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I “TAGLI” SI ABBATTONO SULLE FF.OO., NON SUI MAGISTRATI

OLTRE LA TOGA

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La crisi si abbatte sul settore della sicurezza. Le nostre forze dell’ordine sono tra le meno retribuite in Europa e ora rischiano di subire nuovi tagli con la spending review voluta dal premier Renzi e attuata dal commissario Cottarelli. Mentre i magistrati si mobilitano, la Polizia prova a defilarsi dai tagli.

È PASSATO UN ANNO SENZA IL “CALIFFO”

ella sua consueta rubrica su L’ultima ribattuta, Antonio Ingroia si inserisce nel dibattito sulle riforme istituzionali - dalla trasformazione del Senato all’ipotesi di premierato forte - che sta dividendo la politica in generale ma anche la stessa maggioranza. L’ex pm, che rivendica da sempre di essere un partigiano della Costituzione, si schiera al fianco dei vari Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti e altri ancora, che hanno firmato il manifesto contro lo stravolgimento della Carta e quella che definiscono la “svolta autoritaria” di Renzi per concentrare più poteri nelle mani di pochi.

Un anno fa ci lasciava Franco Califano. Artista, cantautore, poeta ed anche playboy negli anni della “dolce vita” romana. Un’esistenza mai banale la sua, anche per via delle frequentazioni "pericolose". Politicamente scorretto, è sempre sfuggito dalla tipica ipocrisia borghese.

è a pagina 5

GRAZIA BONTÀ a pagina 8

a pagina 7 La rubrica di

a m i t l L’u Rivenditore ufficiale Pratiflex Srl www.pratiflex.it

RaccomandeRai

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NOTIZIE E RETROSCENA CHE I MEDIA NASCONDONO

ANNO I - NUMERO 5

RICORDO DI D’AMBROSIO

GIUDICE DI SINISTRA ONESTO E LEALE di Guido Paglia

e n’è andato un magistrato perbene, Gerardo D’Ambrosio. Un giudice vero, una persona leale, mai fazioso. Era di sinistra, orgogliosamente di sinistra, ma non lo fece mai pesare nelle sue inchieste. Anzi, quando gli fu affidata la “patata bollente” della morte dell’anarchico Pinelli, con tutta la peggiore “intellighenzia” marxista-leninista scatenata contro il povero commissario Calabresi e l’apparato dello Stato, non si fece minimamente influenzare e scagionò tutti i sospettati. D’Ambrosio si occupò anche di me. Da giovane estremista di destra, rimasi impelagato nell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. Per cercare di coprire Guido Giannettini, il SID e Giovanni Ventura fecero in modo di deviare le indagini su un altro Guido, giornalista e di destra anche lui. Ero io. Malgrado la faziosità di uno dei pubblici ministeri, Luigi Fiasconaro (che da ex-simpatizzante di Ordine Nuovo doveva dimostrare di essersi affrancato), l’allora giudice istruttore D’Ambrosio capì che qualcosa non tornava. Così, respinse la richiesta di mandato di cattura nei miei confronti e mi interrogò a piede libero. Per un anno, indagò a tutto campo e si convinse che avevo detto la verità. E quando depositò la sentenza-ordinanza, mi prosciolse con formula piena, bollando il mio coinvolgimento in quella tragica vicenda come un “depistaggio”. E’ stato grazie ad un giudice come D’Ambrosio che la mia vita non è cambiata. Che ho potuto continuare a fare quello che ho fatto nella vita affettiva e professionale. Perché in quei giorni terribili, erano tanti i colleghi che mi consigliavano di fuggire. Non avevo fatto niente e non volevo diventare un latitante. Credevo nella giustizia (oggi un po’ meno) e ho avuto la fortuna di trovare un giudice vero. Non gli sarò mai abbastanza grato. Leggendo i ricordi di altri sui giornali di questi giorni, ho letto che qualcuno, ricordando i tempi di Tangentopoli, quando D’Ambrosio coordinava il famoso “pool”, gli ha contestato di aver usato “due pesi e due misure” per i finanziamenti illeciti del PCI. Posso dire sommessamente che non ci credo?

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QUANDO LA REALTÀ SUPERA L'IMMAGINAZIONE: MA IL "GRANDE MORALIZZATORE" GUBITOSI NON HA PROPRIO NIENTE DA DIRE SUL SISTEMA DI PRIVILEGI?

MERCOLEDÌ 2 APRILE 2014

INARCASSA

L’OMBRA DELL’OPUS DEI

uò un ente previdenziale che sta attuando una riforma pensionistica a dir poco rigorosa investire milioni di euro in titoli che non hanno alcuna possibilità di produrre profitto? Sembra di si, da quando Inarcassa ha acquisito quote azionarie della Campus Bio-Medico Spa, società che non ha mai distribuito dividendi e che reinveste gli utili sovvenzionando l’omonima Università romana, espressione dell’articolata galassia Opus Dei. Un tipo d’investimento molto simile, nella sostanza, a una donazione in favore di un’iniziativa di cui si riconosce l’utilità sociale o il valore culturale.

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Emiliano Stella a pag. 4

FALLIMENTO KEIS

DI LORENZO: COLPO DI CODA ANNUNCIATO Nelle foto Rodolfo e Ilaria De Laurentiis

La figlia del consigliere Rodolfo De Laurentiis scelta come co-protagonista della fiction "Le due leggi" - Un altro caso, ancora più eclatante, sui vantaggi dei "figli di" in viale Mazzini di Carola Parisi

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roprio vero: spesso la realtà supera l’immaginazione. Avevamo appena denunciato, nel numero scorso del nostro “magazine” sfogliabile, i sistemi di funzionamento “privilegiato” di Rai Fiction. Non avevamo la presunzione di aver detto tutto, ma abbastanza, sui “figli di” che la governano, i “figli di” che ne usufruiscono, i “mariti di e le mogli di” che creano (o hanno) anche loro dei curiosi vantaggi nelle scelte. Però mancava il meglio, l’incredibile, per fotografare il “RaccomandeRai”.

A proposito di nomine…

LA DIFESA DISPERATA DI SCARONI MADE IN LUCCHINI (e DE PAOLINI) di Luca Cirimbilla

E il meglio, l’incredibile, è arrivato puntuale con la messa in onda de “Le due leggi”, la contestata (dall’ABI) fiction sui perversi meccanismi bancari che strangolano i piccoli e medi fruitori di fidi. Sapete chi è nella realtà la figlia della direttrice di filiale “pentita” Elena Sofia Ricci ? Tenetevi forte: è nientepopodimenoche Ilaria de Laurentiis, figlia adorata del Consigliere d’amministrazione Rodolfo. Anche lei, naturalmente, scelta solo per le sue eccelse qualità artistiche e la particolare predisposizione alla recitazione in questo difficile settore. Rodolfo de Laurentiis non è un membro qualsiasi del CdA. Già

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a protervia di Paolo Scaroni per riuscire ad ottenere il quarto mandato da amministratore delegato dell’ENI, è pari soltanto alla pervicacia con la quale il suo fedelissimo “braccio destro” per la comunicazione, Stefano Lucchini, riesce a incidere su questo tema presso la cosiddetta “grande

STEFANO LUCCHINI E OSVALDO DE PAOLINI

deputato nelle file dell’UDC e componente della Commissione di Vigilanza, è approdato in viale Mazzini come “risarcimento” per la “trombatura” elettorale del 2006. Abruzzese di Collelongo (L’Aquila), come Ottaviano Del Turco, 54 anni, si è particolarmente distinto in questi anni per essere il recordman delle spese di trasporto con l’auto aziendale (neppure Guglielmo Rositani, che pure è stato scorrazzato quotidianamente con la sua assistente Raffaella Pichini su e giù da Rieti, è riuscito a fare di meglio). Perché lui cura molto il suo vecchio (e, spera, futuro) collegio elettorale. Con l’evaporazione dell’UDC, si è

stampa d’informazione”. Prendiamo per esempio “Il Messaggero” di sabato 29 Marzo. Già il titolo del pezzo, è tutto un programma: “No dell’ENI alla stretta del Tesoro, non basta il rinvio a giudizio”. Capito? Il colosso energetico tratta da pari a pari con l’azionista (che si chiamerebbe Ministero dell’Economia, ma fa niente) e contesta quelle elementari regole di buon senso che il governo Renzi intende introdurre per i rinnovi delle nomine: non più di due-tre mandati di vertice e comunque con l’esclusione di chi si trovi in situazioni processuali imbarazzanti (incriminazioni formali per reati contro la pubblica amministrazione o addirittura processi pendenti). Bene, Scaroni, da que-

avvicinato sempre di più al centrodestra e fino a poche settimane fa –dopo lo scandalo che ha coinvolto il governatore abruzzese Giovanni Chiodi- erano in parecchi di Forza Italia a pregarlo di accettare la candidatura alla guida della Regione. Adesso, questa fantastica dimostrazione di amore paterno, farà sicuramente schizzare verso l’alto il suo indice di popolarità e di potere. E attendiamo con ansia una dura presa di posizione di Pierferdinando Casini, Lorenzo Cesa e di tutti gli altri censori specializzati in tema di “conflitto d’interessi”.

iero Di Lorenzo, l’imprenditore che ha denunciato i tentativi di “taglieggiamento” in Rai (vedi il numero dello sfogliabile del 19 marzo), se l’aspettava. Invece di quella che doveva essere una tranquilla richiesta di archiviazione per insussistenza dell’addebito (finanziamento illecito ai partiti), nell’inchiesta sul fallimento della KEIS è arrivata la notifica del deposito degli atti. Che equivale ad una richiesta di rinvio a giudizio davanti al gup. La scusa ufficiale è che il pubblico ministero Giuseppe Cascini si candiderà al CSM e quindi non può perdere altro tempo nelle indagini. L’imprenditore sdrammatizza e ricorda di aver già previsto questo sviluppo nella sua conferenza-stampa a Roma, cinque mesi fa (clicca sulla foto per il video e leggi l’intervista a pag. 3)

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Servizi a pag. 2

sto punto di vista, non si è fatto mancare niente: tangenti per la SAIPEM e freschissima condanna a 3 anni per il disastro ambientale provocato dalla centrale di Porto Tolle quando era ancora ad dell’ENEL. Macchè, sono cosucce da nulla. E così, grazie al servizievole quotidiano romano, di cui è vicedirettore per l’Economia Osvaldo De Paolini, grande amico di Lucchini, siamo stati messi a conoscenza del fatto che i membri del CdA dell’Eni invitano l’azionista “a valutare se gli effetti della clausola, che si producono anche a seguito del mero rinvio a giudizio, dunque in assenza di qualsivoglia accertamento di una eventuale responsabilità penale, corrispondano effettivamente al loro

interesse”. E vi risparmiamo le altre autorevoli voci di dissenso alle direttive del Ministero dell’Economia raccolte pur di cercare di sgombrare il campo dagli ostacoli che impediscono il quarto mandato di Scaroni. Martedì, dopo la condanna, battuto solo dal confratello romano “Il Tempo” (che arriva a nascondere il verdetto in un pezzo sulle nomine), nuovo soccorso a mezzo stampa da via del Tritone: “Il reato per il quale Scaroni e Tatò sono stati condannati, non rientra tra quelli che, in base ad una direttiva dello scorso giugno firmata dall’ex-ministro Saccomanni, impediscono l’eleggibilità ai vertici delle società controllate dall’Economia”. Cosa vuol dire l’amicizia, vero?


2 APRILE 2014

RACCOMANDE RAI

PAGINA 2

Ilaria De Laurentiis. Un nome, una garanzia per fiction di successo Nella nostra inchiesta su raccomandati e "figli di", c'era sfuggita una perla

La presidente Tarantola (protettrice di Tinni Andreatta) e il dg Gubitosi dovrebbero spiegare al Cda come sia stato possibile questo clamoroso caso di "confitto d'interessi". O ci sono altri consiglieri che godono delle medesime condizioni di favore?

LE AVVENTURE DI INCITATUS

Il prof. dott. Alessandro Picardi alla ricerca dell'agenda magica

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l “prof. dott. Alessandro Picardi”, direttore dei Rapporti Istituzionali della Rai, non finisce mai di stupire. Leggete questa mail che ci ha inviato un ex-dipendente della LDM, la società di produzioni televisive di Piero Di Lorenzo delle cui traversie ci siamo ampiamente occupati nel “magazine” del 19 marzo.

Nelle foto due scene tratte dalla fiction “Le due leggi” che vede come coprotagonista Ilaria De Laurentiis di Carola Parisi

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unque, c’è cascato pure Rodolfo de Laurentiis, cuore di papà. Un bel ruolo da coprotagonista nella fiction “Le due leggi” per sua figlia Ilaria se l’è portato a casa. Sotto lo sguardo vigile e severo del “Grande Moralizzatore” Luigi Gubitosi, il dg che non deve chiedere mai perché vede e provvede, si è concretizzata l’ennesima schifezza targata Rai. E tutti zitti, tutti complici, Presidente “di garanzia” e consiglieri d’amministrazione compresi. Per portare a casa questa bella “marchetta” familiare, de Laurentiis non si è affidato al mercato. Non ha cercato di farla fare ad un produttore estraneo al giro politico dell’UDC e del familismo che impera in viale Mazzini. Macchè. Ha scelto Mario Rossini della “Red Film”, figlio a sua volta di uno degli storici dirigenti democristiani della Rai, Giuseppe, già direttore di Rai Tre e Rai Uno, che –come scrive il critico Aldo Grasso nella sua “Garzantina” dedicata alla televisione- “ha cercato di rinvigorire con una sostenuta produzione di film per la tv ed il cinema”. Cosa poteva fare da grande il povero figlio Mario ? Seguirne le orme, naturalmente. Ed ecco così un altro “figlio di” di cui ci eravamo dimenticati nel numero scorso: servizievole e pronto per l’uso. Qualcuno comunque ci deve spiegare come mai il nome della nuova promessa della “fiction” figurasse regolarmente dei titoli di coda, ma sia stato poi misteriosamente fatto sparire quando il rullo ha cominciato ad elencare attori coprotagonisti, di secondo piano e comparse. Doveva iniziare una puntata di “Porta a porta” dedicata ai De Sica, quindi niente che giustificasse un taglio così frettoloso. E allora ? Una “furbata” per cercare di non far leggere un cognome così compromettente? E se sì, chi ha proceduto alla prudente censuretta, Rai Uno

Collezione Esclapon

Ma quante belle borse madama Dorè

“Caro Direttore, ho letto soltanto nei giorni scorsi il gustoso ritratto di Alessandro Picardi che avete pubblicato. Io l’ho conosciuto bene, perché per circa un anno, nel 2003/4 anche lui ha lavorato per la LDM Comunicazione. Poi, un po’ perché non brillava per impegno e dedizione, un po’ perché non dava neppure esami all’Università e a laurearsi non ci pensava proprio, fu cortesemente messo alla porta da Di Lorenzo. Fin qui, niente di che, succede. Ma dopo qualche anno di silenzio assoluto, improvvisamente, Picardi mi telefonò. Con il suo tipico tono mellifluo, infiocchettato da espressioni come ‘tu sai che il dottor Di Lorenzo è il mio maestro, il mio mito… ’, mi chiese di duplicare la sua rubrica telefonica. Gli risposi che se lo poteva scordare e lo salutai. Ma dopo qualche giorno, tornò alla carica. Cercai di spiegargli che mi chiedeva una cosa impossibile, una violazione della privacy gravissima. Alla fine, dopo avergli detto a brutto muso ‘ma mi vuoi far licenziare ?’ per levarmelo di torno lo indirizzai alla segretaria di Di Lorenzo. Non pensavo mai che avrebbe avuto il coraggio di telefonare anche a lei. Mi sbagliavo, perchè con incredibile faccia tosta invece la chiamò, facendole la stessa richiesta. E ottenendo la medesima risposta. Questo è quanto, caro Direttore e non le nascondo di essere rimasto di sasso quando ho saputo che un personaggio del genere era stato assunto dal suo amico dg Gubitosi, con uno stipendio da favola, per un incarico delicato com’è quello di direttore dei Rapporti Istituzionali della Rai. Cordiali saluti (e-mail firmata)”

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nutile dire che abbiamo controllato sia l’identità dell’ex-dipendente sia l’autenticità del suo racconto interpellando la segretaria di Piero Di Lorenzo, tutt’ora in servizio presso LDM. Che ha puntualmente confermato l’episodio. A questo punto, non resta altro da fare che congratularsi con il dg Gubitosi per questo superbo “acchiappo”. E un consiglio: dia disposizioni alle sue segretarie nel caso in cui il “prof. dott. Picardi” dovesse provarci anche con lui… o la Fiction? Sarebbe interessante saperlo. Ma il consigliere de Laurentiis non si occupa solo del futuro della figlia Ilaria. Adesso, i suoi obiettivi sono due: Monica Maggioni direttrice del TG 1 (una passione che divide con lo stesso Gubitosi) e Paolo Del Brocco successore dell’attuale dg. Insomma, come si suol dire, non sta mica a pettinare le bambole o a smacchiare i giaguari. Per raggiungerli, si sta cominciando perfino a smarcare dal centrodestra, un approdo che aveva appena raggiunto ma che ora sta cominciando a diventare non più tanto sicuro per il futuro della carriera. Così, ha intensificato i rapporti con Luigi De Siervo, l’unico dirigente Rai di peso (guida la Direzione Commerciale) che può rivendicare un’amicizia con Mat-

teo Renzi ben precedente ai trionfi degli ultimi mesi (la sorella era a capo della segreteria quando il premier era ancora un semisconosciuto presidente di provincia). Stesso canale navigato, a volte insieme, a volte da solo, dall’amministratore delegato di Rai Cinema, appunto Del Brocco, un altro “miracolato” che sogna la poltrona di Gubitosi. E che per ora può però contare solo sull’appoggio del papà di Ilaria de Laurentiis. All’interno del palazzo di viale Mazzini non ci sono solo il “padre di” ed il suo neo-sodale di Rai Cinema ad agitarsi nell’eventualità di un addio dell’attuale dg. Sponsorizzata dalla Presidente Anna Maria Tarantola (entusiasta per l’accentuata caratura femminile delle ultime produzioni) e da tutto il vecchio “clan” che faceva riferimento ad

Paolo Del Brocco

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uando si incontrano per qualche evento serale o a qualche conferenza-stampa mattutina, è uno degli argomenti preferiti di pettegolezzo tra le giornaliste che si occupano di comunicazione in generale e di Rai in particolare: le borse firmate di Costanza Esclapon, direttora delle Relazioni Esterne di viale Mazzini. Perché pare proprio che la collezione del prezioso accessorio che può vantare la principale collaboratrice del dg Gubitosi (per stargli più vicina possibile, fu rapidissima ad impadronirsi dell’ufficio da vice-dg di Giancarlo Leone, appena nominato direttore di Rai Uno) sia leggendaria. Si racconta di colleghe che ricorrono ad una serie infinita di trucchi per riuscire ad essere

Enrico Letta, sta tentando la corsa ad ostacoli anche la “figlia di” e direttora della Fiction, Eleonora “Tinni” Andreatta. Così, negli ultimi giorni, l’indiscrezione comparsa il 27 marzo sul nostro sito dei renziani che stanno perorando con il premier la candidatura di Antonello Perricone, ha provocato più di uno stranguglione. Perché in Rai sanno perfettamente che quella dell’ex-amministratore delegato della Sipra e di RCS è una candidatura inattaccabile, sotto tutti i punti di vista. L’unica che potrebbe tenergli testa non è certo quella di un Del Brocco o di una Andreatta qualsiasi; casomai, quella di Nino Rizzo Nervo, a lungo anche lui consigliere d’amministrazione dopo aver guidato la testata regionale. Un giornalista e dirigente di assoluta integrità morale e indiscussa capacità professionale, al momento Presidente della Scuola di Giornalismo Rai di Perugia.

invitate nelle magioni cittadine ed estive della Esclapon per riuscire poi, con una scusa, a farsi mostrare le famose borse. Di altre, più fortunate, che sono invece riuscite ad organizzare delle vere e proprie visite guidate di gruppo. Tutte rimangono abbagliate da tanta esibizione di ricchezza e continuano a parlare di lei cariche di invidia. Ma le amiche, quelle vere, tagliano corto: “Solo malignità e invidia per il suo successo come donna e come manager”. “E poi le borse se le compra e ciascuno spende i suoi soldi come meglio C.P. crede”.


2 APRILE 2014

VERGOGNE RAI

Naturalmente è una scelta dettata solo dalla qualità, eventuali raccomandazioni o trattamenti di favore, non c’entrano niente. Sia ben chiaro. A proposito: in Rai, dopo quello sugli studi unlsitari del “prof. dott. Alessandro Picardi”, è iniziato un nuovo gioco di società. Riguarda i retroscena dell’uscita dal colosso UNILEVER del neo-vicedirettore per la gestione delle Risorse Umane, Antonio Melchionna. Fortemente voluto dal dg Gubitosi (è uno dei tanti top manager esterni per i quali la Corte dei Conti ha acceso un faro, sospettando uno spreco inutile di denaro pubblico), è al centro di delicati e antipatici pettegolezzi sui reali motivi che lo hanno convinto dell’opportunità di lasciare il suo vecchio incarico. Circola insistente la voce di una denuncia nei suoi confronti da parte di una dipendente. Falsità, maldicenze, invidie ? Possibile, in Rai sono gli sport più praticati. Ma se per caso la voce dovesse trovare conferma, per il “Grande Moralizzatore” Gubitosi sarebbero guai… C.P.

RAI FICTION

I COSTOSI DIRITTI PER "LA STRADA DRITTA" La fiction tratta dal romanzo del Direttore del Centro di Produzione di Napoli, Francesco Pinto, si farà. Certo, costerà un po’ cara, ma si farà. Troppo bello lo spunto de “La strada dritta”, per lasciarselo sfuggire. Anche a costo di pagare i diritti la bellezza di 105.000 euro: 80.000 al dirigente-scrittore della Rai e altri 25.000 alla Mondadori. A livello dei diritti riconosciuti ad Andrea Camilleri per uno dei suoi racconti del commissario Montalbano (le cui fiction fanno share altissimi anche in replica). E bravi Tinni Andreatta e Francesco Nardella (che in nome della comune napoletanità con Pinto, seguirà il prodotto).

PAGINA 3

NELLA FOTO XXXXXX XXXXXXX

Le strane coincidenze giudiziarie del "caso Di Lorenzo" ed il fallimento KEIS

Pochi giorni dopo la nuova denuncia dell’ex produttore televisivo della LDM arriva , con curiosa scelta di tempo, la richiesta di rinvio a giudizio per una grottesca vicenda di presunti finanziamenti illeciti

Il pubblico ministero Giuseppe Cascini, dovendosi candidare al CSM, ha deciso che la cosa migliore da fare fosse chiudere frettolosamente tutte le inchieste pendenti presso il suo ufficio di Emiliano Stella

S

arà un caso, sarà pure una semplice coincidenza, ma certo dà da pensare. Vediamo i fatti. Il 19 marzo, sul nostro “magazine” sfogliabile, abbiamo pubblicato la storia di come la società di produzione televisiva (intrattenimento e fiction) LDM, di proprietà di Piero Di Lorenzo, è stata poco per volta strangolata e messa fuori dalla Rai. Una evidente ritorsione per la denuncia con la quale l’imprenditore aveva denunciato i tentativi di taglieggiamento da parte di alcuni alti dirigenti di viale Mazzini. Senza mai ricevere, a sua volta, querele per diffamazione. Sempre sullo stesso numero, avevamo messo on line anche una dura intervista di Di Lorenzo, attraverso cui l’ex-produttore ribadiva la propria volontà di andare fino in fondo, a prescindere dal silenzio dei media che la Rai era riuscita ad ottenere (grazie anche agli “aiutini” degli amici dell’ENI) sugli sviluppi della vicenda secondo il metodo del Conte zio di manzoniana memoria: “sopire, troncare…troncare, sopire”. L’anno scorso, tuttavia, viale Mazzini aveva giocato anche la carta

dell’intimidazione, facendo trapelare – sul “Fatto quotidiano” - che Di Lorenzo era a sua volta indagato per sospetto finanziamento illecito ai partiti nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento della KEIS, la società di comunicazione che faceva capo all’ex-segretario particolare di Gianfranco Fini, Francesco (“Checchino”) Proietti Cosimi. Come a dire: ma di che ti lamenti? anche tu hai scheletri nell’armadio. Nella nuova intervista che pubblichiamo in questa stessa pagina, Di Lorenzo non si tira indietro e, nel ridimensionare totalmente la portata del suo coinvolgimento, non manca però giustamente di sottolineare le troppe coincidenze che seguono passo passo le vicenda giudiziaria di cui è vittima e parte lesa. Come, appunto, la richiesta di rinvio a giudizio per la KEIS che proprio in questi giorni il pubblico ministero Giuseppe Cascini ha deciso di firmare. Sui motivi che hanno spinto il magistrato inquirente, malgrado la manifesta contraddittorietà degli elementi nei confronti dell’imprenditore, a disporre il deposito degli atti e quindi l’automatica richiesta di dibatti-

Nella foto Giuseppe Cascini

mento davanti al Gip, circolano varie ipotesi. La più accreditata sembra quella che porta alla decisione di Cascini di candidarsi al

prossimo CSM e quindi alla necessità di spogliarsi rapidamente di tutti i fascicoli pendenti presso il proprio ufficio. E visto che non sarà comun-

que lui a rappresentare l’accusa al prossimo passaggio giudiziario, che importanza può avere mandare avanti anche procedimenti basati sul

nulla? Sarà anche vero, ma certo la combinazione dei tempi, ogniqualvolta Di Lorenzo muove le acque, resta sospetta. Molto sospetta.

L’INTERVISTA

"I tribunali non li ho mai conosciuti, nemmeno da testimone" Secondo l'imprenditore, che ha denunciato i tentativi di taglieggiamento in viale Mazzini, le combinazioni cominciano ad essere troppe

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anto tuonò che piovve. Come più volte evocato, pronosticato e annunciato da Piero Di Lorenzo, è arrivata la “richiesta” di rinvio a giudizio per l’imprenditore che ha osato sfidare il gruppo di potere che in RAI spadroneggia utilizzando i soldi dei contribuenti in maniera totalmente arbitraria e soprattutto evitando di prendere realmente provvedimenti per contrastare le pratiche opache ed illegali. Merita una seconda intervista questo caso, merita davvero di essere approfondito. Di che si tratta, questa volta? Semplice. Nella contabilità di una società fallita sono state trovate fatture emesse a carico della LDM per servizi resi in quattro anni. Le fatture si riferiscono ad un regolare contratto annuale che prevede prestazioni regolarmente eseguite pagate con bonifico.

tangente che gli porta vantaggi dieci volte superiori, paga fatture non dovute per finanziare illecitamente il nipote del segretario di Fini? O magari la cognata della suocera di Laqualunque? Allora su cosa poggia la richiesta di rinvio a giudizio? Non ho idea. Certo mi pongo delle domande in merito alle coincidenze. Cioè… Io ho 63 anni, sono stato, nel corso di 40 anni di professione, amministratore di grandi società pubbliche e private, quotate in borsa ed ho attraversato la stagione di Tangentopoli senza avere neanche una chiamata come testimone.

E il problema allora qual è? Non lo so. Non esiste proprio il problema. Il tutto è inspiegabile. Le sembra logico che un caratteraccio come il mio, che non accetta di pagare una

E ora? Ora, proprio quando, pensando di fare il mio dovere di cittadino onesto, mi ribello ad un sistema di taglieggiamenti e di estorsioni e metto in luce il pessimo sistema di gestione della RAI, arriva con un tempismo perfetto la richiesta di rinvio a giudizio. Perché parla di tempismo perfetto? Perché adesso per il dg Gubitosi e i suoi famigli questa notizia è manna dal cielo. Vedrà che qualche giornalista opportunatamente “motivato”, (e loro sanno bene come “motivare” questa tipologia di pennivendoli), farà uscire un articolo ben confezionato con il riferimento alla RAI. La notizia di probabili interferenze mafiose nel sistema degli appalti RAI no, ma questa notizia, per fare un favore a chi può, va stampata di corsa. Sì, ma qual’ è il fine? Innanzitutto metterlo in

Piero Di Lorenzo

“rassegna stampa” con lo scopo di far sapere a tutti i fornitori RAI cosa è accaduto ad un collega che si è ribellato al sistema dei taglieggiamenti. Così, sono sicuro nessuno ci proverà più. Capisce che favore ai potenziali estorsori che avranno la certezza dell’impunità? E poi? E poi utilizzare la notizia per delegittimarmi agli occhi dei politici, come già stanno tentando di fare da un anno, per evitare che chi può decida di mandarli a casa in malo modo. Per il sorcetto, che si aggira per le stanze del Palazzo, l’argomento è succulento. Beh ma in fondo è solo una “richiesta” del PM… Appunto, e oltretutto veramente strana più che gratuita. Ma per Gubitosi e famigli è sufficiente. Avranno l’argomento per fare le due cose che ho detto. Però… Però? Non sanno che magari questi metodi possono scoraggiare e intimidire tanti, ma non me. Queste cose mi caricano, mi con-

vincono sempre di più che bisogna combattere questa gente,: ancora prima di combattere chi chiede tangenti bisogna impegnarsi ad arginare il potere di questi gruppi. Sempre all’assalto con il coltello tra i denti!... Ma le sembra possibile che un uomo con un minimo di dignità possa accettare che un don Abbondio come Gubitosi e la sua congrega, mostrando una sensibilità etica da far rabbrividire, cerchino di distruggere chi ha messo in gioco se stesso e l’azienda per fare pulizia in RAI e rompere un sistema che difende e protegge l’illegalità? Adesso cosa farà? Certamente non mi arrendo e non mi fermo. Vedrà che questi signori dovranno rendere conto del loro comportamento che io ritengo disgustoso. Ho visto nei miei quarant’anni di lavoro tanti intoccabili potentissimi che in ventiquattr’ore cadevano dal piedistallo e la gente si vergognava di averli frequentati: io farò la mia parte. E.S.


2 APRILE 2014

INCHIESTA

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LA PROTESTA

Il G.A.S.P. contro le pensioni da fame Inarcassa Il cinema “America” a Roma

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n vero schiaffo in faccia agli architetti che per decenni ha versato interamente la quota di contributo obbligatorio. Professionisti che hanno avuto la sola colpa di avere prodotto bassi redditi, e che si ritrovano a percepire una pensione a dir poco ridicola. E’ quanto lamenta il G.A.S.P. (Gruppo Architetti senza Pensione), che sta sensibilizzando gli Ordini di tutta Italia su questo problema. Incredibilmente, secondo i calcoli Inarcassa (la Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti), a fronte di 30-35 anni di contribuzione gli iscritti dovranno accontentarsi anchedi pensioni (si riesce a stento a chiamarle in questo modo) ammontanti a 29 euro mensili. Il tutto è la cervellotica conseguenza dell’entrata in vigore della famigerata

riforma del 2012, in seguito alla quale la Cassa sta erogando e calcolando, con effetto retroattivo, pensioni addirittura molto inferiori all’assegno sociale concesso dall’INPS a chi non ha mai versato contributi previdenziali. In tal modo viene leso un diritto acquisito in decenni di rispetto delle norme contributive, in vigore per la maggior parte della loro vita professionale. Una vera sperequazione.Preso atto di ciò il G.A.S.P. sta sensibilizzando gli architetti italiani coinvolti, al fine di attivare ogni azione utile a tutelare gli interessi e la dignità della professione, invitandoli a comunicare all’indirizzo architetti.pensioni@gmail.com la propria situazione. Le risposte che perverranno serviranno anche a definire la dimensione del problema e dare forza alle azioni da intraprendere. E.S.

Inarcassa: donazioni all’Opus Dei camuffate da investimenti Nella foto Michele Baccarani

AD UN PASSO DAL CRAC

GLI INVESTIMENTI AZZARDATI DEGLI ENTI PREVIDENZIALI una storia vecchia quella della cattiva gestione del patrimonio degli enti pensionistici. Un gioco pericoloso, quello degli investimenti in derivati o titoli strutturati, le cui regole vengono dettate nella quasi totale assenza di controllo. Pane per gli speculatori, scommesse dove il tasso di incertezza è altissimo. I nodi, presto o tardi, verranno al pettine, e saranno dolori. Inarcassa (ingegneri ed architetti), Enpam (medici e dentisti), Enasarco (agenti di commercio), Epap (agronomi, geologi, forestali e chimici), Enpav; partecipano proprio tutti al lauto banchetto, dai vertici delle casse professionali ai consulenti finanziari. Incuranti dello scoppio, che sarà deflagrante ed avrà serie ripercussioni sulla sorte di migliaia di pensionati. Sono miliardi gli Euro investiti dalle casse dei professionisti, privatizzate nel '94, in titoli strutturati. I dubbi si concentrano sul perché i versamenti degli iscritti agli enti pensionistici siano andati in prodotti finanziari così pericolosi e sulle omissioni di controllo su questi movimenti di denaro. Le perplessità in merito alle conseguenze per le future pensioni, sorgono spontanee. E sono gli stessi dubbi sollevati tempo fa dalla Commissione bicamerale di controllo degli enti previdenziali, che al termine di una indagine conoscitiva sulla situazione economico-finanziaria delle casse privatizzate, si espresse come segue: “Il loro fine prioritario deve essere l’erogazione di prestazioni di tipo pensionistico e di tipo assistenziale, prestazioni quindi che devono essere sottratte quanto più possibile ad ogni aleatorietà”. Non devono cercare di “battere il mercato” quindi, bensì garantire le future pensioni dei contribuenti. Allarmante anche il rapporto del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, che ha stimato l’esaurimento del patrimonio delle Casse a prima del 2056. Anno in cui non sarebbero in grado di garantire le prestazioni pensionistiche ad un nuovo iscritto. Sull’orlo del baratro, queste ultime sembrano al momento godere di ottima salute. Ma, come sostiene il nucleo, occorre proiettare il tutto tra pochi decenni, quando la massa di iscritti arrivata a fine secolo terminerà la propria attività.

È

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Sono milioni gli euro spesi per i titoli della Campus Bio-Medico Spa, società che supporta l’omonima Università dietro la quale c’è la prelatura fondata da Josemaría Escrivà

L’istituto pensionistico da una parte richiede sacrifici ai propri iscritti, dall’altra impiega il loro denaro in operazioni senza prospettive di guadagno di Emiliano Stella

I

n tempi di “vacche grasse” è lodevole spendersi in opere filantropiche come le donazioni. Ma quando si richiedono lacrime e sangue, l’elargizione di consistenti somme di denaro, per giunta ricavato dai versamenti di chi spera un giorno di arrivare a percepire l’agognata pensione, ha il sapore della beffa. I sacrifici pretesi sono quelli derivanti dalla famigerata riforma previdenziale del 2012 fortemente voluta dalla Presidente di Inarcassa (Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti) Paola Muratorio, che a colpi di innalzamenti di contributi minimi ed abbattimento delle pensioni, ha in animo di “raggiungere una sostenibilità strutturale, ossia un equilibrio permanente tra entrate contributive e uscite previdenziali, a garanzia di tutti gli iscritti”. La donazione, invece, è al centro dello strano rapporto che intercorre tra Inarcassa e Campus BioMedico Spa. La prima, come si evince dall’ultimo bilancio pubblicato, possiede una consistente quota azionaria della società che supporta l’Università Campus BioMedico di Roma. Quest’ultima, come si legge nel suo profilo ufficiale, agisce “con responsabilità e spirito cristiano di servizio, secondo gli insegnamenti di San Josemaría Escrivà, Fondatore dell’Opus Dei”. E’ chiaro che il possesso di una quota azionaria di una Spa non è esattamente l’offerta di un obolo, ma quando la suddetta Società per azioni non distribuisce dividendi, poco ci manca. Strano ma vero, scritto nero su bianco nell’articolo 6 dello Statuto dell’Università, che recita: “Chi decide di acquistare azioni della Campus Bio-Medico Spa è consapevole che sta compiendo un investimento motivato da ragioni etiche e non di profitto, a sostegno di un’istituzione che fornisce un servizio di utilità pubblica nell’ambito della formazione e dell’assistenza sanitaria, senza perseguire fini di lucro”. Ma perché? E’ il caso di indagare sui rapporti che intercorrono tra Università ed Spa. In un comunicato stampa, l’Istituto accademico sostiene che “la Campus Bio-Medico Spa è un ente promotore dell’Università Campus Bio-Medico di Roma”, aggiungendo che “ha istituzionalmente il compito di mettere a disposizione le proprie ri-

sorse manageriali e imprenditoriali per la realizzazione e il mantenimento di strutture utili all’Ateneo nel perseguimento dei propri fini didattici, di ricerca e di assistenza

sotto forma di investimento, con cifre a nove zeri. A pagina 115 del bilancio consuntivo 2012 di Inarcassa si evince l’entità dell’operazione di cui

in una operazione senza prospettiva di profitto? Anche se le azioni della Campus Bio-Medico Spa dovessero crescere, ciò non si tradurrebbe comunque in vantaggio per

tabili come Francesco Totti perseguono le medesime “finalità filantropiche”, come a suo tempo fece anche l’ex ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e

Sopra una veduta del Campus Biomedico di Roma, sotto la presidente di Inarcassa Paola Muratorio

sanitaria”. Ulteriore chiarezza la fa la seguente dichiarazione, presente nel medesimo comunicato: “la Campus Bio-Medico Spa non ha mai distribuito dividendi da quando esiste e, qualora avesse degli utili, li reinvestirebbe a sostegno delle attività dell’Università di cui è ente sostenitore, coerentemente con la natura dell’istituzione accademica, che – viene ribadito - non ha fini di lucro (art. 6 dello Statuto). Inoltre, nel caso in cui l’Università traesse guadagni, non potrebbe trasferirli alla Campus Bio-Medico Spa, ma dovrebbe reinvestirli all’interno dell’Università stessa, finanziando didattica, ricerca e attività sanitaria. È evidente - conclude la nota - che questo tipo d’investimento azionario è molto

stiamo parlando. Quota azionaria posseduta 3,64%, costo dell’investimento 4 milioni di Euro, perdita di valore delle azioni in un solo

gli azionisti. E’ legittimo ed opportuno interrogarsi sulle modalità con cui Inarcassa utilizza il proprio patrimonio, e se sia opportuno finanziare opere di bene in“CHI DECIDE DI ACQUISTARE AZIONI DELLA CAMPUS BIO-MEDICO SPA vece di investire oculatamente i suoi È CONSAPEVOLE CHE STA COMPIENDO UN INVESTIMENTO soldi. MOTIVATO DA RAGIONI ETICHE E NON DI PROFITTO” In effetti una risposta, se proprio non si trova, si può imsimile, nella sostanza, a una dona- anno 600mila euro. maginare. Inarcassa è in buona zione in favore di un’iniziativa di La domanda, a dirla come Mar- compagnia, accanto ad altri invecui si riconosce l’utilità sociale o il zullo, nasce spontanea. Con tutti i stitori eccellenti che trovano convalore culturale”. problemi che lamenta, perché veniente far fruttare le proprie Un’elargizione, quindi, mascherata Inarcassa investe così tanto denaro sostanze in tale maniera. Insospet-

Trasporti del governo Monti Corrado Passera, possessore dello stesso quantitativo di quote, prima di disfarsene frettolosamente. Nella lista ci sono anche istituti di credito come Monte dei Paschi di Siena e il veronese Banco Popolare, politici come l’ex europarlamentare di Forza Italia Luisa Todini e il deputato Pd Matteo Colaninno, un altro ente previdenziale, quello dei medici (Enpam), oltre al banchiere Carlo Salvatori e a Carlo Monorchio, già ragioniere generale dello Stato. Insomma, quando c’è da fare beneficienza, in pochi si tirano indietro.


2 APRILE 2014

GIUSTIZIA

PAGINA 5

La Costituzione non si rottama OLTRE LA TOGA diANTONIO

INGROIA

“Il premier usa disinvoltamente la parola magica riforme per provare a incantare il Paese, esasperato dalla crisi e nauseato dalla politica. Ora vuole rottamare la Carta e pretende di farlo con un governo non legittimato dal voto popolare e con un Parlamento di nominati, figlio dell’incostituzionale Porcellum, ma gli italiani non glielo permetteranno”

C

on la scusa che l’Italia deve cambiare, Matteo Renzi sta provando a cambiare l’Italia nel modo peggiore. Ha trovato la parola magica – riforme - e la usa disinvoltamente per provare a incantare gli italiani esasperati dalla crisi e nauseati dalla politica, stanchi della casta, dei suoi costi assurdi, dei suoi privilegi insopportabili, delle sue false promesse. A un Paese che ha una fame feroce di cambiamento, il premier serve piatti veloci, che sembrano belli e invitanti ma nei quali, in realtà, c’è cibo avariato. Il governo trasformato in una sorta di fast food della politica di basso livello, dove conta solo fare in fretta e poco importa se per la fretta le cose si fanno male. Basta considerare la nuova legge elettorale, la truffa dell’Italicum, dettata da Verdini per conto di Berlusconi, spacciata come una grande riforma e invece per tante cose peggiore anche dell’odiato Porcellum. Basta considerare il decreto lavoro a firma del ministro Poletti, in cui il lavoro non c’entra niente perché in realtà taglia i diritti e accresce la precarietà. Basta considerare l’ultimo piatto, la riforma costituzionale, per dare più poteri al presidente del Consiglio e liberare il governo da quel ‘fastidio’ che è il Parlamento. A chiamarle riforme ci vuole coraggio, ma Renzi può contare sulla sua grande abilità illusionistica per spacciarle come tali. C’è il trucco e c’è l’inganno, solo che molti non vedono, molti altri fanno finta di non vedere, altri ancora preferiscono credere che sia tutto vero e i pochi che denunciano vengono fatti passare come reazionari che si oppongono al cambiamento. Funziona in Italia, funziona invece molto meno fuori, dove non si fanno affascinare tanto facilmente, dove sorridono alle battute ma poi pretendono serietà e fatti, dove valutano slogan e propaganda per quello che sono, cioè, appunto, slogan e propaganda. Merkel, Hollande, l’Ue, Obama hanno ripetuto a Renzi quello che hanno detto a tutti gli altri capi di governo italiani che l’hanno preceduto. Nulla di più, niente di diverso. Questione di cortesia, evidentemente. E semmai fa riflettere che nel video ufficiale della Casa Bianca sulla visita di Obama a Roma l’incontro con Renzi non c’è.

Matteo Renzi

Ora però il grande rottamatore alza la posta. Sempre in nome del nuovo che avanza, del taglio dei costi, dopo aver fatto finta di rottamare D’Alema vuole rottamare sul serio la Costituzione. E pretende di farlo con un go-

lettuali autorevoli e indipendenti hanno giustamente definito “svolta autoritaria”, ossia “il progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza

C’È IL TRUCCO E C’È L’INGANNO, SOLO CHE MOLTI NON VEDONO, MOLTI ALTRI FANNO FINTA DI NON VEDERE, ALTRI ANCORA PREFERISCONO CREDERE CHE SIA TUTTO VERO verno non legittimato dal voto popolare e con un Parlamento di nominati, figlio dell’incostituzionale Porcellum. Come Berlusconi, se non peggio di Berlusconi, Renzi ha deciso di strappare la Carta, di accelerare su quella che Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Nadia Urbinati, Sandra Bonsanti, Alessandro Pace e altri tra giuristi, costituzionalisti e intel-

della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali”. Un appello-denuncia che io condivido e sottoscrivo in pieno perché riporta in modo puntuale il tentativo messo in atto da Renzi, come già fatto in precedenza da Berlusconi, di smantellare le strutture portanti della

nostra democrazia parlamentare. L’abolizione del Senato, il premierato forte, una legge elettorale come l’Italicum sono tutti pezzi di uno stesso disegno, quello di concentrare più poteri nelle mani di pochi, senza l’opportuno bilanciamento e i necessari contrappesi che invece i padri costituenti fortemente vollero. Un disegno inquietante, che infatti preoccupa pure parte dello stesso Pd, un partito sempre meno democratico in cui il decisionismo del segretario è visto con crescente insofferenza. Un disegno su cui grava, purtroppo, il silenzio del Capo dello Stato, che dovrebbe essere il garante della Costituzione e che invece continua a lasciar fare, come già in passato. Chi invece non aspettava altro è Berlusconi, che infatti ha subito risposto alla chiamata alle armi, ribadendo che su una riforma per l’elezione diretta del Capo dello Stato e il premierato forte lui è pronto a un’altra larga intesa, magari come quella che ci ha ‘regalato’ il pessimo Italicum. Del resto lui queste cose le chiede da anni e non gli sarà parso vero vedere il vecchio disegno piduista di Licio Gelli, per cui si è battuto invano quando era al governo e aveva una solida maggioranza, portato avanti da un altro ben disposto a fare il lavoro più difficile e più esposto anche per conto suo. Ma non ce la faranno, saranno fermati anche stavolta, perché la Costituzione è un bene comune, appartiene a tutti e non può essere stravolta o rottamata. Può e anzi deve essere riformata, ma per essere messa al passo con i tempi, in modo da funzionare meglio. Nel denunciarne il tentativo di manomissione non c’è quindi alcun conservatorismo, come invece qualcuno sostiene, c’è semmai la pretesa che qualsiasi intervento al cuore democratico del nostro Paese sia fatto nel rispetto delle regole, da chi è legittimato a farlo, non senza un’opportuna riflessione e un’ampia discussione. Niente colpi di mano, insomma. Tanto più da un governo che non è espressione del voto popolare e da un Parlamento delegittimato. E’ una battaglia per la democrazia, in cui mi schiero in prima linea, da partigiano della Costituzione quale orgogliosamente mi sento e mi sono sempre sentito.

Matteo Renzi alla guerra delle riforme Abolizione del Senato e premierato forte: il capo del Governo ribatte alle critiche e tira dritto per la strada tracciata. Ma nella stessa maggioranza emergono dubbi, come quelli espressi dal presidente Grasso e dal ministro dell’Istruzione Giannini di Riccardo Paletti

A

vanti a ogni costo, senza fermarsi di fronte a niente e a nessuno. Sulle riforme Matteo Renzi non ammette pause, incertezze, rallentamenti, discussioni, non è disposto ad arretrare “nemmeno di mezzo centimetro”. C’è un cronoprogramma da rispettare, il suo, quello che ha presentato quando ha accettato l’incarico di formare il governo, quello su cui continua a ripetere che si gioca la faccia. Un cronoprogramma articolato e ambizioso, dai tempi rapidissimi, che ha insieme il duplice obiettivo di rottamare la classe politica degli ultimi 20 anni e di archiviare la Seconda Repubblica anche attraverso un radicale liing alla Costituzione. Al premier va riconosciuto di non aver mai nascosto il suo progetto, va dato atto di aver sempre detto con estrema chiarezza quello che avrebbe fatto una volta arrivato a Palazzo Chigi. Ma ora che si tratta di tradurre gli impegni presi in fatti concreti, ecco emergere il dissenso, ecco affermarsi una crescente resistenza, ecco un vero e proprio fuoco ‘amico’. Perché sul programma rottamatore di Renzi non tutti

sono d’accordo nella maggioranza e nemmeno all’interno dello stesso Partito democratico. E se già la riforma elettorale e il decreto lavoro avevano causato forti divisioni ed alimentato una notevole opposizione interna, è sulle riforme istituzionali che rischia di consumarsi una vera e propria spaccatura. Il primo punto all’ordine del giorno è la riforma del Senato, che Renzi ha sempre detto di voler trasformare in una Camera non elettiva, che non vota né fiducia né leggi di bilancio, composta dai rappresentanti delle Regioni e dei Comuni senza indennità, se non quelle previste dai loro incarichi locali. Un modo per ridurre il numero dei parlamentari e per tagliare i costi della politica, nel nome di quel rinnovamento su cui il segretario del Pd e presidente del Consiglio ha sempre detto di giocarsi tutto, che si è però rivelato un inatteso fronte di scontro prima con il presidente del Senato, Pietro Grasso, e poi con il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. L’uno, uomo del Pd, e l’altra, segretario di Scelta Civica, hanno pubblicamente contestato la riforma sottolineando il rischio di indebolire la democrazia e la necessità di qualche momento di rifles-

sione e maturazione in più. Rilievi respinti al mittente, ma comunque il segnale inequivocabile di un malcontento crescente per il decisionismo e il personalismo renziano. Resta poi l’enorme punto di domanda se il Senato, dove tra l’altro la maggioranza ha numeri risicati, sia davvero disposto a votare per la sua abolizione, resta il dubbio fortissimo sul fatto che i senatori si auto rottameranno senza opporre resistenza, accettando la loro eutanasia politica. Ma non c’è solo il caso Senato. Perché l’altro fronte aperto, anche se per ora più defilato, è quello relativo alla grande riforma per il premierato, ossia per il rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio e, dunque in questo momento di Renzi stesso, che, è il caso di ricordarlo, considera il suo orizzonte di governo esteso fino al 2018. Un’ipotesi che ha fatto scattare l’allarme di quanti vedono un nuovo pericoloso tentativo di manomissione della Costituzione, operato tra l’altro da un governo non eletto e da un Parlamento di nominati delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum. Un progetto che ha mobilitato subito i giuristi, i costituziona-

listi, gli intellettuali, i giornalisti che si riconoscono in Libertà e Giustizia. Ecco così i vari Zagrebelsky, Rodotà, Carlassare, Pace, Spinelli, Bonsanti e altri lanciare un appello contro quella che definiscono “svolta autoritaria”, un manifesto a cui hanno aderito poi anche Landini, Grillo e Casaleggio: “Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare”. Una denuncia forte, a cui Renzi ha replicato in modo altrettanto forte, quasi sprezzante: “Non è che una cosa è sbagliata se non la dice Rodotà. Si può essere in disaccordo con i professoroni o presunti tali, con i professionisti dell’appello, senza diventare anticostituzionali. Perché, se uno non la pensa come loro, anziché dire ‘non sono

Nelle foto il presidente del Senato Pietro Grasso

d’accordo’, lo accusano di violare la Costituzione o attentare alla democrazia? Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o Zagrebelsky”. Insomma, botta e risposta acceso, come nel suo stile, e nessuna intenzione di cedere. Renzi corre veloce sul binario delle sue riforme. Chi ci sta bene, chi non ci sta o trova i numeri per fermarlo o è pregato di farsi da parte. La certezza, per ora, è che sarà sicuramente una primavera molto molto calda…


2 APRILE 2014

FOCUS

PAGINA 6

Il caso Dolce e Gabbana: il coraggio di un PG nella roccaforte di MD

Perfino la pubblica accusa chiede l’assoluzione dei due stilisti accusati di una maxi evasione fiscale di un miliardo di euro e già condannati in primo grado. Una sfida a colpi di garantismo

di Paolo Signorelli

U

n vecchio detto popolare dice che faccia più rumore un solo albero che cade, rispetto ad un’intera foresta che cresce. La foresta in questione è il Tribunale di Milano. Una finestra aperta sulla Giustizia italiana. È proprio qui, a Milano, la patria della “rossissima” (si parla di capelli, sia ben chiaro) Ilda Boccassini, che può succedere tutto ed il contrario di tutto. Può capitare perfino che un Procuratore Generale -per i meno ferrati in Procedura Penale il PG è il rappresentante della pubblica accusa quando si celebra un processo in Corte d’Appello- chieda l’assoluzione, con la formula “perché il fatto non costituisce reato” per gli imputati “eccellenti”, per così dire, nonostante siano già stati condannati in primo grado. I protagonisti di questa particolarissima storia di giustizia meneghina sono i due stilisti più conosciuti nel mondo: Stefano Dolce e Domenico Gabbana. I patron del marchio D&G sono finiti nei guai per il più classico dei capi d’imputazione in materia di imprenditoria, l’evasione fiscale. O meglio, per essere più precisi, “per concorso in omessa dichiarazione dei redditi”. Reato che gli è costato una sentenza di condanna a un anno e otto mesi di reclusione. Pena sospesa, ovviamene. La Procura, nel corso delle indagini seguite ad una verifica fiscale, avevano contestato alla Gado, società lussemburghese di proprietà di Dolce e Gabbana, una mega evasione di oltre un miliardo di euro riguardante l’anno 20042005. I due stilisti avrebbero (secondo la tesi dei pm milanesi) costituito la società al fine di cedere tutti i brand riconducibili al gruppo Dolce&Gabbana. Dall’operazione i due patron della moda avrebbero incassato circa 360 milioni di euro. Di questi, il 45%, ovvero una cifra pari a 162 milioni era finita nelle casse dell’erario.

Nella foto gli stilisti Stefano Gabbana e Domenico Dolce

tore Generale Gaetano Santamaria TRA 24 ORE DOVREBBE ARRIVARE LA DECISIONE DEI Amati, una sorta di GIUDICI DELLA CORTE D’APPELLO DI MILANO E SI VEDRÀ Don Chisciotte della Mancia in SE LA SORPRENDENTE REQUISITORIA DEL PROCURATORE toga da magistrato, GENERALE AVRÀ EMESSO IL SUONO SPERATO racconta una verità diversa da quella riDove sarebbe, allora, l’evasione, era stata sposata pienamente dai costruita dai suoi colleghi della chiederete voi. A detta degli in- giudici di primo grado che, in- Procura nel 2013. “Un grande quirenti tutta la cessione sarebbe fatti, erano arrivati a condannare gruppo industriale presente nel stata “sottostimata”. La Procura Dolce e Gabbana per questa fan- mondo che nel 2004 pensa in aveva stabilito che l’intero gruppo tomatica “omessa dichiarazione grande e decide di trasferirsi nel doveva valere oltre un miliardo di dei redditi”. Paese con la borsa più vivace euro e, quindi, le tasse versate sa- Di tutt’altro avviso, invece, il so- d’Europa, il Lussemburgo”. rebbero state di molto inferiori a stenitore della Pubblica Accusa in Una scelta strategica, dunque. quelle dovute. grado d’Appello. Marketing e non evasione. La tesi della Procura di Milano Nella sua requisitoria, il Procura- Il fatto davvero particolare è che

a dare questa lettura della vicenda sia il Pg e non gli avvocati difensori dei due stilisti. Incredibile la richiesta d’assoluzione richiesta dal Procuratore, arrivata dopo una condanna in primo grado. Ma dice di più Santamaria Amati, dice che l’operazione condotta dai due stilisti non ha nulla di differente da tante altre operazioni che vengono condotte nel mondo dell’alta finanza. Nessuna legge, italiana o europea che sia, infatti, vieta di cedere per poi ricostituire un gruppo, così come hanno fatto Dolce e Gabbana. L’azienda D&G “in controtendenza con l’industria italiana –so-

stiene il Pg- scoppia di salute e quando i tempi sono maturi” non scappa in Lussemburgo perché sta cercando di evadere il fisco, anche perché versa nelle casse dell’erario la stellare somma di 162 milioni di euro. Non è ancora finita, la requisitoria del Procuratore-Don Chisciotte, che infatti aggiunge al suo ragionamento una stoccata di quelle che raramente si sentono in un’aula di Tribunale: “come cittadino e contribuente italiano posso indispettirmi perché gli stilisti cono passati dal dover pagare il 45% di tasse a pagarne il 4%, posso applaudire alla Guardia di Finanza che accende i riflettori. Posso però allora aspettarmi un intervento su Marchionne e sulla Fiat quando verrà trasferita in Olanda?” E aggiunge anche qualcos’altro Santamaria “come operatore della legge devo spogliarmi da ogni pregiudizio. La Comunità europea ha detto che operazioni di questo genere sono legittime, il trasferimento d’azienda in un Paese della Comunità rientra nella libera scelta imprenditoriale e nel diritto alla libera circolazione”. A costo di sembrare ripetitivi, vale la pena di ribadire che queste sono parole della Pubblica Accusa e non della difesa dei due imputati. Ad ogni modo, fra appena ventiquattr’ore dovrebbe arrivare la decisione dei giudici della Corte d’Appello di Milano e si vedrà se la sorprendente requisitoria del Procuratore Generale avrà emesso il suono sperato. E cioè quello di un albero che cade, in mezzo ad un’intera foresta che cresce. Silenziosamente. Quasi a voler dimostrare che anche nell’indiscussa roccaforte di Magistratura Democratica, dove a spadroneggiare sono pubblici ministeri fra i più giustizialisi di questo Paese, possa esistere un magistrato garantista che ha il coraggio di chiedere l’assoluzione per due imputati, già condannati.

FAIDE MENEGHINE

I vecchi dissapori del Gruppo D&G con il Comune di Milano “Chiuso per indignazione”, la serrata per protesta delle boutique di via Monte Napoleone

N

on scorre buon sangue fra gli stilisti Domenico Dolce, Stefano Gabbana ed il comune di Milano. I due patron del marchio D&G, in attesa della sentenza di secondo grado nel processo che li vede imputati per una mega evasione fiscale, avevano bruscamente interrotto le “relazioni diplomatiche” con il Primo Cittadino meneghino. O meglio, con uno degli assessori della sua Giunta. Il motivo? Molto semplice e sempre legato ai problemi con il fisco dei due stilisti. Franco D’Alfonso, uno degli uomini di Giuliano Pisapia al Comune, qualche tempo fa sia era reso protagonista di una infelice esternazione. L’assessore aveva infatti dichiarato che se “stilisti come Dolce e Gabbana dovessero avanzare richieste per spazi comunali, il Comune

dovrebbe chiudere le porte, la moda è un’eccellenza nel mondo ma non abbiamo bisogno di farci rappresentare da evasori fiscali”. Apriti cielo. I due stilisti, avevano pensato bene di manifestare tutto il loro dissenso per quella frase al veleno pronunciata dall’onorevole D’Alfonso. Prima di tutto con un tweet al veleno di Stefano Gabbana che aveva semplicemente risposto con un secco: “Comune di Milano, che schifo!”. La guerra fra Giunta e big della moda milanese non si era limitata a semplici schermaglie tra internauti. I due stilisti avevano ben pensato di passare alle vie di fatto. Chiudendo addirittura i loro spazi espositivi ed attaccando alle vetrine dei loro punti vendita pagine di giornale che riportavano a caratteri cubitali il ti-

tolo “Il Comune di Milano chiude le porte a D&G”. Il Primo cittadino del capoluogo lombardo aveva in qualche modo tentato di spegnere gli animi, ma con scarsissimi risultati: “La battuta di D’Alfonso è stata improvvida – aveva detto Giuliano Pisapia -, ma la reazione ingenerosa: non è accettabile che si possa rispondere a una frase infelice offendendo la città”. A questo punto va fatta una precisazione e cioè che questa diatriba era venuta fuori all’indomani della condanna in primo grado, ad un anno ed otto mesi, per i due stilisti che sono accusati di aver evaso il fisco italiano per circa un miliardo di euro. Quindi sì, una condanna c’era stata, ma non certo definitiva, pertanto l’assessore D’Alfonso –molto vicino al Sindaco Pisapia- si era preso la

libertà di scagliare la prima pietra addosso a Dolce e Gabbana prima ancora che lo avesse fatto la giustizia ordinaria. L’episodio si era risolto qualche giorno più tardi con qualche scusa detta a mezza bocca e la successiva riapertura dei punti vendita del gruppo D&G. A questo punto, se dovesse arrivare un’assoluzione in secondo grado, come sorprendentemente richiesto dalla Pubblica Accusa qualche giorno fa, anche l’Assessore meneghino farebbe cosa buona e giusta se riconoscesse d’aver

dato un giudizio un po’ troppo affrettato sui due stilisti. Che davvero tutto possono aver fatto, tranne che aver danneggiato l’immagine del Comune. P.S.


2 APRILE 2014

ITALIA

È

IL RIENTRO DI MR. FORBICI

Cottarelli torna in Italia. E scopre l’amaro fisco tricolore

lui l’uomo della spending review, più italianamente detto Commissario alla revisione della spesa. Nominato in realtà col governo Letta, nella breve attività dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi, Carlo Cottarelli ha già attirato su di sé gli occhi di gran parte della stampa. Molte testate, infatti, sono andate a fare le pulci sui lauti compensi di chi dovrebbe operare importanti tagli agli sprechi. Il Tempo nei giorni scorsi ha denunciato come Mr. Forbici, insediatosi ad ottobre 2013, avrebbe goduto di uno stipendio regolato dal decreto legge del 2013 e che, con l’applicazione del massimale, sarebbe arrivato a 150mila euro per l’anno 2013. Suddiviso per i 68 giorni della sua attività svolta nello scorso anno, si sarebbe arrivati alla cifra di 2.200 euro al giorno. Il Corriere della Sera, invece, ha puntato il dito sulle case di Washington e di Cremona

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in comproprietà con la moglie, rispettivamente di 850 mila dollari e 250 mila euro. E sul Fondo Azimut nel quale Cottarelli ha investimenti per un milione e 800 mila euro. A tutte queste accuse il commissario ha risposto di aver scelto di tornare in Italia. Nel nostro paese si godrà la pensione del Fondo Monetario Internazionale letteralmente mangiata da un’aliquota del 46,3%. “Le tasse che pago in Italia sulla pensione del Fmi – ha spiegato – coprono più dell’80% del compenso che ricevo per il lavoro di commissario (115 mila euro di tasse contro 140 mila di retribuzione netta)”. Quindi Cottarelli specifica come il suo ruolo di commissario costa alla Repubblica Italiana circa 28.500 euro l’anno”, ovvero 2.300 euro al mese. Bentornato, dunque, Cottarelli da parte di tutti gli italiani che le tasse le conoscevano già. Ma con ben altri stipendi. L.C.

La spending review si abbatte sulla nostra sicurezza. La Polizia si scansa Carlo Cottarelli

Nella foto Michele Baccarani

LA MOBILITAZIONE DELLE TOGHE

NESSUNO TOCCHI I MAXISTIPENDI DEI MAGISTRATI!

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iù le mani dai magistrati. O meglio, nessuno tocchi i loro stipendi. A dirlo, guarda caso, sono proprio loro, i magistrati. Tra le categorie che verrebbero colpite dalla spending review voluta dal nuovo governo guidato da Matteo Renzi e sviluppata dall'apposito commissario Carlo Cottarelli, c'è anche quella delle toghe. I magistrati da sempre rappresentano l'emblema della sacralità, non solo a livello politico-giudiziario, ma anche, assieme ai diplomatici, per quello economico. Negli anni si sono susseguite le loro proteste verso i vari governi avvicendati. Principalmente, ed è inutile nasconderlo, le loro contestazioni sono state indirizzate contro quelli targati Silvio Berlusconi, andando a recitare col tempo la parte dei paladini della legalità forti del loro ruolo professionale. In alcuni casi, contro il fuorilegge Berlusconi, sono stati trasformati in vero e proprio scudo intorno al quale provavano a radunarsi e riorganizzarsi le truppe allo sbando del centrosinistra italiano. Questa volta i magistrati si sono fatti scudo da soli, con l'aiuto della Costituzione. Per difendere il proprio stipendio dagli eventuali tagli stanno puntando proprio su quell’indipendenza e su quell’autonomia che puntualmente ostentano con orgoglio. E così, appena è circolata la notizia che voleva i loro salari tra le forbici della spending review, hanno lanciato la mobilitazione. Per ora è una mobilitazione discreta, pacata, che si sta sviluppando solo a livello telematico: sono partite, infatti, una serie di mail con l’obiettivo di sensibilizzare la corporazione della toga circa il nefasto progetto tagliastipendi. Difficilmente vedremo i magistrati scendere in piazza contro la decurtazione della busta paga, sarebbe un colpo alla propria immagine di paladini della giustizia. E così le toghe hanno pensato bene di metterla su un altro piano: da quanto si apprende, nel testo della mail che circola per difendere la propria retribuzione, i togati si appellano alla “tutela non della categoria, ma dei cittadini e dello Stato”. Non fa una piega. In propria difesa, inoltre, c’è anche un precedente. Era il maggio del 2010 e l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti firmò un decreto simile, con l’obiettivo, appunto, di tagliare i maxistipendi della pubblica amministrazione. Neanche due anni dopo arrivò lo stop della Corte Costituzionale con la sentenza depositata l’11 ottobre 2012 che giudicò illegittimi i tagli agli stipendi delle toghe. La decisione lasciò perplesse alcune forze politiche, tra cui la Lega Nord: “ma se viene bocciato un decreto per il contenimento della spesa deciso dal Parlamento, in che Repubblica parlamentare viviamo?”. L.C.

La crisi colpisce i tutori dell’ordine italiani che in Europa sono tra i meno retribuiti

I tagli voluti da Renzi e gestiti da Cottarelli coinvolgono le risorse destinate a Cc e GdF. Unica eccezione, con grande probabilità, è la Polizia, grazie ad un incontro con il ministro dell’Interno Alfano di Luca Cirimbilla

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tipendi tra i più bassi in Europa. Chiusura di molti reparti. Aumento dei salari bloccato in caso di promozione. E numerosi tagli sono ancora all’orizzonte. Anche le forze dell’ordine pagano la crisi. La precarietà si sta diffondendo nel settore della sicurezza che, in teoria, dovrebbe essere uno dei più stabili. Ad annunciare i tagli che riguardano la Pubblica Sicurezza è il commissario per la spending review, Carlo Cottarelli: per il 2014 sono previsti 313 milioni di euro in meno. Non solo dunque gli stipendi delle forze dell’ordine italiane sono in fondo alla classifica europea, ma dal 2010 vige un blocco delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, inizialmente previsto fino al 2013 ed ora prorogato fino al 2014. In un raffronto fatto da Il Tempo la scorsa settimana è possibile notare come anche gli stipendi dei vertici delle forze armate siano inferiori in misura variabile rispetto a quelli dei parigrado in Germania, nel Regno Unito o in Svizzera. Un Generale di Corpo d’Armata in Italia, ad esempio, guadagna 5mila euro a fronte dei 7mila euro percepiti dal Generalleutnant tedesco o dei 9.300 euro del Director General britannico. Tutt’altra storia in Svizzera dove il Capo della Polizia Giudiziaria Federale o il Capo del Circondario Doganale ne guadagna tra i 13mila e i 14mila. In Italia, inoltre, come già accennato, la busta paga è ferma al 2010. Scorrendo le gerarchie si conferma il divario: se un Capitano guadagna 1.800 euro, in Germania lo stipendio arriva a 3.700, nel Regno Unito è di 3.200 e in Svizzera si attesta tra gli 8.600 e i 10.100 euro. Ad avvertire maggiormente il divario coi colleghi europei, e maggiormente il blocco dello stipendio a fronte di un carovita ogni anno più salato, sono gli appartenenti delle forze dell’ordine a contatto quotidianamente con il territorio come gli agenti, i carabinieri e i finanzieri. Anche se il divario è minore con gli omologhi tedeschi e britannici (1.300 euro contro i rispettivi 1.750 e 1.400) il divario rimane sempre ampio con i colleghi elvetici che percepiscono tra i 5.300 e i 5.700. Dove andare a recuperare i fondi per ammorbidire questa differenza? Puntualmente arriva l’opzione “evasione fiscale”, che ogni anno, ogni governo in carica promette di combattere per trovare i fondi con cui andare a finanziare i

soliti sogni nel cassetto. Nel 2012 la Guardia di Finanza ha accertato 60,7 miliardi di euro nella lotta all’evasione. Proprio quella Guardia di Finanza che avrebbe delle limitazioni ad accedere ai database per

risorse in quella pubblica amministrazione sprecona e privilegiata. I militari dell’Arma, inoltre, vedono incerto il proprio futuro di pensionati. Secondo il Cocer, infatti, gli arruolati dopo il 1 gennaio 1996,

Polizia, c’è l’incontro svolto tra il ministro dell’Interno Angelino Alfano, il viceministro Filippo Bubbico, il capo della Polizia Alessandro Pansa e i rappresentanti dei sindacati di categoria Consap e

chita dal contributo del sindacato”. Negli ultimi tre anni le buste paga delle forze dell’ordine hanno subito tagli per 1miliardo e 800milioni di euro. L’incontro tra Alfano e i delegati sindacali ha avuto

Sopra una pattuglia della Polizia. Sotto il ministro dell’Interno Angelino Alfano

sviluppare indagini fiscali in merito e che ha già chiuso 72 reparti oltre ad aver riorganizzato, sempre in chiave di risparmio economico, tutte le varie locazioni. A sentirsi abbandonati dallo Stato sono pure i Carabinieri, che stanno vedendo il proprio posto di lavoro sempre più precarizzato. In seguito all’assalto di un portavalori sulla statale 131 a Cagliari e all’attentato in stile mafioso a Lanusei, il segretario del Cocer Gianni Pitzianti si è scagliato contro l’ipotesi di chiusura della compagnia di Ozieri. Eppure l’Arma non sta per essere depotenziata solo nella terra sarda. Quelle sicurezze economiche e lavorative che un tempo caratterizzavano il lavoro del carabiniere ora, invece, sembra stiano sfumando. Il Comitato centrale per la rappresen-

sarebbero proiettati in uno stato di forte criticità per il futuro trattamento pensionistico. Dopo i Carabinieri a le Fiamme Gialle, anche la Polizia sembrerebbe colpita dalle forbici della spending review. Oltre al taglio sugli stipendi di un miliardo e 800milioni, era stato annunciato anche la chiusura di 11 commissariati e la soppressione di 2 compartimenti della Polizia stradale. Ad essere eliminate, con l’obiettivo di una razionalizzazione, sarebbero anche 73 sezioni provinciali della Polizia postale, in prima fila per la lotta al cyber-crimine,

Adp. In seguito a tale riunione sembra che Alfano abbia letteralmente scongiurato i tagli riguardanti mezzi e strutture del Viminale. “Dopo LA PRECARIETÀ SI STA DIFFONDENDO NEL SETTORE DELLA un confronto dialettico ma determiSICUREZZA CHE, IN TEORIA, DOVREBBE ESSERE UNO DEI nato – sono state le PIÙ STABILI. AD ANNUNCIARE I TAGLI CHE RIGUARDANO parole dei rappresentanti del Consap LA PUBBLICA SICUREZZA È IL COMMISSARIO PER LA – il ministro ha acSPENDING REVIEW, CARLO COTTARELLI colto la richiesta della Confederatanza dei militari da tempo denun- sempre più diffuso e attivo. zione di 'far sparire' il progetto di cia la mancanza di uomini e mezzi, A rafforzare il condizionale dei revisione dei presidi, assicurando suggerendo di trovare le eventuali verbi riferiti ai tagli riguardanti la un'ulteriore fase istruttoria arric-

come esito il blocco dei decreti che sarebbero stati firmati ad aprile per risparmiare 600milioni quest’anno, 800 nel 2015 e 1.700 l’anno successivo. I tagli, però, farebbero spazio alla riorganizzazione e alla razionalizzazione delle strutture. In quest’operazione saranno protagonisti diretti i questori che avranno il compito di indicare le possibili riduzioni. Le proteste dei giorni scorsi, dunque, hanno ottenuto successo, ma solo per la Polizia. Carabinieri e Guardia di Finanza rimangono sotto l’ombra delle forbici.


Franco Califano: un cantante politicamente scorretto

2 APRILE 2014

ANNIVERSARI

PAGINA 8

“Vivo la vita così alla giornata con quello che dà. Sono un artista e allora mi basta la mia libertà…”

Un anno fa, ad appena 74 anni, ci lasciava il “Maestro”. Cantautore, poeta ed anche playboy romano. Un’esistenza vissuta sempre all’insegna degli eccessi. Nella sua musica, nelle serate e nelle sue frequentazioni non fu mai banale di Grazia Bontà

LA STORIA

La mia vita, questa vita, è stata buio e luna piena. Ogni tanto dei bastardi ad abbaiarmi sulla schiena…Quante botte ho rimediato, ma non sono mai caduto. Se la vita mi offre il conto, io rispondo già pagato…” Cantava così Franco Califano, scomparso un anno fa dopo aver combattuto con un tumore, in quella che forse può essere considerata la sua composizione più bella. “Buio e luna piena”, scritta nel 1983. Almeno per il significato delle sue parole e per il contesto in cui è stata scritta. In carcere. Si, perché il Califfo, nella sua vita movimentata è stato anche lì. Per ben due volte. La prima nel 1970 nell’ambito del caso Chiari-Luttazzi, dove una serie di personaggi dello spettacolo finirono in cella per possesso di cocaina. Tra questi anche lui. La seconda nel 1983. Ancora per droga e per porto abusivo di armi. Insieme a lui, Enzo Tortora, accusato, anch’egli ingiustamente, di essere addirittura un boss della Camorra. In tutto furono tre gli anni in cui il Califfo fu rinchiuso in galera, per poi essere assolto. In entrambi i casi."Negli anni Settanta sono finito nel processo di Walter Chiari, negli anni Ottanta in quello con Tortora: possibile che alla mia età, con la mia carriera non me ne sono meritato uno tutto per me?", le parole del Califfo su queste vicende, che lo hanno segnato.. Sempre ironico e sempre sorridente. Semplicemente Franco Califano. Quando parlava aveva personalissimi lampi di creatività, spesso quasi inconsapevoli, e non è un caso che molti, quasi tutti, lo chiamassero “Maestro”. Non è stato il classico cantante sdolcinato, anzi, l’esatto contrario. Amava essere politicamente scorretto, con la sua aria da conquistatore e la penna di uno che sapeva parlare di sentimenti ed emozioni, andando a scardinare i luoghi comuni delle canzoni d’amore. Per alcuni era cinismo, per tanti altri una verità necessaria. Un’esistenza mai banale la sua. Cantautore, artista ed anche poeta. Ragazzo romano (di adozione) di borgata, voce roca, cicatrice in faccia, divenne un playboy negli anni della “Dolce Vita” romana. Un divo, spregiudicato e allo stesso tempo romantico. Bello come il sole, amava le

Quell’amicizia in carcere con il Prof. Paolo Signorelli “Ciao Califfo, tu non potrai ricordarti di me perché quando c’era Paolo io ‘scomparivo”.

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“pericolose” con la malavita milanese di Turatello e Vallanzasca, e con quella romana della banda della Magliana. Non ha mai rinnegato i suoi amici. Tra questi, anche Diego Armando Maradona. Gli volevano bene tutti. Dai ricchi ai poveri, a cui dedica la canzone “Gente de Borgata”. ‘Quanta gente c’ha tanti soldi e l’amore no…”. Dalla gente per bene ai criminali. È stato questo e tanto altro Franco Califano. Che la sua vita non sarebbe stata mai banale lo si capisce subito. Figlio di Salvatore, un importatore di legnami originario di Pagani (SA) e di una casalinga, Jolanda, Franco Califano nasce a Tripoli (all’epoca territorio italiano e dove i genitori risiedevano) il 14 settembre 1938 tra le poltrone di un aereo nel cielo libico. La madre, partita da Pagani, sta raggiungendo il marito, quando le acque si rompono nei cieli della Sirte ed è costretta a partorire. Un segno del destino. Inizia così dunque, la vita del Califfo. Un’infanzia difficile. Quando scoppia la seconda guerra mondiale i genitori si trasferiscono a Roma. I soldi sono pochi e la famiglia non riesce a mantenerlo. Così il “piccolo” Franco, a soli 10 anni, inizia il suo girovagare tra collegi. E cresce senza dedicarsi troppo allo studio. Dopo aver frequentato le scuole, si iscrive a quelle serali dell'istituto di ragioneria Ludovico Ariosto. “Non

“NON HO RELIGIONE, NON HO FAMIGLIA, A VOLTE NON HO NEMMENO PENSIERI. SONO CRESCIUTO PRENDENDO CALCI E CERCANDO DI RESTITUIRLI, QUAND’ERA POSSIBILE” donne, così come amava le conquiste, riuscendo sempre a sfuggire dalla tipica ipocrisia borghese di chi va a letto con tante ragazze e poi lo nasconde. Lui le descriveva apertamente. E descriveva ogni rapporto. Re delle cronache mondane con uscite galanti e ambigue frequentazioni, celava dietro di sé una straordinaria sensibilità. Politicamente conservatore e anticomunista, il che gli fece presto ottenere la fama di fascista, nonostante le sue amicizie tra i politici spaziassero anche tra i radicali, il PCI, fino, appunto, all’MSI (negli anni 80 sarebbe stato conteso tra i salotti di casa Craxi e quelli di casa Berlinguer). Sempre criticato per via delle sue frequentazioni

IL RICORDO

E la sua Roma adesso almeno gli dedicherà una strada

riuscivo a svegliarmi la mattina”. Califano è attratto dalla magia della notte e dalle belle donne. “La prima volta che feci l'amore fu a 13 anni con la madre di un mio compagno di classe che ne aveva 33”, racconta nel suo libro “Il cuore nel sesso”. Una biografia che descrive, a 360 gradi, la vita a dir poco movimentata dell’artista, che si introduce così "Non ho religione, non ho famiglia, a volte non ho nemmeno pensieri. Sono cresciuto prendendo calci e cercando di restituirli, quand'era possibile. Un match lunghissimo con il destino che mi porto appiccicato. Giù io o giù lui. La partita non è ancora finita, chissà quale sarà l'epilogo...".

scrivere al Maestro, un anno fa, nel giorno della sua morte, è Claudia Signorelli, la moglie di Paolo, il “professore”. Una persona perseguitata in modo vergognoso dalla giustizia italiana. Il “cattivo maestro” solo perché fascista e non allineato al sistema. Accuse folli quelle rivolte a Signorelli: omicidio, strage, azione sovversiva e banda armata. Sempre assolto non prima, però, di aver passato otto anni in galera e due agli arresti domiciliari. “Il Maestro” ed il “Professore”, forse per un segno del destino, si sono conosciuti in carcere, a Regina Coeli. Da lì è nata una bella amicizia.

A 18 anni rimane orfano del padre. “Mio papà non fece in tempo nemmeno a sentire la mia prima canzone”. A 20 inizia a comporre poesie, ma il suo destino è la musica. “La mia prima creazione fu ‘Da molto lontano’ ed è piaciuta subito a Edoardo Vianello. Poi ho dedicato a Bruno Martino ‘E la chiamano estate’. Poco dopo si sposa con Rita di Tommaso, ma il suo matrimonio dura poco, nonostante la nascita della sua unica figlia, Silvia. Il Califfo non può essere “Ho sempre pensato che ‘ubi major minor cessat. Tu hai conosciuto mio di una donna soltanto, è uno spimarito nelle patrie galere. Tu e lui, sempre assolti e mai risarciti. Ma non rito libero. Nel suo libro rivela di è assolutamente questo che voglio sottolineare. Voglio solo ricordare una essere stato in tutto con 1500 “sisplendida serata trascorsa con te e con i parenti, tuoi e nostri… E poi le gnorine”. Tra queste vanta fidantue canzoni, in una serata indimenticabile, che tu suonasti per tutti noi e zamenti e flirt con Patrizia De che ora rivivo con la stessa intensità di quella sera. Blanck, Eva Grimaldi, Marina In alto i cuori, sono sempre i migliori ad andarsene ed il peggio non finisce Occhiena e Manuela Morini. mai. Io continuerò a canticchiare le tue splendide opere, insieme a quelle All’età di 21 anni, mentre gioca a di De Andrè e Battisti. Pensando a Paolo, che le strimpellava sempre nella fare il playboy, Franco Califano sua chitarra. ‘Il Sole vince sempre’, Maestro. si “butta” in tutte le macchine caCiao Califfo, ora potrai, forse, cantare con Paolo e tanti altri”. briolet ferme al semaforo con Claudia Signorelli una donna al volante. “Ero bello e me lo potevo permettere”. La storia d’amore più tenera è quella con Mita Medici, che migliori artisti del panorama musicale: da Mina a Caall’epoca ha diciassette anni, mentre lui ne ha ventisette.. terina Caselli, da Mia Martini a Ornella Vanoni e ReA 29 anni poi si ammala di meningite. Il Califfo è co- nato Zero. Gli anni del carcere lo segnano, ma non lo stretto a dodici mesi di ricovero alla “Mater Dei” di cambiano. Ha imparato a soffrire nella vita e quindi Roma. Tutti i risparmi vanno in fumo per curarsi. tutta gli scivola addosso. Fino alla fine è rimasto a can“All’uscita dalla clinica mi sono dovuto prostituire per tare, anche quando il fisico lo stava per abbandonare avere un tetto. Mi sceglievo donne belle e ricche che e la malattia lo aveva ormai sfinito. Ha scelto quasi di mi facevano portare la colazione a letto dal maggior- morire in silenzio, allontanandosi dalla Capitale per domo in cambio di sesso. Ogni settimana una casa di- spostarsi in periferia. Ad Acilia. versa”. Emblematica la sua canzone “La mia libertà” È stato il poeta della sintesi di una filosofia dell'esidove il Maestro canta “…faccio un giro e cerco un stenza che indica strade. Come i maestri che hanno le letto e una donna che ci sta…” vie da percorrere e da indicare. Un maestro che adesso Da Roma si trasferisce a Milano dove inizia a com- non c’è più. E senza di lui, tutto il resto è noia. porre testi. Poi il ritorno nella “sua” città eterna che lo consacra come un artista, voluto e amato da tutti. 1100 “Morì il poeta morì e nessuno saprà come mai fosse qui. canzoni e 30 dischi incisi. “La musica è finita", "E la Con noi non parlava di se, non chiedeva pietà. Regachiamano estate", "Una ragione di più", "Un'estate fa", lava i suoi sogni, cantava soltanto canzoni, diceva pa"Tutto il resto è noia", "Minuetto", “Me innamoro de role un po’ buffe… cercando di farci capire che a volte te”, solo per citarne qualcuna. Ha collaborato con i si muore d’amore.” (Il Poeta, Leo Valeriano).

È tutto inutile, se non ce la fai più meglio che te ne vai”. Si è preso in parola da solo Franco Califano, andandosene da questa vita quando non aveva ormai più forze per lottare. Ma, a far sentire di meno la mancanza del cantautore italiano, ci sarà una via (o una piazza) di Roma, a lui intitolata. Lo ha deciso il Campidoglio con una delibera approvata a maggioranza. Un consenso quasi bipartisan da parte di tutti i partiti. Tutti tranne Sel, che ha votato il

“no”. Poco importa, perché la Capitale, ad una anno dalla morte di Califano, ha deciso così di ricordare il suo “Maestro”, dopo avergli già dedicato un grande concerto in piazza del Popolo lo scorso anno. Ed è questo che avrebbe fatto piacere a lui: l’affetto della gente. Quello non mancherà mai, così come la sua musica, che non passerà mai di moda. Ed ora, il Maestro, avrà una via. Tutta per lui. G.B.


L'ultima ribattuta del 2 Aprile 2014