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Periodico di informazione dell’Associazione Cuore Sano– Anno X VIII -n.1 gennaio-marzo 2013

OPERAZIONE MANI PULITE

ALL’INTERNO: SERATA D’INCANTO CON IL GOSPEL FREQUENZA RIDOTTA, SCOMPENSO CURATO ANZIANI, IL RIMEDIO ANTI-IPERTENSIONE CORSI DI RIANIMAZIONE, LEZIONI DI PREVENZIONE PERCHÉ IL FREDDO FA MALE AL CUORE LA RIVASCOLARIZZAZIONE NEL PAZIENTE DIABETICO

NORDIC WALKING: I BASTONCINI? UNA RISORSA PER IL CUORE


Acqua e sapone, il segreto per salvare milioni di vite

Lavarsi (bene) le mani per evitare infezioni di Roberto Ricci*

C’

è un ospedale – l’Ospedale universitario di Ginevra – dove, nella vasta sala di attesa al piano terra, un grande televisore trasmette ininterrottamente uno spot, sempre lo stesso, quasi ossessivamente: insegna a lavarsi le mani. Una pratica elementare ma essenziale per ridurre drasticamente le infezioni e, nei paesi del Terzo e Quarto mondo, per ridurre in modo sensibile la mortalità per diarrea (oltre il 40%), ad esempio, o per polmonite (23%). Certo, il caso dell’ospedale più importante del più ricco cantone svizzero probabilmente non è isolato, e almeno di questo caso chi scrive è testimone. Ma in quanti ospedali, cliniche, ambulatori e studi medici del nostro paese viene diffusa, altrettanto insistentemente, la pratica di lavar bene le mani come prima, elementare, condizione per evitare o almeno ridurre drasticamente le infezioni? Il punto è che acqua e sapone riducono il numero di germi che rechiamo con noi spesso inconsapevolmente, e quindi riducono il rischio di trasmetterli. L’importante però è lavare le mani nel modo giusto (ci vuole un minuto, come raccomandano le “cinque regole” in questa stessa pagina) e molto spesso: dopo aver preso l’autobus, dopo essere stati in bagno, prima di mangiare o di cucinare, prima o dopo altre incombenze attraverso le quali

acquisiamo germi. E, soprattutto, è necessario educare i bambini alla stessa pratica: i giochi sono assai di frequente tramite di infezioni, anche le più banali, che possono trasformarsi in malanni veri e propri. A proposito di Terzo e Quarto mondo (ma l’indicazione serve anche a noi, nei paesi cosiddetti sviluppati), un’indagine condotta recentemente in Nepal ha dimostrato come il corretto lavaggio delle mani da parte di madri e levatrici al momento di un parto abbia ridotto la mortalità neonatale del 40-44%. La stessa pratica igienica si è dimostrata efficace per la prevenzione del tracoma (che colpisce 150 milioni di bimbi nel mondo), delle infezioni dai vermi intestinali (frequentissime ai Tropici), delle infezioni respiratorie che colpiscono anche in Italia centinaia di migliaia di per-

Le cinque regole per mani pulite 1

bagnare le mani sotto acqua corrente, se possibile tiepida o calda;

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applicare il sapone, solido o liquido;

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strofinare le mani l’una con l’altra per almeno venti secondi senza dimenticare i dorsi, la pelle tra le dita e sotto le unghie;

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sciacquare a lungo sotto acqua corrente;

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asciugare con un asciugamano pulito o con una salvietta monouso o con il getto d’aria calda.

Ospedale universitario di Ginevra: ben evidenti, per chi arriva, le cinque regole per avere mani perfettamente pulite

sone l’anno. Per quanto riguarda appunto tossi e bronchiti l’Organizzazione mondiale della sanità suggerisce che lavarsi le mani più volte al giorno (anche dieci volte) può ridurre sino al 55% la diffusione dei virus. Così come il lavaggio frequente e accurato delle mani previene dal contagio dell’influenza.

Come si provvede al Santo Spirito L’operazione “mani pulite” è stata condotta su due piani distinti ma paralleli all’Ospedale S. Spirito. Per un verso è stato organizzato un corso per tutto il personale: medici, infermieri professionali, ecc. Per un altro verso in ogni stanza di degenza e persino nelle palestre di riabilitazione sono stati montati dei distributori a pressione di disinfettante.

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4 Sotto i 70 battiti/minuto un calo sensibile della mortalità e delle ospedalizzazioni

Scompenso? Per curarlo riduciamo la frequenza di Angela Beatrice Scardovi*

È

ormai dimostrato che ridurre la frequenza cardiaca migliora lo scompenso. La frequenza cardiaca è un fattore di rischio poco conosciuto per le malattie cardiovascolari ma importante al pari di ipertensione, colesterolo alto, fumo e sovrappeso. Ridurla consente una migliore ossigenazione del cuore quando esso è sottoposto a uno sforzo. Se si ha un polso che batte fra i 55 e i 70 battiti al minuto si può stare tranquilli, se tra i 70 e gli 80 è moderatamente elevato, ma oltre gli 80 bisogna fare attenzione specialmente se si è cardiopatici. La riduzione della frequenza cardiaca al di sotto di 70 battiti al minuto, in pazienti con scompenso cardiaco che già assumevano beta-bloccanti (farmaci fondamentali nel trattamento dello scompenso), ha reso possibile un calo di circa il 25% della mortalità e una riduzione del 25% delle ospedalizzazioni per questa patologia. Questo importante risultato clinico – che emerge dai dati dello studio SHIFT – è stato ottenuto recentemente con la somministrazione, in aggiunta alla terapia standard, di un nuovo farmaco, un bradicardizzante puro, l’ivabradina. Attraverso questa strategia terapeutica si possono salvare centinaia di

migliaia di pazienti, farli vivere meglio e ottenere un significativo risparmio per il servizio sanitario nazionale abbattendo il numero di ricoveri per scompenso. Importanti studi pubblicati sulle principali riviste scientifiche internazionali dimostrano che avere una elevata frequenza cardiaca, non solo nei cardiopatici ma anche nella popolazione generale, in particolare se affetta da ipertensione arteriosa, comporta un pesante incremento di gravi malattie e di morte. Queste persone muoiono prima di quelle che hanno frequenza 50/60 o 60/70 e muoiono essenzialmente per malattie cardiovascolari, oncologiche e ictus. Fortunatamente la frequenza cardiaca alta è un fattore di rischio e un indice di prognosi facilmente misurabile palpando il polso, pratica semplice, precisa e poco costosa. Controllare la frequenza cardiaca obbliga il medico a toccare il paziente e il malato gradisce molto questo contatto fisico perché lo trova molto più

Il cuore ha un “patrimonio di battiti” In un certo senso, il cuore ha un “patrimonio di battiti” da spendere nel tempo: più veloce cammina prima il patrimonio si esaurisce. Dal mondo animale arriva un’altra conferma: se si moltiplica con parametri omogenei la frequenza cardiaca media per la durata media della vita risulta un numero sempre uguale. Stesso numero per il colibrì, il cui cuore batte 600 volte al minuto e vive cinque mesi, stesso numero per la tartaruga che con sei pulsazioni al minuto vive circa 150 anni. L’ ipotesi è affascinante: gli animali nascono con un numero di battiti preordinato e uguale per tutti. Una regola che però sembra non valere per l’uomo che, con una media di 60 battiti al minuto, non dovrebbe superare i 22 anni. Un fenomeno che si spiega con l’ evoluzione della razza umana: proprio dai 22 anni in su iniziano i processi di aterosclerosi.(a.b.s.)

rassicurante di una procedura invasiva. Lo studio Europa ha preso in esame 12mila pazienti cardiopatici senza scompenso cardiaco dimostrando che per loro il limite di 75 battiti al minuto rappresenta una linea di confine oltre la quale il rischio di mortalità cardiovascolare aumenta del 24% e quello di scompenso cardiaco del 54%. Lo studio Beautiful ha invece considerato 11mila pazienti cardiopatici con iniziale scompenso cardiaco, seguiti per quattro anni in 781 centri di 33 Paesi. In questo caso la linea di confine scende a 70 battiti al minuto, limite oltre il quale il rischio di mortalità cardiovascolare aumenta del 34%, quello dello scompenso del 56%, quello di infarto cresce del 46% e quello di dover subire una rivascolarizzazione coronarica del 38%. Ma per quale motivo la frequenza cardiaca elevata fa male? Per una questione di consumi e di energia in quanto il lavoro che il nostro cuore compie ogni giorno è enorme: 100mila battiti (35 milioni in un anno), 9.000 litri di sangue pompati nel sistema cardiovascolare che copre ben 120 mila chilometri percorsi dal sangue in soli 20 secondi. Per far fronte a questo grande lavoro, il cuore richiede circa 30 kg di energia al giorno, prodotta con l’ossigeno che arriva insieme al sangue attraverso le arterie coronariche. Se le coronarie sono malate arriva meno ossigeno al muscolo cardiaco che quindi produce meno energia e si deteriora. Quindi, ridurre la frequenza di 10 battiti/minuto al giorno, significa ridurre di ben 5 kg le necessità energetiche del cuore. * Dirigente medico Uoc Cardiologia S. Spirito


Per cardiopatici e bronchitici e sempre per gli ultra 65 anni

Ipertensione: come fronteggiarla nelle persone anziane di Antonella Chiera*

S

i definisce “paziente anziano” un soggetto con età maggiore di 65 anni. Ma negli ultimi decenni la crescita esponenziale della popolazione anziana rende questa definizione un po’ “stretta”. Si parla allora di “anziani giovani” dai 65 ai 74 anni, di “anziani-anziani” tra i 75 gli 84, e di “anziani molto anziani” oltre gli 85. Questa vasta popolazione, destinata a crescere, è spesso affetta da patologie croniche come il diabete, le patologie cerebro e cardiovascolari, ma soprattutto è una popolazione affetta da ipertensione arteriosa. Si calcola che almeno la metà della popolazione oltre i 65 anni sia ipertesa. Come nei giovani l’ipertensione è anche nell’anziano un potente fattore di rischio per le patologie cardiovascolari. La riduzione della pressione arteriosa riduce l’incidenza soprattutto di ictus ma anche di patologie cardiache (scompenso cardiaco, infarto miocardico) e renali. L’anziano sviluppa prevalentemente un’ipertensione sistolica isolata cioè la “massima” raggiunge valori superiori ai 140 mmHg mentre quelli della diastolica (la “minima”) sono inferiori a 90 mmHg. La diagnosi di ipertensione arteriosa dovrebbe essere supportata da almeno 3 misurazioni in almeno due visite mediche separate, per poter considerare la variabilità fisiologica della pressione arteriosa e altri fattori influenzanti. La misurazione va ef-

fettuata bilateralmente e il braccio con la pressione superiore considerato di riferimento. La diagnosi è sostanzialmente clinica e sono utilissime le misurazioni effettuate a domicilio da parte del paziente perché meno influenzate da fattori esterni e sicuramente effettuate in ambiente meno stressante. Ma nel percorso diagnostico dell’ipertensione arteriosa, a qualsiasi età essa insorga, è fondamentale la ricerca di un eventuale danno ad uno o più degli organi-bersaglio: cuore, rene, occhio e arterie come le carotidi. È quindi utile eseguire soprattutto al momento della diagnosi un ecocardiogramma per escludere eventuali patologie cardiache, il fondo dell’occhio per escludere la retinopatia, un ecodoppler dei vasi carotidei e soprattutto degli esami ematochimici per la valutazione della funzione renale. Quali le eventuali terapie? Innanzitutto, anche nell’età avanzata, sono fondamentali le modifiche dello stile di vita. È estremamente utile ridurre il consumo di sale nella dieta, controllare il peso corporeo ed eventuale ridurlo fino alla fascia del normopeso. Anche per l’anziano è fondamentale una regolare attività fisica aerobica, basta una camminata a passo svelto per 30 minuti al giorno. E se malgrado uno stile di vita più sano la pressione arteriosa rimane elevata? Tutti i farmaci comunemente utilizzati nel soggetto adulto possono essere considerati nel

soggetto anziano. È chiaro che ogni paziente riceverà una terapia personalizzata che sarà condizionata dalle patologie associate presenti, da eventuale presenza di danno d’organo, da allergie e dalla tolleranza al farmaco: Anche negli anziani la terapia deve essere iniziata con valori di pressione massima superiori ai >140 mmHg con lo scopo di raggiungere valori inferiori, ma deve essere condotta con particolare attenzione agli effetti avversi, potenzialmente molto più frequenti a quest’età. Anche se l’età ≥80 anni non dovrebbe precludere il trattamento farmacologico, il medico dovrebbe – con più attenzione e controllo rispetto al meno anziano – adattare la terapia alle caratteristiche del paziente e bilanciare attentamente benefici clinici e possibili effetti collaterali. Vi sono ancora alcuni dubbi sui target da raggiungere. Siamo d’accordo che l’obiettivo è raggiungere i valori pressori inferiori a 140/90 mmHg, ma di quanto inferiori? Un’eccessiva riduzione può favorire un aumento, anziché una riduzione, della mortalità, soprattutto negli anziani con altri mali. Negli ottuagenari, sebbene i valori pressori al di sotto dei quali la perfusione degli organi vitali viene compromessa non siano noti, dovrebbero essere evitati valori di sistolica inferiore a 130 mm e di diastolica più bassi di 65 mmHg. * Dirigente medico UJoc Cardiologia S. Spirito

Si ringrazia la Abbott Vascular Knoll-Ravizza per il sostegno economico per la pubblicazione di questo giornale


6 Con addestramento al defibrillatore

Sei corsi di rianimazione per i familiari dei pazienti di Antonio Cautilli*

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a morte cardiaca improvvisa rappresenta la più importante causa di morte negli adulti con età superiore ai 40 anni nei paesi industrializzati. In Italia i decessi sono circa 55.000 all’anno, dunque uno su mille cittadini. La percentuale di sopravvivenza di questi pazienti risulta ancora oggi criticamente bassa: tra il 2 e il 5%. Nella stragrande maggioranza dei casi (80-85%) il ritmo d’esordio dell’arresto cardiaco è costituito da una grave aritmia, la fibrillazione ventricolare, che provoca una completa inefficacia della funzione di pompa cardiaca. L’unico trattamento è allora costituito dalla erogazione di uno shock elettrico mediante la defibrillazione purché tempestiva. È peraltro assodato che questi pazienti necessitano – in attesa

dell’applicazione del defibrillatore – di una adeguata rianimazione cardiopolmonare per il mantenimento di un sufficiente flusso sanguigno coronarico e cerebrale. Il defibrillatore semiautomatico esterno (DAE) è costituito da un dispositivo computerizzato in grado di riconoscere i ritmi cardiaci “defibrillabili” e guidare l’operatore attraverso messaggi vocali nelle varie fasi del soccorso. L’arresto cardiaco può colpire chiunque, cardiopatici e persone ritenute sane: solo una percentuale minima di soggetti ad elevato rischio può essere individuata; e a questi soggetti è necessario applicare un defibrillatore fisso. L’estensione dei programmi di addestramento nelle metodiche BLSD (Basic Life Support and Defibrillation) alla popolazione, ed in particolare a familiari di cardiopatici possono decisamente migliorare la sopravvivenza. Dove la pratica del volontariato extraospedaliero è diffusa (e sono diffusi i defibrillatori: supermercati e altri luoghi molto frequentati) la percentuale dei salvataggi può salire sino al 35%. Così da anni la Cardiologia dell’ospedale S. Spirito offre ai familiari di pazienti cardiopatici la possibilità di partecipare gratuitamente ad un corso BLSD nella convinzione che la formazione sempre più ampia di “pri-

mi soccorritori” sia la strategia giusta nella lotta all’arresto cardiaco. I corsi si sviluppano mediante l’utilizzo di materiale didattico specifico come manichini e simulatori DAE, copie fedeli di quelli reali, e comportano l’alternanza della parte teorica all’addestramento pratico vero e proprio, dove il partecipante ripete la sequenza del soccorso nell’ambito di uno scenario che simuli un arresto cardiaco. * Dirigente medico Uoc Cardiologia S. Spirito

Quando e dove fronteggiare l’emergenza I corsi – di cui è direttore e coordinatore il dr. Antonio Cautilli – si tengono nella sala teatro del S. Spirito, sempre di lunedì, dalle 14,30 alle 19,30, secondo questo calendario: 15 aprile, 20 maggio, 9 settembre, 14 ottobre, 11 novembre e 9 dicembre. Al termine del corso viene consegnato un attestato di partecipazione che abilita all’uso del defibrillatore. Per iscriversi ai corsi e per ottenere altre informazioni ci si può rivolgere alla segreteria del reparto di Cardiologia del S. Spirito, tel. 06.68352323.

Le lezioni per la cardioprevenzione

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ome ogni anno è già partito il ciclo di lezioni per la prevenzione e riabilitazione cardiologica promosso dalla Cardiologia del S. Spirito. Il piano (curato dalle dr.sse Francesca Lumia, cardiologa responsabile della riabilitazione, e Clara Amari, coordinatrice fisioterapista, e dal direttore della Cardiologia dr. Roberto Ricci) ha lo scopo di promuovere stili di vita sani, in collaborazione con le famiglie, attraverso un intervento che incrementi l’autoresponsabilità dei pazienti e la piena

coscienza che un nuovo stile è importante per controllare e rallentare la progressione della malattia. Una delle azioni principali consiste, ad esempio, nell’aiutare i pazienti a scoprirte i propri punti di forza sfruttando e riorganizzando positivamente energie cognitive ed emotive. Le lezioni si svolgono alla fine di ogni mese nella salateatro del S. Spirito con inizio alle 9,30: alla relazione introduttiva segue un dialogo tra medico e pazienti. A gennaio il dr. Alessandro Carunchio (cardiologo responsabile


dell’Unità subintensiva) ha discusso del “Significato diagnostico dei test provocativi in prevenzione secondaria; a febbraio il cardiologo dr. Alessandro Totteri ha illustrato “Il trattamento globale del paziente cardiopatico in fase postacuta o cronica di malattia”; a fine di questo mese di marzo il direttore del Centro di diabetologia dr. Francesco Chiaromonte illustra il rapporto tra “Cardiopatia ischemica, diabete e alimentazione”. Il 30 aprile sarà la volta della dr.ssa Francesca Lumia: “Gestione della terapia farmacologia in prevenzione secondaria”; mentre il 30 maggio il cardiologo dr. Marco Renzi illustrerà “Il trattamento dell’ipertensione arterio-

sa”. Il 27 giugno l’aritmologo dr. Andrea Porzio parlerà di “Diagnosi e trattamento delle aritmie cardiache”. Dopo la pausa estiva, le lezioni riprenderanno il 30 settembre con lo psicologo dr. Giulio Scoppola: “Gestione dello stress e malattie cardiovascolari”; e continueranno il 31 ottobre con una lezione del dr. Andrea Montalto, cardiochirurgo dell’ospedale S. Camillo, su “L’intervento di rivascolarizzazione miocardica”; e il 28 novembre con una relazione del dr. Alessandro Ferraioroni su “Infarto e angioplastica”. Il ciclo delle lezioni 2013 verrà concluso il 19 dicembre da un incontro con i pazienti e i loro familiari del dr. Roberto Ricci.

Intervista al paziente, medico omeopata

«Nuova la valvola e nuovo lo spirito»

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bbene sì, anche un medico (omeopata, tiene a precisare), è tra i pazienti che s’impegnano nella palestra della riabilitazione cardiaca. «E che male c’è? Càpita anche a noi medici di avere qualche guaio. Io, per esempio, ho dovuto…cambiare un pezzo.» A spiegarlo è Giuliano Pezzanera, 55 anni, divorziato con due figli. Com’è questa storia del pezzo di ricambio? «Nessun sintomo premonitore quando, un anno fa, mentre spingevo la moto su per una rampa, ho avuto un affanno serio, da allarme. Sono andato dal cardiologo: importante dilatazione ventricolare. Quindi intervento al Sant’Andrea per la sostituzione della valvola aortica.» Poi, inevitabile, la riabilitazione. Come sei finito in quest’oasi di efficienza che è la palestra del Santo Spirito? «Semplice: il consiglio di un amicocollega. Ottimo consiglio almeno per due motivi.Il primo l’hai detto tu: qui si è al sicuro, in zona protetta, e sotto controllo. Il secondo motivo è che da solo, in casa, non sarei stato capace e

…E allora lasci la palestra tra qualche tempo? «Francamente non è la mia intenzione. Sentirò il medico, valuteremo insieme i risultati di questa prima fase di riabilitazione. Se dipende solo da me, spero di continuare questa esperienza. È molto positiva: la valvola è nuova ma è nuovo anche lo spirito.»

non avrei avuto la spinta per fare una vera riabilitazione. E invece qui, soprattutto d’inverno…». Perché ne fai anche una questione stagionale? «Perché d’inverno praticamente non cammino, mentre d’estate sì, e poi vado in bicicletta, cerco comunque di tenermi in forma, e tanto più cercherò di farlo d’ora in poi.»

Positiva perché? Quali benefici ne trai? «Anche qui due motivi. Il primo credo che sia scontato: gli esercizi in palestra mi rendono tonico, sento reali benefici per il mio stato, e intendo anche benefici psicologici. Il secondo motivo è legato ai benefici psicologici: mi giova molto lo stare insieme ad altri pazienti in condizioni se non uguali analoghe, mi conforta il clima di solidarietà tra quanti hanno vissuto o vivono gli stessi guai. Anche questa è una medicina, Giuliano Pezzanera, 55 anni, medico omeopata nevvero?»

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8 Splendida serata al S.Spirito col coro Voices of Freedom

Quando gli Spirituals incantano gli amici della Cardiologia di Antonio Cautili*

H

a funzionato anche quest’anno, eccome, il recital di gospel e di canti della tradizione afroamericana che, come è oramai tradizione, il gruppo “Voices of Freedom” ha offerto, alla vigila di Natale, ai pazienti cardiopatici, agli ex pazienti, a medici e paramedici, agli amici della Cardiologia del Santo Spirito e dell’Associazione Cuore Sano che hanno promosso l’iniziativa nel teatro dell’ospedale. Ha funzionato, il recital, nel senso che non solo i tanti che

d’apertura del recital: quattro canti della tradizione africana, tra accenti struggenti e delizie ritmiche. Poi gli spirituals, in un crescendo di toni appassionati e di melodie talora poco conosciute, talora invece notissime. Dice bene la nota di presentazione redatta dagli stessi coristi: “Certamente le nostre voci non hanno quelle sonorità che solo gli afroamericani possiedono, ma le nostre anime cantano con la stessa passione di tutti coloro che hanno combattuto e combattono ancora per il diritto di essere liberi”.

Il compito di ringraziare questo straordinario coro e di salutare tutti i partecipanti alla festa è toccato, com’era naturale, al primario della Cardiologia, Roberto Ricci: se il teatro è così gremito, vuol dire che il successo dell’iniziativa è anche una testimonianza del valore di quegli elementi – la prevenzione, la cura, la socializzazione – su cui si fonda l’attività del reparto e dell’Associazione Cuore Sano. E in tanti, a fine recital, hanno premiato l’Associazione non solo iscrivendosi o rinnovando l’iscrizione ma anche contribuendo finanziariamente alla vita sua e del giornale (quello che state leggendo) che ne esprime i propositi.

I Voices of Freedom con il direttore Simone Innocenzi

gremivano il teatro dell’ospedale hanno potuto assistere ad un suggestivo, splendido recital, ma anche perché tutti sono stati coinvolti (anzi, si sono voluti coinvolgere) nello spettacolo, facendosi protagonisti della serata battendo il tempo, facendo coro nella ripetizione delle strofe, partecipando consapevolmente ad un’esperienza simile a quella che si vive nelle chiese metodiste americane. In effetti il concerto aveva tutte le caratteristiche di una festa di Voci Libere, appunto, che cantano (e fanno cantare) libere e per la libertà. Una libertà conquistata faticosamente, come testimoniavano le melodie

E allora ricordiamo che le Voci (direttore Simone Innocenzi) son quelle dei soprani Alessandra Iannizzi, Romina Luca, Laura Ottaviani e Laura Schiavone; dei contralti Gianna Costantini, Francesca Genga, Maria Giulia Soru e Agnese Urbani; dei tenori Alessio Carlevaris, Roberto Carli, Brunello Di Pasqua, André Ricardo Homero (di evidenti origini afroamericane), Paolo Nobili e Genoroso Mongelli; e infine i bassi Armando Cianchella (che è anche la voce recitante), Alessandro Crestini e Antonello Cautilli cui si deve la generosa prestazione del gruppo: è infatti un dirigente medico della stessa Cardiologia del S. Spirito.

La segretaria di Cuore Sano, Carla Maria Rossi e il tesoriere Roberto Capparucci


È un fattore di vasocostrizione che agisce anche sulle coronarie

Perché il freddo fa male al cuore di Alessandro Carunchio*

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uando ho letto il titolo dell’articolo che mi avevano proposto di scrivere ho immediatamente avuto davanti agli occhi quella che forse è l’immagine più famosa dell’Atlante del Netter. Questa immagine mette bene in evidenza come l’attacco di angina o l’infarto riconoscano, come cause scatenanti, la digestione (il signore esce dal ristorante), la fatica fisica (ha fatto alcuni scalini con una borsa pesante in mano) e l’esposizione al freddo: passaggio dal caldo del locale al freddo alla neve ed al vento. A volte le immagini sono più eloquenti delle parole. Il freddo fa male al cuore? Si, è noto da molti anni, ma vediamo insieme perché. Sicuramente il freddo è un vasocostrittore importante che agisce su tutte le arterie facendo aumentare la pressione arteriosa, che è un altro fattore di aumento di lavoro per il cuore. C’è una azione diretta anche sulle coronarie che, specie in presenza di placche, determina una vasocostrizione generalizzata o localizzata che può creare ischemia miocardica fino all’infarto. Quanto sin qui detto parla di un’azione diretta del freddo sul cuore e sulla sua circolazione. Ma c’è anche un’azione indiretta. Il prof. Attilio Maseri, nostro grande maestro Italiano, con i suoi studi fatti in Inghilterra (ennesimo esempio di cervello prestato all’estero) per primo ha ipotizzato che alla base della instabilizzazione di una placca di colesterolo e calcio sulle coronarie (sulla cui rottura si genera un trombo che occlude più o meno il vaso) vi

È molto importante evitare al cardiopatico ogni rischio infettivo che potrebbe fare precipitare una situazione di equilibrio magari precario di una cardiopatia sottostante. Ci sono anche altri elementi che si affacciano sullo scenario dei fattori di rischio. Uno è rappresentato dalla mancanza di luce diurna nei mesi invernali, che ha effetti negativi sulla salute in generale ed anche sul tono dell’umore e sappiamo quanto il cervello influisca sulla nostra salute. Infine come non ricordare l’importanza dello stress? Per molti motivi nei mesi invernali l’attività lavorativa presenta un netto incremento con maggiore stress che, attivando il sistema adrenergico, ci espone al rischio ischemico. Concludendo dobbiamo dire che il freddo, che patiamo di sia una infiammazione, una flogosi. L’infiammazione provoca un’alterazione dell’endotelio, la rottura della placca e la trombosi che sono alla base dell’infarto. Questo spiega il forte incremento di infarti ma anche di scompensi cardiaci e di aritmie che osserviamo nei mesi freddi. Le sindromi influenzali, le bronchiti ed ogni infezione dell’organismo, che sono più frequenti d’inverno, determinano, nel cardiopatico, una maggiore incidenza di eventi. Questo è il motivo per cui consigliamo sempre ai cardiopatici la vaccinazione antinfluenzale, di evitare l’esposizione al freddo, l’esposizione al contagio da parenti e/o badanti (e da qui anche l’opportunità di vaccinare anche queste persone).

Il freddoagisce sulle arterie facendo aumentare la pressione arteriosa più nei mesi invernali, ci espone al rischio di malattie cardiovascolari sia in maniera diretta che come effetto indiretto legato ad infezioni dell’organismo in generale, allo stress e, forse anche, alla ridotta esposizione ai benefici raggi del sole. Insomma, anche d’inverno, quando c’è una bella giornata di sole, ben coperti ed al riparo dal vento, una bella passeggiata al sole non potrà fare che bene. * Dirigente medico Uoc Cardiologia S. Spirito

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10 Per curare la fibrillazione atriale e per prevenire l’ictus cerebrale

Ci sono già (ma non in Italia) nuovi anticoagulanti orali di Alessandro Totteri*

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a fibrillazione atriale (FA) è la aritmia di più frequente riscontro, considerando che si calcola che ne sono affetti oltre sei milioni solo in Europa e in aumento considerato il progressivo invecchiamento della popolazione. La più importante complicazione è rappresentata dall’ictus cerebrale dovuto ad embolia cerebrale in partenza da cuore fibrillante. Il rischio di ictus è quasi cinque volte rispetto ai soggetti con ritmo normale (sinusale), con conseguente maggiore incidenza di mortalità e disabilità. Per prevenire l’ictus si utilizzano gli anticoagulanti orali (inibitori della Vitamina K ) come warfarin

(Coumadin®) o acenocumarolo (Sintrom®) che necessitano di costanti controlli di laboratorio con frequenti variazioni di dosaggio. Nonostante la comprovata efficacia di questi farmaci, ancora oggi la terapia anticoagulante orale (TAO) è ampiamente sottoutilizzata nella FA soprattutto nei soggetti anziani che peraltro sono a maggior rischio. Un recente studio condotto con un questionario a medici (studio Averroes) indicava come principali motivazioni anti-

TAO erano sia il timore che il paziente non riesca a mantenere un dosaggio corretto (con conseguente rischio di emorragie) e sia il rifiuto del paziente a sottoporsi sistematicamente ai controlli di laboratorio mediante prelievo ematico periodico. Dopo alcuni decenni, l’introduzione di nuovi anticoagulanti orali (NAO), rappresenta un sicuro avanzamento scientifico. Gli studi condotti sui nuovi farmaci nella prevenzione dl rischio trombo-embolico della FA non valvolare (ovvero non associata a valvulopatie gravi o a pazienti portatori di valvole protesiche meccaniche) hanno dimostrato un’efficacia uguale o superiore alla tradizionale TAO con un rischio emorragico complessivo minore, con particolare riguardo alle emorragie maggiori come la cerebrale. Con questo, altri vantaggi di non poco conto: la maggiore facilità di somministrazione (i NAO sono assunti a dose fissa una-due volte al dì a seconda del farmaco); l’assenza di controlli di laboratorio particolari liberando il paziente dai frequenti prelievi ematici; e – non ultimo, dal momento che l’azione farmacologica prescinde dalla vitamina K – l’azione di questi farmaci non è influenzata in modo particolare dagli alimenti. Allo stato attuale tre molecole sono state testate con studi internazionali e sono già disponibili da almeno tre anni nei principali paesi europei (ma non ancora da noi) e nel Nord America: 1) il dabigatran (nome commerciale Pradaxa®) testato con studio RE-LY: migliore della TAO nella prevenzione dell’ictus, efficace e sicuro anche nella cardioversione; somministrazione due volte al giorno; disponibili 2 dosaggi (150 e 110 mg); 2) il rivaroxaban (nome commerciale Xarelto®) testato con studio ROCKET AF: dimostrata non infe-

riorità per quanto riguarda efficacia/sicurezza; unico in monosomministrazione (una volta al giorno); 3) l’apixaban (nome commerciale Eliquis®) testato con studio ARISTOTLE: unico dimostrato superiore ad acido acetilsalicilico, meglio di TAO come efficacia e sicurezza (più sicuro nelle emorragie maggiori); somministrazione due volte al giorno. Globalmente, quindi, esistono indubbi vantaggi nell’utilizzo dei nuovi medicinali nella prevenzione dell’ictus nei pazienti con fibrillazione atriale. Si deve comunque considerare che, come per tutti i farmaci, vanno conosciute le interazioni farmacologiche e che il paziente deve essere adeguatamente informato che, con i NAO, sta assumendo farmaci salvavita e quindi non sono permesse dimenticanze o interruzioni se non autorizzate dal medico o dal centro di riferimento. Altro avvertimento: i NAO hanno durata limitata una volta sospesi, ma non esiste un antidoto specifico se si verifica un effetto emorragico. In questo caso dovrà essere somministrato plasma fresco come per altre situazioni. In Italia siamo in attesa che l’Agenzia italiana del farmaco approvi l’introduzione e la rimborsabilità dei NAO nei pazienti con FA a rischio di ictus. L’introduzione in tempi brevi di questi nuovi farmaci sicuramente cambierà lo scenario non solo nella prevenzione dell’ictus nei pazienti con fibrillazione atriale non valvolare ma molto verosimilmente anche in altre patologie. Recentissimi studi hanno infatti verificato l’utilizzo dei NAO nel trattamento e prevenzione delle trombosi venose profonde, dell’embolia polmonare e delle sindromi coronariche acute. * Dirigente medico Uoc Cardiologia S. Spirito


In caso di rivascolarizzazione vanno considerati molti fattori

Nel paziente diabetico meglio stent o by-pass?i F

rancesca Lumia*

di Roberto Ricci*

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onostante i notevoli progressi tecnologici che si sono avuti negli ultimi anni nell’ambito sia degli interventi cardiochirurgici di by-pass aortocoronarico, e sia delle procedure di angioplastica coronarica con impianto di stent, i pazienti diabetici, rispetto ai non diabetici, sottoposti ad intervento di rivascolarizzazione (sia by-pass che stent) continuano ad avere una prognosi a lungo tempo meno favorevole: maggiore incidenza di mortalità, infarto, ictus e necessità di nuovi interventi di rivascolarizzazione coronarica. I motivi sono diversi; i diabetici hanno una malattia aterosclerotica coronarica in genere più estesa con interessamento contemporaneo di più coronarie, lesioni più lunghe e calcifiche, vasi coronarici più piccoli e malati anche nei tratti più periferici, ma soprattutto una progressione più accelerata della malattia coronarica e una maggiore coesistenza di altri fattori di rischio: ipertensione, obesità, ipercolesterolemia. Nel campo chirurgico l’impiego di by pass con l’arteria mammaria, al posto dei tradizionali by pass con segmenti di vena safena, ha determinato un significativo miglioramento della prognosi dei pazienti trattati chirurgicamente, e soprattutto di quelli diabetici. Allo stesso modo nel campo della cardiologia interventistica, l’utilizzo durante angioplastica di stent a rilascio di farmaco antiproliferativo, i cosidetti stent medicati, ha ridotto drasticamente la necessità di ulteriori interventi di rivascolarizzazione per restentosi dello stent stesso. Ma il quesito è: nel paziente diabetico è meglio la rivascolarizzazione con by-pass o con stent medicato? Se la malattia aterosclerotica coinvolge un solo vaso corona-

rico e vi è la necessità clinica di procedere a rivascolarizzazione, in linea generale è preferibile l’angioplastica, soprattutto per la minore invasività della procedura. Più complessa è la scelta per quanto riguarda la malattia coronarica multivasale, cioè quando più coronarie sono coinvolte dal processo aterosclerotico ostruttivo. Fino a poco fa i dati della letteratura erano contrastanti. Sebbene infatti i primi studi randomizzati di confronto tra rivascolarizzazione con by-pass e con la sola angioplastica (solo dilatazione con palloncino, senza impianto di stent) abbiano mostrato un vantaggio anche in termini di sopravvivenza con il by-pass, studi successivi, condotti in epoca di stent medicati, hanno dimostrato una sostanziale equivalenza tra le due tecniche nei confronti della sopravvivenza libera da eventi cardiovascolari (morte, reinfarto o ictus) nella malattia coronarica multivasale non particolarmente estesa o complessa. Nel novembre scorso, però, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine, i risultati dello studio FREEDOM, condotto su circa 1.900 pazienti diabetici con malattia aterosclerotica coinvolgente due o tutte e tre le coronarie, randomizzati a rivascolarizzazione con by-pass aorto coronarico o angioplastica con stent medicato. Dopo cinque anni dalla procedura, i pazienti trattati con by-pass hanno avuto una minore incidenza di morte, infarto o ictus e una minore incidenza di ulteriori interventi di rivascolarizzazione coronarica. I risultati di questo studio sono sicuramente rilevanti perché si tratta di uno studio condotto su un campione numeroso di pazienti, seguiti per un lungo periodo di tempo, utilizzando le migliori terapie e tecnologie al momento disponibili.

Quali sono allora i risvolti clinici dello studio FREEDOM? Cosa dobbiamo oggi consigliare ai nostri pazienti diabetici con malattia aterosclerotica di due o tre coro-

narie? Ebbene, prima di procedere ad una procedura di rivascolarizzazione, i pazienti diabetici dovrebbero essere attentamente informati sul beneficio potenziale, anche in termini di sopravvivenza, del by-pass aorto coronarico rispetto all’angioplastica con stent medicato. E pertanto in linea generale va preferita la rivascolarizzazione chirurgica. La realtà quotidiana è però molto più complessa di quella riprodotta negli studi scientifici e vi sono alcune situazioni, come per esempio la presenza di altre malattie che aumentano il rischio chirurgico (insufficienza respiratoria, insufficienza renale, pregresso ictus, obesità) oppure la storia di un precedente intervento di by-pass o la volontà stessa del paziente che possono condizionare la scelta a favore dell’angioplastica. Infine, a mio parere, anche la condizione di un paziente giovane con una malattia di due soli vasi coronarici e con modesta estensione delle lesioni, può far propendere verso l’angioplastica con stent medicato, e riservare l’eventuale intervento di by-pass in un secondo momento se necessario. * Primario Uoc Cardiologia S. Spirito

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Gli attacchi al cuore ridotti di un terzo in un’area campione degli Stati Uniti

Le leggi contro il fumo proteggono dall’infarto anche i non-fumatori

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e leggi anti-fumo (nei bar, ristoranti e altri luoghi di ritrovo come nei luoghi di lavoro) proteggono dall’infarto anche i non fumatori. All’intuito sembrerebbe una cosa ovvia, ma ora è confermata da uno studio pilota condotto in una contea – Olmest County – del Minnesota dal quale risulta che, da quando è entrata in vigore la legge che vieta il fumo nei locali pubblici, in quell’area il numero degli attacchi di cuore si è ridotto di un terzo: da centocinquanta a cento casi ogni centomila abitanti. Il rapporto è apparso negli Archives of Internal Medicine e vi si nota una particolare sottolineatura: che se anche il fumo passivo è correlato alla comparsa o allo sviluppo di malattie cardiache nei non fumatori, alcuni altri studi suggeriscono addirittura che i suoi effetti negativi sul cuore siano paragonabili a quelli del fumo attivo. La ricerca – ci fa sapere il Corriere-Salute – è stata condotta da alcuni ricercatori della Mayo Clinic di Rochester (appunto nello stato del Minnesota) che hanno valutato l’incidenza di infarti e morti improvvise nella contea-pilota stabilendo un rapporto tra i decessi da cardiopatie nei diciotto mesi antecedenti la prima legge federale del 2002 (no fumo nei ristoranti), e quelli nei

Attenzione alle sigarette elettroniche L’Organizzazione mondiale della sanità e l’Unione europea ritengono molto pericoloso l’uso – che si va diffondendo anche in Italia – delle così dette sigarette elettroniche, anche e soprattutto tra i giovani. Tra i motivi: intanto non è stato dimostrato l’effetto dissuasivo rispetto al fumo del tabacco; poi c’è l’effetto imitativo per cui i ragazzi cominciano con la sigaretta “finta” e poi finiscono per fumare quelle vere; infine (ed è l’elemento più pericoloso) la cartuccia che alimenta la sigaretta elettronica contiene non solo una soluzione di glicole propilenico, glicerolo e aromi alimentari, ma in alcuni casi anche nicotina, cioè una delle cause principali delle cardiopatie e degli ictus.

diciotto mesi successivi alla legge più severa del 2007 (no fumo in tutti i luoghi di lavoro e in tutti i ritrovi). Ebbene rispetto a tredici anni addietro il numero dei decessi è diminuito dal 33%, mentre dopo il 2007 si è avuto un ulteriore decremento del 17%. “Questo studio – ha commentato Sara Kalkhoran, dell’Università della California – dimostra che bisogna rafforzare ancora le leggi perché il fumo sia bandito anche nei condomini, nei veicoli a motore e anche all’aria aperta, almeno in certe aree. Non ci devono essere discriminazioni: tutti devono essere protetti dall’esposizione al fumo”.

C’è anche una nuova direttiva Ue Intanto la Commissione dell’Unione europea ha proposto al Parlamento e al Consiglio di Bruxelles una direttiva (che dovrebbe andare in vigore nel 2015, salvo necessaria ratifica italiana da parte delle due Camere) che aggrava le misure anti-fumo. In sostanza: vietate le sigarette sottili e quelle con aggiunte di aromi (mentolo, vaniglia, ecc.), banditi i pacchetti da dieci, imposte immagini choc su tutti gli altri. L’obiettivo dichiarato è la riduzione del numero dei fumatori, limitando sensibilmente le possibilità di scelta. Per questo via le “sottili” e le aromatizzate; la scritta “light” è già vietata perché fuorviante e invitante, e ora si cerca di bandire anche parole come “naturali” e “bio”. Dice il commissario alla Salute, Tonio Borg: “Ogni anno per colpa del fumo sparisce una città grande come Francoforte o Palermo: il tabacco uccide la metà delle persone che ne fanno uso e induce forte dipendenza”. Quindi, “nessuna attrazione che sia strumentale, che incentivi in qualsiasi modo l’uso, in particolare delle sigarette e in particolare da parte dei giovani”.


Il Nordic Walking più benefico della semplice marcia spedita

Camminare coi bastoncini è una risorsa per il cuore di Flavia Belloni*

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“bastoncini” che vanno diffondendosi anche in Italia sono nati in Finlandia come allenamento per lo sci di fondo. E in effetti i movimenti del corpo e in particolare l’andamento alternato di braccia e di gambe, ricordano un po’ questo particolare sport sulla neve. Ma la pratica dei bastoncini è anche assai benefica per i cardiopatici (almeno quelli stabilizzati): da ultimo lo documenta uno studio presentato alla Società europea di cardiologia da un fisioterapista dell’ospedale militare di Breslavia, Polonia. In buona sostanza, il Nordic Walking consente di allenarsi con maggiore intensità rispetto alla semplice camminata spedita (quella raccomandata dai cardiologi: almeno mezz’ora al giorno) migliorando al tempo stesso la capacità cardiorespiratoria in totale sicurezza per il cuore. Non a caso il NW è inserito nei programmi di riabilitazione cardiovascolare del S. Spirito, come testimoniano le esperienze fatte ogni anno dai pazienti che partecipano alle giornate di Montagnaterapia. La ricerca ha avuto per specifico obiettivo gli scompensati. Ad un gruppo di pazienti è stato affiancato un gruppo di persone sane. Sia agli uni che agli altri è stato detto di marciare (con i bastoncini o senza) per sei minuti su un tapis roulant in velocità costante di 5 km/ora. Al termine, misurati i classici parametri, è venuto fuori che nei soggetti sani che avevano usato i bastoncini, il Nordic aveva fatto aumentare del 37% il consumo di ossigeno, aveva fatto salire di venti battiti/minuto la frequenza cardiaca, incrementava la pressione e l’affaticamento. Lo stesso era accaduto con i pazienti scompensati che avevano utilizzato la tecnica finlandese: rispetto ai colleghi in marcia normale c’era un +14% del consumo di ossigeno, un +18% del

quoziente respiratorio (il rapporto tra l’anidride carbonica prodotta con lo sforzo e l’ossigeno consumato), un +15 battiti/minuto, un aumento della pressione e della fatica. Insomma, sia nei sani che negli scompensati l’uso dei bastoncini aumentava l’intensità dell’esercizio svolto. Ma attenzione: stando ai dati raccolti – e riferiti da Elena Meli su Corriere Salute –,

Questo tipo di attività consente un allenamento più intenso rispetto alla normale camminata spedita e migliora la capacità respiratoria in totale sicurezza per il cuore questi incrementi dei valori non si associano ad un maggior rischio di ischemie cardiache, per quanto minime, né ad un incremento delle probabilità di aritmie. Proprio qui sta il vantaggio dell’uso dei bastoncini: si tratta di una attività fisica molto efficace e al tempo stesso sicura anche per chi ha il cuore un po’ malandato o è più avanti negli anni. In altre parole per ottenere gli stessi risultati di beneficio cardiovascolare con una semplice camminata bisogna sforzarsi molto di più. Oltre tutto si tratta di uno sport praticabile anche da chi ha le articolazioni malmesse (nei giardini delle città: a Roma è frequente vedere anziani a villa Pamphili e a villa Borghese che marciano all’insegna del Nordic Walking): grazie all’uso dei bastoncini le sollecitazioni su anche, ginocchia e caviglie sono minori rispetto a quelle provocate dalle camminate normali. Ed è tanto chiaro il perché da far dire a qualcuno che in realtà, con il NW, è come camminare…a quattro zampe! 13


14 Ecco il menu ideale, a basso colesterolo

Ma chi l’ha detto che il cardiopatico deve mangiare male? di Flavia Belloni*

U Due raccomandazioni che non ci stancheremo mai di fare: consumare poco sale e utilizzare del buon olio d’oliva extravergine

n intero, gustoso menu, per giunta a basso contenuto di colesterolo? Ce lo offre il cardiologo Flavio Burgarella, responsabile del Centro di riabilitazione cardiologica di S. Pellegrino Terme (Bergamo), fondatore di una delle prime associazioni italiane di cardiopatici, ed autore di libri di divulgazione medica tra cui uno – “Cosa capirò di cuore” – che suggerisce tanti piatti gustosi che sono una smentita alla favola che il cardiopatico sia costretto a diete assurde. E allora eccovi serviti di un primo, di un secondo e di un ghiotto finale (gli ingredienti sono per quattro persone).

LINGUINE CON I BROCCOLETTI Scaldare in una padella ampia quattro cucchiai d’olio con tre, quattro acciughe. Quando le acciughe sono sciolte versate in padella settecento grammi di broccoletti che avrete lessato prima e tagliato a pezzi piuttosto grossi. Cuocete trecento grammi di linguine e, quando sono al dente, scolatele (ma non troppo) e gettatele nel tegame. Scaldate mescolando bene, e servite con un’abbondante macinata di pepe. Totale per porzione: 400 kl, 14 gr. di grassi, 0,5 mg di colesterolo. Chi ha problemi di peso consideri che questo può esser considerato un piatto unico.

NASELLO ALLE VERDURE In una padella antiaderente, cuocete per un quarto d’ora in un po’ d’olio due porri tagliati a rondelle, un peperone rosso e

uno giallo tagliati a dadini, e un trito di una carota, due gambi di sedano, una cipolla e qualche stelo di erba cipollina. Mescolate spesso con un cucchiaio di legno. Aggiungete quindi una bustina di zafferano sciolto in una tazzina d’acqua, portate tutto a ebollizione e, a fuoco più basso, versate poco più di mezzo chilo di nasello (va ovviamente bene anche il pesce surgelato). Coprite e cuocete per un altro quarto d’ora rigirando molto delicatamente qualche volta il nasello. Salate e pepate prima di servire. Totale per porzione: 250 kl, 11 gr. di grassi, 63 mg. di colesterolo.

INSALATA DI ARANCE E OLIVE Sbucciate quattro arance (se poi sono le moro…), privatele della pellicola bianca, tagliatele a dischetti spessi mezzo centimetro togliendo i semi. Distribuite su un piatto di portata aggiungendo cento grammi di olive nere, cipolla o finocchio tagliati sottilmente e condite con abbondante pepe nero macinato e un cucchiaio d’olio, mescolate delicatamente. Totale per porzione: 199 kl, 11,4 gr. di grassi, 12 mg. di colesterolo. BUON APPETITO !


PILLOLE DI SALUTE… IL RISCHIO DELL’ECCESSO – I maggiori contributi alla medicina negli ultimi 20 anni sono venuti dagli Usa, “ma è proprio là – rileva il prof. Giuseppe Remuzzi, primario nefrologo a Bergamo dove anche coordina la sede distaccata dell’Istituto Mario Negri – che gli errori medici sono più numerosi. Troppi esami, troppi interventi chirurgici, troppi farmaci. Là lo fanno per difendersi dagli avvocati, ma in medicina è vietato strafare. Quello che non serve ha dei rischi, sempre”. INSALATE “GRASSE”? UN BENE – Per l’insalata, se si scelgono condimenti senza grassi (per esempio il solo succo di limone) si riducono, è vero, le calorie ma si perdono

molti dei benefici della verdura. Più la si condisce con modiche quantità di grassi (ovviamente olio extravergine di oliva) meglio si assorbono i carotenoidi.

UNA MELA AL GIORNO – Ecco un altro studio americano, della Ohio State University, secondo cui il consumo di una mela il giorno – noi italiani ne consumiamo una media di 59 grammi al dì – porta a una riduzione significativa della formazione nel sangue di un complesso (LDL e una proteina plasmatica) che ha probabilmente un ruolo chiave nell’inizio del processo ateroscle-

rotico. Come ci si è arrivati? Cinquantuno adulti con scarso consumo abituale di mele (un po’ pochi per un rilevamento scientifico…) sono stati divisi in tre gruppi: uno doveva mangiare una mela il giorno, un altri un estratto di mele con analogo contenuto di polifenoli, il terzo un placebo. Nei primi due gruppi si è avuta una riduzione significativa (del 40 e del 21%) del complesso legato al processo aterosclerotico.

…E SALUTE IN PILLOLE VERDURA, FA BENE SEMPRE– Fresca e cruda, o cotta, o surgelata, la verdura fa sempre bene, e il discorso vale anche per la frutta. Lo garantiscono le linee guida dall’American Cancer Society nel sottolineare che in effetti frutta e verdura mangiate entro breve tempo dalla raccolta sono ottime dal punto di vista nutrizionale. Il che non significa che i prodotti conservati non siano pur essi una buona scelta, a volte addirittura migliore. Ad esempio i vegetali surgelati, generalmente raccolti al punto giusto di maturazione, possono essere più nutrienti dei freschi: se sono trascorsi tempi lunghi tra rac-

colta e consumo. Quanto ai vegetali cotti, è vero che può ridursi il contenuto in vitamina C, ma la cottura (a microonde o al vapore) rende alcune sostanze più digeribili e assorbibili.

GLICEMIA SENZA PUNGERE – Non più analisi del sangue, né pungerci le dita per sapere il nostro tasso glicemico. Adesso, per sapere se siamo in regola basterà un po’ di saliva o addirittura una lacrima. Lo sostiene uno studio dei ricercatori della Brown University di Providence (Usa): hanno realizzato un nuovo sistema di rilevamento basato su un nano-biosensore che sfrut-

ta le iterazioni tra elettroni e fotoni. Un biochip grande come un’unghia misura la concentrazione degli zuccheri presenti nella saliva (bocca pulita) o nella lacrima. In Usa la nuova tecnica è già praticata, anche tra i militari e non a caso: il sistema è in grado di rilevare la presenza anche infinitesimali concentrazioni ambientali di antrace. In Italia i diabetici accertati sono quasi tre milioni, ma la pratica non è stata ancora autorizzata. Forse per poco qui si continuerà a bucarsi il dito per avere una goccia di sangue da analizzare. Molto più comodo sarà sbrigarsela tagliuzzando una cipolla…

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Cuore amico 2013 1