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RITRATTI DI UN GIORNO A KEY WEST Luca Camerini Luglio 2008

Per chi è stato a Key West. Con il cuore attento e gli occhi aperti. 2 luglio. US 1, direzione Key West Buio. Stavo guidando da oltre sette ore ormai. La radio aveva smesso di ricevere da una decina di miglia e ora ero solo. Solo a lottare contro il sonno. Solo nel buio della statale uno. Solo con l'oceano alla mia destra e alla mia sinistra. Solo nel punto più a Sud di questo Nuovo Mondo. 3 luglio. Mallory Square Il vecchio pescatore mi fissava intensamente. Stringeva un fazzoletto rosso aragosta mentre si portava alle labbra un mezzo mozzicone di sigaretta, con un movimento lento e pesante, come quello di alcune pendole esposte in piccole botteghe antiquarie. Se ne stava seduto sugli scalini bianchi della rimessa, che esaltavano il nero della sua pelle grinzosa, per lungo tempo esposta al sole e ai venti marini. Sul capo portava un cappello intrecciato con foglie di palma che mi parve l'ultima pennellata su uno dei molti quadretti di artisti locali appesi un po' ovunque in Mallory Square. Cercai di capire perchè mi fissava, lottando contro la giostra di suoni variopinti, colori accecanti, luci assordanti che si confondevano nella piazza in piena attività. In effetti non stava guardando me, e nemmeno la comitiva disordinata e disorientata appena scesa dall'autobus turistico. Il vecchio pescatore non stava fissando nulla dell'istante presente. Il suo sguardo penetrava lo spazio ed il tempo, restituendo la piazza al suo lontano passato, quando i signori del luogo erano i pescatori e i bancali di pesce si stringevano sui lati delle strade. Uno sguardo che riandava ai brindisi notturni allo Sloopy Joe, alle risse e alla pace della mattina seguente. Uno sguardo fisso sulla linea tra il mare e il cielo stellato nelle lunghe notti di pesca. Uno sguardo pieno del dolce ricordo delle acque salate dello stretto delle Keys. Uno sguardo nostalgico. Uno sguardo vitreo. Lo sguardo di un vecchio pescatore cieco che mi fissava a Mallory Square.


3 luglio. Spiaggia di Key West La donna araba spiccava sulla sabbia bianca come un neo sul viso di una bella signora. Non avrei saputo dire quanti anni avesse, trenta, quaranta, forse di più, avvolta com'era nella giacca a vento nera che ne nascondeva tutto il corpo. Solo ai suoi occhi era concesso vedere la luce del sole, accecante come quella che batte su un manto innevato. Era forse per questo che sembravano così pesanti, così carichi, così colmi di una tristezza dalle radici profonde. Erano gli occhi di chi veniva da lontano, di chi aveva vissuto. Quarant'anni, sì, o forse di più. * A qualche metro di distanza una ragazza gridava, lo sguardo teso all'uomo in piedi al suo fianco, le mani ferocemente strette intorno ad un piede. Qualcosa doveva averla ferita, probabilmente uno dei coralli dalla pericolosa bellezza che rivestono la costa delle Keys. L'uomo sembrava indeciso. Non saprei dire perchè, ma la sua indecisione mi parve subito andare oltre il cosa fare per aiutarla. Lo sguardo vuoto fisso su di lei era denso di memoria. Il ricordo della passione di molti anni prima, il ricordo degli ostacoli alla loro unione, il ricordo di promesse eterne. E poi il presente. Il presente di fatica, il presente di stanchezza, il presente di sfiducia, il presente di disillusione. No, non c'erano dubbi: l'uomo si stava chiedendo se aiutarla. Oppure scappare, correre, ricominciare, inseguire un futuro che aveva dimora nel passato. Nessuno avrebbe capito, ma lui sarebbe stato lontano ormai, lontano da quei ricordi, lontano da quelle urla che – ancora una volta – gli penetravano la mente ed il cuore. Lontano da quel presente. Li stavo osservando già da un po' di tempo quando all'improvviso lui, come scosso da un pensiero sopito, la prese in braccio, avviandosi verso il centro assistenza con passo spedito, in silenzio. Era l'abbraccio di quell'amore vero, solido, fondato su di un'insondabile consapevolezza che si riconosce nell'istante preciso in cui s'incontra. Sarebbero stati insieme a lungo, pensai. Finchè morte non li separi. * Quando l'uomo si avvicinò alla mia sinistra mi voltai quasi inconsciamente. Aveva la pelle scura e i tratti tipici dell'India Orientale. Non parlava l'inglese, ma l'oggetto che mi stava porgendo lasciava pochi dubbi su che cosa volesse. Era una macchina fotografica. Prendendola in mano mi accorsi che l'apparecchio era molto vecchio, un modello analogico che avevo visto usare a mia madre molti anni prima. Ogni oggetto ha una sua


storia. Quella della vecchia Olympus di mia madre era certamente interessante, ma anche la macchina che ora stringevo tra le mani doveva aver catturato diversi ricordi, almeno a giudicare dall'aspetto del suo proprietario, che mi stava già ringraziando con un lieve inchino, imitato dalla moglie comparsa al suo fianco con in braccio una bambina di circa due anni. Erano entrambi abbastanza giovani e probabilmente di umili origini, stando al loro abbigliamento e alla loro educazione, gentili fino a sembrare servili, come si addice a chi è abituato a lavorare duramente nel rispetto dei superiori, per guadagnarsi la vita. In particolare la bambina portava un vestitino classico negli anni Ottanta piuttosto sgualcito, corredato da un cappellino di pizzo che ricordavo di aver visto in qualche vecchio album di famiglia. Sembravano usciti da un'altra epoca e generazione ma, ne ero convinto, non era così. Dovevano aver lavorato a lungo e risparmiato abbastanza. E questa era la loro vacanza. La loro gioia mista ad orgoglio pareva spandersi per tutta la spiaggia, mentre diligentemente si mettevano in posa per la foto ricordo. Il ricordo della loro vacanza, e poco importava di un vecchio cappello e qualche cucitura di troppo. Misurai impacciato la distanza e la posizione del sole, come fanno solitamente i fotografi amatoriali e, per entrare del tutto nella parte, mi ci vollero tre scatti prima di giudicare completa la mia opera. Una piccola soddisfazione per me, un intero nuovo capitolo per la storia della vecchia macchina analogica. La bambina del capitolo precedente divenuta madre in quello successivo. Un'altra coppia, un altro figlio, un altro mare, un'altra spiaggia, ma sempre quella vacanza. La loro vacanza. Restituii la macchina e consigliai di conservarla per la prossima meta, non importava chi sarebbero stati i protagonisti. Lo dissi in inglese. L'uomo mi sorrise e mi salutò con un lieve inchino, così come era venuto. E allora fui certo che mi aveva capito. 4 luglio. US 1, direzione Miami Luci. Miliardi di piccole luci balenavano sull'oceano che mi circondava. La piccola statale bianca saliva e scendeva velocemente sul pelo dell'acqua, come un delfino che segue festante la scia di una nave. Si dice che partire sia come morire, ma la bellezza donata alle Keys ha poco a che fare con la morte. Guidai senza mai voltarmi. Sapevo di essere avvolto da un contemporaneo splendore che non richiede memoria. Portavo con me la strada bianca, le sue spiagge, i suoi villaggi, i suoi colori. E i ritratti di un vecchio pescatore, di una donna araba, di un amore vero di una famiglia felice. I ritratti di Key West e la loro promessa di perdurare nel ricordo. Per sempre.


Ritratti di un giorno a Key West