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Il nostro Paese

n. 332 / Agosto 2017


Benedetto Antonini p. 3

Editoriale Con la guardia sempre alta

Benedetto Antonini p. 4

Tema STAN dell’Anno – Pianificazione e urbanistica Corteglia: quando un PR perde la sua validità

Benedetto Antonini

p. 9

Parco eolico del San Gottardo: licenza da annullare

Giosanna Crivelli Tita Carloni p. 14

Temi STAN – Parco letterario Hermann Hesse L’irreversibile distruttività del pensiero a senso unico Lettera a Giosanna Crivelli

Antonio Pisoni p. 16

Temi STAN Relazione presidenziale all’Assemblea STAN 2017 Risoluzione adottata dall’Assemblea

Redazione p. 19

Schweizer Heimatschutz ha eletto il nuovo Presidente

Paolo Camillo Minotti p. 20

In memoria In ricordo di Lauro Tognola

AAVV p. 24

Invito alla visita – Dossier Musei Etnografici Le mostre in corso nei Musei etnografici

Tiziano Fontana p. 42

Natura – Alleanza Territorio e Biodiversità Valorizzare un habitat alle pendici del Poncione di Arzo

Gianni Marcolli p. 46

Natura – Ornitologia Il merlo acquaiolo, un sub controcorrente

Nicoletta Locarnini p. 48

Invito alla lettura Hermann Hesse il viandante

Fernando Pedrolini Simone Bionda p. 50

Lettere dei lettori Pale eoliche sul Gottardo? Pascolo o Piazza?

Tita Carloni

p. 54

Cultura Lungo il fiume Ticino In copertina: Corteglia. Foto: Renato Quadroni

Impressum: Rivista trimestrale fondata nel 1949 organo della Società ticinese per l’arte e la natura – STAN già Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, fondata nel 1908. Sezione ticinese di Heimatschutz Svizzera www.stan-ticino.ch. Comitato di redazione: Benedetto Antonini, Tiziano Fontana e Stefano Baragiola Contatti: STAN, via Borghese 42, 6601 Locarno, Tel. 091 751 16 25, info@stan-ticino.ch. Concetto grafico: marco tanner, creative consulting, 6992 cimo. Conto corrente postale: Società ticinese per l’arte e la natura, 69-862-3. Abbonamento annuo: Abbonamento + quota sociale STAN Fr. 60.–. Comuni piccoli, Parrocchie, ecc. Fr. 60.– Sostenitore, Comuni, Società a partire da Fr. 100.– Scuole, studenti Fr. 30.– Estero Fr. 60.– Numero separato Fr. 8.–. Tiratura: 1300 copie. Stampa e impaginazione: Fontana Print S.A., C.P. 231, 6963 Pregassona. La rivista esce anche grazie al contributo di

STAN, Sezione ticinese di

© 2017 Il nostro Paese. Per la riproduzione di testi, fotografie e disegni è necessaria l’autorizzazione della redazione.


Editoriale

Con la guardia sempre alta Benedetto Antonini Eccoci al secondo numero del 2017 con gli argomenti trattati. Altri, purtroppo, non trovano lo spazio. Cominciando dalle questioni organizzative annunciamo con piacere l’arrivo di Martin Killias, emerito professore di diritto e persona poliglotta di grande sensibilità culturale, alla testa di Heimatschutz Svizzera. A lui i nostri migliori auguri di buon lavoro. Egli sostituisce Philippe Biéler che ha lasciato, a norma degli statuti, alla conclusione dei tre mandati. A Philippe che ha condotto SHS con competenza e grande impegno conseguendo traguardi importanti per l’associazione, vadano i nostri ringraziamenti. Per quel che concerne la nostra sezione, ricordiamo che nel corso dell’Assemblea del 21 maggio 2017 a Bellinzona, è stata votata la revisione parziale dello statuto. Obbiettivo? Aumentare l’efficienza della nostra missione di tutela del patrimonio. Rinviamo i nostri lettori alla relazione presidenziale. L’assemblea ha pure votato una risoluzione all’indirizzo del Direttore del Dipartimento del Territorio, Claudio Zali, per incitarlo a non desistere dal portare avanti la modifica della Legge sulla protezione dei beni culturali, oggetto della nostra iniziativa «Un futuro per il nostro passato». Il 31 luglio 2017, il Consigliere di Stato ci ha risposto e gliene siamo grati. Egli ci ha informati che il progetto di legge è all’esame della Consulta Cantone-Comuni, fino al 23 settembre prossimo. Per quel che concerne l’aggiornamento del PD, Zali ha affermato che i lavori preparatori sono conclusi e che la proposta di scheda non dovrebbe tardare. Attendiamo, quindi, i prossimi passi senza abbassare il nostro livello d’attenzione. Al capitolo attività della STAN proponiamo alcuni contributi importanti sui ricorsi inoltrati contro la costruzione di un grande edificio a Corteglia (Castel san Pietro) e del Parco eolico del San Gottardo. Il primo riguarda un progetto immobiliare per un edificio di 22 appartamenti a monte del nucleo storico di Corteglia. Il progetto non si inserisce nel paesaggio in modo né «ordinato» né «armonioso», come invece esige la Lst. Inoltre, per accedere all’autosilo privato con una galleria artificiale, svuoterebbe la collina sulla quale vorrebbe sorgere, violentando il sito in modo inaccettabile. A nostro avviso, se da un progetto emergono carenze di Piano regolatore e il PR stesso è obsoleto a causa delle numerose modifiche legislative intervenute dopo la sua approvazione, è indispensabile agire per renderlo conforme al diritto in vigore. Questo vogliono

la LPT e le nuove schede del PD poste in consultazione dal DT pochi mesi or sono. Il secondo caso concerne il ricorso contro la licenza edilizia rilasciata dal Municipio di Airolo per la costruzione del Parco eolico. Pur essendo favorevoli all’uso dell’energia del vento, siamo costretti a persistere nell’opporci a questo progetto. Riteniamo, infatti, sia errato sacrificare la sacralità e la simbologia nazionale del sito del San Gottardo, d’altro canto abbiamo constatato troppe forzature materiali e procedurali, tali da farci supporre che i promotori corrono di proposito verso una sua bocciatura finale. Gli altri articoli propongono una varietà di temi che testimoniano il nostro interesse in più ambiti. Essi spaziano dall’ornitologia, per attirare l’attenzione sulle minacce alla biodiversità, argomento sottovalutato nell’EIA relativo al citato Parco eolico, alla museologia con un omaggio ai musei etnografici del Ticino, per sottolineare la ricchezza di un territorio troppo poco conosciuto e per onorare chi quei musei ha voluto e gestito con tanta passione e abnegazione. Un testo su Hermann Hesse, poi, per ricordare che, nonostante la presa di posizione del Consiglio di Stato, contraria alla tutela dei luoghi del «nostro» premio Nobel per la letteratura, non abbiamo abbassato le braccia. Infine, un richiamo al pensiero di Tita Carloni, maestro in materia di cultura del territorio e un ricordo dell’intelligente opera di sensibilizzazione di Lauro Tognola, per molti anni redattore di questo nostro Bollettino. Per concludere, prima di trattare il tema in modo più documentato e approfondito, invitiamo chi è sensibile allo sviluppo ordinato e armonioso del territorio, a segnalarci casi preoccupanti. Noi, ad esempio, consideriamo tali le nuove costruzioni in via d’ultimazione lungo la strada che da Morcote sale a Vico-Morcote. Edifici sproporzionati, con scelte cromatiche aggressive. Ci si chiede se il Cantone le abbia esaminate, se il forestale abbia misurato la distanza dal bosco, se l’Ufficio dei corsi d’acqua abbia verificato il rispetto delle nuove distanze di sicurezza, se gli uffici tecnici conoscano le regole per la misura delle altezze degli edifici a gradoni. Un plauso, invece, al Municipio di Collina d’Oro che ha deciso di vietare quest’ultimi!

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Tema STAN dell’anno – Pianificazione e urbanistica

Corteglia: quando un PR perde la sua validità Benedetto Antonini

Il nucleo di Corteglia visto dalla collina posta di fronte: a sinistra emerge l’allineamento degli edifici di via alle Corti, che giunge fino alla chiesa; sul lato opposto, in posizione rialzata, è prevista l’edificazione di stabili per complessivi ventidue appartamenti.

Premessa

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Il nucleo storico di Corteglia, questa bella frazione di Castel San Pietro affacciata sulla conca verde di Vigino e poi a seguire di Mezzana, ha attirato, grazie all’intelligente vigilanza di un’associazione di cittadini del Comune, l’attenzione della STAN. Questo pregevole territorio è già stato oggetto di molte giustificate attenzioni. È incluso nel perimetro dei paesaggi d’importanza nazionale fissato come Oggetto N. 1803 Monte Generoso dell’Inventario federale dei paesaggi protetti (IFP, secondo l’art. 5 LNP) e gode pertanto di una tutela di livello nazionale. Dal canto loro gli specialisti che, per la Confederazione, hanno studiato e allestito l’ISOS – Inventario Svizzero degli insediamenti da proteggere – lo hanno valutato d’importanza regionale. Questa dicitura, tipica Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

dei testi federali, equivale ad un’importanza cantonale e come tale è ripresa nell’allegato della Scheda di coordinamento P10 del Piano direttore cantonale (PD). Nel corso degli impegni derivanti dal PD, il Cantone sta allestendo i piani comprensoriali del paesaggio, segnatamente il piano delle zone di ricreazione da salvaguardare. Anche il Piano regolatore, pur essendo assai datato, non ha ignorato i valori del nucleo di Corteglia anche se, come vedremo, avrebbe dovuto meglio tutelare i sui dintorni. Nel mese di maggio del corrente anno il Cantone ha posto in consultazione la revisione di tre importanti schede di coordinamento del PD, in gran parte riscritte per adeguare questo fondamentale strumento tecnico-giuridico alla legislazione federale, nel frattempo a sua volta modificata e, al tempo stesso, per fissare i modi


di comportamento per i Comuni nell’ambito dei rispettivi Piani regolatori. Spicca su tutti i contenuti in consultazione la volontà cantonale di agire per fare in modo che la contenibilità dei piani regolatori (cfr. Scheda R6, Sviluppo degli insediamenti e gestione delle zone edificabili) sia ridotta. Appartiene inoltre a questa doverosa articolata premessa il richiamo allo studio giuridico di Giorgio De Biasio, che pubblicheremo sul prossimo numero de INP (333), dal quale si possono dedurre, tra l’altro, notevoli insegnamenti in merito alla recente giurisprudenza del Tribunale federale, circa la decadenza della validità di piani regolatori non conformi al diritto federale, segnatamente quando l’estensione della zona edificabile fosse eccessiva in rapporto al fabbisogno di uno sviluppo ragionevolmente dimensionato.

tenti uffici cantonali. Tanto che è stata presentata una variante la quale tuttavia, pur tenendo conto di alcune delle critiche, non migliora sostanzialmente il progetto. Dal ricorso al Consiglio di Stato presentato dalla STAN il 27 aprile 2017 riportiamo i passi più significativi e calzanti che preludono in gran parte a quanto il Cantone prevede di mettere alla base di una nuova politica territoriale mediante la citata scheda di PD R6.

L’interesse immobiliare per questo bellissimo nucleo rurale si è improvvisamente risvegliato, senza tuttavia quel garbo che la delicatezza dei valori tradizionali presenti richiederebbe

Il caso concreto di Corteglia Ecco dunque le ragioni per le quali pensiamo sia d’interesse generale informare i nostri lettori sul modo in cui ci stiamo battendo per salvaguardare una parte importante del Mendrisiotto, ossia quella di Corteglia. Sembra, infatti, che l’interesse immobiliare per questo bellissimo nucleo rurale si sia improvvisamente risvegliato, senza tuttavia quel garbo che la delicatezza dei valori tradizionali presenti richiederebbe. Ad attirare l’attenzione della STAN è stata la decisione dell’allora proprietario di ammodernare un pregevole edificio rurale con un intervento poco rispettoso. Grazie ad alcune opposizioni e all’intervento dell’Ufficio beni culturali si è riusciti a trovare il giusto compromesso in sede di conciliazione. Purtroppo, il nuovo proprietario, nonostante la presenza di un progetto che dimostrava graficamente e con precisione gli interventi concordati in sede di conciliazione, ha deciso di operare in dispregio di questi ultimi. La vigilanza di probi cittadini ha costretto l’Ufficio tecnico a costatare gli abusi commessi imponendo il blocco dei lavori e al proprietario l’inoltro di una domanda in sanatoria. Aspettiamo con impazienza di conoscere l’esito della laboriosa procedura. Parallelamente, una comunità ereditaria ha deciso, finalmente, di restaurare e riattare una fattoria seicentesca, parte costitutiva del fronte settentrionale del nucleo. Purtroppo, comprensibili ragioni familiari hanno costretto a rimandare per decenni la decisione di un intervento volto a salvaguardare le pregevoli strutture murarie composte quasi totalmente di apparati in laterizio. La STAN auspica che l’intervento non si riveli troppo tardivo e che il professionista chiamato a operare lo faccia con discernimento alla luce del valore storico-architettonico dell’oggetto. Tuttavia, la cosa che più preoccupa la STAN è rappresentata da un progetto per ventidue appartamenti previsto sulla sommità di un terreno, beninteso edificabile, immediatamente a ridosso del nucleo di Corteglia. Un primo progetto è stato fortemente criticato non solo dagli opponenti, tra cui la STAN, ma anche dai compe-

«È fuor di dubbio che i fondi in questione si trovano in una posizione privilegiata e ben visibile, a ridosso del nucleo di Corteglia, giudicato favorevolmente dagli estensori dell’ISOS, Inventario federale degli insediamenti da proteggere, con una valenza regionale, ossia d’importanza cantonale. Come tale il nucleo di Corteglia è necessariamente citato nella scheda P10 del Piano direttore cantonale. Se ne deduce che ogni intervento architettonico sui citati fondi deve ispirarsi al massimo rispetto del paesaggio o meglio, come recita l’art. 104 della Legge sullo sviluppo territoriale, deve inserirsi nel paesaggio in modo «ordinato e armonioso». Come si legge anche in «L’altro architetto» dell’autorevole Maurizio Spada, professore universitario a Milano, «la nuova costruzione è ben inserita se alla conclusione dei lavori, l’osservatore ha l’impressione che quell’edificio esiste da sempre». Per attenersi a principi di composizione architettonica che possano dirsi ossequiosi del mandato legislativo poc’anzi invocato, sarebbe indispensabile che la nuova costruzione sia disposta sul terreno senza sconvolgerne la morfologia, ma traendo ispirazione medesima. Ciò non è il caso in concreto, poiché la disposizione ad angolo ottuso del nuovo complesso immobiliare contrasta gravemente con l’andamento delle curve di livello preesistenti. Per di più il corpo di fabbrica che volge verso sud-est si offre in modo assai aggressivo verso gli stabili del nucleo tradizionale, opprimendoli dall’alto della collina con la sua facciata minore. Goffo è pure il modo di strutturare verticalmente l’edificio in piccole «fette» per tentare, si suppone, di imitare le architetture del villaggio. (…) La medesima goffaggine la si ritrova nell’espressione delle facciate verso sud e sud-ovest, dove sono mescolati linguaggi architettonici e materiali in modo quasi caotico che certo non può dirsi né ordinato, né armonioso. Per non dire degli squarci previsti nelle falde dei tetti, elementi del tutto nuovi nella grammatica architettonica di Corteglia e che bisogna sistematicamente evitare. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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Con altre parole, gli istanti, per il tramite del loro progettista, non spiegano per qual motivo il complesso si integrerebbe nello spazio circostante, ponendosi in una relazione di qualità con le preesistenze e le caratteristiche dei luoghi (art. 100 RLst). Ma ancor più non lo spiega nemmeno la Commissione per il paesaggio che approva questo atteggiamento. La STAN ritiene pertanto che il progetto qui contestato non è conforme alle linee guida cantonali (edite dal Dipartimento del territorio nell’ottobre 2013). Il giudizio della STAN sulla qualità dell’inserimento paesaggistico non si limita a considerare la morfologia del terreno (direttiva: criterio d), ma si basa anche sull’esame alla luce del grado di attenzione richiesto dal contesto (direttiva: criterio b), rispettivamente dagli elementi naturali o antropici situati nelle immediate vicinanze (direttiva: criterio c), dedicando la necessaria attenzione alla presenza di un nucleo le cui qualità formali sono generalmente oltre che ufficialmente, come già detto, riconosciute. Anzi, dal preavviso dell’Ufficio dei beni culturali si evince che sono in corso accertamenti per una tutela cantonale di talune componenti del nucleo storico di Corteglia. (…). Il progetto è pure passibile di severa critica per quel che concerne l’autorimessa e più particolarmente la galleria d’accesso alla medesima e il suo innesto sulla pubblica via. Quest’ultima infatti è una stradina una volta agricola, ora asfaltata, ma dalle dimensioni rimaste sostanzialmente le medesime. È purtroppo evidente che per realizzarla bisogna sventrare la collina con una soluzione forzata e violenta che non tiene conto per nulla della delicatezza delle colline del Mendrisiotto e tantomeno di quella di Corteglia qui in esame. (…) A sostegno delle sue critiche la STAN si appella all’autorevole articolo dei giuristi Socchi e Anastasi, pubblicato nella Rivista ticinese di diritto I-2013, dal titolo: «La protezione del patrimonio costruito, con particolare riferimento all’inventario ISOS». Diamo pertanto per interamente riprodotto il capitolo 6 (pag. 351 ss), «La protezione del patrimonio costruito nella legislazione cantonale», particolarmente pertinente al caso che qui ci occupa e ancor meglio il capitolo 6.2 (pag. 356 ss.) «L’inserimento ordinato e armonioso delle costruzioni nel paesaggio». (…) Secondo Anastasi e Socchi (v. art. citato), i criteri da esaminare per giudicare del buon inserimento e del grado di armonia nel paesaggio di un intendimento edificatorio sono i seguenti (numerazione dell’A.):

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g) Ai fini dell’applicazione pratica della clausola estetica dell’art. 94 cpv. 2 Lst, utili criteri di giudizio possono essere tratti dalla Linea guida sui criteri di valutazione paesaggistica nell’ambito dell’esame delle domande di costruzione. Essa richiama l’attenzione di progettisti, committenti ed autorità sui seguenti elementi: Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

1. coerenza e qualità del concetto progettuale: il progetto deve proporre un concetto unitario e soluzioni di qualità, perché il suo impatto è determinato dal disegno complessivo, quindi non solo dai volumi edificati, ma anche dalla sistemazione del terreno e dalle altre strutture complementari; 2. all’aspetto tradizionale del nucleo: occorre tenere in considerazione le specificità del luogo, come l’alternarsi dei pieni e dei vuoti, le volumetrie degli edifici circostanti, il loro modo di relazionarsi con gli spazi pubblici e con gli elementi caratterizzanti, quali monumenti, alberature, spazi verdi, piazze, ecc.; 3. attenzione per gli elementi naturali o antropici: occorre considerare la presenza di elementi caratterizzanti naturali (alberi, corsi d’acqua, ecc.) e antropici (beni culturali, vie storiche, ecc.), nonché delle loro relazioni funzionali; 4. attenzione per la morfologia del terreno: la modellazione del terreno deve rispettare la morfologia orografica esistente, che deve essere percettibile anche dopo le necessarie trasformazioni dovute all’intervento; 5. scelta dell’espressione architettonica: l’espressione architettonica deve rispondere in modo idoneo al contesto culturale e paesaggistico di riferimento, riprendendo le tipologie caratteristiche, pur interpretabili in chiave contemporanea; 6. scelta dei materiali costruttivi e dei colori impiegati: i materiali devono essere adeguati all’espressione architettonica e tener conto del luogo in cui l’edificio è ubicato, ponendosi in un giusto rapporto con esso; 7. disegno dei tetti e dei manufatti tecnici: il tetto, «quinta facciata» dell’edificio, deve essere progettato con attenzione; 8. disegno degli spazi esterni: occorre un concetto coerente, in cui siano integrate le aree verdi, le alberature, i percorsi, gli accessi, i posteggi, ecc.; 9. rapporto con lo spazio pubblico: il disegno della parte del fondo rivolta verso lo spazio pubblico deve essere particolarmente curato, proponendo soluzioni di qualità attente alle preesistenze e alla continuità spaziale della strada. h) I criteri sopra esposti consentono di elaborare e successivamente valutare un progetto in merito alle sue relazioni con i luoghi circostanti, vale a dire per rapporto al suo inserimento nel contesto del paesaggio o dell’insediamento; essi offrono dunque all’autorità la possibilità di operare giudizi oggettivi e di motivare conseguentemente le proprie decisioni. Concretamente, poi, l’ammissibilità della specifica costruzione, rispettivamente le restrizioni e le condizioni cui assoggettarla, dipenderanno dal giudizio sull’ambiente in cui sarà inserita. In un ambiente costruito di ordinaria qualità, si potranno pertanto imporre le restrizioni idonee a garantire il mantenimento del livello qualitativo esistente, come pure un miglioramento, purché le limitazioni e gli oneri necessari


Corte interna di una fattoria seicentesca con pregevoli strutture murarie composte prevalentemente di apparati in laterizio.

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Il nulceo di Corteglia è circondato su piÚ lati da balze coltivate a vigneti. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017


a tale scopo rispettino il principio di proporzionalità stabilito dall’art. 5 cpv. 2 Cost.».

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La STAN ha, in seguito, puntualmente messo in risalto come la maggior parte dei punti d’esame fissati dalle direttive cantonali sono stati disattesi tanto dal progettista quanto dagli organi formalmente competenti ad esaminare il caso, per poi giungere all’argomento maggiormente saliente e innovativo, coerente con i punti esposti a titolo d’introduzione: «Validità del Piano regolatore. Alla luce della situazione conflittuale con la quale Autorità e opponenti si trovano confrontati, è ovvio che ci si trova in un vicolo cieco che dimostra come sia un palese errore pianificatorio quello di aver immesso in zona edificabile i fondi qui addotti in edificazione. Come il Tribunale Federale ha più volte giudicato (Cfr. ad esempio: 1C_821/2013 risp. 1C_825/20013 in re KIBAG Management AG e Comune di Wangen/c. Aqua Viva e Rotolini- Side), è necessario porsi il quesito dell’inapplicabilità del PR di Castel San Pietro, per lo meno in alcune sue parti – tra le quali Corteglia – particolarmente delicate: in tale evenienza bisogna stabilire una zona di pianificazione che permetta di prendere con urgenza le decisioni pianificatorie più opportune. Nella nota sentenza citata sopra del 30 marzo 2015 la I. Corte di diritto pubblico del TF aveva in particolare osservato che «es ist von Bundesrechts wegen nicht zu beanstanden, dass das Verwaltungsgericht prozessual von der akzessorischen Überprüfung eines Nutzungsplans im Baubewilligungsverfahren ausging, und nicht die Einleitung eines Revisions- oder Widerrufsverfahrens verlangte. Materiellrechtlich ging das Verwaltungsgericht davon aus, dass die Voraussetzungen für einen Widerruf gemäss § 34 Abs. 1 Verwaltungsrechtspflegegesetz Kanton Schwyz ebenfalls erfüllt seien. Nach dieser Bestimmung können Verfügungen auf Gesuch einer Partei oder von Amtes wegen von der erlassenden Behörde oder der Aufsichtsbehörde abgeändert oder aufgehoben werden, wenn sich die Verhältnisse geändert haben oder erhebliche öffentliche Interessen es erfordern und dabei der Grundsatz von Treu und Glauben nicht verletzt wird. Es handelt sich um dieselben Elemente, die im Rahmen der akzessorischen Überprüfung des Gestaltungsplans zu beachten und deshalb im vorliegenden Verfahren zu prüfen sind». (consid. 7.4, in fine). Tanquerel, a sua volta, nel recentissimo e autorevole Praxiskommentar RPG: Nutzungsplanung, ZH 2016, precisa che le condizioni dell’applicazione dell’art. 21 cpv. 2 LPT sono realizzate «wenn man vernünftigerweise annehmen kann, das Gemeinwesen hätte anders entschieden, wenn es im Zeitpunkt der Entscheidung mit den gegenwartigen Verhältnisse konfrontiert gewesen wäre» (op. cit. N. 43 ad Art. 21 RPG)». Tanquerel precisa che le mutate circostanze possono essere di ordine fattuale o di carattere giuridico, come in particolare il mutamento del diritto pianificatorio. A giustificazione dell’annullamento della validità dell’obsoleto PR di Castel San Pietro citiamo alcuni cambiamenti di varia natura: Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

– istituzionale (l’aggregazione comunale intervenuta nel 2004); – giuridica (Sentenza TF Rüti del 2009); – legislativa (adozione della Lst e della revisione della LPT); – tecnica (Piano del paesaggio del Mendrisiotto in corso di allestimento); – fattiva (la zona edificabile di Castel San Pietro è sovradimensionata e pertanto contraria al diritto federale sin dal momento della sua adozione in quanto l’art. 15 LPT ne prevedeva già a quel tempo un dimensionamento per il fabbisogno «prevedibilmente necessario» dei 15 anni seguenti; a maggior ragione quindi questa zona edificabile avrebbe richiesto un adeguamento dopo 10 anni secondo il tenore dell’art. 33 LST, rispettivamente al più tardi dopo 15 anni secondo l’art. 15 LPT e oggi imperativamente in base all’obbligo di ridimensionamento delle zone edilizie eccessive, sancito dall’art. 15 cpv. 2 LPT nella versione vigente, varata nel 2012). Nel decreto legislativo riferito all’aggregazione dei Comuni di Casima, Castel san Pietro, Monte e Caneggio (BU 16.1.2004) è indicato all’art. 8 «Fino all’entrata in vigore del Piano Regolatore del nuovo Comune, rimangono in vigore per i singoli comprensori dei Comuni e della frazione aggregati i vigenti Piani Regolatori»; l’art. 33 Lst prescrive che «1 Il piano regolatore è sottoposto a verifica, di regola ogni dieci anni. 2 Esso può essere modificato in caso di notevole cambiamento delle circostanze, con la procedura ordinaria o con la procedura semplificata». A seguito del processo di aggregazione il nuovo Comune avrebbe dovuto dare avvio immediato a una revisione generale del PR dei quattro ex Comuni per concretizzare la realizzazione di un Piano regolatore unificato, come scritto a pagina 16 del Messaggio 5431 relativo all’aggregazione. Se il Municipio del nuovo Comune non ha proceduto come da decreto legislativo ciò non può andare a scapito dell’interesse pubblico preminente ad avere un PR rispettoso delle modifiche di natura legislativa, istituzionale, giuridica e giurisprudenziale, nonché tecnica intervenute in questi ultimi dodici anni. Nel caso di Corteglia siamo in presenza di una situazione analoga a quella di cui alle decisioni del TF sopra citate e, pertanto, riteniamo che il PR di Castel san Pietro abbia perso il suo valore vincolante». La STAN attende fiduciosa l’esito del giudizio del Consiglio di Stato, con l’auspicio che voglia cogliere l’occasione per dimostrare che quanto scritto nel progetto di nuova Scheda PD R6 come pure nella rinnovata Scheda R10 – Qualità degli insediamenti (Spazi pubblici e qualità dello spazio costruito), che della prima citata rappresenta il complemento, possa trovare la giusta traduzione nei fatti.


Tema STAN dell’anno – Pianificazione e urbanistica

Parco eolico del San Gottardo: licenza da annullare Benedetto Antonini

Premessa L’11 luglio scorso la STAN ha di nuovo dovuto ricorrere contro la Licenza edilizia per il Parco eolico rilasciata in data 9 giugno 2017 dal Municipio di Airolo secondo la domanda di costruzione presentata dalla Parco eolico del San Gottardo, con sede ad Airolo. Questo passo giuridico, coerente con i nostri statuti e quelli di Schweizer Heimatschutz, è rivolto beninteso anche contro i preavvisi del Dipartimento del territorio, che hanno costituito la base per la decisione del Municipio stesso. A scanso di prevedibili critiche riportiamo in questa sede quanto inequivocabilmente affermato in abbrivio del nostro ricorso: «La STAN ribadisce anche in questa fase procedurale di non opporsi di principio alla costruzione di impianti per la produzione di energia rinnovabile in ossequio alla politica nazionale in materia di approvvigionamento energetico ambientalmente sostenibile. Ciò non di meno, la STAN continua a ritenere che il sito del Passo del San Gottardo, riconosciuto luogo di identificazione della unità e della solidarietà nazionale, non merita lo sfregio dell’aggiunta di un Parco eolico». In questa nostra battaglia invero impari, abbiamo finalmente trovato un grande e autorevole appoggio nella recente sentenza del Tribunale federale in re Schwyberg-FR, (DTF 1C_346.2014). Le analogie tra i due casi sono sostanziose anche se vi sono differenze materiali e formali. L’iniziativa friborghese presenta 11 torri contro le 5 previste sul San Gottardo. In entrambi i casi le dimensioni dei generatori sono uguali, la potenza installata è proporzionale. In entrambi i casi si tratta di impianti di montagna, 1600 m s/m il primo, circa 2000 m s/m il secondo. In entrambi i casi si riscontrano grossi problemi di conflitto tra l’esercizio dell’impianto e la tutela dell’avifauna e dei chirotteri. Nel Caso Schwyberg non si hanno problemi diretti con un insediamento protetto dall’ISOS e non vi sono monumenti culturali di sorta, ma vi sono zone naturali protette a pochi chilometri, segnatamente nel territorio bernese confinante. Una differenza sostanziale si ha nella fase procedurale: nel caso del Cantone di Friborgo, l’istante ha presentato

contemporaneamente la variante del PR comunale e la domanda di costruzione, mentre nel nostro caso, purtroppo, la fase pianificatoria è terminata con la bocciatura del nostro ricorso davanti al Tribunale cantonale amministrativo (TCA). Nel primo caso diverse associazioni a livello nazionale erano coordinate nell’opposizione al progetto, nel nostro caso siamo per ora soli, anche se con delega da parte dell’associazione mantello nazionale, la SHS. Ebbene, a conclusione di un approfondito esame della fondatezza della variante di PR, il Tribunale federale ha accolto i ricorsi delle associazioni, rimandando l’oggetto al Tribunale cantonale affinché proceda ad un esame più approfondito degli interessi contrapposti e per nuova decisione. Uno dei punti principali presi in esame dal Tribunale federale è quello della scelta dell’ubicazione, lamentando che non traspare dalla documentazione la giustificazione della scelta del sito Schwyberg rispetto ad alternative possibili che pure dovevano essere prese in considerazione a norma di legge e non traspaiono nemmeno le ragioni razionali che hanno fatto scegliere quell’ubicazione piuttosto che una tra le possibili alternative».

I motivi di fondo del ricorso STAN Orbene se nella fase procedurale precedente la STAN ha basato la sua opposizione alla variante di PR, propedeutica al rilascio della licenza di costruzione, segnatamente sullo sfregio paesaggistico e sull’inadeguatezza della scelta dal sito ricco di storia, di oggetti monumentali e di simboli patriottici, oggi tali argomenti non hanno perso una briciola della loro validità e vengono integrati e rafforzati dal trattamento dell’Esame d’impatto sull’ambiente (EIA) che evidenzia buona parte dei pericoli che il parco eolico rappresenta per l’avifauna che vive in modo stanziale sul Passo e per quella che da tempo immemore transita dal San Gottardo nelle sue annuali migrazioni: uccelli e chirotteri in grande quantità. Il preavviso cantonale, pur non essendo in grado per insufficienza di conoscenze scientifiche di qualificare e quantificare correttamente il fenomeno, minimizza tali Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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Il paesaggio del San Gottardo è contraddistinto da delicate formazioni cristalline, strutture superficiali e biotopi. In questo delicato contesto si vorrebbero creare 5 piazzuole per ogni torre eolica, ciascuna con la sua strada di accesso. (Foto: Giosanna Crivelli)

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pericoli e mette in campo delle condizioni per mitigare il massacro di specie almeno in parte rare e endemiche, misure di prevenzione da attuarsi solo a partire dall’inizio dei lavori di costruzione. Orbene non vi è chi non veda che una volta iniziati i lavori più nessuno sarebbe realisticamente in grado di fermare le pale eoliche anche se le misure dettate a titolo sperimentale si rivelassero più dannose di quanto pronosticato. Fa specie leggere in tutta la stampa nazionale e solo poche settimane dopo l’emissione del preavviso cantonale il grido d’allarme dell’Ufficio federale per la protezione dell’ambiente che denuncia l’accelerazione della perdita di specie animali e vegetali e quindi il grave impoverimento sistematico, segnatamente per cause antropiche, della diversità biologica in Svizzera. Secondo la STAN, il fatto di voler costruire il parco eolico proprio su uno dei passi più frequentati non solo dalle genti ma anche dalle altre specie migranti, è il risultato di una scelta di comodo, segnatamente per motivi finanziari, nella quale i fattori biologici sono stati o ignorati o Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

gravemente minimizzati. Questa scelta che per motivi politici è stata avvallata a livello cantonale e federale, nasce indubbiamente da un processo tautologico e autoreferenziale che ha impedito il nascere di un senso critico anche presso coloro che avrebbero avuto il compito di attirare l’attenzione dei promotori. Ne è la prova lampante il fatto che, in primissima battuta, la STAN ha ottenuto ragione dal TCA argomentando che i promotori avevano omesso in fase pianificatoria di allestire un esame d’impatto ambientale, atto necessario per poter procedere alla variante di PR. Dopo l’allestimento di un sommario EIA, la variante di PR è stata approvata, con il sostegno del TCA che, questa volta, ha bocciato il ricorso della STAN, con un’argomentazione che, a nostro avviso, avrebbe meritato la prova del Tribunale federale, fosse solo per l’errore procedurale che conteneva. Allo stato attuale della procedura appare difficile chiedere, soprattutto per gli uffici preposti alla salvaguardia del paesaggio, di correggere il tiro dei contenuti naturali


del paesaggio e del valore intrinseco e simbolico dei beni culturali presenti nell’area del passo. Sono tutti dipendenti del maggior azionista del progetto, il Consiglio di Stato, inevitabile giudice e parte. Il senso di opportunità avrebbe tuttavia consigliato di evitare almeno la collusione di interessi, consistente nel commissionare l’EIA al medesimo studio di ingegneria che ha avuto il mandato per la progettazione delle fondamenta e delle strade d’accesso alle piazze di lavoro per la costruzione delle mostruose torri eoliche. Per essere più espliciti, l’EIA non è in grado di dire quali specie di uccelli migrano regolarmente o saltuariamente percorrendo in un senso o nell’altro lungo la direttrice del passo del San Gottardo, ma nemmeno è in grado di dire se le due specie di uccelli stanziali particolarmente protette, la pernice bianca e l’aquila reale, nidificano regolarmente sul passo, se sì quante sono le coppie presenti, eventualmente minacciate; sempre lo stesso rapporto non dice se oltre a queste due specie ve ne siano altre protette e/o endemiche che potrebbero subire dei traumi a causa della presenza delle pale eoliche. Neppure l’EIA menziona precisamente le specie di chirotteri che migrano attraverso il nostro Passo, a quale quota volino nelle diverse condizioni meteorologiche. Le misure per la mitigazione poste a condizione del rilascio della licenza edilizia, a detta degli autori medesimi sono a carattere sperimentale e dunque la loro efficacia resta da dimostrare. Ciò non di meno, vengono imposte solo all’inizio dei lavori, quando cioè, se si dimostrassero inefficaci o insufficienti, non vi sarebbe più Santo in grado di fermarli. Secondo i nostri calcoli, nell’ipotesi che le misure a tutela della migrazione dei chirotteri si rivelassero efficaci e venissero anche rispettate, sono tali da causare una perdita di redditività dell’impianto ben superiore al 2 %. Questo tasso sommato al 2 % perso per favorire il passaggio degli uccelli migratori, formerebbe la base per la rinuncia alla costruzione dell’impianto da parte della società promotrice. A questo punto le considerazioni che si impongono sono le seguenti. O le misure di mitigazione sono testate prima dell’inizio dei lavori e la società promotrice dispone di solide basi decisionali a sapere se la realizzazione del Parco vale la spesa, oppure si realizza il Parco eolico a tutti i costi e le misure mitigatrici non saranno rispettate, con buona pace per la biodiversità della Svizzera. Vale la pena qui ritornare su due principi che sono stati posti alla base della giustificazione del PESG: quello della «stratificazione storica» e quello della «reversibilità». Il primo non regge poiché l’esame delle opere di compensazione mette in evidenza che il principio è contraddetto dalla scelta degli oggetti da demolire. Forse che la vecchia centrale elettrica dell’ATEL, giudicata dall’UBC meritevole di tutela comunale, non fa parte della stratificazione storica, eppure il Municipio si è rifiutato di tutelarla, e la condotta elettrica a media tensione, non fa forse parte anch’essa della storia dello sfruttamento idroelettrico del

Ticino? Eppure anch’essa viene demolita per essere sostituita da una condotta in cavo sotterraneo. Vi è chi dice che quest’opera sarà a vantaggio della permanenza della pernice bianca, ma tuttora nessuno sa se e quante pernici bianche vivano sul San Gottardo e se mai una sia morta a causa dell’impatto con i fili della media tensione. E peggio: si afferma che le torri del PESG saranno un valore aggiunto al paesaggio del Passo, tuttavia dopo trent’anni è previsto che siano smantellate. Bisogna dunque chiedersi se le stesse rappresentano una tappa ulteriore dell’antropizzazione del territorio del passo, dopo la mulattiera, la strada cantonale, la semi-autostrada, le linee ad alta tensione, la diga del Lucendro, gli edifici monumentali e le opere militari, perché mai li si dovrebbe demolire? Nessuno ha pensato mai di demolire i forti ora che hanno perso la loro funzione strategica! Per quel che concerne il principio della reversibilità, principio che di certo è servito a conquistare qualche voto in Consiglio comunale, dobbiamo ribadire che esso ha la consistenza delle nuvole. Chi mai può sinceramente affermare che dopo l’eventuale demolizione delle torri eoliche qualcuno sarebbe in grado di ricostruire le rocce montonate, demolite per scavare le fondamenta delle torri medesime, quelle lisciate per offrire un andamento regolare alle piste d’accesso, oppure per far posto alle piazze di lavoro?

La STAN ribadisce anche in questa fase procedurale di non opporsi di principio alla costruzione di impianti per la produzione di energia rinnovabile in ossequio alla politica nazionale in materia di approvvigionamento energetico ambientalmente sostenibile. Ciò non di meno, la STAN continua a ritenere che il sito del Passo del San Gottardo, riconosciuto luogo di identificazione della unità e della solidarietà nazionale, non merita lo sfregio dell’aggiunta di un Parco eolico I motivi formali del ricorso Detto delle gravi carenze materiali che, a mente della STAN, richiedono un ripensamento e la rinuncia al parco eolico sul passo del San Gottardo, optando per un’ubicazione meno problematica, riferiamo ora delle carenze formali che la dicono lunga sulla volontà politica di forzare la mano a tutti i costi. La prima concerne la presentazione del progetto. Cantone e Municipio si son messi d’accordo per una modinatura del Parco eolico praticamente invisibile. La STAN Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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può aver comprensione per la difficoltà di mettere nel paesaggio i simulacri di cinque torri alte poco meno di 100 metri sormontate da tre pale di quasi 50 metri di lunghezza ciascuno, ma dare per buona l’esemplificazione mediante tubetti di metallo di pochi cm di diametro, alti forse sei metri, rasenta, anzi supera i limiti dell’arroganza. Sì perché almeno dimostrare l’impatto della base delle torri, un cerchio di 7.5 m di diametro non sarebbe stato eccessivamente oneroso! Simulata la base sarebbe stato anche evidente l’impatto delle fondamenta necessarie: un blocco di calcestruzzo grande come una casa monofamiliare, ossia un cubo di 9.5 m di lato scavato per lo più nella roccia lasciataci levigata dai ghiacci con un lavorio durato, con alti e bassi, 800’000 anni e la cui coda finale, la cosiddetta piccola era glaciale, secondo gli studi storici di climatologia occupò il periodo che va dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo. Piazze di lavoro e strade d’accesso sono indicate con picchetti che non dimostrano per nulla l’impatto prevedibile. Siamo dunque ben lontani dal dettato legislativo: «Le mutazioni dello stato dei luoghi conseguenti all’opera devono essere adeguatamente indicate sul terreno con picchetti e modine». (cfr. LE, art. 6 cpv 2) se quanto costatato dalla STAN sul Passo del San Gottardo è da ritenere adeguato, ci si chiede perché esigere da chiunque voglia costruire un edificio di spendere migliaia di franchi in modine, la cui posa è sovente difficile e richiede l’intervento di ditte specializzate e l’affitto di un materiale costoso. Basterebbe infatti un cartello con una scritta con l’indirizzo dell’ufficio tecnico dov’è possibile consultare gli atti. Ora gli atti consultabili a loro volta dovrebbero permettere di farsi un’idea precisa della trasformazione territoriale in progetto. Nel caso del PESG questo non è possibile, poiché nessun elaborato grafico permette di verificare l’impatto delle torri e delle opere collaterali, nel paesaggio. Una visione d’insieme si ha soltanto in planimetria, ma non in alzato, Nemmeno ci si è data la pena di rappresentare l’inserimento delle piste d’accesso e delle piazze di lavoro «in facciata» che, in definitiva, è quanto il frequentatore di domani vedrebbe. Tanto più che l’Ufficio natura e paesaggio (UNP) lascia ancora aperta la scelta a sapere se gli indispensabili muri di sostegno e di controriva saranno formati con blocchi di pietra a gradoni o a scogliera. Ebbene, in taluni importanti tratti gli uni sommati agli altri possono raggiungere l’altezza di 5 o 6 m, opere ovviamente molto vistose non solo per le loro dimensioni, ma anche perché, con la geometricità delle loro fattezze, si porrebbero in un rapporto di contrappunto con la mollezza e l’ondosità del paesaggio naturale. In assenza di qualsivoglia dimostrazione grafica ci si può ben chiedere come abbia potuto la Commissione cantonale del paesaggio decidere che l’inserimento delle opere è ordinato e armonioso, secondo quanto esige la Lst. Per di più, segnatamente per quel che concerne le torri eoliche manca qualsiasi riferimento alla scala delle opere. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

Citiamo dal testo del ricorso. «Gli atti del progetto, a meno che non si dimostri il contrario, mancano di un disegno realistico in scala appropriata che dimostri con sezioni e prospetti, come esatto per qualsiasi edificio o impianto oggetto di una domanda di costruzione, l’effetto del Parco eolico nel territorio, in quanto insieme organico e armonico, ma anche un disegno, ovviamente in scala minore, di ogni postazione, completa di strada d’accesso, piazza di montaggio e di torre eolica. La STAN ha bensì visto tanti schemi e (letto) tanti suggerimenti per l’inserimento paesaggistico degli impianti, ma non le è dato di vedere e apprezzare dove e come tali principi sarebbero applicati sul posto. Valga anche qui quanto già detto sopra: fotomontaggi senza un termine di paragone per le dimensioni lasciano il proverbiale tempo che trovano. È impossibile per una persona anche esperta verificare se le pale riprodotte sono effettivamente alte 100 m al mozzo o alte solo la metà e quindi farsi un’idea realistica dell’impatto singolo e di quello globale. Non vi possono ovviare i minuscoli fotomontaggi inseriti nell’allegato «Inserimento paesaggistico, accessi e fondazioni Aerogeneratori». Fa specie, in particolare, che in numerosi fotomontaggi, i cosiddetti aerogeneratori, a causa forse del formato inadeguato delle fotografie scelte, sono rappresentati come dei moncherini, ragione per cui non se ne vede l’imponenza e tantomeno l’impatto paesaggistico. Eppure nell’EIA erano dati come una valorizzazione del paesaggio, ma poi si è evitato scupolosamente di rappresentarli, oppure li si rappresenta in una scala talmente grande da scomparire quasi alla vista. D’altra parte, come ha ben messo in evidenza l’Ufficio dei beni culturali nel suo preavviso negativo sulla variante di PR, la preoccupazione per la salvaguardia della dignità del gruppo monumentale del San Gottardo è grande. Preoccupazione, peraltro, ampiamente condivisa dalla STAN. Orbene, l’istante se ne guarda bene da offrire, per lo meno per tentare di mitigare le preoccupazioni, una visione sotto forma di fotomontaggio realistico, del gruppo dei beni culturali protetti con, sullo sfondo, le torri N. 5 e N. 6». (…) «Ma perché la STAN deve spendere tanto impegno nel criticare una modinatura? Perché il senso stesso della sua battaglia contro il principio del parco eolico sul Passo del San Gottardo (e non certo contro qualsiasi ubicazione) si basava e si basa tuttora sull’impossibilità di ottemperare al principio della Lst secondo cui ogni edificio e impianto deve integrarsi nel paesaggio in modo «ordinato e armonioso». Ebbene solo con una modinatura realistica ci si può render conto se le assicurazioni aprioristiche date da Comune, Cantone e Tribunale amministrativo trovano conferma nei fatti». Ci si chiede anche quali siano i motivi della gran fretta del Cantone e del Municipio. Il primo si è permesso di decidere sulla base anche di due documenti supplementari richiesti e ottenuti nel febbraio


Aquila reale (tratta da Situazione dell’avifauna in Svizzera. Rapporto 2016, Stazione ornitologica svizzera, p. 14)

2017, atti che per la loro importanza costitutiva dovevano essere messi a conoscenza delle parti e la cui esistenza la STAN ha scoperto tra le righe dell’avviso cantonale, ma ne ignora tuttora il tenore. Il Municipio, dal canto suo è riuscito a decidere appena tre giorni dopo la decisione del Cantone. Nella fretta, tuttavia, ha tralasciato alcuni atti fondamentali (Avvisi dell’Ispettorato Federale per gli Impianti a Corrente Forte (ESTI) e dell’Ufficio federale dell’Aviazione civile); richiesti nell’avviso cantonale che ad ogni buon conto dovevano essere presenti prima del rilascio della licenza.

La logica conclusione

invocata pure «la Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale (Convenzione di Aarhus, in vigore per la Svizzera dal 1° giugno 2014, RS 0.814.07), secondo la quale, il pubblico interessato, dei cui interessi si considerano titolari le organizzazioni non governative che promuovono la tutela dell’ambiente e che soddisfano i requisiti prescritti dal diritto nazionale (cfr. art. 2 cpv. 5), devono avere accesso alla giustizia in materia ambientale per contribuire all’applicazione del diritto ambientale (cfr. Preambolo, art. 1 e art. 9 cpv. 3–5 Convenzione di Aarhus) (consid. 2.6)».

A parere della STAN tutte queste manchevolezze formali e materiali che si sommano alle carenze di fondo che abbiamo evidenziato all’inizio di questa esposizione, fanno sì che la licenza edilizia debba essere annullata,

PS Chi fosse interessato a leggere il testo integrale del ricorso STAN può richiederne l’invio in formato elettronico.

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Temi STAN – Parco letterario Hermann Hesse

L’irreversibile distruttività del pensiero a senso unico Ringraziamo Giosanna Crivelli di permetterci di poter condividere coi lettori del Il nostro Paese questa lettera del 2012 dell’arch. Tita Carloni. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Tita Carloni su un altro fronte delle azioni a salvaguardia del nostro patrimonio culturale, Villa Argentina e il suo Parco a Mendrisio, in difesa del quale tenne una conferenza nella primavera del 2009. In questa lettera Tita solleva il tema fondamentale del nostro tempo in merito alla distruzione di paesaggio e beni culturali: la responsabilità degli architetti, dei politici e dei cittadini. Questi ultimi, se amano il patrimonio storico-artistico e naturale che caratterizza il territorio nel quale vivono, devono agire attivamente e in prima persona con coraggio civile, opponendosi a politici e architetti mossi da interessi in contrasto con il nostro patrimonio culturale (Tiziano Fontana) Giosanna Crivelli, fotografa

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Dalla risposta di Tita Carloni ad un mio appello e dalla posa delle modine del progetto edilizio speculativo nel parco di Hermann Hesse, quello sotto alla Casa Rossa, sono passati oltre cinque anni. Opposizioni, ricorsi, repliche hanno seguito il loro iter. Sono state apportate delle modifiche al progetto iniziale, che però fondamentalmente è rimasto quasi invariato: il parco verrebbe interamente cementificato da 7 unità abitative unifamiliari e 2 bifamiliari, i grandi alberi che lo ornano verrebbero abbattuti. La STAN ha inoltrato diversi opposizioni e ricorsi, ricorsi modello, basati soprattutto sul mancato inserimento ordinato e armonioso nel paesaggio e sulla tutela di un paesaggio come bene culturale di rilevanza storica e simbolica. Le opposizioni sono state respinte, un primo ricorso al Consiglio di Stato accolto ma il secondo respinto; attualmente è pendente un ricorso al Tribunale Cantonale Amministrativo. Il generoso Piano regolatore del Comune permette questo ed altro e nessuna istanza è entrata in merito ad una diversa interpretazione di leggi che potrebbero portare a differenti conclusioni. L’errore originario è nel Piano regolatore, è vero. Al cittadino viene spesso rimproverato che avrebbe potuto fare opposizione al momento opportuno, quando il Piano regolatore è stato pubblicato. Ma il comune cittadino, senza competenze specifiche, non è in grado di valutare l’impatto e le conseguenze di un Piano regolatore, e se ne può rendere conto solamente alla posa delle modine, spesso rimanendo sorpreso. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

L’accusa va ad autorità comunali troppo permissive, che elaborano Piani regolatori smisurati, ora con il pretesto che bisogna densificare, un concetto che sembra essere divenuto un mantra. Questo anelito di densificazione andrebbe analizzato con cura: dove e come e quanto necessario, cercando un giusto equilibrio tra il pieno, edificato, e il vuoto, quegli spazi da valorizzare per una maggiore qualità di vita. Il compito delle autorità comunali sarebbe quello di una gestione parsimoniosa del territorio e degli oggetti degni di protezione, un bene comune dei cittadini. Constatando ciò che a livello edificatorio è successo e sta succedendo nel Comune di Collina d’Oro, l’edificazione di ogni appezzamento ancora libero con i soliti mega-parallelepipedi con balconi possibilmente vista lago, che rimangono spesso sfitti, vi è ben poca speranza di un cambiamento di rotta. E ogni proposta a livello politico che va in altra direzione viene regolarmente respinta e non presa in considerazione. La petizione «Salviamo l’Oro verde di Collina», che ha raccolto oltre mille firme, è rimasta lettera morta. Tra gli addetti ai lavori manca il senso critico e nemmeno vi è dibattito, come dice Tita Carloni nella sua lettera. E, a che serve la cultura e tutte le celebrazioni, se non affronta questi temi? Una situazione grave, quasi senza speranza e rimedio. E purtroppo le ferite inflitte sono irreversibili.


La lettera di Tita Carloni

Rovio, 18 aprile 2012 Cara Giosanna Crivelli, grazie per la lettera del 15 aprile. Avevo già letto la lettera sui quotidiani e comprendo appieno la questione. Io ricevo simili denunce al ritmo di una la settimana perché la situazione generale è grave e non si sa più come porvi rimedio. Comunque ecco il mio parere. Il progetto pubblicato non è né meglio né peggio di molta «architettura», che ormai si vede in giro un po’ ovunque. Si tratta della produzione corrente nel nostro paese, che ci viene invidiata soprattutto dagli italiani, perché ha generalmente buona qualità costruttiva e una certa sobrietà formale, pur non avendo alcuna qualità artistica. Se le «associazioni d’architetti» o «singoli architetti» esercitassero un minimo di critica lo farebbero nelle cento variazioni che ci sono nel nostro paese. Ma il silenzio è totale e non solo non c’è critica, ma neanche dibattito. Io sono tempestato da richieste di intervento e sono sommerso in un sacco di impegni: Laveggio, Villa Argentina a Mendrisio, La Romantica, Trincea di Massagno, … Bré, … Gandria dove aiuto nei miei limiti gruppi locali che insorgono su questioni di territorio. È l’unica strada, che si formino dei gruppi d’opposizione e di pressione che agiscano sull’opinione pubblica e sulle autorità. Individualmente c’è solo la strada dell’opposizione legale quando ci sono le basi per poterlo fare. Ma credo che a Montagnola il terreno sia legalmente edificabile. L’errore è stato commesso dal Comune quando ha fatto il Piano regolatore ed oggi ci sono solo due strade: o la variante di Piano regolatore o l’acquisto puro e semplice del terreno da parte del Comune. La ricca Collina d’Oro non può farlo? Queste sarebbero le rivendicazioni che un gruppo locale attivo e ben organizzato potrebbe fare. Oppure tutte le personalità che vengono a Montagnola a tenere programmi abbastanza altisonanti. Se no a che serve la cultura? Solo a parlare e a celebrare? E chi difende di fatto il territorio che Hermann Hesse dipinse? E che oggi è sotto l’aggressione quotidiana dell’edilizia banale o di quella che si pretende culturalmente qualificata? (Vedi edificazioni dietro Villa Favorita di Herzog – De Meuron). Io non ammiro tutta l’architettura contemporanea. Ammiro quelli che oggi sanno anche dire di no a incarichi fruttuosi pur di difendere un territorio in grave pericolo, qui come in Italia, in Francia (in parte), in Germania (in parte) ecc. Ma in questo momento, ed ho ottant’anni, sono sotterrato dalle richieste e dall’impegno. E le mie forze hanno un limite. Coraggio, comunque! e cari saluti.

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Tita Carloni

Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017


Temi STAN

Relazione dell’Ufficio presidenziale della STAN Assemblea annuale 2017 tenutasi domenica 21 maggio nel Castello di Sasso Corbaro Gentili signore, egregi signori, care amiche e cari amici, abbiamo deciso di riunirci nel castello di Sasso Corbaro perché le due mostre dedicate alla Valle Bavona e alla Valle Maggia non solo sono molto istruttive per quanto si è fatto a salvaguardia del patrimonio costruito – penso a quella sulla Valle Bavona – o perché ci conducono alla conoscenza del ricco patrimonio culturale riferito ai soffitti delle chiese della Valle Maggia, ma anche perché contengono spunti di riflessione importanti per la nostra attività associativa e, più in generale, per l’intera società ticinese. Nel primo numero di quest’anno della rivista associativa Il nostro Paese abbiamo ospitato tre interventi su queste mostre che vi invito a leggere attentamente; la signora Artho ci pone di fronte alla necessità dell’impegno di tutti per rinnovare il diritto all’esistenza di un patrimonio architettonico e paesaggistico secolare che necessita di ingenti investimenti; il prof. Donati quanto sia importante saper leggere con attenzione il lascito culturale delle generazioni passate che può essere compreso solo se si hanno le corrette conoscenze storico-culturali. Se posso riassumere quindi: conoscenza, da una parte, e azione di salvaguardia, dall’altra. Sono i due termini che riassumono la missione della STAN e del suo organo associativo Il nostro Paese che avete ricevuto nelle scorse settimane in una nuova veste grafica e con un nuovo concetto elaborato dal nostro grafico Marco Tanner. Cercheremo sempre di migliorarla anche se l’impegno finanziario è importante e ci pone qualche preoccupazione. Ringrazio il segretario Tiziano Fontana che ne cura la pubblicazione da oltre un anno.

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L’azione della STAN in questo ultimo anno si è svolta su più fronti, con un impegno estremo, grazie al gruppo interno, guidato dal nostro vicepresidente Benedetto Antonini, che ringrazio, nel rispondere alle molte segnalazioni dei cittadini che si oppongono a progetti edilizi che distruggono il paesaggio. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

È il perdurare di una situazione unica e anomala di tassi d’interesse estremamente bassi e fin sotto lo zero che sostiene ulteriormente l’attività edilizia: il territorio è invaso da progetti approvati secondo i Piani Regolatori comunali che risalgono ai decenni passati e che per la maggior parte non rispondono più alle esigenze delle leggi superiori federale e cantonale e che in molti casi sono da considerare scaduti. Non esiste però in Ticino, com’è il caso invece nel Canton Friborgo, una scadenza temporale dei piani regolatori iscritta nel piano direttore cantonale e ciò rende molto arduo invitare i Municipi ad aggiornarli e a rivederli. L’accresciuta sensibilità dei cittadini per la protezione e la valorizzazione del territorio si rispecchia nel sostegno dato alle attività di molte associazioni che si impegnano attivamente affinché gli amministratori comunali e cantonali dimostrino nei fatti di aver recepito la rinnovata sensibilità pubblica a favore della tutela del paesaggio, dell’equilibrio dello sviluppo edilizio, dei beni culturali. Prova ne sia la riuscita dell’iniziativa cantonale «Un futuro per il nostro passato: per un’efficace protezione del patrimonio culturale del territorio ticinese» promossa dalla STAN nel 2014 che ha raccolto il sostegno di quasi quindicimila cittadini che si aspettano di vedere finalmente trasformate in legge le loro richieste. Ma quanto ci vorrà ancora? Sollecitiamo il Dipartimento del territorio a procedere celermente. I politici hanno ricevuto un mandato chiaro e inequivocabile affinché l’attuale legge sulla protezione dei beni culturali sia oggetto di una revisione. Vi è la necessità di rispondere alla volontà espressa da 15’000 cittadini ticinesi. Tale urgenza è resa evidente dagli attuali limiti della legge sulla protezione dei beni culturali che dimostra la sua inefficacia di fronte alle discutibili licenze edilizie che i Municipi continuano ad approvare forti dei loro Piani Regolatori vetusti e «fuori legge».


Nel Cantone di Basilea-Città nel 2012 l’inventario ISOS è stato recepito nella legge cantonale e così è entrato in vigore. Per contro in Ticino l’ISOS è un «timido» allegato alla scheda P10 (beni culturali) del Piano Direttore, senza alcun valore cogente per i Comuni che continuano a prenderne atto senza però ritenersi formalmente obbligati ad osservarlo quando si tratta di approvare le licenze edilizie. E allora? Vengono realizzati progetti edilizi che sistematicamente non si confrontano con il patrimonio esistente: bisogna assolutamente cambiare! Le autorità devono assumersi la responsabilità del modo con cui si interviene sul patrimonio culturale delle località che amministrano. È solo considerando l’ISOS un inventario cantonale per i siti d’importanza regionale e locale che finalmente si renderà obbligatorio il riferimento all’ISOS anche nella pianificazione locale.

Conoscenza, da una parte, e azione di salvaguardia, dall’altra. Sono i due termini che riassumono la missione della STAN e del suo organo associativo Il nostro Paese

Stiamo assistendo a un vero e proprio attacco frontale al patrimonio culturale nel suo insieme che va contrastato con il massimo impegno. Siamo molto riconoscenti ai circa 1200 soci che, versando il loro contributo, sostengono l’impegno della STAN affinché l’associazione promuova e realizzi i suoi obbiettivi a favore del territorio cantonale. Occorrerà nei prossimi mesi una vera e propria mobilitazione di tutti i soci, in collaborazione con tutte le associazioni di difesa del territorio affinché il tentativo di smantellare le leggi di tutela del patrimonio vengano contrastate con successo. Con premesse politiche poco rassicuranti, nel 2018 si celebrerà l’anno europeo del patrimonio culturale: in Svizzera questo avvenimento sarà posto sotto il patrocinio del consigliere federale Alain Berset. Il programma nazionale delle manifestazioni del 2018 si realizzerà col motto «Protezione del patrimonio: per chi e perché?». Cercheremo di proporvi visite e conferenze allettanti. Un grazie a tutti i convenuti questo pomeriggio, a tutti i nostri soci, ma anche a tutta l’équipe della STAN, al nostro cassiere Stefano Baragiola, ai collaboratori Carla Borradori Porta e Paolo Camillo Minotti, al nostro consigliere giuridico Giorgio De Biasio, ai membri del Consiglio Direttivo e ai revisori dei conti per l’impegno profuso.

Sul fronte dei beni culturali vale la pena di citare il buon esempio del Comune di Bellinzona che, dopo l’indignazione pubblica per la distruzione di alcune ville e l’appello lanciato attraverso la STAN, in pochi anni si è impegnato per la protezione del suo patrimonio costruito esistente. A livello federale, il nuovo indirizzo politico del Parlamento svizzero è certamente negativo per la conservazione del patrimonio culturale: il futuro dei nostri insediamenti, monumenti e paesaggi è rimesso in discussione. Specialmente con la revisione della legge sulla protezione della natura e del paesaggio, voluta da un’iniziativa parlamentare, si corre il grave rischio di smantellare la tutela dei monumenti e dei paesaggi. Heimatschutz Svizzera sta preparando con varie organizzazioni ambientaliste e con Alliance Patrimoine un referendum per contrastare lo smantellamento della LPN. Spetta in ogni caso al popolo decidere se vuole la distruzione dei suoi beni culturali e dei suoi paesaggi. Altre revisioni di legge riguardano la legge sull’energia e la seconda revisione della legge sulla pianificazione del territorio. Non bastasse si vuole anche mettere in forse l’efficacia dell’inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere d’importanza nazionale ISOS.

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Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017


Società ticinese per l’arte e la natura Sezione ticinese di Heimatschutz Casella postale 1146 Via Borghese 42 6601 Locarno T 091 751 16 25 www.stan-ticino.ch; info@stan-ticino.ch

Bellinzona, Castello di Sasso Corbaro 21 maggio 2017

Risoluzione La Società Ticinese per l’Arte e la Natura – STAN – riunitasi oggi in assemblea ordinaria per fare il bilancio morale e finanziario dell’attività svolta nell’anno 2016, a conclusione dei lavori, ha votato all’indirizzo dei propri soci, della popolazione in generale e delle Autorità di ogni livello istituzionale, la presente risoluzione. 1. L’iniziativa legislativa generica «Un futuro per il nostro passato», promossa dalla STAN con il sostegno di numerose organizzazioni a scopo ideale nel 2014 ha raccolto nei termini di legge quasi 15’000 firme. Il Consiglio di Stato ne ha trasmesso tempestivamente il testo al Gran Consiglio con preavviso favorevole. La competente Commissione della Legislazione ha rassegnato il suo rapporto pure con un avviso positivo. Nonostante tutte queste premesse favorevoli, il testo che deve proporre la traduzione in legge dei postulati dell’iniziativa STAN, pur essendo giàstato in gran parte redatto, tarda a essere proposto per approvazione. Considerato quanto precede la STAN chiede al Direttore del Dipartimento del Territorio on. avv. Claudio Zali di fare in modo che la presentazione del messaggio governativo concernente la modifica della Legge sulla protezione dei beni culturali avvenga entro termini brevissimi. 2. Del pari, la STAN chiede all’on. Consigliere di Stato avv. Zali di aggiornare il più celermente possibile la scheda di coordinamento del Piano direttore P10, Beni culturali, secondo l’evoluzione della giurisprudenza del Tribunale Federale (in particolare la sentenza DTF 135 II 209 del 1.4.2009 in re Comune di Rüti).

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La STAN, pur accogliendo con ottimismo le importanti e coraggiose proposte di tutela di beni culturali di interesse cantonale avanzate dal Dipartimento del territorio tramite il Consiglio di Stato e gli importanti passi compiuti di recente dai maggiori centri urbani del Cantone, Bellinzona, Locarno e Lugano, nel campo della tutela dei beni culturali d’importanza locale, costatate l’accelerazione dei tempi della trasformazione del territorio e del paesaggio e le minacce crescenti nei confronti del patrimonio culturale del Ticino, considera che interventi legislativi chiari e incisivi siano le premesse indispensabili per l’importante cambiamento di atteggiamento che si impone con urgenza, onde evitare di trovarci a breve termine con un quadro di vita deteriorato e un patrimonio d’interesse generale gravemente impoverito. Valga il detto «conoscere e tutelare il passato, per capire il presente»!

Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017


Temi STAN

Schweizer Heimatschutz ha eletto il nuovo Presidente

Martin Killias (Foto: Jutta Vogel)

L’Assemblea dei delegati della Schweizer Heimatschutz (Patrimonio Svizzero) ha eletto alla carica di Presidente Martin Killias lo scorso 24 giugno 2017. Professore di diritto penale, ricercatore sociale e pubblicista con una lunga esperienza professionale, Martin Killias ha preso il testimone da Philippe Biéler il 1° agosto. Negli ultimi dodici anni, Philippe Biéler ha rafforzato e modernizzato l’associazione in modo determinante. Raggiunto il limite di mandato imposto dagli statuti, cede ora la carica al suo successore. Nei dodici anni della presidenza Philippe Biéler, Schweizer Heimatschutz si è rinnovata e trasformata considerevolmente, creando il Centro Heimatschutz negli spazi di Villa Patumbah a Zurigo (2013) e costituendo la Fondazione Vacanze in edifici storici, la cui offerta conta oggi trentacinque edifici.

Philippe Biéler di fronte al Grand Hôtel du Cervin a Saint-Luc (foto: Marion Nitsch)

Martin Killias intende proseguire su questa strada e rafforzare il posizionamento di Schweizer Heimatschutz come associazione innovativa e influente. Il neo-Presidente ha un dottorato in diritto e una laurea in sociologia e psicologia sociale. Dispone di un’ampia rete di contatti, di ottime conoscenze sulle procedure nazionali e internazionali, come pure di esperienza politica. Con queste premesse, è la persona ideale per rappresentare gli interessi della tutela della cultura architettonica. L’Ufficio presidenziale e il Consiglio Direttivo della Società ticinese per l’arte e la natura ringraziano Philippe Biéler per l’attività svolta con passione e competenza e porgono a Martin Killias le felicitazioni per l’elezione e i più cordiali auguri per la nuova impegnativa attività che svolgerà in seno all’associazione nazionale. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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In memoria

In ricordo di Lauro Tognola Sul penultimo numero de Il nostro Paese (330, ottobre-dicembre 2016) abbiamo succintamente ricordato Lauro Tognola, già redattore responsabile della nostra rivista. Egli scrisse articoli molto documentati e pugnaci e desideriamo rendergli omaggio ripubblicando un suo testo significativo. Considerato il tema STAN dell’anno – pianificazione e urbanistica – riteniamo interessante riproporre un editoriale del 1990 nel quale egli rispondeva con il suo stile caratteristico agli argomenti svolti dall’arch. Aurelio Galfetti in occasione di un convegno organizzato dall’ASPAN. Lauro Tognola solleva i grandi temi in materia di architettura e di urbanistica che ancora oggi sono strettamente attuali poiché le posizioni dell’arch. Galfetti corrispondono a quelle di un buon numero di architetti che operano nel nostro Paese, dei dirigenti dell’Accademia di architettura e di una buona parte dei funzionari e dei tecnici dei Comuni e, in diversi casi, anche del Cantone preposti all’analisi delle domande di costruzione, in particolare per l’aspetto dell’impatto paesaggistico e per il rispetto dei beni culturali (Tiziano Fontana) Paolo Camillo Minotti

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Lo scorso 1° dicembre è deceduto Lauro Tognola, per una vita insegnante di francese (e di inglese), prima al Ginnasio di Biasca poi alla Magistrale e infine al Liceo di Locarno del quale, per qualche anno e fino al pensionamento, fu pure direttore. Fu un insegnante capace, impegnato ed esigente. Esigente anche con sé stesso. Egli fu sempre animato dalla passione della scrittura e dalla passione civile e dall’interesse per la politica vista come dibattito di idee. In giovane età, seguendo le orme del padre Amilcare, negli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento sindaco socialista di Biasca, militò nel Partito Socialista, poi per qualche anno (dopo la scissione del 1969) nel Partito Socialista Autonomo; collaborando quindi dapprima a «Libera Stampa» e poi a «Politica nuova», dove erano noti i suoi pungenti articoli di critica antigovernativa. Presto interruppe però la sua militanza attiva e la collaborazione con «Politica nuova», per dissensi vertenti in special modo sulla politica estera. Pur restando nel fondo un «intellettuale di sinistra», fece una scelta di indipendenza che meglio si attagliava alla sua natura e al suo carattere. Il valore della libertà è la «cifra» inconfondibile della vicenda di Lauro Tognola. Spirito libero, tendenzialmente ribelle, egli non sopportava i conformismi, i dogmatismi e i condizionamenti partitici, come non sopportava il potere che non accetta il dibattito e che non dà rendiconto. In fondo fu sempre uno spirito critico e tale restò fino alla fine. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

Nel Consiglio Direttivo della STAN egli entrò nel 1982, in occasione della famosa assemblea che si tenne nella sala dei Borghesi di Locarno e che è passata alla storia come «il golpe» che estromise la vecchia guardia e procurò un ampio avvicendamento del Consiglio Direttivo. Per dieci anni, fino al 1993, fu apprezzato redattore della rivista «Il nostro Paese». Oltre ai temi specifici riferiti all’attività puntuale della STAN, nei suoi editoriali egli affrontava argomenti generali di carattere ambientale: dalla denuncia della speculazione edilizia e della deturpazione del paesaggio a quella dell’inquinamento causato dall’irresponsabilità di certe industrie (Seveso, Schweizerhalle), dalla critica del nucleare a quella della frenesia di crescita illimitata (contraddicente la limitatezza delle risorse), fino alle ultime battaglie combattute come redattore della nostra rivista: quella perduta contro la nuova trasversale ferroviaria in Ticino e quella vinta (nel 1993) contro la proposta di costruire ben due inceneritori. Certi suoi editoriali potrebbero ancora essere riproposti oggi, per la loro pregnante pertinenza e per il fatto che purtroppo i mali diagnosticati sono tuttora presenti. Fra le battaglie puntuali vogliamo ricordare in particolare il suo impegno per salvare il Teatro sociale di Bellinzona e preservare Piazza Governo dall’edificazione (progetto Galfetti); la discussione al proposito si protrasse per anni, fin che la Commissione federale dei monumenti storici intervenne finalmente per tutelare il Teatro sociale e la «soppressione» della Piazza venne bocciata.


Un altro tema spesso ricorrente fu la critica non tanto al lavoro di certi noti architetti ticinesi, quanto alla pretesa – più di una volta da essi rivendicata – di imporre la loro architettura anche nei centri storici sottraendosi a ogni obbligo di rispetto per il preesistente, di inserimento armonioso nel contesto e di ossequio a leggi e Piani regolatori vigenti. A tal riguardo Lauro Tognola criticava anche il costume ticinese (dei mass media ticinesi) di «santificare» i sedicenti grandi architetti di casa nostra «tabuizzandone» la critica; costume che nel caso dell’arch. Botta sconfinò in un vero e proprio culto della personalità. Ci restò ben impresso nella memoria un editoriale del 1990 (che in suo omaggio ripubblichiamo su questo numero) nel quale Lauro rispondeva in modo efficace, punto per punto, a una relazione provocatoria dell’arch. Aurelio Galfetti, nella quale quest’ultimo si era scagliato in modo iconoclasta contro la tutela dei nuclei storici sostenendo (in sostanza) che essi andavano rasi al suolo per permettere all’architettura contemporanea di costruire qualcosa di meglio. La prosa di Lauro Tognola era sempre pensata e soppesata fino all’ultima virgola: nei suoi articoli non c’era mai una parola detta a casaccio, mai una ridondanza. Erano testi asciutti e sferzanti, che costringevano anche il lettore a sforzarsi a seguire il suo ragionamento. Dietro questa essenzialità di linguaggio c’era la passione dell’insegnante di lingue rigoroso e preciso, che non tollerava il pressappochismo concettuale. Queste caratteristiche si attagliano beninteso anche alla sua successiva produzione pubblicistica, non solo agli

articoli scritti per «Il nostro Paese». Leggerlo era sempre arricchente: ne «L’inchiesta» di Matteo Cheda, occasionalmente nel «Corriere del Ticino» o «LaRegione»; i suoi commenti non erano mai banali. Pubblicò sotto forma di libro una raccolta dei suoi commenti radiofonici su svariati temi («Sul filo»), come pure alcuni articoli apparsi ne «L’Inchiesta» («D come dialètt» e «C come cadréga»). Lauro aveva persino osato cimentarsi a scrivere un libro a sfondo autobiografico («La casa gialla») in cui raccontava brani della sua storia familiare, il rapporto con il padre, la spiacevole malattia della madre (che dovette soggiornare talvolta all’ospedale neuropsichiatrico); un’impresa che pochi avrebbero avuto il coraggio di affrontare, soprattutto nella nostra piccola realtà dove tutti si conoscono. Ultimamente egli aveva poi dato alle stampe un interessante libro che illustra la vita di suo bisnonno («Giovanni Tognola, fabbro-ferraio da Tradate a Biasca»). Personalmente lo conobbi nel 1988, quando fui cooptato nel Consiglio Direttivo della STAN come cassiere, indi – dopo la partenza del prof. Pancera – come segretario. Egli incuteva rispetto e a dire il vero anche un po’ di «soggezione». Aveva un approccio diretto; non gli piacevano gli infingimenti, le ipocrisie e chi menava il can per l’aia. Nelle discussioni gli piaceva andare al sodo; non tollerava il tirar per le lunghe, la ripetitività e le divagazioni di certi colleghi, soprattutto se sospettava in esse un qualche meschino interesse di convenienza. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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Temi STAN

Da pulpiti malfermi di Lauro Tognola (tratto da «Il nostro Paese», no. 195, marzo-aprile 1990) L’Associazione svizzera per il piano di sistemazione nazionale (ASPAN), Gruppo regionale Ticino, ha raccolto in un fascicoletto gli Atti delle Giornate di studio del 3 e del 10 novembre 1988 a Lugano-Trevano. Tra i relatori l’arch. Aurelio Galfetti, dal cui intervento (1) vogliamo qui ricavare i punti che ci sembrano più significativi.   Rifiuto del «piano unitario esteso a tutto il territorio del pianificare (…) compreso il famoso, inutilissimo piano del paesaggio. Piano che oltre ad essere inutile è anche pericoloso perché alimenta l’equivoco che un paesaggio è bello se non è edificato». Occorre distinguere. La bellezza di certi paesaggi è data precisamente dal loro essere intatti. Altri, dove la presenza dell’uomo è ben visibile da secoli, sono belli perché abitati. Tutto sta nel vivere gli uni e gli altri con senso dell’armonia, rispetto dell’equilibrio tra uomo e ambiente, cultura e natura. Nel Ticino – specie meridionale – è stato rotto irrimediabilmente proprio questo equilibrio. Con il Piano direttore si tenta, fra l’altro, di codificare un minimo di disciplina per almeno parare a futuri guasti. Respingerlo in blocco significa niente altro che avallare il processo di deterioramento.

La bellezza di certi paesaggi è data precisamente dal loro essere intatti. Altri, dove la presenza dell’uomo è ben visibile da secoli, sono belli perché abitati. Tutto sta nel vivere gli uni e gli altri con senso dell’armonia, rispetto dell’equilibrio tra uomo e ambiente, cultura e natura

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  Puntare sulla periferia. Esempio, il Piano di Magadino. Galfetti riferisce di aver ricevuto una telefonata da un giornalista «qualificato» che gli ha chiesto un parere sui capannoni e sulle serre di plastica. L’architetto ha risposto «che i capannoni, le serre, assieme ai bidoni di benzina rappresentano la miglior edilizia del Cantone» perché lui vede «di buon occhio la trasformazione dell’identità agreste in identità industriale, e ciò ovviamente non per motivi estetici». Allora per quali motivi? Da quale punto di vista? Secondo quali parametri? In nome di quali valori la distruzione della civiltà contadina dovremmo considerarla senza riserve un regalo della Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

Storia? In attesa di spiegazioni, prendiamo atto che Galfetti è pregiudizialmente ostile verso ogni resto di cultura che non sia industriale o post-industriale. Di conseguenza, il volto paesaggistico del Ticino in trasformazione selvaggia è perfettamente in sintonia con questa sua ideologia «moderna» (o post-moderna): viva dunque la perdita inarrestabile di identità, ben venga la devastazione. Se così è, non si capisce bene che cosa, nell’ottica di Galfetti, valga ancora la pena di pianificare e perché.   «Ridimensionare il mito del centro storico e di conseguenza la tendenza alla sua conservazione mummificante». Esempio insigne di «mummificazione», secondo l’Autore, il quartiere del Marais a Parigi, dove la «conservazione ha vinto» come, ahimé, dappertutto. «Le Corbusier, negli anni 30, demoliva il Marais». Ne deduciamo che il Marais – Place des Vosges compresa? – andava stravolto. Questi discepoli lecorbusiani d’assalto palesano pulsioni demolitrici francamente inquietanti. Che davvero abbiano per vocazione violentare ogni preesistente perché si frappone come insulto al loro potenziale creativo? Quanto ai centri storici, ci sembra di vedere in tutte le città europee realizzarsi la sintesi tra attualizzazione e conservazione, riverenza dell’oggetto pregiato e suo uso, passato e presente. Dove si «mitizza» il centro storico? A Bellinzona perché si intende restaurare il Teatro Sociale per restituirlo integro e pulito al godimento cittadino? A Parigi perché, precisamente nel quartiere del Marais, si è optato per il restauro attento anziché per la distruzione?  Concepire la pianificazione come «disegno di uno spazio pubblico, non in termini di superfici e regolamenti». Secondo Galfetti, di ciò ha bisogno la periferia, non il centro storico perché lo spazio pubblico già ce l’ha, ben definito e delimitato. Ci sembra giusto. Ma come mai questi predicatori falso-massimalisti non progettano prima di tutto in periferia? Perché vogliono invece sempre intervenire nei centri (storici e finanziari), per lagnarsi poi che non tutte le loro visioni «smitizzanti» siano accolte come prodotti oracolari? Circa lo «spazio pubblico», inoltre, gradiremmo che fosse un po’ meglio definito concettualmente. Se non viene «disegnato» anche «in termini di superfici e regolamenti» (vale a dire indispensabili limitazioni e delimitazioni vincolanti), lo «spazio pubblico» rimane allo stato di significante senza significato: un sintagma con funzione poco più che mistificante.


Salvare il Gottardo dai nuovi piloni alti 37 metri? Sbagliato. «L’architetto (...) dice che il San Gottardo è più bello con i piloni e, normalmente, non li immagina in pietra a facciavista». Questo credo estetico ci rimanda al rifiuto viscerale del paesaggio bello in quanto non edificato. È un ideologema costitutivo del «pensiero negativo» comune a Galfetti, Vacchini, Snozzi e naturalmente Botta. Si può anche vedere qualche analogia tra il pilone elemento di rottura nel massiccio alpino e il capannone che segna l’irruzione (benefica) della cultura industriale nella (spregevole) cultura rurale. Siamo comunque daccapo: il paesaggio dev’essere a disposizione dell’uomo (meglio: dell’Architetto) perché lo firmi. Solo a questa condizione può dirsi «bello». Poco importa che la «firma» sia il pilone, il capannone, il tunnel di plastica, la cisterna del gasolio, la centrale nucleare, l’intervento kitsch o l’opera di qualità. L’essenziale è marcare ben chiaro il presente nell’antico e nel perenne. Questa versione aggressiva (e qualunquista) del dialogo tra l’uomo e l’ambiente fa un pochino rabbrividire. Certo, pur nella sua inconsistenza concettuale, è funzionale alla confusione devastante che vediamo.   Se la città non sarà capace di realizzare l’elasticità dei piani «facilmente rinnovabili nel tempo (…) e soprattutto applicarli separatamente», essa «farà sempre a meno del piano. Cosi come ha fatto il Ticino negli ultimi 50 anni». Di fatto, negli ultimi 50 anni le cose sono andate con esemplare «elasticità». Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non la conservazione ha vinto, bensì la smania di costruire dovunque. Operatori perfettamente organici gli architetti. Così il Ticino (si veda il Luganese, caso da antologia del brutto a tappeto) è diventato un guazzabuglio dove anche le delizie miracolosamente superstiti sono fagocitate dalla volgarità imperversante. Che di fronte a simile sfascio un piano unitario risulti scarsamente incisivo può darsi. Ma forse perché sarebbe quasi una fatica di Sisifo, non perché troppo «unitario» e troppo poco «elastico». I pochi nodi semantici che abbiamo tentato di sciogliere non ci consentono di ricostruire un insieme propositivo coerente. Per due ragioni principali. Primo: perché Galfetti – come Vacchini e Botta (un po’ meno Snozzi, più «prudente») – lotta contro un nemico fantasma, si isterilisce in una polemica del rifiuto in cui predomina la provocazione come elemento vincolante di una retorica. Il nemico fantasma è la conservazione, di conseguenza il concetto di restauro, che nell’ottica di costoro assume sempre i connotati reazionari della restaurazione. Secondo: perché Galfetti – come i suddetti – procede per affermazioni non circostanziate, giudizi perentori, ipotesi che l’atto stesso di enunciarle tramuta in verità definitive. E una sorta di terrorismo intellettuale contraddistinto dall’assenza di argomentazione: sia come esigenza interna all’enunciato singolo, sia come articolazione che leghi tra loro gli enunciati per costituire un discorso credibile. Lo stesso Galfetti si rende conto che chi lo ascolta faticherà «a trovare i nessi logici fra le varie parti» perché,

premuto dal bisogno di dire il massimo, tralascerà «le connessioni contando sulla (loro) intuizione». Come se per dire molto fosse indispensabile sbarazzarsi di tutte le regole della logica! La verità è che Galfetti – con gli altri della confraternita sopra nominata – molto non dice; che le provocazioni, a lungo andare (e l’andare è ormai lungo), fanno l’effetto dei cliché, dei luoghi comuni, delle tiritere. Nulla, assolutamente nulla di personale nella durezza di questa nostra valutazione, sia chiaro. Non ce l’abbiamo con Galfetti o con Botta o con Vacchini architetti e uomini. Ci dà però fastidio la loro sicumera di sentenziatori (amplificata dal servilismo dei mass-media che gli fanno da compiacente megafono). Soprattutto, ci sconcerta l’irrilevanza della loro polemica anticonservativa in confronto con la gravità dei mali ambientali nostri, tutti causati dalla pirateria edilizio-speculativa, che è l’antitesi clamorosa della conservazione. L’erigersi a censori sbrigativi delle proposte altrui, il continuo parlar d’altro e dall’alto quando la terra ci scappa via da sotto i piedi, la mania del paradosso-battuta con presunto effetto dirompente, il mai attaccare di petto le realtà che per la gente comune (non per questo ottusa) sono l’evidenza spettacolare del malandazzo, tutto questo porta a concludere che il loro discorso è di scarsissimo aiuto. Forse potrebbe acquisire spessore di pensiero se riposasse per un bel po’ in regime di moratoria.

(1) Aurelio Galfetti, Esempi di realizzazioni industrialiartigianali in ambito urbano e suburbano, in TICINO CITTÀ REGIONE? Atti delle giornate di studio del 3 e del 10 novembre 1988 a Lugano-Trevano. Opuscoletto edito dall’ASPAN. Al lettore abbastanza paziente per averci seguito sin qui non può essere sfuggito che tra il tema assegnato a Galfetti (da lui accettato) e la sua relazione non esiste il più tenue nesso. Esempio tra i molti di «provocazione». Fin troppo facile è vedere in questo disprezzo delle regole concordate una sorta di metafora della Libertà che l’Architetto rivendica per sé.

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Invito alla visita – Musei etnografici La Società ticinese per l’arte e la natura propone ai suoi lettori questo dossier dedicato alle mostre in corso nei diversi musei etnografici ticinesi e alle numerose attività che vi si svolgono poiché ritiene molto importante il ruolo che questi enti svolgono a favore della memoria storica, della ricerca e della divulgazione. La consultazione dei siti web dei singoli musei permetterà di completare la panoramica fornita dal dossier grazie alla ricchezza delle informazioni presenti. Tiziano Fontana

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Sul museo, la sua storia, la sua impronta Monica Rusconi, curatrice del Museo della civiltà contadina del Mendrisiotto

Aratri e zappe (Monica Rusconi)

Il Museo della civiltà contadina del Mendrisiotto ha la sua sede a Stabio in un caratteristico edificio del 1856 che fino al 1970 era adibito a scuola comunale. Dal 1976 fino al 1981, anno di apertura del museo al pubblico, un gruppo di appassionati cittadini che avvertirono la necessità di salvaguardare il patrimonio storico e culturale del territorio, lavorarono con passione e dedizione alla raccolta e catalogazione dei primi oggetti donati dalla popolazione e, successivamente, all’allestimento delle sale espositive del museo. Il museo è stato voluto e creato proprio per conservare e valorizzare le numerosissime testimonianze storiche ed etnografiche del mondo rurale del Mendrisiotto. In questo senso, l’esposizione nelle sale permanenti del museo di quasi mille attrezzi e oggetti, permette al pubblico di cogliere tutta la complessità della civiltà contadina e delle attività quotidiane ad essa relative e, in modo del tutto naturale, stimola il visitatore a riconoscere l’ingegnosità e la tempra dei nostri avi.

Tema, quello del nostro più recente passato e delle nostre radici, ancora molto sentito dal pubblico e dalla popolazione e che trova conferma anche nell’abbondanza e qualità di oggetti che ancora oggi vengono donati al museo. Le collezioni del museo, forse le più importanti tra quelle dei musei etnografici, si attestano oggi a oltre 18’000 oggetti, accuratamente catalogati e conservati nel magazzino del museo. Numero importante quest’ultimo che ha, fin dalla fondazione del museo, spinto i fondatori e i curatori a pensare all’allestimento di mostre tematiche temporanee con lo scopo di ampliare l’offerta culturale e, allo stesso tempo, di poter esporre oggetti che nelle sale permanenti non troverebbero collocazione. Le esposizioni temporanee divengono così spazio prediletto di approfondimento, un valido strumento per concretizzare il profondo legame con il territorio e la popolazione, un modo per stimolare in modi sempre nuovi il pubblico a identificare o riconoscere le proprie radici e Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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Gabbie da richiamo per gli uccelli (Monica Rusconi)

Cestini per uova (Monica Rusconi)

migliorare così la conoscenza della storia e della cultura della regione. La trasmissione alle generazioni più giovani delle conoscenze e dei gesti che hanno guidato l’umanità fino a pressappoco alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, è un compito intrigante, affascinante e non sempre facile. Il museo è chiamato a rinnovarsi continuamente, a cercare nuovi linguaggi più consoni alle nuove generazioni, a modernizzarsi sia negli allestimenti che nelle proposte didattiche, a rendersi più interattivo. La sfida, non semplice ma decisamente stimolante, è quella di continuare ad essere una struttura al passo coi tempi, abile a scegliere i linguaggi più efficaci per stimolare curiosità, capace anche di educare al senso critico.

sulla loro origine, agli esempi di fiabe di diverse epoche e aree del mondo, alle modalità di narrazione e alle figure dei narratori. Per la seconda sala abbiamo pensato di concentrarci sul Ticino e sul suo ricco patrimonio favolistico e di studi sulle fiabe. La terza sala, infine, è stata organizzata per far vivere ai visitatori una sorta di itinerario simbolico all’interno delle diverse fasi di una fiaba di magia: dalla partenza dell’eroe, agli incontri con esseri fantastici, alla lotta con il suo antagonista, all’immancabile lieto fine. Per accompagnare la visita alla scoperta dell’affascinante mondo delle fiabe, si è scelto di utilizzare in gran parte i materiali del museo, non solo per valorizzare l’abbondante quantità di mobilio, attrezzi agricoli, abiti e manufatti che il museo custodisce, ma anche per mettere volutamente in evidenza il nesso, nelle fiabe, fra gli oggetti della vita quotidiana e quelli della dimensione magica. Nei racconti di magia compaiono, infatti, tavolini che si apparecchiano da soli, sacchi da cui escono monete d’oro, tappeti che volano, cavalli parlanti, bastoni che castigano rispondendo a un comando, stivali e ciabatte in grado di trasportare in terre lontane. Ad arricchire l’esposizione, c’è una parte multimediale, che aggiunge un tocco di modernità. La mostra è nata da un’idea di Marta Solinas, curatrice del Museo purtroppo recentemente venuta a mancare, la quale ne ha affidato la realizzazione a Veronica Trevisan, giornalista e studiosa di fiabe, in collaborazione con la fotografa Monica Rusconi, che ha curato la parte fotografica e multimediale. L’esposizione è arricchita dai bellissimi costumi di Valentina Nerone, le illustrazioni di Laura Mengani e l’arte pasticcera di Sacha Fischbach.

Eventi in programma 10 settembre ore 14:30, in occasione della giornata «Museo in festa» e in collaborazione con l’Associazione Amici del Museo: spettacolo teatrale «Storie di voci» della compagnia «SuPerGiù».

«Apriti sesamo! La magia delle fiabe» Museo della civiltà contadina di Stabio

La mostra temporanea attuale Mostra temporanea «Apriti sesamo! La magia delle fiabe», aperta al pubblico fino al 17 dicembre 2017.

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L’esposizione intende mostrare come le fiabe abbiano ancora oggi, nell’era tecnologica in cui viviamo, la capacità di proporre simboli universali e modelli di comportamento che, pur nella libertà di scelta di ciascuno di noi, indicano che una via di salvezza è sempre possibile. Il percorso è suddiviso in tre aree tematiche: la prima sala è stata infatti dedicata alle fiabe in generale, alle ipotesi Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

Fino al 17 dicembre 2017, Martedì, Giovedì, Sabato, Domenica e giorni festivi: 14.00–17.00 +41 (0)91 641 69 90 www.stabio.ch


La Valle di Muggio allo specchio Silvia Crivelli Ghirlanda, curatrice del Museo Etnografico Valle di Muggio

Paesaggio incantevole, paesaggio mutevole Dopo trentasette anni di impegno a favore del territorio e il riconoscimento che ha eletto la Valle di Muggio «Paesaggio dell’anno 2014», il Museo etnografico della Valle di Muggio (MEVM) dedica alla Valle una mostra. Coerente con la vocazione del MEVM, il tema proposto è quello del paesaggio: un paesaggio che abbiamo ereditato, nel quale viviamo ma del quale siamo anche responsabili. La mostra illustra attraverso l’immagine gli aspetti significativi del paesaggio, ne documenta il cambiamento, evidenzia ciò che è peculiare, bello, magari mai notato, meritevole di essere salvaguardato e valorizzato.

Il tema: lo specchio Ci guardiamo allo specchio: vediamo la nostra immagine riflessa, ci vediamo, ci osserviamo, vediamo come siamo, come siamo cambiati, forse ci interroghiamo su come saremo. Allo stesso modo il paesaggio che osserviamo mostrando le sue caratteristiche e i suoi elementi testimonia della vita delle generazioni passate e di quelle presenti: ne è il riflesso. Guardarci allo specchio ci aiuta a conoscerci, lo stesso vale per il paesaggio: considerare con attenzione il paesaggio che ci circonda porta a diventare consapevoli del suo valore, della sua unicità, di quanto la sua qualità è importante per la nostra qualità di vita. Ci obbliga però anche a riflettere su cosa lasceremo ai nostri discendenti.

I contenuti Il paesaggio mutevole: le vedute fotografiche Il paesaggio è una costruzione della società che opera in un determinato momento su un supporto naturale, il territorio, che viene continuamente modificato. Un paesaggio è quindi di per sé mutevole essendo il frutto di una società che con il passare del tempo cambia. Una raccolta di fotografie della Valle e dei nuclei dei villaggi della prima metà del secolo scorso evidenzia le caratteristiche di un paesaggio minuziosamente organizzato tipico della civiltà rurale. Il momento del grande cambiamento è però avvenuto nell’immediato secondo dopoguerra quando anche da noi è iniziato un profondo mu-

tamento socioeconomico. Ciò è ben visibile osservando le fotografie aeree del 1933 e confrontandole con le ortofoto del 2015. È un contrasto notevole che il visitatore può scoprire di persona. Il confronto ha anche lo scopo di indurre tutti a riflettere sulla relazione tra il passato e il presente del territorio per immaginare lo scenario futuro.

Il paesaggio incantevole: le rappresentazioni pittoriche Il territorio della Valle, soprattutto a partire dalla prima metà del XX secolo, ha attirato l’attenzione di vari artisti, alcuni di origine locale, altri provenienti da regioni e culture diverse. Le cinquantotto opere selezionate per la mostra, perlopiù conservate in collezioni private e dunque in gran parte inedite, appartengono a sedici artisti e coprono una cronologia che va dalla fine del XIX secolo ad oggi. Le opere esposte offrono la possibilità di interrogarsi sulle diverse modalità di lettura del paesaggio. Se da un lato rappresentano una sorta di documento storico-artistico proponendosi come importanti tasselli della memoria collettiva, dall’altra costituiscono un palcoscenico ideale su cui gli artisti hanno riunito il risultato della personale percezione del territorio. Il loro punto di vista ci aiuta a definire meglio alcune caratteristiche del paesaggio e ci invita a prendere in considerazione anche degli aspetti che magari ci sfuggono o che non riusciamo a carpire. Nella mostra il paesaggio della Valle di Muggio è visto attraverso gli occhi di: Marie-Louise Manzoni-Audemars, Pietro Chiesa, Guido Gonzato, Fausto Agnelli, Anita Nespoli, Carlo Basilico, Rodolfo Soldati, Luigi Taddei, Libero Monetti, Samuel Wülser, Hans Brun, Lifang, Giuseppe Bolzani, Aldo Pagani, Bertrand Viglino e Samuele Gabai.

Il paesaggio in tasca: la visione in 3D Il paesaggio contemporaneo è visualizzato in 3D per stimolare il visitatore ad essere attore nel paesaggio considerato come il palcoscenico sul quale si svolge la vita umana. Con uno speciale proiettore vengono mostrate un centinaio di immagini dei luoghi significativi della Valle. Con l’ausilio degli appositi occhiali il visitatore si trova immerso nel paesaggio in 3D. Un momento ludico a conIl nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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Morbio Superiore, foto aerea, 1933: Swisstopo, Ufficio federale di topografia, licenza 5701326761.

clusione del percorso della mostra voluto anche per accrescere il nostro senso di appartenenza e di responsabilità nei confronti del paesaggio. Questa parte di mostra è basata su un progetto fotografico degli apprendisti poligrafi del Centro professionale tecnico (CPT) di Bellinzona sotto la guida di Stefano Crivelli docente SPAI.È possibile acquistare le immagini stereoscopiche del paesaggio come pure il visore tascabile che consentirà la visione in 3D.

Il paesaggio come patrimonio. Quale futuro?

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Trattare il paesaggio unicamente da un punto di vista estetico non basta: il compito del MEVM è anche quello di mettere il visitatore nella situazione di instaurare un rapporto più intimo con il pregevole paesaggio che la nostra Valle ha ancora il privilegio di possedere. Questa mostra mira a suscitare una reazione di attaccamento nei confronti dei luoghi vissuti che, se assumono senso, verranno maggiormente rispettati e curati. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

Il tempo passa, guardandoci allo specchio ci vedremo cambiati e anche il paesaggio cambierà. Il MEVM è cosciente del fatto che l’avvenire non sta nel tornare al passato, ma nell’attingere al patrimonio territoriale trasmesso di generazione in generazione quale risorsa per il futuro in un’ottica di sviluppo locale durevole. Per questo alla fine della visita i visitatori sono invitati a lasciare un parere sul paesaggio attuale della Valle e specialmente sul paesaggio immaginato per il futuro. Una riflessione scritta, una citazione, un disegno, una foto selfie con, sullo sfondo, un paesaggio ritenuto bello e un selfie con paesaggio ritenuto brutto. Oggigiorno si usa spesso il termine «condivisione»: anche il paesaggio merita di essere condiviso.


Morbio Superiore, ortofoto, 2015: Swisstopo, Ufficio federale di topografia, rif. KB150202-141-K.

«La Valle di Muggio allo specchio. Paesaggio incantevole, paesaggio mutevole» Museo etnografico della Valle di Muggio Casa Cantoni, 6838 Cabbio Fino al 26 novembre 2017, martedì– domenica: 14.00 – 17.00 +41 (0)91 690 20 38 www.mevm.ch

29 Con il sostegno finanziario di Pro Helvetia Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017


Il Museo di Leventina Diana Tenconi, curatrice Museo di Leventina

La storia del museo Nato su iniziativa di Diego Peduzzi nel 1966, il Museo di Leventina ha sede stabile in Casa Stanga dal 1972. Dal 1991 il Museo di Leventina è parte della rete degli undici musei etnografici regionali riconosciuti dal Cantone Ticino sulla base della Legge sui musei etnografici regionali del 18 giugno 1990. Questi musei non costituiscono delle unità distaccate una dall’altra, ma concorrono, nel pieno rispetto delle singole peculiarità, alla realizzazione del progetto comune di salvaguardia e valorizzazione delle testimonianze etnografiche del territorio ticinese. La rete dei musei etnografici è coordinata dal Centro di dialettologia e di etnografia cantonale che offre loro consulenza scientifica e assistenza tecnica, mettendo a disposizione personale, una biblioteca settoriale, uno studio fotografico e un laboratorio di restauro.

Casa Stanga Situato sul vecchio tracciato della Via Francigena, immediatamente a sud dei due ponti che attraversano il fiume Ticino, il Museo di Leventina è ospitato nel cinquecentesco complesso di Casa Stanga: un prestigioso gruppo di edifici di grande interesse storico-artistico. Casa Stanga svolse per secoli la funzione di abitazione e di locanda. L’importanza del complesso architettonico è attestata dalle facciate affrescate nel 1588–89 da Giovanni Battista Tarilli e Domenico Caresana con la raffigurazione degli stemmi famigliari di viaggiatori illustri provenienti da tutta Europa che vi alloggiarono. Sia la collezione del Museo di Leventina che Casa Stanga sono iscritte nell’Inventario svizzero dei beni culturali d’importanza nazionale e regionale e nell’Inventario dei beni culturali d’importanza cantonale.

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da sempre ha basato gran parte della propria economia sul transito di uomini e merci. Al museo è presente anche il Totem RSI – Leventina: una postazione multimediale che permette la visualizzazione di centinaia di filmati del passato provenienti dagli archivi della RSI riguardante la Valle.

La collezione Nel panorama etnografico cantonale il Museo di Leventina si distingue soprattutto per una collezione di oggetti, di opere d’arte e di documentazione storica di particolare ricchezza e importanza. Il patrimonio etnografico del museo si estende a molti ambiti: dalla religiosità popolare e l’arte sacra, all’economia domestica, all’artigianato, ai trasporti, alla storia degli sport locali, all’archeologia industriale e del modernariato. La collezione è costituita anche da documenti cartacei di carattere storico e da immagini, fotografie e ritratti personali. La documentazione risalente all’Ottocento tratta tematiche relative all’emigrazione, all’immigrazione, alla costruzione della linea ferroviaria del San Gottardo, all’allevamento e all’agricoltura. Grazie a una donazione, il Museo di Leventina ha acquisito gran parte della produzione della poetessa leventinese Alina Borioli. L’obiettivo principale in questo ambito è l’arricchimento e il completamento della collezione attraverso acquisizioni e donazioni da parte di privati nei differenti settori.

Una selezione delle attività proposte

Le mostre

– Sabato 2 settembre 2017 Corsa delle sette chiese Visite guidate del paese di Giornico organizzate dal Museo di Leventina. In collaborazione con Gruppo Corsa delle 7 Chiese. Costo e iscrizioni: www.corsa7chiesegiornico.org

Nel 2014 sono stati terminati i lavori di restauro degli stabili e il museo si è presentato al pubblico con un allestimento completamente rinnovato. La mostra permanente si sviluppa infatti attorno ai temi dell’Identità e della Ritualità. L’attuale mostra temporanea, «Effetto tunnel», inaugurata nel 2016 in occasione dell’apertura di Alp Transit e prolungata fino ad ottobre 2017, invita il visitatore a tuffarsi in un viaggio per ripercorrere la storia dei transiti attraverso la Leventina, riflettendo sul significato di questo nuovo cambiamento per un territorio che

– Mercoledì 13 settembre 2017, 18:00, sala conferenze Museo di Leventina, Giornico Ritualità e mentalità in Leventina tra il XVI e il XVIII secolo Conferenza con il Dr. Fabrizio Viscontini, storico La conferenza cercherà di mettere in luce gli aspetti rituali legati alla religiosità e all’amministrazione balivale all’epoca della dominazione urana in Leventina. I primi furono un prodotto della mentalità collettiva alla ricerca di una maggiore sicurezza nei confronti delle diverse

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Visite guidate nel territorio Sono disponibili durante tutto l’anno su richiesta

1. La Faido della Belle Époque Nel periodo della Belle époque (1896-1914) Faido divenne il terzo polo turistico del Cantone. I turisti che, grazie alla costruzione della linea ferroviaria del San Gottardo poterono soggiornare a Faido, appartenevano principalmente all’alta borghesia e alla nobiltà milanese. Partendo dai vecchi alberghi e ville risalenti a quell’epoca prospera, il percorso si snoda nelle vie del borgo oppure lungo il panoramico «sentiero dei lazzaroni», frequentato dai turisti di quell’epoca. Info: 25 persone (max), 1 h ca., Costo: CHF 100.- (scuole CHF 60.-)

2. Il giro di Giornico

Casa Stanga a Giornico, sede del Museo di Leventina (fotografia G. Meyer, CDE Bellinzona)

calamità. I secondi saranno analizzati attraverso le rappresentazioni pubbliche del potere temporale. – Sabato 6 ottobre 2017, 20.00, Museo di Leventina, Giornico Presentazione del libro «Strade del Cantone Ticino. Le vie di comunicazione dall’Ottocento al secondo dopoguerra» Presentazione con gli autori Giorgio Bellini e Marco Marcacci La storia delle vie di comunicazione del nostro Cantone, a partire dalla sua nascita ad oggi, non risultava ancora documentata nella sua completezza. Pertanto è stata promossa una ricerca in tal senso. Questo lavoro di ampie dimensioni è stato realizzato dal ricercatore Giorgio Bellini, con la collaborazione redazionale dello storico Marco Marcacci. Dal 1803 ai giorni nostri, le vie di comunicazione hanno avuto un ruolo determinate per lo sviluppo e l’identità del Canton Ticino. Il libro ricostruisce le varie fasi della costruzione delle strade, e in parte anche delle ferrovie, e il ruolo delle vie di comunicazione nella trasformazione del territorio cantonale e della società ticinese.

Giornico è un piccolo villaggio con una grande ricchezza di monumenti storici. Proponiamo visite a tema, su uno o più argomenti, che possono essere concordate direttamente con la guida: le chiese, la torre di Atto (IX sec.), i ponti, le antiche case, il monumento della battaglia dei Sassi Grossi (1478), l’antico arsenale, l’isola sul fiume, i grotti e i vigneti. Info: 25 persone (max), 1 h ca., Costo: CHF 100.– (scuole CHF 60.–)

– mostra temporanea: «Effetto tunnel» – mostre permanenti: «Esiste un’identità leventinese, oggi?» e «Ritualità oggi» Museo etnografico di Leventina Casa Stanga 6745 Giornico Fino al 29 ottobre 2017, martedì – domenica: 14.00 –17.00 +41 (0)91 864 25 22 www.museodileventina.ch

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– Mercoledì 25 ottobre 2017, 18:00, sala conferenze Museo di Leventina, Giornico Liturgia e pietà popolare. Due ritualità contrapposte? Conferenza con Don Nicola Zanini Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017


Museo di Valmaggia Il Museo di Valmaggia propone due mostre visitabili fino alla fine di ottobre: la prima riguarda il fiume Maggia, la seconda i boschi della valle di Lodano. Alice Guglielmetti, curatrice del Museo di Valmaggia

1. Fotografie subacquee di Felix Haab La nuova esposizione temporanea del Museo di Valmaggia, è un invito ad immergersi nel fiume Maggia, osservando il corso d’acqua da una prospettiva del tutto nuova. Con i suoi scatti subacquei, il fotografo Felix Haab mette in mostra un paesaggio che rimane normalmente nascosto. I giochi di luce nell’acqua limpida e sui sassi rendono l’atmosfera quasi magica. Si percepiscono e si immaginano i suoni dell’acqua, dal gorgoglio superficiale al silenzio della profondità. «Che il nostro paese fosse bello, ce l’hanno detto gli altri», diceva Plinio Martini. Ed ecco che gli scatti subacquei del fotografo Felix Haab mostrano a chi li guarda una dimensione del fiume Maggia del tutto nuova e particolare. Siamo abituati a vedere lo scorrere tranquillo dell’acqua magari in modo un po’ distratto, oppure a rimanere colpiti dalla sua violenza, dalla sua potenza e dal rumore assordante dei momenti di piena. Le fotografie di Felix Haab ci inducono invece a soffermarci a guardare il fiume con più attenzione, perché ci mostrano un mondo nascosto che esiste da millenni e che nei millenni si è formato, ma che notiamo raramente e che apprezziamo poco. I giochi di luce colpiscono l’occhio dell’osservatore e lo sorprendono, obbligandolo a una lettura dell’immagine più attenta e ad un’interpretazione: allora le rocce possono assumere sembianza di animali o addirittura di sentimenti. Guardando questi scatti si ha la sensazione di percepire una dimensione diversa; con un tempo ed uno spazio diversi che trasmettono calma, tranquillità, silenzio e inducono ad una riflessione sulla bellezza del paesaggio che ci circonda. Un’esposizione da guardare, ma forse anche da sentire.

Biografia di Felix Haab

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Felix Haab, 1967, si diploma come ingegnere edile a Zurigo, nel 1994. Negli anni 1986-1988 frequenta numerosi corsi di disegno tecnico presso la scuola di arti applicate della città, approfondendo così la sua prima formazione di disegnatore edile. Numerosi sono gli incontri di studio e di lavoro che lo portano a viaggiare in Svizzera e all’e-

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stero. In particolare torna spesso in Ticino, dove rimane affascinato da quella che viene chiamata la nuova scuola ticinese, in ambito architettonico. Fin dal principio il suo mestiere lo porta ad avvicinarsi a diverse modalità di rappresentazione figurativa. Già molto giovane, compra il suo primo apparecchio fotografico. Natura ed architettura sono da sempre i soggetti preferiti da Felix Haab per le sue fotografie. Le immagini subacquee sono un’evoluzione di questo lavoro. Il Ticino rimane tuttora la meta prediletta per i suoi viaggi, in particolare apprezza la Vallemaggia, lontano dai luoghi turistici più frequentati. In questi viaggi hanno un ruolo centrale i luoghi di forza e i luoghi di carattere storico. Felix Haab vive con sua moglie nella Svizzera centrale.

2. Profumo di boschi e pascoli. Sui sentieri secolari della Valle di Lodano L’esposizione è stata realizzata in collaborazione con il Patriziato di Lodano. Le antiche faggete della Valle di Lodano sono state inserite dal Consiglio federale nella lista propositiva per il Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Con questa esposizione il Museo di Valmaggia intende offrire al visitatore una panoramica su un’opera esemplare di valorizzazione e conservazione di un territorio ricco dal punto di vista naturalistico e per le sue componenti storiche e antropiche. Alla base del percorso espositivo vi è una riflessione sull’evoluzione dello sfruttamento del territorio: lungo la spirale del tempo la vita della comunità si evolve costantemente e con essa anche le modalità d’interazione con il proprio ambiente. La Valle di Lodano, che fino a qualche generazione fa rivestiva un ruolo fondamentale nell’economia di sussistenza del villaggio, rappresenta oggi per chiunque la visiti un luogo privilegiato per lo svago e la rigenerazione, per lo studio della natura e la riscoperta delle tracce del passato. Un patrimonio di insostituibile valore, trasmesso nel corso del tempo e destinato a essere interpretato e vissuto con spirito nuovo anche da chi in futuro percorrerà i sentieri secolari di questa valle. L’esposizione illustra aspetti legati al lavoro nei boschi e ai metodi di trasporto a valle del legname prima dell’Ot-


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Particolare del fiume Maggia fotografato da Felix Haab

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Pannello illustrativo della mostra «Profumo di boschi e pascoli. Sui sentieri secolari della Valle di Lodano»

tocento e nel Novecento, integrando la testimonianza dell’ultimo boscaiolo e alpigiano attivo in Valle di Lodano. Una sezione dell’esposizione è dedicata al tema delle superfici aperte comprese tra le aree di pianura e i pendii fin oltre il limite dei boschi. Segue una panoramica sulle misure attuate negli ultimi cinque anni da parte del Patriziato di Lodano con l’intento d’invertire la tendenza all’abbandono e dare nuove prospettive al comprensorio che gestisce. Al termine dell’esposizione, il visitatore può ammirare una serie di fotografie di Daniele Oberti. Nelle sale trovano posto numerosi oggetti etnografici conservati nella collezione del Museo di Valmaggia o concessi in prestito da privati. L’allestimento è completato da documenti provenienti dall’Archivio patriziale e da una serie di tracce sonore tratte da interviste a Guido Ferrari, che in Valle di Lodano ha svolto per lunghi anni l’attività di boscaiolo e alpigiano. Il Museo offre la possibilità alle scuole e ai gruppi di giovani di seguire dei laboratori didattici interattivi in legame con questa esposizione. Maggiori informazioni si trovano sul sito: «www.museovalmaggia.ch»

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«Fotografie subacquee di Felix Haab» e «Profumo di boschi e pascoli. Sui sentieri secolari della Valle di Lodano» Museo di Valmaggia Cevio Vecchio 6/12 CH-6675 Cevio fino al 31 ottobre 2017, martedì – domenica: 13:30 –17:00 +41 (0)91 754 13 40 (custode) +41 (0)91 754 23 68 (direzione) www.museovalmaggia.ch


Museo di Val Verzasca Veronica Carmine, curatrice del Museo di Val Verzasca

Il complesso museale di Sonogno Affacciati sulla piazza del paese, due edifici di epoche diverse formano la sede principale del Museo di Val Verzasca: Casa Genardini, costruita nel Settecento, e un moderno edificio in calcestruzzo. Nella prima, che ha preservato i tratti distintivi di una tipica abitazione verzaschese, vi sono alcuni locali con l’arredo originale (camera da letto e cucina) e l’esposizione di oggetti legati all’economia di sussistenza, alla scuola di valle e all’emigrazione stagionale degli spazzacamini. Nell’edificio moderno si sviluppa la mostra laboratorio interattiva inaugurata nel 2017. Al primo piano il tema della transumanza verzaschese viene rivissuto grazie alla riproduzione di antichi gesti quotidiani che scandivano la vita agropastorale lungo le stagioni. A pianterreno un modello tridimensionale del territorio mostra i mutamenti paesaggistici e storici grazie alla proiezione animata di contenuti multimediali.

Museo di Val Verzasca a Sonogno

Evento speciale: «Memorie Future della Verzasca» Accanto alle consuete attività svolte, il museo ha aderito al progetto Memorie Future della Verzasca, un progetto teatrale di narrazione site-specific, che attraversa il Ticino in singole tappe. Il Museo di Val Verzasca ha invitato gli artisti a creare uno spettacolo a Sonogno domenica 24 settembre, tra la piazza di Sonogno e il Museo. Gli artisti della Compagnia Grande Giro saranno partecipi della vita quotidiana in Verzasca: incontreranno persone, ascolteranno le loro storie in piazza a Sonogno, nel museo, nei ristoranti, nelle case, condivideranno racconti, fotografie e documenti. La restituzione scenica del materiale raccolto durante la ricerca avviene attraverso diversi linguaggi scenici come la parola, il movimento, la danza, il canto, la musica. Lo spettacolo si terrà tra la piazza di Sonogno e il Museo. Questo progetto partecipativo è per tutte le età, valorizza lo scambio tra generazioni e reinterpreta in modo artistico i contenuti della mostra permanente del Museo. Per la realizzazione di questo progetto ogni sostegno finanziario è prezioso!

Attività al Museo di Val Verzasca

Museo di Val Verzasca Casa Genardini Fino al 31 ottobre 2017, martedì– domenica: 11:00 –16:00 +41 (0)91 746 17 77 Banca Raiffeisen Piano di Magadino, a favore di: Associazione Museo di Val Verzasca, IBAN CH13 8028 0000 00060225 6 www.museovalverzasca.ch

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50 anni della nostra vita Mattia Dellagana, curatore del Museo Onsernonese Nel 2017 il Museo Onsernonese ripropone l’esposizione «50 anni della nostra vita», mostra presentata lo scorso anno in occasione del proprio 50° anno di attività, con cui si ripercorre la storia del sodalizio dalla sua fondazione fino ai giorni nostri. L’allestimento si sviluppa all’interno di tre sale al secondo piano di Casa Degiorgi a Loco, dove è possibile ripercorrere in immagine le numerose attività svolte dal Museo negli anni a favore della salvaguardia e della valorizzazione delle testimonianze del passato, ma anche a favore della conoscenza e della condivisione nel campo dell’arte e della cultura. La mostra non si limita però a presentare la storia del Museo, bensì mira ugualmente a evidenziare il profondo legame che esso detiene con il territorio e la gente dell’Onsernone. A questo scopo, l’esposizione presenta anche gli avvenimenti più significativi accaduti in Valle nel corso di questi ultimi cinque decenni, dando vita ad un percorso nel tempo in cui l’Onsernone e il Museo intrecciano la loro storia. La mostra termina con uno spazio in cui il visitatore è invitato a riflettere sul ruolo di un museo in una regione periferica come l’Onsernone e, più in generale, sull’importanza di conservare e prendersi cura del patrimonio materiale e immateriale ereditato dal passato. Per riaffermare il proprio legame con la Valle, l’esposizione trascende la sede di Loco per presentarsi, seppur in maniera molto semplice, nelle piazze di tutte le località dell’Onsernone. In ogni villaggio è stato posato un pannello sul quale sono presentati alcuni avvenimenti significativi che illustrano la storia degli ultimi cinquant’anni del luogo in cui questo si trova. Con questa iniziativa, il Museo desidera, a livello simbolico, incontrare gli Onsernonesi nelle loro piazze, rinnovando l’invito a tutti a contribuire alla tutela delle testimonianze del nostro passato.

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50 ANNI DELLA NOSTRA VITA Museo Onsernonese, Casa Degiorgi 6661 Loco Fino al 29 ottobre 2017, mercoledì– domenica: 14:00–17:00 +41 (0)91 797 10 70 mus.onsernonese@bluewin.ch


Alla riscoperta della nostra identità Mattia Dellagana, curatore del Museo regionale delle Centovalli e del Pedemonte

Il Parco dei Mulini di Lionza-Borgnone Da sempre sensibile alla tutela del patrimonio culturale presente sul nostro territorio, il Museo regionale delle Centovalli e del Pedemonte ha recentemente provveduto, grazie al sostegno del Comune di Centovalli e del Progetto Parco Nazionale del Locarnese, al recupero e alla valorizzazione del Parco dei Mulini di Lionza-Borgnone. Questo luogo, immerso in una natura rigogliosa, può essere definito un’antica «area artigianale» frequentata verosimilmente già nel Seicento dalle comunità locali. I recenti interventi di riqualifica hanno permesso di far riemergere dalla vegetazione i resti di numerosi manufatti che sono serviti alla gente del posto fino agli inizi del Novecento. Tra questi vi sono i resti di mulini e dei loro canali scavati nella roccia, due forni per il pane, il lavatoio «dell’acqua calda», due cappelle con portico, iscrizioni e segni nella roccia (incavi per la posa di serre lungo il riale adiacente, ad esempio), ecc. Di particolare interesse sono i resti dell’antico maglio ad acqua per la lavorazione del ferro. Manufatto abbastanza raro alle nostre latitudini (in tutto il Ticino vi erano solo venticinque costruzioni di questo tipo), il maglio è stato parzialmente ricostruito per facilitare la comprensione del suo funzionamento ed evidenziare la capacità e l’ingegno dei nostri antenati nel saper sfruttare la forza dell’acqua.

Con la riqualifica dell’area, il Museo auspica promuovere l’interesse per il paesaggio antropico che circonda gli abitati della valle ed invita tutti a partire alla riscoperta delle «tracce» della vita e del lavoro dei nostri antenati di cui il nostro territorio è ricco.

Museo regionale delle Centovalli e del Pedemonte 6655 Intragna Orari di apertura: 14.00 alle 18.00 (lunedì chiuso) +41 (0)91 796 25 77 info@museocentovalli.ch

Per il Museo regionale, salvaguardare il patrimonio rurale delle Centovalli e del Pedemonte va oltre il semplice recupero di strutture occultate dalla natura. Significa rafforzare l’identità culturale, nel senso positivo del termine, facendo leva su una maggiore consapevolezza del valore storico degli elementi antropici che caratterizzano il paesaggio in cui viviamo. Questo attraverso un’esperienza sensoriale ed emotiva che permette di sentire, di toccare con mano, la vita di un tempo. Situato nelle alte Centovalli fra Borgnone e Lionza, il Parco dei Mulini si trova all’inizio della storica Via del mercato, la mulattiera che fino agli ultimi anni dell’Ottocento è stata l’unico collegamento che permettesse agli abitanti della valle e ai viandanti provenienti dalla Valle Vigezzo e dal Sempione di raggiungere la città di Locarno e, in particolar modo, il suo mercato.

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Vivere in montagna Patrizia Pusterla Cambin, curatrice del Museo storico etnografico della Valle di Blenio

Il pasto di una famiglia contadina, Peter Ammon

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Il Museo storico etnografico della Valle di Blenio espone fino al 1° novembre 2017 la mostra del fotografo lucernese Peter Ammon dedicata alla vita in montagna durante gli anni Cinquanta del Novecento. Si tratta delle prime diapositive a colori di grande formato prodotte in Svizzera: infatti Ammon fotografava per mezzo di diapositive Ektachrome a colori di grande formato (4 × 5 inch), che ordinava direttamente dalla Kodak negli Stati Uniti. Le immagini di grande intensità e bellezza sono nel contempo di alto interesse storico e documentario, benché gli storici e gli etnologi di allora non tenessero in grande considerazione questo lavoro di Ammon. Ci parlano della vita dei contadini e di alcuni artigiani svizzeri, ritratti durante i loro lavori abituali, come la coltivazione, il raccolto, l’allevamento, la cura degli animali, ma anche durante la vita in famiglia, dalla preparazione del cibo ai pasti, dalla cura all’educazione e al divertimento dei bambini, dalle gioie del tempo libero ai momenti di devozione. Peter Ammon, poco più che venticinquenne e con grande intuizione, per realizzare il suo progetto ha cercato le valli più discoste e non ancora raggiunte dalla modernizzazione: i Grigioni (la Val Lumnezia, l’Engadina bassa, Mesocco, Poschiavo, la Calanca), il Vallese (il Lötschental, la Val d’Hérens, la Saastal, la Val d’Illiez), la Svizzera francese (il Jura, Gruyères), il Canton Berna (l’Emmental, la Simmental), la Svizzera centrale (Willisau, il canton Nidwalden, l’Entlebuch, la campagna di Lucerna) e anche il Ticino, con la Val Malvaglia e la Valle di Blenio, la Verzasca e il Sottoceneri. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, molte sue fotografie vennero pubblicate su alcuni settimanali della Svizzera tedesca e sui calendari. Aveva realizzato più di mille fotografie, ma ne restano soltanto circa 200. La mostra con più di 40 fotografie si snoda in tutto il museo ed è disposta tematicamente, in base alla tipologia dei locali o a gruppi definiti: al piano terreno la stalla, il caseificio e gli artigiani; al 1° piano la cucina, il balcone, i tessili e la preghiera; al 2° piano il cibo e la sua preparazione, i contadini (Val Malvaglia e Ticino), il raccontare storie e la scuola, fuori (la vita all’aperto) e dentro (l’intimità della casa).

Vivere in montagna Museo storico etnografico della Valle di Blenio 6716 Lottigna Fino al 1° novembre 2017, martedì– domenica: 14.00 –17.30 +41 (0)91 871 19 77 www.vallediblenio.ch/museodiblenio www.facebook.com/Museo-storico-etnograficodella-Valle-di-Blenio

30 aprile - 1° novembre 2017

Vivere in montagna Fotografie di Peter Ammon

Il catalogo con 125 illustrazioni a colori è in vendita al museo.

Museo storico etnografico della Valle di Blenio CH-6716 Lottigna - Ticino - Svizzera Tel +41 (0) 91 871 19 77 | Tel +41 (0) 91 872 14 87

www.vallediblenio.ch/museodiblenio

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Museo Walserhaus Cristina Lessmann-Della Pietra, curatrice Museo Walserhaus

Pernice bianca

La mostra: Ggurijnar Vegalti / Uccellini di Bosco Gurin

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Nel territorio di Bosco Gurin sono presenti numerose specie di uccelli. A partire da resoconti, inventari, liste di avvistamenti e ricerche condotte da appassionati locali è stato possibile allestire un elenco di oltre sessanta uccelli selvatici. La conoscenza dell’avifauna da parte della popolazione walser di Gurin è testimoniata dall’esistenza del nome nella lingua locale, il Ggurijnartitsch (Tedesco di Bosco Gurin). La mostra «Ggurijnar Vegalti» è organizzata per gruppi (uccelli stanziali – nostri vicini sempre presenti; uccelli Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

stanziali che si avvicinano alle case in inverno; uccelli rapaci diurni – predatori; uccelli rapaci notturni; uccelli migratori – turisti e villeggianti; uccelli domestici – fidati amici), le fotografie esposte sono correlate dal nome scientifico in latino e dai nomi comuni in tedesco, italiano e in Ggurijnartitsch. Quando conosciuto, e come confronto, è citato anche il nome in Pumattertitsch (Tedesco di Formazza). Le fotografie in mostra sono state messe a disposizione del Museo dall’appassionato ornitologo e fotografo Gianni Marcolli di Agarone, che con grande dedizione cerca e fotografa l’avifauna locale e del resto del mondo. L’esposizione ha luogo nella caratteristica torba in località ufum Heingåårt, antica piazza principale di Bosco Gurin, di fronte al museo.


L’Associazione Walserhaus Gurin L’Associazione Walserhaus Gurin gestisce il Museo Walserhaus, riconosciuto dal Cantone Ticino quale Museo Etnografico Regionale, e si pone i seguenti scopi: rappresentare nel museo Walserhaus Gurin la storia e la cultura della comunità Walser di Bosco Gurin e delle altre colonie Walser, in particolare nella vicina Val Formazza; salvaguardare il patrimonio storico, culturale e linguistico dei Walser di Bosco Gurin; promuovere e sostenere progetti che mirano ad incrementare all’esterno della colonia Walser di Gurin la comprensione per le sue origini, la sua storia e le sue tradizioni. Durante quasi 80 anni di attività l’associazione ha sviluppato diversi progetti e pubblicato un’importante documentazione. Negli ultimi anni ha promosso una mostra tematica sui personaggi e gli oggetti delle leggende e storie della cultura di Gurin. Nel 2014 è stato pubblicato il vocabolario dei sostantivi di Bosco Gurin, di Emily Gerstner-Hirzel. L’Associazione intrattiene collaborazioni importanti con gli enti locali e, in particolare, con l’Associazione Paesaggio Bosco Gurin. Questa rappresenta una piattaforma progettuale alla quale partecipano il Municipio e il Patriziato locali, l’Associazione Museum Walserhaus e l’Associazione per Bosco Gurin e ha come obiettivo principale la salvaguardia della cultura e del patrimonio architettonico e paesaggistico del villaggio. Il progetto «Gurijnar Vegalti» è integrato nei lavori di ricerca, documentazione e divulgazione della nostra Associazione.

Sede del Museo Walserhaus a Bosco Gurin

Telaio

La Festa Måtzufåmm Sabato 23 settembre è prevista la tradizionale Festa Måtzufåmm (minestrone di verdure coltivate in loco), con mercatino di prodotti artigianali e alimentari locali, attività per bambini e adulti e musica con il trio Gyrumetha (Paolo Tomamichel e amici). A conclusione della giornata seguirà un concerto d’organo nella Chiesa Parrocchiale SS. Giacomo e Cristoforo con l’organista vallesano German Carlen, il cui diretto antenato costruì l’organo nel 1734. Il programma dettagliata sarà pubblicato sul nostro sito www.walserhaus.ch.

GGURIJNAR VEGALTI / UCCELLINI DI BOSCO GURIN

Stanza

Museo Walserhaus, 6685 Bosco Gurin martedì–sabato 10.00–11.30, 13:30–17:00 domenica e giorni festivi 13:30–17:00 Apertura da metà aprile alla fine di ottobre

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+41 (0)91 754 18 19 www.walserhaus.ch

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Natura – Alleanza Territorio e Biodiversità

Valorizzare un habitat alle pendici del Poncione di Arzo Il WWF della Svizzera italiana nell’ambito del suo impegno con «Alleanza Territorio e Biodiversità» ha accolto positivamente il «Progetto di valorizzazione di habitat presso il Poncione di Arzo» promosso dalla Società Cacciatori del Mendrisiotto, poiché rientra negli scopi promossi con l’Alleanza, la difesa della biodiversità nella zona del Sottoceneri, individuata come area pilota per gli interventi sul territorio Tiziano Fontana

Gladiolo piemontese (Gladiolus imbricatus), presente in poche zone del Sottoceneri, tra le quali il Poncione d’Arzo (fotografia Francesco Maggi).

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La sezione ticinese del WWF Svizzera ha partecipato al finanziamento, grazie all’appoggio dell’«Alleanza Territorio e Biodiversità» e della Fondazione Virgina Böger, del progetto promosso dalla Società cacciatori del Mendrisiotto (SCM) poiché, come ha spiegato il suo responsabile Francesco Maggi, il Sottoceneri è una delle aree Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

più ricche in specie e ambienti protetti a livello europeo e scrigno di biodiversità da preservare. Si tratta del primo caso di collaborazione tra il WWF e un’associazione di cacciatori. Da decenni la Società cacciatori del Mendrisiotto organizza giornate di volontariato intese a preservare spazi


Uno dei prati di Scargnora dopo gli interventi (maggio 2017).

43 Partecipanti all’escursione organizzata nel maggio di quest’anno nelle aree di Scargnora e Bagno, ai piedi del Poncione d’Arzo, nell’ambito del «Festival della Natura – Vivere la biodiversità 2017». Ogni anno, il 22 maggio, si festeggia la Giornata mondiale della biodiversità per celebrare l’adozione della Convenzione ONU sulla Diversità Biologica. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017


vitali (habitat) per numerose specie prioritarie cacciabili; rendendosi conto che tali interventi avevano una portata limitata e che necessitavano di continuità nella gestione, la SCM ha valutato la possibilità di coinvolgere aziende agricole della zona. Di conseguenza, nel 2012, la SCM ha preso contatto con Oikos 2000 Consulenza e ingegneria ambientale Sagl per studiare la possibilità di elaborare un progetto di gestione per salvaguardare spazi aperti e semi-aperti che ospitano diverse specie animali e vegetali; parallelamente ha anche interpellato la Sezione dello sviluppo territoriale del Dipartimento del territorio. Ne è nato uno studio, realizzato con la collaborazione dell’Ufficio forestale del IV° circondario e sostenuto finanziariamente dall’Ufficio della natura e del paesaggio del Dipartimento del territorio, avente cinque obiettivi: la salvaguardia delle popolazioni di gladiolo piemontese e di altre specie minacciate iscritte nella «lista rossa»; il recupero degli habitat di specie prioritarie cacciabili; la valorizzazione degli ecotoni e la riconversione di superfici originariamente semiaperte, favorendo specie arbustive ed arboree eliofile di particolare interesse; il miglioramento della visibilità in vista della caccia ai cinghiali (ungulato che causa rilevanti danni agli agricoltori); la garanzia della gestione agricola delle superfici aperte a medio e a lungo termine. L’investimento complessivo è preventivato in mezzo milione di franchi. Sono state individuate cinque aree di intervento: Scargnora, Bagno, Pre Sciuch, Bolle-Spinirolo e Pre Sacco. Tra queste ne sono state selezionate tre, per le quali è stata valutata una priorità elevata: Pre Sacco, Scargnora e Bagno.

Per l’elevato impatto positivo a favore della biodiversità l’iniziativa ha raccolto un consenso che è un buon auspicio per ulteriori collaborazioni e progetti su tutto il territorio cantonale

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Il recupero di radure, la riconversione di superfici originariamente semiaperte invase dal bosco, la creazione di boschi luminosi e la valorizzazione delle fasce di transizione tra i boschi e gli spazi aperti, costituiscono gli interventi prioritari individuati. Grazie a queste misure altre specie animali e vegetali con esigenze ecologiche analoghe trarranno beneficio. Tra queste ultime vi è il gladiolo piemontese (Gladiolus imbricatus), un fiore fortemente minacciato e presente in Svizzera solamente in poche zone del Sottoceneri, tra le quali il Poncione d’Arzo. Questa specie, legata alla gestione tradizionale del territorio, soffre particolarmente l’agricoltura intensiva, il diffondersi di cespugli e l’avanzare del bosco nonché la concorrenza di altre specie come la felce aquilina. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

La realizzazione del progetto è stata avviata nel corso della primavera 2015 nel settore di Bagno, oggetto di interventi promossi direttamente dall’Ufficio della natura e del paesaggio a favore della conservazione del gladiolo piemontese (Gladiolus imbricatus L.): saranno recuperati quasi 6.000 metri quadri di superficie privata, con la ripresa della superficie da parte di un agricoltore della regione. Alla fine del 2016 ha preso il via la seconda fase del progetto, nel comparto Scargnora, che si caratterizza per la presenza di tre prati gestiti, di cui uno iscritto nell’inventario dei prati secchi di importanza cantonale, divisi tra loro da un manto boschivo chiuso. L’obiettivo è di: valorizzare gli habitat per le specie prioritarie (in particolare per la lepre); migliorare la struttura dei prati e del margine boschivo con una fascia arbustiva; creare un bosco luminoso; ricreare le condizioni favorevoli al gladiolo piemontese; migliorare la visibilità per l’abbattimento dei cinghiali; contenere le neofite invasive (Robinia pseu-doacacia, Buddleja davidii, Paulownia tomentosa) e le specie indigene infestanti (Rubus spp., Pteridium aquilinum). In sintesi, lo studio e il progetto di intervento proposti dalla SCM sono di ampio respiro e vanno oltre gli abituali interventi puntuali di recupero degli habitat che le società di caccia includono nelle loro attività. Per l’elevato impatto positivo a favore della biodiversità l’iniziativa ha raccolto un ampio consenso che è un buon auspicio per ulteriori collaborazioni e progetti su tutto il territorio cantonale.


Il giaggiolo susinario (Iris graminea) è una delle particolarità botaniche dei prati della regione del Poncione d’Arzo (fotografia Tiziano Fontana).

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Farfalla Melanargia galathea (fotografia Francesco Maggi).

Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017


Natura – Ornitologia

Il merlo acquaiolo, un sub controcorrente Gianni Marcolli

Gudo, dicembre

Scheda Nome latino: Cinclus cinclus Famiglia: Cinclidi Lunghezza: 18 cm Apertura alare: 26 – 30 cm Peso max: 84 grammi Riproduttività: due covate all’anno con 4 – 6 uova Speranza di vita: max 10 anni in natura

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Il merlo acquaiolo è l’unico passeriforme che può nuotare e camminare sott’acqua. Non teme neppure di entrare a capofitto sotto una cascata. La sua presenza è indice di qualità dell’acqua, poiché esso necessita di una buona ossigenazione in torrenti, fiumi e laghi. La condizione da lui posta è che non vi sia disturbo ravvicinato di attività umane o presenza di cani sulle rive. BirdLife Svizzera lo ha designato «Uccello del 2017». Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

Per i merli acquaioli la differenza tra acqua e aria è ridotta al minimo. Essi possono passare da una fase di volo ad una di immersione e viceversa, con estrema naturalezza. Talvolta li osserviamo uscire dall’acqua già in volo, oppure riemergere dal fondale camminando, come nulla fosse. Da un punto di vista molto personale, ritengo che frequentemente in natura la realtà supera l’immaginazione umana. Il merlo acquaiolo è stato l’artefice di due episodi che in passato ho potuto osservare da vicino e che meritano di essere citati. In un mese di gennaio le rive del fiume Melezza erano molto gelate. Due ragazzi lanciavano dall’alto dei sassi nel fiume creando un certo fragore sul ghiaccio duro. Uno di essi, del peso di un paio di chili, ruppe il ghiaccio creando un buco tondo nella vasta superficie argentea che rifletteva i raggi solari bassi. Non vi era alcuna presenza animale nella zona, anche a causa del lancio dei


sassi e della presenza dei ragazzi vociferanti. La loro madre li aveva chiamati per una partenza frettolosa. Dopo pochi istanti, sul lato opposto del fiume, apparve improvvisamente l’attore principale della scena: un merlo acquaiolo. Scorgendo subito il buco nel ghiaccio, l’attento animale sfrutta la sua grande occasione. Con mia sorpresa, vi si tuffa nel bel mezzo e scompare nell’acqua gelida, sotto il biancore scintillante della superficie gelata. In quel momento pensai alle foche del grande Nord quando si immergono sott’acqua scivolando attraverso i fori. Trascorso mezzo minuto, ecco che il temerario «uccello sub» esce dallo stesso foro con una velocità sorprendente e apparentemente asciutto, senza gocce sul piumaggio e dopo aver probabilmente trovato cibo in quel posto privo di concorrenti. L’altro scenario mi riporta sul fiume Ticino, in Leventina nel mese di maggio. Quattro piccoli merli acquaioli attendono il cibo portato dai genitori, appostati su dei grossi sassi in mezzo al fiume. La corrente è forte, impetuosa e il fragore del fiume assordante, data la vicinanza di una cascata. In quel luogo e con quelle condizioni il fiume incute rispetto e timore. Ad un certo punto un merlo acquaiolo adulto si tuffa e, prima di scomparire nei flutti, lo intravedo camminare sott’acqua sfidando la veloce corrente, in senso opposto ad essa. Per riuscire nell’impresa deve trovare una forza e una tecnica eccezionali! Nelle stesse condizioni, una persona verrebbe trascinata immediatamente e scaraventata contro i massi sottostanti. Invece il merlo subacqueo avanza incredibilmente, metro per metro e riesce pure a trovare il cibo sul fondo del fiume. Dopo un paio di immersioni e di buona pesca, eccolo volare verso la prole per offrirle il cibo. In quell’occasione si trattava perlopiù di nutrienti portasassi o più precisamente di larve di friganea (insetti appartenenti all’ordine dei Tricotteri). Infaticabile atleta, capace di imprese mozzafiato: il merlo acquaiolo continua a sorprenderci! Durante l’immersione, le narici e le orecchie si chiudono ermeticamente grazie a membrane particolari. Gli occhi sono configurati in modo tale da consentire sia una visione subacquea precisa, sia un’ottima veduta nell’aria. Inoltre la membrana nittitante semitrasparente protegge l’occhio dalla corrente mantenendo la visione inalterata. Le sue unghie e la forte muscolatura del petto gli conferiscono l’energia per resistere alla corrente impetuosa e addirittura di avanzare controcorrente sui fondali. Per queste finalità ha sviluppato numerosi adattamenti, come ossa pesanti e ricche di midollo, ali corte e arrotondate per una buona dinamicità subacquea e un piumaggio denso e stratificato, reso impermeabile dalle secrezioni di una ghiandola detta uropigio. Quest’ultima, posta sopra la coda, secerne sebo che impermeabilizza completamente il piumaggio, isolando il corpo non solo dall’elemento liquido, ma pure dalle basse temperature invernali.

Leventina, maggio

Leventina, giugno

Il cibo comprende soprattutto piccoli crostacei e larve di insetti acquatici scovati tra i sassi. L’areale della specie nominale (l’unica presente in Svizzera e in Italia) comprende il centro dell’Europa, la Scandinavia con la Finlandia e più a Est soprattutto la Romania, mentre altre sottospecie sono diffuse ai margini del continente e oltre, toccando l’Africa settentrionale, il Medio Oriente e la Siberia orientale. In Svizzera è presente nei corsi d’acqua un po’ ovunque, dalla pianura fin verso i 2500 metri. Fra luglio e ottobre alcuni giovani si spingono in altitudine fino a 2800 metri di quota. Non si tratta di un migratore, ma durante l’inverno molti soggetti scendono per trascorrere la stagione fredda in riva ai laghi o nei fiumi e nei torrenti di pianura. Come già specificato, la condizione essenziale è che l’acqua sia pulita, non contaminata e ben ossigenata. Queste esigenze eleggono il merlo acquaiolo quale privilegiato bioindicatore di buona qualità dell’acqua. Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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Invito alla lettura

Hermann Hesse il viandante Nicoletta Locarnini

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Merita di essere letta e riletta per assaporarne ogni riga, proprio come quando si centellina un buon vino. Merita poiché riannoda idealmente con argomenti affrontati nel penultimo numero della nostra rivista e che ci stanno particolarmente a cuore: la salvaguardia del patrimonio storico e naturalistico del massiccio del San Gottardo, la difesa del paesaggio (quello più fragile o quello già perduto colto negli scatti di Giosanna Crivelli), la tutela del lascito spirituale di Hermann Hesse (1877–1962). Temi «nostri» intimamente legati ad una percezione non utilitaristica del patrimonio naturale e architettonico e che sentiamo profondamente affine a quella manifestata nei suoi scritti dal premio Nobel per la letteratura. A darne conto è «Camminare», raffinata raccolta di pagine giovanili di Hesse – poesie e articoli di viaggio scritti tra il 1904 al 1919, anno nel quale si trasferì in Ticino, pubblicata da Piano B edizioni. Testi – in particolare quelli pubblicati nel 1920 con il titolo «Vagabondaggio» – che, come annota l’editore – costituiscono l’ideale preludio a capolavori come «Siddharta» e «Il lupo nella steppa». E questo vagabondaggio, in senso letterale e metaforico, è il filo rosso che ci accompagna nella lettura di questo prezioso libricino. Volumetto ricco di pagine che vertono attorno alla ricerca dei luoghi reconditi dello spirito e della natura e dove la poesia del viaggiare e la bellezza del viaggiare sono concetti ricorrenti: «Viaggiare dovrebbe sempre significare esperire, sentire profondamente, e si può esperire qualcosa di prezioso solo in luoghi e ambienti con i quali si istituisce un rapporto spirituale» (1). Per lo scrittore viandante, viaggiare, camminare, esplorare costituiscono l’occasione privilegiata grazie alla quale scoprire l’anima dei luoghi e quelli della propria interiorità: «La poesia del viaggiare è nell’esperienza, nell’arricchimento interiore» (2). Un esercizio fisico e di introspezione interiore che lo spinge, nella sua nuova terra d’adozione e d’elezione, a girovagare alla scoperta di paesaggi e angoli di natura discosti. «Qui – scrive in Fattoria – il sole splende più intimamente e le cime sono più rosse, qui cresce la castagna e il vino, la mandorla e il fico e le persone sono buone, educate e gentili, anche se povere […]. Ti puoi sedere dove vuoi […] da ogni parte senti il mondo risuonare all’unisono». Sino a spingersi a commentare: «Così resterei senza rialzarmi mai più, arbusti germoglierebbero tra le mie dita, rose alpestri tra i miei capelli, le mie giIl nostro Paese, n. 332, agosto 2017

nocchia diventerebbero colline, sul mio corpo si costruirebbero vigne, case, cappelle». La comunione profonda e intima con la natura e con il paesaggio circostanti fino a farsi quasi esperienza metafisica è ricorrente. E se il camminare asseconda l’introspezione e la trasformazione interiore – «Camminare in mezzo alla natura deve promuovere quanto di noi è più eccelso, l’armonia con il tutto …» annota in «ll piacere della natura» del 1908 –, anche le soste favoriscono momenti di tensione poetica e morale. Immergersi nella realtà più vera e profonda del territorio, assaporare tutto quanto è autentico e prezioso diventa per il letterato l’essenza profonda del suo girovagare: «Leggere in questo pezzo di terra le sue leggi, scorgere la necessità della sua conformazione e della sua vegetazione, cogliere il legame che l’unisce alla storia, all’indole, all’architettura, alla lingua e ai costumi degli abitanti: tutto ciò esige amore, dedizione, esercizio. Ma ne vale la pena» (3). Un arricchimento spirituale che solo il rapporto fisico con la natura e la terra gli sanno dare, come ricorda in «Sul Gottardo», del 1908: «guardandomi attorno provai la sensazione di essere immerso in un incantesimo che poteva dissolversi da un momento all’altro»: un intreccio tra esperienza del mondo ed esperienza interiore. Per Hesse, si tratta di un modo di «comprendere il mistero del suo essere» (4) e in quest’ottica va pure visto lo sconfinato amore che lo scrittore nutre per gli alberi. «Niente e più sacro, niente è più imponente di un albero bello e forte. Gli alberi sono santuari (…) predicano la legge primordiale della vita» (5). Ed è proprio dall’incommensurabile amore per gli alberi che sono nati i versi pubblicati a lato (6). Versi tanto più toccanti, quanto intimamente legati al suo rifugio di Montagnola (la Casa Rossa e il suo parco), uno dei luoghi-simbolo del suo percorso umano e letterario.

1. Hermann Hesse, Camminare, Piano B edizioni, 2015: Sul Viaggiare, 1904. 2. Ibid. 3. Ibid. 4. Ibid. 5. Alberi. 6. Pagina di diario, in Canto degli alberi pubblicato da Guanda. Versione qui ripresa parzialmente.


«Sul pendio dietro casa oggi ho scavato tra radici e pietre una buca assai profonda, da essa ho tolto tutti i sassi ho portato via la fragile terra delicata. Poi in ginocchio per un’ora nel vecchio bosco ho estratto qua e là con la paletta e con le mani degli ammuffiti ceppi del castagno quel nero, fradicio terriccio che sa di caldi funghi profumati, due pesanti bacinelle piene, l’ho portato laggiù e ho piantato nella buca un albero, piano l’ho circondato di schiumosa terra, adagio ho versato acqua scaldata al sole ho rinfrescato e lavato la tenera radice».

Hermann Hesse, «Camminare», Piano B edizioni, 2015

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Lettere dei lettori

Pale eoliche sul Gottardo? Avv. Fernando Pedrolini Chi percorre la Turingia e la Sassonia si immerge in una natura quasi intatta. Le distese che si incontrano, variamente coltivate e colorate con le tinte più vive o sfumate che solo la natura sa offrire, si perdono a vista d’occhio fino a un lontano e appena disegnato orizzonte. Qua e là si scorgono qualche industria e qualche casa colonica. Il tutto si alterna, di tanto in tanto, con borghi e città. Erfurt, Weimar, Eisleben, Wittenberg, Lipsia, entrano in scena cariche di una storia che richiama alla ribalta Bach, Schiller, Lizst, Nietsche, Goethe e lo stesso Lutero, la cui nascita, avvenuta a Eisleben 500 anni orsono, viene rievocata proprio in questi mesi provocando un nuovo e intenso turismo che favorisce la rinascita di questi luoghi, dopo il cloroformio sparso a piene mani dalla ormai dimenticata DDR.

nella polemica. I vari argomenti che vi si contrappongono si muovono perlopiù nell’ambito, vasto e scivoloso, dell’opinabile. Gli esempi sono parecchi. L’ing. Hans Weiss, già direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, in un parere commissionatogli dalla STAN, dopo aver riconosciuto che «si può convenire che, pur essendo fondamentale, quello visivo sia un aspetto che può essere messo in secondo piano al cospetto di ben più importanti interessi energetici», ha poi concluso, con una argomentazione che mi è sembrata un po’ forzata e appunto opinabile, che un parco eolico sul passo del San Gottardo va comunque escluso poiché non sarebbe compatibile sul piano paesaggistico (Un parco eolico sul passo del San Gottardo?, Il nostro Paese, ottobre-dicembre 2016, pag. 30)

Accade, in questa natura sostanzialmente incontaminata, di imbattersi in numerose pale eoliche: isolate e distanziate le une dalle altre, oppure raggruppate in una sorta di piccoli boschi tecnologici che attirano l’attenzione di chi, come noi, è a contatto invece con lo sfruttamento selvaggio e comunque eccessivo del territorio. Questi parchi eolici incuriosiscono ma non urtano né scandalizzano. Ci si rende conto che essi sono espressione di un disegno politico e fanno ormai parte di quel bel paesaggio.

Proprio in materia di paesaggio, Heimatschutz svizzera (Rifugi nello spazio alpino, Finestra in lingua italiana 1/2017, pag. 1 e 2) «cosciente che la svolta energetica sia un imperativo per il nostro pianeta e che i nostri beni culturali soffrirebbero ben di più se si rinunciasse a controllare i mutamenti climatici», ha da parte sua rinunciato a contestare le disposizioni ritenute «nefaste» previste dalla legge sull’energia prossimamente in votazione federale [approvata da popolo e Cantoni lo scorso 21 maggio; nota della Redazione], che riconosce «alle energie rinnovabili una certa priorità rispetto agli interessi della protezione (in particolare della natura e del paesaggio)».

Ma non sono i soli. Dalla quieta visione della natura circostante, ecco rivelarsi anche alcune imponenti e grigie colline che lassù cercano di ingentilire chiamandole «piramidi» ma altro non sono che un cumulo – molto meno nobile di una tomba regale – prodotto con le scorie provenienti da cave ormai dismesse. E’ difficile immaginare che queste «piramidi» verranno eliminate in futuro, trattandosi di enormi colline pietrose, ormai consolidate. Eppure anche queste testimonianze di un’attività industriale – difficile e appena abbozzata- d’altri tempi, sono ormai parte integrante del paesaggio.

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Evidentemente l’aspetto visivo sia delle pale sia delle «piramidi» è passato in secondo piano di fronte ad altri più importanti e concreti interessi. In materia di pale eoliche nel nostro Cantone infuria da anni un dibattito che, a tratti, è persino sconfinato Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

La STAN (STAN e Parco eolico, Il nostro Paese, ottobre– dicembre 2016, pag. 25), per bocca del suo vice-presidente, arch. Antonini, rimane comunque sostanzialmente contraria al parco eolico prospettato sul San Gottardo, tanto da proporre fra l’altro la costituzione di un gruppo interdisciplinare che esamini «dove sia meglio costruire un parco eolico in Ticino». Anzi, sulla questione dovrebbe più in generale «esprimersi tutto il Cantone, se non addirittura la popolazione svizzera». A sua volta Heimatschutz patrimoine (Refugien im Alpenraum, 1/2017, pag. 14 e 15), partendo dal presupposto che «die Alpen sind mehr als ein Vergnügunspark und letzte gebliebte Wildnis», affronta il tema della stessa cultura edilizia nella regione alpina, pubblicando la fotografia di in un paesaggio idilliaco segnato da una strada agricola che corre ai bordi di un lago. Tra questa


strada e il lago stesso si nota un edificio (forse d’abitazione) in pietra grigia – un imponente volume composto da strette lastre a strisce orizzontali – che viene comunque accettato dall’autore per il solo fatto che «dialogue davantage avec le paysage» (per dialogare occorre che gli argomenti a disposizione dei dialoganti abbiano almeno pari dignità e consistenza, che questa costruzione non sembra proprio avere). Il fil rouge di questi contributi è certamente quello che, anche nel territorio alpino, è di per sé possibile l’intervento dell’uomo: ogni nuova costruzione può benissimo dialogare con la natura senza necessariamente inserirsi nella stessa (ciò vale fra l’altro anche per le capanne di montagna, che in Italia chiamano rifugi, proprio perché la loro funzione è quella di costituire un rifugio per i cultori della montagna). Se dunque la funzione di un intervento umano è determinante e prevalente sulla protezione della natura e del paesaggio, perché mai il medesimo ragionamento non potrebbe valere per principio anche per delle pale eoliche? Comunque sia il tema rimane importante per cui è cosa buona e giusta dibatterne seriamente. L’arch. Antonini ritiene che, in questa prospettiva, «non abbiamo l’acqua alla gola». Temo che non sia così. La commissione interdisciplinare e la stessa votazione popolare che egli propone per rispondere in modo esauriente alla domanda di sapere quale luogo, in Ticino, sarebbe adatto per costruire un parco eolico e magari esprimersi pure, più in generale, su questo tipo di fonte d’energia rinnovabile, potrebbero magari anche non giungere a risultati chiari e definitivi, tantomeno in tempi brevi. Si dovrebbe allora riprendere tutto da capo mentre il concreto

avvio di una politica energetica a favore delle fonti di energia rinnovabile non può attendere. Sono convinto che, in questo travaglio, la STAN, forte della sua autorevolezza, potrebbe assumere una funzione mediatrice e non di parte.

La risposta della STAN Ruben Rossello, membro del Consiglio Direttivo della STAN Fernando Pedrolini è un uomo sensibile e colto, come prova anche questa sua lunga lettera a favore dell’energia eolica e a proposito dell’impianto previsto sul san Gottardo. La sua riflessione, sembra di capire, nasce dopo un viaggio a sfondo culturale in due Länder tedeschi, la Turingia e la Sassonia, che hanno fatto da tempo una scelta decisa a favore dell’energia eolica e le cui campagne sono cosparse di torri e impianti eolici. L’occhio curioso dell’ex sindaco di Chiasso è stato colpito e attirato da queste torri, che sorgono isolate o raggruppate in cosiddetti parchi eolici o ancora che sfilano ordinate a decine lungo i crinali delle colline. Pedrolini ci descrive questa realtà recente del paesaggio delle due regioni tedesche come un fatto pacifico e ormai acquisito, condiviso dalla popolazione e che testimonia la possibilità di una scelta politica innovativa e assieme necessaria, visti i danni prodotti delle fonti energetiche non rinnovabili. Una innovazione, ci fa capire, che contribuisce a suo modo al tono culturale di queste due regioni, costellate di antiche città storiche nelle quali si Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

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intrecciano le vicende e le memorie di molti grandi della cultura letteraria e musicale tedesca. Basta però una piccola ricerca per rendersi conto che la realtà, soprattutto in Turingia, è un po’ meno idilliaca e che dietro la scelta del governo regionale a favore dell’energia eolica (o almeno contro alcuni suoi aspetti) si è combattuta una aspra lotta politica (Thüringen: CDU macht Front gegen rot-rot-grüne Windkraft-Ausbaupläne, dal sito di Die Welt del 16.05.2015); sulla rete si trovano poi facilmente le immagini di manifestazioni di comitati e gruppi contro le installazioni di nuovi impianti. Non si tratta solo di gruppuscoli marginali e di manifestazioni poco significative, se l’autorevole Die Welt nello stesso articolo dice che «Seit Jahren sorgt der Ausbau der Windenergie in Thüringen für Kontroversen». Insomma anche in Turingia, nonostante certe apparenze, la costruzione degli impianti eolici non raccoglie tutti i consensi e l’invasione delle torri (soprattutto l’ipotesi di trovarsele vicino a casa o sui propri campi) ha attizzato reazioni che si sono viste già in molti altri Paesi. Pedrolini ha sicuramente ragione nel constatare che qui l’inserimento nel paesaggio a prima vista appare ordinato e armonico: la politica tedesca è riuscita ad evitare ciò che si è visto per esempio in Basilicata, dove per anni le amministrazioni locali sono state scavalcate e calpestate da imprese (spesso straniere) che riuscivano a costruire impianti eolici quasi ovunque e in modo invasivo. Ma i problemi di inserimento nel paesaggio e quelli dati dal rumore delle pale sussistono anche in Turingia. Ne dà conto per esempio un reportage di Huffingtonpost da Modlareuth, un antico villaggio della campagna tra Turingia e Baviera, dove «il profondo silenzio di queste terre», dice l’articolista, «è squarciato dalle pale eoliche che segano l’aria, restituendo un boato sordo» (10.04.2014) Ma in fondo non sono nemmeno queste, pur necessarie, obiezioni l’argomento principale che ci fa dissentire dalla lettera di Pedrolini, quando si chiede perché «le dialogue avec le paysage» dell’architettura contemporanea che vale in altri ambiti, non dovrebbe valere per gli impianti eolici e (lo sottintende) per quello sul passo del san Gottardo. Egli infatti ci sembra non si confronti con l’argomento fondamentale (e in fondo unico) che ha visto la STAN schierarsi contro un impianto eolico progettato esattamente sul valico tra Uri e Ticino. La posizione della STAN su questo oggetto non è determinata da un preconcetto ideologico o pratico contro lo sviluppo dell’energia eolica o di qualunque altra fonte di energia alternativa. Ci mancherebbe! Anzi, è vero il contrario. La STAN, per statuto, è chiamata a difendere tanto i beni culturali quanto la natura. E quindi non può che essere favorevole allo sviluppo di fonti energetiche alternative a quelle fossili e al nucleare. Lo è sempre stata e lo è ancor più in questo momento storico in cui il tema del cambiamento climatico è diventato un’urgenza. Il problema del parco eolico sul Gottardo (questa è la nostra tesi) è che, contro ogni logica e contro autorevoli Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

avvisi e pareri, si vuole a tutti i costi costruire un impianto proprio a ridosso di uno dei luoghi e dei paesaggi più carichi di storia e di significati naturalistici, culturali e simbolici di questo Paese. Un luogo dove una natura straordinaria (una conca morenica composta da rocce levigate dall’ultima glaciazione, che costituisce l’unico sito dove la doppia catena delle Alpi è attraversabile con un unico passo) si coniuga con le vicende storiche che fanno del Gottardo la culla della Confederazione; un luogo nel quale, eccezionale spartiacque alpino, sono rintracciabili forti aspetti simbolici legati tanto alla storia svizzera quanto a quella europea (si rimanda per una trattazione più estesa a Il nostro Paese, nr. 328, pagg. 22–27). Gli edifici che da secoli compongono il panorama della cima del Gottardo e che ricordano i faticosi passaggi estivi e invernali di un tempo attraverso questo valico, sono giustamente protetti dall’Inventario federale ISOS. Un parco eolico con torri di quasi 150 metri, così come previsto, altererebbe e mortificherebbe la percezione di questo ambiente naturale e storico, che nonostante tutto ha conservato una sua preziosa identità architettonica (confermata recentemente dall’attenta ristrutturazione del vecchio ospizio), in uno scenario naturale grandioso ed evocativo. Proprio per questo la STAN, alla pari di Hans Weiss, già presidente della Fondazione svizzera per la protezione del paesaggio, e di altri autorevoli commentatori, ritiene che pur nell’urgenza di approntare un nuovo scenario energetico anche in Svizzera, che dia spazio il più possibile alle fonti rinnovabili, e quindi anche all’eolico, non si possa fare strame di ogni criterio. E crede che si debba cercare soluzioni che salvino luoghi come il passo del san Gottardo da manufatti totalmente fuori scala e da cantieri che rovinerebbero in modo irrimediabile un paesaggio naturale e umano prezioso. Oltre ad interferire nel caso del Gottardo (argomento spesso sminuito) con le migrazioni stagionali degli uccelli che passano proprio attraverso il valico. Pedrolini infine chiede alla STAN di agire con una funzione mediatrice piuttosto che di parte: ci sembra di averlo già fatto, quando abbiamo proposto a più riprese di esaminare altri luoghi nella zona stessa del Gottardo, dove immaginare un impianto eolico che non avrebbe le conseguenze nefaste di quello progettato. Le mappe del vento e il criterio dell’accessibilità ci dicono che altri luoghi ci sarebbero (per esempio nella zona del passo Sella). Nessuno ha dato seguito a questo nostro suggerimento. Ciò che purtroppo constatiamo è che in questa vicenda è mancata la volontà politica di assumere una decisione più meditata e capace di salvaguardare ogni aspetto. Impianti eolici sì, ma nei luoghi giusti. (Per completezza, invitiamo i lettori a rileggere integralmente i due interventi di Benedetto Antonini e Hans Weiss pubblicati sul nr. 330 de Il nostro Paese, e di cui Pedrolini cita alcune frasi)


Pascolo o Piazza? Simone Bionda, insegnante d’italiano presso il Liceo cantonale di Bellinzona

Rendering del progetto di riqualifica della piazza Pasquéi da Próns approvata dal CC di Preonzo.

Le piazze, a partire almeno dalla nascita dei Comuni in età medievale (per non tornare fino alle agorà dell’Antica Grecia), sono luogo d’incontro, di scambio, di condivisione. In Ticino, le piazze dei piccoli paesi sono a rischio estinzione, strozzate dall’invadenza dell’edilizia e soffocate dalla motorizzazione privata. A Preonzo, entrato da poco a far parte della nuova Bellinzona, ne esiste una molto graziosa, che costituisce da sempre il cuore del paese, anche per la presenza quasi ininterrotta, da più di un secolo a questa parte, di un’osteria. Per fortuna, se ne sono accorti gli autori del benemerito ISOS, che l’hanno catalogata, assieme all’adiacente nucleo storico, fra gli insediamenti di importanza nazionale (caso raro nella martoriata Riviera): «Preonzo conserva nel nucleo edilizio principale preziosa testimonianza dell’edificazione medievale e postmedievale in schiere irregolari a capo di un ampio vuoto triangolare alberato sul quale vertono i principali nuclei e un campionario rappresentativo dell’edificazione di tutto l’insediamento» (vol. 4, p. 211). L’«ampio vuoto triangolare alberato» si chiama Pasquéi (ora, ufficialmente e significativamente, Pasquéi da Próns), che da

pascolo di ovini e bovini è diventato nel tempo ostello di uomini, donne e bambini desiderosi di incontrarsi. Alla fine del 2016, il Consiglio Comunale di Preonzo, forte di una situazione finanziaria invidiabile, ha approvato a larga maggioranza un bellissimo progetto conservativo di riqualifica di Piazza Pasquéi (realizzato dallo Studio d’Ingegneria Giorgio Masotti di Bellinzona). Da tempo pianificato ma a lungo procrastinato, l’intervento è volto a valorizzarne l’isola verde all’ombra di platani secolari, che oggi si trova a essere mortificata dal catrame che le ruota attorno, al punto che più che a una piazza assomiglia a un «pascolo» libero di macchine in cerca di parcheggio. Contro questo progetto, purtroppo, è stato lanciato un pretestuoso referendum, che in autunno potrebbe chiamare al voto tutti i cittadini della nuova Bellinzona. Ci auguriamo che la Turrita sia sensibile a un pezzo della sua storia limitrofa e contadina.

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Cultura Considerato il tema che la STAN ha deciso di approfondire sull’arco dell’anno, l’urbanistica e la pianificazione del territorio, riproponiamo un articolo dell’arch. Tita Carloni avente il medesimo soggetto, pubblicato sul settimanale Area. Come sempre nei suoi scritti l’arch. Carloni espone principi teorici essenziali per il buongoverno territoriale che si declinano in proposte concrete, purtroppo inascoltate. (Tiziano Fontana)

Lungo il fiume Ticino Tita Carloni

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Se vi piace camminare in luoghi piani, andate fino al ponte di barche di Bereguardo vicino a Pavia, lasciate l’automobile e avviatevi sulle sponde del fiume Ticino. Evitate i mesi caldi perché sarete assaliti da nugoli di zanzare che vi entreranno in bocca, nel naso, sotto la camicia: un vero tormento. Ma in tutti gli altri mesi, una meraviglia: un fiume largo e veloce, meandri lenti, acque pigre piene di vita, e boschi, boschi, radure e pioppeti a perdita d’occhio. Nel fiume e sui ghiaieti numerosissimi uccelli d’ogni specie. Se avrete fortuna vedrete emergere dalle acque la testolina di una lontra che attraversa il fiume in diagonale, a causa della corrente. Tutto questo e molte altre belle cose formano il parco del Ticino, una fascia di territorio quasi intatto da Sesto Calende a Pavia (l’antica Ticinum), che grandi zone agricole separano da un’altra fascia territoriale significativa: il continuum urbano, che da Milano sale senza interruzione fino al confine svizzero e poi, per tutto il Mendrisiotto e il Luganese, fino al Ceneri. Cose analoghe in formato minore si incontrano risalendo dalle Bolle di Magadino fino a Giubiasco e poi fino a Biasca e oltre, con una differenza fondamentale: che il Ticino ticinese è a tratti fortemente alterato, soprattutto in Riviera e in Leventina, dove depositi di ghiaia, impianti di calcestruzzo e strutture del traffico contendono il poco spazio all’ambiente fluviale. Percorrendo questi luoghi pedibus calcantibus si ha tutto il tempo per pensare e per sognare. Mi è venuta in mente la possibilità di ricondurre tutto il fiume Ticino, da All’Acqua in val Bedretto fino allo sbocco nel Po, a una sola grande striscia di natura, ricca di piante e di animali, da contrapporre simmetricamente all’altra grande striscia dei traffici e delle costruzioni che bene o male (più male che bene) l’affianca ininterrottamente sul lato orientale. Un simile progetto potrebbe assumere un respiro europeo, superando i vecchi e meschini confini nazionali: un grande intervento di restauro territoriale da opporre alla pratica del consumo infinito di territorio che giorno dopo giorno mettiamo in opera nella più totale incoscienza. A chi obiettasse che si tratta di idee retrograde, che guardano verso un lontano passato, risponderei che tra noi e Il nostro Paese, n. 332, agosto 2017

In Pathopolis è raccolta una selezione degli articoli che l’arch. Carloni ha pubblicato sul settimanale Area tra il 1999 e il 2009

gli uomini del Medioevo c’è una differenza. Quando tutta l’Europa era coperta di boschi e i viandanti erano terrorizzati dall’idea di perdervisi, si scolpivano sui portali delle cattedrali bestiari terribili fatti di galli basilischi, di liocorni e di sirene a due code, per esorcizzare la paura della natura. Noi oggi sappiamo (meglio, dovremmo sapere) che se c’è qualcosa di cui aver paura per il futuro non sono certo le selve e gli animali che ancora le popolano, ma l’inarrestabile aggressività umana. Anche nei confronti del territorio. Area, 2 novembre 1999.


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Il nostro Paese 332  
Il nostro Paese 332  

Agosto, 2017.

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