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MAGAZINE MERRY CHRISTMAS 2015

Sommario La cucina-bio coN TANTO AMORE 

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LE FESTE DELL’AVVENTO IN ABRUZZO 

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DIOR E LA DONNA FIORE 

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LORENZO, CHIARA E LA MUSICA 

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LE TRAME DELLA STORIA SUL FILO DEI RICORDI

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IL BALLO, CHE PASSIONE 

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MAGAZINE MERRY CHRISTMAS 2015

IL TRENO FINO AL PALAZZETTO 

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Progettazione Marketing & Comunicazione di Patrizia Manente Via Luigi Longo, 21 - Teramo Foto Massimo Di Dionisio, Patrizia Manente, Tonino Tucci Marketing e Pubblicità Paola Manente, Patrizia Manente Coordinamento Patrizia Manente

SANT’ANNA  UNA GIAPPONESINA FRA FORNELLI E VIOLINO 

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NEL TEMPIO DI SORELLA ACQUA 

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MAURO DI GIULIO 

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Graphic design Imago Comunicazione Stampa EditPress - Castellalto (TE) Copyright Marketing & Comunicazione di Patrizia Manente © Tutti i diritti riservati

IL NOSTRO CLUB DI CUOCHI PASTICCIONI

guide brochures cataloghi fotografia campagne pubblicitarie

di Patrizia Manente Tel. 339.5653704 · 338.3972169 mail patrizia.marketing@gmail.com

di Lorenza Vernamonte

di Elisabetta Mancinelli

di Veronica Martinez Oliva di Claudia Di Mattia

di Vincenzo Di Gennaro di Patrizia Manente

Lago di Piaganini (Fano Adriano)

In copertina dall’alto: Santa Lucia • Le sfogliatelle • Cremotto di avena, mela e melograno • Arapietra Prati di Tivo • Duomo di Teramo innevato

so Un affettuo augurio di BuonE FESTE modo in particolar a tutti isti gli inserzion

Paola Manente

di Sandra Di Filippo

di Chie Yoshiba

di Marcello Martelli di Patrizia Manente

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di Graziano Celani

CASTELLI 

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ARGENTINA IN FESTA PER IL PAPA

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di Valerio Negro

Questo magazine è sfogliabile on-line all’indirizzo: http://www.lelcomunicazione.it/blog/ magazine-pama-natalizio-teramo-2015/


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La cucina-bio coN TANTO AMORE di Lorenza Vernamonte

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infatti presso ristoranti e diversi locali, sponsorizzando la cucina salutare, vegetale, integrale, biologica, vegana, vegetariana, crudista, ecc. Una cucina che di base abbia quindi la conoscenza del valore energetico dei cibi e che possa creare dei piatti equilibrati, in grado di nutrire il corpo ma anche l’anima e la vista. Infatti due degli ingredienti fondamentali dei suoi piatti sono proprio il colore e la fantasia, a dispetto di coloro per i quali un’alimentazione sana è necessariamente sinonimo di tristezza e privazione. Roberta nei suoi corsi di cucina naturale, nei suoi seminari e conferenze che tiene annualmente, ci informa sulle proprietà e sull’importanza del mangiar sano e consapevole, donando unicità alle sue pietanze grazie alla formazione in alimentazione bioenergetica e alla sua esperienza personale.

Migliotto colorato

• Olio Evo q.b. • Sale integrale q.b. Procedimento: mettere in ammollo i fagioli precedentemente sciacquati per 12/18 ore. Successivamente farli cuocere separatamente con una foglia d’alloro per 1 ora circa. Nel frattempo sciacquare accuratamente il miglio con un colino a trama stretta e immergerlo in una pentola con il doppio del volume di acqua ed un pizzico di sale. Accendere il fuoco al minimo e lasciar cuocere il miglio per una ventina di minuti finchè l’acqua sarà totalmente assorbita. Ungere una padella antiaderente con olio Evo e posizionare la cipolla tagliata finemente e salata in superficie. Tagliare finemente il cavolo precedentemente montato e sciacquato e unire alla cipolla. Chiudere con un coperchio e lasciare soffocare per una decina di minuti. Terminata la cottura dei fagioli, eliminare l’acqua di cottura e unire nella padella delle verdure aggiungendo il miglio. Servire e decorare a vostro piacere.

Crostatina vegana integrale

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oberta Guidi è una giovane naturopata formatasi presso la Scuola Italiana di Naturopatia dell’Istituto di Medicina Naturale di Urbino. Lavora ormai da anni nel settore della medicina integrata e del benessere psicofisico, collaborando con medici e operatori del settore e avvalendosi di più tecniche terapeutiche grazie alle numerose competenze acquisite nel corso del tempo (floriterapia, kinesiologia applicata, iridologia, medicina tradizionale cinese, dietoterapia cinese, auricoloterapia, moxibustione, reiki, con particolare esperienza in riflessologia plantare, palmare e facciale).Ma a tutto questo manca ancora un tassello molto importante: la cucina. Roberta si cimentava sin da piccola, insieme alla mamma, nella preparazione di torte,party,feste a tema e, si sa, i sogni non sono fatti per rimanere in un cassetto, soprattutto quando si decide di voler creare valore attraverso il proprio lavoro, trasferendo in esso la propria vera natura. Aggiungete che, in seguito ad un cambiamento del proprio stile alimentare, Roberta dimagrisce notevolmente e si sente completamente rinata e piena di energie. Ecco che il suo sogno ha un’ulteriore spinta propulsiva per tradursi in realtà.Una realtà che oggi è diventata il suo pane quotidiano. Roberta lavora

Ingredienti pasta frolla: • 100 g di farina saragolla bio • 30 g di farina di mais per polenta bio • 30 g di zucchero di canna integrale bio • 20 ml di olio Evo • 50 ml di latte di riso bio • Meno di ½ bustina di lievito per dolci bio • 1 pizzico di curcuma bio • 1 cucchiaino di scorza di limone bio Ingredienti crema di riso: • 50 g di riso integrale bollito • 10 noci tritate • 2 cucchiai di miele d’acacia

Ingredienti: • 100 g di miglio integrale bio • 30 g di fagioli cannellini bio secchi • ¼ di cappuccio di verza viola • 1 cipolla rossa bio • 1 foglia d’alloro

Procedimento: su una spianatoia unire tutti gli ingredienti secchi (le farine, lo zucchero, la scorza di limone, il lievito, la curcuma ed un pizzico di sale integrale) e mescolarli bene. Creare una fontana e aggiungere al centro il latte di riso e l’olio. Mescolare tutti gli ingredienti fino ad ottenere una palla compatta, avvolgerla in un foglio di pellicola trasparente e riporla in frigo per circa mezz’ora prima di essere utilizzata. Nel frattempo bollire il riso integrale, precedentemente sciacquato, a fuoco lento per circa 1 ora e un quarto, aggiungendo un pizzico di zucchero integrale di canna in cottura. A fine cottura far raffreddare il riso ed infine frullarlo unendo il miele e le noci tritate. Con l’impasto ormai raffreddato creare delle palline da modellare sullo stampo da forno per crostatine precedentemente unto ed infarinato. Creare la base delle vostre crostatine e infornare a 180°C per circa 20 minuti. A fine cottura lasciare raffreddare le basi ed infine riempirle con la crema ottenuta. Colata di miele ed impiattare.

info: 339.1542873

naturopata roberta guidi


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LE FESTE DELL’AVVENTO IN ABRUZZO di Elisabetta Mancinelli

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opo le varie celebrazioni legate alla commemorazione dei defunti e alle feste dedicate a San Martino, caratterizzate dappertutto da momenti di spensieratezza, il ciclo dell’anno prosegue con i rituali del periodo dell’Avvento in un crescendo di usanze, che culminano con la solennità del Natale che in Abruzzo, secondo i più autorevoli antropologi e studiosi del folklore (Finamore, Giancristofaro...) è la più importante dopo la Pasqua. Le “Tempora di Avvento” è un periodo di quattro settimane che ha inizio a partire dalla domenica più vicina al 30 novembre. In questo mese, in attesa del tempo ciclico, che il mondo contadino identifica con il rinnovamento della natura, si celebrano eventi festivi e particolari riti che assumono la funzione di attesa e di purificazione.

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geograficamente più in basso rispetto a Campo di Giove per prendere le pagnotte benedette, che un tempo venivano “ammassate“ per questa festa. Le pagnottelle ancora oggi si ottengono con pasta di pane speziato con semi di anice che anticamente venivano stipate in grossi sacchi e portate nella chiesa di S. Nicola per essere benedette. Nella chiesa era preparata una bilancia a due piatti sostenuta da una lunga catena pendente dal soffitto. Il rito consisteva nel pesare prima la donna che offriva il pane ma questo doveva pesare più della donatrice. Dopo la messa le pagnottelle venivano distribuite a tutti i presenti, ai poveri e i malati. Nei tempi antichi tutti i cansanesi, con la neve e col freddo intenso, salivano sul monte dove era situata la chiesa di S. Nicola per chiedere al Santo l’abbondanza nel raccolto e la protezione da ogni calamità.

FESTA DEI FAUGNI AD ATRI

UN SANTO NATALIZIO SAN NICOLA

Una credenza che risale al Medioevo afferma che al nome di San Nicola è legata l’origine di Babbo Natale, figura mitica presente nel folklore di molte culture che distribuisce i doni ai bambini, di solito, la sera della vigilia di Natale. Il 6 dicembre si celebra a Pollutri, un paese non lontano da Vasto, San Nicola di Bari importante in Abruzzo in quanto protettore dei pastori transumanti. Una leggenda vuole che San Nicola sia arrivato in Abruzzo attraverso il tratturo Magno o del Re: (L’Aquila-Foggia). Secondo un’arcaica tradizione il Santo , durante una terribile carestia, avrebbe salvato la gente di Pollutri, moltiplicando un pugno di fave riuscendo così a sfamare tutti. Da allora, ogni anno a ricordo dell’avvenimento, la sera del 5 dicembre, data della morte del Santo, vengono allestiti sulla piazza principale del paese grandi calderoni in cui vengono lessate le fave che, al termine del rito della bollitura, vengono distribuite ai convenuti insieme alle ciambelle rituali, preparate nei giorni precedenti la festa. S. Nicola di Bari, viene festeggiato anche nella piccola comunità di Cansano e dalla vicina Campo di Giove che, per l’occasione, scendono alla “Pujetta”, cosi chiamata in quanto posta

All’ alba dell’ 8 dicembre, ad Atri, in provincia di Teramo, si ripete l’antichissima tradizione popolare dei “Faugni” (dal latino “fauni ignis”, cioè fuoco di Fauno). Nel paese l’originario rito pagano s’è mescolato a quello della festa cattolica per l’Immacolata Concezione di Maria: i faugni sono apparsi per la prima volta nei riti religiosi nel 431 d.C. con il Concilio di Efeso”. Riprendendo simbologie solari delle feste latine, i faugni nascono dalla fusione di una consuetudine pagana e contadina: infatti, un tempo, nelle campagne attorno ad Atri, i contadini accendevano dei fuochi, a fini propiziatori prima del solstizio d’inverno, in onore di Fauno, divinità pagana associata alla fertilità della terra, protettrice di pastori, greggi e agricoltura. La sera del 7 dicembre il parroco della cattedrale benedice il falò che servirà all’accensione dei faugni all’alba del giorno dopo. Da questo magico rito deriva appunto la tradizione che consiste nell’accendere e portare in processione per la città alti fasci di canne legati da lacci vegetali. Il giro dei faugni per vie e piazze del centro storico di Atri, termina nella piazza del Duomo, dove i fasci di canne ardenti bruciano in un grande falò .

Festa dell’Immacolata Concezione 8 dicembre Un antico detto abruzzese così recita “Santa Maria Cun-

cette, a Natale diciassette” indicando che la festa dell’Immacolata Concezione da tempi remoti viene solennizzata dagli abruzzesi. In tutta la regione la sera del 7 dicembre si usa accendere grandi fuochi “li fucaruni” in onore della Madonna che, secondo la tradizione religiosa, servono ad illuminare il cammino degli angeli che trasportano la Santa Casa di Nazareth a Loreto. Secondo le simbologie consuetudini pagane e contadine i Fuochi sono propiziatori di buon auspicio per il nuovo anno. Anche a San Valentino (Pe) si celebra l’Immacolata Concezione. La festa si svolge nell’ arco della mattinata con la celebrazione di solenni funzioni nella chiesa di S. Donato dove è la statua della Madonna, segue una solenne processione per le vie del paese. Nel corteo sfilano la grande Croce Celeste e la bandiera recante al centro un ricamo della corona della Madonna. Alla manifestazione prendono parte i componenti della Congrega dell’Immacolata Concezione e di Sant’Alfonso che per l’occasione indossano una particolare veste bianca e celeste (divisa della congrega). La festa ha termine nel pomeriggio in piazza dove la banda musicale accompagna il tradizionale Ballo della Pupa: un fantoccio di cartapesta nel cui interno cavo si nasconde un uomo che lo fa camminare e ballare mentre esplodono i numerosi bengala e petardi che reca indosso.

Festa di Santa Lucia

Anche Santa Lucia, protettrice della vista ,nelle campagne viene celebrata con fuochi notturni rituali chiamati “ faugni” che simboleggiano il bisogno umano di illuminare il giorno tradizionalmente considerato il più corto dell’anno prima del solstizio d’inverno. In passato si accendevano i fuochi non solo per festeggiare S. Lucia, ma anche il 4 dicembre per S. Barbara, protettrice dei minatori ed artificieri oltre che per l’Immacolata Concezione. La festa cade il 13 Dicembre, data della morte di S. Lucia e la celebrazione, in un giorno ritenuto il più corto dell’anno, è dovuta probabilmente alla volontà di sostituire antiche feste popolari che celebravano la luce. Quindi sarebbe privo di fondamento l’episodio di Lucia che si strappa gli occhi, l’emblema degli occhi è invece da collegarsi con la devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a causa del suo nome, Lucia, da lux, luce. A Prezza paesino della conca Peligna, stazionò per un certo periodo il corpo di S. Lucia in viaggio verso Venezia per ordine del Doge Enrico Dandolo, subito dopo la fine delle crociate, per dare ad essa la definitiva sepoltura. Le spoglie della santa vennero affidate al Vescovo di Corfinio il quale decise di custodirle nella fortezza prezzana. In

paese si diffuse quindi il culto per Lucia e venne edificata nel 1200 circa una cappella votiva per i tanti pellegrini che vi si recavano. Nel corso degli anni essa fu circondata da mura e venne costituita la nuova parrocchia a lei dedicata. Oggi la chiesa si trova nel centro del paese e all’interno, in una nicchia, è collocata una preziosa statua lignea della fine del 1400 raffigurante S. Lucia. Al mattino di ogni anno, il 13 dicembre al suono delle campane, i prezzani si recano prima in chiesa per la messa solenne e poi sfilano in processione per le viuzze del borgo; le donne portano grandi ceste di ciambelle a forma di occhi da donare ai portatori della statua di S. Lucia e ai partecipanti al rito. Anche a Torre de’ Passeri Il 13 dicembre si celebra Santa Lucia, martire siracusana del Cristianesimo delle origini che nel paese è venerata da secoli. In questo giorno la cittadina si anima di una serie di appuntamenti religiosi e civili che ogni anno richiama la curiosità degli abitanti dei paesi limitrofi e di molti torresi emigrati all’estero che anticipano il ritorno in paese per le feste natalizie. Sin dalle cinque del mattino i botti di mortaretti e la musica della banda “Città d’Introdacqua” danno la sveglia a tutti i torresi. Nel pomeriggio una solenne Processione, preceduta dalla Santa Messa, sfila tra le vie dell’antico centro e la statua della Santa viene portata a spalla da quattro portatori, in un singolare corteo religioso, guidato dal parroco di Torre de’ Passeri , dal sindaco e numerosi fedeli. Intorno alle 19, la tradizionale “Pupa”, grande manufatto di cartapesta con le sembianze di donna, viene fatto ballare da un ballerino che si cela nel suo interno, e , in un valzer di fuochi pirotecnici, si concludono i festeggiamenti. Il Tempo dell’Avvento è il tempo dell’Attesa (dal latino “adventus”) che precede l’arrivo del Messia Salvatore secondo quanto profetizzato nell’Antico Testamento. Per i cattolici ha un doppio significato teologico: è sì il tempo di preparazione al Natale ma anche il tempo in cui gli spiriti si rivolgono all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi, un periodo dunque di speranza e insieme di purificazione. Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli email: mancinellielisabetta@gmail.com - l0347@hotmail. com I documenti sono tratti dall’Archivio di Stato, da “L’Acqua nuova” di Maria Concetta Nicolai; da “Folklore abruzzese” Lia Giancristofaro. Le immagini sono tratte dal patrimonio fotografico di Tonino Tucci che ne autorizza la pubblicazione. tel 085 834879 - email: tuccifotografia@libero.it


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DIOR E LA DONNA FIORE di Veronica Martinez Oliva Nel 1940, con l’occupazione di Parigi da parte delle truppe tedesche, la moda perse improvvisamente la sua capitale internazionale di stile. Vennero varate leggi secondo il programma Utility Clothing Scheme che imponevano capi semplici e versatili (“Fewer, simpler, better”) che potevano essere acquistati due volte l’anno tramite una tessera con 20 tagliandi. A ogni capo corrispondeva un determinato numero di punti (es. una camicia 5, un pigiama 8, etc.) e i regimi stabilirono che ogni quadrimestre potesse essere utilizzato un delimitato numero di punti. Tra i capi maggiormente in voga in quel periodo vi è sicuramente il tailleur, detto anche “abito a giacca”, promosso da Cocò Chanel negli anni ‘20-’30, che poteva essere usato per diverse occasioni mutandone gli accessori e i copricapi. E’ questo il periodo della moda del riutilizzo e del riciclo inaugurato dalla rivista “La moda in tempo di Guerra”. Basti pensare che il celebre abito in velluto verde di Rossella O’Hara (Vivien Leigh) in Via col vento è stato realizzato con una tenda a causa della scarsità di tessuto del tempo.

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Nell’immediato dopoguerra la Francia, per riconquistare i suoi vecchi clienti europei e mostrar loro che l’haute couture era ancora in vita, si adoperò sfruttando l’ingegnoso escamotage del “Theatre de la Mode”: manichini presentati in un primo momento a Parigi (27 marzo 1945) e in seguito nelle capitali europee e diverse città statutitensi. Ma il vero rilancio della moda francese avvenne grazie a Christian Dior e al suo New Look (termine coniato dalla caporedattrice dell’Harper’s Bazaar: “Dear Christian, your dresses have such a new look”), che presentò la sua collezione “Corolle” a Parigi il 12 febbraio del 1947. Ebbe subito un enorme successo, nonostante la sua linea opulenta e sofisticata avesse scatenato le critiche delle femministe del tempo che temevano che il ritorno della “donna fiore” potesse rappresentare una regressione per la condizione femminile e l’emancipazione faticosamente conquistata. Nonostante ciò le innovazioni apportate da Dior nel campo della moda furono innumerevoli. Nel 1948 Dior inaugurò una succursale a New York, dove non solo venivano realizzati i modelli per il mercato americano, ma anche modelli in carta da distribuire nelle varie sartorie dove i capi venivano creati secondo le direttive della maison. Rese il mestiere del designer non solo artigianale, ma anche industriale con lo scopo,allora rivoluzionario, della produzione in serie. Nel 1954 aveva infatti aperto l’enorme cifra di 28 atelier dando lavoro a più di mille operaie e detenendo il 50% delle esportazioni francesi totali nell’ambito della moda, aggiudicandosi l’appellativo di “dittatore della moda”. Le novità non riguardarvano però solo i numeri.

Dior introdusse nel mondo della moda le linee definite da lettere:la linea ad H, per la collezione autunno-inverno 1954, dritta e tagliata sui fianchi; la linea ad A, per la collezione primavera-estate 1955, stretta nella parte superiore e larga sotto. Si pensi inoltre alle celebri collezioni che prendevano ispirazione dai fiori: la Tulipe e la Muguet (la madre, Madeleine Lefebvre, era appassionata di botanica). Dopo l’improvvisa morte del grande maestro Christian Dior nel 1957, gli stilemi del designer sono stati portati avanti dai suoi successori (primo tra tutti Yves Saint Laurent), segno evidente del suo profondo influsso sulla moda fino ai giorni nostri.


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LORENZO, CHIARA E LA MUSICA di Claudia Di Mattia

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uando sono agitata sentire il tonfo di un libro che butto a terra mi da una sensazione di sollievo. Lo guardo sganciarsi dalle mie mani, precipitare, schiantarsi a terra. Quel tonfo è il risultato della mia agitazione che adesso ha un nome: ira, ed io sono riuscita ad esprimerla con un suono. Penso che dovrei iniziare a suonare la batteria. Davanti a me c’è Lorenzo Mazzaufo, suona la batteria da quando a tre anni i genitori hanno tentato di trasformare le sue estenuanti energie in musica. E ci sono riusciti. Lorenzo quando suona sembra combattere contro la gravità ad ogni colpo di bacchetta. Ogni colpo è un sussulto nel tuo cuore, il ritmo si impadronisce di te, ti costringe a guardarlo. Lorenzo comincia a rispondere alle mie incerte domande sul suo strumento. Mi parla dell’uomo primitivo “che comincia a percuotere oggetti, è così che nasce il suono”: dal tentativo di uomini di sfogare le loro incertezze per l’ignoto presente, dal tentativo di esorcizzare, dal tentativo di reagire a ciò che prima era incomprensibile. L’uomo moderno si avvicina a strumenti come la batteria, nel tentativo di sfogare le proprie incertezze riguardo ad un presente così chiaro, nel tentativo di esorcizzare paure, nel tentativo di reagire a ciò che ora è fin troppo ovvio. Lorenzo mi dice che con la sua batteria suona rock grazie agli ascolti giovanili che lo vedevano sempre più immerso in un’atmosfera di ribellione mentale:“Il rock è una musica che affronta la realtà, ti porta ad impegnarti socialmente”. Arrivano, però, momenti in cui non voglio pensare al mondo che mi circonda, non voglio sentirmi parte di una comunità, voglio perdermi nell’oblio del mio inconscio. Mi avvicino, timida, a quel mondo della musica classica, che così tanto è temuto. Questa volta davanti ai miei

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occhi c’è Chiara Piersanti con la sua viola, in uno sfondo blu. Le sue braccia sono forti, le dita scorrono decise, con precisione, in un ordine che spero trovare nella mia vita. Gli occhi attenti, penetranti, neri, scrutano lo spartito. Lo sguardo va da sinistra a destra, sinistra a destra, impeccabile. Decido di scrivere a Chiara. Lei è entrata nel mondo della musica prima come voce bianca, poi come dita di un pianoforte, poi come viola. Le chiedo subito cosa ne pensa del pregiudizio che c’è nella musica classica, che si definisce “vecchia” e che si vede così lontana: “le cose per essere giudicate vanno comprese”, risponde. Questo è quello che manca, penso, la voglia di conoscere, di comprendere a fondo una disciplina. Perché, diciamolo, è sicuramente più facile prendere la decisione di fuggire via dallo studio che richiede impegno a meno che questa non sia collegata al Pop che molti, credono sinonimo di “fama”. Avete visto mai una viola in una boy-band? In un poster di qualche giornale avidamente conservato? No. Tuttavia, la fiducia nella morte di tale pregiudizio c’è ancora, perché l’amore per la musica classica ti conquista poco a poco, per poi farti sprofondare nel suo abbraccio come ha fatto con Chiara, la cui passione “è venuta strada facendo, “con più maturità e consapevolezza” nell’affrontare il suo strumento. Ci vuole coraggio, poi, a lasciarsi andare in quell’abbraccio: in quel momento ci sei solo tu e la musica, nessun altro che può salvarti. I momenti tristi ti invadono, Chiara si estranea dal mondo, e tu con lei. Sei solo, i tuoi problemi ti invadono ma l’estasi poi arriva, nella consapevolezza di averli affrontati. Saresti capace?

Il tacchino alla canzanese re della tavola natalizia di Patrizia Manente

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l tacchino alla canzanese è un piatto storico della migliore tradizione teramana, che fa parte in particolare del menu natalizio. E’ una pietanza leggera e gustosa, apparsa sulle tavole intorno alla metà dell’800, a Canzano, paese del Teramano fra i più suggestivi dell’entroterra della provincia di Teramo. Casuale la scoperta: il brodo del tacchino (da preferire quello allevato sull’aia), che durante la notte si trasforma in una gelatina naturale dall’ottimo sapore, che oltre ad esaltare il gusto della carne, è in effetti un ingrediente che rende unica una specialità ormai rinomata. Questo piatto che va servito freddo, si presta ad essere degustato anche nel periodo estivo. Gli ingredienti: il tacchino, acqua, aglio, alloro, sale, rosmarino e pepe a chicchi.

concerti di natale 2015 Il concerto di Natale organizzato quest’anno dall’Associazione Corale G. Verdi di Teramo in collaborazione con l’ensemble dell’ i.s.s.s. braga di teramo, prevede la realizzazione di un percorso musicale e teatrale dedicato alla musica sacra, profana e tradizione natalizia.

17 dicembre

ore 21 Montorio • Chiesa San Rocco

18 dicembre

ore 21 Nereto • Chiesa del suffragio

19 dicembre ore 21 Mosciano Sant’Angelo Chiesa san michele 21 dicembre ore 21 Castiglione della Valle (Colledara) Chiesa S. Michele Arcangelo 23 dicembre

ore 21 Teramo • Cattedrale

29 dicembre

ore 21 Giulianova Paese Chiesa S. Antonio


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LE TRAME DELLA STORIA SUL FILO DEI RICORDI

curare i primi scavi archeologici nell’area atriana e a presiedere negli anni Venti del Novecento alla formazione di giovani artisti nell’allora prestigioso Istituto d’Istruzione Professionale di Roma. Non ci si pensa, ma ogni volta che il personale del museo si sofferma su quel cappello e racconta della vita di Rosati, della sua carriera, delle sue frequentazioni artistiche e della sua eccentrica villa nella campagna civitelle-

di Vincenzo Di Gennaro

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ominare Civitella del Tronto evoca inevitabilmente ricordi di battaglie memorabili che hanno fatto di quest’angolo di Abruzzo un punto strategico per le sorti del Regno Meridionale. I turisti lasciano ogni giorno i bastioni del forte spagnolo appagati da storie che parlano di papi, re e imperatori: forse ci si sente adeguatamente ‘rifocillati’ di sapere per potersi interrogare anche su quale sia stata la storia degli abitanti di questo posto, un villaggio assurto incredibilmente alla dignità di ‘Città Regia’. Chi volesse esplorare anche questa ‘seconda faccia’ della storia civitellese non deve fare altro che addentrarsi nel borgo e, un po’ come nelle fiabe, aprire una semplice porta a vetro, di quelle da vecchia bottega artigianale, sulla quale campeggia un acronimo: NACT, ovvero Nina Museo delle Arti Creative Tessili. Qui dal 2013 viene esposta al pubblico una collezione di ottocento manufatti tessili, proveniente in gran parte dai cassetti di famiglie civitellesi. Il resto è giunto dall’Abruzzo, ma anche da altre regioni italiane (Basilicata, Emilia Romagna) ed estere (Fiandra). Sotto i poderosi arconi in travertino che sorreggono le antiche volte, il Museo offre l’opportunità di ripercorrere l’eccezionale storia di Civitella, per secoli borgo di frontiera, attraverso le creazioni tessili prodotte in loco o importate. Esplorando le quattro sezioni tematiche, il visitatore scopre la raffinata perizia artistica delle ricamatrici civitellesi, che si formavano all’ombra del

convento delle Suore Clarisse, se non nella stessa clausura, e producevano pizzi, merletti, lavoravano la seta grazie ai laboratori domestici di bachicoltura, realizzavano sontuosi ricami in oro e argento secondo i dettami della moda, dal Secolo dei Lumi alla Grande Guerra. Tra camicie da notte, completini per bimbo, cuffie da lavoro, abiti da sera, servizi da te e tavole imbandite per la festa non possono mancare ovviamente le ‘perle’ della collezione. Nella prima sala si viene accolti da un lenzuolo matrimoniale largo 2,20 m. di epoca napoleonica, tessuto in un unico pezzo per il quale fu necessario costruire un apposito telaio. Nella camera da letto fa bella mostra di sé una sontuosa coperta decorata con fili d’oro e argento, secondo lo stile delle prestigiose manifatture casertane di San Leucio e adoperata per il letto di Urraca, ultima Principessa Borbone di Napoli. Nella sezione dedicata ai bambini colpisce il piccolo frac per un ‘signorino’ di cinque anni, mentre la sala delle feste, accortamente allestita in uno spazio moderno, porta il visitatore tra gli abiti eleganti della Belle Époque e le uniformi grigio verdi della Prima guerra mondiale. Tra berretti e bombette trova posto anche la tuba di Vincenzo Rosati, civitellese che come molti italiani nati in provincia fu più noto fuori dal contesto natio che non tra ‘le mura di casa’. Fu lui a

se, si rinsalda e si diffonde il ricordo di questa personalità storica. In fin dei conti aveva visto bene Gaetana Graziani (Nina) quando iniziò a raccogliere l’imponente collezione di abiti per farne un museo: conservare, attraverso il patrimonio tessile, testimonianze preziose per continuare a raccontare il passato, con l’intento di aggiungere, ad ogni nuovo capo esposto, una storia di vita vissuta, come un filo nella trama di un tessuto senza fine.


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IL BALLO, CHE PASSIONE di Patrizia Manente

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l ballo rende felici ed è considerato un hobby, uno sport vero e proprio . Formare un bel gruppo e andare in un locale, è bello passare una serata insieme. Fra le note di un motivo e l’allegria degli amici o del compagno/a. Il ballo è vita, stimolo, movimento. La danza da libertà per esprimersi al meglio con il corpo e la mente, purché si riesca ad essere se stessi. Oltre al corpo danza anche l’anima. L’ importante è ballare un ritmo che ti prende o una melodia che ti commuove, per il susseguirsi delle note che misurano le tue stesse emozioni. Qualcosa di unico. Altre volte, mentre si balla al ritmo delle note che sfiorano il nostro intimo, riusciamo a sentire fortissime emozioni che si tramutano in un’estasi speciale. Muoversi a tempo di musica vuol dire essere beatamente cullati. Mantiene vivo e giovane sia il fisico che lo spirito. Il ballo è anche uno straordinario linguaggio di sensualità. Una terapia per il benessere totale. Eron Ozan sottolinea che la danza è la “creazione di una scultura che è visibile solo per un momento”.

PENSIERI BALLANDO SANDRA: “Libera la mente, annulla il pensiero triste di uno stato d’animo. Apre le ali e ti fa volare con le sue note”.

PAOLA: “Il ballo rappresenta un’occasione di svago per stare in compagnia. STEFANIA: “Un movimento del corpo a ritmo di musica che mi fa volare in alto in un paradiso terrestre. Il segreto per vivere meglio. LUCIANA: “Il ballo è il sogno di non avere un’età”. SONDRA: “Libera la mente e trasporta su un’altra dimensione. IRENE: “Nella vita ballerei sempre”. DONATELLA: “Il ballo è vita. Mi fa stare in paradiso.Provo tanto benessere che dimentico tutto”. ERNESTINA: “Mi piace e basta,adoro ballare”. DANIELA: “E’ libertà di movimento sia fisico che mentale”. PATRIZIA: “Tante le emozioni che mi trasmette il ballo… gioia,allegria,mi fa sentire libera a ritmo di note che mi accarezzano la mente fino a toccarmi l’anima”. PAOLA: “Appassionata di danza e balli in tutte le sue forme, ai quali ho dedicato gran parte della mia vita. Il ballo in assoluto rappresenta l’espressione artistica in movimento del corpo e non servono parole, basta seguire la voce dello spirito”. MONICA: “Il ballo è vita”.


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IL TRENO FINO AL PALAZZETTO per costruire la città del futuro di Sandra Di Filippo

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idea è abbastanza vecchia. Nel cassetto c’è da più di un secolo e mezzo. Praticamente da quando venne costruita la ferrovia Teramo-Giulianova (1880-1884) e già si guardava al futuro. Il treno che veniva dal mare non poteva fermarsi alla stazione del capoluogo. Avrebbe dovuto proseguire verso l’interno con il prolungamento del binario. In anni più recenti, studi tecnici di fattibilità avevano confermato la piena validità dell’idea. Di anni ne sono passati diversi e quella fattiva “intesa istituzionale” da tutti auspicata, purtroppo, non si è mai vista. Anche se il progetto ha conservato tutta la sua validità e importanza. Specie quando, con l’elettrificazione, la linea Teramo-Giulianova (anno 2000) si è collegata alla rete nazionale ed era il momento più propizio per continuarne lo sviluppo. Non sono mancati tuttavia riscontri positivi: attualmente sono ben ventuno i treni in arrivo e partenza nel nostro scalo ferroviario, direzione Pescara, Termoli, Campobasso, Avezzano, Sulmona. Senza trascurare un dato ancora più significato: l’87% di iscritti all’università di Teramo provengono dal Centro-Sud, di cui almeno 300 sono studenti pugliesi. Siamo o no nella città con il più alto indice nazionale della motorizzazione automobilistica? Il treno era importante allora, di più lo è oggi,

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puntando su idee innovative per un sistema di mobilità al servizio dell’intero territorio provinciale. Ciò che si colloca perfettamente nelle strategie per rafforzare e ammodernare tutto il carente sistema ferroviario regionale. Non è mai troppo tardi per una soluzione ottimale, con particolare attenzione per le esigenze dell’università di Coste S. Agostino. No al progetto alternativo di arretramento del tracciato ferroviario castrante e di corta vista: che bloccherebbe un più moderno sviluppo del trasporto pubblico al servizio dell’ università e delle aree interne , a cominciare da quelle verso Montorio e turistiche collinari e montane.

SANT’ANNa

salotto nobile di teramo

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ita nella zona più antica del centro storico cittadino, prende il nome dalla Chiesa di Sant’Anna dei Pompetti, piccolo edificio religioso edificato sui resti dell’Antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis. Durante il corso dell’anno si svolgono in questa piazza numerose manifestazioni culturali e musicali: tra le al-


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tre, l’annuale “La Villa Suite”, kermesse musicale che da cinque anni a questa parte vede la partecipazione di artisti più o meno rinomati a livello nazionale. Nell’ edizione 2009 vi hanno preso parte tra gli altri Tonino Carotone e i Quintorigo. La piazza è inoltre caratterizzata dalla presenza di importanti monumenti cittadini. Quali la Chiesa di Sant’Anna, piccolo edificio religioso costruito sui resti dell’Antica cattedrale di Teramo, dedicata a Santa Maria Aprutiensis eretta nel periodo bizantino (VI secolo) sui ruderi di una domus romana. Fu poi ricostruita ed abbellita diverse volte, fino a quando, nel XII secolo, venne incendiata e distrutta per mano dei Normanni del Conte di Loretello.Torre Bruciata con i resti di un bastione romano, a base quadrata, ri-

salente al II secolo a.C., la cui funzione era quella di difendere l’Episcopio. L’appellativo “bruciata” deriva dal fatto che tutt’oggi questa torre presenta i segni del devastante incendio che distrusse la città nel XII secolo. Sulla piazza anche un sito archeologico con resti di una sontuosa villa romana databile al I secolo a.C. Un angolo centrale e importante della città, che meriterebbe una migliore valorizzazione con un progetto comune fra privati e istituzioni pubbliche. Anche per la presenza di validissime strutture ricettive. A cominciare dagli ottimi ristoranti e pizzerie che, con altri servizi, contribuiscono a rendere particolare e interessante una sosta a piazza S.Anna, cuore nobile e antico di Teramo.


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UNA GIAPPONESINA FRA FORNELLI E VIOLINO di Chie Yoshiba

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ivo in Italia da oltre 15 anni. Arrivata nel vostro paese perché attratta dalle bellezze artistiche e culturali, soprattutto per perfezionare lo studio del violino dopo aver conseguito il diploma in Giappone. Poi mi sono diplomata a Livorno anche in viola. Sono tornata a vivere in Giappone tre anni fa ma poi l’anno scorso mi sono trasferita nuovamente in Italia e ora risiedo ad Ascoli Piceno con mio marito che è appunto ascolano. Anche lui è un musicista autodidatta. Il suo nome d’arte è Dicofone, suona molti strumenti a fiato e tastiera, canta ed è anche produttore di computer music. Insieme abbiamo un duo elettro acustico che si chiama Kousagi Project (ci trovate su Facebook) con il quale ci esibiamo dal vivo in Italia e all’estero, collaborando anche con importanti video artisti e compagnie di danza. La nostra musica è in bilico fra la classica, le melodie tradizionali giapponesi e l’elettronica sperimentale, ma anche dance.

Suonando al ristorante Kursaal (AP) con il principe di Cambogia

Recentemente, quasi per gioco ma soprattutto spinta da amici e familiari, ho intrapreso per loro un corso di cucina tradizionale casereccia giapponese. Fin da bambina ho infatti sempre affiancato mia madre nelle faccende di casa e soprattutto nelle preparazioni di piatti tipici casalinghi. Questa mia passione è cresciuta negli anni, soprattutto da quando vivo in Italia perché in questo paese è difficile mangiare cibi originali giapponesi nei ristoranti. La maggior parte delle persone qui crede che la nostra cucina sia soltanto pesce crudo e riso. Allora per divulgare le tante ricette tradizionali che conosco, ho deciso di intitolare simpaticamente il mio corso ‘Non solo sushi’ e ho aperto una fanpage omonima su FB. Le lezioni si svolgono a casa mia, in un ambiente intimo e raccolto che può ospitare al massimo sei persone. Tutti gli amici e i parenti che hanno partecipato alle mie lezioni sono rimasti piacevolmente sorpresi e affascinati dalle mie ricette. Cerco di programmare dei menu con ingredienti di facile reperibilità in Italia, in modo tale che chiunque partecipi

Tempura tradizionale (frittura di pesce e verdure)

Un paio di mesi fa ho conosciuto Graziano Celani e i suoi ‘cuochi pasticcioni’. Ci siamo incontrati e sono rimasta subito colpita dalle loro interessanti proposte e attività enogastronomiche locali. Mi piace molto la cucina italiana e spero ci sia presto occasione di poter collaborare con loro per un interscambio culturale fra la tradizione culinaria giapponese e quella delle vostre meravigliose zone. Pollo fritto alla giapponese

Tendon (tempura con riso in salsa agrodolce)

possa replicare anche a casa sua. Mi piace pensare che le mie ricette tradizionali stiano facendo breccia nelle cucine di altre case italiane e mi rende felice sapere che nuove persone possano apprezzare le mie origini culinarie oltre quelle buonissime della cucina italiana.


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NEL TEMPIO DI SORELLA ACQUA a san pietro di isola del gran sasso di Marcello Martelli

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a Isola del Gran Sasso a S. Pietro si arriva in un soffio. Entrare e camminare, curiosando, nel piccolo borgo è come fare un tuffo all’indietro. Sulla piazzetta non c’è anima viva e una coltre di silenzio avvolge quel grappolo di casettine dai tetti aguzzi, come Aldo Palazzeschi, poetando, racconterebbe questo minuscolo Rio Bo del Gran Sasso. Dove a parlare sono le pietre e le mura segnate dal tempo. In alto, lo scenario dei monti Brancastello, Prena e Camicia che dialoga con il Corno Grande, protagonista di vecchie e nuove leggende. Più

Giuliano Di Gaetano, direttore del Museo delle Acque.

che di rumori e voci, S. Pietro è un paesino che si nutre di musica. Sgorga dalle profondità della terra e della roccia con le sorgenti, le cascate, i fiumi e i laghi che trasmettono la loro secolare melodia. Per Leonardo, “vene della terra” e infatti proprio qui, a S. Pietro, troviamo il Museo dell’acqua nei locali d’una scuola dismessa. Dove andiamo a bussare, accompagnati da Giuseppe Profeta e Luciano Ricci. Antropologo illustre il primo, che al recipiente-simbolo dell’acqua e della tradizione abruzzese, la conca, ha dedicato la sua attenzione di studioso autorevole; scrittore di talento l’altro, che con l’estro del narratore interpreta figure e segreti di queste sue montagne amate. Sulla porta del tempio delle acque, Giuliano Di Gaetano attende per guidarci e raccontare tutto, (inesauribile come una sorgente) dell’ecomuseo e delle testimonianze qui custodite. A cominciare da quando, insieme ad altri cultori di questi valori inestimabili, lo ha progettato, fondato e fatto crescere. La conversazione continua al “Mandrone”, trattoria di montagna dalla storia prestigiosa (anche sulle guide turistiche), che ancora una volta si fa onore con i sapori della tradizione.


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MAURO DI GIULIO artista di grande tempra di Patrizia Manente

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auro Di Giulio nasce a Teramo nel ‘57. Già dalla prima infanzia dimostra di avere un interesse particolare per le arti figurative. Diploma presso il rinomato Istituto d’Arte di Castelli nel 1977, poi altro diploma in scultura presso l’Accademia di Belle Arti de L’Aquila nel 1984. Ha realizzato oltre 300 opere a tecnica mista, in cui cerca di fissare le sue percezioni sul mondo che lo circonda, manifestando per lo più, l’eccessivo verismo della forma quotidiana. Questo il senso delle sue opere. Di solito nell’immaginario comune le cose riciclate, vecchie sono sporche, brutte e da buttar via. L’artista Mauro Di Giulio vede in questi oggetti “l’immortalità” della vita che rinasce ciclicamente. Questo suo pensiero è maturato con il tempo e l’amore per l’arte. Dagli studi fatti nell’istituto d’arte per la ceramica “F.A. Grue” di Castelli, dove ha conseguito il diploma di maestro d’arte. Ciò che gli ha consentito di conoscere e studiare la pittura, la decorazione, la foggiatura e formatura. Dopo lo studio di tutte queste discipline, ha prediletto la scultura. Scelta poi come indirizzo di specializzazione nell’accade-

mia di belle arti di Viterbo e de L’Aquila fino al diploma di “professore in scultura”. Con il tempo dopo aver lavorato diversi materiali quali argilla, gesso, legno, marmo per la realizzazione delle sculture, oggi predilige materiali innovativi come vetroresina e schiuma poliuretanica che si prestano con efficienza e praticità per la loro leggerezza. Per info: 392 2092428


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IL NOSTRO CLUB DI CUOCHI PASTICCIONI di Graziano Celani

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l Circolo Culinario Cuochi Pasticcioni di Ascoli Piceno nasce alcuni anni fa con l’intento di valorizzare la creatività, il lavoro, le produzioni tipiche. Nasce per dare slancio all’idea di “comunità del cibo”. Vuole ricreare momenti di piacevolezza e condivisione nella preparazione dei piatti che appartengono alla memoria comune.

Vuol promuovere anche la qualità dei prodotti della nostra terra, dando voce a chi merita di farsi conoscere. A questi aspetti di “cultura materiale” unire anche incontri con l’arte, la bellezza, la musica. Attraverso una “armonica unità dei sensi” nell’intreccio e messa in opera di vista, olfatto, tatto, gusto, udito. Un antico detto piceno (che è diventato il nostro motto) inciso in un portale a futura

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memoria dice: “Se lu cuorpe sta bè l’anema canta” e si può leggere perfettamente anche al contrario: “Se l’anema canta lu cuorpe sta bè”! Questa cosa ci piace tanto. Siamo antagonisti alla stupidità. Ci troviamo con tutti coloro che vogliono partecipare senza vincolo alcuno almeno un paio di volte al mese in agriturismi, cantine, ristoranti piacevoli per conoscere produttori, preparare piatti insieme, bere e valorizzare vini di prestigio.

pellicola chiara): meglio cuocerne 50 alla volta ripetendo quindi il procedimento per 3 volte. La bollitura deve essere molto soffice e controllata per far si che i marroni si lessino mantenendo corpo. Uno stuzzicadenti che li

I marrons glacés

Una ricetta che vi proponiamo è quella dei marroni glassati, deliziosi prodotti di lavorazione pasticcera con oltre cinquecento anni di storia. Per la nostra produzione, scegliamo sempre marroni dei monti Sibillini o della Laga, di buona pezzatura e ottimo aspetto. In questo caso si tratta di 150 marroni di Spelonga, piccola frazione del comune di Arquata del Tronto che si raggiunge lasciando la Salaria a Trisungo e salendo per la strada che attraversa appunto uno splendido castagneto. La lavorazione inizia togliendo ai marroni la buccia esterna (il pericarpo). I frutti non devono essere tagliati e dunque bisogna fare attenzione all’incisione della sola buccia esterna ed alla sua rimozione. A questo punto possiamo procedere con la preparazione di uno sciroppo composta da 1 litro e mezzo di acqua e 2 kg di zucchero. Si aggiungono anche 2 baccelli di vaniglia aperti.

Si gira il tutto e si mette a fuoco normale. Quando lo zucchero si è sciolto si lascia ancora bollire per 5 minuti per dare più consistenza allo sciroppo. Intanto si mettono a bollire in acqua i marroni sbucciati (ma ancora con la

trapassa deve trovare una giusta resistenza. A questo punto si può procedere alla spellatura, da effettuare con la massima attenzione per evitare la rottura dei frutti. Una volta puliti, i marroni vengono collocati sulla griglia di una pastaiola uno accanto all’altro e si aggiungono i baccelli di vaniglia aperti che erano nello sciroppo. La griglia viene delicatamente collocata nella pentola contenente lo sciroppo. Si riaccende il fuoco al minimo riportando ad ebollizione. Quando lo sciroppo inizia di nuovo a bollire si spegne il fuoco, si mette il coperchio e la pentola viene messa a riposare per 24 ore. Dopo 24 ore si riporta il tutto ad ebollizione con fuoco minimo per non rompere i marroni. Appena inizia a bollire di nuovo si spegne e a riposo. Il procedimento viene ripetuto per altri tre giorni. Arriveremo quindi al quinto giorno con un risultato delizioso: fantastici e gustosissimi marroni

glassati. A questo punto i marroni vengono delicatamente tolti dalla griglia e messi in pirottini di carta. Ecco dunque i nostri marroni glassati del Piceno, da consumare nel giro di qualche giorno per gustarne appieno la fragranza.


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CASTELLI patria dei ceramisti di Valerio Negro

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ittà della ceramica” (li Castìlle, in dialetto), uno dei “Borghi più belli d’Italia”. Famosi i maestri ceramisti che servirono le più importanti famiglie principesche romane e i sovrani del Regno di Napoli. I monaci benedettini della vicina abbazia di S. Salvatore insegnarono i rudimenti dell’arte ceramica agli abitanti, favoriti dalla ricchezza di acqua e di argilla. Nel Medioevo appartenne ai conti di Pagliara. Feudo del marchese Ferrante Mendoza y Alarçon. Tra le personalità: Silvio Antoniano (XVI sec.), cardinale, poeta, filosofo e letterato, precettore di S. Carlo Borromeo; Felice Barnabei (1842-1922), archeologo e fondatore dei musei romani delle Terme di Diocleziano e di Villa Giulia; Fedele Cappelletti (XVII sec.), ceramista; Gesualdo Fuina (17551822), ceramista; Carmine Gentile (XVII sec.), ceramista; Carlantonio Grue (1655-1723), ceramista; Francesco Saverio Grue (1686-1746), ceramista; Concezio Rosa (XIX sec.), archeologo e autore di una monografia sull’arte ceramica castellana; Francescantonio Grue (XVII-XVIII sec.), ceramista; Orazio Pompei, ceramista. Ceramica Castelli Volta maiolicata (Chiesa San Donato)

maiolicata di Francescantonio Grue (1647) e croce processionale argentea di scuola sulmonese. “Cona” della Madonna delle Lacrime (1541) con affresco miracoloso della Vergine, di Andrea De Litio. Casa Natale di Orazio Pompei e Palazzo Antoniano, Nei dintorni: “Cona” di S. Donato detta “Cappella Sistina della Maiolica italiana”: soffitto ligneo con 780 mattoni in ceramica (1615-1617).

“Cona” di San Donato

monumenti

Il Museo delle Ceramiche, nell’ex Convento Francescano di S. Maria di Costantinopoli (chiostro, affreschi di autore ignoto e pozzo; antiche maioliche dei Grue, Pompei, Fuina ed altri). Resti dell’Abbazia benedettina di S. Salvatore; Istituto Statale d’Arte “F. A. Grue”; raccolta internazionale di Ceramica d’Arte moderna; Presepe Monumentale in ceramica (1965-1975). Parrocchiale di S. Giovanni Battista con portale seicentesco e resti dell’ambone della badia di S. Salvatore; all’interno: statua lignea di S. Anna con Maria Bambina (XIII sec.), pala

Ceramica Castelli (proprietà privata Fondazione Tercas)


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ARGENTINA IN FESTA PER IL PAPA Guido Canzio ha portato oltre 2500 italo argentini in teatro per un solenne omaggio al Pontefice con Stelvio Cipriani e altri grandi artisti internazionali.

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telvio Cipriani e Guido Canzio alleati in un grande evento in onore di Papa Francesco. Con uno spettacolo straordinario nel teatro Colon di Buenos Aires, uno dei tre più famosi del mondo. Dove l’idea di un teramano devoto ed estroso ha mobilitato oltre duemilacinquecento spettatori per l’omaggio forse più gradito dal Santo Padre, che ha voluto essere idealmente presente, affidando il suo messaggio proprio a Guido Canzio, padre del vice-ambasciatore del Paese sudamericano.

L’incontro di Guido Canzio con il Pontefice

L’entusiasmo di un pubblico imponente e le musiche divine di Stelvio Cipriani hanno fatto il resto nella celebrazione del sessantennio dalla vocazione sacerdotale che ha portato Jorge Bergoglio al soglio pontificio. Decisiva la mano del dr. Guido Canzio, teramano intelligente e propositivo, noto sociologo, per anni impegnato nella Sanità, nello spettacolo e in iniziative di particolare valenza so-

Il maestro Stelvio Cipriani

ciale. Da tempo trascorre lunghi periodi a Buenos Aires, dove conta molti amici e ha lasciato già un segno nella comunità argentina. Ciò che gli ha consentito di mettere a segno l’omaggio dedicato al Pontefice, grazie in primis a Stelvio Cipriani, autore e compositore di musiche celebri con, fra l’altro, oltre trecento colonne sonore, a cominciare da “Anonimo veneziano” dell’omonimo film con Enrico Maria Salerno e Florinda Bolkan. “Lo spettacolo -evidenza Canzio- è stato presenziato da autorevoli personalità, tra cui il Nunzio apostolico Emil Tscherring, che ha letto il messaggio del Santo Padre, e l’ambasciatrice italiana Teresa Castaldi, entusiasta della iniziativa”. Le celebri musiche di Stelvio Cipriani, accompagnate sul palcoscenico dagl’interventi di artisti e gruppi di grande valore come Amelia Balton ed altri, hanno colpito ed emozionato tutti. Ha condotto la serata la famosa artista Canela. “Particolarmente toccante per me -ricorda Guido Canzio- l’incontro di pochi giorni prima in Vaticano con Papa Francesco, che mi ha generosamente conferito l’onore di confermare i suoi saluti ai presenti, assicurando che idealmente il Papa era presente in teatro tra la gente. Un onore e un onere davvero grandi, che resteranno importanti e bene impressi nella memoria per il resto della mia vita. Si è trattato di un evento di portata mondiale, che ha richiesto un impegno gravoso, ma estremamente gratificante”. E’ quanto, soddisfatto, ripete Canzio con tutti i motivi per poterlo fare.


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MAGAZINE PAMA NATALIZIO TERAMO 2015  

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