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Il nostro Paese

n. 336 / Dicembre 2018


Editoriale Benedetto Antonini p. 3 110 anni, ma sempre vigorosi Tiziano Fontana, Arnoldo Bettelini p. 4

Anniversario di fondazione I centodieci anni della Società ticinese per l’arte e la natura, «Discorso inaugurale»

Anno del Patrimonio culturale 2018 p. 12 L’Anno del patrimonio culturale in immagini Tiziano Fontana, Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale Alice Geronzi p. 14 Intervista allo storico dell’arte Tomaso Montanari Stefania Bianchi, Thomas Meyer, Massimo Soldini p. 16

Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale Sant’Anna a Morbio Superiore: un oratorio barocco sorprendente

Giampaolo Baragiola p. 24

Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale / Giardini storici Ronco dei Fiori a Solduno: il giardino di Jean e Marguerite Arp

Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale Laura Ceriolo p. 32 Il cinema-teatro della valle di Blenio Antonio Pisoni p. 40

Temi STAN Relazione dell’Ufficio presidenziale della STAN

Benedetto Antonini p. 42

Temi STAN – Paesaggio Paesaggio: è tempo di cambiare prassi

Riccardo Bergossi p. 46

Temi STAN La nuova scuola media di Lugano e la Palestra-mensa del liceo

Fabio Guarneri p. 48

Natura – Alleanza Territorio e Biodiversità «Il verde come scuola»: un interessante connubio tra scuola e natura

Natura Gianni Marcolli p. 52 Orso bruno eurasiatico Ruben Rossello p. 58

Invito alla lettura Uno sguardo ritrovato sul Gottardo

Nicoletta Locarnini p. 60

Invito alla visita La Bellinzona delle utopie e dei progetti firmati Carloni, Snozzi e Vacchini

In copertina: il Sasso di Gandria, la prima battaglia ambientalista vinta in Cantone Ticino grazie alla STCBNA (si veda il «Discorso inaugurale» a p. 5). Foto: Renato Quadroni

Impressum: Rivista trimestrale fondata nel 1949, organo della Società ticinese per l’arte e la natura – STAN, già Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, fondata nel 1908, sezione ticinese di Schweizer Heimatschutz (Patrimonio Svizzero), www.stan-ticino.ch. Direttore responsabile: Benedetto Antonini. Comitato di redazione: Valeria Farinati (redattrice) e Tiziano Fontana. Contatti: STAN, via Borghese 42, 6601 Locarno, tel. 091 751 16 25, info@stan-ticino.ch. Concetto grafico: marco tanner, creative consulting, 6992 cimo. Conto corrente postale: Società ticinese per l’arte e la natura, 69-862-3. Abbonamento annuo: Abbonamento + quota sociale STAN: Fr. 60.–. Comuni piccoli, Parrocchie, ecc.: Fr. 60.–. Sostenitore, Comuni, Società: a partire da Fr. 100.–. Scuole, studenti: Fr. 30.–. Estero: Fr. 60.–. Numero separato: Fr. 15.–. Tiratura: 1250 copie. Stampa: Fontana Print S. A., C.P. 23, 6963 Pregassona. La rivista esce anche grazie al contributo di

STAN, Sezione ticinese di

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Editoriale

110 anni, ma sempre vigorosi Benedetto Antonini In questo numero ricordiamo i 110 anni d’esistenza della STAN, nata, invero, col nome di Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche (STCBNA). Riportiamo integralmente il discorso inaugurale di Arnoldo Bettelini, quale testimonianza del pensiero lungimirante e sempre attuale di quel grande uomo di cultura. Basti questo testo e l’elenco dei soci fondatori per smentire le astiose parole di Paolo Fumagalli sulle origini della nostra associazione e sul nome «Heimatschutz», pubblicate su «Archi» (n. 4, 2018) nell’ambito del tentativo di scaricare sulla STAN le responsabilità dell’esito del concorso di architettura per il Palacinema di Locarno. La Giuria, con ogni evidenza, è stata negligente nei confronti dei concorrenti. Se il risultato è quello che è, Giuria e progettisti non possono cercare attenuanti guardando il dito invece della Luna. L’Anno europeo del patrimonio culturale è terminato. Si può affermare che, in Svizzera e in Ticino, grazie all’impegno di numerose agenzie culturali che hanno saputo suscitare l’interesse di molte persone per le variegate manifestazioni, è stato un evento di successo. Da parte nostra, affinché l’interesse non si raffreddi, intendiamo organizzare nuove escursioni all’incontro di beni culturali meno noti e almeno una conferenza di grande valore, come quella tenuta da Tomaso Montanari. Sul fronte delle idee assurde stiamo combattendo quella di realizzare una «autostrada» galleggiante, lunga più di 3 km, tra Ascona e le Isole di Brissago, spacciata per un sentiero. A noi, ma anche a numerose persone e associazioni, è parsa una forzatura inaccettabile travestita da iniziativa ecologica. Il Consiglio di Stato ha creduto bene promuovere tale iniziativa, a suo parere d’interesse generale, anche se l’embrione di studio di fattibilità è pieno di vuoto, ossia di punti critici non esaminati o banalizzati. È certo che fanno gola quei 500 milioni di franchi di indotto economico, sbandierati senza la minima indicazione di come e da chi sono stati calcolati. Si sa che nell’attuale clima sociopolitico, anche da noi il lancio di bufale è assurto a sport popolare. I Verdi, poi, hanno pensato di appoggiare questo progetto anticulturale con una serie di condizioni risibili, perché impossibili da ottemperare e da verificare. La più macroscopica è quella di imporre che l’80 % dei visitatori vi acceda con i mezzi pubblici di trasporto. Obiettivo teoricamente positivo, ma impossibile da realizzare. La STAN si opporrà in tutte le sedi disponibili alla realizzazione di questo Moloch. Nel

prossimo numero de «Il nostro Paese» presenteremo un dossier circostanziato. Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della bocciatura in referendum popolare della Legge urbanistica cantonale. Se n’è ricordato l’«Archivio Storico Ticinese» con un volume dedicato all’analisi di quell’evento. Pubblicazione che è stata presentata a Lugano presso l’Istituto internazionale di architettura, i2a, alla presenza di importanti personalità, tra le quali tre protagonisti politici di quella stagione culturalmente rilevante per la storia del nostro territorio: Diego Scacchi e Pietro Martinelli, tra i favorevoli, e Franco Masoni, per i contrari. Giustamente è emerso come una buona legge non basti per ottenere un risultato positivo se la stessa non è accolta da un’importante maggioranza dei leaders e della popolazione come una misura provvidenziale. Non fu questo il caso, purtroppo, alla fine degli anni Sessanta. Se è vero che, da allora, qualche errore nei confronti del paesaggio è stato commesso, è però vero che almeno gli specchi dei laghi sono stati preservati. C’è, ahimè, qualcuno che vorrebbe mettere a repentaglio questo successo pianificatorio, con la benedizione del nostro Governo! Un biasimo, al Municipio di Lugano che pretende di aver sacrificato il viale alberato di via Lido, piantando nuovi alberelli ai margini del sedime «per evitare che le automobili, parcheggiando, ne urtino i tronchi», senza precisare, tuttavia, se volessero preservare le auto o gli alberi. Evocando qualche buona notizia, non possiamo sottacere la soddisfazione per la decisione del Tribunale federale sulla tutela delle adiacenze del Villino Lüthi a Lugano. Ne parliamo ampiamente, in questo numero, nell’articolo sul paesaggio. Ci preme sottolineare come, sempre più precisamente, l’Alta corte metta in risalto il valore dell’ISOS quale autorevole referenza scientifica per giudicare l’inserimento «ordinato e armonioso» delle nuove costruzioni nel paesaggio. A questo proposito siamo sempre in attesa della promessa revisione della scheda P10 del Piano direttore. La vicenda della cappella votiva di Gordola, grazie soprattutto alla raccolta di firme tra i cittadini del Comune, non sarà velocemente dimenticata e si stanno cercando soluzioni. Buon anno a tutti i nostri lettori!

Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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Anniversario di fondazione

I centodieci anni della Società ticinese per l’arte e la natura

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Il 28 giugno 1908 si tenne la riunione costitutiva della Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche (STCBNA), ora Società ticinese per l’arte e la natura (STAN), presso il Salone civico di Lugano. Il «Discorso inaugurale», che proponiamo qui integralmente (nota 1), fu tenuto da Arnoldo Bettelini (Caslano 1876–Roma 1970). Ingegnere forestale e filantropo (fondò e presiedette l’Opera ticinese per la fanciullezza, poi Otaf, e alcune case di accoglienza per l’infanzia malata), fu il primo Presidente dell’associazione (nota 2). In quell’occasione furono nominati, quali membri del primo Consiglio direttivo, oltre a Bettelini, il professor Francesco Chiesa, il pittore Edoardo Berta, lo scultore Luigi Vassalli, l’architetto Americo Marazzi, l’architetto Paolo Zanini, il professor Silvio Calloni, monsignor Giuseppe Antognini, lo scultore Giuseppe Chiattone, l’ispettore forestale Mansueto Pometta e il pittore Antonio Barzaghi Cattaneo. I temi proposti nel «Discorso inaugurale» risultano essere premonitori, rispetto a quanto avverrà nei decenni successivi e avviene tuttora: la loro attualità è evidente. Mi limito a sottolinearne alcuni. L’ingegnere Bettelini denuncia l’utilitarismo, la speculazione privata, il vantaggio personale, l’incuria e l’ignoranza, ai quali oppone un progetto di società rispettoso del patrimonio storico-artistico e di quello naturalistico, descritti come beni appartenenti a tutta la collettività. Egli introduce un’idea che oggi diamo come acquisita: il paesaggio come bene comune, concetto che troviamo alla base della Convenzione europea del paesaggio, del 2000, e della Legge cantonale sullo sviluppo territoriale, del 2011. Un altro tema a cui è dato particolare rilievo consiste nella bellezza della natura e del paesaggio: da un lato, la sua contemplazione favorisce lo sviluppo cognitivo, l’educazione e il perfezionamento umano, come approfondiranno, tra gli altri, nella seconda metà del Novecento, il premio Nobel per la medicina Konrad Lorenz o il pedagogo Richard Louv; dall’altro, la contemplazione di tale bellezza costituisce un incitamento ad agire per la cura del territorio. Tutti i punti esposti hanno trovato, nel corso dei decenni successivi, ulteriori sviluppi e approfondimenti tecnici e scientifici: si pensi in particolare ai principi contenuti nelle Carte o Convenzioni internazionali elaborate dopo la Seconda guerra mondiale, aventi per oggetto la salvaguardia della natura e del patrimonio storico-artistico. L’azione di salvaguardia dell’eredità culturale ha le sue radici nelle civiltà greca e romana e si è costantemente rinnovata nel corso della storia, parallelamente alle molte distruzioni intervenute, coinvolgendo negli ultimi due secoli migliaia di associazioni di cittadini in ogni parte del mondo. Gli scopi statutari della nostra associazione, elaborati centodieci anni fa, si inseriscono in questo lungo percorso di civiltà e sono un invito a continuare negli sforzi con costante impegno. Tiziano Fontana

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«Discorso inaugurale» Il discorso qui integralmente trascritto fu pronunciato nel Salone civico di Lugano, il 28 giugno 1908, da Arnoldo Bettelini, fondatore e primo Presidente della Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, nel corso dell’adunanza costitutiva della società, e fu pubblicato nel 1909 nel primo numero de «La Svizzera italiana nell’arte e nella natura», il periodico dell’associazione. Arnoldo Bettelini Signori, Uno dei più grandi, dei più geniali artisti che abbia avuto l’Italia, Leonardo da Vinci, ha scritto che fra le opere della Natura e quelle umane vi ha la proporzione che esiste fra Dio e l’uomo. Se divina è la Natura, questo piccolo lembo di terra ticinese ove l’alpestre si combina col collinesco, l’azzurro del cielo si specchia nell’azzurro dei laghi, e il verde dei monti si stende fino al bianco delle nevi, questo piccolo nostro lembo di terra dovrebbe apparirci ben degno della nostra ammirazione e delle nostre cure. Non è forse questa bellezza il fattore primo di quella fioritura dell’arte che costituisce il più alto titolo di gloria del nostro paese e il maggiore contributo che esso abbia portato al perfezionamento umano? La magnificenza del paesaggio, le armonie dei suoi colori, lo splendore delle fioriture primaverili, le tinte meravigliose del cielo e dei laghi sono spettacoli così grandi che lasciano nell’animo le più pure impressioni. La mente giovanile ne viene educata e germogliano così il sentimento del bello e le virtù artistiche. L’emigrante ticinese che si reca nelle grandi metropoli, nelle lontane terre, porta nella sua mente il ricordo indelebile di queste impressioni e con esso vivo e caro il desiderio di ritornare nella sua bella patria. Ognuno sente, anche senza darsene ragione, la benefica influenza che la bellezza della natura esercita sullo spirito. Specialmente in questi tempi, nei quali si tende a convergere l’educazione e le facoltà individuali verso fini puramente utilitari, la natura diventa la sorgente spesso unica o almeno principale di ispirazioni estetiche, gentili e serene. Senza dire che la nota bellezza del nostro paese costituisce anche la ragione per cui un numero grandissimo di visitatori, delle diverse regioni del nostro globo, è qui attratto, contribuendo così al benessere economico. Eppure questo tesoro di valore incalcolabile, che noi abbiamo senza merito o sacrificio qualsiasi, anziché venire conservato in tutto il suo valore è liberamente esposto alla deturpazione che qualsiasi persona, o per ignoranza o per un vantaggio anche insignificante, può compiere. Guardate quanta deturpazione non va sempre più compiendo quella nuovissima specie di réclame che con iscrizioni cubitali, con cartelloni dai colori più appariscenti

guasta la pace, l’armonia dei più ammirati paesaggi, dei bozzetti più caratteristici dei nostri villaggi, dei luoghi più frequentati della città. Non vi è approdo dei nostri laghi, ove qualche casa prospiciente, qualche terrazzo fiorito, qualche bosco maestoso non offra la stridente nota di una fuga variopinta di cartelloni. Anche la celebre diga di Melide ha finito per cadere nelle mani dell’affiggitore, consumando insieme opera di deturpazione ed offesa ad una delle più grandi ed ardite creazioni dei nostri avi. Anche la caratteristica Gandria, anche l’artistica Morcote cedono sempre più spazio a questo nuovissimo sfruttamento della loro bellezza. E i monti? Le vette sono quasi ovunque spoglie di quelle antiche foreste di faggi di cui un tempo erano rivestite: al loro posto sono nudi pascoli, nei quali i torrenti incidono profonde valli. Ove si intraprese il rimboschimento, anziché ricostituire le antiche ubertose faggete e querciete, si coltivano i nordici abeti, i quali in mezzo alla fresca tinta delle nostre piante frondifere formano macchie nereggianti e disarmoniche. Quelle piante rigide, oscure ben si confanno nell’austero paesaggio alpestre; nella regione dei nostri laghi si trovano in un ambiente inadatto, sia per il paesaggio, sia per il carattere della flora, sia pel clima più confacente agli alberi a foglia ampia e caduca. I nostri boschi montani sono quasi tutti miseri cedui a tagli frequenti; è ben raro che si incontri qualche vecchio e ombroso albero: eppure quei solitari superstiti acquistano forme imponenti, maestose; troneggiano fieramente in mezzo agli umili e depressi cespuglieti a testimoniare l’antica grandezza. Le selve di castagni sono le ultime foreste che ancora rimangono al paese e colla tinta chiara del grande fogliame, colle ampie chiome, concorrono in alto grado a dargli una marcata fisionomia meridionale e formano un ameno contorno di verzura a molti dei nostri aprichi villaggi. Anche queste magnifiche selve però vanno sempre più diminuendo per far posto ad altre colture. E pur distrutti sono gli oliveti che formavano nobile corona alle sponde soleggiate del Ceresio; altre peregrine colture, ora perseguitate dalle epidemie, ne li hanno scacciati, così, che ormai pochi vetusti e mutilati veterani vivono Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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6 Piante di ulivo protese verso le acque del Ceresio dalla riva rocciosa, a Gandria, in una ripresa fotografica intitolata «Nel parco – olivi sulla riva» (foto Brunner & C.ie, Zurigo), in «La Svizzera italiana nell’arte e nella natura», fascicolo 15 (1926), tavola IX Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


ancora alle falde del S. Salvatore e dell’Arbostora, a Campione, a Maroggia, a Riva, a Casoro. Solo a Gandria e nell’amenissima Val Solda questo simbolico albero raddolcisce ancora, colla sua tinta e la sua forma elegante, la naturale asprezza calcarea del paesaggio. Ma non soltanto la vegetazione arborescente è stata in parte distrutta, ma bensì anche quelle specie che per le modeste dimensioni meno si impongono all’osservazione. La stessa Daphne Cneorum, il rinomato fior del Monte Salvatore, il ciclamino, il buca neve, le genziane, queste ed altre vivaci gemme disseminate sui colli e sui monti sono diventate più rare. Anzi, parecchie peregrine bellezze della nostra flora sono ormai compiutamente distrutte o vivono quasi celate soltanto in qualche recondito rifugio: così è della magnifica felce dell’isola di Creta, Pteris cretica, pervenuta fino alle sponde ceresiane; di quell’altra felce, che per la maestà della sua forma ebbe il nome di Osmunda regalis; così di altre specie che davano pregio e interesse alla nostra flora. E ormai distrutte sono pure parecchie specie maggiori della nostra fauna alpina, pur completamente innocue all’uomo e che apportavano vita nelle desolate solitudini delle alte regioni. E, pure diradati sono i gentili, i canori animatori delle selve, gli uccelli, che colla loro gaiezza, col loro canto festoso, colla loro vivacità apportano tanta grazia, tanta bellezza nelle selve, nei monti. L’utilità materiale di questi piccoli esseri è stata forse alquanto esagerata; ma essi hanno il pregio indiscutibile di riescire di grande ornamento alla natura colle bellezze delle loro forme, dei loro colori, coll’armonia del loro canto, colla loro gaiezza. E la scomparsa di essi è dovuta sopra tutto alla distruzione della loro naturale dimora, delle foreste, in parte distrutte, le altre sottoposte a quei regimi che noi riteniamo razionali. Lo prova il fatto che anche nei paesi ove gli uccelli non vengono cacciati ma però i boschi sono regolati con frequenti tagli di dirado, di espurgo, cioè con tutte le pretese razionali norme, gli uccelli scompaiono: mentre invece si mantengono numerosi, malgrado la caccia, ove la loro naturale dimora, le boscaglie, sono lasciate liberamente sviluppare. Oh se noi imparassimo ad essere meno molesti alla divina natura, il cui ordine, il cui equilibrio statico non sappiamo neppure comprendere! Oh se la solenne e profonda sentenza del grande Leonardo fosse stata e venisse meglio rammentata! Ma se la bellezza divina della natura è stata tanto offesa, forse almeno quella prodotta dall’opera umana sarà integra … Forse quest’opera sarà pure colla bellezza dell’ambiente in quell’armonia che è il primo principio del buon gusto, la base di ogni grazia, l’essenza di ogni bellezza. Qui pure echeggiano dolenti note. Nell’incuria giace abbandonata grande parte delle opere elette delle precedenti generazioni. Le offese del tempo, l’ignoranza dell’uomo hanno già distrutte molte di quelle opere d’arte che i nostri avi avevano disseminato in tutto il paese nostro, documenti

Questo fugace sguardo alla distruzione che si è compiuto e si compie dei fattori della bellezza della nostra alma natura, alla deturpazione progrediente del paesaggio, all’incuria per il patrimonio artistico, alle offese all’estetica, vi avrà convinti come non si possa ormai rimanere inerti spettatori di queste negligenze o vandalismi che condurrebbero il nostro paese alla perdita di parte della sua bellezza, la quale dobbiamo pregiare, non soltanto sotto il rapporto utilitario, ma anche come sorgente di educazione, di ingentilimento dell’animo. preziosi della storia della nostra coltura, dello squisito senso estetico che fu così vivo negli avi nostri e ancora non è spento. Più che nelle città è nei borghi, nei villaggi che questo prezioso retaggio artistico, onde tutta la plaga nostra acquistava una spiccata fisionomia d’arte, va scomparendo. Le chiese stesse, questi nostri piccoli e numerosi musei d’arte, sono state spogliate di molte opere pregevolissime: ai quadri antichi si sostituiscono volgari oleografie, gli antichi affreschi vengono per ignoranza sostituiti da nuove pitture infelicissime; con pretesi restauri si rovinano irreparabilmente antichi gioielli d’arte non compresi. E quanto succede per le chiese, succede per altri edifici. Persino quel caratteristico tipo di casa che primeggiava nelle nostre campagne prealpine, nel quale il sentito desiderio dell’arte e il bisogno della luce, dell’aria ossigenata, del riparo dalle afe estive erano felicemente risolte con quelle graziose, ed ampie gallerie aperte a colonne ed archi, è ormai ignorato dai moderni costruttori. Questi poco curando la ragione dell’ambiente, importano nella campagna il tipo della casa cittadina, riproducendolo a minori proporzioni e più semplice struttura, e lasciando tuttavia la preoccupazione vanitosa dell’apparenza che ha espressione nelle esagerate decorazioni a pietra falsa. Non più la linea semplice e nobile delle colonne e degli archi, non più le gallerie arieggiate e salubri, dalle quali lo sguardo liberamente può spaziare e godere della magnificenza dell’ampio panorama: non più adunque la vera, la caratteristica casa di campagna, ma una più o meno infelice riproduzione della casa cittadina, rispondente a bisogni diversi, a diverso ambiente. Talora anzi è addirittura qualche tipo esotico, di preferenza nordico, che vien riprodotto: case col tetto erto, enorme, con aperture tozze, basse: abitazioni adunque che corrispondono a condizioni assolutamente diverse alle nostre, ad un clima gelido e nevoso, paesaggi che Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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8 Vegetazione mediterranea lungo il sentiero di Gandria, in una ripresa fotografica intitolata «Nel parco – rupe» (foto Brunner & C.ie, Zurigo), in «La Svizzera italiana nell’arte e nella natura», fascicolo 15 (1926), tavola XI Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


nulla hanno di comune colle nostre gaie colline, coi nostri laghi, col cielo italiano festante di azzurro, di luce. E nella città? Qui il rapido rinnovamento edilizio distrugge quanto vi è di antico e trasforma si può dire l’aspetto, la fisionomia della città. Al posto della Lugano dei nostri padri è un’altra Lugano che appare, che va formandosi. La parsimonia con cui si aprirono nuove strade alla periferia della città fece sì che, nell’interno, il valore del terreno salisse a prezzi esorbitanti e vi si addensassero quindi gli edifici. Scomparvero mano mano i giardini che interrompevano le fughe di case, di muri e ammiglioravano l’aria. Le case a due, tre piani furono atterrate per edificarne di più alte, di più lucrose. Se le fondamenta erano solide, ai piani esistenti se ne aggiunsero altri, anche senza badare alle proporzioni, alla concordanza dello stile fra la parte conservata e quella aggiunta. E non mancano persino esempi in cui la parte antica ha decorazioni in pietra, scolpita con finezza, eleganza: la parte nuova ha decorazioni in pietra artificiale, grossolane, goffe, quasi a mettere in maggiore evidenza l’inglorioso contrasto. La proporzione che esisteva fra la larghezza delle vie e l’altezza delle case andò così rompendosi con danno non soltanto estetico, ma anche igienico. Generalmente non si considera a sufficienza che, restando invariata come appunto succede, la larghezza delle vie, ed elevando invece gli edifici che le chiudono, si diminuisce o si sopprime la soleggiatura delle vie stesse e delle case: il suolo, i muri, l’aria restano più freddi, più umidi: ben si ricorrerà alla illuminazione ed al riscaldamento artificiali, ma le condizioni igieniche ne restano irreparabilmente peggiorate. Insieme all’estetica vi ha adunque un elemento che non può venire eccessivamente trascurato o subordinato alle esigenze della speculazione privata: quello che anzi è considerata la suprema legge, la salute pubblica. Né vorrei oltre penetrare nell’esame dell’arte in questo rinnovamento edilizio. Si può certamente affermare che molte opere egregie si sono aggiunte a quelle così mirabili delle passate generazioni e che consacrano nel nostro paese la nobiltà delle tradizioni artistiche. Ma vi ha anche, diciamolo pure, molto che non torna di onore alla nostra epoca: molto che è espressione non di elevato senso estetico, ma di banalità goffa e dozzinaia; non di coltura accurata e profonda che eleva, che nobilita il pensiero, ma di superficialità inconscia che spinge al disdegno di tutto quanto è tradizionale, che fa copiare quanto è sensato altrove, stonato nel nostro ambiente; che non sa ottenere con semplicità di linee la forma nobile ed elegante e la chiede quindi all’abbondanza eccessiva, pesante delle decorazioni grossolane. I giardini, coefficienti efficacissimi della bellezza di una dimora, di una città, presentano gli stessi difetti. Gli architetti in generale non dedicano qualsiasi studio o preoccupazione ai giardini, i quali dovrebbero essere formati in armonia coIl’edificio; essi abbandonano intieramente questo compito ai giardinieri, i quali sono digiuni di col-

tura artistica e così ne risulta che le ville sono circondale dallo stesso tipo di giardino, qualunque sia lo stile, la forma, il colore dell’edificio, ciò che è uno sproposito grossolano. Fortunatamente non mancano però bellissimi giardini e la nostra città conta un parco di incomparabile valore estetico e che dovrebbe venire conservato integro: il parco Ciani. La vegetazione è in armonia colla villa, coll’ambiente. Intorno all’edificio, dal bello stile italico, dominano le piante meridionali, dal grande fogliame, dalle magnifiche fioriture; poi abbondanti, i nostri poderosi alberi, le quercie, gli olmi, i pioppi, i castagni, i faggi; pochissime le specie nordiche oscure, che non confanno collo stile della villa, né col nostro ambiente. Sopra tutto nella primavera questo parco si presenta con una grande ricchezza di colori e quella sponda incantata ne viene in sommo grado abbellita. Anche il profano che segua quella riva, ove i rami annosi scendono a carezzare amorevolmente la cerulea acqua del lago sì che l’azzurro ed il verde si confondono, si sposano in miriade di scene deliziose, di tremuli riflessi perlacei, anche il profano sente, deve sentire la solenne, maestosa bellezza di quell’ambiente e il fascino rasserenante che ne emana. I parchi ed i giardini di recente creazione sono invece, in gran numero, guastati dalla prevalenza delle conifere, e persino dell’alpestre, comune abete. È ben vero che le conifere rimangono più o meno di colore verde-cupo anche nell’inverno: ma la stessa loro invariabilità, la rigidezza, l’oscurità del fogliame e la mancanza di fiori vivaci costituiscono altrettante ragioni di inferiorità decorativa. Esse impediscono che i raggi solari giungano nell’inverno al suolo per preparare il germoglio del tappeto d’erba e di fiori, ed il giardino, privo del tepore solare, rimane freddo, umido. Le piante a foglia larga e caduca invece lasciano nell’inverno che il sole riscaldi il suolo e le abitazioni; nell’estate offrono fresca ombra e morbida verzura. Erronea adunque è la predominanza che viene data alle nordiche e oscure conifere per decorare i giardini: erronea perché la forma, il colore, il tipo di questa decorazione non è in armonia coll’architettura nostra, perché tolgono quel fenomeno così mirabile della trasformazione dell’aspetto della flora col mutare delle stagioni, perché il nostro clima, insieme alle specie frondifere, permette l’esistenza ad una ricca scelta di piante meridionali che col pregio delle loro forme eleganti e delle loro fioriture riescono assai più decorative. Anche i giardini del nuovo Quai di Lugano presentano questo inconveniente che speriamo abbia a venire eliminato. Signori, Questo fugace sguardo alla distruzione che si è compiuto e si compie dei fattori della bellezza della nostra alma natura, alla deturpazione progrediente del paesaggio, all’incuria per il patrimonio artistico, alle offese all’esteIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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tica, vi avrà convinti come non si possa ormai rimanere inerti spettatori di queste negligenze o vandalismi che condurrebbero il nostro paese alla perdita di parte della sua bellezza, la quale dobbiamo pregiare, non soltanto sotto il rapporto utilitario, ma anche come sorgente di educazione, di ingentilimento dell’animo. E forse in nessun campo come in questo, è necessario il lavoro collettivo, solidale, per ottenere risultati efficaci. La bellezza di un paese è infatti non il patrimonio di uno o pochi individui, ma il patrimonio di tutta la popolazione. La deturpazione di un paesaggio, la distruzione di un’opera d’arte non è soltanto un danno individuale, ma la perdita per la collettività di un elemento di educazione del senso estetico, di ingentilimento. È per questa ragione, non per vano lusso, che le nazioni civili, non soltanto conservano le loro opere d’arte ma tendono a vietare l’esportazione anche di quelle che appartengono a privati. È pure per questa ragione che ora va sempre più estendendosi l’opera di difesa delle bellezze di natura. Basti accennare alla vasta regione, grande molte volte il nostro intero paese, che gli Stati Uniti hanno dichiarato parco nazionale; alla grande attività che la Lega francese va compiendo per conservare intere foreste, e per ricostituire il manto vegetale distrutto dagli uomini; al risveglio promosso in Italia dalla Pro Montibus e dagli Amici dei Monumenti; alla tenace reazione che ora va delineandosi nella Svizzera contro l’eccesso dello sfruttamento delle naturali bellezze. Il nostro Cantone ha uno dei suoi più grandi e preziosi patrimoni da difendere, che ha inspirato tanti carmi, che ha infuso nell’animo degli abitanti tanto senso d’arte, che tiene acceso nel cuor dei suoi emigrati così vivo amore e così forte desiderio di ritornarvi: la sua bellezza di Natura e d’Arte. Difendere questo prezioso patrimonio, ora esposto alla libera profanazione, sarà il compito della nostra Associazione. E quali potranno essere i mezzi per effettuare questa magnifica missione? Innanzi tutto sarà coll’educazione. Presentemente lo studio della natura, ha un posto ben secondario nelle nostre scuole. Nella massima parte di esse, si impartisce l’insegnamento col presentare all’allievo non già l’oggetto reale, ma la sua rappresentazione grafica. Si parla di fiori, di foglie, di piante? All’allievo si presenta qualche tavola più o meno intelliggibile e su queste … si studia la natura. Orbene, possiamo chiederci, quale efficacia avrà un simile insegnamento? Quello di allettare l’allievo allo studio della natura? Quello di sviluppare in esso lo spirito di osservazione, di indagine, il ragionamento, la critica scientifica? Certamente no. Bisogna adunque che la Natura venga studiata non quale viene rappresentata da incisori più o meno abili, ma nella sua realtà. Bisogna che le scolaresche vengano guidate fuori dalle mura della scuola, nei boschi, nei prati, sui monti e quivi spiegare loro i meravigliosi fenomeni della natura, la infinita vaIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

rietà di esseri viventi, di fiori smaglianti, di alberi poderosi e la fauna nostra ricchissima e le roccie che, a seconda della loro natura, hanno forme speciali e delineano i profili del paesaggio. Far osservare la struttura e le forme meravigliose anche nelle specie inferiori degli esseri, poi il loro complicarsi graduale salendo la scala biologica: le leggi che regolano lo sviluppo degli esseri, i loro intimi rapporti e guidare così il giovine intelletto ad osservare, a meditare, a ragionare. Far ammirare i quadri magnifici che la natura presenta: le smaglianti fioriture primaverili, il rinverdire delle selve, la radiosa aurora, il crepuscolo; e le tinte squisite del lago e la rupe austera e le ombre che essa proietta lontano e che muta l’aspetto delle cose. Così la natura mano mano svela le sue incomparabili, infinite bellezze, e nell’allievo si sviluppa il senso estetico. L’uomo di fronte a queste grandi scene della natura sente la sua piccolezza materiale e il suo animo si rasserena, si ingentilisce, migliora. Ma noi dovremo non soltanto far sì che lo studio della Natura venga fatto in modo razionale, efficace per l’istruzione e l’educazione della gioventù. Dovremo anche contribuire a meglio far conoscere il paese nostro dai suoi stessi abitanti. Si può ben dire che i Ticinesi conoscono poco il loro paese. E noi siamo certi che la conoscenza delle sue belle vallate, dei suoi monti, dei pittoreschi, dispersi villaggi non potrebbe che sviluppare i sentimenti di fraterna solidarietà, soffocando mano mano quelle meschine ostilità che ancora permangono fra diverse regioni, fra diversi Comuni.

E cessi l’onta dell’incuria nostra per i tesori d’arte che i nostri avi hanno lasciato, retaggio prezioso della loro coltura, del loro sentimento, del loro intelletto; stimolo ed esempio eloquenti. Sia la conservazione di questo grande patrimonio nostro dovere verso le generazioni che ci precedettero, che lo formarono; nostro dovere di tramandarlo alle future. Dovrà quindi essere nostra cura di far sì che le naturali bellezze non vengano distrutte o deturpate. Diffondere il proposito di conservare le magnifiche selve che ancora adornano il nostro paese; incitare i cittadini facoltosi od i Comuni a trasformare i loro cespuglieti in foreste di alto fusto e di crearle su quelle pendici montane ove esse già esistevano; fare che vengano conservati i maestosi alberi, purtroppo ormai solitari, nei piani; mantenere il carattere della nostra flora locale, cosi bella ed in armonia col paesaggio e col clima; sconsigliare invece la diffusione delle nordiche conifere ove male si confanno


anche per la tinta oscura e per la forma troppo rigida alla nostra ridente e mite regione: ecco altrettanti punti di un fecondo ed utile lavoro. Ma la nostra Associazione dovrebbe far sì che certe zone particolarmente interessanti, ospizi preferiti della flora, che hanno un interesse superiore per la scienza, per la Storia naturale del paese, per la sua bellezza vengano sottratte alle utilizzazioni e salvate così dalla deturpazione, dal vandalismo. Tale sarebbe il Sasso di Gandria, la rupe ben nota che sorge dalle azzurre acque ceresiane ed i cui fianchi sono veri nidi ove si addensano e boschi di alloro e cespi di agave e tutti i più specifici rappresentanti della flora meridionale, che al naturalista rivelano l’origine e la ricchezza della nostra flora, la mitezza del nostro clima, ed al viandante offrono in ogni stagione, sorriso di fiori. Anche la valle Tassino presenta tanto interesse che veramente la rende degna di venire conservata quale vivente illustrazione della ricchezza della nostra flora e della nostra fauna e, aggiungendovi qualche finitima collina, potrebbe diventare un magnifico e caratteristico parco di Lugano. E il gentile fiore del monte, la Daphne Cneorum del S. Salvatore, dovrebbe pure venir protetta contro la mano rapace di chi per lucro ne fa crescente distruzione, tanto che essa è diventata assai più rara che in passato: dovrebbe adunque esserne vietato il venale commercio che se ne fa sulle strade e sulle piazze della nostra città. Dare sviluppo alla coltura dei giardini, a questa Ars amabilis mediante concorsi, esposizioni, ecco un altro campo di attività gentile ed utile. In primo luogo la città di Lugano dovrebbe provvedere ad un razionale miglioramento dei suoi giardini creati con ingenti spese ma senza gusto estetico e assai male mantenuti; e d’altro Iato occorrerà far comprendere come il giardino, coefficiente della piacevolezza e della bellezza di una dimora, debba essere fatto in armonia coll’edificio, col clima e col paesaggio nostro, escludendo invece quelle comuni piante nordiche stonate nella nostra Conca d’Oro e che i giardinieri hanno diffuso perché rustiche e poco esigenti, sì che richiedono pochissimo lavoro culturale e danno quindi molto lucro al giardiniere. Coll’addensarsi delle case, i parchi, i giardini, i viali alberati diventano non soltanto un elemento estetico, ma anche un indispensabile coefficiente della salubrità dell’aria per Lugano, che si estende rapidamente; sarà utile non trascurare questa questione, ma esaminarla a tempo. Occorre anche por freno alla deturpazione che si compie con una réclame che noi non vogliamo certamente soppressa, ma alla quale non riconosciamo una tale utilità pubblica da darle il diritto di deturpare i nostri paesaggi più belli, le opere monumentali degne di rispetto e di ammirazione. Nella città stessa, dovrebbe questa invadente e sfrenata réclame, venire subordinata alle esigenze dell’estetica. Milano ne ha dato l’esempio colla municipalizzazione di questo servizio.

E infine si rivolga l’opera della nostra Società a mantenere anche quella nobiltà di tradizioni artistiche che nel nostro paese sembra vada decadendo. Venga diffuso quel sano senso estetico che le precedenti generazioni dimostrarono e restino, nel rinnovamento edilizio, non imitate quelle infelici produzioni architettoniche di cui l’epoca nostra lascerà banale retaggio; quelle concezioni sproporzionate, inestetiche, vanitose nei dettagli, pesanti e vacue nelle linee maestre; quelle importazioni di forme esotiche, in disarmonia col nostro ambiente. Rifiorisca il nobile stile italico, si rigeneri in forme nuove, rispondenti ai bisogni moderni ed ai progressi della tecnica, ma in modo che la nobiltà del concetto, il rigore delle leggi, la eleganza e la gentilezza dei dettagli lascino dell’epoca nostra immagine non di decadimento, ma di eletta coltura e di sensi nobili. E cessi l’onta dell’incuria nostra per i tesori d’arte che i nostri avi hanno lasciato, retaggio prezioso della loro coltura, del loro sentimento, del loro intelletto; stimolo ed esempio eloquenti. Sia la conservazione di questo grande patrimonio nostro dovere verso le generazioni che ci precedettero, che lo formarono; nostro dovere di tramandarlo alle future. Signori, Il campo di lavoro che la nostra Associazione ha davanti a sé è adunque vasto e fecondo. Conserviamo le bellezze di natura e d’arte della nostra Patria affinché l’ambiente sia educatore di quel senso estetico che fu virtù etnica della nostra popolazione, che ingentilisce, che nobilita. In un’epoca in cui il mercantilismo domina la vita sociale e l’affarismo insaziabile assorbe quasi ogni attività, si faccia la nostra Associazione custode di quel fuoco sacro che è l’amore del Bello. Possa essa efficacemente concorrere a migliorare la coltura, a educare a gentili e nobili sensi il cuore e la mente dei Ticinesi.

Note 1. Discorso inaugurale del Presidente dottore Arnoldo Bettelini alla adunanza della Società tenuta in Lugano il 28 giugno 1908, in «La Svizzera italiana nell’arte e nella natura», Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, fascicolo 1 (giugno 1909), pp. 5–14. 2. Sulla figura di Arnoldo Bettelini, cfr. Silvano Gilardoni, Bettelini, Arnoldo, in Dizionario storico della Svizzera, vol. 2, Locarno, Armando Dadò Editore, 2003 (consultabile on line: www.hls-dhs-dss.ch/textes/i/I19807.php).

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Anno del Patrimonio culturale 2018

L’Anno del patrimonio culturale in immagini La STAN ha organizzato per questa ricorrenza quattordici visite guidate, seguite da centinaia di appassionati e ripartite su tutto il territorio cantonale, e la conferenza del professor Tomaso Montanari «Il valore civile del patrimonio culturale», per rispondere alla domanda al centro del programma nazionale «Salvaguardia del patrimonio: perché e per chi?».

Il valore civile del patrimonio culturale, Tomaso Montanari, Teatro Sociale di Bellinzona.

Percorso d’arte e di spiritualità a Bellinzona tra San Biagio e Santa Maria delle Grazie. Ravecchia. Visita con Alessandra Giussani.

Architettura moderna al Monte Verità. Museo di Casa Anatta e albergo. Visita con Gabriele Geronzi.

12 Meride e il Monte San Giorgio, patrimonio mondiale UNESCO. Visita con Désirée Rusconi. Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


Le bellezze romaniche di Giornico. Chiesa di San Nicola, Giornico. Visita con Alessandra Giussani.

L’architettura di Carl Weidemeyer: Teatro San Materno e case private. Visita con Sabrina NÊmeth.

Le meraviglie della valle Rovana. Visita con Benedetto Antonini.

Visita di CurzĂştt e concerto nella chiesa di San Bernardo. Visita con Alessandra Giussani. Musicista: Lidia Giussani.

Passeggiata a Carona nelle antiche chiese dei boschi e del nucleo. Visita con Alessandra Giussani.

13 Il valore architettonico e urbanistico di edifici degli anni Trenta del Novecento a Lugano. Visita con Riccardo Bergossi. Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale

Intervista allo storico dell’arte Tomaso Montanari Tomaso Montanari, all’indomani di due conferenze ricche di appassionanti riflessioni sul valore civile del patrimonio culturale (l’una tenutasi presso il Teatro Sociale di Bellinzona, il 24 settembre scorso, l’altra, il giorno seguente, presso l’Aula Magna del Liceo cantonale di Lugano 1), risponde, per «Il nostro Paese», ad alcuni quesiti suggeriti dai temi trattati durante l’Anno europeo del patrimonio culturale. Tiziano Fontana e Alice Geronzi

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Nei suoi scritti di impegno civile emerge una preoccupazione costante: aiutare il lettore a comprendere il valore civile del patrimonio culturale. Spesso però politici, giornalisti e intellettuali sostengono l’idea secondo la quale la difesa del patrimonio storico-artistico è qualcosa di elitario che solo le classi agiate possono permettersi. Perché, in realtà, non è così? Quali argomenti utilizzerebbe per far comprendere agli abitanti delle periferie degradate di una grande città europea che è loro dovere, e anche interesse, difendere il patrimonio storico-artistico? Rispettivamente, perché chi è in una condizione economica molto agiata dovrebbe fare opera di mecenatismo e aiutare a salvaguardare il patrimonio? Infine, come convincere un’autorità politica a investire risorse finanziarie nella salvaguardia e nella conservazione del patrimonio culturale? Pensare che solo l’élite debba occuparsi del patrimonio significa aver trascurato un dettaglio della storia moderna: la Rivoluzione francese, la fine dell’antico regime. Il patrimonio della corona e del re diventa allora patrimonio della nazione, e del popolo. Da qui parte l’idea, variamente consacrata dalle costituzioni moderne, che la cultura e anche il patrimonio siano strumenti di costruzione della democrazia: esattamente come la scuola. Le classi dirigenti dovrebbero capire che se lo Stato investe in patrimonio ha dividendi in coesione sociale e democrazia, in eguaglianza e consapevolezza diffusa. Le classi agiate possono fare qualcosa in più (per legittimarsi socialmente e per mostrarsi grate alla comunità), ma il necessario lo deve fare il pubblico, che non è mai sostituibile. Il patrimonio culturale, gli spazi pubblici, il paesaggio sono sotto attacco da parte di un fronte comIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

posito (lobby economiche e professionali, partiti, operatori turistici) che si caratterizza per l’adesione all’ideologia della mercificazione e della crescita senza limiti. Come contrastare questo fronte? Da una parte mostrando che tutto ciò è insostenibile: paesaggio e patrimonio sono beni esauribili, finiti e fragili. Abusarne oggi significa non averne più domani. Dall’altra ricordando che ciò che dà senso alla nostra vita è ciò che non si compra e non si vende: dopo una certa età lo si capisce anche nella vita individuale. In quella collettiva lo diciamo da secoli: senza tuttavia impararlo. In molte città d’arte – Venezia, Barcellona ecc. – il turismo di massa ha generato rivolte degli abitanti, esasperati dal degrado, dalla speculazione fondiaria che spinge al rialzo il prezzo delle abitazioni, dalla chiusura delle botteghe e dei piccoli commerci ecc. Come intervenire per fermare la tendenza alla sostituzione degli abitanti con i turisti? Con un governo pubblico delle regole e delle quantità di turisti, limitando gli airbnb e simili. E soprattutto creando le condizioni per ripopolare di cittadini le città storiche, e combattendo la gentrificazione. Se muore la città, la polis, muore la politica, e dunque la democrazia. La mostra che la Triennale di Milano ha dedicato nel 2017 a Leonardo Benevolo e alle città storiche ha ricordato l’impulso importantissimo dato dall’Italia al tema della loro salvaguardia, in particolare con la Carta di Gubbio che ha ispirato i principi contenuti nelle carte internazionali elaborate dagli esperti dell’ICOMOS, il Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti: «il progetto della città storica è il più rilevante e originale contributo italiano alla ricerca internazionale nel campo dell’architettura e


dell’urbanistica del XX secolo». Malgrado questi principi e gli interventi da essi ispirati negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, oggi i centri storici sono ancora minacciati da progetti distruttivi o che comunque li impoveriscono della loro sostanza storica. Come si può agire per imporre il giusto rispetto dei centri storici? Facendoli vivere, non riducendoli a quinte di cartapesta, a location, a luna park. La tutela della città storica è il suo continuare a essere città.

da «eventi culturali», promosse per attirare grandi numeri. Il pubblico però spesso non ha gli strumenti per comprendere questa situazione. Una persona priva di formazione specifica in storia dell’arte come può tutelarsi da queste «mosse commerciali di successo», prive di fondamenta culturali e intenti formativi? Difficilmente. Solo coltivando un consumo sostenibile e consapevole di cultura: le associazioni in questo sono cruciali.

Storia dell’arte e patrimonio culturale sono strettamente legati e attraversano un momento critico. Per quale motivo la storia dell’arte è stata relegata a poche ore di insegnamento? Perché invece dovrebbe avere un ruolo centrale nell’educazione dei giovani? A partire da quale età e in quali ordini di scuola ritiene utile rendere il suo insegnamento obbligatorio? Bisogna conoscere il patrimonio della propria città, saperlo leggere, fin da piccolissimi. È un alfabeto formale e civile che dà senso alla nostra vita comune. Senza educazione alla città non c’è educazione alla cittadinanza. Ci vuole un modo nuovo per insegnare la storia dell’arte, a partire dall’educazione alla città.

Se una persona le chiedesse di indicare cinque libri per capire il valore civile del patrimonio culturale, quali consiglierebbe? Beh, direi: la quarta orazione delle Verrine di Cicerone, la Lettera a Leone X di Raffaello, Le pietre di Venezia di Ruskin, I Vandali in casa di Antonio Cederna, Paesaggio Costituzione cemento di Salvatore Settis.

Nel discorso pubblico spesso si utilizza l’espressione «beni culturali» in luogo di «patrimonio storico-artistico», malgrado le due definizioni abbiano significati e implicazioni differenti. Può spiegarci la loro differenza e il motivo del successo della prima a scapito della seconda? A quali conseguenze può portare questa confusione nell’utilizzo dei termini? Beni culturali è un sintagma che ha assunto una connotazione economica, monetaria. Proprio come «valorizzazione»: forse perché l’unico bene e l’unico valore che davvero riteniamo tale è quello del denaro. Patrimonio è l’eredità del passato che è insieme seme di futuro, e non riguarda i singoli ma una comunità. In ultima analisi riguarda la famiglia umana. Politici, amministratori pubblici, operatori turistici, mass media utilizzano il termine «valorizzazione» per giustificare spesso interventi sul paesaggio o sul patrimonio architettonico che, in realtà, li svuotano della loro sostanza e quindi unicità. Come fermare questi «vandali», visto che spesso la denuncia pubblica non basta e che i mass media non sono disposti a ospitare un dibattito? Sforzandosi in ogni modo di crearlo, questo dibattito. E però essendo consapevoli che è a scuola che questa battaglia si decide: bisogna lavorare per le prossime generazioni. Negli ultimi decenni sono state allestite mostre che risultano essere operazioni commerciali camuffate

La conservazione del patrimonio è un impegno che ogni generazione trasmette alla successiva. Ritiene che oggi questa trasmissione potrebbe venire meno, visto che viviamo in un periodo storico in cui dominano parametri quantitativi, mercificatori, standardizzanti e di breve durata? Sì, il pericolo indubbiamente esiste: dipende solo da noi evitarlo. Piero Calamandrei nel suo Inventario della casa di campagna ha scritto che il paesaggio toscano «ha dato il gusto dell’armonia e della gentilezza» a centinaia di generazioni. Un concetto simile fu usato nel 1908, riferito al paesaggio ticinese, nel discorso tenuto durante la seduta costitutiva della Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche (divenuta in seguito STAN). Oggi, un paesaggio sempre più devastato come quello in cui viviamo che tipo di «gusto» trametterà alle nuove generazioni? Il rischio è che trasmetta una totale mancanza di speranza e un’abitudine alla bruttezza e dunque all’ingiustizia. Ma io sono fiducioso, nonostante tutto: il cuore dell’uomo è grande. Nota Tomaso Montanari è professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università per Stranieri di Siena. Si occupa di storia dell’arte romana del XVII secolo e ha pubblicato un centinaio di saggi in riviste scientifiche italiane e internazionali. Per il suo impegno a favore della tutela del patrimonio storico-artistico, naturale e paesaggistico ha ricevuto nel 2012, dall’associazione «Italia Nostra», il Premio Giorgio Bassani e, nel 2013, l’onorificenza di Commendatore dal Presidente della Repubblica italiana. Le sue opere più recenti sono: Privati del patrimonio (Einaudi, 2015) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017).

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Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale

Sant’Anna a Morbio Superiore: un oratorio barocco sorprendente Questo piccolo e singolare edificio religioso, contraddistinto da una vicenda storica di devozione mariana corale, di comunità, qui ripercorsa, e tutelato come bene culturale di interesse cantonale, è stato recentemente sottoposto a vari interventi di risanamento e restauro, da poco conclusi con la tinteggiatura delle pareti esterne, dopo avere riguardato soprattutto i ricchissimi apparati decorativi interni a stucco e ad affresco, oggi valorizzati anche da nuovi, consoni corpi illuminanti. Stefania Bianchi Thomas Meyer

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La facciata dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore (foto Giovanni Luisoni) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


Le terre dei Magistri dei laghi conservano importanti e pregevoli testimonianze dell’apporto culturale ed economico prodotto dalla secolare tradizione migratoria che ha fatto proprie abilità, competenze e modelli estetici appresi durante i periodici soggiorni all’estero. Per più di un aspetto il comune di Morbio Superiore vanta almeno tre significativi edifici religiosi che segnano il profilo storico geografico del paese. Sono la parrocchiale, intitolata a San Giovanni Evangelista, sovrastante il nucleo, e i due oratori sulle antiche vie di transito: San Martino, per chi, sin dai tempi del contado del Seprio, intendeva risalire i monti sino al crinale confinario con la valle d’Intelvi, e Sant’Anna, oratorio precedentemente intitolato alla Beata Vergine delle Grazie, situato lungo l’unico percorso per chi giungeva dalla pianura e sul crocevia della strada che da Castello proseguiva verso Vacallo. Documentata dal XVI secolo e conosciuta in età moderna anche come la giesiola, la costruzione è un sacello, giudicato dai vicini del Comune, un secolo più tardi, piccolo e angusto per poter ospitare decorosamente chi accorreva a rendere grazie alla Vergine. Il rinnovamento del luogo di culto viene deciso dai parrocchiani nella vicinanza del 1689, quando le famiglie del Comune decidono il rifacimento dell’antica cappella. Fra il 1692 e il 1705, tutta la comunità si impegna e si mobilita nell’edificare l’oratorio salvaguardando l’affresco della Madonna, che ora costituisce l’immagine centrale dell’altare. E tutto l’edificio è incentrato sulla devozione alla madre del Signore, declinata tanto negli affreschi, quanto negli stucchi.

Planimetria dell’oratorio di Sant’Anna (studio Meyer Valenti)

Fra il 1692 e il 1705, tutta la comunità si impegna e si mobilita nell’edificare l’oratorio salvaguardando l’affresco della Madonna, che ora costituisce l’immagine centrale dell’altare. E tutto l’edificio è incentrato sulla devozione alla madre del Signore, declinata tanto negli affreschi, quanto negli stucchi. L’oratorio e le sue peculiarità storiche e culturali Grazie a un documento di singolare interesse, conservato presso l’Archivio parrocchiale di Morbio Superiore, il Libro dove si notano le giornate che si fa a casa per casa per sua rotta per Fabbricare la Chiesa Nuova della Beata Vergine Maria delle Grazie qui in Morbio di Sopra (nota 1), in pratica il mastro delle spese, il cantiere dell’oratorio è fra i pochi alle nostre latitudini a essere documentato con tanta completezza e precisione (nota 2). Il piccolo manoscritto registra, secondo il principio

Giuseppe Chiesa, Mappa catastale di Morbio Superiore,1852, Fogli XXIV e XXV, particolare del nucleo, con l’oratorio di Sant’Anna posto sul crocevia della strada che da Castello prosegue verso Vacallo (Archivio di Stato del Cantone Ticino, Bellinzona) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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La navata dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore (foto Gianluca Poletti)

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della partecipazione di ogni fuoco della vicinia, il lavoro prestato per alcuni giorni e periodi dell’anno da ogni capofamiglia, dai primi passi preparatori della costruzione al suo compimento (nota 3). Lo studio del prezioso libretto ha implicato una lettura diacronica delle voci registrate per ogni nucleo familiare che (nota 4), a turno, ha contribuito all’avanzare dei lavori in un arco di tempo compreso fra il 1692, anno in cui si dà inizio alla preparazione delle fondamenta, al 1705, quando si completa l’opera con le decorazioni pittoriche della volta centrale. L’aspetto più peculiare di questi conti sta nel fatto che tutte le maestranze sono retribuite in relazione alle loro specifiche competenze di abili muratori, scalpellini e carpentieri, ma pure in corrispondenza al sesso e/o all’età di chi collabora all’edificazione dell’oratorio (nota 5). Non Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

solo le presenze di mastri e garzoni in cantiere, ma anche le giornate di donne, ragazzi e ragazze, che appartengono per buona parte al mondo contadino, vedono il loro lavoro valutato secondo un salario giornaliero equiparato alla fatica richiesta e alle capacità produttive, o valutate tali. Si tratta di un’importante opportunità per chi è meno fortunato (nota 6), poiché tutti gli abitanti hanno a cuore la realizzazione dell’opera, che nel contempo si traduce in indotti distribuiti fra tutta la comunità. In questo quadro, fra le maestranze troviamo cognomi di artigiani artisti, impegnati soprattutto nei cantieri romani, dalla rinomata bottega dei Silva ad altri mastri delle famiglie Ronca e Pozzi, che inoltre concorrono alle spese, così come faranno i Ceppi, casato di valenti notai. L’altro aspetto estremamente interessante che si accompagna all’attività edificatoria è l’impianto concettuale


di tutto il decoro completato nell’autunno del 1705 (nota 7). A Francesco Silva, come attestato da un atto notarile del 1705, si deve la realizzazione dell’apparato stucchivo che si traduce nell’armonioso spazio antecedente il presbiterio, delineato da una trabeazione che corre lungo la parete e sulla cui sommità poggiano, negli angoli, quattro putti recanti simboli della fede mariana: la torre eburnea, il sole, la luna falcata, la colomba dello Spirito Santo. Nelle cornici e lungo le pareti, intrecci di rose, fasci di gigli, foglie di palma, continui richiami al tema mariano dominante nell’affresco della soprastante cupola che celebra l’Apocalisse con la vittoria dell’Immacolata sul Male, un soggetto iconografico decisamente poco frequente che aggiunge «personalità» all’edificio, evocando l’appartenenza alla chiesa parrocchiale intitolata a San Giovanni. La scena riferita dall’evangelista, intento in un angolo del dipinto murale a scrivere l’episodio raffigurato (Apocalisse 12, 1–9), ha al centro la «Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul suo capo, una corona di dodici stelle», figura della Vergine, soccorsa dall’arcangelo Michele pronto a trafiggere il mostro alato dalle sette teste e dalla coda che si staglia fra le stelle trascinandole a terra. Nei pennacchi d’angolo, quattro profeti, Davide, Salomone, Isaia e Michea, recano messaggi ricavati dalle Sacre Scritture, in particolare dal Cantico dei Cantici. Non vi sono puntuali documenti che indichino l’autore della volta e degli affreschi, tuttavia, per analogie comparative e per la frequentazione del pittore con la bottega dei Silva, le opere sono attribuite a Pietro Bianchi di Como, detto il Bustino, compresente in particolare con Agostino Silva, padre di Francesco, nella vicina chiesa parrocchiale di Sant’Eusebio a Castel San Pietro, nella chiesa di Sant’Antonino a Obino e in altre chiese della vicina Lombardia (nota 8).

La volta della navata dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore, con l’affresco dedicato all’Apocalisse di San Giovanni, attribuito a Pietro Bianchi di Como, detto il Bustino, 1705 circa (foto Gianluca Poletti)

Il completamento settecentesco L’insieme dell’apparato scenico che contiene costanti riferimenti al culto dell’Immacolata si completa nel corso della seconda metà del Settecento con gli affreschi di pittore ignoto delle pareti laterali, raffiguranti scene riferite alla nascita della Vergine, consegnata dal Padre eterno agli anziani sposi Anna e Gioacchino, e alla vita di Sant’Anna, testimonianze della generosità dei parrocchiani che donano pure il nuovo altare e la balaustra. Alla famiglia dei notai Ceppi si deve, nel 1733, l’istituzione della cappellania, dotata di 700 scudi d’oro secondo le disposizioni testamentarie del reverendo Domenico Ceppi, le cui rendite contribuiranno a finanziare anche le spese di ampliamento e di manutenzione nei secoli successivi. I segni della loro devozione si intravedono nello stemma dipinto nell’angolo inferiore dell’affresco posto sulla parete laterale destra, e nelle roselline di un ex voto che richiamano quelle dell’arma di famiglia. I Pozzi invece sono artefici del rinnovamento dell’altare che incornicia

19 L’affresco dedicato all’Apocalisse di San Giovanni dopo il restauro, con la mappatura delle giornate impiegate dal pittore per eseguire l’opera (foto Massimo Soldini) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


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Putto in stucco reggente la luna falcata, opera di Francesco Silva, sulla sommità della trabeazione su cui si imposta la volta della navata dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore, 1705 circa (foto Gianluca Poletti)

Putto in stucco reggente il sole radiante, opera di Francesco Silva, sulla sommità della trabeazione su cui si imposta la volta della navata dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore, 1705 circa (foto Gianluca Poletti)

Putto in stucco reggente la torre eburnea, opera di Francesco Silva, sulla sommità della trabeazione su cui si imposta la volta della navata dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore, 1705 circa (foto Gianluca Poletti)

Putto in stucco reggente la colomba dello Spirito Santo, opera di Francesco Silva, sulla sommità della trabeazione su cui si imposta la volta della navata dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore, 1705 circa (foto Gianluca Poletti)

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l’affresco della Madonna della Cintura con i santi Rocco e Sebastiano, risalente alla primitiva cappellina, con eleganti ricami del repertorio rococò, comprensivi di due piccoli ovali, sovrastanti gli anditi, decorati con motivi pure riferibili alle sacre scritture e al culto mariano: nell’ovale di destra la pioggia fecondatrice, in quello di sinistra la scala di Giacobbe. Gli stessi Pozzi sono promotori di molte opere, secondo la testimonianza resa da due anziani del paese, Francesco Carabelli e Francesco Chiosi che attestano «benfizij, carità e favori esercitati e fatti dalla casa Pozzi, a gloria d’Iddio per le nostre due chiese ed a pro e lustro del nostro comune di Morbio e sono cioè quando si eresse la nova fabrica dell’Oratorio dedicato alla Beatissima Vergine delle Gratie che era in tempo che viveva la felice memoria del fu Reverendo Don Giorgio Pozzi allora beneficiato assieme con il fu Reverendo don Carlo Pozzi allora curato di Geronico di lui zio, quelli furono li principali fabbricieri, che non solo animavano il popolo ma supplivano loro de proprio alla mancanza del medemo. Li ornati poi di tutte le pitture che in detto oratorio si vedono, come in bona parte de’ stucchi, questi sono stati fatti fare dai medemi religiosi della casa Pozzi. Il prospetto dell’altare e portine laterali, che chiudono il coro, il tutto di marmo con intaglio d’altre pietre fatto fare dal Signor presentaneo Vincenzo (Pozzi), le corone d’argento del bambino e della Vergine, fatte fare dal medesimo. Il telaro e cristallo che coprono la sacra faccia della Beatissima Vergine, il baldacchino di rame inargentato che è cosa bellissima, […] oltre a molti altri ornati a detto altare» (nota 9). Il prezioso documento risale al 1762, lo stesso anno in cui data l’elegante balaustra in marmo nero di Varenna come l’altare, donata dall’allora parroco Antonio Pescalli (nota 10), ultima opera che completa la realizzazione dello spazio presbiteriale e dell’altare sul cui fastigio domina il ritratto di Sant’Anna (nota 11).

Per l’ultimo recente intervento, coordinato con l’ufficio cantonale competente, è stato adottato il criterio di tutelare il monumento comprensivo di tutto quanto stratificatosi nel corso dei secoli. Questa prassi ha pertanto determinato anche i criteri con cui si sono affrontate le opere di restauro, consistenti soprattutto nella pulitura, nel consolidamento e nell’integrazione di stucchi e dipinti, successivi al risanamento delle pareti umide. La stessa procedura è stata messa in atto per la mensa dell’altare.

L’ampliamento ottocentesco e gli interventi successivi, fino al recente restauro Gli interventi più significativi risalenti al diciannovesimo secolo riguardano la contigua erezione dell’originario edificio comunale che occupa il sedime immediatamente adiacente a monte dell’oratorio, che viene così a perdere la sua caratteristica di chiesina isolata. In concomitanza con la costruzione della casa comunale viene realizzata la piccola sacrestia laterale inglobante presumibilmente un antico porticato (nota 12). Altrimenti, i riferimenti all’oratorio riguardano ricorrenti interventi di riparazione del tetto e di protezione dall’umidità, che comportano sacrifici per la piccola comunità parrocchiale, più volte ricordati dai parroci nella corrispondenza indirizzata alla curia vescovile e sostenuti con i frutti del beneficio cappellanico. Per la fine del secolo e l’inizio del Novecento sono inoltre documentati lavori di un certo impegno economico: il restauro dei decori guastati dalle infiltrazioni del tetto e il nuovo pavimento di pianelle di cemento colorate che sostituisce l’originale in cotto, spese non da poco, per cui «si è dovuto ricorrere alla pietà e carità dei fedeli del Mendrisiotto nonché alle persone di nostra conoscenza che si trovano all’estero giacché gli abitanti sono poveri massari» (nota 13). Di nuovo nel 1912, nell’«oratorio di Maria Santissima delle Grazie detto comunemente di Sant’Anna» urgono nuove riparazioni e urgenti restauri: vanno rimosse le vecchie tegole del tetto e risanati «pareti e affreschi e bellissimi stucchi, […] minacciati le une e gli altri dalla invadente e corrosiva umidità» (nota 14). Nel 1916 si torna a sollecitare la Curia, ribadendo la necessità di intervenire prontamente (nota 15). Viene deciso il restauro integrale dell’apparato decorativo, affidato a Silvio Gilardi (nota 16), comprendente gli stucchi e il ciclo di affreschi, in buona parte ridipinti nel 1917 con esito discutibile per ciò che concerne la salvaguardia delle fattezze e dei colori originali, oggi solo parzialmente leggibili (nota 17). Al Gilardi si devono pure i dipinti del tutto nuovi che vanno a coprire il soffitto e le pareti nude del presbiterio con soggetti meno coerenti con la celebrazione del messaggio mariano. Dello stesso periodo è l’innalzamento del corpo accessorio che si trova sul lato settentrionale, poi adibito a sacrestia. Nel corso del secolo proseguono piccoli e più importanti lavori di manutenzione, sostanzialmente esterni, dell’edificio, iscritto nel 1967 nell’Elenco dei monumenti storici e artistici del Cantone Ticino (nota 18), oggi tutelato quale bene culturale di interesse cantonale ai sensi della Legge sulla protezione dei beni culturali. Nel 1995, sotto la direzione dall’Ufficio dei beni culturali, sono stati rifatti il tetto e la tinteggiatura della facciata. Per l’ultimo recente intervento, coordinato con l’ufficio cantonale competente, è stato adottato il criterio di tutelare il monumento comprensivo di tutto quanto stratificatosi nel corso dei secoli. Questa prassi ha pertanto determinato anche i criteri con cui si sono affrontate le opere di restauro, consistenti soprattutto nella pulitura, nel consoIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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4. In sostanza il taccuino registra le prestazioni dal primo capofamiglia interessato fino all’ultimo, con i conti che lo riguardano dall’inizio delle attività alla loro conclusione, criterio che ha dato adito anche a imprecise attribuzioni sulle responsabilità delle stesse (cfr. Giuseppe Martinola, Inventario delle cose d’arte e di antichità del distretto di Mendrisio, Bellinzona, Edizioni dello Stato, 1975, p. 387, e di seguito chi ne ha citato lo studio acriticamente). 5. Queste differenziazioni sono una regola del mercato del lavoro edilizio già praticata nei cantieri medievali: cfr. Monique Bourin, Conclusion. De la dépendance à la marchandisation du travail: le salariat existe-t-il au Moyen Âge?, in Rémunérer le travail au Moyen Âge. Pour une histoire du salariat, a cura di Patrice Beck, Philippe Bernardi, Laurent Feller, Paris, Picard, 2014, pp. 489–501. 6. La presenza di donne e insieme di giovani, distinti dai garzoni, e di ragazze, nel mondo dell’edilizia non rappresenta un unicum, ma è comunque piuttosto inusuale, o meglio è meno documentata rispetto ad altri aspetti del costruire, dato che «il silenzio delle fonti respinge l’edilizia minore o popolare entro i circuiti dell’economia domestica» [Paola Lanaro, La storia economica e l’edilizia: intervista a Maurice Aymard, in «Città e Storia», IV (2009), pp. 13–25 (19)].

L’affresco con la consegna della Vergine agli anziani sposi Anna e Gioacchino da parte del Padre eterno, di pittore ignoto, sulla parete laterale sinistra dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore, seconda metà del Settecento (foto Gianluca Poletti)

lidamento e nell’integrazione di stucchi e dipinti, successivi al risanamento delle pareti umide. La stessa procedura è stata messa in atto per la mensa dell’altare. Altri interventi riguardano la scelta dei colori di fondo e l’aggiornamento dell’impianto elettrico con nuovi corpi illuminanti, atti a conferire un nuovo equilibrio di toni consono con i decori della navata. I lavori sono stati completati nel corso del 2018 con la tinteggiatura delle pareti esterne, fedele alla scelta operata nel 1995. Note 1. Archivio parrocchiale di Morbio Superiore (in seguito APMS). 2. Ci permettiamo di segnalare Stefania Bianchi, Fede che fa reddito. L’oratorio di S. Anna a Morbio Superiore: un cantiere di comunità (1692–1705), in Lavoro e impresa nelle società preindustriali, a cura di Roberto Leggero, Mendrisio, Mendrisio Academy Press, 2017, pp. 169–189.

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3. La prassi delle rotte è strategia diffusa, ma solitamente le prestazioni di lavoro non sono stimate. Ad esempio, per il cantiere della chiesa di Sant’Eusebio a Castel San Pietro, comune posto sull’altra sponda della stessa valle proprio di fronte a Morbio Superiore, in anni quasi coincidenti a questi, la vicinia impone a tutti i fuochi la partecipazione e chi non si adegua viene multato (si veda Stefania Bianchi, Terra e arte a Castel San Pietro. Risorse collettive e strategie migratorie, in La chiesa parrocchiale di Castel San Pietro in Canton Ticino. Studi, restauri, conservazione, a cura di Francesca Albani, Roma, Gangemi Editore, 2017, pp. 79– 85).

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7. Ringraziamo sentitamente don Claudio Premoli, arciprete di Mendrisio e Presidente della Commissione diocesana di arte sacra, per la consulenza dataci in merito alle simbologie ricorrenti in tutta la navata. 8. Cfr. la voce dedicata a Pietro Bianchi di Como, detto il Bustino, a cura di Simonetta Coppa, in Pittura a Como e nel Canton Ticino dal Mille al Settecento, a cura di Mina Gregori (collana I Centri della pittura lombarda, volume 9), Milano, Cariplo, 1994, pp. 341–342, tavola a p. 220. 9. Archivio della Diocesi di Lugano (in seguito ADL), Morbio Superiore, 19 novembre 1762. Dichiarazione convalidata dal notaio Stefano Ceppi. La testimonianza continua con la descrizione delle altre opere d’arte pagate nel Settecento dalla famiglia per la chiesa e la casa parrocchiale. 10. Sul retro dell’opera infatti si legge «ANNO MDCCLXII. ANTONIS PESCALLI PAROCHUS MORBII SUP.IS DONAVIT». 11. Per le analogie riscontrate, Giuseppe Martinola suggerisce quale autore Pietro Antonio Magatti (Varese 1691–1767). Cfr. G. Martinola, Inventario delle cose d’arte e di antichità cit., p. 389. 12. Archivio comunale di Morbio Superiore, 15 febbraio 1871, Perizia delle opere da eseguirsi per la costruzione della casa comunale di Morbio Superiore, ed ampliamento della chiesa di Sant’Anna. 13. ADL, Morbio Superiore, 28 maggio 1898, Lettera di don Edoardo Torriani al vescovo. 14. ADL, Morbio Superiore, 24 ottobre 1912. 15. ADL, Morbio Superiore, 18 gennaio 1916. Nella missiva la parrocchia chiede di fondere il beneficio con la cappellania per finanziare le spese e l’aumento della congrua. 16. Purtroppo nessuno degli archivi consultati conserva né un preventivo di spese né il capitolato per l’esecuzione delle opere di restauro. 17. Cfr. G. Martinola, Inventario delle cose d’arte e di antichità cit., p. 388. 18. Legge per la protezione dei monumenti storici e artistici, 15 aprile 1946.


L’Apocalisse di San Giovanni sulla volta della navata: il restauro dell’affresco L’affresco dedicato al tema dell’Apocalisse di San Giovanni, sulla volta della navata dell’oratorio di Sant’Anna a Morbio Superiore, copre una superficie di circa 45 metri quadrati ed è stato eseguito in sette giornate. È dipinto a buon fresco con finiture a secco. Gli intonaci preparatori sono stati effettuati con sabbia di fiume lavata, di media grossezza, legati con del grassello di calce, mentre il sottile intonachino che ospita il colore contiene una sabbia, sempre di fiume lavata, di granulometria più fine. Prima dell’esecuzione pittorica l’artista ha preparato e di seguito riportato il disegno con la tecnica del «cartone». Lo schizzo preparato su una carta robusta e di spessore è stato appoggiato alla superficie con l’intonaco ancora fresco, in ragione di una giornata di lavoro, e con una stecca d’osso sono state incise le linee di riferimento presenti sul foglio, in modo da lasciare l’impronta sulla superficie. L’intervento pittorico è stato eseguito iniziando dalle campiture: ampie stesure di colore normalmente uniformi sono seguite dalle sfumature e dalle ombreggiature. Normalmente, negli ultimi interventi a secco, terminato il processo di carbonatazione, l’artista usava applicare il colore con un adesivo di origine organica come la caseina o la colla animale. L’esecuzione di questi ultimi ritocchi è stata effettuata appena ultimate le giornate, per poter correggere eventuali differenze cromatiche tra le varie campiture. Lo stato di conservazione In prossimità del campanile alcuni difetti del tetto, coppi rotti o spostati in passato hanno permesso l’infiltrazione di acqua piovana, che è andata a bagnare la superficie dell’estradosso della volta. L’insistente presenza di acqua sulla superficie esterna della volta ne ha permesso la migrazione verso l’interno, spingendosi fino alla superficie del dipinto. Durante la migrazione, l’acqua ha veicolato con sé tutte le impurità presenti sulla superficie dell’estradosso (guano di uccelli, polvere atmosferica) e quelle presenti nella muratura e negli intonaci (sali). L’azione fisico-meccanica, originata dalla pressione di cristallizzazione e di idratazione dei sali, ha generato, in profondità e tra i vari strati componenti gli intonaci del dipinto, importanti difetti di coesione e di adesione, causando occasionalmente perdite di intonachino finale e di colore. Gli estesi interventi di Silvio Gilardi, all’inizio del XIX secolo, ci fanno supporre che questi fenomeni di degrado fossero conosciuti anche in passato. Occasionalmente, sul resto della superficie, si potevano osservare piccole lacune causate probabilmente dall’aumento di volume di un aggregato (calcinarolo) che ha fatto «scoppiare» l’intonaco. Alcuni cedimenti strutturali hanno favorito il manifestarsi di fessure. In corrispondenza di questo fenomeno, spesso

si potevano osservare leggeri difetti di adesione tra gli intonaci preparatori e la muratura. L’esteso reticolato di microfessure ancora visibile è da imputare a un difetto di tecnica: la presenza maggiore di grassello di calce nell’impasto della malta, per poter permetterne la stesura sulla volta in condizioni estreme, ha favorito, nella asciugatura dell’intonaco, la formazione delle microcavillature. La superficie pittorica era coperta da sporco, non o solo parzialmente concrezionato: polvere generata dalla presenza della strada trafficata, ma anche sporco più tenace generato dal fumo delle candele. Il restauro L’intervento di restauro è stato eseguito in tre momenti ben definiti. Una prima fase è stata dedicata al recupero dei difetti di coesione, sia della pellicola pittorica, sia degli intonaci, e alla messa in sicurezza delle scaglie di colore pericolanti. Per queste operazioni sono stati utilizzati materiali specifici: per permettere il ristabilimento della coesione degli intonaci sono stati applicati a pennello, per impregnazione, dei consolidanti inorganici a base di silicati. Gli occasionali difetti di adesione presenti tra gli intonaci e tra gli intonaci e la muratura sono stati risolti attraverso l’iniezione di consolidanti composti da calce aerea, calci idrauliche e inerti finissimi. Il ristabilimento dei difetti di adesione del colore è stato eseguito attraverso la puntuale applicazione per iniezione di nanocalci in fase alcolica. La seconda fase è stata dedicata alla rimozione dello sporco superficiale. La rimozione dello sporco non coeso, la polvere, è stata eseguita meccanicamente a secco, con specifiche spugne in lattice. Lo sporco leggermente più tenace è stato rimosso puntualmente con l’aiuto di una spugna inumidita di acqua leggermente basica. La terza fase è stata dedicata alla restituzione, sia strutturale che pittorica, delle lacune, riducendo il disturbo visivo degli aloni scuri. La colmatura delle lacune d’intonaco è stata eseguita applicando malte composte da sabbia fine di fiume lavata, legata con grassello di calce stagionato almeno due anni. L’integrazione pittorica si è potuta eseguire a tono con colori in polvere stemperati in caseato d’ammonio. In corrispondenza dell’aquila e del calamaio l’importante perdita di colore non ci ha permesso di restituire fedelmente quanto dipinto dall’artista. Avevamo solo delle tracce del colore e delle incisioni del disegno preparatorio. Sulla base di questi pochi indizi abbiamo scelto di intervenire segnalando con un tratteggio almeno la forma degli elementi presenti. Massimo Soldini

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Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale / Giardini storici

Ronco dei Fiori a Solduno: il giardino di Jean e Marguerite Arp Grazie all’impegno della Fondazione Marguerite Arp, la proprietà in cui sorge la casa-atelier con l’ampio giardino di Jean Arp e della seconda moglie Marguerite Arp-Hagenbach è stata sostanzialmente conservata nella sua originalità. Aperta al pubblico da Pasqua all’ultima domenica di ottobre, in queste pagine ne ripercorriamo la storia. Giampaolo Baragiola La Fondazione Marguerite Arp – costituita nel 1988 con lo scopo di tutelare e valorizzare il lascito artistico, letterario e familiare del celebre artista e poeta Jean Arp, della sua prima moglie Sophie Taeuber, lei pure artista, e di Marguerite Hagenbach, sposata in seconde nozze – ha sede in via alle Vigne 44 a Locarno-Solduno, in quella che fu la dimora di Jean e Marguerite Arp dal 1960 (nota 1). Al complesso edile originario, che, chiamato Ronco dei Fiori, fungeva da abitazione e atelier dell’artista, nel 2014 è stato affiancato il nuovo deposito-spazio espositivo disegnato dagli architetti Annette Gigon e Mike Guyer, nel quale sono custodite 1700 opere di artisti di fama mondiale e sono regolarmente allestite mostre temporanee. Casa-atelier e deposito-spazio espositivo sorgono su una vasta proprietà caratterizzata da un lussureggiante giardino, un appezzamento terrazzato coltivato a prato magro, con alcuni alberi da frutto, e un’ampia area boschiva che sale verso i monti Brè e Cardada. Benché gli archivi della Fondazione non abbiamo rivelato, perlomeno allo stato attuale delle ricerche, documenti di rilievo sul giardino, il confronto della situazione attuale con disegni e fotografie del passato, insieme alla raccolta di alcune testimonianze, consentono una lettura abbastanza attendibile dell’evoluzione della proprietà e del contesto urbanistico-paesaggistico in cui è inserita (nota 2).

I proprietari

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Considerato uno dei massimi esponenti dell’arte d’avanguardia, nella sua veste di artista e poeta, Jean Arp (Strasburgo 1886–Basilea 1966) figura fra i precursori della modernità (nota 3). Cofondatore del gruppo Der moderne Bund (nel 1911, a Weggis), prima associazione di avanguardia artistica in Svizzera, tra i fondatori del movimento Dada (nel 1916, a Zurigo), è attivo, a Parigi, nel gruppo Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

dei Surrealisti. Sin dalla sua esperienza Dada frequenta il Ticino, in particolare Ascona e l’ambiente del Monte Verità Nel 1922, a Pura, sposa Sophie Taeuber (Davos 1889–Zurigo 1943), artista e designer. Dopo la sua scomparsa, si unisce in seconde nozze, nel 1959, con Marguerite Hagenbach (Basilea 1902–Locarno 1994), collezionista e già amica e sostenitrice dell’attività artistica di Jean e Sophie. Nel febbraio del 1959 i coniugi Arp-Hagenbach acquistano una proprietà di circa 4600 metri quadrati denominata Ronco dei Fiori a ovest di Solduno, in direzione di Ponte Brolla, e vi si trasferiscono nel maggio dell’anno successivo. Nel 1965, Jean e Marguerite donano un significativo nucleo di opere alla città di Locarno, che rende loro omaggio conferendo a entrambi la cittadinanza onoraria. Risalendo la china del tempo è possibile scovare alcune tracce dei precedenti proprietari. Tra i riferimenti più antichi, una comunicazione di servizio pubblicata nel maggio del 1934 sull’allora quotidiano «Popolo e Libertà»: nell’aggiornare un elenco di nuovi abbonati al telefono, si indica che a tale William D. Hutchinson, residente a Ronco dei Fiori a Solduno, è assegnato il numero 1353 (nota 4). William Doge (Bill) Hutchinson (?–1966) era un facoltoso cittadino inglese. Sciolto un precedente matrimonio, nel 1930 aveva sposato, quale terzo marito, la fotografa tedesca Louise Frederike Susanna (detta Li) Osborne, nata Wolf (1883–1968). La coppia viveva spesso a Ronco dei Fiori, dagli anni Trenta di proprietà di Hutchinson. Inoltre, le loro firme si trovano a più riprese, tra il 1935 e il 1953, nel registro dei convegni di Eranos al Monte Verità. A partire dal 1945, a Ronco dei Fiori, dove abitano, coltivano un’amicizia proprio con Jean Arp (nota 5). A partire dagli anni Cinquanta, gli Hutchinson risiedono quasi esclusivamente in Inghilterra. In quegli anni la casa è presumibilmente affittata alla pittrice Heide Mertens, fino al passaggio di proprietà agli Arp nel 1959 (nota 6).


Una cartolina dei primi anni del Novecento, in cui sono raffigurate la proprietĂ di Ronco dei Fiori e la zona circostante, praticamente priva di costruzioni (Archivio Fondazione Marguerite Arp, Locarno)

25 Da una prospettiva simile a quella della cartolina dei primi anni del Novecento, spicca la forte urbanizzazione sorta soprattutto a partire dagli ultimi decenni dello stesso secolo (foto Giampaolo Baragiola) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


Il sito e la sostanza edile

Così si presentava la casa-atelier di Jean e Marguerite Arp tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento: con l’intervento dell’architetto Fritz Bähler i due edifici originari sono uniti in un unico blocco (Archivio Fondazione Marguerite Arp, Locarno)

In un secondo tempo, sopra l’elemento di congiunzione realizzato dall’architetto Fritz Bähler, è stata costruita una galleria vetrata coperta (foto Giampaolo Baragiola)

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La proprietà si estende sugli attuali mappali 2796, 3771 e 3929 del catasto della città di Locarno, per una superficie complessiva di circa 4600 metri quadrati. Lungo la confinante via alle Vigne si trovano la casaatelier di Arp, il relativo giardino e il nuovo depositosala espositiva, mentre il retrostante settore settentrionale, che sale verso le pendici dei monti Brè e Cardada, è caratterizzato da un terrazzamento, oggi tenuto in prevalenza a prato magro, e da una vasta fascia boschiva. In origine gli Arp possedevano anche il terreno dirimpetto al portoncino d’ingresso nel giardino, sull’altro lato di via alle Vigne, a suo tempo acquistato dalla coppia per garantirsi uno spazio libero da costruzioni davanti alla proprietà. L’area fu adibita a frutteto fino ai primi anni Ottanta del Novecento, quando Marguerite la regalò alla famiglia che in quel periodo svolgeva la funzione di custode di Ronco dei Fiori. Poco tempo dopo, però, i nuovi proprietari vendettero il terreno, che fu poi edificato. Alcune fotografie di Ronco dei Fiori e dell’area circostante conservate nell’archivio della Fondazione, risalenti agli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, permettono di cogliere la situazione paesaggistica sin dalle prime trasferte di Jean Arp nel Locarnese. Le costruzioni originarie erano circondate da un ampio vigneto, che occupava sia i terreni antistanti la casa, sia l’area terrazzata fino ai margini del bosco. La proprietà era inserita in un contesto altrettanto bucolico, come si evince dalla panoramica ripresa dal margine del bosco in direzione sud-est: eccetto la strada di modeste dimensione e il fiume Maggia, sono visibili solo vigne, coltivi e zone golenali (nota 7). È sufficiente una rapida analisi cartografica della zona di Solduno (nota 8) per constatare che fino al 1960, quando cioè gli Arp si accasarono a Ronco dei Fiori, il contesto urbanistico e paesaggistico non era cambiato molto, rispetto ai primi decenni del Novecento. Ancora nel decennio 1960–1970 l’urbanizzazione lungo via alle Vigne era assai modesta. Un’impennata si avrà solo all’avvicinarsi agli anni Ottanta. Il confronto fra l’immagine panoramica precedente alla prima guerra mondiale e la situazione attuale, ripresa da una prospettiva simile, è assai indicativo della marcata densificazione urbanistica degli ultimi decenni. Arp sceglie quindi un luogo tranquillo in mezzo alla natura, una natura che amava e che sin dai primi anni Trenta diventa elemento fondamentale della sua poetica artistica (nota 9).

Il nuovo deposito-spazio espositivo costruito nel 2014 su progetto degli architetti Annette Gigon e Mike Guyer. L’edificio, architettonicamente di qualità, sorge ai margini del giardino, che è stato così preservato (foto Giampaolo Baragiola) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

Al tempo dell’acquisto della proprietà da parte degli Hutchinson (verso il 1930) si contano due edifici di due piani, posti perpendicolarmente nell’estrema porzione sud-orientale dell’attuale sedime. L’archivio della Fonda-


Veduta della situazione attuale del giardino di rappresentanza (foto Giampaolo Baragiola)

zione conserva pochi documenti concernenti la casa e questi riguardano in pratica solo le trasformazioni commissionate dagli Arp. Nulle, almeno per ora, anche le informazioni relative al progettista: alcuni indizi potrebbero far propendere per l’architetto Paolo Mariotta, ma nel relativo fondo presso l’Archivio di Stato del Cantone Ticino non figurano materiali che ne comprovino l’attribuzione (nota 10). Comperata la proprietà nel 1959, gli Arp affidano all’architetto Fritz Bähler di Ascona l’esecuzione di alcuni lavori di ristrutturazione degli edifici (nota 11). Bähler unisce le due costruzioni originarie in un unico complesso comprendente abitazione e atelier. Recentemente, su progetto degli architetti Michele e Francesco Bardelli, l’ala originariamente destinata a camera degli ospiti è stata ristrutturata per ospitare la biblioteca di consultazione, di nuova inaugurazione. Oggi il complesso edile è costituito dalla casa-atelier dell’artista (il volume più a est) e dal rustico con portico e loggiato, posto perpendicolarmente al primo. Entrambi sono collegati da un volume contiguo comprendente il soggiorno (al piano terreno) e una galleria vetrata coperta (al primo piano) nella quale sono esposte alcune opere. Nell’angolo sud-occidentale della proprietà, nel corso del 2014, è sorto il nuovo deposito e spazio espositivo, su progetto degli architetti Annette Gigon e Mike Guyer: si tratta di una compatta costruzione cubica di cemento concepita secondo i più moderni parametri di conservazione e di sicurezza. Come anticipato, ancora oggi la proprietà è suddivisa grossomodo in tre parti distinte: a sud le costruzioni e il

giardino di rappresentanza (corrispondenti ai mappali 2796 e 3923); al centro il giardino utilitaristico, con il prato terrazzato, in parte con vigneto e frutteto (compreso nel primo terzo, a meridione, del mappale 3771); infine, nello spazio rimanente, un’ampia zona boschiva. Al tempo degli Arp la proprietà fungeva perciò sia da giardino di rappresentanza sia da terreno produttivo, con orto, frutteto e vigneto.

Il giardino di rappresentanza Il giardino come lo vediamo oggi rispecchia in gran parte la struttura che aveva durante la presenza di Jean e Marguerite Arp. In uno spazio relativamente ristretto attorno alla casa, la vegetazione è assai varia, rigogliosa e, a seconda delle stagioni, colorata. Negli anni Sessanta, ad esempio, l’«Eco di Locarno» definiva la casa degli Arp «una terrazza fiorita sul pendio della collina Ronco dei Fiori», e, insistendo su «siepi, fiori e preziose produzioni scultoree del grande artista scomparso», scriveva: «La villa di Arp, a Solduno, è mascherata dal verde anche in questa stagione. E in quel colore cupo di verzura invernale si staglia la forma rosso-mattone della casa» (nota 12). Vialetti, pergole e muretti in pietra danno movimento allo spazio. Alcune piante centenarie (cipressi comuni e di Lawson, palme, in passato anche un cedro schiantatosi durante un temporale), soprattutto fra la casa-atelier e il nuovo deposito, testimoniano che l’area aveva funzione di giardino sicuramente prima dell’arrivo degli Hutchinson. La presenza di parecchi gruppi di palme Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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Un’altra veduta della situazione attuale del giardino di rappresentanza (foto Giampaolo Baragiola)

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(Trachycarpus fortunei), alcune oggi anche di 10–12 metri di altezza, manifestano la passione di Arp per il sud e per l’esotico. Sono abbastanza numerose anche alcune specie di piante acidofile, quali la camelia japonica, varie azalee e ortensie, diversi rododendri e una grande magnolia grandiflora. Fra le piante perenni vegetano, inoltre, l’hoste, l’hemerocallis, l’acanthus mollis e l’aquilegia, mentre particolarmente spettacolari durante le fioritura sono il glicine blu e bianco, sulle pergole, e una rosa Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

banksiae lungo una parete della casa. Viventi Jean e Marguerite, nel giardino erano organizzati anche feste, concerti ed eventi artistici pubblici. Numerosi erano gli amici artisti, ma non solo, che frequentavano Ronco dei Fiori: da Remo Rossi a Italo Valenti, da Aline Valangin a Wladimir Rosenbaum, da Marcel Jean a Walter Helbig, per non citarne che alcuni. Erica Kessler ricorda in particolare le due grandi feste preparate in occasione dell’ottantesimo e dell’ottantacinquesimo compleanno di Marguerite.


La zona terrazzata tenuta a prato magro. Un tempo vi erano coltivate anche la vite e alcune piante da frutta, mentre oggi ne sono rimasti solo pochi esemplari (foto Giampaolo Baragiola)

Su questa panchina, ricavata in un muretto in cima alla zona terrazzata, ai margini del bosco, Jean Arp era solito sedersi a riflettere e riposare (foto Giampaolo Baragiola)

Il giardino utilitaristico Il terreno terrazzato è coltivato a prato magro e, ancora nel corso degli anni Ottanta del Novecento, era falciato manualmente. Daniel Kessler ricorda con affetto che a Marguerite (poco propensa a ricorrere a soluzioni troppo tecnologiche) piaceva sentire il battito del martello sulla lama della falce, un rumore che aveva scoperto al suo arrivo in Ticino e che considerava quasi una caratteristica del Cantone. Marguerite, inoltre, amava i fiori, i colori e

i profumi, per cui, quando il prato fiorito era pronto per lo sfalcio, invitava Daniel a pazientare un po’, in modo da poter godere più a lungo lo spettacolo dell’esplosione di colori. Oggi sussistono ancora alcuni esemplari di ciliegio e di pero, oltre a qualche filare di vite americana. A questo proposito Daniel racconta che, in passato, all’incirca fino all’inizio degli anni Novanta, con l’uva americana si produceva il vino e la grappa. Inoltre, per i primi 10–20 anni, si lavoravano vigna e frutteto senza ricorrere a prodotti fitosanitari. Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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Altro elemento centrale del giardino utilitaristico era l’orto, con al centro un maestoso tiglio, ubicato dove oggi sorge il deposito-spazio espositivo. La collocazione dell’edificio è frutto di un approfondito esame del contesto storico-paesaggistico e il risultato è sicuramente positivo, non solo in termini di estetica e funzionalità della costruzione, ma anche per quanto riguarda la conservazione delle preesistenze (casa-atelier, giardino, terrazzamenti e bosco). In cima al settore terrazzato, al margine del bosco, lungo un muretto, è ricavata una panchina dove Jean Arp amava andare a sedersi. Fino a che le forze fisiche glielo concessero, vi si recava spesso anche Marguerite, la quale raccomandava a Daniel di tenerla sempre pulita.

La zona boschiva La zona boschiva poggia su un terreno abbastanza instabile. Sotto uno strato di terra poco profondo, si trova subito la roccia, motivo per cui gli alberi non riescono a radicarsi saldamente al suolo, tanto che una volta cresciuti è capitato che, durante forti venti, l’uno o l’altro cadesse. In origine, nella parte alta del bosco, esisteva una piccola falda acquifera, in seguito chiusa per essere convogliata nelle canalizzazioni idriche del Comune di Locarno. Anche questo intervento ha contribuito nel tempo a stabilizzare il terreno. Inoltre, ancora a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, il bosco soprastante era abbastanza rado e il terreno ricoperto da felci. Questa situazione favoriva anche lo scoppio di incendi che facilmente si propagavano lungo le pendici della montagna di Brè. Non erano infrequenti neppure le cadute di pietre e massi che, in un’occasione, danneggiarono pure una scultura. Nel frattempo la densità arborea è aumentata e oggi il bosco sembra godere una salute migliore. Pur con la presenza di recinzioni, rialzate a più riprese nel corso degli anni, dal bosco scendono talvolta cervi e cinghiali, il cui passaggio (soprattutto quello dei secondi) può essere assai … incisivo fin nel giardino di rappresentanza.

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Ancora oggi nel giardino sono collocate alcune sculture di Jean Arp, ma non solo. La presenza di opere d’arte è il frutto di una scelta dei coniugi Arp stessi, che sin dall’inizio arricchirono la proprietà con opere sia di Jean, sia di amici e colleghi artisti. Nello spirito del forte legame fra ispirazione artistica e natura che caratterizzava la sua poetica, Arp medesimo fissava spesso l’ubicazione delle sue opere. La scultura «Ptolémée I – Ptolemäus I», del 1953, dalle forme molto tondeggianti e morbide, posta all’entrata della casa, si trova ancora nella posizione originariamente decisa da Arp.

La situazione attuale e il futuro Dal 2016 la cura e la manutenzione della proprietà Arp è affidata alla ditta Carol Giardini SA di Ponte Brolla. L’attuale Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

Nel giardino, sin dai tempi di Jean e Marguerite Arp, sono collocate alcune opere sia di Jean Arp, sia di amici e colleghi. Eccone due di Jean Arp: sulla sinistra, «Femme paysage – Landschaft oder Frau», bronzo del 1962; sulla destra, più in alto, «Entité ailée – Flügelwesen», bronzo del 1961 (foto Giampaolo Baragiola)

Non è raro che Jean Arp stesso indicasse precisamente dove collocare una scultura nel giardino. È il caso del suo «Ptolémée I – Ptolemäus I», opera in acciaio del 1953, che si trova ancora oggi nella posizione decisa a suo tempo dall’artista (foto Giampaolo Baragiola)


titolare, Philip Carol, racconta che già suo nonno Max, fondatore dell’azienda nel 1951, si era interessato a Ronco dei Fiori e nel 1959 aveva scritto una lettera di candidatura per occuparsi della proprietà. Accanto ai correnti lavori di manutenzione, che consistono, fra le altre cose, in potature di contenimento e sfoltimento per mantenere uno sviluppo armonioso delle varie essenze, si procede regolarmente alla potatura invernale di quanto rimane delle viti e delle piante da frutta, oltre che allo sfalcio, due volte l’anno, del prato magro, favorendo in questo modo la biodiversità. Philip Carol è consapevole di operare in un giardino che esprime una puntuale vicenda storica e una personale esperienza artistica. In questo contesto ritiene fondamentale saper intervenire con conoscenza, esperienza e, soprattutto, passione e amore per le piante e l’ambiente, allo scopo di assicurare una manutenzione regolare e mirata, che rispetti il concetto paesaggistico esistente e gli arredi artistici. Per non alterare in modo arbitrario e significativo la sostanza vegetale, dovendo sostituire, ad esempio, piante ammalate o morte, si procede alla sostituzione con esemplari della stessa specie. Dopo un’incursione di cinghiali particolarmente rovinosa nell’autunno del 2017, è stata rinforzata la recinzione ai margini del bosco, e questo anche per evitare eventuali danni non solo al giardino ma anche (e soprattutto) alle sculture. Jean Arp fu molto legato al Ticino e al Locarnese in particolare, che cominciò a frequentare sin dal 1915 e che scelse quale luogo per percorrere l’ultima parte del suo cammino esistenziale, insieme alla seconda moglie Marguerite Hagenbach. Ronco dei Fiori risente quindi delle personalità e delle sensibilità di Jean e Marguerite, tanto che oggi va considerato a pieno titolo non solo un centro di studi dell’opera di Jean Arp, di Sophie Taeuber-Arp e di Marguerite Arp-Hagenbach, ma anche il luogo della memoria di una forte esperienza personale e artistica riconosciuta a livello internazionale. Una casa d’artista e, per certi versi, anche un giardino d’artista, un insieme con un valore storico, paesaggistico e culturale che va tutelato e valorizzato nella sua complessità, conformemente ai dettami della Carta internazionale sulla conservazione e il restauro dei monumenti e dei siti (la cosiddetta Carta di Venezia, del 1964) e della Carta per la salvaguardia dei giardini storici (o Carta di Firenze, del 1981). Note

La Fondazione Marguerite Arp-Hagenbach a Ronco dei Fiori è generalmente aperta da Pasqua all’ultima domenica di ottobre. Per informazioni: Fondazione Marguerite Arp, via alle Vigne 44, 6600 Locarno-Solduno, telefono 091 751 25 43, info@fondazionearp.ch, http://fondazionearp.ch/it.

1. Jean Arp si spense il 7 giugno 1966 a Basilea. Marguerite Arp continuò ad abitare in via alle Vigne 44 fino al 1992, quando si trasferì nella casa di riposo San Carlo a Locarno, dove si spense nel 1994.

2. Per la redazione del presente articolo desidero ringraziare, per la cortese disponibilità e la preziosa collaborazione, la curatrice della Fondazione Marguerite Arp, dottoressa Simona Martinoli; Erica Kessler, assistente di Marguerite Arp e prima responsabile dell’omonima Fondazione dal 1978 al 1998; Daniel Kessler, responsabile della manutenzione e della cura del parco dal 1980 al 2016; Philip Carol, attuale responsabile del parco. 3. Per una sintesi biografica di Jean e Marguerite Arp si rinvia alle relative schede sul sito web della Fondazione Marguerite Arp: www.fondazionearp.ch. 4. Cfr. «Popolo e Libertà», 16 maggio 1934 (p. 2). 5. Cfr. Riccardo Bernardini, Jung a Eranos. Il progetto della psicologia complessa, Milano, Franco Angeli, 2011, p. 253, n. 29. Nella nota si precisa inoltre che i coniugi Hutchinson trascorrevano le vacanze nella propria casa di Brè sopra Locarno, costruita tra il 1942 e il 1943 dall’architetto Paolo Mariotta. Li – il cui maestro di scultura era Marino Marini, che in quegli anni viveva a Locarno – realizzò diversi busti in bronzo e terracotta di studiosi legati a Eranos, fra i quali Jung. Inoltre, la curatrice della Fondazione Marguerite Arp, dottoressa Simona Martinoli, riferisce che nella collezione si conserva anche un ritratto in bronzo di Arp eseguito da Li (comunicazione del 14 maggio 2018). 6. Dal resoconto di una conversazione del 30 aprile 2008 fra Iva Formigoni-Hutchinson, figlia del primo matrimonio di William, e Rainer Hüber, ex curatore della Fondazione Marguerite Arp (Archivio della Fondazione Marguerite Arp). 7. Accanto alla strada, nel 1907 fu inaugurata la ferrovia Locarno-Ponte Brolla-Bignasco (chiusa all’esercizio nel 1965, con lo smantellamento degli impianti ferroviari fra Ponte Brolla e Bignasco), seguita nel 1923 dalla Locarno-Domodossola che, sin da allora, condivideva con la prima, nel tratto tra Locarno e Ponte Brolla, la medesima infrastruttura. 8. Si vedano le carte della sezione «viaggio nel tempo» nel sito www.swisstopo.ch (cfr. il link www.swisstopo.admin.ch/it/ carte-dati-online/carte-geodati-online/viaggio-nel-tempo.html). 9. Cfr. Rudy Chiappini, Il cavaliere solitario dell’arte moderna, in La galassia di Arp, catalogo della mostra (Nuoro, Museo d’arte della provincia di Nuoro, 15 novembre 2013–16 febbraio 2014) a cura di Rudy Chiappini, Lorenzo Giusti, Milano, Silvana, 2013, p. 13: «[…] il Locarnese rappresentava un’isola di tranquillità, un paradiso istintuale dove l’uomo ritrovava la natura, dove soggettivo e oggettivo si univano dando vita alla nuova realtà dell’immaginazione che si concretizzava, diventava scultura, dipinto, parola. Questa propaggine al sud delle Alpi era il luogo ideale per soddisfare la sua intima necessità di isolamento e di riflessione […]. Rappresentava il luogo incontaminato dove l’incontro con la natura poteva avvenire senza intermediari in un paesaggio lussureggiante quanto discreto». 10. L’informazione è stata riferita dalla curatrice della Fondazione, dottoressa Simona Martinoli. Riguardo all’architetto Paolo Mariotta, si rinvia al sito della Fondazione Archivi Architetti Ticinesi (www.fondazioneaat.ch/index.php?page=32). 11. Sull’architetto Fritz Bähler, cfr. Bruno Maurer, Manifesto del nuovo regionalismo, in Ascona Bau-Buch, a cura di Eduard Keller, vol. 2, Zürich, Peter Petrej, 2001, pp. 22 e 46–47. 12. Cfr. «L’Eco di Locarno», 14 novembre 1964 (p. 2), 9 febbraio 1965 (p. 2), 27 luglio 1968 (p. 3).

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Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale

Il cinema-teatro della valle di Blenio Un piccolo centro polifunzionale dal linguaggio innovativo realizzato negli anni Cinquanta in un sito montano, grazie a un attento restauro conservativo, condotto una decina di anni fa, a una amorevole manutenzione e a un’intelligente gestione, perpetua la propria attitudine di accogliente luogo d’incontro della vita culturale, sociale e associativa dell’Alto Ticino. Laura Ceriolo

Giampiero Mina, Progetto del centro culturale parrocchiale polivalente di Corzoneso, 12 gennaio 1956, copia eliografica, 60 × 84 cm (Archivio dell’architetto Giampiero Mina, presso lo studio dell’architetto Michela Mina, Lugano)

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Nel 1956 don Dante Donati, allora parroco di Corzoneso-Acquarossa in val di Blenio, decise di dotare la sua parrocchia di una «sala di spettacoli con annessi locali», concepita come uno spazio di educazione e aggregazione per i giovani. Fu incaricato del progetto l’architetto Giampiero Mina, allora trentatreenne, che, nello stesso anno, concepì e progettò una struttura dal sapore alpino decisaIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

mente ardita, per il cinema di una vallata. A distanza di più di quaranta anni, nel 2001, l’architetto stesso descriveva sinteticamente la sua opera in questi termini: «Il centro parrocchiale di Corzoneso è una sala per cinema, teatro, conferenze, incontri e sala giochi per bambini. Il volume è adagiato su una scarpata, e all’esterno delle gradonate fanno da ampliamento allo spazio interno. La costruzione


interamente in legno, poggiante su zoccolo in muratura a vista, economica per necessità, è stata attuata con materiali di ricupero dal ponte provvisorio sul Brenno. L’ispirazione aaltiana è riconoscibile dalla capriata capovolta che sostiene la copertura dell’atrio» (nota 1). L’edificio, realizzato tra il 1957 e il 1958, venne inizialmente criticato, in quanto non rispondente ai canoni della tradizione architettonica locale. Il complesso culturale, però, ben rispondeva alle esigenze e ai desideri della popolazione, che lo accolse positivamente (nota 2). Agli inizi la sala era molto frequentata e non doveva fare i conti con la concorrenza della televisione. Nell’alta valle poi erano in corso i lavori per la costruzione della diga del Luzzone e circolavano molti operai per i quali il cinema costituiva un’importante occasione di svago durante il tempo libero (nota 3). Dopo un breve periodo di chiusura seguito al primo decennio di attività, l’attività del cinema-teatro riprese nel 1975, con un’offerta diversificata, tra concerti, spettacoli teatrali e altre manifestazioni, e continuò, pur con varie vicissitudini, fino al 2005, anno in cui fu d’obbligo l’adeguamento alle nuove norme di sicurezza. Dal 2006 il centro culturale rivive grazie al Comune di Acquarossa e all’Associazione Cinema Blenio. Nel corso dell’anno accademico 2015-2016 l’edificio è stato oggetto di studio da parte degli studenti del corso di Sistemi e processi della costruzione, afferente alla cattedra di Costruzione e tecnologia, diretta dal professore Franz Graf presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio. Dagli approfondimenti e dalle ricerche allora svolti è derivata la pubblicazione di un quaderno che raccoglie numerosi contributi e le restituzioni grafiche degli studenti. La pubblicazione, con una piccola mostra dell’attività didattica svolta, è stata presentata nel marzo del 2018 presso lo stesso «cine teatro Blenio», riaffermando la vocazione polifunzionale della struttura, così come auspicato, fin dalla sua fondazione, dal committente e dal progettista (nota 4).

L’architetto Giampiero Mina Nel decennio compreso fra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento l’architettura ticinese postbellica, abbandonati i richiami alla tradizione architettonica, accettava le nuove correnti culturali e abbracciava forme e materiali nuovi, con una particolare attenzione per l’architettura organica (nota 5). Oltre ad architetti come Rino Tami, Augusto Jäggli, Alberto Camenzind, Peppo Brivio, Franco Ponti e Tita Carloni, tra i giovani si distingueva, tra gli altri, Giampiero Mina (Lungavilla 1923– San Vincenzo 2002), diplomatosi al Politecnico di Zurigo nel 1947, all’epoca in cui la cultura architettonica faceva esplicito riferimento ai maestri del Movimento moderno. Gli anni formativi, tra il 1947 e il 1948, presso lo studio di Alvar Aalto, a Helsinki, furono ricchi e intensi, come ricordava lo stesso Giampiero Mina: «Si lavorava allora al progetto di ricostruzione di Rovaniemi, al centro civico di Säynätsalo e a diversi concorsi nell’area scandinava. Lo studio

dei dettagli era fondamentale, ciò che affinava la conoscenza dei materiali, come lo dimostrano ancora le opere di Aalto realizzate in Finlandia e all’estero» (nota 6). Rientrato dalla Finlandia, dopo una brevissima esperienza presso alcuni studi ticinesi, Mina intraprese nel 1950 l’attività in proprio, intriso di una cultura dal sapore internazionale, chiaramente riconoscibile nelle sue opere, dove l’attenzione nell’uso dei materiali e la cura del dettaglio, disegnato a scala quasi reale, sono spinti al culmine della precisione. È il caso, in particolare, di un’opera giovanile come il cinema-teatro della valle di Blenio (nota 7), ma lo stesso rigore e accuratezza si ritrovano nelle innumerevoli realizzazioni dalla destinazione pubblica varia, come la Casa comunale di Giubiasco (1963), l’istituto minorile di Torricella (1975), la stazione ferroviaria di Ponte Tresa (1977), la Casa per anziani di Biasca (1978), l’ospedale Malcantonese (1982–1991). Tra le opere di edilizia scolastica, si possono ricordare le scuole elementari di Ponte Tresa (1953), di Sonvico (1960), di Novazzano (1968), della Gerra a Lugano (1968), di Genestrerio (1972), di Castione (1972), di Castel San Pietro (1984-1992); le scuole materne di Sonvico (1962), Bioggio (1965), Pregassona (1970); il liceo diocesano di Lucino (1992). Per la committenza privata, l’architetto realizzava la casa d’appartamenti a Massagno, del 1957, coeva del cinema-teatro, quella di Cortivallo (1964), il condominio di via Maraini a Lugano (1969), l’albergo Albarella con residenze di vacanza a San Bernardino (1972) e, infine, la casa d’appartamenti ad Agno (1989), oltre a numerose ville. Nel nuovo centro culturale della valle di Blenio, il giovane architetto non rinunciava a una rivisitazione colta del programma assegnato, con echi nordici e propri dell’architettura organica del tempo, che, in parte, riproponeva tardivamente anche in un edificio religioso, la chiesa di San Giuseppe a Castione-Arbedo (1967–1969). Il tema del sacro era affrontato da Giampiero Mina anche in altre realizzazioni, come il cimitero di Castelrotto (1956), quello di Arosio (1982), la cappella dell’Ospedale di Castelrotto (1986), la cappella vescovile di Lugano (1987), e nel restauro delle chiese di Sant’Abbondio a Mezzovico (1992–1997) e di San Siro a Canobbio (1996). L’esperienza e la sensibilità nell’ambito sacrale lo condussero inoltre alla presidenza della Commissione Diocesana di Arte Sacra (CDAS) per un decennio, dal 1988 al 1997 (nota 8). La scelta dei materiali – come il ricorso alla carpenteria lignea e alla pietra locale, lo gneiss penninico, nel cinema-teatro della valle di Blenio, dettato dalla condizione di operare in un contesto alpino – rispecchia ancora l’influenza di Alvar Aalto e sottolinea sia il rapporto con un linguaggio organico legato al microcosmo regionale ticinese, sia l’amore di Giampiero Mina per la natura e per la sua terra di nascita. Non è un caso che, dal 1960 al 1969, l’architetto abbia rivestito il ruolo di membro della Commissione Bellezze Naturali (CBN) e che, nel 1970, abbia conseguito, presso i politecnici di Milano e Zurigo, il diploma in urbanistica locale e regionale. La nozione di territorio si afferma solidamente Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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Il cinema-teatro della valle di Blenio appena costruito, con la neve, in una ripresa fotografica della fine degli anni Cinquanta; la strada passava ancora al livello dell’ingresso (Archivio dell’architetto Giampiero Mina, presso lo studio dell’architetto Michela Mina, Lugano)

34 Il cinema-teatro visto da valle, in una ripresa fotografica del 1958 (Archivio dell’architetto Giampiero Mina, presso lo studio dell’architetto Michela Mina, Lugano) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


nelle sue espressioni architettoniche, con quella dichiarata centralità di ruolo che sarà caratteristica dell’architettura ticinese negli anni a seguire (nota 9).

Il progetto del cinema-teatro della valle di Blenio

Il fronte principale del cinema-teatro, in una ripresa fotografica della fine degli anni Cinquanta (Archivio dell’architetto Giampiero Mina, presso lo studio dell’architetto Michela Mina, Lugano)

Il cinema-teatro visto da valle, in una ripresa fotografica del 2017 (foto Laura Ceriolo)

Il cinema-teatro, stretto tra la strada cantonale e il fiume Brenno, è fondato su un terreno scosceso e a esso si adatta e si rapporta, seguendo la pendenza del declivio, come in un anfiteatro greco. E, come in un anfiteatro, quando veniva superata l’effettiva capienza della sala, il pubblico poteva assistere agli spettacoli anche dall’esterno, seduto sulle scarpate leggermente gradonate del terreno, grazie a un sistema di serramenti a parete scorrevole, lasciati aperti per l’occasione. La pianta dell’edificio, inedita e innovativa, è frutto di un gioco geometrico ed è formata da due pentagoni irregolari che si intersecano. Quello minore ospita l’ingresso al cinema-teatro, ovvero la «sala d’attesa», al pianoterreno, e, nel piano superiore, la sala per riunioni e conferenze. Nel pentagono maggiore si situano invece gli spazi della platea e del palcoscenico. Nell’intersezione dei due poligoni si situa, al piano terreno, l’atrio, mentre la galleria e la cabina di proiezione si collocano al piano superiore. In elevazione – e in sezione trasversale – la figura geometrica esplicitamente evocata è invece quella del triangolo. L’edificio si caratterizza per un uso contingente e lungimirante di materiali da costruzione indigeni, la pietra e il legno. Muri a secco in pietra locale sostengono in quattro punti la copertura a scandole in fibrocemento grigio dell’edificio, le cui falde declinano fino agli appoggi. Altri setti murari, a valle, nel numero di sei, sostengono il palcoscenico e parte della copertura che protegge l’intera costruzione. Sotto il palcoscenico, tra i setti, sono ospitati i camerini e altri locali tecnici e di servizio. Gli interni sono prevalentemente in legno, ottimo isolante acustico e termico, così come le pareti della sala di spettacolo, in perlinatura parallela di conifera immaschiata, e il controsoffitto acustico ad alto rendimento. I serramenti scorrevoli – disegnati dettagliatamente dal progettista in scala 1:2 – sono assemblati tramite incastri. La copertura della sala di spettacolo è in travi lignee a traliccio, a corde parallele, rastremate ad arco, occultate dal controsoffitto. All’ingresso, la «sala d’attesa» poligonale, vetrata e completamente fruibile, è invece coperta da una capriata rovescia, da cui si diramano a ombrello travi prive di sostegni verticali (nota 10). Anche le poltroncine della platea e della balconata, come di consuetudine, erano in legno, con sedute ribaltabili. Come riferiva lo stesso architetto, il legname utilizzato per il rivestimento della sala e del soffitto e per i sistemi di travi a traliccio a sostegno del solaio proveniva da materiali di recupero del ponte provvisorio sul Brenno, eretto a servizio della costruenda diga del Luzzone. Il cinema-teatro, pur essendo un’attrezzatura ricreativa importante per i numerosi operai chiamati a costruire la Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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La sala della platea con le vetrate scorrevoli in una ripresa fotografica della fine degli anni Cinquanta (Archivio dell’architetto Giampiero Mina, presso lo studio dell’architetto Michela Mina, Lugano)

36 La platea dopo il restauro del 2006, con le nuove poltroncine rosse in materiale ignifugo e, ai lati della sala, i pannelli isolanti ciechi, a tamponamento delle vetrate scorrevoli originali, in una ripresa fotografica del 2017 (foto Laura Ceriolo) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


diga, non aveva potuto usufruire dei finanziamenti destinati dal costruttore alle opere complementari della diga stessa. Ma, nonostante le risorse limitate, al completamento dei lavori fu possibile acquistare un’apparecchiatura tecnologicamente avanzata, il modello di punta della ditta Cinemeccanica di Milano, il proiettore Victoria, che rimase in uso per una ventina di anni.

Il restauro del 2006 Nel 2005 si resero necessari adeguamenti alle norme di sicurezza. Il diritto di proprietà dello stabile fu ceduto per cinquanta anni, per una cifra simbolica, dalla Unione Apostolica Bleniese al Comune di Acquarossa, che procedette a reperire le risorse necessarie all’intervento, più di un milione di franchi. Il restauro fu condotto dallo studio Imperatori e Giamboni di Dongio, con la consulenza dell’architetto Michela Mina. Gli interventi di adeguamento alla normativa e le ristrutturazioni interne, quasi tutte reversibili e funzionali all’utilizzo della struttura, rispettarono il progetto originale di Giampiero Mina. La singolare impostazione planimetrica dell’edificio restò infatti integra. Alcuni interventi più rilevanti si resero però necessari, per motivi di sicurezza, come il tamponamento dei serramenti scorrevoli sui lati della sala tramite pannelli isolanti ciechi, il che mutò la percezione degli ambienti, non essendo più assicurata la trasparenza verso l’esterno. Soprattutto, non fu più possibile sfruttare le gradonate all’aperto, sul terreno scosceso, per godere degli spettacoli anche dall’esterno del cinema. Inoltre, si rese necessaria la modifica a norma di legge della pendenza della gradonata interna, con conseguente riduzione da 12 a 8 gradoni e da 212 a 170 poltrone. Anche la sostituzione, nella platea, delle sedute originali con poltroncine rosse in materiale ignifugo fu determinata da motivi di sicurezza. Si decise invece di conservare le sedute lignee ribaltabili della galleria. Per lo stesso motivo si realizzò la riduzione laterale del palcoscenico, in modo da permettere lo spostamento delle scalette di accesso allo stesso. L’adattamento e il miglioramento dell’acustica e del comfort ambientale si resero possibili isolando la sala di spettacolo dall’atrio, tramite un pannello, in sostituzione della tenda originale. La sala di spettacolo fu inoltre pavimentata con del feltro e furono installati un sistema di ventilazione interna e un’illuminazione tecnica appropriata. Poche furono le modifiche «arbitrarie»: furono tinteggiate di rosso le pareti della «sala di attesa», all’ingresso del cinema-teatro, e del disimpegno, così come la parete esterna a valle, di fronte al fiume, in sintonia con il legno di abete rosso degli interni. Inoltre, la «sala di attesa» fu attrezzata con pannelli espositivi, mentre in precedenza le locandine erano affisse direttamente sulle vetrate, e la sua pavimentazione fu rivestita in resina. Il 30 settembre 2006 il cinema-teatro riprese la sua attività, dopo che il Comune di Acquarossa ne aveva affidato

la gestione a una associazione di nuova costituzione, l’Associazione Cinema Blenio. Infine, nel 2011, l’attrezzatura tecnologica fu aggiornata con l’acquisto di un nuovo proiettore digitale. L’antico proiettore Victoria venne però saggiamente conservato ed è oggi esposto nella sala per le riunioni, al piano superiore.

Una realizzazione tardiva: l’insegna luminosa al neon Gli interventi condotti nel corso del restauro del 2006 comportarono, tra l’altro, la rimozione delle insegne non originali. Nel 1958 l’architetto Giampiero Mina aveva completato la progettazione del suo «cine teatro Blenio» con un ultimo dettaglio, disegnando un’insegna luminosa al neon che non venne però realizzata, per mancanza di risorse economiche. Per inciso, le insegne luminose al neon erano comparse per la prima volta a Parigi, la Ville Lumière, nel 1912, sopra la bottega di un barbiere di Montmartre, per poi diffondersi nelle strade e sugli edifici, così da cambiare completamente il volto delle città. Quelle insegne luminose pubblicizzavano esercizi commerciali e semplici prodotti, ma segnalavano anche luoghi di svago e di cultura, come le facciate dei cinematografi, nuovi tipi edilizi che si dovevano identificare, dalla strada, al primo sguardo (nota 11). L’insegna luminosa concepita dall’architetto Mina era in realtà molto discreta e consona al cinematografo di un tranquillo sito montano, nonostante il linguaggio dell’edificio fosse innovativo. Si trattava di un semplice filo luminoso che tracciava, in rosso e in verde, sullo sfondo di un muretto di pietre a vista e, sopra a questo, sul verde scuro dei pini del bosco, in caratteri diversi – corsivo e stampatello – le parole «cine teatro» e «Blenio». A 56 anni di distanza, nel 2014, quel disegno di dettaglio, in scala 1:20, perfettamente conservatosi nell’archivio professionale dell’architetto, ha trovato infine fedele realizzazione.

Conclusione Un intervento rispettoso, condotto secondo i dettami del restauro conservativo, ha restituito all’edificio il suo ruolo di attivo centro culturale – cinema, teatro, sede di mostre, conferenze ed eventi, luogo di riunioni e di socialità – perpetuandone l’iniziale vocazione di attrezzatura significativa non solo per una vallata alpina, ma per un’intera regione. Questo manufatto, inserito nell’elenco dei beni culturali di interesse cantonale da salvaguardare (nota 12), mantiene ancora la funzione per cui era stato costruito e vive non solo in quanto monumento degno di conservazione, ma anche come edificio fruibile e accogliente. Sia quest’opera ticinese, innovativa e di qualità, testimone del fatto che una buona architettura, ben concepita, in stretta relazione con il territorio e sostenibile – dato l’utilizzo di materiali locali e, in anticipo sui tempi, il riuso di legname di recupero – sopravvive alle mode e al logorio del tempo. Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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Il palcoscenico e lo schermo visti dalla galleria, in una ripresa fotografica del 2017 (foto Laura Ceriolo)

La galleria, con le sedie originali in legno, dalle sedute ribaltabili, in una ripresa fotografica del 2017 (foto Laura Ceriolo)

La sala per le riunioni al piano superiore, con il proiettore Victoria, modello di punta della Cinemeccanica di Milano, acquistato alla fine degli anni Cinquanta, in una ripresa fotografica del 2017 (foto Laura Ceriolo)

L’esterno del cinema teatro in una ripresa fotografica del 2017: l’edificio è preceduto da un piazzale, mentre il tracciato della strada cantonale è stato traslato a monte (foto Laura Ceriolo)

La «sala d’attesa», all’ingresso del cinema, con la capriata lignea rovescia da cui si diramano a ombrello le travi, in una ripresa fotografica del 2017 (foto Laura Ceriolo)

Giampiero Mina, Disegno dell’insegna luminosa al neon del cinema-teatro a Corzoneso, 1958 (Archivio dell’architetto Giampiero Mina, presso lo studio dell’architetto Michela Mina, Lugano)

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Note

La testimonianza

Ringrazio vivamente l’architetto Michela Mina, che ha messo a disposizione l’archivio paterno e ha pazientemente fornito utili materiali e interessanti informazioni, sia generali, sia relative alla lettura del progetto originale e del restauro cui partecipò nel 2006. Ringrazio inoltre il Presidente dell’Associazione Cinema Blenio, signor Fernando Ferrari, per la collaborazione e la gentilezza nell’allestire la documentazione storica necessaria al presente articolo. 1. È qui trascritta integralmente la didascalia descrittiva delle immagini del «cine teatro Blenio» siglata dallo stesso Giampiero Mina, in un’intervista rilasciata nel 2001: Mirko Galli, Giampiero Mina, in «Archi», n. 2 (aprile 2001), pp. 40–43 (43). 2. Sull’importanza culturale del complesso, cfr. Vanessa Giannò Talamona, Luigi Lorenzetti, Il cinema in valle. Intrattenimento, vita culturale e innovazione architettonica, in Architetto Giampiero Mina, Cinema-Teatro Blenio, 1956–1958, Corzoneso-Acquarossa, Cantone Ticino, Svizzera, a cura di Franz Graf e Britta BuzziHuppert (Quaderno 06, Corso di costruzione e tecnologia, Sistemi e processi della costruzione, Accademia di architettura, Università della Svizzera italiana, anno accademico 2015–2016), Mendrisio, Mendrisio Academy Press, 2017, pp. 6– 8. 3. Si veda anche la pagina dedicata alla storia del centro culturale nel sito internet dell’Associazione Cinema Blenio: https://cinemablenio.vallediblenio.ch/storia.php. 4. L’evento, dal titolo «Cinema-teatro Blenio, 1956–1958, Giampiero Mina. Dal progetto alla salvaguardia», si è svolto il 28 marzo 2018, coinvolgendo architetti, storici, docenti e studenti. 5. Paolo Fumagalli, L’architettura degli anni ‘50 nel Ticino: gli anni di «fondazione», in «I nostri monumenti storici. Gli anni ’50. Bollettino per i membri della Società di Storia dell’Arte in Svizzera», anno 43, numero 2 (1992), pp. 414–425 (423). 6. Mirko Galli, Giampiero Mina cit., p. 40. 7. Il cinema-teatro di Corzoneso-Acquarossa è citato e inquadrato storicamente nella prima catalogazione sistematica dell’architettura moderna ticinese: 50 Anni di Architettura in Ticino 1930–1980, a cura di Peter Disch, Quaderno della «Rivista tecnica della Svizzera italiana», Lugano, Grassico, 1983, p. 36. 8. Per i dati relativi alla biografia professionale e alle opere di Giampiero Mina si è fatto riferimento anche al curriculum dattiloscritto datato «Lugano, settembre 2002» (Archivio dell’architetto Giampiero Mina, presso lo studio dell’architetto Michela Mina, Lugano). 9. Luca Ortelli, Architettura nel Canton Ticino. DaTendenzen alla condizione contemporanea, in «Archi», n. 6 (2018), pp. 25–29. 10. Laura Ceriolo, Forma, sezione, struttura nel cinema-teatro Blenio di Giampiero Mina, in Architetto Giampiero Mina, Cinema-Teatro Blenio, 1956–1958, Corzoneso-Acquarossa, Cantone Ticino, Svizzera, a cura di Franz Graf e Britta Buzzi-Huppert, cit., pp. 50–51. 11. Per una storia dei cinematografi ticinesi (con l’approfondimento di tre casi di studio, il Cinematografo Teatro Varietà di Mendrisio, il Cinema Teatro di Chiasso e il cinema Corso di Lugano), cfr. Simona Martinoli, Cinematografi Ticinesi: appunti per una riscoperta architettonica, in «Arte + architettura in Svizzera», anno 47, numero 3 (1996), pp. 280–289. 12. Secondo le disposizioni della Legge sulla protezione dei beni culturali del 1997. Per un approfondimento circa la conservazione e la salvaguardia degli immobili del XX secolo in Ticino, cfr. Riccardo Bergossi, Breve storia del Moderno in Ticino, in La tutela del moderno nel Cantone Ticino, Bellinzona, Repubblica del Cantone Ticino, Dipartimento del territorio, Ufficio dei beni culturali, 2012, pp. 6–11 (10); si veda anche, nella stessa pubblicazione, la scheda di catalogo dedicata al cinema-teatro di Acquarossa-Corzoneso (p. 35), e quella dedicata alla chiesa di San Giuseppe a CastioneArbedo (p. 32).

Giampiero Mina in un ritratto fotografico degli anni Cinquanta (Archivio dell’architetto Giampiero Mina, presso lo studio dell’architetto Michela Mina, Lugano)

Michela Mina, architetto e docente, rievocando il motto aaltiano «Io non scrivo, io costruisco», ricorda il padre come un uomo modesto e schivo, che non amava mettersi in mostra o pubblicare, autocelebrandosi. Giampiero Mina preferiva di gran lunga creare e non necessariamente divulgare, malgrado i vari ruoli pubblici rivestiti nella sua cinquantennale esperienza. Nel corso di una breve conversazione con Laura Ceriolo, Michela Mina tratteggia la figura paterna, con cui ha condiviso anche la vita professionale. Ho collaborato con papà per 12 anni, dal mio diploma fino al 2000. Abbiamo lavorato insieme soprattutto su opere pubbliche, scuole, case per anziani, restauri di chiese … Avevamo spesso punti di vista diversi, dovuti al gap generazionale, ma discutevamo molto e ci ascoltavamo. Venivamo dalla stessa scuola di formazione, il Politecnico di Zurigo, ed entrambi avevamo fatto un’esperienza giovanile nello studio di architettura di Alvar Aalto a Helsinki: mio padre fu il terzo architetto della cosiddetta «Guardia svizzera» aaltiana, io l’ultima, quasi quarant’anni dopo. Mi piaceva la sua estrema fascinazione per la geometria. Era rigoroso e amava giocare con essa, in particolare con forme evocative quali i triangoli e gli esagoni, forme caratteristiche dell’architettura organica – arrivata in Ticino grazie alla divulgazione dei testi su Wright e su Aalto e grazie alle numerose mostre e conferenze di quegli anni – che ha esercitato la sua influenza su una intera generazione di architetti, fino alle nostre latitudini. In generale, dopo una prima fase più apertamente organica, derivata anche dalle esperienze fatte in Scandinavia, mio padre si è apparentemente discostato dall’organicismo più dichiarato, per rincorrere nuove sfide e nuovi linguaggi espressivi. In realtà lo ha manifestato in forme più sottili e indirette, sposando sempre un’architettura che non sovrastasse il paesaggio, ma vi si inserisse. Questo suo atteggiamento era dovuto anche al grande amore che nutriva per il verde: ricordo che in origine avrebbe voluto esercitare una professione che gli permettesse il contatto quotidiano con la natura. In ogni caso nei suoi cinquanta anni e più di carriera ha operato sul territorio con convinzione, costanza e devozione per la sua professione, sia in qualità di architetto che di urbanista. È così che ha reso omaggio alla sua terra.

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Temi STAN

Relazione dell’Ufficio presidenziale della STAN Assemblea annuale 2018 tenutasi domenica 14 ottobre nell’Hotel International au Lac di Lugano Antonio Pisoni Gentili signore, egregi signori, care amiche e cari amici, l’atteggiamento che la Svizzera e il Ticino assumono nei confronti del loro patrimonio culturale e naturale è contraddittorio: da una parte, le Autorità politiche cantonali e federali nonché decine di associazioni culturali hanno celebrato nel corso di quest’anno l’Anno europeo del patrimonio culturale, con il patrocinio del Consigliere federale Alain Berset, responsabile del Dipartimento dell’interno; dall’altra, come avevamo già accennato durante l’Assemblea dell’anno scorso, il nuovo indirizzo politico del Parlamento federale svizzero ha fatto emergere un ripensamento generale nei confronti della conservazione del patrimonio naturale e culturale, poiché diversi atti parlamentari presentati negli ultimi anni vogliono rimettere in discussione e minare l’apparato legislativo, in particolare la Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio del 1966 e gli strumenti tecnici quali gli Inventari federali sul paesaggio e sugli insediamenti da proteggere, concepiti e realizzati a partire dagli anni Sessanta del Novecento.

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Si constata questa contraddizione anche tra la pubblicazione di documenti importanti ai fini della conservazione del patrimonio storico-culturale, quali la Dichiarazione di Davos, o Rapporti del Consiglio federale come Préserver la physionomie des localités suisses, che dimostrano un’accresciuta attenzione al tema, da una parte, e, dall’altra parte, la realtà che viviamo quotidianamente, con un utilizzo del territorio irrispettoso dei dettati costituzionali che mirano all’uso parsimonioso del suolo e all’inserimento armonioso di nuovi edifici nel paesaggio. Come denunciamo da sempre gran parte dei problemi urbanistici è riconducibile ai Piani regolatori comunali che non sono stati concepiti per tutelare il patrimonio ma per permettere una costante crescita dell’urbanizzazione. Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

L’iniziativa cantonale «Un futuro per il nostro passato: per un’efficace protezione del patrimonio culturale del territorio ticinese», promossa dalla nostra associazione nel 2014, che ha raccolto il sostegno di quasi quindicimila cittadini, dovrebbe dare un contributo al miglioramento della situazione. Durante l’Assemblea dell’anno scorso avevamo sollecitato il licenziamento del messaggio del Consiglio di Stato sulla revisione della Legge sulla protezione dei beni culturali, fatto avvenuto nel giugno di quest’anno. La proposta di revisione della Legge sulla protezione dei beni culturali è stata demandata alla Commissione della legislazione del Gran Consiglio: vedremo come evolveranno le discussioni e se il compromesso che abbiamo accettato, visto che il Consiglio di Stato ha accolto solo in parte le richieste contenute nell’iniziativa, reggerà o se le lobby in Parlamento lo stravolgeranno: in questo secondo caso saremo costretti a portare l’iniziativa in votazione popolare. Il vicepresidente Benedetto Antonini, che, ricordo, è stato l’estensore del testo dell’iniziativa popolare, ci illustrerà fra poco il contenuto della proposta di revisione della Legge sulla protezione dei beni culturali fatta dal Governo. Mi soffermo ora su tre aspetti puntuali e importanti per la nostra associazione che caratterizzano il 2018. Quest’anno la Società ticinese per l’arte e la natura festeggia i 110 anni di esistenza, essendo stata fondata il 28 giugno 1908, con il nome di «Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche» (STCBNA) da un gruppo di persone colte e preveggenti, tra cui il dottor ingegnere forestale Arnoldo Bettelini, il professor Francesco Chiesa, il pittore Edoardo Berta, lo scultore Luigi Vassalli, l’architetto Americo Marazzi, l’architetto Paolo Zanini, il professor dottor Silvio Calloni, monsignor Giuseppe Antognini, lo scultore Giuseppe Chiattone, l’ispettore forestale Mansueto Pometta, il pittore Antonio Barzaghi Cattaneo. A queste persone, ai presidenti della nostra associazione Arnoldo Bettelini, Francesco Chiesa, Franco Ender senior, Fernando Pedrini, Roberto Simona, Andrea Ghiringhelli


e Franco Celio, nonché ai membri del Consiglio direttivo, ai segretari e ai redattori responsabili della rivista «Il nostro Paese», che hanno profuso energie e dedicato tempo per la salvaguardia del patrimonio naturalistico e culturale ticinese, va la nostra riconoscenza e stima. Quest’anno, come ho detto in entrata, si è celebrato anche l’Anno europeo del patrimonio culturale. La STAN ha organizzato quattordici visite guidate, ripartite su tutto il territorio cantonale e la conferenza del professor Tomaso Montanari tenutasi il 24 settembre al Teatro sociale di Bellinzona, per rispondere alla domanda al centro del programma nazionale di Schweitzer Heimatschutz: «Salvaguardia del patrimonio: perché e per chi?». Circa 650 persone hanno partecipato alle nostre proposte: siamo quindi molto soddisfatti della risposta giunta dai nostri soci e da persone che si sono accostate per la prima volta alla nostra associazione. Ci auguriamo che questo Anno del Patrimonio culturale lasci in eredità una reale azione di protezione del patrimonio storico-artistico fondata su un’approfondita conoscenza, sui principi internazionali elaborati e adottati da svariati decenni in questo campo e sugli obiettivi di salvaguardia dell’ISOS, l’Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere d’importanza nazionale. Infine mi soffermo su due casi che stanno particolarmente a cuore alla nostra associazione, il Passo del San Gottardo, con il progetto distruttivo del Parco eolico, e il progetto di passerella sul Verbano, tra Ascona e le isole di Brissago. Ci siamo battuti contro il progetto di Parco eolico poiché la costruzione delle strutture gigantesche previste, le cinque torri di quasi 150 metri d’altezza ciascuna, e delle vie di accesso distruggeranno non solo le rocce levigate dall’azione millenaria dei ghiacciai ma anche il paesaggio austero e allo stesso tempo delicato del Passo del San Gottardo, il luogo simbolo della Svizzera federale, carico di valori immateriali e ambientali. Non riteniamo sia pertinente l’invocazione della teoria della stratificazione storica da parte di autorità politiche e giudiziarie per giustificare un simile intervento. Come ha ricordato il vicepresidente Antonini nel dossier speciale sul San Gottardo che «Il nostro Paese» ha dedicato nel numero di dicembre del 2016, la STAN ha sempre dichiarato di essere a favore dello sviluppo delle fonti di energia rinnovabile, ma non a tutti i costi e in qualsiasi luogo. Troviamo anche inaccettabile voler piegare tutto, natura e paesaggio, in ogni luogo del nostro territorio, alla logica della redditività e dello sfruttamento.

sette piattaforme intermedie ogni 500 metri, che saranno suddivise in due piattaforme principali di dimensioni maggiori, che accolgono un ristorante, un bar i e servizi igienici, e tre piattaforme secondarie di dimensioni minori, che accolgono un ristoro e i servizi igienici. La passerella dista 100 metri da Ascona e 50 metri dalle isole di Brissago: l’accesso alla passerella sarà garantito da due pontili. Sul fondale saranno posati circa sessanta punti di ancoraggio con blocchi di calcestruzzo di 5 tonnellate, ancorati al pontile con funi Dyneema. L’afflusso di persone sulla passerella è previsto nella misura massima di 20 000 presenze giornaliere. L’accesso alle isole di Brissago sarà riservato a mille persone al giorno al massimo. Dopo cinque anni la passerella sarà smantellata. Troviamo che vi siano tre tipi di criticità: 1) aspetti pianificatori e legali discutibili; 2) incompatibilità con la Convenzione europea del paesaggio, le leggi sulla protezione della natura e del paesaggio in vigore in Svizzera, nonché con convenzioni e carte internazionali riferite al patrimonio storico e naturalistico; 3) impatto ambientale (20 000 presenze giornaliere sulla passerella e relativa incidenza sulla mobilità privata, pubblica e lenta di tutta la regione). Troviamo che alla base del progetto in questione vi siano idee e mentalità pericolose per la conservazione del nostro paesaggio, definito bene comune dalla legge cantonale sullo sviluppo territoriale. In particolare, gli obiettivi principali accampati a giustificazione del progetto sono dettati da una visione mercificatrice del territorio ticinese e sono orientati da una mentalità di marketing turistico che pretende di «valorizzare» le peculiarità del paesaggio e dell’ambiente ticinesi mentre, in realtà, lo standardizza ispirandosi al progetto «artistico» di Christo sul lago di Iseo. L’asserita crisi nella quale si trovano le isole di Brissago è causata da un’incapacità di Cantone e Comuni della regione di rilanciare questo patrimonio botanico e paesaggistico con un serio e responsabile progetto di valore culturale e scientifico. La conoscenza delle isole di Brissago e del parco botanico, del lago e del territorio ticinese non può nascere o essere veicolata attraverso iniziative di marketing e mercificazione come quella in oggetto, bensì solo da una promozione seria e scientifica del valore naturalistico e paesaggistico del territorio. Concludo, porgendo un grazie a tutti i presenti e a tutti i nostri soci, con un pensiero di particolare gratitudine a tutta l’équipe della STAN per l’impegno profuso

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Proprio questo tema mi porta al progetto «WOW Walk on Water», che dovrebbe unire le isole di Brissago ad Ascona tramite una struttura galleggiante, una passerella larga 14 metri, lunga 3,2 chilometri e costituita da 220 000 cubi di polietilene ad alta densità (Hdpe), con Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


Temi STAN – Paesaggio

Paesaggio: è tempo di cambiare prassi Benedetto Antonini Nel precedente articolo sulla gestione del paesaggio avevo espresso l’auspicio che si aprisse un dibattito pubblico in merito al contenuto e all’applicazione degli articoli della Legge sullo sviluppo territoriale (LST) relativi al paesaggio. Il dibattito, purtroppo, non ha avuto luogo, anzi non è nemmeno iniziato e si è limitato a giuste rettifiche formali (nota 1). Ciò nonostante, spero ancora che nasca il necessario scambio di idee con urbanisti, architetti e giuristi qualificati, i quali possano portare visioni e sensibilità diverse, affinché si possa tempestivamente intervenire per evitare che la qualità del paesaggio sia erosa inesorabilmente.

La recente sentenza del Tribunale federale

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Eppure, c’è una bella novità, costituita dalla decisione del Tribunale federale del 3 ottobre scorso, che ha confermato la decisione del Tribunale cantonale amministrativo, il quale aveva accolto i successivi ricorsi della STAN contro la realizzazione di un progetto ingombrante e aggressivo in prossimità di una villa Liberty in procinto d’essere protetta, il villino Lüthi, nel mezzo di un quartiere come quello di Montarina, a Lugano, tipico esempio di «città giardino» d’inizio Novecento (nota 2). Riprendendo e facendo proprie le argomentazioni del Tribunale cantonale amministrativo, l’Alta Corte federale, ha altresì sostanzialmente accolto, in fatto e in diritto, anche le tesi da noi sostenute nel ricorso ed esposte precedentemente nell’articolo de «Il nostro Paese» sopra citato. Abbiamo sostenuto, infatti, che, per una tutela giudiziosa del paesaggio, l’applicazione del principio dell’inserimento «ordinato e armonioso» di ogni intervento fisico sul territorio, dev’essere decisa sulla base di documenti scientificamente validi e di un esame approfondito della situazione preesistente. Nella sentenza menzionata sopra, il Tribunale federale ha rilevato in buona sostanza che, qualora si tratti di un oggetto inserito nell’Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere d’importanza nazionale (ISOS), occorre procedere a un’accurata ponderazione degli opposti interessi, considerando l’ISOS quale valido sostegno scientifico. Questo in opposizione con chi sostiene che l’articolo 104 della LST, esprimendo principi indeterminati, premetteIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

rebbe ogni possibile interpretazione applicativa. L’indeterminatezza dell’articolo non legittima nessun comportamento banale e arbitrario, bensì obbliga tutti – chi è investito della responsabilità di proporre una modifica del paesaggio e chi è chiamato a giudicarne l’ammissibilità – a uno sforzo supplementare d’indagine, di studio e di giustificazione. Dobbiamo ribadire che le Linee guida cantonali per l’esame delle domande di costruzione meritano di essere regolarmente consultate e suggeriamo che uffici tecnici e uffici dell’Amministrazione cantonale elaborino insieme una «check-list» fondata sulle medesime linee guida, rendendone obbligatoria la presentazione nell’ambito della domanda di costruzione. Vediamo, dunque, di percorrere i fondamentali argomenti espressi nella sentenza del Tribunale federale, riportandone i relativi stralci (nota 3).

In merito al potere cognitivo del Tribunale cantonale amministrativo, rispetto alle competenze del Comune (p. 5) … 3.2 Giusta l’art. 104 LST, le attività d’incidenza territoriale vanno armonizzate con gli obiettivi di tutela e valorizzazione del paesaggio (cpv. 1). Le costruzioni devono inserirsi nel paesaggio in maniera ordinata e armoniosa (cpv. 2). L’art. 100 RLst precisa che una costruzione è inserita nel paesaggio in maniera ordinata e armoniosa quando si integra nello spazio circostante, ponendosi in una relazione di qualità con le preesistenze e le caratteristiche dei luoghi. Si tratta al riguardo di un principio operativo che costituisce di fatto una clausola estetica positiva. Esso esige che l’intervento progettato non soltanto eviti l’alterazione del contesto in cui è previsto, ma concorra pure a promuovere e a valorizzare la qualità d’insieme del paesaggio o dell’insediamento (Lorenzo Anastasi / Davide Socchi, La protezione del patrimonio costruito, con particolare riferimento all’inventario ISOS, in: RtiD 1-2013, pag. 357). … (p. 6) … Il Tribunale federale esamina liberamente il giudizio impugnato nella misura in cui verte sull’applicazione del diritto federale e del diritto costituzionale cantonale. Vaglia quindi liberamente se l’istanza cantonale di ricorso ha rispettato il margine di apprezzamento che rientra nel campo di applicazione dell’autonomia comunale (art. 50


Il villino Lüthi, progettato nel secondo decennio del XX secolo dall’architetto Americo Marazzi, circondato dai giardini del quartiere di Montarina, a Lugano (foto Benedetto Antonini)

Un’altra immagine del villino Lüthi nella «città-giardino» di Montarina, a Lugano (foto Benedetto Antonini).

Per la riattazione del piccolo rustico sulla piazzetta di Muzzano era previsto il colore «giallo». Ma quale? Questa facciata co-definisce uno spazio libero assai armonioso, il colore deve adeguarvisi!

cpv. 1 Cast., art. 16 cpv. 2 Cost./TI; DTF 143 Il 553 consid. 6.3.1; 141 I 36 consid. 5.4; 136 I 395 consid. 2). … (pp. 6–7) … la sentenza citata riguarda un caso di applicazione del principio pianificatorio di cui all’art. 3 cpv. 2 lett. b LPT. Lo stesso esige dalle autorità incaricate di compiti pianificatori che sia tenuto conto della necessità di rispettare il paesaggio, in particolare di integrarvi gli insediamenti, gli edifici e gli impianti. La portata di questa disposizione dipende innanzitutto dal grado di protezione che il paesaggio in questione richiede (cfr. sentenza 1C_82/2008, citata, consid. 6.3). L’osservanza di questo principio nell’ambito della procedura edilizia è attuata mediante il rispetto delle clausole relative all’estetica. … (pp. 9–10) … I giudici cantonali hanno rilevato che all’interno di questo comparto l’edificazione è rimasta sostanzialmente quella del primo ‘900, distinguendosi quindi da altre parti del quartiere di Montarina, situate ad est e a sud dei due assi di via Francesco Borromini formanti un angolo retto, ove sorgono edifici più recenti, che per dimensioni e tipo di architettura contrastano con quelli storici. La Corte cantonale ha ritenuto che queste notevoli qualità estetiche, attestate anche dall’inserimento del comparto nell’ISOS, impongono una tutela accresciuta dal profilo dell’inserimento paesaggistico. Ha considerato che il nuovo edificio è suscettibile di alterare in modo rilevante le peculiarità dell’isolato. La sua configurazione quale volume unico lungo circa 28 m esteso in orizzontale, si scosta da quella delle ville e palazzine originarie, tra di loro spaziate ed articolate prevalentemente sulla verticale. Inoltre, le sue dimensioni contrastano con il rapporto esistente tra spazio costruito e aree libere. La precedente istanza ha precisato che la nuova costruzione occupa una porzione rilevante della superficie verde attorno al villino storico, contrastando con l’edificazione intervallata da giardini, tipica del comparto, producendo un effetto di saturazione del tessuto edilizio. Ha poi rilevato che i materiali di costruzione dello stabile progettato (muratura e cemento armato), la sua pianta irregolare, gli angoli smussati delle facciate, il tetto piano, l’ampiezza delle terrazze, la forma e la configurazione asimmetrica delle aperture e delle sporgenze, costituiscono soluzioni non adattate al contesto e prive di relazione con la sostanza edilizia dell’isolato, tipica del ‘900. Sulla base di una valutazione globale, la Corte cantonale ha quindi concluso che, quand’anche dovesse ossequiare i parametri edilizi della zona, la nuova costruzione, per la sua tipologia costruttiva estranea all’ambiente, non rispetta il principio dell’inserimento ordinato ed armonioso nel paesaggio giusta l’art. 104 cpv. 2 LST e non può pertanto essere autorizzata. … (pp. 10–11) … L’immobile in esame presenta per contro ingombri superiori e sostanzialmente diversi, contrastando per la sua volumetria, la sua forma architettonica e per la sua tipologia costruttiva con gli edifici preesistenti e con il contesto circostante della «città giardino» di Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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inizio ’900, che ancora caratterizza il quartiere. Esso non adempie pertanto l’esigenza di integrazione nello spazio circostante, visto che non si pone in una relazione di qualità con le preesistenze e le caratteristiche dei luoghi (cfr. art. 100 RLst). In simili condizioni, lo sfruttamento delle possibilità edificatorie vigenti per la zona di utilizzazione non appare ragionevole, giacché la realizzazione del progetto potrebbe mettere in pericolo un tessuto edilizio omogeneo dalle notevoli peculiarità estetiche (cfr. DTF 101 la 213 consid. 6c; 115 la 114 consid. 3d; sentenza 1C_258/2017 del 28 agosto 2017 consid. 6.2). Alla luce di tutto quanto esposto, la Corte cantonale non ha quindi sostituito il proprio potere di apprezzamento a quello dell’autorità comunale, né ha semplicemente rivisto l’adeguatezza della decisione municipale, ma ha rettamente applicato il principio dell’inserimento ordinato ed armonioso nel paesaggio secondo gli art. 104 cpv. 2 LST e 100 RLst. Non ha quindi violato l’autonomia comunale. …

Sull’uso corretto dell’ISOS

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(pp. 11–12) … 6.2 L’ISOS è applicabile in modo diretto unicamente nell’adempimento di compiti della Confederazione (cfr. art. 2, 3 e 6 cpv. 2 LPN [RS 451]). Nell’esecuzione di compiti cantonali e comunali, come in concreto, la protezione degli insediamenti è garantita dal diritto cantonale e comunale, l’art. 78 cpv. 1 Cost. prevedendo che la protezione della natura e del paesaggio compete ai Cantoni. Gli inventari federali come l’ISOS sono tuttavia di rilievo anche nell’adempimento di compiti cantonali e comunali. L’obbligo di rispettarli si ripercuote infatti da un lato sull’applicazione della pianificazione territoriale, che ne attua gli obiettivi di protezione, e dall’altro sull’eventuale necessità nel singolo caso di eseguire una ponderazione degli interessi sotto il profilo della protezione del paesaggio (DTF 135 Il 209 consid. 2.1; sentenza 1C_280/2017 del 12 ottobre 2017 consid. 6.2.2). … (p. 12) … 6.4 La Corte cantonale non ha dato un peso decisivo all’ISOS, ma ha ritenuto ch’esso confortava la conclusione suesposta relativa al mancato inserimento ordinato ed armonioso del progetto nel paesaggio. Richiamando la citata giurisprudenza, la Corte cantonale ha infatti considerato che l’ISOS poteva essere preso in considerazione quale valido sostegno scientifico per valutare le qualità spaziali e storico architettoniche su un aspetto della domanda di costruzione che implicava l’esercizio di un potere di apprezzamento. Contrariamente alla tesi ricorsuale, la Corte cantonale non ha quindi confermato il diniego della licenza edilizia direttamente sulla base del fatto che il comparto era inserito nell’ISOS, ma ha tenuto conto del contenuto dell’inventario ai fini della determinazione delle qualità dell’insediamento nel contesto della valutazione dell’inserimento nel paesaggio ai sensi degli art. 104 LST e 100 RLst. … Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

Gli insegnamenti Dagli ampi stralci della sentenza scaturiscono alcuni principi fondamentali per un’applicazione positiva ed efficace degli articoli della Legge sullo sviluppo territoriale (LST) e del relativo Regolamento (RLst) riguardanti la tutela e la valorizzazione del paesaggio. 1. Chi fosse chiamato a intervenire su una parte, anche piccola, di territorio per trasformarlo, deve esaminare attentamente la situazione di fatto su scala regionale, locale e puntuale, come si desume anche dalle Linee guida cantonali per l’esame delle domande di costruzione pubblicate dal Dipartimento del territorio. Questo esame non può essere limitato alla visita dei luoghi, in situ o mediante dispositivi elettronici, oggi fortunatamente di facile accesso per chiunque, ma deve spingersi a valutare oltre ai documenti di Piano regolatore anche le schede di Piano direttore e l’applicabilità di eventuali inventari federali come l’ISOS, per l’appunto, l’Inventario dei Paesaggi protetti (IFP) e l’Inventario delle vie storiche (IVS). E con questi non ho citato che i principali. 2. È nuovo e rilevante il fatto che il Tribunale federale invochi l’articolo 3 della Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT), per desumerne la competenza sovracomunale a giudicare se un progetto sia conforme al dettato federale quo al rispetto dei valori del paesaggio (articolo 3, Principî pianificatori, capoverso 2: «Il paesaggio deve essere rispettato. In particolare occorre: … b. integrare nel paesaggio gli insediamenti, gli edifici e gli impianti»). 3. Anche in assenza di una sua ripresa nel Piano regolatore, l’ISOS, dove presente, si applica, in via indiretta, a tutti i livelli delle attività d’incidenza territoriale, quale sostegno scientificamente fondato per la valutazione della qualità dei luoghi che si vorrebbero trasformare e per giudicare se l’intervento previsto costituisca un inserimento qualitativamente valido, sostenibile e positivo per il contesto. I primi a doverne fare uso sono, pertanto, i progettisti, seguiti dagli uffici tecnici comunali. 4. In presenza di contesti urbanistici delicati e di valori storici, simbolici e di memoria rilevanti, i parametri edili ammessi dalle norme di Piano regolatore, oggi dette Regolamento edilizio, non costituiscono un diritto acquisito. Con altre parole, l’applicazione corretta del principio dell’inserimento «ordinato e armonioso» nel paesaggio prevale sull’attuabilità delle potenzialità di edificazione. Pertanto, lo sfruttamento totale dei parametri ammessi che dovesse comportare un inserto edile dannoso per l’armonia del contesto urbanistico preesistente, non è consentito e dev’essere moderato o, in casi estremi, inibito. Questo caso estremo può presentarsi, ad esempio, nel caso di Piani regolatori vecchi di oltre vent’anni e mai


adeguati al diritto superiore, che nel frattempo si è notevolmente evoluto. 5. La sentenza qui richiamata sembra avallare una nostra tesi, secondo la quale erra chi nega al testo legislativo (art. 104 LST) una portata tanto positiva da esigere che ogni intervento nel territorio debba costituire un miglioramento qualitativo di quest’ultimo e quindi un suo abbellimento. A suffragio della nostra tesi sta, in primis, la lettera del messaggio del Consiglio di Stato, redatto, come d’uso, dagli autori medesimi della legge. Ossia dalle persone che meglio di qualunque commentatore sanno che cosa volessero esprimere e ottenere nel redigere ogni articolo della legge. Qualcuno pretende che il rapporto commissionale del Gran Consiglio indichi per l’appunto un’attenuazione della portata degli articoli di cui sopra. Se così fosse avrebbero dovuto modificare il testo. In secondo luogo, si deve ammettere che chiunque operi sul territorio debba avere come principio deontologico quello di non sciuparlo e adoperarsi al meglio delle sue conoscenze per valorizzarlo. Con questo non sto certo facendo l’apologia del narcisismo architettonico, quello cioè che spinge certi e non pochi progettisti a tentare di imprimere al comparto in cui sono chiamati a operare la propria impronta per la Storia e fare del proprio progetto un totem pubblicitario. È ben vero che in questi casi non è mai lecito parlare di integrazione o di inserimento ordinato e armonioso. È opportuno in questa sede ricordare che, secondo la giurisprudenza del Tribunale cantonale amministrativo, per giudicare del buon inserimento e dell’armonia di un nuovo oggetto nel suo contesto paesaggistico, cinque sono gli aspetti da valutare attentamente: l’ubicazione nel terreno, la volumetria, la forma della volumetria, i materiali che la definiscono e i colori impiegati. L’ubicazione del nuovo oggetto è certamente la prima preoccupazione. Il progettista deve infatti chiedersi quali siano le linee di composizione del comparto insediativo e come il nuovo volume debba essere situato per costituire un arricchimento per l’insieme. Una volta scelta la buona ubicazione, deve domandarsi se lo sfruttamento dei parametri normativi sia giustificabile, non tanto dal punto di vista del committente, bensì da quello dell’interesse generale, così come espresso dal citato articolo 3 della LPT e dagli articoli 100 e seguenti della LST. L’architetto non è solo un mandatario, ma anche un consulente del proprio committente. Quanto alla forma, il progettista deve chiedersi se il proprio progetto si intoni con il contesto continuandone l’armonia, oppure se esso provochi l’insorgere di una stonatura. Quanto ai materiali, è importante che siano utilizzati in consonanza con le loro proprietà fisiche. Ad esempio, non ha senso usare i mattoni come fossero piastrelle, applicandoli alle facciate senza alcuna funzione statica, o impiegare un’arenaria come fosse un

mattone, fresando la roccia millenaria in piccoli volumi, per poi ricomporla con un legante. E veniamo ai colori: essi sono un fattore determinante del buon inserimento nel contesto paesaggistico. Un colore inopportuno, sgargiante o troppo appariscente può danneggiare gravemente l’armonia di un quartiere intero e la prospettiva di un paesaggio.

Le «condizioni di licenza» come foglie di fico La maggior parte dei formulari delle domande di costruzione rimandano l’indicazione dei colori che si intendono applicare a una decisione successiva. È un’abitudine invalsa e purtroppo accettata regolarmente dagli uffici comunali e cantonali preposti al giudizio delle domande di costruzione. Questo modo di agire è gravemente lesivo dei diritti dei vicini e di chi altro ha facoltà di esprimersi in merito al progetto. Più volte il Tribunale cantonale amministrativo e, ultimamente, anche il Consiglio di Stato, hanno censurato questo modo d’agire, ma si continua ad assistere a decisioni incomplete e fuorvianti. A nulla servono le cosiddette «condizioni di licenza» elencate a mo’ di foglia di fico nei testi d’approvazione dei progetti. Le richieste di modifiche di progetto e i colori sono troppo facilmente interpretabili e opinabili, se non viene richiesta la presentazione grafica delle varianti richieste e la campionatura dei colori da impiegare. Queste importanti componenti del progetto devono poter essere verificate anche dai detentori del diritto di opposizione/ ricorso, a tutela dei loro interessi. E, soprattutto, devono essere esaminate criticamente da chi deve verificare l’ammissibilità del progetto perché rispettoso del principio giuridico dell’inserimento ordinato e armonioso nel paesaggio. Se ciò non accade vi è grave negligenza nell’adempimento di un dovere d’ufficio. Note 1. Nel mio articolo dal titolo Paesaggio, primo bilancio con invito, pubblicato nello scorso numero de «Il nostro Paese» (n. 335, agosto 2018) sono incorso in due imprecisioni alle quali devo ovviare in questa occasione, citando il messaggio della persona competente che me le ha segnalate e che ringrazio. La LST è entrata in vigore il primo gennaio 2012 e non il 21 giugno 2011 (data di approvazione da parte del Gran Consiglio). Il titolo V (quello sul paesaggio) non è stato introdotto soltanto nel 2014. Era già presente nella versione iniziale della LST. È stato solo spostato, con conseguente nuova numerazione degli articoli (l’attuale articolo 104 era l’articolo 92). 2. Tribunale federale, Sentenza del 3 ottobre 2018, I Corte di diritto pubblico, 1e _ 155/201 a. 3. Le frasi in grassetto, all’interno degli stralci della sentenza del Tribunale federale qui trascritti, sono state evidenziate dall’autore di questo articolo.

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Temi STAN

La nuova scuola media di Lugano e la Palestramensa del liceo Lo stabile della Palestra mensa del Liceo cantonale Lugano 1, opera dell’architetto Cino Chiesa, attualmente minacciata dal progetto di costruzione di una nuova sede per la scuola media, rappresenta uno dei punti di arrivo della ricerca volta a determinare, negli anni Quaranta del Novecento, i caratteri dell’architettura vernacolare e merita di essere tutelata alla pari dei suoi due «fratelli maggiori», il Palazzo degli studi e la Biblioteca cantonale. Riccardo Bergossi

Il prospetto meridionale, verso il lago, dello stabile della Palestra-mensa del Liceo di Lugano (foto Riccardo Bergossi)

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Il Consiglio direttivo della STAN ha recentemente appreso che è intenzione del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport procedere alla realizzazione di una nuova sede per la scuola media luganese nel giardino del Liceo cantonale Lugano 1. La semplice aggiunta di un quinto edificio nel comparto del liceo comporta l’erosione delle aree ora libere, superfici che sarebbe opportuno mantenere a verde, a favore di un’auspicabile integrazione del giardino del liceo nel parco civico luganese, dal Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

quale è circondato su tre lati. Ma, secondo quanto ci è stato riferito, la nuova costruzione potrebbe anche prendere il posto di uno o più edifici già esistenti sul sedime. Attualmente la scuola media, erede del ginnasio cantonale, ha sede nell’ultimo piano del Palazzo degli studi, importante edificio costruito nel 1904 su progetto degli architetti Augusto Guidini senior e Otto Maraini. Nello stabile, ora tutelato come bene culturale di importanza


cantonale, in origine erano riuniti, oltre al liceo e al ginnasio, la Biblioteca cantonale, la Scuola dei capomastri (poi trasferita a Trevano) e una palestra. Nel 1941 è stata portata a termine la costruzione della Biblioteca cantonale, progettata da Carlo e Rino Tami, ora anch’essa protetta a livello cantonale, e nel 1951, dopo due anni di lavori, quella dello stabile della Palestra-mensa, progettato dall’architetto Cino Chiesa. Ai tre stabili menzionati, a metà degli anni Settanta si è aggiunto il Palazzetto delle scienze, dell’architetto Sergio Pagnamenta, dove sono state ricavate, nei piani superiori, le aule liceali per le materie scientifiche e i laboratori a quelle collegati, mentre, nel primo piano, ha trovato sede il Museo di scienze naturali e, nel seminterrato, una seconda palestra e la piscina. La Biblioteca cantonale è stata restaurata, è stata ampliata nei sotterranei ed è stata riaperta nel 2005, dopo due anni di lavori. Il Palazzo degli studi è destinato anch’esso a essere restaurato e consolidato e, in seguito, a essere adibito completamente a liceo, la cui necessità di spazi, negli ultimi anni, ha portato a occupare il Piazzale di ginnastica con baracche per aule provvisorie. Gli altri due stabili – vale a dire la Palestra-mensa, disposta tra il viale Cattaneo e il Piazzale di ginnastica, e il Palazzetto delle scienze, affacciato sul parco civico – sarebbero invece a rischio, potrebbero cioè essere distrutti per essere sostituiti da volumi nuovi che integrino la sede della scuola media: la Palestra-mensa perché – sempre secondo quanto riferito alla STAN – giudicata non rispondente agli attuali criteri d’uso per uno stabile con quelle funzioni (e vorremmo tanto sapere quale edificio pubblico di settant’anni potrebbe superare un esame del genere); il Palazzetto delle scienze perché la struttura in cemento armato presenta un degrado esterno, con distacco di parti del conglomerato dalle facciate e affioramento dei ferri. Il danno è stato provvisoriamente tamponato, ma richiederebbe un impegnativo intervento di risanamento. Per inciso, chi è stato incaricato di scrivere queste righe ha frequentato il liceo di Lugano 1 e quindi conosce dall’interno tutti gli stabili in questione. Sulla comodità dello stabile del Palazzo degli studi, sulla bellezza dei suoi ambienti, sull’apparato decorativo interno, che raggiunge l’apice nella ricchezza dei particolari floreali dei ferri battuti dei parapetti dello scalone e delle due scale laterali, è inutile aggiungere parole a quanto tutti già sanno e vedono. Facciamo solo notare che l’edificio, fatto più unico che raro, è arrivato ai giorni nostri, a 114 anni dalla sua inaugurazione, nello stato originale, vale a dire con pavimenti, porte e parapetti delle scale autentici. Ne consegue che, nei suoi riguardi, si dovrebbe adottare un criterio d’intervento conservativo al massimo grado. Dello stabile della Palestra-mensa non si può non considerare con favore l’apertura della sala di ginnastica verso meridione, per mezzo di grandi finestre ad arco, che in

La sala di ginnastica della Palestra-mensa del Liceo di Lugano, in una ripresa fotografica di Vincenzo Vicari, primi anni Cinquanta (Archivio storico della Città di Lugano)

inverno permettono ai raggi del sole di penetrare in profondità. Dobbiamo inoltre apprezzare la sala della mensa al primo piano, che pure si protende verso meridione, con un ampio terrazzo coperto in cui è possibile disporre i tavoli da pranzo nella stagione calda. Infine, anche la comodità del Palazzetto delle scienze è esemplare, segnatamente in funzione dei flussi di allievi in movimento, e l’affaccio delle sue aule verso il parco e il lago costituisce un atout impagabile. Sarebbe quindi buona cosa mantenere tutti gli stabili ora esistenti sul sedime: non solo la biblioteca e il liceo che, abbiamo detto, sono già tutelati dalla legge, ma anche la Palestra-mensa e il Palazzetto delle scienze. Quest’ultimo, nonostante il grande volume, si inserisce in modo discreto tra il Palazzo degli studi e la Biblioteca cantonale, rispetto alla quale fa da decoroso fondale. Soprattutto, la Palestra-mensa deve essere tutelata allo stesso modo dei due «fratelli maggiori». Come la Biblioteca cantonale rappresenta il punto d’arrivo della sperimentazione in Ticino dell’architettura del Movimento moderno, nel decennio precedente alla sua realizzazione, così la Palestra-mensa è l’acme della ricerca volta a determinare i caratteri dell’architettura vernacolare, che coinvolse tutti i progettisti del cantone negli anni Quaranta del Novecento. Quest’opera dell’architetto Cino Chiesa, già a suo tempo descritta in questa rivista (nota 1), assume quindi un valore documentario che sovrasta il suo già solido valore architettonico e ha convinto il Consiglio direttivo della STAN della sua inequivocabilmente necessaria conservazione.

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Nota 1. Riccardo Bergossi, L’edificio della palestra e della mensa del Liceo di Lugano, in «Il nostro Paese», numero 318 (ottobre-dicembre 2013), pp. 39– 41.

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Natura – Alleanza Territorio e Biodiversità

«Il verde come scuola»: un interessante connubio tra scuola e natura Nel corso del 2018 l’Alleanza Territorio e Biodiversità ha sostenuto il Centro professionale del verde di Mezzana nella realizzazione di un interessante percorso didattico, raccontato da una simpatica «Gang del verde». Il percorso vuole valorizzare il territorio della scuola e la natura che la circonda e fare riflettere sull’importanza di una sua corretta gestione, anche da parte dei professionisti che saranno chiamati a occuparsene in futuro. Fabio Guarneri

Il contesto Il Centro professionale del verde di Mezzana si trova al centro di un’area particolarmente interessante dal punto di vista paesaggistico e naturalistico. Questa infatti, con i suoi 54 ettari, è una delle poche aree agricole di una certa estensione ancora presenti nel Mendrisiotto, confina con due aree naturalistiche di particolare pregio, quali la riserva forestale della Valle della Motta e il parco delle Gole della Breggia ed è a breve distanza dall’antica masseria di Vigino. È inoltre al centro dell’area prioritaria per la tutela della biodiversità denominata «PCA H1 Regione Laghi Insubrici», individuata da alcuni studi scientifici realizzati per conto del Programma europeo delle Alpi del WWF. Per valorizzare questa ricchezza e per sensibilizzare sull’importanza di una sua corretta gestione e conservazione, la scuola di Mezzana ha pensato e realizzato, in collaborazione con il WWF Svizzera italiana, l’Alleanza Territorio e Biodiversità e con il sostegno della Fondazione Blue Planet Virginia Böger Stiftung X.X., un interessante percorso didattico arricchito di apposite schede e attività rivolte alle scuole dell’obbligo.

Il percorso didattico

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Il percorso nel verde ha come filo conduttore la biodiversità ed è pensato, in particolare, per le classi delle scuole elementari che alloggiano per più giorni all’interno della struttura (sono infatti circa 400 i bambini che ogni anno visitano il Centro professionale del verde di Mezzana), ma è fruibile da tutti gli interessati. I temi toccati, uno per tappa, sono dieci e spaziano tra diversi argomenti e ambienti visibili nell’area della scuola. Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

L’arboreto: comprende alberi di piccole dimensioni e ad alto fusto, arbusti, cespugli e piante perenni. Sono infatti più di 500 le specie presenti sull’intera area, l’ideale quindi per apprendere a riconoscere alberi e arbusti in ogni stagione. I muri a secco: sono molto importanti per la biodiversità, perché in uno spazio molto ristretto presentano una varietà notevolissima di microclimi, con un’alternanza di spazi caldi, freddi, aridi, umidi, soleggiati e ombreggiati che permettono la vita di specie anche molto diverse fra loro. Il limite del bosco: si tratta di un tema di attualità e relativamente poco conosciuto. Oggi questo limite si presenta spesso in modo molto netto, creando quindi un contrasto brusco tra bosco e prato, che è poco naturale ed è limitativo per molte specie di animali e piante. Per ricreare un margine boschivo più vicino a quello naturale e più ricco di biodiversità si dovrebbero ricreare degli spazi idonei anche ad arbusti ed erbe alte, realizzando un graduale arretramento del limite delle piante d’alto fusto per lasciare spazio a un ambiente più ricco di luce e bassa vegetazione. Un margine di questo tipo offre rifugio a molte specie animali. Le siepi naturali: spesso sono molto importanti per collegare tra loro diversi ambienti e per permettere agli animali selvatici di spostarsi senza ostacoli e senza correre pericoli. Vista la grande varietà di alberi, arbusti ed erbe presenti, sono l’habitat ideale di numerosi insetti e l’ambiente di caccia prediletto dei loro predatori. Lo stagno: gli ambienti umidi sono aree, spesso in declino, di grande importanza per numerosi animali. Gli anfibi, che sono tra le specie più minacciate, sfruttano


Postazione sul tema ÂŤMuro a secco: un mondo da scoprireÂť (foto Centro professionale del verde, Mezzana)

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La zona agricola di Mezzana (foto Sandro Boggia) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


questi ambienti per riprodursi, mentre il resto del tempo lo trascorrono nei boschi. È importante quindi che ruscelli, pozze, margini boschivi, siepi e campi siano ben connessi tra loro per permettere a questi animali di spostarsi in sicurezza.

menti della giornata, come, ad esempio, la postazione sul limite del bosco e quella delle siepi naturali. Nella prima tappa, all’alba, si dà uno sguardo al tema legato all’avifauna e al canto degli uccelli. Nella seconda, invece, si affronta il mondo notturno dei pipistrelli ascol-

Le api: sono al terzo posto fra gli animali più importanti per l’agricoltura, visto il loro apporto all’impollinazione delle piante. Una bottinatrice infatti visita 2000–3000 fiori al giorno e un’intera colonia fino a un milione di fiori al giorno. Senza dimenticare che all’impollinazione collaborano anche circa 580 specie di api selvatiche. Oggi molti di questi insetti sono in grande difficoltà per cause diverse, tra le quali una gestione intensiva del territorio e un utilizzo eccessivo di sostanze chimiche. La campicoltura: si tratta dello sfruttamento del suolo finalizzato alla produzione attraverso piante coltivate. In questa tappa viene descritto il percorso che il grano compie dal campo fino ad arrivare sulle nostre tavole sotto forma di pane, pasta, farina e altro ancora. Oltre al grano viene presentata la lucciola, un insetto presente in prati e campi non gestiti in modo intensivo. Si evidenzia in tale modo la convivenza esistente tra l’attività dell’uomo e la natura anche in ambienti adibiti alla produzione.

Cartellone sul tema «Amici e nemici» (foto Centro professionale del verde, Mezzana)

Amici e nemici: affronta le numerose relazioni degli esseri viventi (animali e vegetali) con l’ambiente in cui vivono e con le esigenze dell’uomo che necessita di produrre cibo spesso in concorrenza con altri animali. Si approfondisce quindi il concetto di «lotta integrata», che prevede due tipi di intervento, quello agronomico, che mira a rendere più forti e resistenti le piante, e quello biologico, volto a favorire gli organismi che in qualche modo aiutano le piante contro i propri nemici. La vigna: qui si affronta il percorso dell’uva, dalla pianta alla cantina, fornendo informazioni sulla sua coltivazione, iniziata circa 4000 anni fa in Oriente, e sull’origine di queste piante rampicanti, apparse alcuni milioni di anni fa.

Cartellone sul tema «L’arboreto: la palestra di giardinieri e selvicoltori» (foto Centro professionale del verde, Mezzana)

La stalla: in questo luogo si fa conoscenza con le mucche di razza bruna alpina presenti nella fattoria di Mezzana, con la loro biologia e con le modalità di allevamento.

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Ogni tappa presenta un apposito cartello informativo, comprendente curiosità, informazioni scientifiche, suggerimenti e attività da svolgere. Ad accompagnare i visitatori in questo percorso vi è la «Gang del verde», composta da un gruppo di simpatici animali e insetti di varie dimensioni e forme che hanno in comune una grande passione: … il verde inteso come tutto ciò che ha un legame con la natura (nota 1). Una particolarità del percorso consiste nel presentare delle attività o degli aspetti curiosi che toccano vari moIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

Modello didattico per attività sulle tracce degli animali (foto Centro professionale del verde, Mezzana)


tandone le voci. Ciò avviene grazie all’utilizzo di un apposito apparecchio rilevatore di ultrasuoni, detto bat-detector, in grado di intercettare gli ultrasuoni emessi di questi piccoli mammiferi notturni. Non da ultimo, il percorso e l’ubicazione dei cartelli sono stati concepiti per permettere di valorizzare il collegamento pedestre Mezzana – Coldrerio, favorendo così lo spostamento a piedi verso il mulino del Daniello e la riserva forestale della Valle della Motta.

Il percorso didattico, uno stimolo verso una maggiore sostenibilità La creazione di questo circuito didattico non è un punto finale, ma un tassello intermedio di un percorso più lungo che vede il Centro professionale del verde di Mezzana riflettere e agire, anche con l’apporto dell’Alleanza Territorio e Biodiversità, non solo al fine di migliorare la tutela del prezioso e ricco territorio in cui risiede, ma anche di sensibilizzare i futuri operatori e tecnici del «verde» a una gestione più sostenibile e più attenta dell’ambiente, rispetto al passato. Prova ne sono il progressivo passaggio a una gestione meno intensiva del vigneto e la realizzazione e il rispetto di fasce verdi ai margini dei prati, per favorire la biodiversità. Inoltre, in futuro, la scuola prevede la creazione di un nuovo stagno e la messa a dimora di nuovi arbusti per la creazione di siepi naturali, con lo scopo di favorire la presenza di fiori su diversi mesi, al fine di favorire gli insetti impollinatori, come le api, oggi in forte diminuzione. La realizzazione di queste nuove siepi andrà ad aggiungersi alle diverse decine di metri di siepi naturali già presenti, piantate tra il 2016 e il 2017 in collaborazione con il WWF della Svizzera italiana e l’Alleanza Territorio e Biodiversità, con l’obiettivo di ripristinare dei tratti di corridoio naturale per facilitare lo spostamento di varie specie animali. Questo esempio mostra come, lavorando insieme, si possano ottenere dinamiche e risultati interessanti che, si spera, continuino nel tempo.

Nota 1. I membri della «Gang del verde» sono stati ideati da Daniela Scheggia e disegnati da Patrizia Ferrari.

I membri della Gang del Verde

Farfalin, una graziosa farfalla che spesso e volentieri entra troppo in contatto con le api.

Picchio verde, uccello di poche parole ma di grande effetto nel suo harem boschivo.

Afide verde, per gli amici «Piöcc», determinato a conoscere ogni parte di alberi e arbusti.

Viridula, una cimice che sa come difendersi.

Falena, la misteriosa ballerina della notte dei prati e delle siepi di Mezzana.

Rana, direttrice d’orchestra degli ambienti umidi.

Saltaiotul, una cavalletta un po’ gelosa della propria erba.

Ghezz, il rettile più schivo dei muri a secco.

Ragno verde dei campi, nobile aracnide che tiene sotto controllo i campi di Mezzana.

51 Lanternin, sentinella notturna di Mezzana.

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Natura

Orso bruno eurasiatico L’orso bruno selvatico, dopo un secolo di completa assenza in Svizzera, nell’ultimo decennio è stato talvolta osservato nelle montagne dei Grigioni, con sporadiche e temporanee presenze di individui solitari provenienti dal Trentino, discendenti da orsi sloveni. A differenza di Italia e Austria, la Svizzera non dispone di progetti di reinsediamento dell’orso bruno, ma la sua presenza come specie indigena protetta è regolamentata, dal 2009, da una nuova strategia definita dall’Ufficio Federale dell’Ambiente. Gianni Marcolli

Un individuo adulto ritratto la sera in una foresta di abeti bianchi, Alpi Dinariche, Slovenia centro-meridionale, maggio 2018 (foto Gianni Marcolli)

Scheda

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Specie: Ursus arctos (orso bruno)

Peso degli adulti: maschi 150–300 chilogrammi, femmine 70 % dei maschi

Sottospecie: Ursus arctos arctos (orso bruno eurasiatico)

Riproduzione: mediamente 2 cuccioli all’anno

Altezza degli adulti al garrese: 100–120 cm circa, in piedi 200 cm

Speranza di vita massima in libertà: 30 anni, mediamente molto meno (7–8 anni circa)

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Osservazione di orsi bruni eurasiatici in Slovenia Nelle estese foreste slovene vivono un migliaio di orsi bruni eurasiatici (sottospecie di Ursus arctos). Con quattro appassionati di fauna e botanica abbiamo soggiornato in Slovenia durante lo scorso mese di maggio. La zona da noi visitata è situata nella parte centro-meridionale del paese, nei pressi del Monte Nevoso (Veliki Snežnik, 1796 m) e del confine croato. Questa regione della Alpi Dinariche è carsica, collinosa e scarsamente abitata. Include il lago di Circonio (Cerkniško jezero) che scompare e riappare una volta all’anno, varie grotte e doline, alcune paludi adiacenti al lago, pianure parzialmente coltivate, pascoli ed estese foreste. Queste ultime sono miste e principalmente composte da abeti bianchi e faggi. I raggi di luce riescono qua e là a raggiungere il suolo, generando un sottobosco ricco di cespugli ed erbe. Il clima è più freddo e umido rispetto al nostro. Per ragioni storiche, il territorio è rimasto poco sfruttato e gli aspetti naturalistici risultano molto interessanti. Notiamo che gli insediamenti umani sono scarsamente invasivi in pianura e quasi assenti in altitudine. Vi si ritrovano prati secchi fioriti, alberi da frutta, corsi d’acqua non incanalati, piccoli villaggi isolati e un generale silenzio, grazie al traffico molto scarso. Un primo aspetto ci incuriosisce: mucche, pecore, capre ed equini pascolano in prati con recinzioni minime che non fungono da protezione. Non notiamo neppure cani da guardia. Appena un centinaio di metri più in alto, nel bosco, sono presenti gli orsi bruni. Ci viene spiegato nel dettaglio, dalla nostra valida guida locale, che, per osservare gli orsi, dobbiamo rinchiuderci tra le quattro e le cinque ore in completo silenzio nei piccoli capanni di legno, con un divieto assoluto di uscire. La ragione non è tanto quella di proteggerci dagli orsi, ma – al contrario – quella di rispettare gli animali, evitando la loro fuga e lo stress dei timidi plantigradi. Dall’interno dei capanni insonorizzati parte, in alto, un lungo tubo agganciato ad un abete che serve a non far percepire al fine odorato degli orsi la presenza umana. Con questa astuzia gli orsi non fuggono. La nostra guida ci ripete più volte che un esperto di orsi bruni, come lo è lui, dormirebbe sonni tranquilli in un sacco a pelo, da solo, in mezzo a quella foresta. «Gli orsi selvatici sono timidi e fuggono dall’uomo, evitando ogni contatto». E aggiunge: «anche i cercatori di funghi lo sanno bene! E da parte loro sono felici perché non hanno concorrenti che giungono da altre zone». Sorridiamo. La lingua slovena è talmente diversa dall’italiano che ci risulta utile conoscere qualche parola chiave. Ad esempio orso, come in russo, si dice medved ed è bene saperlo. Dopo un paio di giorni di permanenza, scopriamo altri aspetti inattesi. Per mantenere stabile l’attuale popolazione di un migliaio di orsi, la Slovenia consente di cacciarne annualmente 120. Vi è un preciso accordo tra chi opera in favore degli orsi e l’associazione dei cacciatori.

Parte degli introiti derivanti dalle attività di osservazione e protezione dell’orso bruno e del suo habitat (inclusi documentari, ricerche biologiche, finanziamenti particolari e pure il nostro apporto come visitatori e fotografi) sono versati annualmente a questa associazione. In tal modo le tensioni precedentemente esistenti sono state appianate e non vi sono più attriti da ambo le parti. A favore degli animali, l’organizzazione a cui abbiamo fatto capo aggiunge al cibo naturale dei plantigradi un supplemento di mais e frutta secca, depositandolo nei boschi. Questo apporto calorico e di zuccheri contribuisce al benessere della popolazione e, di riflesso, risulta favorevole sia all’aumento della stessa che al numero di animali cacciabili. Va ricordato che la dieta dell’orso bruno è composta da vegetali nella misura del 90 %. Fra essi vi sono radici, bacche, frutti, miele, germogli, cereali e funghi. Il rimanente 10 % consiste in cervi e caprioli trovati morti nei boschi. In molti casi si tratta di cadaveri giacenti da alcuni giorni sul terreno. Lo stomaco dei plantigradi permette loro di digerire carne in decomposizione. La predazione di animali selvatici vivi è scarsa. Tra essi vi sono pure rettili, anfibi e invertebrati.

Appena un centinaio di metri più in alto, nel bosco, sono presenti gli orsi bruni. Ci viene spiegato nel dettaglio, dalla nostra valida guida locale, che, per osservare gli orsi, dobbiamo rinchiuderci tra le quattro e le cinque ore in completo silenzio nei piccoli capanni di legno, con un divieto assoluto di uscire. La ragione non è tanto quella di proteggerci dagli orsi, ma – al contrario – quella di rispettare gli animali, evitando la loro fuga e lo stress dei timidi plantigradi. La pura osservazione richiede una grande pazienza e talvolta l’orso non si vede affatto anche per intere giornate. Negli angusti capanni con due sedie l’attesa è lunga, ma, quando le grosse orecchie spuntano dietro i massi calcarei, l’emozione ci pervade. La condizione impostaci perentoriamente riguarda le fotocamere. Occorre assolutamente evitare l’uso del flash e attendere almeno un minuto senza scattare fotografie. Il minimo rumore di un click fotografico provocherebbe la fuga immediata dell’animale, con conseguente assenza di osservazioni. Con queste accortezze e una dose di fortuna, i passaggi avvengono a distanza di un paio d’ore. Gli animali osservati in diversi giorni sono una dozzina: due coppie di giovani, un maschio adulto, una madre con due giovani, un’altra madre con un giovane. Tutti sono estremamente Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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Madre e figlio fra i bianchi massi calcarei di una foresta presso il Monte Nevoso, Alpi Dinariche, Slovenia centro-meridionale, maggio 2018 (foto Gianni Marcolli)

54 Un adulto dal pelo scuro è attento a ogni minimo rumore, Alpi Dinariche, Slovenia centro-meridionale, maggio 2018 (foto Gianni Marcolli) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018


guardinghi verso gli altri, tranne madre e figli, tra i quali si nota un’assoluta confidenza. Il fiuto e l’udito sono estremamente sensibili, mentre la vista è più debole. L’orso bruno eurasiatico è di indole poco aggressiva e conduce vita solitaria. Maschi e femmine convivono solo nella stagione riproduttiva, tra giugno e luglio. Gli accoppiamenti avvengono fra giugno e luglio e la durata della gestazione varia da 6 a 9 mesi. Alla prima gravidanza le femmine partoriscono in genere un solo cucciolo, mentre nelle successive possono arrivare fino a tre. Il parto avviene in pieno inverno, quando l’orsa vive nella tana. La dimensione molto piccola dei cuccioli ciechi e coperti di scarso pelo ne facilita la sopravvivenza poiché le madri li allattano in un periodo in cui il cibo scarseggia. L’allattamento dura all’incirca cento giorni, dopo i quali incominciano lo svezzamento e l’apprendimento dei metodi di ricerca del cibo. Al secondo anno di vita i piccoli sono pronti a cavarsela da soli e la madre ad accoppiarsi nuovamente. Gli orsi sono più attivi di notte e al crepuscolo e alternano alcune pause a ritmo regolare. Il sonno letargico è limitato all’inverno. Abbiamo sentito più volte gli abitanti di questi luoghi affermare che gli orsi non sono un vero pericolo e per questo non sono temuti. Il fattore determinante consiste nel grado di selvaticità dell’animale. Più esso è marcato, meglio è per tutti, animali domestici inclusi. Questi orsi non escono mai dal loro habitat naturale: il bosco ed eventualmente le adiacenti zone montane disabitate. L’orso bruno che non conosce l’uomo – pur avendolo già incontrato – non è mai problematico. D’altro lato, l’animale che, per un motivo o per l’altro, è già stato fortemente condizionato, minacciato o catturato e poi rilasciato dall’uomo, diventa problematico. In questi luoghi delle Alpi Dinariche, la gente sa come comportarsi di fronte all’orso in caso di incontro fortuito. In generale l’animale fugge a gambe elevate. Un doppio battito di mani è sufficiente per provocarne la fuga. E’ comunque fondamentale non avere con sé cibo il cui profumo risvegli il sensibilissimo olfatto del plantigrado. Inoltre occorre assolutamente evitare di correre, sbarrare la via di fuga dell’animale e spaventarlo. E’ necessario mantenere un minimo di autocontrollo per evitare movimenti bruschi, rimanendo calmi. L’uso della mantellina per assumere maggior volume in caso estremo è utile, come quello di parlare all’orso con voce ferma. Questi accorgimenti sono tuttavia usati poche volte persino in Canada, di fronte al ben più temibile cugino, l’orso grizzly (Ursus arctos horribilis).

Orsi bruni selvatici in Svizzera Nel 1904 l’era della presenza costante dell’orso bruno eurasiatico in Svizzera si concluse con l’abbattimento, da parte di due cacciatori, dell’ultimo individuo, in Val S-charl (Engadina). Dopo 101 anni di assenza, l’osserva-

zione dell’esemplare denominato «JJ2» avvenne nel 2005. Da allora e fino al 2018, gli orsi avvistati nei Grigioni sono stati almeno 15. In Svizzera gli animali vengono marcati tramite un radiocollare dal momento in cui sono ritenuti problematici. Secondo alcuni, questa marcatura, che ovviamente include una cattura, potrebbe di per sé modificare il futuro comportamento dell’animale, peggiorandolo. Gli orsi del Trentino sono identificati tramite apposite sigle. Per alcuni di essi, la presenza nel nostro territorio è riportata qui di seguito, per singolo individuo. «JJ2». Il 25 luglio 2005 alcuni escursionisti videro un orso presso Scuol. Si trattava di un orso figlio di genitori sloveni, ma nato nel Parco regionale dell’Adamello (Trentino). La curiosità provocò un’isteria che si tradusse in una ricerca quotidiana dell’animale da parte di oltre 300 persone. Ciò non fu positivo e infatti questo giovane orso di 20 mesi iniziò a comportarsi in modo anomalo predando pecore. In seguito fu avvistato in Austria e non fece più ritorno in Svizzera. «JJ3» era un orso giunto dal Trentino che soggiornò nella regione di Thusis (Grigioni). Poco dopo l’uscita dalla tana dove aveva trascorso il letargo, in un luogo individuato dai guardiacaccia, fu abbattuto, il 15 aprile 2008. Per motivarne la soppressione, l’ufficio per la caccia del Cantone dei Grigioni dichiarò che l’animale non mostrava più timore di fronte alla presenza dell’uomo. «M13» era un orso originario del Trentino (Parco regionale dell’Adamello). Faceva parte di un progetto di ripopolamento di orsi bruni in quella regione. Giunto nei Grigioni nell’aprile 2012, fu avvistato più volte nella Valposchiavo. Si trattava del fratello di «M14», che era stato vittima di una collisione con un’automobile in Val Gardena. L’orso «M13», colpito in un primo tempo da un treno in servizio notturno, dopo avere perso il radiocollare si riprese lentamente e il suo comportamento fu ritenuto normale e pacifico. Veniva spesso osservato anche in Trentino. A partire dall’autunno 2013 le sue abitudini in parte cambiarono e l’animale iniziò ad avvicinarsi all’abitato e una volta a una scuola. Nel febbraio 2013, «M13» fu abbattuto da un guardiacaccia presso Miralago (Poschiavo), suscitando proteste da parte delle autorità del Trentino e forti polemiche in Svizzera e in Europa. «M25». Nel maggio 2014, questo maschio di due anni uccise un asino in Valposchiavo. Precedentemente questo individuo aveva già predato alcune pecore. In seguito,«M25» abbandonò il territorio svizzero e di lui si persero le tracce. «M29» fu avvistato nel Canton Berna (Emmental) nel maggio 2017. Si trattava di un maschio nato pure lui in Trentino, durante l’inverno 2013. Altre osservazioni daIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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tano al mese di luglio 2018. In un’occasione questo orso fu visto a un’altitudine di 2900 metri. «M32». Questo giovane orso morì durante una collisione frontale notturna con un treno, sulla linea Zernez – S-chanf, in Engadina, nell’aprile 2016.

Un giovane orso fa capolino tra i massi calcarei parzialmente ricoperti di muschio e i tronchi di faggio, Alpi Dinariche, Slovenia centro-meridionale, maggio 2018 (foto Gianni Marcolli)

Un individuo adulto si muove senza fare rumore, Alpi Dinariche, Slovenia centro-meridionale, maggio 2018 (foto Gianni Marcolli)

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Aree geografiche

Stati

Quantitativi (2012)

Scandinavia

Svezia, Norvegia

3400

Carelia

Finlandia, Norvegia

1700

Area baltica

Estonia, Lettonia

710

Carpazi

Romania, Polonia, Slovacchia, Serbia

7200

Alpi dinariche e Pindo

Slovenia, Croazia, Bosnia & Herzegovina, Montenegro, Rep. Macedonia, Albania, Serbia, Grecia

3070

Alpi

Italia, Austria, Svizzera

Balcani orientali

Bulgaria, Grecia, Serbia

Appennini centrali

Italia

Cantabria

Spagna

Pirenei

Francia, Spagna

max 50 600 max 70 200 22–27

Stima approssimativa della popolazione europea dell’orso bruno (fonte: European CommissionEnvironment-Nature & Biodiversity – Brown Bear) Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

Negli ultimi anni, vari altri avvistamenti sono avvenuti in Svizzera. Ad esempio, un orso non identificato fu osservato da un cacciatore in Mesolcina nel giugno 2017 («M17»?). Nel giugno 2018 un individuo apparve in Valposchiavo. Nel Canton Obwaldo l’osservazione di un orso è riportata ad aprile 2018 («M29»?). La popolazione di una cinquantina di orsi presente nel Trentino Alto-Adige non è statica, anche se la maggior parte dei plantigradi rimane in quella regione. Questi esemplari sono tutti discendenti da orsi sloveni. Alcuni giovani maschi tendono a esplorare altri territori e qualcuno di essi si spinge a occidente, raggiungendo soprattutto i Grigioni. A differenza di Italia e Austria, la Svizzera non dispone di alcun progetto di reinsediamento dell’orso bruno. I plantigradi entrano nel nostro territorio in modo naturale. Sulla base delle esperienze fatte soprattutto con gli orsi «JJ3» e «M14», l’8 luglio 2009 una precedente strategia definita dall’Ufficio federale dell’ambiente, UFAM (art. 10bis dell’Ordinanza federale sulla caccia, OCP) è stata ampliata con nuovi allegati. Essa si basa sui principi e obiettivi seguenti: la sicurezza dell’uomo è prioritaria rispetto alla protezione dell’orso; l’orso è una specie indigena rigorosamente protetta; la convivenza fra uomini e orsi è possibile anche in Svizzera a determinate condizioni. La strategia regolamenta la prevenzione e il risarcimento dei danni causati da questa specie. Inoltre elenca le condizioni necessarie per l’eventuale abbattimento di singoli esemplari. Secondo la strategia elvetica, la cattura e il conferimento in un recinto o il trasferimento altrove di animali problematici non sono mai state opzioni entrate in linea di conto. Riflessioni di natura etica inducono a respingere l’idea che orsi selvatici possano vivere rinchiusi in un recinto. Considerando il centinaio di orsi viventi o vissuti fra il 2005 e il 2018 nel Trentino (quantità approssimativa) e affidandoci alle cifre, 15 di essi hanno raggiunto la Svizzera. Fra questi, due sono stati abbattuti e uno è rimasto vittima di un incidente. Gli altri 12 sono sopravvissuti indenni durante i loro periodi di permanenza, che generalmente sono sporadici e non di lunga durata. Per 10 di essi non si sono registrati problemi. In varie occasioni il grado di selvaticità di questi 15 animali è stato alterato e ciò ha generato alcuni guai.


Distribuzione dell’orso bruno in Europa. In rosso la presenza stabile (fonte: European CommissionEnvironment-Nature & Biodiversity – Brown Bear)

Dopo aver incontrato in passato l’orso nero in Canada e negli Stati Uniti e a seguito dell’esperienza slovena con l’orso bruno, posso asserire che le false credenze riferite al comportamento e alle abitudini dell’orso generano paure e timori eccessivi.

Nota Le fotografie di questo articolo ritraggono orsi bruni selvatici avvistati nel mese di maggio 2018 nelle foreste delle Alpi Dinariche, in Slovenia, in luoghi diversi, distanti l’uno dall’altro anche alcune decine di chilometri. La classificazione degli orsi è in parte ancora una questione aperta. Esami del DNA sono ancora in corso per definire con precisione le diverse cladi. I generi riconosciuti sono: – Ursus (tipo Orso bruno, nero, bianco o grigio dell’emisfero boreale); – Ailuropoda (tipo Panda gigante e Panda rosso / Estremo oriente e Himalaya); – Tremarctos (tipo Orso andino o Orso dagli occhiali / Sud America-Ande).

Il genere Ursus dell’emisfero boreale si suddivide in 6 specie: – Ursus arctos (es. Orso bruno); – Ursus americanus (es. Orso nero / Black Bear); – Ursus malayanus (es. Orso del sole o Orso malese); – Ursus thibetanus (es. Orso dal collare / Himalaya, Tibet); – Ursus ursinus (Orso giocoliere o Orso labiato / Subcontinente indiano); – Ursus maritimus (Orso bianco). Della specie Ursus arctos si contano una ventina di sottospecie. Tra esse, le più conosciute sono: – Ursus arctos arctos (orso bruno eurasiatico); – Ursus arctos collaris (orso bruno siberiano); – Ursus arctos horribilis (orso Grizzly dell’America settentrionale); – Ursus arctos meridionalis (orso del Caucaso); – Ursus arctos middendorffi (orso di Kodiak); – Ursus arctos isabellinus (orso himalayano).

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Invito alla lettura

Uno sguardo ritrovato sul Gottardo Ruben Rossello

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Il libro di Carl Spitteler sul San Gottardo, che l’editore Dadò ci offre, finalmente in italiano nella colta e precisa traduzione di Mattia Mantovani, è un’opera preziosa. E non solo per le sue caratteristiche letterarie e per il piacere che procura alla lettura. Benché scritto su commissione ormai più di un secolo fa e apparentemente démodé per l’approccio così poco affine alla sensibilità contemporanea, si tratta invece di un testo che ci parla molto e può aiutarci – proprio oggi – a riabituare il nostro sguardo di uomini ansiosi e frettolosi a cogliere la ricchezza, naturale e benignamente simbolica, di un paesaggio appena fuori dall’uscio di casa. E che paesaggio. Der Gotthard, questo il titolo originale, pubblicato la prima volta nel 1896 in tedesco, e solo ora tradotto in italiano, poteva apparire già allora come un libro curioso, almeno in virtù della sua genesi. Dodici anni dopo l’inaugurazione del tunnel ferroviario tra Göschenen e Airolo, la Società ferroviaria del Gottardo (successivamente assorbita dalle SSB/FFS) chiese allo scrittore e poeta svizzero Carl Spitteler – basilese, ma lucernese di adozione – di scrivere un libro sulla montagna simbolo della Svizzera, vista innanzitutto attraverso il finestrino del rapido Lucerna-Bellinzona. Il traforo ferroviario, con le sue lunghe, tortuose e spettacolari vie d’accesso, da una decina d’anni rendeva fruibili quei luoghi cosi affascinanti a un pubblico molto più vasto di quello a cui, per quasi tutto l’Ottocento, era consentito solo il viaggio con le diligenze. Un libro quindi destinato a una ampia cerchia internazionale di viaggiatori, che, proprio grazie alla ferrovia, veniva alla scoperta della Svizzera e si inebriava – in modo ora facilitato – del mito della grande montagna svizzera e di quello della discesa verso sud, verso il miraggio di un’Italia di luce, d’arte e di antichità. La Società ferroviaria del Gottardo non voleva una semplice guida turistica. Ce n’erano già molte. Si cercava uno sguardo più autorevole, una penna più penetrante e culturalmente più attrezzata di quelle degli autori dei reportage, che, con facile retorica, immediatamente dopo l’apertura del traforo avevano descritto quel percorso in termini pittoreschi. Si voleva lo sguardo dello scrittore. Si sa però che conciliare le esigenze commerciali e la visione creativa di un artista o di uno scrittore è un’operazione che può finire male: per analogia viene in mente il Trittico di Segantini sul paesaggio engadiIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

nese, progetto inizialmente sostenuto dagli albergatori della valle, poi ritiratisi per i costi dell’impresa e alla fine delusi dal carattere simbolista impresso dall’artista ai paesaggi ritratti. Con Carl Spitteler i committenti andavano più sul sicuro. Era uno scrittore e un poeta che non amava sperimentare linguaggi di difficile lettura e non frequentava i temi dilanianti della grande letteratura europea a lui contemporanea: era conosciuto per il suo amore per le valli della Svizzera centrale e per una scrittura capace di riflettere la dimensione mitologica e poetica dei luoghi, unite – ci dice Mantovani nella sua introduzione – al fatto di essere considerato un tipico esponente della Belle Époque, di cui sapeva godere le piacevolezze, e un amante dei reportage di viaggio. Spitteler, inizialmente restio di fronte alla proposta di un libro d’occasione, finirà per accettare. Ne uscirà un testo sorprendente per vivacità e acutezza dello sguardo, controllato e assieme intelligentemente curioso. Così, nel suo Der Gotthard, Spitteler ci restituisce un sincero e intrigante stupore per la magnificenza dei panorami, i prodigi della tecnica ferroviaria e l’incanto della natura; unito a un approccio che rivela qua e là un’insospettabile ironia e la consapevolezza amara che la facilità con cui era finalmente possibile raggiungere quei luoghi avrebbe trasformato per sempre l’idea stessa del viaggio e l’esperienza culturale e personale che ne deriva. Il fatto di essere un esperto e un appassionato di botanica arricchisce le sue descrizioni di una piacevole competenza. Chi conosce la letteratura svizzera attorno al Gottardo e al suo mito, sa che il libro di Spitteler ha il vantaggio di essere stato pubblicato diversi decenni prima della deriva patriottica e nazionalista di quello stesso mito, che produrrà a sua volta una furibonda reazione di scrittori e intellettuali svizzeri contro una montagna divenuta ai loro occhi simbolo della volontà di chiusura, reale e mentale, della Svizzera. Spitteler scrive il suo libro quando tutto ciò era ancora lontano. E quindi le annotazioni sul Gottardo e sulla sua importanza reale e simbolica per questo Paese sono spoglie di tutto ciò che gli si caricherà negli anni della Difesa spirituale del paese, del Ridotto nazionale, della montagna assurta a baluardo e bastione difensivo. Un fatto peraltro inevitabile e giustificato – fuori dalle sue derive –, vista la situazione politica del 1940.


In copertina: Emil Cardinaux (Berna 1877–1936), Manifesto per la linea ferroviaria del Gottardo, 1914 (Plakatsammlung, Museum für Gestaltung, Zürich)

Lo stupore di Spitteler per i panorami sensazionali che offre il tragitto (a partire dalla visione dell’Urirotstock alla stazione di Svitto) e le sue considerazioni sulla potenza simbolica e sulla maestosità e centralità del Gottardo, quale montagna che racchiude le acque e i destini multiculturali della Svizzera e dell’Europa, non sono inquinate da considerazioni nazionalistiche fuori luogo. Nel 1919, non senza sorpresa, a Spitteler verrà attribuito il premio Nobel, per il suo poema epico Olympischer Frühling (Primavera olimpica). Assurto col premio, almeno per qualche anno, a fama mondiale, nel 1922 rifiuterà di ripubblicare il suo vecchio testo sul Gottardo perché, a suo dire, «poco riuscito». «Si sbagliava», ci dice Mattia Mantovani: proprio con questo libro «il Gottardo appare concretamente e per la prima volta come un preciso spazio umano e culturale», con pagine da «grande scrittore». E allora godiamoci questo testo, che ci prende per mano volendoci far condividere quanto Spitteler visse fermandosi e soffermandosi su ogni villaggio, ogni valle laterale, ogni squarcio di panorama nella tratta Lucerna–Bellin-

zona. Le sue annotazioni offrono un programma per tornare in quei luoghi, resi ormai obsoleti dal nuovo tunnel ferroviario di Alptransit. Vale la pena di progettare un viaggio a tappe, con un treno locale che fermi a ogni stazione: e allora potremo rivivere con Spitteler «i due minuti superbi di viaggio tra Svitto e Brunnen in mezzo ad uno dei più bei anfiteatri d’Europa»; «il godimento che ci è concesso» alla stazione di Erstfeld con la visione del ghiacciaio dello Schlossberg; «il paesaggio di estrema suggestione» ad Amsteg, volgendo lo sguardo verso la Maderanertal; e gli otto chilometri della tratta ferroviaria tra Amsteg e Gurtnellen, «uno degli spettacoli più imponenti che vi siano sulla Terra». Arrivato ad Airolo, tema centrale delle sue considerazioni viaggiando verso sud è «l’inusuale pienezza della luce», che «rende la prospettiva più profonda e attenua le linee». Certo, dal 1894–1896, quando Spitteler visitò i luoghi, molto è cambiato. Anche se, forse, proprio il panorama alpino è quello che riesce a confondere meglio le ferite inferte dalle nuove vie di comunicazione e le offese di ciò che è sorto in queste valli. Le acque poi scorrono in gran parte in condotte forzate, fuori dal loro letto naturale: la Reuss non è più «scatenata», il Ticino non offre più il «selvaggio spumeggio» che vide Spitteler. A ciò si aggiunga la banalizzazione dei luoghi e la mercificazione data dal turismo mordi e fuggi. Ma forse, proprio per questo, Spitteler si rende così prezioso. In una trama fattasi molto più complessa e stratificata, questo libro ci aiuta ad allenare l’occhio e a cogliere ciò che oggi non siamo più abituati a cogliere, o cerchiamo in un continuo altrove, lontano ed esotico. Quello che vide Spitteler in gran parte esiste ancora. Bisogna saperlo riconoscere, ogni tanto facendosi largo tra le cose. E alla condizione di fermarsi e soffermarsi. Ne vale senz’altro la pena. Va infine menzionato il saggio introduttivo di Mattia Mantovani, che è di grande spessore e merita una lettura a parte. Carl Spitteler, Il Gottardo, a cura di Mattia Mantovani, Locarno, Armando Dadò editore, 2017.

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Invito alla visita

La Bellinzona delle utopie e dei progetti firmati Carloni, Snozzi e Vacchini Nicoletta Locarnini

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Negli anni Sessanta e Settanta in Europa e in Italia ferve il dibattito sul restauro urbano. La «Carta di Gubbio» per la salvaguardia e il risanamento dei centri storici data al 1960, la «Carta di Venezia» vede la luce nel 1964, nel 1966 Aldo Rossi dà alle stampe L’architettura della città e Vittorio Gregotti pubblica il saggio La forma del territorio, seguito da Il territorio dell’architettura. Nemmeno in Ticino si resta con le mani in mano. Nel 1962, complici alcuni progetti privati nel centro storico, Bellinzona, con lungimiranza, affida agli architetti Tita Carloni e Luigi Snozzi, allora appena trentenni, l’incarico di effettuare un’indagine storico-artistica in vista della protezione del nucleo storico della città. Da due anni, Carloni è membro della Commissione cantonale dei monumenti storici, quell’anno Snozzi è nominato membro della Commissione cantonale delle bellezze naturali. Il loro lavoro si concentra sui singoli elementi architettonici di valore storico, introducendo al contempo il concetto di paesaggio urbano. La proposta di inserire nel futuro piano di protezione anche i valori paesaggistici e ambientali della collina di Artore ne è il naturale corollario. Nel 1964 viene loro affidato, unitamente al collega Livio Vacchini, l’incarico ufficiale per un piano regolatore dettagliato del centro storico e della zona dei Castelli. Un lavoro minuzioso, che comporterà il rilievo sistematico e dettagliato degli edifici del nucleo e di cui la mostra allestita a Castelgrande presenta piani tipologici, rilievi, schizzi, prospettive a mano libera, fotografie e filmati d’epoca. Tutti materiali ai quali la Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, che ha curato l’esposizione, ha attinto a piene mani, in particolare dall’archivio dell’architetto Tita Carloni, conservato presso l’Archivio di Stato del Cantone Ticino. Documentazione preziosa che consente di farsi un’idea del modus operandi dei tre architetti e di quello che la Fondazione stessa ha definito il «primo corposo campo di battaglia e sperimentazione per la protezione dei nuclei storici in Ticino». Un lavoro costellato in parte anche da tentativi e da errori che avrebbero potuto portare a risultati a dire poco disastrosi e alla cancellazione di intere parti del patrimonio urbano. «Oggi, senza una prospettiva stoIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

rica, quelle scelte […] potrebbero sembrare opera di talebani» scrive nel suo contributo in catalogo l’architetto Renato Magginetti. Perchè? Perché «allora – cito ancora Magginetti – si consideravano solo i monumenti e le facciate che definivano strade importanti» e «si sventravano dei nuclei storici». In quel decennio, scarsissima attenzione è posta alla sostanza ottocentesca. Non degni di nota, e pertanto non presi in considerazione (e nemmeno rilevati), Palazzo Monn, gli edifici di Piazza Indipendenza e lungo Viale Stazione, la Banca dello Stato in Piazza Collegiata. Destinato a essere demolito anche il Teatro Sociale. Importanti testimonianze architettoniche oggi messe sotto tutela sarebbero andate distrutte, modificando irrimediabilmente, e in peggio, il volto della Turrita. Il rapporto di Carloni, Snozzi e Vacchini viene consegnato nel 1968, ma il piano non entra in vigore. L’anno seguente, la nuova Legge urbanistica cantonale è bocciata dalla votazione popolare. Fortunatamente, tuttavia, inizia a farsi strada una nuova e crescente sensibilità per la conservazione e la valorizzazione dei tessuti storici. Il resto è storia (relativamente recente). Ne fa parte la variante del Piano regolatore di Bellinzona approvata nel 2017, che completa e arricchisce l’elenco dei beni culturali da proteggere e aggiorna il Piano particolareggiato del centro storico, con l’inclusione di nuovi edifici soggetti a interventi conservativi. Ma, soprattutto, impensabile nel decennio in cui Carloni, Snozzi e Vacchini operarono per la messa a punto del piano di protezione del nucleo, si deve ricordare la recente proposta di tutelare a livello cantonale l’intero quartiere San Giovanni, in quanto preziosa testimonianza storico-architettonica di edilizia borghese e ferroviaria dell’Ottocento. Al futuro della città, dopo l’aggregazione di tredici comuni, è dedicata l’ultima parte del percorso espositivo: un’occasione di confronto tra passato e futuro, grazie ai recenti lavori elaborati dal Seminario Internazionale di Monte Carasso, dal Laboratorio Ticino dell’Accademia di architettura di Mendrisio e dall’atelier Guidotti-Schmermesser della Haute école spécialisée de Suisse occidentale (HES-SO) di Friborgo. Spetta ora alla «Nuova


L’allestimento dell’esposizione «Storie, utopie, progetti per Bellinzona. La città di Carloni, Snozzi, Vacchini, 1962–1970», nella Sala Arsenale di Castelgrande a Bellinzona (foto Supsi 2018, Claudia Cossu)

Bellinzona» il difficile compito di continuare a distinguersi a favore della tutela del patrimonio. I nuovi e importanti progetti del masterplan (il cui mandato è appena stato messo a concorso) «costituiscono una sfida e una grossa opportunità, oltre che un rischio. Comprendere i pensieri e le energie che in passato hanno guidato lo sviluppo urbanistico della nostra Città, potrà essere di sicuro aiuto per fare in modo che le prime si affermino, evitando le recriminazioni per il secondo». Parola di Mario Branda, sindaco della nuova Bellinzona. Storie, utopie, progetti per Bellinzona. La città di Carloni, Snozzi, Vacchini, 1962–1970, Sala Arsenale, Castelgrande, Bellinzona, fino al 20 gennaio 2019.

Abbiamo invitato l’architetto Riccardo Bergossi, autore di un contributo in catalogo (nota 1), ricercatore dell’Archivio del Moderno, ex vicepresidente della STAN e tuttora membro del Consiglio direttivo, a una riflessione da addetto ai lavori. Architetto, quale è il suo giudizio sull’allestimento curato dalla Fondazione Archivi Architetti Ticinesi? Una esposizione concepita da architetti su architetti ha voluto dare una connotazione architettonica anche all’allestimento. I modelli, l’angolo dei libri, le cassettiere con i documenti e soprattutto i disegni in copia, liberamente consultabili, con gli originali esposti su tavoli da disegno dai piani inclinati, ripropongono l’immagine di uno studio di progettazione nell’epoca pre-digitale. L’abilità grafica di un architetto come Tita Carloni, cresciuto nutrendosi di architettura moderna, ma formatosi ancora sul ridisegno dei monumenti antichi, è evidente negli schizzi esposti, in cui egli riesce, con pochi tratti, a far emergere chiaramente il messaggio da trasmettere. In che situazione si trovarono a operare Carloni, Snozzi e Vacchini? La conformazione chiusa e compatta dell’abitato antico di Bellinzona aveva indirizzato la crescita urbana, che aveva preso il via a metà Ottocento nei terreni in piano, verso il campo militare. All’interno del centro, il quartiere Il nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

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La locandina dell’esposizione allestita a Bellinzona a cura della Fondazione Archivi Architetti Ticinesi

della Cervia, inerpicato sul pendio e di difficile accesso, costituiva una sorta di Sassello bellinzonese. Salvo interventi limitati a punti marginali, come l’apertura di viale Stazione e la ricostruzione del Palazzo comunale negli anni Venti del Novecento, il nucleo urbano permaneva nelle condizioni originali, arrivando intatto fino alla fine degli anni Cinquanta. Entrava allora in vigore, nel 1958, un nuovo Piano regolatore, elaborato dall’Ufficio tecnico sulla base di un concorso, svoltosi nel 1946 e vinto dagli architetti Eugenio e Agostino Cavadini di Locarno. La proposta vincente, proprio sulla falsariga della ricostruzione del quartiere luganese di Sassello allora in corso, prevedeva lo sventramento della zona della Cervia, da sostituire con un nuovo quartiere in parte a giardino, con palazzine sulla collina e con un tessuto più compatto a valle, dove in linea di massima si prevedeva il mantenimento dell’edilizia storica. Vecchio e nuovo si saldavano con nuovi vicoli e piazzette a misura della città antica. Nel Piano regolatore approvato nel 1958, la salvaguardia dell’edilizia storica non era invece prevista. Alla fine degli anni Cinquanta, la percezione dell’importanza del centro di Bellinzona era cresciuta, ma le misure cantonali, piuttosto blande, tendevano a proteggere il centro per mezzo della legge sulla protezione del paesaggio, invece che con la legge sulla protezione dei monumenti.

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Come giudica, a cinquanta anni di distanza, le loro proposte? La proposta generale di intervento era quella di conservare le case direttamente affacciate sulle strade principali. Per ognuna era stabilita la profondità dei corpi da mantenere. Sull’area retrostante, liberata dalle costruIl nostro Paese, n. 336, dicembre 2018

zioni antiche, prevedevano soluzioni di rottura, un’edificazione completamente slegata dal resto della città, o un grande posteggio. A prima vista potrebbe stupire che il lavoro di analisi delle vecchie case bellinzonesi, tanto approfondito e abbondantemente presente nella mostra con una lunga serie di rilievi, non sia riuscito a partorire, nella proposta formulata da Carloni, Snozzi e Vacchini, un progetto di generale riuso dell’esistente, ma ne abbia proposto una protezione molto parziale e abbia invece decretato la soppressione del tessuto della Cervia. Bisogna però osservare che gli anni di formazione dei tre architetti erano stati quelli del rifiuto della storia, quando l’urbanistica era quella della città nuova, dove erano protagonisti i criteri di igiene, di separazione delle funzioni e delle tipologie di traffico, della concentrazione dei volumi edilizi da alternare a superfici verdi, una città agli antipodi della Cervia. E tuttavia, a posteriori, non possiamo che constatare che le proposte di Carloni, Snozzi e Vacchini, per quanto di rottura possano apparire, se adottate, avrebbero portato a una persistenza dell’edilizia storica bellinzonese più sostanziosa di quella verificatasi.

Nota 1. Riccardo Bergossi, Piani regolatori storici di Bellinzona tra rinnovamenti e salvaguardia, in Storie, utopie, progetti per Bellinzona. La città di Carloni, Snozzi, Vacchini, 1962–1970, catalogo della mostra (Bellinzona, 20 settembre–20 gennaio 2018), Bellinzona, Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, 2018, pp. 4–5.


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