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a Maria Grazia


NINA BARATTA

NEANCHE


Un terremoto richiama due terrori. Uno fermissimo e compiuto, l’altro mosso. Quest’ultimo è il pavimento che ondeggia, le librerie che sbattono sulle pareti, strani rumori, fruscii mai sentiti prima. Il parquet sembra un mare di legno con onde lievi. I soffitti paiono nuvole. Non sai cosa stia succedendo. Capisci subito che è il terremoto ma lo rifiuti perché non sai se morirai e, soprattutto, non ti piace dirti che morirai (forse te lo sei detto, perciò lo ricordi). Provi una paura sconosciuta, una paura vergine. Il terrore compiuto, invece, è quello di Gibellina nuova e vecchia (fissata nel Cretto di Alberto Burri), vinte dal terremoto. Quel sentimento di morte tanto integrale da non lasciare più memoria. Così chiara, quella


morte, che non si ha più ricordo neppure dell’abbandono (poiché in quei luoghi c’era presenza e c’era voce). Una fine che è come una bestia preistorica, corazzata, di pietra, che è lì da decine di millenni. Le foto di Nina Baratta sono terrore compiuto, in cui non si trova neanche il ricordo delle macerie e delle rovine. In un primo momento, infatti, si era pensato di chiamare la mostra Ruine, ma Nina non le riconosceva. Non ci sono neanche le rovine. Nina conosce il senso delle sue foto solo dopo averle guardate. Archivia immagini per spiegarsele. È un modo di leggere il mondo. È immagine come metafora, non è realtà. Anzi, è la maniera migliore per dire che la realtà non esiste.


Quando Nina lavorava a Neanche, non era ancora accaduto che un papa si dimettesse per diventare emerito e un altro nuovo fosse eletto dalla “fine del mondo”. Il tutto ben prima che in Italia, dopo regolari elezioni, si avesse un nuovo presidente del Consiglio e un nuovo presidente della Repubblica (in effetti, anche nel momento in cui scrivo ci sono ancora solo i due papi). Su Twitter sono stati creati perfino i profili d’”er papa nuovo” e dell’”expapa”. Viene facile fare ironia, e riesce. Soprattutto @papanuovo. Eccolo in un tweet dopo l’incontro con l’emerito. Come tutti hanno visto, erano entrambi in bianco: “Sms ieri sera: ‘Benedé, nfamo che se vestimo uguali’. Oggi tutto stupito me fa ‘uuuh non m’è arrivato...’. Ridicolo.”


Insomma, quando i nipoti chiederanno: nonno hai vissuto tempi interessanti? Rispondere di sì. Tuttavia, anche se non avevamo ancora i due papi, quando si pensava a questa mostra, c’era già la foto del prete aquilano che atterrito e scioccato (ma che prova a dissimularlo) regge un Gesù Bambino miracolosamente salvo, e lo regge con posa da iconografia medievale. Il 6 aprile 2009 c’era già la fine di una chiesa ricca e ridondante che è stata viva per secoli e che oggi – come pare tutto e tutti – deve farsi povera e francescana. Una chiesa della decrescita. Non diventerà più, certo, uno strumento – buono o cattivo che sia – di codificazione della vita di molti uomini, né aiuterà lo smantellamento del nuovo


giovanilismo eterno. Se un importante esponente di certo potere cattolico come Formigoni, usa camicie flamboyant e sneakers su giacche fucsia, non è d avvero piÚ tempo di chiesa che educa ai colori e alla forma. Per intenderci, non ha retto neppure la chiesa democristiana, che almeno educava al silenzio. Francesco Pontorno

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