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il Domenicale. Settimanale di cultura, anno V, n. 41, Milano LABIRINTI DELLA COMUNICAZIONE

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STORIE DA TAVOLA

Le delizie del capretto nello di congiunzione fra gli animali allevati dall’uomo e quelli selvaggi; da sempre legati non semplicemente all’idea di campagna e di pastorizia (come i “cugini” montone e pecora) ma anche a quella di animalità primitiva, l’ariete e la capra vivono infatti allo stato semibrado in ampi spazi, spesso impervi. Difficili da addomesticare, risultano sempre in bilico fra le loro due nature, come anche la mitologia greca, cogliendo quest’aspetto, immaginava metà uomo e metà capra i satiri, fra cui il celebre Marsia, ponendoli quindi a mezzo fra razionalità e ferinità. Nonostante le oggettive difficoltà d’allevamento davvero gustosa risulta la carne di questi animali, soprattutto quella dei giovani esemplari, da poco svezzati. Boccaccio, nella quinta giornata del Decamerone ricorda infatti come l’allegra brigata, durante una pausa, sparpagliatasi «chi qua e chi là», cuocesse i suoi «cavretti» mentre Tommaso Garzoni, nella Piazza universale rammenta come sia «Pasca il tempo migliore per amazare i capretti e gli agnelli». Erroneamente assimilata, nell’aroma e nel gusto, all’agnello, la carne del capretto possiede in genere un forte odore di selvatico (tanto che qualcuno preferisce marinarla per qualche ora in bacche di ginepro e altre spezie) ma è molto meno grassa rispetto a quella del “cugino”. La sua pelle, morbidissima, un tempo utilizzata per produrre pregiata pergamena, è ora impiegata per fabbricare calzature di lusso. Per mangiare uno straordinario capretto al forno, con salsa alla diavola, preparato dalle sapienti mani di Nadia Santini, ci si deve recare al sommo Dal Pescatore (tel. 0376/ 723001), a Canneto sull’Oglio. Ma valgono sicuramente il viaggio anche il capretto in tegame con finocchietti che servono al ristorante Su Gologone (tel. 0784/287512), a Oliena, vicino Nuoro come quello di Cesare Giaccone, cotto allo spiedo su braci di legna, nel suo Ai cacciatori (0173/ 520141), ad Albaretto della Torre, in Piemonte. Gianluca Montinaro

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SPOT&GO

Cinquant’anni di anomalia italiana n Italia nei primi anni Cinquanta non c’era ancora la televisione, ma la pubblicità invece sì. Risuonava nelle parole e sulle onde della radio, ammiccava dalle riviste patinate, animava le facciate dei palazzi, nelle periferie s’ingigantiva in immensi manifesti, mentre insegne e neon illuminavano le strade. Ma anche nel campo della comunicazione commerciale si rifletteva allora, e tuttora si riflette, la peculiarità del caso Italia. Da una parte, la pubblicità doveva dar conto delle aziende e delle industrie, che tuttavia rispetto ad altri Paesi europei non avevano conosciuto uno sviluppo omogeneo e uniforme sul territorio: poche imprese di grande dimensione, molte delle quali erano emanazioni della politica più o meno dirette, o comunque sottoposte al controllo e agli interessi della politica, e per il resto un pulviscolo di aziende medio-piccole a conduzione più o meno familiare. Ciò che altrove si definisce “cultura industriale”, da noi non c’è mai stato. Ovvio che ne abbiano risentito tutte quelle attività che ruotano intorno al marketing e alla comunicazione. E la quasi totale diffidenza della politica nei confronti dell’impresa privata ha impedito una visione approfondita dei mutamenti in atto nel tessuto imprenditoriale italiano; e, di conseguenza, ha penalizzato un’adeguata mentalità di marketing. Un effetto singolare e concreto di questa peculiarità italiana negli ultimi cinquant’anni lo si è visto proprio con la pubblicità televisiva: che è stata a suo modo un elemento non secondario nella modernizzazione del Paese. All’inizio ha catturato l’attenzione e la fidelizzazione dei telespettatori secondo un indirizzo estraneo, se non opposto, rispetto alla volontà politica invece rivolta a limitare gli effetti della modernizzazione. E, più recentemente, la pubblicità s’è sforzata di rappresentare la realtà italiana assistendo e accontentando la maturazione dei clienti verso un immaginario collettivo non più limitato ai confini, e ai problemi, di carattere nazionale. Anche per queste importanti ragioni sociali, in Italia il legame fra pubblicità e televisione è una storia lunga e tessuta di dipendenze e contestazioni, ma anche così profonda che oggi non è poi lontano dal vero chi s’azzarda a dire che la pubblicità e la televisione sono la stessa cosa. Francesca Galli

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IL TUO BACIO È COME UN ROCK Dopo 28 anni esce il secondo disco solo di Paul Stanley, singer dei Kiss. Sopravvissuti a cinque chitarristi (uno artritico), tre batteristi (uno defunto), le “s” nazi, il tempo e se stessi per portare ancora al circo i 40enni. Una dichiarazione d’amore il vecchio make-up per la 38a edizione dei Grammy Awards, schierando la line-up storica dopo anni. Come in una bella fiaba incantata mentre attorno tutto tramonta. Gli altri, vergognosi, mollavano, i Kiss, coraggiosi, rientravano. È accaduto che alla crisi dei primi anni Ottanta sia seguita l’era della nostalgia e quindi il grande ritorno, trionfale, a se stessi con l’album (titolo a caso?) Revenge del maggio 1992, poi un ennesimo, e sempre portentoso, live un anno esatto dopo, Alive III, come una saga che non si arresta. È accaduto che il 9 agosto 1995 i Kiss abbiano registrato una puntata di MTV Unplugged, suonando il meglio di sé in versione acustica: uno show divertente e divertito che è diventato CD e DVD nel marzo 1996, e che non potete perdere se volete ascoltare qualcosa di davvero bello e vedere cosa significhi l’amicizia anche nel cuore del business più business che c’è, come comunque i Kiss sono sempre stati. Ed è accaduto che il quarto capitolo della saga dal vivo (il disco acustico sta a sé) impattasse addirittura con la musica seria, Kiss Symphony: Alive IV, un doppio CD del febbraio 2003 registrato con la Melbourne Symphony Orchestra.

di Carlo Martello el 1978 i Kiss erano all’apice della popolarità. Ma, si sa, una volta in cima, si scende. Per il gruppo simbolo del glamour rock, dove lo spettacolo vale più della musica, il declino iniziò con Dynasty nel maggio 1979, LP talmente intriso di nuove sonorità che i fan lo considerarono un vero tradimento. Girò allora la boutade: “Fu un bacio a tradire Gesù”. Era oramai lontano il biennio spumeggiante 1974-1975 quando il gruppo debuttò con l’omonimo Kiss in febbraio, bissò in ottobre con Hotter Than Hell, e nel marzo e nel settembre seguenti piazzò l’uno-due di Dressed to Kill e del travolgente Alive!, primo disco da vivo. Lontani pure gli anni del consolidamento con Destroyer e Rock and Roll Over nel marzo e nel novembre 1976, Love Gun nel giugno 1977, quindi Alive II in novembre. Il primo rabbuiamento lo rivelò Double Platinum, una raccolta di hit dell’aprile 1978, inutile dati i due live. Il grigiore continuò in settembre con la pubblicazione di 4 album 4, tanti quanti i componenti della band e intitolati con i loro nomi, Paul Stanley (voce e chitarra ritmica), Gene Simmons (basso), Ace Frehley (chitarra solista) e Peter Criss (batteria). Dischi solisti ma comunque dentro l’esperienza Kiss, tanto che il nome del gruppo campeggiava su tutte le copertine dove imperavano le maschere dei quattro rielaborate a pesanti botte di aerografo. Stanley era, come sempre, “The Starchild”, cerone bianco e stella nera sull’occhio destro; Simmons un vampiresco demone sputafuoco; Frehley un etereo uomo venuto dello spazio; e Criss un uomo-gatto sornione. I volti dei quattro restavano perennemente ignoti ai fan, ma quei nuovi dischi erano strani, troppo. Venne quindi l’I Was Made for Lovin’ You dalle aborrite ritmiche disco di Dynasty e il vaso traboccò. Unmasked del maggio 1980 (che non rivelava i volti del gruppo come sembrava promettere), il concept-album del novembre 1981 Music from “The Elder”, una nuova raccolta, Killers, del maggio 1982, e Creatures of the Night, in ottobre, segnarono poi il passaggio dal declino al disastro. La Kiss Army, l’esercito mondiale di quelli che più che ammiratori erano (e sono) devoti del gruppo, registrò diserzioni e defezioni.

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La prima otturazione Eppure, visto a distanza, forse si trattò solo di un parto, come tutti doloroso. Oggi, la pubblicazione, annunciata per il 24 ottobre, del nuovo disco solista di Paul Stanley, Live to Win – stavolta davvero solista a ben 28 anni di distanza da quello strano primo lavoro del 1978 e a fronte dei diversi progetti che tutti gli altri “baci”, vecchi e nuovi, hanno nel frattempo realizzato –, interroga. Interroga la vita. E non è una frase da Bacio Perugina... Paul Stanley (in realtà Stanley Harvey Eisen) è nato nel 1952 a New York. I Kiss

La line-up storica dei Kiss. Dall’alto, in senso orario: Gene Simmons, basso; Paul Stanley, voce e chitarra ritmica; Peter Criss, batteria; Ace Frehley, chitarra solista

sono un progetto suo e di Gene Simmons, classe 1949. Nei primi anni Settanta, i due formarono i Wicked Lester, un gruppo che nel 1971 incise un album senza però pubblicarlo (qualche song è finita in The Box Set, 5 CD di rarità kissiane, del 2001). Poi Paul e Gene assunsero Peter Criss (George Peter Criscuola, 1945) alla batteria e Ace Frehley (Paul Daniel Frehley, 1951) alla chitarra solista, e così con il

un gruppo mascherato e mascarato che abita in un eterno, immenso luna park. il suo bello è proprio questo 1973 i Kiss erano una realtà, con gran lustro di zatteroni da puttanone maltese e costumi rubati al Circo Medrano. Fatta oggi tutta da ultracinquantenni, la line-up storica dei Kiss fu un’iniziazione per chi ha passato la quarantina, capelli grigi che avanzano, moglie, figli e la prima otturazione dentale che distrugge l’illusione della perenne giovinezza. Nel 1978, anno fatidico della carriera del gruppo, è verosimile che magari un tipo così si affacciasse al rock, magari al rock duro (ammesso lo sia quello dei Kiss, visto cosa già allora c’era in giro e cosa ha cominciato a girare poi). Che magari, in-

dividuati nei Kiss il massimo di una trasgressione in realtà da baraccone, un tipo così spiccasse allora il volo verso l’empireo della “musica maledetta”. Che magari poi, vuoi per l’età che avanzava, vuoi per altro che premeva, il rock e la sua controcultura abbia finito per lasciarli al loro destino, disincantato dal ribellismo dorato dello star-system. Che magari infine, a eoni di distanza, a un tipo così punga vaghezza di vedere che fine abbiano fatto certi dinosauri. Come mamma li ha fatti Dopo 28 anni – il tempo che ci vuole per fare un adulto e vedere sorgere la nuova generazione dei propri figli –, quel Paul Stanley che sembra sempre appena uscito dal Rocky Horror Show gira ancora a petto villoso nudo, parruccone folto e corvino (tinto, scommetteteci) e quattro dita di cerone colorato. Di mezzo, intanto, è accaduto di tutto. È accaduto che i Kiss abbiano violato il proprio sancta sanctorum e un bel dì, il 18 settembre 1983, si siano spogliati. Via il trucco, si sono presentati a MTV con il nuovo disco Lick It Up come mamma li ha fatti. Una bella pernacchia di schiettezza al mondo di paillette del rock, che in quegli anni inventava l’acqua calda scoprendo, sic, ambiguità, permanente e mascara. Gli altri, parvenu, entravano, i Kiss, signori, uscivano. È accaduto poi che il 28 febbraio 1996 i Kiss abbiano rispolverato

Made in Israel È accaduto ancora che i Kiss abbiano cambiato tre batteristi: Eric Carr (Paul Charles Caravello, del 1950), subentrato con il personaggio dell’uomo-volpe allo storico Criss dal 1980 al 1991, anno in cui lo ha ammazzato il cancro; e poi Eric Singer (Eric Doyle Mensinger, classe 1958, dapprima struccato, quindi con la stessa mise di Criss) da allora a oggi, salvo i ritorni temporanei di Criss. È accaduto che il gruppo abbia avvicendato 5 chitarristi solisti. Vinnie Vincent (Vincent John Cusano, 1952), subentrato nel 1982 – con la croce ansata degli egizi designata per il suo viso da Stanley – allo storico Frehley. Poi, quando Vinnie se n’è andato sbattendo la porta e fra chiacchiere poco dignitose, Mark St. John (Mark Norton, 1956), struccato, fino al 1984. Il quale ha però litigato con la band, ha formato i White Tiger e poi è stato colpito dall’artrite. Infine, Bruce Kulick (1953) fino al 1996 (ma suona nel nuovo disco solista di Stanley) quando Frehley è tornato in epoca di reunion e fino al 2002, allorché è arrivato Tommy Thayer (1960), che oggi si agghinda come il vecchio Ace. È accaduto pure che tutto il can can sulle famose “SS” nazi-runiche nel logo del gruppo (vietato in Germania, dove la band deve modificare la scritta) si sia rivelato molto rumore per nulla. Simmons, infatti, fondatore e anima dei Kiss, si chiama Chaim Witz, è nato ad Haifa, Israele, e sua madre, ebrea ungherese, è l’unica della sua famiglia a essere sopravvissuta alla Shoà. In agosto, Gene (che si definisce un Repubblicano libertarian) ha inviato un video a un soldato israeliano ferito in Libano, Ron Weinreich, fan dei Kiss, dandogli dell’eroe in ebraico fluente.

Twin Towers, Stone lascia parlare la storia Per fortuna, e per una volta, il cocciuto regista ha schivato i complotti e scelto i testimoni la mattina dell’11 settembre 2001 quando John McLoughlin e Will Jimeno lasciano le loro case e le loro famiglie per andare al lavoro alla Port Authority di New York; di lì a qualche ora gli aerei dirottati dai terroristi si schiantano sulle Twin Towers e i due sono tra i molti a intervenire in soccorso e a rimanere sepolti dalle macerie del crollo. Così inizia World Trade Center, presentato a Venezia fuori concorso e ingiustamente accolto con supponenza da gran parte della critica. A chi si aspettava un film nutrito di teorie del complotto (quelle che inutilmente, in occasione del quinto anniversario dell’attentato a New York, esperti di altissimo livello si sono ostinati a contraddire: la menzogna, del resto, è spesso più affascinante da coltivare rispetto alla realtà) Oliver Stone, che si è presentato a Venezia deciso a sfuggire alle provocazioni di giornalisti, ha regalato una bella sorpresa. Il regista di JFK, Platoon e Nato il 4 luglio, infatti, sceglie un approccio assolutamente personale per raccontare la tragedia dell’11 Settembre e lo fa trasponendo in racconto cinematografico la storia vera di due poliziotti rimasti sepolti lunghe ore sotto le macerie delle Torri. Ciò che interessa al regista, lo ha esplicitamente dichiarato e ripetuto davanti alla stampa che insisteva a pretendere una dichiarazione pubblica contro l’amministrazione Bush, non è dare una lettura complessiva di quegli eventi, né di trinciare giudizi sulle scelte politiche, e non solo, che li hanno seguiti (tanto è vero che Stone,

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pur non condividendola, riporta la scelta di uno dei soccorritori di andare a combattere in Iraq). L’idea semplice, ma efficace e commovente, del film, è invece quella di ridare lo sguardo di due persone comuni coinvolte, insieme alle loro famiglie, nell’evento che ha cambiato il nostro recente passato. Così sullo schermo, prima scorrono le brevi ore prima della tragedia, poi, dopo il crollo, lo spettatore è lungamente imprigionato con lo sguardo nell’oscurità minacciosa delle macerie, insieme ai due poliziotti che ancora non conoscono l’enormità di ciò che è accaduto, ma possono solo affidarsi alla reciproca compagnia per non affondare nella follia e nella disperazione. Stone abbandona la magniloquenza fastidiosa del suo Alexander, ma anche il virtuosismo duro dei suoi titoli più noti, e preferisce una struttura di racconto che, dopo una partenza in crescendo (la sveglia dei due uomini e la loro routine fino allo schianto degli aerei), segue in parallelo le lunghe ore di attesa dei poliziotti, sostenuti solo WORLD TRADE CENTER REGIA DI OLIVER STONE SCENEGGIATURA DI ANDREA BERLOFF CON NICOLAS CAGE, MICHAEL PEÑA, MARIA BELLO, MAGGIE GYLLENHALL PRODOTTO DA MORITZ BORMAN, DEBRA HILL, MICHAEL SHAMBERG E STACEY SHER PER PARAMOUNT PICTURES; 125’, USA 2006.

dalla reciproca solidarietà e dalla fede (la visione di Gesù che porta l’acqua al poliziotto sarà pure kitsch, ma ben corrisponde, probabilmente, alle raffigurazioni del Risorto familiari all’uomo nella sua chiesa parrocchiale) e, alternativamente, quelle delle famiglie, rievocando attraverso intensi flashback la storia dei due. Il risultato è un racconto intenso e vero, che, nelle intenzioni dell’autore, vuole essere la testimonianza della speranza e della fede di persone comuni di fronte alla tragedia, un monito contro la cupa rassegnazione che avrebbe potuto essere il naturale esito di quegli eventi. È per questo che nell’economia del film le scene in cui il saggio John McLouglin insegna a suo figlio l’arte della falegnameria, o quelle in cui Will discute con la moglie del nome da dare alla loro bambina hanno davvero la stessa dignità di quelle che descrivono le difficili e realmente eroiche operazioni di salvataggio. Perché, e questo Oliver Stone sembra averlo capito bene, tutto trova origine e unità in un’esperienza umana integrale, che ha solide radici e, pur condividendo l’angoscia di tutti (il film non nasconde che tutti gli altri poliziotti entrati con loro nelle Torri non faranno ritorno a casa), fa tesoro di una certezza più grande per non perdere la direzione anche nei momenti più duri. È curioso accorgersi che, per tentare di raccontare la tragedia dell’11 Settembre, due film così diversi per impostazione e scelte stilistiche come questo di Stone e quello di Paul Greengrass, United 93, uscito da noi in sordi-

na lo scorso luglio, abbiano scelto entrambi di puntare lo sguardo non su astratti e spesso discutibili orizzonti di geopolitica (una scelta che in qualche modo è stata invece fatta da un film come Syriana), ma di concentrasi sulle persone, sulle loro storie, sulle loro piccole, ma vitali scelte di fronte alla vita e alla morte. Una decisione, quella dei due registi, che, non a caso, si risol-

ve non nella disperazione che nasce dalla constatazione di un mondo fatalmente avviato all’autodistruzione per mano di fanatici (non solo quelli islamici, ma anche, per lo meno nella ricostruzione di Syriana, quelli schiavi di potere e denaro), ma in un paradossale e sofferto grido di speranza, nella rappresentazione di un umano chiamato a guardare in faccia il suo dramma per trovare il coraggio di risollevare lo sguardo, verso il futuro, ma anche verso il cielo. • Luisa Cotta Ramosino

Sono accadute molte cose, insomma, in questi tre decenni. Oggi Simmons, famoso per le dita a corna e le diavolate sul palco, afferma con orgoglio di non essersi mai ubriacato in vita propria né di avere mai assunto stupefacenti. Curioso pensare che Simmons, sul palco il più intemperante dei Kiss, sia lì da sempre sobrio e lucido, mentre il mansueto Criss dai ritmi jazzistici e l’onirico Frehley dalla chitarra astrale, i più easy-going, abbiano sempre avuto problemi con le droghe e se ne siano pure andati, salvo però venire costantemente accolti come fratelli dai Kiss – sia vecchi e storici, sia nuovi e aitanti – in occasione delle periodiche riunioni del gruppo. Il vero inno dei Kiss è del resto Do You Love Me? (da Destoyer): «Ami la mia macchina, la mia carta di credito, le mie chitarre, ma... mi ami davvero?». U-hu, wha-wha, tracku-tracku Vuoi vedere, allora, che, dopo 30 anni di zingarate, la vera faccia dei Kiss, quella che le maschere coprono per scoprire e scoprono per coprire, è quella di un colossale parco dei divertimenti? Una facciata, cioè, alla faccia della musica impegnata che ci fa due palle così, del metal truculento che ci ha stressato, dei rocker con la puzza sotto il naso e sotto le ascelle che non sanno cosa siano il divertissement, l’amicizia e i debiti con la propria storia?

è passata una vita e loro sono ancora lì, più freschi che mai. e divertenti, in un mondo di rocker musoni La formula Kiss è semplice. Liriche tipo Baby, baby e I got you, you got me; tracku-tracku di pentole e cartoni della batteria; wha-wha del distorsore; coretti u-hu e oh, yeah; e il basso nodoso che picchia. Più, dal vivo, luci, scintille e botti. Sempre così, ripetitivi e vincenti. Ma forse che uno, un 40enne di oggi, chieda qualcosa di più al luna park? L’Ebenezer Scrooge di Canto di Natale s’impegna, una volta rinato a nuova vita, a onorare lo spirito del Natale ogni giorno che passa. I Kiss sono Halloween più il Carnevale, e s’impegnano a celebrarli ogni giorno che passa: il che va benissimo, se al contempo si fa come l’avaro pentito di Charles Dickens. Mai scordare del resto che i Kiss truccati e trucidi sono stati anche dei supereroi con superpoteri lanciati alla salvezza del mondo in un fumetto del 1977 della Marvel e nel film – da scompisciarsi, menomale – Kiss Meets the Phantom of the Park del 1978. Rimane infatti verissimo quanto si dice in A World Without Heroes dell’incompreso, vecchio Music from “The Elder”: un mondo senza eroi non fa davvero per me. Solo così il 40enne di oggi può tornare quotidianamente al circo anche in mezzo al traffico cittadino. •

LA COMMISSIONE D’INCHIESTA USA IN UN BEL FUMETTO appena uscito a puntate su Libero di Vittorio Feltri e del fumetto classico ha poco, anche se è realizzato – benissimo – da due pezzi da novanta della Marvel e della DC Comics. Infatti è la trasposizione a disegni di un documento ufficiale riguardante una tragedia enorme. La seconda è l’Undici Settembre, il Martedì Nero in cui il mondo si è fermato. Il primo è il rapporto della Commissione ufficiale statunitense incaricata di far luce su quegli eventi. Sì, quella

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che degli attentati dà la versione ufficiale. L’albo si apre con prefazioni affidate a firme “pesanti”come quelle di Thomas H. Kean e Lee H. Hamilton, presidente e vicepresidente della suddetta Commissione, a cui si aggiunge uno scritto di Gianni Riotta. È un bello strumento per cominciare, con le dovute cautele, a parlarne anche ai più piccoli. Perché ai più piccoli bisognerà pur decidersi a parlarne. • Samwise Sid Jacobson ed Ernie Colón, 9/11. Il Rapporto illustrato sull’11 Settembre, Alet, Padova 2006, pp.134, E15,00

Il tuo bacio è come un rock  

Carlo Martello, "Il tuo bacio è come un rock", in "il Domenicale. Settimanale di cultura", anno V, n. 41, Milano 14-10-2006, p. 8

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