sentire poco sua reazione davanti alle televalorizzato un corpo già duramente messo alla prova. La questione camere de Le Iene. Davanti alle principale, come al solito, è la mancanza di fondi lamentata da quasi immagini di dipendenti comututti i gruppi operanti sul territorio romano. Solo una divisione della nali che uscivano dagli uffici Polizia di Roma Capitale sembra rappresentare l’eccezione alla cadopo aver timbrato il tesserenza di finanziamenti, ed è quella del Pronto Intervento Centro storino, Marino è stato solo carico-Decoro Urbano (P.I.C.S.). Da sempre il contrasto tra la vetrina pace di ripetere che avrebbe del centro storico e la dura realtà della periferia ha caratterizzato la adottato "una punizione esemcittà di Roma; in questo avvio di amministrazione targata Marino plare e severissima", senza illuquesto divario sembra ancora più accentuato con lo stanziamento di strare quale tipo di 116mila euro per finanziare gli straordinari del Pics, costituito da una cinquantina di uomini, per il periodo che va dal 1 gennaio al 28 febprovvedimenti avrebbe intrabraio. La sezione del pronto intervento, tra l’altro, come risulta dal preso. E' una grave piaga quella sito ufficiale di Roma Capitale, “opera alle dirette dipendenze del Gadell'assenteismo per Roma Cabinetto del Sindaco, per contrastare i fenomeni di degrado urbano pitale: nell'ultimo mese ha nel centro storico” e ha beneficiato di questo stanziamento attraverso coinvolto i dipendenti di Atac, la determinazione dirigenziale n.211 del 10 febbraio scorso. Molti viAma e persino dei Vigili Urgili, alle prese con carenze economiche del corpo, hanno reagito nebani. "Credo semplicemente gativamente a un finanziamento pari a circa 2mila euro ad agente. che devo essere messo nelle Eppure sotto la lente d’ingrandimento, nelle ultime settimane è finito condizioni di governare la l’alto numero di assenze sul lavoro tra i vigili urbani. I gruppi col più città" ha affermato il sindaco alto tasso di assenteismo sono risultati quelli di Monte Mario e Monminacciando “il blocco della teverde rispettivamente con il 7,4% e 7,15% di malati tra ottobre e città” nelle ore in cui è stato ridicembre del 2013. A tenere lontani dal luogo di lavoro gli agenti non tirato il decreto SalvaRoma, che è solo la salute, ma contribuiscono anche le ferie, i permessi e i corsi avrebbe ripianeto il passivo di di aggiornamento: la Polizia di Roma Capitale può infatti contare 14,9 miliardi euro, a causa delsolo sul 76% del personale. L.C. l'ostruzionismo di Lega Nord e Movimento 5 Stelle. "Se c’è bisogno di un sindaco che gestisce un bilancio della Capitale d’Italia io sono felice di sini, ad agosto, aveva annunciato una spesa di 3,5miesserlo perché ho avuto l’onore di essere eletto dai cit- lioni come piano straordinario sulle caditoie e circa tadini. Se c’è bisogno di un commissario liquidatore 25mila sono stati i tombini puliti tra settembre e diche licenzi il personale, venda Atac e Ama, dismetta cembre: neanche il 10% del totale e i risultati sono Acea e metta in cassa integrazione tutto il personale stati gli occhi di tutti. Dall’acqua caduta, dunque, a io non sono disponibile a fare quel lavoro lì”. Alla fine quella all’arsenico. I residenti di Roma Nord, dei mudal governo Renzi sono arrivati 570 milioni utili a ri- nicipi XIV e XV si sono visti imporre il divieto di utipianare il bilancio del 2013 e a preparare le manovre lizzo dell’acqua pubblica per 10 mesi a causa della sua per quello del 2014. Una gestione, quella di Roma composizione chimica e batteriologica non adatta al Capitale, che fa acqua da tutte le parti. E proprio l’ac- consumo umano. A suscitare le dure reazioni, le ulqua, quella caduta e quella contaminata, è stata un time in ordine cronologico, è stata l’insufficiente e caaltro ostacolo per Marino. A fine febbraio anche rente comunicazione con cui l’amministrazione ha Roma ha dovuto fare i conti con le piogge cadute su avvisato i cittadini. Quale sarà la prossima tappa del tutta Italia. L’assessore ai Lavori Pubblici, Paolo Ma- sindaco ciclista?

DIRIGENTI E CONSULENTI CON SUPER STIPENDI PIÙ L’ASSENTEISMO IN ATAC

MALATTIE E LEGGE 104: QUANDO NON SI “AMA” IL LAVORO

Il fenomeno dell’assenteismo non riguarda solo una piccola parte dei lavoratori di Roma Capitale e delle azienda comunali. Su 6500 autisti Atac, circa 970 sono gli autisti che ogni giorno rimangono a casa, mentre sono 300 gli operai che si assentano, su un totale di 3000. Negli ultimi tre anni è salito vertiginosamente il numero delle richieste di inidoneità alla guida, passato da 50 a 607. I conti dell’azienda poi non sono positivi e a farne le spese, al posto di consulenti esterni e super dirigenti, saranno i salari del personale amministrativo (circa il 9% di assenza al giorno).

La situazione non è molto differenti in Ama: mediamente circa mille dipendenti ogni giorno non si presentano a lavoro. Ferie e malattie (circa l’8% di assenze) o permessi dovuti alla legge 104 (pari al 4%, superiore alla media nazionale): circa il 18,6% dei dipendenti non si presentano a lavoro.

L'ultima ribattuta del 12 Marzo 2014  
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