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Il nostro Paese

n. 334 / Aprile 2018


Benedetto Antonini

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Editoriale Patrimonio culturale, che fatica!

Tiziano Fontana

p. 4

Anno del Patrimonio culturale 2018 Il valore civile del Patrimonio culturale

Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale Benedetto Antonini p. 10 Promuovere il patrimonio culturale Paolo Camillo Minotti p. 12 A vent’anni dal restauro del Teatro Sociale di Bellinzona Stefania Bianchi

p. 20

Paesaggi e masserie del Mendrisiotto

Valeria Farinati

p. 24

La salvaguardia della masseria di Vigino

Nicola Soldini p. 28 Tiziano Fontana

p. 32

Fabio Guarneri, Muriel Hendrichs p. 34

Tema STAN – Nuclei storici Lo Ius loci L’unicità dei nuclei storici Natura – Alleanza Territorio e Biodiversità Il ritorno dei meli in città

Fabio Guarneri

p. 37

Natura Scopri le ricchezze del nostro territorio, partecipa al Festival della natura

Gianni Marcolli

p. 38

Ermellino, cacciatore e talvolta acrobata

Cornelia Cattaneo Bernasconi p. 42

Paolo Camillo Minotti

p. 43

Nicoletta Locarnini

p. 44

Lettere dei lettori La lunga battaglia per la conservazione del nucleo storico di Novazzano Anniversari Auguri a Graziano Papa! Invito alla visita Tra i fiori della primavera espositiva ticinese sboccia anche Pablo Picasso In copertina: interno del Teatro Sociale di Bellinzona. Foto: Renato Quadroni

Impressum: Rivista trimestrale fondata nel 1949, organo della Società ticinese per l’arte e la natura – STAN, già Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, fondata nel 1908, sezione ticinese di Heimatschutz Svizzera, www.stan-ticino.ch. Comitato di redazione: Valeria Farinati (redattrice), Benedetto Antonini, Tiziano Fontana. Contatti: STAN, via Borghese 42, 6601 Locarno, tel. 091 751 16 25, info@stan-ticino.ch. Concetto grafico: marco tanner, creative consulting, 6992 cimo. Conto corrente postale: Società ticinese per l’arte e la natura, 69-862-3. Abbonamento annuo: Abbonamento + quota sociale STAN: Fr. 60.–. Comuni piccoli, Parrocchie, ecc.: Fr. 60.–. Sostenitore, Comuni, Società: a partire da Fr. 100.–. Scuole, studenti: Fr. 30.–. Estero: Fr. 60.–. Numero separato: Fr. 15.–. Tiratura: 1250 copie. Stampa: Fontana Print S.A., C.P. 23, 6963 Pregassona. La rivista esce anche grazie al contributo di

STAN, Sezione ticinese di

© 2018 Il nostro Paese. Per la riproduzione di testi, fotografie e disegni è necessaria l’autorizzazione della redazione.


Editoriale

Patrimonio culturale, che fatica! Benedetto Antonini C’è un fervore encomiabile, di questi tempi, intorno all’argomento del patrimonio culturale. Si notano trattati, articoli, premi, dichiarazioni, inaugurazioni, escursioni, ed altro. Per un’associazione come la nostra che ha per scopo la difesa del patrimonio culturale e della natura, queste attività potrebbero essere motivo di soddisfazione. Lo sono, ma solo in parte. La difesa e la valorizzazione del patrimonio culturale, infatti, non si fanno solo a parole o con discorsi di circostanza smentiti poco dopo dai fatti, ma con un comportamento coerente che, partendo da conoscenze scientifiche approfondite e aggiornate, concepisce una politica lungimirante e la realizza con programmi integrati, con mezzi sufficienti e con decisioni concrete ortodosse. Dal generale al particolare, quindi, e viceversa, applicando una visione sistemica consona alla complessità della materia e ragionando in modo euristico per evitare atteggiamenti manichei che, lo si sa, comportano un forte rischio d’errore. A proposito di aggiornamento, mancando ancora una traduzione ufficiale in italiano della Dichiarazione di Davos, è inopportuno proporne in questa sede il testo integrale. Ci limitiamo pertanto a un invito alla lettura. Dal testo, proposto dalla Svizzera e approvato dai ministri della cultura dei ben 23 paesi europei, emerge, infatti, la preoccupazione per la trasformazione troppo rapida e noncurante del quadro di vita e, quindi, per le ripercussioni negative che essa provoca sul benessere sociale e, in definitiva, anche sull’economia, segnatamente sul turismo. Spicca, altresì, la necessità di un rispetto rigoroso della sedimentazione storica del patrimonio costruito, il quale, ovviamente, non si compone solo di edifici aulici, ma di interi contesti costruiti, ossia di case e di giardini o orti, di spazi pubblici e di spazi privati, di strutture e di infrastrutture, di alberi, di opere di cinta e di terrazzamenti agricoli. È pertanto discutibile l’interpretazione giurisprudenziale nostrana degli articoli della Legge sullo sviluppo territoriale concernenti la tutela del paesaggio, secondo la quale i nuovi interventi architettonici non devono necessariamente apportare un miglioramento al contesto in cui vengono realizzati; e questo nonostante il messaggio governativo lo affermi esplicitamente. Ci sentiamo pure di criticare l’atteggiamento del Consiglio di Stato che rifiuta di attribuire valenza culturale alla componente simbolica di un sito o di un edificio, quando

autorevoli testi affermano l’inscindibilità dei due concetti: valore estetico e valore simbolico. A questo proposito la STAN si preoccupa per la lentezza con la quale avanza il progetto di nuova Legge sulla protezione dei beni culturali. Oltre tre anni fa è stata richiesta da 14’774 Ticinesi. Scusate se vi sembrano pochi! D’altronde, qualche preoccupazione per il futuro del paesaggio ticinese deve ben sorgere alla lettura della decisione con cui il Consiglio di Stato ha respinto, il 28 marzo scorso, le censure della STAN in merito al progetto di un centro residenziale per anziani autosufficienti, in sostituzione del cinema Cittadella, a Lugano: «… questo Consiglio, posta mente ai luoghi (…) e con riferimento alle censure ricorsuali, considera in primo luogo come non si possa sostenere che il progetto, che consiste peraltro nell’edificazione di un edificio di sicuro pregio architettonico per cura di prestigioso progettista destinato a porre un importante segno nel contesto di riferimento, non abbia preso in considerazione l’edificato circostante, in primo luogo la Basilica del Sacro Cuore che connota senz’altro l’incrocio Corso Elvezia/via Giuseppe Buffi. Basilica del Sacro Cuore che, pur significativa, si configura nell’inventario ISOS unicamente quale edificio storicizzante in porfido, che il legislatore comunale non ha ritenuto dal canto suo di contornare con un perimetro di valorizzazione.». Parole di evidente sudditanza allo show-business dell’architettura. Eppure, qua e là, si trovano motivi di soddisfazione. Alludiamo al nuovo edificio della mensa e della palestra delle scuole di Massagno che, senza clamore, ma con forza e coerenza connota e dà valore a tutto il quartiere centrale. Analogamente, la sede dell’organizzazione Gioventù e Sport a Bellinzona, con un linguaggio architettonico sobrio e confacente, imprime eleganza spaziale a un quartiere che va configurandosi come quello della formazione, della cultura e dello svago. Due esempi di inserimento «ordinato e armonioso nel paesaggio». Ci piace, poi, encomiare il Patriziato di Gorduno e l’Associazione Amici dell’Alpe Arami, i quali, giustamente, non si accontentano di portare a nuova vita gli storici edifici alpestri, ma fanno rinascere un’attività pastorale e curano il paesaggio con i suoi pascoli e boschi. Ricordiamo, infine, che l’Ufficio federale della Cultura ha iscritto nell’elenco dei beni culturali di valenza europea, tra i pochi eletti, l’Ospizio del San Gottardo. Che ciò sia di buon auspicio per la salvaguardia del paesaggio di quel passo alpino? Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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Anno del Patrimonio culturale 2018

Il valore civile del Patrimonio culturale Il tema dell’Anno del Patrimonio culturale 2018, «Protezione del Patrimonio: Perché e per chi?», è essenziale poiché va al cuore dello scopo sociale della Società ticinese per l’arte e la natura. L’azione di difesa del patrimonio storico-artistico e naturalistico è intesa, da una parte, a salvaguardare opere di rilevante valore culturale o paesaggi di particolare pregio, così come luoghi o opere «minori», quali testimonianze delle generazioni che ci hanno preceduti; dall’altra, essa deve parimenti porre gli abitanti di questi luoghi di fronte alla responsabilità di esserne i custodi, poiché il Patrimonio arricchisce la vita di tutti e ci permette di essere cittadini responsabili e liberi (e non consumatori o sudditi). Le visite di luoghi e opere – nuclei storici ISOS, affreschi di rilevanza regionale o nazionale, monumenti e tessuto edilizio «minore» – sono state pensate proprio in funzione del legame tra valore culturale e valore civile che riveste il Patrimonio culturale. Tiziano Fontana

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Conferenza

Il valore civile del Patrimonio culturale Lunedì 24 settembre; ore 20:00. Teatro sociale di Bellinzona. prof. Tomaso Montanari, UNI Federico II, Napoli Descrizione: «La vera funzione del patrimonio non è di assicurare il diletto privato di pochi illuminati volenterosi ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, mezzo per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali» Tomaso Montanari.

Visite

2. Architettura moderna al Monte Verità Sabato 7 aprile; ore 10:15–12:45. Ritrovo: Museo di Casa Anatta, strada Collina 84, 6612 Ascona. Visita con Gabriele Geronzi. Descrizione: La visita guidata alla casa Anatta sarà l’occasione per scoprire, attraverso il racconto del suo restauro, il suo passato e le trasformazioni che si sono succedute nel corso del Novecento, risalendo dall’attuale museo alla residenza del Barone von der Heidt per arrivare alla sua forma iniziale voluta dai fondatori della colonia del Monte Verità. Il percorso proseguirà sulle tracce degli altri edifici nel parco fino all’albergo che nel 1929 ha segnato una tappa fondamentale nella moderna architettura alpina.

1. Percorso d’arte e di spiritualità a Bellinzona tra San Biagio e Santa Maria delle Grazie Sabato 24 marzo; ore 9:00–12:00. Ritrovo: Ravecchia, chiesa di San Biagio (via San Biagio), Bellinzona. Visita con Alessandra Giussani. Descrizione: La visita inizierà nella chiesa di San Biagio a Ravecchia, davanti all’affresco gotico dell’Annunciazione. Si proseguirà verso Villa dei Cedri immergendosi nella bellezza naturale del parco. Con una breve camminata si raggiungerà il cimitero di Bellinzona, dove sono presenti interessanti sculture monumentali. Culmine della visita sarà la chiesa di Santa Maria delle Grazie: proprio la coincidenza con la Settimana Santa sarà l’occasione per ammirare il tramezzo con le scene della Vita e Passione di Cristo.

3. Meride e il Monte San Giorgio, patrimonio mondiale UNESCO Sabato 21 aprile; ore 14:00–16:30. Ritrovo: Meride, posteggio sterrato (ecocentro). Visita con Gabriele Geronzi. Descrizione: Proponiamo una visita che unisce cultura e natura. Il villaggio di Meride presenta eccezionali qualità spaziali e storico-architettoniche e per questo è incluso nell’elenco dell’Inventario federale degli insediamenti di importanza nazionale (ISOS). La visita al Museo dei Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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fossili permetterà di comprendere perché il Monte San Giorgio – dichiarato patrimonio mondiale dell’UNESCO – è da annoverare tra i più importanti giacimenti fossiliferi al mondo del Triassico Medio (247–237 milioni di anni fa).

5. Il nucleo storico rurale di Ronco s/Ascona: ricchezza spaziale e peculiarità urbanistiche Domenica 13 maggio; ore 14:30–17:00. Ritrovo: Piazza del Semitori, negozio di alimentari, 6622 Ronco s/Ascona. Visita con Sabrina Németh. Informazioni: s.nemeth@arct.ch.

4. Le bellezze romaniche di Giornico Sabato 5 maggio; ore 15:30–17:30. Ritrovo: Chiesa di San Nicola, Giornico. Visita con Alessandra Giussani.

Descrizione: Scoprite le peculiarità urbanistiche e paesaggistiche di Ronco s/A. In collaborazione con la STAN e l’Associazione Ronco s/A – Cultura e tradizioni, l’architetto e urbanista Sabrina Németh vi condurrà attraverso l’intrigante nucleo storico di Ronco. Oltre ad illustrare la storia e l’evoluzione urbana del piccolo comune lacustre, l’itinerario proposto è anche un’occasione unica per accedere ad alcuni edifici e magici giardini privati e scoprirne i valori culturali nascosti. Con il sostegno del comune di Ronco s/A. Am Freitag 11. Mai, Samstag 7. Juli und Freitag 20. Juli findet die Führung auf Deutsch statt. Kostenlos / keine Anmeldung erforderlich.

Descrizione: La visita guidata accompagnerà alla scoperta, o alla riscoperta, delle due chiese romaniche di Giornico: la più antica e perfetta, quella che fu chiesa del convento di San Nicolao, e quella sulla rocca, che fu la chiesa del Castello di Santa Maria. Sono entrambe testimonianze storiche che attraverso la loro bellezza ci emozionano e toccano corde profonde della nostra sensibilità.

6. Collina d’oro: da Gentilino alla Casa Rossa di Hermann Hesse

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Sabato 19 maggio; ore 14:30. Ritrovo: Posteggio del cimitero di Gentilino. Visita con Benedetto Antonini. Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018


Descrizione: Partendo da Gentilino, visiteremo la chiesa di St. Abbondio, segnatamente per quel che concerne l’impianto urbanistico e la maestosità dei filari di cipressi, senza ovviamente dimenticare l’interno riccamente decorato. Saliremo poi Montagnola per prendere visione della prima e della seconda residenza di Hermann Hesse: la seconda minacciata da un intervento edile che distruggerebbe il giardino dove il «nostro» premio Nobel per la letteratura trovava l’ispirazione coltivando la vite e le rose. Prenderemo poi visione anche dei luoghi di residenza dei maestri della Scuola di Francoforte: Horkheimer e Pollock. Infine, se il tempo lo permetterà passeremo dalla chiesa di Agra, spingendoci fino al magnifico villaggio di Barbengo.

8. L’architettura di Carl Weidemeyer: Teatro San Materno e case private Sabato 21 luglio; ore 10:30 / 14:30 / 16:00. Ritrovo ad Ascona: via Losone 3. Visite guidate con Sabrina Németh: Teatro San Materno: ore 10.30 –12; Casa Tutsch: ore 14.30–15.45; Villa Chiara: ore 16–17. Posti limitati, iscrizione entro il 19 luglio presso: s.nemeth@arct.ch

7. Abitare nelle diverse epoche – contaminazioni culturali Venerdì 15 giugno; ore 14:30–17:00. Ritrovo: Piazza del Semitori, negozio alimentari, 6622 Ronco s/Ascona. Visita con Sabrina Németh.

Descrizione: Carl Weidemeyer, artista e architetto tedesco giunto ad Ascona nel 1927 per la costruzione del Teatro San Materno, realizzò in seguito una quindicina di abitazioni tra Ascona e Porto Ronco, divenendo uno dei protagonisti dell’architettura moderna in Ticino. Oggi gran parte di questi edifici sono andati distrutti o manomessi al punto da essere irriconoscibili. La giornata dedicatagli rappresenta un’occasione unica per visitare gli unici tre edifici nella regione ancora intatti e restaurati con cura. In collaborazione con la Fondazione Carl Weidemeyer e l’Associazione Ronco s/A – Cultura e tradizioni.

Gratuito. Posti limitati: è necessario iscriversi entro giovedì 14 giugno presso: s.nemeth@arct.ch. Descrizione: Scoprite tre gioielli architettonici immergendovi nell’epoca neoclassica, moderna e contemporanea: Casa Ciseri (ca. 1830) e abitazione monofamiliare (1990 / Luigi Snozzi) a Ronco s /A, e Casa Tutsch (1928 / Carl Weidemeyer), a Porto Ronco. La visita guidata focalizzerà sul contesto urbanistico e paesaggistico specifico di ogni oggetto evidenziandone la risposta architettonica al luogo e rilevando come l’edificio e i suoi interni rispecchiano lo stile di vita di un’epoca, e le differenti contaminazioni culturali.

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In collaborazione con la STAN e l’Associazione Ronco s/A – Cultura e tradizioni. Am Freitag 7. und 21. September findet die Führung in Deutsch statt. Anmeldung bis am Vortag.

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La salita è effettuabile in funivia da Monte Carasso. Gratuito (a carico dei partecipanti è il biglietto della funivia); senza prenotazione. Descrizione: Nell’ostello dell’antico nucleo di Curzútt sarà spiegata la storia del luogo. Si dedicherà in seguito il tempo a una visita del nucleo e all’attraversamento del bosco di castagni fino alla chiesa di San Bernardo, dove un concerto di repertorio antico, eseguito dalla flautista Lidia Giussani, sarà l’occasione speciale per contemplare gli incantevoli affreschi quattrocenteschi.

9. Le meraviglie della valle Rovana Sabato 4 agosto; ore 9:00–17:00. Ritrovo: posteggio stazione FFS Locarno Visita con Benedetto Antonini e Riccardo Carazzetti Il trasporto avverrà tramite un pullman, pranzo in comune a spese dei partecipanti. Escursione CHF 40, posti limitati, iscrizione entro il 12 luglio presso: carla.borradori@stan-ticino.ch, T 091 751 16 25 Descrizione: La chiesa di Rovana è spesso ignorata, nonostante la sua particolarità urbanistica e architettonica. All’interno vi sono stucchi e affreschi sorprendenti per ricchezza e coerenza. Dopo aver preso conoscenza della zona dei grotti di là del ponte sulla Rovana, visiteremo il villaggio di Boschetto, rimasto quasi intatto. Saliremo poi a Campo Vallemaggia per visitare il gruppo delle case Pedrazzini e la parrocchiale appena restaurata. Per finire, se possibile, ci spingeremo fino a Cimalmotto per conoscere la chiesa, essa pure assai sorprendente per la sua ricchezza decorativa.

11. Il Cinema Arlecchino nel nucleo storico di Brissago Sabato 1 settembre; ore 16:00–18:00. Ritrovo: davanti al Cinema Arlecchino a Brissago. Visita a cura dell’Associazione amiche e amici dell’Arlecchino. Gratuito; senza prenotazione.

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10. Visita di Curzútt e concerto nella chiesa di San Bernardo Sabato 25 agosto; ore 9:00–12:30. Ritrovo al nucleo di Curzútt. Visita con Alessandra Giussani; musicista Lidia Giussani. Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

Descrizione: Nel 2010 l’associazione «Amici e Amiche dell’Arlecchino» ha riscoperto (vedi ricerca storica dell’arch. Riccardo Bergossi) il cinema Arlecchino, un brillante esempio di sala cinematografica tipica degli anni Cinquanta. Visiteremo l’interno dove sarà presentato il previsto ricupero storico-architettonico e il programma di rilancio. Seguirà la visita del suo comparto storico, con la chiesa parrocchiale rinascimentale e l’interessante connubio tra il nucleo tradizionale e i più recenti interventi architettonici.


derno. Il centro di Lugano conserva edifici che testimoniano in modo chiaro le brevi tappe di questa evoluzione. Partendo dalla Galleria pedonale in via della Posta degli architetti Adolfo Brunel, Augusto Guidini junior e Giuseppe Antonini (1930), la visita si concluderà alla Biblioteca cantonale dei fratelli Rino e Carlo Tami (1939 –1941).

12. Passeggiata a Carona, nelle antiche chiese dei boschi e del nucleo Sabato 15 settembre; ore 14:00–18:00 circa. Ritrovo: Chiesa parrocchiale di Carona. Gratuito; senza prenotazione. Descrizione: La gita prevede di camminare circa 2 ore nel bellissimo bosco di Carona, dal paese a Torello e ritorno. Il percorso si aprirà con la visita della chiesa parrocchiale (che custodisce la famosa copia del Giudizio di Michelangelo), delle parti più significative del nucleo e della chiesa di Santa Marta. Ci si addentrerà poi tra gli alberi per giungere alla chiesa di Santa Maria d’Ongero e, infine, alla chiesa del Torello, che per l’occasione sarà visitabile anche all’interno.

13. Il valore architettonico e urbanistico di edifici degli anni Trenta del Novecento a Lugano

14. Villa Ciani e il suo Parco Sabato 29 settembre; ore10:30–12:30. Ritrovo: all’entrata del Parco Ciani sul Quai Albertolli, davanti alla statua di Guglielmo Tell. Visita con Riccardo Bergossi. Gratuito; senza prenotazione. Descrizione: La visita comincerà con la spiegazione di come l’area si sia modificata nel corso dei secoli da quando ospitava il Castello di Lugano a oggi. In seguito si visiterà la villa, della quale si diranno le trasformazioni avvenute da quando è stata costruita dalla famiglia Beroldingen, i landscribi di Lugano (sec. XVII), fino alla sistemazione voluta dai fratelli Ciani (1840). Per finire, noleggiando speciali occhiali, gli interessati potranno effettuare una visita in realtà aumentata del piano terreno della residenza e rivivere la storia dei fratelli Ciani, vedendo come la loro dimora si presentasse nell’Ottocento.

Sabato 22 settembre; ore 10:30–12:30. Ritrovo: Lugano, Via della Posta, all’entrata della galleria pedonale. Visita con Riccardo Bergossi. Gratuito; senza prenotazione.

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Descrizione: Gli anni Trenta rappresentano un periodo molto interessante nell’architettura del Ticino perché hanno segnato il passaggio dai linguaggi storicistici legati alla produzione della fine dell’Ottocento al MoIl nostro Paese, n. 334, aprile 2018


Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale

Promuovere il patrimonio culturale Benedetto Antonini Nel contesto della celebrazione simbolica dell’Anno del Patrimonio culturale, la STAN, sezione di Schweizer Heimat­ schutz, una delle organizzazioni nazionali patrocinatrici, ha organizzato una serie di manifestazioni, segnatamente di escursioni tematiche, le quali hanno per tema quello di invitare a visitare un patrimonio non sempre conosciuto e adeguatamente riconosciuto. Ma, il programma delle escursioni, culminerà il 24 settembre con una conferenza intitolata Il valore civile del Patrimonio culturale. Tema programmatico, e necessario, poiché molto spesso per uscire dalle situazioni di crisi giova ritornare ai valori fondanti, ossia alle basi etiche della convivenza civile e da lì ricostruire un ragionamento che sembrava aver perso il proprio «filo d’Arianna». Quale relatore, la STAN ha avuto la fortuna di potersi assicurare la disponibilità di Tomaso Montanari, professore all’Università Federico II di Napoli, una delle massime autorità del momento in materia. Tra gli atti importanti bisogna ricordare che, prima dell’apertura del World Economic Forum, il Consigliere federale Alain Berset ha invitato i suoi colleghi ministri europei responsabili della cultura a un dibattito sul tema «Baukultur», al quale è seguita la ratifica della Dichiarazione di Davos. Un testo fondamentale che la STAN condivide e invita a leggere con l’opportuna attenzione.

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Del significato del Patrimonio culturale si sta occupando in modo assai convincente anche il Fondo nazionale svizzero della ricerca scientifica, nonché l’Accademia svizzera di scienze umane e sociali. Nel bollettino di dicembre del 2017, l’Accademia, lanciando il suo impegno per l’anno che stiamo celebrando, ribadisce in modo inequivocabile che il valore materiale e quello simbolico di un bene culturale non possono essere separati, poiché sono le due facce della stessa medaglia. Anzi, spesso, il secondo prevale sul primo, ragione per cui taluni beni, che a prima vista non mostrano componenti artistiche di alto livello, assumono un’importanza fondamentale a causa del messaggio mnemonico che veicolano. Ricordiamo ad esempio che il «praticello» del Grütli non sarebbe altro che un prato sul Lago dei Quattro Cantoni, se qualcuno, da tempo, non l’avesse caricato con il mito dell’atto di fondazione della Svizzera. La casa a Sils Maria, dove Nietzsche trascorreva le vacanze estive, non sarebbe assurta a «santuario» della memoria dell’uomo e delle sue opere, se il grande filosofo non Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

vi avesse concepito alcuni tra i suoi scritti più famosi. Parimenti, ma per ora con minor fortuna, ne è della «Casa Rossa» a Montagnola e dell’attinente giardino, dove Hermann Hesse concepì i romanzi che gli valsero il premio Nobel per la letteratura e il culto dei «figli dei fiori», movimento che dalla California inondò il mondo intero. Più ancora di questo valore simbolico, però resta il fatto che questo sito fu il porto della sicurezza morale e fisica di numerosi intellettuali antinazisti, i quali trovarono, proprio lì e proprio da Hesse, l’aiuto che permise loro di non perdere la vita e la speranza. Per tutte queste ragioni il sito merita di essere ricordato e salvaguardato. Il valore socio-psicologico della memoria, a sua volta, è stato l’oggetto delle ricerche di Jan e Aleida Assmann, per le quali, nel 2017, fu loro attribuito l’alto riconoscimento del premio Balzan. Se dall’opera del primo si apprende quali siano i meccanismi mentali che conducono la società a produrre valori morali indispensabili alla convivenza e persino alla conservazione della specie, in quella di sua moglie si può leggere come la società necessiti di valori simbolici anche materiali che propongano tangibilmente al singolo e al gruppo i valori a cui riferirsi, in cui credere. Si può così capire quanto importanti essi siano stati nell’evoluzione culturale dal Neolitico in poi e quanto necessari siano ancor oggi per l’identificazione sociale e quindi anche per promuovere il senso di sicurezza e quelli di dignità e di libertà a cui tutti aspiriamo. Nel Neolitico, un tumulo di pietre accumulate sopra una sepoltura aveva non solo la funzione di onorare il defunto, ma anche quella di demarcare un territorio, di ricordare ai superstiti la loro appartenenza ad esso e, infine, di dimostrare alle tribù concorrenti la propria legittimazione ad appropriarsi di quel luogo. Il discorso di allora era: «La presenza tangibile delle spoglie mortali dei miei antenati in questa terra è la concreta dimostrazione della legittimazione mia e della mia famiglia a rivendicare la proprietà di questa terra e il diritto a usufruire dei suoi frutti». Nonostante i millenni trascorsi esso non ha perso nulla della sua forza politica e rimane tuttora attuale. Gli Egizi, a loro volta, usarono piramidi e obelischi, i Celti eressero i menhir, altre culture attribuirono tale funzione ad alberi maestosi: i popoli nordici agli abeti, quelle africane, come in Etiopia, al maestoso


sicomoro. Questi alberi, infatti, collegano la terra con il Cielo, il mondo dei vivi con quello dei defunti. Per simboleggiare voglia di libertà, sovranità e potenza, la vecchia Europa ha sovente ripreso gli stessi modelli. L’hanno fatto i Papi in Piazza San Pietro, lo ha fatto Napoleone in Place de la Concorde, ma lo abbiamo fatto anche noi ticinesi celebrando l’indipendenza nelle omonime piazze a Lugano e a Bellinzona. L’argomentazione in merito alla necessità dei beni culturali diventa più ardua quando si tratta di salvaguardare quali beni culturali degli edifici. Distinguiamo necessariamente tra edifici pubblici e edifici privati. I primi, segnatamente quelli con funzione di culto, di regola, non avendo mercato, non si fatica a tutelarli. Gli edifici privati, invece, siccome spesso sono posti dai piani regolatori in zone che permettono sfruttamenti edilizi ben maggiori di quelli esistenti, sono sottoposti alla pressione di chi ambisce a realizzare la plusvalenza che una costruzione sostitutiva, bella o brutta che sia, potrebbe produrre. In altri casi, come nel nucleo storico di Novazzano, si vorrebbero semplicemente evitare i fastidi di un restauro demolendo una porzione di storia, sostituendo gli edifici d’epoca con costruzioni vagamente simili, ma più razionali. Ebbene, nonostante tutta la comprensione che si deve avere per le ragioni economiche, ci sembra sia necessario, in presenza di iniziative demolitrici, interrogarsi su quali siano i valori da privilegiare. Quando si tratta di antiche costruzioni che costituiscono i nuclei primordiali dei nostri villaggi, occorre lasciar parlare la sostanza costruita, leggere la relazione del villaggio nell’area circostante, capire come la cultura edile di allora abbia soddisfatto i bisogni pratici escogitando soluzioni intelligenti e economiche, vedere come i materiali siano stati scelti e impiegati senza tradirne le specifiche qualità naturali e da lì concludere come intervenire per ridare vita a quelle costruzioni e a quegli ambienti che, in genere, esprimono un senso di pace che possiamo tutti interiorizzare. In questi contesti d’origine rurale occorre prestare attenzione alla morfologia dei terreni circostanti, spesso modellati per una miglior coltivazione, alle opere di cinta, alle pavimentazioni dei vicoli e alle alberature di regola utili per nutrire gli uomini e gli animali o per le loro qualità curative. Ci si deve dunque confrontare con l’edificio con un approccio sistemico che vada dalla macro al micro scala e viceversa.

espansione degli insediamenti, grazie a un benessere economico mai conosciuto prima. Molte di queste residenze borghesi sono state realizzate grazie al sacrificio dell’emigrazione. Oggi sono le costruzioni più minacciate dalle «operazioni immobiliari», poiché fa gola la rendita fondiaria favorita dai generosi parametri edilizi e dalle dimensioni dei giardini. Così, senza troppi patemi d’animo, basta un cenno al traxista, perché vada in polvere il prodotto di un genio creativo che ha fatto la bellezza di molti paesaggi urbani. Sovente in queste architetture si può constatare in uno con l’abilità del «designer», anche quella degli artigiani chiamati a realizzare il suo progetto: muratori, falegnami, fabbri, stuccatori, pittori e, non da ultimo, veri artisti che all’interno e all’esterno hanno completato l’opera con sapienti decorazioni simboliche. Orbene, si converrà che occorre agire diversamente, altrimenti in pochi lustri il nostro quadro di vita sarà composto da una sterile giustapposizione di parallelepipedi scatolari, materializzazione paradigmatica dei non-luoghi denunciati da Marc Augé. Se un tale scempio dovesse verificarsi, come potremmo ancora identificarci con il nostro ambiente di vita? Quali storie potremmo ancora raccontare ai nostri nipoti? Come potrebbero quest’ultimi andare fieri del loro quartiere e della loro città, ricordando i luoghi in cui hanno vissuto la loro infanzia e fatte le così importanti prime esperienze di vita autonoma? Occorre che leggiamo e rileggiamo la Dichiarazione di Davos per conoscere e fare nostri i giusti principi enunciati dai ministri della cultura di tutta l’Europa. Occorre che i politici ne traducano i principi in leggi e quest’ultime in decisioni coerenti. Ma non basta, occorre che tutti i cittadini e le cittadine facciano sapere che è questa la politica che vogliono per il rispetto dovuto alle generazioni che ci hanno lasciato un territorio e un paesaggio in cui possiamo vivere bene ed è questo il territorio che vogliamo lasciare alle generazioni future affinché, anch’esse, possano sentirsi sicure, rispettate e andare fiere del loro Paese.

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In altri contesti, come quello delle ville di fine Ottocento e inizio Novecento, non di rado in stile Liberty, constatiamo un cambiamento del modo di vita. L’archetipo è quello dell’edificio isolato, posto in un giardino disegnato. Sovente si tratta di quartieri sorti con la prima Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018


Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale

A vent’anni dal restauro del Teatro Sociale di Bellinzona Salvato dalla distruzione grazie all’annoso impegno di molteplici associazioni, fra le quali anche la STAN, il bel teatro all’italiana di metà Ottocento, rinnovato, ha potuto riprendere con nuovo slancio l’originaria funzione e, grazie a proposte diversificate e di livello internazionale, è divenuto uno dei principali poli culturali della città e del Cantone. Paolo Camillo Minotti

12 Il Teatro Sociale di Bellinzona. Sulla destra, il camminamento lastricato in gneiss di Lodrino tra piazza Teatro e via Dogana, sotto il quale sono sistemati gli impianti di climatizzazione, la centrale elettrica e le toilettes (foto Franco Mattei / Fondazione Teatro Sociale di Bellinzona) Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018


Sono passati ormai vent’anni dalla riapertura del Teatro Sociale di Bellinzona, a seguito del restauro progettato e diretto, tra il 1990 e il 1997, dagli architetti Giancarlo Durisch e Pia Durisch Nolli. Nel 1997, in una sera di fine ottobre, ci fu l’inaugurazione ufficiale, un traguardo agognato per tutti coloro che vollero fortissimamente salvare questa testimonianza storico-artistica e far rivivere questo piccolo teatro all’italiana nel nostro borgo di provincia. E il 15 novembre 1997 ci fu la consegna del Premio Heimatschutz all’Associazione Amici del Teatro Sociale. Un traguardo il cui raggiungimento, però, negli anni precedenti, fu a momenti tutt’altro che certo, perché l’iter fu travagliato: parecchi, soprattutto fra i politici comunali, ma non solo, erano scettici e disperavano su una possibilità di recupero dell’edificio, per non parlare poi di una rivitalizzazione del teatro e di un suo rilancio. Alcuni vedevano nel teatro, in quanto tale, una sorta di retaggio arcaico e ammuffito, ormai soppiantato da cinema e televisione, e ritenevano un anacronismo nostalgico il sognare un suo rilancio. Diciamo che c’era un pregiudizio contrario a un suo ripristino, che si basava sul fatto che la programmazione teatrale, sin dall’inizio degli anni Cinquanta, si era in effetti interrotta ed era stata sostituita dalle proiezioni cinematografiche. Per inciso, allo scopo di installare la cabina di proiezione, era stato accecato il settore centrale del terzo ordine di palchi. Poi, dalla fine del 1971, si era interrotta anche la programmazione cinematografica e soltanto il Caffé Teatro era rimasto ancora aperto fino al 1986. L’edificio era finito nelle mani dell’impresario Carlo Garzoni e, per mancanza di manutenzione, era divenuto sempre più fatiscente. Si cominciò quindi a parlare di possibile, o auspicabile demolizione e, di converso, cominciarono a mobilitarsi coloro che la avversavano e ne auspicavano il restauro. Verso la fine degli anni Ottanta la vicenda ebbe infine una svolta a favore della conservazione e del recupero, grazie alla decisione della Commissione federale dei monumenti storici di dichiarare il Teatro Sociale monumento protetto di interesse nazionale. Cercheremo, nelle righe che seguono, di accennare ad alcuni episodi della lunga vicenda che portò a quella decisione e quindi al restauro. Ma oggi, dopo vent’anni, si impone come un’evidenza pure un’altra considerazione: il Teatro Sociale è risorto, la sua ventennale programmazione ha saputo tenere vivo l’interesse di un discreto numero di appassionati fruitori. Prima con la direzione, per molti anni, del professore Renato Reichlin, poi, in questi ultimi tempi, con quella di Gianfranco Helbling, si è saputo offrire un calendario di manifestazioni variato e interessante, dal teatro classico a quello più sperimentale, con compagnie di vari paesi, concerti ecc. Si può quindi dire che il rilancio del teatro sia stata una sfida riuscita. Si è dimostrato che un teatro a Bellinzona

ha ancora una ragione d’essere, contrariamente a quanto dicevano i fautori della sua demolizione. Un grazie, quindi, alla passione e alla volontà della pattuglia degli Amici del Teatro Sociale che vollero e seppero dedicare molte energie, anche dopo il restauro del teatro stesso, ad animarlo e farlo rivivere, anno per anno.

In Svizzera, Il Teatro Sociale di Bellinzona è l’unico esempio di teatro all’italiana ancora esistente, insieme al Casino-Théâtre di La-Chaux-de-Fonds, che però fu ampiamente rimaneggiato nel corso del tempo. La costruzione del teatro all’italiana a metà Ottocento Il Teatro Sociale fu promosso da una società privata di 29 azionisti e venne inaugurato nel dicembre 1847. Fu costruito dall’ingegnere Giovanni Rocco von Mentlen su disegni dell’architetto milanese Giacomo Moraglia, che era stato anche il progettista del palazzo civico di Lugano (ideato come sede del governo cantonale) e della chiesa parrocchiale di San Carlo a Magadino. Moraglia appartiene, insieme al monzese Carlo Amati e ai ticinesi Luigi Canonica e Giacomo Albertolli, al secondo periodo neoclassico lombardo, seguito a un cosiddetto primo periodo neoclassico, rappresentato, alla fine del Settecento, da figure come Giuseppe Piermarini, Giuseppe Levati e Simone Cantoni. Il teatro di Bellinzona è un tipico teatro all’italiana, come quelli costruiti in molte città italiane a partire dalla fine del Settecento. Il Teatro alla Scala di Milano è del 1778, il grande Teatro Sociale di Como fu costruito tra il 1811 e il 1813, mentre quello di Sondrio – progettato dall’architetto Luigi Canonica – sorse tra il 1820 e il 1824. In Svizzera, il Teatro Sociale di Bellinzona è l’unico esempio di teatro all’italiana ancora esistente, insieme al Casino-Théâtre di La-Chaux-de-Fonds, che però fu ampiamente rimaneggiato nel corso del tempo. L’edificio venne costruito sul sedime del fossato e delle mura demolite della città, in prossimità di Porta Locarno, anch’essa demolita, che si trovava, grossomodo, nell’area dell’attuale Piazzetta Teatro, allo sbocco di via Teatro. Negli anni seguenti, con l’incameramento dei beni ecclesiastici, il convento delle Orsoline e il suo vigneto, che occupava gran parte dell’attuale piazza Governo, divennero proprietà del Cantone. Il complesso conventuale, ristrutturato, fu destinato a sede del Governo, mentre il vigneto fu trasformato in piazza e giardino pubblico. Piazza Governo prese grossomodo la sua attuale configurazione verso il 1870. Il completamento della facciata del teatro rivolta verso la piazza è del 1869. Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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La pianta dell’edificio è relativamente semplice: si tratta di uno schema rettangolare di circa 16 × 35 metri, suddiviso in tre parti che hanno una proporzione all’incirca di 1 : 2 : 2. La prima parte ospita l’atrio, al pianterreno, e, al primo piano, i ridotti. La parte centrale è costituita dall’invaso teatrale di forma ovoidale con tre ordini di palchi. La terza parte comprende l’ampio palcoscenico e i camerini. Le strutture e sovrastrutture interne della seconda e terza parte erano, come in molti teatri simili in Italia, in gran parte in legno, materiale che garantisce una migliore resa acustica. La facciata principale, rivolta a settentrione, è quella più significativa: il piano terra è scandito da cinque ingressi; il piano superiore è ritmato da quattro lesene ioniche di sarizzo e da cinque finestre, a cimasa e ad arco alternati, e sormontato dalla trabeazione e da un timpano senza ornamento che vivacizza discretamente la facciata. Una costruzione abbastanza sobria, insomma, che è il risultato dell’incontro tra un architetto capace e un gruppo di promotori con relativamente pochi mezzi a disposizione.

L’ampliamento degli anni 1894–1897 e gli interventi del 1919 Nel 1894 si procedette all’aggiunta di un’ala verso occidente, per far posto al ristorante. Il progetto fu poi completato e perfezionato, nel 1897, da Maurizio Conti, uno degli architetti più attivi a Bellinzona tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento, progettando innumerevoli ville e palazzine, parecchie delle quali ancora esistenti. Importanti interventi di restauro vennero poi eseguiti, sotto la direzione dell’architetto Enea Tallone, nel 1919, quando – come ricorda Simona Martinoli – furono tra l’altro applicate delle decorazioni in gesso nell’atrio, venne ridipinta la volta della sala, opera del pittore-decoratore Luigi Faini, mentre l’arco scenico fu arricchito di fregi e coronato dallo stemma bellinzonese, opera dello scultore Apollonio Pessina (nota 1).

Giacomo Moraglia, Teatro di Bellinzona. Pianta del piano superiore a livello del Ridotto, 1847 circa (in Il Teatro Sociale di Bellinzona. Uno spettacolo di Teatro, a cura di Renato Reichlin, Bellinzona, Fondazione Teatro Sociale di Bellinzona, 1997, p. 92)

Il progressivo degrado dopo la chiusura

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Il Teatro Sociale, all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, si trovava in uno stato di notevole degrado. Dalla fine del 1971 non era stato più utilizzato nemmeno come sala cinematografica. Non va dimenticato, altresì, che lo stabile non era di proprietà pubblica, né di una società privata di utilità pubblica. La società che originariamente aveva costruito l’edificio lo aveva ceduto da molti anni: dopo essere stato fino al 1969 proprietà del Partito Liberale Radicale di Bellinzona, era stato acquisito dall’impresario Carlo Garzoni. Come ricorda Giulio Foletti, all’inizio degli anni Settanta già si era parlato, una prima volta, di una possibile demolizione. Il progetto elaborato dagli architetti Claudio Pellegrini e Guido Tallone per conto del proprietario Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

– scrive Foletti – «prevedeva la demolizione del Teatro e l’edificazione di uno stabile amministrativo, con una sala multiuso al pianterreno. Benchè approvata dalle autorità cantonali, senza suscitare particolari discussioni circa il valore storico e artistico dell’edificio destinato alla demolizione, l’iniziativa naufragò, specialmente per la difficoltà di conciliare gli interessi del proprietario e le esigenze culturali della comunità bellinzonese che, iscritte formalmente come servitù nel registro fondiario, gravavano sul Teatro.» (nota 2). In tale situazione, non trattandosi di un edificio pubblico, era oggettivamente più difficile indurre il Comune a farsi promotore del restauro, previo acquisto del sedime.


Fino a che intervenne una novità di rilievo: la donazione, anzi, le due donazioni dell’architetto Mario Della Valle, un professionista di origine ticinese che aveva vissuto tutta la vita nella Svizzera interna, dove aveva riscosso un discreto successo. Giunto all’età della quiescenza, volle fare un gesto munifico a favore del suo Cantone e della sua cittadina di origine: dapprima donò cinque milioni di franchi a favore del restauro di Castelgrande, poi, di lì a qualche tempo (verso la fine del 1982), annunciò di voler fare un’ulteriore donazione per l’edificazione di un centro polivalente, o sala multiuso, progettata dall’architetto Aurelio Galfetti nel giardino di piazza Governo, addossata alla parete occidentale del teatro.

Il controverso progetto Galfetti Mentre la prima donazione, quella a favore di Castelgrande, suscitò perlopiù solo plausi, quella a favore del centro polivalente divise profondamente l’opinione dei bellinzonesi e dei ticinesi. Forse il donatore non se ne rese conto (o fidava nel motto «a caval donato non si guarda in bocca»), ma l’impressione che molti cittadini ebbero fu quella di un tentativo di ricatto non tanto velato, in virtù del quale il donatore non si limitava a erogare munificamente la somma donata, ma pretendeva di imporre ubicazione e modalità di realizzazione del progetto. E ciò non fu da tutti ben recepito. Il fatto è che il progetto Galfetti era molto discutibile, per diversi motivi di sostanza e di forma, principalmente di natura urbanistica: in primo luogo, salvava sì l’edificio del teatro, ma lo sviliva a semplice dépendance, o atrio, del nuovo centro culturale, accecando altresì tutta la facciata occidentale dello stesso; in secondo luogo, e soprattutto, avrebbe occupato praticamente tutto il giardino di piazza Governo, in pratica sopprimendo quest’ultima, di cui sarebbero rimasti solo alcuni spazi residuali; in terzo luogo, sarebbero scomparsi, con la piazza, pure i sontuosi cedri e il verde che la caratterizzano; inoltre, si obiettava che un tale centro polivalente (assimilabile in pratica a un palazzo dei congressi) sarebbe stato meglio non fosse costruito in centro città, per evitare problemi di intasamento del traffico; infine, ma non da ultimo, formalmente il progetto era una vera e propria provocazione, in quanto cozzava contro una serie di princìpi sancìti dalle leggi ed era incompatibile, non solo con le norme del Piano Regolatore comunale, ma anche con le disposizioni cantonali e federali in materia di protezione dei monumenti e del paesaggio. Con quale coraggio, si chiedevano in molti, le autorità comunali e cantonali avrebbero potuto fare osservare, in seguito, le norme tendenti alla salvaguardia dei nuclei storici, se, in un contesto monumentale di pregio – addirittura nella piazza del Governo, vis-à-vis con il palazzo governativo –, avessero permesso uno snaturamento così plateale della memoria storica e una deroga tanto massiccia alle regole della protezione dei centri storici?

Il Teatro Sociale nel 1892, cartolina fotografica

Il Teatro Sociale nel 1900, qualche anno dopo l’aggiunta del corpo del Ristorante-Caffè Teatro, cartolina fotografica

Non ripercorreremo nel dettaglio la cronologia dell’iter del progetto Galfetti, dal 1982 al 1986. Basti dire che il progetto non ottenne in un primo tempo il preavviso favorevole del Dipartimento cantonale competente, tra l’altro perché esso non rispettava le norme comunali di tutela del centro storico. La cosa non si fermò però lì, perché i promotori del progetto (la Fondazione Della Valle, con il coro degli architetti in voga che sostenevano il collega Galfetti) vollero portarlo avanti a ogni costo. Il Municipio tentò di eludere le norme di protezione del centro storico, modificando queste ultime con una revisione del Piano Regolatore, mirata appositamente a permettere il progetto. Revisione che ottenne, in un primo tempo, l’avallo del Consiglio di Stato! Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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L’atrio, con l’ingresso alla platea, al centro, e le scale laterali che conducono ai palchi e al loggione (foto Franco Mattei / Fondazione Teatro Sociale di Bellinzona)

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Ciò che all’epoca fece particolarmente scalpore fu il preavviso unanime della Commissione per la protezione delle bellezze naturali (CBN) a favore del progetto Galfetti. Ovvero: chi era preposto alla tutela del nostro paesaggio, si disinteressava completamente della manomissione di un quadro paesistico di grande rilevanza come la piazza del Governo, con veduta sui Castelli! La Commissione cantonale dei monumenti storici – dove gli architetti rappresentavano solo la metà dei membri – lo preavvisò invece negativamente, con il voto di spareggio del presidente, don Isidoro Marcionetti. La spiegazione era semplice: gli architetti presenti nelle commissioni erano stati solidali con il progettista, loro collega. Parallelamente, gli oppositori del progetto si mobilitarono, e fu una mobilitazione sia di popolo che di esperti. La Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche (STCBNA, oggi STAN) si oppose al progetto e sollecitò un parere al consulente architettonico dello Schweizer Heimatschutz, architetto Robert Steiner, il quale stese una perizia urbanistica sulla sala multiuso in piazza Governo, che si concludeva con le raccomandazioni seguenti: il teatro, con il giardino attiguo, doveva essere considerato degno di protezione; prima di realizzare un nuovo edificio si sarebbe dovuto restaurare il vecchio teatro, conservandone le caratteriIl nostro Paese, n. 334, aprile 2018

stiche e animandolo con un apposito ente culturale; la sala multiuso Della Valle non si sarebbe dovuta realizzare in piazza Governo; l’ubicazione prevista non era imposta da rapporti funzionali con il vecchio teatro. Ci sia concesso annotare che gli auspicii del compianto Robert Steiner (non da ultimo quello di animare il teatro con un apposito ente culturale) oggi paiono essere felicemente realizzati! Anche la Lega per la protezione della natura, sezione Ticino (ora Pro Natura) prese posizione contro il progetto e, tramite il suo presidente, avvocato Graziano Papa, inoltrò ricorso contro il medesimo. Citiamo il titolo dell’articolo sui motivi del ricorso che Papa scrisse per «Il nostro Paese» (n. 153 –154, maggio-agosto 1983): «Piazza Governo è parte integrante e fondamentale del centro storico bellinzonese: va pertanto integralmente salvata. Contro l’occupazione di piazza Governo ad opera dell’edificio del centro culturale». Nel 1984, infine, il professore Piero Bianconi, Edgardo Cattori e Armando Dadò promossero, all’indirizzo del Consiglio di Stato, una petizione contro la realizzazione del progetto, che fu firmata da una quarantina di uomini di cultura e personalità di tutto il Cantone. I fautori del progetto Galfetti risposero con una petizione di segno opposto – firmata prevalentemente da architetti e persone della loro cerchia – che raccolse un centinaio


di adesioni, ma che non aveva oggettivamente lo stesso peso, perché mancavano perlopiù, a questi firmatari, due caratteristiche: la spontaneità della firma e, soprattutto, il disinteresse, spoglio di qualsiasi tornaconto professionale-economico, familiare o politico-ideologico. Aspra fu a momenti anche la diatriba sulle colonne dei quotidiani.

L’intervento della Commissione federale dei monumenti storici Alla fine, il progetto Galfetti fu archiviato. Ma, a quel punto, la diatriba si riaccese in un’ultima fiammata. Infatti, agli occhi del Municipio di Bellinzona, l’edificazione della sala multiuso in piazza Governo apparentemente permetteva di conciliare due postulati: si manteneva l’edificio del teatro e, al contempo, si realizzava una sala capiente (di almeno 600–700 posti) per le presunte esigenze che, secondo i sostenitori del progetto, non avrebbero potuto essere soddisfatte dalla piccola sala teatrale, di soli 300 posti. Caduto il progetto Galfetti, l’alternativa restava quindi: salvare o no il teatro? E la lotta si fece ancora più dura. Il Municipio si orientò definitivamente nel senso di lasciarlo demolire. I fautori del teatro, dal canto loro, fecero tutto il possibile per indurre le autorità a mettere sotto protezione l’edificio e restaurarlo. Vennero presi contatti con la Commissione federale dei monumenti storici e con le autorità federali. Nell’autunno 1985, gli Amici del Teatro Sociale, un gruppo che da qualche anno si era costituito in associazione, invitarono, insieme alla Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, il professore Giancarlo Carcano, esperto di teatri all’italiana e architetto restauratore molto reputato, a tenere una conferenza a Bellinzona. Il professore Carcano certificò che il teatro era un piccolo gioiello degno di essere salvaguardato e restaurato, mettendone in luce, in particolare, l’intelligente impianto interno, finalizzato a una resa acustica e scenica ottimali. Una sintesi della conferenza fu pubblicata ne «Il nostro Paese» (n. 170, gennaio-febbraio 1986). Ancora, nel gennaio 1986, a nome della Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche e della Lega per la protezione della natura, i rispettivi presidenti Andrea Ghiringhelli e Graziano Papa indirizzarono una lettera al Consiglio di Stato, chiedendo la messa sotto protezione del Teatro Sociale. Nonostante che, a livello comunale, almeno istituzionalmente, la volontà pendesse contro il salvataggio del teatro (nel gennaio 1988 ci fu, nel Consiglio comunale di Bellinzona, un voto in tal senso), ormai le cose stavano procedendo a livelli superiori. Nei Servizi cantonali e nel Governo, che erano stati piuttosto ondeggianti sulla vicenda, vi era chi auspicava un recupero del teatro. Ma, soprattutto, si mosse Berna. La Commissione federale dei monumenti storici presieduta dal professore Alfred Andreas Schmid, che era stata

da più parti sollecitata a intervenire, si pronunciò dichiarando il Teatro Sociale di Bellinzona monumento protetto di importanza nazionale. Dopo questa dichiarazione, il Cantone decise parimenti la messa sotto protezione dell’edificio e prese le misure provvisionali necessarie per evitare l’ulteriore deterioramento della struttura. In seguito, Cantone e Comune assicurarono una collaborazione che permise di portare a felice compimento l’operazione, con la costituzione della Fondazione Teatro Sociale di Bellinzona, l’acquisto del sedime, grazie anche al contributo dell’architetto Mario Della Valle – che si convinse a «dirottare» interamente la sua donazione sul salvataggio del Teatro, dopo l’abbandono del progetto Galfetti –, e, infine, con l’impegnativo restauro. In questa delicata fase di partenza della Fondazione Teatro Sociale di Bellinzona, un ruolo importante fu giocato dall’avvocato Carlo Bonetti – da sempre fautore del restauro e primo presidente della fondazione stessa –, che seppe fare valere la sua influenza e unire tutte le forze, anche quelle che erano state precedentemente contrarie, conducendole verso l’obiettivo concreto del restauro del teatro, per il bene della città. Nel gennaio 1990 venne dato l’incarico di curare il restauro all’architetto Giancarlo Durisch.

Nel fatale succedersi e scomparire delle costruzioni del passato, vi sono delle perdite che sono dolorose, soprattutto quando l’opera architettonica piace in modo spiccato ed è particolarmente ben inserita nel contesto. E di solito piace quando è ben inserita … In tal caso ci sembra che quell’edificio sia sempre stato lì e che non avrebbe potuto essere disegnato in modo diverso. Il restauro del teatro (1993–1997) Il restauro, dopo le fasi di indagine preliminare e di preparazione, potè infine prendere avvio nel 1993. Diversi furono i problemi che si posero, dovuti in parte all’avanzato degrado, più grave di quanto si pensasse, dato che lo stato di abbandono dell’edificio, durato diversi anni, aveva dato luogo a infiltrazioni di umidità dal tetto. Si constatarono poi cedimenti e fessurazioni dei muri perimetrali, attribuite alla modalità di costruzione originaria (il teatro era stato eretto in parte sul fossato, colmato, delle mura demolite della città, il che, nei decenni seguenti, provocò degli assestamenti), i quali dovettero essere sottomurati con una corona in calcestruzzo. Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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L’ingresso alla platea (foto Franco Mattei / Fondazione Teatro Sociale di Bellinzona)

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Analoga corona venne posata pure superiormente, su tutti i muri perimetrali, per «tenere insieme», saldamente, l’edificio. Per quanto riguarda gli arredi e le decorazioni interne, furono conservati o ripristinati in modo sostanzialmente fedele all’originale, fatte salve alcune aggiunte del 1919. Ciò presuppose un grande lavoro di ricerca e il coinvolgimento di molti artigiani specialisti. Totalmente innovativa fu invece la scelta delle installazioni tecniche, in particolare la sostituzione totale della macchina scenica, al fine di rispondere alle esigenze delle compagnie teatrali contemporanee. Una scelta importante, dalle molteplici motivazioni, fu quella di demolire l’ala del ristorante. Nei discorsi ufficiali Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

si sottolineò perlopiù l’aspetto del ripristino della struttura originaria, quella del 1847, la necessità cioè di togliere le aggiunte posticce di fine Ottocento e di dare maggiore respiro all’edificio e a piazza Governo. Ciò è probabilmente vero: il presidente della Commissione federale dei monumenti storici, Alfred Andreas Schmid, il cui parere era stato determinante nella decisione di salvaguardare il teatro e che era un fautore del restauro filologico – come ricordava bene Graziano Papa nel discorso ufficiale in occasione della consegna del Premio Heimatschutz, il 15 novembre 1997 («Il nostro Paese», n. 242, gennaio-febbraio 1998) –, sicuramente mise una parola affinché il restauro del Teatro Sociale fosse il più possibile fedele all’opera originaria e non


desse luogo a un «restauro creativo», come nel caso del discusso (fra gli esperti) restauro di Castelgrande. Aggiungasi anche che la lunga diatriba sul progetto Galfetti per una sala multiuso, insistendo sulla necessità di non occupare piazza Governo e di non svilire l’edificio del teatro, aveva in un certo senso posto le premesse logiche per la demolizione del corpo aggiunto alla fine dell’Ottocento. Infatti, se non era permesso a Galfetti fare aggiunte e occupare la piazza, perché si sarebbero dovute conservare le aggiunte fatte in precedenza? Però la teoria del restauro filologicamente fedele all’originale è solo una parte della verità. Questa scelta permise di contenere i costi, cancellando quelli occorrenti per il restauro del ristorante. E soprattutto permise al progettista di dare risposta ad alcuni problemi tecnici non da poco. Lasciamo parlare Giancarlo Durisch e Pia Durisch Nolli: «Importante a tutti gli effetti della progettazione dell’intervento fu la decisione di demolire il Ristorante accostato al Teatro. La demolizione di questa parte, estranea all’impianto originale del Moraglia, ha permesso di ricavare spazi interni ed esterni utili ad un attuale riuso del Teatro e di ritrovare i colori di facciata originari e la facciata primitiva sottostante verso il giardino. […] le altre installazioni (produzione del caldo e del freddo, centrale sanitaria ed elettrica) furono sistemate nella nuova costruzione interrata posta sul sedime dell’exRistorante. I nuovi servizi igienici per il pubblico, corrispondenti alle relative normative cantonali, non poterono essere disposti, per motivi di spazio, all’interno del corpo del teatro, per cui furono ricavati anch’essi nel nuovo corpo tecnico interrato.» (nota 3). Tutte motivazioni comprensibili, ma ciò nonostante un po’ di nostalgia per il Ristorante-Caffé Teatro permane ancora oggi. A parte la considerazione ovvia che un caffé o un ristorante annessi a un luogo di ritrovo e di cultura rappresentano un accoppiamento pratico e in genere gradito al pubblico, va anche detto che il corpo aggiunto a fine Ottocento dall’architetto Maurizio Conti era elegante e completava piacevolmente la facciata principale del teatro. Inoltre, nascondendo la parete laterale occidentale, abbelliva lo sguardo d’insieme. Perché, diciamo la verità, le facciate laterali del teatro non sono eccezionali e hanno un non so che di tozzo. Tra l’altro, dopo vent’anni, si può dire che quella demolizione fu un boccone amaro da digerire per molti fra coloro che si batterono per la salvaguardia del teatro. Infatti si era detto e ripetuto da parte di molti, al fine di opporsi al progetto Galfetti e poi alla demolizione del teatro, che si sarebbe sacrificato in tal modo il bel Teatro Sociale, così come il Ristorante-Caffé Teatro, altrettanto bello! Lo aveva detto ripetutamente anche Graziano Papa e, persino, Robert Steiner nella perizia dell’Heimat­ schutz … E invece ci toccò assistere al restauro del teatro con la demolizione del suo ristorante! Nel fatale succedersi e scomparire delle costruzioni del passato, vi sono delle perdite che sono dolorose, soprattutto quando l’opera architettonica piace in modo spic-

cato ed è particolarmente ben inserita nel contesto. E di solito piace quando è ben inserita. La gente comune, tutti noi, pur spesso senza rendercene conto, perché non siamo esperti di architettura, riconosciamo intuitivamente quando un edificio o un insediamento sono ben riusciti e armoniosamente inseriti nel paesaggio. In tal caso ci sembra che quell’edificio sia sempre stato lì e che non avrebbe potuto essere disegnato in modo diverso. Ma, ciò detto, va anche ricordato che, nelle scelte di tipo urbanistico-architettonico, quello che alla fine si ottiene talvolta rappresenta la risultante di molteplici volontà. In certi frangenti vi sono dei sacrifici che sono inevitabili. Nel caso del Teatro Sociale, lo si voleva salvare e rivitalizzare, si voleva salvare il giardino di piazza Governo e la veduta dei Castelli, si voleva salvare, infine, anche il corpo del ristorante addossato al teatro, perché era una graziosa ed eccellente architettura di fine Ottocento. Le prime due cose sono state ottenute, la terza no. In conclusione, due parole vanno dette anche sui costi, che furono un aspetto della lunga contesa. Per i fautori del restauro del teatro, questo sarebbe costato molto meno della costruzione della sala multiuso. I fautori della demolizione sostenevano invece il contrario e che, comunque, la spesa per il restauro sarebbe stata uno spreco di denaro, perché la sala del teatro non poteva ospitare grandi manifestazioni. A cose fatte, onestamente, va ammesso che il restauro – anche a causa del prolungato abbandono – costò un po’ più di quanto avevano pronosticato i suoi fautori negli anni precedenti. Ma, tutto sommato, ne valse comunque la pena. Peraltro, il contributo finanziario della Confederazione e del Cantone, insieme a quello della Fondazione Della Valle e ai fondi raccolti grazie alla colletta fra la popolazione, permisero di ridurre l’impegno economico a carico della Città di Bellinzona. Insomma, con un onere tutto sommato contenuto, Bellinzona si è trovata a disporre di un teatro perfettamente rinnovato, che rappresenta un’attrattiva per la vita culturale della città.

Note 1. Simona Martinoli, Il teatro Sociale di Bellinzona, Berna, Società di Storia dell’Arte in Svizzera SSAS, 1997, pp. 10 –11. 2. Giulio Foletti, Il destino e la tutela del Teatro Sociale, in Il Teatro Sociale di Bellinzona. Uno spettacolo di teatro, a cura di Renato Reichlin, Bellinzona, Fondazione Teatro Sociale di Bellinzona, 1997, pp. 67– 85 (70). 3. Giancarlo Durisch, Pia Durisch Nolli, Il progetto di restauro, in Il Teatro Sociale di Bellinzona cit., pp. 89 –115 (101–102).

Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale

Paesaggi e masserie del Mendrisiotto Le grandi trasformazioni economiche e territoriali della seconda metà del Novecento hanno mutato drasticamente i paesaggi antropici agrari di pianura e di collina, in parallelo con la riduzione delle attività agricole che trovavano il proprio fulcro nelle antiche masserie. L’ambiente e il paesaggio di Vigino, patrimonio culturale intatto da preservare gelosamente, è una preziosa testimonianza dell’antica bellezza del Mendrisiotto, la «piccola Toscana». Stefania Bianchi Il Mendrisiotto ha la peculiare caratteristica di appartenere a un contesto storico-geografico singolare, perché le sue terre più meridionali, anche dal punto di vista geologico, appartengono alla «regio insubrica»; diversamente l’entroterra pedemontano, in passato, si saldava con lo spazio prealpino, non solo per gli aspetti naturali, ma anche per il vivere quotidiano. Mentre nel piano, in età moderna, si incontravano significative proprietà terriere – per lo più di nobili comaschi e luganesi, o di enti ecclesiastici quali monasteri, capitoli e benefici –, in collina e lungo la valle di Muggio si era confrontati con patrimoni più modesti, ma numericamente più diffusi, e, nel contempo, con la gestione perlopiù collettiva di alpi e boschi. Le risorse ricavate dallo sfruttamento di entrambi erano consolidate dalle rimesse dei migranti che, da questi paesi, partivano di genera-

zione in generazione per lavorare all’estero, in qualità di architetti, ingegneri, stuccatori, pittori, o di semplici muratori, manovali e lapicidi. La fisionomia di borghi e villaggi era inoltre diversa. Oggi, nelle aree di pianura, siamo abituati a convivere con un’intensità abitativa che rende uniforme la presenza dell’uomo lungo le vie di comunicazione privilegiate, per cui le case nel territorio di un comune confinano con quelle di un altro. Altrimenti, più ci si allontana dal traffico e dai centri commerciali, ci si ritrova in nuclei divenuti residenziali, invasi dalla ricerca di tranquillità, per cui anche questi villaggi tendono a perdere la loro identità. In passato, il popolamento di pianura e di montagna era invece regolato da un antico rapporto con le risorse. I dati

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Veduta a volo d’uccello dei terreni circostanti la masseria di Vigino, 2017 (foto aeree Dallalto, Chiasso) Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018


relativi alla popolazione confermano quanto l’evoluzione economica abbia, in quest’ultimo secolo, modificato la consistenza dell’abitare nel Mendrisiotto. Ad esempio, Muggio nel 1801 contava 468 anime, un secolo più tardi 642, oggi poco più di un terzo (206 nel 2000). Rancate, che invece, all’inizio dell’Ottocento, aveva 5 abitanti in meno, all’inizio del secolo successivo ne aveva poco più di 700, mentre, attualmente, ne conta oltre 1350. Ancora più evidente è il confronto con Morbio inferiore: 471 abitanti nel 1801, oltre 900 nel 1900, intorno a 4000 oggi. Di pari passo sono cambiate le attività: nel 1950, a Muggio, la metà della popolazione attiva lavorava ancora nel settore primario. Oggi, questo settore occupa meno del 5 % della popolazione. E, così come le attività del settore primario hanno subito un forte regresso, anche i nuclei abitativi legati alle attività agricolo-pastorali hanno perso la loro funzione e, non di rado, hanno subito l’abbandono. Analogamente in pianura, ad una ad una, le masserie, soprattutto quelle isolate che un tempo componevano il paesaggio agrario, sono scomparse, o sono destinate a scomparire dopo l’inesorabile decadenza.

Le masserie di pianura e di collina si presentavano come unità produttive con strutture e mezzi per conservare e per rielaborare raccolti differenziati … i modelli architettonici prevalenti nel Mendrisiotto avevano un impianto planimetrico a L o a U.

Le masserie di pianura e di collina Nelle aree di pianura e collina predominavano in passato le proprietà laiche di nobili e borghesi, alcune considerevoli come quella dei conti Turconi: 175 ettari di terre, di cui due quinti situati nel comune di Castel San Pietro, ove i conti possedevano la residenza estiva di campagna, ovvero la villa di Loverciano. A queste proprietà si affiancavano i patrimoni degli enti ecclesiastici, altrettanto consistenti, come, ad esempio, l’insieme delle proprietà di pertinenza della Mensa vescovile di Como, che aveva nella composita masseria alla Pontegana il suo fulcro. Queste proprietà si componevano appunto di fattorie dotate di appezzamenti con caratteristiche produttive differenziate. Innanzi tutto campi per la coltura di cereali: grano laddove era possibile, segale negli ambienti climaticamente meno favoriti, granoturco un po’ ovunque lo permettesse la rotazione agricola (è un cereale primaverile), poiché il suo raccolto costituiva il principale approvvigionamento alimentare delle classi contadine. Infatti, all’interno della masseria, si coltivavano per necessità i cereali richiesti nei contratti. In secondo luogo si producevano il vino, le noci, le castagne, a seconda delle caratteristiche delle terre prese in affitto, comprensive o no di selve e boschi. Infine, in misura minore, si coltivavano miglio e avena, o leguminose, talvolta radici (rape) e, dopo il XVIII secolo, senz’altro patate, specie nelle terre più in altitudine. La vite già allora era assai diffusa, sia in filari che percorrevano e attraversavano i campi a frumento, disegnando una verde rete a maglie larghe, come ricordano i viaggiatori del Settecento, sia disposta a ronco, in armonia con la fisionomia del terreno, anche in altitudine.

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Veduta a volo d’uccello di Villa Turconi a Loverciano con la masseria di Vigino sullo sfondo, 2017 (foto aeree Dallalto, Chiasso)

22 Casa e fondi componenti la masseria di Vigino, 1858–1860, in Cabreo dei beni stabili giacenti nei territori di Vacallo, Chiasso, Morbio Inferiore, Balerna, Pedrinate, Novazzano, Coldrerio, Castel San Pietro e Salorino, di ragione del Venerando Ospizio della Beata Vergine di Mendrisio, delineato negli anni 1858, 1859 e 1860, tavola 44, Archivio Storico del Comune di Mendrisio, fondo OBV Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018


Inoltre, sempre più presenti, lungo fossi, viottoli e negli aratori, vi erano i gelsi, i murun, alberi chiave per l’allevamento del baco da seta, dunque per la produzione dei bozzoli destinati alle filande che intorno alla metà dell’Ottocento si fanno sempre più numerose. Infine, la masseria solitamente comprendeva anche aree pascolive e boschi, perché tutte le risorse erano importanti per avere un’autonomia d’approvvigionamento. I pascoli erano solitamente, per il piano, greti di torrente non coltivabili, o zone sortumose, ovvero umide, con vegetazioni povere. I boschi potevano essere selve castanili, boschi misti, oppure boschi da lavoro, vale a dire quelli da cui si ricavavano tronchi e pali, ad esempio per le opere di carpenteria, o per fabbricare, a seconda degli accordi contrattuali, oggetti agricoli o di uso comune, come gli zoccoli.

La masseria di Vigino, 24 febbraio 2018

Dunque la masseria si presentava come un’unità produttiva con strutture e mezzi per conservare e per rielaborare questi differenziati raccolti. Dal punto di vista architettonico i modelli prevalenti nella nostra regione avevano l’impianto a L o a U. Il primo, di più modeste dimensioni, prevaleva nei nuclei (ad esempio, sempre in merito alle proprietà dei Turconi, nelle frazioni di Loverciano e Seseglio) e oggi è poco riconoscibile perché trasformato in abitazioni. Il secondo, che si sviluppava intorno a una corte aperta verso meridione, è riconoscibile nella masseria di Vigino, a Castel San Pietro nella masseria Cuntitt e, tra Coldrerio e Novazzano, nella masseria alla Costa, o nel grande complesso della Pobbia, ricostruito negli spazi del museo all’aperto del Ballenberg, nell’Oberland bernese. Le stalle solitamente erano poste sul lato settentrionale e, all’interno, affacciate sulla corte, si trovavano le cucine, le dispense, il forno. Lungo i corpi laterali si situavano altri spazi destinati ad usi agricoli. Il portico a campate spesso ospitava il torchio a braccio orizzontale e, nei vani dirimpetto, tinaie, fienili, depositi per gli attrezzi. Ai piani superiori vi erano stanze, granai e bigattiere.

La masseria di Vigino, 1948, Archivio di Stato del Cantone Ticino, Ufficio cantonale bonifiche e catasto

Di queste masserie ben poco resta nel territorio. Se qualcosa permane, il contesto circostante è così compromesso dalle trasformazioni indotte dalle vie di transito e dagli insediamenti industriali che il loro sopravvivere sembra una contraddizione storica. Ma la memoria va preservata: ecco perché, delle poche infrastrutture sopravvissute all’impatto del processo evolutivo, la masseria di Vigino, una delle poche ad avere ancora un ambiente «di respiro» circostante, prati e vigne e viottoli di campagna, va doverosamente protetta e salvata, affinché le generazioni future abbiano l’opportunità di intuire come potesse essere stato, in un passato non troppo lontano, il Mendrisiotto, ancora decantato, nelle guide della prima metà del Novecento, come «piccola Toscana».

Gli edifici della masseria di Vigino, evidenziati in rosso, e i terreni circostanti durante la stagione estiva, particolare della foto aerea zenitale Swissair, ante 1960 (pannello 50 × 50 cm, Archivio Storico del Comune di Mendrisio) Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale

La salvaguardia della masseria di Vigino La perfetta armonia di questa antica architettura rurale e del paesaggio collinare agricolo circostante è un valore raro, da amare, difendere e preservare nella sua intatta continuità con gli ampi spazi della dominante villa padronale dei Turconi, a Loverciano, e dei bei declivi coltivati della tenuta di Mezzana. Valeria Farinati

Studi, dibattiti e progetti

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Se fin dagli anni Settanta era possibile riscontrare nella pubblicistica di architettura un interesse specifico per il tema dell’architettura rurale ticinese (nota 1), l’opera che fornì un importante contributo di conoscenza sulla masseria di Vigino fu, nel 1994, la grande impresa didattica, curata da Giovanni Buzzi, dell’Atlante dell’edilizia rurale in Ticino. Nel volume dedicato al Mendrisiotto, infatti, molte pagine sono riservate al rilievo grafico e fotografico del complesso edilizio e alla sua dettagliata descrizione (nota 2). Le operazioni di rilievo erano state condotte dagli studenti della Sezione architettura della Scuola tecnica superiore di Lugano-Trevano una decina di anni prima, nel 1983, quando ancora la masseria era abitata – seppure in parte e in uno stato di conservazione mediocre – e resisteva nella sua antica funzione di centro di produzione agricola. I rilievi architettonici e le riprese fotografiche realizzate allora costituiscono preziosi documenti sulla morfologia e le condizioni dell’edificio, mentre la precisa descrizione degli ambienti fornisce ampie indicazioni sulla loro struttura, sui materiali da costruzione e sulla destinazione d’uso. Il caratteristico impianto planimetrico a U racchiude al centro la corte aperta a meridione, verso valle. L’ala settentrionale e quella occidentale, entrambe di due piani, oltre il piano terreno, presentano portici e ballatoi sulla corte e ospitano i locali di abitazione, mentre l’ala orientale è costituita da bassi rustici. Le stalle e i fienili erano situati a settentrione, con accesso diretto dall’esterno della masseria. L’ingresso alla corte e, da lì, ai locali di abitazione e ad altri ambienti utilitari è dato invece da un androne posto tra l’ala occidentale e quella settentrionale. I materiali da costruzione sono essenzialmente il mattone, per le strutture verticali, e il legno, per quelle orizzontali e per gli infissi e i serramenti. Nei muri maestri i mattoni sono misti a pietrame. I pavimenti sono prevalentemente costituiti da mattonelle di cotto, mentre il tetto è coperto da coppi. Delle due scale, quella interna, Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

Il portico e i ballatoi dell’ala settentrionale, con i panni stesi nel ballatoio del primo piano e le foglie di tabacco appese a essicare nel ballatoio del secondo piano, 1983 (Archivio di Stato del Cantone Ticino, fondo «Atlante dell’edilizia rurale in Ticino», AERT, 3.5.1.)

posta nell’ala settentrionale, ha le pedate in pietra, mentre quella esterna, situata nell’angolo nord-orientale della corte, è interamente di legno, così come i ballatoi. Un vasto ambiente al piano terreno, nella zona orientale del corpo principale, è dotato di camino monumentale a nicchia, con uno stemma scolpito nell’architrave di pietra. Altri tre camini al piano terreno denunciano i locali già adibiti a cucina.


Nel 1996 l’immobile e i terreni, fin dal Settecento parte dei vasti possedimenti dei conti Turconi a Castel San Pietro, dove si situava la villa padronale, venivano donati dall’Ente ospedaliero cantonale al Cantone Ticino. Nel 1996 l’immobile e i terreni, fin dal Settecento parte dei vasti possedimenti dei conti Turconi a Castel San Pietro, dove si situava la villa padronale, venivano donati dall’Ente ospedaliero cantonale al Cantone Ticino. Un tentativo di vendita intrapreso nel 2000, che avrebbe implicato, fra l’altro, lo scorporo del complesso edilizio dal vasto territorio agricolo di antica pertinenza della masseria, esteso su di una superficie di 59 807 metri quadrati, fu bloccato nel 2002 da una sentenza del Tribunale cantonale amministrativo, dopo diversi atti parlamentari. Nello stesso anno fu presentata all’amministrazione cantonale una mozione per l’istituzione di una «Fondazione per la salvaguardia dei beni culturali e per un turismo di qualità», che prendeva in considerazione anche la valorizzazione della masseria di Vigino (nota 3). Nonostante una prima risposta governativa negativa, nel 2005, l’interesse per Vigino doveva proseguire, con un progetto concentrato, in via sperimentale, sulla sola masseria, dato che l’idea godeva del sostegno locale e dell’appoggio di privati. L’esperienza traumatica del trasferimento della Pobbia di Novazzano, strappata dal suo contesto territoriale e trasferita chirurgicamente, pezzo per pezzo, al museo all’aperto del Ballemberg, nell’Oberland bernese, con l’ampio dibattito culturale suscitato dalla vicenda, fu certamente di sprone al nascere di una nuova consapevolezza del valore identitario del patrimonio culturale, nonché dell’inscindibilità di architettura rurale e paesaggio antropico circostante. Nell’ambito di quel sentito dibattito, l’architetto Tita Carloni, fra gli altri, aveva saputo svolgere, con spessore analitico, un’acuta riflessione sul trauma, lo spaesamento, l’impoverimento e, di fatto, la creazione di falsi culturali provocati dal trasporto degli edifici in luoghi diversi da quelli di origine (nota 4).

Il 6 giugno 2007, la masseria di Vigino fu inserita formalmente nell’Inventario dei beni culturali di interesse cantonale, ai sensi della Legge sulla protezione dei beni culturali del 1997.

Tale consapevolezza collettiva fu sancita il 6 giugno 2007, quando la masseria di Vigino fu inserita formalmente nell’Inventario dei beni culturali di interesse cantonale, ai sensi della Legge sulla protezione dei beni culturali del 1997. Nel 2008, il Dipartimento della finanza e dell’economia del Cantone si incaricava di promuovere ufficialmente la costituzione di un gruppo di lavoro. Fin da allora si era stabilito che l’operazione avrebbe potuto avere un senso soltanto qualora fosse stato possibile svolgere in quei luoghi un’attività economica sufficientemente redditizia, che mettesse al riparo gli enti pubblici da versamenti annuali a copertura di eventuali deficit, ma anche dalla necessità e dall’obbligo di svolgere lavori di manutenzione. Nel gruppo di lavoro erano coinvolti il Dipartimento del territorio e gli enti locali interessati a sostenere la valorizzazione della masseria, in particolare i Comuni di Castel San Pietro, Chiasso, Mendrisio, Balerna e Coldrerio, oltre che l’Ente del turismo e la Regione Valle di Muggio, Val Mara e Salorino. Già allora si ventilava che la rappresentanza regionale potesse essere delegata all’Ente regionale di sviluppo del Mendrisiotto, in corso di costituzione con l’obiettivo di promuovere e valorizzare il potenziale economico e territoriale della regione, in collaborazione con il Cantone.

La conoscenza della storia Un prezioso contributo scientifico dedicato alla storia della masseria di Vigino nei suoi aspetti economici, sociali e funzionali veniva esposto nel 2009 dalla storica Stefania Bianchi nell’ambito del convegno «Paesaggio senza memoria? Perché e come tutelare il patrimonio» (nota 5). In quell’occasione veniva organizzata, per i partecipanti al convegno, la visita al complesso edilizio, ormai abbandonato e svuotato delle sue originarie funzioni (nota 6). La ricerca storica permetteva di comprendere con esattezza radiografica, grazie all’analisi della successione diacronica di documenti estremamente precisi, quali le antiche Consegne di case coloniche e terreni agli affittuali, la stratificazione e la cronologia degli ampliamenti della masseria, le migliorie apportatevi nel corso del tempo, il variare o il permanere delle destinazioni d’uso dei diversi ambienti, i materiali, le finiture e le tecniche costruttive. La quantità e la ricchezza delle informazioni fornite da questa particolare tipologia di documenti storici può essere ben esemplificata dallo stralcio di un passo di una delle Consegne di Vigino, quella del 1859, data in cui la proprietà era amministrata dall’Ospizio della Beata Vergine di Mendrisio, in seguito al lascito dell’ultimo dei Turconi, il conte Alfonso Maria: «… Articolo Duodecimo. Descrizione della casa colonica di Vigino, territorio di Castello S. Pietro, goduta dai coloni Guglielmetti Luigi e Domenico fratelli fu Giovanni, Guglielmetti Casimiro fu Antonio, Bernasconi Eusobio fu Francesco, e Bernasconi Giuseppe e fratelli fu Vittore. 1. Atrio d’ingresso con apertura di porta senza serramento. Suolo di rizzo al tetto compreso di due ali costituito. 2. Corte con suolo in parte Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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di rizzo ed in parte di terra a cielo aperto. 3. Cucina nuova a sinistra entrando dal suddetto atrio numero 1, ingresso chiuso con uscio ad un’anta riquadrata in opera, serratura e chiave. Pavimento di mattoni. Volta pure di mattoni. Camino ad uso con focolare e posfuoco di vivo, cappa di cotto sostenuta da due mensole di vivo ed architrave di legno. Guarnerio con due assi per traverso senza serramento. Finestra chiusa da due antini con vetri e rete filo ferro in opera, sopra telaro maestro, e da due ante d’oscuro esterne riquadrate in opera con catenacciolo a quattro occhioli e ferriata di tondini compita …» (nota 7). La ricchezza di informazioni fornite dai documenti descrittivi manoscritti è perfettamente integrata dai documenti grafici, quali la meravigliosa tavola acquarellata dedicata alla casa e ai fondi della masseria di Vigino, nel Cabreo tracciato negli stessi anni. Vi è rappresentato in pianta il complesso edilizio a corte con le tre aie esterne, poste rispettivamente a levante, a tramontana e a ponente. Sono inoltre evidenziati gli appezzamenti della vasta tenuta, distinti anche graficamente, con precisione ed eleganza, per i diversi tipi di coltura, in gran parte ad aratorio con gelsi e viti, ma anche a prato, umido o asciutto, e a selva castanile, fruttifera o meno. Balza agli occhi, nel disegno, come l’estensione dei rari terreni improduttivi sia ridottissima (nota 8). Precedente di una decina di anni è la planimetria redatta a Loverciano, l’undici agosto 1849, dagli ingegneri Giuseppe Bianchi e Leopoldo Rossi, in cui sono indicati precisamente, con le loro funzioni, gli ambienti assegnati a ciascuno dei due proprietari che allora si dividevano il complesso edilizio. Vi sono descritte varie stalle di diverse dimensioni, con locali di abitazione al piano superiore, ovvero sottostanti a fienili se collocate a settentrione, due cucine con ambienti superiori di abitazione, due ampie stanze situate al pianoterreno del corpo principale, anch’esse con abitazioni superiori, il locale del torchio a oriente, così come la stanza «detta dell’Agrada» con annesso pollaio, e, nell’ala occidentale, l’androne, ovvero «andito di porta a tetto», seguito da una stanza adibita a ripostiglio e da due campate di portico. Sono individuate inoltre la corte e l’aia di ponente, nonché lo spazio esterno a tramontana (nota 9).

Le vicende degli ultimi anni

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Per tornare alle vicende più recenti, il 31 maggio 2010, il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino accordava un credito per la messa in sicurezza della masseria di Vigino, secondo le direttive e sotto la sorveglianza dell’Ufficio dei beni culturali, d’intesa con la Sezione della logistica, al fine di non compromettere una futura riqualificazione e valorizzazione della struttura, ormai degradata e dichiarata pericolante, e, in particolare, per evitare un possibile cedimento delle facciate. Il Consiglio di Stato dichiarava allora anche la sua disponibilità a cedere la proprietà e a dare un contributo unico a fondo perduto per la ristrutturazione del complesso edilizio. Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

Proseguivano nel frattempo gli studi del gruppo di lavoro incaricato di valutare la possibilità di costituire una fondazione allo scopo di restaurare il complesso monumentale. Il primo settembre 2010 veniva presentato uno studio sugli scenari di sviluppo della masseria di Vigino commissionato alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. Nel medesimo periodo si poteva assistere a una ricca produzione di studi, fra i quali si potevano annoverare ben quattordici progetti di tesi di Bachelor degli studenti del Corso di laurea in architettura di interni, afferente al Dipartimento ambiente, costruzioni e design della stessa Supsi. Poco tempo prima, il 19 maggio 2010, era stato costituito, come associazione di diritto privato senza fini di lucro, l’Ente regionale di sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio, con sede presso il Municipio di Chiasso. Ne erano membri promotori i Comuni di Chiasso e Mendrisio, l’Ente del turismo e l’Associazione dei comuni regione Valle di Muggio, Val Mara e Salorino, membri di diritto i Comuni, i Patriziati e la Commissione regionale trasporti. A tale nuovo ente sono attualmente affidati tre progetti prioritari, di valenza regionale: accanto a quelli del recupero e valorizzazione delle cave di Arzo e delle vecchie fornaci di Riva San Vitale, quello, appunto, del recupero della masseria di Vigino.

Il progetto di recupero, con nuove funzioni, dell’Ente regionale di sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio Il progetto dell’Ente regionale di sviluppo prevede di inserire nella masseria di Vigino un punto espositivo-didattico e di vendita dei prodotti del territorio, nonché una struttura ricettiva, con il proposito di fare, di un bene culturale ormai definitivamente riconosciuto come parte dell’identità storica e culturale del Cantone Ticino, un polo di attrazione turistica per un vasto pubblico, promuovendo le eccellenze del territorio, secondo un modello di cooperazione pubblico-privato rispondente a criteri di auto-sostenibilità finanziaria. Nel 2013 lo studio di architettura Baserga e Mozzetti di Muralto, con il motto «Pane e vino», vinceva il concorso per il progetto di restauro conservativo della masseria. Nelle relazioni di progetto si riconosce la dimensione identitaria della masseria, la sua relazione con la villa Turconi di Loverciano e con la Scuola agraria di Mezzana, oltre che la complessa sedimentazione storica e l’organicità dell’assemblarsi delle diverse componenti. Dal punto di vista strutturale il progetto prevede la conservazione delle strutture verticali in muratura e il rifacimento di una parte dei solai. L’adesione a principi conservativi sembrerebbe ribadita dall’intento di mantenere la tipologia e la materialità dell’esistente, dichiarando esplicitamente le aggiunte funzionali, quali cellule sanitarie, elementi di sicurezza e impiantistica. La corte, i ballatoi e le scale esistenti mantengono l’originaria funzione aggregativa e distributiva. Inoltre, nella bella corte riparata su tre lati


dall’edificato, ma aperta, verso valle, alla luce e al calore del sole, è prevista l’organizzazione di manifestazioni culturali. Al piano terreno vengono proposti ambienti espositivi e didattici di una «maison du terroir», ovvero di una casa dei prodotti enogastronomici della regione. Sempre al piano terreno, nel locale dalla bella caminiera, nell’Ottocento sottostante la grande «bigattiera», si situano altri spazi espositivi. L’area destinata alla ristorazione è posta nell’ala orientale, di costruzione più recente e limitata al solo piano terreno. L’appartamento del custode è collocato al primo piano, mentre le stanze dell’albergo, una quindicina, sono distribuite tra il primo e il secondo piano. Infine, il progetto proposto dall’Ente di sviluppo regionale prevede che, nel terreno circostante al complesso edilizio sia piantumato un giardino botanico in cui presentare la biodiversità della flora locale: gelsi, tigli, noccioli, biancospini, piante di sambuco ed altre specie botaniche, ciascuna presentata e descritta con etichette scientifiche. Vi sono previsti anche piccoli orti didattici, dedicati all’apprendimento delle tecniche di coltivazione e all’educazione alimentare dei più giovani. Si redigeva, a cura dell’ente, anche un volumetto a stampa, insieme a una pubblicazione on-line dagli analoghi contenuti, allo scopo di fare conoscere il progetto, suscitare un interesse per i suoi obiettivi e avviare, nella primavera del 2016, una campagna per il reperimento di fondi, nel segno di una collaborazione tra settore pubblico e privato. I finanziamenti necessari a realizzare il progetto su Vigino, infatti, appaiono garantiti solo in parte dal settore pubblico, vale a dire dal Cantone e dai Comuni, mentre la restante parte dovrebbe provenire dal contributo di privati, fondazioni e aziende (nota 10). Risale soltanto a qualche mese fa, infine, l’apertura al pubblico della bella mostra dal titolo Vigino, storia di un’antica masseria e del suo territorio, promossa dall’Ente regionale di sviluppo negli spazi dell’Azienda cantonale agraria di Mezzana, di cui, in questa sede, si ripropongono alcuni documenti cartografici e fotografici (nota 11). Fa ben sperare l’attenzione da parte di tante persone – storici, professori, studenti, architetti, giornalisti, amministratori e cittadini – per questo bene culturale fatto di pietre, legno e di terra modellata ad arte dalla fatica contadina. La conoscenza delle tracce fisiche lasciate dalla storia contribuisce a fare sì che queste vengano rispettate e percepite come proprie da un sempre più vasto numero di persone, in grado di trasformare l’emozione trasmessa dai segni lasciati dalle generazioni passate in progetti concreti per quelle che seguiranno.

Note 1. Giovanni Bianconi, Ticino rurale, Lugano, Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche, 1971; G. Bianconi, Costruzioni contadine ticinesi, Locarno 1982; Max Gschwend, La casa rurale nel Cantone Ticino /  Die Bauernhäuser des Kantons Tessin, Basilea, Edito dalla

Società svizzera per le tradizioni popolari – Casa editrice G. Krebs SH, 1976 (vol. I), 1982 (vol. II). 2. Castel San Pietro – Vigino, in Atlante dell’edilizia rurale in Ticino. Mendrisiotto, a cura di Giovanni Buzzi, Locarno, Armando Dadò Editore, 1994, pp. 139–156. 3. Tra le riflessioni e le proposte di recupero dell’antica masseria si può citare anche quella della giornalista Mirella De Paris: Progetto Vigino. Un progetto sociale e ricreativo, un’opportunità di lavoro e di reinserimento, s.d. (post 2002), dattiloscritto. 4. Stefania Bianchi, Storia di un’antica masseria, in Dibattito. La Pobbia di Novazzano: una masseria dalle colline insubriche nel cuore delle Alpi, «Archivio Storico Ticinese», a. XXXIX, n. 132 (dicembre 2002), pp. 239–246; Tita Carloni, Migrazioni di edifici: analogie storiche e qualche commento, ibidem, pp. 260–272. 5. Stefania Bianchi, Vigino, una signora masseria, in Paesaggio senza memoria? Perché e come tutelare il patrimonio, atti del convegno (Balerna, 17–18 ottobre 2009) a cura di Claudio Ferrata e Paolo Crivelli, Cabbio-Bellinzona, Museo Etnografico della Valle di Muggio – GEA associazione dei geografi, 2011, pp. 80–84. Lo studio sviluppava uno dei temi affrontati nelle precedenti ricerche dell’autrice: S. Bianchi, Le terre dei Turconi. Il costituirsi del patrimonio fondiario di una famiglia lombarda nel Mendrisiotto, Locarno, Armando Dadò editore, 1999, pp. 69–75; S. Bianchi, Il paesaggio agrario di pianura e di collina, in Storia della Svizzera italiana dal Cinquecento al Settecento, a cura di Raffaello Ceschi, Bellinzona, Casagrande – Stato del Cantone Ticino, 2000, pp. 103–122. 6. L’ultimo agricoltore aveva ricevuto dall’Ente ospedaliero cantonale la disdetta del contratto di affitto nel 1995, prima della donazione al Cantone, ma aveva continuato a occupare la masseria e i terreni, sfruttando le strutture ormai fatiscenti del complesso con un allevamento di bovini. Nel 2002 fu decretato lo sfratto che però non fu eseguito. L’anno successivo il Cantone concesse all’ex affittuario l’uso gratuito ad usi agricoli in regime di comodato a tempo indeterminato, accordo poi disdetto definitivamente nel 2008. 7. Consegna delle Case Coloniche di Castello, Chiasso, Seseglio, Pobbia e Costa, 1859 (Archivio storico del Comune di Mendrisio, fondo Ospedale Beata Vergine, pp. 131–137). 8. Stabili giacenti nel territorio della Comune di Castello San Pietro, in Cabreo dei beni stabili giacenti nei territori di Vacallo, Chiasso, Morbio Inferiore, Balerna, Pedrinate, Novazzano, Coldrerio, Castel San Pietro e Salorino, di ragione del Venerando Ospizio della Beata Vergine di Mendrisio, delineato negli anni 1858, 1859 e 1860, tavola 44 (Archivio storico del Comune di Mendrisio, fondo Ospedale della Beata Vergine). 9. Ingegneri Giuseppe Bianchi e Leopoldo Rossi, Tipo visuale della Casa colonica detta di Vigino in Comune di Castello, 11 agosto 1849, in Stefania Bianchi, Le terre dei Turconi, Locarno, Armando Dadò editore, 1999, p. 74 (Archivio storico del Comune di Mendrisio, fondo Ospedale della Beata Vergine, 12/1) 10. Masseria di Vigino. Campagna di raccolta fondi 2016–2018; si veda anche la analoga pubblicazione on-line (www.masseriadivigino.ch/italiano). 11. Vigino. Storia di un’antica masseria e del suo territorio, mostra (Azienda agraria cantonale di Mezzana, 5 ottobre–10 novembre 2017) a cura di Stefania Bianchi.

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Tema STAN – Nuclei storici

Lo Ius loci Nicola Soldini (storico dell’arte e dell’architettura, insegna presso il Dipartimento ambiente costruzioni e design della SUPSI)

L’area dell’antico quartiere di Sassello, nel nucleo storico di Lugano, nel 1939, dopo la sua demolizione, con il campanile della chiesetta di San Carlo sullo sfondo, a sinistra, e alcune personalità che osservano, dall’alto di uno dei cumuli di macerie, la tabula rasa dell’intervento di «risanamento» urbano (Archivio privato dell’architetto Bruno Bossi, Mendrisio)

Nuclei storici come beni culturali

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Con «nucleo storico» intendiamo generalmente quella parte di un agglomerato – villaggio, borgo o città –, che ne conserva l’impronta storica, originaria e stratificata nel corso del tempo. Se ne potrebbe forzare il senso e intravedere un’analogia naturale o biologica nel campo della genetica e interpretarlo come una specie di DNA che qualifica un’appartenenza comune e nel contempo rappresenta la specificità o l’individualità del singolo agglomerato. Quando si parla d’identità, termine tanto spesso e maldestramente impiegato «contro», l’analogia comporta una riconoscibilità che impasta tratti tipici e Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

comuni, e singolarità: la fisionomia di un luogo prende corpo da questo intreccio. Nella loro disposizione sul territorio, dalle peculiarità orografiche alle ragioni sociali ed economiche sottese, e nella loro conformazione i nuclei storici compongono la straordinaria varietà che definisce la percezione della storia sul singolo tassello e (ancora, nonostante l’incombente cementificazione) qualifica il paesaggio. La cultura architettonica, soprattutto in un momento di generoso sforzo teorico, ha cercato negli anni Sessanta di precisare gli strumenti di lettura tipologica e morfologica dei tessuti urbani o rurali, creando un approccio più attento, ragionato e duttile verso l’insieme della trama


costruita, dalle particolarità delle tecniche edilizie alle relazioni spaziali o alle costanti dei modi di aggregazione. Credo che questo lavoro, pratico e teorico a un tempo, fosse sì sostenuto da una spinta verso una conoscenza e comprensione nuova e analitica dei fenomeni architettonici nella loro estensione territoriale, ma anche sgorgasse da un disincanto diffuso verso alcuni preconcetti a fondamento di un’idea semplificante e dogmatica di modernità. Era la possibilità che la cultura architettonica si dava di arricchire, con il proprio bagaglio, gli strumenti progettuali e il confronto con il preesistente e con la storia del territorio. Uno sforzo generoso che dalle nostre parti ha prodotto, frutto di una nuova visione della redditività del lavoro intellettuale comune, i due ponderosi volumi de La Costruzione del territorio nel Cantone Ticino (nota 1) e la lodevole serie dell’Atlante dell’edilizia rurale in Ticino (nota 2). Esiti e dibattito dovevano aprire da un punto di vista civile e politico a una considerazione più attenta e consapevole del patrimonio e costituire un richiamo alla salvaguardia della storia e della memoria di fronte all’indiscriminato «tsunami» del boom edilizio: un richiamo ai costi sociali e culturali di un’edilizia speculativa e di un indiscriminato consumo del territorio e del paesaggio. Nello stesso periodo si andava forgiando il concetto di «bene culturale» o, meglio, si travasava dal mondo accademico a un impiego più diffuso e politico, predisponendosi a una sua accoglienza nel corpus legislativo posto a difesa del patrimonio storico e monumentale. A essere scalzata era soprattutto un’idea di tutela circoscritta al monumento: se ne volevano allargare finalmente i confini, ripristinando il senso etimologico di «monumento» (ciò che va ricordato e – aggiungiamo – salvato) in un’accezione più ampia che sostituisse il manufatto singolare, il castello o la chiesa come oggetti di per sé intoccabili. In questo modo si allargavano i confini fisici della storia e, soprattutto, prendeva nuova consistenza la nozione fondamentale di «contesto». Non ha senso prendersi cura di un singolo manufatto, mentre si opera la distruzione sistematica del contesto che ne dà intimamente ragione; soprattutto là dove non c’è necessità inderogabile della sua distruzione, per esempio per opere di utilità pubblica (iconicamente vale l’immagine della chiesetta di Pontegana, trasformata in incombente sentinella delle congestioni autostradali allo svincolo di Chiasso). Naturalmente il concetto di bene culturale era la risposta a quanto di già compromesso stava sotto i nostri occhi, ma più ancora doveva agire in favore di una tutela verso una minaccia vieppiù pervasiva, già in gran parte attiva nei nostri piccoli centri urbani ma in procinto d’intaccare quel che un tempo consideravamo villaggi. In questo senso, acquistava e acquista un’importanza cruciale la saldatura dei due termini di «bene culturale» e di «nucleo storico», poiché quest’ultimo definisce per eccellenza il primo termine: è il tessuto del nucleo sto-

rico il bene culturale primario, ciò che dà senso alle emergenze monumentali e costituisce l’identità stessa del luogo, la sua riconoscibilità rispetto all’indistinto, il «blob» speculativo che s’insinua dai centri urbani e che, secondo un’astratta vulgata accademica, si arriva a definire con l’ossimoro di «città diffusa».

Acquista un’importanza cruciale la saldatura dei due termini di «bene culturale» e di «nucleo storico», poiché quest’ultimo definisce per eccellenza il primo termine: è il tessuto del nucleo storico il bene culturale primario, ciò che dà senso alle emergenze monumentali e costituisce l’identità stessa del luogo, la sua riconoscibilità rispetto all’indistinto, il «blob» speculativo. Governo locale e rispetto dei luoghi Più in profondità alcune vicende più vicine nel tempo ci interrogano sul rapporto che lega il governo locale con i luoghi sui quali agisce. È un problema profondo di percezione della storia e della propria identità. Dalla prospettiva locale scontiamo una fragilità che, nei migliori dei casi, si sta trasformando in inadeguatezza. Sempre più spesso gli amministratori locali nelle loro articolazioni esecutive e consiliari, coloro ai quali in una visione idealistica della legge viene di fatto consegnata la tutela dei beni culturali detti di «interesse locale», sentono sempre meno il nesso, il senso e il contatto con la storia e con quanto di più prezioso la manifesta, la sua consistenza fisica e materiale. A un rapporto affettivo, potremmo dire istintivo, che agiva da potente strumento di tutela e valorizzazione, si è sostituita una sostanziale indifferenza, conseguenza di una progressiva e radicale affermazione del verbo economicista: qualunque oggetto come qualunque porzione di territorio risponde unicamente al valore economico. Così succede che tanti primi cittadini adottino nel loro lessico, in un «dover essere» che appare loro (sempre nei migliori dei casi) adeguato ai tempi, le espressioni di un economicismo che dall’economia e dal mercato passa alla politica e dalla politica alle minime realtà politiche locali. Capita così di sentir parlare di «valorizzazione», «attrattività economica», «benefici» e «sviluppo» quali dogmi unici e dominanti a cui assoggettare qualunque altro valore o discorso. Un’idea indiscriminata di sviluppo comporta rischi evidenti tanto in senso centripeto (verso il nucleo dei paesi) che centrifugo (la dilatazione senza soluzione di continuità Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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delle aree costruite); e sono rischi sempre più evidenti, laddove all’accentramento amministrativo dei Comuni corrisponde una spinta alla riorganizzazione territoriale, non di rado prodotta da pressioni di tipo speculativo. Ci riferiamo ovviamente a quelle aree del Cantone attorno ai centri urbani di Lugano, Bellinzona, Locarno e nel Mendrisiotto, che tendono a essere fagocitate in un’informe periferia. In questo processo la salvaguardia dei nuclei storici s’impone come argine interno a un processo generale di dequalificazione architettonica e ambientale, e costituisce un imprescindibile elemento per il buon governo del territorio. Ci si può chiedere come contrastare questa incombente indifferenza, come smuovere gli amministratori locali verso una cultura del territorio che aspiri a conservarne la dimensione storica. Non è un caso che a colmare questo divario si organizzino sempre più spesso gruppi di cittadini o nascano associazioni con lo scopo di contrastare la famelica distruttività nei confronti della storia e del paesaggio culturale e naturale, promossa instancabilmente da interessi economici e finanziari che spesso si rivelano (sulla pelle del territorio) imprese speculative.

«Linee guida cantonali. Interventi nei nuclei storici» e «ISOS»

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È tuttavia a livello istituzionale che questi cittadini s’interrogano e interrogano. Prendiamo il documento stilato dal Dipartimento del Territorio – Linee guida cantonali. Interventi nei nuclei storici. Criteri di valutazione paesaggistica nell’ambito della procedura edilizia, febbraio 2016 –, in gran parte condivisibile tanto nell’impostazione generale che nelle puntuali osservazioni (nota 3). Tuttavia, quando si entra nel merito dei singoli casi, nella concretezza di piani e progetti, queste «linee» tendono a dissolversi, a perdere di efficacia. Spesso le osservazioni delle commissioni preposte alla tutela, il filtro istituzionale che dovrebbe far valere le ragioni delle «linee guida», si limitano a questioni marginali o a dettagli di poco significato: perché trovare conforto nei canali e nelle gronde di rame e non di lamiera zincata o di materia plastica – come nel caso del nucleo di Novazzano –, anziché soffermarsi sul senso generale di un intervento che azzera la sostanza storica del nucleo? Il problema, già emerso nel corso delle travagliate vicende novazzanesi e di un responso popolare contrario alle demolizioni nel cuore del paese (referendum del 2004), sta tutto in un piano del nucleo inadeguato e contraddittorio, fondato su premesse discutibili: che senso ha un piano particolareggiato che prevede l’opzione di una distruzione pressoché totale del nucleo? Per chi è steso? Per un singolo, proprietario di un’ampia porzione del nucleo, o per tutelare la sostanza storica del paese? Le domande non sono poste per un vezzo polemico, ma per contestare delle prassi che poggiano su premesse Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

distorte o, meglio, su interpretazioni del patrimonio storico altrettanto distorte. È questo il nodo cruciale: la lettura del nucleo e del territorio che fonda la postulazione del piano; e che, naturalmente, non è questione tecnica, bensì culturale; non mero ricambio volumetrico, ma sensibile confronto con la storia e con la morfologia del tessuto esistente. A lacune tanto vistose non può che soccorrere un parere qualificato, desumibile da istanze federali, più pronte alla ricezione delle ragioni storiche e culturali del patrimonio nella sua dimensione contestuale. Ciò che è richiamato quale valido strumento, l’Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere d’importanza nazionale ISOS, che, dal canto suo, fornisce i rilevamenti degli insediamenti cantonali, proponendone la protezione soprattutto in ambito pianificatorio; questo strumento è anche a disposizione per una comprensione approfondita del contesto in cui si opera, classificando gli oggetti «di interesse nazionale, regionale o locale» (Linee guida cantonali, p. 12), una gradazione che è stata intesa non nel senso di una classifica, ma di una pertinenza contestuale. Ci si può anche opporre alla lettura ISOS, ma occorre discutere sulla base di argomenti e competenze specifiche e non sulla traccia ingannevole di un discrimine cronologico che non ha alcun senso (ante 1850 sì, post 1850 no, come ancora nel caso di Novazzano). «Concretamente ogni intervento dovrà fondarsi su un’accurata lettura dell’esistente, comprensione storica, tecnica e critica dell’edificio o manufatto oggetto dell’intervento per poi identificare e restituire, con scelte progettuali adeguate e attraverso l’uso dei materiali appropriati, la pregnanza architettonica e spaziale dell’edificio» (ancora le Linee guida cantonali, p. 14).

Sempre più spesso gli amministratori locali nelle loro articolazioni esecutive e consiliari, coloro ai quali in una visione idealistica della legge viene di fatto consegnata la tutela dei beni culturali detti di «interesse locale», sentono sempre meno il nesso, il senso e il contatto con la storia e con quanto di più prezioso la manifesta, la sua consistenza fisica e materiale. A questo punto torna cruciale l’azione delle Commissioni o degli Uffici della tutela: essa dovrebbe tradursi in una mediazione critica che induca gli amministratori locali a riconsiderare storia e patrimonio dei luoghi che sono stati chiamati ad amministrare, magari arricchendo il significato di «valorizzazione» fuori dal corto circuito economicistico in favore di accezioni più lungimiranti, articolate


e feconde. Dove rintracciare questa mediazione quando si adottano espressioni generiche o giudizi tanto lapidari quanto sommari? Perché ricorrere a criteri di «sostanza monumentale» nel giudizio di un tessuto originario, per eccellenza «bene culturale» nella sua significazione storica e culturale? Basta limitarsi a osservare da parte dell’Ufficio dei beni culturali «che la domanda di costruzione non interessa edifici tutelati e che quanto previsto non è ritenuto lesivo della sostanza monumentale»? L’osservazione non appare pilatesca se nel contempo si raccomanda «di tener conto dell’ISOS», cioè delle indicazioni che si contrappongono ragionevolmente alle previsioni di demolizione integrale del tessuto del nucleo? Il nostro riferimento evangelico non è casuale, poiché il giudizio si ritrae di fronte alla palese contraddizione: tace e rimanda agli amministratori locali. Naturalmente, fatte le debite proporzioni con il dilemma evangelico, all’istituzione cantonale non si chiedono gesti di grande coraggio, piuttosto quell’opera di mediazione intelligente (nell’etimologia del latino intelligere il termine «leggere»), che renda palese la flagrante contraddizione tra valutazioni ISOS e sostanza storica, da un lato, e progetto di demolizione e riedificazione che azzera quella stessa sostanza, dall’altro. Dal caso singolo, poi, il discorso si amplia al contesto generale. È lecito chiedersi (doveroso per l’autorità e le istituzioni) il senso di distruzioni e di costruzioni e ricostruzioni che ormai costellano in un crescendo surreale il territorio, omologato nella prospettiva di una periferia continua di edifici senza storia e senza abitanti. Le statistiche registrano, per fare un esempio e per stare alla cronaca recente, in tanti paesi del Mendrisiotto, popolazioni stabili o in leggera decrescita e, sempre più, nuove abitazioni sfitte: un territorio e un paesaggio non possono essere ridotti a un’allocazione di capitali.

Modernità e nuclei storici Spesso nelle ragioni addotte a fondamento di trasformazioni tanto radicali dei nuclei è evocato il talismano della «modernità». La storia è doverosamente sacrificata sull’altare della modernità o – come si diceva a inizio Novecento – della vita moderna. È l’antitesi celebrata (ma anche sconfessata) nei testi o nelle teorie dell’architettura moderna, che proprio nel corso del Novecento ha rimeditato un dogmatismo semplificatorio delle prassi progettuali e dell’idea stessa di modernità. Oggi appaiono molto «più moderni» un giudizio ponderato e un’attitudine dolce o light, rispettosa o sensibile nei confronti della preesistenza e della storia. La cultura architettonica nel dibattito disciplinare, pubblico o in circoli accademici, pure da noi, s’interroga in senso critico e autocritico sulle distruzioni perpetuate, anche localmente nel Ticino, come negli esempi isolati di palazzo Venezia o nei casi estesi del quartiere Sassello a Lugano (nota 4). Eppure questa antitesi riaffiora laddove non te lo attenderesti: possibile pensare che un intervento ri-

spettoso e sostenibile (storicamente) sia consegnato all’anacronismo o, peggio, giudicato una variante di folclorismo vernacolare? Perché non ragionare in termini opposti e considerare la via sostenibile del recupero intelligente, certo meno dispendioso, e di un progetto dialogante fondato sul rispetto della matrice storica e culturale del nucleo? Perché arroccarsi su un’idea anacronistica di modernità e non considerare la pre­ esistenza per la sua dimensione storica, culturale, ambientale e spesso, al di là di calcoli fallaci, anche economica, come risorsa preziosa del progetto? La storia dell’architettura ci ha consegnato non solo una visione progressiva di mutazioni e innovazioni, ma anche la virtù «rigenerativa» dell’architettura, la capacità di dare senso e funzioni nuove all’oggetto architettonico, stratificandolo di vita e di vite che l’hanno abitato e usato e che lo abitano e lo usano nel tempo.

Note 1. La Costruzione del territorio nel Cantone Ticino, I volume a cura di A. Rossi, E. Consolascio, M. Bosshard, B. Reichlin e F. Reinhart, e II volume a cura di G. Agazzi, M. Goetz, E. Prati, A. Ranc, Fondazione Ticino Nostro, 1979. 2. Atlante dell’edilizia rurale in Ticino, a cura di G. Buzzi, Edizioni dello Stato del Cantone Ticino (nove volumi pubblicati tra il 1993 e il 2000). 3. Documento online (https://www4.ti.ch/fileadmin/DT/direttive/ DT_DSTM_SST/Interventi_nei_nuclei_storici_022016.pdf). Lo stesso documento riporta in quarta di copertina – ironia della sorte – la fotografia dell’essicatoio di Novazzano, l’edificio rurale il cui contesto verrebbe radicalmente alterato e compromesso dal progetto di demolizione e di edificazione ex novo del nucleo storico. 4. Si vedano, a titolo di esempio, gli atti della giornata di studio (Lugano, 25 aprile 2015): Sassello, il quartiere frainteso. Storia di un rione scomparso della vecchia Lugano, a cura di Carlo Agliati, Lugano, Edizioni del Cantonetto, 2016.

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Tema STAN – Nuclei storici

L’unicità dei nuclei storici Proponiamo alcune citazioni da scritti di personalità che hanno alimentato il dibattito sulle città e sui nuclei storici e che hanno elaborato le idee e i principi adottati in Italia e, successivamente, nelle Carte internazionali in materia di tutela e dall’UNESCO. Si tratta di testi che, non solo non hanno perso la loro attualità, ma al contrario hanno oggi un’importanza capitale, visto quanto sta avvenendo nei nostri nuclei storici ticinesi con il beneplacito della Autorità politicoamministrative di ogni livello (selezione dei testi a cura di Tiziano Fontana).

Leonardo Benevolo, storico dell’arte e dell’architettura «Le posso chiedere di soffermarsi sull’argomento centri storici? Lei è stato uno dei protagonisti delle riflessioni sul valore che i nuclei antichi rivestono all’interno del complessivo organismo urbano. La vicenda bresciana, come quella bolognese, si iscrive in una svolta culturale maturata a partire dai primi anni Sessanta, con la Carta di Gubbio, che considera il centro storico nel suo complesso, nel suo tessuto viario, di edilizia anche minuta e non solo come contenitore di pregevoli monumenti. Alla svolta di cui lei parla aggiungerei la ridefinizione dell’oggetto da conservare, che non è più un insieme di manufatti fisici – monumenti e opere d’arte, tutelati in nome di un interesse specializzato, storico e artistico – ma un organismo abitato, quel che resta della città preindustriale, con la sua popolazione tradizionale, caratterizzato da una qualità che manca nella città contemporanea e che è richiesta nuovamente dalla ricerca moderna: la stabilità del rapporto fra popolazione e quadro edilizio, cioè la riconciliazione tra l’uomo e il suo ambiente, di cui ha parlato Le Corbusier, il quale riconosce nelle antiche città del Mediterraneo i valori di continuità ambientale perduti. L’organismo antico diventava un elemento della futura città moderna, un elemento contenente un’alternativa valevole per tutto il resto dell’insediamento urbano e del territorio. Non a caso Le Corbusier prende a testimone Venezia come modello della città nuova. La conservazione, dunque, come elemento della modernità. La tutela di un centro antico come uno dei prodotti della cultura moderna. Un centro storico doveva conservare molti residenti, con i loro servizi di quartiere identici a quelli previsti nelle zone nuove. Bisognava conservare la convivenza di diverse classi sociali, come nella città preindustriale. Già allora questi tre obiettivi apparivano difficili da raggiungere, perché la crescita delle città portava in un’altra direzione. Le sue sono considerazioni che si riferiscono agli anni Sessanta e Settanta, ma valgono drammaticamente anche per l’oggi.

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Sono d’accordo. Allora come ora bisognava selezionare quali attività, quali funzioni fossero compatibili con un tessuto edilizio antico per salvaguardare la vita dei suoi abitanti. Quindi occorreva capire quali fossero le trasformazioni edilizie coerenti, quali quelle improponibili, quanto si potesse ripristinare delle parti storiche, quanto si potesse eliminare degli interventi moderni che più avevano compromesso l’antico. A Brescia, come nel resto d’Italia, si capì che per conservare realmente la porzione di città antica occorreva intervenire simultaneamente in tutte le zone dell’edificato. Il tessuto edilizio originale doveva essere protetto e restaurato, distinguendo le tipologie degli edifici per determinare i possibili usi moderni e le operazioni ammissibili di adattamento. […] Il restauro architettonico, le procedure tecniche di ristrutturazione degli edifici antichi acquisite in Italia si presentavano come un modello applicabile in ogni circostanza e, secondo me, come il contributo più rilevante dell’Italia alla moderna ricerca internazionale. Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018


Un aspetto di cui, insomma, l’architettura italiana può menar vanto. Esattamente. L’esempio bolognese è seguito da noi a Brescia, poi a Modena, a Ferrara, a Como e ancora a Taranto, a Matera, a Venezia […]. Questo patrimonio di saperi, di conoscenze tecniche, è stato discusso in sede europea, approvato dal Consiglio di Europa e dall’Unesco, e poi diffuso in Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra, in Polonia». Leonardo Benevolo, La fine della città. Intervista a cura di Francesco Erbani, Laterza, 2011.

Giorgio Bassani, scrittore e presidente di Italia Nostra «[…] Noi amiamo l’arte, ma riteniamo che essa non vada sottratta al contesto sociale in cui si è manifestata. Crediamo non abbia senso restaurare e conservare un centro storico, trasformandolo da agglomerato naturale di vita collettiva in residenza di lusso per esteti e maniaci dell’antico. Il nostro atteggiamento al riguardo si ispira, d’altra parte, oltre che a motivi sociali, a criteri storici: soltanto in Italia, infatti, si è verificata la convivenza armonica della pienezza dell’arte (pensiamo, ad esempio a Michelangelo) con la pienezza della vita: cioè con il suo contrario: perché l’arte è una cosa, la vita un’altra. Invocando la permanenza di un rapporto naturale fra i monumenti artistici che l’Italia possiede, e la popolazione, chiediamo, quindi, che venga rispettato il significato originario della maggiore arte italiana. Siamo storicisti anche in un altro senso; a nostro avviso gli interventi di restauro debbono rispettare la storicità dell’epoca; non debbono risolversi in integrazioni e ripristini arbitrari. […] Purtroppo non ci è dato di riscontrare negli stranieri una sufficiente consapevolezza dei problemi che ho appena citato; neppure gli organismi come Europa Nostra, nata come filiazione di Italia Nostra, a livello europeo. Negli altri Paesi prevale la tendenza a considerare l’aspetto estetico della questione e a disinteressarsi del profilo sociale di una politica appropriata di tutela artistica. Mi è capitato più volte di vedere (per esempio in Svizzera) centri storici ripristinati con apparente cura – in realtà con disinvoltura inaudita – e ridotti a quinte di comodo, ben ripulite, a volte gradevoli da vedere, ma ormai prive di senso, perché sottratte alla vita». Giorgio Bassani, testo dattiloscritto, primi anni Sessanta, in Italia da salvare. Scritti civili e battaglie ambientali, Einaudi, 2005

Renato Bazzoni, architetto e urbanista, fondatore del FAI «Quello del rapporto tra l’uomo e l’ambiente urbano è un problema fondamentale. Io credo anzi che sia ai nostri giorni ‹il› problema fondamentale; tutti noi ci troviamo quotidianamente a fare i conti con una città che moltissime volte sentiamo estranea, ostile addirittura, non ‹nostra›. Questo significa che il rapporto ecologico non funziona, vuol dire che questo rapporto non è equilibrato, c’è stato qualcosa che ha turbato un rapporto armonico certo presente nei secoli passati. Ora, per capire come siamo arrivati a questo contrasto, bisogna fare alcuni passi indietro, Vedere com’è nata la città, com’era nata la città del passato e come si è trasformata. Soltanto così avremo le armi per reagire, per farci una ‹cultura urbana› e farle divenire coscienza di tutti noi cittadini». Renato Bazzoni, Corso di aggiornamento di Italia Nostra, 3 ottobre 1984, in Tutta questa bellezza, Rizzoli, 2014

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Natura – Alleanza Territorio e Biodiversità

Il ritorno dei meli in città La riscoperta della diversità frutticola in città, in un frutteto di recente creazione a Lugano, nel prato adiacente l’antica masseria di Cornaredo, ai margini del parco di Trevano. Fabio Guarneri (Alleanza Territorio e Biodiversità) Muriel Hendrichs (ProFrutteti)

Il nuovo frutteto didattico di Cornaredo, giugno 2017 (foto Marta Falabrino)

«Immagina la tua città ricca di alberi da frutto e non intendo alberi messi a dimora a lato della strada che fanno cadere i propri frutti sulle auto quando diventano troppo maturi. Intendo alberi da frutto piantati in spazi pubblici: scuole, ospedali, parchi, aziende, case anziani e via dicendo.» (Lisa Gross, fondatrice e direttrice del Boston Tree Party).

Gli alberi da frutto ieri e oggi

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Alla fine degli anni ’40, in Svizzera, erano presenti più di 15 milioni di alberi da frutto ad alto fusto. Ottant’anni dopo, ne sono rimasti poco più di 2 milioni. La loro drastica riduzione è dovuta a diversi fattori fra i quali l’industrializzazione della società, la meccanizzazione e intensificazione dell’agricoltura e, cosa che oggi pare strana e quasi pittoresca, la lotta all’alcolismo. Già a partire dal 1935, infatti, la Confederazione concedeva susIl nostro Paese, n. 334, aprile 2018

sidi per il taglio di alberi da frutto ad alto fusto usati dai contadini per la distillazione di grappe. All’epoca, si credeva che la scomparsa di questi alberi sarebbe stata una misura utile per contrastare la dipendenza dall’alcol diffusa fra la popolazione. La progressiva scomparsa degli alberi da frutto, processo che ha raggiunto il suo apice nel decennio tra il 1960 e il 1970, ha causato degli importanti cambiamenti del nostro paesaggio che hanno contribuito, senza volerlo, anche alla forte riduzione di diverse specie animali, uccelli in particolare, che vivevano nei frutteti. Negli ultimi decenni si assiste fortunatamente a una inversione di tendenza: gli alberi da frutto stanno lentamente riconquistando parte degli spazi perduti, anche nelle città. La campagna infatti non è l’unico luogo adatto ad ospitarli: giardini, incolti, porzioni di terreno inutilizzate, aiuole, rotonde, parchi e aree verdi in ge-


nerale sono spazi urbani idonei ad alberi da frutto come meli, peri, ciliegi o altre specie. Le motivazioni che accompagnano questo nuovo successo sono molte:   la funzione ornamentale, molto importante non solo per la piacevole fioritura primaverile, ma anche per la variopinta e variegata produzione di frutti che l’ampia scelta di varietà consente di mettere a dimora (nota 1);   la produzione di frutti, che possono essere raccolti e degustati dai cittadini o da chi ha piantato gli alberi; in alcune città il raccolto è per esempio promosso e valorizzato dai ristoratori locali;   la funzione didattica, poiché gli alberi da frutto, se collocati in luoghi pubblici, come parchi e scuole, consentono, ad esempio, di seguirne il naturale ciclo biologico, dando la possibilità di riavvicinarsi al concetto di «stagionalità»; inoltre, scegliendo delle piante da frutto autoctone, si possono riscoprire le antiche varietà locali, che stupiscono per la loro grande diversità di forme e colori;   gli alberi da frutto sono inoltre preziosi per la biodiversità, poiché favoriscono la presenza di numerosi organismi viventi che li accompagnano, come uccelli e insetti, e, se appartengono a delle antiche varietà locali, si partecipa attivamente alla salvaguardia di questo grande patrimonio genetico;   infine, i frutteti urbani sono promotori della socialità, poiché presentano una forte componente sociale, dato che nella loro realizzazione, nella successiva cura degli alberi, nella raccolta dei frutti, sono spesso coinvolte numerose persone, quali autorità, cittadini, associazioni locali, senza dimenticare le scuole (con insegnanti, alunni e anche gruppi di genitori). Anche a Lugano gli alberi da frutto sono tornati da poco in città, all’interno del primo frutteto pubblico.

Il frutteto di Cornaredo: un’area ricreativa tutta da gustare Nel 2017, nell’area adiacente la masseria di Cornaredo, ha visto la luce un parco pubblico molto particolare: un frutteto didattico. Promotori del progetto sono stati la Città di Lugano, Settore verde pubblico, il gruppo di lavoro ProFrutteti (nota 2) e l’Alberoteca, in collaborazione con Alleanza Territorio e Biodiversità e il sostegno della Fondazione Blue Planet – Virginia Böger X.X. Il luogo scelto è simbolico, in quanto la masseria di Cornaredo, le cui prime documentazioni risalgono al 1351, è uno degli ultimi edifici rurali situati all’interno del perimetro della città. Realizzarvi quindi accanto un frutteto con antiche varietà ha permesso sia di rispettarne e rivalorizzarne la storia, sia di creare un luogo di aggregazione in

Negli ultimi decenni si assiste fortunatamente a una inversione di tendenza: gli alberi da frutto stanno lentamente riconquistando parte degli spazi perduti, anche nelle città. La campagna infatti non è l’unico luogo adatto ad ospitarli: giardini, incolti, porzioni di terreno inutilizzate, aiuole, rotonde, parchi e aree verdi in generale sono spazi urbani idonei ad alberi da frutto come meli, peri, ciliegi o altre specie. grado di coniugare il piacere di stare nel verde con la riscoperta del patrimonio agricolo del nostro territorio. Per essere coerenti, il parco è gestito secondo i principi della Charta dei giardini (nota 3). Nel corso del mese di aprile 2017, grazie alla collaborazione dei bambini della scuola elementare di Molino Nuovo, sono stati piantati 60 alberelli di dieci specie frutticole differenti, tra le quali pruni, meli, noci, ciliegi, peschi, peri e, naturalmente, cornioli, in ricordo dell’albero che, storicamente, ha dato il nome al quartiere di Cornaredo.

Le curiosità da scoprire Le specie e le varietà messe a dimora sono state individuate basandosi su criteri quali l’origine, la tradizione, o la particolarità. Le varietà locali Come varietà locali sono stati piantati, ad esempio, degli alberi di mela pom rossin e verdesa e la varietà di pero denominata per rügin. Il nome pom rossin è dato dal colore rosso intenso della buccia che, a piena maturazione, si estende all’interno della polpa, conferendole una caratteristica colorazione rosata. Si tratta di una varietà tipica della Capriasca, presente anche in altre regioni del Sottoceneri (Luganese, Val Colla, Valle del Vedeggio e Val Mara). Per molti è la «mela dell’infanzia» ed è entrata recentemente nell’Arca del gusto di Slow Food. La verdesa è invece una varietà locale di melo del Locarnese, recuperata dal vivaista Marco Regazzi da una pianta madre scoperta a Brione sopra Minusio. Il suo nome è dato dal colore della buccia. Questa pianta è diffusa anche nel Gambarogno, dove è conosciuta con l’appellativo dezig. Dalle analisi genetiche condotte la varietà risulta un unicum in Svizzera. Il pero denominato per rügin è una varietà ruggine, anch’essa di origine locale, recuperata nel Locarnese, a Brione sopra Minusio, dal vivaista Marco Regazzi. La pianta madre è Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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Il prossimo 22 maggio, in occasione dell’avvio della terza edizione del Festival della natura, il frutteto verrà inaugurato ufficialmente con una serie di attività e consegnato alla popolazione. Un’occasione unica per scoprire questo angolo insolito nel centro cittadino.

Varietà coltivate a Cornaredo: Corniolo (Cornus mas) corniolo rosso Noce (Juglans regia) noce Lara/Pier Mario

I primi frutti del frutteto di Cornaredo, giugno 2017 (foto Marta Falabrino)

deceduta, ma per fortuna una sua «copia» è presente a Cavigliano. La tradizione Tra le varietà più conosciute non potevano mancare la mela bella di bosco e la pera spadoncina. La bella di bosco è una varietà di mela olandese presente in quasi tutte le pomologie (nota 4), sia antiche che moderne. Con il passare del tempo, infatti, non è passata di moda. Questa mela è tutt’oggi coltivata a scopi commerciali in molti Paesi europei, Svizzera compresa. La pera spadoncina è invece un’antica varietà italiana, diffusa soprattutto nelle regioni meridionali e in particolare in Campania, ma anche nel Cuneese. Il nome indicherebbe cultivar (nota 5) talvolta differenti fra loro e aventi in comune soltanto il periodo di maturazione relativamente precoce. Le rarità Il frutteto nasconde inoltre delle vere e proprie curiosità, quali il melo dell’antica varietà francese, già citata nel Settecento, Calvilla rossa d’autunno, dalla polpa venata di rosso, e il biricoccolo, un ibrido naturale tra il prugno e l’albicocco. Coltivato in Cina e in Asia centro-meridionale, è presente in Europa già dal Settecento.

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Un luogo di incontro Dalla sua nascita, il frutteto è già diventato un luogo di incontro e di apprendimento. Diverse classi delle scuole comunali lo hanno visitato e sono già stati organizzati alcuni corsi di potatura degli alberi da frutto. Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

Melo (Malus domestica) bella di bosco mela campana melo calvilla rossa d’autunno melo calvilla di Danzica pom rossin porgnec renetta Champagne renetta grigia del Tirolo rosa di Berna sant’Anna rossa verdesa Pero (Pyrus domestica) abate Fetel conference Kaiser Alexander moscatellino per büter per rügin pero de Sant’Ana spadoncina

Ciliegio (Prunus avium) bigarreau burlat bigarreau merchant bigarreau moreau ciliegio di San Pietro graffione rosa noir de meched Prugno (Prunus domestica) damaschina gialla mirabelle de Nancy regina Claudia d’Athan regina Claudia verde Amarena (Prunus ceranus) amarena reale Mirabolano (Prunus cerasifera) mirabolano Pesco (Prunus persica) precoce bianca precoce tardiva Biricoccolo (Prunus x dasycarpa) biricoccolo

Note 1. Varietà: diversità delle caratteristiche all’interno di una specie. Per esempio, in Svizzera, per il melo (Malus domestica Borkh.) sono finora state accertate 1375 varietà; nel solo Ticino queste si aggirano attorno alle 150. 2. Dal 2006 ProFrutteti si impegna nel recupero e nella conser­ vazione delle antiche varietà fruttifere locali, mele e pere in particolare. Sino a oggi sono all’incirca 200 le varietà recuperate, molte delle quali sono già state studiate e descritte sia dal profilo morfologico e organolettico, sia da quello genetico. Per maggiori informazioni: www.profrutteti.ch. 3. Per maggiori informazioni: www.alleanzabiodiversita.ch  Progetti  Progetti dell’Alleanza  Biodiversità in città  Charta dei Giardini. 4. Antologie dedicate alla frutta. 5. Nome con cui vengono indicate le varietà agrarie di piante coltivate.


Natura

Scopri le ricchezze del nostro territorio, partecipa al Festival della natura Dopo i successi degli ultimi due anni, dal 24 al 27 maggio 2018 ritorna il Festival della natura con la sua terza edizione, un’occasione unica per conoscere la ricchezza e le particolarità della natura svizzera. Fabio Guarneri

Escursione alle Bolle di Magadino, Festival della natura 2016 (foto Nicola Patocchi)

Il contesto

Il Festival della natura, un’occasione unica

Ogni anno, il 22 maggio, si festeggia la «Giornata mondiale della biodiversità», per celebrare l’adozione della Convenzione ONU sulla Diversità Biologica. Le Nazioni Unite inoltre hanno proclamato gli anni dal 2011 al 2020 «Decennio per la biodiversità». Con questa decisione la comunità internazionale fa appello all’opinione pubblica mondiale affinché unisca le forze a favore della diversità delle specie. In Svizzera, l’associazione Festival della natura ha accolto la sfida e gli obiettivi di questa giornata di mobilitazione mondiale e ha deciso di focalizzare l’attenzione sull’importanza della biodiversità per la vita dell’uomo, invitando la popolazione ad attivarsi in suo favore.

Lo scorso anno si sono tenute ben 900 manifestazioni, di cui 34 solo in Ticino, condotte da circa 300 organizzazioni. L’evento è stato un vero successo e ha attirato svariate decine di migliaia di appassionati. Anche quest’anno gli eventi previsti tra giovedì 24 e domenica 27 maggio saranno tantissimi! La scelta sarà davvero vasta e soddisferà tutti i gusti. Partecipare al Festival della natura è facile, basta curiosare tra le attività proposte e scegliere quale vivere direttamente!

37 Per scoprire tutti gli eventi, visitate il sito internet www.festivaldellanatura.ch in cui si possono trovare tutte le informazioni desiderate. Il programma dettagliato sarà online a partire dal mese di aprile.

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Natura

Ermellino, cacciatore e talvolta acrobata L’ermellino è stato eletto «animale dell’anno» dall’associazione Pro Natura. In alcune regioni del Nord delle Alpi, negli ultimi anni, l’ermellino è divenuto assai raro, così come altre specie richiedenti paesaggi rurali strutturati e corridoi faunistici migratori, che dovrebbero essere ripristinati. Gianni Marcolli

Un esemplare di ermellino con pelliccia estiva ripreso in Valle Bedretto, ottobre 2017 (foto Gianni Marcolli)

Scheda

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Nome latino: Mustela erminea Ordine: Carnivori Famiglia: Mustelidi Lunghezza media: maschio 21–37 cm (più coda 7–13 cm), femmina 21–31 cm (più coda 8–11 cm) Peso: maschio 85–320 grammi, femmina 100–205 grammi L’ermellino è stato eletto «animale dell’anno» dall’associazione Pro Natura. Oltre all’effettiva rarità di questo piccolo mustelide, il motivo principale risiede nel fatto che, in alcune regioni del Nord delle Alpi, negli ultimi Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

anni, l’ermellino è divenuto ancor più raro perché non trova più l’habitat necessario alla sua sopravvivenza. Con lui tendono a scomparire anche altre specie che richiedono paesaggi strutturati e corridoi migratori. Il messaggio di Pro Natura è rivolto ad ottenere paesaggi rurali interconnessi e ricchi di strutture che vanno a vantaggio di molte specie animali e vegetali. La rimessa in rete di ambienti e il ripristino di corridoi faunistici ricreerebbe le condizioni adatte per questo piccolo cacciatore. In un certo senso l’ermellino riesce a sopravvivere solamente laddove, in qualche angolo di territorio, c’è un apparente disordine. Si tratta in concreto di piccoli mucchi di pietre, di sporadiche strisce di prato non falciato, di un ruscello ed eventualmente di una siepe. Il concetto


di ordine apparente con un territorio sterile appartiene al secolo scorso ed è oggi ritenuto un modello superato e pure dannoso. L’invito a un’agricoltura rispettosa della natura è decisamente proposto da Pro Natura e la tendenza in atto verso la pratica di un’agricoltura intensiva con estese monocolture appare negativa sotto ogni aspetto concernente la biodiversità. Inoltre, con la rete viaria sempre più intensificata in Svizzera, l’esigenza di sottopassi e sovrappassi appare oggigiorno un salvavita per l’attraversamento delle strade, sia per l’ermellino che per altri animali. Alla politica e alle autorità nazionali, regionali e locali sono richiesti miglioramenti concreti dell’infrastruttura ecologica e dei collegamenti tra i vari habitat. In particolare si vogliono promuovere prestazioni finanziarie e indennizzi agli agricoltori che offrano accorgimenti e ripari adatti all’ermellino e ad altre specie animali. Si rammenta infine che l’ermellino è protetto dalla legge federale (LCP del 20 giugno 1986) e da molto tempo non è più cacciabile. Attualmente in Svizzera la specie non è classificata come «minacciata», ma gli specialisti presumono che la popolazione sia in calo, sebbene non si sappia esattamente quanti ermellini vivano nel nostro paese.

Un esemplare di ermellino con pelliccia estiva ripreso nella zona del Gottardo, agosto 2015 (foto Gianni Marcolli)

Areale e habitat L’areale dell’ermellino è oloartico e include i continenti europeo, asiatico e nord-americano. In Europa la sua distribuzione raggiunge a sud il versante meridionale delle Alpi e quello dei Pirenei, mentre a nord si situa nei pressi del Circolo polare artico. In Svizzera è presente in una fascia che va dalle pianure dell’Altipiano fino ai 3000 metri, nell’arco alpino. Se a nord delle Alpi è ancora sporadicamente presente a basse quote e in zone collinari, in Ticino e nel Moesano la sua esistenza è circoscritta alla fascia montana. Il suo habitat è costituito da un territorio aperto e ricco di piccole strutture ben connesse tra di loro, dove sono presenti molti nascondigli, prati o praterie alpine in cui può cacciare le arvicole e corridoi che favoriscono gli spostamenti migratori. Il bosco viene sistematicamente evitato. La riproduzione e l’allevamento dei piccoli avviene al riparo di mucchi di pietre (nelle Alpi anche nelle pietraie di vecchie frane), oppure fra cataste di legna. Strisce erbose, rive di ruscelli e siepi semplificano al maschio la lunga e pericolosa ricerca di una femmina disposta all’accoppiamento. Infatti va considerato che l’ermellino è nel contempo predatore e preda. Gli individui sono territoriali e conducono un’esistenza solitaria, oppure sono integrati in seno a famiglie matriarcali.

Aspetto L’aspetto dell’ermellino è simile a quello della donnola (Mustela nivalis). L’ermellino è tuttavia leggermente più grande e la punta della coda è nera, mentre quella della

Un esemplare di ermellino con pelliccia invernale ripreso in Valle di Blenio, novembre 2014 (foto Gianni Marcolli)

donnola è bruna. Il dimorfismo sessuale dell’ermellino è pronunciato, ma ristretto unicamente alle dimensioni dell’animale. Infatti il maschio risulta sempre più grande della femmina. Nelle Alpi le dimensioni degli animali sono minori, rispetto a quelle degli esemplari presenti in altri luoghi, e si parla talvolta di «individui nani». Nella nostra regione alpina in inverno la pelliccia diventa completamente bianca, ad eccezione della punta della coda che rimane sempre nera.

Biologia Gli accoppiamenti hanno luogo fra aprile e luglio, ma le nascite avvengono l’anno successivo, fra marzo e maggio, a causa dell’annidamento ritardato della blastocisti. I piccoli nascono in una tana ben protetta e abbandonano la madre all’età di tre mesi. Nello stesso periodo, il maschio vaga incessantemente alla ricerca di compagne atte all’accoppiamento. Le femmine sono infatti dispoIl nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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nibili anche mentre allattano e addirittura possono essere fecondate a sole tre settimane di vita, subito dopo avere aperto gli occhi. Invece i maschi raggiungono la maturità sessuale dopo un anno di vita. Questo sorprendente accorgimento naturale serve ad evitare gli incesti. Alla fine dell’estate, quando i giovani devono cercarsi un loro territorio, tutte le femmine sono nuovamente gravide. La nuova generazione di piccoli predatori verrà al mondo l’anno successivo e all’inizio si presenta ricoperta da una soffice peluria bianca, mentre ogni individuo nasce cieco. A causa della specializzazione nella cattura delle arvicole, la popolazione subisce importanti fluttuazioni periodiche. In un’annata con abbondanza di cibo, l’ermellino reagisce con un fattore riproduttivo incrementato. Negli anni normali una femmina partorisce 3– 4 piccoli, mentre in quelli con molte prede disponibili, fino a 14. Con l’aumento della popolazione l’ermellino rioccupa zone abbandonate da anni, frenando in tal modo una veloce diffusione territoriale dei topi. L’incremento demografico degli ermellini è tuttavia di breve durata, in quanto almeno la metà dei piccoli muore già durante il primo inverno. L’età media di un ermellino in natura è comunque di soli 1–2 anni, mentre in cattività può raggiungere gli 8 anni. Il territorio dei maschi è più esteso di quello delle femmine, varia dai 4 ai 50 ettari ed è in stretta relazione con la quantità di cibo a disposizione. L’ermellino può essere osservato sia di giorno, sia di notte. In autunno crea riserve alimentari in diversi nascondigli (cunicoli) per superare la stagione fredda. Durante l’inverno ha abitudini piuttosto notturne e la sua osservazione risulta più difficile, anche perché la caccia può avvenire sotto la coltre nevosa. Invece, durante l’estate, gli animali hanno un comportamento soprattutto diurno. Sull’arco dell’intera giornata la caccia dura 4–5 ore ed è interrotta da pause più o meno lunghe. In inverno, quando la temperatura scende al di sotto dei –13°C, l’attività è completamente bloccata per un periodo che varia dai 6 ai 10 giorni. Il regime alimentare è costituito soprattutto dalle arvicole. In Ticino e nelle Alpi si tratta principalmente dell’arvicola delle nevi (Chionomys nivalis), talvolta pure dell’arvicola rossastra, dell’arvicola sotterranea e del topo selvatico. Nel Giura, nell’Altipiano e nelle zone collinari del resto della Svizzera le prede sono le arvicole terrestri (Arvicola terrestris). Solo in mancanza di arvicole, il cibo è costituito da altri roditori, lepri variabili, piccoli uccelli, incluse le loro uova, anfibi e insetti. La dieta è talvolta arricchita da frutti (ginepro, mirtillo) e altri vegetali. L’ermellino uccide le arvicole con un rapidissimo morso sulla nuca. Il fatto di essere snelli, agili e molto reattivi richiede un grande dispendio di energia. Per mantenere questo ritmo deve mangiare ogni giorno l’equivalente del 40 % del proprio peso. Nelle zone rurali del nord delle Alpi l’ermellino si nutre di 1–2 roditori al giorno ed è quindi un prezioso alleato degli agricoltori. Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018

Le battute di caccia possono comportare spostamenti di vari chilometri.

Nemici I nemici naturali sono la volpe, il cane non al guinzaglio, il gatto selvatico (ma pure quello domestico), l’aquila reale, la poiana, altri rapaci diurni (ad esempio l’astore e il falco pellegrino), l’airone cenerino, la cicogna e i rapaci notturni (ad esempio il gufo reale e il gufo comune). Oggigiorno il suo nemico principale è tuttavia l’essere umano. Benché in Svizzera siano superati i tempi in cui l’ermellino veniva catturato per la sua pregiata pelliccia invernale e decimato perché considerato nocivo per la piccola selvaggina, oggigiorno la bonifica e la continua frammentazione del paesaggio ad opera della società umana sono per lui ben più pericolose di altre minacce.

Un incontro emozionante Durante le numerose escursioni nel territorio alpino ticinese, negli ultimi decenni, ho potuto osservare alcuni esemplari nelle diverse stagioni. Si trattava perlopiù di individui singoli a caccia durante il giorno o nelle ore crepuscolari, oppure di animali appena intravisti durante una fuga precipitosa. In Ticino le mie osservazioni sono avvenute in ogni stagione, in tutte le valli sopracenerine, ad un’altitudine compresa fra i 1800 e i 2800 metri.

«Sul terreno accidentato mi è sfrecciato accanto un indefinibile essere, un qualcosa che non mi ha neppure dato il tempo di realizzare cosa fosse … si riaffaccia a tre metri da quel masso e di nuovo mi guarda, questa volta issato sui due piedi … corre a zig-zag a scatti talmente veloci che mette a dura prova la vista umana … con un balzo felino di alcuni metri, raggiunge il tetto di un cascinale diroccato. Scruta il terreno dall’alto e annusa odori molecolari … pure l’udito è estremamente sensibile.» Nelle mie personali annotazioni (quando ve ne sono state) ritrovo dei tentativi di descrizione dell’attitudine e del comportamento dei singoli ermellini. L’emozione personale riaffiora in alcune righe riferite a una particolare osservazione di fine autunno, che riporto qui di seguito:


Un esemplare di ermellino con pelliccia invernale ripreso in Vallemaggia, dicembre 2015 (foto Gianni Marcolli)

«Sul terreno accidentato mi è sfrecciato accanto un indefinibile essere, un qualcosa che non mi ha neppure dato il tempo di realizzare cosa fosse. Poi lo sprinter nano si è mostrato da un’altra parte per una frazione di secondo e, con un balzo catapultato, si è nascosto dietro un masso. Speedy si riaffaccia a tre metri da quel masso e di nuovo mi guarda, questa volta issato sui due piedi. Torce il collo a destra e a sinistra, poi fa il girocollo completo. In men che non si dica corre a zig-zag a scatti talmente veloci che mette a dura prova la vista umana. Ora si arrampica con estrema agilità su un palo e da lassù, con un balzo felino di alcuni metri, raggiunge un tetto di un cascinale diroccato. Scruta il terreno dall’alto e annusa odori molecolari. La velocità di discesa è fulminea, lo perdo ancora di vista. Ma un attimo dopo lui mi osserva da lontano, proprio dalla direzione opposta. Come avrà fatto l’invisibile ad aggirarmi in quel modo? Appare evidente che non è solo la vista a guidarlo. Annusa ovunque e l’olfatto è determinante per ogni sua mossa. Pure l’udito è estremamente sensibile. A buona distanza, il semplice click di uno scatto fotografico silenziato lo fa sobbalzare all’indietro. Il mini-cacciatore mi fa capire che la luce del sole basso non lo favorisce. Allora si erge ancora sui due piedi per osservare e soprattutto per annusare ancor meglio. La sua agilità è estrema anche tra massi e sassi e pure su terreno gelato

o innevato. Oltre a ciò dimostra di conoscere molto bene tutta la zona, buche e anfratti compresi. Lo spettacolo continua fintanto che, prima di ridiventare fantasma, si rotola avvitandosi e fa acrobazie inimmaginabili e indescrivibili, date le molteplici e velocissime combinazioni. Intuisco che l’acrobata gioca talvolta per puro piacere, divertendosi e dando spettacolo.» Le lunghe ore di appostamenti, talvolta al freddo e all’ombra, per osservare, fotografare o filmare il piccolo cacciatore acrobata sono ampiamente ripagate, ammesso che l’ermellino abbia voglia di uscire allo scoperto. E ciò non è mai scontato.

Nota Le immagini di esemplari di ermellino con pelliccia estiva sono state realizzate fra il mese di agosto e il mese di ottobre in Valle Bedretto e nella zona del Gottardo. Quelle con pelliccia invernale sono state scattate in Vallemaggia e in Valle di Blenio tra la fine del mese di novembre e la fine del mese di dicembre.

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Lettere dei lettori

La lunga battaglia per la conservazione del nucleo storico di Novazzano Pubblichiamo la testimonianza della signora Cornelia Cattaneo Bernasconi, che, nella sua veste di consigliere comunale, lottò efficacemente per la conservazione del nucleo storico di Novazzano, insieme all’avvocato Graziano Papa, al costituzionalista Eros Ratti e al marito, Giorgio Cattaneo, impegnato nell’amministrazione comunale fin dal 1968 e sindaco del paese dal 1996 alla scomparsa, agli inizi del 2006. Cornelia Cattaneo Bernasconi Egregio Signor Antonini, Sfogliando il numero 333 de «Il nostro Paese» ho subito notato il tema STAN dell’anno, cioè «salvare il nucleo storico di Novazzano». Mi permetto di allegare alla presente un piccolo libro – «Amor di paese». Novazzano – che avevo dedicato a mio marito, allora sindaco di Novazzano, deceduto il 4 gennaio 2006. Fin dalle prime pagine, potrà constatare che già anni fa si voleva distruggere il nostro nucleo.

Ero consigliere comunale di minoranza e posso dirle che abbiamo dovuto lottare molto. Infine decidemmo di indire un referendum sulla decisione a maggioranza di abbattere il cuore del nucleo. In tutto questo lavoro siamo stati aiutati dall’avvocato Graziano Papa e dal compianto signor Eros Ratti. Il referendum ebbe successo e, come avrà letto, fu costruita la Casa comunale proprio lì dove si voleva abbattere tutto. Ora non mi occupo più di politica. Sono stata consigliere comunale per ben 33 anni. Molte cose sono cambiate. Spero tanto comunque che la STAN riesca a conservare la memoria storica e la caratteristica del nucleo di Novazzano. In caso contrario sarebbe un vero disastro. Già da bambina amavo il nostro nucleo, dove sono nata e dove mia nonna mi portava a fare visita alle amiche. Chiedo scusa se mi sono dilungata: amo tanto il mio paese e non dimenticherò mai quanto con mio marito abbiamo lottato e subito. Le porgo i miei più cari saluti, Cornelia Cattaneo B.

Post scriptum: avevo spedito gratuitamente il libretto a tutti i fuochi e il ricavato a favore dell’oratorio fu di 22 000 franchi. Pensi che per ripavimentare la via Indipendenza non si è tenuto in considerazione il problema delle persone disabili che necessitano di deambulatore!

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Anniversari

Auguri a Graziano Papa! Il 25 aprile l’avvocato Graziano Papa compie 99 anni. Per l’occasione gli porgiamo i nostri auguri! Ai fedeli abbonati della rivista non dobbiamo ricordare chi sia Graziano Papa: egli è stato infatti per quasi cinquant’anni collaboratore de «Il nostro Paese», per più di trent’anni come presidente di Pro Natura Ticino e, in seguito, come libero collaboratore della rivista, i cui contributi erano sempre apprezzati per la loro pregnanza e il loro non comune spessore. Il suo interesse prevalente erano la natura e il territorio ticinesi, di cui era un appassionato e non superficiale conoscitore (chiamarlo un esperto in botanica e in paleontologia è quasi quasi riduttivo …). Ricordiamo il suo impegno contro l’edificazione dei monti di Dötra, per la salvaguardia del Monte Generoso (che fu la sua montagna prediletta), contro le cave del biancone della Saceba, sotto Castel San Pietro, per la conservazione del nucleo storico di Novazzano e a proposito di parecchi altri oggetti. Ma Graziano fu per una decina d’anni – a cavallo degli anni Settanta e Ottanta – pure membro del Consiglio direttivo della STAN e, anzi, fra i suoi membri più attivi e competenti. Egli coniugava sempre l’interesse per la natura e quello per il paesaggio e per il patrimonio costruito. Aveva coltivato l’interesse per quest’ultimo sin dai tempi degli studi, quando, accanto alle lezioni di Diritto, aveva seguito anche corsi di Storia dell’arte. Talvolta le due associazioni (la «sua» Lega per la protezione della natura e la STAN, allora STCBNA) conducevano battaglie insieme: memorabile fu quella contro l’edificazione di un centro culturale polivalente nei giardini di piazza Governo a Bellinzona, quando Graziano si fece indomito combattente.

Per questo motivo la STAN lo incaricò di tenere l’orazione ufficiale in occasione del conferimento del Premio Heimatschutz agli «Amici del Teatro Sociale» di Bellinzona, dopo l’inaugurazione del rinnovato teatro, nel novembre 1997. Fu un’orazione che lasciò ammirati i presenti, per il suo scorrere dagli avvenimenti europei, coevi alla nascita del Teatro Sociale, fino alla situazione ticinese di quel tempo, passando per competenti disquisizioni sui vari approcci al restauro dei monumenti! Caro Graziano, ti speriamo sempre in buona salute e ti pensiamo con affetto! Auguri! Paolo Camillo Minotti

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Invito alla visita

Tra i fiori della primavera espositiva ticinese sboccia anche Pablo Picasso Molte mostre importanti, belle e godibili si sono aperte, in questo periodo, nella Svizzera italiana. Nicoletta Locarnini

Pablo Picasso, Bicchiere, bottiglia di vino, pacchetto di tabacco, giornale, marzo 1914, papier collé con lumeggiature a carboncino, matita, matita blu e acquarello, 49 × 64 cm, Musée national Picasso, Paris, Acquisto da vendita pubblica nel 1997, MP1997-1, © Succession Picasso / 2018, ProLitteris, Zurich (foto RMN-Grand Palais, Musée national Picasso-Paris, Mathieu Rabeau)

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L’attesa esposizione dedicata a Picasso è una chicca di questa ricca primavera espositiva della Svizzera italiana. A proporla, in collaborazione con Il Musée national Picasso di Parigi, è il Museo d’arte della Svizzera italiana che, a partire dal 18 marzo e fino al 17 giugno, presenta, negli spazi del LAC, Picasso. Uno sguardo differente. La rassegna, curata da Carmen Giménez, una delle massime esperte dell’artista, contempla 120 opere, 105 disegni e 15 sculture selezionate ponendo particolare attenzione ai lavori sconosciuti al grande pubblico. Alla sua morte, furono oltre 60’000 le opere inedite scoperte dallo storico dell’arte Maurice Rheims: «fu come trovare un PiIl nostro Paese, n. 334, aprile 2018

Pablo Picasso, Testa femminile, Mougins, fine 1962, lamiera tagliata, piegata e filo di ferro dipinti, 32 × 24 × 16 cm, Musée national Picasso, Paris, Dation Pablo Picasso, 1979. MP366, © Succession Picasso / 2018, ProLitteris, Zurich (foto RMN-Grand Palais, Musée national Picasso-Paris, Béatrice Hatala)

casso in Picasso», commentò poi. L’imponente eredità lasciata dall’artista ha consentito lo sguardo trasversale dell’esposizione, che si prefigge di esplorare il rapporto tra disegno e scultura in un arco temporale tra il 1905 e il 1967. Le opere su carta, inoltre, per-


mettono di meglio indagare la genesi delle tele, di cui il disegno, l’acquerello, il collage, il pastello, il gessetto, il carboncino e l’inchiostro hanno funto da supporto privilegiato. La mostra apre con disegni a inchiostro del cubismo analitico, passa poi a opere del cubismo sintentico quali Verre, bouteille de vin, paquet de tabac, journal, del 1914, per approdare al 1919, anno a partire dal quale Picasso sperimenta il suo «pluristilismo simultaneo». Presenti anche un paio di straordinari schizzi precursori del celeberrimo olio Guernica, un ragguardevole corpo di disegni degli ultimi anni Sessanta e 15 sculture, tra cui Mandoline et Clarinette, del 1913, e Tête de femme, del 1962, a testimonianza del superamento della classica divisione tra bidimensionalità e tridimensionalità e che danno conto della sperimentazione plastica dell’artista. Picasso. Uno sguardo differente, MASI, LAC, Lugano, dal 18 marzo al 17 giugno 2018.

gna. Una scelta felice, quindi, quella di Casa Rusca che, nell’ambito dell’esposizione Mario Botta. Spazio Sacro, presenta, per la prima volta in assoluto, 22 architetture – 18 edifici realizzati, 3 in corso di realizzazione e il progetto per una cappella all’aeroporto della Malpensa – proponendone modelli originali, disegni e gigantografie. E, dato che la dimensione del sacro è universale e non conosce confini, accanto alle chiese (cristiane) di Mogno, del Tamaro o di Évry (per citarne solo alcune), figurano la moschea di Yinchuan, in Cina (in fase di progettazione) e, in Israele, la sinagoga Cymbalista e centro dell’eredità ebraica di Tel Aviv. Edifici di culto delle principali religioni monoteiste, a riprova che la dimensione del sacro, in Botta, oltre essere una sfida continua, è soprattutto l’occasione di riflettere sul lavoro dell’architetto. Illuminanti, in proposito, le sue parole: «Attraverso gli edifici di culto ho l’impressione di avere individuato le radici profonde dell’architettura stessa.» Mario Botta. Spazio Sacro, Pinacoteca comunale Casa Rusca, Locarno, dal 25 marzo al 12 agosto 2018.

Mario Botta, Chiesa di San Giovanni Battista, Mogno, Svizzera, 1986–1996 (foto Enrico Cano)

Mario Botta è invece protagonista, alla Pinacoteca comunale di Locarno, di una mostra dedicata ai suoi edifici di culto, tipologia che gli è particolarmente cara: nell’architettura sacra, Botta sembra avere trovato un’espressione particolarmente congeniale. «Costruire – scrive a proposito del rapporto con la dimensione del sacro – è di per sé un atto sacro, è un’azione che trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura; la storia dell’architettura è la storia di queste trasformazioni». In quest’ottica, l’architetto diventa una sorta di demiurgo del suo tempo, in grado di plasmare la natura, di creare da e con la natura. E, in questo dialogo costantemente rinnovato tra natura e architettura, la pietra è un elemento di forza. Il rapporto dell’architetto con la pietra si esprime forse al meglio in uno dei suoi edifici sacri tra i più noti: la cappella di Santa Maria degli Angeli, sul Tamaro, quasi una prosecuzione della monta-

Cammeo con volto di fauno del I secolo a.C. montato su anello d’oro di Carlo III (XVIII secolo), diametro 2 cm, Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Ed ora volgiamo lo sguardo al passato, e, più precisamente, a Ercolano e Pompei, di cui ricorrono le celebrazioni, rispettivamente, per i 280 e i 270 anni dalla loro scoperta. Il ritrovamento dei due siti diede uno straordinario impulso sia agli scavi e allo studio delle vestigia, sia alla loro divulgazione attraverso lettere, taccuini di viaggio, incisioni, litografie, disegni e fotografie dei vari viaggiatori che intrapresero, a partire dalla fine del Settecento, il Grand Tour: cultori d’arte di tutta Europa, studiosi e archeologi come WinckelIl nostro Paese, n. 334, aprile 2018

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mann, artisti e letterati tra cui Giovanni Battista e Francesco Piranesi, Goethe, Stendhal o Twain. Tra le preziose testimonianze esposte per la prima volta nell’ambito della mostra Ercolano e Pompei: visioni di una scoperta, in cartellone al m.a.x. museo di Chiasso, il taccuino dell’architetto, pittore e disegnatore inglese William Gell, tra i primi, con i suoi connazionali, a visitare le rovine di Pompei. A dare un forte impulso agli scavi, il sovrano Carlo III di Borbone e l’ingegnere svizzero Karl Jakob Weber, grazie al quale venne alla luce la famosa Villa dei Papiri di Ercolano, le cui planimetrie sono riunite per la prima volta in mostra accanto a quelle della Villa di Giulia Felice, a Pompei, e del Teatro di Ercolano. Sempre a uno svizzero, il ticinese Pietro Bianchi, è dovuto il ritrovamento della celeberrima Casa del Fauno, a Pompei. Un accattivante viaggio nel tempo reso possibile dalla collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, da cui provengono oltre 300 opere, arricchite da 23 preziosi reperti archeologici. Ercolano e Pompei: visioni di una scoperta, m.a.x. museo, Chiasso, dal 25 febbraio al 6 maggio 2018.

maggiori interpreti dell’astrattismo lirico e del realismo rivisitato alla luce del cubismo e dell’espressionismo: Guttuso, Cassinari, Morlotti, Tavernari, Vedova, Francese, Minguzzi. Una passione, quella per l’arte, coltivata da entrambi e nella cui collezione, focalizzata soprattutto sull’arte del dopoguerra, confluirono anche artisti ticinesi tra cui (per citarne solo alcuni) Boldini, Dobrzanski, Genucchi o Gabai, protagonisti e interpreti di una straordinaria stagione creativa complici i proficui legami intessuti con i principali protagonisti della scena artistica italiana di quei decenni. Una donazione importante che va ad arricchire la collezione del museo il quale, per l’occasione, ha pubblicato un catalogo di un’ottantina di pagine corredato da testi di Simone Soldini e di Giuseppe Frangi, come pure da un ricordo del poeta e scrittore Alberto Nessi. Natura e Uomo. La collezione Bolzani, Museo d’arte di Mendrisio, dal 24 marzo al 15 luglio 2018.

IN BREVE Dal 24 marzo sino al 29 aprile, Spazio Officina, a Chiasso, ospita la prima mostra antologica dedicata ai trenta anni di attività dell’artista chiassese Francesco Vella: Francesco Vella. Visioni dell’arte: la ricerca del segno in pittura. Il percorso si snoda tra alcuni lavori inediti creati appositamente per l’occasione, opere post-informali, materiche e all’insegna del minimalismo astratto degli ultimi anni. A Bellinzona, il Museo Villa dei Cedri propone, dal 24 marzo sino al 2 settembre, Burri, Fontana, Afro, Capogrossi. Nuovi orizzonti nell’arte del secondo dopoguerra. La mostra bellinzonese è un’occasione ghiotta per completare idealmente la visita dell’esposizione del Museo d’arte di Mendrisio.

Ennio Morlotti, Mele, anni ’70, pastello a olio, 29 × 35.5 cm, Collezione Bolzani, Museo d’arte, Mendrisio (foto Stefano Spinelli)

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Un›altra bella sorpresa di questa primavera espositiva è la proposta del Museo d’arte di Mendrisio inaugurata lo scorso 24 marzo. Intitolata Natura e Uomo. La collezione Bolzani, la mostra raggruppa una settantina di opere tra dipinti, sculture e opere su carta, frutto della recente donazione di Giovanni e Letizia Bolzani in omaggio ai genitori Nene e Luciano, appassionati collezionisti di arte italiana del ‘900. Un’occasione imperdibile per ammirare dipinti riuniti nel corso di una vita mai presentati al pubblico, i cui autori spaziano dai grandi classici dell’arte moderna italiana (come Morandi, Sironi, Carrà, Vedova, Ardengo, Soffici) ai Il nostro Paese, n. 334, aprile 2018


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Il nostro paese 334  

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