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Sommario Costituzione della società Contratto SNIA-VILCA e assunzione delle maestranze ex-VILCA I capannoni sardi: senza agibilità ma non fa nulla. Inizio dell’attività Il progetto 488 Prime difficoltà. La cassa integrazione. La Guardia di Finanza Lo sforzo aziendale per completare gli impianti. Completamento degli impianti Verifica degli impianti da parte del Ministero competente Il fallimento Il processo Oggi


Costituzione della società Aviotech s.r.l. venne costituita nell’agosto del 1996. Come dichiara Luigino Fiocco nel corso del processo di primo grado (udienza 11.06.2010 pag. 5,6 a questo link): “…la compagine azionaria iniziale della società Aviotech, […] era formata essenzialmente da due tipologie di soci. C'era da una parte un gruppo di tecnici che ognuno nel proprio settore specifico rappresentavano di sicuro un livello di eccellenza nel settore della chimica, dell’elettronica e delle trasmissioni, dell’aerodinamica e dell’aviazione ed ancora nel settore particolare e molto speciale dei materiali innovativi e delle loro tecniche di lavorazione, di stampaggio e le loro applicazioni.” […] “Poi c'era un'altra parte di soci che esprimevano delle competenze nella gestione industriale, nel marketing e nel reperimento delle risorse finanziarie che sarebbero state necessarie. Bisogna considerare che i soci tecnici non avevano particolari disponibilità finanziarie,…” Oggi la si definirebbe start-up: un gruppo di tecnici, capaci di realizzare prodotti innovativi, che decide di mettersi sul mercato cercando le risorse finanziarie necessarie all’ avvio di un’attività manifatturiera. In realtà, la costituzione della società era prevista da tempo e si valutavano diverse opzioni riguardo il reperimento delle risorse finanziarie, in Italia particolarmente difficile soprattutto per le start-up. Il gruppo storico che infine decise di dare avvio al progetto gravitava tutto nell’area industriale lombarda, tra Varese, Milano, Novara. Fu solo dopo lunghe discussioni e ragionamenti che infine si decise di accettare il rischio di impiantare al sud la nuova attività. E il motivo era chiarissimo. Contratto SNIA-VILCA e assunzione delle maestranze ex-VILCA Infatti, tra le diverse opzioni, e considerata la difficoltà di accedere al credito bancario, si era deciso di sfruttare una proposta della SNIA-VILCA, società del gruppo FIAT che dismetteva le proprie attività sarde convertendole, in parte, al biomedicale (cfr. interpellanza parlamentare del marzo 1995 a questo link) e aveva necessità di ricollocare, nell’area industriale di Villacidro (area depressa della Sardegna, lontanissima dal settentrione industrializzato)un certo numero di lavoratori in esubero prossimi alla pensione. Quindi VILCA era alla ricerca di imprenditori disposti ad assumerli e mantenerli al lavoro per almeno tre anni, percependo per questo un contributo una tantum di circa 50 milioni di vecchie lire a lavoratore(circa € 25.000) Nel luglio del 1996, dunque un mese prima della costituzione dell’azienda, dopo approfondite discussioni e valutazioni, venne siglato un protocollo di intesa tra: SNIA-VILCA (gruppo FIAT), rappresentanti dei lavoratori (sindacati) e la costituenda società Aviotech. Il protocollo d’intesa prevedeva, in breve, la corresponsione di una cifra pari a £ 50.000.000/lavoratore (circa € 22.500) affinché gli esuberi SNIA-VILCA venissero addestrati, riconvertiti a nuove produzioni e mantenuti al lavoro per almeno 3 anni. Intervallo di tempo che garantiva, alla maggior parte di loro, e per mezzo di adeguati ammortizzatori sociali, un agevole ingresso alla pensione. Nel quadro dell’accordo, SNIA-VILCA chiese e ottenne la produzione di una fidejussione a copertura del rischio. Dunque lavoratori anziani. Maltrattati da una società del gruppo FIAT che li lasciava a casa dopo un lungo rapporto di lavoro contraddistinto da forti tensioni sindacali. E dopo aver ricevuto, la FIAT, copiosi contributi pubblici per impiantare un’attività produttiva al sud.

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Lavoratori ormai esasperati da prolungate lotte sindacali. Costretti a salire sulle ciminiere per vedere riconosciuti i propri diritti. Lavoratori problematici. Ciò venne preso in considerazione da Aviotech. E infatti, racconta ancora Luigino Fiocco, di fronte al tribunale di primo grado (udienza 11.06.2010 pag., 12 a questo link): “[…] si era pensato ad una strategia che prevedeva l’impiego di quegli operai nella produzione di cose semplici fino al raggiungimento della pensione e poi avremmo tenuto i più bravi che sarebbero a loro volta diventati istruttori, ed avremmo iniziato produzioni più sofisticate.” Nessuno sottoscrisse accordi per la produzione di aerei, come si può verificare dall’esame del protocollo d’intesa, per quanto l’obiettivo fosse proprio questo: in prospettiva. Quindi nel tempo, non subito: ci si sarebbe arrivati solo dopo aver creato competenze. Di certo non con questi lavoratori. O non certo con tutti. L’accordo con SNIA-VILCA era chiarissimo alle parti coinvolte: ai lavoratori, che siglarono l’accordo tramite i rappresentati sindacali. Alla SNIA-VILCA, che pretese ed ottenne una fidejussione a copertura del rischio. All’Aviotech. In sintesi: c’erano dei lavoratori scomodi da accompagnare alla pensione e si veniva retribuiti per questo. Aviotech scelse una strategia per coniugare la necessità di ottenere le dotazioni finanziarie di cui aveva bisogno con la possibilità di sviluppare in loco competenze prima sconosciute. Competenze che fosse possibile sfruttare in seguito per arrivare alla produzione di Ultraleggeri a Motore. E’ bene dir subito che il contratto sottoscritto tra SNIA-VILCA e Aviotech (dunque un accordo tra privati) è stato interamente soddisfatto. E che la SNIA-VILCA non ha escusso la fidejussione. E non si è costituita come creditore quando Aviotech, per decisione incomprensibile di un giudice, come verrà descritto in seguito, è stata dichiarata fallita. Questa non è un opinione: è un fatto. Il contratto è stato rispettato. I capannoni sardi: senza agibilità ma non fa nulla. Dopo la costituzione dell’Aviotech vennero affittati due capannoni di proprietà del locale Consorzio Industriale di Villacidro. Consorzio che era stato attore importante nell’accordo stabilito tra SNIA-VILCA e Aviotech. La vicenda legata ai capannoni è emblematica della situazione in cui un imprenditore si trova ad operare in una realtà industriale degradata come quella sarda. Gli immobili, infatti, risultarono privi del certificato di agibilità. Questo venne più volte richiesto al Consorzio che non lo fornì, nonostante il contratto di locazione lo prevedesse. Dietro parere legale, la società cessò la corresponsione dei canoni d’affitto, agendo in sede giudiziaria. Si scoprì successivamente che i due capannoni affittati erano in gran parte abusivi, non rispettando il progetto originariamente approvato dal Comune di Villacidro. Pertanto il certificato di agibilità non poteva essere ottenuto. Una vicenda parallela, che avrà notevole rilevanza anche nel processo, riguarda per l’appunto la realizzazione del capannone industriale prevista nel Piano Industriale allegato alla domanda di finanziamento ex L. 488/92. Sebbene cronologicamente situata in una fase più tarda della vicenda, appare utile citarla in questa sede, poiché si intreccia con la bizzarra vicenda del capannone affittato dal Consorzio Industriale di Villacidro. Essendo vicenda parallela e non direttamente legata alle vicissitudini della società, può essere letta più tardi. Nel qual caso si può saltare direttamente al capitolo successivo.

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All’atto della presentazione del Piano Industriale ai sensi della legge 488/92, Aviotech propose di realizzare un immobile, destinando al relativo capitolo di spesa una cifra compatibile con le indicazioni di massima richieste dal Ministero in termini di costi. Tale capitolo di spesa è indicato nel decreto provvisorio di assegnazione delle risorse. La realizzazione del capannone venne affidata alla società Carisma il cui referente, Rodolfo Marusi Guareschi, si era dimostrato disponibile alla possibilità di finanziare parte del capitale necessario al completamento del progetto. Fatto non trascurabile alla luce dell’incessante ricerca di potenziali finanziatori del progetto. Venne così siglato un ordine di fornitura chiavi in mano che prevedeva, in breve:  L’acquisto di un lotto di terreno industriale compreso nelle pertinenze del Consorzio Industriale di Villacidro, precedentemente individuato da un’indagine preliminare;  La progettazione di dettaglio dell’immobile;  La realizzazione dell’immobile e il suo collaudo. A termini di contratto – e seguendo le correnti procedure per i contratti chiavi in mano – Aviotech liquidò, in conto anticipazione, un terzo della somma dovuta. La relativa fattura venne naturalmente imputata al progetto ex L.488/92 e, a suo tempo, accettata dall’ente istruttore in sede di verifica dei titoli di spesa. Da parte sua, Carisma stabilì una collaborazione con un’altra azienda facente capo a Marusi VARGA S.p.A., società che provvide all’acquisto del lotto previsto. Nel frattempo, a seguito degli accordi intercorsi tra Luigino Fiocco e Rodolfo Marusi Guareschi, quest’ultimo versò al primo la cifra di circa £ 5.000.000.000 (circa 2.500.000 €). A livello personale. In pratica, Guareschi si impegnò alla realizzazione del capannone come contributo al progetto, rendendosi disponibile al finanziamento di una cifra non superiore ai 6.000.000.000 di Lire (circa 3.000.000 €). Come risulta dagli atti del processo di primo grado Luigino Fiocco provvide immediatamente a versare la cifra ottenuta nelle casse sociali, come contributo in conto capitale. Tuttavia, quando venne richiesta la licenza edilizia, il Consorzio Industriale, in lite con Aviotech per via della mancanza del certificato di agibilità del capannone in affitto, pose in essere una curiosa manovra d’opposizione, cambiando la destinazione d’uso del lotto acquistato e dunque impedendo, di fatto, la realizzazione del capannone. Ciò ebbe due risultati:  Il primo, che Aviotech fu obbligata a rivedere il piano industriale, rinunciando alla realizzazione degli immobili. Il capitolo di spesa relativo al capannone venne annullato e sostituito da altri impianti (in particolare le linee produttive di un sofisticato drone in materiale composito). Tale modifica venne tempestivamente comunicata all’ente istruttore e da questo accettata previo parere del Ministero;  Il secondo, che quando i militari della Guardia di Finanza esaminarono al contabilità Aviotech, considerarono la fattura di anticipazione una “falsa” fattura, poiché avrebbe fato riferimento ad una “operazione inesistente”! Questa vicenda ebbe un notevole risalto nel processo, portando, tra l’altro, ad equivoci grotteschi in merito alla valutazione processuale del ruolo del costruendo capannone. Non avendo esperito alcun teste che illustrasse in dibattimento le procedure della legge 488/92, il collegio giudicante si convinse che una delle motivazioni per condannare Fiocco e Guareschi fosse l’assenza del capannone. Peraltro impossibile da edificare stante l’atteggiamento del Consorzio Industriale. E che era stato cassato dagli investimenti per diretta richiesta di Aviotech. Ed accettato per iscritto dall’Ente Istruttore. Come risulta dagli atti.

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Rodolfo Marusi Guareschi venne condannato per aver voluto contribuire al progetto Aviotech di tasca propria. Inizio dell’attività E, naturalmente, vennero acquistati, o affittati, impianti e attrezzature per avviare l’addestramento dei lavoratori e la successiva produzione. Attrezzature che vennero acquistate e/o affittate da due società di proprietà di Luigino Fiocco. Data la possibilità di un conflitto di interesse, venne convocata un’assemblea dei soci. E i soci approvarono l’operazione. Con una clausola: che Luigino Fiocco si impegnasse ad investire il denaro nelle attività di Aviotech. Pertanto, Luigino Fiocco investì i proventi della vendita nell’Aviotech (si veda copia delle contabili bancarie a questo link) assumendo con questo atto una posizione di preminenza nella proprietà della società. E’ bene ricordare come la decisione di coinvolgere Luigino Fiocco, rendendolo di fatto la figura di riferimento nella proprietà aziendale, venne caldeggiata da tutti i soci. Il motivo deve essere ricercato nel ritirarsi delle figure che si erano inizialmente proposte come garanti della provvista finanziaria. E fu appunto Fiocco a richiedere espressamente la convocazione di un’assemblea dei soci che certificasse la necessità di completare l’operazione prevista, una richiesta che certificasse la volontà precisa del gruppo dei soci nel conferirgli una posizione d particolare privilegio nella proprietà. Dunque, in un tempo brevissimo, i soci fondatori, senza percepire alcun compenso (e nel caso di Luigino Fiocco conferendo un’importante provvista finanziaria) si misero a disposizione della società approntando quanto necessario per rispettare il contratto stipulato con SNIA-VILCA. Figura centrale dell’operazione fu Pietro Fiocco, fratello di Luigino e, come lui, esperto tecnologo nel settore dei materiali compositi. Fu proprio Pietro Fiocco, in qualità di responsabile della produzione, a coordinare le attività di addestramento dei 52 operai già dipendenti. Il progetto 488 Uno dei motivi della scelta della localizzazione in Sardegna era stata la possibilità di accedere a contribuzioni pubbliche in conto capitale per nuove iniziative industriali attraverso lo strumento legislativo lella Legge 488/92. Sfortunatamente, al fine di comprendere appieno gli avvenimenti, è necessario riassumere brevemente i termini di legge (il regolamento attuativo della legge è disponibile a questo link) Chi fosse già informato in merito può procedere oltre. Lo schema di finanziamento della L. 488/92 prevede tre fasi. Prima di tutto una fase istruttoria. L’azienda presenta un progetto (Business Plan) secondo uno schema definito dal regolamento ministeriale e un ente istruttore (una banca d’affari abilitata) verifica il rispetto dei requisiti di legge. A conclusione della fase istruttoria, l’ente istruttore emette un giudizio di merito sull’ammissibilità del progetto, assegnandogli inoltre alcuni parametri numerici successivamente utilizzati dal Ministero per la costituzione di una graduatoria su base regionale. Poiché i fondi stanziati per la copertura dei finanziamenti sono di norma inferiori alla somma di tutte le richieste, la posizione in graduatoria stabilisce la possibilità di accedere o meno ai finanziamenti.

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Una volta composte le graduatorie, il Ministero emette, per i soli progetti abilitati all’accesso alle risorse, un decreto provvisorio di concessione, contenente l’ammontare dei contributi concessi e la ripartizione in capitoli di spesa. Inizia allora la fase attuativa dell’investimento, la cui scansione temporale è regolata dalla legge. L’imprenditore si impegna realizzare, in un tempo prefissato, un progetto industriale basato sul Business Plan presentato nel corso della fase istruttoria, realizzando investimenti congruenti con i costi esposti nel piano industriale. Lo stato, per converso, rimborsa una percentuale prefissata degli investimenti a raggiungimento di obiettivi di spesa definiti per legge (dunque per SAL, Stato Avanzamento Lavori): il primo rimborso avviene quando si raggiunga un terzo della spesa prevista; il secondo al raggiungimento dei due terzi; il saldo quando l’investimento venga concluso. Ad evitare possibili comportamenti illeciti, il contributo statale viene quindi percepito dietro presentazione di fattura quietanzata e originale del titolo di pagamento. L’ente responsabile della prima fase, è incaricato dei controlli. Per la sola prima tranche di contributo è ammessa la corresponsione come anticipazione, quindi prima della spesa. In questo caso, tuttavia, è richiesta una fidejussione a copertura del rischio. Una volta conclusi gli investimenti, il Ministero competente verifica il progetto inviando una commissione di controllo presso lo stabilimento. In caso di parere positivo, viene erogato il saldo del contributo e ha inizio la fase di ingresso a regime, in cui l’azienda avvia la produzione ed assume le maestranze secondo quanto stabilito dal piano industriale approvato. Infine, è bene ricordare un aspetto rilevante: trattandosi di iniziative industriali che si sviluppano nel corso di almeno un quadriennio, la legge ammette una certa flessibilità nella rimodulazione dei capitoli di spesa, fermo restando l’ammontare complessivo del contributo (che non può essere in alcun modo incrementato). Il mantenimento al lavoro delle maestranze previste per il periodo stabilito per legge conclude il rapporto col Ministero e il progetto si intende definitivamente terminato. In sintesi:  lo stato approva un piano industriale previsionale;  verifica che l’imprenditore abbia realizzato gli investimenti conformemente al piano approvato in fase istruttoria;  accerta che la spesa approvata sia effettivamente avvenuta;  controlla che l’imprenditore assuma e mantenga al lavoro a termini di legge le maestranze che si era impegnato ad assumere. La decisione di presentare una domanda ex-L488/92 venne assunta non solo per la possibilità di accedere a contributi in conto capitale, ma anche perché ben si accordava con la situazione del nuovo stabilimento. Come spiegato da Luigino Fiocco, il contratto con VILCA era stato stipulato con l’impegno di riconvertire operai anziani e problematici sulla strada della pensione. Ciò avrebbe permesso di creare competenze per lo sviluppo di nuove giovani professionalità da impiegare per produzioni sofisticate. Poiché la scansione temporale prevista dalla L. 488/92 prevedeva di sviluppare il progetto in quattro anni, la conclusione della vita lavorativa degli operai ex-VILCA avrebbe coinciso proprio con l’avvio della fase di regime del nuovo progetto industriale, permettendo di sfruttare le migliori professionalità del gruppo ex-VILCA per avviare alla produzione le nuove maestranze previste dal progetto finanziato. Fin da ora, appare dunque assolutamente evidente la completa separazione tra il contratto stipulato con VILCA (contratto tra privati) e il progetto finanziato dalla L. 488/92. Essi erano

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consequenziali e completamente svincolati l’uno dall’altro. Come si vedrà in seguito, non fu il progetto attuato secondo la L. 488/92 a determinare il fallimento. Aviotech presentò dunque un piano industriale che prevedeva la realizzazione di uno stabilimento per la produzione di Ultraleggeri a Motore (ULM). L’investimento previsto era di circa 23 miliardi di lire (circa €11,5 ML) coperti da un contributo statale di circa il 50% (in totale circa 12 miliardi di lire, €6 ML). L’azienda presentò la domanda ed essa venne istruita da Centrobanca S.p.A. (Milano). L’esito fu positivo e la successiva posizione in graduatoria assicurò la possibilità di ricevere i contributi. E bene ricordare che parte integrante (e particolarmente importante) dell’istruttoria riguarda la verifica della consistenza finanziaria del proponente. L’Ente Istruttore deve verificare che l’imprenditore abbia realmente la capacità finanziaria di portare a compimento il progetto sia coprendo con risorse proprie la differenza tra il contributo statale e l’ammontare dell’investimento, sia garantendo i flussi di cassa necessari allo start-up, quando gli impianti non sono ancora operativi e bisogna sostenere il relativo disavanzo. Proprio il fatto che Centrobanca S.p.A. approvasse la domanda di Aviotech dimostra come, nel periodo in cui venne istruita la pratica, la compagine sociale fosse in grado di sostenere l’investimento, potendo contare su un pull di finanziatori che si era dichiarato disponibile ad entrare nella società finanziando il progetto. La presenza di finanziatori consentì di produrre la fidejussione necessaria all’incasso della prima quota di contributo (circa 4 miliari di lire; €2 ML). Prime difficoltà Nel corso del primo anno di attività si manifestarono due difficoltà. La prima legata alla gestione del personale ereditato dalla VILCA. Che risultò più difficile del previsto. I 52 lavoratori erano gli ultimi rimasti dalla dismissione della VILCA, dopo che il gruppo FIAT aveva attivato una nuova attività produttiva nel settore biomedicale, assorbendo solo in parte le maestranze prima occupate nel settore tessile. Apparve presto evidente che quelli assunti da Aviotech erano i meno motivati, poco propensi ad una conversione e maggiormente interessati a trovare il modo di accedere alla pensione il più presto possibile. Quindi portati al litigio e alla polemica, spesso indisponibili ad un rapporto corretto con la gerarchia dell’organizzazione aziendale. Troppo spesso assenti e, se presenti, poco attivi sul lavoro. Ciò non vuole essere un giudizio tranciante sulle qualità personali di ciascuno di essi. Era la situazione di fatto ad essere problematica. I dipendenti, essendo stati assunti dietro corresponsione di un contributo da parte di VILCA, si sentivano in diritto di partecipare alla catena decisionale aziendale in modo incongruente rispetto alla normale dinamica riscontrabile in qualunque realtà produttiva. Erano portati alla polemica e si sentivano autorizzati a contestare continuamente le scelte aziendali, coinvolgendo di norma i sindacati e causando costosissime perdite di tempo ed estenuanti trattative. Di fatto, essendo consapevoli che il loro eventuale licenziamento avrebbe costituito una violazione del contratto stipulato tra VILCA ed Aviotech, si ponevano in una posizione diversa rispetto al corretto rapporto tra datore di lavoro e dipendente, fondato prima di tutto sul rispetto dei ruoli e regolato dai contratti di lavoro. Se un dipendente ritiene di essere in diritto di non accettare critiche sul proprio operato da parte del datore di lavoro, facendosi forza sull’esistenza di patti esterni a quello del normale contratto di collaborazione, la coesistenza aziendale non può che soffrirne. Tutto ciò - valutato, purtroppo, a posteriori - non può che essere considerato un errore di valutazione da parte dell’imprenditore. Il gruppo storico che costituì l’Aviotech e decise di 6


accettare la proposta di VILCA di reimpiegare i lavoratori in esubero, commise un grave errore di valutazione. Inoltre, la nuova tipologia di lavoro, largamente basata su un apporto manuale sconosciuto nell’attività precedente, imperniata essenzialmente sull’uso di macchine automatiche, veniva appresa con lentezza, impegno limitato, rallentando i piani aziendali. Anche i rapporti sindacali si dimostrarono assai difficili da gestire. L’ambiente sindacale era quello tipico delle aziende di grandi dimensioni e i sindacalisti erano abituati a dialogare con una struttura di rapporti aziendali incompatibile con una piccola realtà produttiva. Inoltre, maestranze che con VILCA avevano goduto del contratto di lavoro del settore chimico non vedevano di buon occhio il nuovo inquadramento nei metalmeccanici. Né il sindacato dei chimici desiderava perdere il controllo di una cinquantina di lavoratori a tutto vantaggio del sindacato metalmeccanici. C’è da considerare, in più, che i lavoratori, provenendo da un gruppo industriale di grandi dimensioni, erano titolari di benefici sconosciuti nella piccola impresa: contributi per la mensa, i trasporti; i piccoli benefits aziendali che venivano perduti nel passaggio alla nuova piccola azienda. E che i sindacati, immediatamente, reclamarono. Tutto ciò creò fin da subito un cima conflittuale di cui non si percepiva certo il bisogno e che avrebbe causato due effetti negativi. Il primo, ovvio: l’impossibilità di entrare agevolmente in una fase produttiva a causa dell’inadeguatezza della forza lavoro. Il secondo, ben più importante: la pessima impressione generata in coloro che avevano dimostrato interesse ad intervenire finanziariamente nel nuovo progetto industriale. Questo, parzialmente finanziato dallo stato attraverso la L. 488/92, richiedeva infatti, per il suo completamento, un contributo importante (una cifra superiore a quella erogata dallo stato) anche da parte della compagine azionaria. La seconda difficoltà, infatti, riguardò la decisione, da parte degli investitori, di ritirare l’appoggio che in un primo tempo avevano garantito. Causando un piccolo disastro finanziario cui era necessario porre rimedio. L’uscita degli investitori dal progetto fu dovuta primariamente alla constatazione dell’esistenza – in Sardegna – di un ambiente industriale fortemente degradato dalla presenza di grandi gruppi a partecipazione statale o largamente finanziati dallo stato (come era stato, per l’appunto, per la SNIA-VILCA del gruppo FIAT). Essi avevano creato un sistema di cointeressenze tra politica, sindacato e lavoratori che aveva snaturato il carattere di competitività delle aziende. Come dimostrato dalla quasi totale deindustrializzazione attuale dell’isola. Realtà come i poli industriali del Sulcis, per l’alluminio primario, della petrolchimica di Porto Torres e Cagliari-Macchiareddu, della carta di Arbatax, si erano trasformati in centri di sussistenza alla popolazione senza alcuna pretesa di pareggio o redditività. Anche minima. Era sentire comune che gli insediamenti industriali, finanziati dallo stato, avessero il compito di garantire uno stipendio, non già un lavoro, senza alcun limite di perdita. Perché, alla fine dell’esercizio annuale, sarebbe stato compito dello stato ripianare le perdite. Questo stato di cose aveva contagiato tutto l’ambiente manifatturiero sardo, a partire dai grandi insediamenti succitati, coinvolgendo l’indotto e, dunque, creando una politica di relazioni industriali viziata che scoraggiava eventuali investitori intenzionati a rischiare il proprio denaro in nuove iniziative industriali. La crisi profonda del manifatturiero regionale di oggi è frutto di questa situazione. Purtroppo, l’abbandono del progetto da parte dei finanziatori (che decisero di perdere ciò che avevano già investito) avvenne nel momento in cui gli investimenti relativi al progetto ex-L. 488/92 erano già stati iniziati dall’allora AD, il comandate Ivaldi, mentre tutta l’attività prevista nell’ambito del contratto con SNIA-VILCA era ormai ad un punto di non ritorno. Sospendere 7


l’attività avrebbe di certo comportato, con la necessità di restituire la parte di contributo già percepita e sostenere le garanzie fideiussorie, il fallimento certo della società. La cassa integrazione Le difficoltà finanziarie causate dall’uscita dei finanziatori dal progetto sardo ebbero un primo effetto di una certa gravità. Esse si associavano alla scarsa produttività delle maestranze, che dovevano comunque essere retribuite e, per questo motivo, venne assunta la decisione di ricorrere alla cassa integrazione guadagni. Ciò avrebbe migliorato il cash-flow, garantendo comunque alle maestranze la possibilità di un sostentamento e di maturare l’anzianità necessaria ad un ingresso agevole nel trattamento pensionistico. Le trattative sindacali furono aspre. Al limite del coinvolgimento fisico. Sindacati abituati a trattare con una controparte di grandi dimensioni come la FIAT non possedevano gli strumenti per comprendere le problematiche di una piccola azienda. Semplicemente non ne avevano l’esperienza. I mezzi di informazione locali, dal canto loro, presero posizione, in modo preconcetto, contro la società, iniziando una campagna denigratoria testimoniata dalle decine di articoli che comparivano con inquietante frequenza nelle cronache locali, come se, in una situazione industriale malata come quella sarda, una vertenza che interessava cinquanta addetti potesse davvero assumere una rilevanza mediatica enorme, come in effetti avvenne. Il tavolo della trattativa venne infine trasferito a Roma, presso il Ministero. Circostanza che dovrebbe far riflettere sul clamore assunto dalla vicenda. In altre realtà, ad esempio nel settentrione, una piccola azienda in crisi sarebbe finita, forse, nelle notizie interne del gazzettino cittadino. L’Aviotech finì al Ministero. A Roma. E’ di questo periodo la creazione dell’equivoco che contraddistinse la vicenda mediatica e non solo: la sostanziale sovrapposizione della vertenza sindacale con il progetto finanziato dalla Legge 488. Aviotech divenne in breve: “L’azienda che ha promesso di costruire aerei e non costruisce un bel nulla”. Tentare di spiegare che la costruzione degli aerei sarebbe potuta iniziare solamente dopo il completamento degli impianti non sortì alcun effetto. In realtà i sindacati erano poco interessati a mantenere al lavoro gli operai: se avessero in qualche modo potuto condurre l’azienda al fallimento, il raggiungimento della pensione sarebbe stato facilitato. E i mezzi di informazione erano interessati al clamore della vertenza, non certo a fornire una corretta informazione. Quanto questo equivoco avrebbe danneggiato l’azienda è ancora visibile dalla pervicacia con la quale ignoti diffamatori virtuali, ancora oggi, a distanza di un decennio, si ostinato a caricare post deliranti in blog anonimi, rinnovando gli stessi errori e lo stesso odio sordo di quei giorni. E’ proprio questa testardaggine cieca che testimonia molto bene il clima determinatosi a Villacidro. Piccola realtà paesana che si sollevò contro l’immagine costruita ad arte di un imprenditore a perseguire un solo obiettivo: intascare i contributi pubblici e sparire. L’articolo diffamatorio di Mauro Lissia è esempio recente di una storia già vista in un passato non recente. E’ curioso, comunque, che la campagna di controinformazione e di diffamazione lanciata contro Aviotech si sia sempre (misteriosamente) dimenticata di citare l’origine vera del problema: quella FIAT che si era liberata degli operai più scomodi stipulando un vero e proprio contratto di vendita e affidandoli (levandoseli dai piedi) ad altri. La FIAT che aveva ricevuto corposi contributi pubblici per impiantarsi in Sardegna ed era andata via lasciando dietro di sé i capannoni vuoti.

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Certo che parlar della FIAT in un giornale, se non in termini positivi, non è come parlare dell’Aviotech! Tuttavia, almeno due avvenimenti, apparentemente minori, possono contribuire ad una migliore comprensione dei fatti di allora e, forse, di accadimenti più recenti:  la condanna di un sindacalista denunciato per diffamazione (a questo link)  la condanna di un giornalista e del direttore responsabile del quotidiano ragionale La Nuova Sardegna per diffamazione a mezzo stampa. Ciò per indicare che la diffamazione non è un fatto recente, ma risale al periodo in cui la compagine sociale di Aviotech era impregnata a realizzare un importante investimento industriale che avrebbe potuto impattare positivamente nella realtà locale sarda, così bisognosa di aziende innovative capaci di creare occupazione. E che alla diffamazione si rispose, come accade anche adesso, con azioni legali che andarono a buon fine. La Guardia di Finanza L’arrivo di un accertamento da parte della Guardia di Finanza non fu una sorpresa. In Sardegna, la minaccia di “mandare la Finanza” è frequente. Si lancia ai debitori che non pagano. Si fa intuire ai concorrenti sleali. Si adopera come arma efficace per convincere i riottosi ad accettare una transazione. E funziona, perché avere la Finanza in mezzo ai piedi è, come minimo, una grossa seccatura. Soprattutto in Sardegna. Intendiamoci: è una grossa seccatura ovunque, ma in Italia (e in Sardegna, in particolare, regione debole) può essere un disastro. Chi ha fama di avere amicizie “nella Finanza” è come il bulletto di periferia: forse non se ha timore, ma è meglio non averlo per nemico. E la vicenda dell’Aviotech potrebbe essere usata come esempio emblematico. Ufficialmente, la verifica fiscale arrivò dopo una vertenza con l’Agenzia delle Entrate. Una vicenda assolutamente routinaria riguardante la richiesta di rimborso (dovuta ed ottenuta) di un credito d’imposta. In realtà il motivo per il quale arrivarono i finanzieri, quello vero, non è dato sapere. In Italia i militari della Guardia di Finanza esibiscono un foglietto sul quale è scritto: “Sono autorizzato a compiere un accertamento”. Poi entrano (se già non sono entrati perché magari la porta era aperta) e sequestrano tutta la carta che trovano. Poi si vedrà. Con calma. Nei mesi. Naturalmente trovarono le fatture di anticipazione degli impianti che dovevano essere installati. Proprio quelli finanziati dalla legge 488. E gli impianti? Non c’erano! Quindi decisero che le fatture erano “inesistenti” e si finì in tribunale per “truffa ai danni dello stato”. Ma non solo. Poiché nel frattempo si arrivò al fallimento, venne aggiunta l’imputazione di “bancarotta fraudolenta”. Di cui si parlerà più tardi. Però è bene dirlo subito: dov’erano finiti gli impianti? C’erano o no? La risposta è semplice, per chi ha esperienza industriale. Gli impianti erano stati ordinati e, poiché si trattava di linee produttive complesse, bisognava attendere il tempo necessario affinché fossero progettate, assemblate, pre-collaudate e, in ultimo, portate in Sardegna. Nel frattempo, il fornitore aveva giustamente preteso congrue anticipazioni, perché nessuna azienda di ingegneria appronta impianti così complessi senza avere la certezza di essere

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pagata. Quindi si prospettavano due possibilità: produrre una fidejussione per l’intero importo dell’ordine a copertura del rischio (cioè pagare tutto in anticipo e non c’era la disponibilità finanziaria) oppure pagare a stati di avanzamento, sfruttando prima di tutto i finanziamenti statali. Verificando di volta in volta quali parti degli impianti venissero assemblate presso il fornitore. Prassi comune e ben conosciuta da chiunque operi in ambito industriale. Ecco spiegato l’arcano: le fatture ritenute “inesistenti” erano proprio quelle di anticipazione. Come si cercò di spiegare, inascoltati, ai militari. L’aspetto grottesco della vicenda è che la prassi di acquistare gli impianti con queste modalità è pacificamente accettata dallo stato nei progetti finanziati da contributi pubblici. Per questo l’azienda, richiedendo i rimborsi dovuti ai sensi della L. 488/92, aveva informato per iscritto il Ministero competente tramite l’ente istruttore Centrobanca S.p.A. E l’ente istruttore ne aveva preso atto, senza alcuna obiezione, essendo, per l’appunto, prassi consolidata! Vicenda richiamata in tribunale da un imputato le cui tesi vennero accolte, tanto da mandarlo assolto per non aver commesso il fatto. C’è di più. La società, in occasione della richiesta di rimborso di una quota di finanziamento, si premunì di specificare per iscritto che gli impianti non erano ancora presenti in stabilimento, essendo in via di realizzazione presso il costruttore. E l’Ente Istruttore chiese di cassare la dicitura dal modulo di richiesta poiché, essendo pacifico che così fosse, non v’era alcun bisogno di modificare il format convenzionale della modulistica al fine di comprendere una specificazione giudicata ridondante. Per l’ente istruttore era normale che gli impianti non fossero ancora presenti. E così sarebbe stato per chiunque avesse avuto una seppur minima esperienza industriale. Sfortunatamente, pare che i Finanzieri non fossero dello stesso avviso. Questo equivoco si trascinò, sostenuto dalle dichiarazioni di testimoni privi di rilevanza, incredibilmente accettate dai giudici. In ogni caso, ecco un esempio degli impianti inesistenti e degli operai che non lavorarono mai. Sono quelli che si trovano nelle foto di questo link. Lo sforzo aziendale per completare gli impianti Tuttavia, fu proprio la comparsa dei militari e l’accusa di truffa a rafforzare la decisione di portare a termine l’investimento, reperendo le necessarie risorse finanziarie e installando tutti gli impianti previsti. Perché, qualora ciò non fosse avvenuto, sarebbe stato virtualmente impossibile difendersi dall’accusa di truffa. Tra l’altro coinvolgendo i fornitori. Fornitori che si erano visti implicati in una vicenda che non riuscivano a capire. In fondo non avevano fatto altro che sottoscrivere un contratto di fornitura e realizzare impianti specifici emettendo le relative fatture di anticipazione. Il loro mestiere. Che svolgevano da anni. E si ritrovarono invece i militari in casa. Accusati di complicità nella pretesa “truffa”! L’interrompere il progetto, rescindendo i contratti di fornitura per causa di forza maggiore, sarebbe stata considerata una vera e propria ammissione di colpevolezza. Il tentativo, inutile, di rimettere il coperchio al barattolo dopo essere stati colti in flagrante con le dita dentro la marmellata. Decisione non facile, anche questa. Che portò a forti tensioni con i fornitori, a difficoltà di dialogo, scambio di lettere e comunicazioni talvolta sgradevoli. C’è anche un altro aspetto che non è mai venuto alla luce. Ed è il caso di citarlo esplicitamente: gli impianti non andavano completati solamente per difendersi da un’accusa in sede penale. C’era anche la scommessa di vedere realizzata una bella idea imprenditoriale. Idea nella quale i

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soci avevano creduto e continuavano a credere: produrre ultraleggeri in carbonio. Prodotti innovativi, “belli”, affascinanti e con ottime prospettive di mercato. Capaci di aiutare il territorio creando posti di lavoro qualificati, ricchi di competenze tecnologiche. Ben più di un posto da operaio che schiacci lo stesso bottone per otto ore giornaliere. Dietro la decisione di proseguire c’era la testardaggine di vedere realizzato un progetto valido e c’erano persone competenti innamorate del proprio mestiere. Personaggi capaci di gioire, prima di ogni altra cosa, nel vedere realizzato e funzionante un prodotto di propria ideazione. Completamento degli impianti Nel 2001, in gravissima difficoltà, in tribunale per contrastare le istanze di fallimento presentate dagli ex-dipendenti, spesso sui quotidiani locali, Aviotech completò il programma di investimenti coinvolgendo, purtroppo per una frazione troppo esigua, finanziatori privati. Conformemente alle richieste di legge venne quindi inviata la lettera prevista nel regolamento ministeriale per la L. 488/92. Verifica degli impianti da parte del Ministero competente Centrobanca S.p.A., Ente Istruttore del progetto ex L. 488/92, ricevuta la dichiarazione di conclusione degli investimenti e conformemente al regolamento, inviò a Villacidro il proprio perito, con l’incarico di eseguire le verifiche di legge. Il risultato dell’ispezione è riportato nella relazione ufficiale dell’ing. PARDINI (a questo link). In essa si certifica l’esistenza presso lo stabilimento di tutti gli impianti concordati in sede di presentazione della domanda e di quelli introdotti nel progetto in corso d’opera, preventivamente approvati. Si certifica inoltre che impianti e macchinari sono nuovi di fabbrica e funzionanti. Oltre che sulla relazione dell’ing. PARDINI, incontrovertibile, è bene soffermarsi brevemente sul verbale dell’interrogatorio relativo al processo di primo grado. Il teste PARDINI – a precisa domanda – conferma il contenuto della propria relazione tecnica (escussione del teste PARDINI, processo di primo grado a questo link pag. 6 ): DOMANDA – Lo scopo di questa consulenza fatta per Centro Banca qual era? [viene chiesto al teste, consulente dell’Ente Istruttore, quale fosse lo scopo della visita presso l’Aviotech] RISPOSTA – Allora era un finanziamento in base alla legge 488 e quindi come procedura c'era di visionare i beni comunque, in generale parlo, il progetto presentato e quindi verificare se i beni erano presenti, se l'azienda funzionava o no. Soprattutto il mio incarico era dal punto di vista tecnico, congruità dei prezzi esposti, verifica delle fatture, se erano conformi al bene, libro dei beni ammortizzabili, vedere se era funzionante. […] [ibidem pag. 10] …si può ragionevolmente affermare che le macchine, impianti e attrezzature fatturate sono risultate installate e funzionanti ad eccezione della linea di spalmatura e impregnazione resine per le quali mancano le ultime opere murarie per la realizzazione degli allacciamenti E ancora (ibidem pag. 11): DOMANDA – Lei ha letto poco fa una parte della sua relazione e dice che i macchinari quindi erano presenti interamente nell'azienda perché fa riferimento al fatto che non erano funzionanti perché mancavano opere murarie, ma i macchinari erano presenti? RISPOSTA – Sono risultati installati e funzionanti ad eccezione della linea di spalmatura e impregnazione resine. Ricordo che c’era un ciclo produttivo. Inoltre (ibidem pag. 14,15):

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DOMANDA – Lei ha poi potuto controllare se gli impianti di cui si è interessato, cui ha fatto il riscontro, fatture, presenza degli impianti, fossero nuovi di fabbrica? RISPOSTA – Direi di sì, perché uno degli elementi principali per questo tipo di macchinari è che se un fornitore le vende c'è scritto “macchinario usato”. DOMANDA – Ha accertato quali fossero le ditte che avessero fornito queste… RISPOSTA – Dai documenti contabili. DOMANDA – Quindi li ha accertati perché ha visto i documenti contabili? RISPOSTA – Sì, tendenzialmente erano nuovi. Del resto esistono quattro periti, indipendenti (uno del Ministero, uno del Curatore Fallimentare, uno del Pubblico Ministero, uno della società, ma consulente del tribunale di Cagliari) che sostengono lo stesso argomento: gli impianti c’erano tutti, congrui con il Business Plan presentato all’atto della domanda di finanziamento e funzionanti. A fronte di quattro testimoni di questo livello, il giudice d’appello concluderà (motivazioni d’appello, pag. 143 a questo link): Si tratta di condotte del resto ben note ed anzi usuali nel caso di truffe di contributi pubblici, che rispettano certe tipologie (cd. pacchetti) predisposte da esperti, che consentono di portare avanti la truffa almeno per diverse tranche (confidando nella mera apparenza dei controlli che giustifica un numero imponente di truffe che specie nel Medio Campidano e nel Sulcis, che hanno fatto della Sardegna un deserto lavorativo a fronte di migliaia di milioni di contributi statali e regionali versati per iniziative produttive che non hanno mai visto la luce, con la "sparizione" dei contributi nelle tasche dei truffatori), arrestandosi soltanto in vista della liquidazione finale, quanto l'ente controllante si accorge finalmente che niente e stata realizzato, che non sarà possibile alcuna attività produttiva, che gli impianti non esistono perché le perizie sono state eseguite su fotografie senza alcun controllo dei luoghi. Non esiste alcun motivo ragionevole per supporre che i quattro periti certifichino il falso. Né il giudice porta alcun motivo perché lo si debba ritenere. Nessuno di essi viene redarguito e invitato a riflettere. Accusato di false dichiarazioni. Di concorso in bancarotta fraudolenta. Semplicemente il giudice preferirà privilegiare la testimonianza di alcuni ex-dipendenti, chiaramente di parte e influenzati dalle vicende aziendali, nonché un parere personale del curatore fallimentare in merito al valore degli impianti, peraltro immotivato, perché meglio si accordano al teorema iniziale dell’accusa: su un tema come questo, di elevata rilevanza tecnica, un paio di operai generici ed un dottore in economia e commercio verranno preferiti a quattro ingegneri. Uno dei quali perito del Ministero per lo specifico argomento e un altro perito dello stesso Tribunale di Cagliari. Un vero trionfo della logica! E, naturalmente, nessuno dei periti verrà mai accusato, neppure velatamente, di alcunché. Evidentemente erano tutti e quattro incompetenti: se desideriamo sapere quanto vale un aeroplano, chiediamo ad un calzolaio o al nostro commercialista, non ad un ingegnere aeronautico! Per chi fosse interessato, ecco le fotografie degli impianti a questo link (relazione tecnica ing. Antonello FLORIS; agli atti del processo di primo grado). Fallimento Lo stato di insolvenza venne certificato con sentenza del Tribunale fallimentare di Cagliari. Per l’enorme cifra di vecchie lire 300.000.000 circa (€ 150.000) – tanto era il credito vantato da tutti i dipendenti che avevano avviato la procedura, circa € 3.000 a testa! – l’Aviotech chiudeva i battenti gettando via l’opportunità di avviare una produzione di elevato livello tecnologico che avrebbe potuto occupare, in prospettiva, qualche centinaio di addetti.

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In una delle aree più depresse del territorio italiano, abituata a vivere di assistenza pubblica, si faceva chiudere una fabbrica che aveva appena terminato di installare impiantì produttivi innovativi costati miliardi di vecchie lire (o milioni di nuovi euro!). Aviotech, creditrice nei confronti dello stato di cifre ben superiori a quanto richiesto dagli ex dipendenti (crediti d’imposta), propose al giudice di cedere i crediti ai debitori. Soluzione che avrebbe consentito di sanare la situazione garantendo i debitori e dando la possibilità ad un’azienda che aveva faticosamente concluso l’installazione degli impianti produttivi di dare inizio ad un’attività produttiva. La controparte rifiutò: meglio far fallire l’azienda per accedere ai benefici pensionistici previsti dalla legge. Né il giudice ritenne di dover valutare positivamente la proposta. Aviotech stava ormai da anni sui giornali e alla televisione. Creato il mostro c’era solo da eliminarlo. C’è però un dato di fatto: la dr.ssa Masala, consulente del Pubblico Ministero nel corso delle indagini, manifesta non poche perplessità sul reale stato di insolvenza dell’Aviotech al momento della sentenza di fallimento. Ed infatti, a precisa domanda oggetto di consulenza (Consulenza Masala pag. 1, agli atti del processo di primo grado a questo link): Ricostruisca il consulente, sulla base della documentazione contabile ed extracontabile in atti, la situazione patrimoniale della società Aviotech ed accerti se tale società si trovi in stato di insolvenza; Risponde, in conclusione, dopo svariate pagine di argomentazione (Ibidem, pag. 78 a questo link): Tutto ciò premesso, non è allo stato possibile affermare con certezza se lo stato di illiquidità nel quale versa la società sia irreversibile, tale da configurare lo stato di insolvenza, ovvero sia un momento di temporanea difficoltà finanziaria. Il tribunale fallimentare fu di diverso avviso e, grazie al fallimento, i dipendenti creditori furono liquidati dall’Istituto di Previdenza Sociale e poterono accedere più facilmente alla pensione. Tutti. Il processo La tesi accusatoria, quella che ha prevalso in entrambi i gradi di giudizio, si basa sull’ assunto che, fin dalla costituzione della società, Fiocco avesse in animo di porre in essere una truffa, ottenendo contributi privati (contratto SNIA-VILCA) e pubblici (progetto finanziato dalla Legge 488/92) per poi farli sparire, come scriverà il giornalista de La Nuova Sardegna Mauro Lissia… meritandosi una querela per diffamazione a mezzo stampa (a questo link), di cui dovrà rispondere in tribunale. Aver fatto sparire i soldi – i giudici parlano genericamente di una cifra di circa 15 miliari di lire (7,5 milioni di euro) – avrebbe causato, secondo l’accusa, il dissesto finanziario della società e quindi l’insolvenza. Da cui, in primo grado, la condanna per bancarotta fraudolenta. Parlare di errore giudiziario sarebbe limitativo. In realtà si trattò di un processo a senso unico in cui venne perseguito un unico obiettivo: dimostrare aprioristicamente un teorema accusatorio precostituito, scegliendo accuratamente le prove e svolgendo indagini così da identificare con precisione le presunte prove a carico, evitando di considerare possibilità alternative. E il processo di secondo grado, svolto in poche ore con una camera di consiglio di durata ridicolmente breve, ne è una testimonianza. Dimostrarlo è facile e può essere riassunto per punti dopo aver spiegato in poche righe cosa significhi bancarotta fraudolenta per distrazione, l’imputazione alla base della condanna.

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In breve, significa porre in essere un meccanismo illegale per prelevare denaro dalle casse di una società, causando un danno talmente grave da determinare lo stato di insolvenza (fallimento). Pertanto, per condannare un imputato è necessario: 1. dimostrare la sottrazione illegale di risorse sociali; 2. dimostrare che questa sottrazione è la causa del fallimento. Nel caso del processo, il teorema dell’accusa è chiarissimo: 1. la sottrazione sarebbe avvenuta attraverso l’acquisto di beni strumentali sovrafatturati di valore inferiore a quello di mercato; il differenziale tra il valore dei beni e il corrispettivo pagato dalla società sarebbe l’oggetto della sottrazione; 2. sarebbe proprio questa cifra la causa del dissesto finanziario che ha portato al fallimento. Non è necessario essere avvocati per rendersi conto che la dimostrazione del meccanismo fraudolento ipotizzato dall’accusa abbia l’imprescindibile necessità di una ed una sola cosa: una perizia dei beni ipoteticamente sovrafatturati effettuata da un esperto. Perizia che dimostri il reale valore di mercato dei beni. Infatti, lo raccomanda un teste insospettabile, quella dr.ssa Masala che il Pubblico Ministero l’accusa - incarica di periziare lo stato di insolvenza della società. Avendo necessità di conoscere il valore dei beni strumentali di proprietà dell’Aviotech, proprio i beni che secondo il teorema accusatorio sarebbero stati il fulcro dell’attività criminosa, la dr.ssa scrive (Consulenza Masala, agli atti del processo di primo grado a questo link pag. 76): Considerato quanto esposto in precedenza in relazione agli stessi ed alle modalità di acquisto utilizzate, è, ai nostri fini, indispensabile disporre di una valutazione da parte di un esperto del settore che tenga conto sia della funzione e della destinazione dei cespiti [si riferisce proprio agli impianti N.d.R.] nell'ambito dell'azienda che della eventuale possibilità di realizzo dei medesimi. Lo farebbe chiunque: di fronte a un bene di cui non conosciamo il valore e non abbiamo esperienza diretta, domandiamo a qualcuno che riconosciamo competente. Non c’è bisogno di essere giudici, per questo: è solo buon senso. La dr.ssa riflette sulla necessità di chiedere a qualcuno, esperto del settore, a cosa servano gli impianti e quale sia il loro valore di mercato. Ebbene: nonostante il chiaro suggerimento del perito dell’accusa, nessuno pensò di farlo. Non il Pubblico Ministero, non il collegio giudicante di primo grado o quello di secondo grado: non esiste una perizia che abbia stabilito il valore dei beni che, secondo l’accusa, avrebbero costituito il mezzo attraverso il quale si sarebbe concretato il reato! Eppure, nelle conclusioni della propria perizia, la dr.ssa Masala suggerisce esplicitamente (Consulenza Masala, agli atti del processo di primo grado a questo link pag. 89): […] sarebbe opportuno fare valutare i beni immateriali e materiali acquistati dalla Aviotech Intemational S.p.A. da un esperto stimatore. Come è potuto accadere? E’ ragionevole supporre che sia stato determinato da motivi ambientali. All’epoca dei fatti, la Sardegna è regione depressa, interessata da un corposo flusso di contributi pubblici concessi ad aziende che intendano insediarsi nel territorio. Si ritiene che ciò possa contribuire all’incremento dei posti di lavoro. Ma un meccanismo perverso che interessa politica, industria e il corpo sociale, gestisce l’opportunità in modo errato. Il contributo pubblico diviene strumento di contrattazione politica e l’azienda un luogo nel quale sistemare il consenso elettorale. I rapporti sindacali diventano sede di promozione di interessi privati causando, in tal modo, il determinarsi di un ambiente industriale viziato da pregiudizio e la comparsa di comportamenti illegali.

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Si diffonde allora un generale senso di sospetto nei confronti degli imprenditori che accedano a contribuzione pubblica così che, di fronte ad una vertenza sindacale ed a difficoltà aziendali, compare subito il dubbio – e il pregiudizio - di trovarsi in presenza di qualcosa di illegale. Non è un caso, quindi, che il giudice di secondo grado, motivando la sentenza di conferma della condanna, citi una circostanza apparentemente fuori luogo (motivazioni d’appello, pag. 143 a questo link): Si tratta di condotte del resto ben note ed anzi usuali nel caso di truffe di contributi pubblici, che rispettano certe tipologie (cd. pacchetti) predisposte da esperti, che consentono di portare avanti la truffa almeno per diverse tranche (confidando nella mera apparenza dei controlli che giustifica un numero imponente di truffe che specie nel Medio Campidano e nel Sulcis, che hanno fatto della Sardegna un desedo lavorativo a fronte di migliaia di milioni di contributi statali e regionali versati per iniziative produttive che non hanno mai visto la luce, con Ia "sparizione" dei contributi nelle tasche dei truffatori), arrestandosi soltanto in vista della liquidazione finale, quanto l'ente controllante si accorge finalmente che niente e stata realizzato, che non sarà possibile alcuna attività produttiva, che gli impianti non esistono perché le perizie sono state eseguite su fotografie senza alcun controllo dei luoghi. Non si contesta l’esistenza di un pacchetto, non nel caso di Aviotech, ma in Sardegna i pacchetti ci sono, ce ne sono tantissimi e quindi non si perde troppo tempo a controllare: di fronte ad un imprenditore che accede ai finanziamenti pubblici e va in crisi, licenziando il personale (personale che nulla ha a che fare con i contributi, ma poco importa) la conclusione è ovvia: sarà di certo un truffatore! Nel Far West c’erano i linciaggi e l’impiccagione all’albero più vicino. In Sardegna, per fortuna, ci si limita a non cercare le prove: sette anni di galera sono sempre meglio di un cappio al collo! Ma c’è di più: la connessione tra la pretesa sottrazione di risorse aziendali (la distrazione teorizzata dell’accusa) e il fallimento. Per essere condannati è necessario che si dimostri come le somme sottratte abbiano contribuito in modo determinante allo stato di insolvenza. La domanda è: ammesso e non concesso che la sottrazione sia avvenuta: è stata questa a causare il dissesto finanziario della società portandola al fallimento? Insomma: mettiamo anche il caso che Fiocco abbia sottratto i soldi dei contributi incassati dall’Aviotech: è stato proprio questo a causare lo stato di insolvenza? Il parere della consulente dell’accusa – la dr.ssa Masala – che dichiara (Consulenza Masala, agli atti del processo di primo grado a questo link pag. 78) […] non è allo stato possibile affermare con certezza se lo stato di illiquidità nel quale versa la società sia irreversibile, tale da configurare lo stato di insolvenza, ovvero sia un momento di temporanea difficoltà finanziaria. dovrebbe indurre alla cautela. E infatti, non solo Aviotech venne mandata al fallimento senza un fondato motivo, ma se anche i soldi che si dicono sottratti fossero rimasti nelle casse aziendali, non sarebbe cambiato nulla. Dimostrarlo è perfino banale e tutti gli elementi per farlo si trovano agli atti. Seguiamo i ragionamenti dei giudici (motivazioni d’appello pag. 136 a questo link): […] l'operazione industriale-finanziaria imbastita principalmente da Luigino Fiocco […] si era rivelata una imponente attività di rastrellamento di capitali pubblici (oltre 8 miliardi di lire quali acconti erogati alla Aviotech da parte del Ministero dell'Industria sul finanziamento a valere sulla legge 488/1992) e privati (oltre 3 miliardi di lire erogati da Vilca ex SNIA Quindi (ibidem pag 137 a questo link):

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[…] La stragrande maggioranza di tali ingenti capitali era finita nella disponibilità di Luigino Fiocco Nessun tribunale dovrebbe usare l’espressione La stragrande maggioranza ma diciamo anche tutti i contributi: che fine avrebbero fatto? Ecco qua i versamenti in conto capitale effettuati da Luigino Fiocco (a questo link): distinta e contabili bancarie originali. Prodotte in sede di appello (in precedenza erano state sequestrate dalla Guardia di Finanza e si erano smarrite chissà dove) non furono ritenute meritevoli di attenzione. Secondo il giudice si trattava di giri contabili privi di validità. In pratica solo carta straccia. Bene: cosa si fa nelle famiglie? Si tiene il conto delle entrate… ma anche delle uscite. Se Fiocco si è rubato gli 11 miliardi (di vecchie lire, circa 5,5 milioni di euro) e dato che lo stesso giudice accusa Fiocco di non aver prodotto nulla, nella sua Aviotech, perché l’unico scopo della costituzione sarebbe stato quello di rubare i contributi: possiamo domandarci quali siano state le uscite della società? Ovvero quei soldi che Fiocco non può essersi messo in tasca perché sono stati spesi? Per il giudice evidentemente no, non possiamo domandarlo. Scrive infatti il magistrato nelle motivazioni d’appello, rispondendo ad un’istanza del difensore che richiedeva un attento esame dei conti societari (motivazioni d’Appello pag. 150,151 a questo link): Quanto, infine, alle richieste formulate per la prima volta in sede di conclusioni finali in appello, è solo il caso di rilevare che la perizia contabile, asseritamente diretta ad accertare la situazione, non si sa neppure a che cosa dovrebbe servire posto che l'appellante non lo spiega. In ogni caso la rinnovazione della prova in appello è del tutto eccezionale, a fronte della presunzione di completezza della istruttoria in primo grado, per cui non appare assolutamente necessario disporre una perizia esplorativa in assenza oltretutto della indicazione dei quesiti che dovrebbero essere rivolti al perito e dei risultati che si dovrebbero ottenere. A parte il fatto che la perizia non è neppure nella disponibilità della parte per cui spetta al giudice decidere se disporla o meno, nella specie non appare sia il caso di disporla a fronte degli accertamenti completi e convergenti svolti in primo grado dal curatore, dal consulente del P.M., dalla Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza. Altro che domandarsi dove siano finiti i soldi: dov’è l’albero più vicino, piuttosto? Però, diciamolo dove sono finiti i soldi e facciamolo con i dati disponibili agli atti. Ad esempio: qual è l’importo pagato in stipendi nel corso della vita di Aviotech? L’importo è di vecchie lire 4.756.300.000 (circa 2,3 milioni di euro): quasi cinque miliardi! Questi non sono importi generati da giri contabili o truffe: sono i soldi che la società ha pagato ai dipendenti, cifre documentate dagli estratti conto aziendali e verificati dalla dr.ssa Masala, consulente del Pubblico Ministero! Mentre il giudice scrive (motivazioni d’appello pag. 136 a questo link): […] in particolare erano spariti tutti i contribuiti che Aviotech aveva ricevuto per assumere gli operai ex SNIA […] Quindi, per riassumere, Aviotech percepisce un contributo da VILCA-SNIA pari a circa tre miliardi di vecchie lire e ne spende quasi cinque in stipendi… ma dove sarebbero spariti i soldi, se lo stesso giudice afferma che i contributi sono stati l’unica entrata? Ecco perché nel corso dell’unica udienza d’appello l’avvocato chiede che venga esaminata in dettaglio la situazione contabile della società. E il giudice, da par suo, risponde(a questo link): […] non appare assolutamente necessario disporre una perizia esplorativa […]

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Basterebbe questo per contestare l’affermazione che (motivazioni d’appello pag. 136 a questo link): […] La stragrande maggioranza di tali ingenti capitali era finita nella disponibilità di Luigino Fiocco Ma c’è ben altro: che piaccia o meno gli impianti sono lì, dentro lo stabilimento. Poniamo anche il caso che siano stati sovrafatturati (non è così, ma seguiamo il ragionamento del giudice): quanto valgono? Lo dice il consulente del curatore fallimentare, ingegner Marco Dettori, che effettua una valutazione in condizioni di realizzo, dopo il fallimento, quando – incredibilmente – i beni aziendali vengono venduti come ferrovecchio, con nessuna cognizione di quanto si va facendo. Ecco la perizia a questo link. Il perito parla (ripetiamo: in condizioni di realizzo) di € 1.277.870,00. Ma lo dice anche il consulente del Pubblico Ministero, ingegner Gianfranco Loi, che produce la perizia riportata a questo link. Perizia misteriosamente scomparsa durante il processo, visto che nessuno ne parla, né il consulente viene escusso come teste dal Pubblico Ministero. E l’ingegner Loi (ancora in condizioni di realizzo, dopo il fallimento) valuta gli impianti la cifra di € 1.635.049,00 ben superiore a quella del collega. Quindi, riassumendo, da una parte il giudice afferma che le uniche entrate di Aviotech sono stati i contributi (e lo dice per giustificare il fatto che Fiocco avrebbe costituito la società al solo scopo di rubarli, i contributi). Pertanto, in tutto, circa undici miliardi. Ma poi, sommando i cinque miliardi di stipendi e i tre di valutazione del perito (che valuta gli impianti come se fossero dei ferrivecchi), si arriva ad otto miliardi… dove sarebbe La stragrande maggioranza di tali ingenti capitali finita nelle tasche di Fiocco? (motivazioni d’appello pag. 136 a questo link) In realtà, se il giudice d’appello avesse accolto l’istanza dell’avvocato – che richiedeva un’analisi contabile precisa mai effettuata – si sarebbe scoperto che Aviotech aveva speso ben più dei contributi incassati. E che la differenza era stata conferita proprio da Luigino Fiocco, che aveva deciso di scommettere su Aviotech. E se solamente qualcuno avesse richiesto una perizia di merito sul valore degli impianti, si sarebbe scoperto che la differenza positiva conferita da Fiocco era superiore ai contributi pubblici e privati. Ci si dovrebbe domandare, piuttosto, per quale motivo un tribunale non abbia voluto fare ciò che ciascuno di noi avrebbe fatto, pur senza competenza di alcun tipo: 1. richiedere che un perito esperto in costruzioni aeronautiche testimoniasse al giudice quale fosse il valore di mercato degli impianti contestati; 2. ricorrere alla semplice aritmetica per eseguire somme e sottrazioni di entrate e uscite, già disponibili nel lavoro della consulente dell’accusa, dr.ssa Masala. Eppure così è accaduto. Parliamo di errore giudiziario oppure di alberi e rami robusti cui attaccare il canapo insaponato? Oggi Dopo tre lustri, la vicenda Aviotech è ben lungi dall’essere conclusa. Avverso la sentenza di secondo grado è stato presentato un ricorso alla Corte di Cassazione (a questo link) di cui si attende fiduciosamente l’esito. E non è una battuta.

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La fiducia nella magistratura è indiscutibile, ma esistono situazioni in cui le condizioni ambientali sono tali da impedire un giudizio sereno. Condizione prevista dalla legge e che si è determinata per l’appunto presso il Tribunale di Cagliari. L’Alta Corte è a Roma, invece, abbastanza lontana da consentire di guardare ai fatti con sufficiente distacco. E da restituire un senso alla parola Giustizia!

Mornago, maggio 2014 – V3

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La vicenda sarda - l'Aviotech - per approfondire